CAPITOLO DECIMO.
SOMMARIO.
I. Si sparge la nuova della fuga di Giacomo; grande agitazione.—II. I Lordi si radunano in Guildhall—III. Tumulti in Londra.—IV. La casa dello Ambasciatore di Spagna è saccheggiala.—V. Arresto di Jeffreys.—VI. La Notte Irlandese—VII. Il Re è arrestato presso Sheerness.—VIII. I Lordi ordinano che sia posto in libertà.—IX. Imbarazzo di Guglielmo.—X. Arresto di Feversham; arrivo di Giacomo a Londra.—XI. Consulta tenuta in Windsor.—XII. Le truppe olandesi occupano Whitehall.—XIII. Messaggio del Principe a Giacomo.—XIV. Giacomo parte per Rochester.—XV. Arrivo di Guglielmo al Palazzo San Giacomo.—XVI. Lo consigliano ad assumere la Corona per diritto di conquista.—XVII. Egli convoca i Lordi e i Membri deʼ Parlamenti di Carlo II.—XVIII. Giacomo fugge da Rochester.—XIX. Discussioni e determinazioni deʼ Lordi.—XX. Discussioni e determinazioni deʼ Comuni convocati dal Principe.—XXI. Si convoca una Convenzione; sforzi del Principe per ristabilire lʼordine.—XXII. Sua politica tollerante.—XXIII. Satisfazione deʼ potentati cattolici romani; pubblica opinione in Francia.—XXIV. Accoglienze fatte alla Regina dʼInghilterra in Francia.—XXV. Arrivo di Giacomo a Saint-Germain.—XXVI. Pubblica opinione nelle Province Unite—XXVII. Elezione dei Membri della Convenzione.—XXVIII. Affari di Scozia.—XXIX. Partiti in Inghilterra.—XXX. Disegno di Sherlock—XXXI. Disegno di Sancroft.—XXXII. Disegno di Danby.—XXXIII. Disegno dei Whig. La Convenzione si aduna; membri principali della Camera dei Comuni.—XXXIV. Elezione del Presidente—XXXV. Discussione sopra le condizioni della nazione.—XXXVI. Deliberazione che dichiara vacante il trono. È spedita alla Camera dei Lordi; Discussione nella Camera dei Lordi intorno al disegno di nominare una reggenza.—XXXVII. Scisma tra i Whig e i seguaci di Danby.—XXXVIII. Adunanza in casa del Conte di Devonshire.—XXXIX. Discussione nella Camera deʼ Lordi intorno alla questione se il trono debba considerarsi come vacante. La maggioranza nega.—XL. Agitazione in Londra.—XLI. Lettera di Giacomo alla Convenzione.—XLII. Discussioni; Negoziati; Lettera del Principe dʼOrange a Danby.—XLIII. La principessa Anna aderisce al disegno deʼ Whig.—XLIV. Guglielmo manifesta i proprii pensieri.—XLV. Conferenza delle due Camere.—XLVI. I Lordi cedono.—XLVII. Proposta di nuove Leggi per la sicurezza della Libertà.—XLVIII. Dispute e Concordia.—XLIX. La Dichiarazione dei Diritti.—L. Arrivo di Maria.—LI. Offerta ed accettazione della Corona.—LII. Guglielmo e Maria vengono proclamati.—LIII. Indole speciale della Rivoluzione inglese.
I. Northumberland ubbidì fedelmente al comando, e non aprì lʼuscio del regio appartamento se non a giorno chiaro. Lʼanticamera era piena di cortigiani venuti a complire il Re allʼalzarsi da letto, e di Lordi chiamati a consiglio. La nuova della fuga di Giacomo in un istante volò dalla reggia alle strade, e tutta la metropoli ne rimase commossa.
Eʼ fu un terribile momento. Il Re se nʼera andato; il Principe non ancora giunto; non era stata istituita una Reggenza; il Gran Sigillo, essenziale allʼamministrazione della ordinaria giustizia, era scomparso. Presto si seppe che Feversham, ricevuta la lettera del Re, aveva subitamente disciolto lo esercito. Quale rispetto per le leggi e la proprietà potevano avere i soldati in armi e raccolti, senza il freno della disciplina militare, e privi delle cose necessaria alla vita? Dallʼaltro canto la plebe di Londra da parecchi giorni mostravasi fortemente inchinevole al tumulto ed alla rapina. La urgenza del caso congiunse per breve tempo tutti coloro ai quali importava la pubblica quiete. Rochester aveva fino a quel giorno fermamente aderito alla causa regia. Adesso conobbe non esservi che una sola via per evitare lo universale scompiglio. «Congregate le vostre guardie» disse egli a Northumberland, «e dichiaratevi pel Principe dʼOrange.» Northumberland seguì prontamente il consiglio. I precipui ufficiali dello esercito che allora trovavansi in Londra convennero a Whitehall, e deliberarono di sottoporsi alle autorità di Guglielmo, e finchè conoscessero la volontà di lui, tenere sotto disciplina i loro soldati, ed assistere la potestà civile onde mantenere lʼordine.[573]
II. I Pari recaronsi a Guildhall, e dai magistrati della città vi furono ricevuti con tutti gli onori. A rigore di legge i Pari non avevano maggior diritto che ogni altra classe di persone ad assumere il potere esecutivo. Ma egli era alla pubblica salvezza necessario un governo provvisorio; e gli occhi di tutti naturalmente volgevansi ai magnati ereditari del Regno. La gravità del pericolo trasse Sancroft fuori dal suo palazzo. Occupò il seggio; e, lui presidente, il nuovo Arcivescovo di York, cinque Vescovi, e ventidue Lordi secolari, deliberarono di comporre, sottoscrivere e pubblicare un Manifesto. In questo documento dichiararono di aderire fermamente alla religione e alla costituzione del paese; aggiunsero che avevano vagheggiata la speranza di vedere raddrizzati i torti e ristabilita la pubblica quiete dal Parlamento pur allora convocato dal Re; ma tale speranza rimaneva distrutta dalla sua fuga. Per lo che avevano deliberato di congiungersi col Principe dʼOrange onde rivendicare le patrie libertà, assicurare i diritti della Chiesa, accordare una giusta libertà di coscienza ai dissenzienti e rafforzare in tutto il mondo glʼinteressi del protestantismo. Fino allo arrivo di Sua Altezza essi erano pronti ad assumere la responsabilità di prendere i provvedimenti necessari alla conservazione dellʼordine. Sullʼistante fu spedita una deputazione a presentare il predetto Manifesto al Principe, ed annunziargli chʼegli era impazientemente aspettato a Londra.[574]
I Lordi quindi si posero a pensare intorno ai modi di prevenire ogni tumulto. Fecero chiamare i due Segretari di Stato. Middleton ricusò di ubbidire a quella chʼegli considerava autorità usurpata: ma Preston, ancora attonito per la fuga del suo signore, e non sapendo che cosa aspettarsi, obbedì alla chiamata. Un messaggio fu mandato a Skelton Luogotenente della Torre, perchè si presentasse in Guildhall. Andatovi, gli fu detto non esservi più oltre mestieri deʼ suoi servigi, e però consegnasse immediatamente le chiavi. Gli fu sostituito Lord Lucas. Nel tempo stesso i Pari ordinarono che si scrivesse a Darthmouth ingiungendogli dʼastenersi da ogni atto ostile contro la flotta olandese, e di licenziare tutti gli ufficiali papisti a lui sottoposti.[575]
La parte che in cotesti procedimenti ebbero Sancroft ed altri che fino a quel giorno si erano mantenuti strettamente fedeli al principio della obbedienza passiva, è degna di speciale considerazione. Usurpare il comando delle forze militari e navali dello Stato, destituire gli ufficiali preposti dal Re al comando deʼ suoi castelli e navigli, e inibire allo ammiraglio di dare battaglia ai nemici di lui, erano niente meno che atti di ribellione. E nonostante vari Tory abili ed onesti, seguaci della scuola di Filmer, erano persuasi di poter fare tutte le sopra dette cose senza incorrere nella colpa di resistere al loro Sovrano. Il loro argomentare era per lo meno ingegnoso. Dicevano, il Governo essere ordinato da Dio, e la monarchia ereditaria eminentemente ordinata da Dio. Finchè il Re comanda ciò che è legittimo, noi siamo tenuti a prestargli obbedienza attiva; comandando ciò che è illegittimo, obbedienza passiva. Non vi è caso estremo che ne possa giustificare ad opporci a lui con la forza. Ma ove a lui piaccia di deporre il suo ufficio, egli perde ogni diritto sopra di noi. Finchè ci governa, quantunque ci governi male, siamo obbligati a chinare la fronte; ma ricusando egli di governarci in veruna maniera, non siamo tenuti a rimanere perpetuamente privi di governo. Lʼanarchia non è ordinamento di Dio; nè egli ci ascriverà a peccato se nel caso che un principe, il quale in onta a gravissime provocazioni non abbiamo cessato mai di onorare e obbedire, si parta senza che noi sappiamo dove, non lasciando un suo vicario, ci apprendiamo al solo partito che ci rimanga a impedire la dissoluzione della società. Se il nostro Sovrano fosse rimasto fra noi, noi saremmo pronti, per quanto poco egli meritasse il nostro affetto, a morire ai suoi piedi. Se, lasciandoci, avesse nominato una reggenza per governarci con autorità delegatale durante la sua assenza, noi ci saremmo rivolti a tale reggenza soltanto. Ma egli è scomparso senza lasciare nessun provvedimento per la conservazione dellʼordine o per lʼamministrazione della giustizia. Con lui e col suo Gran Sigillo è sparita tutta la macchina per mezzo della quale si possa punire un assassino, decidere del diritto di proprietà, distribuire ai creditori i beni dʼun fallito. Il suo ultimo atto è stato di sciogliere migliaia dʼuomini armati dal freno della disciplina militare, e porli in condizioni o di saccheggiare o di morire di fame. Fra poche ore ciascun uomo sʼarmerà contro il suo prossimo. La vita, gli averi, lʼonore delle donne saranno in balìa di ogni uomo sfrenato. Noi adesso ci troviamo in quello stato di natura intorno al quale i filosofi hanno scritto cotanto; nel quale stato siamo posti non per colpa nostra, ma per volontario abbandono di colui che avrebbe dovuto essere nostro protettore. Il suo abbandono può dirittamente chiamarsi volontario: imperocchè nè la vita nè la libertà sue erano in periglio. I suoi nemici già avevano consentito ad aprire pratiche dʼaccordo sopra una base proposta da lui stesso, ed eransi offerti a sospendere immediatamente le ostilità a patti che egli non negava essere liberali. In tali circostanze egli ha disertato il suo posto. Noi non facciamo la minima ritrattazione; non siamo in cosa alcuna incoerenti. Ci manteniamo tuttavia fermi senza modificazione nelle nostre vecchie dottrine. Seguitiamo a credere che in qualunque caso è peccato resistere al magistrato; ma affermiamo che adesso non vi è verun magistrato cui resistere. Colui che era magistrato, dopo dʼavere per lungo tempo fatto abuso della propria potestà, ha abdicato da sè. Lo abuso non ci dava diritto a deporlo: ma lʼabdicazione ci dà diritto a provvedere al miglior modo di supplire al suo ufficio.
III. Per cosiffatte ragioni il partito del Principe si accrebbe di molti che per lʼinnanzi sʼerano tenuti in disparte. A memoria dʼuomo non era mai stata, come in quella congiuntura, una quasi universale concordia fra glʼInglesi; e mai quanto allora vʼera stato sì grande bisogno di concordia. Non vʼera più alcuna autorità legittima. Tutte le tristi passioni che il Governo ha debito dʼinfrenare, e che i migliori Governi imperfettamente infrenano, trovaronsi in un subito sciolte dʼogni ritegno; lʼavarizia, la licenza, la vendetta, il vicendevole odio delle sètte, il vicendevole odio delle razze. In simiglianti casi avviene che le belve umane, le quali, abbandonate dai ministri dello Stato e della religione, barbare fra mezzo alla città, pagane fra mezzo al cristianesimo, brulicano tra ogni fisica e morale bruttura nelle cantine e nelle soffitte delle grandi città, acquistino a un tratto terribile importanza. Così fu di Londra. Allo avvicinarsi della notte—per avventura la più lunga notte dellʼanno—eruppero da ogni spelonca di vizio, dalle taverne di Hockley e dal laberinto dʼosterie e di bordelli nel quartiere di Friars, migliaia di ladroncelli e di ladroni, di borsaiuoli e di briganti. A costoro mescolaronsi migliaia dʼoziosi giovani di bottega, i quali ardevano solo della libidine di tumultuare. Perfino uomini pacifici ed onesti erano spinti dallʼanimosità religiosa a congiungersi con la sfrenata plebaglia: imperocchè il grido di «Giù il Papismo,» grido che aveva più volte messa a repentaglio la esistenza di Londra, era il segnale dellʼoltraggio e della rapina. Primamente la canaglia gettossi sopra le case appartenenti al culto cattolico. Gli edifici furono atterrati. Banchi, pulpiti, confessionali, breviari furono accatastati ed arsi. Un gran monte di libri e di arredi era in fiamme presso il convento di Clerkenwell. Unʼaltra catasta bruciava innanzi le rovine del convento deʼ Francescani in Lincolnʼs Inn Fields. La cappella in Lime Street, la cappella in Bucklersbury, furono smantellate. Le dipinture, le immagini, i crocifissi vennero condotti trionfalmente per le vie al lume delle torce divelte dagli altari. La processione pareva una selva di spade e di bastoni, e in cima ad ogni spada e bastone era fitta una melarancia. La stamperia reale, donde nei precedenti tre anni erano usciti innumerevoli scritti in difesa della supremazia del Papa, del culto delle immagini, e deʼ voti monastici, per adoperare una grossolana metafora che allora per la prima volta cominciò ad usarsi, fu sventrata. La vasta provigione di carta, che in gran parte non era lordata dalla stampa, apprestò materia ad un immenso falò. Daʼ monasteri, dai templi, dai pubblici uffici la furibonda moltitudine si volse alle private abitazioni. Parecchie case furono saccheggiate e distrutte: ma la pochezza del bottino non appagando i saccheggiatori, tosto si sparse la voce che le cose più preziose deʼ papisti erano state poste al sicuro presso gli ambasciatori stranieri. Nulla importava alla selvaggia e stolta plebaglia il diritto delle genti e il rischio di provocare contro la patria la vendetta di tuttaquanta lʼEuropa. Le case degli ambasciatori furono assediate. Una gran folla si raccolse dinanzi la porta di Barillon in Saint Jamesʼs Square. Ei nondimeno si condusse meglio di quel che si sarebbe creduto. Imperocchè, quantunque il Governo da lui rappresentato fosse tenuto in aborrimento, la liberalità sua nello spendere e la puntualità nel pagare lo avevano reso bene affetto al popolo. Inoltre egli aveva presa la precauzione di chiedere parecchi soldati a guardia della sua casa: e perchè vari uomini dʼalto grado che abitavano vicino a lui, avevano fatto lo stesso, una forza considerevole si raccolse in quella piazza. La tumultuante plebe quindi, assicuratasi che sotto il tetto di Barillon non vʼerano nascosti nè armi nè preti, cessò di molestarlo e ne andò via. Lo ambasciatore veneto fu protetto da una compagnia militare: ma le magioni dove abitavano i ministri dello Elettore Palatino e del Granduca di Toscana, furono distrutte. Una preziosa cassetta il Ministro Toscano riuscì a salvare dalle mani deʼ facinorosi. Vi si contenevano nove volumi di memorie scritte di mano propria da Giacomo. I quali volumi, pervenuti a salvamento in Francia, dopo lo spazio di cento e più anni, perirono fra le stragi dʼuna rivoluzione assai più formidabile di quella dalla quale erano scampati. Ma ne rimangono tuttavia alcuni frammenti, che, comunque gravemente mutili e incastrati in una farragine di fanciullesche finzioni, sono ben meritevoli dʼattento studio.
IV. Le ricche argenterie della Cappella Reale erano state depositate in Wild House presso Lincolnʼs Inn Fields, dove abitava Ronquillo ambasciatore di Spagna. Ronquillo, sapendo chʼegli e la sua Corte non avevano male meritato della nazione inglese, non aveva creduto necessario chiedere dei soldati: ma la marmaglia non era in umore da fare sottili distinzioni. Il nome di Spagna da lungo tempo richiamava alla mente degli Inglesi la idea della Inquisizione, dellʼArmada, delle crudeltà di Maria, e delle congiure contro Elisabetta. Ronquillo dal canto suo sʼera acquistato di molti nemici fra il popolo, giovandosi del suo privilegio per non pagare i suoi debiti. E però la sua casa fu saccheggiata senza misericordia; ed una pregevole biblioteca da lui raccolta rimase preda delle fiamme. Il solo conforto chʼegli ebbe in tanto disastro fu di potere salvare dalle mani degli aggressori lʼostia santa che era nella sua cappella.[576]
La mattina del di 12 dicembre sorse in assai lugubre aspetto. La metropoli in molti luoghi presentava lo spettacolo dʼuna città presa dʼassalto. I Lordi ragunaronsi in Whitehall e fecero ogni sforzo per ristabilire la quiete. Le milizie civiche furono chiamate alle armi. Un corpo di cavalleria fu tenuto pronto a disperdere i tumultuosi assembramenti. Ai governi stranieri fu peʼ gravi insulti data quella soddisfazione che si potè maggiore in quel momento. Fu promesso un premio a chiunque scoprisse le robe rapite in Wild House; e Ronquillo al quale non era rimasto un solo letto o unʼoncia dʼargento, fu splendidamente alloggiato nel deserto palagio dei Re dʼInghilterra. Gli fu apprestata una sontuosa mensa; e gli ufficiali della Guardia Palatina ebbero ordine di stare nella sua anticamera come costumavasi fare col Sovrano. Tali segni di rispetto abbonirono il puntiglioso orgoglio della Corte Spagnuola, e tolsero ogni pericolo di rottura.[577]
V. Ad ogni modo, non ostante i bene intesi sforzi del Governo Provvisorio, lʼagitazione facevasi ognora più formidabile. La fu accresciuta da un caso che anche oggi dopo tanto tempo non può narrarsi senza provare il piacere della vendetta. Uno speculatore che abitava in Wapping, e trafficava prestando ai marini del luogo pecunia ad usura, aveva tempo innanzi prestato una somma, prendendo ipoteca sul carico dʼuna nave. Il debitore ricorse al tribunale detto dʼEquità, per essere sciolto dalla sua obbligazione; e la causa fu portata dinanzi a Jeffreys. Lo avvocato del debitore avendo poche ragioni da allegare, disse che il prestatore era un barcamenante. Il Cancelliere, appena udito ciò, si accese di rabbia. «Un barcamenante! dove è egli? Chʼio lo veda. Ho sentito parlare di quella specie di mostro. A che si assomiglia egli?» Lo sventurato creditore fu costretto a comparire. Il Cancelliere gli rivolse ferocissimo lo sguardo, inveì contro lui, e cacciollo via mezzo morto dallo spavento. «Finchè avrò vita» disse il povero uomo uscendo barcollante dalla corte, «non dimenticherò mai quel terribile aspetto.» Ma finalmente era per lui arrivato il giorno della vendetta. Il barcamenante passeggiava per Wapping, allorquando gli parve di conoscere il riso dʼun uomo il quale faceva capolino dalla finestra dʼuna birreria. Non poteva ingannarsi. Aveva rasi i sopraccigli; vestiva lʼabito di un marinajo di Newcastle ed era coperto di polve di carbone: ma il selvaggio occhio e la bocca di Jeffreys non erano tali da non riconoscersi. Fu dato lʼallarme. In un istante la birreria fu circondata da centinaia di popolani che imprecando scuotevano i loro bastoni. Il fuggitivo Cancelliere ebbe salva la vita da una compagnia della milizia civica; e fu condotto dinanzi al Lord Gonfaloniere. Questi era uomo semplice, vissuto sempre nella oscurità, e adesso trovandosi attore importante in una grande rivoluzione, sʼera sentito venire il capogiro. Gli avvenimenti delle ventiquattro ore decorse, e lo stato pericoloso della Città alle sue cure affidata, lo avevano perturbato di mente e di corpo. Allorchè il grande uomo, al cui cipiglio, pochi giorni avanti, aveva tremato lʼintero Regno, fu tratto al tribunale, bruttato di ceneri, mezzo morto di spavento e seguito da una rabbiosa moltitudine, si accrebbe oltre ogni credere lʼagitazione del male arrivato Gonfaloniere. Convulso e fuori di sè fu trasportato a letto, donde non sorse più. Intanto la folla di fuori cresceva sempre, e orribilmente tempestava. Jeffreys pregò dʼessere menato in prigione. Si ottenne a tale effetto un ordine deʼ Lordi che sedevano in Whitehall; ed ei fu condotto in una carrozza alla Torre. Procedeva scortato da due reggimenti della milizia civica, i quali non senza difficoltà potevano frenare il popolo. Più volte si videro nella necessità di ordinarsi come se avessero a sostenere un assalto di cavalleria, e di presentare una selva di picche alla irrompente plebe. La quale vedendo rapirsi la vendetta teneva dietro al cocchio con urli di rabbia fino alla porta della Torre, brandendo bastoni e scuotendo capestri agli occhi del prigioniero. Lo sciagurato intanto tremava di spavento; arrostava le mani, affacciavasi con occhi stralunati ora a questo ora a quello degli sportelli, e fra il tumulto si udiva gridare: «Teneteli lontani, o signori! Per lʼamore di Dio, teneteli lontani!» Infine dopo aver provate amarezze maggiori di quelle della morte, fu in sicurtà alloggiato nella fortezza, dove alcune delle sue più illustri vittime avevano passati gli estremi giorni della loro vita, e dove egli fu destinato a finire la sua con inenarrabile ignominia ed orrore.[578]
In tutto questo tempo si cercarono diligentemente i preti cattolici romani. Molti vennero arrestati. Due Vescovi, cioè Ellis e Leyburn, furono mandati a Newgate. Il Nunzio che aveva poca ragione a sperare che la moltitudine rispettasse il suo carattere sacerdotale e politico, fuggì travestito da servitore fra la gente del Ministro di Savoja.[579]
VI. Un altro giorno di agitazione e di terrore si chiuse, e fu seguito dalla più strana e terribile notte che fosse mai stata in Inghilterra. Sul far della sera la plebaglia aggredì una magnifica casa pochi mesi avanti edificata per Lord Powis, la quale nel regno di Giorgio II era residenza del Duca di Newcastle, e che si vede anche oggi allʼangolo tra ponente e tramontana di Lincolnʼs Inn Fields. Vi furono mandati alcuni soldati: la plebaglia fu dispersa, la quiete sembrava ristabilita, e i cittadini se ne tornavano in pace alle proprie case, quando sorse un bisbiglio che in un momento divenne tremendo clamore, ed in unʼora da Piccadilly giunse a Whitechapel e si sparse per tutta la metropoli. Dicevasi che glʼIrlandesi lasciati senza freno da Feversham marciavano alla volta di Londra facendo strage dʼogni uomo, donna e fanciullo che incontrassero per via. Allʼuna ora della mattina i tamburi della milizia civica suonavano allʼarme. In ogni dove le donne atterrite piangevano ed arrostavano le mani, mentre i padri e i mariti loro armavansi per uscire a combattere. Prima delle ore due la metropoli presentava un aspetto sì bellicoso che avrebbe potuto atterrire unʼarmata regolare. A tutte le finestre vedevansi i lumi. I luoghi pubblici risplendevano come se fosse pieno giorno. Le grandi vie erano asserragliate. Venti e più mila picche ed archibugi fiancheggiavano le strade. Lʼultima alba del solstizio dʼinverno trovò tutta la città ancora in armi. Pel corso di molti anni i Londrini serbarono viva ricordanza di quella chʼessi chiamavano la Notte Irlandese. Come si seppe non esservi nessuna cagione di timore, il Governo cercò studiosamente dʼindagare lʼorigine della ciarla che aveva fatto nascere cotanta agitazione. Sembra che taluni, che avevano sembianze e vesti di contadini pur allora giunti dalla campagna, spargessero poco prima di mezza notte la nuova neʼ suburbi: ma donde venissero e chi li movesse, rimase sempre un mistero. Poco dopo da molti luoghi arrivarono notizie che accrebbero maggiormente la universale perplessità. Il timore panico non aveva invaso la sola Londra. La voce che i soldati irlandesi disciolti venivano a fare scempio deʼ Protestanti era stata sparsa, con maligna destrezza, in molti luoghi lʼuno a lunga distanza dallʼaltro. Gran numero di lettere, con molta arte scritte a fine di spaventare lo ignorante popolo, erano state spedite per le diligenze, i vagoni, e la posta a varie parti della Inghilterra. Tutte queste lettere giunsero aʼ loro indirizzi quasi nel medesimo tempo. In cento città a unʼora la plebe credè che si appressassero i barbari in armi con lo intendimento di commettere scelleratezze simili a quelle che avevano infamata la ribellione dʼUlster. A nessuno deʼ Protestanti si sarebbe usata misericordia. I figliuoli sarebbero stati costretti per mezzo della tortura a trucidare i loro genitori. I bambini sarebbero confitti alle picche o gettati fra le fiammeggianti rovine di quelle che pur dianzi erano felici abitazioni. Grandi turbe di popolo si raccolsero armate; in taluni luoghi cominciarono a distruggere i ponti ed asserragliare le vie: ma il concitamento presto calmossi. In molti distretti coloro che erano stati vittime di tanto inganno udirono con piacere misto di vergogna non esservi un solo soldato papista che non fosse lontano sei o sette giorni di marcia. Veramente in qualche luogo accadde che alcuna banda dispersa dʼIrlandesi si mostrasse e dimandasse pane; ma non può loro attribuirsi a delitto se non si contentassero di morire di fame; e non vʼè prova che commettessero alcun grave oltraggio. Certo erano meno numerosi di quel che supponevasi comunemente; e trovavansi scorati, vedendosi a un tratto privi di capitani e di vettovaglie framezzo a una potente popolazione, dalla quale erano considerati come un branco di lupi. Fra tutti i sudditi di Giacomo nessuno aveva più ragione ad esecrarlo che questi sciagurati membri della sua Chiesa e difensori del suo trono.[580]
È cosa onorevole al carattere deglʼInglesi, che non ostante la generale avversione contro la religione cattolica romana e la razza irlandese, non ostante lʼanarchia che nacque alla fuga di Giacomo, non ostante le subdole macchinazioni adoperate a inferocire la plebe, non fu commesso in quella congiuntura nessuno atroce delitto. Molte facultà, a dir vero, furono distrutte e rapite; le case di molti gentiluomini cattolici romani aggredite; giardini devastati; cervi uccisi e portati via. Alcuni venerandi avanzi della nostra architettura del medio evo serbano tuttora i segni della violenza popolare. In molti luoghi lo andare e venire liberamente per le strade era impedito da una polizia creatasi da sè, la quale fermava ogni viandante onde sincerarsi con prove se fosse papista. Il Tamigi era infestato da una torma di pirati, che sotto pretesto di cercare armi o delinquenti, mettevano sossopra ogni barca che passava; insultati e maltrattati gli uomini impopolari. Molti che tali non erano, reputaronsi fortunati di potere riscattare le persone e la roba loro donando alcune ghinee ai fanatici Protestanti, i quali senza autorità legittima sʼerano fatti inquisitori. Ma in tutta cotesta confusione che durò vari giorni e si estese a molte Contee, nessuno deʼ Cattolici Romani perdè la vita. La plebaglia non mostrò brama di sangue, tranne nel caso di Jeffreys; e lʼodio di che sʼera reso segno costui poteva piuttosto chiamarsi umanità che crudeltà.[581]
Molti anni dipoi Ugo Speke affermò che la Notte Irlandese era opera sua, chʼegli aveva istigati i villani che posero in concitazione Londra, e che egli era lo autore delle lettere le quali avevano sparso lo spavento in tutta lʼisola. La sua asserzione non è intrinsecamente improbabile: ma non ha altra prova tranne le parole di lui. Egli era uomo bene capace di commettere tanta scelleraggine, e anche capace di vantarsi falsamente dʼaverla commessa.[582]
Guglielmo era impazientemente aspettato a Londra, poichè nessuno dubitava che egli con la energia e abilità sue ristabilisse tosto lʼordine e la sicurezza pubblica. Nondimeno vi fu qualche indugio, del quale il Principe non può giustamente biasimarsi. La sua primitiva intenzione era stata di recarsi da Hungerford ad Oxford, dove, secondo che lo avevano assicurato, avrebbe avuto onorevoli e affettuose accoglienze: ma lo arrivo della deputazione partita da Guildhall lo indusse a cangiare pensiero e correre speditamente alla metropoli. Per via seppe che Feversham, obbedendo ai comandamenti del Re, aveva disciolto lo esercito, e che migliaia di soldati senza freno, e privi delle cose necessarie alla vita, erano sparse per le Contee le quali attraversa la via che mena a Londra. Gli era quindi impossibile di viaggiare con poco seguito senza grave pericolo non solo per la sua propria persona, di cui non aveva costume dʼessere molto sollecito, ma anche pei grandi interessi a lui affidati. Era mestieri che egli si movesse a seconda del muoversi delle sue milizie, le quali in quei tempi non potevano procedere se non lentamente a mezzo il verno per gli stradali della Inghilterra. In cosiffatte circostanze egli perdè alquanto il suo ordinario contegno. «Con me non si deve trattare a questo modo» esclamò egli con acrimonia, «e Milord Feversham se ne avvedrà bene.» Furono presi pronti e savi provvedimenti per rimediare ai mali cagionati da Giacomo. A Churchill e Grafton fu dato lo incarico di raggranellare la dispersa soldatesca e riordinarla. I soldati inglesi vennero invitati a rientrare nello esercito. Agli irlandesi fu fatto comandamento di rendere le armi sotto pena di essere trattati come banditi, ma fu loro assicurato che, obbedendo con pace, verrebbero provveduti del necessario.[583]
Gli ordini del Principe furono quasi senza ostacolo mandati ad esecuzione, tranne la resistenza che fecero i soldati irlandesi che presidiavano Tilbury. Uno di costoro appuntò una pistola contro Grafton; lʼarme non prese fuoco, e lo assassino in sullʼistante fu steso morto da un Inglese. Circa due cento di cotesti sciagurati stranieri coraggiosamente tentarono di ritornare alla loro patria. Impossessaronsi di un bastimento grave di un ricco carico che pur allora dalle Indie era arrivato al Tamigi, e provaronsi di avere a forza piloti a Gravesend. Ma non ne potendo trovare alcuno, furono costretti a confidare in quel poco che essi medesimi sapevano dʼarte nautica. Il legno poco dopo investì contro la spiaggia, e a quei miseri dopo qualche spargimento di sangue fu forza porre giù le armi.[584]
Erano già corse cinque settimane da che Guglielmo era in Inghilterra, duranti le quali gli aveva arriso la fortuna. Egli aveva fatto bella mostra di prudenza e fermezza, e nondimeno gli avevano meno giovato queste virtù sue che lʼaltrui insania e pusillanimità.
Ed ora che ei sembrava vicino a conseguire il fine della sua intrapresa, sopraggiunse a sconcertargli i disegni uno di quegli strani accidenti che così spesso confondono i più studiati divisamenti della politica.
VII. La mattina del di 13 dicembre, il popolo di Londra, non per anco riavutosi dallʼagitazione della Notte Irlandese, rimase attonito alla nuova che il Re era stato fermato ed era sempre nellʼisola. La nuova prese consistenza per tutto il giorno, e avanti sera fu pienamente confermata.
Giacomo aveva viaggiato mutando cavalli lungo la riva meridionale del Tamigi, e la mattina del di 12 era giunto ad Emley Ferry presso lʼisola di Sheppey, dove aspettavalo la nave sopra la quale ei doveva imbarcarsi. Vi montò sopra; ma il vento spirava forte, e il padrone non volle rischiarsi a mettere alla vela senza maggior quantità di zavorra. In tal guisa una marea andò perduta. Era quasi a mezzo il suo corso la notte allorquando la nave cominciò a muoversi. In queʼ giorni la nuova che il Re era scomparso, che il paese era senza governo, e Londra tutta sossopra, erasi sparsa lungo il Tamigi, e neʼ luoghi dove era giunta aveva fatto nascere violenza e disordine. I rozzi pescatori della spiaggia di Kent adocchiarono con sospetto e cupidigia la nave. Corse voce che alcuni individui vestiti da gentiluomini erano frettolosamente andati in sul bordo. Forse erano Gesuiti: forse erano ricchi. Cinquanta o sessanta barcaiuoli, spinti a un tempo dallʼodio contro il papismo e dalla avidità di predare, circondarono la nave quando ella era in sul punto di far vela. Fu detto ai passeggieri che bisognava andare a terra per essere esaminati da un magistrato. La figura del Re suscitò deʼ sospetti. «Gli è padre Petre» gridò uno di queʼ ribaldi «lo conosco alle sue scarne ganasce.»—«Fruga cotesto vecchio gesuita, cotesto viso da galera» urlarono tutti ad una voce. Ei tosto fu segno alle ruvide spinte di coloro che lo circondavano. Gli tolsero i danari e lʼoriuolo. Egli aveva addosso lʼanello della incoronazione ed altre gioie di gran valore, che sfuggirono alle ricerche di queʼ ladri, i quali erano così ignoranti in materia di gioie che presero per pezzi di vetro i diamanti delle fibbie del Re.
In fine i prigioni furono messi a terra e condotti ad una locanda. Quivi a vederli erasi affollata molta gente; e Giacomo, quantunque fosse sfigurato da una parrucca di forma e colore diversa da quella chʼegli era uso a portare, fu a un tratto riconosciuto. Per un istante la plebaglia parve compresa di terrore; ma i capi esortandola la rianimarono; e la vista di Hales, che tutti ben conoscevano e forte odiavano, infiammò il loro furore. Il suo parco era in quelle vicinanze, e in quel momento stesso una banda di facinorosi saccheggiavano la casa e davano la caccia ai cervi di lui. La folla assicurò il Re, che non aveva intenzione di fargli alcun male, ma ricusò di lasciarlo partire. Avvenne che il Conte di Winchelsea protestante ma fervido realista, capo della famiglia Finch e prossimo parente di Nottingham, si trovasse in Canterbury. Appena seppe lo accaduto corse in fretta alla costa accompagnato da alcuni gentiluomini di Kent. Per mezzo loro il Re fu condotto a un luogo più convenevole: ma rimaneva tuttavia prigioniero. La folla non cessava di vigilare attorno alla casa dove era stato condotto; e alcuni dei capi stavansi a guardia dinanzi lʼuscio della sua camera. Il suo contegno infrattanto era quello di un uomo snervato di mente e di corpo sotto il peso delle proprie sciagure. Talvolta parlava con tanta alterigia che i villani, i quali lo guardavano, sentivansi provocati ad insolenti risposte. Poi piegavasi a supplicare. «Lasciatemene andare» diceva egli «procuratemi una barca. Il Principe dʼOrange mi fa la caccia per togliermi la vita. Se non mi lascerete fuggire, eʼ sarà troppo tardi. Il mio sangue ricadrà sulle vostre teste. Colui che non è con me, è contro me.» Togliendo occasione da queste parole del Vangelo predicò per mezzʼora. Favellò stranamente sopra moltissime cose, sopra la disobbedienza deʼ Convittori del Collegio della Maddalena, i miracoli del Pozzo di San Venifredo, la slealtà deʼ preti, la virtù dʼun frammento del vero legno della Santa Croce chʼegli aveva sventuratamente perduto. «E che ho mai fatto?» chiese agli scudieri di Kent che gli stavano attorno. «Ditemi il vero: qual fallo ho io mai commesso?» Coloro, ai quali egli faceva queste domande, furono tanto umani da non dargli le risposte che meritava, e stavansi con compassionevole silenzio ad ascoltare quellʼinsano cicaleccio.[585]
Quando pervenne alla metropoli la nuova chʼegli era stato fermato, insultato, manomesso e spogliato, e che tuttavia rimaneva nelle mani di queʼ brutali ribaldi, ridestaronsi molte passioni. I rigidi Anglicani, i quali poche ore innanzi avevano cominciato a credersi liberi dal debito di fedeltà verso lui, adesso scrupoleggiavano. Egli non aveva abbandonato il reame, nè abdicato. Ove egli ripigliasse la regia dignità, potrebbero essi, secondo i principii loro, ricusare di prestargli obbedienza? I veggenti uomini di stato prevedevano con rammarico che tutte le contese che per un momento la sua fuga aveva abbonacciate, tornando egli, tornerebbero a rinascere assai più virulente. Alcuni del popolo basso, comechè animati dal sentimento deʼ recenti torti, sentivano pietà dʼun gran Principe oltraggiato da gente ribalda, e inchinavano a sperare—speranza più onorevole alla indole che al discernimento loro—che anche adesso egli si sarebbe potuto pentire delle colpe che gli avevano attirato sul capo un così tremendo castigo.
Dal momento in che si seppe il Re essere tuttavia in Inghilterra, Sancroft che fino allora era stato capo del Governo Provvisorio, si assentò dalle sedute deʼ Pari. Sul seggio presidenziale fu posto Halifax, il quale era allora ritornato dal quartiere generale degli Olandesi. In poche ore lʼanimo suo era grandemente mutato. Adesso il senso del bene pubblico e privato lo spingeva a collegarsi coi Whig. Ove candidamente si ponderino le prove fino a noi pervenute, è forza credere chʼegli accettasse lʼufficio di Commissario Regio con la sincera speranza di effettuare tra il Re e il Principe un accomodamento a convenevoli patti. Le pratiche dʼaccordo erano incominciate prosperamente: il Principe aveva offerto patti che il Re stesso giudicò convenevoli: il facondo e ingegnoso barcamenante lusingavasi di rendersi mediatore fra le inferocite fazioni, dettare un trattato dʼaccordo fra le opinioni esagerate ed avverse, assicurare le libertà e la religione della patria senza esporla ai pericoli inseparabili da un mutamento di dinastia e da una successione contrastata. Mentre compiacevasi di un pensiero così consentaneo alla indole sua, seppe dʼessere stato ingannato, e adoperato come strumento a ingannare la nazione. La sua commissione ad Hungerford era stata quella dʼuno stolto. Il Re non aveva mai avuto intendimento di osservare le condizioni chʼegli aveva ai Commissari ordinato di proporre. Aveva loro ordinato di dichiarare chʼegli voleva sottoporre tutte le questioni controverse al Parlamento da lui convocato; e mentre essi eseguivano il suo messaggio, aveva bruciati i decreti di convocazione, fatto sparire il Sigillo, sbandato lo esercito, sospesa lʼamministrazione della giustizia, disciolto il Governo, e se nʼera fuggito dalla metropoli. Halifax sʼaccôrse oramai non essere più possibile comporre amichevolmente le cose. È anche da sospettarsi chʼegli provasse quella molestia che è naturale ad un uomo che, godendo grande riputazione di saviezza, si trovi ingannato da una intelligenza immensurabilmente inferiore alla sua propria, e quella molestia che è naturale a chi, essendo espertissimo nellʼarte del dileggio, si trovi posto in una situazione ridicola. Dalla riflessione e dal risentimento fu indotto ad abbandonare ogni pensiero di conciliazione alla quale egli aveva fino allora sempre mirato, e a farsi capo di coloro che volevano porre Guglielmo sul trono.[586]
Esiste ancora un Diario dove Halifax scrisse di propria mano tutto ciò che seguì nel Consiglio da lui preseduto.[587] Non fu trascurata precauzione alcuna creduta necessaria a prevenire gli oltraggi e i ladronecci. I Pari si assunsero la responsabilità di ordinare ai soldati, che, ove la plebaglia tumultuasse di nuovo, le facessero fuoco contro. Jeffreys fu condotto a Whitehall e interrogato affinchè rivelasse ciò che era divenuto del Gran Sigillo e dei decreti di convocazione. E pregando egli ardentemente, fu rimandato alla Torre come unico luogo dove potesse avere salva la vita. Si ritirò ringraziando e benedicendo coloro che gli avevano conceduta la protezione del carcere. Un Nobile Whig propose di porre in libertà Oates; ma la proposta venne respinta.[588]
Le faccende del giorno erano quasi sbrigate, e Halifax stava per alzarsi dal seggio, quando gli fu annunziato essere giunto un messaggiero da Sheerness. Non vʼera cosa che potesse produrre più perplessità o molestia. Fare o non far nulla importava incorrere in grave responsabilità. Halifax, desiderando probabilmente acquistar tempo per comunicare col Principe, avrebbe voluto differire la sessione; ma Mulgrave pregò i Lordi a rimanere, e fece entrare il messaggiero. Questi raccontò con molte lacrime il successo, consegnò una lettera scritta di mano propria dal Re, la quale non era diretta a nessuno, ma invocava lo aiuto di tutti i buoni Inglesi.[589]
VIII. Non era possibile porre in non cale un simigliante appello. I Lordi ordinarono a Feversham corresse con una compagnia di Guardie del Corpo al luogo dove il Re era arrestato e gli desse libertà.
Già Middleton ed altri pochi aderenti di Giacomo sʼerano partiti per soccorrere il loro sventurato signore. Lo trovarono tenuto in istretta prigionia, sì che non fu loro concesso di essere introdotti al cospetto di lui senza aver prima consegnate le spade. Il concorso del popolo era immenso. Taluni gentiluomini Whig di quelle vicinanze avevano condotto un numeroso corpo di milizie civiche per guardarlo. Avevano erroneamente pensato che ritenendolo prigioniero si acquisterebbero la grazia deʼ suoi nemici, e rimasero grandemente conturbati allorchè seppero che il Governo Provvisorio di Londra aveva disapprovato il modo onde il Re era stato trattato, e che era presso a giungere una squadra di cavalleria per liberarlo. Difatti Feversham non indugiò ad arrivare. Aveva lasciate le sue truppe in Sittingbourne; ma non vi fu mestieri adoperare la forza. Il Re fu lasciato partire senza ostacolo, e venne daʼ suoi amici condotto a Rochester, dove prese un poco di riposo di cui aveva sommo bisogno. Era in istato da fare pietà. Non solo aveva onninamente perturbato lo intendimento, che per altro non era stato mai lucidissimo, ma quel coraggio, chʼegli da giovane aveva mostrato in varie battaglie di mare e di terra, lo aveva abbandonato. Eʼ pare che le ruvide fatiche corporali da lui adesso per la prima volta sostenute, lo prostrassero più che ogni altro evento della travagliata sua vita. La diserzione del suo esercito, deʼ suoi bene affetti, della sua famiglia, lo toccava meno delle indegnità patite quando ei venne arrestato in su la nave. La ricordanza di tali indegnità seguitò lungo tempo a invelenirgli il cuore, e una volta fece cose da muovere a scherno tutta la Europa. Nel quarto anno del suo esilio tentò di sedurre i propri sudditi offrendo loro unʼamnistia. Vi si conteneva una lunga lista dʼeccezioni, e in essa i poveri pescatori che gli avevano sgarbatamente frugate le tasche erano notati accanto ai nomi di Churchill e di Danby. Da ciò possiamo giudicare quanto amaramente ei sentisse lʼoltraggio pur dianzi sofferto.[590]
Nulladimeno, ove egli avesse avuto un poco di buon senso, si sarebbe accorto che coloro i quali lo avevano arrestato, gli avevano, senza saperlo, reso un gran servigio. Gli eventi successi dopo la sua assenza dalla metropoli lo avrebbero dovuto convincere che, qualora gli fosse riuscito fuggire, non sarebbe più mai ritornato. A suo dispetto era stato salvato dal precipizio. Gli rimaneva unʼaltra sola speranza. Per quanto gravi fossero i suoi delitti, detronizzarlo mentre ei rimaneva nel Regno e mostravasi pronto ad assentire ai patti che glʼimporrebbe un libero Parlamento, sarebbe stato pressochè impossibile.
