CAPITOLO QUINTO.
SOMMARIO.
I. I Whig fuorusciti nel Continente.—II. Loro corrispondenti in Inghilterra.—III. Carattere dei principali fuorusciti; Ayloffe.—IV. Wade; Goodenough.—V. Rumbold.—VI. Lord Grey.—VII. Monmouth.—VIII. Ferguson.—IX. Fuorusciti scozzesi; il Conte d’Argyle.—X. Sir Patrizio Hume.—XI. Sir Giovanni Cochrane; Fletcher di Saltoun.—XII. Condotta irragionevole de’ fuorusciti scozzesi.—XIII. Apparecchi per un tentativo contro l’Inghilterra e la Scozia.—XIV. Giovanni Locke.—XV. Apparecchi fatti dal Governo a difendere la Scozia.—XVI. Colloquio di Giacomo con gli ambasciatori olandesi; sforzi inefficaci del Principe d’Orange e degli Stati Generali per impedire Argyle d’imbarcarsi.—XVII. Argyle si parte dall’Olanda.—XVIII. Sbarca in Iscozia.—XIX. Contende coi suoi seguaci.—XX. Disposizione del popolo scozzese.—XXI. Le forze d’Argyle vengono disperse, ed egli è fatto prigioniero.—XXII È decapitato.—XXIII. Decapitazione di Rumbold.—XXIV. Morte di Ayloffe.—XXV. Devastazione della contea d’Argyle; sforzi inefficaci a impedire che Monmouth partisse dall’Olanda.—XXVI. Suo arrivo a Lyme.—XXVII. Suo Proclama.—XXVIII. Sua popolarità nelle contrade occidentali dell’Inghilterra.—XXIX. Scontro tra i ribelli e le milizie civiche in Bridport.—XXX. Scontro tra i ribelli e le milizie civiche in Axminster.—XXXI. Le nuove della ribellione giungono a Londra.—XXXII. Lealtà del Parlamento.—XXXIII. Accoglienza fatta a Monmouth in Taunton—XXXIV. Egli prende il titolo di Re.—XXXV. Accoglienza fattagli in Bridgewater.—XXXVI. Apparecchi del Governo per opporglisi.—XXXVII. Disegno di Monmouth rispetto a Bristol.—XXXVIII. Lo abbandona.—XXXIX. Scaramuccia seguita in Philip’s Norton.—XL. Monmouth è scuorato.—XLI. Ritorna a Bridgewater.—XLII. L’esercito regio pone il campo presso Sedgemoor.—XLIII Battaglia di Sedgemoor.—XLIV. I ribelli vengono inseguiti.—XLV. Esecuzioni militari; fuga di Monmouth.—XLVI. È preso.—XLVII. Scrive una lettera al Re.—XLVIII. E condotto a Londra.—XLIX. Suo incontro col Re—L. Sua decapitazione.—LI. La memoria di lui è cara al popolo basso.—LII. Crudeltà de’ soldati nelle contrade occidentali; Kirke.—LIII Jeffreys si reca nelle contrade occidentali.—LIV. Processo di Alice Lisle.—LV. Il tribunale di sangue.—LVI. Abramo Holmes.—LVII. Cristoforo Battiscombe.—LVIII. Gli Hewling.—LIX. Punizione di Tutchin.—LX. I ribelli sono deportati.—LXI. Confische ed estorsioni.—LXII. Rapacità della Regina e delle sue dame.—LXIII. Caso di Grey.—LXIV. Casi di Cochrane, di Storey, di Wade, di Goodenogh e di Ferguson.—LXV. Jeffreys è creato Lord Cancelliere. Processo ed esecuzione giudiciale di Cornish.—LXVI. Processi ed esecuzioni di Fernley e d’Elisabetta Gaunt.—LXVII. Processo ed esecuzione di Bateman.—LXVIII. Crudele persecuzione contro i Protestanti Dissenzienti.
I. Verso la fine del regno di Carlo II, alcuni Whig che erano stati profondamente implicati nella congiura cotanto fatale al loro partito, e sapevano come fossero fatti segno all’ira implacabile del Governo, avevano cercato asilo nei Paesi Bassi.
Cotesti fuorusciti erano generalmente uomini d’indole ardente e di debole giudizio. Stavano anche sotto la influenza di quella illusione che sembra appartenere segnatamente alla condizione di esule. Un uomo politico, cacciato in bando da una fazione avversa, comunemente guarda traverso ad un falso strumento la società ch’egli ha lasciata. I desiderii, le speranze, i rancori suoi gli fanno apparire ogni cosa scolorata e scontorta. Ei pensa che ogni lieve malcontento debba produrre una rivoluzione. Ogni baruffa gli sembra una ribellione. Non intende come la patria non lo pianga nel modo medesimo ch’egli la piange. Immagina che tutti i suoi vecchi colleghi, i quali godono tuttavia i domestici comodi e le agiatezze loro, siano tormentati dai medesimi sentimenti che gli rendono grave la vita. Come la espatriazione diventa più lunga, i suoi vaneggiamenti si accrescono. Il correre del tempo, che tempera lo ardore degli amici da lui lasciati indietro, gli accresce la fiamma nel cuore. Ciascun giorno che passa gli rende maggiore la impazienza ch’ei sente di rivedere la terra natia, e ciascun giorno la sua terra natia lo rimembra e lo compiange meno. Tale illusione diventa quasi una insania, ogni qual volta molti esuli che soffrono per la medesima causa, si trovano insieme in terra straniera. La precipua delle loro faccende è quella di ragionare intorno a ciò che essi erano un tempo, e a ciò che potrebbero essere in futuro; di incitarsi a vicenda contro il comune nemico; di pascersi con frenetiche speranze di vittoria e di vendetta. Così essi diventano maturi per certe intraprese, che a prima vista verrebbero giudicate disperate da chiunque non sia stato dalla passione privato del senso di calcolare le probabilità di prospero successo.
II. In tali condizioni erano molti de’ fuorusciti che s’erano insieme ridotti nel continente. Il carteggio che tenevano coll’Inghilterra, era per la più parte tale, da eccitare gli animi loro, e da farli farneticare. Le idee che avevano rispetto alla disposizione dell’opinione pubblica, venivano loro precipuamente dai peggiori uomini del partito Whig; uomini che erano cospiratori e libellisti per mestiere, perseguiti dagli ufficiali della giustizia, forzati ad andar svicolando travestiti per i chiassuoli della città, e talvolta a starsi nascosti per intere settimane nelle soffitte o nelle cantine. Gli uomini di Stato che erano stati l’ornamento del partito patriottico, che avevano poscia governati i Consigli della Convenzione, avrebbero porto ammonimenti assai diversi da quelli, che davano uomini come Giovanni Wildman ed Enrico Danvers.
Wildman aveva servito quaranta anni innanzi nell’esercito parlamentare; ma s’era meglio fatto notare come agitatore che come soldato, ed aveva ben presto abbandonato il mestiere delle armi per un altro più adatto all’indole sua. L’odio ch’egli sentiva per la monarchia, lo aveva implicato in una lunga serie di congiure, prima contro il Protettore e poi contro gli Stuardi. Ma al fanatismo congiungeva grandissima sollecitudine per la propria sicurezza. Aveva l’arte maravigliosa di rasentare l’abisso del tradimento, senza precipitarvisi. Niuno intendeva meglio il modo d’incitare altrui alle disperate intraprese con parole, le quali, ripetute dinanzi ai giurati, potessero parere innocenti, o, alla peggio, ambigue. Tanta era la sua astuzia, che quantunque ei perpetuamente congiurasse, e fosse conosciuto ch’ei stesse congiurando; e quantunque un governo vendicativo gli avesse lungamente tenuto gli occhi addosso; ei schivò ogni pericolo, e morì nel proprio letto, dopo d’avere veduto, pel corso di due generazioni, i suoi compiici finire sulle forche.[326] Danvers era un uomo della medesima genia, caldo di cervello e vile di cuore, sempre spinto dallo entusiasmo sull’orlo del pericolo, e sempre dalla codardia fermato su quell’orlo. Esercitava non poca influenza sopra sopra una parte de’ Battisti, aveva scritto molto in difesa delle loro peculiari opinioni; e studiandosi di palliare i delitti di Mattia e di Giovanni di Leida, erasi attirata sul capo la severa censura dei più rispettabili Puritani. Forse, s’egli avesse avuto un po’ di coragggio, avrebbe calcate le orme degli sciagurati ch’ei difendeva. In quel tempo, viveva nascosto per sottrarsi alla caccia che gli davano gli ufficiali della giustizia; imperciocchè il Governo, avendolo scoperto autore d’uno scritto pieno di gravissime calunnie, aveva dato ordini per arrestarlo.[327]
III. È facile immaginare quale specie di notizie e di consigli, uomini come questi che abbiamo descritti, potessero mandare ai fuorusciti nelle Fiandre. Pochi esempi serviranno a darci idea del carattere di quei fuorusciti.
Uno de’ più cospicui fra loro, era Giovanni Ayloffe, legale, congiunto d’affinità con gli Hyde, e per mezzo loro con Giacomo. Ayloffe si era ben per tempo reso notevole per un capriccioso insulto fatto al Governo. Allorquando la prevalenza della corte di Versailles aveva destata universale inquietudine, egli erasi rischiato a porre nel seggio presidenziale della Camera de’ Comuni una scarpa di legno, che presso gl’Inglesi era simbolo della tirannia francese. Erasi poscia implicato nella congiura de’ Whig; ma non abbiamo ragione di credere ch’egli fosse partecipe del disegno di assassinare i due reali fratelli. Era uomo fornito di doti e di coraggio; ma il suo carattere morale non era commendevole. I teologi puritani bisbigliavano ch’egli fosse uno spensierato Gallione,[328] o qualche cosa di peggio; e che qualunque si fosse lo zelo ch’ei professava per la libertà civile, i Santocchi avrebbero fatto bene ad evitare ogni relazione con lui.[329]
IV. Nataniele Wade, era, al pari d’Ayloffe, legale. Aveva abitato lungo tempo in Bristol, e nel circostante paese erasi acquistata rinomanza di repubblicano. Un tempo aveva concepito il disegno di emigrare a New Jersey, dove sperava trovare istituzioni, meglio che quelle d’Inghilterra, accomodate alle sue voglie. La sua operosità nel condurre le elezioni lo aveva reso noto ad alcuni nobili Whig, i quali se n’erano giovati nello esercizio della sua professione, e lo avevano in fine ammesso ai loro più secreti consigli. S’era molto immischiato nel piano della insurrezione, togliendosi l’incarico di sommuovere e capitanare il popolo della propria città. Era stato anche nel segreto delle più odiose congiure contro la vita di Carlo e di Giacomo. Ma dichiarò sempre, che quantunque fosse a parte del secreto, lo aveva abborrito, tentando perfino di dissuadere i suoi colleghi dal mandare ad esecuzione il loro disegno. E’ sembra che Wade, come uomo educato alle occupazioni civili, possedesse in modo non ordinario quella specie di destrezza e di vigore che fanno un buon soldato. Per isventura, i suoi principii e il suo coraggio dettero prova di non essere di forza bastevole a sostenerlo, quando, finito il conflitto, egli nel fondo d’un carcere non aveva altra scelta che la morte o la infamia.[330]
Un altro de’ fuorusciti aveva nome Riccardo Goodenough, che primamente era stato Sotto-Sceriffo di Londra. In lui il suo partito aveva lungo tempo confidato per disonesti servigi, e in ispecie per la scelta de’ giurati che ne’ processi politici non patissero scrupoli. Erasi molto intromesso nelle parti più nere ed atroci della congiura de’ Whig, che erano state con sommo studio nascoste agli uomini più rispettabili di quel partito. Nè, ad attenuargli la colpa, è possibile allegare che ei fosse traviato dallo zelo del bene pubblico; poichè si vedrà in progresso, come, dopo d’avere coi propri delitti infamata una nobile causa, la tradì, onde sottrarsi alla ben meritata pena.[331]
V. Uomo di differentissimo carattere era Riccardo Rumbold. Era stato commissario nello stesso reggimento di Cromwell; era stato posto a guardia del palco dinanzi alla Sala del Banchetto, nel dì della decapitazione del Re; aveva combattuto a Dunbar e a Worcester, e sempre mostrato in altissimo grado le qualità che predistinguevano l’invincibile esercito nel quale egli serviva; vero coraggio, ardente entusiasmo sì nelle cose politiche che nelle religiose, e insieme tutta la padronanza di so, che caratterizza gli uomini che la buona disciplina de’ campi educò a comandare e obbedire. Allorquando le truppe repubblicane furono disciolte, Rumbold divenne birrajo, ed esercitava il proprio traffico presso Hoddeston, in quel fabbricato da cui la congiura di Rye House deriva il nome. Era stato proposto, comecchè non affatto deliberato, ne’ colloqui de’ più avventati e scoscienziati malcontenti, di appostare in Rye House uomini armati, onde aggredire le guardie che dovevano scortare Carlo e Giacomo da Newmarket a Londra. In tali colloqui, Rumbold aveva sostenuta una parte, dalla quale egli avrebbe rifuggito con orrore, se il suo chiaro intendimento non fosse stato ottenebrato, e il suo robusto cuore corrotto dallo spirito di parte.[332]
VI. Assai superiore per posizione a tutti cotesti esuli de’ quali abbiamo finora favellato, era Ford Grey, Lord Grey di Wark. Era stato Esclusionista zelante, aveva cooperato al disegno d’una insurrezione, ed era stato rinchiuso nella Torre; ma gli era venuto fatto, ubbriacando i suoi custodi, di fuggire nel continente. Aveva egregie qualità di mente e modi piacevoli; ma la sua vita era stata macchiata da un delitto di famiglia. La sua moglie apparteneva alla nobile casa di Berkeley. Lady Enrichetta Berkeley, sorella di lei, aveva con Lord Grey la familiarità propria d’un fratello e d’una sorella. Ne nacque una fatale relazione. Lo spirito elevato e le vigorose passioni di Lady Enrichetta ruppero ogni freno di virtù e decoro. La fuga scandalosa de’ due amanti palesò a tutto il reame la vergogna di due illustri famiglie. A Grey e ad alcuni altri, che gli erano stati mezzani in amore, fu intentato un processo come rei di congiura. Nella Corte del Banco del Re seguì una scena che non ha pari nella storia d’Inghilterra. Il seduttore, con intrepido aspetto, comparve accompagnato dalla sua druda. Nè anche in quell’estremo caso, i grandi Lordi Whig si scostarono dal fianco di lui. Coloro ch’erano stati da lui offesi, gli stavano di contro, ed appena lo videro, trascorsero ad eccessi di rabbia. Il vecchio Conte di Berkeley coprì di rimproveri e maledizioni la sciagurata Enrichetta. La Contessa fece il suo deposto, interrotta da frequenti singhiozzi, ed infine si svenne. I giurati profferirono la sentenza di reità. Alzatisi i giudici, Lord Berkeley invocò lo aiuto di tutti i suoi amici per impossessarsi della propria figliuola. I partigiani di Grey le si strinsero attorno. Da ambe le parti snudaronsi i ferri; successe una zuffa in Westminster Hall; e non senza molta difficoltà, ai giudici e agli uscieri riuscì di partire i combattenti. Nei tempi nostri un simile processo tornerebbe fatale ad un uomo pubblico; ma in quel secolo, la idea della moralità fra’ grandi era sì bassa, e lo spirito diparte così violento, che Grey seguitò ad esercitare considerevole influenza, ancorchè i Puritani, che erano una classe assai forte del partito Whig, lo trattassero con alquanta freddezza.[333]
Una parte del carattere, o per meglio dire, della fortuna di Grey, è degna d’essere notata. Ammettevasi che dovunque, tranne in campo di battaglia, egli mostrasse grandissimo coraggio. Più d’una volta, in circostanze impacciose, dove ne andava la vita e la libertà sua, il contegno dignitoso, e la perfetta signoria ch’egli mostrò delle proprie facoltà, gli erano argomento di lode anche presso coloro che non gli portavano nè amore nè stima. Ma come soldato, egli incorse, meno forse per proprio difetto che per mala ventura, il degradante addebito di codardia.
VII. In ciò egli differiva grandemente dal Duca di Monmouth, suo amico. Monmouth, ardente e intrepido in campo di battaglia, mostravasi altrove effeminato ed irresoluto. Lo illustre nascimento, il coraggio, e le frivole grazie ond’egli era adorno, lo avevano locato in un posto, pel quale egli era assolutamente inadatto. Dopo d’avere veduta la rovina d’un partito, del quale egli era capo di nome, erasi ritirato in Olanda. Il principe e la principessa d’Orange, dopo ciò, non lo consideravano più come rivale. Gli facevano ospitale accoglienza, sperando che col trattarlo cortesemente si sarebbero acquistato un diritto alla gratitudine del padre di lui. Sapevano come lo affetto paterno non fosse estinto, come lettere e sussidii pecuniarii continuassero tuttavia a venire da Whitehall al ritiro di Monmouth, e come Carlo guardasse in cagnesco coloro che studiavansi di corteggiarlo sparlando dell’esule figliuolo. Al Duca era stata data speranza, che dopo breve tempo, non porgendo cagione di dispiacere, sarebbe stato richiamato alla patria, e rimesso in tutti i suoi alti onori e comandi. Infiammato da tali espettazioni, era stato, per così dire, l’anima dell’Aja per tutto lo inverno precedente. In una serie di feste da ballo nelle magnifiche sale del Palazzo d’Orange, che da ogni lato risplende coi più vivi colori di Jordaens e di Hondthorst, egli era stato la più cospicua figura.[334] Aveva fatta conoscere alle dame d’Olanda la country-dance inglese; le quali, in ricambio, gli avevano insegnato a patinare sopra i canali. La principessa lo aveva accompagnato nelle sue spedizioni sul ghiaccio; e la figura che ella vi faceva equilibrata sopra una gamba, e coperta di sottane più corte di quelle usate generalmente dalle dame che tengono rigoroso decoro, era stata cagione di meraviglia e diletto ai ministri stranieri. L’austera gravità che serbavasi sempre nella corte dello Statoldero, sembrava essere sparita di faccia alla influenza del giovane inglese, che ammaliava chiunque. Anche il grave e pensieroso Guglielmo, come il suo ospite appariva nelle sue stanze, si abbandonava al buon umore.[335]
Monmouth, frattanto, studiosamente evitava ciò che avrebbe potuto offendere coloro dai quali sperava protezione. Vedeva poco i Whig in generale, e punto quegli uomini violenti ch’erano stati implicati nella parte peggiore della congiura Whig. E però i suoi antichi colleghi altamente lo accusavano di volubilità e d’ingratitudine.[336]
VIII. Ma nessuno degli esuli lo accusava con più veemenza ed acrimonia, di quel che facesse Roberto Ferguson, il Giuda della celebre satira di Dryden. Ferguson era oriundo Scozzese, ma aveva lungamente abitato in Inghilterra. A tempo della Restaurazione aveva occupato un beneficio in Kent. Era stato educato al Presbiterianismo; ma cacciato via dai Presbiteriani, era divenuto Indipendente. Era stato maestro in un’accademia eretta dai Dissenzienti in Islington, come rivale della scuola di Westminster e di Charter House; ed aveva predicato innanzi a numerose congreghe in Moorfields. Aveva parimente pubblicato alcuni trattati teologici, che oggimai dormono nei polverosi scaffali di qualche vecchia biblioteca: benchè avesse sempre sulle labbra testi delle Scritture, coloro che ebbero con lui faccende pecuniarie, presto si accorsero ch’egli era un pretto scroccone.
Finalmente, posta da canto la teologia, si dette a trafficare di politica. Apparteneva a quella classe di gente, che fanno l’ufficio di rendere ai partiti esasperati que’ servigi, dai quali gli onesti rifuggono per disgusto, e i prudenti per paura; voglio dire alla classe de’ fanatici bricconi. Violento, maligno, spregiatore del vero, insensibile alla vergogna, insaziabile di rinomanza, godente negl’intrighi, nei tumulti, ne’ danni per voluttà di far male, si affaccendò per molti anni nelle più luride sorgenti delle fazioni. Passava la vita fra i calunniatori e i falsi testimoni. Gli era stata affidata una cassa segreta, con la quale pagava certi agenti sì vili, da non essere riconosciuti dagli onesti del partito; ed era direttore d’una tipografia clandestina, che giornalmente pubblicava fogli anonimi. Gloriavasi di avere trovato il modo di sparger satire attorno la terrazza di Windsor, e perfino di porle sotto il guanciale del Re. Così traeva la vita fra mille astuzie, assumeva mille nomi, e ad un tempo aveva quattro diverse abitazioni in diversi quartieri di Londra. S’era profondamente ravvolto nella congiura di Rye House; e v’è ragione di credere ch’egli fosse il primo autore di que’ sanguinarii disegni che screditarono cotanto il partito Whig. Scoperta la congiura, e scoraggiati i congiurati, disse loro addio con un sorriso, aggiungendo ch’essi erano novizi, ch’egli era assuefatto a combattere, a celarsi, a trasfigurirsi, e che non avrebbe mai cessato di congiurare fino allo estremo momento di sua vita. Fuggì al Continente; ma pare che anche quivi non si tenesse sicuro. I ministri inglesi alle corti straniere avevano ordine d’invigilarlo. Il Governo francese offerse una rimunerazione di cinquecento zecchini a chiunque lo avesse arrestato. Nè gli era agevole sottrarsi agli sguardi altrui; perocchè il largo accento scozzese, la lunga e magra persona, le guance infossate, il lampo degli occhi pungenti ai quali faceva ombra la parrucca, le guance chiazzate di sangue, le spalle sformatamente ricurve, e il portamento distinto da quello degli altri per un andare impacciato affatto suo, lo rendevano segno agli altrui sguardi in qualsivoglia luogo si fosse mostrato. Ma quantunque ei fosse, come sembra, perseguito con animosità particolare, corse voce che ciò fosse una finzione, e che gli ufficiali della giustizia avessero ordini di chiudere gli occhi. Ch’egli fosse un acre malcontento, non potrebbe dubitarsi. Ma v’è forte ragione di credere che avesse provveduto alla propria sicurtà facendosi in Whitehall passare per ispia de’ Whig, e informando tanto il Governo quanto bastava a mantenere il suo credito. Questa ipotesi spiega in modo semplice ciò che a’ suoi colleghi sembrava in lui straordinaria noncuranza e audacia. Trovandosi fuor di pericolo, egli sempre consigliava i mezzi più pericolosi e violenti, e irrideva con somma soddisfazione la pusillanimità di coloro i quali, non essendosi muniti delle infami cautele sopra cui egli riposava, inchinavano a riflettere due volte innanzi che ponessero a repentaglio la propria vita, e le cose più care della vita stessa.[337]
Appena giunto ai Paesi Bassi, cominciò a immaginare nuovi disegni contro il Governo Inglese, e trovò fra i suoi compagni d’esilio uomini pronti ad ascoltare i suoi perfidi consigli. Monmouth, nondimeno, si tenne ostinatamente da parte; e senza lo aiuto della immensa popolarità di Monmouth, era impossibile tentare cosa alcuna. Nulladimeno, tale era la impazienza e temerità degli esuli, che provaronsi a trovare un altro capo. Mandarono una imbasciata a quel solitario ritiro sulle sponde del lago Leman, dove Edmondo Ludlow, un dì predistinto fra i capi dell’armata parlamentare e fra’ membri dell’Alta Corte di Giustizia, viveva da molti anni nascosto alla vendetta degli Stuardi risaliti sul trono. L’austero vecchio regicida, nondimeno, rifiutò di abbandonare il proprio eremo, dicendo la sua opera essere finita: se l’Inghilterra poteva ancora salvarsi, ciò spettare ad uomini più giovani di lui.[338]
L’inattesa morte di Carlo cangiò onninamente lo aspetto delle cose. Ogni speranza che i Whig proscritti avevano vagheggiata di ritornare pacificamente alla terra natia, si spense con la vita di un principe spensierato e d’indole buona, e con l’ascensione al trono d’un principe ostinato in ogni cosa, e in ispecie nella vendetta. Ferguson trovossi nel suo proprio elemento. Privo d’ingegno e come scrittore e come uomo di stato, possedeva in altissimo grado le qualità non invidiabili di tentatore; ed ora, con la malefica operosità d’uno spirito perverso, correva da fuoruscito a fuoruscito, sussurrava negli orecchi di ciascuno, e suscitava in ogni cuore odio feroce e stemperati desiderii.
Non disperò più di poter sedurre Monmouth. Le condizioni di quello sventurato giovane erano affatto cangiate. Mentre egli stavasi a danzare e patinare all’Aja, aspettando tutti i dì essere richiamato a Londra, rimase oppresso dal cordoglio alla nuova della morte del padre, e della assunzione dello zio al trono. La notte che seguì all’arrivo dell’infausta notizia, coloro che alloggiavano accanto a lui, poterono distintamente udirne i singhiozzi e le laceranti strida. Il dì dopo abbandonò l’Aja, promettendo sull’onor suo al Principe e alla Principessa d’Orange di non tentar nulla contro il Governo inglese, e ricevendo da loro pecunia per provvedere ai più urgenti bisogni.[339]
Il prospetto del futuro che stava dinanzi agli occhi a Monmouth, non era splendido. Non aveva probabilità d’essere richiamato dal bando. Nel continente ei non poteva più vivere fra la magnificenza e le feste d’una corte. I suoi cugini nell’Aja parevano seguitare a trattarlo con vera cortesia; ma non potevano apertamente ciò fare senza grave risico di produrre una rottura tra l’Inghilterra e l’Olanda. Guglielmo gli dette un amichevole e savio consiglio. Alla guerra che ardeva in Ungheria fra lo imperatore e i Turchi erano rivolti gli occhi di tutta l’Europa, con interesse quasi simile a quello che cinquecento anni innanzi avevano destato le Crociate. Molti valorosi gentiluomini, sì protestanti che cattolici, combattevano da volontarii nella causa comune della Cristianità. Il principe consigliò Monmouth ad accorrere al campo imperiale, assicurandolo che, così facendo, non gli sarebbero mancati i mezzi di fare una comparsa degna d’un gentiluomo inglese.[340] Era questo un egregio consiglio, ma il Duca non seppe deliberarsi a seguirlo. Si ritrasse a Brusselles, accompagnato da Enrichetta Wentworth, Baronessa Wentworth di Newcastle; donzella d’alto lignaggio e di grandi ricchezze, la quale, amandolo passionatamente, aveva per lui sacrificato l’onore di fanciulla e la speranza d’uno illustre connubio, lo aveva seguito nell’esilio, ed era da lui considerata come sposa in faccia a Dio. La soave compagnia della donna diletta gli sanò tosto le piaghe dell’anima. Gli parve d’avere trovata la felicità nel ritiro e nella quiete, e d’avere dimenticato che egli era già stato ornamento d’una splendida corte, capo d’un gran partito, comandante d’eserciti ed aspirante ad un trono.
Ma altri non lo lasciò tranquillo. Ferguson adoperò tutte le arti della tentazione. Grey, che non sapeva dove rivolgersi a trovare uno scudo, ed era pronto ad ogni intrapresa, comunque disperata, prestò il suo aiuto. Non vi fu arte di cui non si giovassero per istrappare Monmouth dal proprio ritiro. Ai primi inviti che gli pervennero dagli antichi colleghi, diede risposte punto favorevoli. Disse che le difficoltà d’uno sbarco in Inghilterra erano insuperabili; protestò d’essere stanco della vita pubblica, e chiese che gli lasciassero godere la sua felicità novellamente trovata. Ma era poco assuefatto a resistere ai destri ed urgenti incitatori. Dicesi, inoltre, che ad abbandonare il suo ritiro fosse indotto dalla stessa potente cagione che glielo rendeva beato. Lady Wentworth desiderava di vederlo Re, e gli offeriva le sue rendite, le sue gioie e il suo credito. Monmouth non era convinto; ma non ebbe fermezza bastevole a resistere a tali sollecitazioni.[341]
IX. Gli esuli inglesi lo accolsero con gioia, ed unanimemente lo riconobbero loro capo. Ma v’era un’altra classe di fuorusciti che non inchinavano a riconoscere la supremazia di lui. Un pessimo governo, quale non era mai stato nella parte meridionale dell’isola nostra, aveva cacciati dalla Scozia al continente molti fuggiaschi, la cui intemperanza di zelo nelle cose pubbliche e nelle religiose era estrema quanto la oppressione che avevano sofferta. Costoro non volevano seguire un condottiero inglese. Anche travagliati dalla povertà e dall’esilio, serbavano il loro puntiglioso orgoglio nazionale, e non avrebbero consentito che la patria loro venisse, in essi, degradata alla condizione di provincia. Avevano un capitano fra loro, cioè Arcibaldo, nono Conte di Argyle, il quale come capo della grande tribù di Campbell, era noto ai popoli delle montagne sotto l’orgoglioso nome di Mac Callum More. Il Marchese di Argyle suo padre era stato capo de’ Convenzionisti scozzesi, aveva grandemente cooperato alla rovina di Carlo I; e i realisti non reputavano ch’egli avesse debitamente espiata la offesa, per aver dato il vano titolo di Re a Carlo II, ed averlo tenuto in un palazzo a guisa di prigioniero di Stato. Ritornata la famiglia reale, il Marchese fu messo a morte. Il suo marchesato rimase estinto; ma al figlio suo fu concesso di ereditare l’antica Contea, ed era tuttavia annoverato fra i maggiori nobili della Scozia. La condotta tenuta dal Conte negli ultimi venti anni che seguirono la Restaurazione, era stata, secondo che egli stesso poi disse, criminosamente moderata. In talune occasioni aveva avversato il Governo che affliggeva la sua patria, ma con freddezza e cautela. Per la sua tolleranza nelle cose ecclesiastiche, aveva porto argomento di scandalo ai Presbiteriani; ed era stato così lontano dal mostrarsi inchinevole alla resistenza, che, allorquando i Convenzionisti erano stati sì crudelmente perseguiti da insorgere, egli aveva condotto in campo una numerosa torma di suoi dipendenti, ad aiutare il Governo.
Tale era stato il suo contegno politico, finchè il Duca di York venne in Edimburgo rivestito di tutta l’autorità regia. Il dispotico vicerè si accorse tosto di non potere sperare pieno sostegno dal Conte d’Argyle. E dacchè il più potente capo del Regno non era da guadagnarsi al Governo, fu reputato necessario distruggerlo. Per ragioni così frivole, che anche i più fanatici partigiani e i più cavillosi ne sentirono rossore, fu tratto dinanzi ai tribunali, processato come reo di tradimento, convinto, e dannato a morire. I fautori degli Stuardi poscia asserirono che il Governo non aveva mai avuto intendimento di mandare ad esecuzione quella sentenza, e che solo scopo di tale Processo era stato di spaventare il Conte, onde ei s’inducesse a cedere la sua vasta giurisdizione nelle montagne. O che Giacomo avesse inteso di commettere un assassinio, siccome i suoi nemici sospettarono; o solamente, secondo che i suoi amici affermarono, di commettere una estorsione minacciando di commettere un assassinio; adesso non può con certezza asserirsi. «Io non so nulla delle leggi scozzesi» diceva Halifax a Re Carlo; «questo solo io so, che noi non dovremmo impiccare un cane per le cagioni onde Lord Argyle è stato condannato.»[342]
Argyle fuggì travestito in Inghilterra, donde passò in Frisia. In quella quieta provincia il padre suo aveva comprata una piccola terra, come luogo di rifugio per la famiglia nelle civili perturbazioni. Dicevasi fra gli Scozzesi che tale compra era stata fatta dopo che un indovino celtico aveva predetto che Mac Callum More un giorno verrebbe cacciato dall’antica casa di sua famiglia in Inverary.[343] Ma è probabile che il Marchese, preveggente nelle faccende politiche, fosse stato a ciò persuaso forse più dagli indizi de’ tempi, che dalle visioni di qualsivoglia profeta. In Frisia, il Conte Arcibaldo visse in tanta quiete, che non sapevasi dove egli avesse trovato ricovero. Dal suo ritiro aveva mantenuto carteggio coi suoi amici rimasti nella Gran Brettagna, aveva partecipato alla congiura de’ Whig, e combinato coi capi di quella un disegno d’invasione in Iscozia.[344] Scoperta la congiura di Rye House, quel disegno era stato messo da parte; ma dopo la morte di Carlo, divenne di nuovo l’oggetto de’ pensieri del Conte.
Dimorando sul continente, egli aveva molto più che negli anni trascorsi della propria vita, profondamente meditato sopra le questioni religiose. In un certo modo, lo effetto di tali meditazioni era stato pernicioso alla mente di lui. La sua parzialità per la forma sinodale del governo ecclesiastico adesso era giunta fino alla bacchettoneria. Qualvolta ripensava a quanto lungo tempo ei si era conformato al culto stabilito, sentivasi opprimere dalla vergogna e dal rimorso, e si mostrava in mille guise dispostissimo ad espiare la propria defezione con la violenza e la intolleranza. Nondimeno, tra breve tempo, ebbe occasione di provare che il timore e lo amore di una più alta Possanza gli avevano dato il vigore bisognevole a sostenere i conflitti più formidabili, fra’ quali possa trovarsi la umana natura.
Ai suoi compagni d’infortunio il suo aiuto era di massimo momento. Comecchè ei fosse proscritto e fuggiasco, era tuttavia, in certo senso, il più potente suddito de’ dominii britannici. Per ricchezze, anche prima ch’ei fosse stato condannato a morte infamante, era forse inferiore non solo ai grandi Nobili d’Inghilterra, ma ai più opulenti scudieri di Kent e di Norfolk. Ma la sua autorità patriarcale, autorità che non può acquistarsi per ricchezze nè perdersi per condanna infamante, lo rendeva, come capo d’insorti, veramente formidabile. Nessun Lord delle contrade meridionali dell’Isola poteva esser sicuro che, avventurandosi a resistere al Governo, i suoi guarda-caccia e cacciatori lo seguirebbero. Un Conte Bedford, un Duca di Devonshire, non poteva promettere di condurre seco dieci uomini in campo. Mac Callum More, senza un soldo e spoglio della sua Contea, avrebbe potuto in ogni istante suscitare una grave guerra civile. Non aveva se non a mostrarsi sulla costa di Lorn, perchè tra pochi giorni gli si raccogliesse un esercito dintorno. Le forze che in tempi prosperi ei poteva condurre in campo, ascendevano a cinque mila combattenti, intesi ad obbedirlo, avvezzi all’uso della targa e dello spadone, non tementi di venire alle mani con le truppe regolari anche in aperta pianura, e forse superiori a quelle per certe qualità necessarie a difendere i passi di aspre montagne, coperti di nebbia e tagliati da rapidi torrenti. Ciò che tali forze, bene dirette, fossero capaci di fare, anco contro vecchi soldati ed esperti capitani, si vide pochi anni poi a Killiecrankie.
