NOTE
[432]. Inf., XX, 115-7.
[433]. Scrive Adolfo Bartoli nel VI volume della sua Storia della letteratura italiana, parte 2ª, p. 78: «Non molto ci interessano gli indovini della quarta bolgia, se non forse per dimostrarci che Dante non prestava fede all'arte magica. In tale giudizio non posso accordarmi con l'illustre amico mio, profondo conoscitore dell'opere tutte dell'Alighieri. Da più luoghi del poema, e in particolar modo dal racconto posto in bocca a Virgilio nel IX canto dell'Inferno, vv. 22-7, si ricava, parmi, con sicurezza, che Dante non dissentiva, per questo capo, dalla comune credenza de' tempi suoi, credenza che Tommaso d'Aquino aveva, con logico procedimento, ridotto in forme dottrinali. Dante vide nella magia un'arte diabolica, nascente dalla mostruosa alleanza dell'uomo con le potenze infernali; e se potè credere, con altri assai, che i prodigi per essa operati non fossero se non finzioni e frodi del diabolico ingegno, non però credette quell'arte un'arte vana, come oggi s'intende. Già Lattanzio aveva detto, parlando dei demonii: «Eorum inventa sunt astrologia, et aruspicina, et auguratio, et ipsa quae dicuntur oracula, et necromantia, et ars magica». (De origine erroris, l. II, cap. 16). Non altrimenti la pensò Dante; e s'egli disviluppò Virgilio dalla leggenda magica che gli s'era stretta d'attorno, penso il facesse, non tanto perchè tal leggenda gli paresse assurda in sè stessa, quanto perchè gli premeva purgare da un'accusa gravissima il nome venerato del suo maestro ed autore. Cfr. uno scritto recente di F. D'Ovidio, Dante e la magia, nella Nuova Antologia del 16 settembre 1892.
[434]. I biografi che scrissero in latino s'attengono alla forma Scotus, e il Dempster espressamente avverte (Historia ecclesiastica gentis Scotorum, Bologna, 1627, p. 494): «cognomentum etiam Scoti non est familiae sed nationis». Vedi in contrario Wuestenfeld, Die Uebersetzungen arabischer Werke in das Lateinische seit dem XI. Jahrhundert, estr. dalle Abhandlungen der königlichen Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen, vol. XXII, 1877, p. 99. Gualtiero Scott (v. citazione più sotto) scrisse Michael Scott.
[435]. «E dice l'autore poetando che ne' fianchi è poco, quasi a dire: elli fu spagnuolo, in per quello che li spagnuoli nel suo abito fanno strette vestimenta». Commedia di Dante degli Allagherii col commento di Jacopo di Giovanni dalla Lana Bolognese, Milano (1865), p. 93.
[436]. Così pure il Boccaccio (Decam., giorn. VIII, nov. 9ª): «... ebbe riome Michele Scotto, perciò che di Scozia era». Il Landino, avvertito come alcuni volessero lo Scotto spagnuolo, altri scozzese, soggiunge, senza brigarsi di sapere chi abbia ragione e chi torto: «Ma tutti conchiudono, che fosse ottimo astrologo, et gran mago».
[437]. Chiose anonime alla prima cantica della Divina Commedia di un contemporaneo del poeta, pubblicate da Francesco Selmi, Torino, 1865, p. 114. La seconda notizia data dall'anonimo è da collegare, senza dubbio, con una delle interpretazioni di quelle parole del poeta: che ne' fianchi è così poco, allusive, secondo alcuni, a certa foggia di vestire: «abiti corti e strettissimi usati da Scozzesi, Inglesi e Fiamminghi», dice il Daniello. Altri vuole che quelle parole alludano a forma naturale della persona, o a magrezza prodotta da soverchio studio: dubbio grande, che lasceremo volentieri insoluto.