Per breve tempo egli parve propenso a rimanere. Spedì Feversham da Rochester con una lettera a Guglielmo. La sostanza della quale era che Sua Maestà già sʼera messo in cammino per ritornare a Whitehall, che desiderava avere un colloquio col Principe, e che il palazzo di San Giacomo sarebbe apparecchiato per Sua Altezza.[591]
IX. Guglielmo era in Windsor. Aveva con profondo rincrescimento saputi i fatti successi nella costa di Kent. Poco avanti che gliene giungesse la nuova, coloro che gli stavano da presso avevano notato chʼegli era dʼinsolito buon umore. Ed aveva ragione di star lieto. Vedevasi dinanzi lo sguardo un trono vacante; parea che tutti i partiti a una voce lo invitassero a salirvi. In un baleno la scena cangiossi: lʼabdicazione non era consumata; molti deʼ suoi stessi fautori avrebbero scrupoleggiato a deporre un Re che rimanesse fra loro, glʼinvitasse ad esporre le loro doglianze in modo parlamentare, e promettesse piena giustizia. Era uopo che il Principe esaminasse le nuove condizioni in cui si trovava, e si appigliasse a nuovo partito. Non vedeva alcuna via alla quale non si potesse nulla obbiettare, nessuna via che lo ponesse in una situazione vantaggiosa al pari di quella dove egli era poche ore innanzi. Nondimeno qualche cosa poteva farsi. Il primo tentativo fatto dal Re per fuggire non era riuscito: era sommamente da desiderarsi chʼegli si ponesse di nuovo alla prova con migliore successo. Bisognava impaurirlo e sedurlo. La liberalità usatagli nelle pratiche dʼaccordo fatte in Hungerford, liberalità alla quale egli aveva risposto rompendo la fede, adesso sarebbe intempestiva. Bisognava non proporgli patti nessuni dʼaccomodamento; e proponendone egli, rispondergli con freddezza; non usargli violenza, e neanche minacce; e nondimeno non era impossibile, anco senza siffatti mezzi, rendere un uomo cotanto pusillanime, inquieto della propria salvezza. E allora, posto di nuovo lʼanimo nel solo pensiero della fuga, era dʼuopo facilitargliela, e procurare che qualche zelante stoltamente non lo arrestasse una seconda volta.
X. Tale era il concetto di Guglielmo: e la destrezza e fermezza con che lo mandò ad esecuzione offre uno strano contrasto con la demenza e codardia dellʼuomo con cui egli aveva da fare. Tosto gli si presentò il destro dʼiniziare un sistema dʼintimidazione. Feversham giunse a Windsor portatore della lettera di Giacomo. Il messaggiero non era stato giudiciosamente scelto. Egli era quel desso che aveva disciolto lo esercito regio. A lui principalmente imputavano la confusione e il terrore della Notte Irlandese. Il pubblico ad alta voce lo biasimava. Guglielmo, provocato, aveva profferito poche parole di minaccia; e poche parole di minaccia uscite dalle labbra di Guglielmo sempre significavano qualcosa. A Feversham fu detto mostrasse il salvocondotto. Non ne aveva. Venendo senza esso framezzo a un campo ostile, secondo le leggi della guerra, sʼera reso meritevol dʼessere trattato con estrema severità. Guglielmo non volle vederlo, e comandò che venisse arrestato.[592] Zulestein fu tostamente spedito a riferire a Giacomo che Guglielmo non consentiva il proposto colloquio, e desiderava che la Maestà Sua rimanesse in Rochester.
Ma non era più tempo. Giacomo era già in Londra. Aveva esitato circa al viaggio, e una volta si era nuovamente provato a fuggire dallʼisola. Ma infine cedè alle esortazioni degli amici chʼerano più savi di lui, e partì alla volta di Whitehall. Vi arrivò il pomeriggio di domenica, 16 dicembre. Temeva che la plebe, la quale nella sua assenza aveva dato tanti segni della avversione che sentiva contro il Papismo, gli facesse qualche affronto. Ma la stessa violenza dellʼira popolare erasi calmata; la tempesta abbonacciata. Gaiezza e compassione avevano succeduto al furore. Nessuno mostravasi inchinevole a insultare il Re; qualche acclamazione fu udita mentre il suo cocchio traversava la Città. Le campane di alcune chiese suonarono a festa; furono accesi pochi fuochi di gioia a onorare il suo ritorno.[593] La sua debole mente pur dianzi oppressa dallo scoraggiamento dètte in istravaganze a cotesti inattesi segni di bontà e compassione mostrati dal popolo. Giacomo entrò rinfrancato nel proprio palazzo, il quale subitamente riprese il suo antico aspetto. I preti cattolici romani, che neʼ decorsi giorni sʼerano frettolosamente nascosti neʼ sotterranei e nelle soffitte per scansare il furore della plebe, uscirono dai loro luridi nascondigli chiedendo i loro antichi appartamenti in palazzo. Un Gesuita recitava il rendimento di grazie alla mensa del Re. Il vernacolo irlandese, allora il più odioso di tutti i suoni alle orecchie inglesi, udivasi per tutti i cortili e le sale. Il Re stesso aveva ripresa la sua vecchia alterigia. Tenne un Consiglio—lʼultimo deʼ suoi Consigli—ed anche negli estremi cui era ridotto convocò individui privi deʼ requisiti legali ad intervenirvi. Si mostrò gravemente indignato contro quei Lordi, che nella sua assenza avevano osato assumere il governo dello Stato. Era loro dovere lasciare che la società si dissolvesse, le case degli Ambasciatori venissero distrutte, Londra arsa, più presto che assumere le funzioni chʼegli aveva creduto giusto abbandonare. Fra coloro che ei così gravemente riprendeva, erano alcuni Nobili e Prelati, i quali a dispetto di tutti i suoi errori gli erano rimasti costantemente fedeli, e anche dopo questa altra provocazione non seppero, per timore o speranza, indursi a prestare obbedienza ad altro sovrano.[594]
Ma tale coraggio presto gli venne meno. Era egli appena entrato in palazzo allorquando gli fu detto che Zulestein era pur giunto messaggiero del Principe. Zulestein espose la fredda e severa ambasciata di Guglielmo. Il Re insisteva per avere un colloquio col nepote. «Non mi sarei partito da Rochester» disse egli «se avessi saputo tale essere il suo volere: ma da che qui mi ritrovo, spero chʼei voglia venire al palazzo di San Giacomo.»—«Debbo dire chiaramente alla Maestà Vostra» rispose Zulestein «che Sua Altezza non verrà a Londra finchè vi rimarranno soldati che non siano sotto gli ordini suoi.» Il Re confuso a siffatta risposta, ammutolì. Zulestein andonne via; e tosto entrò in camera un gentiluomo recando la nuova dello arresto di Feversham.[595] Giacomo ne rimase grandemente conturbato. Pure la rimembranza deʼ plausi con che era pur dianzi stato accolto, gli confortava lʼanimo. Gli sorse in cuore una stolta speranza. Pensò che Londra, la quale da tanto tempo era stata il baluardo della religione protestante e delle opinioni Whig, fosse pronta a prendere le armi in difesa di lui. Mandò a chiedere al Municipio, se sʼimpegnerebbe a difenderlo contro il Principe, qualora Giacomo si recasse ad abitare nella Città. Ma il Municipio, che non aveva posto in oblio la confisca deʼ suoi privilegi e lo assassinio giuridico di Cornish, ricusò di dare la promessa richiesta. Allora il Re si sentì nuovamente scorato. In qual luogo, diceva egli, troverebbe protezione? Valeva lo stesso essere circondato dalle truppe olandesi che dalle sue Guardie del Corpo. Quanto ai cittadini, adesso egli comprese quanto valessero i plausi e le luminarie. Altro partito non gli rimaneva che fuggire; e nondimeno vedeva bene che nessuna cosa potevano tanto desiderare i suoi nemici, quanto la sua fuga.[596]
XI. Mentre egli siffattamente trepidava, in Windsor deliberavasi intorno al suo fato. Adesso la corte di Guglielmo era strabocchevolmente affollata di uomini illustri di tutti i partiti. Vʼerano giunti la più parte deʼ capi della insurrezione delle contrade settentrionali. Vari Lordi, i quali nellʼanarchia deʼ giorni precedenti si erano costituiti da sè in Governo provvisorio, appena ritornato il Re, lasciata Londra, se nʼerano andati al quartier generale. Fra loro era anco Halifax. Guglielmo lo aveva accolto con gran satisfazione, ma non aveva potuto frenare un ironico sorriso vedendo lo ingegnoso e compìto uomo politico, il quale aveva ambito a farsi arbitro in quella grande contesa, essere costretto ad abbandonare ogni via di mezzo e prendere un partito deciso. Fra coloro che in questa congiuntura arrivarono a Windsor erano alcuni che avevano con ignominiosi servigi comperata la grazia di Giacomo, e adesso erano bramosi di scontare, tradendo il loro signore, il delitto dʼavere tradita la patria. Tale era Titus, che aveva seduto in Consiglio in onta alle leggi, e sʼera affaticato a stringere i puritani coʼ Gesuiti in una lega contro la costituzione. Tale era Williams, il quale, per cupidigia di guadagno, di demagogo sʼera fatto campione della regia prerogativa, e adesso era prontissimo a commettere una seconda apostasia. Il Principe con giusto dispregio lasciò che cotesti uomini si stessero vanamente aspettando unʼudienza alla porta del suo appartamento.[597]
Il lunedì, 17 dicembre, tutti i Pari che erano in Windsor furono convocati a una solenne consulta da tenersi nel castello. Il subietto delle loro deliberazioni era ciò che fosse da farsi del Re: Guglielmo non reputò savio partito trovarsi presente alla discussione. Ei si ritirò; ed Halifax fu posto sul seggio presidenziale. I Lordi concordavano in una cosa sola, cioè non doversi permettere che il Re rimanesse dove era. Unanimemente estimavano dannoso che lʼun principe si fortificasse in Whitehall, e lʼaltro nel palazzo di San Giacomo, e che vi fossero due guarnigioni nemiche in uno spazio di cento acri. Un tale provvedimento non poteva mancare di far nascere sospetti, insulti, e battibecchi che finirebbero forse col sangue. Per le quali ragioni i Lordi ingannati crederono necessario mandar via Giacomo di Londra. Proposero qual luogo convenevole Ham, che Lauderdale lungo la riva del Tamigi aveva edificato con le ricchezze rubate in Iscozia e con la pecunia datagli dalla Francia a corromperlo, e che era considerato come la più magnifica delle ville. I Lordi, venuti a tale conclusione, invitarono il Principe a recarsi fra loro. Halifax gli comunicò la deliberazione. Guglielmo approvò. Fu scritto un breve messaggio da spedirsi al Re. «E per chi glielo manderemo?» domandò Guglielmo. «Non dovrebbe essergli recato» disse Halifax «da uno degli ufficiali di Vostra Altezza?»—«No, milord,» rispose il principe; «con vostra licenza, il messaggio è spedito per consiglio delle Signorie Vostre; dovrebbe quindi recarglielo alcuno di voi.» Allora senza far sosta, onde non si desse luogo a rimostranze, ei nominò messaggieri Halifax, Shrewsbury e Delamere.[598]
Sembra che la deliberazione deʼ Lordi fosse unanime. Ma nellʼassemblea erano alcuni, che non approvavano affatto il provvedimento chʼessi affettavano di approvare, e che desideravano vedere usata verso il Re una severità che non rischiavansi a manifestare. È cosa notevole che capo di questo partito era un Pari, già stato Tory esagerato, che poscia non volle prestare giuramento a Guglielmo: questo Pari era Clarendon. La rapidità onde in cotesta crisi ei passò da uno allʼaltro estremo, parrebbe incredibile a coloro che vivono in tempi di pace, ma non ne maraviglieranno coloro i quali hanno avuto occasione di osservare il corso delle rivoluzioni. Si avvide che lʼasprezza con cui egli al regio cospetto aveva censurato lo intero sistema del governo, aveva mortalmente offeso il suo antico signore. Dallʼaltra parte, come zio delle Principesse, poteva sperare dʼingrandirsi e arricchire nel nuovo ordine di cose che già sʼiniziava. La colonia inglese in Irlanda lo teneva come amico e patrono; ed ei pensava che assai parte della propria importanza riposava sulla fiducia e lo affetto di quella. A tali considerazioni cederono i principii da lui con tanta ostentazione per tutta la sua vita professati. Si recò dunque alle secrete stanze del Principe e gli appresentò il pericolo di lasciare il Re in libertà. I protestanti dʼIrlanda essere in estremo periglio. Uno solo il mezzo ad assicurare loro la roba e la vita, tenere, cioè, Sua Maestà in istretta prigionia. Non essere prudente rinchiuderlo in uno deʼ castelli della Inghilterra: ma potersi mandarlo di là dal mare e chiuderlo nella fortezza di Breda finchè fossero pienamente ricomposte le cose delle Isole Britanniche. Se tanto ostaggio rimanesse nelle mani del Principe, Tyrconnel probabilmente porrebbe giù la spada del comando, e senza strepito la preponderanza inglese verrebbe ristabilita in Irlanda. Se dallʼaltro canto Giacomo fuggisse in Francia, e si mostrasse a Dublino accompagnato da un esercito straniero, ne nascerebbero gli effetti più disastrosi. Guglielmo riconobbe la gravità di cotesti ragionamenti: ma ciò non poteva farsi. Ei conosceva lʼindole di sua moglie, e sapeva bene chʼella non avrebbe mai consentito. E veramente non sarebbe stata per lui onorevole cosa trattare con tanto rigore il vinto suocero. Nè poteva affermarsi come certo la generosità non essere la più sana politica. Chi avrebbe potuto prevedere lo effetto che la severità suggerita da Clarendon produrrebbe nella opinione pubblica della Inghilterra? Era forse impossibile che quello entusiasmo di lealtà, che il Re aveva prostrato con la propria malvagia condotta, risorgesse appena si sapesse egli essere entro le mura di una fortezza straniera? Per queste ragioni Guglielmo si tenne fermissimo a non privare della libertà il proprio suocero; e non è dubbio che ciò fosse savio partito.[599]
Giacomo, mentre si discuteva intorno alla sua sorte, rimase in Whitehall, affascinato, a quanto sembra, dalla grandezza e imminenza del pericolo, e inetto a lottare o a fuggire. La sera giunse la nuova che gli Olandesi avevano occupato Chelsea e Kensington. Il Re nondimeno si apparecchiò a riposarsi secondo il consueto. Le guardie dette Coldstream erano di servizio in palazzo. Le comandava Guglielmo Conte di Craven, uomo vecchio, che cinquanta e più anni prima si era reso famoso nelle armi e negli amori, aveva sostenuto a Creutznach con tanto coraggio la disperata battaglia, che vuolsi il gran Gustavo battendogli la spalla gli dicesse: Bravo!—e credevasi che sopra mille rivali avesse conquistato il cuore della sventurata Regina di Boemia. Craven adesso aveva ottantʼanni, ma il suo spirito non era per anche domo dal tempo.[600]
XII. Erano battute le ore dieci allorquando gli fu annunziato che tre battaglioni di fanteria del Principe con alcune legioni di cavalleria venivano giù pel lungo viale del Parco di San Giacomo con micce accese, e prontissimi ad agire. Il Conte Solmes che comandava gli stranieri disse avere ordine dʼimpossessarsi militarmente dei posti attorno a Whitehall, ed esortò Craven a ritirarsi in pace. Craven giurò di lasciarsi piuttosto tagliare a pezzi: ma come il Re, che stavasi spogliando, seppe ciò che seguiva, vietò al valoroso veterano di fare una resistenza che non poteva essere che vana. Verso le ore undici le guardie Coldstream sʼerano ritirate, e a guardia di ogni angolo del palazzo vedevansi le sentinelle olandesi. Alcuni deʼ servitori del Re chiesero se sarebbesi rischiato a dormire circondato daglʼinimici. Rispose che essi non potevano trattarlo peggio di quel che avevano fatto i suoi propri sudditi, e con lʼapatia di un uomo istupidito dalle sciagure andossene a letto e si pose a dormire.[601]
XIII. Appena erasi fatto silenzio in palazzo quando esso fu nuovamente interrotto. Poco dopo mezzanotte i tre Lordi giunsero da Windsor. Middleton fu chiamato a riceverli. Gli dissero chʼerano portatori dʼun messaggio che non poteva differirsi. Il Re fu destato dal suo primo sonno; ed essi furono introdotti nella sua camera da letto. Gli posero nelle mani la lettera loro affidata, e gli dissero che il Principe tra poche ore arriverebbe a Westminster, e che Sua Maestà farebbe bene a partire per Ham avanti le ore dieci della mattina. Giacomo fece qualche obiezione. Disse non piacergli Ham, essere luogo gradevole in estate, ma freddo e privo di comodi a Natale; oltre di che era senza mobilia. Halifax rispose che sullʼistante verrebbe ammobiliato. I tre messaggieri ritiraronsi, ma furono subitamente seguiti da Middleton, il quale disse loro che il Re preferirebbe Rochester ad Ham. Risposero non avere potestà di consentire al desiderio della Maestà Sua, ma manderebbero tosto un messo al Principe, il quale quella notte doveva alloggiare in Sion House. Il messo partì immediatamente, e tornò innanzi lʼalba recando il consenso di Guglielmo; il quale lo diede di gran cuore: imperciocchè non era dubbio che il Re avesse scelto Rochester come luogo che offriva agevolezza a fuggire, e chʼegli fuggisse era ciò che desiderava il suo genero.[602]
XIV. La mattina del dì 18 dicembre, giorno di pioggia e di procella, il bargio del Re a buonʼora aspettava dinanzi le scale di Whitehall, ed era circondato da otto o dieci barche ripiene di soldati olandesi. Vari Nobili e gentiluomini accompagnarono il Re fino alla riva. Dicesi, e può ben credersi, che piangessero: imperciocchè anche i più zelanti amici della libertà non potevano vedere senza commuoversi la trista e ignominiosa fine dʼuna dinastia che avrebbe potuto essere sì grande. Shrewsbury fece quanto più potè per consolare il caduto Sovrano. Perfino lʼaspro ed esagerato Delamere era intenerito. Ma fu notato che Halifax, che aveva sempre mostrata tenerezza verso i vinti, in quel caso era meno compassionevole deʼ suoi due colleghi. Aveva tuttavia lʼanima invelenita dalla rimembranza dʼessere stato spedito ambasciatore da scherno a Hungerford.[603]
Mentre il bargio reale lentamente procedeva su per le agitate onde del fiume, lo esercito del Principe dallʼoccidente veniva arrivando a Londra. Era stato saviamente ordinato che il servigio della metropoli fosse fatto dai soldati britannici al soldo degli Stati Generali. I tre reggimenti inglesi furono acquartierati dentro e attorno alla Torre, i tre scozzesi in Southwark.[604]
XV. Malgrado il cattivo tempo una gran folla di popolo sʼera raccolta fra Albemarle House e il palazzo di San Giacomo per plaudire al Principe. Tutti i cappelli e i bastoni erano ornati dʼun nastro colore di melarancia. Le campane suonavano per tutta Londra. Le finestre erano tutte piene di candele per la luminara. Nelle strade vedevansi cataste di legna e fascine per accendere fuochi di gioia. Guglielmo nondimeno cui non garbava lo affollarsi e il rumoreggiare della gente, passò traverso al Parco. Avanti notte giunse al palazzo di San Giacomo in un cocchio leggiero, accompagnato da Schomberg. In breve tutte le stanze e le scale del palazzo furono popolate da coloro che erano accorsi a corteggiarlo. E la folla era tanta, che personaggi dʼaltissimo grado non poterono penetrare nella sala dove stavasi il Principe.[605]
Mentre Westminster era in cotesto concitamento, il Municipio in Guildhall apparecchiava un indirizzo di ringraziamenti e congratulazioni. Il Lord Gonfaloniere non potè presedere. Non aveva mai più alzato il capo da letto sino dal giorno in cui il Cancelliere travestito da carbonaio era stato trascinato alla sala della giustizia. Ma gli Aldermanni e gli altri ufficiali del corpo municipale erano ai loro posti. Il dì seguente i magistrati della città recaronsi solennemente a complire il liberatore. La gratitudine loro fu con eloquenti parole espressa dal cancelliere Sir Giorgio Treby. Disse che alcuni Principi della Casa di Nassau erano stati principali ufficiali dʼuna grande repubblica. Altri avevano portata la corona imperiale. Ma il titolo peculiare di questa illustre famiglia alla pubblica venerazione era che Dio lʼaveva eletta e consacrata allʼalto ufficio di difendere il vero e la libertà contro i tiranni di generazione in generazione. Il dì stesso tutti i prelati che trovavansi in città, tranne Sancroft, andarono in corpo al cospetto del Principe; quindi il clero di Londra, cioè gli uomini più cospicui del ceto ecclesiastico per dottrina, facondia e influenza, aventi a capo il loro Vescovo. Erano fra loro alcuni illustri ministri dissenzienti, i quali Compton, a suo sommo onore, trattò con segnalata cortesia. Pochi mesi avanti o dopo, simigliante cortesia sarebbe stata da molti anglicani considerata come tradigione verso la Chiesa. Anche allora un occhio veggente poteva bene accorgersi che la tregua, alla quale le sètte protestanti erano state costrette, non sarebbe lungamente sopravvissuta al pericolo che lʼaveva fatta nascere. Circa cento teologi non conformisti, residenti nella capitale, presentarono un indirizzo a parte. Furono introdotti da Devonshire ed accolti con ogni segno di gentilezza e rispetto. Il ceto legale andò anchʼesso a fare omaggio; lo conduceva Maynard, il quale a novanta anni dʼetà era forte di mente e di corpo come quando in Westminster Hall sorse accusatore di Strafford. «Signore Avvocato» disse il Principe «voi dovete avere sopravvissuto a tutti i legali vostri coetanei.»—«Sì, Altezza,» rispose il vegliardo «e se non venivate voi sopravvivevo anco alle leggi.»[606]
Ma comechè glʼindirizzi fossero molti e pieni di elogi, le acclamazioni alte, le illuminazioni splendide, il palazzo di San Giacomo troppo angusto per la folla deʼ corteggiatori, i teatri ogni notte dalla platea al soffitto adorni di nastri colore di melarancia, Guglielmo sentiva che le difficoltà della sua intrapresa cominciavano allora. Aveva rovesciato un Governo, ma adesso doveva compiere lʼassai più difficile lavoro di ricostruirne un altro. Da quando sbarcò a Torbay finchè giunse a Londra, aveva esercitata lʼautorità, che per le leggi della guerra, riconosciute da tutto il mondo incivilito, appartiene al comandante dʼun esercito nel campo. Adesso era necessario mutare il suo carattere di generale in quello di magistrato; e questa non era agevole impresa. Un solo passo falso poteva esser fatale; ed era impossibile fare un solo passo senza offendere pregiudicii e svegliare acri passioni.
XVI. Alcuni deʼ consiglieri del Principe lo incitavano a prendere a un tratto la corona per diritto di conquista; e poi in qualità di Re spedire muniti del proprio Gran Sigillo i decreti a convocare il Parlamento. Molti insigni giureconsulti lo confortavano ad appigliarsi a tale partito, dicendo essere quella la via più breve di giungere dove, andandovi altrimenti, sʼincontrerebbero innumerevoli ostacoli e contese. Ciò era strettamente conforme al felice esempio dato da Enrico VII dopo la battaglia di Bosworth. Farebbe ad un tempo cessare gli scrupoli che molti spettabili uomini sentivano quanto alla legalità di trasferire il giuramento di fedeltà da un sovrano ad un altro. Nè la legge civile nè quella della Chiesa Anglicana riconoscevano neʼ sudditi il diritto di detronizzare il Sovrano. Ma nessun giureconsulto, nessun teologo negò mai che una nazione vinta in guerra, potesse senza peccato sobbarcarsi al volere del Dio degli eserciti. Difatti dopo la conquista caldea, i più pii e patriottici degli Ebrei non crederono di mancare al proprio debito verso il Re loro, servendo lealmente il nuovo signore dato loro dalla Provvidenza. I tre confessori, che erano rimasti miracolosamente illesi nellʼardente fornace, tennero altri uffici nella provincia di Babilonia. Daniele fu ministro dello Assiro che soggiogò Giuda, e del Persiano che soggiogò lʼAssiria. Che anzi lo stesso Gesù, il quale secondo la carne era Principe della Casa di David, comandando ai suoi concittadini di pagare il tributo a Cesare, aveva voluto significare che la conquista straniera annulla il diritto ereditario ed è titolo legittimo di dominio. Era quindi probabile che un gran numero di Tory, quantunque non potessero con sicura coscienza eleggersi un Re, accetterebbero senza esitazione quello che gli eventi della guerra avevano dato loro.[607]
Dallʼaltra parte, nondimeno, vʼerano ragioni di grave momento. Il Principe non poteva pretendere dʼavere guadagnata la corona con la propria spada senza bruttamente rompere la fede data. Nel suo Manifesto aveva protestato contro ogni pensiero di conquistare la Inghilterra; aveva asserito che coloro i quali gli attribuivano siffatto disegno, calunniavano iniquamente non solo lui, ma tutti quei Nobili e gentiluomini patriotti che lo avevano invitato; che le forze da lui condotte erano evidentemente inadequate ad una impresa così ardua; e che era fermamente deliberato di portare innanzi a un libero Parlamento tutte le pubbliche doglianze e le sue proprie pretese. Non era equo nè saggio chʼei per qualsiasi cosa terrena rompesse la sua parola solennemente impegnata al cospetto di tutta la Europa. Nè era certo che, chiamandosi conquistatore, chetasse quegli scrupoli onde i rigidi Anglicani ripugnavano a riconoscerlo Re. Imperocchè, in qualunque modo egli si chiamasse, tutto il mondo sapeva chʼegli non era vero conquistatore. Era manifestamente unʼaperta finzione il dire che questo gran Regno, con una potente flotta in mare, con un esercito stanziale di quarantamila uomini, e con una milizia civica di centotrentamila uomini, fosse stato, senza un solo assedio o una sola battaglia, ridotto a condizione di provincia da quindicimila invasori. Non era verosimile che cosiffatta finzione rasserenasse le coscienze realmente scrupolose, mentre non mancherebbe di ferire lʼorgoglio nazionale ormai cotanto sensitivo e irritabile. I soldati inglesi erano in tali umori che richiedevano dʼessere con somma accortezza governati. Sentivano che nella recente campagna non avevano sostenuta una onorevolissima parte. I capitani e i soldati comuni erano al pari impazienti di provare che non avevano per difetto di coraggio ceduto a forze inferiori. Taluni officiali olandesi erano stati tanto indiscreti da vantarsi, col bicchiere in mano dentro una taverna, dʼavere rinculata lʼarmata regia. Questo insulto aveva fra le truppe inglesi suscitato un fermento, che ove non vi si fosse prontamente immischiato Guglielmo, sarebbe forse finito in una terribile strage.[608] Quale, in tali circostanze, poteva essere lo effetto di un proclama che avesse annunziato il comandante degli stranieri considerare lʼisola intera come legittima preda di guerra?
Era anche da ricordarsi che, pubblicando un simigliante proclama, il Principe avrebbe a un tratto abrogati tutti quei diritti deʼ quali egli sʼera dichiarato campione: perocchè lʼautorità di un conquistatore straniero non è circoscritta dalle costumanze e dagli statuti della nazione conquistata, ma è in sè stessa dispotica. E quindi Guglielmo o non poteva dichiararsi Re, o poteva dichiarare nulle la Magna Charta e la Petizione dei Diritti, abolire il processo dinanzi ai Giurati, e imporre tasse senza il consenso del Parlamento. Poteva, a dir vero, ristabilire lʼantica costituzione del reame. Ma, ciò facendo, era provvedimento arbitrario. Quinci innanzi la libertà dellʼInghilterra verrebbe fruita dai cittadini con umiliante possesso; nè sarebbe, quale era stata fino allora, unʼantichissima eredità, ma un dono recente che il generoso signore, da cui era stato ai suoi sudditi impartito, poteva ripigliare a suo talento.
XVII. Guglielmo adunque dirittamente e con prudenza fece pensiero dʼosservare le promesse contenute nel suo Manifesto, e lasciare alle Camere lʼufficio di riordinare il governo. Con tanto studio egli schivò tutto ciò che potesse sembrare usurpazione, che non volle, senza una qualche sembianza dʼautorità parlamentare, avventurarsi a convocare gli Stati del Regno, o dirigere il potere esecutivo nel tempo in cui si facevano le elezioni. Nello Stato non vʼera autorità strettamente parlamentare: ma potevasi in poche ore mettere insieme una assemblea alla quale la nazione portasse gran parte della riverenza dovuta a un Parlamento. Poteva formarsi una Camera deʼ numerosi Lordi spirituali e secolari che allora si trovavano in Londra, e lʼaltra degli antichi membri della Camera deʼ Comuni e deʼ Magistrati della Città. Tale disegno era ingegnoso e venne prontamente mandato ad effetto. Fu intimato ai Pari di trovarsi pel dì 21 dicembre al Palazzo di San Giacomo. Vi accorsero circa settanta. Il Principe gli esortò considerassero le condizioni del paese, e presentassero a lui il resultato delle loro deliberazioni. Poco dopo comparve un annunzio, col quale invitavansi tutti i gentiluomini che erano stati membri della Camera deʼ Comuni sotto il regno di Carlo II, a presentarsi a Sua Altezza la mattina del dì 26. Furono anche chiamati gli Aldermanni di Londra, e al Municipio fu richiesto di mandare una deputazione.[609]
Taluni hanno spesso richiesto, in tono di rimprovero, il perchè lo invito non fu mandato anche ai membri del Parlamento che lʼanno precedente era stato disciolto. La risposta è chiara. Uno deʼ precipui aggravi deʼ quali la nazione querelavasi era il modo onde era stato eletto quel Parlamento. La maggior parte deʼ rappresentanti i borghi erano stati eletti da collegi elettorali ordinati in un modo che veniva universalmente considerato illegale, ed era stato biasimato dal Principe nel suo Manifesto. Lo stesso Giacomo, poco innanzi la sua caduta, aveva assentito a rendere aʼ Municipi le antiche franchigie. Guglielmo adunque sarebbe stato incoerentissimo a sè stesso, qualora, dopo dʼavere prese le armi col fine di ricuperare i ritolti privilegi municipali, avesse riconosciuto come legittimi rappresentanti delle città dʼInghilterra individui eletti in onta a quei privilegi.
Sabato, il dì 22, i Lordi ragunaronsi nella consueta sala. Spesero quel giorno a stabilire il modo di procedere. Elessero un segretario; e non potendosi avere fiducia di nessuno deʼ dodici giudici, invitarono alcuni deʼ più reputati avvocati per giovarsi del loro consiglio nelle questioni legali. Deliberarono che nel prossimo lunedì lo stato del Regno verrebbe preso in considerazione.[610]
Lo intervallo fra la tornata del sabato e quella del lunedì fu tempo dʼansietà e pieno dʼavvenimenti. Un forte partito fraʼ Pari vagheggiava tuttavia la speranza che la Costituzione e la religione del Regno si potessero assicurare senza deporre il Re dal trono. Costoro determinarono di mandargli un indirizzo supplicandolo consentisse termini tali da far cessare il malcontento e i timori suscitati dalla sua passata condotta. Sancroft, il quale, dopo il ritorno del Re da Kent a Whitehall, non sʼera più immischiato neʼ pubblici affari, in questa occasione uscì fuori del suo ritiro onde porsi a capo dei realisti. Parecchi messaggieri furono spediti a Rochester con lettere pel Re. Lo assicuravano che i suoi interessi sarebbero strenuamente difesi, solo chʼegli in questo estremo momento si persuadesse a rinunziare ai disegni cotanto dal suo popolo aborriti. Alcuni spettabili Cattolici Romani gli tennero dietro onde scongiurarlo, per amore della comune religione, non si ostinasse in una vana contesa.[611]
Il consiglio era salutare; ma Giacomo non era in condizione da seguirlo. Comunque avesse avuto sempre debole e tardo intendimento, le donnesche paure e le puerili fantasie che gli agitavano lʼanima, glielo rendevano affatto inutile. Accorgevasi bene la sua fuga essere la cosa che sopra tutto temevano gli amici e desideravano glʼinimici suoi. E quando anco avesse corso pericolo di vita a rimanere, lʼoccasione era tale chʼegli avrebbe dovuto reputare infame il ritirarsi: imperocchè trattavasi di sapere se egli e i posteri suoi dovessero regnare assisi sul trono avito, o andare raminghi ed accattando in terra straniera. Ma nellʼanima sua ogni altro sentimento aveva ceduto al vigliacco timore di perdere la vita. Alle calde preghiere e alle incontrastabili ragioni degli agenti mandati a Rochester dagli amici suoi, egli dava una sola risposta: la sua testa essere in pericolo. Invano gli assicuravano tale sospetto essere privo di fondamento; il buon senso, ove non fosse la virtù, dovere dissuadere il Principe dʼOrange dalla colpa e vergogna del regicidio e del parricidio, e molti, i quali non consentirebbero a detronizzare il loro Sovrano mentre rimaneva nellʼisola, reputarsi per la sua diserzione sciolti dal loro debito di fedeltà. Ma la paura vinse ogni altro sentimento. Giacomo risolvè di partirsi; e gli era agevole farlo. Era trascuratamente guardato: tutti avevano a lui libero accesso; navi pronte a far vela trovavansi poco da lui distanti, e le barche potevano spingersi fino al giardino della casa dove egli alloggiava. Se fosse stato savio, le cure che davansi i suoi custodi a facilitargli la fuga, sarebbero state sufficenti a convincerlo chʼegli avrebbe dovuto rimanere colà dove era. E veramente la rete era così apertamente tesa da non ingannare altri che uno stolto reso insano dal terrore.
XVIII. Il Re sollecitamente apparecchiò tutto per eseguire il proprio disegno. La sera del sabato 22 assicurò alcuni deʼ gentiluomini, i quali erano stati spediti da Londra portatori di nuove e di consigli, che li avrebbe veduti la dimane. Andonne a letto, levossi sul cadere della notte, e accompagnato da Berwick per un uscio secreto scese, e andò, traversando il giardino, alla spiaggia del Medway. Una piccola gondola stavasi ad aspettarlo. La domenica allʼalba i fuggenti erano sopra una barca da pescare che scendeva giù pel Tamigi.[612]
Il pomeriggio la nuova della fuga giunse a Londra. I fautori del Re rimasero confusi. I Whig non poterono frenare la gioia loro. La fausta notizia incoraggiò il Principe a fare un ardito ed importante passo. Sapeva esservi comunicazioni tra la Legazione Francese e il partito ostile a lui. Era ben noto che quella Legazione sʼintendeva maravigliosamente di tutte le arti della corruzione; e mal poteva dubitarsi che in tanta congiuntura non aborrirebbero di adoperare le pistole e ogni sorta dʼintrighi. Barillon sommamente desiderava di rimanere per pochi altri giorni in Londra, e a tale scopo non aveva trascurata arte alcuna a blandire i vincitori. Nelle strade abboniva il popolaccio, che lo guardava in cagnesco, gettandogli dal cocchio pugni di monete. A mensa beveva pubblicamente alla salute del Principe dʼOrange. Ma Guglielmo non era uomo da lasciarsi prendere allʼamo da tali moine. A dir vero, non erasi arrogato lo esercizio della regia autorità; ma era Generale, e come tale non era tenuto a tollerare nel territorio da lui militarmente occupato la presenza di un uomo chʼegli credeva spione. Innanzi sera a Barillon fu intimato di partirsi dalla Inghilterra entro ventiquattro ore. Pregò caldamente gli si concedesse un breve indugio: ma i momenti erano preziosi; lʼordine fu ripetuto in modo più perentorio, ed ei di mala voglia partì per Dover. E perchè non vi mancasse nessuna dimostrazione di spregio e di sfida, venne scortato fino alla costa da uno deʼ suoi concittadini protestanti dalla persecuzione cacciati in esilio. Era tanto il risentimento che nel cuore di tutti avevano suscitato lʼambizione e lʼarroganza francese, che perfino quegli Inglesi i quali generalmente non inchinavano a guardare di buon occhio la condotta di Guglielmo, altamente plaudirono allorchè lo videro ritorcere con tanta energia la insolenza con che Luigi per tanti anni aveva trattato ogni corte dʼEuropa.[613]
XIX. Il lunedì i Lordi adunaronsi di nuovo. Halifax venne eletto a presiedere. Il Primate era assente, i realisti afflitti e scuorati, i Whig ardenti ed animosissimi. Sapevasi che Giacomo partendo aveva lasciata una lettera. Alcuni degli amici suoi proposero che fosse deposta sul banco, vanamente sperando che contenesse cose tali da apprestare la base ad un prospero accomodamento. A tale proposta fu fatta e vinta la questione pregiudiciale. Godolphin, che era tenuto per bene affetto al suo antico signore, profferì poche parole che furono decisive. «Ho veduto lo scritto,» disse egli «e mi duole il dirvi che non contiene nulla che possa minimamente satisfare le Signorie Vostre.» E veramente non conteneva una sola parola di pentimento deʼ passati errori, non speranza di non più ricadervi in futuro, e di ciò che era accaduto dava la colpa alla malizia di Guglielmo e alla cecità dʼuna nazione ingannata dagli speciosi nomi di proprietà e religione. Nessuno tentò di proporre di aprire pratiche dʼaccordo con un Principe che pareva reso più ostinato nel male dalla rigorosa scuola dellʼavversità. Si disse qualcosa sul fare inchieste intorno alla nascita del Principe di Galles; ma i Pari Whig trattarono la cosa con isdegno. «Non mi aspettava, Milordi,» esclamò Filippo Lord Wharton, vecchia Testarotonda che aveva comandato un reggimento contro Carlo I in Edgehill, «non mi aspettava di udire alcuno in questo giorno rammentare il fanciullo cui fu dato il nome di Principe di Galles; e spero che ormai sia rammentato per lʼultima volta.» Dopo lungo discutere fu deliberato di presentare due indirizzi a Guglielmo. In uno lo pregavano di assumersi provvisoriamente lʼamministrazione del governo; nellʼaltro lo esortavano a invitare con lettere circolari munite della sua propria firma tutti i collegi elettorali del Regno a inviare i loro rappresentanti a Westminster. Nel tempo stesso i Pari assumevano lo incarico di emanare un ordine perchè tutti i Papisti, salvo pochi individui privilegiati, fossero banditi da Londra e dalle vicinanze.[614]
I Lordi presentarono i loro indirizzi al Principe il dì susseguente, senza attendere lʼesito delle deliberazioni deʼ Comuni da lui convocati. Eʼ sembra che i Nobili ereditari in questo momento fossero ansiosissimi di far mostra della dignità loro, e non erano inchinevoli a riconoscere uguale autorità in una assemblea non riconosciuta dalla legge. Pensavano dʼessere una vera Camera di Lordi; lʼaltra disprezzavano come illusoria Camera di Comuni. Guglielmo, nondimeno, saviamente disse di non volere nulla decidere finchè non conoscesse lʼopinione deʼ gentiluomini, i quali per lʼinnanzi erano stati onorati della fiducia delle Contee e delle città dʼInghilterra.[615]
XX. I Comuni chʼerano stati chiamati adunaronsi nella Cappella di Santo Stefano e formarono unʼassemblea numerosa. Posero sul seggio presidenziale Enrico Powle, già rappresentante di Cirencester in vari Parlamenti, e deʼ principali propugnatori della Legge dʼEsclusione.
Furono proposti e approvati indirizzi simili a quelli dei Lordi. Non vi fu differenza dʼopinioni sopra alcuna questione di grave momento; ed alcuni deboli tentativi fatti a suscitare discussioni sopra materie di forma, incontrarono universale disprezzo. Sir Roberto Sawyer disse di non potere intendere in che modo il Principe potesse amministrare il governo senza alcun titolo speciale, come sarebbe Reggente o Protettore. Il vecchio Maynard il quale, come giureconsulto, non aveva chi gli stesse a fronte, e che anche aveva somma pratica della tattica delle rivoluzioni, non ebbe cura di frenare il proprio sdegno contro una obiezione così puerile, fatta in un momento in cui la concordia e la prontezza erano della più alta importanza. «Noi staremo qui un secolo» disse egli «se rimarremo finchè Sir Roberto intenda come la cosa sia possibile.» Lʼassemblea reputò la risposta degna del cavillo che lʼavea provocata.[616]
XXI. Le deliberazioni dellʼadunanza furono comunicate al Principe; il quale annunziò che oramai cederebbe alla richiesta delle due Camere, e spedirebbe lettere di convocazione per ragunare una Convenzione degli Stati del Reame, e finchè non fosse ragunata, eserciterebbe egli il potere esecutivo.[617]
Ei sʼera accinto a non lieve impresa. Il Governo era onninamente sossopra. I Giudici di Pace avevano abbandonate le loro funzioni. Gli ufficiali della pubblica rendita avevano cessato di riscuotere le tasse. Lʼarmata disciolta da Feversham era ancora in confusione e pronta ad ammutinarsi. La flotta non era in meno tristi condizioni. Gli ufficiali militari e civili della Corona erano creditori di grosse somme per paghe arretrate; e nello Scacchiere altro non era che quarantamila lire sterline. Il Principe con somma energia si pose a rifare lʼordine. Pubblicò un proclama che esortava tutti i magistrati a continuare neʼ loro uffici, e un altro in cui ordinava la riscossione delle imposte.[618]
Il nuovo riordinamento dello esercito con rapidità procedeva. Molti deʼ Nobili e gentiluomini cui Giacomo aveva tolto il comando deʼ reggimenti inglesi furono richiamati. Fu trovato modo a impiegare le migliaia di soldati irlandesi da Giacomo fatti venire in Inghilterra. Non potevano in sicurtà rimanere in un paese dove essi erano segno alla animosità nazionale e religiosa. Non potevano con sicurtà mandarsi a casa loro per afforzare lʼarmata di Tyrconnel. Fu quindi provveduto di spedirli sul continente, dove, sotto il vessillo di Casa dʼAustria, potevano riuscire dʼindiretta ma efficace utilità alla causa della costituzione inglese e della religione protestante. Dartmouth fu destituito; e promettendo ad ogni marinaio prontamente la paga dovutagli, la flotta riconciliossi a Guglielmo. La città di Londra imprese ad appianargli le difficoltà di finanza. Il Consiglio Municipale, con voto unanime, sʼimpegnò a procurargli duecento mila lire sterline. E fu considerato come gran prova della opulenza e del patriottismo dei mercatanti della metropoli il trovare in quarantotto ore la intera somma senza altra guarentigia che la parola del Principe. Poche settimane innanzi Giacomo non aveva potuto procurarsi una somma assai minore, ancorchè avesse offerto di pagare frutti più alti, e dare in pegno beni di molto pregio.[619]
XXII. In pochissimi giorni lo sconvolgimento prodotto dalla invasione, dalla insurrezione, dalla fuga di Giacomo e dalla sospensione dʼogni regolare governo, era finito, e il paese aveva ripreso il consueto aspetto. Regnava universale sentimento di sicurezza. Anche le classi maggiormente esposte allʼodio pubblico, e che avevano maggiore ragione a temere una persecuzione, furono protette dalla accorta clemenza del vincitore. Individui profondamente implicati negli illegali atti dello antecedente regno, non solo passeggiavano sicuri per le vie, ma profferivansi candidati alla Convenzione. Mulgrave non fu accolto di mala grazia al palazzo di San Giacomo. A Feversham, sprigionato, fu permesso di riprendere lʼunico ufficio pel quale aveva i debiti requisiti, cioè quello di tenere la banca al giuoco della bassetta in casa della Regina vedova. Ma non vi fu classe del popolo che avesse tanta cagione di sentire gratitudine per Guglielmo al pari deʼ Cattolici Romani. Non sarebbe stato savio partito abrogare formalmente i severi provvedimenti fatti daʼ Pari contro i credenti dʼuna religione generalmente aborrita dalla nazione: ma tali provvedimenti vennero praticamente annullati mercè la prudenza ed umanità del Principe. Marciando da Torbay alla volta di Londra aveva dato ordine di non recar danno alle persone e alle abitazioni deʼ papisti. Adesso rinnovò tali ordini, e ingiunse a Burnet gli facesse rigorosamente eseguire. Non poteva fare migliore scelta, imperciocchè Burnet era uomo di tanta generosità e buona indole, che il suo cuore era sempre aperto aglʼinfelici; e nel tempo medesimo il suo ben noto odio contro il papismo era pei più fervidi protestanti sufficiente sicurtà che glʼinteressi della religione loro non correrebbero il minimo rischio nelle mani di lui. Ascoltava cortesemente le querele deʼ Cattolici Romani, procurava il passaporto a tutti coloro che amavano meglio andarsene di là dal mare, e si recò da sè a Newgate per visitare i prelati ivi rinchiusi. Ordinò che venissero trasferiti in più comode stanze, e serviti con ogni riguardo. Gli assicurò solennemente che non verrebbe loro torto un capello, ed appena il Principe fosse in condizione da agire secondo che desiderava, gli avrebbe posti in libertà. Il Ministro di Spagna riferì al proprio Governo, e per mezzo di questo al Papa, che nessun Cattolico poteva sentire scrupolo di coscienza a cagione della recente rivoluzione della Inghilterra; che deʼ pericoli, ai quali i credenti nella vera Chiesa trovavansi esposti, il solo Giacomo era responsabile, e che il solo Guglielmo li aveva salvati da una sanguinosa persecuzione.[620]
XXIII. E però con quasi piena soddisfazione i Principi della Casa dʼAustria e il Sommo Pontefice sentirono che il lungo vassallaggio della Inghilterra era finito. Come si seppe in Madrid che Guglielmo andava a vele gonfie nella sua intrapresa, un solo nel consiglio di Stato di Spagna osò esprimere il proprio rincrescimento al vedere come un fatto, che politicamente considerato era faustissimo, sarebbe stato dannoso aglʼinteressi della vera Chiesa.[621]
Ma la tollerante politica del Principe prestamente quietò tutti gli scrupoli, e il suo inalzamento non fu veduto con minore satisfazione dai bacchettoni Grandi di Spagna, che dai Whig inglesi.
