NOTE
[556]. Vedi indietro, pp. 303-4.
[557]. Arrighetto, ecc., ediz. cit., p. 6.
[558]. Quando non indico altrimenti s'intende che cito secondo la lezione del cod. Vaticano 3793, edito a cura del D'Ancona e del Comparetti, Le antiche rime volgari ecc., Bologna, 1875-88.
[559]. Nannucci, Manuale, 3ª ed., vol. I, p. 310. Non tengo conto dei dubbii sollevati intorno a Dante da Majano dal Borgognoni, perchè credo che il Novati sia riuscito a dissiparli.
[560]. Casini, Le rime dei poeti bolognesi del secolo XIII, Bologna, 1881 (Sc. di cur. lett., disp. CLXXXV), p 167.
[561]. Nannucci, Manuale, vol. I, p. 150.
[562]. Trucchi, Poesie italiane inedite di dugento autori, Prato, 1846-7, vol. II, p. 358.
[563]. Liriche edite ed inedite di Fazio degli Uberti per cura di R. Renier, Firenze, 1883, p. 233.
[564]. Trucchi, Op. cit., vol. II, p. 29.
[565]. Id., vol. II, p. 134.
[566]. Santeschi, Poesie minori del secolo XIV, Bologna, 1867 (Sc. di cur. lett., disp. LXXVII), p. 46.
[567]. Carducci, Cantilene e ballate, strambotti e madrigali nei secoli XIII e XIV, ecc., Pisa, 1871, pp. 107, 108.
[568]. È la canzonetta che séguita alla nov. 2ª della giorn. VII.
[569]. Le rime di Guittone d'Arezzo, ed. Valeriani, Firenze, 1828, vol. II, p. 86.
[570]. Navone, Le rime di Folgore da San Gemignano e di Cene da la Chitarra, Bologna, 1880 (Sc. di cur. lett., disp. CLXXII), p. 3. Nel verso che immediatamente precede ai riportati si troverebbe ricordato il re Dano, padre di Lancilotto, secondo il testo di altre edizioni; secondo il testo di quella del Navone è ricordato il re Priano, cioè Priamo.
[571]. Propugnatore, vol. XV, parte 2ª, p. 339.
[572]. Valeriani, Poeti del primo secolo, Firenze, 1816, vol. II, p. 434.
[573]. Casini, Le rime ecc., p. 125.
[574]. Liriche, ediz. cit., p. 193.
[575]. Liriche, ediz. cit., pp. 159-60. Cfr. p. CCXC.
[576]. Lib. IV, cap. 24, ed. dell'Antonelli, Venezia, 1835. V. anche l. II, cap. 15.
[577]. Sopra un caso particolare credo opportuno di richiamar qui l'attenzione del lettore. L'edizione milanese del 1826, e la veneziana testè citata, e l'altra veneziana dell'Andreola (Parnaso italiano, voll. IX-XI, 1820) leggono a questo modo (non curando alcune differenze di niun rilievo) la terzina 34 del cap. 22, l. IV:
Intanto ivi udii contar allora
D'un'ellera che dello avello uscia
Là dove il corpo di Tristan dimora.
Quell'Intanto ivi è certamente un errore, nato dal non sapere intendere ciò che il testo recava veramente. Nella edizione del 1501 il primo verso del terzetto si legge così:
Intintoil udi contare alhora.
Similmente nel Cod. N. I, 5 della Nazionale di Torino (altre edizioni e codici non posso ora consultare):
Intintoil udi contar allora,
e senza dubbio si vuole scrivere:
In Tintagoil udii contar allora;
oppure, senza mutar nulla:
In Tintoil udii contar allora.
Tintaguel, Tintagel, Tintajoil in francese (v. Francisque Michel, Tristan, Recueil de ce qui reste des poëmes relatifs à ses aventures, Londra, 1835, vol. I, pp. 15, 44, ecc.), Tintagoil in provenzale, Tintajoele in tedesco (Gottfried von Strasbourg, Tristan und Isolde, Breslavia, 1823, v. 476 ecc.), era il nome della residenza del re Marc, dove appunto sorgevano le tombe dei due amanti. Nel Roman de Brut è il castello in cui è rinchiusa Igierna, madre di Artù. Nel Roman de Flamenca, edito da P. Meyer, Parigi, 1865, si ricorda, vv. 591-2, un lais de Tintagoil:
L'uns viola [l] lais del Cabrefoil
E l'autre cel de Tintagoil.