[438]. Vedi: Balaeus, Illustrium Majoris Britanniae scriptorum, hoc est Angliae, Cambriae et Scotiae summarium, s. l., 1548, f. 120 r.; Pits, De rebus anglicis, Parigi, 1619, t. I, p. 374; Dempster, Op. cit., l. cit.; Leland, Commentarii de scriptoribus britannicis, Oxford, 1709, vol. I, p. 254; Tanner, Bibliotheca Britannico-Hibernica, Londra, 1748, p. 525; Huillard-Bréholles, Historia diplomatica Friderici secundi, Parigi, 1859-61, t. I, pe 1ª, Introduzione, p. DXXII; Nouvelle biographie générale (1861); Wuestenfeld, Op. cit., l. cit.; Hauréau, Histoire de la philosophie scolastique, Parigi, 1872-80, pe 2ª, vol. I, p. 124; Encyclopaedia britannica, s. Scot.
[439]. Biblioteca Napoletana, Napoli, 1678, p. 216. Pier Luigi Castellomata avrebbe espresso quella opinione in un suo libro intitolato Amor della patria, libro che a me non venne fatto di ritrovare nemmeno nelle biblioteche di Napoli. Il Nicodemo, nelle Addizioni alla Biblioteca del Toppi, Napoli, 1683, p. 174, rimise le cose a posto, dicendo che lo Scotto, da alcuni era stimato scozzese, da altri inglese.
[440]. Il Boccaccio, Decam., nov. cit., fa dire a Bruno che Michele fu un tempo in Firenze, e vi lasciò due suoi discepoli; Jacopo della Lana, Francesco da Buti, l'Anonimo Fiorentino dicono ch'egli fu in Bologna.
[441]. Parecchi fanno vivere Michele sino verso il 1290 e anche più tardi; ma vedi in contrario Budinszky, Die Universität Paris und die Fremden an derselben im Mittelalter, Berlino, 1876, p. 96. Il Pits dice a dirittura: «Claruit anno post incarnatum Dei Verbum 1290, dum Anglicani Regni solio sedebat Edwardus Primus»; e altri soggiungono che Michele fu in molta grazia presso quel re, e s'ebbe da lui, nel 1286, una missione importante. Ma poichè l'anno della nascita di poco può essere spostato, recando una delle traduzioni di Michele la data del 1217, si vede quanto quelle notizie, che farebbero vivere il filosofo un secolo, o più, sieno poco probabili. L'errore nacque, senza dubbio, da eguaglianza di nomi. Ruggero Bacone, Opus majus, parte 2ª, cap. 8, si scostò meno dal vero dicendo Michele apparso annis Domini 1230 transactis.
[442]. Vedi intorno al sapere di Michele Scotto, e al luogo che gli spetta nella storia della filosofia, Stöckl, Geschichte der Philosophie des Mittelalters, Magonza, 1864-6, t. II, parte 1ª, p. 346; Reuter, Geschichte der religiösen Aufklärung im Mittelalter, Berlino, 1875-7, vol. II, pp. 271-2; ma soprattutto Hauréau, Op. cit., l. cit.
[443]. Physonomia. La qual compilò Maestro Michael Scotto a preghi de Federico Romano Imperatore, huomo de gran scientia. Et è cosa molto notabile e da tener secreta, ecc. Vinegia, Bindoni e Pasini, 1537. Di questo libro ebbe a ricordarsi l'Aretino, quando, per burlarsi della scienza ond'esso s'intitola, fece dire a messer Biondello medico, nella scena 4ª dell'atto III dell'Ipocrito: «È studio molto dilettevole e pulcro quel de la fisonomia, e però ho fatto uno opuscolo de cognitione hominum per aspectum secondo Aristotile, Scoto, Cocle, Indagine e la eccellenza di me filosofo moderno, perocchè frons magna et cuperata est inditium potatoris, nasus aquilinus testis est majestatis imperatoriae, et facies rugosa testimonium senectutis».
[444]. Fare un elenco esatto, sia delle traduzioni, sia delle opere originali di Michele Scotto non è possibile. Vedi, oltre agli autori già citati, che parlano del filosofo, Jourdain, Recherches sur l'âge et l'origine des traductions latines d'Aristote, nuova edizione, Parigi, 1843; Hartwig, Uebersetzungsliteratur Unteritaliens, 1886, p. 21. Per le stampe vedi le opere bibliografiche dell'Hain, del Brunet et del Grässe. Qui ricorderò ancora che sotto il nome di Michele va un Libro della Sfera, in ottava rima, s. l. nè a., che io non potei vedere, ma che probabilmente fu desunto dalla versione del trattato di Alpetrongi.