Con assai diverso sentimento la nuova di questa grande rivoluzione fu accolta in Francia. In un solo giorno la politica dʼun regno lungo, pieno di vicissitudini e glorioso, restò sconcertata. Inghilterra era di nuovo la Inghilterra dʼElisabetta e di Cromwell; e le relazioni di tutti gli Stati della Cristianità furono pienamente cangiate dalla repentina intromissione di questo nuovo potentato nel sistema europeo. I Parigini non sapevano dʼaltro discorrere se non di ciò che seguiva in Londra. Il sentimento nazionale e religioso spingevali a parteggiare per Giacomo. Non sapevano un jota della costituzione inglese. Abbominavano la Chiesa Anglicana. La nostra rivoluzione pareva loro non il trionfo della libertà sopra la tirannide, ma una orrenda tragedia domestica, nella quale un venerabile e pio Servio veniva tratto giù dal trono da un Tarquinio, e schiacciato dalle ruote del cocchio dʼuna Tullia. Gridavano vergogna ai capitani traditori, esecravano le snaturate figliuole, e sentivano per Guglielmo profondo disgusto, comecchè temperato dal rispetto che il valore, la capacità, e i prosperi successi sogliono ispirare.[622] La Regina, sotto la sferza del notturno vento e della pioggia, stringendo al petto il parvolo erede di tre corone, il Re arrestato, derubato, e oltraggiato da uomini ribaldi, erano cose che destavano commiserazione e romanzesco interesse nel cuore di tutti i Francesi. Ma Luigi fu quegli che provò particolari emozioni vedendo le calamità della Casa Stuarda. Si sentì ridestare nellʼanima lo egoismo e la generosità tutta dellʼindole sua. Dopo molti anni di prosperità egli aveva finalmente dato in un grave inciampo. Aveva calcolato sopra lo aiuto o la neutralità della Inghilterra; e adesso non poteva altro da quella aspettarsi che energica e pertinace ostilità. Parecchi giorni innanzi avrebbe non senza ragione potuto sperare di soggiogare le Fiandre e dettare la legge alla Germania; e adesso si reputerebbe fortunato ove potesse difendere i confini del Regno contro una lega da lunghissimi anni non più veduta in Europa. Da questa cotanto nuova, impacciosa e pericolosa posizione, nullʼaltro che una controrivoluzione o una guerra civile nelle Isole britanniche poteva liberarlo. Per le quali cose ambizione e paura lo spingevano ad abbracciare la causa della caduta dinastia. Ed è giusto il dire che a ciò fare lo movevano anche sentimenti più nobili che lʼambizione e il timore non fossero. Il suo cuore era naturalmente compassionevole, e le sciagure di Giacomo erano tali da svegliare tutta la compassione di Luigi. Le circostanze in cui egli erasi trovato avevano impedito il libero corso ai suoi buoni sentimenti. La simpatia rade volte è vigorosa dove è grande ineguaglianza di condizioni; ed egli sʼera tanto alto levato sopra gli altri uomini, che le loro miserie gli destavano in cuore una tepida pietà, quale sarebbe quella che noi proviamo ai patimenti degli animali inferiori, dʼun pettirosso affamato o dʼun spedato cavallo da posta. La devastazione del Palatinato e la persecuzione degli Ugonotti non gli avevano quindi turbato lʼanimo in guisa, che tosto non glielo mettessero in calma lʼorgoglio e la bacchettoneria. Ma si sentì destare nellʼanima tutta la tenerezza di cui egli era capace, vedendo la miseria di un gran Re, che pochi giorni innanzi era stato servito in ginocchio da grandi Signori, e che adesso era esule e mendico. A questo sentimento di tenerezza era commista una vanità non ignobile. Voleva dare al mondo un esempio di munificenza e cortesia. Voleva mostrare allʼumanità quale dovrebbe essere il contegno di un perfetto gentiluomo in altissimo stato e in una solenne congiuntura; e, a vero dire, ei si condusse da uomo cavallerescamente urbano e generoso, sì che di altro esempio non si onoravano gli annali della Europa dal tempo in cui il Principe Nero si stette in piedi dietro la sedia del Re Giovanni a cena nel campo di Poitiers.
XXIV. Appena si seppe in Versailles che la Regina dʼInghilterra era approdata in Francia, le venne apparecchiato un palazzo. Furono spediti cocchi e compagnie di Guardie por istarsi agli ordini di lei. Perchè ella potesse comodamente viaggiare, si feʼ racconciare la strada di Calais. A Lauzun non solo fu, a riguardo di lei, concesso perdono delle colpe passate, ma egli ebbe lʼonore dʼuna lettera amichevole scritta di mano di Luigi. Maria faceva cammino alla volta della corte francese, allorquando giunse la nuova che il suo marito, dopo un procelloso viaggio, era sbarcato a salvamento presso il piccolo villaggio dʼAmbleteuse. Personaggi dʼalto grado furono tosto spediti da Versailles a compirlo e servirgli di scorta. Frattanto Luigi, accompagnato dalla sua famiglia e daʼ suoi Nobili, uscì in solenne corteo a ricevere lʼesule Regina. Il suo cocchio sontuoso era preceduto dagli alabardieri svizzeri. Lo fiancheggiava di qua o di là il corpo delle Guardie a cavallo sonando i cimbali e le trombe. Dietro il Re in cento carrozze, ciascuna tirata da sei cavalli, veniva la più splendida aristocrazia che fosse in Europa, tutta piume, nastri, gioie e ricami. La processione non aveva fatto molto cammino quando fu annunziato che Maria appressavasi. Luigi scese dal cocchio, e a piedi le andò incontro. Ella diede in uno scoppio di passionate espressioni di gratitudine. «Madama,» disse il Re di Francia «egli è un tristo servigio quello che oggi vi rendo. Spero che in futuro io possa rendervene di maggiori e più piacevoli.» Così dicendo, baciò il pargoletto Principe di Galles, e fece sedere alla sua destra la Regina nel cocchio reale. Allora la cavalcata si volse verso Saint-Germain.
Quivi nella estremità dʼuna foresta popolata di belve da caccia, e in cima a un colle che sovrasta al tortuoso corso della Senna, Francesco I aveva edificato un castello, ed Enrico IV una magnifica terrazza. Di tutte le magioni deʼ Re di Francia, in nessuna si respirava aria più salubre e godevasi un più ameno spettacolo. La grandezza e vetustà veneranda degli alberi, la beltà deʼ giardini, lʼabbondanza delle acque erano in gran fama. Ivi Luigi XIV era nato, e nei suoi giovani anni ivi avea tenuta la sua corte, aveva aggiunti vari padiglioni alla magione di Francesco, e finita la terrazza di Enrico. Nonostante, presto il Re provò inesplicabile disgusto pel luogo dove era nato. Ei lasciò Saint-Germain per trasferirsi a Versailles, e spese somme pressochè favolose nel vano sforzo di creare un paradiso in un luogo singolarmente sterile e insalubre, tutto sabbia e fango, senza boschi, senza acqua e senza caccia. Saint-Germain adunque fu scelto per abitazione della reale famiglia dʼInghilterra. Vi era stata in fretta trasportata sontuosa mobilia. Le stanze pel Principe di Galles erano state provvedute dʼogni cosa necessaria ai bisogni dʼun pargolo. Uno deʼ servi presentò alla Regina la chiave di un ricco scrigno che trovavasi nello appartamento di lei. Ella lo aprì, e vi trovò dentro seimila luigi dʼoro.
XXV. Il dì susseguente Giacomo arrivò a Saint-Germain. Vi era Luigi a riceverlo. Lo sventurato esule gli fece un sì profondo inchino che pareva volesse abbracciare le ginocchia del suo protettore. Luigi sollevatolo, abbracciollo con fraterna tenerezza. I due Re entrarono in camera della Regina. «Ecco qui un gentiluomo» le disse Luigi «che voi gradirete di vedere.» Quindi dopo avere pregato il suo ospite a volere pel dì prossimo visitare Versailles, e concedergli il piacere di mostrargli gli edificii, le pitture, e le piantagioni, prese commiato, senza cerimonie, quasi fossero vecchi amici.
Dopo poche ore agli sposi reali venne annunziato che per tutto il tempo chʼessi farebbero al Re di Francia il favore di accettarne lʼospitalità, verrebbe loro pagata dal suo tesoro lʼannua somma di quarantacinquemila lire sterline. Diecimila ne furono subito date loro per le spese dʼinstallazione.
La liberalità di Luigi fu non per tanto molto meno rara e ammirevole della squisita delicatezza con che ei si affaticò ad addolcire le amarezze deʼ suoi ospiti ed alleggiare il quasi intollerabile peso degli obblighi che addossava loro. Egli, che fino allora nelle questioni di precedenza era stato fastidioso, litigioso, insolente, che sʼera più volte mostrato pronto a gettare la Europa in guerra più presto che cedere nel più frivolo punto dʼetichetta, adesso fu puntiglioso contro sè stesso, ma puntiglioso per i suoi sventurati amici. Ordinò che Maria fosse trattata con tutti i segni di rispetto onde era stata trattata la defunta sua moglie. Fu discusso se i Principi della Casa di Borbone avessero diritto di sedersi in presenza della Regina. Simiglianti inezie erano cose gravi nellʼantica Corte di Francia. Vʼerano esempi pro e contra: ma Luigi decise la questione contro il proprio sangue. Alcune dame dʼaltissimo grado trascurarono la cerimonia di baciare il lembo della veste di Maria. Luigi notò la omissione, e con voce tale e con tale sguardo, che tutte le dame di corte da quel giorno mostraronsi sempre pronte a baciarle il piede. Allorquando lʼEster, pur allora scritta da Racine, venne rappresentata in Saint-Cyr, Maria occupò il seggio dʼonore. Giacomo le sedeva a destra. Luigi modestamente le si assise a sinistra. Anzi ei consentì che nel suo proprio palazzo un esule, il quale viveva della sua generosità, assumesse il titolo di Re di Francia, e come Re di Francia inquartasse i gigli coʼ lioni inglesi, e come Re di Francia neʼ giorni in che la corte prendeva il lutto, vestisse abito di colore violetto.
Il contegno deʼ Nobili francesi in pubblico prendeva norma dal Sovrano, ma non era possibile impedire che essi liberamente pensassero ed esprimessero i loro pensieri nelle conversazioni private, con la pungente e delicata arguzia che forma il carattere della nazione e del ceto loro. Di Maria pensavano favorevolmente. La trovavano piacente di persona e dignitosa nel portamento. Ne veneravano il coraggio e lo affetto di madre, e ne commiseravano la sinistra fortuna. Ma per Giacomo sentivano estremo dispregio. Non potevano patire la sua insensibilità, il modo freddo onde egli discorreva con chi che si fosse della propria rovina, e il fanciullesco diletto che prendeva della pompa e del lusso di Versailles. Attribuivano questa strana apatia, non a filosofia o religione, ma a stupidità e abiettezza dʼanimo, e notarono come nessuno che aveva avuto lʼ onore dʼascoltare dalla bocca di Sua Maestà Britannica il racconto dello proprie vicissitudini si maravigliasse di vedere lui in Saint-Germain e il suo genero nel palazzo di San Giacomo.[623]
XXVI. Nelle Province Unite la commozione prodotta dalle nuove giunte dʼInghilterra era anche maggiore che in Francia. Era quello il tempo in cui la Batava Federazione era pervenuta al più alto fastigio di gloria e potenza. Dal giorno in cui la spedizione fece vela tutta la nazione olandese era stata in preda a somma ansietà. Le chiese non erano mai state come allora popolate di gente. I predicatori non avevano mai arringato con maggiore veemenza. Gli abitanti dellʼAja non poterono frenarsi dallo insultare Albeville. La sua casa era giorno e notte sì strettamente circondata dalla plebaglia, che nessuno rischiavasi a visitarlo; ed egli temeva non appiccassero fuoco alla sua cappella.[624] Ad ogni corriere che giungeva recando nuove dello avanzarsi del Principe, i suoi concittadini si sentivano rincuorati; e allorquando si seppe chʼegli, cedendo allo invito fattogli dai Lordi e dallʼAssemblea deʼ Comuni, aveva assunto il potere esecutivo, tutte le fazioni olandesi proruppero in un grido universale di gioia e dʼorgoglio. Sollecitamente fu spedita unʼambasceria straordinaria a recargli le congratulazioni della madre patria. Uno degli ambasciatori era Dykvelt, uomo in quella occasione di non poca utilità per la destrezza, e per la profonda scienza chʼegli aveva della politica inglese; e gli fu dato per collega Niccola Witsen, Borgomastro dʼAmsterdam, il quale sembra essere stato scelto a fine di provare a tutta Europa che la lunga contesa tra la Casa dʼOrange e la città principale della Olanda era cessata. Il dì 8 gennaio Dykwelt e Witsen si presentarono a Westminster. Guglielmo favellò loro con franchezza e cordialità tali che rare volte ei mostrava conversando con glʼInglesi. Le sue prime parole furono queste: «Bene! e che cosa dicono ora gli amici a casa nostra?» E veramente il solo plauso che parve forte commuovere la stoica indole di lui, fu quello della terra natia. Della immensa popolarità chʼegli godeva in Inghilterra, parlò con freddo sdegno, e predisse con troppa verità la reazione che ne sarebbe seguita. «Qui» disse egli «oggi dappertutto si grida Osanna, e forse domani si griderà Crucifige».[625]
XXVII. Il dì appresso furono eletti i primi membri della Convenzione. La città di Londra diede lo esempio, e senza contesa elesse quattro ricchi mercatanti caldissimi Whig. Il Re e i suoi fautori avevano sperato che molti ufficiali deʼ collegi elettorali considererebbero come nulla la lettera del Principe; ma fu vana speranza. Le elezioni procederono rapidamente e senza intoppo. Non vi fu quasi ombra di contesa: imperocchè la nazione per più dʼun anno aveva sempre aspettato lʼapertura delle Camere. I decreti di convocazione erano stati due volte emessi e due revocati. Alcuni collegi elettorali, per virtù di tali decreti, avevano già eletto i loro rappresentanti. Non vʼera Contea nella quale i gentiluomini e i borghesi non avessero, molti mesi prima, posto lʼocchio sopra candidati buoni protestanti, ad eleggere i quali dovevasi fare ogni sforzo in onta ai voleri del Re e ai raggiri del Lord Luogotenente; e questi candidati ora vennero generalmente eletti senza opposizione.
Il Principe diede rigorosi ordini che nessuno ufficiale pubblico in questa occasione adoperasse quelle arti che avevano recato tanto disonore al cessato Governo. Comandò in ispecie che nessun soldato osasse mostrarsi nelle città nelle quali facevansi le elezioni.[626] I suoi ammiratori poterono vantare, e i suoi nemici sembra non potessero negare, che gli elettori esprimessero liberamente la propria opinione. Vero è chʼegli rischiava poco. Il partito a lui bene affetto era trionfante e pieno dʼentusiasmo, di vita e dʼenergia. Quello da cui poteva aspettarsi seria opposizione era disunito e scorato, stizzito con sè stesso, e anco più stizzito col proprio capo. La maggior parte, quindi, delle Contee e deʼ borghi elessero rappresentanti Whig.
XXVIII. Eʼ non fu sopra la sola Inghilterra che Guglielmo estese la sua tutela. La Scozia era insorta contro i suoi tiranni. Tutti i soldati regolari, i quali lʼavevano lungamente tenuta in freno, erano stati richiamati da Giacomo per soccorrerlo contro glʼinvasori olandesi, tranne un piccolo presidio, che sotto il comando del Duca di Gordon, gran signore cattolico, stavasi nel castello dʼEdimburgo. Ogni corriere che era andato nelle contrade settentrionali nel mese di novembre, mese così pieno di vicende, aveva recato nuove che concitavano le passioni degli oppressi Scozzesi. Finchè era ancor dubbio lʼesito delle operazioni militari, in Edimburgo accaddero subugli e clamori che si fecero più minacciosi dopo la ritirata di Giacomo da Salisbury. Gran torme di gente ragunavansi primamente di notte, poi di giorno. Bruciavano le immagini del papa; chiedevano clamorosamente un libero Parlamento: si videro attaccati ai muri deʼ cartelli dove le teste deʼ ministri della Corona erano messe a prezzo. Fra costoro il più detestato era Perth, come colui chʼera Cancelliere, godeva altamente il regio favore, era apostata della fede riformata, e il primo che aveva nelle leggi penali della patria introdotto il ferreo strumento per macerare le dita. Era uomo privo di vigore, e dʼanimo abietto; e il solo coraggio chʼegli avesse era la sfrontatezza che sfida la infamia, e assiste senza commuoversi agli altrui tormenti. In quel tempo era capo del Consiglio; ma, venutogli meno lʼanimo, abbandonò il proprio posto, e a fuggire ogni pericolo,—secondo che giudicava dagli sguardi e dalle grida del feroce popolaccio,—di Edimburgo,—ritirossi a una sua villa che sorgeva non lontana dalla città. Si fece accompagnare a Castle Drummond da una numerosa guardia; ma, appena partito lui, la città insorse. Pochi soldati provaronsi di reprimere la insurrezione, ma furono vinti. Il palazzo di Holyrood, che era stato trasformato in seminario e tipografia cattolica romana, fu preso dʼassalto e saccheggiato. Libri papalini, rosari, crocifissi e pitture furono accatastati e arsi in High Street. Framezzo a tanta agitazione giunse la nuova della fuga del Re. I membri del Governo deposero ogni pensiero di contendere col furore popolare, e mutarono partito con quella prontezza allora comune fra i politici scozzesi. Il Consiglio Privato con un proclama ordinò il disarmo di tutti i papisti, e con un altro invitò i protestanti a collegarsi per la difesa della religione pura. La nazione non aveva aspettato lo invito. Città e campagna erano già in arme a favore del Principe dʼOrange. Nithisdale e Clydesdale erano le sole regioni in cui fosse ombra di speranza che i cattolici romani farebbero testa; ed entrambe furono occupate da bande di presbiteriani armati. Fra glʼinsorti erano alcuni cupi e feroci uomini, i quali, già stati infidi ad Argyle, ora erano egualmente pronti ad esserlo a Guglielmo. Dicevano Sua Altezza essere uomo maligno; non una parola della Convenzione nel suo Manifesto; gli Olandesi, gente con la quale nessun vero servo di Dio poteva concordare, essere in lega coʼ Luterani, e un Luterano, al pari dʼun Gesuita, essere figlio del demonio. Ma la voce universale di tutto il Regno vinse lo sconcio gracidare di cotesta odiata fazione.[627]
Il concitamento in breve giunse fino alle vicinanze di Castle Drummond. Perth conobbe di non essere sicuro nè anche fraʼ suoi propri servi e fittajuoli. Si abbandonò a quel disperato dolore in cui la sua cruda tirannia aveva spesso gettato uomini migliori di lui. Si provò di cercare conforto neʼ riti della sua novella Chiesa. Importunava i preti a confortarlo, pregava, si confessava, si comunicava: ma la sua fede era sì debole chʼegli affermò che, malgrado tutte le sue divozioni, era straziato dal terrore della morte. Intanto seppe che potea fuggire sopra un vascello che stavasi di faccia a Brentisland. Travestitosi come meglio potè, dopo un lungo e difficile cammino per non frequentati sentieri su per i monti dʼOchill, che allora erano coperti di neve, gli venne fatto dʼimbarcarsi: ma, non ostante tutte le sue cautele, era stato riconosciuto, e il grido della scoperta sʼera in un baleno propalato. Come si seppe che il crudo rinnegato era in mare ed aveva seco dellʼoro, taluni incitati dallʼodio e dalla cupidigia si posero ad inseguirlo. Un legno comandato da un antico cacciatore di buoi raggiunse il fuggente vascello e lo prese allʼabbordaggio. Perth travestito da donna dal fondo in cui sʼera nascosto fu tratto sul ponte, dove fu spogliato, frugato e saccheggiato. Gli aggressori appuntarongli le baionette al petto. E mentre ei con abiette strida supplicava gli lasciassero la vita, fu condotto a terra e gettato nella prigione comune di Kirkaldy. Di là, per ordine del Consiglio da lui dianzi presieduto, e che era composto dʼuomini partecipi delle sue colpe, fu trasferito al Castello di Stirling. Era giorno di domenica, e lʼora degli uffici divini, allorquando egli, cinto da guardie, fu menato alla sua prigione; ma perfino i rigidi Puritani dimenticarono la santità del giorno e del servizio. La gente erompeva fuori dalle chiese per vedere passare quel carnefice, e il frastuono delle minacce, maledizioni e urli dʼira lo accompagnò fino alla porta del carcere.[628]
Vari egregi Scozzesi trovavansi in Londra quando vi arrivò il Principe; e molti altri vi accorsero a corteggiarlo. Il dì 7 gennaio li chiamò a Whitehall. La congrega fu grande e rispettabile: al Duca di Hamilton e al Conte di Arran suo primogenito, capi dʼuna casa quasi regale, tenevano dietro trenta Lordi e circa ottanta gentiluomini di gran conto. Guglielmo gli esortò a consultare fra loro, e fargli sapere il miglior modo di promuovere il bene del loro paese. Quindi ritirossi perchè deliberassero liberamente senza lo impaccio della presenza di lui. Andati alla sala del Consiglio, posero Hamilton sul seggio. Ancorchè sembri che ci fosse poca differenza dʼopinione, le discussioni loro durarono tre giorni, fatto che si spiega pensando che Sir Patrizio Hume era uno degli oratori. Arran rischiossi a proporre sʼaprissero col Re pratiche dʼaccordo. Ma tale proposta, male accolta da suo padre e dalla intera assemblea, non trovò nessuno che la secondasse. Alla perfine vennero a deliberazioni strettamente somiglievoli a quelle che, pochi giorni innanzi, i Lordi e i Comuni dʼInghilterra avevano presentate al Principe. Lo pregavano di convocare una Convenzione degli Stati di Scozia, stabilire il dì 14 marzo per giorno dellʼAdunanza, e fino a quel giorno assumersi egli lʼamministrazione civile e militare. Il Principe assentì alla richiesta; e quindi il governo di tutta lʼisola si ridusse nelle sue mani.[629]
XXIX. Avvicinavasi il momento decisivo, e si accrebbe lʼagitazione nel pubblico. In ogni dove vedevansi gli uomini politici far capannelli e discutere. Le botteghe da caffè fervevano; le tipografie della metropoli lavoravano senza posa. Deʼ fogli stampati a quel tempo, anche oggi se ne possono raccogliere tanti da formare vari volumi; e non è difficile, leggendo tali scritture, farsi una idea delle condizioni in cui trovavansi i partiti.
Era una piccolissima fazione che voleva richiamare Giacomo senza alcuna stipulazione. Altra fazione anchʼessa piccolissima voleva istituire una repubblica, e affidare il governo ad un Consiglio di Stato sotto la presidenza del Principe dʼOrange. Ma entrambe queste estreme opinioni erano a tutti in aborrimento. Diciannove ventesimi della nazione erano gente in cui lo affetto alla monarchia ereditaria era congiunto, benchè ove più ove meno, con lo affetto alla libertà costituzionale, e che era egualmente avversa allʼabolizione della dignità regia e alla restaurazione incondizionata del Re.
Ma nel vasto spazio che divideva i bacchettoni che seguitavano ad attenersi alle dottrine di Filmer, dagli entusiasti che tuttavia sognavano i sogni di Harrington, vʼera luogo per molte varietà dʼopinioni. Se poniamo da parte le minute suddivisioni, vedremo che la massima parte della nazione e della Convenzione era partita in quattro corpi: tre erano Tory, il quarto era Whig.
Lʼaccordo tra i Whig e i Tory non era rimaso superstite al pericolo che lʼaveva fatto nascere. In varie occasioni mentre che il Principe marciava alla volta di Londra, la dissensione era scoppiata fraʼ suoi fautori. Mentre era ancor dubbio lʼesito della impresa, egli con isquisito accorgimento aveva di leggieri chetato ogni dissenso. Ma dal dì in cui egli entrò trionfante nel palazzo di San Giacomo, ogni suo accorgimento tornò inefficace. La vittoria, liberando la nazione dalla paura della tirannide papale, gli aveva rapita di mano mezza la sua influenza. Vecchie antipatie, che sedaronsi mentre i Vescovi erano nella Torre, i Gesuiti in consiglio, i leali ecclesiastici a torme privati del loro pane, i leali gentiluomini a centinaia scacciati dalle Commissioni di pace, si ridestarono forti ed operose. Il realista raccapricciava pensando di trovarsi in lega con coloro chʼegli fino dalla sua giovinezza mortalmente odiava, coi vecchi capitani parlamentari che gli avevano devastate le ville, coi vecchi commissari parlamentari che gli avevano sequestrati i beni, con uomini che avevano in Rye House tramato il macello e capitanata la insurrezione delle contrade occidentali. Inoltre quella diletta Chiesa, per amore della quale egli, dopo una penosa lotta, aveva rotto il suo debito dʼobbedienza verso il trono, era ella veramente salva? O lʼaveva egli redenta da un nemico perchè rimanesse in preda ad un altro? I preti papisti, a dir vero, erano in esilio, nascosti, o imprigionati. Nessun Gesuita o Benedettino che avesse cara la vita osava mostrarsi vestito degli abiti dellʼordine suo. Ma i dottori presbiteriani e glʼIndipendenti andavano in processione a riverire il capo del governo, e venivano da lui accolti di buona grazia come i veri successori degli apostoli. Alcuni scismatici apertamente dicevano sperare che tosto sarebbe tolto via ogni ostacolo che gli escludeva daʼ beneficii ecclesiastici; che gli Articoli verrebbero mitigati, riformata la liturgia; non più festa il dì di Natale, non più digiuno il venerdì santo; canonici consacrati dal Vescovo, senza le bianche vestimenta, ministrerebbero nei cori delle cattedrali il pane e il vino eucaristico ai fedeli comodamente assisi neʼ loro banchi. Il Principe certamente non era presbiteriano fanatico; ma per lo meno era Latitudinario: non aveva scrupolo di comunicarsi secondo il rito anglicano; ma non si dava pensiero intorno alla forma secondo la quale altri si comunicava. Era anco da temersi che la moglie fosse troppo imbevuta deʼ principii di lui. La coscienza della Principessa era diretta da Burnet. Ella aveva ascoltato predicatori appartenenti a diverse sètte protestanti. Aveva dianzi detto di non discernere differenza veruna tra la Chiesa anglicana e le altre Chiese riformate.[630] Era quindi necessario che i Cavalieri in cosiffatte circostanze seguissero lo esempio dato nel 1641 dai padri loro, si separassero dalle Testerotonde e dai settarii, e, nonostante tutti i falli del monarca ereditario, sostenessero la causa della ereditaria monarchia.
La parte animata da questi sentimenti era numerosa e rispettabile. Comprendeva circa mezza la Camera deʼ Lordi, circa un terzo di quella deʼ Comuni, la maggior parte deʼ gentiluomini rurali, e almeno nove decimi del clero; ma era lacerata dalle dissensioni, e per ogni lato cinta di ostacoli.
XXX. Una frazione di questo gran partito, frazione che era specialmente forte fra gli ecclesiastici, e della quale Sherlock era lʼorgano principale, voleva si aprissero pratiche dʼaccordo con Giacomo, che fosse invitato a ritornare a Whitehall a condizioni tali che pienamente rimanesse assicurata la costituzione civile ed ecclesiastica del Regno.[631] Egli è evidente che questo disegno, benchè fosse vigorosamente propugnato dal clero, era al tutto incompatibile con le dottrine per lunghi anni da esso insegnate. Veramente era un tentativo di aprire una via di mezzo dove non era spazio ad aprirla, di effettuare una concordia tra due cose che concordia non ammettevano, cioè tra la resistenza e la non resistenza. I Tory dapprima sʼerano appoggiati al principio della non resistenza; ma la più parte di loro avevano abbandonato quel principio e non inchinavano a riabbracciarlo. I Cavalieri dʼInghilterra, come classe, erano stati così, direttamente o indirettamente, implicati nella ultima insurrezione contro il Re, che non potevano per vergogna parlare del sacro debito di obbedire a Nerone; nè volevano richiamare il Principe sotto il cui pessimo governo avevano cotanto sofferto, senza esigere da lui condizioni tali da rendergli impossibile ogni abuso di potere. Trovavansi quindi in falsa posizione. La loro antica teoria, vera o falsa che fosse, almeno era completa e coerente. Se era vera, dovevano immediatamente invitare il Re a tornare indietro e permettergli, ove così gli piacesse, di punire nel capo come rei di crimenlese Seymour e Danby, il Vescovo di Londra e quello di Bristol, ristabilire la Commissione ecclesiastica, riempiere la Chiesa di dignitari papisti, e porre lo esercito sotto il comando di ufficiali papisti. Ma se, come gli stessi Tory allora sembravano confessare, quella teoria era falsa, a che aprire pratiche dʼaccordo col Re? Se ammettevano chʼegli potesse legalmente essere privato del trono finchè non desse soddisfacenti guarentigie per la sicurtà della costituzione della Chiesa e dello Stato, non era agevole negare chʼegli potesse legalmente esserne privato per sempre. Imperocchè quale soddisfacente guarentigia poteva egli dare? Come era possibile formulare un Atto di Parlamento in termini più chiari di quelli in che erano espressi gli atti parlamentari, i quali ingiungevano che il Decano della Chiesa di Cristo fosse un protestante? Come era egli possibile esprimere una qualunque promessa con parole più energiche di quelle con le quali Giacomo aveva più volte dichiarato di rigorosamente rispettare i diritti del Clero Anglicano? Se legge od onore fossero stati bastevoli a vincolarlo, ei non sarebbe mai stato costretto a fuggire dal suo Regno. E non valendo onore o legge a vincolarlo, era savio provvedimento permettergli che ritornasse.
XXXI. È possibile, non pertanto, che, malgrado i predetti argomenti, una proposta di aprire pratiche con Giacomo sarebbe stata fatta nella Convenzione e sostenuta daʼ Tory, ove egli in questa, come in qualsivoglia altra occasione, non fosse stato il peggiore nemico di sè stesso. Ogni corriere postale che giungeva a Londra da Saint-Germain, recava nuove tali da intiepidire lo ardore deʼ suoi partigiani. Ei non credeva valesse lo incomodo simulare rincrescimento deʼ passati errori o promessa di emendarsi. Pubblicò un Manifesto, nel quale diceva avere sempre posto ogni cura a governare con giustizia e moderazione i suoi popoli, e che essi ingannati da immaginari aggravi erano corsi da sè alla rovina.[632] La sua demenza ed ostinazione fece sì che coloro i quali più ardentemente desideravano riporlo sul trono ad eque condizioni, comprendessero che, proponendo in quel momento dʼaprire pratiche con lui, danneggerebbero la causa che volevano propugnare. Deliberarono quindi di collegarsi con unʼaltra fazione di Tory capitanata da Sancroft. Questi credè avere trovato modo di provvedere al governo del paese senza richiamare Giacomo, non privandolo ad un tempo della sua Corona. Questo modo altro non era che istituire una Reggenza. I più ostinati di queʼ teologi che avevano inculcata la dottrina della obbedienza passiva non avevano mai sostenuto che siffatta obbedienza si dovesse prestare ad un bambino o a un demente. Era universalmente riconosciuto che, quando il legittimo Sovrano fosse intellettualmente incapace di esercitare il proprio ufficio, poteva deputarsi alcuno ad agire in sua vece, e che chiunque resistesse a cotesto deputato, e per iscusa allegasse il comando di un principe in fasce o demente, incorrerebbe giustamente nelle pene della ribellione. La stupidità, lʼostinatezza, e la superstizione—in questa guisa ragionava il Primate—avevano reso Giacomo inetto a reggere i propri dominii come un fanciullo in fasce, o un pazzo che nel Manicomio di Bedlam si giaccia sulla paglia digrignando i denti e dicendo scempie parole. Era dunque mestieri appigliarsi al provvedimento preso allorchè Enrico VI era infante, e una seconda volta abbracciato allorchè fu colpito da letargia. Giacomo non poteva esercitare lʼufficio di Re; ma doveva seguitare ad avere sembianza di Re. I decreti dovevano portare il suo nome, le monete e il Gran Sigillo essere segnati della immagine ed epigrafe di lui; gli Atti del Parlamento portare gli anni del suo regno. Ma il potere esecutivo doveva essergli tolto, ed affidato a un Reggente eletto dagli Stati del Reame. In questa guisa, sosteneva con gravità Sancroft, il popolo non mancherebbe al proprio debito, strettamente manterrebbe il giuramento di fedeltà prestato al suo Re; e i più ortodossi anglicani, senza il minimo scrupolo di coscienza, potrebbero esercitare gli uffici sotto il Reggente.[633]
La opinione di Sancroft era di gran peso nel partito Tory e segnatamente nel clero. Una settimana innanzi il giorno stabilito al ragunarsi della Convenzione, una congrega di gravissimi uomini nel palazzo Lambeth, assistè alle preci nella cappella, desinò col Primate, e finalmente si strinse a consulta intorno alle pubbliche faccende. Vʼerano presenti cinque suffraganei dello Arcivescovo, i quali nella decorsa estate avevano secolui diviso i perigli e la gloria. I Conti di Clarendon e di Ailesbury rappresentavano i Tory secolari. Parve che unanimemente lʼassemblea opinasse che coloro i quali avevano prestato a Giacomo il giuramento di fedeltà, potevano lecitamente negargli obbedienza; ma non potevano con sicurtà di coscienza chiamare chiunque altri si fosse col nome di Re.[634]
XXXII. In tal modo due frazioni del partito Tory, lʼuna che desiderava un accomodamento con Giacomo, lʼaltra che avversava tale accomodamento, concordarono a propugnare il disegno dʼinstituire una Reggenza. Ma una terza frazione, la quale comechè non fosse numerosa aveva gran peso e influenza, proponeva un assai diverso provvedimento. I capi di questa piccola schiera erano Danby e il Vescovo di Londra nella Camera deʼ Lordi, e Sir Roberto Sawyer in quella deʼ Comuni. Crederono dʼavere trovato modo di fare una compiuta rivoluzione sotto forme rigorosamente legali. Dicevano essere contrario ad ogni principio che il Re venisse detronizzato daʼ suoi sudditi; nè vʼera necessità di farlo. Fuggendo, egli aveva abdicato il suo potere e la sua dignità. Il trono doveva considerarsi come vacante; e tutti i giureconsulti costituzionali sostenevano che il trono dʼInghilterra non poteva esserlo nè anche un momento. E però il più prossimo erede era da reputarsi Sovrano. Ma chi era cotesto prossimo erede? Quanto al pargolo che era stato condotto in Francia, la sua venuta al mondo era accompagnata da molti sospetti. Era dovere verso gli altri membri della regale famiglia e verso la nazione che si rimovesse ogni dubbio. Guglielmo, a nome della Principessa dʼOrange sua consorte, aveva solennemente dimandata una inchiesta, la quale sarebbe stata instituita se gli accusati di frode non si fossero appigliati ad un partito, che in qualunque caso ordinario sarebbe stato considerato come prova decisiva della colpa. Senza aspettare lʼesito di un solenne processo parlamentare, se nʼerano fuggiti in paese straniero, secoloro conducendo lo infante, e le cameriste francesi e italiane, le quali, ove ci fosse stato frode, avrebbero dovuto saperla, e quindi sarebbero state sottoposte a rigoroso contro-esame. Era impossibile ammettere il diritto del fanciullo senza avere compita la inchiesta; e coloro che si dicevano suoi genitori avevano resa ogni inchiesta impossibile. Era quindi mestieri reputarlo condannato in contumacia. Se ei pativa ingiustizia, ne avea colpa non la nazione, ma coloro la cui strana condotta al tempo della nascita di lui aveva giustificato la nazione a domandare una inchiesta, alla quale si sottrassero con la fuga. Per le quali cose poteva a buon diritto considerarsi come pretendente; e in tal modo la Corona rimaneva devoluta alla Principessa dʼOrange. Essa era adunque di fatto Regina regnante. Alle Camere altro non rimaneva a fare che proclamarla. Ella poteva, se così le piacesse, nominare primo ministro il marito, e anche, assenziente il Parlamento, conferirgli il titolo di Re.
Coloro, che preferivano questo disegno a qualunque altro, erano pochi; ed era sicuro che verrebbe avversato da tutti quei che tuttavia serbavano qualche affetto per Giacomo, e da tutti i partigiani di Guglielmo. Pure Danby, fidando nella pratica chʼegli aveva della tattica parlamentare, e sapendo quanto possa, ogniqualvolta i grandi partiti trovinsi a un dipresso bilanciati, una piccola schiera di dissenzienti, non disperava di tenere sospeso il resultato della contesa, finchè entrambi, Whig e Tory, non avendo più speranza di piena vittoria, e tementi gli effetti dello indugiare, lo lasciassero agire come arbitro. E non era impossibile che gli riuscisse, se i suoi sforzi fossero stati secondati, anzi non fossero stati frustrati da colei chʼegli desiderava inalzare al fastigio della umana grandezza. Per quanto egli avesse occhio veggente e pratica negli affari, ignorava affatto la indole di Maria e lo affetto chʼella nutriva pel suo consorte; nè Compton antico precettore di lei era meglio informato. Guglielmo aveva modi secchi e freddi, inferma salute, indole punto blanda; non era uomo da fare supporre che potesse ispirare una violenta passione ad una giovane di ventisei anni. Sapevasi chʼegli non era stato sempre rigorosamente fedele alla propria moglie; e i ciarlieri andavano dicendo chʼella non menava felice la vita in compagnia di lui. I più sottili politici, perciò, non sospettarono mai che con tutti i suoi falli egli regnasse sul cuore di lei con un impero che non ottennero mai sul cuore di nessuna donna principi rinomatissimi pei loro successi nelle faccende dʼamore, come a modo dʼesempio Francesco I ed Enrico IV, Luigi XIV e Carlo II, e che i tre regni aviti non fossero principalmente dʼalcun valore agli occhi di lei, se non perchè, nel concederli allo sposo, poteva provargli quanto intenso e disinteressato era lo affetto chʼella gli portava. Danby, affatto ignaro di coteste cose, le assicurò che egli avrebbe difesi i diritti di lei, e che, ove ella lo secondasse, sperava di porla sola sul trono.[635]
XXXIII. La condotta deʼ Whig era semplice e ragionevole. Professavano il principio che il nostro Governo era essenzialmente un contratto formato per una parte dal giuramento di fedeltà, e per unʼaltra dal giuramento della incoronazione, e che i doveri imposti da tale contratto erano scambievoli. Credevano che un Sovrano il quale abusasse gravemente deʼ propri poteri, potesse essere legittimamente avversato dal suo popolo e privato del trono. Ciò posto, nessuno negava che Giacomo avesse fatto grave abuso del proprio potere; e tutto il partito Whig era pronto a dichiararlo decaduto. Se il Principe di Galles fosse o non fosse legittimo, non era subietto meritevole dʼessere discusso. Per escluderlo dal trono ora esistevano ragioni più forti di quelle che si potessero dedurre dalla qualità di sua nascita. Un bambino introdotto di soppiatto nel regio talamo poteva forse riuscire buon Re dʼInghilterra. Ma non era possibile sperarlo trattandosi dʼun bambino cresciuto e educato da un padre chʼera il più stupido ed ostinato dei tiranni, in un paese straniero, sede del dispotismo e della superstizione; in un paese dove gli ultimi vestigi della libertà erano scomparsi; dove gli Stati Generali avevano cessato di ragunarsi; dove i Parlamenti da lungo tempo registravano senza la più lieve rimostranza i più oppressivi editti del Sovrano; dove il valore, lo ingegno, la dottrina sembravano esistere solamente a fine dʼingrandire un solo uomo; dove lʼadulazione era precipuo subietto alla stampa, al pulpito, alla scena; e dove uno deʼ precipui subietti della adulazione era la barbara persecuzione della Chiesa Riformata. Era egli verosimile che sotto cosiffatta tutela e in quella cotale situazione il fanciullo imparasse rispetto verso le istituzioni della sua terra natia? Poteva egli dubitarsi che crescerebbe per essere lo schiavo deʼ Gesuiti e deʼ Borboni, che avrebbe più sinistri pregiudicii—se pure ciò era possibile—che qualunque altro deʼ precedenti Stuardi contro le leggi della Inghilterra?
I Whig inoltre non pensavano, che, avuto riguardo alle attuali condizioni della patria, fosse opera in sè stessa inconvenevole dipartirsi dalla ordinaria regola della successione. Opinavano che finchè tale regola rimaneva in vigore, le dottrine dellʼindestruttibile diritto ereditario e della obbedienza passiva piacerebbero alla Corte, verrebbero inculcate dal clero, e rimarrebbero abbarbicate nelle menti del popolo. Seguiterebbe a prevalere la idea che la dignità regia è ordinamento di Dio con significato diverso da quello che sʼintende dicendo ogni altra specie di Governo essere ordinamento di Dio. Era chiaro che finchè questa superstizione non fosse spenta, la Costituzione non avrebbe mai sicurtà: imperocchè una monarchia veramente limitata non può lungo tempo durare in una società che consideri la monarchia come cosa divina, e le limitazioni come trovati umani. Perchè il principato esista in perfetta armonia con le libertà nostre, è mestieri che esso non possa mostrare un titolo più alto e venerando di quello onde noi possediamo le nostre libertà. Il Re va quinci innanzi considerato come magistrato, alto magistrato, a dir vero, e degno di somma onoranza, ma, al pari di tutti gli altri magistrati, soggetto alla legge, e derivante la potestà sua dal cielo in senso non diverso da quello che potrebbe intendersi dicendo che le Camere deʼ Lordi e dei Comuni derivano la potestà loro dal cielo. Il modo migliore a conseguire un così salutare cangiamento sarebbe quello dʼinterrompere il corso della successione. Sotto sovrani i quali reputassero a un dipresso alto tradimento il predicare la non resistenza e la teoria del governo patriarcale, sotto sovrani la cui autorità derivando dalle deliberazioni delle due Camere non sʼinalzasse di sopra alla sua sorgente, vi sarebbe poco pericolo di patire oppressione simile a quella che aveva per due generazioni costretti glʼInglesi a correre alle armi contro gli Stuardi. Per cotali ragionamenti i Whig erano apparecchiati a dichiarare vacante il trono, a provvedervi per mezzo della elezione, e imporre al Principe da loro scelto condizioni tali che fermamente tutelassero il paese contro il pessimo Governo.