X. Ma per quanto fosse grande il diritto d’Argyle alla fiducia degli esuli scozzesi, era fra loro una fazione che non gli procedeva amichevole, e desiderava giovarsi del nome e dell’influenza di lui, senza affidargli nessun potere effettivo. Capo di questa fazione era un gentiluomo delle pianure, il quale era stato implicato nella congiura Whig, e con difficoltà erasi sottratto alla vendetta della Corte; cioè Sir Patrizio Hume di Polwarth, nella Contea di Berwick. Si è molto dubitato della integrità di lui, ma senza sufficiente ragione. Nulladimeno, è d’uopo ammettere ch’egli tanto nocque alla propria causa con la perversità, quanto avrebbe potuto fare con la tradigione. Era incapace egualmente d’esser capo, o seguace; concettoso di sè, sofistico, di storto cervello, interminabile ciarliero, tardo ad andare incontro all’inimico, ed attivo solo contro i propri colleghi.
XI. Con Hume era in intima relazione un altro esule scozzese di gran conto, il quale aveva molti dei medesimi difetti, quantunque non nello stesso grado; voglio dire Sir Giovanni Cochrane, secondo figlio del Conte di Dundonald.
Uomo di assai più elevato carattere era Andrea Fletcher di Saltown, insigne per dottrina e facondia, insigne anche per coraggio, disinteresse e spirito patriottico; ma d’irritabile e intrattabile indole. Al pari di molti de’ suoi più illustri contemporanei, Milton, a cagione d’esempio, Harrington, Marvel e Sidney, per il pessimo governo di varii successivi principi, Fletcher aveva concepito una forte ripugnanza alla monarchia ereditaria. Eppure non amava la democrazia. Era capo d’un’antica famiglia normanna, ed orgoglioso della propria stirpe; bel parlatore, forbito scrittore, e vanitoso della sua superiorità intellettuale. E come gentiluomo e come dotto, guardava con disdegno la plebe; ed era tanto poco inchinevole a porre nelle mani di quella il potere politico, da crederla perfino inetta a fruire della libertà personale. Ella è curiosissima circostanza, come questo uomo, il più onesto, intrepido e irremovibile repubblicano de’ tempi suoi, dovesse essere stato l’autore di un sistema, in cui gran parte delle classi operaie di Scozia venivano ridotte in ischiavitù. Davvero, ei vivamente somigliava a quei senatori romani, i quali mentre odiavano il nome di Re, difendevano con inflessibile orgoglio i privilegi dell’ordine loro contro le usurpazioni della moltitudine, e governavano gli schiavi e le schiave loro per mezzo del ceppo e del flagello.
XII. Amsterdam fu il luogo dove ragunaronsi i fuorusciti scozzesi ed inglesi. Argyle ci andò dalla Frisia, Monmouth dal Brabante. Tosto si conobbe, gli esuli quasi nulla avere di comune, tranne l’odio contro Giacomo, e la impazienza di rimpatriare. Gli Scozzesi sentivano gelosia degl’Inglesi, e questi di quelli. Le alte pretese di Monmouth offendevano Argyle, il quale, altero dell’antica nobiltà e d’essere legittimamente disceso da sangue regio, non amava punto rendere omaggio a colui ch’era frutto d’un amore vagabondo ed ignobile. Ma fra tutte le dissensioni che turbavano la piccola banda de’ fuorusciti, la più seria fu quella che sorse tra Argyle e parte de’ suoi seguaci. Alcuni degli esuli scozzesi, in un lungo corso d’opposizione alla tirannide, avevano acquistata tanta infermità d’intendimento e di tempra, da render loro insopportabile il freno più giusto e necessario. Sapevano di non potere tentar nulla senza Argyle. Avrebbero dovuto conoscere, che non volendo correre diritto alla propria rovina, era mestieri o che ponessero piena fiducia nel loro capo, o che deponessero ogni pensiero d’impresa militare. La esperienza ha pienamente provato che, in guerra, ogni operazione, dalle altissime alle infime, dovrebbe essere diretta da una mente sola, e che ogni agente subordinato dovrebbe obbedire implicitamente, valorosamente e con dimostrazione di contento, agli ordini ch’egli disapprova, o le cui ragioni ei non conosce. Le assemblee rappresentative, le pubbliche discussioni, e tutti gli altri impedimenti, onde ne’ civili negozi i governanti sono infrenati perchè non abusino del potere che hanno tra mani, in un campo di battaglia sono cose fuori di luogo. Machiavelli dirittamente attribuiva molti dei disastri di Venezia e di Firenze alla gelosia che spingeva quelle repubbliche a immischiarsi in ogni atto de’ loro capitani.[345] La usanza che era in Olanda di mandare negli eserciti deputati, senza il cui consentimento non potesse farsi nulla d’importante, fu quasi egualmente perniciosa. Senza dubbio, non è punto certo che un capitano, al quale nell’ora del pericolo sia stato affidato un potere dittatorio, lo deponga pacificamente nell’ora del trionfo; e questa è una delle tante considerazioni che dovrebbe fare esitare gli uomini innanzi che si determinassero a rivendicare con la spada la libertà pubblica. Ma ove deliberino tentare le sorti della guerra, essendo savii, porranno nelle mani del loro capo quella piena autorità, senza la quale non può bene condursi la guerra. Può darsi, che dandogli tale autorità, egli diventi un Cromwell o un Napoleone; ma è quasi certo che, negandogliela, la intrapresa loro finisca come quella di Argyle.
Alcuni dei fuorusciti scozzesi, infiammati d’entusiasmo repubblicano, ed affatto privi dell’arte necessaria a condurre i grandi negozi, adoperarono tutta la industria e lo ingegno loro non a ragunare mezzi per l’aggressione che erano per fare contro un formidabile nemico, ma a trovar modi onde infrenare il potere del loro capo, ed assicurarsi contro la sua ambizione. La contenta stupidità onde insistevano a riordinare un’armata come se avessero a riordinare una repubblica, sarebbe incredibile, se non l’avesse ricordata con franchezza e anche con vanto uno di loro.[346]
XIII. Alla perfine, composte tutte le differenze, fu deliberato di fare un tentativo sulle coste occidentali della Scozia, che sarebbe tostamente seguito da una discesa in Inghilterra.
Argyle doveva esercitare il comando, di solo nome, in Iscozia; ma ei venne sottoposto al freno d’un Comitato, che riserbava a sè tutte le parti più importanti dell’amministrazione militare. Questo Comitato aveva potestà d’indicare il luogo dove dovesse approdare la spedizione, nominare gli ufficiali, soprintendere alla leva delle milizie, aver cura delle provigioni e della munizione. Ciò che rimaneva al Generale, era il dirigere le evoluzioni dell’armata nel campo; e fu forzato a promettere che anche in campo, tranne nel caso d’una sorpresa, non avrebbe nulla fatto senza lo assenso di un Consiglio di Guerra.
Monmouth doveva comandare in Inghilterra. La sua anima debole, secondo il consueto, erasi informata dal sentire di coloro che lo circondavano. Le ambiziose speranze, le quali parevano estinte, gli si riaccesero rapidamente in cuore. Rimembrava lo affetto con che lo avevano sempre accolto i popoli delle città e delle campagne, e s’aspettava di vederli insorgere a centinaia di migliaia per dargli il benvenuto. Rimembrava il buon volere onde i soldati lo avevano ognora obbedito, e lusingavasi di vederseli venire intorno a reggimenti interi. Avvicendavansi di continuo i messaggi incoraggianti che gli erano mandati da Londra. Lo assicuravano che la violenza e la ingiustizia con che s’erano fatte le elezioni, avevano reso frenetica la nazione; che la prudenza de’ principali Whig con difficoltà era pervenuta a impedire uno scoppio sanguinoso d’ira popolare nel dì della incoronazione; e che tutti i grandi Lordi i quali avevano sostenuta la Legge d’Esclusione, erano impazienti di raccogliersi intorno a lui. Wildman, che amava di inculcare il tradimento con parabole, mandò a lui dicendo che il Conte di Richmond, appunto duecento anni avanti, era sbarcato in Inghilterra con una mano d’uomini, e pochi giorni appresso era stato incoronato, nel campo di Bosworth, col diadema strappato dalla fronte di Riccardo. Danvers si tolse il carico di fare insorgere la Città. Il duca fu tratto a credere che, appena innalzato il proprio vessillo, le Contee di Bedford e di Buckingham, Hampshire e Chester, sarebbero corse alle armi.[347] Gli si accese, quindi, nell’animo il desio di una intrapresa, dalla quale poche settimane innanzi erasi mostrato aborrente. I suoi concittadini non gl’imposero restrizioni assurde, come quelle che avevano con tanto studio trovate i fuorusciti scozzesi. La sola cosa che da lui richiesero, fu la promessa di non assumere il nome di Re, se prima le sue pretese non fossero sottoposte al giudicio di un libero Parlamento.
Fu deliberato che due Inglesi, Ayloffe e Rumbold, avrebbero accompagnato Argyle in Iscozia, e che Fletcher sarebbe andato con Monmouth in Inghilterra. Fletcher, fino da principio, erasi sinistramente augurato dell’impresa; ma il suo spirito cavalleresco non gli concedeva di schivare un rischio, al quale gli amici suoi parevano impazienti di esporsi. Allorquando Grey ridisse, approvando, ciò che Wildman aveva detto intorno a Richmond e a Riccardo, il dotto e riflessivo Scozzese notò giustamente, come il secolo decimoquinto assai differisse dal decimosettimo. Richmond era sicuro dello aiuto de’ baroni, ciascuno de’ quali poteva condurre in campo un’armata di possidenti feudali; e Riccardo non aveva nè anche un reggimento di soldati regolari.[348]
Gli esuli poterono, in parte coi propri mezzi, in parte con le contribuzioni che avevano raccolto dai loro benevoli in Olanda, raccogliere una somma di pecunia bastevole alle due spedizioni. Poco ottennero da Londra, donde aspettavansi sei mila lire sterline; ma invece di danaro, Wildman mandò scuse: il che avrebbe dovuto aprire gli occhi a tutti coloro i quali non erano ostinatamente ciechi. Il duca supplì al difetto impegnando le proprie gioie e quelle di Lady Wentworth. Comprarono armi, munizioni e provigioni, ed equipaggiarono varie navi che erano in Amsterdam.[349]
XIV. È da notarsi che il più illustre e gravemente danneggiato degli esuli inglesi, si tenne molto lontano da cotesti temerarii consigli. Giovanni Locke odiava da filosofo la tirannia e la persecuzione; ma in grazia dello intendimento e dell’indole sua, serbossi immune dalle violenze di parte. Aveva avuta grande domestichezza con Shaftesbury, e per ciò era caduto in disgrazia della Corte. Nondimeno, la sua prudenza era stata sì grande, che poco avrebbe giovato il trascinarlo anche dinanzi ai tribunali parziali e corrotti di quel tempo. Se non che potevano nuocergli in una sola cosa. Essendo egli studente di Christ College nella Università di Oxford, pensarono di cacciarlo da quel celebre collegio, lui che era il più grande uomo del quale il collegio si fosse potuto gloriare! Ma ciò non era facile. Locke in Oxford erasi astenuto d’esprimere qualsiasi opinione intorno alla politica allora vigente. Venne circuito di spie. Dottori in divinità e Maestri d’Arti non vergognarono di fare il più vile di tutti i mestieri; quello, cioè, d’invigilare le labbra d’un collega, onde riferirne le parole e rovinarlo. La conversazione nella sala veniva appositamente rivolta a subietti delicati; voglio dire alla Legge di Esclusione, e al carattere del Conte di Shaftesbury: ma invano. Locke, senza lasciarsi trasportare da’ moti dell’animo, e senza dissimulare, mantenne sì fermo silenzio e contegno, che gli strumenti del Governo, stizziti, confessarono di non aver mai veduto un uomo che al pari di lui sapesse così bene signoreggiare la propria lingua e le proprie passioni. Vedendo che il tradimento non giovava a nulla, fecero uso del potere arbitrario. Dopo d’avere indarno tentato di prendere Locke in fallo, il Governo determinò di punirlo innocente. Da Whitehall giunsero in Oxford ordini di cacciarlo via; ordini che il Decano de’ Canonici si affrettò a mandare ad esecuzione.
Locke viaggiava nel continente per riacquistare la salute, allorchè gli giunse la nuova che era stato privato di tetto e di pane senza processo, e senza nè anche un avviso. La ingiustizia colla quale era stato trattato, lo avrebbe reso degno di scusa s’egli si fosse appigliato a mezzi violenti per ottenere un riparo. Ma non era uomo da lasciarsi acciecare da un risentimento personale: non si augurava alcun bene de’ disegni di coloro che s’erano ragunati in Amsterdam; e chetamente si ritrasse in Utrecht, dove, mentre i suoi compagni di sventura apparecchiavano la propria distruzione, egli attendeva a scrivere la sua celebre Lettera sopra la Tolleranza.[350]
XV. Al Governo inglese pervenne, senza dubbio, la nuova che qualche cosa macchinavasi dai fuorusciti. Pare che in prima non sospettasse d’una invasione in Inghilterra, ma temeva che Argyle sarebbe tra breve comparso in armi fra mezzo agli uomini della sua tribù. E però fu pubblicato un proclama, con cui si ordinava di porre la Scozia in istato di difesa. Fu fatto comandamento che le milizie civiche si tenessero apparecchiate. Tutte le tribù ostili al nome di Campbell, si posero in moto. Giovanni Murray, Marchese d’Athol, fu fatto Luogotenente della Contea d’Argyle, ed a capo di una gran torma de’ suoi seguaci, occupò il castello d’Inverary. Parecchi individui sospetti vennero messi in carcere. Altri furono astretti a dare ostaggi. Mandarono vascelli da guerra ad incrociare presso l’isola di Bute; e parte dell’esercito d’Irlanda fu fatto marciare verso la costa di Ulster.[351]
XVI. Intanto che in Iscozia facevansi tali apparecchi, Giacomo chiamò a sè Arnaldo Van Citters, che stava in Inghilterra come ambasciatore delle Provincie Unite; ed Everardo Van Dykvelt, il quale, dopo la morte di Carlo, era stato inviato dagli Stati Generali con missione speciale di condoglianza e congratulazione. Il Re disse d’avere ricevuto da fonti incontrastabili nuova dei disegni che macchinavano contro il suo trono i suoi sudditi fuorusciti in Olanda. Alcuni di loro erano gente da forche, cui null’altro che una singolare provvidenza di Dio aveva impedito di commettere un esecrando assassinio; e stava fra loro il signore del luogo scelto ad eseguirvi il macello. «Tra tutti i viventi» soggiunse il Re «Argyle ha i maggiori mezzi di nuocermi; e tra tutti i luoghi, la Olanda è quello d’onde può partire un colpo contro me.» Citters e Dykvelt assicurarono la Maestà Sua, che ciò ch’ella aveva detto, sarebbe stato sollecitamente comunicato al Governo da essi rappresentato, e speravano fermamente che verrebbe fatto ogni sforzo a satisfare il desiderio di quella.[352]
Gli ambasciatori, esprimendo tale speranza, dirittamente parlavano. Il Principe d’Orange e gli Stati Generali erano a quel tempo molto desiderosi che della ospitalità olandese non si facesse abuso rispetto a cose delle quali il Governo inglese avesse potuto muovere giusta doglianza. Giacomo aveva poco innanzi dette parole che facevano sperare come ei non si sarebbe pazientemente sottoposto al predominio della Francia. Pareva probabile che avrebbe assentito a formare un’alleanza con le Provincie Unite e la Casa d’Austria. Era, quindi, nell’Aja estrema sollecitudine di evitare tutto ciò che lo avesse potuto offendere. Lo interesse personale di Guglielmo era anche in questa occasione identico a quello del suo suocero.
Ma il caso era uno di quelli che richiedono rapidità e vigoria d’azione; e la natura delle istituzioni batave rendeva ciò impossibile. La Unione d’Utrecht, rozzamente formatasi fra mezzo al trambusto d’una rivoluzione a fine di ovviare agli estremi bisogni della cosa pubblica, non era stata deliberatamente riesaminata e resa più perfetta in tempi tranquilli. Ciascuna delle sette repubbliche avvincolate da quella Unione, serbavano quasi tutti i diritti di sovranità, e li difendevano gelosamente contro il Governo centrale. E come le Autorità federali non avevano i mezzi di farsi prontamente obbedire dalle provinciali, così queste non gli avevano per ottenere pronta obbedienza dalle municipali. La sola Olanda comprendeva diciotto città, ciascuna delle quali era per molti rispetti uno stato indipendente, e geloso che altri s’immischiasse nelle sue faccende. Se i reggitori di una tale città ricevevano dall’Aja un ordine che fosse loro spiacevole, o non se ne davano punto pensiero, o languidamente e tardi lo eseguivano. In alcuni Consigli municipali, a dir vero, la influenza del Principe d’Orange era onnipotente. Ma per isventura, il luogo dove gli esuli inglesi eransi raccolti, e i loro navigli stavano equipaggiati, era la ricca e popolosa Amsterdam, i cui magistrati erano capi della fazione avversa al governo federale ed alla Casa di Nassau. L’amministrazione marittima delle Provincie Unite era condotta da cinque diversi uffici d’Ammiragliato; uno de’ quali, residente in Amsterdam, in parte era nominato dalle Autorità della città, e sembra che fosse animato dallo spirito di quelle.
Tutte le cure del Governo federale adoperate a porre ad effetto ciò che Giacomo desiderava, andarono a vuoto per i sutterfugi de’ reggitori d’Amsterdam, e per gli errori del Colonnello Bevil Skelton, che pur allora era arrivato in Olanda come inviato del Governo inglese. Skelton aveva abitato in Olanda al tempo delle civili perturbazioni della Inghilterra, e quindi veniva reputato adatto a quell’ufficio;[353] ma veramente, egli non era buono nè per quella nè per qual si fosse altra situazione diplomatica. Taluni espertissimi giudici degli umani caratteri affermarono ch’egli era il più leggiero, volubile, passionato, presuntuoso e ciarliere degli uomini.[354] Non fece diligenti indagini intorno a ciò che i refugiati facevano, finchè tre navi equipaggiate per la spedizione di Scozia si posero in salvo fuori del Zuyder Zee, finchè le armi, le munizioni e le vettovaglie furono sul bordo, e i fuorusciti s’imbarcarono. Allora, invece di rivolgersi, siccome avrebbe dovuto fare, agli Stati Generali, che ragunavansi accanto alla sua casa, spedì un messo ai magistrati d’Amsterdam, richiedendoli di fermare le navi sospette. I magistrati d’Amsterdam risposero, che lo ingresso nel Zuyder Zee era fuori della loro giurisdizione, e lo rimandarono al Governo federale. Vedevasi chiaramente che ciò era una pretta scusa, e che se gli Stati d’Amsterdam avessero davvero voluto impedire la partenza di Argyle, non avrebbero messa in mezzo difficoltà veruna. Skelton, quindi, si rivolse agli Stati Generali, i quali mostraronsi dispostissimi a fare quanto egli chiedeva; e perchè il caso era urgente, misero da banda la usanza che ordinariamente osservavano nella espedizione degli affari. Nel dì medesimo ch’egli fece loro la sua dimanda, fu spedito allo Ammiragliato d’Amsterdam un ordine esattamente conforme a quanto egli aveva richiesto. Ma tale ordine, a cagione di certe erronee informazioni da lui ricevute, non descriveva precisamente la situazione delle navi. Dicevasi che fossero nel Texel, ma erano nel Vlie. Lo Ammiragliato d’Amsterdam si giovò di cotesto errore per non far nulla; e innanzi che lo sbaglio venisse chiarito, le tre navi ormai veleggiavano.[355]
XVII. Le ultime ore che Argyle passò sulle coste d’Olanda, furono ore di grande ansietà. Gli stava da presso un vascello da guerra olandese, che in un istante, scaricando le batterie, avrebbe potuto far finire la sua spedizione. Attorno alla sua piccola flotta vagava una barca, sopra la quale si stavano co’ cannocchiali in mano parecchi individui, ch’egli credeva spie. Ma nulla fu tentato d’efficace a fermarlo, e nel pomeriggio del dì secondo di maggio prese il largo, con un vento favorevole.
Il viaggio fu prospero. Il dì 6 erano in vista alle Orcadi. Argyle, sconsigliatamente, gettò l’áncora a Kirkwall, e concesse a due de’ suoi che scendessero a terra. Il vescovo gli fece prendere. Gli esuli tennero sopra a questa sciagura una lunga e animata discussione; imperocchè, dal principio sino al fine della spedizione, comunque fredda e irresoluta fosse stata la loro condotta, nel discutere non mostrarono mai difetto di calore e di perseveranza. Alcuni opinavano di aggredire Kirkwall; altri di procedere senza indugio verso la contea di Argyle. Finalmente, al Conte venne fatto di porre le mani addosso ad alcuni gentiluomini che abitavano presso la costa dell’isola, e propose al vescovo uno scambio di prigionieri. Il vescovo non rispose; e la flotta, dopo d’avere perduti tre giorni, rimise alla vela.
XVIII. Questo indugio corse pieno di pericoli. Si seppe immantinente in Edimburgo, che la squadra de’ ribelli aveva toccato le Orcadi. Furono subito poste in movimento le truppe. Allorquando il Conte arrivò alla sua provincia, trovò fatti gli apparecchi a respingerlo. In Dunstaffnage mandò a terra Carlo, suo secondo figlio, perchè chiamasse alle armi i Campbell. Ma Carlo tornò con triste nuove. I pastori e i pescatori erano pronti a raccogliersi sotto il vessillo di Mac Callum More; ma de’ capi delle tribù, alcuni erano in carcere, altri fuggiaschi. Que’ gentiluomini che erano rimasti nelle loro case, o erano bene affetti al Governo, o temevano di muoversi; e, ricusarono infino di vedere il figlio del loro capo. Da Dunstaffnage la piccola flotta processe a Campbelltown, presso la riva meridionale della penisola di Kintyre. Quivi il Conte pubblicò un proclama, scritto in Olanda, sotto la direzione del Comitato, da Giacomo Stewart, avvocato scozzese, il quale pochi mesi dopo adoperò la sua penna a scopo ben differente. In quella scrittura erano esposte, con vigoria di parole che talvolta trascorrevano alla scurrilità, molte doglianze vere, e molte immaginarie. Vi si accennava come Carlo fosse morto di veleno. Dichiaravasi che fine precipuo della spedizione era di sopprimere onninamente non solo il Papismo, ma la Prelatura, che veniva chiamata la radice e il germoglio più tristo del Papismo; e tutti gli onesti Scozzesi venivano esortati ad operare valorosamente per la causa della loro patria e del loro Dio.
Per quanto Argyle fosse zelante di quella ch’egli considerava come religione pura, non ebbe scrupolo di praticare un rito mezzo papale e mezzo pagano. La croce di tasso misteriosa, pria accesa, e poi spenta nel sangue di una capra, fu mandata a convocare tutti i Campbell dagli anni sedici ai sessanta. L’istmo di Tarbet fu stabilito come luogo di convegno. La rassegna, ancorchè fosse piccola in paragone di quel che sarebbe stata se il coraggio e il vigore delle tribù non fossero stati oppressi, fu nondimeno formidabile. Tutte le forze raccolte ascendevano a mille ottocento uomini. Argyle partì i suoi montanari in tre reggimenti, e si pose a nominare gli ufficiali.
XIX. Le dispute, già cominciate in Olanda, non erano mai cessate per tutto il corso della spedizione; ma a Tarbet si fecero più violente che mai. Il Comitato voleva immischiarsi anche nell’autorità patriarcale che il Conte esercitava sopra i Campbell, e non voleva concedergli di stabilire a suo arbitrio i gradi militari de’ suoi consorti. Mentre cotesti litigiosi faccendieri studiavansi di spogliarlo del potere ch’egli aveva sopra le montagne, mandavano e ricevevano lettere, senza mai mostrarle a colui che aveva nome di Generale, dagli uomini delle pianure. Hume e i suoi colleghi s’erano riserbata la soprintendenza delle provigioni, e conducevano questa parte importantissima dell’amministrazione della guerra con una profusione che male si sarebbe potuta distinguere dalla disonestà; lasciavano guastar l’armi, consumare le vettovaglie, e vivevano gozzovigliando, là dove avrebbero dovuto a tutti i loro sottoposti porgere esempio di temperanza.
La grande questione era di determinare se la sede della guerra dovesse essere nelle montagne o nelle pianure. La prima cosa che il Conte voleva conseguire, era di stabilire la propria autorità negli aviti dominii, cacciare gl’invasori che dalla Contea di Perth s’erano gettati su quella di Argyle, e insignorirsi dell’antica residenza della propria famiglia in Inverary. Allora avrebbe potuto sperare di avere quattro o cinquemila spade sotto il suo comando. Con tali forze avrebbe potuto difendere quelle selvagge contrade contro il potere dello intero Regno di Scozia, e assicurarsi un ottimo punto ad offendere l’inimico. Pare che questo partito fosse il più savio fra quanti gliene rimanessero. Rumbold, ch’era stato educato in una insigne scuola militare, e come Inglese poteva tenersi per arbitro imparziale fra le fazioni scozzesi, fece ogni sforzo per rinvigorire il braccio del Conte. Ma Hume e Cochrane erano estremamente intrattabili. La gelosia che sentivano d’Argyle era, in verità, più forte del desiderio che avevano perchè la impresa avesse prospero successo. S’accorsero come egli tra i suoi monti e laghi, e a capo di un’armata massimamente composta delle sue proprie tribù, avrebbe potuto vincere ogni opposizione ed esercitare piena autorità di Generale. Andavano sussurrando, che i soli ai quali la buona causa stesse a cuore, erano gli uomini delle pianure, e che i Campbell erano corsi alle armi nè per la libertà nè per la Chiesa di Dio, ma solo per Mac Callum More. Cochrane dichiarò che, se fosse dipeso da lui, sarebbe andato alla Contea d’Ayr, senza avere altro in mano che un forcone. Argyle, dopo una lunga resistenza, assentì, contro il proprio giudicio, a dividere la sua piccola armata; e si rimase con Rumbold nelle montagne. Cochrane e Hume capitanavano le forze che s’imbarcarono per invadere le pianure.
Cochrane mirava alla Contea di Ayr; ma la costa di Ayr era guardata dalle fregate inglesi, e agli avventurieri fu forza risalire la corrente del Clyde fino a Greenock, allora piccolo villaggio di pescatori, che consisteva in una sola fila di tugurii di legno, e adesso è ricco e florido porto, i cui proventi doganali ascendono a una somma cinque volte maggiore della intera rendita che gli Stuardi ricavavano dal Regno di Scozia. Parte della milizia civica era appostata in Greenock; ma Cochrane, che pativa difetto di provigioni, deliberò d’approdare. Hume si oppose. Cochrane fece comandamento ad un ufficiale, chiamato Elphinstone, che immantinente conducesse in una barca venti uomini sulla spiaggia. Ma lo spirito litigioso de’ capi erasi propagato in tutte le file. Elphinstone rispose, ch’egli non era tenuto ad obbedire se non ai comandi ragionevoli; che considerava quell’ordine come irragionevole; in somma, che non voleva andarci. Il Maggiore Fullarton, prode uomo, stimato da tutti, ma peculiarmente diletto ad Argyle, assunse l’incarico di andare a terra con soli dodici uomini; e così fece, malgrado il fuoco che veniva dalla costa. Ne seguì una lieve zuffa. La milizia civica indietreggiò. Cochrane entrò in Greenock e fece provigioni di vettovaglie, ma non trovò le genti disposte ad insorgere.
XX. Difatti, l’opinione pubblica in Iscozia non era quale gli esuli, traviati dallo acciecamento comune agli esuli in tutti i tempi, avevano supposto che fosse. Il Governo certamente era meritevole d’odio, e tenuto in abbonimento; ma i malcontenti, scissi in partiti, erano l’uno all’altro così avversi quasi come ai governanti, nè alcuno di tali partiti inchinava a congiungersi con gl’invasori. Molti credevano che la insurrezione non avesse probabilità di prospero successo; lo spirito di molti altri era prostrato per lunga e crudele oppressione. Bravi, a vero dire, una classe d’entusiasti, poco avvezzi a calcolare le probabilità, e dalla oppressione non domati, ma resi frenetici. Costoro vedevano poca differenza tra Argyle e Giacomo. L’ira loro era giunta a tal segno, che quello che a chiunque altro sarebbe sembrato bollente zelo, pareva loro tepidezza Laodicea. La vita trascorsa del Conte era macchiata di ciò ch’essi consideravano come vilissima apostasia. Quegli stessi montanari da lui adesso condotti ad estirpare la prelatura, pochi anni prima erano stati da lui medesimo chiamati a sostenerla. E siffatti schiavi, che nulla sapevano e nulla curavansi della religione, pronti a combattere per il Governo sinodale, per lo Episcopato, per il Papismo, secondo che a Mac Callum More fosse piaciuto comandar loro, potevano eglino essere buoni alleati del popolo di Dio? Il proclama, per quanto indecente e intollerante fosse nella forma, agli occhi di cotesti fanatici era componimento codardo e mondano. Una riforma qual Argyle intendeva stabilire, e quale fu poi stabilita da altro più potente e fortunato liberatore, sembrava loro che non valesse un conflitto. Essi avevano mestieri non solo della libertà di coscienza per sè stessi, ma d’assoluto dominio sopra la coscienza altrui; non solo della dottrina, della politica, e del culto de’ Presbiteriani, ma della Convenzione in tutto il suo estremo rigore. Nulla poteva contentarli se non questo, che ogni fine per cui esiste la società civile venisse sacrificato al predominio d’un sistema teologico. Chiunque credeva che nessuna forma di Governo ecclesiastico valesse il violare la carità cristiana, e raccomandava armonia e tolleranza, secondo la frase loro, tentennava tra Jehovah e Baal. Chiunque condannava quegli atti, come lo assassinio del Cardinale Beatoun e dell’Arcivescovo Sharpe, cadeva nel medesimo peccato per cui Saul era stato detto indegno d’essere re d’Israele. Tutte le usanze che fra gli uomini inciviliti e cristiani mitigano gli orrori della guerra, erano abominazioni al cospetto del Signore. Non doveva darsi nè accettare quartiere. Un Indiano furibondo che meni coltellate a destra e a sinistra, un cane arrabbiato inseguito dalla folla, erano gli esempj da imitarsi dai guerrieri che combattevano per la propria difesa. A tutte le ragioni che dirigono la condotta degli uomini di Stato e dei capitani, le menti di quegli zelanti erano al tutto inaccessibili. Se un uomo si fosse rischiato ad addurle, era argomento bastevole per escluderlo dal numero de’ fedeli. Se non v’era la benedizione del Cielo, di poca efficacia sarebbero state le arti degli astuti politici, e de’ vecchi capitani, le armi venute dall’Olanda, i reggimenti de’ non rigenerati Celti discesi dalle montagne di Lorn. Se, dall’altro canto, il tempo del Signore era giunto, egli poteva, come in antico, ordinare che le cose stolte del mondo confondessero le savie, e poteva salvare con pochi egualmente che con molti. Gli spadoni d’Athol e le baionette di Claverhouse sarebbero state impotenti a resistere ad armi frivole come la fionda di David o la secchia di Gedeone.[356]
Cochrane avendo veduto essere impossibile fare insorgere le popolazioni a mezzodì del Clyde, andò a congiungersi con Argyle, che era nell’isola di Bute. Il Conte di nuovo propose di fare un tentativo sopra Inverary, e di nuovo incontrò pertinacissima opposizione. Gli abitanti delle marine si posero dalla parte di Hume e di Cochrane. I montanari obbedirono ciecamente ai comandi del loro capo. V’era ragione di temere che i due partiti venissero a conflitto; e il timore d’un tanto disastro indusse il Comitato a fare qualche concessione. Il castello di Ealan Chiering, posto sulle bocche di Loch Riddan, fu scelto come capo luogo d’armi. Quivi sbarcarono le provigioni militari. La squadra ancorò presso alle mura in un luogo, dove rimaneva protetta da rocce e secche tali, che pensavasi nessuna fregata le potesse passare. Vi fecero nuovi ripari; eressero una batteria di piccoli cannoni presi dalle navi. Il comando del forte fu sconsigliatamente affidato ad Elphinstone, il quale aveva per prova fatto conoscere d’essere più disposto a disputare coi comandanti, che a combattere con l’inimico.
Adesso per poche ore si fece mostra di qualche energia. Rumbold prese il castello di Ardkinglass. Il Conte scaramucciò vittoriosamente con le truppe d’Athol, e stava per procedere verso Inverary, quando le gravissime nuove giunte dalle navi, e i litigi nel Comitato, lo forzarono a tornare addietro. Le fregate regie s’erano spinte più presso ad Ealan Chiering di quel che si credeva possibile. I gentiluomini delle pianure ricusarono positivamente di avanzarsi oltre verso le montagne. Argyle corse frettolosamente ad Ealan Chiering. Ivi propose di aggredire le fregate. Vero è che le sue navi erano poco atte a sostenere simigliante incontro; ma sarebbero state soccorse da una flottiglia di trenta grosse barche da pescare, ciascuna delle quali era bene equipaggiata di montanari armati. Il Comitato, nondimeno, ricusò di porgere ascolto a tale proposta, e ne rese impossibile la esecuzione facendo nascere un tumulto fra’ marinaj.
Quindi, tutto fu confusione e scoraggimento. Le provvigioni erano state così male amministrate dal Comitato, che mancavano le vettovaglie alle truppe. I montanari perciò disertavano a centinaia; e il Conte, col cuore lacerato dalla propria sciagura, cesse alla urgenza di coloro che pertinacemente seguitavano ad insistere ch’egli marciasse verso le pianure.
La piccola armata, adunque, si affrettò a giungere alla sponda di Loch Long, traversò sulle barche quel passo, ed approdò alla Contea di Dumbarton. Ivi, il dì seguente, pervenne la nuova che le fregate avevano forzato il passo, che tutte le navi del Conte erano state prese, e che Elphinstone era fuggito da Ealan Chiering, lasciando il castello e le munizioni al nemico.
Ciò che rimaneva a fare, era d’invadere, malgrado ogni svantaggio, le pianure. Argyle deliberò di spingersi arditamente fino a Glasgow. Ma appena ebbe ciò detto, coloro stessi, i quali fino a quel momento lo avevano istigato a piombare celeremente sulle pianure, spaventati, disputavano, protestavano; e quando videro che nè ragionamenti nè rimostranze giovavano, fecero disegno d’insignorirsi delle barche e fuggire, lasciando il loro Generale e gli uomini suoi a vincere o perire senza soccorso. Tale disegno andò fallito; e i vigliacchi che lo avevano concepito, furono costretti a dividere co’ più valorosi i rischi della estrema prova dell’armi.
Mentre gl’insorgenti procedevano fra mezzo al paese che giace tra Loch Long e Loch Lomond, furono continuamente infestati dalle milizie civiche. Seguirono alcune scaramucce, in cui il Conte ebbe prospera la ventura; ma le bande da lui respinte, nello indietreggiare, sparsero la nuova del suo avvicinarsi, e tosto dopo ch’egli ebbe varcato il fiume Leven, trovò un forte corpo di truppe regolari ed irregolari apparecchiato a fargli fronte.