[445]. Vedi l'Appendice, num. 2.
[446]. Huillard-Bréholles, Op. cit., t. cit., p. dxxiv.
[447]. Chronica, Parma, 1857, pp. 169-70. V. l'Appendice, num. 3.
[448]. In astrologiam, l. XII, c. 7.
[449]. Acta Sanctorum, t. II di maggio, p. 405.
[450]. Comparetti, Virgilio nel medio evo, Livorno, 1872, vol. II, pp. 96-7.
[451]. Novellino, nov. XXI del testo gualteruzziano.
[452]. D'Ancona, Tradizioni carolingie in Italia, Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, Cl. di sc. mor., stor. e filol., t. V, 1º sem., fasc. 6. Quivi, per trascorso di penna, il fatto, anzichè a Federico II, è riferito a Federico Barbarossa. Questo Riccardo miracoloso non fu il solo della sua specie. Da più cronisti è ricordato certo Giovanni, detto, non senza ragione, de Temporibus, il quale, essendo stato a' servigi di Carlo Magno, morì circa il mezzo del secolo XII, in età di più che 350 anni. Lo stesso Carlo ebbe a dare argomento a qualche leggenda consimile. Nella Chanson de Roland dice re Marsilio a Ganellone (vv. 537-9, testo di T. Müller):
Mult me puis merveillier
De Carlemague qui est canuz et vielz,
Mien escientre, dous cenz ans ad e mielz.
Qui può essere ricordato pure quell'Artefio, che, secondo più scrittori del medio evo, visse 1025 anni, e fu tutt'uno con Apollonio Tianeo.
[453]. Fioretto di croniche degli Imperadori, Lucca, 1858, p. 30.
[454]. L. cit.
[455]. Anonimo Fiorentino, Commento alla Divina Commedia, stampato a cura di Pietro Fanfani, Bologna, 1866-74, vol. I, p. 452. V. l'Appendice, num. 9. Si sa che questo commento è originale soltanto per l'Inferno e parte del Purgatorio; nel rimanente è tutt'uno con quello di Jacopo della Lana.
[456]. Petri Allegherii super Dantis ipsius genitoris Comoediam commentarium, Firenze, 1846, p. 209.
[457]. L'Ottimo Commento della Divina Commedia, Pisa, 1827, vol. I, p. 372.
[458]. Fiammazzo, I codici friulani della Divina Commedia, Parte 2ª, Il commento più antico e la più antica versione latina dell'Inferno dal codice di Sandaniele, Udine, 1892, p. 89.
[459]. L. II, cap. 27.
[460]. Tale distinzione è anche fatta dai musulmani. Vedi Maury, La magie et l'astrologie dans l'antiquitè et au moyen-âge, 4ª ediz., Parigi, 1877, p. 196. Sanno tutti di quanta celebrità abbia goduto fra' rabbini, e goda tuttavia fra' seguaci di Maometto, Salomone, quale institutore massimo della magia divina.
[461]. Veramente non mancò nel medio evo chi il facesse cristiano.
[462]. Alcuno vi fu cui spiacque dirlo mago, e che i prodigi operati da lui ascrisse a solo saper naturale. Nel Rosajo della vita di Matteo Corsini (Firenze, 1845, pp. 15-16) si legge: « Troviamo che uno Alberto Magno, el quale fu de' Frati Predicatori, venne a tanta perfezione di senno, che per la sua grande sapienzia fe' una statua di metallo a sì fatti corsi di pianeti, e colsela sì di ragione, ch'ella favellava: e non fu per arte diabolica nè per negromanzia: però che gli grandi intelletti non si dilettano di cioè, perchè è cosa da perdere l'anima e 'l corpo; che è vietata tale arte dalla fede di Cristo. Onde uno frate chiamando frate Alberto alla sua cella, egli non essendogli, la statua rispose. Costui credendo che fosse idolo di mala ragione, la guastò. Tornando frate Alberto, gli disse molto male, e disse che trenta anni ci avea durata fatica, e: Non imparai questa scienza nell'ordine de' Frati. El frate dicea: Male ho fatto; perdonami. Come! non ne potrai fare un'altra? Rispose frate Alberto, di qui a trenta migliaia d'anni non se ne potrebbe fare un'altra per lui; però che quello pianeto ha fatto el suo corso, e non ritornerà mai più per infino a detto tempo». Questa novella, che ha riscontri assai numerosi, fu, da altri, narrata alquanto diversamente. Confrontisi con ciò che Filippo Villani (Vite di uomini illustri) narra di una statua costruita da Guido Bonatti, non arte magica, ut infamatores sui nominis voluerunt, sed astrologiae diligentia et observatione. (Boncompagni, Della vita e delle opere di Guido Bonatti, astrologo ed astronomo del secolo XIII, Roma, 1851, pp. 6-7).