E oramai era arrivato il tempo di risolvere queste grandi questioni. Allʼalba del dì 22 gennaio la Camera deʼ Comuni era affollata di rappresentanti delle Contee e deʼ borghi. Sui banchi vedevansi molti visi ben noti in quel luogo sotto il regno di Carlo II, ma che non vi sʼerano più veduti sotto il suo successore. Molti di quegli scudieri Tory, e di queʼ bisognosi dipendenti dalla Corte i quali erano stati eletti deputati al Parlamento del 1685, avevano dato luogo ad uomini dello antico partito patriottico, a coloro che avevano strappato di mano alla Cabala il potere, votato lʼAtto dellʼHabeas Corpus, e mandato alla Camera deʼ Lordi la Legge dʼEsclusione. Fra essi era Powle, uomo profondamente versato nella storia e nelle leggi del Parlamento, e dotato di quella specie di eloquenza che si richiede ogni qualvolta gravi questioni si agitano dinanzi a un Senato; e Sir Tommaso Littleton, versato nella politica europea e dotato di forte e sottile logica, con la quale sovente, dopo una lunga seduta, accesi i lumi, aveva ridesta la stanca camera, e deciso dellʼesito della discussione. Eravi anco Guglielmo Sacheverell, oratore, la cui somma abilità parlamentare molti anni dipoi era tema prediletto ai discorsi di quei vecchi che vissero tanto da vedere i conflitti di Walpole e di Pulteney.[636] Con questi illustri uomini vedevasi Sir Roberto Clayton, il più ricco mercatante di Londra, il cui palazzo nel Ghetto Vecchio vinceva per magnificenza le magioni aristocratiche di Lincolnʼs Inn Fields e di Covent Garden, la cui villa sorgente tra i colli di Surrey veniva descritta come un Eden, i cui banchetti gareggiavano con quelli deʼ Re, e la cui giudiciosa munificenza, della quale fanno tuttora testimonio molti pubblici monumenti, lo avevano reso degno di occupare negli annali della Città un posto secondo solamente a quello di Gresham. Nel Parlamento che nel 1681 si tenne in Oxford, Clayton, come rappresentante la metropoli e ad istanza deʼ suoi elettori, aveva chiesto licenza di presentare la Legge dʼEsclusione, ed era stato secondato da Lord Russell.
Nel 1685, la Città privata delle sue franchigie e governata dalle creature della Corte, aveva eletto quattro rappresentanti Tory. Ma ora le erano stati resi i perduti privilegi, ed aveva nuovamente eletto Clayton per acclamazione.[637] Nè deve tacersi di Giovanni Birch. Aveva incominciata la vita facendo il carrettiere, ma nelle guerre civili, lasciato il suo baroccio, si era fatto soldato, e inalzato al grado di Colonnello nello esercito della repubblica, aveva in alti uffici fiscali mostrato grande ingegno per gli affari, e comechè serbasse fino allo estremo suo dì i ruvidi modi del dialetto plebeo della sua giovinezza, mercè il suo vigoroso buon senso e il suo naturale acume, erasi acquistato tanta reputazione nella Camera deʼ Comuni da essere considerato qual formidabile avversario daʼ più compiti oratori del suo tempo.[638] Questi erano i più cospicui fraʼ veterani, i quali dopo un lungo ritiro ritornavano alla vita pubblica. Ma tosto furono vinti da due giovani Whig, i quali in cotesto solenne giorno sedevano per la prima volta nella Camera; inalzaronsi poi ai più alti onori dello Stato, fecero fronte alle più feroci procelle delle fazioni, ed avendo per lungo tempo goduta somma rinomanza di statisti, dʼoratori, e di magnifici protettori deglʼingegni e del sapere, morirono nello spazio di pochi mesi, tosto dopo che la Casa di Brunswick ascese al trono dʼInghilterra. Costoro chiamavansi Carlo Montague e Giovanni Somers.
È dʼuopo fare menzione dʼun altro nome, dʼun nome allora noto a un piccolo drappello di filosofi, ma adesso pronunciato di là dal Gange e dal Mississipì con riverenza maggiore di quella che il mondo tributa alla memoria dei grandissimi guerrieri e regnatori. Fra la folla dei rappresentanti che stavansi in silenzio vedevasi la maestosa e pensosa fronte dʼIsacco Newton. La famosa Università sulla quale il genio di lui aveva già incominciato ad imprimere un carattere peculiare, tuttora chiaramente visibile dopo lo spazio di centosessanta anni, lo aveva mandato suo rappresentante alla Convenzione; ed egli vi sedeva nella sua modesta grandezza, discreto ma incrollabile amico della libertà civile e religiosa.
XXXIV. Il primo atto della Convenzione fu quello di eleggere un Presidente; e la elezione da essa fatta indicò manifestissimamente la opinione che aveva rispetto alle grandi questioni che doveva risolvere. Fino alla vigilia dellʼapertura delle Camere era bene inteso che Seymour sarebbe chiamato al seggio presidenziale. Ei lo aveva già per vari anni occupato, aveva titoli insigni e diversi a quella onorificenza, nobiltà di sangue, opulenza, sapere, esperienza, facondia. Aveva da lunghi anni capitanato una potente schiera di rappresentanti delle Contee occidentali. Benchè fosse Tory, nellʼultimo Parlamento sʼera messo con notevole abilità e coraggio, a capo della opposizione contro il papismo e la tirannide. Era uno deʼ gentiluomini che primi accorsero al quartiere generale degli Olandesi in Exeter, e aveva formata quella lega, per vigore della quale i fautori del Principe sʼerano vicendevolmente vincolati a vincere o morire insieme. Ma poche ore innanzi lʼapertura delle Camere, corse la voce che Seymour era avverso a dichiarare vacante il trono. Appena, quindi, i banchi furono ripieni, il Conte di Wiltshire, che rappresentava la Contea di Hamp, levossi e propose Powle a presidente. Sir Vere Fane, rappresentante di Kent, secondò la proposta. Poteva farsi una ragionevole obiezione, perocchè si sapeva che una petizione doveva essere presentata contro la elezione di Powle; ma il grido generale della Camera lo chiamò al seggio; e i Tory reputarono prudente assentire.[639] Il bastone fu quindi posto sul banco; si lesse la lista deʼ rappresentanti, e i nomi di coloro che mancavano furono notati.
Intanto i Pari, in numero di circa cento, sʼerano adunati, avevano eletto Halifax a presidente, e nominato vari reputati giureconsulti a fare lʼufficio che negli ordinari Parlamenti spetta ai Giudici. Per tutto quel giorno vi fu frequente comunicazione tra le due Camere. Furono dʼaccordo a pregare il Principe seguitasse ad amministrare il governo finchè gli farebbero sapere le deliberazioni loro, a significargli la loro gratitudine dʼavere egli, con lʼaiuto di Dio, liberata la nazione, e a stabilire che il 31 gennaio si osservasse come giorno di ringraziamento per la liberazione.[640]
Fin qui non era differenza alcuna di opinione: ma ambedue le parti apparecchiavansi alla lotta. I Tory erano forti nella Camera Alta, e deboli nella Bassa; e sʼaccorgevano che in quella congiuntura la Camera che fosse prima a prendere una risoluzione avrebbe gran vantaggio sopra lʼaltra. Non vʼera la più lieve probabilità che i Comuni mandassero ai Lordi un voto a favore del disegno dʼistituire una Reggenza: ma ove tal voto dai Lordi fosse mandato ai Comuni, non era onninamente impossibile che molti rappresentanti, anco Whig, inchinassero ad assentire più presto che incorrere nella grave responsabilità di far nascere discordia e indugio in una crisi che richiedeva unione e prestezza. I Comuni avevano deliberato che lunedì 28 di gennaio prenderebbero in considerazione le condizioni del paese. I Lordi Tory, perciò, proposero di discutere, nel venerdì 25, intorno al grande affare pel quale erano stati convocati. Ma le cagioni che a ciò li movevano furono chiaramente conosciute, e la loro tattica frustrata da Halifax, il quale dopo il suo ritorno da Hungerford aveva sempre veduto che il governo poteva riordinarsi solo a seconda deʼ principii deʼ Whig, e però sʼera temporaneamente con costoro collegato. Devonshire propose che il martedì 29 fosse il giorno stabilito. «Allora» disse egli con più verità che discernimento «potrebbe venirci dalla Camera Bassa qualche lume che ci servisse di guida.» La proposta fu approvata: ma le sue parole vennero severamente censurate da alcuni deʼ suoi confratelli come offensive alla dignità dellʼordine loro.[641]
XXXV. Il dì 28 i Comuni si formarono in Comitato generale. Un rappresentante, il quale trenta e più anni innanzi era stato uno deʼ Lordi di Cromwell, voglio dire Riccardo Hampden figlio dello illustre condottiero delle Testerotonde e padre dello sventurato gentiluomo, il quale con dispendiosi donativi ed abiette sommissioni aveva a mala pena campata la vita dalla vendetta di Giacomo, fu posto nel seggio; e il grande dibattimento ebbe principio.
In breve ora si vide che da una immensa maggioranza Giacomo non era più considerato come Re. Gilberto Dolben, figlio dello Arcivescovo di York, fu il primo a dichiarare la propria opinione. Fu sostenuto da molti, e in ispecie dallo audace e virulento Wharton; da Sawyer, il quale, facendo vigorosa opposizione alla potestà di dispensare, aveva in alcun modo scontato le antiche colpe; da Maynard, la cui voce, quantunque fosse cotanto fievole per la età da non giungere ai banchi distanti, imponeva tuttavia riverenza a tutti i partiti, e da Somers, che nella Sala del Parlamento mostrò per la prima volta in quel giorno luminosa eloquenza e svariata erudizione. Sir Guglielmo Williams con la sua fronte di bronzo e la sua lingua volubile sosteneva la predetta opinione. Era già stato profondamente implicato in tutti gli eccessi dʼuna pessima opposizione e dʼun pessimo governo. Aveva perseguitati glʼinnocenti papisti e i protestanti innocenti; era stato protettore dʼOates e strumento di Petre. Il suo nome era associato con una sediziosa violenza che tutti i rispettabili Whig con rincrescimento e vergogna ricordavano, e con gli eccessi del dispotismo aborriti dai Tory rispettabili. Non è facile intendere in che modo gli uomini possano vivere sotto il pondo di cotanta infamia: ma anche tanta infamia non bastava ad opprimere Williams. Non arrossì di vituperare il caduto padrone, al quale erasi venduto per far cose tali che nessun uomo onesto del ceto legale avrebbe mai fatte, e dal quale dopo sei mesi aveva ricevuta la dignità di baronetto come ricompensa di servilità.
Tre soli si rischiarono di opporsi a quella che evidentemente era opinione universale di tutta lʼassemblea. Sir Cristoforo Musgrave, gentiluomo Tory di gran conto ed abilità, espresse alcuni dubbi. Heneage Finch si lasciò uscire di bocca alcune parole, le quali erano intese a insinuare si aprissero pratiche col Re. Questo suggerimento fu così male accolto, chʼegli fu costretto a spiegarsi. Protestò dʼessere stato franteso, esser convinto che sotto un tale Principe non sarebbero sicure la religione, la libertà, le sostanze; richiamare Re Giacomo e secolui trattare, essere un fatale provvedimento; ma molti che non consentivano chʼegli esercitasse la potestà regia, scrupoleggiare nel volerlo privare del regio titolo. Lʼunico espediente che poteva far cessare ogni difficoltà era lʼistituire una Reggenza. La proposta piacque sì poco che Finch non ebbe animo di chiedere si ponesse ai voti. Riccardo Fanshaw, Visconte Fanshaw del Regno dʼIrlanda, disse poche parole a favore di Giacomo e propose la discussione si aggiornasse; ma la proposta provocò universale riprovazione. I rappresentanti, lʼuno dopo lʼaltro, affaccendavansi a mostrare la importanza del far presto. Dicevano i momenti essere preziosi, intensa la pubblica ansietà, sospeso il commercio. La minoranza con tristo animo si sobbarcò, lasciando che il partito predominante procedesse per la intrapresa via.
XXXVI. Quale sarebbe stata questa via non si poteva chiaramente conoscere: avvegnachè la maggioranza si componesse di due classi dʼuomini. Gli uni erano ardenti e virulenti Whig, i quali ove fossero lasciati liberi dʼogni intoppo avrebbero dato ai procedimenti della Convenzione un carattere affatto rivoluzionario. Gli altri ammettevano la necessità dʼuna rivoluzione, ma la consideravano come un necessario male, e desideravano mascherarla, per quanto fosse possibile, con la sembianza della legittimità. I primi richiedevano si riconoscesse distintamente nei sudditi il diritto di detronizzare i principi; i secondi desideravano di liberare la patria da un cattivo principe senza promulgare alcun principio di cui si potesse fare abuso a fine di indebolire la giusta e salutare autorità deʼ futuri monarchi. Gli uni discorrevano principalmente del mal governo del Re; gli altri della sua fuga. Quegli lo consideravano come decaduto; questi pensavano chʼegli avesse abdicato. Non era agevole formulare un pensiero in modo da essere approvato da coloro il cui assenso era importante; ma in fine dei molti suggerimenti che si facevano da tutte le parti, formarono una deliberazione che riuscì a tutti soddisfacente. Fu proposto si dichiarasse, che il Re Giacomo II, intento a distruggere la Costituzione del Regno, rompendo il primitivo contratto tra Re e popolo, e pei consigli deʼ Gesuiti e di altri malvagi uomini avendo violato le leggi fondamentali, ed essendo fuggito dal Regno, aveva abdicato il governo, per la quale cosa il trono era divenuto vacante.
Questa deliberazione è stata spesso sottoposta a critica sottile e severa quanto non lo fu mai sentenza alcuna scritta dalla mano dellʼuomo: e forse non vi fu mai sentenza umana che sia meno meritevole di siffatta critica. Che un Re facendo grave abuso del proprio potere possa perderlo, è vero. Che un Re che fugga senza provvedere al Governo e lasci i suoi popoli in istato dʼanarchia, possa senza molta stiracchiatura di parole considerarsi come colui che ha abdicato anche il suo ufficio, è pur vero. Ma nessuno scrittore accurato affermerebbe che il tristo governo lungamente continuato e la diserzione, congiunti insieme, costituiscano un atto dʼabdicazione. È del pari evidente che il rammentare i Gesuiti e gli altri sinistri consiglieri di Giacomo indebolisce, invece di afforzare, il caso contro lui. Perciocchè certo eʼ si deve maggiore indulgenza ad un uomo traviato da perniciosi consigli, che ad un uomo il quale per semplice tendenza di sua indole commetta il male. Non importa ciò nonostante esaminare coteste memorande parole come esamineremmo un capitolo dʼAristotele o di Hobbes; esse vanno considerate non come parole, ma come fatti. Se producono ciò che devono, sono ragionevoli ancorchè possano sembrare contradittorie. Se falliscono al fine loro, sono assurde quando anche avessero la evidenza dʼuna dimostrazione. La logica non transige. La politica consiste essenzialmente nella transazione. Non è quindi cosa strana che alcuni deʼ più importanti e utili documenti del mondo si annoverino fra i componimenti più illogici che sieno stati mai scritti. Lo scopo di Somers, di Maynard e degli altri cospicui uomini che formularono quella celebre proposta, fu non di lasciare alla posterità un modello di definizione e di partizione, ma di rendere impossibile la ristaurazione dʼun tiranno, e porre sul trono un Sovrano sotto il quale le leggi e la libertà non pericolassero. Questo scopo conseguirono adoperando un linguaggio che in un trattato filosofico verrebbe equamente tacciato di inesattezza e confusione. Poco badavano se la maggiore concordasse con la conclusione, mentre lʼuna procacciava loro duecento voti, e la conclusione altrettanti. Infatti la sola bellezza di quella deliberazione consiste nella sua incoerenza. Conteneva una frase atta a satisfare ogni frazione della maggioranza. Il rammentare il primitivo contratto piaceva ai discepoli di Sidney. La parola abdicazione appagava i politici dʼuna più timida scuola. Erano senza dubbio molti fervidi protestanti i quali rimanevano soddisfatti della censura gettata suʼ Gesuiti. Pel vero uomo di Stato la sola clausula importante era quella che dichiarava vacante il trono; e ove ei potesse farla abbracciare, poco glʼimportava il preambolo. La forza che in tal modo trovossi raccolta rese disperata ogni resistenza. La proposta venne adottata senza voto dalla Commissione. Fu ordinato di farne in sullʼistante la relazione. Powle ritornò al seggio; il bastone fu posto sul banco: Hampden lesse, la Camera assentì alla relazione, e gli ordinò la portasse alla Camera deʼ Lordi.[642]
La dimane i Lordi ragunaronsi a buonʼora. I banchi deʼ Pari sì spirituali che secolari erano affollati. Hampden comparve alla sbarra e pose la deliberazione deʼ Comuni nelle mani di Halifax. La Camera Alta si formò in Comitato, e Danby fu fatto presidente.
La discussione fu poco dopo interrotta da Hampden che ritornava con un altro messaggio. La Camera riprese la seduta: fu annunziato che i Comuni avevano reputato incompatibile con la sicurezza e col bene di questa nazione protestante lʼessere governata da un Re papista. A questa deliberazione, evidentemente inconciliabile con la dottrina dello indestruttibile diritto ereditario, i Pari dettero immediato e unanime assenso. Questo principio in tal guisa affermato, da allora fino ad oggi è stato tenuto sacro da tutti gli statisti protestanti, e da tutti i cattolici ragionevoli non è stato creduto soggetto ad obiezioni. Se i nostri sovrani fossero al pari del presidente degli Stati Uniti, semplici ufficiali civili, non sarebbe facile difendere tale restrizione. Ma dacchè alla Corona inglese è annessa la qualità di capo della Chiesa Anglicana, non vʼè intolleranza nel dire che una Chiesa non dovrebbe essere soggetta ad un capo che la consideri come scismatica ed eretica.[643]
Dopo questa breve interruzione i Lordi nuovamente formaronsi in Comitato. I Tory insistevano perchè il loro disegno si discutesse prima che venisse preso in considerazione il voto dei Comuni che dichiarava vacante il trono. Ciò fu loro concesso; e fu posta la questione se una Reggenza, esercitando il regio potere, vita durante di Giacomo, ed in suo nome, sarebbe il migliore espediente a salvare le leggi e la libertà della nazione.
La disputa fu lunga ed animata. I principali propugnatori della Reggenza erano Rochester e Nottingham. Halifax e Danby difendevano la contraria opinione. Il Primate—strano a dirsi!—non comparve, quantunque i Tory vivamente lo importunassero perchè si ponesse a capo loro. La sua assenza gli provocò contro molte aspre censure; e gli stessi suoi apologisti non hanno potuto addurre alcuna ragione che lo purghi del biasimo.[644] Era egli lʼautore del disegno dʼistituire una Reggenza. Pochi giorni innanzi in un foglio scritto di sua mano aveva asserito quel disegno essere manifestamente il migliore che si potesse trovare. Le deliberazioni dei Lordi i quali lo sostenevano avevano avuto luogo in casa di lui. Era suo debito dichiarare in pubblico i propri intendimenti. Nessuno potrebbe tenerlo in sospetto di codardia o di volgare cupidigia. Eʼ fu probabilmente per paura di far male in cosa di tanto momento chʼegli non fece nulla; ma avrebbe dovuto sapere che un uomo nella sua posizione, non facendo nulla, faceva male. Un uomo che abbia scrupolo di assumere grave responsabilità in una solenne crisi, dovrebbe averlo parimenti ad accettare lʼufficio di primo ministro della Chiesa e primo Pari del Regno.
Non è strana cosa, nondimeno, che la mente di Sancroft non fosse tranquilla; imperocchè egli non poteva essere tanto cieco da non vedere che il disegno da lui agli amici suoi proposto era estremamente incompatibile con tutto ciò che egli e i suoi confratelli avevano per molti anni insegnato. Che il Re avesse diritto divino e indistruttibile al potere regio, e che al potere regio, anche quando ne venga fatto enorme abuso, non si potesse senza peccato opporre resistenza, era dottrina della quale la Chiesa Anglicana andava da lunghi anni orgogliosa. Questa dottrina significava ella in queʼ tempi che il Re aveva un divino e indistruttibile diritto ad avere la effigie e il nome suo intagliati sopra un sigillo, che doveva quotidianamente adoperarsi, suo malgrado, onde apprestare ai suoi nemici i mezzi di fargli la guerra, e mandare gli amici di lui alle forche come rei di avergli obbedito? Tutto il debito di un buon suddito consisteva egli nellʼusare il vocabolo Re? Così essendo, Fairfax in Naseby e Bradshau nellʼAlta Corte di Giustizia avevano adempito tutti i doveri di buoni sudditi: imperciocchè Carlo dai Generali che gli guerreggiavano contro, ed anche daʼ giudici che lo condannarono, veniva chiamato Re. Nulla nella condotta del Lungo Parlamento era stato più severamente biasimato dalla Chiesa che lʼingegnoso artificio di usare il nome di Carlo contro Carlo stesso. A ciascuno deʼ ministri della Chiesa era stato imposto di firmare una dichiarazione che condannava come proditoria la finzione onde lʼautorità del Sovrano veniva separata dalla sua persona.[645] Eppure cotesta proditoria finzione era adesso considerata dal Primate e daʼ suoi suffraganei come la sola base sopra la quale, in stretta uniformità ai principii del Cristianesimo, si potesse erigere un governo.
La distinzione che Sancroft aveva preso dalle Testerotonde della precedente generazione, sovvertiva dalle fondamenta il sistema politico che la Chiesa e le Università pretendevano avere imparato daʼ libri di San Paolo. Lo Spirito Santo—era stato le mille volte ridetto—aveva comandato ai Romani dʼobbedire a Nerone. Ed ora parea che tale precetto significasse che i Romani dovessero chiamare Nerone Augusto. Erano perfettamente liberi di cacciarlo oltre lʼEufrate, mandarlo a mendicare fraʼ Parti, opporgli la forza ove avesse tentato di ritornare, punire tutti coloro che osassero aiutarlo e tenere con lui corrispondenza, e concedere la potestà tribunizia e la consolare, la presidenza del Senato e il comando delle Legioni a Galba o a Vespasiano.
Lʼanalogia che lo Arcivescovo immaginò dʼavere scoperta tra il caso di un Re perverso e quello di un Re maniaco non è degna del più lieve esame. Era chiaro non trovarsi Giacomo in quello stato di mente in cui, ove egli fosse stato un gentiluomo rurale o un mercatante, qualunque tribunale lo avrebbe dichiarato inetto a fare un contratto o un testamento. Egli era dissennato nel modo che lo sono tutti i Re malvagi; come era Carlo I quando andò ad arrestare i cinque rappresentanti deʼ Comuni; Carlo II quando concluse il trattato di Dover. Se questa sorte dʼinfermità mentale non giustifica i sudditi che negano dʼobbedire ai principi, il disegno dʼistituire una Reggenza era evidentemente inammissibile; se giustifica i sudditi che negano dʼobbedire ai principi, la dottrina della non resistenza era pienamente rovesciata; e tutto ciò per cui ogni moderato Whig aveva lottato trovavasi pienamente ammesso.
Quanto al giuramento di fedeltà, pel quale Sancroft e i suoi discepoli provavano tanta ansietà, una cosa almeno è chiara, cioè che, chiunque avesse ragione, essi avevano torto. I Whig pensavano che nel giuramento dʼobbedienza erano sottintese certe condizioni, che il Re le aveva violate, e quindi il giuramento era divenuto nullo. Ma se la dottrina deʼ Whig era falsa, se il giuramento seguitava ad essere obbligatorio, potevano veramente credere gli uomini assennati che votando la Reggenza scanserebbero la colpa di spergiuri? Potevano essi affermare che rimanevano veramente fidi a Giacomo mentre, in onta alle proteste chʼegli faceva al cospetto di tutta Europa, essi davano ad altri la potestà di riscuotere la pubblica pecunia, convocare e prorogare il Parlamento, creare Duchi e Conti, nominare Vescovi e Giudici, graziare i rei, comandare le forze dello Stato, e concludere trattati con le Potenze straniere? Aveva egli il Pascal potuto trovare, in tutte le frenesie deʼ casisti gesuiti, un sofisma più spregevole di quello che adesso, a quanto parea, bastava a calmare le coscienze deʼ Padri della Chiesa Anglicana?
Era evidentissimo che il disegno dʼinstituire una Reggenza non si poteva difendere che coi principii dei Whig. Tra i ragionatori che sostenevano quel disegno e la maggioranza della Camera deʼ Comuni non vi poteva essere disputa circa la questione del diritto. Eʼ non rimaneva altro che la questione dellʼutilità. E poteva un grave uomo di Stato pretendere essere utile costituire un governo con due capi, dando ad uno il regio potere senza la dignità regia, e allʼaltro la dignità regia senza il regio potere? Era chiaro che un simile ordinamento, anche reso necessario dalla infanzia o dalla demenza del Principe, recava seco gravissimi inconvenienti. Che i tempi di Reggenza fossero tempi di debolezza, di perturbamenti e di disastri, era verità provata dalla intera storia dʼInghilterra, di Francia, e di Scozia, ed era quasi divenuta proverbio. Pure, in un caso dʼinfanzia o di demenza, il Re per lo meno era passivo. Non poteva di fatto controbilanciare il Reggente. Ciò che ora proponevasi era che la Inghilterra avesse due primi magistrati dʼetà matura e di mente sana, che vicendevolmente si facessero implacabile guerra. Era assurdo discorrere di lasciare a Giacomo il nudo nome di Re e privarlo al tutto del potere regio; perocchè il nome era parte di quel potere; il vocabolo Re era parola di prestigio. Nella mente di molti Inglesi era congiunto con la idea di un carattere misterioso derivato dal cielo, e nella mente di quasi tutti glʼInglesi con la idea di autorità legittima e veneranda. Certo se il titolo aveva tanto potere, coloro i quali sostenevano che Giacomo dovesse essere privato dʼogni potere, non potevano negare chʼegli dovesse essere privato del titolo.
E fino a quando doveva egli durare lo strano governo proposto da Sancroft? Tutti gli argomenti che potevano addursi per istituirlo, si potevano con uguale forza addurre per mantenerlo sino alla fine deʼ secoli. Se il pargoletto trasportato in Francia era veramente nato dalla Regina, doveva ereditare il divino e inalienabile diritto di essere chiamato Re. Il medesimo diritto probabilmente sarebbe stato trasmesso di papista in papista per glʼinteri secoli decimottavo e decimonono. Ambo le Camere avevano ad unanimità deliberato non dovere la Inghilterra essere governata da un papista. Poteva quindi darsi che di generazione in generazione il governo seguitasse ad essere amministrato da Reggenti a nome di Re raminghi e mendicanti. Non era dubbio che i Reggenti dovessero essere eletti dal Parlamento. Lo effetto, dunque, di questo disegno, trovato a serbare intatto il sacro principio della monarchia ereditaria, sarebbe stato quello di rendere elettiva la monarchia.
Unʼaltra invincibile ragione fu addotta contro il disegno di Sancroft. Era nel libro degli Statuti una legge fatta tosto dopo la lunga e sanguinosa contesa tra la Casa di York e quella di Lancaster, a fine dʼevitare che si rinnovassero le calamità che le vicendevoli vittorie delle predette Case avevano cagionato ai Nobili e gentiluomini del reame. Questa legge provvedeva che niuno, aderendo al Re in possesso del trono, incorrerebbe nelle pene di tradigione. Allorquando i regicidi furono processati dopo la Restaurazione, taluni di loro insisterono per essere giudicati secondo quella legge. Dicevano dʼavere obbedito al governo esistente di fatto, e però non essere traditori. I giudici ammisero che tale difesa sarebbe stata buona ove gli accusati avessero agito sotto lʼautorità di un usurpatore, il quale, come Enrico IV e Riccardo III, portasse il titolo di Re, ma dichiararono che non poteva giovare ad uomini i quali accusarono, condannarono e giustiziarono uno che nellʼatto dellʼaccusa, della sentenza e della esecuzione, era designato col nome di Re. Ne seguiva quindi che chiunque sostenesse un Reggente in opposizione a Giacomo, correrebbe gran rischio di essere impiccato, trascinato e squartato, ove Giacomo ricuperasse il potere sovrano; ma nessuno, senza violare la legge in modo tale che forse nè anche Jeffreys si rischierebbe ad usare, potrebbe essere punito aderendo ad un Re che regnava, quantunque contro ogni diritto, in Whitehall contro un Re legittimo il quale era esule in Saint-Germain.[646]
Eʼ pare che i sopra esposti argomenti non ammettessero risposta; e furono energicamente addotti da Danby il quale aveva arte maravigliosa a rendere chiara alla più torpida mente ogni cosa chʼei prendeva a dimostrare, e da Halifax il quale per abbondanza di concetti e splendore di locuzione non era pareggiato da nessuno fra gli oratori di quella età. Nondimeno erano così potenti e numerosi i Tory nella Camera Alta, che, nonostante la debolezza della causa loro, la diserzione del loro capo, e lʼabilità deʼ loro oppositori, furono presso a trionfare in quel giorno. I votanti erano cento. Quarantanove votarono per la Reggenza, cinquantuno contro. Colla minoranza erano i figli naturali di Carlo, i cognati di Giacomo, i Duchi di Somerset e dʼOrmond, lo Arcivescovo di York e undici vescovi. Nessuno deʼ prelati, salvo Compton e Trelawney, votò con la maggioranza.[647]
Erano vicine le ore nove della sera quando fu levata la seduta nella Camera deʼ Lordi. Il dì che seguiva era il 30 gennaio, anniversario della morte di Carlo I. Il clero anglicano per molti anni aveva reputato debito sacro inculcare in quel giorno le dottrine della non resistenza e della obbedienza passiva. Ora i suoi vecchi sermoni giovavano poco; e molti teologi perfino dubitavano se potessero rischiarsi a leggere per intero la liturgia. La Camera Bassa aveva dichiarato vacante il trono. LʼAlta non aveva per anche espressa alcuna opinione. Non era quindi facile cosa decidere se si dovessero recitare le preci pel Sovrano. Ogni ministro nel compiere i divini uffici seguì il proprio talento. Nella più parte delle chiese della metropoli le preghiere per Giacomo furono omesse: ma in Santa Margherita, Sharp Decano di Norwich, richiesto di predicare dinanzi ai Comuni, non solo lesse in faccia a loro lʼintero servizio come era scritto nel libro, ma prima di incominciare il sermone invocò con sue proprie parole il cielo perchè benedicesse il Re, e verso la fine del suo discorso declamò contro la dottrina gesuitica che insegnava potere i principi essere legalmente detronizzati dai loro sudditi. Quel dì stesso il Presidente alla Camera mosse querela di tal affronto dicendo: «Voi un giorno votate un provvedimento, e il dì dopo viene contraddetto dal pulpito al cospetto vostro.» Sharp fu energicamente difeso dai Tory, e trovò amici anche fraʼ Whig: imperocchè rammentavano tuttavia chʼegli aveva corso gravissimo pericolo allorquando nei tristi tempi ebbe il coraggio, malgrado il divieto del Re, di predicare contro il papismo. Sir Cristoforo Musgrave ingegnosissimamente notò non avere la Camera ordinato la pubblicazione della deliberazione che dichiarava vacante il trono. Sharp adunque non solo non era tenuto a saperla, ma non ne avrebbe potuto parlare senza violare i privilegi parlamentari, pel quale attentato avrebbe corso rischio di essere chiamato alla sbarra e prostrato sulle proprie ginocchia sostenere una riprensione. La maggioranza conobbe non essere savio partito in quel momento attaccar lite col clero; e troncò la questione.[648]
Mentre i Comuni discutevano intorno al sermone di Sharp, i Lordi si erano di nuovo costituiti in Comitato per considerare le condizioni del paese, ed avevano ordinato che venisse paragrafo per paragrafo letta la deliberazione che dichiarava vacante il trono.
La prima espressione che fece nascere una disputa era dove si ammetteva il contratto originale tra Re e popolo. Non era da aspettarsi che i Pari Tory lasciassero passare una frase che conteneva la quintessenza delle opinioni deʼ Whig. Si venne ai voti; e risultò con cinquantatre favorevoli sopra quarantasei contrari che le controverse parole rimarrebbero.
Presero poscia in considerazione il severo biasimo che i Comuni avevano dato al governo di Giacomo e fu unanimemente approvato. Sorse qualche obiezione verbale contro la proposizione in cui si affermava che Giacomo aveva abdicato. Fu proposto si correggesse con dire chʼegli aveva abbandonato il Governo. Questa emenda fu abbracciata, a quanto sembra, quasi senza dibattimento nè votazione. Essendo già tardi, i Lordi aggiornarono la tornata.[649]
XXXVII. Fin qui la piccola schiera dei Pari, guidati da Danby, aveva agito dʼaccordo con Halifax e coi Whig. Tale unione aveva fatto sì che il disegno dʼinstituire una Reggenza era stato rigettato, ed abbracciata la dottrina del contratto originale. La proposizione che Giacomo aveva cessato dʼessere Re era stata il punto di congiunzione deʼ due partiti che formavano la maggioranza. Ma da quel punto lʼuno dallʼaltro divergeva. La questione che doveva poscia risolversi era, se il trono fosse da considerarsi vacante; questione non di semplici parole, ma di grave importanza pratica. Se il trono era vacante, gli Stati del reame potevano darlo a Guglielmo. Se non era vacante, ei poteva succedere soltanto dopo la sua consorte, la Principessa Anna e i discendenti di lei.
Secondo i seguaci di Danby era massima stabilita non potere la patria nostra nemmeno per un istante trovarsi senza legittimo Principe. Lʼuomo poteva morire; ma il magistrato era immortale. Lʼuomo poteva abdicare; ma il magistrato era irremovibile. Se noi—ragionavano essi—una volta ammettiamo il trono essere vacante, ammettiamo che la nostra monarchia è elettiva. Il monarca che vi poniamo diventa un Sovrano non secondo la forma dʼInghilterra, ma secondo quella di Polonia. Quando anche scegliessimo lʼindividuo stesso destinato a regnare per diritto di nascita, quellʼindividuo tuttavia regnerebbe non per diritto di nascita, ma per virtù della nostra elezione, e prenderebbe come dono ciò che dovrebbe considerarsi retaggio. La salutare riverenza tributata finora al sangue regio e allʼordine della primogenitura verrebbe grandemente scemata. Il male si farebbe anco maggiore se noi non solo dessimo il trono per elezione; ma lo dessimo a un principe il quale indubitatamente avesse i requisiti di un grande ed ottimo regnatore, e il quale ci avesse maravigliosamente liberati, ma non fosse primo e nè anco secondo nellʼordine della successione. Se una volta diciamo che il merito, ancorchè eminente, è un diritto per acquistare la Corona, distruggiamo i fondamenti del nostro ordinamento politico, e stabiliamo un esempio, del quale ogni guerriero o statista ambizioso che avesse reso grandi servigi al pubblico sarebbe tentato a giovarsi. Questo pericolo scansiamo seguendo logicamente i principii della Costituzione fino alle ultime conseguenze loro. Lo accesso alla Corona era aperto come alla morte del principe regnante: da quel momento medesimo il più prossimo erede diventò nostro legittimo Sovrano. Noi consideriamo la Principessa dʼOrange come la più prossima erede, sosteniamo quindi che si debba senza il minimo indugio proclamare, quale è difatto, nostra Regina.
I Whig rispondevano essere scempiezza applicare le regole ordinarie ad un paese in istato di rivoluzione, la gran questione non doversi decidere coi dettati deʼ pedanti curiali, e dovendosi a quel modo decidere, quei dettati potersi da ambe le parti addurre. Se era massima di legge che il trono non poteva essere giammai vacante, era parimente massima di legge che un uomo non poteva avere un erede, che, lui vivente, succeda. Giacomo era vivente. In che modo adunque la Principessa dʼOrange poteva ella succedergli? Vero era che le leggi dellʼInghilterra avevano pienamente provveduto alla successione nel caso in cui il potere dʼun sovrano e la sua vita naturale finissero ad un tempo, ma non avevano provveduto peʼ casi in cui il suo potere cessasse innanzi chʼegli finisse di vivere; e la Convenzione ora doveva risolvere uno di questi rarissimi casi. Che Giacomo non possedeva più il trono, ambedue le Camere avevano dichiarato. Nè il diritto comune nè gli statuti designavano individuo alcuno che avesse diritto ad ascendere sul trono nel tempo che intercedeva tra la decadenza del Re e la sua morte. Ne seguiva dunque che il trono era vacante, e che le Camere potevano invitare il Principe dʼOrange ad ascendervi. Chʼegli non fosse il più prossimo erede nellʼordine della discendenza, era vero: ma ciò non nuoceva punto, anzi era un positivo vantaggio. La monarchia ereditaria era una buona istituzione politica, ma non era in nulla più sacra delle altre buone istituzioni politiche. Sventuratamente i bacchettoni e servili teologi lʼavevano fatta diventare mistero religioso, imponente e incomprensibile quasi al pari della transustanzazione. Primissimo scopo degli statisti inglesi doveva essere quello di mantenere la istituzione e a un tempo distrigarla dalle abiette e malefiche superstizioni fra le quali dianzi era stata involta, sì che invece di essere un bene riusciva dannosa alla società; e a cotesto scopo si giungerebbe meglio, pria deviando alquanto e per un tempo dalla regola generale della discendenza, per poscia ritornarvi.
XXXVIII. Molti sforzi furono fatti per impedire ogni aperta rottura tra i partigiani dei Principe e quei della Principessa. Si tenne unʼadunanza in casa del Conte di Devonshire, e vi fu caldo contendere. Halifax era il precipuo propugnatore di Guglielmo, Danby lo era di Maria. Danby non conosceva punto lo intendimento di Maria. Da qualche tempo era aspettata in Londra, ma lʼavevano trattenuta in Olanda prima i massi di ghiaccio che impedivano il corso deʼ fiumi, e, strutto il ghiaccio, i venti che spiravano forte da ponente. Se ella fosse giunta più presto, la contesa probabilmente si sarebbe a un tratto calmata. Halifax dallʼaltro canto non aveva potestà di dire alcuna cosa in nome di Guglielmo. Il Principe, fedele alla promessa di lasciare alla Convenzione lʼincarico di riordinare il governo, sʼera tenuto in impenetrabile riserbo e non sʼera lasciato sfuggire parola, sguardo o gesto, che esprimesse satisfazione o dispiacere. Uno degli Olandesi fidatissimo del Principe, invitato allʼadunanza, fu dai Pari istantemente sollecitato desse loro qualche informazione. Ei si scusò lungamente. Infine cedè alle loro istanze sino a dire: «Io altro non posso che indovinare lo intendimento di Sua Altezza. Se desiderate sapere ciò che io ne indovino, credo che egli non amerà mai dʼessere il ciamberlano di sua moglie: del resto non so nulla.»—«E non per tanto adesso io ne so qualcosa» disse Danby, «ne so abbastanza, ne so molto.» Quindi si partì, e lʼassemblea si disciolse.[650]
Il dì 31 gennaio la disputa che privatamente era finita nella sopra narrata guisa, fu pubblicamente rinnovata nella Camera deʼ Pari. Quel giorno era stato stabilito come solennità di rendimento di grazie. Vari vescovi, fraʼ quali erano Ken e Sprat, avevano composta una forma di preghiera adatta alla circostanza. È al tutto libera dalla adulazione e dalla malignità onde spesso in quella età erano deturpati simili componimenti; e meglio di qualunque altra forma di preghiera fatta per occasione speciale nello spazio di due secoli, sostiene il paragone con quel gran modello di casta, alta e patetica eloquenza, cioè col Libro delle Preghiere Comuni. I Lordi la mattina si condussero allʼabadia di Westminster. I Comuni avevano desiderato che Burnet predicasse in Santa Margherita. Non era verosimile chʼegli cadesse nel medesimo errore che il dì precedente in quello stesso luogo altri aveva commesso. Non è dubbio che il suo vigoroso ed animato discorso ponesse in commovimento gli uditori. Non solo fu stampato per ordine della Camera, ma tradotto in francese per edificazione dei protestanti stranieri.[651] Il giorno si chiuse con le feste consuete in simili solennità. Tutta la città risplendeva con fuochi di gioia e luminarie: il rimbombo deʼ cannoni e il suono delle campane durò fino a notte inoltrata: ma innanzi che i lumi fossero spenti e le strade in silenzio, era seguito un evento che raffreddò la pubblica esultanza.
XXXIX. I Pari dallʼAbadia andati alla Camera avevano ripresa la discussione sopra le condizioni della nazione. Le ultime parole della deliberazione deʼ Comuni vennero prese in considerazione; e tosto chiaramente si vide che la maggioranza non era inchinevole ad approvarle. Ai circa cinquanta Lordi i quali sostenevano che il titolo di Re apparteneva sempre a Giacomo si aggiunsero altri sette o otto i quali dianzi volevano che fosse già devoluto a Maria. I Whig vedendosi vinti di numero, si provarono di venire a patti. Proposero di levare le parole che dichiaravano vacante il trono, e di semplicemente proclamare Re e Regina il Principe e la Principessa. Era evidente che tale dichiarazione comprendeva, benchè non lo affermasse espressamente, tutto ciò che i Tory repugnavano a concedere: imperocchè nessuno poteva pretendere che Guglielmo fosse succeduto alla dignità regia per diritto di nascita. Approvare quindi una deliberazione che lo riconoscesse era un atto dʼelezione; e in che guisa poteva esservi elezione senza vacanza? La proposta deʼ Lordi Whig fu rigettata con cinquantadue voti contro quarantasette. Allora posero la questione se il trono fosse vacante. Gli approvanti furono quarantuno, i neganti cinquantacinque. Della minoranza trentasei protestarono.[652]
XL. Nei due giorni susseguenti Londra era piena di ansietà e inquietudine. I Tory cominciarono a sperare di potere nuovamente con migliore esito mettere innanzi il loro prediletto disegno dʼinstituire una Reggenza. Forse lo stesso Principe, vedendo perduta ogni speranza di acquistare la Corona, preferirebbe il progetto di Sancroft a quello di Danby. Certo era meglio essere Re che Reggente; ma era anche meglio essere Reggente che Ciamberlano. Dallʼaltro canto la più bassa e feroce classe deʼ Whig, i vecchi emissari di Shaftesbury, e i vecchi complici di College, cominciarono ad affaccendarsi nella città. Si videro turbe affollarsi in Palace Yard, e prorompere in parole di minacce. Lord Lovelace il quale era in sospetto di avere suscitato il tafferuglio, annunziò ai Pari chʼegli aveva lo incarico di presentare una petizione nella quale si domandava che in sullʼistante il Principe e la Principessa dʼOrange venissero dichiarati Re e Regina. Gli fu domandato chi fossero coloro che avevano firmata la petizione. «Nessuno finora vi ha posto la mano» rispose egli, «ma quando ve la porterò, vi saranno mani tante che bastino.» Tale minaccia impaurì e disgustò il suo proprio partito. E veramente i più cospicui Whig avevano, anche più deʼ Tory, bramosia che le deliberazioni della Convenzione fossero perfettamente libere, e che nessuno dei fautori di Giacomo potesse allegare che alcuna delle Camere fosse stata costretta dalla forza. Una petizione simile a quella affidata a Lovelace fu presentata alla Camera dei Comuni, ma venne sprezzantemente respinta. Maynard fu primo a protestare contro la canaglia delle strade che tentava dʼintimorire gli Stati del reame. Guglielmo chiamò a sè Lovelace, lo rimproverò severamente, e ordinò che i magistrati agissero con vigore contro glʼilleciti assembramenti.[653] Non è cosa nella storia della nostra rivoluzione che meriti dʼessere ammirata e tolta ad esempio, quanto il modo onde i due partiti della Convenzione, nel momento in cui più fervevano le loro contese, si congiunsero come un solo uomo per resistere alla dittatura della plebaglia di Londra.