Egli opinava doversi dare battaglia. Ayloffe assentiva. Ma Hume dichiarò, che provocare il nemico sarebbe stata demenza. Vide un reggimento in uniforme scarlatto. Pensò che altri ve ne fossero dietro. Aggredire tante forze sarebbe stato un correre a morire. Il miglior partito da prendere, era quello di tenersi cheti fino a notte, ed allora ritirarsi.
Ne seguì un aspro alterco, che Rumbold, ponendosi di mezzo, a stento riuscì a sedare. Era la sera. Le armate nemiche accampavano a poca distanza l’una dall’altra. Il Conte provossi a proporre un’aggressione notturna, e di nuovo le sue parole andarono a vuoto.
XXI. Dacchè erasi deliberato di non combattere, altro non rimaneva a fare che prendere il partito proposto da Hume. Era probabile che, levando il campo secretamente, e procedendo tutta la notte traverso scopeti e pantani, il Conte si sarebbe vantaggiato di molte miglia sull’inimico, e sarebbe potuto giungere senza altri ostacoli a Glasgow. Lasciarono accesi i fuochi del campo e si posero a marciare. E qui i disastri cominciarono ad avvicendarsi. Le guide, perduta la traccia traverso agli scopeti, condussero l’armata nei marosi. Non fu possibile serbare l’ordine militare fra soldati indisciplinati e scoraggiati, sotto un cielo tenebroso e in un terreno traditore e ineguale. La paura in mille guise si sparse nelle disordinate file. Ciascuna ombra, ciascun rumore pareva indicare lo avvicinarsi del nemico. Alcuni ufficiali contribuirono a spargere il terrore che avevano debito di calmare. L’armata aveva preso sembiante d’una caterva di plebe, e cominciò a disperdersi. Gl’insorti fuggivano a torme sotto il velo della notte. Rumbold, e alcuni altri uomini valorosi, i quali nessun pericolo avrebbe atterriti, smarrirono il cammino, e non poterono ricongiungersi col corpo principale dell’armata. Allo spuntare del giorno, soli cinquecento fuggiaschi si raccolsero in Kilpatrick, stanchi e scuorati.
Ogni pensiero di continuare la guerra era cessato; ed era chiaro che i capi della spedizione avrebbero incontrate non poche difficoltà a salvare la vita. Si dettero a fuggire per varie direzioni. Hume giunse salvo sul continente. Cochrane fu preso e mandato a Londra. Argyle sperava di trovare un asilo sicuro sotto il tetto d’uno de’ suoi antichi servi che abitava presso Kilpatrick. Ma gli fallì la speranza; e gli fu forza di varcare il Clyde. Prese le vesti di contadino, dicendo d’essere la guida del Maggiore Fullarton, la cui coraggiosa fedeltà stette salda contro ogni pericolo. I due amici viaggiarono insieme per la Contea di Renfrew fino a Inchinnan. Ivi il Black Cart e il White Cart—due fiumi che ora scorrono traverso a prospere città, e muovono le ruote di molte fattorie, ma allora compivano il loro corso tranquillo fra mezzo a pascoli e scopeti—si congiungono insieme innanzi di gettarsi nel Clyde. L’unico guado per cui i viandanti potessero passare, era guardato da una mano di milizia civica. Vennero fatte loro alcune dimande. Fullarton provossi di far cadere il sospetto sopra sè solo, perchè al compagno non si badasse. Ma gl’interrogatori suspicavano che la guida non fosse il rozzo villano che pareva. Gli posero le mani addosso. Argyle si spinse d’un salto nelle acque, ma immantinente fu preso. Lottò per breve tempo contro cinque aggressori; ma non avendo altre armi, tranne le sue pistole da tasca, le quali, inoltre, erano sì bagnate, a cagione d’essersi immerso nell’acqua, che non vollero prendere fuoco, fu gettato a terra da un colpo di spadone, e messo in custodia.
Confessò d’essere il Conte d’Argyle, forse sperando che il suo gran nome avrebbe mossi a riverenza e pietà coloro dai quali era stato preso. E davvero, ne furono molto commossi, come quelli che erano semplici Scozzesi d’umile condizione; e benchè fossero corsi alle armi a pro della Corona, probabilmente preferivano l’ordinamento e il culto della Chiesa Calvinistica, ed erano assuefatti a riverire il loro prigione come capo d’una casa illustre e campione della Fede Protestante. Ma quantunque fossero manifestamente commossi, tanto che alcuni ne piangevano, non vollero perdere una pingue rimunerazione, ed incorrere nella vendetta d’un Governo implacabile. Condussero, quindi, il prigione a Renfrew. L’uomo che fu parte principale nella presura del Conte, chiamavasi Riddell. Per questa ragione, tutta la stirpe de’ Riddell, per più d’un secolo, fu tenuta in abborrimento dalla gran tribù di Campbell. I nostri vecchi si ricordano ancora che quando un Riddell andava ad una fiera nella Contea d’Argyle, era costretto ad assumere un falso nome.
Ora comincia la parte più splendida della vita d’Argyle. Fin qui la sciagurata impresa non gli aveva arrecato se non rimprovero e scherno. Il più grande de’ suoi errori fu di non avere risolutamente ricusato d’accettare il nome senza il potere di Generale. Se si fosse tenuto tranquillo nel suo ritiro di Frisia, in pochi anni sarebbe stato richiamato onorevolmente alla patria, e sarebbe stato annoverato fra i principali ornamenti e sostegni della Monarchia costituzionale. Se avesse condotta la espedizione a seconda del proprio giudicio, e menato con seco nessuni altri seguaci che quelli i quali erano implicitamente apparecchiati ad obbedire a tutti gli ordini suoi, è possibile ch’egli avesse compito qualche cosa di grande; avvegnachè sembri non avere avuto difetto di coraggio, d’operosità, d’espertezza, ma solamente d’autorità. Avrebbe dovuto conoscere che tra tutti i difetti, questo è il più fatale. Non pochi eserciti hanno vinto sotto capitani privi di doti eminenti. Ma quale esercito comandato da un circolo che sempre discuta, ha mai evitato il disonore e la sconfitta?
La grave calamità che era accaduta ad Argyle, fece sì ch’egli potesse mostrare con prove evidenti quale specie d’uomo ei si fosse. Dal giorno in cui abbandonò la Frisia, fino a quello in che i suoi seguaci si dispersero a Kilpatrick, egli non aveva mai operato liberamente. Aveva portata la responsabilità d’una lunga serie di azioni, che in cuor suo disapprovava. Finalmente, era libero d’agire a suo modo. La cattività gli aveva ridata la nobile libertà di governare sè stesso in tutte le parole ed azioni sue, secondo il senso ch’egli aveva del diritto e della convenienza. Da quell’istante, diventò come ispirato di nuova virtù e saviezza. Il suo intelletto parve rinvigorirsi e concentrarsi, il suo carattere morale elevarsi, e ad un tempo addolcirsi. La insolenza de’ vincitori non tralasciò nulla che potesse porre alla prova la tempra d’un uomo altero della sua antica nobiltà e del suo dominio patriarcale. Il prigione fu trascinato in trionfo per le vie d’Edimburgo. Andò a piedi e col capo scoperto per tutta quella strada maestra, che, ombreggiata da anneriti e giganteschi edifici di pietra, da Holyrood conduce al Castello. Lo precedeva il carnefice, portando il ferale strumento che doveva recidergli la testa. Il partito vittorioso non aveva dimenticato come, trentacinque anni innanzi, il padre d’Argyle avesse capitanata la fazione che pose a morte Montrose. Prima di quell’avvenimento, la casa di Graham e quella di Campbell non si portavano scambievole affetto; e poscia, erano sempre state in mortale conflitto. Posero cura che il prigione passasse per la medesima porta e per le vie medesime per le quali Montrose era stato trascinato al medesimo patibolo.[357] Come il Conte pervenne al Castello, gli furono posti i ceppi ai piedi, e gli fu detto che soli pochi giorni gli rimanevano a vivere. Era stato deliberato di non fargli processo per il nuovo delitto, ma porlo a morte per virtù della sentenza profferitagli contro vari anni prima; sentenza cotanto sciaguratamente ingiusta, che i legisti più servili e senza cuore che fossero in quel tempo, non ne potevano parlare senza sentirne vergogna.
Ma nè la ignominiosa processione di High Street, nè il vicino spettacolo della morte, valsero a perturbare la gentile e maestosa pazienza d’Argyle. La sua forza d’animo ebbe a sottostare a più dura prova. Gli fu posta avanti gli occhi una lista di domande per ordine del Consiglio Privato. Rispose solo a quelle alle quali poteva rispondere senza porre a pericolo nessuno de’ suoi amici, e ricusò di dire più oltre. Gli fu detto, che ove non s’inducesse a rispondere appieno, sarebbe stato messo alla tortura. Giacomo, che di certo dolevasi di non potere gustare la voluttà di vedere con gli occhi propri Argyle posto allo stivaletto, spedì ad Edimburgo positivi comandamenti di non tralasciare cosa alcuna che potesse strappare dalle labbra del traditore confessioni contro gl’implicati nel tradimento. Ma ogni minaccia fu vana. Con i tormenti e la morte innanzi lo sguardo, Mac Callum More pensò assai meno a sè stesso, che a’ poveri uomini suoi. «Sono stato oggi occupato» scrisse egli dal carcere «a trattare per loro, e non senza qualche speranza. Ma questa sera sono giunti ordini che mi dannano a morire lunedì o martedì; e debbo essere posto alla tortura, ove io non risponda con giuramento alle domande. Nonostante, spero che Dio mi sosterrà.»
La tortura non gli fu inflitta. Forse la magnanimità della vittima aveva commossi i vincitori ad insolita commiserazione. Notò egli stesso, come essi in prima lo avessero aspramente trattato, e poi tosto cominciassero ad usargli cortesia e rispetto. Dio, diceva egli, aveva mansuefatti i loro cuori. Vero è che a liberarsi dalle estreme crudeltà de’ suoi nemici, non tradì nessuno degli amici suoi. L’ultimo dì della sua vita scrisse queste parole: «Non ho nominato nessuno per recargli danno. Ringrazio Dio che mi ha mirabilmente sostenuto.»
Compose il proprio epitaffio, che è una breve poesia, pregna di pensiero e di spirito, di stile semplice e vigoroso, e non ispregevole per la versificazione. In esso lamentava che, quantunque i suoi nemici gli avessero ripetutamente decretata la morte, i suoi amici gli erano stati anche più crudeli. Il commento di tali espressioni è da trovarsi in una lettera ch’egli diresse ad una signora in Olanda. Ella lo aveva provveduto d’una grossa somma di danari per la spedizione, e perciò ei la reputava come avente diritto a conoscere appieno le cagioni onde la impresa era andata in fallo. Lavò la fama de’ suoi colleghi della macchia di tradimento; ma descrisse la insania, la ignoranza, la faziosa perversità loro, con parole che la loro propria testimonianza provò poi essere ben meritate. Dubitò poscia di avere fatto uso d’un linguaggio troppo severo per un cristiano presso a morire, ed in un foglio separato, pregò i suoi amici a cancellare ciò ch’egli aveva detto di quegli uomini. «Soltanto è d’uopo ch’io confessi» aggiunse egli, con tono mansueto «che essi erano irrefrenabili.»
La più parte delle sue ore estreme ei passò con molta divozione orando, o conversando affettuosamente con alcuni de’ suoi. Non mostrò pentirsi della sua ultima impresa, ma deplorò con somma emozione d’essersi in prima mostrato compiacente nelle cose religiose alla volontà del Governo. Disse che Iddio lo puniva meritamente. Chi per tanto tempo era stato colpevole di codardia e dissimulazione, era indegno d’essere lo strumento di salvazione per lo Stato e la Chiesa. Nondimeno, spesso ripeteva, la causa per la quale egli aveva combattuto, essere la causa di Dio, e dovere sicuramente trionfare. «Non intendo d’esser profeta. Ma ho in cuore un forte presentimento, che il dì della liberazione è presso a spuntare.» Non è cosa strana che molti zelanti Presbiteriani avessero impressi nella propria mente i detti di lui, e gli avessero poi attribuiti a ispirazione divina.
La fede e la speranza religiosa, congiunte al coraggio ed alla tranquillità naturale della mente, avevano con tanta efficacia ricomposto il suo spirito nel dì in cui egli doveva morire, che desinò con appetito, fu gaio nel conversare, e, finito il pranzo, si distese, secondo aveva costume, onde con un breve ristoro di sonno il corpo e la mente si trovassero in pieno vigore nel momento ch’egli doveva salire sul palco. In quel mentre, uno de’ Lordi del Consiglio, che, stato probabilmente educato Presbiteriano, s’era dallo interesse lasciato sedurre a congiungersi con gli oppressori di quella Chiesa di cui egli era stato parte, andò al Castello recando un messaggio da parte de’ suoi confratelli, chiese del Conte, e gli fu risposto che il Conte dormiva. Il Consigliere Privato pensò che ciò fosse un sutterfugio per negargli l’accesso, ed insistè di volere entrare. La porta del carcere gli fu spalancata; e vide Argyle carico di ferri, disteso sul letto, dormendo il placido sonno dell’infanzia. Il rinnegato si sentì rimordere la coscienza; volse le spalle, e coll’animo turbato, uscendo precipitosamente dal Castello, andò a ricoverarsi nella casa di una sua parente che abitava lì presso. Ivi si gettò sur un letto, e cadde in un’angoscia di rimorso e di rossore. La donna, spaventata agli sguardi e ai gemiti di lui, credè che gli fosse sopraggiunto un accidente, e lo pregava di bere una tazza di vino dolce di Spagna. «No, no,» disse egli «ciò non mi farà bene.» Lo pregò che le dicesse qual cosa gli dava tanto disturbo. «Sono stato» rispose egli «nel carcere di Argyle, e l’ho veduto, non ostante che fra un’ora l’anima sua debba andare all’eternità, dormire, quanto uomo possa fare, dolcemente; mentre io ...»
Il Conte, levatosi di letto, erasi apparecchiato a sostenere gli estremi dolori della vita. Prima, fu condotto per High Street nel Palazzo del Consiglio, nel quale doveva rimanere quel poco che mancava all’ora della esecuzione della giustizia. In quell’intervallo di tempo, chiese penna e calamaio e scrisse a sua moglie. «Cuor mio! Dio è immutabile. Egli mi è stato sempre largo di bontà e di grazia; e non v’è luogo che me ne privi. Perdona a tutti i falli miei; e consolati in lui, nel quale soltanto è da trovarsi ogni consolazione. Il Signore sia teco, e ti benedica e ti conforti, o mia cara. Addio.»
XXII. Era giunto il momento di partire dal Palagio del Consiglio. I sacerdoti che assistevano il prigioniero, non erano della sua medesima religione; ma li ascoltò cortesemente, e gli esortò a premunire il gregge loro affidato contro quelle dottrine che tutte le Chiese protestanti concordemente condannavano. Salì sul palco, dove la vecchia rozza guigliottina di Scozia, chiamata la Damigella (the Maiden), lo aspettava; e rivolse al popolo un discorso, tessuto del frasario speciale della sua setta, ma imbevuto dello spirito d’una pietà tranquilla. Disse come egli perdonasse i suoi nemici, dai quali sperava d’essere perdonato. Una sola acre espressione gli usci dal labbro. Uno de’ sacerdoti episcopali che lo assistevano, si fece in sull’orlo del palco, e gridò: «Milord muore Protestante.»—«Sì!» disse il Conte, spingendosi avanti, «sì! e non solo Protestante, ma acerrimo odiatore del papismo e della prelatura e d’ogni superstizione.» Allora abbracciò i suoi amici, pose nelle loro mani alcuni ricordi perchè li recassero alla consorte e ai figli suoi, s’inginocchiò, chinò la testa sul ceppo, orò brevemente, e fece segno al carnefice. Il suo mozzo capo fu affisso alla cima del Tolbooth, dove quello di Montrose s’era dianzi disfatto.[358]
XXIII. La testa di Rumbold, uomo schietto e valoroso, comecchè non iscevro di biasimo, vedevasi già sul West Port d’Edimburgo. Circondato da colleghi faziosi e codardi, finchè durò la espedizione, erasi condotto da soldato educato alla scuola del Gran Protettore, aveva in Consiglio sostenuta valorosamente l’autorità d’Argyle, ed in campo s’era reso ammirevole per la sua tranquilla intrepidezza. Dopo la dispersione dell’armata, fu aggredito da una mano di milizia civica. Si difese disperatamente, e si sarebbe aperta una via fra mezzo ai nemici, se questi non gli avessero azzoppato il cavallo. Mortalmente ferito, fu menato in Edimburgo. Era desiderio del Governo che ei fosse giustiziato in Inghilterra. Ma era così presso a morire, che se non veniva appeso alle forche in Iscozia, non si sarebbe potuto impiccare affatto; e i vincitori non sapevano rinunciare al piacere d’impiccarlo. Non era da aspettarsi che avrebbero mostrato misericordia ad uno il quale era considerato come capo della congiura di Rye House, ed era possessore dello edifizio da cui quella aveva derivato il nome; ma la insolenza onde trattarono quell’uomo moribondo, parrebbe ai nostri tempi più miti quasi incredibile. Uno del Consiglio Privato di Scozia lo chiamò maledetto scellerato. «Io sono in pace con Dio» rispose Rumbold con calma; «come dunque posso io essere maledetto?»
In fretta fu processato, convinto, e condannato ad essere tra poche ore appeso alle forche, e squartato, presso la croce della città in High Street. Quantunque non potesse tenersi sulle proprie gambe senza che venisse sorretto da due uomini, si mantenne forte fino allo estremo momento, e sotto il patibolo alzò la sua debole voce contro il papismo e la tirannide con tanta veemenza, che gli officiali comandarono si desse ne’ tamburi perchè il popolo non l’udisse. Diceva d’essere stato amico della Monarchia temperata. Ma non aveva voluto mai credere che la Provvidenza avesse mandato nel mondo pochi uomini in isprone e stivale, pronti a cavalcare, e milioni pronti a lasciarsi imbrigliare e cavalcare. «Voglio» esclamò egli «benedire e magnificare il santo nome di Dio, che mi ha ridotto a questo punto non per male alcuno che io abbia fatto, ma per avere propugnata la sua causa in tempi infausti. Se ogni capello del mio capo fosse un uomo, li porrei a rischio tutti per questa contesa.»
E mentre era processato, e innanzi di essere giustiziato, parlò dell’assassinio con lo abborrimento convenevole a buon cristiano e valoroso soldato. Protestò, sulla fede di moribondo, di non avere mai avuto pensiero di commettere tanta scelleratezza. Ma confessò francamente d’avere, conversando coi suoi compagni di congiura, nominato la propria casa come luogo dove Carlo e Giacomo si sarebbero potuti assalire con prospero successo; e molto essersi ragionato sopra ciò, sebbene nulla si fosse concluso. Potrebbe a prima vista sembrare che cosiffatta confessione fosse incompatibile colla dichiarazione da lui fatta, di aver sempre abborrito dallo assassinio. Ma pare che egli ragionasse secondo una distinzione che aveva tratti in inganno molti de’ suoi contemporanei. Per nulla al mondo si sarebbe mai indotto a porre il veleno nel cibo de’ due Principi, od a trafiggergli con un pugnale nel sonno. Ma piombare inaspettatamente sopra la torma delle Guardie del Corpo che circuivano il cocchio reale, scambiare colpi di spada e correre la sorte di uccidere o essere ucciso, era, secondo lui, una operazione militare legittima. Le imboscate e le sorprese annoveravansi fra gli ordinari accidenti della guerra. Ciascun vecchio soldato, fosse Cavaliere o Testa-Rotonda, si era trovato in simiglianti imprese. Se il Re fosse caduto morto in una scaramuccia, sarebbe caduto per legittima battaglia, e non per assassinio. Precisamente de’ medesimi argomenti si giovarono, dopo la Rivoluzione, Giacomo stesso e i suoi più fidi seguaci, per giustificare un iniquo attentato contro la vita di Guglielmo III. Una banda di Giacomisti ebbe lo incarico di assalire il Principe d’Orange ne’ suoi quartieri invernali. Il significato nascosto sotto questa speciosa frase, era di segare la gola al Principe mentre da Richmond andava in cocchio a Kensington. Parrà strano che simiglianti fallacie, che sono la feccia delle dottrine de’ casuisti gesuiti, potessero sedurre uomini di spirito eroico, sì Whig che Tory, a commettere un delitto, che le leggi divine ed umane hanno giustamente notato d’infamia. Ma non vi è sofisma tanto enorme che non inganni le menti rese insane dallo spirito di parte.[359]
Argyle, che sopravvisse di poche ore a Rumbold, lasciò testimonianza della virtù del valoroso Inglese. «Il povero Rumbold era mio gran sostegno, e valente uomo, e morì da cristiano.»[360]
XXIV. Ayloffe mostrò tanto disprezzo della morte, quanto ne avevano mostrato Argyle e Rumbold: ma la sua fine non edificò, come la loro, le anime pie. Quantunque la simpatia politica lo avesse fatto avvicinare ai Puritani, ei non aveva simpatia religiosa per essi, i quali lo consideravano poco meno d’un ateo. Apparteneva a quella classe de’ Whig che cercavano esempi da imitare meglio fra i patriotti di Grecia e di Roma, che fra i profeti e i giudici d’Israele. Fu fatto prigione e condotto a Glasgow. Quivi tentò di uccidersi con un piccolo coltello; ma comecchè si facesse varie ferite, nessuna di esse fu mortale, ed egli ebbe forze bastevoli a sostenere il viaggio a Londra. Tratto dinanzi al Consiglio Privato, fu interrogato dal Re stesso; ma ebbe tanta altezza di animo, da non provvedere alla propria salute accusando altrui. Corse voce fra i Whig che il Re gli dicesse: «Fareste bene ad essere schietto con me, signore Ayloffe. Voi sapete che è in mio potere il perdonarvi.» Allora il prigione, rompendo l’austero silenzio, rispose: «Ciò potrebbe essere nel vostro potere, non mai nell’indole vostra.» Fu giustiziato, per virtù dell’antica condanna, innanzi la porta del Tempio, e morì con istoico contegno.[361]
XXV. In quel mentre, la vendetta de’ vincitori piombò spietatissima sulle popolazioni della Contea d’Argyle. Molti de’ Campbell furono senza processo impiccati da Athol; il quale con difficoltà venne impedito dal Consiglio Privato di fare altre uccisioni. La contrada, per la estensione di trenta miglia d’intorno a Inverary, fu devastata. Le case furono arse, le ruote de’ mulini fatte in pezzi, gli alberi fruttiferi tagliati, e fino le radici seccate col fuoco. Le reti de’ pescatori, solo mezzo di sussistenza a molti abitanti della costa, furono distrutte. Trecento, e più, ribelli e malcontenti vennero deportati alle colonie. Molti di loro furono anche condannati alla mutilazione. In un solo giorno, il carnefice d’Edimburgo tagliò le orecchie a trentacinque prigioni. Parecchie donne, dopo essere state segnate sulla guancia con un ferro rovente, furono mandate oltre l’Atlantico. Pensavasi anche di ottenere dal Parlamento una Legge che proscrivesse il nome di Campbell, come ottanta anni prima era stato proscritto quello di Mac Gregor.[362]
E’ pare che la espedizione di Argyle avesse fatto poco senso nelle contrade meridionali dell’Isola. La nuova del suo sbarco giunse in Londra poco avanti che si adunasse il Parlamento Inglese. Il Re ne dètte lo annunzio dal trono; e le Camere lo assicurarono che lo avrebbero difeso contro ogni nemico. Null’altro fu chiesto loro. Sopra la Scozia non avevano autorità nessuna; e una guerra che ardeva così lontano, e della quale quasi fino da principio poteva di leggieri prevedersi l’esito, destò solo un languido interesse in Londra.
Ma una settimana innanzi la dispersione finale dell’armata d’Argyle, la Inghilterra era agitata dalla nuova dello sbarco sulle sue spiaggie d’un più formidabile invasore. I fuorusciti avevano stabilito che Monmouth muoverebbe dall’Olanda sei giorni dopo la partenza degli Scozzesi. Egli aveva differita per breve tempo la spedizione, forse sperando che la maggior parte delle soldatesche, stanzianti nel mezzodì, si sarebbero fatte marciare verso tramontana appena scoppiata la guerra nelle montagne, e quindi non avrebbe trovate forze pronte ad opporglisi. Allorquando poi volle partirsi, il vento spirava contrario e impetuoso.
Mentre la sua flotta stavasi a sbattere nel Texel, una contesa erasi desta fra le Autorità olandesi. Gli Stati Generali e il Principe d’Orange stavano da una parte; la magistratura e lo Ammiraglio d’Amsterdam, dall’altra.
Skelton aveva porta agli Stati Generali una lista di fuorusciti, la dimora de’ quali nelle Provincie Unite recava inquietudine al suo signore. Gli Stati Generali, desiderosi di assentire ad ogni ragionevole richiesta di Giacomo, ne mandarono copie alle Autorità Municipali. Ai magistrati delle città tutte fu ingiunto di usare ogni mezzo ad impedire che i Whig proscritti molestassero il Governo Inglese. Generalmente, questi ordini furono osservati. A Rotterdam in ispecie, dove la influenza di Guglielmo era onnipotente, si fece mostra di tale operosità, da meritarsi i più caldi ringraziamenti di Giacomo. Ma la sede principale degli esuli era Amsterdam, i cui governanti non volevano veder nulla, udire nulla, sapere nulla. Il Gran Sergente della città, che stava giornalmente in comunicazione con Ferguson, riferì all’Aja, come egli non sapesse dove trovare un solo de’ fuorusciti; e con questa scusa al Governo federale fu forza di tenersi pago. Vero è che gli esuli inglesi erano sì ben conosciuti ad Amsterdam, che il popolo appiccava loro gli occhi addosso come se fossero stati Chinesi.[363]
Pochi giorni dopo, Skelton ricevè ordini dalla sua Corte perchè chiedesse, che a cagione de’ pericoli che minacciavano il trono del suo signore, i tre reggimenti scozzesi ai servigi delle Provincie Unite, fossero senza indugio rimandati nella Gran Bretagna. Si rivolse al Principe d’Orange; il quale si tolse il carico di maneggiare il negozio, ma predisse che Amsterdam avrebbe opposta qualche difficoltà. La predizione avverossi. I Deputati d’Amsterdam ricusarono d’acconsentire; il che fu cagione di qualche ritardo. Ma la questione non era di quelle che, per virtù della Costituzione della repubblica, una sola città poteva, contro il desiderio della maggioranza, impedire che si mandassero ad esecuzione. La influenza di Guglielmo prevalse; e le truppe furono speditamente imbarcate.[364]
Skelton infrattanto adoperavasi, certo non con molto giudizio e moderazione, a fermare le navi equipaggiate dai fuorusciti inglesi. Rimproverò fortemente lo Ammiragliato d’Amsterdam, dicendo che per la negligenza di quello, una banda di ribelli aveva potuto invadere la Gran Bretagna. A un secondo errore della medesima specie non vi sarebbe stata nessuna scusa. Chiese che senza tardanza un grosso legno, chiamato l’Helderenbergh, fosse sequestrato. Spacciavasi destinato per le Canarie. Ma in verità, era stato noleggiato da Monmouth, portava ventisei cannoni, ed era carico d’armi e di munizioni. Lo Ammiragliato d’Amsterdam rispose, che la libertà del traffico e della navigazione non doveva violarsi per lievi ragioni, e che l’Helderenbergh non poteva essere fermato senza comandamento degli Stati Generali. Skelton, che pare avesse costume di cominciare le cose a rovescio, ricorse agli Stati Generali, e questi dettero gli ordini necessari. Allora lo Ammiragliato d’Amsterdam allegò, che nel Texel non vi fossero forze navali bastevoli a fermare un legno grosso come era l’Helderenbergh, e lasciò che Monmouth facesse vela senza molestia.[365]
Il tempo era cattivo, il viaggio lungo, e vari vascelli da guerra inglesi incrociavano nel Canale. Ma Monmouth evitò i pericoli del mare e dell’inimico. Passando lungo le rupi della Contea di Dorset, pensò di mandare sur una barca alla riva uno de’ fuorusciti, che aveva nome Tommaso Dare. Questo uomo, quantunque basso di intelligenza e di modi, esercitava grande influenza in Tauton. Gli fu ingiunto di quivi recarsi frettolosamente, attraversando il paese, ed annunziare agli amici suoi, che Monmouth avrebbe tra breve toccato il suolo dell’Inghilterra.[366]
XXVI. La mattina del dì undecimo di giugno, l’Helderenbergh, accompagnato da due più piccoli legni, comparve nel porto di Lyme. Questa città è formata da un piccolo gruppo di ripidi ed angusti viottoli, giacenti sur una costa selvaggia, piena di rocce, e battuta da un mare procelloso. Era a que’ giorni notevole per una pila costruitavi nei tempi de’ Plantageneti, con pietre ineguali e non cementate. Questo antico lavoro, conosciuto sotto il nome di Cob, chiudeva l’unico porto, dove, per uno spazio di molte miglia, i pescatori potevansi riparare dalle tempeste del Canale.
L’apparizione di cotesti tre legni forestieri senza bandiera, rese perplessi gli abitatori di Lyme; ai quali crebbe la inquietudine come non videro ritornare gli ufficiali di Dogana, che, secondo la usanza, si erano recati sul bordo. Il popolo della
città corse sulle alture, si stette lungo tempo a guardare
con ansietà, ma non sapeva intendere un tanto mistero. Finalmente, sette barche spiccaronsi dalla più grande delle strane navi, e corsero difilate alla spiaggia. Scesero a terra circa ottanta uomini, bene armati e bene in arnese. Erano fra loro Monmouth, Grey, Fletcher, Ferguson, Wade ed Antonio Buyse, ufficiale già stato a servizio dello Elettore di Brandenburgo.[367]
Monmouth impose silenzio, prostrassi in ginocchio, e ringraziò Dio per avere scampati gli amici della libertà e della religione pura da’ pericoli del mare, ed implorò la benedizione divina sopra quanto gli restava da fare per terra. Snudò la spada, e condusse i suoi uomini su per le rupi alla città.
Appena saputosi sotto quale condottiero ed a che fine la spedizione era arrivata, lo entusiasmo del popolaccio ruppe ogni freno. La piccola città fu tutta in subbuglio; erano le genti che, correndo per ogni verso, andavano gridando: «Monmouth! Monmouth! La Religione Protestante!» Intanto, nella piazza del mercato venne inalberata una bandiera azzurra, che era la insegna degli avventurieri. Le provigioni militari furono poste nel palazzo civico; e una Dichiarazione, nella quale manifestavasi lo scopo della impresa, fu letta presso la croce della città.[368]
XXVII. Tale Dichiarazione, capo lavoro del genio di Ferguson, non era un manifesto dignitoso quale avrebbe dovuto essere quello di un condottiero che brandiva la spada a propugnare una gran causa, ma un libello di bassissima specie e per concetto e per elocuzione.[369] Conteneva molte verissime accuse contro il governo, ma erano espresse con lo stile prolisso e gonfio di un cattivo articolo; oltrechè comprendeva motti addebiti che recavano disonore a coloro soltanto che li scagliavano. Vi si affermava come cosa certa, che il Duca di York aveva incendiata Londra, strangolato Godfrey, mozzato il capo ad Essex, avvelenato il Re defunto. A cagione di quei nefandi e snaturati delitti, e principalmente di quel fatto esecrabile, cioè dell’orribile e barbaro parricidio—tale era la facondia e tale la felicità dello scrivere di Ferguson—Giacomo veniva dichiarato mortale e sanguinoso nemico, tiranno, assassino ed usurpatore. Con lui non doveva venirsi a condizioni. La spada non doveva riporsi nel fodero finchè ei non avesse ricevuto il castigo che meritano i traditori. Il governo era da riordinarsi secondo i principii favorevoli alla libertà. Tolleranza per tutte le sètte protestanti; Parlamenti annui, da non prorogarsi e disciogliersi a volontà del Principe; la milizia cittadina unico esercito stanziale, comandato dagli Sceriffi, e questi da eleggersi dai liberi possidenti. In fine, Monmouth dichiarava come egli potesse provare d’essere nato di legittimo matrimonio, ed essere, per diritto di eredità, Re d’Inghilterra; ma per allora poneva da parte i suoi diritti, li sottoponeva al giudicio di un libero Parlamento; e intanto desiderava essere considerato solo come Capitano Generale dei Protestanti inglesi, i quali eransi armati a distruggere la tirannide e il papismo.
XXVIII. Disonorevole come era tale Manifesto a coloro che lo avevano messo fuori, non era fatto senza arte a fine di incitare le passioni del volgo. Nelle contrade occidentali produsse grande effetto. I gentiluomini e il clero di quelle parti dell’Inghilterra, tranne pochi, erano Tory. Ma i piccoli possidenti, i trafficanti delle città, i contadini e gli artigiani, erano generalmente animati dal vecchio spirito delle Teste-Rotonde. Molti erano Dissenzienti, ed esasperati da piccole persecuzioni, dispostissimi a gettarsi in una disperata impresa. Il grosso del popolo abborriva dal Papismo, e adorava Monmouth, il quale non gli era straniero. Il viaggio ch’egli nella state del 1680 fece nelle Contee di Somerset e di Devon, era ancora vivo nella memoria di tutti. In quella occasione, era stato sontuosamente ospitato da Tommaso Thynne in Longleat Hall, che era allora, e forse anche oggi, la più magnifica casa campestre dell’Inghilterra. Da Longleat ad Exeter, lungo le siepi, stavano di qua e di là schierati numerosi spettatori che lo acclamavano. Le strade erano sparse di fronde e di fiori. La moltitudine, ansiosa di vedere e toccare il suo prediletto, rompeva le palizzate de’ parchi, ed affollavasi ne’ luoghi dove egli era festeggiato. Quando arrivò a Chard, la sua scorta componevasi di cinquemila cavalli. Ad Exeter tutto il popolo del Devonshire erasi raccolto per salutarlo. Era notevole parte dello spettacolo una compagnia di novecento giovani, i quali, coperti di bianco uniforme, lo precedevano verso la città.[370] Il giro di fortuna, che aveva scissi dalla sua causa i gentiluomini, non aveva prodotto nessuno effetto nel popolo basso. Per esso egli era sempre il buon Duca, il Duca protestante, lo erede legittimo, che una vile congiura aveva privato del proprio retaggio. Le genti correvano in folla al suo vessillo. Tutti gli scrivani ch’egli potè adoperare, non bastavano a notare i nomi delle reclute. Non era anche stato ventiquattro ore sulle rive dell’Inghilterra, e trovatasi a capo di mille cinquecento uomini. Dare arrivò da Taunton con quaranta cavalli d’aspetto non molto marziale, e recò nuove incoraggianti intorno allo stato dell’opinione pubblica nella Contea di Somerset. Fin qui tutto pareva procedere prosperamente.[371]
Ma in Bridport andavansi ragunando forze per farsegli contro. Ivi arrivò, nel dì decimoterzo di giugno, il reggimento rosso della guardia civica della Contea di Dorset. Quello della Contea di Somerset, ovvero reggimento giallo, di cui era colonnello Guglielmo Porter, gentiluomo Tory di non poca importanza, aspettavasi per il giorno seguente.[372] Il Duca deliberò di avventurare subitamente il colpo. Parte delle sue truppe apparecchiavasi già a marciare verso Bridport, allorquando un disastroso evento pose in iscompiglio tutto il campo.