[463]. El mágico prodigioso, giorn. III, in fine.
[464]. I demonografi sono pressochè concordi nel dire che il diavolo non può essere forzato, e che la sua obbedienza ai maghi è finzione ancor essa; ma la credenza popolare contraddisse in questo, come in altri punti, alla opinione dei trattatisti di professione.
[465]. Intorno alla condizione del sentimento religioso in Italia, in quel tempo, vedi il bel libro del Gebhart, L'Italie mystique. Histoire de la renaissance religieuse au moyen-âge, Parigi, 1890. Vedi pure: Briefe heiliger und gotterfürchtiger Italiener gesammelt und erläutert von Alfred von Reumont, Friburgo, i. B., 1877, Prefazione.
[466]. Cfr. intorno all'argomento Gaspary, Geschichte der italienischen Literatur, vol. I, Lipsia, 1855, pp. 355 sgg.; Mazzatinti, Un profeta umbro del secolo XIV (Tommasuccio da Foligno) nel Propugnatore, vol. XV (1882), parte 1ª.
[467]. Vedi San-Marte (A. Schulz), Die Sagen von Merlin, Halle, 1858, pp. 9 sgg., 262 sgg.; Hersart de la Villemarqué, Myrdhinn ou l'enchanteur Merlin, Parigi, 1862, pp. 291 sgg. Il celebre Battista Mantovano (1448-1516), in fine del suo poema in tre libri su Niccolò da Tolentino, parla ancora di Merlino come di un uomo singolare, generato dal diavolo e dotato di spirito profetico.
[468]. Hersart de la Willemarqué, Op. cit., pp. 343 sgg. G. Manni, in una nota apposta alla Cronaca di Buonaccorso Pitti, da lui pubblicata (Firenze, 1720, p. 93, n. 1) ricorda una Profezia di Merlino, tradotta in toscano da un certo Paulino, contenuta, secondo egli dice, in un manoscritto antico, posseduto allora dall'abate Pier Andrea Andreini.
[469]. P. 29. Il Fioretto è scrittura dei primi anni del sec. XIV.
[470]. Scriptores rerum italicarum, t. VIII, pp. 1177-8. Li riprodusse il San-Marte, Op. cit., pp. 264-5.
[471]. Pp. 176-8.
[472]. Chronicon, ap. Muratori, Scriptores, t. IX, p. 670. V. l'Appendice, num. 1.
[473]. L'Huillard-Bréholles pubblicò alcuni versi che sono, in parte, quelli stessi riportati da Salimbene, ma disposti in altro ordine. Essi trovansi adespoti nel codice onde li trasse; ma un codice di Bruxelles li attribuisce a Michele Scotto (Chronicon placentinum et chronicon de rebus in Italia gestis, Parigi, 1856, Prefazione, pp. XXI-XXII).
[474]. Rerum sicularum libri sex, l. I, cap. 2, ap. Muratori, Scriptores, t. VIII, coll. 788-9.
[475]. Cronica, l. VI, capp. 36 e 41. Avverte ancora il Villani che nemmeno in Faenza volle mai por piede Federico.
[476]. Historiae, Lione, 1527, parte III, tit. XIX, cap. 6, § 2, f. 42 r., col. 1.
[477]. Vedi in questo volume a p. 26.
[478]. Vedi Castelli, La vita e le opere di Cecco d'Ascoli, Bologna, 1892, pp. 47, 155.