XLI. Ma quantunque i Whig fossero pienamente deliberati di mantenere lʼordine e rispettare la libertà deʼ dibattimenti, erano parimente determinati di non fare alcuna concessione. Il sabato, 2 febbraio, i Comuni senza votazione decisero di starsi fermi nella forma primitiva della loro deliberazione. Giacomo, come sempre, venne in aiuto deʼ suoi nemici. Era pur allora arrivata a Londra una lettera di lui diretta alla Convenzione. Era stata trasmessa a Preston dallo apostata Melfort, il quale era grandemente favorito in Saint-Germain. Il nome di Melfort era in abominio ad ogni Anglicano. Lʼessere egli ministro confidente di Giacomo bastava a dimostrare che la costui demenza ed ostinatezza erano infermità incurabili. Nessun membro dellʼuna o dellʼaltra Camera si rischiò a proporre la lettura di un foglio che veniva da quelle cotali mani. Non per tanto il contenuto era ben noto alla città tutta. La Maestà Sua esortava i Lordi e i Comuni a non disperare della sua clemenza, e benevolmente prometteva di perdonare coloro che lo avevano tradito, tranne pochi chʼegli non nominava. Come era egli possibile fare alcuna cosa a pro dʼun Principe, il quale, vinto, abbandonato, bandito, vivente di limosine, diceva a coloro che erano arbitri delle sue sorti, che ove lo ponessero nuovamente sul trono, non impiccherebbe che pochi di loro?
XLII. La contesa tra le due Camere durò alcuni altri giorni. Il lunedì 4 di febbraio i Pari deliberarono dʼinsistere sulle loro modificazioni: ma fu messa nel processo verbale una proteste firmata da trentanove membri.[654]
Il giorno dopo i Tory pensarono di far prova della forza loro nella Camera Bassa; vi concorsero assai numerosi, e fecero la proposta di assentire alle modificazioni deʼ Lordi. Coloro che erano pel progetto di Sancroft e coloro che erano pel progetto di Danby votarono insieme: ma furono vinti da duecentottantadue voti contro centocinquantuno. La Camera allora deliberò di avere un libero colloquio coi Lordi.[655]
Nello stesso tempo potenti sforzi facevansi fuori le mura del Parlamento affine che la contesa fra le due Camere cessasse. Burnet si reputò dalla importanza della crisi giustificato a divulgare le mire secrete confidategli dalla Principessa. Disse sapere dalle labbra di lei, chʼera da lungo tempo pienamente deliberata, anche se il trono le venisse pel corso regolare della discendenza, a porre il potere, assenziente il Parlamento, nelle mani del suo consorte. Danby ricevè da lei una viva e quasi sdegnosa riprensione. Gli scrisse chʼella era la moglie del Principe, che altro non desiderava, se non essere a lui sottoposta; la più crudele ingiuria che le si potesse fare era il controporta a lui come competitrice; e chiunque ciò facesse non verrebbe mai considerato da lei come vero amico.[656]
XLIII. Ai Tory rimaneva ancora una speranza. Era possibile che Anna ponesse innanzi i propri diritti e quelli deʼ figli suoi. Provaronsi in tutte le guise a incitare lʼambizione e atterrire la coscienza di lei. Suo zio Clarendon si mostrò a ciò fare operosissimo. Solo poche settimane erano corse da che la speranza della opulenza e della grandezza lo aveva spinto a rinnegare i principii da lui ostentatamente professati per tutta la vita, abbandonare la causa del Re, collegarsi coi Wildman e coi Ferguson, anzi proporre che il Re fosse condotto prigione in terra straniera e rinchiuso in una fortezza cinta di pestilenti maremme. Era stato indotto a tale strana trasformazione dalla brama di essere fatto Vicerè dʼIrlanda. Nonostante, presto si vide che il proselite aveva poca speranza di ottenere il magnifico premio al quale era intento il suo cuore: perocchè intorno agli affari di quellʼisola ad altri chiedevasi consiglio; allʼincontro, quando egli importunamente lʼoffriva, era accolto freddamente. Andò molte volte al palazzo di San Giacomo, ma appena potè ottenere il favore di una parola o dʼuno sguardo. Ora il Principe scriveva; ora aveva mestieri dʼaria e doveva cavalcare pel parco; ora stavasi rinchiuso con gli ufficiali ragionando di faccende militari e non poteva dare ascolto a nessuno. Clarendon si accôrse non essere verosimile di guadagnar nulla col sacrificio deʼ suoi principii e pensò di ripigliarli. In dicembre lʼambizione lo aveva reso ribelle. In gennaio il disinganno lo aveva fatto nuovamente diventare realista. Il rimorso che sentiva nella coscienza di non essere stato Tory costante, diede una speciale acrimonia al suo Torysmo.[657] Nella Camera dei Lordi aveva fatto il possibile a impedire ogni accomodamento. Adesso pel medesimo fine fece prova di tutta la sua influenza sullo spirito della Principessa Anna. Ma cotesta influenza era poca in paragone di quella dei Churchill, i quali accortamente chiamarono in aiuto due potenti collegati, cioè Tillotson, il quale come direttore spirituale aveva in queʼ tempi immensa autorità, e Lady Russell, le cui nobili e care virtù, esposte a crudelissime prove, le avevano acquistata reputazione di santa. Tosto si seppe che la Principessa di Danimarca desiderava che Guglielmo regnasse a vita; e quindi fu chiaro che difendere la causa delle figlie di Giacomo contro loro stesse era disperata impresa.[658]
XLIV. Guglielmo intanto giudicò arrivato il tempo di dichiarare lʼanimo suo. Chiamò a sè Halifax, Danby, Shrewsbury e alcuni altri notevolissimi capi politici, e con quellʼaria di stoica apatia, sotto la quale fino da fanciullo sʼera avvezzo a nascondere le più forti emozioni, favellò loro poche parole profondamente meditate e di gran peso.
Disse che egli fino allora aveva taciuto; non adoperato sollecitazioni nè minacce, nè anche fatta la minima allusione alle opinioni e ai desiderii suoi: ma ormai il caso era sì critico chʼei reputava necessario dichiarare il proprio intendimento. Non aveva nè diritto nè volontà di dettare alla Convenzione. Tutto ciò che egli pretendeva, altro non era che il privilegio di rifiutare ogni ufficio chʼegli non potesse occupare con onore per sè, ed a beneficio del pubblico.
Un forte partito voleva instituire una Reggenza. Spettava alle Camere giudicare se tale provvedimento sarebbe utile alla nazione. In quel subietto egli aveva le sue ferme opinioni; e credeva giusto dire chiaramente chʼegli non voleva essere Reggente.
Un altro partito voleva porre la Principessa sul trono, e a lui, vita durante, concedere il titolo di Re e tanta parte nel Governo quanta piacesse alla consorte dargliene. Ei non si abbasserebbe a tanto. Stimava la Principessa quanto era possibile che lʼuomo stimi la donna; ma neanche da lei egli accetterebbe un posto subordinato e precario nel Governo. Era così fatto da non potere starsi legato al grembiule della migliore delle mogli. Non desiderava immischiarsi negli affari della Inghilterra; ma consentendo a prendervi parte, non vʼera che una sola parte chʼegli potesse utilmente ed onorevolmente prendere. Se gli Stati gli offrissero la Corona a vita, ei lʼaccetterebbe. Se no, egli, senza dolersi, ritornerebbe alla terra natia. Concluse dicendo reputare ragionevole che la Principessa Anna e i suoi discendenti, nella successione al trono, venissero preferiti a qualunque figlio ei potesse avere da altra moglie che dalla Principessa Maria.[659]
E sciolse la congrega. Le cose dette dal Principe in poche ore furono note a tutta Londra. Era chiaro che doveva essere Re. Lʼunica questione era sapere sʼegli dovesse tenere la dignità regia solo, o insieme con la Principessa. Halifax e pochi altri politici uomini, i quali manifestamente discernevano il pericolo di partire la sovrana potestà esecutiva, desideravano che finchè vivesse Guglielmo, Maria fosse soltanto Regina Consorte e suddita. Ma questo ordinamento, comechè potesse con molte ragioni propugnarsi, urtava il sentimento universale, anche di quegli Inglesi che portavano maggiore affetto al Principe. La sua moglie aveva dato non mai vista prova di sommissione ed amore coniugale; ed il meno che potesse farsi per ricambiarla era conferirle la dignità di Regina Regnante. Guglielmo Herbert, uno deʼ più ardenti fautori del Principe, ne fu tanto esasperato che saltò fuori dal letto, dove egli si stava infermo di podagra, ed energicamente dichiarò che non avrebbe mai snudata la spada se avesse preveduto un sì vergognoso ordinamento. Nessuno quanto Burnet prese la faccenda sul serio. Sentì ribollirsi il sangue nelle vene pensando al torto che volevano fare alla sua diletta protettrice. Rimproverò acremente Bentinck, e chiese licenza di rinunciare allʼufficio di cappellano. «Finchè io sarò servo di Sua Altezza» disse il valoroso ed onesto teologo, «sarà per me inconvenevole avversare alcuna cosa che sia da lui secondata. Desidero quindi dʼessere libero perchè io possa combattere per la Principessa con tutti i mezzi che Dio mi ha dato.» Bentinck persuase Burnet a differire la dichiarazione delle ostilità fino a quando fosse chiaramente nota la risoluzione di Guglielmo. In poche ore il disegno che aveva suscitato tanto risentimento fu abbandonato; e tutti coloro i quali non più consideravano Giacomo come Re, concordarono intorno al modo di provvedere al trono. Era dʼuopo che Guglielmo e Maria fossero Re e Regina; le effigie di ambedue si vedessero congiunte sulle monete; i decreti corressero in nome di entrambi; entrambi godessero tutti gli onori e le immunità personali della sovranità: ma il potere esecutivo, che non poteva senza pericolo partirsi, doveva appartenere al solo Guglielmo.[660]
XLV. Giunto il tempo stabilito al libero colloquio fra le due Camere, i Commissari dei Lordi, indossando lʼabito del loro ufficio si assisero da un lato attorno la tavola nella Sala dipinta: ma dallʼaltro lato la folla deʼ membri della Camera deʼ Comuni era sì grande che i gentiluomini i quali dovevano discutere intorno al subietto controverso, invano provaronsi di ottenere posto. Non senza difficoltà e lungo indugio il Sergente dʼArmi potè farsi passare.[661]
Finalmente incominciò la discussione. È giunta sino a noi una copiosa relazione deʼ discorsi dʼambe le parti. Pochi sono gli studiosi della storia i quali non abbiano svolta con ardente curiosità tale relazione e non lʼabbiano gettata via disillusi. La questione tra le due Camere fu discussa da ambo le parti come questione di legge. Le obiezioni fatte daʼ Lordi alla deliberazione dei Comuni furono in materia di vocaboli e di punti tecnici, ed ebbero risposte della medesima sorta. Somers difese lʼuso della parola abdicazione citando Grozio e Brissonio, Spigelio e Bartolo. Sfidato ad addurre qualche autorità per sostenere la proposizione che la Inghilterra poteva essere senza sovrano, ei produsse un documento parlamentare del 1399 in cui stabilivasi espressamente che il trono era rimasto vacante dalla abdicazione di Riccardo II fino allʼinalzamento di Enrico IV. I Lordi risposero adducendo un documento parlamentare dellʼanno primo dʼEduardo IV, dal quale appariva, che lo strumento del 1399 era stato solennemente annullato. Sostenevano quindi che lo esempio recato da Somers non poteva applicarsi al caso. Surse allora Treby in soccorso di Somers, e produsse il documento parlamentare dellʼanno primo di Enrico VII, che revocava lʼatto dʼEduardo IV, e per conseguenza ristabiliva la validità del documento del 1399. Dopo parecchie ore il colloquio fu sciolto.[662] I Lordi si congregarono nella sala loro. Ben vedevasi che essi stavano quasi per cedere, e che il colloquio era stato per semplice forma. I fautori di Maria sʼerano accorti che ponendola sul trono come rivale del marito, le avevano recato grave dispiacere. Taluni dei Pari che dianzi avevano votato per instituire una Reggenza avevano fatto pensiero o di assentarsi o di secondare la deliberazione della Camera Bassa. Affermavano non avere cangiato opinione; ma qual si fosse governo esser meglio che nessun governo; il paese non poter più a lungo sopportare cotesta angosciosa sospensione. Lo stesso Nottingham, il quale nella Sala dipinta aveva diretta la discussione contro i Comuni, dichiarò che, quantunque la coscienza non gli consentisse di cedere, ei godeva vedendo le coscienze degli altri essere meno fastidiose. Vari Lordi i quali non avevano fino allora votato nella Convenzione erano stati indotti a recarvisi: Lord Lexington il quale era pur allora giunto dal Continente; il Conte di Lincoln che era mezzo maniaco; il Conte di Carlisle che si trascinava sulle grucce; e il Vescovo di Durham, il quale sʼera tenuto nascosto e intendeva fuggire oltre mare; ma gli era stato annunziato che ove egli votasse pel riordinamento del Governo, non si farebbe mai più parola della sua condotta nella Commissione Ecclesiastica. Danby, desideroso di spengere lo scisma da lui cagionato, esortò la Camera, con un discorso superiore anche alla sua ordinaria valentia, a non perseverare in una contesa che poteva riuscire fatale allo Stato. Fu caldamente secondato da Halifax. Il partito avverso si perdè dʼanimo. Posta la questione se Giacomo avesse abdicato il governo, solo tre Lordi dettero il voto negativo. Nella questione se il trono fosse vacante, gli approvanti furono sessantadue, i neganti quarantasette. Fu immediatamente approvata senza votazione la proposta che il Principe e la Principessa dʼOrange fossero dichiarati Re e Regina dʼInghilterra.[663]
XLVI. Nottingham allora propose che la formula deʼ giuramenti di fedeltà e di supremazia si variasse in modo da potersi con sicura coscienza prestare da coloro i quali al pari di lui disapprovavano ciò che la Convenzione aveva fatto, e non per tanto volevano schiettamente essere leali e rispettosi sudditi deʼ nuovi sovrani. A tale proposizione nessuno obiettò. Non è dubbio che intorno a ciò vi fosse intelligenza tra i capi deʼ Whig e quei Lordi Tory i cui voti avevano fatto traboccare la bilancia nellʼultima tornata. Le nuove formole di giuramento furono mandate ai Comuni insieme con la deliberazione che il Principe e la Principessa venissero dichiarati Re e Regina.[664]
XLVII. Ormai era noto a chi doveva darsi la Corona. Rimaneva a decidersi a quali condizioni si dovesse darla. I Comuni avevano eletto un Comitato per discutere e riferire i provvedimenti da farsi onde assicurare la legge e la libertà contro le aggressioni deʼ futuri sovrani; e il Comitato aveva già fatta la relazione.[665] La quale proponeva primamente che quei grandi principii della Costituzione che erano stati violati dal deposto Re, fossero solennemente rivendicati: e in secondo luogo che si facessero molte nuove leggi a fine dʼinfrenare la regia prerogativa e purificare lʼamministrazione della giustizia. La maggior parte deʼ suggerimenti del Comitato erano eccellenti; ma era affatto impossibile che le Camere nello spazio di un mese, e anche di un anno, potessero debitamente trattare così numerose, varie e importanti materie. Fra le altre cose fu proposto di riformare la milizia civica; restringere la potestà che i sovrani avevano di prorogare e sciogliere il Parlamento; limitare la durata deʼ Parlamenti; impedire che si opponesse la grazia del Re ad unʼaccusa parlamentare; concedere tolleranza ai protestanti dissenzienti; definire con maggior precisione il delitto dʼalto tradimento; condurre i processi di crimenlese in modo più favorevole allʼinnocenza; rendere duraturo a vita lʼufficio di giudice; variare il modo di nominare gli sceriffi; nominare i giurati in guisa da impedire la parzialità e la corruzione; abolire lʼuso di fare i processi criminali nella Corte del Banco del Re; riformare la Corte della Cancelleria; stabilire lʼonorario deʼ pubblici ufficiali; ed emendare la legge di Quo Warranto. Era chiaro che a far leggi savie e profondamente pensate sopra tali materie bisognava più dʼuna laboriosa sessione; ed era parimente chiaro che leggi fatte in fretta e mal digerite sopra materie sì gravi non potevano che produrre nuovi mali peggiori di quelli che avrebbero potuto spegnere. Se il Comitato intendeva dare una lista di tutte le riforme che il Parlamento avrebbe dovuto fare in tempo proprio, la lista era stranamente imperfetta. Letta appena la relazione, i rappresentanti, lʼuno dopo lʼaltro, sorsero suggerendo aggiunzioni. Fu proposto e approvato che si proibisse la rendita deglʼimpieghi, che si rendesse più efficace lʼAtto dellʼHabeas Corpus, e che si rivedesse la legge di Mandamus. Un tale si scagliò contro glʼimpiegati della imposta sui fuochi, un altro contro quei dellʼExcise: e la Camera deliberò di reprimere gli abusi dʼentrambi. È cosa notevolissima che, mentre lo intero sistema politico, militare, giudiciario e fiscale del Regno nella sopradetta guisa passavasi a rassegna, nè anche uno deʼ rappresentanti del popolo proponesse la revoca della legge che sottoponeva la stampa alla censura. Gli stessi uomini intelligenti non ancora intendevano che la libertà della discussione è il precipuo baluardo di tutte le altre libertà.[666]
XLVIII. La camera era in grave imbarazzo. Alcuni oratori calorosamente dicevano essersi già perduto assai tempo; doversi stabilire il Governo senza nemmeno un giorno dʼindugio; la società inquieta; languente il commercio; la colonia inglese dʼIrlanda in imminente pericolo di perire; sovrastare una guerra straniera; essere possibile che in pochi giorni lʼesule Re approdasse con unʼarmata francese a Dublino, e da Dublino in breve tempo trapassasse a Chester. Non era ella insania in un caso tanto critico lasciare il trono vacante, e, mentre la esistenza stessa del Parlamento era in pericolo, consumare il tempo a discutere se i Parlamenti dovessero prorogarsi dal Sovrano o da sè? Dallʼaltra parte chiedevasi se la Convenzione credesse dʼavere adempito il proprio debito col solo rovesciare un Principe per inalzare un altro. Certo ora, o mai, era il momento di assicurare la libertà pubblica con difese tali da potere efficacemente impedire le usurpazioni della regia prerogativa.[667] Senza alcun dubbio gravi erano le ragioni allegate da ambe le parti. Gli esperti capi dei Whig, fra i quali Somers andava sempre acquistando maggiore riputazione, proposero una via di mezzo. Dicevano la Camera avere in mira due cose chʼerano da considerarsi lʼuna dallʼaltra distinte; assicurare, cioè, lʼantico ordinamento politico del reame contro le illegali aggressioni; e migliorare tale politico ordinamento con riforme legali. La prima poteva conseguirsi facendo nella deliberazione che chiamava i nuovi sovrani al trono, solenne ricordo del diritto che aveva la Nazione inglese alle sue vetuste franchigie, in guisa che il Re possedesse la sua Corona, e il popolo i suoi privilegi in forza di un solo e medesimo titolo. Ad ottenere la seconda era mestieri un intero volume di leggi elaborate. Lʼuna poteva conseguirsi in un solo giorno; lʼaltra appena in cinque anni. Quanto alla prima tutti i partiti erano dʼaccordo; quanto alla seconda vʼera innumerevole varietà dʼopinioni. Nessun membro dellʼuna e dellʼaltra Camera esiterebbe un istante a votare che il Re non potesse imporre tasse senza consenso del Parlamento; ma non sarebbe possibile fare alcuna nuova legge di procedura nei casi dʼalto tradimento, senza far nascere lunga discussione, ed essere da questi riprovata come ingiusta verso lo accusato, e da quelli come ingiusta verso la Corona. Lo scopo dʼuna straordinaria Convenzione degli Stati del reame non era di trattare le faccende che ordinariamente trattano i Parlamenti, stabilire lʼonorario dei Maestri in Cancelleria, e fare provvisioni contro le esazioni degli ufficiali dellʼExcise, ma di regolare la gran macchina del Governo. Fatto ciò, sarebbe tempo di ricercare quali miglioramenti le nostre istituzioni richiedessero; nè nello indugio sarebbe rischio; imperocchè un Sovrano che regnasse semplicemente mercè la elezione del popolo non potrebbe lungo tempo ricusare il suo assenso a quei provvedimenti che il popolo, parlando per mezzo deʼ suoi rappresentanti, chiedesse.
Per tali ragioni i Comuni saggiamente sʼindussero a differire ogni riforma finchè fosse ristaurata in tutte le sue parti lʼantica Costituzione del Regno, e per allora pensare di provvedere al trono senza imporre a Guglielmo ed a Maria altro obbligo che quello di governare secondo le leggi esistenti dʼInghilterra. Affinchè le questioni controverse tra gli Stuardi e la nazione più oltre non risorgessero, eʼ fu deliberato che lʼAtto in forza del quale il Principe e la Principessa dʼOrange erano chiamati al trono contenesse espressi in distintissima e solenne forma i principii fondamentali della Costituzione. Questo documento che chiamasi Dichiarazione dei Diritti fu compilato da un Comitato preseduto da Somers. Per un giovine giureconsulto che soltanto dieci giorni innanzi aveva per la prima volta favellato nella Camera deʼ Comuni, lʼessere stato eletto ad un ufficio di tanto onore e tanta importanza nel Parlamento, è sufficiente prova della superiorità del suo ingegno. In poche ore la Dichiarazione fu finita e approvata dai Comuni. I Lordi vi assentirono con qualche modificazione di poco momento.[668]
XLIX. La Dichiarazione incominciava riepilogando gli errori e i delitti che avevano resa necessaria la rivoluzione. Giacomo aveva invaso il campo del Corpo Legislativo, trattato come delitto una modesta petizione, oppresso la Chiesa per mezzo di un tribunale illegale, senza consenso del Parlamento imposto tasse e mantenuto in tempo di pace un esercito stanziale, violato la libertà delle elezioni, e pervertito il corso della giustizia. Questioni che poteva legittimamente discutere il solo Parlamento erano state subietto di persecuzione nel Banco del Re. Erano stati eletti Giurati parziali e corrotti; estorti ai prigioni eccessivi riscatti; imposte multe eccessive; inflitte barbare e insolite pene; le sostanze degli accusati tolte a questi, e innanzi che fossero dichiarati rei convinti, date ad altrui. Colui, per autorità del quale sʼerano fatte tali cose, aveva abdicato il Governo. Il Principe dʼOrange, fatto da Dio glorioso strumento a liberare il paese dalla superstizione e dalla tirannide, aveva invitato gli Stati del reame a ragunarsi e consultare intorno al modo di assicurare la religione, la legge e la libertà. I Lordi e i Comuni dopo matura deliberazione aveano innanzi tutto, secondo lo esempio degli avi, rivendicato i vetusti diritti e le libertà della Inghilterra. Avevano quindi dichiarato che la potestà di dispensare dianzi usurpata ed esercitata da Giacomo non aveva esistenza legale; che senza lʼautorizzazione del Parlamento il Sovrano non poteva esigere danaro dal suddito; che senza il consenso del Parlamento non poteva mantenersi esercito stanziale in tempo di pace. Il diritto deʼ sudditi a far petizioni, il diritto degli elettori a scegliere liberamente i loro rappresentanti, il diritto deʼ Parlamenti alla libertà della discussione, il diritto della Nazione ad una pura e mite amministrazione della giustizia secondo lo spirito mite delle sue leggi, tutte queste cose vennero solennemente espresse, e dalla Convenzione, a nome del popolo, reclamate come incontrastabile eredità deglʼInglesi. Rivendicati in cosiffatta guisa i principii della Costituzione, i Lordi e i Comuni, pienamente confidando che il liberatore reputasse sacre le leggi e le libertà da lui già salvate, determinavano che Guglielmo e Maria, Principe e Principessa dʼOrange, venissero dichiarati Re e Regina dʼInghilterra, loro vita durante, e che, viventi entrambi, il potere esecutivo fosse nelle mani del solo Principe. Dopo la morte loro, al trono succederebbero i discendenti di Maria, poi la Principessa Anna e suoi discendenti, poi i discendenti di Guglielmo.
L. Verso questo tempo il vento aveva cessato di spirare da ponente. La nave sulla quale la Principessa dʼOrange sʼera imbarcata, trovavasi il dì 11 febbraio di faccia a Margate, la dimane gettò lʼàncora in Greenwich.[669] Le furono fatte gioiose e affettuose accoglienze: ma il suo contegno spiacque gravemente ai Tory, e daʼ Whig non fu reputato scevro di biasimo. Una donna giovane, da un destino tristo e tremendo come quello che pesava sulle favolose famiglie di Labdaco e di Pelope, posta in condizioni da non potere, senza violare i propri doveri verso Dio, il marito e la patria, ricusare dʼascendere al trono dal quale il padre suo era stato dianzi rovesciato, avrebbe dovuto avere aspetto tristo o almeno grave. E non per tanto Maria non solo era di lieto ma di stravagante umore. Fu detto chʼella entrasse in Whitehall col fanciullesco diletto di vedersi padrona di un sì bel palagio, corresse per le stanze, facesse capolino negli stanzini, e si stesse ad osservare gli arredi del letto di gala siffattamente, che sembrava non rammentasse da chi quei magnifici appartamenti erano stati dianzi occupati. Burnet, il quale fino allora lʼaveva reputata un angiolo in forma umana, non potè in quella occasione astenersi dal biasimarla. E ne era maggiormente attonito, perocchè nel togliere da lei commiato allʼAja, lʼaveva veduta,—quantunque fosse pienamente persuasa di procedere per la via del dovere,—profondamente accuorata. A lui, come a direttore spirituale, ella poscia disse le ragioni della propria condotta. Guglielmo le aveva scritto che taluni di coloro che sʼerano provati a dividere i suoi interessi da quelli di lei, seguitavano a tramare: andavano spargendo chʼessa si reputava lesa neʼ suoi diritti; ed ove si mostrasse in melanconico aspetto, la ciarla toglierebbe sembianza di verità. La supplicava quindi ad assumere nella sua prima comparsa unʼaria di allegria. Il suo cuore—diceva ella—era ben lungi dallʼessere lieto; ma aveva fatto ogni sforzo a parerlo; e temendo di non rappresentare convenevolmente una parte chʼella non sentiva, lʼaveva esagerata. Il suo contegno fu subietto a volumi di scurrilità in prosa e in versi; le scemò reputazione presso taluni di coloro la cui stima ella teneva in pregio; nè il mondo mai seppe, finchè ella non fu in luogo dove nè lode nè biasimo poteva coglierla, che la condotta la quale le aveva meritato il rimprovero di insensibilità e leggerezza, era stupendo esempio di quella perfetta e disinteressata devozione di cui lʼuomo sembra incapace, ma che talvolta si trova nella donna.[670]
LI. Il mercoledì mattina, 13 febbraio, la Corte di Whitehall e tutte le vie circostanti erano accalcate di gente. La magnifica Sala del banchetto, capolavoro dʼInigo, e adorna deʼ capolavori di Rubens, era stata apparecchiata per una grande cerimonia. Lungo le pareti stavansi in fila gli ufficiali delle Guardie. Presso la porta di tramontana, a diritta, vedevasi un gran numero di Pari; vʼerano a sinistra i Comuni col presidente loro accompagnato dal mazziere. Apertasi la porta di mezzogiorno, il Principe e la Principessa dʼOrange lʼuno a fianco dellʼaltra entrarono e presero posto sotto il baldacchino reale.
Ambedue le Camere si appressarono inchinandosi. Guglielmo e Maria si fecero innanzi di pochi passi. Halifax a diritta e Powle a sinistra avanzatisi, Halifax favellò. Disse la Convenzione avere fatta una deliberazione chʼegli pregava le Altezze Loro dʼascoltare. Quelle fecero cenno dʼassentimento, e il Cancelliere lesse ad alta voce la Dichiarazione dei Diritti. E come egli ebbe finito, Halifax in nome di tutti gli Stati del Reame, pregò il Principe e la Principessa dʼaccettare la Corona.
LII. Guglielmo a nome suo e della moglie rispose che essi tenevano in maggior pregio la Corona perchè era loro offerta come pegno della fiducia della nazione. «Pieni di gratitudine noi accettiamo» disse egli «il dono che ci avete offerto.» Poi, quanto a sè, gli assicurò che le leggi della Inghilterra da lui ora rivendicate, sarebbero norma della sua condotta; che egli si studierebbe di promuovere il bene del Regno, e quanto ai mezzi di farlo, chiederebbe sempre consiglio alle Camere, volendosi più volentieri fidare del giudicio loro che del suo.[671] Queste parole furono accolte con uno scoppio di gioiose grida alle quali in un baleno risposero dalle vie gli evviva di molte migliaia. I Lordi e i Comuni quindi rispettosamente uscirono dalla Sala del banchetto e andarono in processione alla maggior porta di Whitehall, dove li attendevano gli Araldi coperti deʼ loro sontuosi mantelli. Tutto quello spazio fino a Charing Cros rendeva immagine di un mare di teste. I timpani suonarono, squillarono le trombe, e il Re dʼArmi ad alta voce proclamò il Principe e la Principessa dʼOrange Re e Regina dʼInghilterra, intimò a tutti glʼInglesi dʼessere, dʼallora innanzi, sinceramente fedeli e ligi ai nuovi sovrani, e supplicò Dio, il quale aveva con sì segnalato modo liberata la nostra Chiesa e la nostra Nazione, benedicesse Guglielmo e Maria, concedendo loro lungo e felice regno.[672]
LIII. In questa guisa fu consumata la Rivoluzione inglese. Ogni qual volta la paragoniamo con quelle, che, negli ultimi sessanta anni, hanno rovesciato tanti vetusti governi, non possiamo a meno di rimanere maravigliati dellʼindole speciale di quella. Perchè la sua indole fosse così speciale è bastevolmente chiaro, e non per tanto eʼ sembra che non sia stata sempre intesa da coloro che lʼhanno commendata nè da coloro che lʼhanno biasimata.
Le rivoluzioni del Continente successe nei secoli decimottavo e decimonono ebbero luogo in paesi dove da lungo tempo più non rimaneva vestigio della monarchia temperata del medio evo. Il diritto che aveva il Principe di fare leggi, e imporre tasse, era rimasto per molte generazioni incontrastato. Il suo trono era difeso da un grande esercito stanziale. Il suo governo non poteva senza estremo pericolo essere biasimato nè anche con moderatissime parole. I suoi sudditi non godevano la libertà personale che a libito del Principe. Non restava neppure una istituzione, a memoria deʼ più vecchi, la quale prestasse al suddito sufficiente protezione contro le enormezze della tirannide. Quelle grandi congreghe che un tempo avevano domata la potestà regia erano cadute in oblio. La struttura e i privilegi loro erano noti ai soli antiquari. Non possiamo quindi maravigliarci che allorquando ad uomini siffattamente governati venne fatto di strappare il supremo potere dalle mani di un governo che in cuor loro da lungo tempo aborrivano, eglino fossero corrivi a demolire e inetti a riedificare; che rimanessero sedotti da ogni novità, proscrivessero ogni titolo, cerimonia, e frase che richiamava alla mente la idea del vecchio sistema, e dilungandosi con disgusto dalle nazionali tradizioni frugassero nei volumi deʼ politici filosofanti a trovarvi principii di governo, o con ridicola e stolta affettazione scimmiottassero i patriotti di Atene e di Roma. Non possiamo medesimamente maravigliarci che la violenta azione dello spirito rivoluzionario fosse seguita da una reazione al pari violenta, e che la confusione, poco dopo, generasse un dispotismo più severo di quello donde essa era nata.
Se noi ci fossimo trovati nella medesima situazione; se a Strafford fosse riuscito di mandare ad effetto la sua prediletta idea del Compiuto, di formare un esercito numeroso e bene disciplinato, come quello che, pochi anni dopo, Cromwell creò; se parecchie decisioni giudiciali simili a quella che fu profferita dalla Camera dello Scacchiere nel caso della imposta marittima, avessero trasferito nella Corona il diritto di gravare il popolo di balzelli; se la Camera Stellata e lʼAlta Commissione Ecclesiastica avessero seguitato a multare, mutilare e porre in carcere chiunque osava alzare la voce contro il Governo; se la stampa fosse stata pienamente inceppata come in Vienna e in Napoli; se i nostri Re avessero gradatamente recato alle loro mani tutto il potere legislativo; se pel corso di sei generazioni non avessimo avuta nè anche una sessione di Parlamento; e se alla perfine in qualche istante di fiero concitamento fossimo insorti contro i nostri padroni; quale scoppio di furore popolare ne sarebbe seguito! Con che fracasso, udito e sentito sino ai confini del mondo, il vasto edificio sociale sarebbe caduto a terra! Quante migliaia dʼesuli, un tempo i più felici e culti membri di questa grande cittadinanza, sarebbero andati mendicando il pane loro per le terre del Continente, o avrebbero cercato ricovero neʼ rozzi tugurii fra mezzo alle foreste dellʼAmerica! Quante volte avremmo veduto sossopra i lastricati di Londra per asserragliare le strade, crivellate di palle le case, spumanti di sangue i rigagnoli! Quante volte saremmo furiosamente corsi da un estremo allʼaltro, dallʼanarchia cercando rifugio nel dispotismo, e a liberarci dal dispotismo ricadendo nellʼanarchia! Quanti anni di sangue e di confusione ci sarebbe costato lo imparare i rudimenti primi della sapienza politica! Da quante fanciullesche teorie saremmo stati ingannati! Quante informi e mal ponderate Costituzioni avremmo inalzate solo per vederle nuovamente cadere! Sarebbe stata insigne ventura per noi se mezzo secolo di rigida disciplina fosse stato sufficiente a educarci a godere della vera libertà.
Tali sciagure la nostra Rivoluzione scansava. Era vigorosamente difensiva ed aveva seco prescrizione e legittimità. Tra noi, e solo tra noi, una monarchia temperata dal secolo decimoterzo sʼera serbata intatta fino al decimosettimo. Le nostre istituzioni parlamentari erano in pieno vigore; eccellenti i più essenziali principii del Governo; non formalmente nè esattamente compresi in un solo documento scritto, ma sparsi nei nostri antichi e nobili statuti, e—cosa di somma importanza—impressi da quattrocento anni in cuore a tutti glʼInglesi. Che senza il consenso deʼ rappresentanti della Nazione non si potesse fare atti legislativi, imporre tasse, mantenere esercito stanziale, imprigionare nessuno nè anche per un giorno ad arbitrio del Sovrano; che nessun satellite del Governo potesse allegare un ordine del Re come scusa per violare qual si fosse diritto dellʼinfimo suddito; tutte queste cose erano considerate tanto daʼ Whig che dai Tory quali leggi fondamentali del reame. Un Regno in cui erano siffatte leggi fondamentali non aveva mestieri dʼuna nuova Costituzione.
Ma comechè non vi fosse cotesto bisogno, era chiara la necessità di riforme. Il pessimo governo degli Stuardi, e le perturbazioni da quello suscitate, bastevolmente provavano che il nostro ordinamento politico in alcuna sua parte difettava; ed era debito della Convenzione indagare e supplire a tale difetto.
Varie questioni di grave momento lasciavano tuttavia aperto il campo alle dispute. La nostra Costituzione era nata in tempi nei quali gli uomini di Stato non erano cotanto assuefatti a fare definizioni esatte. Ne erano quindi impercettibilmente surte anomalie incompatibili con la Costituzione e pericolose alla sua stessa esistenza, e non avendo nel corso di anni molti cagionato gravi inconvenienti, avevano a poco a poco acquistato forza di prescrizione. Rimedio a questi mali era il riconfermare i diritti del popolo con parole tali che eliminassero ogni controversia, e dichiarare che nessuno esempio valesse a giustificare qual si fosse violazione di questi diritti.
Ciò fatto, eʼ sarebbe stato impossibile ai nostri principi male intendere la legge; ma non facendosi alcunʼaltra cosa di più, non era al tutto improbabile che essi la potessero violare. Sventuratamente la Chiesa aveva da lungo tempo insegnato alla Nazione che la monarchia ereditaria, sola tra tutte le nostre istituzioni, era divina e inviolabile; che il diritto che ha la Camera dei Comuni di partecipare al potere legislativo, era semplicemente diritto umano, ma quello che ha il Re alla obbedienza passiva del popolo era derivato dal Cielo; che la Magna Charta era uno statuto il quale poteva revocarsi da coloro che lo avevano fatto, ma il principio, per virtù del quale i principi di sangue regio venivano chiamati al trono per ordine di successione, era dʼorigine divina, ed ogni atto parlamentare incompatibile con quello era nullo. Egli è evidente che in una società nella quale tali superstizioni prevalgono, la libertà costituzionale è dʼuopo sia mal sicura. Una potestà che è considerata come ordinamento dellʼuomo non vale ad infrenare una potestà che è creduta ordinamento di Dio. È vano sperare che le leggi, per quanto siano eccellenti, infrenino durevolmente un Re, il quale secondo chʼegli stesso e la maggior parte deʼ suoi popoli credono, ha una autorità infinitamente più alta di quella che spetta alle leggi. Privare la dignità regia di cotali misteriosi attributi, e stabilire il principio che i Re regnino in forza dʼun diritto che in nulla differisca da quello onde i liberi possidenti eleggono i rappresentanti delle Contee, o dal diritto onde i Giudici concedono un ordine di Habeas Corpus, era assolutamente necessario alla sicurezza delle libertà nostre.
La Convenzione, dunque, aveva due grandi doveri da adempiere: distrigare, cioè, da ogni ambiguità le leggi fondamentali del reame; e sradicare dalle menti dei governanti e dei governati la falsa e perniciosa idea che la regia prerogativa era più sublime, e più sacra delle predette leggi fondamentali. Al primo scopo si giunse con la esposizione solenne e la rivendicazione con che incomincia la Dichiarazione dei Diritti; al secondo con la risoluzione onde il trono fu giudicato vacante, e Guglielmo e Maria furono invitati ad ascendervi.
Il mutamento sembra lieve. La Corona non fu privata nè anche dʼuno deʼ suoi fiori; nessun nuovo diritto concesso al popolo. Le leggi inglesi in tutto e per tutto, secondo il giudicio deʼ più grandi giureconsulti, di Holt e di Treby, di Maynard e di Somers, dopo la Rivoluzione rimasero le stesse di prima. Alcuni punti controversi furono risoluti secondo la opinione deʼ migliori giuristi; e solo si deviò alquanto dallʼordinaria linea di successione. Ciò fu tutto; e bastava.
Perchè la nostra Rivoluzione fu una rivendicazione degli antichi diritti, fu condotta rigorosamente osservando le antiche formalità. Quasi in ogni atto e in ogni parola manifesto si vede un profondo rispetto pel passato. Gli Stati del reame deliberarono nelle vecchie sale e giusta le vecchie regole. Powle fu condotto al seggio nella consueta forma fra colui che lo aveva proposto e colui che aveva secondata la proposta. Lʼusciere con la sua mazza guidò i messaggieri dei Lordi al banco dei Comuni: e le tre riverenze furono debitamente fatte. La conferenza dʼambedue le Camere ebbe luogo con tutte le antiche cerimonie. Da un lato della tavola, nella Sala Dipinta, i Commissari deʼ Lordi sedevano col capo coperto e vestiti dʼermellino e dʼoro. Dallʼaltro lato i Commissari deʼ Comuni stavansi in piedi e a capo scoperto. I discorsi fattivi paiono un contrapposto pressochè ridicolo della eloquenza rivoluzionaria dʼogni altro paese. Ambidue i partiti mostrarono la medesima riverenza verso le antiche tradizioni costituzionali dello Stato. Solo disputavano in che senso quelle tradizioni erano da intendersi. I propugnatori della libertà non fecero pur motto dellʼuguaglianza naturale degli uomini e della inalienabile sovranità del popolo, di Armodio o di Timoleone, di Bruto primo o di Bruto secondo. Allorquando fu detto che in forza della legge della Inghilterra la Corona rimaneva essenzialmente devoluta al più prossimo erede, risposero che in forza della legge della Inghilterra, un uomo ancora in vita non poteva avere erede. Allorquando fu detto non esservi esempio a dichiarare vacante il trono, mostrarono una pergamena, scritta circa trecento anni innanzi in bizzarro carattere e in barbaro latino, e tratta dagli Archivi della Torre, nella quale facevasi ricordo come gli Stati del reame avessero dichiarato vacante il trono dʼun Plantageneto perfido e tiranno. In fine, composta ogni disputa, i nuovi Sovrani vennero proclamati con lʼantica pompa. Vi fu tutto il bizzarro apparato araldico: Clarencieux e Norroy, Portcullis, e Rouge Dragon, le trombe, le bandiere, e le grottesche sopravvesti ricamate a lioni e a gigli. Il titolo di Re di Francia preso dal vincitore di Cressy non fu omesso nella lista dei titoli regi. A noi che siamo vissuti nel 1848 parrà forse un abuso di vocabolo chiamare col terribile nome di Rivoluzione un fatto consumato con tanta riflessione, con tanta moderazione, e con tanto scrupolosa osservanza delle forme prescritte.
E nulladimeno questa Rivoluzione, fra tutte la meno violenta, di tutte la più benefica, sciolse diffinitivamente la grande questione di sapere se lo elemento popolare, il quale fino dalla età di Fitzwalter e di De Montfort era sempre esistito nellʼordinamento politico della Inghilterra, verrebbe distrutto dallo elemento monarchico, o si lascerebbe sviluppare liberamente e divenire predominante. La lotta traʼ due principii era stata lunga, accanita, e dubbia. Era durata per quattro regni. Aveva prodotto sedizioni, accuse, ribellioni, battaglie, assedii, proscrizioni, stragi giudiciali. Tal volta la libertà, tal altra il principato parvero sul punto di spegnersi. Per molti anni la energia di metà della Inghilterra sʼera sforzata di frustrare la energia dellʼaltra metà. Il potere esecutivo e il legislativo sʼerano lʼun lʼaltro tanto efficacemente contrastati da rimanerne entrambi impotenti, al segno che lo Stato era divenuto nulla nel sistema politico dellʼEuropa. Il Re dʼArmi allorchè innanzi la porta di Whitehall proclamò Guglielmo e Maria, annunziava finita la gran lotta; perfetta lʼunione fra il trono e il Parlamento; la Inghilterra da lungo tempo dipendente e caduta in abiezione, ridivenuta Potenza di primo ordine; le antiche leggi che vincolavano la regia prerogativa sarebbero per lo avvenire tenute sacre come la prerogativa stessa, e produrrebbero tutti gli effetti loro; il potere esecutivo verrebbe amministrato secondo il voto dei rappresentanti del popolo; qualunque riforma proposta dopo matura deliberazione dalle due Camere, non sarebbe ostinatamente avversata dal Sovrano. La Dichiarazione dei Diritti, comechè non rendesse legge ciò che per lo innanzi legge non era, conteneva i germi della legge che dètte la libertà religiosa ai Dissenzienti, della legge che assicurò la indipendenza deʼ giudici; della legge che limitò la durata deʼ Parlamenti, della legge che pose la libertà della stampa sotto la protezione dei Giurati, della legge che vietò il traffico degli schiavi, della legge che abolì il giuramento religioso, della legge che liberò i Cattolici Romani dalle incapacità civili, della legge che riformò il sistema rappresentativo, dʼogni buona legge che è stata promulgata nello spazio di centosessanta anni, dʼogni buona legge in fine che quinci innanzi verrà reputata necessaria a promuovere il bene pubblico, e a soddisfare alle richieste della pubblica opinione.