Fletcher e Saltoun erano stati destinati a comandare, sottoposti a Grey, la cavalleria. Fletcher aveva un cattivo cavallo; e veramente pochi animali erano nel campo che non fossero stati tolti all’aratro. Come gli fu ordinato di partire per Bridport, pensò che l’urgenza del caso gli dovesse essere scusa a giovarsi, senza licenza, d’un bel cavallo che apparteneva a Dare. Questi se ne offese, e parlò dure parole a Fletcher; il quale si tenne cheto più di quanto si sarebbero aspettato coloro che lo conoscevano. In fine Dare, reso più audace dal contegno paziente con che l’altro sosteneva la insolenza di lui, rischiossi a minacciare con una bacchetta il ben nato ed altero Scozzese. Fletcher si sentì ribollire il sangue, trasse fuori una pistola e stese Dare a terra morto. Così repentina e violenta vendetta non sarebbe stata riputata strana in Iscozia, dove le leggi erano state sempre deboli; dove chiunque non si fosse fatta ragione da sè, non era verosimile che la ottenesse da altri; e dove, perciò, della vita umana facevasi così poco pregio, quanto nelle peggio governate provincie della Italia. Ma le genti delle contrade meridionali dell’Isola, non erano avvezze a vedere fare uso delle armi micidiali, e spargersi il sangue per una parola e un gesto aspro, tranne in duello fra gentiluomini pugnanti con armi uguali. Sorse, dunque, un grido universale di vendetta contro lo straniero che aveva assassinato un Inglese. Monmouth non potè far fronte ai clamori. Fletcher, il quale, appena calmato l’impeto della rabbia, si sentì opprimere dal rimorso e dal cordoglio, ricoveratosi sopra l’Helderenbergh, fuggì sul continente, e andò in Ungheria, dove valorosamente pugnò contro il comune nemico del nome cristiano.[373]
XXIX. Qualunque fossero state le condizioni degl’insorgenti, alla perdita d’un uomo d’egregie doti d’animo, non poteva di leggieri supplirsi. La mattina del giorno seguente, che era il dì decimoquarto di giugno, Grey, accompagnato da Wade, si mosse con circa cinquecento uomini a dare l’assalto a Bridport. Ne seguì un fatto d’arme confuso e non decisivo, quale era da aspettarsi da due bande di contadini, che comandate da gentiluomini e da avvocati di provincia, erano venute alle mani. Per qualche tempo gli uomini di Monmouth fecero rinculare la guardia civica. Poi essa stette ferma, e costrinse gl’inimici a ritirarsi disordinatamente. Grey, con la sua cavalleria, non si fermò mai finchè non si vide di nuovo salvo a Lyme; ma Wade raccolse i fanti e li condusse innanzi con buon ordine.[374]
Levossi allora un violento grido contro Grey; e taluni degli avventurieri incitavano Monmouth a trattarlo severamente. Monmouth, nondimeno, non volle prestare ascolto a cotesti consigli. La sua mitezza è stata da parecchi scrittori attribuita a bontà d’indole, la quale spesso diventava debolezza. Altri hanno supposto ch’egli non volesse condursi violentemente col solo Pari che servisse nella sua armata. Nonostante, è probabile che il Duca, il quale, comunque non fosse grandissimo capitano, s’intendeva di guerra molto meglio de’ predicatori e dei legisti che sempre lo tempestavano con consigli, fece concessioni che gente affatto inesperta nelle faccende militari non avrebbe mai pensato di fare. Per rendere giustizia ad un uomo che ha avuti pochi difensori, è d’uopo osservare, che la parte assegnata a Grey, per tutto il tempo che durò la campagna, era tale, che se egli fosse stato il più ardito ed esperto de’ soldati, non avrebbe potuto mai compierla in modo da acquistargli credito. È noto che un soldato a cavallo richiede un più lungo esercizio di un soldato a piedi, e che il cavallo da guerra richiede anche esso più lungo esercizio del suo cavaliere. Qualche cosa può farsi con una fanteria immatura, purchè abbia entusiasmo e coraggio; ma nulla può esservi più inconvenevole d’una cavalleria nuova e inesperta, composta di possidenti e di trafficanti montati sopra cavalli da soma e da posta: e tale era la cavalleria di Grey. Non è da maravigliarsi che i suoi non sostenessero risoluti l’impeto del fuoco nemico, e non menassero vigorosamente le armi, ma che potessero tenere i posti loro.
Le reclute seguitavano ad accorrere a torme. Gli armamenti e gli esercizi militari continuavano ogni giorno. In questo mentre, la nuova della insurrezione erasi sparsa per ogni dove. La sera stessa in cui il Duca pose piede a terra, Gregorio Alford, gonfaloniere di Lyme, Tory zelante ed acerrimo persecutore de’ non conformisti, mandò i suoi servi ad annunziare la cosa ai gentiluomini delle Contee di Somerset e di Dorset, ed egli stesso cavalcò alla volta del paese occidentale. A notte avanzata fermossi in Honiton, dove scrisse in poche parole le triste nuove, e le spedì a Londra.[375] Volò poi ad Exeter, dove trovò Cristoforo Monk, Duca di Albemarle. Questo nobile uomo, figlio ed erede di Giorgio Monk restauratore degli Stuardi, era Lord Luogotenente del Devonshire, ed allora stavasi a passare a rassegna la guardia civica. Aveva pronti sotto il suo comando quattromila militi cittadini. E’ pare ch’egli credesse di potere con tali forze spegnere ad un tratto la ribellione. E però marciò alla volta di Lyme.
XXX. Ma come, nel pomeriggio del lunedì 15 di giugno, egli giunse ad Axminster, vi trovò gl’insorgenti pronti a fargli fronte. Gli si presentarono con risoluto aspetto; posero quattro pezzi da campagna contro le truppe regie. Le spesse siepi che da ambo i lati fiancheggiavano gli angusti stradali, erano guarnite di file di moschettieri. Albemarle, nondimeno, aveva meno timore degli apparecchi dell’inimico, che dello spirito che manifestavano le proprie milizie. Tale era la reputazione di Monmouth tra le popolazioni della Contea di Devon, che se le milizie civiche avessero potuto scoprire il suo ben noto aspetto, sarebbero corse in massa a porsi sotto il suo vessillo.
Albemarle, quindi, comunque fosse superiore di forze, stimò savio consiglio di ritirarsi. La ritirata tosto prese sembianza di sconfitta. Tutto il paese era sparso d’armi e d’uniformi militari, che i fuggenti gettavano via; ed ove Monmouth gli avesse vigorosamente inseguiti, avrebbe probabilmente preso Exeter senza colpo ferire. Ma ei fu satisfatto dell’ottenuto vantaggio, ed amò meglio che le sue reclute fossero più esercitate innanzi di avventurarsi a fatti rischiosi. Per la qual cosa mosse alla volta di Taunton, dove arrivò il dì decimottavo di giugno, precisamente una settimana dopo il suo sbarco.[376]
XXXI. La Corte e il Parlamento s’erano grandemente commossi alle nuove giunte dall’occidente dell’isola. Alle ore cinque della mattina del sabato 13 di giugno, il Re aveva ricevuta la lettera che il Gonfaloniere di Lyme gli aveva spedita da Honiton. Il Consiglio Privato fu subitamente convocato. Si dettero ordini perchè si rafforzasse ogni compagnia di fanteria, ed ogni squadrone di cavalleria. Vennero istituite commissioni per far leva di nuovi reggimenti.
XXXII. La lettera di Alford fu presentata alla Camera de’ Lordi, e la sostanza ne venne con un messaggio comunicata a quella de’ Comuni. I Comuni esaminarono i corrieri ch’erano arrivati dall’occidente, e tosto ordinarono di promulgare un decreto che condannasse Monmouth come reo di crimenlese. Si votarono indirizzi al Re, onde assicurarlo che i suoi Pari e il suo popolo erano deliberati di porre per lui la vita e gli averi contro tutti i suoi nemici. Nella prossima tornata, le Camere ordinarono che il Manifesto dei ribelli venisse bruciato per mano del boia; e il decreto di morte infamante passò per tutti gli stadii consueti. Tale decreto nel medesimo giorno fu approvato dal Re; e una rimunerazione di cinquemila lire sterline fu promessa a chiunque avesse arrestato Monmouth.[377]
Il fatto che Monmouth era in armi contro il Governo, era così notorio, che il decreto di morte infamante divenne legge con la lieve opposizione di uno o due Pari, e rade volte è stato con severità censurato anco dagli storici Whig. Nulladimeno, qualvolta si consideri di quanta importanza egli sia che gli uffici legislativi si tengano distinti dai giudiciali; che la voce pubblica, comunque forte ed universale, non si abbia per prova legale della colpa; e che si osservi la regola che nessun uomo si debba condannare alla morte senza porgergli modo a difendersi; e con quanta facilità e speditezza le violazioni de’ grandi principii, una volta fatte, si allarghino;—saremo probabilmente disposti a credere che al partito preso dal Parlamento poteva farsi qualche obiezione. Nessuna delle due Camere aveva ragione alcuna, che anche un giudice corrotto come Jeffreys potesse ingiungere ai giurati di considerare come prova del delitto di Monmouth. I messaggeri esaminati dai Comuni non avevano prestato giuramento, e perciò avrebbero potuto raccontare prette fandonie, senza incorrere nella pena dello spergiuro. I Lordi, che avrebbero potuto fargli giurare, a quanto sembra, non esaminarono nessuno de’ testimoni, e non avevano sottocchio altra prova all’infuori della lettera del Gonfaloniere di Lyme, la quale dinanzi alla Legge non era prova nessuna. Gli estremi pericoli, egli è vero, giustificano gli estremi rimedi. Ma il decreto di morte infamante era un rimedio che non poteva mandarsi ad esecuzione mentre durava il pericolo, e, cessato quello, diveniva superfluo. Intanto che Monmouth era in armi, tornava impossibile giustiziarlo. Se era vinto e preso, non vi sarebbe stato rischio o difficoltà a fargli il Processo. Tempo dopo fu ricordato, come curiosa circostanza, che fra i Tory zelanti i quali dalla Camera de’ Comuni recarono il decreto alla barra de’ Lordi, era Sir Giovanni Fenwick, rappresentante di Northumberland.[378] Questo gentiluomo, pochi anni dopo, ebbe occasione di riesaminare la faccenda, e concluse che i decreti di morte infamante erano affatto ingiustificabili.
In quell’ora di pericolo, il Parlamento porse altre prove di lealtà. I comuni dettero al Re la potestà di levare una somma straordinaria di quattrocentomila lire sterline per i suoi presentissimi bisogni; e perchè egli non incontrasse difficoltà a trovare la pecunia, si posero a immaginare nuove imposte. Il disegno di tassare le case novellamente edificate nella metropoli, fu rimesso in campo e validamente sostenuto dai gentiluomini di provincia. Fu deliberato non solo di tassare tali case, ma di fare una legge che proibisse di porre le fondamenta di nuovi edifici dentro un dato circuito attenente alla città. Siffatta deliberazione, nondimeno, non fu posta in effetto. Uomini potenti che possedevano terre ne’ suburbii, e speravano di vedere nuove strade e piazze sorgere nelle possessioni loro, si valsero di tutta la loro influenza contro quel progetto. Fecero considerare come si richiedesse non poco tempo a provvedere a’ particolari della nuova legge; mentre i bisogni del Re erano così urgenti, ch’egli aveva creduto necessario accelerare i procedimenti della Camera, gentilmente esortandola a sbrigarsi. Per lo che, il disegno di tassare gli edifizi fu messo da parte, e furono imposti nuovi dazi per cinque anni sopra le sete, le tele e i liquori spiritosi forestieri.[379]
I Tory della Camera Bassa, dipoi, misero fuori quella che essi chiamavano Legge per la sicurezza della persona e del Governo del Re. Proposero che verrebbe considerato delitto d’alto tradimento il dire che Monmouth fosse legittimo, il profferire parole tendenti a muovere odio o dispregio contro la persona o il Governo del Sovrano, o il fare proposta in Parlamento di cangiare l’ordine della successione. Alcuni di tali provvedimenti destarono disgusto e timore generale. I Whig, benchè fossero pochi e deboli, provaronsi di riannodarsi, e si trovarono rinforzati da un numero considerevole di moderati e assennati Cavalieri. Dicevano come fosse facile anche ad un uomo onesto frantendere le parole, che facilmente potevano male interpretarsi da un ribaldo. Ciò che si fosse detto metaforicamente, poteva essere inteso alla lettera, e in senso serio ciò che dicevasi per ischerzo. Una particella, un tempo, un modo, un punto ammirativo potevano costituire la differenza tra la colpa e la innocenza. Lo stesso Salvatore del genere umano, nella cui vita intemerata, la malizia non potè trovare argomento d’accusa, era stato tratto al tribunale per parole parlate. Falsi testimoni avevano soppressa una sillaba che avrebbe mostrato chiaramente quelle tali parole essere state dette in senso figurato, e così avevano dato al Sinedrio pretesto, sotto il quale fu consumato il più iniquo degli assassinii giudiciali.
Dopo cotesto esempio, chi avrebbe potuto affermare che, se le semplici parole venissero dichiarate delitto d’alto tradimento, il più leale de’ sudditi avrebbe potuto tenersi sicuro della propria vita? Tali argomenti produssero un effetto sì grande, che il Comitato fece alla Legge non poche modificazioni, che la resero assai più mite. Ma la clausola che dichiarava reo di crimenlese qualunque de’ membri del Parlamento avesse proposta la esclusione d’un principe del sangue reale dal trono, sembra non essere stata posta in discussione, e venne adottata. Ed era cosa di nessuna importanza; ma serve a provare la ignoranza ed inespertezza de’ cervelli riscaldati di que’ realisti, de’ quali abbondava la Camera de’ Comuni. Se avessero imparati i primi rudimenti della legislazione, avrebbero veduto che l’atto che essi consideravano di tanto momento, sarebbe stato superfluo mentre il Parlamento era disposto a mantenere l’ordine della successione, e sarebbe stato revocato appena fosse venuto un Parlamento inchinevole a cangiarlo.[380]
Il decreto, con le modificazioni fatte, fu approvato e recato alla Camera de’ Lordi, ma non divenne Legge. Il Re aveva ottenuto dal Parlamento tutti i sussidi pecuniari che si sarebbe potuto aspettare; e pensò che, mentre ardeva la ribellione, i nobili e i gentiluomini a lui fidi sarebbero stati più utili nelle loro Contee che in Westminster. Gli esortò quindi a terminare le loro deliberazioni, e nel dì 2 di luglio li accommiatò. Nello stesso giorno, approvò una Legge che richiamava a vita quella censura della stampa, che era spirata nel 1679. Fu espressa con poche parole poste alla fine di uno Statuto contenente varie provvisioni fatte nel finire della sessione. I cortigiani non credevano di avere riportata una vittoria. I Whig non mormorarono punto. Nella Camera de’ Lordi, e in quella dei Comuni non vi furono dispareri, o anco, per quanto si possa adesso conoscere, discussione alcuna intorno a una questione che nella età nostra porrebbe in commovimento la società intera. E davvero, il mutamento era lieve e quasi impercettibile; imperocchè, dopo la scoperta della congiura di Rye House, la libertà della stampa esisteva solo di nome. Per molti mesi quasi nessun foglio avverso alla Corte era stato pubblicato alla macchia; ed alla macchia simili fogli si sarebbero, anche dopo la nuova Legge, potuti stampare.[381]
Le Camere si chiusero. Non furono prorogate, ma soltanto aggiornate, affinchè, venuta l’ora di ragunarsi di nuovo, avessero potuto ripigliare i loro lavori dal punto in cui gli avevano lasciati interrotti.[382]
XXXIII. Mentre il Parlamento divisava rigorose leggi contro Monmouth e i suoi partigiani, questi era stato accolto in Taunton con modo da fargli sperare che la impresa avrebbe avuto prospero fine. Taunton, al pari della più parte delle città nelle contrade meridionali dell’Inghilterra, era in que’ tempi più importante di quello che sia ai nostri. Quelle città non sono ite in decadenza; chè anzi sono, tranne pochissime, più grandi e più ricche, meglio fabbricate e meglio popolate che non erano nel secolo decimosettimo. Ma, comecchè abbiano fatto positivi progressi, relativamente hanno indietreggiato. Sono state superate per ricchezza e popolazione dalle grandi città manifatturiere e commerciali del settentrione; città che, a tempo degli Stuardi, appena cominciavano ad essere conosciute come sedi dell’industria. Taunton, allorchè vi andò Monmouth, era un luogo d’insigne prosperità. Aveva abbondevoli mercati, e celebri lanifici. La popolazione vantavasi dicendo che la terra era irrigata di latte e di miele. Nè così favellavano solo i naturali del luogo; ogni straniero che salisse sopra la leggiadra torre di Santa Maria Maddalena, confessava di contemplare la più fertile delle valli d’Inghilterra. Era una contrada rigogliosa di pometi e di verdi pascoli, fra i quali sorgevano con vaga apparenza case, capanne e campanili di villaggio. I cittadini da lungo tempo pendevano alle dottrine presbiteriane e ai principii politici de’ Whig. A tempo della grande guerra civile, Taunton, traverso a tutte le vicissitudini, erasi tenuta fida al Parlamento, era stata due volte cinta di stretto assedio da Goring, e due volte difesa dalla eroica virtù di Roberto Blake, che poscia divenne il celeberrimo Ammiraglio della Repubblica. Strade intere erano state incendiate dalle bombe e dalle granate de’ Cavalieri. I viveri erano stati così scarsi, che il Governatore aveva fermamente annunziato di far distribuire al presidio carni di cavallo. Ma nè fuoco nè fame valsero mai a domare lo spirito di que’ cittadini.[383]
La Restaurazione non aveva cangiata l’indole degli abitatori di Taunton, i quali seguitavano tuttavia a celebrare lo anniversario del fausto giorno in cui fu levato lo assedio posto alla città dall’armata regia; e il loro ostinato affetto alla vecchia causa, aveva destato in Whitehall tanta ira e timore, che il loro canale era stato riempito, e le loro mura distrutte fino dalle fondamenta.[384] Lo spirito puritano ne’ cuori loro, era stato tenuto sempre desto dai precetti e dallo esempio di uno tra i più celebri uomini del clero dissenziente; voglio dire, di Giuseppe Alleine. Alleine era l’autore d’un Trattato che aveva per titolo «Ammonimento ai non Convertiti;» libro che è anche oggi popolare in Inghilterra e in America. Dal fondo della prigione, dove lo avevano sepolto i vittoriosi Cavalieri, diresse ai suoi diletti amici di Taunton molte epistole imbevute dello spirito d’una pietà veramente eroica. La sua salute in breve tempo soggiacque agli effetti dello studio, degli affanni e della persecuzione; ma la sua memoria rimase lungamente cara e riverita da coloro ch’egli aveva ammoniti e catechizzati.[385]
I figli degli uomini, che quaranta anni innanzi avevano difese le mura di Taunton contro i realisti, adesso accoglievano Monmouth con acclamazioni di gioia e d’affetto. Ogni uscio, ogni finestra era adornata di festoni di fiori. Nessuno mostravasi nelle vie senza portare fitta al cappello una verde fronda, insegna della causa popolare. Le damigelle delle più insigni famiglie della città tessevano i vessilli degl’insorgenti. E in ispecie una bandiera, nella quale a magnifici ricami erano rappresentati gli emblemi della regia dignità, fu offerta a Monmouth da un drappello di fanciulle. Egli accettò il dono con quelle incantevoli maniere che erano tutte sue. La damigella che guidava la processione, lo presentò anco d’una piccola Bibbia di gran pregio. Egli la prese con riverenza, e disse: «Io vengo a difendere le verità che si contengono in questo libro, o a suggellarle, qualora bisogni, col sangue mio.»[386]
Ma intanto che Monmouth beavasi degli applausi della moltitudine, non poteva non accorgersi, con timore e rammarico, che le classi alte procedevano, quasi senza eccezione, ostili alla sua intrapresa, e che nessuna delle Contee, dove ei si era mostrato, insorgeva. Era stato assicurato da agenti che dicevano di saperlo da Wildman, come tutta l’aristocrazia Whig agognasse a correre alle armi. Ciò non ostante, era scorsa più d’una settimana da che la sua bandiera era stata inalberata in Lyme. I lavoranti, i piccoli fattori, i bottegai coi loro giovani, i predicatori dissenzienti, erano corsi in folla al campo de’ ribelli; ma nè anche un solo Pari, o baronetto, o cavaliere, o membro della Camera de’ Comuni, tranne qualche scudiere di sì poca importanza da non essere mai stato commissario di pace, erasi congiunto con gl’invasori. Ferguson, il quale fino dalla morte di Carlo era sempre stato l’angiolo malvagio di Monmouth, trovò lì pronto il consiglio. Il Duca, evitando di assumere il titolo di Re, erasi messo in una falsa postura. Se si fosse dichiarato sovrano d’Inghilterra, la sua causa avrebbe avuto sembiante di legalità. Adesso era impossibile conciliare il suo Manifesto coi principii della Costituzione. Era chiaro che o Monmouth o il suo zio era il Re legittimo. Monmouth non si rischiò a chiamarsi Re legittimo, e nondimeno negava che il suo zio lo fosse. Coloro che stavano per Giacomo, pugnavano per il solo uomo il quale s’era avventurato a pretendere al trono; e però, secondo le leggi del reame, facevano il proprio debito. Coloro che parteggiavano per Monmouth, combattevano per un sistema politico ignoto, che era da stabilirsi da una Convenzione non ancora esistente. Non è meraviglia che gli uomini cospicui per grado ed opulenza, si tenessero alieni da una intrapresa che minacciava distruggere quel sistema, nella cui durata essi avevano cotanto interesse. Se il Duca avesse proclamata la propria legittimità ed assunta la Corona, avrebbe a un tratto abbattuta la predetta obiezione. La questione non sarebbe più stata tra l’antica Costituzione e la nuova; sarebbe bensì stata semplice questione di diritto ereditario tra due principi.
XXXIV. Con simiglianti argomenti, Ferguson, quasi immediatamente dopo lo sbarco, aveva con insistenza stimolato il Duca a proclamarsi Re; e Grey opinava nel modo medesimo. Monmouth avrebbe assai volentieri seguito il loro consiglio; ma Wade ed altri repubblicani lo avversavano, e il loro capo con la usata pieghevolezza cesse alle ragioni che adducevano. In Taunton la questione fu rimessa in campo. Monmouth chiamò a sè coloro che dissentivano, li assicurò che ei non vedeva altro modo ad ottenere lo aiuto dell’aristocrazia di qualunque partito si fosse, e gli riuscì di strappare loro mal grado il consentimento. La mattina del dì ventesimo di giugno, egli fu proclamato Re nella piazza di Taunton. I suoi seguaci ripetevano il suo titolo con gioia ed affetto. Ma potendo nascere confusione, ove si fosse chiamato Re Giacomo II, lo chiamavano spesso col nome strano di Re Monmouth; col quale nome il male arrivato principe era spesso ricordato, a memoria di uomini tuttora viventi, nelle Contee occidentali.[387]
In meno di ventiquattro ore, dopo ch’egli ebbe assunto il titolo di Re, promulgò vari proclami muniti della sua firma. Con uno poneva a prezzo la testa del rivale. Con un altro dichiarava illegale assemblea il Parlamento allora ragunato in Westminster, e comandava ai membri che si sciogliessero. Col terzo, inibiva al popolo di pagare le tasse all’usurpatore. Col quarto dichiarava Albemarle traditore.[388]
Albemarle mandò cotesti proclami a Londra, solo come esempi di follia e d’impertinenza. Non fecero altro effetto, che quello di destare maraviglia e disprezzo; nè Monmouth aveva ragione di credere che l’assunzione del titolo regio avesse migliorate le sue condizioni. Soltanto una settimana era corsa da che egli si era solennemente obbligato a non prendere la Corona, finchè un libero Parlamento non avesse riconosciuti i suoi diritti. Rompendo quella promessa, era incorso nello addebito di leggerezza, se non di perfidia. La classe ch’egli aveva sperato di trarre al suo partito, seguitò a tenersi in disparte. Le ragioni che impedivano ai gran Lordi e gentiluomini Whig di riconoscere lui come Re, erano per lo meno forti al pari di quelle onde erano stati impediti dal correre a lui come loro Capitano generale. Egli è vero che aborrivano la persona, la religione e la politica di Giacomo; ma questi più non era giovine. La maggiore delle sue figlie era giustamente diletta al popolo, come quella che fermamente aderiva alla fede riformata; ed era moglie di un principe che era il capo ereditario de’ Protestanti del Continente, d’un principe ch’era stato educato in una repubblica, e che supponevasi avere sentimenti convenevoli a un Re costituzionale. Era egli savio partito esporsi agli orrori della guerra civile per la semplice probabilità di ottenere subitamente ciò che la natura, senza spargimento di sangue, senza violazione della legge, avrebbe con ogni probabilità, fra non molti anni, fatto? Forse v’erano ragioni per cacciar via Giacomo; ma dov’erano le ragioni per innalzare Monmouth? Escludere un principe dal trono per cagione d’inettitudine, era un partito consono ai principii de’ Whig. Ma non era principio alcuno, secondo il quale si potessero escludere gli eredi legittimi, i quali venivano riputati non solo irreprensibili, ma altamente meritevoli della pubblica fiducia. Nessun uomo di senno avrebbe creduto che Monmouth fosse legittimo, o, per meglio dire, ch’ei si tenesse legittimo. Egli era, dunque, non un semplice usurpatore, ma un usurpatore di pessima specie; cioè un impostore. S’egli avesse voluto provare il suo preteso diritto con forme legali, lo avrebbe potuto fare solo per mezzo di falsi documenti e di spergiuri. Tutti gli onesti e savi uomini non amavano vedere una frode,—la quale, ove fosse stata adoperata ad ottenere il possesso d’una cosa, sarebbe stata punita con il flagello e la gogna,—ricompensata col trono dell’Inghilterra. La vecchia nobiltà del reame, non sapeva patire che il bastardo di Lucia Walters fosse preferito ai legittimi discendenti dei Fitzalans e dei De Veres. Coloro che sapevano spingere più lungi gli sguardi, era d’uopo s’accorgessero, che ove a Monmouth fosse riuscito di abbattere il Governo esistente, ne sarebbe nata una guerra tra lui e la Casa d’Orange; guerra che avrebbe potuto durare più lungo tempo e produrre maggiori calamità di quella delle Rose; guerra che avrebbe forse divisi i protestanti d’Europa in partiti avversi, avrebbe accese le ostilità fra l’Inghilterra e l’Olanda, e le avrebbe rese entrambe facile preda della Francia. E’ sembra, adunque, che tutti i principali Whig opinassero che la impresa di Monmouth non potesse non finire con qualche grande disastro per la nazione, ma che la sua sconfitta sarebbe stata un disastro minore della sua vittoria.
E’ non fu solo per la inazione della Aristocrazia Whig che gl’invasori rimasero sconcertati. La ricchezza e la potenza di Londra, nella precedente generazione, erano bastate, e potevano nuovamente bastare a far traboccare la bilancia in un conflitto civile. I Londrini avevano per innanzi date assai prove dell’odio loro contro il papismo, e dell’affetto loro verso il Duca Protestante. Egli aveva troppo di leggieri creduto che, appena posto il piede nell’isola, la metropoli sarebbe insorta. Ma, benchè avesse ricevuto la nuova che migliaia di cittadini eransi arruolati come volontari per combattere a pro della buona causa, nulla fu fatto. Vero è che gli agitatori che avevano promesso di sorgere al primo segno, e che s’erano forse immaginati, mentre il pericolo era lontano, che avrebbero avuto animo di mantenere la loro promessa, scoraggiaronsi appena videro avvicinarsi il tempo critico. Wildman s’impaurì tanto, che sembrava avesse perduto lo intendimento. Danvers, in prima, scusò la propria inazione dicendo che non avrebbe prese le armi finchè Monmouth non si fosse proclamato Re; e allorquando Monmouth ciò fece, il vigliacco gli volse le spalle, dichiarando che i buoni repubblicani rimanevano sciolti d’ogni promessa fatta ad un capo che aveva così vergognosamente rotta la fede. In ogni tempo gli esempi più vili della umana natura sono da trovarsi fra’ demagoghi![389]
Il giorno che seguì a quello in cui Monmouth aveva assunto il nome di Re, ei marciò da Taunton a Bridgewater. Fu notato come egli non fosse di buon umore. Le acclamazioni delle migliaia di fedeli che lo circuivano per ogni dove si volgesse, non valsero a cacciare la nube che gli sedeva sul ciglio. Coloro che lo avevano veduto cinque anni innanzi mentre viaggiava la Contea di Somerset, non potevano senza commiserazione osservare i segni del cordoglio e dell’ansietà sopra quelle soavi e piacevoli sembianze che avevano conquiso il cuore di tanti.[390]
Ferguson era d’umore assai diverso. In costui la ribalderia era mescolata con una strana vanità, che rendeva immagine d’insania. Il pensiero ch’egli avesse suscitata una ribellione e conceduta una Corona, aveva dato volta al suo cervello. Pavoneggiavasi brandendo la spada, e gridando alla folla ragunata a vedere l’armata partirsi da Taunton: «Guardatemi! Voi avete sentito parlare di me. Io sono Ferguson, la cui testa è stata messa a prezzo per tante centinaia di lire sterline.» E quest’uomo, senza principii e insieme infermo di cervello, signoreggiava lo intelletto e la coscienza dello sventurato Monmouth![391]
XXXV. Bridgewater era una delle poche città le quali avessero tuttavia alcuni magistrati Whig. Il gonfaloniere e gli aldermanni uscirono vestiti degli abiti propri della dignità loro ad accogliere il Duca, e, precedendolo, lo condussero nella maggior piazza, e lo proclamarono Re. Le sue truppe trovarono comodi alloggiamenti, e furono provviste del bisognevole con poca spesa, o gratuitamente, dal popolo della città e de’ luoghi circostanti. Egli andò ad alloggiare nel Castello, edifizio che era già stato onorato da altri principi. L’armata s’accampò lì presso. Essa allora comprendeva circa seimila uomini, e se non ci fosse stato difetto d’armi, si sarebbe potuta aumentare del doppio. Il Duca aveva seco portato dal continente una scarsa provvista di picche e d’archibugi. Molti de’ suoi seguaci, quindi, non avevano altre armi che gli strumenti che essi usavano nell’agricoltura o nelle miniere. Il più formidabile di questi rozzi strumenti da guerra, era formato della lama di una falce legata alla punta d’un palo.[392] Ai decurioni delle campagne circostanti a Taunton e Bridgewater, fu fatto comandamento di cercare falci dove che si fosse, e portarne quante ne avessero potuto trovare al campo. Nientedimeno, e’ fu impossibile, anche con questi ingegni, satisfare alle richieste; e gran numero di gente desiderosa di farsi iscrivere ne’ ruoli militari, fu rimandata.[393]
I fanti erano divisi in sei reggimenti. Molti di loro avevano appartenuto alla milizia civica, e portavano tuttavia i loro uniformi rossi e gialli. I cavalli erano circa mille; ma la più parte degli uomini avevano grossi puledri, quali allora si lasciavano crescere a branco nelle maremme della Contea di Somerset, a fine di fornire Londra con cavalli da cocchio e da carretta. Questi animali erano così disadatti agli usi militari, che non avevano nè anche imparato ad obbedire alla briglia, ed appena sentivano il suono del tamburo o lo scoppio d’un’arma, non era possibile governarli. Una piccola legione di quaranta Guardie del Corpo, bene armate sopra buoni cavalli a proprie spese, stavano presso a Monmouth. Il popolo di Bridgewater, che s’era arricchito esercitando un utile traffico nella costa, lo provvide di una piccola somma di danari.[394]
XXXVI. Per tutto questo tempo, le forze militari del governo s’erano venute ragunando. Ad occidente dell’armata ribelle, Albemarle aveva ancora un grosso corpo di milizie civiche del Devonshire. Ad oriente, la guardia cittadina della Contea di Wilt erasi raccolta sotto il comando di Tommaso Herbert, Conte di Pembroke. Fra tramontana e levante, Enrico Somerset, Duca di Beaufort, era in armi. La potenza di Beaufort, somigliava alquanto quella de’ grandi baroni del secolo decimoquinto. Era presidente del Paese di Galles e Lord Luogotenente di quattro Contee inglesi. Le sue gite officiali per le vaste regioni, nelle quali egli rappresentava la maestà del trono, erano per magnificenza poco inferiori al viaggio del sovrano. L’ordinamento della sua casa rammentava le usanze d’una generazione più antica. La terra, per gran tratto, intorno i suoi giardini, apparteneva a lui; e i contadini che la coltivavano, erano parte della sua famiglia. Nove mense ogni giorno stavano nel suo palazzo apparecchiate a duecento persone. Una folla di gentiluomini e di paggi erano sottoposti agli ordini del suo maggiordomo. Una intera truppa di cavalleria obbediva al suo cavallerizzo maggiore. La rinomanza della cucina, delle cantine, delle mute, delle stalle, risonava alto per tutta la Inghilterra. I gentiluomini di molte miglia all’intorno, andavano alteri della magnificenza del loro grande vicino, e nel tempo stesso erano ammaliati della indole buona e de’ modi affabili di lui. Egli era zelante Cavaliere della vecchia scuola. In questa occasione, quindi, adoperò tutta la sua influenza ed autorità a difesa della Corona, ed occupò Bristol con le civiche milizie della Contea di Gloucester, le quali pare che fossero meglio disciplinate dell’altre.[395]
Nelle Contee più discoste da quella di Somerset, i sostenitori del trono stavano all’erta. La milizia di Sussex cominciò a muoversi verso occidente sotto il comando di Riccardo Lord Lumley, il quale, quantunque di recente avesse abjurata la religione cattolica romana, mantenevasi fermamente fedele a un re cattolico romano. Giacomo Bertie, Conte d’Abingdon, ragunò le milizie della Contea d’Oxford. Giovanni Fell, Vescovo d’Oxford, che era anche Decano di Christchurch, intimò a tutti i sotto-graduati della sua Università di prendere le armi per difendere la Corona. Gli uomini in sottana affollaronsi a dare i loro nomi. Il solo Christchurch fornì circa cento lancieri e moschettieri. I giovani nobili e i gentiluomini de’ Comuni vi agivano come ufficiali; e il figlio maggiore del Lord Luogotenente era colonnello.[396]
Ma il Re sperava soprattutto nelle truppe regolari. Churchill era stato diretto verso occidente coi così detti Azzurri; Feversham gli teneva dietro con tutte le forze che s’erano potute togliere dalle vicinanze di Londra. Un corriere era partito per la Olanda, recando una lettera, nella quale ordinavasi a Skelton d’ottenere che i tre reggimenti inglesi al servizio olandese, venissero tosto spediti al Tamigi. Come ei ne fece la richiesta, il partito avverso alla casa d’Orange, con a capo i deputati d’Amsterdam, nuovamente provossi di suscitare cagioni d’indugio. Ma l’energia di Guglielmo, il quale aveva nella faccenda un interesse quasi uguale a quello di Giacomo, e vedeva con grave inquietudine i progressi di Monmouth, vinse ogni opposizione; e dopo pochi giorni i reggimenti imbarcaronsi.[397] Approdati in Inghilterra, erano già arrivati in ottime condizioni a Gravesend, e Giacomo li aveva passati a rassegna in Blackheath. Disse più volte allo ambasciatore olandese di non avere mai in vita sua veduti soldati più belli o meglio disciplinati, e dichiaravasi gratissimo al Principe d’Orange ed agli Stati per un rinforzo cotanto utile ed opportuno. Se non che tale soddisfazione non era intera. Per quanto laudevolmente quegli uomini eseguissero i militari esercizi, erano alquanto imbevuti delle opinioni politiche e religiose del popolo olandese. Uno de’ soldati venne fucilato, ad un altro venne inflitta la pena della frusta per avere bevuto alla salute del Duca di Monmouth. Non fu, dunque, riputato savio consiglio il porli dove era maggiore il pericolo. Furono trattenuti ne’ dintorni di Londra sino alla fine della campagna. Ma, in grazia del loro arrivo, il Re potè mandare verso occidente quelle fanterie delle quali, senza i reggimenti predetti, vi sarebbe stato bisogno nella metropoli.[398]
Mentre il Governo in questa guisa apparecchiavasi al conflitto coi ribelli in campo, non furono trascurate certe cautele di specie diversa. Nella sola Londra, duecento persone che stimavansi potere mettersi a capo di un movimento Whig, vennero imprigionate. Fra queste, erano molti grandi mercatanti. Chiunque era esoso alla Corte, si dètte in preda al timore. Una tristezza universale si sparse per tutta la città. Gli affari languivano alla Borsa; e i teatri erano tanto deserti, che un’opera nuova, scritta da Dryden, e posta in iscena con decorazioni d’insolita magnificenza, non potè andare innanzi, perocchè i proventi non servivano alle spese della rappresentazione.[399] I magistrati e il clero mostravansi da per tutto operosi. In ogni dove, i Dissenzienti erano strettamente tenuti d’occhio. Nelle Contee di Chester e di Shrop, ardeva feroce la persecuzione; in quella di Northampton, si fecero numerosi imprigionamenti; e le carceri d’Oxford rigurgitavano di prigioni. Nessun teologo puritano, comunque di moderate opinioni e di cauta condotta, era sicuro di non essere strappato dalla propria famiglia e sepolto in un carcere.[400]
Frattanto Monmouth avanzavasi da Bridgewater, molestato sempre da Churchill, il quale pare facesse tutto ciò che con una mano d’uomini era possibile ad un valoroso ed esperto soldato di fare. L’armata ribelle, molestata dall’inimico e da una forte pioggia, la sera del di 22 giugno, fermossi a Glastonbury. Le case della piccola città non potevano apprestare ricovero a tanto numero d’armati: parecchi dei quali, perciò, aqquartieraronsi nelle Chiese, altri accesero i loro fuochi fra mezzo alle venerande rovine dell’Abbadia, che un tempo era stata la più ricca delle case religiose dell’isola nostra. Da Glastonbury il Duca marciò verso Wells, da dove si condusse a Stepton Mallet.[401]
XXXVII. Pare che fin qui egli errasse di luogo in luogo, senza altro scopo che di raccogliere uomini. Adesso era d’uopo formare un piano di operazioni militari. Fu suo primo pensiero di prendere Bristol. Molti de’ precipui abitatori di quel luogo importante erano Whig. Quivi anche erasi esteso uno de’ fili della congiura de’ Whig. Presidiavano la città le milizie della Contea di Gloucester. Se egli avesse potuto vincere Beaufort, e le sue bande rurali, prima dello arrivo delle truppe regolari, i ribelli avrebbero a un tratto avuto in mano abbondevoli mezzi pecuniari; il credito delle armi di Monmouth si sarebbe alto levato; e i suoi amici in ogni parte del Regno avrebbero avuto coraggio di palesarsi. Bristol aveva certe fortificazioni, le quali a settentrione dell’Avon, verso la Contea di Gloucester, erano deboli; ma a mezzodì, verso quella di Somerset, erano più solide. Fu, quindi, deliberato di dare lo assalto dal lato di Gloucester. Ma a ciò fare, era necessario andarci per un cammino circolare, e valicare l’Avon a Keynsham. Il ponte a Keynsham era stato in parte distrutto dalla milizia civica, ed era impraticabile. Fu, quindi, spedito innanzi un numero d’uomini a farvi i necessari ripari. Gli altri li seguivano più lentamente, e il dì ventesimoquarto di giugno fecero alto a Pensford per riposarsi. Pensford distava solo cinque, miglia da Bristol, dal lato della Contea di Gloucester; ma questo lato, al quale poteva arrivarsi solo girando intorno per Keynsham, era lontano una giornata di cammino.[402]
E quella fu notte dì gran tumulto ed aspettazione in Bristol. I fautori di Monmouth sapevano ch’egli era quasi a vista della città, e immaginavano che sarebbe stato fra loro avanti lo spuntare del giorno. Circa un’ora dopo il tramonto, un legno mercantile che era presso nel canale, prese fuoco. Tale accidente, in un porto pieno di navi, destò grande spavento. Tutto il fiume fu in iscompiglio. Le vie brulicavano di gente. Gridi sediziosi risonavano fra la confusione e le tenebre. Poscia fu detto, e da’ Tory e dai Whig, che il fuoco era stato appiccato dagli amici di Monmouth, sperando che le milizie civiche sarebbero accorse a impedire che l’incendio si allargasse; e che in quel mentre, l’armata ribelle, fatto impeto, sarebbe entrata nella città dal lato di Somerset. Se fu tale lo scopo degl’incendiarii, esso andò del tutto fallito. Beaufort, invece di mandare i suoi uomini al canale, li tenne tutta notte sotto le armi attorno il bel tempio di Santa Maria Redcliff, a mezzodì dell’Avon. Ei disse che avrebbe meglio veduto ardere Bristol, anzi l’avrebbe arsa egli stesso, che lasciarla occupare dai traditori. Col soccorso di una coorte di cavalleria regolare, che poche ore avanti eragli giunta da Chippenham, ei potè impedire lo scoppio d’una insurrezione. Gli sarebbe stato impossibile frenare i malcontenti dentro le mura, e respingere a un tempo un assalto di fuori: ma l’assalto non avvenne. Lo incendio, che era stato cagione di tanto commovimento in Bristol, vedevasi distintamente da Pensford. Monmouth, nondimeno, non reputò utile cangiare il suo disegno. Si tenne cheto fino al sorgere del sole, e poi si condusse a Keynsham, dove trovò accomodato il ponte. Deliberò di lasciare l’armata a riposarsi, nel pomeriggio, ed appena giunta la notte, procedere alla volta di Bristol.[403] Ma non era più a tempo. Le forze del Re si appressavano. Il Colonnello Oglethorpe, capitanando circa cento Guardie del Corpo, e facendo impeto contro Keynsham, sgominò due legioni della cavalleria ribelle che rischiossi a fargli fronte, e si ritrasse, con poco suo danno e con molto dell’inimico.