[479]. Lo Inferno della Commedia di Dante Alighieri col comento di Guiniforto delli Bargigi, Marsiglia e Firenze, 1858, p. 477.
[480]. Comentum super Dantis Aldigherij Comoediam, Firenze, 1887 sgg., vol. II, p. 88.
[481]. Jacopo della Lana, l. cit,; Commento di Francesco da Buti sopra la Divina Commedia di Dante Allighieri, Pisa, 1858, vol. I. p. 533; Anonimo Fiorentino, l. cit.; Dante con l'espositioni di Cristoforo Landino et d'Alessandro Vellutello, Venezia, 1596, f. 106 v.
[482]. Lexicon, s. v. Πάσης. Di questo Pasete ebbe a parlare anche Apione Grammatico, in un suo libro De mago.
[483]. Contra Celsum, I, 68.
[484]. Plutarco, Vitae, Numa, 15; Plinio, Hist. nat., XXX, 6; Filostrato, De vita Apollonii Thyanaei, III, 27; Comparetti, Op. cit., vol. II, pp. 137-8, 146, 257-8, 300; Albertus Magnus in Geschichte und Sage, Colonia, 1880, pp. 155-9; Graesse, Sagenbuch des preussischen Staats, Glogau, 1868-71, vol. II, pp. 72-3; The famous Historie of Fryer Bacon, Early english Prose Romances, with bibliographical and historical Introductions, edited by William J. Thoms, 2ª ediz., Londra, 1858, vol. I, p. 195; Historia von Doctor Johann Fausten, in Simrock, Die deutschen Volksbücher, volume IV, p. 45; Scheible, Das Kloster, vol. V, Stoccarda, 1847, pp. 169-70; vol. XI, 1849, pp. 1130 sg.; Zambrini, Meraviglie diaboliche, Propugnatore, vol. I, 1868, pp. 238-9.
[485]. Morgante Maggiore, c. XXV, st. 220-1.
[486]. Filippo Camerario, Operae horarum subcisivarum, centuria prima, nuova edizione accresciuta, Francoforte 1644, cap. LXX. Il Goethe ebbe a giovarsi di questa novella nella scena della cantina di Auerbach.
[487]. Palermo, I manoscritti palatini di Firenze, vol. II, Firenze, 1860, p. 252.
[488]. Magnum Chronicon Belgicum, in Pistorius, Rerum germanicarum scriptores, ediz. dello Struvio, Ratisbona, 1726 sg., t. III, pp. 268-9; Trithemius, Chronicon Hirsaugiense, ad ann. 1254, ecc. Cfr. la nov. 5 della giorn. X del Decamerone.
[489]. Chiose sopra Dante, pubblicate a cura di Lord Vernon, Firenze, 1846, pp. 162-3, V. l'Appendice, num. 8.
[490]. Cronica, cap. 8, ap. Muratori, Scriptores, t. V, coll. 1076-7. Virgilio fece in Napoli anche una fontana,
La quale sempre olio si gittava,
E dal gittare mai non s'astenia.
[491]. Il Paradiso degli Alberti, edito da A. Wesselofsky, vol. II, Bologna, 1867, p. 180-217 (Sc. di cur. lett., disp. 86-7).
[492]. Nov. cit. Questa novella, che è la XX del testo borghiniano, può vedersi pure, segnata col n. XXVIII, fra le Novelle antiche dei codici Panciatichiano-Palatino 138 e Laurenziano-Gaddiano 193, edite a cura di Guido Biagi, Firenze, 1880, pp. 36-8.
[493]. Vedi, a questo riguardo, D'Ancona, Le fonti del Novellino, in Studj di critica e storia letteraria, Bologna, 1880, pp. 310-12. La novella trovasi pure fra quelle suppositizie che Gaetano Cioni mise sotto il nome di Giraldo Giraldi, e nella seconda edizione, Amsterdam (Firenze) 1819, sta a pp. 183-98. Basta darle un'occhiata per farsi certo che il Cioni conobbe il romanzo di Giovanni da Prato.
[494]. V. l'Appendice, num. 10.