Il più grande encomio che possa farsi della Rivoluzione del 1688 sta nel dire che essa fu lʼultima delle nostre rivoluzioni. Ormai sono trascorse varie generazioni senza che nessuno Inglese assennato e animato di spirito patrio abbia fatto pensiero di resistere al Governo stabilito. Ogni onesto e savio uomo è profondamente convinto—convinzione ogni giorno riconfermata dalla esperienza—che i mezzi di ottenere qual si voglia miglioramento richiesto dalla Costituzione, si possano trovare nella Costituzione stessa.
Ora, o giammai, dovremmo estimare di quale importanza sia la resistenza degli antichi nostri fatta alla Casa Stuarda. Dintorno a noi tutto il mondo è travagliato dal travaglio delle grandi nazioni. Governi che dianzi pareva dovessero durare deʼ secoli, sono stati, in un subito, scossi e rovesciati. Le più orgogliose metropoli della Europa occidentale sono state inondate di sangue cittadino. Tutte le sinistre passioni, cupidigia di guadagno, sete di vendetta, vicendevole aborrimento di classi, vicendevole aborrimento di razze, hanno rotto il freno delle leggi divine e delle umane. Timore e ansietà hanno annuvolato lo aspetto e contristato il cuore a milioni dʼuomini. Sospeso il commercio; paralizzata la industria; diventato povero il ricco, poverissimo il povero; predicate dalla tribuna e difese con la spada dottrine ostili alle scienze, alle arti, alla industria, alla carità di famiglia; dottrine tali che, se potessero mandarsi ad effetto, disfarebbero, in trenta anni, tutto ciò che trenta secoli hanno fatto a bene della umanità, e renderebbero le più belle province di Francia e di Germania selvagge come il Congo e la Patagonia; la Europa è stata minacciata di giogo da barbari, al paragone dei quali i barbari seguaci dʼAttila e Alboino erano culti ed umani. I veri amici del popolo con profondo dolore hanno confessato trovarsi in grave pericolo interessi più preziosi di qualsiasi privilegio politico, ed essere necessario sacrificare fino la libertà onde salvare lo incivilimento. Frattanto nellʼisola nostra il corso regolare del Governo non è stato mai interrotto nè anche per un giorno. I pochi facinorosi arsi da libidine di licenza e di saccheggio, non hanno avuto lʼanimo dʼaffrontare la forza dʼuna nazione leale, schierata in ferma attitudine intorno a un trono paterno. E ove si chieda la ragione onde le sorti nostre sono state tanto diverse dalle altrui, è da rispondersi che noi non abbiamo mai perduto ciò che gli altri, ciechi e forsennati, si studiano di riacquistare. Perchè noi avemmo una rivoluzione conservatrice nel secolo decimosettimo, non ne abbiamo avuta una distruggitrice nel decimonono. Perchè serbammo la libertà fra mezzo al servaggio, noi abbiamo lʼordine fra mezzo allʼanarchia. Per lʼautorità delle leggi, la sicurezza degli averi, la pace delle strade, la felicità delle famiglie, noi dobbiamo essere grati, dopo Colui che a suo arbitrio esalta ed umilia le nazioni, al Lungo Parlamento, alla Convenzione, ed a Guglielmo dʼOrange.
FINE.
NOTE:
| [1] | Avaus, Neg., 6-16 agosto 1685; Dispaccio di Citters e deʼ suoi colleghi, nel quale è incluso il trattato, 14-24 agosto; Luigi a Barillon, 14-24 e 20-30 agosto. |
| [2] | Avvertimenti intitolati: Per mio figlio il Principe di Galles; nelle carte degli Stuardi. |
| [3] | «LʼHabeas Corpus» diceva Johnson, che era il più bacchettone deʼ Tory, a Boswell, «è il solo pregio che il nostro Governo abbia sopra quelli degli altri paesi.» |
| [4] | Vedi i Ricordi Storici deʼ Reggimenti, pubblicati sotto la revisione dellʼAiutante Generale. |
| [5] | Barillon, 3-13 dicembre 1685. Egli aveva studiato molto la materia: «Cʼest un détail, diceva, dont jʼai connoissance.» Daʼ libri del Tesoro si raccoglie, che la spesa dellʼarmata per lʼanno 1687, fu stabilita il dì primo di gennaio a 623,104 lire sterline, 9 scellini e undici soldi. |
| [6] | Burnet, I, 447. |
| [7] | Tillotson, Sermone detto innanzi alla Camera deʼ Comuni, il dì 5 di novembre 1685. |
| [8] | Locke, Lettera prima intorno alla Tolleranza. |
| [9] | Libro del Consiglio. La destituzione di Halifax è in data del 21 ottobre 1685. Halifax a Chesterfield; Barillon, 19-29 ottobre. |
| [10] | Barillon, 26 ottobre-5 novembre 1685; Luigi a Barillon, 27 ottobre-6 novembre; 6-16 novembre. |
| [11] | Vi è un notevole racconto deʼ primi segni del malcontento fraʼ Tory, in una lettera di Halifax a Chesterfield, scritta nellʼottobre del 1685; Burnet, I, 684. |
| [12] | Gli scritti di quel tempo, trattanti in varie lingue di cotesta persecuzione, sono innumerevoli. Una narrazione chiara, tersa, vivace, trovasi nel libro di Voltaire: Siècle de Louis XIV. |
| [13] | «Misionarios embotados,» dice Ronquillo. «Apostoli Armati» li chiama Innocenzo. Nella Collezione di Mackintosh vi è una notevole lettera di Ronquillo intorno a questo subbietto, in data del 26 marzo-5 aprile 1687. Vedi Venier, Relazione di Francia, 1689, citata dal Professore Ranke nella sua Storia del Papato, libro VIII. |
| [14] | «Mi dicono che tutti questi parlamentarii ne hanno voluto copia; il che assolutamente avrà causate pessime impressioni.»—Adda, 9-19 Novembre 1685. Vedi Evelyn, Diario, 3 novembre. |
| [15] | Giornali deʼ Lordi, 9 novembre 1685. «Vengo assicurato (dice Adda) che S. M. stessa abbia composto il discorso.»—Dispaccio del 16-26 novembre 1685. |
| [16] | Giornali deʼ Comuni; Bramston, Memorie; Giacomo Von Leeuwen agli Stati Generali, 10-20 novembre 1685. Leeuwen era segretario dellʼAmbasciata Olandese, e nellʼassenza di Citters mantenne il carteggio col proprio Governo. Intorno a Clarges. Vedi Burnet, I, 98. |
| [17] | Barillon, 16-26 novembre, 1685. |
| [18] | Dodd, Storia della Chiesa; Leeuven, 17-27 novembre 1685; Barillon, 24 Dicembre 1685. Barillon dice intorno ad Adda: “On lʼavoit fait prévenir que la sûreté et lʼavantage des Catholiques consistoient dans une réunìon entière de sa Majesté Britannique et de son Parlement.” Lettere dʼInnocenzio a Giacomo, in data del 27 luglio-6 agosto, e del 23 settembre-3 ottobre 1685, Dispacci dʼAdda, 8-19 e 16-26 novembre 1685. Lʼinteressantissimo Carteggio dʼAdda, copiato dagli archivi papali, trovasi nel Museo Britannico; Mss. aggiunti, Mo 15395. |
| [19] | Questo notevolissimo dispaccio ha la data del 9-19 novembre 1685, ed è compreso nellʼAppendice alla Storia di Fox. |
| [20] | Giornali deʼ Comuni, 12 novembre 1685; Leeuwen, 13-23 novembre; Barillon 16-26 novembre: Sir Giovanni Bramston, Memorie. La migliore relazione delle discussioni deʼ Comuni nel Novembre 1685, è una di quelle la cui storia è alquanto curiosa. Ve ne sono due copie manoscritte nel Museo Brittannico, Ms. Harl, 7187; Ms. Lans, 253. In queste copie, i nomi deʼ Presidenti sono interamente scritti. Lʼautore della Vita di Giacomo, pubblicata nel 1702, ricopiò questa relazione, ma diede solo le iniziali deʼ nomi deʼ Presidenti. Gli editori deʼ Dibattimenti di Chandler, e della Storia Parlamentare, si provarono dʼindovinare i nomi da coteste iniziali, e talvolta non sʼapposero al vero. Essi attribuiscono a Waller un pregevolissimo discorso, di cui parlerò tra poco, e che fu certamente fatto da Windham, rappresentante di Salisbury. Mi rincresce di vedermi forzato a smentire che le ultime parole profferite in pubblico da Waller, fossero così onorevoli per lui. |
| [21] | Giornali deʼ Comuni, 13 novembre 1685; Bramston, Memorie; Barillon, 16-26 novembre; Leeuwen, 12-23 novembre; Memorie di Sir Stefano Fox, 1717; La causa della Chiesa dʼInghilterra schiettamente dichiarata; Burnet, I, 666, e lʼannotazione del Presidente Onslow. |
| [22] | Giornali deʼ Comuni, novembre 1685; Ms. Harl, 7187; Ms. Lans, 253. |
| [23] | Intorno a questo subbietto, gli autori in modo straordinario discordano; e dopo dʼavere lungamente esaminata la faccenda, debbo confessare che i pareri si equilibrano. Nella Vita di Giacomo (1702) è detto, che la proposta venisse dalla Corte. Il che è confermato da un luogo notevole nelle Carte degli Stuardi, il quale fu corretto dallo stesso pretendente (Clarke, Vita di Giacomo II, vol. II; 55). Dallʼaltro canto, Reresby che era presente alla discussione, e Barillon che avrebbe dovuto sapere il vero, fanno credere che la proposta venisse dalla opposizione. I manoscritti Harleiano e Lansdowniano differiscono nella sola parola da cui dipende la questione. Sventuratamente, Bramston quel dì non era nella Camera. (Giacomo Van Leeuwen rammenta la proposta e lo squittinio di divisione, ma non aggiunge una parola che possa spargere la più piccola luce sulle condizioni deʼ partiti.) Mi è forza confessare la mia impossibilità a dedurre con sicurezza alcuna conseguenza daʼ nomi deʼ questori Sir Giuseppe Williamson e Sir Francesco Russell per la maggioranza, Lord Ancram e Sir Enrico Goodricke per la minoranza. Mi parrebbe probabile che Lord Ancram si fosse posto dalla parte della Corte, e Sir Enrico Goodricke da quella della opposizione. |
| [24] | Giornali deʼ Comuni, 16 novembre 1685; Ms. Harl 7187; Ms. Lans. 235. |
| [25] | Giornali deʼ Comuni, 17, 18 novembre 1685 |
| [26] | Giornali deʼ Comuni, 18 novembre 1685; Ms. Harl. 7187; Ms. Lans. 253; Burnet, I, 667. |
| [27] | Lonsdale, Memorie. Burnet dice (I, 667) che nella Camera deʼ Comuni seguì unʼacre discussione rispetto alle elezioni dopo lʼimprigionamento di Coke. Ciò, quindi, dovette accadere il dì 19 di novembre; perocchè Coke fu condotto alla Torre il dì 18, e il dì 20 il Parlamento fu prorogato. La narrazione di Burnet è confermata dai Giornali deʼ Comuni, da cui si raccoglie che il dì 19 si discuteva di varie elezioni. |
| [28] | Burnet, I, 560; Orazione funebre del duca di Devonshire, detta da Kennet, 1708; Viaggi di Cosimo III in Inghilterra. |
| [29] | Bramston, Memorie. Burnet erra in quanto al tempo in cui fu fatta questa osservazione, e in quanto alla persona che la fece. Nella Lettera di Halifax ad un Dissenziente, trovasi una notevole allusione a questa discussione. |
| [30] | Wood, Athenæ Oxonienses; Gooch, Orazione funebre del Vescovo Compton. |
| [31] | Teonge, Diario. |
| [32] | Barillon ci ha lasciata la migliore relazione di questo dibattimento. Ne estrarrò ciò chʼei dice intorno al discorso di Mordaunt. «Milord Mordaunt, quoique jeune, parla avec eloquence et force. Il dit que la question nʼétoit pas reduite, comme la Chambre des Communes le prétendoit, à guerir des jalousies et défiances, qui avoient lieu dans les choses incertaines; mais que ce qui se passoit ne lʼétoit pas; quʼil y avoit une armée sur pied qui subsistoit, et qui étoit remplie dʼofficiers catholiques; qui ne pouvoit être conservée que pour le renversement des loix; et que la subsistance de lʼarmée, quand il nʼy a aucune guerre ni au dedans ni au dehors, étoit lʼètablissement du gouvernement arbitraire, pour le quel les Anglois ont une adversion si bien fondée.» |
| [33] | Gli riusciva facilissimo il piangere. «Non poteva» dice lʼautore del Panegirico «frenare le lacrime quando altri gli faceva fronte arditamente.—Parlasi delle sue bravazzate e del suo orgoglioso coraggio; ma vi può essere cosa alcuna di più umile in un uomo del suo alto grado, che piangere e singhiozzare?» Nella risposta al Panegirico si dice «che il non aver saputo frenare le lacrime gli toglieva di poter fare la parte dʼipocrita.» |
| [34] | Giornali deʼ Lordi, 19 novembre 1685; Barillon, 23 novembre-3 dicembre;
Dispaccio Olandese, 20-30 novembre; Luttrell, Diario, 19 Novembre;
Burnet, I, 665. Il discorso di chiusura fatto da Halifax è rammentato dal Nunzio
nel suo dispaccio del 16-26 novembre. Adda, circa un mese dopo, fa testimonianza
del potente ingegno di Halifax: «Da questo uomo, che ha gran credito nel Parlamento e grande eloquenza, non si possono attendere che fiere contraddizioni; e nel partito regio non vi è un uomo da contrapporsi.» 21-31 dicembre. |
| [35] | Giornali deʼ Lordi e deʼ Comuni, 20 novembre 1685. |
| [36] | Giornali deʼ Lordi, 11, 17, 18 novembre 1685. |
| [37] | Burnet, I, 616. |
| [38] | Bramston, Memorie; Luttrell, Diario. |
| [39] | Il processo trovasi nella Collezione deʼ Processi di Stato; Bramston, Memorie; Burnet, I, 647; Giornali deʼ Lordi, 20 dicembre 1689. |
| [40] | Giornali deʼ Lordi, 9, 10, 16 Novembre 1685. |
| [41] | Discorso intorno alla corruzione deʼ Giudici, nelle Opere di Lord Delamere, 1694. |
| [42] | “Fu una funzione piena di gravità, di ordine e di gran speciosità.” Adda, 15-25 gennaio, 1686. |
| [43] | Il processo trovasi nella Collezione deʼ Processi di Stato. Leeuwen 15-25. 19-29 gennaio 1686. |
| [44] | Lady Russell al Dottore Fitzwilliam, 15 gennaio 1686. |
| [45] | Luigi a Barillon, 10-20 febbraio 1685. |
| [46] | Evelyn, Diario, 2 ottobre, 1685. |
| [47] | Clarke, Vita di Giacomo II, vol. II, 9; Mem. Orig. |
| [48] | Leeuwen, 1-11 e 12-22 gennaio 1686. La lettera di questa giovinetta, quantunque fosse lunghissima ed assurda, fu reputata degna dʼessere mandata agli Stati Generali, come espressione deʼ tempi. |
| [49] | Vedi il suo processo nella Collezione deʼ Processi di Stato, e il suo curioso Manifesto, stampato nel 1681. |
| [50] | Mémoires de Grammont; Pepys, Diario, 19 agosto 1662; Bonrepaux a Seignelay, 1-11 febbraio 1686. |
| [51] | Bonrepaux a Seignelay, 1-11 febbraio 1686. |
| [52] | Mémoires de Grammont; Vita dʼEduardo, Conte di Clarendon; Carteggio dʼEnrico, Conte di Clarendon, passim, e in ispecie la lettera in data del dì 29 dicembre 1685; Ms. di Sheridan, fra le Carte degli Stuardi; Carteggio di Ellis, 12 gennaio 1686. |
| [53] | Vedi il suo ultimo carteggio, passim; St. Evremond, passim; le lettere di madama di Sévigné in principio del 1689. Vedi anche le istruzioni a Tallard dopo la pace dì Ryswick, negli Archivi francesi. |
| [54] | St. Simon, Memorie, 1697, 1719; St. Evremond; La Fontaine; Bonrepaux a Seignelay, 28 gennaio-7 febbraio, 8-18 febbraio 1686. |
| [55] | Adda, 16-26 novembre, 7-17, e 21-31 dicembre 1685. In questi dispacci Adda adduce alcune ragioni per venire ad un compromesso, abolendo le leggi penali, e lasciando lʼAtto di Prova. Egli chiama il conflitto fra il Governo e il Parlamento “una gran disgrazia.” Ripetutamente accenna che il Re, per mezzo dʼuna politica conforme alla Costituzione, avrebbe potuto ottenere molto a favore dei Cattolici Romani, e che gli sforzi chʼegli faceva a volerli illegalmente alleggiare, avrebbero probabilmente fatto nascere grandi calamità. |
| [56] | Fra Paolo Sarpi, libro VIII; Pallavicino, libro XVIII, cap. 15. |
| [57] | Tale era il costume della sua figlia Anna; e Marlborough diceva chʼella lo aveva imparato dal padre.—Difesa della Duchessa di Marlborough. |
| [58] | Fino al tempo del processo deʼ Vescovi, Giacomo andava sempre dicendo ad Adda, che tutte le calamità di Carlo I seguirono «per la troppa indulgenza.» Dispaccio del 29 giugno-9 luglio 1688. |
| [59] | Barillon 16-26 novembre 1685; Luigi a Barillon, 26 novembre-6 dicembre. In una scrittura del 1687, molto curiosa, quasi senza alcun dubbio di mano di Bonrepaux, e che ora trovasi negli archivi di Francia, Sunderland è dipinto con queste parole: “La passion quʼil a pour le jeu, et les pertes considérables quʼil y a faites, incommodent fort ses affaires. Il nʼaime pas le vin; et il hait les femmes.” |
| [60] | Si ricava dal libro del Consiglio, chʼegli entrò nellʼufficio di presidente il dì 4 dicembre 1685. |
| [61] | Bonrepaux non si lasciò così agevolmente ingannare come Giacomo. “En son particulier, il (Sunderland) nʼen professe aucune (religion), et en parle fort librement. Ces sortes de discours seroient en exécration en France. Ici ils sont ordinaires parmi un certain nombre de gens du pays.”—Bonrepaux a Seignelay, 25 maggio-4 giugno 1687. |
| [62] | Clarke, Vita di Giacomo II, vol. II, 74, 77; Mem. Orig.; Ms. di Sheridan; Barillon, 19-29 marzo 1686. |
| [63] | Beresby, Memorie; Luttrell, Diario, 2 febbraio 1685-86; Barillon 4-14 febbraio; Bonrepaux, 25 gennaio-4 febbraio. |
| [64] | Dartmouth, annotazione a Burnet, I, 621. In una satira di quel tempo è notato che Godolphin “Batte il tempo colla testa politica, e approva tutto, satisfatto dellʼincarico di portare il manicotto e i guanti della Regina.” |
| [65] | Pepys, 4 ottobre 1664. |
| [66] | Pepys, 1 luglio 1663. |
| [67] | Vedi i versi satirici che Dorset le scrisse contro. |
| [68] | Le fonti principali pel racconto di questo intrigo, sono i dispacci di Barillon e di Bonrepaux, del principio dellʼanno 1686. Vedi Barillon, 25 gennaio, 4 febbraio; 28 gennaio-7 febbraio, 1-11, 8-18, 19-29 febbraio, e Bonrepaux sotto le stesse prime quattro date; Evelyn, Diario, 19 gennaio; Reresby, Memorie; Burnet, I, 682; Ms. Sheridan; Ms. Chaillot; Dispacci dʼAdda, 22 gennaio-1 febbraio, e 29 gennaio-8 febbraio 1686. Adda scrive da uomo pio, ma debole e ignorante. Sembra che non conoscesse nulla della vita anteriore di Giacomo. |
| [69] | La meditazione ha la data 25 gennaio-4 febbraio. Bonrepaux, nel suo dispaccio del medesimo giorno, dice: “Lʼintrigue avait été conduite par Milord Rochester et sa femme.... Leur projet étoit de faire gouverner le Roy dʼAngleterre par la nouvelle comtesse; ils sʼétoient assurés dʼelle.” Mentre Bonrepaux riferiva queste cose al suo Governo, Rochester scriveva: “O mio Dio, insegnami a numerare i miei giorni, onde io possa dedicare il mio cuore alla saviezza. Insegnami a contare i giorni da me spesi nella vanità e nellʼozio, ed insegnami a contare quelli che io ho spesi nel peccato e nelle male opere. O Dio, insegnami anche a numerare i giorni della mia afflizione, e a renderti grazie per tutto ciò che è venuto dalle tue mani. Insegnami parimente a numerare i giorni di questa grandezza mondana di cui io ho tanta parte, e insegnami a considerarli come giorni di vanità e di tribolazione di spirito.” |
| [70] | «Je vis Milord Rochester, comme il sortoit du conseil, fort chagrin; et sur la fin du souper, il lui en échappe quelque chose.» Bonrepaux, 18-28 febbraio 1686. Vedi anche Barillon, 1-14, 4-11 marzo. |
| [71] | Barillon, 22 marzo-1 aprile, 12-22 aprile 1686. |
| [72] | Gazzetta di Londra, 15 febbraio 1685-86; Luttrell, Diario, 8 febbraio; Leeuwen, 9-19 febbraio; Clarke, Vita di Giacomo II, vol. Il, 75; Mem. Orig. |
| [73] | Leeuwen, 23 febbraio-5 marzo 1686. |
| [74] | Barillon, 26 aprile-6 maggio, 3-13 maggio 1656; Citters 7-17 maggio; Evelyn, Diario, 5 maggio; Luttrell, Diario della stessa data; Libro del Consiglio Privato, 2 maggio. |
| [75] | Lady Russel al dottore Fitzwilliams, 22 gennaio 1686; Barillon, 15-25 febbraio, 22 febbraio-4 marzo 1686. «Ce prince témoigne» dice Barillon «une grande aversion pour eux, et auroit bien voulu se dispenser de la collecte, qui est ordonnée en leur faveur; mais il nʼa pas cru que cela fût possible.» |
| [76] | Barillon, 22 febbraio-4 marzo 1686. |
| [77] | Relazione della Commissione, in data del 15 marzo 1688. |
| [78] | «Le roi dʼAngleterre connoît bien que les gens mal intentionnés pour lui sont les plus prompts et les plus disposés à donner considérablement... Sa Majesté Britannique connoît bien quʼil auroit été à propos de ne point ordonner de colecte, et que les gens mal intentionnés contre la religion catholique et contre lui, se servent de cette occasion pour témoigner leur zèle.» Barillon. 19-29 aprile 1686. |
| [79] | Barillon, 15-25 febbraio, 22 febbraio-4 marzo, 19-29 aprile 1686; Luigi a Barillon, 5-15 marzo |
| [80] | Barillon, 19–29 aprile; Lady Russell al dottore Fitzwilliams, 14 aprile. “Ne mandò via molti” ella dice “coʼ cuori contristati.” |
| [81] | Gazzetta di Londra del 13 maggio 1686. |
| [82] | Raresby, Memorie; Eachard, III, 797; Kennet, III, 451. |
| [83] | Gazzetta di Londra, 22 e 29 aprile 1686; Barillon, 19-29 aprile; Evelyn, Diario, 2 giugno; Luttrell, 8 giugno; Dodd, Storia della Chiesa. |
| [84] | North, Vita di Guildford, 288. |
| [85] | Raresby, Memorie. |
| [86] | Vedi la relazione di questo caso nella Collezione deʼ Processi di Stato; Citters, 4-14 maggio, 22 giugno 2 luglio 1686; Evelyn, Diario, 27 giugno; Luttrell, Diario, 21 giugno. In quanto a Street, vedi il Diario di Clarendon, 27 dicembre 1688. |
| [87] | Gazzetta di Londra, 19 luglio 1686. |
| [88] | Vedi le lettere patenti presso Gutch, Collectanea curiosa. La loro data è del 3 maggio 1686. Sclater, Consensus Veterum; Gee, Veteres Vindicati, che è una risposta al libro di Sclater; il dottore Antonio Horneck, Relazione dellʼabjura di Sclater degli errori del papismo, il dì 5 maggio 1689; Dodd, Storia della Chiesa, Parte VIII, libro II, articolo 3. |
| [89] | Gutch, Collectanea curiosa; Dodd, VIII, II, 3; Wood, Athenæ Oxonienses; Ellis, Carteggio, 27 febbraio 1686; Giornali deʼ Comuni, 26 ottobre 1689. |
| [90] | Gutch, Collectanea curiosa; Wood, Athenæ Oxonienses; Dialogo tra uno della Chiesa Anglicana e un Dissenziente, 1689. |
| [91] | Adda, 9-19 luglio 1686. |
| [92] | Adda, 30 luglio-9 agosto 1686. |
| [93] | “Ce prince mʼa dit que Dieu avoit permis que toutes les loix qui ont été faites pour établir la religion protestante, et détruire la religion catholique, servent présentement de fondement à ce quʼil veut faire pour lʼétablissement de la vraie religion, et le mettent en droit dʼexercer un pouvoir encore plus grand que celui quʼont les rois catholiques sur les affaires ecclésiastiques dans les autres pays.” Barillon, 12-22 luglio 1686.—Ad Adda, Sua Maestà, pochi giorni dopo, disse: “Che lʼautorità concessale dal Parlamento sopra lʼecclesiastico senza alcun limite, con fine contrario, fosse adesso per servire al vantaggio deʼ medesimi Cattolici.” 23 luglio-2 agosto. |
| [94] | Tutta la questione è lucidamente e vittoriosamente discussa in un breve trattato di queʼ tempi, che ha per titolo: La potestà del Re nelle materie ecclesiastiche, chiaramente esposta. Vedi anche il conciso ma forte ragionamento dellʼArcivescovo Sancroft. Doyly, Vita di Sancroft, I, 229. |
| [95] | Lettera di Giacomo a Clarendon, 18 febbraio 1685-86. |
| [96] | La migliore narrazione di questi fatti trovasi nella Vita di Sharp, scritta da suo figlio. Citters, 29 giugno-9 luglio 1686. |
| [97] | Barillon, 21 luglio-1 agosto 1686; Citters, 16-26 luglio; Libro del Consiglio Privato, 17 luglio; Ellis, Carteggio, 17 luglio; Evelyn, Diario, 14 luglio; Luttrell, Diario, 5-6 agosto. |
| [98] | Il segno era una rosa ed una corona. Innanzi il segno erano le lettere iniziali del nome del sovrano, e dopo esso la lettera R. Attorno il suggello leggevasi questa epigrafe: Sigillum commissariorum regiæ majestatis ad causas ecclesiasticas. |
| [99] | Appendice al Diario di Clarendon; Citters, 8-18 ottobre; Barillon, 11-21 ottobre; Doyly, Vita di Sancroft. |
| [100] | Burnet, I, 676. |
| [101] | Burnet, I, 675, II, 629; Sprat, Lettere a Dorset. |
| [102] | Burnet, I, 677; Barillon, 6-16 settembre 1686. Gli atti pubblici si trovano nella Collezione deʼ Processi di Stato. |
| [103] | 27. Elisab, c. 2; 2. Giac, I, c. 4; 3. Giac. I, c. 5. |
| [104] | Clarke, Vita di Giacomo II, vol. II, 79, 80; Mem. Orig. |
| [105] | De Augumentis, I, VI, 4. |
| [106] | Citters, 14-24 maggio 1686. |
| [107] | Citters, 18-28 maggio 1656; Adda, 19-29 maggio. |
| [108] | Ellis, Carteggio, 27 aprile 1686; Barillon, 19-29 aprile; Citters, 20-30 aprile; Libro del Consiglio Privato, 27 marzo; Luttrel, Diario; Adda, 26 febbraio-8 marzo, 26 marzo-5 aprile, 2-12 aprile, 23 aprile-3 maggio. |
| [109] | Burnet, Viaggi. |
| [110] | Barillon, 27 maggio-6 giugno 1686. |
| [111] | Citters, 25 maggio-4 giugno 1686. |
| [112] | Ellis, Carteggio, 25 giugno 1686; Citters, 2-12 luglio; Luttrell, Diario, 19 luglio. |
| [113] | Vedi le poesie di queʼ tempi intitolate: Hounslow Heath, e Lo Spettro
di Cesare; Evelyn, Diario, 2 giugno 1686. Una ballata, nella Biblioteca di Pepys,
contiene il tratto seguente: «Io amava il luogo oltre ogni credere: non vidi mai un campo così bello: nessuna donna che non fosse convenevolmente vestita, poteva gustare un bicchiere di vino.» |
| [114] | Luttrell, Diario, 18 giugno 1686. |
| [115] | Vedi le Memorie di Johnson premesse alla edizione in folio della sua vita, il suo Giuliano, e le risposte ai suoi avversari. Vedi anche il Gioviano dʼHickes. |
| [116] | Vita di Johnson, premessa alle sue opere; Storia segreta della felice Rivoluzione di Ugo Speke; Processi di Stato; Citters, 23 novembre-3 dicembre 1686. Il miglior racconto del processo di Johnson è quello di Citters. Ho veduto un foglio volante che lo conferma. |
| [117] | Vedi la prefazione ai Sermoni postumi dʼEnrico Wharton. |
| [118] | Lo affermo per esperienza. Ve nʼè unʼinsigne raccolta nel Museo Britannico. Birch dice, nella Vita di Tillotson, che lo Arcivescovo Wake non potè formare un esatto catalogo di tutti gli scritti pubblicati intorno a questa controversia. |
| [119] | Il cardinale Howard parlò fortemente a Burnet in Roma intorno a ciò.
Burnet, I, 662. Vi è anche un curioso tratto, che si riferisce a tale subietto, in
un dispaccio di Barillon: ma ho smarrita la citazione. Uno deʼ Cattolici Romani disputanti in questa controversia, cioè il gesuita Andrea Patton, che Oliver, nella Biografia della Società di Gesù, giudica uomo dʼinsigne abilità, confessa francamente i propri difetti. «A. P. avendo dimorato per lo spazio di anni diciotto fuori della terra natia, non pretende ancora di sapere parlare e scrivere perfettamente la lingua inglese.» La sua ortografia veramente fa pietà. In una lettera scrive wright invece di write, woed invece di would. Sfidò Tenison a disputare in latino, perchè potessero combattere con armi uguali. In una satira di quel tempo, intitolata il Consiglio, si leggono le seguenti parole: «Manda Pulton ad essere sferzato alla scuola di Bushy, acciocchè, stampando, non più si mostri sciocco.» Un altro Cattolico Romano, chiamato Guglielmo Clench, scrisse un trattato intorno alla Supremazia del Papa, e vi appose una dedica italiana alla Regina. Ad esempio del suo stile serva il seguente saggio: «O del sagro marito fortunata consorte! O dolce alleviamento dʼaffari alti! O grato ristoro di pensieri noiosi, nel cui petto latteo, lucente specchio dʼillibata matronal pudicizia, nel cui seno odorato, come in porto dʼamor si ritira il Giacomo! O beata regia coppia! O felice inserto tra lʼinvincibil leone e le candide aquile!» Lo stile inglese di Clench è dello stesso conio del suo toscano. A modo dʼesempio: «Pietro significa una rocca inespugnabile, che può evacuare tutte le congiure del divano dellʼinferno, e naufragare tutti i luridi disegni deglʼinveleniti eretici.» Un altro trattato cattolico romano, che ha per titolo La Chiesa dʼInghilterra fedelmente descritta, incomincia dicendo: “Il fuoco fatuo della Riforma, che è diventato una cometa per molti atti di spoliazioni e di rapine, è stato introdotto in Inghilterra, purificato delle lordure che aveva contratte fra i laghi delle Alpi.” |
| [120] | Barillon, 19-29 luglio 1686. |
| [121] | Att. Parlam., 24 agosto 1560; 15 dicembre 1567. |
| [122] | Att. Parlam., 8 maggio 1685. |
| [123] | Att. Parlam., 31 agosto 1681. |
| [124] | Burnet, I, 584. |
| [125] | Burnet, I, 652, 653. |
| [126] | Ibid., I, 678. |
| [127] | Ibid., I, 653. |
| [128] | Fountainhall, 28 gennaio 1685-86. |
| [129] | Fountainhall, 11 gennaio 1685-86. |
| [130] | Fountainhall, 31 gennaio e 1 febbraio 1685-86; Burnet, I, 678; Processi di David Mowbray ed Alessandro Keith, nella Collezione deʼ Processi di Stato: Bonrepaux, 11-21 febbraio. |
| [131] | Luigi a Barillon, 18-28 febbraio 1686. |
| [132] | Fountainhall, 16 febbraio; Woodrow, libro III, cap. X, sez. 4. “Vogliamo” scriveva graziosamente Sua Maestà “che non risparmiate nessun mezzo legale di prova, infliggendo anche la tortura ec.” |
| [133] | Bonrepaux, 18-28 febbraio 1686. |
| [134] | Fountainhall, 11 marzo 1686; Adda, 1-11 marzo. |
| [135] | Questa lettera ha la data del 4 marzo 1686. |
| [136] | Barillon, 19-29 aprile 1686; Burnet, I, 370. |
| [137] | Queste parole si trovano in una lettera di Johnstone di Waristoun. |
| [138] | Alcune parole di Barillon meritano dʼessere qui riferite. Basterebbero esse sole a sciogliere una questione che lʼignoranza e lo spirito di parte hanno grandemente resa dubbiosa. «Cette liberté accordée aux Non-Conformistes a fait une grande difficulté, et a été débattue pendant plusieurs jours. Le Roy dʼAngleterre avoit fort envie que les Catholiques eussent seuls la liberté de lʼexercice de leur religion.» 19-29 aprile 1686. |
| [139] | Barillon, 19-29 aprile 1686; Citters, 13-23, 20-30 aprile, 9-19 maggio. |
| [140] | Fountainhall, 6 maggio 1686. |
| [141] | Ibid., 15 giugno 1656. |
| [142] | Citters, 11-21 maggio 1686. Citters scrisse agli Stati, che lo sapeva da
buona fonte. Ricopio una parte della sua narrazione. E un piacevole saggio dello
impasticciato dialetto che usavano a queʼ tempi i Diplomatici Olandesi. «Des Konigs missive, boven en behalven den Hoog Commissaris aensprake, aen et parlement afgesonden, gelyck dat altoos gebruyckebyck is, waerby Syne Majestayt nu in genere versocht hieft de mitigatie der rigoureuse ofte sanglante wetten van het Ryck jegens het Pausdom, in het Generale Comitée des Articles (500 men het daer naemt) na ordre gestelt en gelesen synde inʼt voteren, der Hertog van Hamilton onder anderen Klaer nyt seyde dat hy daertoe nient sonde verstaen, dat hy anders genegen was den konig in allen voorval getroou te dienen volgens het dictamen syner conscientie: ʼt gene reden gof aen de Lord Cancellier de Grave Perts te seggen dat hei woort conscientie niets en beduyde, en alleen een, individuum vagum was, waerop dev Cavalier Locquard dan verder gingh; wit man niet verstaen de betyckenis van het woordt conscientie, soo sal ik in fortioribus seggen dat wy meynen volgens de fondamentale wetten van het ryck.» Nel Villano sfrenato vi è un tratto curioso, al quale, senza il riferito dispaccio di Citters, non avrei prestata fede. «Non possono sentire a nominare la coscienza. Uno che, rispetto a ciò, conosceva bene gli umori del Consiglio, disse ad un gentiluomo che vi andava: Vi scongiuro, in qualunque cosa facciate, a non parlar mai di coscienza innanzi ai Lordi, perocchè non possono patire nè anche di udirne il nome.» |
| [143] | Fountainhall, 17 maggio 1686. |
| [144] | Woodrow, III, X, 3. |
| [145] | Citters, 28 maggio-7 giugno, 1-11 giugno, 4-11 giugno 1686; Fountainhall, 15 giugno; Luttrell, Diario, 2-16 giugno. |
| [146] | Fountainhall, 21 giugno 1686. |
| [147] | Ibid., 16 settembre 1686. |
| [148] | Fountainhall, 16 settembre; Woodrow, III, X, 3. |
| [149] | Le provvisioni dellʼAtto Irlandese di Supremazia, 2 Elis., cap. 1, sono sostanzialmente le stesse dellʼAtto Inglese di Supremazia, 1 Elis., cap. 1; ma lʼAtto Inglese tosto fu trovato difettivo: al che fu provveduto con altro alto più vigoroso, 5 Elis., cap. 1. In Irlanda non si fece mai un somigliante atto supplementare. Lʼarcivescovo King, Stato dellʼIrlanda, cap. II, sez. 9, riferisce che la costruzione usata in quel testo fu messa nellʼAtto Irlandese di Supremazia. Egli chiama siffatta costruzione gesuitica; ma a me non sembra tale. |
| [150] | Anatomia politica dellʼIrlanda. |
| [151] | Anatomia politica dellʼIrlanda, 1672; Hudibras Irlandese, 1689; Giovanni Dunton, Relazione dellʼIrlanda, 1699. |
| [152] | Clarendon a Rochester, 4 maggio 1686. |
| [153] | Lettera del vescovo Malony al vescovo Tyrrel, 8 marzo 1689. |
| [154] | Statuto 10 e 11 di Carlo II, cap. 16; King, Condizioni deʼ Protestanti dʼIrlanda, cap. II, sez. 8. |
| [155] | King, cap. II, sez. 8. Il King Corny di Miss Edgeworth appartiene ad una più tarda e più incivilita generazione; ma chi abbia studiato quella mirabile pittura, può farsi unʼidea di ciò che il bisavo di King Corny doveva essere. |
| [156] | King, cap. III, sez. 2. |
| [157] | MS. Sheridan; Prefazione al volume 1 della Hibernia Anglicana, 1690. Consulte secrete del Partito papista in Irlanda. 1689. |
| [158] | «Eravi libertà di coscienza per connivenza, quantunque non vi fosse per legge.» King, cap. III, sez. 1. |
| [159] | In una lettera a Giacomo, trovatasi tra le carte del vescovo Tyrrel, e che ha la data del 14 agosto 1686, sʼincontrano alcune notevoli espressioni: «Pochi o nessuni sono i Protestanti in quel paese, i quali non siano collegati coi Whig contro il nemico comune.» E più sotto: «Coloro che qui (cioè in Inghilterra) passavano per Tory, pubblicamente parteggiano pei Whig in Irlanda.» Swift diceva le medesime cose pochi anni dopo al re Guglielmo: «Mi rammento dʼaver detto al re, trovandomi in Inghilterra, che i più rigorosi Tory che siano tra noi, ivi sarebbero Whig moderati.»—Lettera intorno alla Prova Sacramentale. |
| [160] | La ricchezza e la negligenza del clero anglicano dʼIrlanda sono ricordate con fortissime parole dal Lord Luogotenente Clarendon, testimone degno di tutta fede. |
| [161] | Clarendon rammenta ciò al re in una lettera in data del 14 marzo 1685-86, ed aggiunge chʼera cosa verissima. |
| [162] | Clarendon propose caldamente questa misura, ed opinava che il Parlamento Irlandese avrebbe fatta la parte sua. Vedi la lettera di lui ad Ormond, 28 agosto 1686. |
| [163] | Fu un OʼNeill, uomo di grande importanza, colui che disse non essere convenevole per lui storcere la bocca a balbettare lʼinglese. Prefazione al vol. I della Hibernia Anglicana. |
| [164] | Ms. Sheridan, tra le carte degli Stuardi. Debbo confessarmi grato alla cortesia con cui il sig. Glover mi ha aiutato a cercare quel pregevole manoscritto. Dagli ammonimenti che Giacomo, nel 1692, scrisse per suo figlio, pare chʼegli sempre pensasse che la Irlanda non si potesse senza pericolo affidare ad un Lord Luogotenente Irlandese. |
| [165] | Ms. Sheridan. |
| [166] | Clarendon a Rochester, 17 gennaio 1685-86; Consulte segrete del Partito papista in Irlanda, 1690. |
| [167] | Clarendon a Rochester, 27 febbraio 1685-86. |
| [168] | Clarendon a Rochester e a Sunderland, 2 marzo 1685-86; ed a Rochester, 14 marzo. |
| [169] | Clarendon a Sunderland, 26 febbraio 1685-86. |
| [170] | Sunderland a Clarendon, 11 marzo 1685-86 |
| [171] | Clarendon a Rochester, 14 marzo 1685-86. |
| [172] | Clarendon a Giacomo, 4 marzo 1685-86. |
| [173] | Giacomo a Clarendon, 6 aprile 1685-86. |
| [174] | Sunderland a Clarendon, Clarendon a Sunderland, 6-11 luglio-22 maggio 1686; Clarendon ad Ormond, 30 maggio. |
| [175] | Clarendon a Rochester e a Sunderland, 1 giugno 1686; a Rochester, 12 giugno; King, Condizioni deʼ Protestanti dʼIrlanda, cap. II, sez. 6 e 7; Apologia dei Protestanti dʼIrlanda, 1689. |
| [176] | Clarendon a Rochester, 15 maggio 1686. |
| [177] | Clarendon a Rochester, 11 maggio 1686. |
| [178] | Ibid., 8 giugno 1686. |
| [179] | Consulte secrete del Partito papista in Irlanda. |
| [180] | Clarendon a Rochester, 26 giugno, e 4 luglio 1686; Apologia deʼ Protestanti dʼIrlanda, 1689. |
| [181] | Clarendon a Rochester, 4-22 luglio 1686; a Sunderland, 6 luglio; al re, 14 agosto. |
| [182] | Clarendon a Rochester, 19 giugno 1686. |
| [183] | Ibid., 22 giugno 1686. |
| [184] | MS. Sheridan; King, Condizioni deʼ Protestanti dʼIrlanda, cap. III, sezione 3 e 8. Un notabilissimo saggio della impudente mendacità di Tyrconnel trovasi nella lettera di Clarendon a Rochester, 22 luglio 1686. |
| [185] | Clarendon a Rochester, 8 giugno 1686. |
| [186] | Clarendon a Rochester, 23 settembre e 2 ottobre 1686; Consulte secrete del Partito papista in Irlanda, 1690. |
| [187] | Clarendon a Rochester, 6 ottobre 1686. |
| [188] | Clarendon al re, ed a Rochester, 23 ottobre 1686. |
| [189] | Clarendon a Rochester, 29, 30 ottobre 1686. |
| [190] | Ibid, 27 novembre 1686. |
| [191] | Barillon, 13-23 settembre 1686: Clarke, Vita di Giacomo II, vol. II, 99. |
| [192] | Ms. Sheridan. |
| [193] | Clarke, Vita di Giacomo II, vol. II, 100. |
| [194] | Barillon, 13-23 settembre 1686; Bonrepaux, 4 giugno 1687. |
| [195] | Barillon, 2-12 dicembre 1686; Burnet, I, 684; Clarke, Vita di Giacomo II, vol. II, 100; Dodd, Storia della Chiesa. Mi sono studiato dʼintessere un racconto schietto da cotesti materiali che lottano tra loro. Mi par chiaro, dagli stessi scritti di Rochester, che in questa occasione egli non si mostrasse così tenace come è stato asserito da Burnet, e dal biografo di Giacomo. |
| [196] | Dalle carte di Rochester, in data del dì 3 dicembre 1686. |
| [197] | Dalle carte di Rochester, 4 dicembre 1686. |
| [198] | Barillon, 20-30 dicembre 1686. |
| [199] | Burnet, I, 684. |
| [200] | Bonrepaux, 25 maggio-4 giugno 1687. |
| [201] | Carte di Rochester, 19 dicembre 1686; Barillon, 30 dicembre-9 gennaio 1686-87; Burnet, I, 685; Clarke, Vita di Giacomo II, II, 102. Libro del Tesoro, 29 dicembre 1686. |
| [202] | Il Vescovo Malony, in una lettera al vescovo Tyrrel, dice: «Nessun Cattolico o qualunque altro Inglese penserà mai, o farà mai un passo, o lascerà mai fare al re un passo pel vostro risorgimento; ma vi lascerà quali siete stati finora; lascerà i vostri nemici pesare sulle vostre teste: nè vi è Inglese, sia cattolico o no, di qualsivoglia grado o qualità, che abborrisca di sacrificare tutta la Irlanda a fine di salvare il suo più lieve interesse in Inghilterra: ei la vedrebbe più volentieri abitata tutta quanta dagli Inglesi di qualunque religione, che dagli Irlandesi.» |