XXXVIII. In siffatte circostanze, Monmouth reputò necessario porre da parte la impresa di Bristol.[404] Ma quale era il partito da prendere? Ne furono posti in campo e discussi parecchi. Fu detto che Monmouth avrebbe potuto accelerare il passo verso Gloucester, valicare il Severn, rompere il ponte, e a destra, protetto dal fiume, gettarsi, attraversando la Contea di Worcester, in quelle di Shrop e di Chester. Egli, anni innanzi, aveva viaggiati que’ luoghi, e v’era stato accolto come nelle Contee di Somerset e di Devon. La sua presenza avrebbe riacceso lo zelo in cuore ai suoi vecchi amici; e il suo esercito in pochi giorni si sarebbe raddoppiato.
Ciò non ostante, considerata pienamente la cosa, parve che cotale disegno, comecchè specioso, fosse ineseguibile. I ribelli erano male calzati, e stanchi a cagione delle diuturne fatiche sostenute, trascinandosi tra il fango e sotto gravissime pioggie. Molestati ed impediti, come sarebbero stati ad ogni passo, dalla cavalleria nemica, non potevano sperare di giungere a Gloucester senza cadere in mano del corpo principale delle truppe regie, ed essere forzati ad un generale fatto d’arme con ogni svantaggio.
Fu, dunque, proposto di entrare nella Contea di Wilt. Coloro i quali affermavano di conoscere que’ luoghi, assicuravano il Duca, che ivi avrebbe raccolti tali rinforzi, da potere con sicurtà dare battaglia.[405]
Seguì questo consiglio, e volse il passo verso la Contea di Wilt. Primamente intimò a Bath di aprirgli le porte. Ma Bath era fortemente presidiata dalle milizie del Re; e Feversham si approssimava. I ribelli, quindi, non si provarono d’aggredire le mura, ma corsero in fretta a Philip’s Norton, dove fermaronsi la sera del dì 26 giugno.
Feversham vi si condusse anch’egli. La mattina del dì seguente, a buon’ora, rimasero commossi alla nuova ch’egli era lì presso. Ordinaronsi, disponendosi in fila lungo le siepi del cammino che conduceva alla città.
XXXIX. L’avanguardia dell’armata regia tosto comparve. Era composta di circa cinquecento uomini, capitanati dal Duca di Grafton, giovine di spirito audace e di maniere rozze, il quale era forse desideroso di mostrarsi in nulla partecipe allo sleale attentato del suo fratello naturale. Grafton tra breve si trovò in un profondo calle, da ambo i lati del quale muovevagli addosso una tempesta d’archibugiate. Non ostante, si spinse arditamente oltre, finchè pervenne all’ingresso di Philip’s Norton. Ivi trovò chiuso il cammino da una barricata, d’onde un altro vivissimo fuoco gli veniva di fronte. I suoi uomini si perdettero d’animo, e indietreggiarono fuggendo. Innanzi che uscissero dal calle, più di cento tra loro erano morti o feriti. La ritirata di Grafton fu tagliata da una mano di cavalleria nemica; ma egli si aperse fra mezzo a quelli valorosamente il cammino, e si pose in salvo.[406]
L’avanguardo in tal guisa respinto, si congiunse col corpo principale dell’esercito regio. Le due armate allora si trovarono faccia a faccia; e ricambiaronsi poche archibugiate, che furono di poco o di punto effetto. Nessuna era impaziente di venire alle mani. Feversham non voleva combattere fino a che non fosse arrivata l’artiglieria, e si ripiegò verso Bradford. Monmouth, appena sopraggiunta la notte, abbandonò la propria posizione, marciò verso mezzodì, e sul fare del giorno pervenne a Frome, dove sperava trovare rinforzi.
Frome gli era favorevole quanto Taunton o Bridgewater, ma non potè far nulla per lui. Pochi giorni avanti, eravi stata una insurrezione, e il Manifesto di Monmouth era stato attaccato in piazza. Ma la nuova di tale movimento era pervenuta al Conte di Pembroke, che trovavasi non molto discosto con le civiche milizie della Contea di Wilt. Era, quindi, con esse accorso a Frome; aveva messa in rotta una folla di campagnuoli, i quali, armati di falci e tridenti, tentavano di fargli fronte; era entrato nella città ed aveva disarmati gli abitanti. E però non v’erano armi, e Monmouth non poteva apprestarne.[407]
XL. L’armata ribelle trovavasi in triste condizioni. La marcia del dì precedente l’aveva stancata. La pioggia era caduta a torrenti; e le strade erano diventate pantani. Non v’era nuova dei promessi soccorsi della Contea di Wilt. Arrivò un messo, annunziando che le forze d’Argyle erano state disperse in Iscozia. Un altro disse che Feversham, congiuntosi con l’artiglieria, era sulle mosse. Monmouth intendeva le cose di guerra tanto, da accorgersi che i suoi seguaci, con tutto il loro zelo e coraggio, non avrebbero potuto resistere ai soldati regolari. Erasi fino allora illuso sperando che alcuni di que’ reggimenti, da lui per innanzi comandati, sarebbero corsi sotto il suo vessillo; ma adesso era costretto a deporre tale speranza. Qui l’animo gli venne meno. Appena poteva far mostra di fermezza bastevole a dare ordini. Nella propria sciagura, amaramente dolevasi de’ sinistri consiglieri, dai quali era stato indotto ad abbandonare il suo beato ritiro di Brabante. E segnatamente contro Wildman trascorse a virulente imprecazioni.[408] Ed allora, nel debole ed agitato cervello gli sorse un vergognoso pensiero; quello, cioè, di abbandonare alla vendetta del Governo le migliaia d’uomini—i quali, da lui chiamati e accorsi per amore di lui, avevano abbandonato le abitazioni e i campi propri;—partirsi di nascosto, co’ suoi più alti ufficiali; condursi a qualche porto di mare innanzi che nascesse il sospetto della sua fuga, e rifuggirsi nel continente, dove fra le braccia di Lady Wentworth avrebbe dimenticata la propria ambizione e vergogna. Seriamente discusse cotesto disegno co’ principali de’ suoi consiglieri. Taluni di loro, tementi per la propria vita, lo ascoltarono approvando; ma Grey, il quale, secondo la confessione anche de’ suoi detrattori, era intrepido sempre, tranne quando le spade gli lampeggiavano dinanzi e le palle gli fischiavano d’intorno, si oppose con estremo calore alla ostinata proposta, e supplicò il Duca ad esporsi a ogni pericolo, più presto che ricompensare con la ingratitudine e col tradimento il fervido affetto dimostratogli dal contadiname delle contrade occidentali.[409]
Il pensiero della fuga venne, dunque, abbandonato; ma non era agevole formare un piano qualunque di campagna. Procedere verso Londra sarebbe stata demenza; imperocchè la via che ivi conduce, attraversa diritta il vasto piano di Salisbury, sul quale le truppe, e soprattutto la cavalleria regolare, avrebbero pugnato con ogni vantaggio contro uomini indisciplinati. In questo mentre, arrivò al campo la nuova che i campagnuoli delle maremme pressò Axbridge erano insorti a difendere la religione protestante, s’erano armati di tridenti, correggiati e forconi, e si andavano ragunando a migliaia presso Bridgewater. Monmouth deliberò di ritornare in quel luogo, e rafforzarsi di questi nuovi collegati.[410]
I ribelli, adunque, si mossero alla volta di Wells, e vi arrivarono con contegno non amichevole. Erano tutti, salvo pochi, avversi alla prelatura; e mostrarono la propria avversione in modo da recar loro pochissimo onore. Non solo strapparono il piombo dal tetto del magnifico Duomo, onde farne palle da archibugio,—cosa che poteva essere escusata da’ bisogni della guerra,—ma profanamente ne distrussero gli ornati. Grey con molta difficoltà potè, ponendosi dinanzi all’altare con la spada sguainata, salvarlo dagli insulti di alcuni ribaldi, i quali vi volevano crapoleggiare dintorno.[411]
XLI. Il giovedì, 2 di luglio, Monmouth rientrò in Bridgewater, in condizioni meno liete di quelle onde vi era giunto dieci giorni prima. Il rinforzo che vi trovò, era di poco conto. L’armata regia era lì presso. Per un istante divisò di fortificare la terra; e furono chiamati centinaia di lavoranti a scavare fossi ed alzare ripari. Poi, mutando consiglio, pensò di gettarsi nella Contea di Chester; disegno ch’egli aveva respinto come ineseguibile mentre trovavasi in Keynsham, e che certamente non era meglio eseguibile adesso che egli stava in Bridgewater.[412]
XLII. Mentre tentennava tra pensieri egualmente disperati, comparvero le forze regie. Erano composte di circa duemila cinquecento soldati regolari, e di circa mille e cinquecento militi cittadini della Contea di Wilt. La mattina della domenica, 5 luglio, a buon’ora partiti da Somerton, piantarono le tende, quel giorno stesso, a circa tre miglia da Bridgewater nel piano di Sedgemoor.
Il Dottore Pietro Mew, vescovo di Winchester, gli accompagnava. Questo prelato aveva in gioventù sua portate le armi a difesa di Carlo I contro il Parlamento. Nè gli anni nè la professione gli avevano al tutto estinto nell’animo lo spirito guerresco; e forse credeva che l’apparizione di uno de’ padri della Chiesa protestante nel campo regio, avrebbe rinvigorito il sentimento di lealtà in cuore a quegli onesti che ondeggiavano fra l’abborrimento del papismo e quello della ribellione.
Il campanile della chiesa parrocchiale di Bridgewater, dicesi sia il più alto che si trovi nella Contea di Somerset, e vi si goda la vista di tutto il paese circostante. Monmouth, insieme con alcuni de’ suoi ufficiali, vi salì fino alla cima, ed osservò con un cannocchiale la posizione dell’inimico. Vedeva uno spazio piano, adesso rigoglioso di campi da grano e d’alberi fruttiferi, ma allora, secondo che suona il suo nome, per la più parte tristo pantano. Quando le pioggie erano copiose, e il Parret, coi ruscelli che vi si gettavano dentro, straripava, cotesto spazio era affatto inondato. In antico era parte di quella vasta palude, famosa nelle nostre vecchie cronache, per avere fermate le incursioni di due successive razze d’invasori. Aveva per lungo tempo protetti i Celti dalle aggressioni dei Re di Wessex, e difeso Alfredo dalla persecuzione dei Danesi. In quei tempi remoti, questa regione non poteva traversarsi se non con navicelli. Era un immenso stagno, sparso di molte isolette di terreno ineguale e traditore, coperto di folti giunchi, fra mezzo ai quali brulicavano i cervi e i porci selvatici. Anche ai tempi de’ Tudor, il viandante, che da Ilchester recavasi a Bridgewater, era costretto a camminare per una curva di parecchie miglia onde evitare le acque. Allorquando Monmouth gettò gli occhi sopra Sedgemoor, lo spazio predetto era stato in parte acconciato dall’arte, ed era intersecato da molti larghi e profondi fossi, che in quel paese si chiamano rhines. In mezzo al pantano sorgevano, aggruppati attorno ai campanili delle chiese, pochi villaggi, i nomi dei quali sembrano accennare che un tempo erano circondati dalle acque. In uno di essi, detto Weston Zoyland, era la cavalleria regia, e il quartiere generale di Feversham. Molte persone tuttora viventi hanno veduta la figlia della fantesca che in quel giorno lo servì a pranzo; e un gran piatto di porcellana di Persia, che gli fu posto dinanzi, serbasi anche oggi con gran cura in que’ dintorni. È da notarsi che la popolazione della Contea di Somerset non è, come ne’ distretti manifatturieri, composta di soli emigranti da luoghi lontani. Non è raro trovare contadini che coltivano il medesimo podere coltivato dai loro progenitori al tempo che i Plantageneti regnavano in Inghilterra. Le tradizioni della Contea di Somerset riescono, quindi, non poco utili allo storico.[413]
A maggior distanza da Bridgewater, giace il villaggio di Middlezoy. In esso e ne’ suoi dintorni erasi acquartierata la milizia civica della Contea di Wilt, sotto il comando di Pembroke.
Sopra lo aperto scopeto, non lungi da Chedzoy, stavano accampati vari battaglioni di fanteria regolare. Monmouth ad essi rivolse tristamente lo sguardo. Non poteva non rammentarsi come, pochi anni innanzi, capitanando una colonna di quegli stessi soldati, aveva posti in fuga i feroci entusiasti che difendevano Bothwell Bridge. Poteva bene distinguere nell’armata nemica la valorosa legione, che allora dal nome del suo colonnello, chiamavasi reggimento di Dumbarton; ma che da lungo tempo è stata conosciuta come il primo reggimento di linea, e che in tutte le quattro parti del mondo ha nobilmente mantenuta la sua reputazione primitiva. «Conosco quegli uomini,» disse Monmouth; «essi combatteranno. Se io non avessi altri che loro soli, tutto anderebbe bene.»[414]
Ciò nulla ostante, lo aspetto del nemico non era tale da scoraggiare affatto. Le tre divisioni della regia armata giacevano assai discoste l’una dall’altra. In tutti i loro movimenti era apparenza di trascuraggine e di lassa disciplina. Sapevasi che erano intenti a briacarsi col sidro di Zoyland. Era ben nota la incapacità di Feversham, comandante supremo, il quale anche in quell’ora di tanto momento ad altro non pensava che a mangiare e dormire. Churchill, a dir vero, era capitano pari ad impresa assai più rischiosa di quella di sconfiggere una masnada di male armati e mal esercitati contadini. Ma il genio che in tempi posteriori umiliò sei Marescialli di Francia, non occupava adesso il luogo che gli conveniva. Feversham parlava poco con Churchill, e in modo da non animarlo a dare consigli. Il Luogotenente, col sentimento del proprio sapere nell’arte militare, impaziente di sottostare ad un capo ch’egli spregiava, e tremante per la salute dell’armata, seppe, nonostante, così bene frenarsi e dissimulare ciò ch’egli sentiva, che Feversham ne lodò la operosa subordinazione, e promise di riferirlo al Re.[415]
Monmouth, osservata la disposizione delle forze regie, e bene istrutto della condizione in cui erano, pensò che un assalto notturno sarebbe potuto riuscire. Deliberò di correre la sorte, e subito fece i necessari apparecchi.
Era giorno di domenica; e i suoi seguaci, la maggior parte dei quali erano stati educati al culto puritano, passarono gran parte del giorno in esercizi religiosi. Il piano del Castello, dove era accampata l’armata, presentava uno spettacolo, quale, dopo lo scioglimento dell’esercito di Cromwell, la Inghilterra non aveva mai più veduto. I predicatori dissenzienti, che avevano prese le armi contro il papismo, alcuni de’ quali avevano forse anche pugnato nella grande guerra civile, oravano e predicavano in abito scarlatto e in istivali, con la spada a fianco. Ferguson era uno di coloro che arringavano. Tolse a testo del suo sermone la tremenda imprecazione con che gl’Israeliti dimoranti oltre il Giordano, purgavansi dell’addebito che stoltamente loro davano i confratelli dell’opposta sponda del fiume. «Il Signore Iddio degli Dei, il Signore Iddio degli Dei, egli conosce, e Israele egli conoscerà. Se ciò sia ribellione o trasgressione contro il Signore, non ci salvare in quel giorno.»[416]
Che si dovesse dare un assalto col favore della notturna tenebra, non era un secreto in Bridgewater. La terra era piena di donne, che dalla circostante regione vi erano accorse a centinaia per rivedere ancora i mariti, i figliuoli, gli amanti e i fratelli loro. Molti in quel giorno si dissero il doloroso addio, e molti si divisero per non rivedersi più mai.[417] La nuova del preparato assalto pervenne all’orecchio d’una fanciulla, che era zelante pel Re. Ancorchè ella fosse d’indole modesta, ebbe l’animo di andare da sè fino a Feversham, e riferirgliene. Uscì cauta da Bridgewater, e si avviò ai regi accampamenti. Ma quel campo non era luogo dove l’innocenza potesse tenersi sicura. Anco gli ufficiali, spregiando dall’un canto le forze irregolari dell’inimico, e dall’altro il negligente capitano al quale essi erano sottoposti, stemperatamente abbandonatisi al vino, erano pronti ad ogni eccesso di crudeltà e licenza. Uno di loro pose le mani addosso alla malarrivata fanciulla, ricusò di ascoltare il messaggio che recava, e la oltraggiò brutalmente. Ella fuggì straziata dalla rabbia e dalla vergogna, lasciando le scellerate soldatesche al proprio destino.[418]
Appressavasi già l’ora del gran rischio. La notte non sorgeva male adatta ad una tanta intrapresa. La luna era nella sua pienezza, le bandiere del Nord splendevano ai suoi raggi. Ma la nebbia del padule era sì folta sopra Sedgemoor, da non potersi nulla discernere a cinquanta passi di distanza.[419]
XLIII. Battevano le ore undici, allorquando il Duca, con le sue Guardie del corpo, uscì dal Castello. La sua mente non era nello stato convenevole a chi tra breve debba tentare un colpo decisivo. Gli stessi fanciulli, che affollavansi a vederlo passare, si accorgevano—e lo rammentarono poi lungamente—come il suo viso fosse tristo, e pieno di sinistro augurio. L’armata marciò per un sentiero circolare, lungo pressochè sei miglia, verso gli accampamenti regi in Sedgemoor. Parte di quel cammino serba fino ai giorni presenti il nome di sentiero della Guerra (War Lane). I fanti erano condotti dallo stesso Monmouth; i cavalli affidati a Grey, malgrado le proteste di molti, che rimembravano lo sciagurato fatto di Bridport. Fu ordinato che si osservasse il più rigoroso silenzio, non si battessero tamburi, non si scaricasse arma. La parola la quale doveva fra le tenebre servire di riconoscimento agl’insorti, era Soho. Senza dubbio era stata prescelta per alludere a Soho Fields in Londra, dove sorgeva il palazzo del Duca.[420]
Verso l’un’ora, nella mattina di lunedì, 6 di luglio, i ribelli erano sullo scopeto. Ma tra loro e il nemico giacevano tre grossi rigagni pieni d’acqua e di mota. Monmouth sapeva di doverne passare due, chiamati Black Ditch, e Langmoor Rhine. Ma, strano a dirsi! neppure da un solo de’ suoi esploratori gli era stata fatta menzione d’un fosso, chiamato Bussex Rhine, che copriva da presso il campo regio.
I carri che trasportavano le munizioni, rimasero all’ingresso dello scopeto. I cavalli e i fanti, ordinati in lunga, e stretta colonna, passarono sur un argine il Black Ditch. Ve n’era un altro simile traverso al Langmoor Rhine; ma la guida, in mezzo alla nebbia, smarrì la via: innanzi che si provvedesse allo sbaglio, ci fu qualche indugio e tumulto. In fine passarono; ma nella confusione prese fuoco una pistola. Alcune delle Guardie a cavallo che facevano la scolta, udirono lo scoppio, e si accorsero come una gran moltitudine di gente avanzavasi fra mezzo alla nebbia. Scaricarono le loro carabine, e corsero di galoppo per varie direzioni a chiamare all’armi. Alcune andarono a Weston Zoyland, dove era la cavalleria. Un soldato a cavallo dette di sproni, e corse al campo dove era la fanteria, gridando con gran forza che l’inimico era per giungere. I tamburi del reggimento di Dumbarton batterono alle armi, e i soldati corsero alle proprie file. Ed era tempo, perocchè Monmouth andava disponendo l’armata per dare lo assalto. Ordinò a Grey di precedere con la cavalleria, mentre egli stesso lo seguiva a capo de’ fanti. Grey si spinse innanzi finchè i passi gli vennero inaspettatamente troncati dal Bussex Rhine. Sul lato opposto del fosso la fanteria reale ordinavasi frettolosamente a battaglia.
«Per chi siete voi?» chiese gridando un ufficiale delle Guardie a piedi. «Pel Re» rispose una voce dalle file della cavalleria ribelle. «Per quale Re?» disse l’altro. «Re Monmouth» fu la risposta, accompagnata col grido di guerra che quaranta anni prima era stato inscritto sui vessilli de’ reggimenti parlamentari: «Dio sia con noi.» E immantinente, le truppe reali fecero tale scarica d’archibugi, che pose in fuga per ogni banda i cavalli degl’insorgenti. Il mondo attribuisce questa ignominiosa rotta alla pusillanimità di Grey. Nulladimeno, non è in nessuna guisa certo che Churchill avrebbe fatta miglior prova a capo d’uomini i quali non avevano mai per innanzi maneggiate armi a cavallo, e i cui cavalli non erano avvezzi, non solo a starsi fermi al fuoco, ma ad obbedire al freno.
Pochi momenti dopo che la cavalleria del Duca erasi dispersa per il pantano, giunse correndo la fanteria, guidata fra le tenebre dalle micce accese del reggimento di Dumbarton.
Monmouth rimase attonito, vedendo che un largo e profondo fosso giaceva tra lui e il campo ch’egli aveva sperato di sorprendere. Gl’insorti fermaronsi sull’argine e fecero fuoco, che fu ricambiato da una parte della fanteria reale, schierata sull’argine opposto. Per tre quarti d’ora, il fuoco degli archibugi non cessò mai. I contadini del Somerset si condussero come vecchi soldati, tranne che dettero troppo alta la mira alle artiglierie loro.
Ma le altre divisioni dell’armata regia erano tutte in movimento. Le Guardie del Corpo e gli Azzurri vennero a spron battuto da Weston Zoyland, e dispersero in un attimo alcuni cavalli di Grey, i quali tentavano di raccogliersi. I fuggenti sparsero la paura fra i loro compagni del retroguardo, ai quali erano affidate le munizioni. I vagonieri retrocessero a gran passi senza fermarsi, finchè si videro molte miglia lontani dal campo di battaglia. Monmouth fino allora aveva sostenuta la parte propria come un robusto ed esperto guerriero. Era stato veduto a piedi, impugnando la picca, e incoraggiando con la voce e con l’esempio la propria fanteria. Ma conosceva sì bene le cose militari, da accorgersi che tutto era finito. I suoi uomini avevano perduto il vantaggio che avrebbero potuto derivare dal buio e dalla sorpresa. Erano stati abbandonati dalla cavalleria e dai vagoni della munizione. Le forze del Re erano unite e in buon ordine. Feversham, desto dal fuoco, alzatosi di letto, annodata bene la cravatta, e guardatosi allo specchio, era venuto a vedere ciò che facevano i suoi. Intanto,—e ciò fu di maggiore importanza,—Churchill aveva rapidamente disposte in guisa affatto nuova le fanterie. Il giorno era presso a spuntare. L’esito d’un conflitto alla luce del sole, in un piano aperto, non poteva essere dubbio. Nondimeno, Monmouth avrebbe dovuto sentire come a lui non convenisse fuggire, mentre migliaia d’uomini, che dallo affetto che gli portavano erano stati spinti alla propria rovina, seguitavano a combattere per la sua causa. Ma le vane speranze e lo intenso amore della vita prevalsero. Vide che, indugiando, la cavalleria regia gli avrebbe potuto impedire la ritirata. Montò, quindi, a cavallo e uscì dal campo.
Nondimeno, i suoi fanti, comunque abbandonati, fecero estrema resistenza. Le Guardie del Corpo gli strinsero dalla diritta, gli Azzurri da mancina; ma i villani della Contea di Somerset, con le falci loro e le punte degli archibugi, fecero fronte, come fossero vecchi soldati, alla cavalleria reale. Oglethorpe fece vigorosa prova per romperli, e fu validamente respinto. Sarsfield, egregio ufficiale irlandese, il cui nome acquistò dipoi una trista celebrità, gli assaltò dall’altro lato; ma indietreggiarono i suoi, ed egli stesso fu gettato a terra, dove rimase alcun tempo come morto. Gli sforzi de’ robusti campagnuoli non potevano lungamente durare. Non avevano più polvere. Gridavano spesso: «Munizione! per l’amor di Dio; munizione!» Ma munizione non v’era. Quand’ecco sopraggiunge l’artiglieria regia. Era stata collocata a mezzo miglio, nella strada maestra, da Weston Zoyland a Bridgewater. Erano così difettosi gli arnesi da guerra dell’armata inglese, che vi sarebbe stata molta difficoltà a strascinare i grossi cannoni al luogo dove ardeva la guerra, se il vescovo di Winchester non avesse offerti all’uopo i cavalli della propria carrozza. Questo immischiarsi di un prelato cristiano in un negozio di sangue, è stato, con istrana incoerenza, riprovato da scrittori Whig, i quali non vedono nulla di criminoso nella condotta de’ numerosi ministri puritani che in quell’occasione avevano prese le armi contro il Governo. Anche dopo arrivati i cannoni, vi era cotale difetto di artiglieri, che un sergente del reggimento di Dumbarton dovette badare da sè al maneggio di alcuni di quelli.[421] Ciò non ostante, i cannoni, comunque male adoperati, tosto posero fine alla pugna. Le picche dei battaglioni ribelli cominciarono a piegare; le file si ruppero; la cavalleria reale fece impeto di nuovo, rovesciando ogni cosa che le si parava dinanzi; la fanteria si mosse traverso al fosso. Anco in tanta estremità, i minatori di Mendip si tennero ostinatamente fermi, e venderono cara la vita loro. Ma in pochi minuti la rotta degl’insorti fu compiuta. De’ soldati, trecento erano morti o feriti. De’ ribelli, più d’un migliaio giacevano esanimi sullo scopeto.[422]
In tal modo ebbe fine l’ultimo combattimento, che meriti il nome di battaglia combattuta sul suolo inglese. La impressione che ne rimase nei semplici abitatori di quelle vicinanze, fu profonda e durevole; impressione che, a dir vero, si è spesso rinnovata. Imperocchè, anche ai tempi nostri, lo aratro e la marra non rade volte disseppelliscono funebri ricordi, teschi, stinchi, e armi stranamente formate di villici strumenti. I vecchi contadini, non è guari, raccontavano che nella loro fanciullezza solevano giocare sullo scopeto alla battaglia fra gli uomini di Re Giacomo e quelli di Re Monmouth, e che questi sempre gridavano: Soho![423]
Ciò che sembra il più straordinario nella battaglia di Sedgemoor, è che l’esito ne sia stato dubbio per un momento, e che i ribelli abbiano cotanto resistito. Che cinque o sei mila carbonai e contadini potessero per un’ora sola lottare con mezzo il numero di quella cavalleria e fanteria regolare, ai dì nostri verrebbe reputato miracolo. Ma forse scemerebbe la nostra maraviglia, ove considerassimo che al tempo di Giacomo II, la disciplina delle milizie regolari era estremamente lassa; e dall’altro canto, il contadiname era accostumato a servire nella guardia civica. La diversità, quindi, tra un reggimento di fanti e un reggimento di villani pur allora reclutati, comunque considerevole, non era punto ciò che sarebbe adesso. Monmouth non conduceva una pretta marmaglia ad assaltare buoni soldati; imperocchè i suoi seguaci non erano affatto ignari del mestiere del soldato; e le truppe di Feversham, in paragone delle odierne truppe inglesi, potevano quasi chiamarsi una marmaglia.