È questo un altro saggio delle infinite correzioni che il testo del Dittamondo richiede. Non voglio lasciare l'argomento senza recare una curiosa nota che Guglielmo Capello appose qui per l'appunto, e che dice così: «Questa parte di questo capitolo, signor mio marchese, non chioso, pero che de queste historie francesi sono ignorante quasi, e pochi libri francesi ho veduti non che lecti. E per lo simile in la. 2ª. cantica supra, ove fa mentione di vterpendragon, lasciai a chiosare; et anchora perchè voi, signore, site copioso e docto delle dicte historie, porite intendere e chiosare a uostro modo». Il Capello compose il suo commento ad instanza di un marchese di Ferrara, che non so propriamente quale si fosse. (Vedi per quanto concerne il Capello e il codice di Torino, Renier, Op. cit., p. cli n). La nota di lui può servire d'illustrazione all'inventario dei codici francesi posseduti dagli Estensi nel sec. XV, pubblicato dal Rajna nella Romania, vol. II.
[578]. Liriche, ediz. cit., p. 121.
[579]. Mussafia, Monumenti antichi di dialetti italiani, in Sitzungsberichte der k. Akademie der Wissenschaften, philos.-hist. Cl., vol. XVI, Vienna, 1864, p. 162.
[580]. De Babilonia civitate infernali, ap. Mussafia, Op. cit., p. 158; Tobler, Das Buch des Uguçon da Laodho, verso 197, Abhandl. d. k. Preuss. Akad. d. Wiss. zu Berlin, philos.-hist. Cl., 1884; La passione e Risurrezione, poemetto veronese del secolo XIII, pubblicato integralmente per la prima volta da L. Biadene in Studj di filologia romanza, fasc. 2º. 1884, p. 243.
[581]. Mussafia, Op. cit., pp. 194-5.
[582]. Archivio glottologico italiano, vol. II, p. 231.
[583]. Der welhische Gast, pubblicato dal Rueckert, Quedlimburgo e Lipsia, 1852. Intorno ai poema vedi più particolarmente Gervinus, Geschichte der deutschen Dichtung, 5ª ed., vol. II, pp. 9 sgg.
[584]. Vv. 77-8, 1033, 1041 sgg., 3535, 3539, 6325 sgg.
[585]. Vv. 1041-78.
[586]. Verso 1033. Certamente la Enide de' cui casi fece un poema Cristiano da Troyes, il quale dice di sè stesso nel primo verso del Cligés (pubblicato per la prima volta da W. Foerster, Christian von Troyes sämtliche Werke; vol. I, Halle, 1884):
Cil qui fist d'Erec et d'Enide.
Un'altra Enide (Inida) si ha nell'Ugone d'Alvernia, ma il perduto originale di questo romanzo fu, senza dubbio, di molto posteriore a Tommasino.
[587]. Probabilmente non la Galiana presunta moglie di Carlo Magno, la quale non dà troppo buon esempio di sè nel Garin de Monglane, ma l'altra, che figura nel Roman de Fregus et Galienne, o Roman du Chevalier au bel escu, di Guillaume clerc de Normandie. Vedi un'analisi di questo poema in De la Rue, Op. cit., t. III, p. 13-7.
[588]. Soredamors, sorella di Gauvain nel Cligés cit., v. 445 ecc. Come si vede, in fatto di educazione femminile, Tommasino aveva criterii molto più larghi e più liberali che non Francesco da Barberino, il quale nel libro suo Del reggimento e costumi di donna, così dice della fanciulla, la quale abbia già passata l'età del maritaggio (e a maggior ragione si deve intendere di ogni altra):
Fugga d'udir[e] tutti libri e novelle,
Canzoni, ed anchor trattati d'amore:
Ch'el gli è agievole a vincier la torre,
C'a dentro dassè l[o] nimico mortale.
Onde colei che el nimico cacciar
Non può dassè, almen[o] nolgli de' dare
Tal nodrimento che 'l faccia ingrassare.
Parte III, ed. di C. Baudi di Vesme (Collezione di opere inedite e rare), Bologna, 1875, p. 83.
[589]. Vv. 1131-4:
sint die âventiur niht wâr,
si bezeichent doch vil gar
waz ein ieglîch man tuon sol
der nach vrümkeit wil leben wol.
[590]. Vv. 1173-5:
alsô ich hân hie vor geseit
an mîm buoch von der hüffcheit
daz ich welhschen hân gemacht.