| [203] | Il migliore racconto di questi fatti trovasi nel Ms. Sheridan. |
| [204] | Ms. Sheridan; Oldmixon, Memorie sopra la Irlanda; King, Condizioni dei Protestanti dellʼIrlanda, e segnatamente il cap. III; Apologia deʼ Protestanti dellʼIrlanda, 1689. |
| [205] | Consulte segrete del Partito papale in Irlanda, 1690. |
| [206] | Gazzetta di Londra, 6 gennaio e 14 marzo 1686-87; Evelyn, Diario, 10 marzo; Etherege, Lettera a Dover, nel Museo Britannico. |
| [207] | «Pare che gli animi sono inaspriti dalla voce che corre per il popolo, dʼesser cacciato il detto ministro per non essere Cattolico: perciò tirarsi allʼesterminio deʼ Protestanti.» Adda, 31 dicembre-10 gennaio 1687. |
| [208] | Le fonti principali da cui ho ricavata la materia a ritrarre il Principe dʼOrange, sono la Storia di Burnet, le Memorie di Temple e Gourville, le Legazioni deʼ Conti dʼEstrade e dʼAvaux, le Lettere di Sir Giorgio Downing al Lord Cancelliere Clarendon, la voluminosa Storia di Wagenaar, lʼopera di Kamper intitolata Karakterkunde der Vaderlandsche Geschiendeis; e sopra tutto lo Epistolario familiare di Guglielmo, del quale carteggio il Duca di Portland concesse a Sir Giacomo Mackintosh dʼestrarre una copia. |
| [209] | Dopo la pace di Ryswick, Guglielmo fu caldamente pregato dagli amici suoi a parlare severamente allo ambasciadore francese intorno alle trame dʼassassinio che i Giacomiti di Saint-Germains meditavano sempre. La fredda magnanimità ondʼegli accolse tali annunzi di pericolo è singolarmente caratteristica. A Bentinck, che da Parigi aveva trasmesso avvisi di grande sospetto, Guglielmo rispose in fine ad una lunga lettera dʼaffari queste semplici parole:—«Pour les assassins, je ne luy en ay pas voulu parler, croiant que cʼétoit au dessous de moy;» 2-12 maggio 1698. Citando la riferita lettera, ho conservata la ortografia originale, seppure meriti tal nome. |
| [210] | Da Windsor scriveva a Bentinck, allora ambasciatore a Parigi: «Jʼay pris avant hier un cerf dans la foreste avec les chiains du Pr. de Denm., et ay fait un assez jolie chasse, autant que ce vilain paiis le permest;» 20 marzo-1 Aprile 1698. Lʼortografia è cattiva, ma non peggiore di quella di Napoleone. Guglielmo da Loo scrisse con più buon umore: «Nous avons pris deux gros cerfs, le premier dans Dorewaert, qui est des plus gros que je sache avoir jamais pris. Il porte seize.» 25 ottobre-4 novembre 1697. |
| [211] | Marzo 1679. |
| [212] | «Voilà en peu de mot le détail de nostre St. Hubert. Et jʼay eu soin que M. Woodstoc (era figlio maggiore di Bentinck) nʼa point esté à la chasse, bien moin au soupè; quoyquʼil fût icy. Vous pouvez pourtant croire que de nʼavoir pas chassè lʼa un peu mortifiè, mais je ne lʼay pas ausé prendre sur moy, puisque vous mʼaviez dit que vous ne le souhaitiez pas.» Da Loo, 4 novembre 1697. |
| [213] | 15 giugno 1688. |
| [214] | 6 settembre 1679. |
| [215] | Vedi ciò che di lei scrive Swift, nel Giornale a Stella. |
| [216] | Enrico Sidney, Diario, 31 marzo 1680, nella interessante collezione di Blencowe. |
| [217] | Il Presidente Onslow, Annotazione a Burnet, I, 596. Johnson, Vita di Spraf. |
| [218] | Niuno ha contraddetto a Burnet con maggior frequenza ed asprezza di
Dartmouth. Nondimeno Dartmouth scrisse: «Non credo chʼegli a disegno abbia
mai pubblicato cosa chʼegli credesse falsa.» Più tardi Dartmouth, provocato
da alcune osservazioni che lo concernevano nel secondo volume della Storia di
Burnet, disdisse la riferita lode: il che non merita conto dʼoccuparsene. Anche
Swift ebbe la giustizia di dire: «Al postutto, egli era un uomo generoso e di
buona indole.» Brevi osservazioni intorno la Storia del Vescovo Burnet. Suole riprendersi Burnet come storico molto trascurato; ma io reputo affatto ingiusto cotale addebito. Ei pare singolarmente trascurato, solo perchè la sua narrazione è stata sottoposta ad uno scrutinio singolarmente severo ed ostile. Se qualcuno deʼ Whig avesse giudicato valere lo incomodo di sottoporre le Memorie di Reresby, lo Esame di North, il Racconto della Rivoluzione fatto da Mulgrave, o la Vita di Giacomo II pubblicata da Clarke, ad un simile scrutinio, chiaro si vedrebbe che Burnet è ben lungi dallʼessere il più inesatto scrittore deʼ suoi tempi. |
| [219] | Vedi la Narrazione ms. del Dr. Hooper, pubblicata nellʼAppendice alla Vita di Guglielmo, scritta da Dungannon. |
| [220] | Avaux, Negoziazioni, 10-20 Agosto, 14-24 Settembre-8 Ottobre, 7-17 dicembre 1682. |
| [221] | Non posso ricusare a me stesso il piacere di citare la descrizione che Massillon, con modo ostile, quantunque giudizioso e nobile, fa di Guglielmo. «Un prince profond dans ses vues; habile à former des ligues et a réunir les esprits; plus heureux à exciter les guerres quʼà combattre; plus à craindre encore dans le secret du cabinet quʼà fa tête des armées; un ennemi que la haine du nom français avoit rendu capable dʼimaginer de grandes choses et de les exécuter; un de ces génies qui semblent être nés pour mouvoir à leur gré les peuples et les souverains; un grand homme, sʼil nʼavoit jamais voulu être roi.» Oraison funèbre de M. le Dauphin. |
| [222] | Per esempio: «Je crois M. Feversham un très brave et honeste homme. Mais je doute sʼil a assez dʼexpérience à diriger une si grande affaire quʼil a sur les bras. Dieu lui donne un succès prompt et heureux. Mais je ne suis pas hors dʼinquiétude.» 7-17 luglio 1685. Inoltre, dopo dʼaver ricevuta la nuova della battaglia di Sedgemoor, egli scrive: «Dieu soit loué du bon succès que les troupes du Roy ont eu contre les rebelles. Je ne doute pas que cette affaire ne soit entièrement assoupie, et que le règne du Roy soit heureux: ce que Dieu veuille.» 10-20 luglio. |
| [223] | Questo trattato trovasi nel Recueil des Traités, IV, No 209. |
| [224] | Burnet, I, 762. |
| [225] | Temple, Memorie. |
| [226] | Vedi le poesie intitolate: I Convertiti, e LʼInganno. |
| [227] | Trovasi nella Collezione delle Poesie Politiche. |
| [228] | Le notizie che abbiamo intorno a Wycherley, sono pochissime; ma due cose sono certe: cioè, che negli ultimi anni di sua vita egli si chiamava papista, e che ricevè danari da Giacomo. Dubito poco la sua conversione non gli sia stata pagata. |
| [229] | Vedi lo articolo intorno a lui nella Biographia Britannica. |
| [230] | Vedi ciò che intorno a lui dice Giacomo Quin, nella Miscellanea di Davies; Tommaso Brown, Opere; Vite degli Scrocconi; Dryden, nellʼEpilogo del Secular Masque. |
| [231] | Questo fatto, che sfuggì alle minute ricerche di Malone, si raccoglie dal Copia-Lettere del Tesoro 1685. |
| [232] | Leenwen, 25 dicembre-4 gennaio 1685-86. |
| [233] | Barillon, 31 gennaio-10 febbraio 1686-87: «Je crois que, dans le fond, si on ne pouvoit laisser que la Religion Anglicane et la Catholique établies par les loix, le Roy dʼAngleterre en seroit bien plus content.» |
| [234] | Trovasi nellʼopera di Wodrow, Appendice, vol. II. No 129. |
| [235] | Wodrow, Appendice, vol. II, No 128, 129, 132. |
| [236] | Barillon, 28 febbraio-10 marzo 1686-87; Citters, 15-25 febbraio; Reresby, Memorie; Bonrepaux, 25 maggio-4 giugno 1687. |
| [237] | Barillon, 14-24 marzo 1687; Lady Russell al Dottore Fitzwilliam, 1 aprile; Burnet, I, 671, 772. Questo colloquio è riferito con qualche differenza da Clarke nella Vita di Giacomo, II, 204. Ma quel brano non è parte delle Memorie originali del Re. |
| [238] | Gazzetta di Londra, 21 marzo 1686-87. |
| [239] | Gazzetta di Londra, 7 aprile 1687. |
| [240] | Libro del tesoro. Vedi, in ispecie, le istruzioni in data del dì 8 marzo 1687-88; Burnet, I, 715; Riflessioni intorno al Proclama di sua Maestà sopra la Tolleranza in Iscozia; Lettere contenenti alcune riflessioni sopra la Dichiarazione fatta da sua Maestà per la Libertà di Coscienza; Apologia della Chiesa Anglicana rispetto allo spirito di persecuzione del quale è accusata, 1687-88. Mi riesce impossibile citare tutti gli scritti da cui ho tratto i materiali per descrivere le condizioni deʼ partiti a quel tempo. |
| [241] | Lettera ad un Dissenziente. |
| [242] | Wodrow, Appendice, vol. II, No 132, 134. |
| [243] | Gazzetta di Londra, 21 aprile 1687; Critica dʼuno scritto di recente pubblicato col titolo: Lettera ad un Dissenziente, per E. C. (Enrico Care), 1687. |
| [244] | Lestrange, Risposta alla Lettera ad un Dissenziente; Care, Critica della Lettera ad un Dissenziente; Dialogo tra Enrico e Ruggiero, cioè tra Enrico Care e Ruggiero Lestrange. |
| [245] | La Lettera era firmata T. W. Care nella sua Critica, dice: «Questo Messer Politico T. W., o W. T.; perocchè alcuni critici pensano doversi leggere a questo modo.» |
| [246] | Ellis, Carteggio, 15 marzo, 27 luglio 1686; Barillon, 28 febbraio-10 Marzo, 3-13 marzo, 6-16 marzo; Ronquillo, 9-19 marzo 1687, nella collezione di Mackintosh. |
| [247] | Wood, Athenæ Oxonienses; lʼOsservatore; Eraclitus Ridens, passim. Gli scritti di Care apprestano i migliori argomenti a conoscere il suo carattere. |
| [248] | Calamy, Relazione intorno ai Ministri cacciati o fatti tacere dopo la Restaurazione, Contea di Northampton; Wood, Athenæ Oxonienses; Biographia Britannica. |
| [249] | Processi di Stato; Samuele Rosewell, Vita di Tommaso Rosewell, 1718; Calamy, Relazione ec. |
| [250] | Gazzetta di Londra, 15 marzo 1685-86; Nichols, Difesa della Chiesa Anglicana; Pierce, Difesa dei Dissenzienti. |
| [251] | Questi indirizzi si trovano in vari numeri della Gazzetta di Londra. |
| [252] | Calamy, Vita di Baxter. |
| [253] | Calamy, Vita di Howe. La parte che la famiglia Hampden ebbe in quella faccenda, si conosce da una lettera di Johnstone a Waristoun, in data del 13 giugno 1688. |
| [254] | Bunyan |
| [255] | Young mette al pari la prosa di Bunyan con la poesia di Durfey. Le classi elevate, nel Don Chisciotte Spirituale, pongono il Viaggio del Pellegrino (Pilgrimʼs Progress) con Jack lo Ammazza-giganti. Sul declinare del secolo decimottavo, Cooper appena si rischiò ad alludere al grande allegorista, dicendo: “Io non ti nomino, perocchè un nome così spregiato potrebbe muovere lʼaltrui scherno contro la fama che ben meriti.” |
| [256] | Vedi la Continuazione della Vita di Bunyan, aggiunta alla sua Grazia Abbondante. |
| [257] | Kiffin, Memorie; Luson, Lettera a Brooke, 11 maggio 1773, nel Carteggio di Hugues. |
| [258] | Vedi, fra tutti gli altri libercoli di quei tempi, uno scritto col titolo di Esposizione deʼ Pericoli imminenti ai Protestanti. |
| [259] | Burnet, I. 693, 694. |
| [260] | «Le prince dʼOrange, qui avoit éludé jusquʼalors de faire une réponse positive, dit..... quʼil ne consentira jamais à la suppression de ces loix qui avoient été établies pour le maintien et la sureté de la Religion protestante; et que sa conscience ne le lui permettoit point, non seulement pour la succession du royaume dʼAngleterre, mais même pour lʼempire du monde: en sorte que le Roi dʼAngleterre est plus aigri contre lui quʼil nʼa jamais été.»—Bonrepaux, 11-21 giugno 1687. |
| [261] | Burnet, I, 710; Bonrepaux, 24 maggio-4 giugno 1687. |
| [262] | Johnstone, 13 gennaio 1689; Halifax, Anatomia dʼun Equivalente. |
| [263] | Burnet, I, 726-731; Risposta alle Lettere dʼAccusa emanate contro il Dott. Burnet; Avaux, Negoziazioni, 7-17, 14-24 luglio, 28 luglio-7 Agosto 1687, 19-29 gennaio 1688; Luigi a Barillon, 30 dicembre-9 gennaio 1687-88; Johnstone di Waristoun, 21 febbraio 1688; Lady Russell al Dott. Fitzwilliam, 5 ottobre 1687. Poichè taluni hanno sospettato che Burnet, il quale certo non aveva costume di far poco valere la propria importanza, esagerasse il pericolo al quale trovavasi esposto, riferirò le parole di Luigi e quelle di Johnstone: «Qui que ce soit, dice Luigi, qui entreprenne de lʼenlever en Hollande trouvera non seulement une retraite assurée et une entière protection dans mes états, mais aussi toute lʼassistance quʼil pourra désirer pour faire conduire sûrement ce scélérat en Angleterre.»—«La faccenda di Bamfield (Burnet) è certamente vera, dice Johnstone. Nessuno ne dubita qui, e alcuni che vi sono mescolati non la negano. I suoi amici dicono di sapere chʼegli si dà poco pensiero di sè, ma mosso da vanità, a fine di mostrare il suo coraggio, mostra la sua follia; di guisa che, se male glʼincorra, la gente ne farà le risate. Vi prego, ditegli queste cose da parte di Jones (Johnstone). Se si potesse metter le mani addosso a qualcuno nellʼatto di fare il coup dʼessai, servirebbe ad atterrire gli altri perchè non attentino ad Ogle (al Principe).» |
| [264] | Burnet, I, 708; Avaux, Negoziazioni, 3-13 gennaio, 6-16 febbraio 1687; Van Kampen, Karakterkunde ec. |
| [265] | Burnet, I, 711. I dispacci di Dykvelt agli Stati Generali non contengono, per quanto io abbia veduto o possa sapere, una sola parola allusiva al vero scopo della sua legazione. Il suo carteggio col Principe di Orange era strettamente privato. |
| [266] | Bonrepaux, 12-22 settembre 1687. |
| [267] | Vedi la Vita che ne scrisse Campbell. |
| [268] | Johnstone, Carteggio; Mackay, Memorie; Arbuthnot, John Bull. Vedi anche gli scritti di Swift, passim, dal 1710 al 1714; Whiston, Lettera al Conte di Nottingham, e la risposta del Conte. |
| [269] | Kennet, Orazione funebre del Duca di Devonshire, e Memorie della famiglia di Cavendish; Processi di Stato; Libro del Consiglio Privato, 5 marzo 1685-86; Barillon 30 giugno-10 luglio 1687; Johnstone, 8-18 dicembre 1687; Giornali deʼ Lordi, 6 maggio 1689. «Ses amis et ses proches, dice Barillon, lui conseillent de prendre le bon parti, mais il persiste jusquʼà prèsent à ne se point soumettre. Sʼil vouloit se bien conduire et renoncer a être populaire, il ne payeroit pas lʼamende; mais sʼil sʼopiniâtre, il lui en coûtera trente mille pièces, et il demeurera prisonnier jusquʼà lʼactuel payement.» |
| [270] | La ragione della condotta di Churchill trovasi con chiarezza e brevità dimostrata nella Difesa della Duchessa di Marlborough: “Era manifesto a tutto il mondo, che nel modo onde Re Giacomo conduceva le cose, ciascuno, o presto o tardi, sarebbe stato rovinato ricusando di farsi Cattolico Romano. Ciò mi indusse a plaudire al Principe dʼOrange, che imprese a liberarci da tanto servaggio.” |
| [271] | Grammont, Memorie; Pepys, 21 febbraio 1684-85. |
| [272] | Sarebbe infinito enumerare tutti i libri dai quali ho tratto le materie a giudicare il carattere della Duchessa. Le lettere sue, la difesa, le risposte che provocò, sono state le mie fonti precipue. |
| [273] | La epistola formale che Dykvelt recò agli Stati, trovasi negli Archivi dellʼAja. Le altre lettere sopra rammentate sono state pubblicate da Dalrymple, Appendice al Libro V. |
| [274] | Sunderland a Guglielmo, 24 agosto 1686; Guglielmo a Sunderland, 2-12 settembre 1686; Barillon, 6-16 maggio, 26 maggio-5 giugno, 3-13 ottobre, 28 novembre-8 dicembre 1687; Luigi a Barillon, 14-24 ottobre 1687; Memoriale dʼAlbeville, 15-25 dicembre 1687; Giacomo a Guglielmo, 17 gennaio, 16 febbraio, 2, 13 marzo 1688; Avaux, Negoz., 1-11, 6-16, 8-18 marzo, 22 marzo-1 aprile 1688. |
| [275] | Adda, 9-19 novembre 1686. |
| [276] | Il Professore di lingua greca nel Collegio di Propaganda espresse
la sua ammirazione in certi detestabili distici, deʼ quali ecco un esempio:
Ῥωγερίου δὴ σκεψόνος λαμπροῖο θρίαμβον ὦκα μάλ̓ ήϊσσεν και θέεν ὄχλος ἅπας. Θαυμάζουσα δὲ τὴν πομπὴν παγχρυσεά τ̓ αὐτοῦ ἅρματα, τοὺς δ̓ ἵππους, τοιάδε ῾Ρώμη ἔφη.... I versi latini sono poco migliori. Nahum Tate rispose in inglese: His glorious train and passing pomp to view, A pomp that even to Rome itself was new, Each age, each sex, the latian turrets filled, Each age and sex in tears of joy distilled. |
| [277] | Carteggio di Giacomo e dʼInnocenzo nel Museo Britannico; Burnet, I, 703-705; Welwood Memorie; Giornali deʼ Comuni, 28 ottobre 1689; Relazione delta legazione di Sua Eccellenza Ruggiero Conte di Castelmaine per Michele Wright, maestro di casa di Sua Eccellenza in Roma, 1685. |
| [278] | Barillon, 2-12 maggio 1687. |
| [279] | Memorie del Duca di Somerset; Citters, 5-15 luglio 1687; Eachard, Storia della Rivoluzione; Clarke, Vita di Giacomo II, ii, 116, 117, 118; Lord Lonsdale, Memorie. |
| [280] | Gazzetta di Londra, 7 luglio 1687; Citters, 7-17 luglio; Vedi la Relazione della Ceremonia stampata fra gli scritti di Somers. |
| [281] | Gazzetta di Londra, 4 luglio 1687. |
| [282] | Vedi gli Statuti 18 Enr. 6, c. 19; 2 e 3, Ed. 6, c. 2; Eachard, Storia della Rivoluzione; Kennet, III, 468; North, Vita di Guildford, 247; Gazzetta di Londra, 18 aprile; 23 maggio 1687; Difesa del C. di R. (Conte di Rochester). |
| [283] | I Prologhi di Dryden e le Memorie di Cibber contengono abbondevoli prove della stima che i più grandi poeti ed attori facevano del gusto degli Oxfordiani. |
| [284] | Vedi la poesia intitolata: Consiglio al Pittore intorno la Sconfitta deʼ ribelli nelle Contrade Occidentali. Vedi anche unʼaltra poesia detestabilissima sul medesimo subietto, dettata da Stepney, che allora era studente nel Collegio della Trinità. |
| [285] | Vedi il carattere di Sheffield come lo descrive Mackay, e la nota di Swift;
la Satira sopra i Deponenti, 1688; Vita di Giovanni Duca della Contea di
Buckingham, 1729; Barillon, 30 agosto 1687. Serbo una satira manoscritta contro
Mulgrave con la data del 1690 Non è priva di spirito; i più notevoli versi
dicono così: «Pietro (Petre) oggi e Burnet domani, egli (Mulgrave) lusinga i farabutti di tutti i partiti e di tutte le religioni.» |
| [286] | Vedi il processo contro la Università di Cambridge nella Collezione dei Processi di Stato. |
| [287] | Wood, Athenæ Oxonienses; Apologia della vita di Colley Cibber; Citters, 2-12 marzo 1686. |
| [288] | Burnet, I, 697; Lettera di Lord Ailesbury, pubblicata nel Magazzino Europeo, aprile 1795. |
| [289] | Wood, Athenæ Oxonienses; Walker, Patimenti del Clero. |
| [290] | Burnet, I, 697; Tanner, Notitia Monastica. Dalla visita o ispezione fatta nel ventesimosesto anno di Enrico VIII risultò che lʼ annua rendita del Collegio del Re era lire sterline 751, del Collegio Nuovo 487, e di quello della Maddalena 1076. |
| [291] | Relazione del Processo del Charterhouse, 1689. |
| [292] | Vedi la Gazzetta di Londra, dal 18 agosto fino al 1o settembre 1687; Barillon, 19-29 settembre. |
| [293] | «Penn chef des Quakers, quʼon sait être dans les intérêts du Roi dʼAngleterre, est si fort décrié parmi ceux de son parti, quʼils nʼont plus aucune confiance en lui.» Bonrepaux a Seignelay, 12-22 settembre 1687. A queste parole risponde la testimonianza di Gherardo Croese: «Etiam Quakeri Pennum non amplius, ut ante, ita amabant ac magnifaciebant, quidam aversabantur ac fugiebant.» Historia Quakeriana, lib. II, 1695. |
| [294] | Cartwright, Diario, 30 agosto 1687. Clarkson, Vita di Guglielmo Penn. |
| [295] | Gazzetta di Londra, 5 settembre; Ms. Sheridan; Barillon, 6–16 settembre 1687. «Le Roi son maître, dice Barillon, a témoigné une grande satisfaction des mesures quʼil a prises, et a autorisé ce quʼil a fait en faveur des Catholiques. Il les établit dans les emplois et les charges, en sorte que lʼautorité se trouvera bientôt entre leurs mains. Il reste encore beaucoup de choses à faire en ce pays–là pour retirer les biens injustement ôtés aux Catholiques; mais cela ne peut sʼexécuter quʼavec le temps et dans lʼassemblée dʼun parlement en Irlande.» |
| [296] | Gazzetta di Londra, 5 e 8 settembre 1687. |
| [297] | Vedi il Processo contro il Collegio della Maddalena in Oxford, per non avere eletto Antonio Farmer a Presidente del detto Collegio, nella Collezione dei Processi di Stato, edizione di Howell; Luttrell, Diario, 15, 17, giugno, 24 ottobre, 10 dicembre 1687; Smith, Narrazione; Lettera del dott. Riccardo Rawlinson in data del 31 ottobre 1687; Reresby, Memorie; Burnet, I, 699; Cartwright, Diario; Citters, 23 ottobre-4 novembre, 28 ottobre-7 novembre, 8-18 novembre 1687. |
| [298] | «Quand on connoît le dedans de cette cour aussi intimement que je la connois, on peut croire que sa Majesté Britannique donnera volontiers dans ces sortes de projets.» Bonrepaux a Seignelay, 18-28 marzo 1686. |
| [299] | «Que, quand pour établir la religion catholique, et pour la confirmer icy, il (Giacomo) devroit se rendre en quelque façon dépendant de la France, et mettre la décision de la succession à la couronne entre les mains de ce monarque là, quʼil seroit obligé de le faire, parce quʼil vaudroit mieux pour ses sujets quʼils devinssent vassaux du Roy de France, étant catholique, que de demeurer comme esclaves du Diable.» Questo documento esiste e negli Archivi di Francia e in quelli dʼOlanda. |
| [300] | Citters, 6-16, 17-27 agosto 1686; Barillon, 19-29 agosto. |
| [301] | Barillon, 13-23 settembre 1686. «La succession est une matière fort délicate à traiter. Je sais pourtant quʼon en parle au Roy dʼAngleterre, et quʼon ne désespère pas avec le temps de trouver des moyens pour faire passer la couronne sur la tête dʼun héritier catholique.» |
| [302] | Bonrepaux, 11-21 luglio 1687. |
| [303] | Bonrepaux a Seignelay, 25 agosto-4 settembre 1687. Riferirò poche parole di questo notevolissimo documento: «Je sais bien certainement que lʼintention du Roy dʼAngleterre est de faire perdre ce royaume (la Irlanda) à son successeur, et de le fortifier en sorte que tous ses sujets catholiques y puissent avoir un asyle assuré. Son projet est de mettre les choses en cet estat dans le cours de cinq années.» Nelle Consulte Secrete del Partito Papale in Irlanda, stampate nel 1690, è un luogo che mostra come siffatte pratiche non fossero tenute strettamente secrete. «Quantunque il Re tenesse questo disegno celato alla più parte deʼ suoi Consiglieri, nondimeno è certo chʼegli aveva promesso al Re di Francia la facoltà di disporre di quel governo e di quel Regno quando le cose fossero apparecchiate in modo da potere far ciò impunemente.» |
| [304] | Citters, 28 ottobre-7 novembre, 22 novembre-2 dicembre 1687; la Principessa Anna alla Principessa dʼOrange, 14 e 20 marzo 1687-88; Barillon, 1-11 dicembre 1687; Politica della Rivoluzione; la Canzone intitolata: Two Toms and a Nat; Johnstone, 4 aprile 1688; Consulte secrete del partito Papale in Irlanda, 1690. |
| [305] | Le inquietudini del Re intorno a questo negozio sono riferite da Ronquillo, 12-22 dicembre 1687: «Un Principe de Vales y un Duque de York y otro de Lochaosterna (credo voglia dire Lancastro) no bastan a redimir la gente; porque el Rey tiene 54 annos, y vendrá a morir, dejando los hijos pequeños, y que entonces el reyno se apoderará dellos, y les nambrará tutor, y los educará en la religion protestante, contra la disposicion que dejare el Rey, y la autoritad de la Reyna.» |
| [306] | Esistono tre liste di quel tempo; una negli Archivi francesi due altre in quelli della famiglia Portland. In tali liste i Pari sono classificati con le seguenti categorie: Per lʼabrogazione dellʼAtto di Prova.—Contro lʼabrogazione—Dubbi. Secondo una delle predette liste 31 sono pro, 86 contra, 20 dubbi; secondo lʼaltra 33 pro, 87 contra, 19 dubbi; secondo la terza 35 pro, 92 contra, e 10 dubbi. Di questi documenti trovansi le copie nei Mss. Mackintosh. |
| [307] | Nel Museo Britannico esiste una lettera di Dryden ad Etherege in data di febbraio 1688. Non mi ricordo dʼaverla veduta mai stampata «Voglia il cielo, dice Dryden, che il nostro sovrano promuova con lo esempio gli ozi beati, siccome fece il suo fratello di benedetta memoria: imperocchè il cuore mi dice chʼegli non vantaggerà punto le sue faccende col darsi moto.» |
| [308] | Barillon, 20 agosto-8 settembre 1687. |
| [309] | Lo riferì Lord Bradford, che vi si trovava presente, a Dartmouth; Annotazione a Burnet, I, 755. |
| [310] | Gazzetta di Londra, 12 dicembre 1687. |
| [311] | Bonrepaux a Seignelay, 14-24 novembre; Citters, 15-25 novembre; Giornali dei Lordi, 10 dicembre 1689. |
| [312] | Citters, 28 ottobre-7 novembre 1687. |
| [313] | Halstead, Breve Genealogia della Famiglia De Vere, 1685; Collins, Collezioni storiche. Vedi neʼ Giornali deʼ Lordi, e nelle Relazioni di Jones i processi rispetto alla Contea di Oxford, marzo e aprile 1625-26. Lo esordio del discorso del Lord Capo Giudice Crew si annovera fra i più squisiti esempi dellʼantica eloquenza inglese. Citters, 7-17 febbraio 1688. |
| [314] | Coxe, Carteggio di Shrewsbury; Mackay, Memorie; Vita di Carlo Duca di Shrewsbury, 1718; Burnet, I, 762; Birch, Vita di Tillotson, dove il lettore troverà una lettera di Tillotson a Shrewsbury, la quale mi sembra esempio di grave, amichevole e cortesissimo rimprovero. |
| [315] | Norina chiamava Re Carlo il suo Carlo III. Si disputa se Dorset o il Maggiore Hart fosse per lei il Carlo I. Ma a me sembra che in favore di Dorset siano maggiori le testimonianze. Vedi il passo soppresso di Burnet, I, 263, e Pepys, Diario, 26 ottobre 1667. |
| [316] | Pepys, Diario; la dedica delle poesie di Prior al Duca di Dorset; Johnson, Vita di Dorset; Dryden, Saggio sopra la Satira, e la dedica del Saggio sopra la Poesia Drammatica. Lo affetto che Dorset sentiva per la sua moglie e la rigorosa fedeltà che le serbò, sono sprezzantemente rammentate dal dissoluto Sir Giorgio Etherege nelle sue lettere da Ratisbona, 9-19 dicembre 1687, e 16-26 gennaio 1688; Shadwell, dedica dello Scudiero dʼAlsazia; Burnet, I, 264; Mackay, Caratteri. Alcune delle specialità di Dorset sono ben descritte nello epitaffio che di lui scrisse Pope: «Dolce era la sua indole, quantunque fosse severo il suo canto.» E appresso: «Benedetto cortigiano, il quale potè rendersi gradito al Re ed al paese, e nondimeno tener sacre le sue amicizie e le sue agiatezze.» |
| [317] | Barillon, 9-19 gennaio 1688; Citters, 31 gennaio-10 febbraio. |
| [318] | Adda, 3-13, 10-20 febbraio 1688. |
| [319] | Barillon, 5-15, 8-18, 12-22 dicembre 1687; Citters, 29 novembre-9 dicembre, 2-12 dicembre. |
| [320] | Citters, 28 ottobre-7 novembre 1687; Lonsdale, Memorie. |
| [321] | Citters, 22 novembre-2 dicembre 1687. |
| [322] | Ibid., 27 dicembre-6 gennaio 1687-88. |
| [323] | Ibid. |
| [324] | Johnstone nota due volte la collera di Rochester in questa occasione, 25 novembre, e 8 dicembre 1687. Della sua poca riuscita fa menzione Citters, 6-16 dicembre. |
| [325] | Citters, 6-16 dicembre 1687. |
| [326] | Ibid., 20-30 dicembre 1687. |
| [327] | Ibid., 30 marzo-9 aprile 1687. |
| [328] | Ibid., 22 novembre-2 dicembre 1687. |
| [329] | Citters, 15-25 novembre 1687. |
| [330] | Citters, 10-20 aprile 1688. |
| [331] | Deʼ timori che si avevano intorno alla Contea di Lancastro parla Citters in un dispaccio in data del 18-28 novembre 1687; e del risultato in un dispaccio scritto quattro giorni dopo. |
| [332] | Bonrepaux, 11-21 luglio 1687. |
| [333] | Citters, 3-13 febbraio 1688. |
| [334] | Citters, 5-15 aprile 1688. |
| [335] | Gazzetta di Londra, 5 dicembre 1687; Citters, 6-16 dicembre. |
| [336] | Circa venti anni innanzi questa epoca un Gesuita aveva notato la vita
ritirata che menavano in Inghilterra i gentiluomini delle campagne. «La nobiltà
inglese, se non se legata in servigio di Corte, o in opera di maestrato, vive,
e gode il più dellʼanno alla campagna, neʼ suoi palagi e poderi, dove son liberi
e padroni; e ciò tanto più sollecitamente i Cattolici, quanto più utilmente,
sì come meno osservati colà.» LʼInghilterra descritta dal P. Daniello Bartoli,
Roma 1667. «Molti degli Sceriffi papisti, scriveva Johnstone, hanno possessioni e dichiarano che chiunque sʼaspetti chʼessi falsino le elezioni, si troverà ingannato. I gentiluomini papisti che vivono nelle loro case di campagna sono molto diversi da coloro che abitano qui in città. Parecchi di loro hanno ricusata la nomina di Sceriffi e Luogotenenti Deputati.» 8 dicembre 1687. Ronquillo dice le stesse cose: «Algunos Catolicos que fueron nombrados por sherifez se han excusado.» 9-19 gennaio 1688. Alcuni mesi dopo scrisse alla sua Corte che i gentiloomini cattolici delle campagne avrebbero acconsentito a un accomodamento le cui condizioni sarebbero state lʼabolizione delle leggi penali, e la conservazione dellʼAtto di Prova. «Estoy informado, dice egli que los Catolicos de las provincias no lo repruebon; pues non pretendiendo oficios, y siendo solo algunos de la Corte los provechosos, les parece que mejoran su estado, quedando seguros ellos y sus descendientes en la religion, en la quietad, y en la securitad de sus haciendas.» 23 luglio–2 agosto 1688. |
| [337] | Libro del Consiglio Privato, 25 settembre 1687; 21 febbraio 1687-88. |
| [338] | Ricordi del Corpo Municipale, citati da Brand nella Storia di Newcastle; Johnstone, 21 febbraio 1687-88. |
| [339] | Johnstone, 21 febbraio 1687-88. |
| [340] | Citters, 14-24 febbraio 1687-88. |
| [341] | Ibid. 1-11 maggio 1688. |
| [342] | Nel margine del libro del Consiglio Privato sono notate le parole “Seconda Regolazione, e Terza Regolazione” sempre che un Corpo Municipale era stato riformato più volte. |
| [343] | Johnstone, 23 maggio 1688. |
| [344] | Ibid., 21 febbraio 1688. |
| [345] | Johnstone, 21 febbraio 1688. |
| [346] | Citters, 20-30 marzo 1688. |
| [347] | Ibid., 1-11 maggio 1688. |
| [348] | Citters, 22 maggio-1 giugno 1688. |
| [349] | Ibid., 1-11 maggio 1688. |
| [350] | Ibid., 18-28 maggio 1688. |
| [351] | Citters, 6-16 aprile 1688; Copialettere del Tesoro, 24 marzo 1687-88; Ronquillo, 16-26 aprile. |
| [352] | Citters, 18-28 maggio 1688. |
| [353] | Citters, 18-28 maggio 1688. |
| [354] | Gazzetta di Londra, 1688. Vedi processo contro Williams nella Collezione dei Processi di Stato. “Ha hecho, dice Ronquillo, grande susto el haber nombrado el abogado Williams que fue el orador y el mas arrabiado de toda la casa de los comunes en los ultimos terribles parlamentos del Rey difunto.” 27 novembre-7 dicembre 1687. |
| [355] | Gazzetta di Londra, 30 aprile 1688; Barillon, 26 aprile-6 maggio. |
| [356] | Citters, 1-11 maggio 1688. |
| [357] | Gazzetta di Londra, 7 maggio 1688. |
| [358] | Johnstone, 27 maggio 1688. |
| [359] | Io sospetto che Alessandro Knox, uomo insigne, del quale lo eloquente conversare e le elaborate lettere ebbero grande influenza sulle menti deʼ suoi coetanei, imparasse gran parte del suo sistema teologico negli scritti di Fowler. Il libro di Fowler intorno allo Intendimento del Cristianesimo fu assalito da Giovanni Bunyam con ferocia da non potersi giustificare, ma che può alquanto essere scusata dalla nascita e dalla educazione dellʼonesto calderaio. |
| [360] | Johnstone, 23 maggio 1688. Vi è una poesia satirica su questa ragunanza, ed ha titolo La Cabala Clericale. |
| [361] | Clarendon, Diario, 22 maggio 1688. |
| [362] | Estratti dal Ms. Tanner neʼ Processi di Stato di Howell; Vita di Prideaux; Clarendon, Diario, 16 maggio 1688. |
| [363] | Clarendon, Diario, 16 e 17 maggio 1688. |
| [364] | Sancroft, Relazione del fatto, tratta dal Ms. di Tanner. Citters, 22 maggio-1 giugno 1688. |
| [365] | Burnet, I, 741; Politica della Rivoluzione. |
| [366] | Clarke, Vita di Giacomo II, ii, 155. |
| [367] | Citters, 22 maggio-1 giugno 1688; Burnet, I, 740; e lʼannotazione di Lord Dartmouth; Southey, Vita di Wesley. |
| [368] | Citters, 22 maggio-1 giugno 1688. |
| [369] | Citters, 29 maggio-8 giugno 1688. |
| [370] | Citters, 29 maggio-8 giugno 1688. |
| [371] | Barillon, 24 maggio-3 giugno, 31 maggio-10 giugno 1688; Citters, 1-11 luglio; Adda, 25 maggio-4 giugno, 30 maggio-9 giugno, 1-11 giugno; Clarke, Vita di Giacomo II, ii, 158. |
| [372] | Burnet, I, 740; Vita di Prideaux; Citters, 12-22, 15-25 giugno 1688, MS. Tanner; Vita e Carteggio di Pepys. |
| [373] | Vedi la Relazione di Sancroft, stampata, e tratta dal MS. Tanner. |
| [374] | Burnet, I, 741; Citters, 8-18, 12-22 giugno 1688; Luttrell, Diario, 8 giugno; Evelyn, Diario; Lettera del dottore Nalson a sua moglie, in data del 14 giugno, e tratta dal MS. Tanner; Reresby, Memorie. |
| [375] | Reresby, Memorie. |
| [376] | Carteggio tra Anna e Maria in Darlymple; Clarendon, Diario, 31 ottobre 1688. |
| [377] | Ciò chiaro si deduce dal Diario di Clarendon, 31 ottobre 1688. |
| [378] | Clarke, Vita di Giacomo II, ii, 159, 160. |
| [379] | Clarendon, Diario, 10 giugno 1688. |
| [380] | Johnstone in poche parole narra squisitamente il caso: “Generalmente il popolo crede che tutto sia un inganno; perocchè dicono: i calcoli sono cangiati, la principessa allontanata, la famiglia Clarendon e lo Ambasciatore Olandese non invitati, la instantaneità della cosa, le prediche, le assicurazioni deʼ preti, la furia.” 13 giugno 1688. |
| [381] | Ronquillo, 26 luglio-5 agosto. Ronquillo aggiunge che le cose dette da Zulestein circa la pubblica opinione in Inghilterra, erano esattamente vere. |
| [382] | Citters, 12-22 giugno 1688; Luttrell, Diario, 18 giugno. |
| [383] | Per le cose eseguite in questo giorno vedi i Processi di Stato; Clarendon, Diario; Luttrell, Diario; Citters, 15-25 giugno; Johnstone, 19 giugno; Politica della Rivoluzione. |
| [384] | Johnstone, 18 giugno 1688; Evelyn, Diario, 29 giugno. |
| [385] | Ms. Tanner. |
| [386] | Questo fatto mi fu comunicato cortesissimamente dal Reverendo R. S. Hawker di Morwenstow in Cornwall. |
| [387] | Johnstone, 18 giugno 1688. |
| [388] | Adda, 29 giugno-9 luglio 1688. |
| [389] | Non è da fidarsi—già sʼintende—in ciò che lo stesso Sunderland racconta. Ma egli chiama in testimonio Godolphin di ciò che seguì rispetto allʼAtto di Stabilimento in Irlanda. |
| [390] | Barillon, 24 giugno-1 luglio 1688; Adda, 29 giugno-9 luglio; Citters, 26 giugno-6 luglio; Johnstone, 2 luglio 1688; I Convertiti, poesia. |
| [391] | Clarendon, Diario, 21 giugno 1688. |
| [392] | Citters, 26 giugno-6 luglio 1688. |
| [393] | Johnstone, 2 luglio 1688. |
| [394] | Johnstone, 2 luglio 1688. |
| [395] | Johnstone, 2 luglio 1688. Lo editore delle relazioni di Levinz grandemente si maraviglia che, dopo la Rivoluzione, Levinz non fosse rimesso nel suo ufficio. I fatti narrati da Johnstone varranno forse a spiegare questa apparente ingiustizia. |
| [396] | Lo deduco da una lettera di Compton a Sancroft, in data del 12 giugno. |
| [397] | Politica della Rivoluzione. |
| [398] | Sono le precise parole dʼun testimone oculare, e trovansi in una lettera nella Collezione di Mackintosh. |
| [399] | Vedi il processo nella Collezione dei Processi di Stato. Ho tratto alcuni particolari da Johnstone ed alcuni altri da Van Citters. |
| [400] | Johnstone, 2 luglio 1688; Lettera del signor Ince allo Arcivescovo, in data delle ore sei antimeridiane; Ms. Tanner; Politica della Rivoluzione. |
| [401] | Johnstone, 2 luglio 1688. |
| [402] | Processi di Stato; Oldmixon, 739; Clarendon, Diario, 25 giugno 1688; Johnstone, 2 luglio; Citters, 3-13 luglio; Adda, 6-16 luglio; Luttrell, Diario; Barillon, 2-12 luglio. |
| [403] | Citters 3-13 luglio. La gravità con cui egli racconta il fatto produce un effetto comico: “Den Bisschop van Chester, wie seer de partie van het hof houdt, om te voldoen aan syne gewoone nieusgierigheit, hem op dien tyt in Westminster Hall mede hebbende laten vinden, in het uitgaan doorgaans was nitgekreten voor een grypende wolf in schaaps kleederen; en hy synde een heer van hooge stature en vollyvig, spotsgewyse alomme geroepen was dat men woor hem plaats moeste maken, om te laten passen, gelyck ook geschiede, om dat soo sy uitschreouwden en hem in het aansigt seyden, hy deh Paas in syn buych hadde.” |
| [404] | Luttrell; Citters, 3-13 luglio 1688. “Soo syn integendeet gedagtejurys met de uyterste acclamatie en alle teyckenen van genegenheyt in danckbaarbeyt in het door passeren van de gemeente ontvangen. Honderden vielen haar om den hals met alle bedenckelycke wewensch van segen en geluck over hare persoonen on familien, om dat sy haar so husch en eerlyck buyten verwagtinge als het ware in desen gedragen hadden. Veele van de grouten en cleynen adel wierpen in het wegryden handen vol gelt onder de armen luyden om op de gesontheyt van den Coning, der Heeren Prelaten, en de Jurys te drincken.” |
| [405] | “Mi trovava con Milord Sunderland la stessa mattina, quando venne lʼAvvocato Generale a rendergli conto del successo, e disse che mai più a memoria dʼuomini si era sentito un applauso, mescolato di voci e lacrime di giubilo, eguale a quello che veniva egli di vedere in questʼoccasione.” Adda, 6-16 luglio 1688. |
| [406] | Burnet, I, 74; Citters, 3-13 luglio 1688. |
| [407] | Vedi una assai curiosa Relazione, pubblicata nel 1710 fra altre scritture da Danby, allora Duca di Leeds. Un piacevole racconto di cotesta cerimonia trovasi nello Esame di North, 570. Vedi anche lʼannotazione allo Epilogo dellʼEdipo nelle Opere di Dryden, edizione di Gualtiero Scott. |
| [408] | Reresby, Memorie; Citters, 3-13 luglio 1688; Adda, 6-16 luglio; Barillon, 2-12 luglio; Luttrell, Diario; Lettera di notizie, 4 luglio; Oldmixon, 739, Carteggio di Ellis. |
| [409] | Il Fur Prædestinatus. |