Battevano le ore quattro; il sole levavasi sull’orizzonte, allorquando la sconfitta armata inondò le vie di Bridgewater. Gli urli, il sangue, le ferite, i visi cadaverici degli uomini che cadevano a terra per non più rialzarsi, empirono d’orrore e spavento la città tutta. Oltredichè i vincitori gl’inseguivano da presso. Coloro fra gli abitanti i quali avevano favorita la insurrezione, aspettavansi il saccheggio e la strage, e imploravano protezione ai loro vicini che professavano la religione cattolica romana, o erano conosciuti come Tory; e gli stessi più virulenti storici Whig affermano, come cosa certa, che tale protezione venne cortesemente e generosamente concessa.[424]
XLIV. Per tutto quel giorno, i vincitori continuarono ad inseguire i fuggitivi. Gli abitatori de’ villaggi circostanti, lungo tempo ricordarono con che strepito di zampe e tempesta di maledizioni la cavalleria, a guisa di turbine, passava. Innanzi che fosse sera, cinquecento prigioni erano stipati dentro la chiesa parrocchiale di Western Zoyland. Ottanta di loro erano feriti; e cinque spirarono fra le sacre pareti. Gran numero di lavoranti furono forzati a seppellire gli uccisi. Pochi, che erano manifestamente partigiani de’ vinti, vennero riserbati all’osceno ufficio di squartare i prigionieri. Gli uomini delle decurie delle vicine parrocchie, furono adoperati ad alzar forche e procurare catene. E tutto ciò seguiva mentre le campane di Weston Zoyland e Chedzoy suonavano a festa, e i soldati cantavano e facevano baccano fra mezzo ai cadaveri sullo scopeto: imperciocchè i fattori delle vicinanze, appena saputo l’esito del combattimento, erano stati solleciti a mandare fiaschi ripieni del loro miglior sidro, come offerte di pace, ai vincitori.[425]
XLV. Feversham era stimato uomo di buona indole; ma era forestiere, ignaro delle leggi e non curante del sentire degl’Inglesi. Avvezzo alla licenza militare della Francia, aveva imparato dal vincitore del Palatinato, suo congiunto, non a vincere, ma a devastare. Un considerevole numero di prigioni furono subito destinati ad essere messi a morte. Fra essi era un uomo famoso per velocità nel correre. Gli si fece sperare che gli verrebbe concessa la vita, se egli avesse vinto nella corsa un puledro delle maremme. Lo spazio ch’egli corse insieme col cavallo è tuttora segnato da termini ben conosciuti sullo scopeto, ed è lungo circa tre quarti di miglio. Feversham non vergognò, dopo d’avere veduta la prova, d’impiccare lo sciagurato. Il dì dopo, si vide una lunga fila di forche innalzate lungo la via maestra da Bridgewater a Weston Zoyland. Da ciascuna pendeva un prigioniero. Quattro di loro furono lasciati a marcire ne’ ferri.[426]
In quel mentre, Monmouth, accompagnato da Grey e da pochi altri amici, fuggiva dal campo di battaglia. A Chedzoy fece sosta un momento per montare un cavallo fresco, e nascondere il suo nastro azzurro e la decorazione dell’ordine di Giorgio. Poi si mosse in fretta alla volta di Bristol Channel. Dalle alture a tramontana del campo di battaglia, vide il lampo e il fumo dell’ultima scarica che facevano i suoi abbandonati seguaci. Avanti le ore sei, egli trovavasi venti miglia lungi da Sedgemoor. Alcuni de’ suoi compagni lo consigliavano a traversare le acque e rifuggirsi nel paese di Galles; e questo, indubitabilmente, sarebbe stato il miglior partito da prendere. Egli vi sarebbe arrivato innanzi che vi fosse giunta la nuova della sua sconfitta; e in una contrada così selvaggia e rimota dalla sede del Governo, avrebbe potuto lungamente rimanere sconosciuto. Nulladimeno, deliberò di spingersi nella Contea di Hamp, sperando di potersi nascondere ne’ tuguri de’ predatori di cervi fra le quercie di New Forest, fino a che si fosse potuto procurare i mezzi d’imbarcarsi pel continente. E però, con Grey e col Tedesco, volse i passi al sud-est. Ma il cammino era pieno di pericoli, perciocchè ai tre fuggitivi era forza passare per luoghi dove ciascuno già sapeva la nuova dell’esito della battaglia, e dove niun passeggiero di apparenza sospetta si sarebbe potuto sottrarre ad uno stretto esame. Cavalcarono tutto il giorno, schivando città e villaggi. Nè ciò allora era così difficile come adesso potrebbe sembrare: imperocchè gli uomini d’allora potevano ricordarsi del tempo in cui il cervo selvatico vagava liberamente per le foreste dalle rive dell’Avon, nella contea di Wilt fino alla costa meridionale di quella di Hamp.[427] Alla perfine, in Cranbourne Chase, ai cavalli mancarono le forze. Monmouth e i suoi colleghi, quindi, gli abbandonarono, nascondendo le briglie e le selle; e procuratisi abiti contadineschi, travestironsi, e continuarono a piedi verso New Forest. Passarono la notte all’aria aperta; ma prima che spuntasse l’alba, si videro per ogni parte circondati di mille traversie. Lord Lumley che stanziava a Ringwood con un grosso corpo di milizie civiche di Sussex, ne aveva mandate legioni per ogni verso. Sir Guglielmo Portman, con la civica di Somerset, aveva formata una catena di posti militari, dal mare fino alla estremità settentrionale di Dorset. Alle ore cinque della mattina del dì 7, Grey, che vagava diviso da’ suoi amici, fu preso da due delle vedette di Sussex. Si sobbarcò alla propria sorte con la calma di colui al quale la perplessità è più insoffribile della disperazione. «Dacchè mettemmo piede a terra» disse egli «non ho avuto un buon desinare o una sola notte di riposo.» Mal poteva dubitarsi che il capo de’ ribelli fosse poco lontano. Gl’inseguenti accrebbero la loro operosa vigilanza. Le capanne sparse su per l’aprico paese fra i confini delle Contee di Dorset e di Hamp, vennero rigorosamente ricercate da Lumley; e il contadino con cui Monmouth aveva barattato gli abiti, fu scoperto. Portman giunse con una grossa legione di cavalleria e di fanteria a prestare mano forte a coloro che erano intenti alla ricerca; i quali tosto volsero la propria attenzione ad un luogo bene adatto a ricoverare i fuggitivi. Era un vasto tratto di terra diviso da uno spazio chiuso dalla campagna aperta, partito con numerose siepi in piccoli poderi; in alcuni de’ quali la segala, i piselli e l’avena, erano sì alti, da potervisi nascondere un uomo; altri erano coperti di fratte e di scope. Una donnicciola riferì d’avere veduti due stranieri nascosti in que’ luoghi. La cupidigia della vicina ricompensa, rinfiammò lo zelo de’ soldati. Fu stabilito, che chiunque avesse fatto il debito proprio, avrebbe avuta parte del promesso premio di cinque mila lire sterline. Fatte strettissimamente guardare le siepi esteriori, si posero con infaticabile cura a frugare dentro lo spazio interno, scagliando parimente tra le fratte vari cani di squisitissimo odorato. Il sole era vôlto al tramonto, senza che avessero potuto nulla trovare; ma tutta la notte si tennero in istretta vigilanza. Trenta volte i fuggitivi rischiaronsi a varcare la siepe esteriore; ma ogni passo trovavano guardato. Una volta, scoperti, fu loro fatto fuoco addosso: allora, dividendosi, si nascosero in differenti luoghi.
XLVI. Il dì seguente, al sorgere del sole, ricominciata la ricerca, Buyse venne ritrovato. Ei confessò d’essersi poche ore innanzi diviso dal Duca. Gl’inseguenti, adunque, si posero a frugare con maggior cura dentro il grano e le macchie, finchè scoprirono nascosto in un fosso un uomo di scarno aspetto. Gli si gettarono addosso. Alcuni stavano per fare fuoco; ma Portman impedì ogni violenza. Il prigioniero era in abito di pastore; la sua barba, grigia anzi tempo, era lunga di parecchi giorni. Tremava grandemente, e non poteva parlare. Anche coloro che lo conoscevano di persona, dubitarono in prima s’egli fosse lo elegante e leggiadro Monmouth. Portman gli frugò nelle tasche, e fra parecchi piselli raccolti nella rabbia della fame, vi trovò un oriuolo, una borsa d’oro, un albo pieno di canzoni, di ricette, di preghiere e di malie, e l’ordine di Giorgio, del quale, molti anni prima, il Re Carlo II aveva decorato il prediletto figliuolo. Subitamente furono spediti nunzii a Whitehall, che recarono la lieta nuova e la decorazione dell’ordine di Giorgio, come segno della verità del fatto. Il prigioniero, sotto strettissima guardia, fu condotto a Ringwood.[428]
Tutto era perduto, null’altro a lui rimanendo che apparecchiarsi a sostenere la morte in modo convenevole ad uomo che non s’era creduto indegno di portare la corona di Guglielmo il Conquistatore e di Riccardo Cuor di Lione, dell’eroe di Cressy e dell’eroe d’Agincourt. Egli avrebbe potuto richiamare alla mente altri domestici esempi, anco meglio convenienti alla propria condizione. In duecento anni, due sovrani, il cui sangue scorreva nelle sue vene, l’uno de’ quali era una delicata donna, s’erano trovati nella condizione medesima in cui egli stava;—avevano mostrato nel carcere e sul palco una virtù, della quale nella prospera fortuna sembravano incapaci, e quasi redensero i loro grandi delitti ed errori sopportando con cristiana mansuetudine e con dignità principesca le pene inflitte loro dai nemici vittoriosi. Monmouth non era mai stato accusato di codardia; e quand’anche avesse avuto difetto di coraggio naturale, si sarebbe sperato che in quella estremità gliene dessero la disperazione e l’orgoglio. A lui erano rivolti gli occhi di tutto il mondo. La più tarda posterità avrebbe saputo come egli, in quel solenne momento, si fosse condotto. Verso i valorosi contadini dell’occidente egli era in debito di mostrare, che essi non avevano sparso il proprio sangue per un capo indegno del loro affetto. Verso colei che aveva tutto sacrificato per amor suo, egli era in debito di mostrarsi in guisa, che ella, dovendo piangere di lui, non ne avesse ad arrossire. Non era degno di lui il lamentarsi o il supplicare. Oltredichè, la propria ragione gli avrebbe dovuto addimostrare, essere vano ogni lamento ed ogni preghiera. A ciò ch’egli aveva fatto, non potea esservi perdono. Trovavasi fra gli artigli di un uomo che non perdonava giammai.
Ma la forza d’animo di Monmouth non era di quella specie che nasce dalla riflessione e dal rispetto di sè; nè la natura gli aveva largito uno di que’ cuori robusti, da’ quali nè avversità nè pericolo valgono a strappare un segno di debolezza. Il suo coraggio innalzavasi e cadeva coi suoi spiriti animali. Nel campo di battaglia lo sostenevano lo eccitamento dell’azione, la speranza della vittoria, e la misteriosa potenza dell’esempio altrui. Tutti cotesti sostegni adesso più non erano. L’idolo della Corte e della plebe, avvezzo ad essere amato e adorato dovunque si fosse mostrato, ora vedevasi cinto da rigidi carcerieri, negli occhi de’ quali ei leggeva la propria sorte. Dopo poche ore di trista prigionia, egli doveva patire violenta e vergognosa morte. Il cuore gli venne meno. La vita gli parve degna d’essere comprata con ogni specie d’umiliazione; nè il suo intelletto, stato sempre debole, ed ora perturbato dal terrore, poteva intendere che la umiliazione lo avrebbe avvilito, ma salvato non mai.
XLVII. Appena giunto a Ringwood, scrisse al Re una lettera, come poteva dettarla un uomo cui un codardo timore abbia tolto ogni senso di vergogna. Con caldissime parole espresse il rimorso ch’egli sentiva pel tradimento commesso. Affermò, che allorquando aveva ai proprii cugini nell’Aja promesso di non suscitare commovimenti in Inghilterra, egli intendeva osservare pienamente la promessa. Per sua sventura, era stato poi sedotto al misfatto da certe orride genti, le quali gli avevano con varie calunnie scaldato il cervello, e sofisticando lo avevano traviato: ma oramai abborriva que’ tristi; abborriva sè stesso. Pregava, con pietosi detti, d’essere ammesso alla presenza del Re. Aveva da palesargli un secreto che ei non poteva fidare alla penna, un secreto che era racchiuso in una sola parola; e s’egli avesse potuto dire quella tale parola, il trono sarebbe fatto sicuro d’ogni pericolo. Il dì seguente scrisse altre lettere alla Regina vedova, e al Lord Tesoriere, pregandoli ad intercedere per lui.[429]
Appena si seppe in Londra ch’egli si era siffattamente avvilito, ognuno ne rimase attonito; e nessuno quanto Barillon, il quale aveva, stando in Inghilterra, vedute due sanguinose proscrizioni, in cui non poche vittime sì dell’opposizione che della Corte, senza preghi e piagnistei donneschi, eransi sobbarcate al proprio fato.[430]
XLVIII. Monmouth e Grey rimasero due giorni in Ringvood. Furono poi menati a Londra, sotto la guardia di un grosso corpo di milizie regolari e civiche. Nel cocchio del Duca era un ufficiale, che aveva ordine di pugnalarlo se si fosse tentato di liberarlo. In ogni città giacente lungo il cammino, stavano schierati i militi cittadini delle vicinanze, sotto il comando de’ precipui gentiluomini. La marcia durò tre giorni fino a Wauxhall, dove un reggimento comandato da Giorgio Legge, Lord Dartmouth, era apparecchiato a ricevere i prigionieri. I quali furono posti in una barca, e pel fiume condotti a Whitehall Stairs. Lumley e Portman guardarono a vicenda giorno e notte il Duca, finchè lo ebbero messo dentro il Palazzo.[431]
Il contegno di Monmouth e quello di Grey nel viaggio, riempirono di ammirazione chiunque li vedeva. Monmouth era affatto prostrato. Grey non solo era tranquillo, ma brioso; parlava piacevolmente di cavalli, di cani, di cacce, e alludeva perfino scherzevolmente al pericolo in cui trovavasi.
Il Re non è da biasimarsi d’avere dannato Monmouth a morire. Chiunque si faccia capo d’una ribellione contro un Governo stabilito, rischia la vita sull’esito di quella; e la ribellione era la parte minore de’ delitti di Monmouth. Egli aveva dichiarato contro il proprio zio una guerra a morte. Nel manifesto promulgato in Lyme, aveva condannato Giacomo alla esecrazione come incendiario, come assassino, che aveva strangolato un uomo innocente e mozzo il capo ad un altro, e infine come avvelenatore del proprio fratello. Perdonare ad un nemico che non aveva abborrito di ricorrere a cosiffatte enormezze, sarebbe stato un atto di generosità rara, e forse biasimevole. Ma vederlo e non perdonargli la vita, era un offendere ogni senso d’umanità e di decenza.[432] Se non che, il Re era risoluto di mostrarsi implacabile. Il prigioniero, le braccia legate con un laccio di seta dietro le spalle, fu menato al cospetto dell’inesorabile parente da lui oltraggiato.
XLIX. Monmouth prostrossi a terra, trascinandosi a piedi del Re. Pianse; tentò di stringere con le incatenate braccia le ginocchia dello zio. Lo supplicò di concedergli la vita, solo la vita, la vita ad ogni costo. Confessò d’essere reo d’un gran delitto, ma provossi di darne la colpa agli altri, e in ispecie ad Argyle; il quale avrebbe meglio poste le proprie gambe nello stivaletto, che salvare la vita con tanto avvilimento. A nome de’ vincoli del sangue, della memoria del Re defunto, che era stato il migliore e più sincero de’ fratelli, lo sventurato implorò mercè ai piedi di Giacomo. Giacomo con gravità rispose essere tardi il pentirsi; a lui spiacere la sciagura che il prigioniero s’era voluto chiamare sul capo, ma il delitto non esser tale da potersi usare clemenza. Un proclama pieno d’atroci calunnie era stato pubblicato. Il regio titolo era stato assunto. Per così gravi tradimenti non potere esserci perdono in questo mondo. Lo esterrefatto Duca giurò non aver mai voluto usurpare la Corona, ma essere stato da altri tratto in quel fatale errore. In quanto al proclama, egli non era colui che lo aveva scritto; non lo aveva nè anche letto; lo aveva firmato senza gettarvi gli occhi sopra: era tutta opera di Ferguson, di quel sanguinario e scellerato Ferguson. «Sperate voi ch’io creda» disse Giacomo, con ben meritato disprezzo, «che abbiate apposta la vostra firma ad una scrittura di tanto momento, senza saperne il contenuto?» Ma gli rimaneva a scendere oltre in fondo alla infamia. Egli era il gran campione della religione protestante, lo interesse della quale gli era servito di pretesto a congiurare contro il Governo del proprio padre, e gettare la patria nelle calamità della guerra civile: e nondimeno, non vergognò di accennare come egli fosse proclive a riconciliarsi con la Chiesa di Roma. Il Re gli offerse volentieri ogni aiuto spirituale, ma non fe’ motto di perdono o di clemenza. «Non v’è dunque speranza?» chiese Monmouth. Giacomo non rispose, e gli volse le spalle. Allora Monmouth si sforzò di rifarsi d’animo, e si alzò, ritirandosi con una fermezza da lui non mostrata mai dopo la propria caduta.[433]
Poi Grey comparve alla regia presenza. Egli si condusse con tale decoro e fortezza, che commosse anche l’austero e astioso Giacomo: non si scusò punto, e non si piegò punto a chiedere la vita. Ambi i prigionieri furono mandati pel fiume alla Torre. Non vi fu tumulto; ma molte migliaia di persone, con l’ansietà e il cordoglio dipinti sul volto, provaronsi di vedere i due sciagurati. Appena il Duca si vide lontano dallo aspetto del Re, la risolutezza rinatagli in cuore svanì. Andando al carcere gemeva, accusava i suoi seguaci, e con abbiettezza implorava Dartmouth intercedesse per lui. «So bene, Milord, che amavate mio padre. Per l’amore di lui, per l’amore di Dio, ingegnatevi di trovar modo ad ottenermi mercè.» Dartmouth rispose che il Re aveva parlato il vero, e che un suddito che aveva assunto il titolo regio, si era chiuso ogni via al perdono.[434]
Poco dopo che Monmouth venne rinchiuso nella Torre, gli fu annunziato che la moglie, per ordine del Re, era arrivata per vederlo. Era in compagnia del Conte di Clarendon Lord del Sigillo Privato. Il marito le fece freddissima accoglienza, e rivolse quasi sempre la parola a Clarendon, implorando intercedesse per lui. Clarendon non gli porse nessuna speranza; e la sera stessa due prelati, Turner vescovo di Ely, e Ken vescovo di Bath e Wells, arrivarono alla Torre, recando un solenne messaggio da parte del Re. Era la notte del lunedì. Il mercoledì prossimo Monmouth doveva morire.
Ei cadde in grande agitazione; il sangue gli fuggì dalle guance, e per qualche tempo non potè profferire parola. La più parte del breve spazio di tempo che gli rimaneva, egli spese provandosi indarno di ottenere, se non perdono, almeno una sospensione della sentenza. Scrisse al Re ed a vari cortigiani lettere compassionevoli, ma indarno. Gli furono dalla Corte mandati alcuni sacerdoti cattolici; i quali tosto s’accorsero ch’egli avrebbe volentieri comprata la vita rinnegando la religione di cui in modo speciale erasi dichiarato difensore: nondimeno, se gli era forza morire, sarebbe morto senza la loro assoluzione, egualmente che con quella.[435]
Nè Ken e Turner rimasero satisfatti delle opinioni di lui. Secondo loro, come secondo la maggior parte de’ loro confratelli, la dottrina della non-resistenza era il segno distintivo della Chiesa Anglicana. I due Vescovi insistettero perchè Monmouth confessasse, che snudando la spada contro il Governo, egli aveva commesso un gran peccato; e in ciò lo trovarono ostinatamente eterodosso. Nè era questa la sola delle sue eresie. Sosteneva che la sua relazione con Lady Wentworth fosse irreprensibile agli occhi di Dio. Diceva d’avere contratto matrimonio mentre era fanciullo. Non si era dato mai pensiero della sua Duchessa. La felicità ch’egli non aveva trovata in casa propria, l’aveva cercata in seno a dissoluti amori, dannati dalla religione e dalla morale. Enrichetta era stata colei che lo aveva redento da una vita di vizi. Ad essa egli era stato rigorosamente fedele. Entrambi d’accordo avevano pôrte al cielo ferventi preghiere perchè li guidasse. Dopo le quali preghiere, il loro scambievole affetto erasi afforzato: non potevano, quindi, più oltre dubitare che al cospetto di Dio essi erano come due sposi. I vescovi rimasero così scandalezzati a coteste idee intorno al vincolo coniugale, che ricusarono di ministrargli la comunione. Tutto ciò che da lui poterono ottenere, fu la promessa, che nella unica notte che gli restava a vivere, pregasse Iddio a largirgli lume bastevole onde conoscere se fosse nell’errore.
Il mercoledì mattina, a sua particolare richiesta, il Dottore Tommaso Tenison, che allora era vicario di San Martino, e in quell’importante ufficio erasi acquistato la pubblica stima, andò alla Torre. Da Tenison, uomo noto per moderatezza d’opinioni, il Duca aspettavasi indulgenza maggiore di quanta gliene avessero potuto mostrare Ken e Turner. Ma Tenison, qualunque fossero le sue opinioni concernenti la non-resistenza in astratto, reputava la recente ribellione sconsiderata ed iniqua, e le idee di Monmouth rispetto al matrimonio pericolosissimo inganno. Monmouth fu ostinato, dicendo d’avere pregato il cielo perchè lo illuminasse. I suoi sentimenti rimanevano sempre gli stessi; e non poteva dubitare d’essere nella diritta via. Tenison lo esortò con modo più mite di quello che avevano adoperato i due vescovi. Ma al pari di loro, pensò di non potere in coscienza amministrare la eucaristia ad un uomo la cui penitenza era così poco soddisfacente.[436]
L’ora appressavasi: ogni speranza era spenta: Monmouth da un timore pusillanime era passato all’apatia della disperazione. Gli furono condotti i figliuoli, perchè desse loro l’estremo vale; erano accompagnati dalla moglie. Le parlò cortesemente, ma senza emozione. Comecchè fosse donna di gran forza d’animo, e avesse poca cagione ad amarlo, il suo dolore fu tanto, che nessuno degli astanti potè frenare le lacrime. Egli solo non ne rimase commosso.[437]
L. Battevano le ore dieci. Il cocchio del Luogotenente della Torre era pronto. Monmouth pregò i suoi consiglieri spirituali lo accompagnassero al luogo del patibolo; e quelli acconsentirono: ma gli dissero, che, secondo il loro giudicio, egli stava per morire male apparecchiato; e che dovendolo accompagnare, stimavano debito loro esortarlo fino allo estremo momento. Passando dinanzi alle milizie schierate, le salutò con un sorriso, e con passi fermi ascese sul palco. Tower Hill era coperto fino ai tetti d’una innumerevole folla di spettatori, i quali in solenne silenzio, rotto solo da sospiri e da pianti, aspettavano d’udire le supreme parole dell’idolo del popolo. «Dirò poco:» cominciò egli «io qui vengo non a parlare, ma a morire. Io muoio protestante della Chiesa Anglicana.» I vescovi lo interruppero, dicendo che ove non confessasse la resistenza essere peccato, egli non era membro della loro Chiesa. Cominciò a parlare d’Enrichetta, e disse: lei essere virtuosa ed onorata giovine; lui averla amata fino allo estremo, e non poter morire senza esprimere ciò che sentiva. I vescovi di nuovo lo pregarono non parlasse in quel modo. Seguì un alterco. I sacerdoti sono stati accusati d’avere trattato aspramente un moribondo. Ma sembra che solo adempissero quello che essi reputavano debito proprio. Monmouth conosceva i loro principii, e se avesse voluto schivare la importunità loro, non avrebbe dovuto richiedere la loro assistenza. I loro argomenti generali contro la dottrina della resistenza, non fecero in lui effetto veruno. Ma allorquando gli favellarono della rovina alla quale aveva trascinati i suoi valorosi ed affettuosi seguaci, del sangue che era stato sparso, delle anime che s’erano presentate senza i debiti apparecchi al tribunale di Dio, ei ne fu commosso, e disse con flebile voce: «Lo confesso, e me ne dolgo.» I sacerdoti fecero con lui lunghe e ferventi preci; ed egli li accompagnò fino al punto in cui invocavano la benedizione divina sul Re. Egli tacque. «Signore,» disse uno di loro «non pregate con noi per il Re?» Monmouth, dopo una tenzone fra il sì e il no, esclamò «Amen.» Ma indarno i prelati lo scongiurarono di dirigere ai soldati ed al popolo poche parole onde esortarli ad obbedire al Governo. «Io non vo’ fare discorsi» rispose.—«Solo poche parole, o Milord.» Volse le spalle, chiamò il suo servo, gli pose nelle mani un astuccio da stecchini, ultimo pegno d’un amore sventurato, dicendogli: «Recalo a colei.» Allora si fe’ presso al carnefice Giovanni Ketch, scellerato uomo che aveva macellate molte valorose e nobili vittime, e il cui nome per un secolo e mezzo è stato regolarmente appiccato a tutti coloro che gli succedevano nell’odioso mestiere.[438] «Ecco» disse il Duca «sei ghinee per voi. Non fate a me ciò che faceste a Lord Russell. Mi è stato detto che gli deste tre o quattro colpi. Il mio servo vi darà dell’altro oro, se voi farete bene l’ufficio vostro.» Allora spogliossi, tastò il taglio della scure, disse che temeva non fosse bene affilato e adattò il capo sul ceppo. I sacerdoti frattanto seguitavano ad esclamare con gran forza: «Dio accolga il vostro pentimento; Dio accolga il vostro imperfetto pentimento.»
Il boia si pose in atto di fare il proprio ufficio. Ma erasi conturbato alle parole del Duca. Il primo colpo fece soltanto un lieve taglio. Il Duca si divincolò, rizzossi dal ceppo, fulminando cogli occhi il carnefice, poi ripiegò il capo. Il colpo fu ripetuto due e tre volte, ma tuttavia il capo non era separato dal tronco il quale seguiva a divincolarsi. La folla mandava urli d’orrore e di rabbia. Ketch, bestemiando, gittò via la scure, e disse: «Non posso farlo; il cuore mi manca.»—«Ripiglia la scure,» gridò lo sceriffo.—«Gettatelo giù dal palco,» urlò la folla. Finalmente il carnefice riprese la scure, e con due altri colpi lo finì; ma gli fu d’uopo usare un coltello per ispiccare il capo dal collo. La folla fu presa da tanta frenesia di rabbia, che il boia fu quasi per essere sbranato, e venne condotto via fra mezzo a numerose guardie.[439]
In quel mentre, molti tuffavano i loro fazzoletti nel sangue di Monmouth; avvengachè da gran parte della folla venisse considerato come un martire, che era morto per la religione protestante. Il capo mozzo e il tronco furono posti in un feretro coperto d’una coltre di velluto nero, e sotterrati senza pompa sotto la tavola della comunione della Cappella di San Pietro nella Torre. Dopo quattro anni, il pavimento del santuario fu di nuovo smosso; e accanto alle ossa di Monmouth, furono sepolte quelle di Jeffreys. In vero, non v’è sulla terra luogo più tristo di questo piccolo cimitero. La idea della morte ivi è congiunta, non come in Westminster o in San Paolo, con quella del genio e della virtù, della venerazione pubblica e della fama gloriosa; non come nelle nostre chiese e campisanti più umili, con ciò che v’è di più dolcemente diletto nella carità sociale e domestica: ma con ciò che vi è di più funesto nella umana natura e nelle sorti umane; col barbaro trionfo di nemici implacabili; con la incostanza, la ingratitudine, la codardia degli amici; con tutte le miserie della grandezza caduta e della fama infame. Ivi sono state deposte, per tanti anni e tanti, dalle ruvide mani de’ carcerieri, senza pianto di amici, le reliquie di uomini che sono stati capitani d’eserciti, capi di partiti, oracoli di senati, ed ornamenti di Corti. Ivi fu trasportato, avanti alla finestra dove Giovanna Grey soleva pregare, lo sbranato cadavere di Guildford Dudley. Ivi riposa, accanto al fratello da lui assassinato, Eduardo Seymour, Duca di Somerset, e Protettore del Regno. Ivi è fatto cenere il tronco di Giovanni Fisher, Vescovo di Rochester e Cardinale di San Vitale, uomo degno di essere vissuto in età migliore, e d’esser morto per una miglior causa. Ivi giace Giovanni Dudley, Duca di Northumberland, Lord Grande Ammiraglio; e Tommaso Cromwell, Conte di Essex, Lord Tesoriere. Ivi anche è un altro Essex, sul quale la natura aveva profuso invano tutto il tesoro de’ suoi doni; e che il valore, la grazia, lo ingegno, il regio favore, i plausi popolari condussero a prematura e ignominiosa morte. Nè molto discosto dormono due capi della gran Casa di Howard; Tommaso, quarto Duca di Norfolk, e Filippo, undecimo Conte d’Arundel. Qua e colà, fra le spesse sepolture d’irrequieti ed ambiziosi uomini di Stato, giacciono alcune vittime più delicate; Margherita di Salisbury, ultima reliquia dell’altero nome di Plantageneto; e quelle due leggiadre regine spente dalla gelosa rabbia d’Enrico. Con le ceneri di questi cotali fu mescolata la cenere di Monmouth.[440]
Pochi mesi dopo, il tranquillo villaggio di Toddlington, nella Contea di Bedford, vide un assai più tristo funerale. Presso a quel villaggio innalzavasi una antica e splendida magione, dove abitavano i Wentworth. La loro sepoltura era sempre stata sotto l’arcata di mezzo della chiesa parrocchiale. Quivi, nella primavera che seguì alla morte di Monmouth, fu trasportato il feretro della giovine baronessa Wentworth di Nettlestede. La famiglia le innalzò un sontuoso mausoleo: ma un suo ricordo meno dispendioso fu per lungo tempo ammirato con più profondo interesse. Il suo nome intagliato da lui ch’ella aveva cotanto amato, potevasi, pochi anni sono, discernere sul tronco d’un albero del parco contiguo.
LI. Lady Wentworth non era la sola che amasse con immenso affetto la memoria del Duca. La immagine di lui rimase impressa nel cuore del popolo, finchè la generazione che lo aveva conosciuto non fu spenta. Nastri, fiocchi, ed altre simiglianti inezie portate da lui, furono venerate come preziose reliquie da coloro che avevano sotto lui pugnato a Sedgemoor. I vecchi che gli sopravvissero, desideravano, sul punto di morire, che que’ cari ricordi fossero con loro sepolti. Un bottone d’oro filato, che a mala pena potè evitare tale destino, anche oggi si vede in una casa d’onde si scuopre il campo della battaglia. Anzi, tanta era la devozione che il popolo portava al suo prediletto, che, non ostante la più forte prova che possa rendere indubitabile il fatto d’una morte, molti seguitavano a illudersi della speranza che il Duca fosse vivo, e dovesse tosto mostrarsi in armi. Un uomo, dicevano, che mirabilmente somigliava Monmouth, si era sacrificato per salvare lo eroe de’ protestanti. Il volgo continuò per lungo tempo, in ogni grave occasione, a bisbigliare che il giorno era vicino, e che il Re Monmouth sarebbe tra poco riapparso. Nel 1686, un ribaldo che si spacciava pel Duca, ed aveva ragunata pecunia in diversi villaggi della Contea di Wilt, fu preso e fustigato da Newgate fino a Tyburn. Nel 1698, allorchè la Inghilterra da parecchi anni godeva la libertà costituzionale sotto una nuova dinastia, il figlio di un locandiere si fece credere, fra mezzo ai piccoli possidenti di Sussex, il loro amato Monmouth, e frodò molti che non erano dell’infima classe. Gli venne fatta una colletta di cinquecento lire sterline. I fattori gli diedero un cavallo. Le mogli loro gli mandarono ceste piene di polli e d’anitre, e gli si mostrarono generose, secondo che fu detto, di favori più teneri; imperocchè, rispetto alla galanteria per lo meno, la copia non era indegna di rappresentare l’originale. Come quell’impostore fu gettato in prigione, i suoi creduli seguaci lo mantenevano con lusso. Alcuni di loro comparvero in tribunale per dargli animo allorquando fu processato nella Corte di Horsham. E tanto durò lo inganno, che Giorgio III era già da parecchi anni sul trono, che Voltaire estimò necessario confutare seriamente la ipotesi, che l’uomo dalla maschera di ferro fosse il Duca di Monmouth.[441]
Forse egli è un fatto poco meno notevole, che fino ad oggi gli abitatori di alcuni luoghi delle contrade occidentali d’Inghilterra, qualvolta qualche legge concernente i loro interessi discutesi nella Camera de’ Lordi, si reputano in diritto di chiedere soccorso al Duca di Buccleuch, discendente dello sventurato capo pel quale i loro antecessori versarono il proprio sangue.
La storia di Monmouth basterebbe sola a confutare lo addebito d’incostanza che di frequente suole gettarsi sopra il basso popolo. I popoli talvolta sono incostanti, perchè sono esseri umani. Ma che siano tali paragonati alla gente educata, voglio dire alle aristocrazie o ai principi, può sicuramente negarsi. Sarebbe agevole recare esempi di demagoghi, la cui popolarità sia rimasta ferma, laddove i sovrani e i parlamenti hanno tolta la già data fiducia a molti uomini di Stato. Mentre Swift seguitò a vivere molti anni scemo delle facoltà intellettive, la plebe irlandese continuava sempre ad accendere fuochi di gioia nel giorno natalizio del celebre scrittore, in commemorazione de’ servigi, che, secondo la comune credenza, egli aveva resi alla patria nel tempo in cui la sua mente era in pieno vigore. Mentre sette ministeri furono innalzati al potere e cacciati via a cagione degli intrighi di Corte, o de’ mutamenti d’opinione delle alte classi della società, il dissoluto Wilkes non perdè mai l’affezione d’una marmaglia da lui spogliata e derisa. Gli uomini politici che, nel 1807, s’erano studiati d’ingraziarsi a Giorgio III difendendo Carolina di Brunswick, non arrossirono, nel 1820, di ambire al favore di Giorgio IV, perseguitandola. Ma nel 1820, come nel 1807, tutta la classe degli operai con fanatico ardore parteggiava per lei. La cosa medesima avvenne di Monmouth. Nel 1680, era stato adorato e dai gentiluomini e da’ contadini delle contrade occidentali. Nel 1685 mostrossi di nuovo. Ai gentiluomini era diventato obietto d’avversione; dai contadini era tuttavia amato con un affetto forte come la morte, con un affetto non estinguibile per infortuni o per falli, per la fuga da Sedgemoor, per la lettera di Ringwood, o per le querule ed abiette supplicazioni in Whitehall. Lo addebito che equamente può darsi al popolo, sta in ciò, ch’esso non è incostante, ma elegge sempre il suo prediletto così male, che la sua costanza diventi vizio, e non virtù.