Due libri dice Tommasino di aver composto prima del Wälsche Gast, l'uno Della Cortesia, già citato, l'altro Della Falsità. In che lingua erano composti questi due libri? Dice il Rückert nella Prefazione al poema, p. IX: «Merkwürdig ist es, dass er, der sich ausdrücklich auch als Dichter in wälscher Sprache, d. h. in nordfranzösischer, aufführt, doch keine grösseren Einwirkungen der Formengesetze einer fremden Verskunst zeigt, als sie überhaupt die ganze damalige deutsche Poesie in den hörischen Reimpaaren aufweist». Ma che ragion c'è di credere che quei libri fossero scritti in francese? Tommasino usa welhsch sempre in significato d'italiano e non di francese. Egli si chiama da sè stesso welhsche gast, cioè ospite italiano; egli dice (vv. 34-6) di non voler mescolare parole della sua lingua (welhische worte) nella lingua del suo poema. Quei libri erano certamente scritti in italiano, e però sarebbero tra i più antichi monumenti della nostra letteratura volgare. Del libro Della Cortesia non s'è potuto sin qui trovar traccia; ma potrebbero forse avere qualche parziale attinenza con esso la poesia di Bonvesin da Riva, De quinquaginta curialitatibus ad mensam, e l'anonima di affine argomento pubblicata dal Bartsch, Rivista di filologia romanza, v. II, p. 43. Quanto all'altro, il Grion credette potessero esserne frammento alcuni versi volgari pubblicati dal Mussafia, Analecta aus der Marcusbibliothek, Jahrbuch für romanische und englische Litteratur, v. VIII (1867), p. 211 (Grion, Frîdanc, in Zeitschrift für deutsche Philologie, v. II (1870), p. 432). Questa congettura, o, piuttosto, questo semplice dubbio, parve del tutto infondato al Bartsch (August Koberstein's Grundriss der Geschichte der deutschen Nationalliteratur, fünfte umgearbeitete Auflage von Karl Bartsch, Lipsia, 1872-4, v. I, p. 245, n. 5). Il prezioso codice Saibante, d'onde lo Zeno trasse quei versi pubblicati dal Mussafia, si credette lungo tempo perduto; ma, com'è noto, esso riapparve, non ha molto, fra i manoscritti della collezione Hamilton, e trovasi ora a Berlino. Il prof. Tobler ha già pubblicato di su quel codice una versione veneta dei Disticha Catonis, il libro di Uguccione da Lodi già citato, il libro di Girardo Pateg, e certi Proverbia que dicuntur super natura feminarum, ove quei versi per lo appunto ricorrono. L'autore di questi Proverbia rimane ignoto per ora: esso non fu certamente Tommasino de' Cerchiari (Zeitschrift für romanische Philologie, vol. IX (1885), p. 288).
[591]. Vv. 1135-7.
[592]. Nota il Foerster nella Introduzione al Cligés cit. p. XXV, che le allusioni che nel Wälsche Gast si trovano fatte a questo romanzo, riferisconsi al poema francese, essendo posteriori di tempo i rifacimenti tedeschi.
[593]. Vedi intorno ad esso Tiraboschi, Storia della lett. ital., ed. dei Classici, t. V, pp. 877 sgg. Il Vedova, nella sua Biografia degli Scrittori Padovani, non ne registra nemmeno il nome.
[594]. Bandini, Catalogus codicum latinorum etc., t. II, col. 19.
[595]. St. 287-8, 294.
[596]. Ap. Struvio, Scriptores, t. II, parte 2ª pp. 357 sgg.; Muratori, Scriptores, t. VII, coll. 469 sgg.
[597]. Vedi Pertz, Scriptores, t. XXIII, p. 669.
[598]. Gotfrid von Viterbo. Beitrag zur Historiographie des Mittelalters, Gottinga, 1863, pp. 73-5.
[599]. Deutschlands Geschichtsquellen im Mittelalter, 4ª ed., Berlino, 1877-8, vol. II, p. 228.
[600]. Ap. Pertz, Scriptores, t. XXII, p. 8. Circa una Historia Britannica, pretesa intermediaria, secondo il De la Borderie (L'Historia Britonum attribué à Nennius etc., Parigi, 1883) fra la Historia Britonum di Nennio e l'Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, v. G. Paris, in Romania, vol. XII, p. 371-5.
[601]. Nella prefazione al Carmen de gestis Friderici I, da lui edito, Innsbruck, 1853.
[602]. Op. cit., vol II, p. 223.
[603]. Op. cit., pp. 4 sgg.