[495]. Queste navi, le quali, alcuna volta, anzichè sull'acqua, correvan per l'aria, servivano ai maghi, sia per sottrarsi a particolari nemici, sia per sottrarsi alla giustizia. Spesso si vedono i maghi, sia buoni, sia malvagi, deludere i giudici, uscire miracolosamente di carcere, sgusciar di mano al carnefice; tema di racconti di cui è facile riconoscere il carattere affatto popolare. Non citerò esempii, essendovene in grandissimo numero. (Vedi Comparetti, Op. cit., vol. II, pp. 133-5, 137, 155-6, 255-6, 277-9, 292, 296, 300-1; Camerario, Op. e l. cit.). Bensì possono essere ricordate a questo proposito le navi aeree di cui si servivano i malvagi incantatori per trasportare nel paese di Magonia le messi rubate. (Cf. Des Gervasius von Tilbury, Otia imperialia in einer Auswahl, neu herausgegeben und mit Anmerkungen begleitet von Felix Liebrecht, Hannover, 1856, pp. 2-3, 62, 261). Intorno a Pietro Barliario vedi D'Ancona, Un filosofo e un mago, in Varietà storiche e letterarie, Milano, 1883-5, vol. I, pp. 15-38.
[496]. La saggia pazzia, fonte d'allegrezza, madre de' piaceri, regina de' belli humori, Pavia, 1607, l. II, pp. 53-4. Questo libro ebbe la poco meritata ventura di due traduzioni francesi. L'autore ricorda pure un altro Scotto, più moderno, del quale dicevasi che ajutato da spiriti facesse «giuochi d'importanza» e facesse «stravedere alle persone». Di quest'altro Scotto non so nulla. Di Michele si fa beffe anche il Garzoni, nella Piazza universale di tutte le professioni del mondo, disc. XL.
[497]. The Lay of the last Minstrel, note 11, 13, 14 al canto II. Non tutte le edizioni hanno queste note, e non tutte quelle che le hanno le han per intero: esse si possono vedere, tradotte, anche nel commento di Filalete (Dante Alighieri's Göttliche Comödie metrisch übertragen und mit kritischen und historischen Erläuterungen versehen von Philaletes, Lipsia, 1865-6).
[498]. Vedi Landau, La novella di messer Torello (Decam., X, 9), e le sue attinenze mitiche e leggendarie, nel Giornale storico della letteratura italiana, vol. II (1883), pp. 58-78. Pietro Barliario ascoltò in uno stesso giorno tre messe, in Roma, in San Giacomo di Compostella, in Gerusalemme; ovvero nella stessa notte, in Londra, in Parigi, in Salerno (Torraca, A proposito di Pietro Barliario, Rassegna settimanale, 19 decembre 1880). Il dottore Torralva, che nel primo quarto del secolo XVI ebbe grande riputazione di mago, compiè parecchi di questi viaggi miracolosi (Wright, Narratives of sorcery and magic, Londra, 1851, vol. II, pp. 5 sgg.).
[499]. Vedi il mio libro Il Diavolo, Milano, 1889, pp. 299 sgg.
[500]. I versi inglesi propriamente dicono:
Maister Michael Scott's man
Sought meat and gate nane.
[501]. Vedi Maury, Op. cit., p. 20, n. 2; p. 51; C. Meyer, Der Aberglaube des Mittelalters, Basilea, 1884, pp. 367-8.
[502]. Vedi Hertz, Der Werwolf, Beitrag zur Sagengeschichte, Stoccarda, 1862; Leubuscher, Ueber die Wehrwölfe und Thierwandlungen im Mittelalter, Berlino, 1850.
[503]. Dice Gervasio da Tilbury, parlando delle streghe (Otia imperialia, decis. III, c. 93): «Scimus quasdam in forma cattarum a furtivo vigilantibus de nocte visas ac vulneratas, in crastino vulnera truncationesque membrorum ostendisse». Cf. Roskoff, Geschichte des Teufels, Lipsia, 1869, vol. I, pp. 305-6.
[504]. Negli Assempri di Fra Filippo da Siena (Siena, 1864), è un capitolo (il 51) intitolato: Come le bestie e gli animali bruti guardano le feste.