LII. Mentre la decapitazione di Monmouth occupava le menti di tutti in Londra, le Contee che erano insorte contro il Governo pativano tutte le enormezze che una feroce soldatesca possa commettere. Feversham era stato chiamato a Corte, dove lo aspettavano onori e rimunerazioni ch’ei poco meritava. Fu fatto cavaliere della Giarrettiera, e capitano del primo e più lucroso reggimento delle Guardie del Corpo: ma la Corte e la Città ridevano delle sue imprese militari; e lo spirito di Buckingham fece l’ultime sue prove a schernire il guerriero che aveva riportata una vittoria standosi a poltrire sul letto.[442] Feversham lasciò il comando in Bridgewater al Colonnello Percy Kirke, avventuriero militare, ch’erasi educato al vizio nella peggiore di tutte le scuole, cioè in Tangeri. Kirke, pel corso d’alcuni anni, aveva comandato il presidio di quella città, occupato in continue ostilità contro le tribù de’ Barbari, ignari delle leggi che governano le nazioni incivilite e cristiane. Dentro le mura della propria fortezza egli imperava da despota. L’unico freno alla sua tirannide era il timore d’esser chiamato a render conto da un lontano e spensierato Governo. Poteva, quindi, con sicurtà sbrigliarsi ai più audaci eccessi di rapacità, di crudeltà, di licenza. Viveva con immensa dissolutezza, e con le estorsioni procuravasi i mezzi di satisfarla. Nessuna mercatanzia poteva vendersi finchè Kirke non l’avesse rifiutata. Non si poteva decidere questioni di diritto finchè Kirke non ne avesse ricevuto il prezzo. Una volta, solo per capriccio di malignità, versò tutto il vino della cantina di un oste. Un’altra volta cacciò via tutti gli Ebrei da Tangeri; due de’ quali egli mandò alla Inquisizione Spagnuola, che tosto li arse vivi. Sotto cotesto giogo di ferro non s’udiva un lamento, imperocchè il terrore teneva in freno l’odio. Due individui che gli si erano mostrati disobbedienti, furono trovati morti; e fu universale credenza che fossero stati assassinati per ordine di Kirke. Quando i soldati spiacevangli, li faceva flagellare con severità spietata; ma li compensava permettendo che dormissero alle vedette, vagassero, rubassero, percotessero e insultassero i mercatanti e gli operai.
Allorchè Tangeri fu abbandonata, Kirke ritornò in Inghilterra. Seguitò a tenere il comando de’ suoi vecchi soldati, i quali talvolta chiamavansi Primo Reggimento Tangeri, e tal altra Reggimento Regina Caterina. E perchè erano stati ordinati con lo scopo di far guerra ad un popolo infedele, portavano nella bandiera un emblema cristiano, lo Agnello Pasquale. In allusione a siffatto emblema e in senso di acre ironia, cotesti uomini, i più feroci delle inglesi milizie, chiamavansi gli Agnelli di Kirke (Kirk’s Lambs). Questo reggimento, che ora è il secondo di linea, serba tuttora l’antica insegna, che poscia riceveva nuovo splendore per le decorazioni acquistate onoratamente in Egitto, in Ispagna e nel cuore dell’Asia.[443]
Tale era il capitano e tali i soldati, i quali furono scagliati addosso alle popolazioni della Contea di Somerset. Kirke da Bridgewater marciò a Taunton. Era accompagnato da due carriaggi pieni di ribelli feriti, le cui piaghe non erano fasciate, e da una lunga fila di prigioni che andavano a piedi, due a due incatenati. Vari di costoro egli impiccò appena giunto a Taunton, senza forma nessuna di processo. Non fu loro conceduto nè anche dire l’ultimo addio ai più stretti parenti. Serviva di forca la insegna di White Hart Inn. Dicesi che gl’impiccamenti si facessero di faccia alle finestre dove i soldati di Tangeri gozzovigliavano, e che ad ogni brindisi si impiccasse un prigioniero. Come i morenti dimenavano le gambe nell’ultima agonia, il colonnello faceva battere i tamburi, dicendo di volere accompagnare con la musica la danza de’ ribelli. La tradizione vuole che ad uno de’ prigioni non fu nè anche concessa la grazia di farlo prontamente morire. Due volte fu appeso al posto, e due calato a terra. Due volte gli fu chiesto se era pentito del tradimento, e due egli rispose che se la impresa era da farsi nuovamente, egli l’avrebbe rifatta daccapo. Allora gli fu messo il capestro per l’ultima volta. Fu tanto il numero de’ cadaveri squartati, che il carnefice stavasi nel sangue fino alle gambe. Era aiutato da un povero uomo, il quale essendo caduto in sospetto, fu forzato a redimere la propria vita bollendo nella pece i cadaveri de’ propri fratelli. Il contadino che aveva assentito a compiere questo ufficio, ritornò poscia al proprio aratro. Ma un segno come quello di Caino gli rimase impresso sulla fronte. Era conosciuto nel suo villaggio col nome di Maso Bolli-uomini (Boilman). I villici per lungo tempo seguitarono a narrare, che, quantunque egli con la sua opera di peccato e di vergogna si salvasse dalla vendetta degli Agnelli, non aveva evitata quella del cielo. Infuriante una forte procella, ei corse a ricoverarsi sotto una quercia, e lì fu incenerito da un fulmine.[444]
Il numero di coloro che in tal guisa furono macellati, non si conosce con certezza. Nove furono registrati ne’ libri mortuari della parrocchia di Taunton; ma que’ libri contengono i nomi di coloro che ebbero sepoltura cristiana. Coloro che furono impiccati in catene, e coloro, le teste e le membra de’ quali furono mandate ai circostanti villaggi, dovettero essere un numero molto maggiore. Credevasi in Londra, a quel tempo, che Kirke, nella settimana che seguì alla battaglia, facesse morire cento prigioni.[445]
Nondimeno, la crudeltà non era l’unica passione di questo uomo. Amava il danaro, e non era novizio nell’arte di estorcere. Per quaranta lire sterline poteva ottenersi un salvocondotto, col quale, comecchè fosse di nessun valore al cospetto della legge, il compratore poteva passare senza molestia per i posti militari degli Agnelli, onde ridursi ad un porto di mare, e rifugiarsi ad un paese straniero. Le navi che dovevano mettere alla vela per la Nuova Inghilterra, trovaronsi in quell’occasione così affollate di fuggitivi di Sedgemoor, che si correva pericolo le provvigioni non bastassero al viaggio.[446]
Kirke, non ostante la rozza e feroce indole sua, amava anche i piaceri; e nulla è più probabile di ciò ch’egli si giovasse del proprio potere a sbramare le sue lussuriose voglie. Fu detto ch’egli avesse vinta la virtù d’una donna onesta, promettendole di salvare la vita ad un uomo da lei svisceratamente amato; e dopo ch’ella ebbe ceduto, le mostrasse appeso alle forche il cadavere di colui, per amore del quale la sventurata aveva sacrificato il proprio onore. Ogni giudice imparziale è forza che non presti fede a siffatta novella, non essendovi prova che la confermi. La più antica autorità su cui si possa appoggiare, è una poesia scritta da Pomfret. Gli storici più insigni di quell’età, mentre discorrono i delitti di Kirke, o non ricordano punto cotesta atrocissima scelleratezza, o la rammentano come cosa vociferata, ma senza prove. Coloro che la raccontano, la descrivono con tali varianti, da renderla incredibile. Alcuni pongono la scena in Taunton, altri in Exeter. Chi dice la eroina della novella fosse una fanciulla, chi una sposa. Questi affermano che colui che ella intendeva redimere col proprio disonore, le fosse padre: quegli altri fratello, ed altri ancora marito. Inoltre la storiella, innanzi che Kirke fosse nato, era stata detta di molti altri oppressori, ed era divenuta têma avidamente trattato dagli scrittori di drammi e di novelle. Due uomini politici del secolo decimoquinto, Rhynsault, il prediletto di Carlo il Temerario Duca di Borgogna, ed Oliviero le Dain, il prediletto di Luigi XI di Francia, erano stati accusati del medesimo delitto. Cintio lo aveva tolto a subietto di un suo romanzo; Whetstone dal racconto di Cintio aveva desunto il rozzo dramma di Promo e Cassandra; e Shakespeare avea tolto da Whetstone lo intrecciò della sua insigne Tragicommedia, che chiamò Misura per Misura. E come Kirke non fu il primo, così non fu nè anche l’ultimo, cui la voce popolare attribuisse cotesto eccesso di malvagità. Mentre in Francia infuriava la reazione che seguì alla tirannide de’ Giacobini, una similissima colpa fu apposta a Giuseppe Lebon, che era uno de’ più odiosi strumenti del Comitato di Salute Pubblica; e dopo esame, anco i suoi persecutori conclusero che non aveva alcun fondamento.[447]
Il Governo era mal satisfatto di Kirke, non per la barbarie con che aveva trattati i suoi prigioni poveri, ma per la venale mitezza che aveva dimostra ai colpevoli ricchi.[448] Fu, dunque, sollecitamente richiamato. Nel medesimo tempo era per compiersi una meno illegale e insieme più cruda strage. La vendetta venne differita per alcune settimane. Desideravasi che non si principiasse il giro per le contrade occidentali finchè gli altri non fossero terminati. Infrattanto, le carceri delle Contee di Somerset e di Dorset rigurgitavano di migliaia di prigioni. Il migliore amico e protettore di cotesti infelici in quella estremità, fu uno che abborriva le loro opinioni religiose e politiche, e al quale essi avevano senza provocazione fatto del male; voglio dire il vescovo Ken. Il buon prelato adoperò ogni mezzo per ammansare i carcerieri, e dalla sua propria mensa vescovile diede soccorsi per potere migliorare il rozzo e scarso alimento di coloro che gli avevano guasta la sua cara Chiesa Cattedrale. La sua condotta in quel caso era in armonia con tutta la sua vita. Aveva, a dir vero, intenebrato lo intelletto da molte superstizioni e molti pregiudizi; ma il suo carattere morale, ove imparzialmente si giudichi, sta al paragone con qualsivoglia altro nella storia ecclesiastica, e sembra farsi da presso, per quanto concede la infermità della umana natura, alla perfezione ideale della virtù cristiana.[449]
LIII. Questa sua opera di carità non durò lungo tempo. Pensavasi già a spopolare rapidamente ed efficacemente le carceri. In sul principiare di settembre, Jeffreys, accompagnato da quattro altri giudici, cominciò quel giro la cui memoria durerà quanto la nostra razza e la lingua nostra. Gli ufficiali che comandavano le truppe nei distretti dove egli doveva recarsi, ebbero ordini di prestargli qualunque forza militare avesse potuto richiedere. La ferocità dell’indole sua non aveva mestieri di sprone; e nondimeno gli fu dato incitamento. Al Lord Cancelliere andavano mancando la salute e gli spiriti. Era stato profondamente afflitto dalla freddezza del Re e dalla insolenza del Capo Giudice; e poco era il conforto che poteva trovare gettando lo sguardo sopra la trascorsa sua vita, la quale, se non era infamata da alcuno atroce delitto, era lorda di vigliaccheria, di amore di sè e di servilità. L’infelice ne rimase così profondamente umiliato, che allorquando comparve per l’ultima volta in Westminster Hall, aveva in mano un mazzetto di fiori per nascondersi il viso; perocchè, secondo egli stesso confessò poscia, non poteva sostenere lo aspetto della tribuna e degli uditori. E’ sembra che la idea della vicina morte gl’inspirasse insolito coraggio. Deliberò di alleggiare la propria coscienza, chiese un’udienza al Re, parlò con zelo dei pericoli che inseparabilmente accompagnano i violenti ed arbitrali consigli, e riprovò le illegali crudeltà commesse dai soldati nella Contea di Somerset. Poco dopo si partì da Londra per andare a morire. Mandò l’ultimo fiato pochi giorni dopo che i giudici erano partiti per le contrade occidentali. Venne subito dato annunzio a Jeffreys, che poteva aspettarsi il Gran Sigillo in premio di fedeli e vigorosi servigi.[450]
LIV. In Whinchester il Capo Giudice aprì le sessioni della sua commissione. La Contea di Hamp non era stata il teatro della guerra; ma molti de’ vinti ribelli s’erano, come il loro capo, quivi rifuggiti. Due di loro, Giovanni Hickes, teologo non-conformista, e Riccardo Nelthorpe, giureconsulto posto fuori la legge per avere avuta parte nella congiura di Rye House, avevano cercato asilo nella casa di Alice, vedova di Giovanni Lisle. Giovanni Lisle aveva seduto nel Lungo Parlamento e nella Alta Corte di Giustizia, era stato Commissario del Gran Sigillo a tempo della Repubblica, ed era stato creato Lord da Cromwell. Questi titoli datigli dal Protettore, non erano stati riconosciuti da nessuno de’ Governi che avevano retta la Inghilterra dopo la caduta della casa di Cromwell; ma sembra che, conversando, venissero dati a Lisle anche da’ realisti. La vedova di lui, quindi, era comunemente conosciuta col nome di Lady Alice. Era imparentata a molte rispettabili e ad alcune nobili famiglie, ed era generalmente stimata anco dai gentiluomini Tory della sua Contea. Imperciocchè costoro bene conoscevano, avere essa riprovati taluni atti di violenza a’ quali il suo marito aveva partecipato, sparse amare lacrime sopra la sorte di Carlo I, e protetti e aiutati nella loro miseria molti Cavalieri. La stessa donnesca cortesia, onde era stata mossa a mostrarsi amichevole ai realisti, mentre loro volgeva avversa la sorte, non gli consentì di ricusare un pane e un nascondiglio agli sciagurati che adesso la scongiuravano di proteggerli. Gli accolse in casa propria, dette loro cibo e bevanda, e luogo di riposo. Il dì dopo, la sua casa fu circuita di soldati. Cercarono dappertutto. Hickes fu trovato nascosto nella cantina, e Nelthorpe dentro il camino. Se Lady Alice conosceva gli ospiti suoi essere stati implicati nella insurrezione, senza dubbio era rea di ciò che rigorosamente si chiama delitto capitale. Imperocchè la legge che distingue il principale dallo accessorio, rispetto ad alto tradimento, era allora, ed è tuttavia tale, che disonora la Giurisprudenza inglese. Nei casi di fellonia, una distinzione fondata sopra la giustizia e la ragione è da farsi tra principale ed accessorio dopo il fatto. Chiunque asconda alla giustizia un uomo ch’egli sa essere un assassino, comunque meriti una pena, non è meritevole della pena debita all’assassino; ma chiunque dia ricovero ad un uomo ch’egli sa essere traditore, è, secondo la sentenza di tutti i nostri giuristi, reo d’alto tradimento. Non è mestieri dimostrare l’assurdità e la crudeltà d’una legge che comprende nella medesima definizione, e punisce della stessa pena, delitti che stanno agli opposti estremi nell’ordine della colpa. Il sentimento che fa rabbrividire il suddito più leale al pensiero di porre a vergognosa morte il ribelle, che vinto, inseguito, e in agonia mortale, chiegga un morso di pane e un po’ d’acqua, può essere debolezza; ma è debolezza strettamente congiunta alla virtù; debolezza la quale, nel modo onde è formato l’essere umano, mal possiamo sradicare dall’animo, senza svellere con essa molti altri nobili e benevoli sentimenti. Un savio e buono legislatore potrebbe reputare giusto non sanzionare tal debolezza; ma quasi sempre vi si mostrerà connivente, e la punirà con moderazione. In nessun caso la considererà come un delitto della più brutta specie. Se Flora Macdonald bene operasse nascondendo il condannato erede degli Stuardi, se un valoroso soldato de’ tempi nostri bene operasse aiutando Lavalette a fuggire, sono quistioni intorno alle quali i casuisti potrebbero variamente opinare: ma porre tali azioni nella medesima classe coi delitti di Guido Faux e di Fieschi, è un fare oltraggio alla umanità e al senso comune. Tale, nondimeno, è la classificazione della nostra legge. È manifesto che nulla altro che un mite Governo potrebbe rendere sopportabile siffatta condizione della legge. Ed è giusto dire, che pel corso di molte generazioni nessun Governo inglese, tranne uno solo, ha trattato con rigore le persone ree solamente di avere protetto gli sconfitti e gl’insorti fuggitivi. Alle donne, in ispecie, è stato concesso, come per una tal quale tacita prescrizione, il diritto d’usare fra mezzo alle devastazioni e alle vendette quella pietà, che è il più caro di tutti i loro vezzi. Sino dallo scoppio della gran guerra civile, numerosi ribelli, alcuni de’ quali erano uomini ben altrimenti importanti che Hickes e Nelthorpe, sono stati protetti, contro la severità di governi vittoriosi, dalla destrezza e generosità femminile. Ma nessun sovrano inglese cui sia fuggita di mano la preda, salvo il feroce e implacabile Giacomo, ebbe mai la barbarie nè anche di pensare a porre una donna a cruda e vergognosa morte, per una cotanto veniale e caritatevole trasgressione.
Per quanto odiosa fosse la legge, fu d’uopo stiracchiarla a fine di uccidere Alice Lisle. Secondo la dottrina sostenuta da’ più insigni autori, ella non poteva essere dichiarata convinta, fino a che non fossero stati dichiarati tali i ribelli da essa ospitati.[451] Ciò non ostante, fu trascinata al tribunale innanzi che a Hickes o a Nelthorpe fosse fatto il processo. In quel caso non era agevole ottenere una sentenza a seconda delle voglie del principe. I testimoni tergiversavano. I Giurati, che erano i principali gentiluomini della Contea di Hamp, raccapricciavano al pensiero di mandare una povera creatura a morire, per essersi condotta in guisa da meritare lode meglio che biasimo. Jeffreys era furibondo; avvegnachè, essendo questo il primo caso di crimenlese ch’egli trattava nell’intrapreso giro, sembrasse assai probabile che la preda gli avesse a fuggire dalle unghie. Tempestava, malediceva, bestemmiava con parole di che nessun uomo bene educato avrebbe fatto uso in una corsa o in un combattimento di galli. Uno de’ testimoni, chiamato Dunne, in parte commosso per Lady Alice, in parte atterrito dalle minacce e maledizioni del Capo Giudice, perdè affatto il cervello, e in fine si tacque. «Oh! come è dura la verità» disse Jeffreys «ad uscir fuori dalle labbra d’un ribaldo e bugiardo presbiteriano!» Il testimone, dopo pochi minuti, balbettò poche parole vuote di senso: «Vi fu mai» esclamò il Giudice con una bestemmia, «vi fu egli mai sopra la faccia della terra un simigliante scellerato? Credi tu che vi è un Dio? Credi tu nel fuoco dell’inferno? Tra tutti i testimoni che mi sono capitati fra le mani, non ne ho mai veduto uno simile a te.» Il povero uomo, insensato per terrore, nuovamente si tacque; e nuovamente Jeffreys urlò: «Spero, Signori Giurati, che voi notiate l’orribile condotta di costui. Come si può egli fare a meno di non abborrire costoro e la religione che professano? Un Turco è un santo in agguaglio di codesto sciagurato. Un pagano arrossirebbe di tanta ribalderia. Gesù benedetto! Fra quale genia di vipere ci è toccato di vivere!»—«Io non so che dire, mio signore,» disse tremando Dunne. Il Giudice di nuovo con una mitraglia di bestemmie. «Vi fu egli mai al mondo» gridò «più impudente briccone? Fate lume, ch’io possa vedere il suo viso di bronzo. Voi, o gentiluomini, che siete consiglieri della Corona, badate di pronunciare contro costui una sentenza che lo dichiari spergiuro.» Dopo che i testimoni furono siffattamente esaminati, Lady Alice fu chiamata a difendersi. Cominciò dicendo,—il che poteva esser vero,—che quantunque ella si fosse accorta del turbamento di Hickes allorquando lo accolse in casa, non sapeva nè sospettava che fosse implicato nella ribellione. Egli era ministro di Dio, ed uomo di pace. Non poteva ella, dunque, pensare ch’egli avesse prese le armi contro il Governo; e aveva supposto ch’ei si volesse nascondere perchè v’erano contro lui mandati d’arresto per avere predicato in piazza. Il Capo Giudice si mise a tempestare: «Ma ve lo dirò io. Non v’è un solo tra questi bugiardi e piagnolosi presbiteriani, che, d’un modo o d’un altro, non abbia avuto mano nella ribellione. Il Presbiterianismo comprende ogni specie di scelleraggine. Null’altro fuorchè il Presbiterianismo ha potuto rendere Dunne ribaldo. Mostrami un presbiteriano, e ti mostrerò un bugiardo.» Riepilogò il caso col medesimo tono, declamò per un’ora contro i Whig e i Dissenzienti, e rammentò ai Giurati come il marito della colpevole avesse avuto parte nella morte di Carlo I; fatto non provato da veruna testimonianza; e se provato, sarebbe stato di nessun peso nel caso della donna. I Giurati si ritrassero, e rimasero lungo tempo a deliberare. Il Giudice divenne impaziente, dicendo di non potere intendere in che modo, in un caso così chiaro, essi s’erano alzati dal seggio. Mandò un messo a dire loro, che se non si spicciavano subito, avrebbe aggiornata la Corte, e gli avrebbe chiusi a chiave tutta la notte. Così posti alla tortura, uscirono fuori, ma per dire che dubitavano se esistesse la reità. Jeffreys li rimproverò con veemenza; ed essi, dopo un’altra deliberazione, profferirono ripugnanti l’opinione che affermava la esistenza della colpa.
Il dì seguente fu pronunciata la sentenza. Jeffreys ordinò che Lady Alice fosse arsa viva quel giorno stesso. Questo eccesso di barbarie mosse a pietà ed a sdegno anche i più ardenti partigiani della Corona. Il clero della Cattedrale di Winchester protestò dinanzi al Capo Giudice, il quale, comunque di brutale natura, non era così stolto da porsi al pericolo d’una contesa sopra tale subietto con una classe tenuta in tanta riverenza dal partito Tory. Consentì a differire a cinque giorni la esecuzione della sentenza. Nel qual tempo, gli amici della sventurata scongiurarono Giacomo a mostrarsi clemente. Varie dame d’alto grado intercessero per lei. Feversham, la cui influenza in Corte era cresciuta per la fresca vittoria, e che, come ne corse la voce, era stato comprato all’uopo, parlò a favore di Lady Alice. Clarendon, cognato del Re, orò slmilmente per lei. Ma tutto fu vano. Il più che potè ottenersi, fu che la condanna al fuoco venisse commutata con la decapitazione. La donna si sobbarcò con coraggiosa calma al proprio fato, e le fu mozzo il capo sul palco nel mercato di Winchester.[452]
LV. Nell’Hampshire, Alice Lisle fu la sola vittima; ma il giorno che seguì alla sua decapitazione, Jeffreys giunse a Dorchester, città principale della Contea nella quale Monmouth era sbarcato, ed ebbe principio la strage giudiciale.
Il tribunale, per ordine del Capo Giudice, fu parato di scarlatto; la qual novità parve al popolo indicare sanguinosi proponimenti. Si disse anche, che quando il prete il quale predicò in occasione dell’aprirsi della Corte, insistè sul dovere della misericordia, il Giudice sorrideva ferocemente digrignando i denti; la qual cosa fu tenuta a sinistro augurio di ciò che era per eseguire.[453]
Trecento e più erano i prigioni ai quali doveva farsi il processo. La impresa pareva grave; ma Jeffreys aveva immaginato come renderla lieve. Fece intendere che l’unico mezzo di ottenere perdono o mitezza di pena, era il confessarsi colpevole. Ventinove individui, i quali confidavano nello spirito patrio, dichiarati convinti, furono senza alcun indugio legati insieme. Gli altri prigioni si confessarono rei a centinaia. Contro dugentonovantadue fu profferita sentenza di morte. Coloro che vennero impiccati nella Contea di Dorset furono settantaquattro.
Da Dorchester Jeffreys si condusse ad Exeter. La guerra civile era giunta appena alle frontiere del Devonshire. Quivi, dunque, comparativamente poche furono le persone condannate a morire. La Contea di Somerset, sede precipua della ribellione, era stata serbata all’ultima e più tremenda vendetta. In quella Contea, dugentotrentatrè prigioni in pochi giorni furono impiccati, strascinati per le vie, e squartati. In ogni luogo dove due strade s’incrociassero, in ogni mercato, sul prato d’ogni grosso villaggio che avesse dati soldati a Monmouth, cadaveri in catene sbattuti dal vento, o teschi e membra confitti sui pali, attoscavano l’aria, e facevano inorridire i viandanti. In molte parrocchie, il contadiname non poteva ragunarsi nella casa di Dio, senza vedere il teschio del vicino digrignante i denti dal portico. Il Capo Giudice si trovava nel proprio elemento. Come procedeva l’opera di sangue, ei si sentiva rifare d’animo. Sghignazzava, mandava gridi di gioia, scherzava, bestemmiava da farsi credere da mattina a sera briaco. Ma in lui non era facile distinguere la frenesia prodotta dalle malvagie passioni, da quella cagionatagli da’ liquori spiritosi. Uno de’ prigioni protestò che i testimoni addottigli contro non erano degni di fede. Uno di loro, ei disse, era un papista, l’altro una prostituta. «Svergognato ribelle,» esclamò il Giudice «osi fare riflessioni sui testimoni del Re? Ti vedo, scellerato, già ti vedo col capestro al collo.» Un altro dichiarò d’essere buon protestante. «Protestante!» disse Jeffreys; «volete intendere presbiteriano; ci scommetterei. Io so fiutare un presbiteriano a quaranta miglia di distanza.» Un malarrivato uomo mosse a pietà anche i Tory più acerrimi. «Milord,» dissero eglino «questa povera creatura vive della carità della parrocchia.»—«Non pensate,» disse il Giudice «libererò io la parrocchia di cotesto carico.» Non erano solo i prigioni coloro che erano segno al suo furore. Gentiluomini e nobili di gran conto e d’intemerata lealtà, i quali provavansi di fargli conoscere qualche circostanza attenuante, erano quasi certi di ricevere ciò che egli, nello sconcio dialetto da lui imparato nelle osterie di Whitechapel, chiamava un colpettino con la parte aspra della sua lingua. A Lord Starnell, Pari Tory, il quale non potè frenare il ribrezzo ch’egli provava vedendo l’iniquissimo modo di macellare i suoi vicini, in punizione venne appeso alla porta del parco un cadavere in catene.[454] Da tali spettacoli ebbero origine molti terribili racconti, che gli agricoltori della Contea di Somerset solevano narrare col bicchiere colmo di sidro ai fuochi di Natale. Negli ultimi quaranta anni, i contadini, in alcune contrade, ben conoscevano i luoghi maledetti, e dopo il tramonto vi passavano mal volentieri.[455]
Jeffreys gloriavasi d’avere impiccati più traditori egli solo, che non tutti insieme i suoi predecessori dal tempo della Conquista in poi. Certo è che il numero dei giustiziati da lui in un mese e in una Contea, sorpassò quello di tutti i delinquenti politici che sono stati giustiziati nell’isola nostra dalla Rivoluzione in qua. Le ribellioni del 1715 o del 1745, durarono più lungamente, e furono più estese e di più formidabile aspetto di quella che fu spenta in Sedgemoor. Non si è comunemente creduto che dopo la ribellione del 1715 e quella del 1745, la Casa di Hannover si mostrasse clemente. Eppure, tutte le esecuzioni capitali del 1715 e del 1745 congiunte insieme, parranno poche in confronto di quelle che infamarono il Tribunale di Sangue. Il numero dei ribelli impiccati in quella occasione da Jeffreys fu di trecento venti.[456]
Tanta strage doveva disgustare chiunque, anche se quegli sciagurati fossero stati generalmente esosi. Invece, per la maggior parte, erano uomini di vita irreprensibile, e profondamente religiosi. Consideravano sè stessi, ed erano considerati da moltissimi loro vicini, non come malfattori, ma come martiri che suggellavano col proprio sangue la verità della religione protestante. Pochi de’ condannati si mostrarono pentiti del già fatto. Molti, animati dall’antico spirito puritano, andarono incontro alla morte, non solo con fortezza, ma con esultanza. Invano i ministri della Chiesa stabilita gli ammonivano intorno alla colpa della ribellione, e alla importanza della assoluzione del prete. La pretesa del Re ad autorità illimitata nelle cose temporali, e la pretesa del clero al potere spirituale di legare e di sciogliere, movevano a riso quegl’intrepidi settarii. Taluni di loro composero inni in prigione, e li cantavano sulla funebre treggia che li menava a guastare. Cristo—cantavano essi, mentre spogliavansi per patire il macello—sarebbe tra breve venuto in terra a redimere Sion, ed a far guerra a Babilonia; avrebbe innalzato il proprio vessillo, suonata la tromba, e reso ai suoi nemici dieci volte più quel male che era stato fatto ai suoi servi. Le estreme parole loro furono notate; le loro lettere d’addio serbate come tesori; ed in tal modo, mescendovi qualche invenzione o esagerazione, formossi un copioso supplemento al martirologio de’ tempi di Maria la Bevisangue.[457]
LVI. È pregio dell’opera fare speciale menzione di alcuni casi. Abramo Holmes, ufficiale veterano dello esercito parlamentare, uno di quei zelanti che non vorrebbero altro Re che Re Gesù Cristo, era stato preso in Sedgemoor. Nel furore della battaglia gli era stato orribilmente fracassato un braccio, e non essendovi lì pronto un chirurgo, il robusto vecchio soldato se lo amputò da sè. Fu condotto a Londra, ed esaminato dal Re in Consiglio; ma non volle sottomettersi. «Io sono un uomo vecchio,» disse egli «e i giorni che mi rimangono a vivere non valgono il prezzo d’una bugia o d’un atto di viltà. Io sono stato sempre repubblicano, e lo sono ancora.» Fu rimandato alle contrade occidentali, ed ivi impiccato. Il popolo s’atterrì nel vedere che le bestie le quali dovevano trascinarlo alla forca, divennero restie e tornarono indietro. Holmes anch’egli dubitava l’Angelo del Signore, come nei tempi antichi, non istesse in sulla via con la spada in pugno, invisibile all’occhio umano, ma visibile a quello degli animali. «Fermate, signori,» egli esclamò «lasciatemi andare a piedi. In questo fatto si asconde più di ciò che voi pensate. Rammentatevi come l’asina vedesse colui che il profeta non poteva vedere.» Andò con piè fermo alla forca, sorridendo favellò al popolo, pregò fervidamente Dio perchè affrettasse la caduta dell’Anticristo e la liberazione della Inghilterra; salì la scala, e per iscusarsi che non saliva speditamente disse: «Voi lo vedete, io ho un braccio solo.»[458]
LVII. Non meno animosamente morì Cristoforo Battiscombe, giovine avvocato di buona famiglia ed agiata, il quale in Dorchester, piacevole città di provincia, altera del gusto e della cultura che vi regnava, veniva da tutti ammirato come esempio del gentiluomo compito. Grande fu l’interesse a salvargli la vita. Si credeva in que’ luoghi, che fosse promesso sposo d’una giovine signora di gentile lignaggio, sorella dello Sceriffo; che ella si gettasse ai piedi di Jeffreys per implorare mercè, e che Jeffreys la cacciasse via con uno scherzo così osceno, che ripeterlo offenderebbe la decenza e l’umanità. Il suo amante patì la pena con pietà e coraggio in Lyme.[459]
LVIII. Interesse anche maggiore destò la sorte di due valorosi fratelli, Guglielmo e Beniamino Hewling. Erano giovani, avvenenti, compiti, e bene imparentati. L’avo loro materno chiamavasi Kiffin; era uno de’ principali mercatanti di Londra, e generalmente considerato come capo dei Battisti. Jeffreys trattò nel Processo con insigne brutalità Guglielmo Hewling, dicendogli: «Voi avete un nonno che merita d’essere impiccato splendidamente al pari di voi.» Il povero giovanetto, che aveva soli diciannove anni, soffrì la morte con tanta mansuetudine e fortezza d’animo, che un ufficiale dell’armata, il quale assisteva alla esecuzione della sentenza, e
s’era reso notevole per asprezza e severità, ne fu stranamente
intenerito, e disse: «Non credo che il Lord Capo Giudice stesso potrebbe sostenere questo spettacolo.» Nutrivasi speranza che a Beniamino sarebbe concesso il perdono. E davvero, una vittima di teneri anni bastava allo strazio d’una sola famiglia. Lo stesso Jeffreys era, o simulava d’essere, proclive alla clemenza. Vero è che uno de’ suoi congiunti, dal quale egli sperava molto, e che perciò non poteva essere da lui trattato come generalmente lo erano gli altri intercessori, favellò vigorosamente a favore della derelitta famiglia. Fu quindi differita la esecuzione della sentenza, onde riferirsi a Londra. Una sorella del condannato andò con una supplica a Whitehall. Molti de’ cortigiani le desiderarono prospero successo; e Churchill, che fra i non pochi suoi falli non annoverava la crudeltà, ottenne che venisse ammessa alla presenza del sovrano. «Con tutto il cuore desidero che la vostra preghiera venga esaudita,» disse egli, mentre con la donna aspettava in anticamera. «Ma non v’illudete di speranze. Questo marmo» e toccò con la mano il caminetto «non è più duro del Re.» La predizione avverossi. Giacomo fu inesorabile. Beniamino Hewling morì con animo indomito fra i lamenti degli spettatori, ai quali non poterono frenarsi di fare eco i soldati che stavano schierati intorno alla forca.[460]
LIX. Eppure, i ribelli dannati a morire erano meno degni di commiserazione, che coloro i quali rimasero in vita. Parecchi prigioni, ai quali Jeffreys non potè in nessuna guisa apporre il delitto di crimenlese, furono dichiarati rei di cattiva condotta, e condannati ad una fustigazione non meno terribile di quella inflitta ad Oates. Una donna, accusata di alcune sconsiderate parole quali erano state profferite da mezze le donne delle contrade dove infuriava la guerra, fu condannata ad essere flagellata in tutte le città di mercato della Contea di Dorset. Patì parte della pena innanzi che Jeffreys fosse ritornato a Londra; ma come egli più non fu nelle contrade occidentali, i carcerieri, con la caritatevole connivenza de’ magistrati, presero sopra di sè la responsabilità di non darle altre torture. Una sentenza anche più terribile fu profferita contro un giovinetto chiamato Tutchin, processato come reo di parole sediziose. Secondo il costume, il Giudice con detti osceni e scurrili lo interruppe mentre si difendeva: «Voi siete un ribelle; e tutta la vostra famiglia, da Adamo in qua, è stata di ribelli. Mi si dice che siate poeta; io rimerò versi con voi.» La condanna fu sette anni di prigionia, e la fustigazione, da infliggerglisi ciascun anno in tutte le città di mercato della Contea di Dorset. Le donne che trovavansi nelle gallerie, dettero in uno scoppio di pianto. L’istruttore del processo alzossi grandemente turbato, dicendo: «Milord, lo accusato è assai giovane; e molte sono le città di mercato nella Contea. La sentenza equivale ad una fustigazione ogni quindici giorni per sette anni.»—«Se egli è giovane d’anni,» disse Jeffreys «è vecchio di ribalderia. Donne, voi non conoscete bene, come lo conosco io, questo bricconcello. La pena non è nè anche metà di quella che meriterebbe. S’interessi anche tutta l’Inghilterra, nulla m’indurrà a mitigarla.» Tutchin in preda alla disperazione scongiurò, e forse con ischiettezza, lo impiccassero. Avventuratamente per lui, in quella occasione cadde malato di vajuolo, e fu lasciato libero. E posciachè pareva molto probabile che la sentenza non verrebbe mai eseguita, il Capo Giudice si indusse al perdono in compenso d’una grossa mancia che gettò il condannato in fondo alla miseria. L’indole di Tutchin, per lo innanzi non mite, fu esasperata fino alla frenesia per effetto di ciò ch’egli aveva sofferto. E’ visse per diventare uno de’ più virulenti e pertinaci avversari della Casa Stuarda e del partito Tory.[461]