[505]. Su questo tema ci sarebbe da scrivere un libro non meno istruttivo che dilettevole, ed io da gran tempo l'ho in mente. Quel tanto che se n'è scritto sinora è poco, rispetto alla vastità del tema. Cito: Maury, Essai sur les légendes pieuses du moyen-âge, Parigi, 1843; Cahier et Martin, Mélanges d'archéologie, d'histoire et de littérature sur le moyen-âge, Parigi, 1847-56; vol. II, pp. 106-228; vol. III, pp. 203-83; Kollof, Die sagenhafte und symbolische Thiergeschichte des Mittelalters, in Raumer, Historisches Taschenbuch, serie IV, vol. VII, 1867; Cahier, Nouveaux mélanges, etc., Parigi, 1874, pp. 106-64; Masci, La leggenda degli animali, Napoli, 1888; Menabrea, De l'origine, de la forme et de l'esprit des jugements rendus au moyen-âge contre les animaux, Chambéry, 1854; Agnel, Curiosités judiciaires et historiques. Procès contre les animaux, Parigi, 1858; Pertile, Gli animali in giudizio, Atti del R. Istituto Veneto, serie VI, t. IV; Harou, Procès contre les animaux, La Tradition, anni 1891-2; D'Addosio, Bestie delinquenti, Napoli, 1892.
[506]. Ap. Muratori, Scriptores, t. IX, col. 670. Vedi l'Appendice, num. 4.
[507]. Riccobaldo da Ferrara, Historia imperatorum, ap. Muratori, Scriptores, t. IX, col. 128; Annales caesenates, Murat., t. XIV, col. 1095. Per un curioso errore Giovanni da Serravalle (Translatio et comentum totius libri Dantis Aldigherii, Prato, 1891) narra che Michele predisse cotal morte a Federico II. Il Naudè (Apologie pour tous les grands personnages qui ont esté soupçonnez de magie, La Haye, 1653, p. 497), ricordato come, secondo la leggenda, Michele avesse preveduto di dover morire in una chiesa soggiunge: «comme il y estoit un jour la teste descouverte pour adorer le corps et sang de Jesus-Christ, la cordelle de la cloche que l'on sonnoit fit tomber un pierre sur sa teste qui le coursa mort au mesme lieu ou il fust enterré». Non so d'onde il Naudé togliesse questi particolari; ma dal libro del Naudé probabilmente passò nel Grand Dictionnaire universel du XIXe siècle del Larousse la notizia che Michele fu «écrasé dans une église par la chute d'une pierre».
[508]. Op. e l. cit.
Before their eyes the wizard lay,
As if he had not dead a day.
His hoary beard in silver roll'd,
He seem'd some seventy winters old;
A palmer's amice wrapp'd him round,
With a wrought Spanish baldric bound,
Like a pilgrim from beyond the sea;
His left hand held his book of might;
A silver cross was in his right;
The lamp was placed beside his knee;
High and majestic was his look,
At which the feilest fiends had shook,
And all unruffled was his face;
They trusted his soul had gotten grace.
[510]. Vedi l'Appendice, num. 11.
[511]. De Michaele Scoto, veneficii injuste damnato, Lipsia, 1739.
[512]. Fu vivissima un tempo in Italia anche la leggenda di Pietro d'Abano, di cui, tra l'altro, si narrò, come di Virgilio, che avesse preparato il bisognevole per risuscitare, ma non risuscitò, per colpa di un servitore che non seppe osservare i suoi ordini. Il Mazzuchelli fa memoria di una «celebre popolare commedia», che traeva argomento dalla vita di Pietro, e rappresentata circa il mezzo del secolo XVIII (Notizie storiche e critiche intorno alla vita di Pietro d'Abano, nella Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici del Calogerà, vol. XXIII, Venezia, 1741, p. III). La leggenda era ancor viva negli ultimi anni di quel secolo, quando Francesco Maria Colle scriveva la Storia scientifico-letteraria dello Studio di Padova (Padova, 1824, vol. II, p. 128); ma non so se tale siasi serbata anche dopo. Il Vedova (Scrittori padovani) e il Ronzoni (Della vita e delle opere di Pietro d'Abano, Atti della R. Accademia dei Lincei, serie terza, Memorie della classe di scienze morali, storiche e filologiche, vol. II, 1878, pp. 526-50) non dicon nulla di questo.