LX. Il numero de’ prigioni deportati da Jeffreys fu ottocento quarantuno. Costoro, assai più miseri de’ loro colleghi dannati a morte, furono distribuiti a branchi e concessi a persone godenti il favore della Corte. Le condizioni del dono, furono che i condannati verrebbero trasportati oltremare come schiavi, che non sarebbero emancipati per dieci anni, e che il luogo del loro confine fosse qualcuna delle isole dell’Indie Occidentali. Questa ultima condizione fu con sommo studio immaginata per accrescere la infelicità degli esuli. Nella Nuova Inghilterra o nella Nuova Jersey avrebbero potuto trovare una popolazione disposta a mitigare le loro miserie, ed un clima non isfavorevole alla salute ed alle forze loro. Fu quindi deliberato mandarli in quelle colonie nelle quali un puritano non avrebbe potuto aspettarsi di destare un poco di compassione, e dove un lavorante nato sotto la zona temperata avrebbe avuto poca salute. Ed erano tali le condizioni del traffico degli schiavi, che que’ nuovi infelici, non ostante la lunghezza del viaggio e le infermità in cui sarebbero probabilmente caduti, valevano molto. Jeffreys calcolò che, l’un per l’altro, pagate tutte le spese, valevano da dieci a quindici lire sterline ciascuno. E però ci furono molte ostinate contese a farseli concedere. Alcuni Tory delle contrade occidentali d’Inghilterra credettero d’avere, a cagione degli sforzi fatti e de’ danni sofferti nel tempo della insurrezione, diritto a essere partecipi degli utili che erano stati sollecitamente carpiti dai parassiti di Whitehall. Nondimeno i cortigiani la vinsero.[462]
La sciagura degli esuli uguagliava appieno quella de’ Negli che oggidì vengono trasportati da Congo al Brasile. Da’ migliori documenti che finora si conoscano, risulta che la quinta parte di coloro che furono imbarcati, vennero, avanti che finisse il viaggio, gettati in pasto ai pesci. Questa mercanzia umana fu stivata nel fondo di piccoli legni. Così poco era lo spazio, che gl’infelici, molti de’ quali erano anche tormentati dalle ferite non per anche richiuse, non potevano tutti insieme giacere senza che l’uno si ponesse sull’altro. Non gli lasciavano mai venire sul ponte. I boccaporti erano sempre guardati da sentinelle armate di coltelli e di tromboni. In fondo alla nave tutto era tenebre, puzzo, lamenti, morbi e morte. Di novantanove condannati che trasportava una nave, ventidue morirono prima che giungessero alla Giamaica, quantunque il viaggio fosse fatto con insolita celerità. Quei che rimasero vivi, quando arrivarono al luogo del loro servaggio, avevano sembianza di scheletri. Per alcune settimane avevano avuto cattivo biscotto ed acqua fetida in così poca quantità, che sarebbe appena bastato ad uno solo quel tanto che doveva servire per cinque. Trovavansi quindi in tale stato, che un mercatante al quale erano stati affidati, reputò necessario, innanzi che li vendesse, ingrassarli.[463]
LXI. Intanto, una folla di avidi delatori contrastavansi e dividevansi a brani le sostanze de’ ribelli che erano stati giustiziati, e degli altri infelicissimi che consumavansi sotto il sole del Tropico. Secondo la legge, un suddito condannato come reo di crimenlese, perde gli averi; la qual legge dopo il Tribunale di Sangue fu eseguita con un rigore crudele ad un’ora e ridicolo. Le sconsolate vedove e i miseri orfani de’ lavoranti i cui cadaveri erano appesi sui canti delle piazze, venivano intimati a comparire dinanzi agli agenti del Tesoro, perchè rendessero ragione di ciò che fosse divenuto di una cesta, d’un’oca, d’un pezzo di lardo, d’un fiasco di sidro, d’un sacco di fave, d’un mannello di fieno.[464] Mentre i piccoli impiegati del Governo spogliavano le famiglie de’ contadini giustiziati, il Capo Giudice rapidamente accumulava un patrimonio, saccheggiando l’alta classe de’ Whig. Faceva largo traffico di grazie. L’affare più lucrativo di questa specie ch’egli facesse, fu con un gentiluomo chiamato Edmondo Prideaux. È certo che Prideaux non aveva prese le armi contro il Governo; ed è probabile che il suo unico delitto fosse la ricchezza avuta in retaggio dal padre, illustre legale, che aveva occupato uffici eminenti sotto il Protettore. Jeffreys non lasciò intentato alcun mezzo per farlo comparire reo di tradigione. Offerse la grazia ad alcuni prigioni, a patto di testificare contro Prideaux. Questo sventurato giacque lungo tempo in carcere; e infine, vinto dal timore della forca, consentì a pagare quindici mila lire sterline, onde esserne liberato. Questa gran somma di danaro andò tutta nelle mani di Jeffreys; il quale comprò una terra, cui il popolo pose il nome di Aceldama, alludendo a quel campo maledetto che era stato comperato col prezzo d’un sangue innocente.[465]
In questo lavoro d’estorsione, egli era abilmente aiutato dalla ciurma de’ parassiti che avevano costume di ubriacarsi e ridere con lui. L’ufficio di questi uomini era di mercanteggiare coi condannati vinti dal terrore della morte, e coi genitori tremanti per la vita de’ figli. Parte di questo bottino andava a Jeffreys. Dicesi, che con uno di questi compagnoni gozzovigliando, giuocasse la grazia di un ricco traditore. Non era senza pericolo il ricorrere ad altro intercessore che ai suoi cagnotti; perocchè egli era gelosissimo di codesto monopolio di clemenza. Altri sospettò perfino ch’egli avesse fatti impiccare taluni, soltanto perchè s’erano ingegnati d’ottenere la regia clemenza per vie indipendenti da lui.[466]
LXII. Alcuni cortigiani, nondimeno, studiaronsi di partecipare alquanto di cotesto traffico. Le donne della corte della Regina si resero notevoli per rapacità e durezza di cuore. Parte del disonore da esse acquistato cade sulla loro signora; imperocchè solo per la relazione che avevano con essa poterono arricchirsi con quel turpe traffico; e non è dubbio che ella con una parola, con uno sguardo, avrebbe potuto frenarle. Invece, le inanimiva coi pessimo esempio, se non voglia credersi con espressa approvazione. Pare ch’ella fosse una delle molte creature che sostengono l’avversa meglio che la prospera fortuna. Mentre il suo marito era suddito ed esule, escluso dai pubblici uffici, e in presentissimo pericolo di perdere il diritto-al trono, con la soavità e la umiltà de’ modi ella rendeva a sè cortesi anche coloro che maggiormente abborrivano la religione di lei. Ma la sua buona indole scomparve appena la fortuna mutò aspetto. La mansueta ed affabile Duchessa divenne una sgraziata ed altera Regina.[467] Le sciagure che poi ebbe a patire, l’hanno resa obietto di qualche interesse; ma tale interesse si accrescerebbe non poco, ove alcuno potesse dimostrare che ella, nel tempo della sua grandezza, salvasse o almeno si provasse di salvare una sola vittima dalla più spaventevole proscrizione che sia mai stata in Inghilterra. Sventuratamente, la sola richiesta che si conosca fatta da lei rispetto ai ribelli, fu che le fossero donati cento di quelli condannati alla deportazione.[468] L’utile ch’ella ne trasse, computando quelli che nel viaggio morirono di fame o di febbre, non può estimarsi a meno di un migliaio di ghinee. Non possiamo, adunque, maravigliarci che le sue serve imitassero la sua avidità, indegna di una principessa; e la sua crudeltà, innaturale ad una donna. Richiesero mille lire sterline da Ruggiero Hoare, mercante di Bridgewater, che aveva contribuito alla cassa militare dell’armata ribelle. Ma la preda sopra la quale gettarono con maggiore avidità li artigli, fu tale, che anche i cuori più crudi se ne sarebbero astenuti. Già alcune delle fanciulle che avevano in Tauton offerta a Monmouth la bandiera, avevano crudelmente scontato il loro delitto. Una di loro era stata gettata in un carcere, dove una infermità contagiosa faceva strage. Ammalatasi, vi morì. Un’altra erasi presentata in tribunale dinanzi a Jeffreys implorando misericordia. «Portala via, carceriere,» urlò il Giudice, con uno di quegli atroci sguardi che spesso avevano atterrito animi più robusti che non era quello della malarrivata fanciulla. Ella dètte in uno scoppio di lacrime, si gettò il cappuccio sul viso; seguì il carceriere, e presa di spavento, dopo poche ore era freddo cadavere. La maggior parte, però, delle donzelle che erano andate in processione, viveva tuttavia. Alcune di esse non avevano nè anche dieci anni d’età. Tutte avevano agito secondo gli ordini della loro maestra di scuola, senza sapere che commettevano un delitto. Le dame di corte della Regina chiesero al Re licenza di estorcere danari dai genitori di quelle povere creature; e la licenza fu data. In Taunton giunse l’ordine di prendere e mettere in carcere tutte quelle tenere fanciulle. Sir Francesco Warre di Hestercombe, rappresentante Tory di Bridgewater, fu pregato di togliersi il carico di riscuotere il danaro del riscatto. Gli fu scritto di manifestare con vigorosi termini, come le dame di Corte non avrebbero patito indugio alcuno, e fossero deliberate di tradurre le colpevoli dinanzi al tribunale, se non veniva tosto sborsata una convenevole somma di danari, e per somma convenevole intendevano sette mila lire sterline. Warre ricusò di immischiarsi, menomamente in un affare così scandaloso. Le dame di corte allora si rivolsero a Guglielmo Penn, il quale accettò la commissione. Eppure parrebbe che un po’ di quel pertinace scrupolo ch’egli aveva spesso mostrato circa al togliersi il cappello di capo, non sarebbe stato fuori di luogo in simigliante occasione. Forse egli fe’ tacere i rimorsi della propria coscienza, ripetendo a sè stesso che nessuna parte della estorta pecunia rimarrebbe nelle sue mani; che ricusando egli il mandato delle dame, esse avrebbero trovato agenti meno umani; che compiacendole, avrebbe accresciuta la propria influenza in Corte: e che mercè tale influenza, egli aveva potuto e poteva ancora rendere grandi servigi ai suoi oppressi confratelli. Le dame d’onore, infine, furono costrette a contentarsi di meno del terzo della somma che avevano primamente richiesta.[469]
Nessun sovrano inglese ha mai porto maggior prove d’indole feroce, di quel che facesse Giacomo II; e nondimeno, la sua crudeltà non era odiosa quanto la sua clemenza, o forse sarebbe più esatto il dire, che la clemenza e crudeltà sue erano tali da infamarsi vicendevolmente. Il ribrezzo che sentiamo alla sorte de’ semplici villani, de’ fanciulli, delle dame delicate, si accresce qualvolta ci facciamo a considerare a chi e per quali ragioni egli accordava il perdono.
La regola secondo la quale un principe, dopo una ribellione, dovrebbe condursi nello scegliere i ribelli perchè siano puniti, è singolarmente chiara. Contro i capi, gli uomini cospicui per ricchezza e educazione, i quali con la potenza e le arti proprie abbiano indotta la moltitudine ad errare, il Governo deve mostrarsi dirittamente severo. Ma lo ingannato volgo, finita la strage sul campo di battaglia, è d’uopo che venga trattato con estrema clemenza. Questa regola, così manifestamente concorde alla giustizia ed alla umanità, non solo non venne osservata, ma fu invertita. Mentre coloro i quali si sarebbero dovuti mandare impuniti, venivano tratti a centinaia al macello, i pochi che si sarebbero potuti giustamente abbandonare allo estremo rigore della legge, erano risparmiati. Cotesta bizzarra clemenza ha resi perplessi alcuni scrittori, e ad altri è stato subietto di ridicoli elogi. Non era nè al tutto misteriosa, nè al tutto degna di lode: e può in ciascun caso attribuirsi ad una cagione sordida o ad una malefica, a sete di pecunia o a sete di sangue.
LXIII. Nel caso di Grey non erano circostanze attenuanti. Per le sue doti, il suo sapere, il grado che per retaggio ei teneva nello Stato, e l’alto comando che aveva avuto nell’armata ribelle, sarebbe stato agli occhi d’un Governo giusto, obietto più meritevole di castigo di quello che fossero Alice Lisle, Guglielmo Hewling, o chiunque altri delle centinaia di contadini ignoranti, de’ quali i teschi e gli squartati corpi erano esposti nelle città della Contea di Somerset. Ma il patrimonio di Grey era grande, e rigorosamente ipotecato. Egli altro non aveva de’ suoi beni che una rendita vitalizia, e non poteva perdere più di ciò che fruiva. Se veniva punito di morte, le sue terre erano subito devolute allo erede prossimo. Se gli si concedeva il perdono, poteva pagare un grosso riscatto. Gli fu quindi concesso di redimersi, dando una scritta d’obbligo per quaranta mila lire sterline al Lord Tesoriere, ed altre somme minori ad altri cortigiani.[470]
LXIV. Sir Giovanni Cochrane aveva tenuto fra i ribelli scozzesi il grado medesimo occupato da Grey nelle contrade occidentali d’Inghilterra. Che Cochrane fosse perdonato da un principe oltremodo vendicativo, pareva incredibile. Ma Cochrane era cadetto d’una ricca famiglia; non poteva, dunque, daini ottenersi danaro se non col salvargli la vita. Il padre suo, Lord Dundonald, offerse cinque mila lire sterline di mancia ai preti della casa reale; e la grazia fu conceduta.[471]
Samuele Storey, rinomato seminatore di sedizioni, che era stato commissario nella armata ribelle, e con veementi arringhe, in cui Giacomo era descritto come incendiario ed avvelenatore, aveva infiammato l’ignorante popolaccio della Contea di Somerset, ottenne il perdono; imperocchè aiutò mirabilmente Jeffreys ad estorcere le quindici mila lire sterline a Prideaux.[472]
Nessuno dei traditori aveva meno diritto a sperare grazia che Wade, Goodenough e Ferguson. Questi tre capi della ribellione erano fuggiti insieme dal campo di Sedgemoor, ed erano giunti salvi alla costa; ma avevano trovato una fregata in crociera presso il luogo dove speravano imbarcarsi. Si erano quindi l’uno dall’altro partiti. Wade e Goodenough, in breve tempo scoperti, furono menati a Londra. Comunque fossero stati profondamente implicati nella congiura di Rye House, comunque si fossero resi notevoli fra’ capi della insurrezione delle contrade occidentali, fu loro lasciata la vita, perchè potevano rivelare cose, onde il Re togliesse cagione ad uccidere e spogliare taluni ch’egli odiava, ma ai quali non aveva fino allora potuto trovare delitto da apporre.[473]
In qual modo Ferguson fosse fuggito, fu, ed è tuttavia, un mistero. Di tutti gl’inimici del Governo, egli era, senza dubbio nessuno, il più reo. Era stato il primo macchinatore della congiura per assassinare Carlo e Giacomo. Aveva scritto il manifesto, che per insolenza, malignità e bugiarderia, non ha paragone fra i libelli di que’ procellosi tempi. Aveva incitato Monmouth prima ad invadere il Regno, e poi ad usurpare la corona. Era ragionevole credere che si sarebbe con ogni studio cercato l’arcitraditore, come spesso lo chiamavano; alle quali ricerche un uomo così singolare per aspetto e loquela mal poteva sottrarsi. Affermavasi con sicurezza nelle botteghe da caffè in Londra, che Ferguson fosse stato preso; notizia che fu creduta da uomini i quali avevano buoni mezzi di sapere il vero. Dopo, si seppe ch’egli era sano e salvo sul continente. Corse molto il sospetto che egli di continuo carteggiasse col Governo, contro cui di continuo macchinava congiure; che mentre incitava i suoi colleghi ad ogni eccesso d’imprudenza, desse a Whitehall tante notizie rispetto ai loro procedimenti, quante sarebbero potute bastare a salvargli la vita; e che perciò si fossero dati ordini a lasciarlo fuggire.[474]
Jeffreys, compiuta l’opera, ritornò a chiedere il meritato premio. Giunse a Windsor, lasciandosi addietro strage, lutto e terrore. L’odio che gli portavano le genti della Contea di Somerset, è senza esempio nella storia nostra. Non fu spento dal tempo o da politici mutamenti, fu lungamente tramandato di generazione in generazione, e si sfogò ferocemente sopra la sua innocente progenie. Da molti anni era già morto, il suo nome e il suo titolo erano già estinti, allorchè la contessa di Pomfret, viaggiando per la strada d’occidente, fu insultata dalla plebe, e si accorse di non rimanere in sicurtà fra i discendenti di coloro che avevano veduto il Tribunale di Sangue.[475]
Ma alla Corte, Jeffreys fu cordialmente accolto. Era il giudice tanto gradito al proprio signore. Giacomo aveva con interesse e diletto tenuto dietro alla missione di lui. Nelle sue sale ed a mensa aveva spesso favellato della devastazione che si stava facendo tra i suoi disaffezionati sudditi, con esultanza che rendeva attoniti i ministri stranieri. Di propria mano aveva scritto racconti di quella ch’egli, con frase faceta, chiamava la campagna del suo Lord Capo Giudice nelle contrade occidentali. Scrisse all’Aja, come parecchie centinaia di ribelli fossero stati condannati. Alcuni di loro erano già stati impiccati, altri lo sarebbero; i rimanenti verrebbero deportati alle piantagioni. Non giovò a nulla lo avere Ken scritto per implorare mercè al traviato popolo, e lo avere dipinto con commovente eloquenza l’orribile stato della propria diocesi. Lamentava come fosse impossibile procedere per le strade maestre senza vedere qualche terribile spettacolo, e come l’aria della Contea di Somerset fosse pregna di morte. Il Re lesse, e rimase, secondo il detto di Churchill, più duro del marmo de’ camini di Whitehall.
LXV. A Windsor, il Gran Sigillo d’Inghilterra fu posto nelle mani di Jeffreys, e nel prossimo numero della Gazzetta di Londra fu solennemente annunziato che cosiffatto onore era la rimunerazione de’ molti insigni servigi da lui resi alla Corona.[476] In un periodo posteriore di tempo, allorquando gli uomini tutti di tutti i partiti parlavano con raccapriccio del Tribunale di Sangue, il malvagio Giudice e il Re malvagio provaronsi di scolparsi, gettandosi scambievolmente il biasimo addosso. Jeffreys, rinchiuso nella Torre, protestò che negli atti più feroci di crudeltà da lui commessi, non aveva travarcati gli ordini espressi del proprio signore; che anzi non gli aveva osservati con quella severità che gli era stata ingiunta. Giacomo, in Saint Germain, avrebbe voluto far credere ch’egli era stato inchinevole alla clemenza, e che la violenza del ministro gli aveva attirato sul capo un biasimo non meritato. Ma niuna di queste due anime crude può mandarsi assoluta, l’una a detrimento dell’altra. La falsità della scusa addotta da Giacomo è provata da ciò che scrisse di proprio pugno. Quella di Jeffrey, quando anche fosse vera in fatto, è estremamente indegna.
La strage delle contrade occidentali era finita; quella di Londra era presso a cominciare. Il Governo singolarmente desiderava trovare vittime fra i grandi mercatanti Whig della Città. Nel regno precedente essi erano stati parte formidabile della potenza dell’Opposizione. Erano ricchi; e la loro opulenza non era, al pari di quella di molti nobili e gentiluomini di provincia, protetta da ipoteche contro la confisca. Nel caso di Grey, e d’altri uomini nella medesima condizione, era impossibile saziare ad un’ora la crudeltà e la rapacità; ma un ricco trafficante poteva essere mandato alle forche, e insieme spogliato. I grandi del commercio, nondimeno, ancorchè comunemente fossero ostili al papismo e al potere arbitrario, erano stati scrupolosi o timidi tanto, da non incorrere nel delitto d’alto tradimento. Uno de’ più considerevoli fra essi, era Enrico Cornish. Era stato Aldermanno quando la Città possedeva il suo antico statuto; teneva l’ufficio di Sceriffo mentre la questione della Legge d’Esclusione occupava le menti di tutti. In politica era Whig, in religione pendeva verso le opinioni presbiteriane; ma era d’indole cauta e temperata. Non è stato provato con testimoni di fede degni, ch’egli si spingesse mai fino all’orlo dell’alto tradimento, senza tuttavia gettarvisi dentro. Mentre era Sceriffo, gli aveva ripugnato l’animo a servirsi, come suo deputato, di un uomo irruente e immorale quale era Goodenough. Scoperta la congiura di Rye House, la Corte sperò grandemente di trovarvi implicato Cornish; speranze che andarono a vuoto. Uno de’ congiurati, a dir vero, cioè Giovanni Rumsay, era pronto a giurare ogni cosa; ma un solo testimone non fu riputato sufficiente, e un secondo non fu possibile trovare. Da quel tempo erano corsi due e più anni. Cornish si credeva sicuro, ma l’occhio del tiranno vegliava sopra di lui. Goodenough, atterrito dal prossimo spettacolo della morte, e scusando la propria malignità colla sfavorevole opinione in cui lo aveva sempre tenuto il suo antico padrone, assentì a fare la parte di quel testimone che fino allora non s’era potuto trovare. Cornish venne preso mentre negoziava alla Borsa, condotto in carcere, tenuto per alcuni giorni in istretta solitudine, e tratto senza essere punto preparato al tribunale di Old Bailey. L’accusa era interamente fondata sopra la testimonianza di Rumsay e di Goodenough. Entrambi, siccome essi medesimi confessarono, erano complici della congiura onde accusavano il prigione. Entrambi erano fortemente stimolati da speranza e timore ad incriminarlo. Furono addotti anche testimoni che provavano come Goodenough gli fosse nemico personale. La storiella che disse Rumsay, era incompatibile con quella ch’egli aveva raccontata allorquando comparve in tribunale a testificare contro Lord Russell. Ma queste ragioni furono addotte invano. Al banco sedevano tre giudici che avevano seguito Jeffreys nella sua missione di sangue alle contrade occidentali; e fu notato da coloro che ne osservavano il contegno, ch’essi erano tornati dalla strage di Taunton con feroce ed irritato animo. Egli è pur troppo vero che il gusto del sangue è un appetito che anco gli uomini di non crudele natura possono per abitudine agevolmente acquistare. La barra e il seggio si congiunsero ad atterrire il malfortunato Whig. I Giurati, eletti dal cortigiano Sceriffo, decisero di leggieri esistere la colpa; e, malgrado il mormorare dello indignato pubblico, Cornish fu fatto morire dieci giorni dopo essere stato imprigionato. E perchè fosse intera la degradazione, la forca fu innalzata dove King Street si congiunge con Cheapside di faccia alla casa nella quale quell’infelice, riverito da tutti, era lungamente vissuto; voglio dire di faccia alla Borsa, dove egli aveva sempre avuto immenso credito, ed al Guildhall, dove s’era reso cospicuo come capo popolare. Ei morì animosamente, profferendo molte pie parole; ma co’ gesti e con lo sguardo mostrò tale forte risentimento per la barbarie ed ingiustizia onde era stato trattato, che i suoi nemici sparsero una vile calunnia, dicendo come egli fosse ubriaco o fuori di sè allorquando venne condotto al patibolo. Guglielmo Penn, nondimeno, che stava presso alla forca, e i cui pregiudizi erano tutti a favore del Governo, affermò poscia di non avere veduto nel contegno di Cornish null’altro che la indignazione naturale d’un uomo innocente, tratto al macello con forme legali. La testa dell’assassinato magistrato fu posta sopra il Guildhall.[477]
LXVI. Per quanto iniquo fosse il riferito caso, non era l’iniquissimo de’ tanti che infamarono le sessioni autunnali di quell’anno in Old Bailey. Fra gl’implicati nella congiura di Rye House, era un uomo chiamato Giacomo Burton. Per confessione propria, s’era trovato presente allorchè i suoi compiici avevano discusso intorno al disegno d’assassinio. Scoperta la congiura, fu promesso un premio a chi lo avesse arrestato. Ei venne salvato da morte da una vecchia matrona, di nome Elisabetta Gaunt, che professava le dottrine de’ Battisti. Questa donna, con le maniere e le frasi peculiari alla sua sètta, era armata di un grande spirito di carità. Spendeva la vita a soccorrere gl’infelici di qualunque opinione religiosa si fossero, ed era ben conosciuta come colei che di continuo andava visitando le carceri. Le opinioni politiche e teologiche, non che la inchinevolezza alla commiserazione, la indussero a fare tutto ciò che potè a fine di salvare Burton. Provvide che una barca lo trasportasse a Gravesend, dove s’imbarcò sopra un legno che andava ad Amsterdam. Nel partirsi, ella gli pose in mano una somma di denari, che, rispetto ai suoi mezzi, era assai grande. Burton, dopo d’essere vissuto lungo tempo in esilio, ritornò con Monmouth in Inghilterra, pugnò in Sedgemoor, fuggì a Londra, ed ebbe asilo in casa di Giovanni Fernley, barbiere in Whitechapel. Fernley era poverissimo. Sapeva che un premio di cento lire sterline era stato offerto dal Governo per la cattura di Burton. Ma l’onesto uomo era incapace di tradire colui che nell’estremo pericolo aveva trovato ricovero sotto il suo tetto. Sventuratamente si sparse la voce, che Giacomo era maggiormente rigoroso contro coloro i quali davano ricetto ai ribelli, che contro i ribelli stessi. Aveva pubblicamente dichiarato, che di tutte le specie di crimenlese, quella di sottrarre i traditori alla sua vendetta, era la più imperdonabile. Burton lo seppe; si diede nelle mani del Governo, accusando Fernley ed Elisabetta Gaunt come rei di averlo ricoverato ed aiutato a fuggire. Furono tratti al tribunale. Lo scellerato al quale avevano salvata la vita, ebbe cuore e faccia di comparire come precipuo testimone contro loro. Dichiarati convinti, Fernley fu condannato alla forca, Elisabetta Gaunt al fuoco. Anche dopo gli orribili fatti di quell’anno, molti credevano impossibile che coteste sentenze si mandassero ad esecuzione. Ma il Re fu senza pietà. Fernley venne impiccato. Elisabetta Gaunt fu arsa viva in Tyburn il dì medesimo nel quale Cornish fu tratto a morte in Cheapside. Lasciò un foglio, scritto, a dir vero, in istile non leggiadro, ma tale che fu letto da migliaia di persone con commiserazione e raccapriccio. «Il mio fallo» diceva essa «è stato tale da essere perdonato da un principe. Altro non ho fatto che aiutare una povera famiglia, ed ecco! è forza ch’io muoia per avere ciò fatto.» Querelavasi della insolenza de’ giudici, della ferocia del carceriere, e della tirannia del maggiore di tutti, al piacere del quale essa e tante altre vittime erano state immolate. Perdonava le ingiurie che le erano state da loro fatte; ma come implacabili nemici di quella buona causa, che pure sarebbe risorta e trionferebbe, li abbandonava al giudizio del Re dei Re. Fino allo estremo mantenne forte e tranquillo l’animo: il che rammentò agli spettatori le più eroiche morti di cui avevano letta la descrizione nel libro di Fox. Guglielmo Penn, che, a quanto pare, piacevasi sommamente di quegli spettacoli che gli uomini d’indole mite comunemente sogliono schivare, da Cheapside, dove aveva veduto impiccare Cornish, corse in fretta a Tyburn per vedere ardere Elisabetta Gaunt. Riferì poscia, che come ella si pose con calma a disporre la paglia in guisa che il suo patire fosse più breve, a tutti gli astanti scoppiarono le lagrime. Fu notato che mentre compivasi il più iniquo assassinio giudiciale che avesse infamato que’ tristissimi tempi, si sfrenò tale una procella, che non ve n’era mai stata un’altra somigliante dopo quel grande uragano che aveva infuriato mentre giaceva sul letto di morte Oliviero. Gli oppressi Puritani contarono, non senza trista soddisfazione, le case atterrate, le navi sbalzate dall’impeto della procella; e sentivano alquanto racconsolarsi pensando che il cielo mostrasse spaventevoli segni della ira sua contro la iniquità che affliggeva la terra. Da quel terribile giorno in poi, nessuna donna in Inghilterra ha patita la pena di morte per delitto politico.[478]
LXVII. Ciò che Goodenough aveva fatto, non fu reputato bastevole a meritarsi la grazia. Il Governo voleva ancora una vittima di non alta condizione; un chirurgo, cioè, di nome Bateman. Aveva, come tale, servito Shaftesbury, ed erasi mostrato zelante Esclusionista. Forse era stato anche partecipe del segreto della congiura Whig; ma gli è certo, lui non essere stato uno de’ precipui congiurati; perocchè nella congerie delle deposizioni pubblicate dal Governo, il suo nome si incontra una volta sola, e non implicato in nessun delitto che toccasse l’alto tradimento. Dal suo atto d’accusa, e dalla relazione che ci rimane intorno al suo processo, chiaro si deduce che non gli venne mai apposta la colpa di avere partecipato al disegno di assassinare i due reali fratelli. La malignità con che un uomo cotanto oscuro, reo di sì lieve fallo, venne perseguitato, mentre a traditori assai più rei e bene altrimenti notevoli fu conceduto redimersi testificando contro lui, sembrava richiedere spiegazione; e una spiegazione disonorevole fu data. Allorchè Oates, dopo la patita flagellazione, fu portato privo di sensi, e come tutti pensavano, nell’estrema agonia, a Newgate, Bateman gli aveva cavato sangue e fasciate le ferite. E questo fu per lui delitto imperdonabile. I testimoni addottigli contro, erano uomini di tristissima fama; i quali, inoltre, giuravano ciò che veniva loro ingiunto, a fine di salvare la propria vita. Nessuno di loro aveva fino allora ottenuto il perdono; e il popolo soleva dire che essi pescavano la preda, come corvi di mare, con la corda al collo. Il prigione, istupidito dal sentirsi male, non potè proferire parola, o intendere ciò che accadeva. Il figlio e la figlia di lui gli stavano accanto sul banco degli accusati. Lessero, come meglio poterono, alcuni appunti ch’egli aveva notati, ed esaminarono i testimoni. E tutto fu invano. Bateman fu dichiarato convinto, impiccato e squartato.[479]
LXVIII. Giammai, nè anche sotto la tirannia di Laud, le condizioni de’ Puritani erano state deplorabili come in quel tempo; giammai le spie erano state così affaccendate a scoprire ragunanze; giammai i magistrati, i grandi Giurati, i rettori e i sorvegliatori delle chiese erano stati così vigilanti. Molti Dissenzienti furono citati dinanzi le Corti ecclesiastiche. Ad altri era forza comprare la connivenza degli agenti del Governo con doni di fiaschi di vino, e di guanti pieni di ghinee. Riusciva impossibile ai Separatisti ragunarsi insieme a pregare, senza usar cautele simili a quelle che adoperano i coniatori di monete false, e i ricettatori di robe rubate. Cangiavano spesso il luogo dell’adunanza. Gli uffici divini talvolta facevansi innanzi lo spuntare del giorno, tal’altra nel cuore della notte. Attorno all’edifizio dove stavasi raccolto il piccolo gregge, ponevano sentinelle a dare lo annunzio se vedevano appressarsi una persona estranea. Il ministro travestito veniva introdotto per il giardino e la corte di dietro. In alcune case vi erano uscì invisibili, per i quali, in caso di pericolo, egli se ne sarebbe potuto andare. Se accadeva che i Non-Conformisti abitassero in case contigue, le pareti erano spesso forate, in guisa che vi fosse secreta comunicazione di casa in casa. Non cantavano salmi, e adoperavano diversi ingegni a impedire che la voce del predicatore, negl’istanti di fervore, fosse udita oltre le pareti. Non ostanti tutte coteste cautele, tornava impossibile eludere la vigilanza dei delatori. Ne’ suburbii di Londra, segnatamente, la legge veniva eseguita col massimo rigore. Vari ricchi gentiluomini furono accusati di tenere conventicoli. Inquisironsi minutamente le loro case, e furono fatti sequestri equivalenti alla somma di molte migliaia di lire sterline. I settarii più fieri ed audaci, così cacciati dalle case, ragunavansi all’aria aperta, deliberati di opporre forza alla forza. Un giudice di Middlessex che aveva saputo esservi una ragunanza di settari in un renaio, prese seco un numeroso branco di agenti di polizia, piombò sopra l’assemblea e pose le mani addosso al predicatore. Ma la congrega che era composta di circa duecento uomini, liberò tosto il pastore, ponendo in fuga il magistrato e i suoi uomini.[480] Simili fatti, nondimeno, non accadevano d’ordinario. Generalmente parlando, lo spirito puritano non era stato mai, ne’ tempi anteriori o posteriori, con tanta efficacia domato, come lo fu in quell’anno. I libellisti Tory vantavansi come nessuno de’ fanatici osasse muovere la lingua o la penna a difendere le proprie opinioni religiose. I Ministri Dissenzienti, comunque fossero uomini egregi per dottrina e doti d’animo, non potevano rischiarsi a passeggiare per le vie, temendo di patire oltraggi; i quali non solo non erano repressi, ma venivano promossi da coloro che avevano debito di tutelare la pace. Alcuni teologi di gran fama, fra’ quali Riccardo Baxter, erano sepolti in carcere. Altri, e fra essi Giovanni Howe, i quali per venticinque anni s’erano mantenuti intrepidi contro l’oppressione, si persero d’animo, ed abbandonarono il Regno. Gran numero di gente, assuefatta ad intervenire alle conventicole, andava alle parrocchie. E fu notato che gli scismatici, i quali dal terrore erano stati costretti a uniformarsi al culto del Governo, potevano di leggieri distinguersi alla difficoltà che avevano a trovare le collette nel libro delle preghiere, ed alla mal destra maniera onde chinavano il capo al nome di Gesù.[481]
Per lunghi anni, lo autunno del 1685 fu ricordato dai Non-Conformisti come tempo di calamità e di terrore. Nulladimeno, in quell’autunno si sarebbero potuti discernere i primi lievi indizi di un gran mutamento di fortuna; e innanzi che scorressero diciotto mesi, lo intollerante Re e la Chiesa intollerante mostravansi, a vicendevole rovina, ansiosi di procacciarsi il soccorso del partito al quale entrambi avevano recato cotanto male.
FINE DEL VOLUME PRIMO.