| [410] | Questo documento trovasi nella prima delle dodici Collezioni degli scritti relativi agli affari dʼInghilterra, stampati verso la fine del 1688 e il principio del 1689. Fu pubblicato il dì 26 luglio, poco meno dʼun mese dopo il processo. Lloyd di Santo Asaph intorno al medesimo tempo disse ad Enrico Wharton che i Vescovi si proponevano di adottare una politica affatto nuova verso i Protestanti Dissenzienti. “Omni modo curaturos ut ecclesia sordibus et corruptelis penitus exueretur; ut sectariis reformatis reditus in ecclesiæ sinum exoptati occasio ac ratio concederetur, si qui sobrii et pii essent; ut pertinacibus interim jugum levaretur, extinctis penitus legibus mulctatoriis.”—Excerpta ex Vita H. Wharton. |
| [411] | Questo variare dʼopinioni nel partito Tory è assai bene esposto in un libretto pubblicato nel principio del 1689, col titolo: Dialogo tra due Amici, nel quale la Chiesa Anglicana si difende dʼessersi collegata col Principe dʼOrange. |
| [412] | «Aut nunc, aut nunquam.» Ms. Witsen citato da Wagenaar, lib. LX. |
| [413] | Burnet, I, 763. |
| [414] | Sidney, Diario e Carteggio, pubblicati da Blencowe; Mackay, Memorie, e la nota di Swift: Burnet, I, 763. |
| [415] | Burnet, I, 763; Lettera in cifra a Guglielmo in data del 18 giugno 1688 in Dalrymple. |
| [416] | Burnet, I, 764; Lettera in cifra a Guglielmo, in data del 18 giugno 1688. |
| [417] | Intorno a Montaigne, vedi la lettera di Halifax a Cotton. Credo che la testa di Halifax che si vede nellʼAbbadia di Westminster porga di lui migliore idea di quel che facciano tutte le pitture e incisioni da me vedute. |
| [418] | Burnet, I, 764; Sidney al principe dʼOrange, 30 giugno 1688, in Dalrymple. |
| [419] | Burnet, I, 763; Lumley a Guglielmo, 31 maggio 1688, in Dalrymple. |
| [420] | Vedi cotesto invito distesamente riportato da Dalrymple. |
| [421] | Lettera di Sidney a Guglielmo, 30 giugno 1688; Avaux, Negoz., 10-20, 12-22 luglio. |
| [422] | Bonrepaux, 18-28 luglio 1687. |
| [423] | Estratti di Birch, nel Museo Britannico. |
| [424] | Avaux, Negoz., 28 ottobre-8 novembre 1683. |
| [425] | Quanto alle relazioni che passavano tra lo Statoldero e la città di Amsterdam, vedi Avaux, passim. |
| [426] | Adda, 6-16 luglio 1688. |
| [427] | Reresby, Memorie. |
| [428] | Barillon, 2-12 luglio 1688. |
| [429] | Gazzetta di Londra del 16 luglio 1688. Lʼordine ha la data del 14 luglio. |
| [430] | Sono parole di Barillon, 6-16 luglio 1688. |
| [431] | Vedi una delle numerose ballate di quel tempo dove si fa allusione aʼ due Bretoni, che sono Jeffreys e Williams, entrambi naturali del paese di Galles. |
| [432] | Gazzetta di Londra, 9 luglio 1688. |
| [433] | Ellis, Carteggio, 10 luglio 1688; Clarendon, Diario, 3 agosto 1688. |
| [434] | Gazzetta di Londra, 9 luglio 1688; Adda, 13-23 luglio; Evelyn, Diario, 12 luglio; Johnstone, 8-18 dicembre 1687, 6-16 febbraio 1688. |
| [435] | Lettere di Sprat al Conte di Dorset; Gazzetta di Londra, 23 agosto 1688. |
| [436] | Gazzetta di Londra, 26 luglio 1688; Adda, 27 luglio-6 agosto; Lettera di Notizie nella Collezione Mackintosh, 25 luglio; Ellis, Carteggio, 28-31 luglio; Wood, Fasti Oxonienses. |
| [437] | Wood, Athenæ Oxonienses; Luttrell, Diario, 23 agosto 1688. |
| [438] | Ronquillo, 17-27 settembre 1688; Luttrell, Diario, 6 settembre. |
| [439] | Ellis, Carteggio, 4, 7 agosto 1688; Sprat, Relazione della Conferenza del 6 di novembre 1688. |
| [440] | Luttrell, Diario, 8 agosto 1688. |
| [441] | Ciò è riferito da tre scrittori, che potevano ben ricordarsi delle cose seguite in queʼ tempi, Kennet, Eachard, e Oldmixon. Vedi parimente lʼAvvertimento contro i Whig. |
| [442] | Barillon, 23 agosto-2 settembre 1688, 3-13, 6-16, 8-18 settembre. |
| [443] | Luttrell, Diario, 27 agosto 1688. |
| [444] | King; Condizioni dei Protestanti Irlandesi; Consulte secrete del Partito Papale in Irlanda. |
| [445] | Consulte secrete del partito Papale in Irlanda. |
| [446] | Storia della Diserzione, 1689 (raffronta la prima con la seconda edizione); Barillon, 8-18 settembre 1688; Citters, alla stessa data; Clarke Vita di Giacomo II, ii, 168. Il compilatore di questa opera afferma che Churchill mosse la Corte Marziale a condannare i sei ufficiali a morte. Non sembra che tale storiella sia stata ricavata dalle carte del re, io quindi la considero come una delle tante menzogne inventate a San Germano a fine di denigrare un carattere già bastevolmente nero. Che Churchill in questa occasione avesse potuto simulare grande sdegno, onde nascondere il tradimento chʼei meditava, è molto probabile. Ma è impossibile a credersi che un uomo sensato come lui avesse spinto il Consiglio di Guerra ad infliggere una pena che era al di là della sua competenza. |
| [447] | La canzone di Lilliburello si trova nella Raccolta delle Poesie politiche. La prima parte si trova nei Resti di Percy, ma non la seconda parte, la quale vi fu aggiunta dopo lo sbarco di Guglielmo. Nello Esaminatore, e in varii libercoli del 1712 si afferma che Wharton ne è lʼautore. |
| [448] | Vedi le Negoziazioni del Conte dʼAvaux. Mi sarebbe quasi impossibile citare tutti i luoghi daʼ quali ho attinto le materie per questa parte del mio racconto. I più importanti si trovano sotto le seguenti date: 1685, 20, 24 settembre, 5 ottobre, 20 dicembre; 1686, 3 gennaio, 22 novembre; 1687, 2 ottobre, 6, 19 novembre; 1688, 29 luglio, 20 agosto. Lord Lonsdale nelle sue Memorie giustamente nota che, se Luigi fosse stato più savio, la città dʼAmsterdam avrebbe impedita la Rivoluzione. |
| [449] | Ranke, Die Römischen Päpste, lib. VIII; Burnet, I, 759. |
| [450] | Burnet, I, 758. Lo scritto di Luigi ha la data del 28 agosto-6 settembre 1688, e trovasi nel Recueil de Traités, vol. IV, n. 219. |
| [451] | Per la profonda destrezza con cui egli mostrò sotto due diversi aspetti la sua politica a due diversi partiti fu acremente rimproverato poscia nella Corte di San Germano: «Licet federatis publicus ille prædo haud aliud aperte proponat nisi ut Gallici Imperii exuberans amputetur potestas, verumtamen sibi et suis ex hæretica fæce complicibus, ut pro comperto habemus, longe aliud promittit, nempe ut, exciso vel enervato Francorum regno, ubi Catholicarum partium summum jam robur situm est, hæretica ipsorum pravitas per orbem Christianum universum prævaleat.»—Lettera di Giacomo al Papa, evidentemente scritta nel 1689. |
| [452] | Avaux, Negoz., 2-12, 10-20, 11-21, 14-24, 16-26, 17-27 agosto, 23 agosto-2 settembre 1688. |
| [453] | Avaux, Negoz., 4-14 settembre 1688. |
| [454] | Burnet, I, 765. La lettera di Churchill ha la data del 4 agosto 1688. |
| [455] | Guglielmo a Bentinck, 17-27 agosto 1688. |
| [456] | Memorie del Duca di Shrewsbury, 1718. |
| [457] | Gazzetta di Londra, 25, 28 aprile 1687. |
| [458] | Consulte secrete del partito Papale in Irlanda. Le cose sopradette sono confermate da ciò che Bonrepaux scriveva a Seignelay, 12-22 settembre 1687. «Il (Sunderland) amassera beaucoup dʼargent, le roi son maître lui donnant la plus grande partie de celui qui provient des confiscations ou des accommodemens que ceux qui ont encouru des peines font pour obtenir leur grace.» |
| [459] | Adda, dice che il terrore gli si leggeva chiaramente in viso; 26 ottobre-5 novembre 1688. |
| [460] | Raffronta ciò che ne dice Evelyn con ciò che intorno a lei scrisse allʼAja la principessa di Danimarca, e con le sue stesse lettere ad Enrico Sidney. |
| [461] | Bonrepaux a Seignelay, 11-21 luglio 1688. |
| [462] | Vedi le sue lettere nel Diario e Carteggio di Sidney di recente pubblicati. Fox, nella sua copia deʼ Dispacci di Barillon, nota il dì 30 agosto N. S. 1688, come data del tempo in cui è certo che Sunderland praticasse il tradimento. |
| [463] | 19-29 agosto 1688. |
| [464] | 4-14 settembre 1688. |
| [465] | Avaux, 19-29 luglio, 31 luglio-10 agosto, 11-21 agosto 1688; Luigi a Barillon, 2-12, 16-26 agosto. |
| [466] | Barillon, 20-30 agosto. 23 agosto-2 settembre 1688; Adda, 24 agosto-3 settembre; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 177. Mem. Orig. |
| [467] | Luigi a Barillon, 3-13, 8-18, 11-21 settembre 1688. |
| [468] | Avaux, 23 agosto-2 settembre, 30 agosto-9 settembre 1688. |
| [469] | «Che lʼadulazione e la vanità gli avevano tornato il capo» Adda, 31 agosto-10 settembre 1688. |
| [470] | Citters, 11-21 settembre 1688; Avaux, 17-27 settembre, 27 settembre-7 ottobre; Barillon, 23 settembre-3 ottobre; Wagenaar, libro LX; Sunderland, Apologia. Spesso è stato asserito che Giacomo ricusò lo aiuto dʼun esercito francese. Vero è che tale offerta non fu mai fatta. Le truppe francesi sarebbero state più utili a Giacomo minacciando le frontiere dellʼOlanda, che traversando il Canale. |
| [471] | Luigi a Barillon, 20-30 settembre 1688. |
| [472] | Avaux, 27 settembre-7 ottobre, 4-14 ottobre 1688. |
| [473] | Madame de Sévigné, 24 ottobre-3 novembre 1688. |
| [474] | Ms Witsen citato da Wagenaar; lord Lonsdale, Memorie; Avaux, 4-14, 5-15 ottobre 1688. La dichiarazione formale degli Stati Generali, in data del 18-28 ottobre, trovasi nel Recueil des Traités, vol. IV, no 225. |
| [475] | Abrégé de la Vie de Frédéric Duc de Schomberg, 1690; Sidney a Guglielmo, 30 giugno 1688; Burnet, I, 677. |
| [476] | Burnet, I, 584; Mackay, Memorie. |
| [477] | Burnet, I, 775, 780. |
| [478] | Eachard, Storia della Rivoluzione, II, 2. |
| [479] | Pepys, Memorie relative alla Real Marina, 1690; Clarke, Vita di Giacomo II, ii, 186, Memorie originali; Adda, 21 settembre-1 ottobre; Citters, 21 settembre-4 ottobre. |
| [480] | Clarke, Vita di Giacomo II, ii, 186, Memorie originali; Adda, 24 settembre-1 ottobre; Citters, 21 settembre-1 ottobre. |
| [481] | Adda, 28 settembre-8 ottobre 1688. Da questo dispaccio si raccoglie come Giacomo forte temesse una defezione universale neʼ suoi sudditi. |
| [482] | La poca luce che ci resta intorno a queste pratiche è derivata dagli scritti di Reresby, il quale ne fu informato da una donna chʼegli non nomina, e alla quale non potevasi prestare cieca credenza. |
| [483] | Gazzetta di Londra, 24, 27 settembre, 1 ottobre 1688. |
| [484] | Mss. Tanner; Burnet, I, 784. Credo che Burnet abbia confusa questa udienza con unʼaltra che ebbe luogo parecchie settimane dopo. |
| [485] | Gazzetta di Londra, 8 ottobre 1688. |
| [486] | Gazzetta di Londra, 8 ottobre 1688. |
| [487] | Gazzetta di Londra, 15 ottobre 1688; Adda, 12-22 ottobre. Sembra che il Nunzio, comechè generalmente abborrisse dalle misure violente, si fosse opposto alla riabilitazione di Hough, probabilmente per favorire glʼinteressi di Giffard e degli altri Cattolici romani che stanziavano nel Collegio della Maddalena. Leyburn disse dʼessere «nel sentimento che fosse stato uno sbaglio, e che il possesso in cui si trovano ora li Cattolici fosse violento ed illegale, onde non era privar questi di un dritto acquisito, ma rendere agli altri quello che era stato levato con violenza.» |
| [488] | Gazzetta di Londra, 18 ottobre 1688. |
| [489] | “Vento papista,” dice Adda, 24 ottobre-3 novembre 1688. Sembra che il vocabolo protestante sia stato primamente applicato a quel vento, che per qualche tempo impedì a Tyrconnel di prendere possesso del governo dʼIrlanda. Vedi la prima parte del Lillibullero. |
| [490] | Tutte le prove di questo fatto sono raccolte neʼ Processi di Stato, edizione di Howell. |
| [491] | Si trovano con molti altri particolari neʼ Processi di Stato, edizione di Howell. |
| [492] | Barillon. 8-18, 15-25, 18-28 ottobre, 23 ottobre-1 novembre, 27 ottobre-6 novembre, 29 ottobre-8 novembre 1688; Adda, 26 ottobre-5 novembre. |
| [493] | Gazzetta di Londra, 29 ottobre 1688. |
| [494] | Registro degli Atti degli Stati dʼOlanda e della Frisia Occidentale; Burnet, I, 782. |
| [495] | Gazzetta di Londra, 29 ottobre 1688; Burnet, I, 782; Bentinck a sua moglie, 21-31 ottobre, 22 ottobre-1 novembre, 24 ottobre-3 novembre, 27 ottobre-6 novembre 1688. |
| [496] | Citters, 2-12 novembre 1688; Adda; 2-12 novembre. |
| [497] | Ronquillo, 12-22 novembre 1688. «Estas respuestas» dice Ronquillo «son ciertas, aunque mas las encubrian en la corte.» |
| [498] | Gazzetta di Londra, 5 novembre 1688. Il Proclama ha la data del dì 2 novembre. |
| [499] | Mss. Tanner. |
| [500] | Burnet, I, 787; Rapin, Whittle, Diario esatto; Spedizione del principe dʼOrange in Inghilterra, 1688; Storia della Diserzione, 1688; Dartmouth a Giacomo, 5 novembre 1688, in Dalrymple. |
| [501] | Avaux, 12-22 luglio, 14-24 agosto 1688. Intorno a questo soggetto il sig. De Jonge, il quale è parente deʼ discendenti dello Ammiraglio olandese Evertsen, mi ha cortesemente comunicate alcune interessanti notizie, tratte dalle carte di famiglia. In una lettera a Bentinck, in data del 6-16 settembre 1688, Guglielmo insiste sulla importanza dʼevitare un conflitto, e chiede che lo dica a Herbert: «Ce nʼest pas le tems de faire voir sa bravoure ni de se battre si on le peut éviter. Je le luy ai déjà dit; mais il sera nécessaire que vous le répétiez, et que vous le luy fassiez bien comprendre.» |
| [502] | Rapin, Storia; Whittle, Diario esatto. Io ho veduto una carta di queʼ tempi nella quale è disegnato lʼordine con cui veleggiava la flotta olandese. |
| [503] | Adda, 5-15 novembre 1688; Lettera di Notizie nella Collezione di Mackintosh; Citters, 6-16 novembre. |
| [504] | Burnet, I, 788; Estratti dalle Carte di Legge nella Collezione di Mackintosh. |
| [505] | Credo che nessuno, il quale paragoni il racconto che fa Burnet di questo colloquio con ciò che ne dice Dartmouth, possa dubitare chʼio abbia fedelmente riferito lo accaduto. |
| [506] | Ho veduta una incisione, fatta a queʼ tempi in Olanda, rappresentante lo sbarco. Vi si vedono alcuni uomini che portano il letto del Principe nella trabacca in cima alla quale sventola la sua bandiera. |
| [507] | Burnet, I, 789. Legge, Carte. |
| [508] | Il 9 novembre 1688, Giacomo scrisse a Dartmouth queste parole: “Nessuno avrebbe potuto fare altrimenti da quello che avete fatto voi. Io sono sicuro che tutti i più esperti uomini di mare debbono essere di questa opinione.” Ma vedi Clarke, Vita di Giacomo II, 207, Memorie Originali. |
| [509] | Burnet, I, 790. |
| [510] | Vedi Whittle, Diario, la Spedizione di Sua Altezza, e la Lettera da Exon pubblicata in quel tempo. Io ho veduto manoscritte due Lettere di notizie, dove e descritta la pompa dello ingresso del Principe in Exeter. Pochi mesi dopo un cattivo poeta scrisse un dramma, intitolato: Lʼultima Rivoluzione. Una delle scene è in Exeter. Si vedono i battaglioni dellʼarmata del Principe marciare verso la città con bandiere spiegate e tamburo battente, fra il plauso deʼ cittadini. Un nobile chiamato Misopapa dice: “Potete voi, o mio Signore, indovinare in quali terribili sembianti la colpa e la paura hanno rappresentato la vostra armata alla Corte? Si esagera il numero e la statura deʼ vostri soldati; si dice che ciascuno di loro sia alto per lo meno sei piedi, tutti vestiti di pelle dʼorso, Svizzeri, Svedesi e Brandenburgesi.” In una canzone composta subito dopo lo ingresso in Exeter, glʼIrlandesi sono descritti come nani in paragone deʼ giganti comandati da Guglielmo. «Povero Berwich, come le tue care gioie potranno opporsi al famoso viaggio? I tuoi più alti giovani sono fantocci dinanzi ai guerrieri di Brandenburgo e di Svezia. Coraggio! Coraggio!» Addison nel Freeholder allude allo effetto straordinario che producevano queste romanzesche storielle. |
| [511] | Spedizione del principe dʼOrange; Oldmixon, 755; Whittle, Diario; Eachard, III, 911; Gazzetta di Londra, 15 novembre 1688. |
| [512] | Gazzetta di Londra, 15 novembre 1688; Spedizione del Principe dʼOrange. |
| [513] | Clarke, Vita di Giacomo, II, 210, Memor. Orig.; Sprat, Narrazione; Citters, 6-16 novembre 1688. |
| [514] | Luttrell, Diario; Lettera di notizie nella Collezione di Mackintosh; Adda, 16-26 novembre 1688. |
| [515] | Johnstone, 27 febbraio 1688; Citters, alla medesima data. |
| [516] | Lysons, Magna Britannia, Berkshire. |
| [517] | Gazzetta di Londra, 15 novembre 1688; Luttrell, Diario. |
| [518] | Burnet, I, 790; Vita di Guglielmo, 1703. |
| [519] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 215; Memor. Orig.; Burnet, I, 790; Clarendon, Diario, 15 novembre 1688; Gazzetta di Londra, 17 novembre. |
| [520] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 218; Clarendon, Diario, 15 novembre 1688; Citters, 16-26 novembre. |
| [521] | Clarendon, Diario, 15,16, 17, 20 novembre 1688. |
| [522] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 219, Memorie Originali. |
| [523] | Clarendon, Diario, dallʼ8 al 17 novembre 1688. |
| [524] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 212, Memorie Originali; Clarendon, Diario, 17 novembre 1688; Citters, 20-30 novembre; Burnet, I, 791; Alcune riflessioni sopra la Umilissima Petizione presentata allʼAugusta Maestà del Re, 1688; Modesta difesa della Petizione; Prima Collezione delle Scritture concernenti gli Affari dʼInghilterra, 1688. |
| [525] | Adda, 19, 29 novembre 1688. |
| [526] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 220, 221. |
| [527] | Eachard, Storia della Rivoluzione. |
| [528] | La risposta che Seymour diede al Principe è riferita da molti scrittori. Somiglia molto a ciò che si racconta della famiglia Manriquez. Dicesi che essa avesse per epigrafe nellʼarmi gentilizie queste parole: “Nos no descendemos de los Reyes, sino los Reyes descienden de nos.”—Carpentariana. |
| [529] | Quarta Collezione di Scritture, 1688; Lettera scritta da Exon; Burnet, I, 792. |
| [530] | Burnet, I, 792; Storia della Diserzione; Seconda Collezione di Scritture, 1688. |
| [531] | Lettera di Bath al Principe dʼOrange, 18 novembre 1688; Dalrymple. |
| [532] | Prima Collezione di Scritture, 1688; Gazzetta di Londra, 22 novembre. |
| [533] | Reresby, Memorie; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 231, Memorie Originali. |
| [534] | Cibber, Apologia; Storia della Diserzione; Lutrell, Diario; Seconda Collezione di Scritture, 1688. |
| [535] | Whittle, Diario; Storia della Diserzione; Luttrell, Diario. |
| [536] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 222, Memorie Originali; Barillon, 21 novembre-1 dicembre 1688; Ms. Sheridan. |
| [537] | Prima Collezione di Scritture, 1688. |
| [538] | Lettera di Middleton a Preston, in data di Salisbury, 25 novembre. “Scelleraggine sopra scelleragine” dice Middleton, “e lʼultima anche maggiore della prima.” Clarke, Vita di Giacomo, ii, 224, 225, Memorie Originali. |
| [539] | Storia della Diserzione; Luttrell, Diario. |
| [540] | Dartmouth, Annotazione a Burnet, I, 643. |
| [541] | Clarendon, Diario, 26 novembre; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 224. La lettera del Principe Giorgio al Re è stata più volte stampata. |
| [542] | Questa lettera, in data del 18 novembre, trovasi in Dalrymple. |
| [543] | Clarendon, Diario, 25, 26 novembre 1688; Citters, 26 novembre-6 dicembre; Ellis, Carteggio, 19 dicembre; Difesa della Duchessa di Marlbourough; Burnet, 1, 792; Compton al Principe dʼOrange, 2 dicembre 1688 in Dalrymple. Lʼabito militare del Vescovo è rammentato in innumerevoli scritti e satire di queʼ tempi. |
| [544] | Dartmouth, Annotazione a Burnet, I, 792; Citters, 26 novembre-6 dicembre 1688; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 226, Memorie Originali; Clarendon Diario, 26 novembre, Politica della Rivoluzione. |
| [545] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 236, Mem. Orig.; Burnet, I, 794; Luttrell,
Diario; Clarendon, Diario, 27 novembre 1688; Citters, 27 novembre-7
dicembre, e 30 novembre-10 dicembre. Citters evidentemente ne fu informato da uno deʼ Lordi che si trovarono presenti. E poichè la cosa è importante, addurrò due brani deʼ suoi dispacci. Il Re disse: «Dat het by na voor hem unmogelyck was te pardoneren persoonen wie so hoog in syn reguarde schuldig stonden, vooral seer nytvarende jegens den Lord Churchill, wien hy hadde groot gemaakt en nogtans meyude de eenigste oorsake van alle dese desertie en van de retraite van bare Coninglycke Hoogheden te wesen» (uno dei Lordi, probabilmente Halifax o Nottingham) “Seer hadde geurgeet op de securiteyt van de lords die nu met syn Hoogheyt geengageert staan. Soo hoor ick” dice Citters «dat syn Majesteyt onder anderen soude gesegt hebben;—Men sprekt al voor de securiteyt voor andere, en nient voor de myne.—Waar op een der Pairs resolut dan met groot respect soude geantwoordt hebben dat, soo syne Majesteytʼs wapenen in staat waren on hem te connen mainteneren, dat dan sulk syne securiteyte koude wesen; son niet, en soo de difficulteyt dan nog te surmonteren was, dat het den moeste geschieden door de meeste condescendance, en hoe meer die was, en hy genegen orn aan de natie contentement de geven, dat syne securiteyt ook des te grooter soude wesen.» |
| [546] | Lettera del Vescovo di Santo Asaph al Principe dʼOrange, 17 dicembre 1688. |
| [547] | Gazzetta di Londra, 29 novembre, 3 dicembre 1688; Clarendon, Diario, 29, 30 novembre. |
| [548] | Barillon, 1-11 dicembre 1688. |
| [549] | Giacomo a Dartmouth, 25 novembre 1688. Le lettere si trovano in Dalrymple. |
| [550] | Giacomo a Dartmouth, 1 dicembre 1688. |
| [551] | Luttrell, Diario. |
| [552] | Seconda Collezione di Scritture, 1688; la lettera di Dartmouth in data del dì 3 dicembre 1688, trovasi in Dalrymple; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 233, Memorie Originali. Giacomo accusa Dartmouth di avere indotto la flotta a fare un indirizzo per chiedere la convocazione del Parlamento. Ed è pretta calunnia. Lʼindirizzo contiene solo ringraziamenti al Re per avere convocato il Parlamento, e fu scritto prima che Dartmouth avesse il più lieve sospetto che Sua Maestà stesse ingannando la nazione. |
| [553] | Luttrell, Diario. |
| [554] | Adda, 7-17 dicembre 1688. |
| [555] | Il Nunzio dice: “Se lo avesse fatto prima di ora, per il Re ne sarebbe stato meglio.” |
| [556] | Vedi la Storia secreta della Rivoluzione di Ugo Speke, 1715. Nella Biblioteca di Londra è un esemplare di questa opera rara, ed ha una nota manoscritta che sembra di mano dello autore. |
| [557] | Brand, Storia di Newcastle; Tickell, Storia di Hull. |
| [558] | Il racconto di ciò che seguì in Norwich trovasi in un foglio di quei tempi inserito in varie collezioni. Vedi anco la Quarta Collezione di Scritture, 1688. |
| [559] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 233; Memoria ms. della famiglia Harley nella Collezione di Mackintosh. |
| [560] | Citters, 9-19 dicembre 1688. Lettera del Vescovo di Bristol al Principe dʼOrange, 5 dicembre 1688, in Dalrymple. |
| [561] | Citters, 27 novembre-7 dicembre 1688; Clarendon, Diario, 11 dicembre; Canzone sopra lo ingresso di Lord Lovelace in Oxford, 1688; Burnet, I, 793. |
| [562] | Clarendon, Diario, 2, 3, 4, 5 dicembre 1688. |
| [563] | Whittle, Diario Esatto; Eachard, Storia della Rivoluzione. |
| [564] | Citters, 20-30 novembre, 9-19 dicembre 1688. |
| [565] | Clarendon, Diario, 6, 7 dicembre 1688. |
| [566] | Clarendon, Diario, 7 dicembre 1688. |
| [567] | Storia della Diserzione; Citters, 9-19 dicembre 1688; Diario Esatto; Oldmixon, 760. |
| [568] | Vedi una interessantissima nota al canto V del Rokeby di Gualtiero Scott. |
| [569] | La narrazione che ho fatta di ciò che successe in Hungerford è presa dal Diario di Clarendon, 8, 9 dicembre 1688; Burnet, I, 794; Proposta consegnata al Principe dai Commissarii, e Risposta del Principe; Sir Patrizio Hume, Diario; Citters, 9-19 dicembre. |
| [570] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 237. Burnet—strano a dirsi!—non aveva udito, o dimenticò di notare, che il Principe era stato ricondotto a Londra; I, 796. |
| [571] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 246; Père dʼOrleans, Révolutions dʼAngleterre; Madame de Sévigné, 14-24 dicembre; Dangeau, Memorie, 13-23 dicembre. Quanto a Lauzun vedi le Memorie di Madamigella e del Duca di Saint-Simon, e i Caratteri di Labruyère. |
| [572] | Storia della Diserzione; Clarke , Vita di Giacomo, ii, 251, Memorie Originali; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Burnet, I, 795. |
| [573] | Storia della Diserzione; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Eachard, Storia della Rivoluzione. |
| [574] | Gazzetta di Londra, 13 dicembre 1688. |
| [575] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 259; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Legge, Scritture, nella Collezione di Mackintosh. |
| [576] | Gazzetta di Londra, 13 dicembre 1688; Barillon, 14-24 dicembre; Citters, alla medesima data; Luttrell, Diario; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 256, Memorie Originali; Ellis, Carteggio, 13 dicembre; Consulta del Consiglio di Stato di Spagna, 19-29 gennaio 1689. Eʼ sembra che Ronquillo amaramente si querelasse presso il suo Governo per le perdite fatte; “sirviendole solo de consuelo el haber tenido prevencion de poder consumir el Santissimo.” |
| [577] | Gazzetta di Londra, 13 dicembre 1688; Luttrell, Diario; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Consulta del Consiglio di Stato di Spagna, 19-29 gennaio 1689. Nel Consiglio fu accennato a rappresaglie, ma tale suggerimento fu trattato con dispregio. “Habiendo sido este echo por un furor de pueblo, sin consentimiento dei gobierno, y antes contra su voluntad, como lo ha mostrado la satisfaction che le han dado y le han prometido, parece que no hay juicio humano que puede acconsejar que se pase a semejante remedio.” |
| [578] | North, Vita di Guildford, 220; Elegia di Jeffreys; Luttrell, Diario; Oldmixon, 762. Oldmixon trovavasi tra la folla, e non dubito che fosse uno deʼ più furibondi. Egli racconta bene la cosa. Ellis, Carteggio; Burnet, I, 797, e la annotazione di Onslon. |
| [579] | Adda, 9-19 dicembre; Citters, 18-28 dicembre. |
| [580] | Citters, 14-24 dicembre; Luttrell, Diario; Ellis, Carteggio; Oldmizon, 761; Speke, Storia Secreta della Rivoluzione; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 257; Eachard, Storia della Rivoluzione; Storia della Diserzione. |
| [581] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 258. |
| [582] | Storia Secreta della Rivoluzione. |
| [583] | Clarendon, Diario, 13 dicembre 1688; Citters, 14-24 dicembre; Eachard, Storia della Rivoluzione. |
| [584] | Citters, 14-24 dicembre; Luttrell, Diario. |
| [585] | Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Clarendon, Diario, 16 dicembre 1688. |
| [586] | A Reresby fu detto da una dama, chʼegli non nomina, il Re non avere avuta intenzione di fuggire finchè non ricevè una lettera scrittagli da Halifax che allora trovavasi in Hungerford, la quale lettera annunziava a Giacomo che rimanendo correva pericolo di vita. Questa, senza dubbio, è pretta favola. Il Re, innanzi che i Commissarii partissero da Londra, aveva detto a Barillon che la loro ambasceria altro non era che finzione, e sʼera mostrato deliberatissimo a lasciare lʼInghilterra. Chiaro si raccoglie dalla narrazione di Reresby che Halifax si reputò trattato vergognosamente. |
| [587] | Ms. Harl., 255. |
| [588] | Ms. Halifax; Citters, 18-28 dicembre, 1688. |
| [589] | Mulgrave, Racconto della Rivoluzione. |
| [590] | Vedi il suo Proclama colla data di Saint-Germain, 20 aprile 1692. |
| [591] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 261, Mem. Orig. |
| [592] | Clarendon, Diario, 16 dicembre 1688; Burnet, I, 800. |
| [593] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 262, Mem. Orig.; Burnet, I, 799. Nella Storia della Diserzione (1689) si afferma che le acclamazioni vennero da alcuni sfaccendati ragazzi, e che la maggior parte del popolo guardava in silenzio. Oldmixon, che trovavasi nella folla, dice lo stesso; e Ralph, i cui pregiudizi erano diversissimi da quei di Oldmixon, afferma la medesima cosa, e dice dʼaverlo saputo da un testimonio oculare. Forse la verità si è che le dimostrazioni di gioia furono piccolissime, ma sembrarono straordinarie perchè aspettavasi uno scoppio di sdegno nel pubblico. Barillon parla di acclamazioni e fuochi di gioia, ma aggiunge: “Le peuple dans le fond est pour le Prince dʼOrange.” 17-27 dicembre 1688. |
| [594] | Gazzetta di Londra, 16 dicembre 1688; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Storia della Diserzione; Burnet, I, 799; Evelyn, Diario, 13, 17 dicembre 1688 |
| [595] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 262, Mem. Orig. |
| [596] | Barillon, 17-27 dicembre 1688; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 271. |
| [597] | Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Clarendon, Diario, 16 dicembre 1688. |
| [598] | Burnet, I, 800; Clarendon, Diario, 17 dicembre 1688; Citters, 18-28 dicembre 1688. |
| [599] | Burnet, I, 800; Condotta della Duchessa di Marlborough, Mulgrave, Racconto della Rivoluzione. Clarendon non dice nulla sotto questa data; ma vedi il suo Diario, 19 agosto 1689. |
| [600] | Harte, Vita di Gustavo Adolfo. |
| [601] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 264, e segnatamente le Memorie Originali; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Rapin de Thoyras. È dʼuopo rammentare che Rapin fu parte in questi avvenimenti. |
| [602] | Clarke, Vita di Giacomo, ii, 265; Mem. Orig.; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Burnet, I, 801; Citters, 18-28 dicembre 1688. |
| [603] | Citters, 18-28 dicembre 1688; Evelyn, Diario, alla medesima data; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 266, 267, Memorie Originali. |
| [604] | Citters, 18-28 dicembre 1688. |
| [605] | Luttrell, Diario; Evelyn, Diario; Clarendon, Diario, 18 dicembre 1688; Politica della Rivoluzione. |
| [606] | Quarta Collezione di Scritture concernenti gli affari presenti dellʼInghilterra, 1688; Burnet, I, 802, 803; Calamy, Vita e Tempi di Baxter, cap. XIV. |
| [607] | Burnet, I, 803. |
| [608] | Gazzetta di Francia, 26 gennaio-5 febbraio 1689. |
| [609] | Storia della Diserzione; Clarendon, Diario, 21 dicembre 1688; Burnet, I, 803, e la nota dʼOnslou. |
| [610] | Clarendon, Diario, 21 dicembre 1688; Citters, alla medesima data. |
| [611] | Clarendon, Diario, 21, 22 dicembre 1688; Clarke, Vita di Giacomo, II, 268, 270, Memorie Originali. |
| [612] | Clarendon, 23 dicembre 1688; Clarke, Vita di Giacomo, II, 271, 273, 275, Mem. Orig. |
| [613] | Citters, 1-11 gennaio 1689; Ms. Witsen citato da Wagenaar, libro LX. |
| [614] | Halifax, Appunti; Ms. Lansdowne, 255; Clarendon, Diario, 24 dicembre 1688; Gazzetta di Londra, 31 dicembre. |
| [615] | Citters, 25 dicembre-4 gennaio 1688-89. |
| [616] | Colui che fece la obiezione riferita nel testo, neʼ libri e nelle scritture di queʼ tempi si trova indicato con le sole iniziali. Eachard attribuisce il cavillo a Sir Roberto Southwell. Ma io non dubito che Oldmixon dica il vero ponendolo nella bocca di Sawyer. |
| [617] | Storia della Diserzione; Vita di Guglielmo, 1703; Citters, 28 dicembre-7 gennaio 1688-89. |
| [618] | Gazzetta di Londra, 3, 7 gennaio 1689 |
| [619] | Gazzetta di Londra, 10, 17 gennaio 1689; Luttrell, Diario; Legge, Scritti; Citters, 1-11, 4-14, 11-21 gennaio 1689; Ronquillo, 15-25 gennaio, 23 febbraio-5 Marzo; Consulta del Consiglio di Stato di Spagna, 26 marzo-5 aprile. |
| [620] | Burnet, I, 802; Ronquillo, 2-12 gennaio, 8-18 febbraio 1689. Gli originali di questi dispacci mi furono affidati dalla cortesia della defunta Lady Holland e dal vivente Lord Holland. Dellʼultimo dispaccio citerò poche parole: “La tema de S. M. Britanica à seguir imprudentes consejos perdió á los Catolicos aquella quietud en que les dexó Carlos Segundo. V. E. asegure à su Santidad que mas sacaré del Principe para los Catolicos que pudiera sacar del Rey.” |
| [621] | Il dì 13-23 dicembre 1688 lo Ammiraglio di Castiglia in questa guisa espresse la propria opinione: “Esta materia es de calidad que non puede dexar de padecer nuestra sagrada religion ó el servicio de V. M.; porque si el Principe de Orange tiene buenos succesos, nos aseguraremos de Franceses, pero peligrarà la religion.” Il Consiglio il dì 16-26 febbraio si mostrò assai soddisfatto dʼuna lettera del Principe, nella quale questi prometteva “que los Catolicos que se portaren con prudencia no sean molestados, y gocen libertad de conscientia, por ser contra su dictamen el forzar, ni castigár por esta razon a nadie...” |
| [622] | Nel capitolo di La Bruyère intitolato “Sur les Jugemens” trovasi un luogo che è degno di essere letto, come quello che mostra il modo onde un Francese di merito insigne ravvisava la nostra Rivoluzione. |
| [623] | La narrazione che ho fatta delle accoglienze chʼebbero in Francia Giacomo e sua moglie, è desunta principalmente dalle lettere di Madama di Sévigné, e dalle Memorie di Dangeau. |
| [624] | Albeville a Preston, 23 novembre-3 dicembre 1688, nella Collezione di Mackintosh. |
| [625] | “Tishier un Hosanna: maar ʼt zal veelligt haast Kruist hem Kruist hem zin.” Ms. Witsen presso Wagenaar, lib. LXI. È pure strana coincidenza che pochissimi anni avanti, Riccardo Duke, poeta Tory, un tempo rinomato, ma adesso appena rammentato tranne nello schizzo biografico fattone da Johnson, aveva, rispetto a Giacomo, adoperata la medesima immagine. “Il grido della plebaglia giudaica deʼ tempi antichi non era prima Osanna e poi Crucifige?” La Rivista. Dispaccio degli Ambasciatori straordinarii Olandesi, 8-18 gennaio 1689; Citters, alla stessa data. |
| [626] | Gazzetta di Londra, 7 gennaio 1688-89. |
| [627] | Sesta Collezione di Scritture, 1689; Wodrow, III, xii, 4, App. 150, 151; Burnet, I, 801. |
| [628] | Perth a Lady Errol, 29 dicembre 1688; a Melfort, 21 dicembre 1688; Sesta Collezione di Scritture, 1689. |
| [629] | Burnet, I, 805; Sesta Collezione di Scritture, 1689. |
| [630] | Albeville, 9-19 novembre 1688. |
| [631] | Vedi lo scritto intitolato: Lettera ad un membro della Convenzione, e la Risposta, 1689, Burnet, I, 809. |
| [632] | Lettera ai Lordi del Consiglio, 4-14 gennaio 1688-89; Clarendon, Diario, 9-19 gennaio. |
| [633] | Eʼ pare incredibile che alcuno si potesse lasciare sedurre da codeste stramberie.
Però reputo opportuno citare le stesse parole di Sancroft che sono fino a
noi pervenute, scritte di sua propria mano. “La capacità ed autorità politica del Re, e il suo nome nel Governo, sono perfetti e non possono errare; ma la sua persona essendo umana e mortale, e non privilegiata sopra le altre creature, è soggetta a tutti i difetti e gli errori di quelle. Egli può quindi essere inetto a dirigere il Governo, e spendere la pubblica pecunia ec., o per assenza, infanzia, demenza, delirio, apatia, infermità casuale o naturale, o da ultimo per invincibili pregiudicii di mente, contratti e raffermi dalla educazione e dallʼabitudine, aggiuntovi inalterabili risoluzioni, in materie affatto incompatibili con le leggi, la religione, la pace, e la vera politica del Regno. In tutti questi casi—io dico—bisogna che esistano uno o più individui deputati a supplire a tale difetto, e come vicarii del Re, e per suo potere ed autorità dirigano la cosa pubblica. Fatto questo, soggiungo che tutte le procedure, le autorizzazioni, le commissioni, le concessioni ec., pubblicate come per lo innanzi, sono legali e valide ad ogni effetto, e il debito di fedeltà nel popolo rimane lo stesso, i suoi giuramenti ed obblighi non sono in nulla impediti..... Finchè il Governo procede per autorità e in nome del Re, tutti quei sacri vincoli e quelle forme di procedura stabilite sono mantenute, e la coscienza di nessuno non sarà gravata di cosa alcuna chʼegli avesse scrupolo ad intraprendere.”—MS Tanner; Doyly, Vita di Sancroft. Non era al tutto irragionevole che lo stile del buon Arcivescovo facesse ridere i cortigiani di Giacomo. |
| [634] | Evelyn, 15 gennaio 1688-89. |
| [635] | Clarendon, Diario, 24 dicembre 1688; Burnet, I, 819; Proposte umilmente offerte a pro della Principessa dʼOrange, 28 gennaio, 1688-89. |
| [636] | Burnet, I, 389, e le annotazioni del Presidente Onslow. |
| [637] | Evelyn, Diario, 26 settembre 1672, 12 ottobre 1679, 13 luglio 1700; Seymour, Sguardo su Londra. |
| [638] | Burnet, I, 388, e le annotazioni del Presidente Onslow. |
| [639] | Citters, 22 gennaio-1 febbraio 1689; Dibattimenti di Grey. |
| [640] | Giornali dei Comuni, e dei Lordi, 22 gennaio 1688-89; Citters, e Clarendon, Diario, alla medesima data. |
| [641] | Giornali dei Lordi, 25 gennaio 1688-89; Clarendon, Diario, 23, 25 gennaio. |
| [642] | Giornali deʼ Comuni, 28 gennaio 1688-89; Grey, Dibattimenti; Citters, 29 gennaio-8 febbraio. Se la relazione che si vede nei Dibattimenti di Grey è esatta, bisogna che Citters fosse male informato rispetto al Discorso di Sawyer. |
| [643] | Giornali deʼ Lordi e deʼ Comuni, 29 gennaio 1688-89. |
| [644] | Clarendon, Diario, 21 gennaio 1688-89; Burnet, I, 810; Doyly, Vita di Sancroft. |
| [645] | Vedi lʼAtto di Uniformità. |
| [646] | Stat. 2 Hen. 7, c. 1: Lord Coke, Instituta, parte III, cap. 1; Processo di Cook accusato dʼalto tradimento, nella Collezione dei Processi di Stato; Burnet, I, 813, e lʼannotazione di Swift. |
| [647] | Giornali dei Lordi, 29 gennaio 1688-89; Clarendon, Diario; Evelyn, Diario; Citters; Eachard, Storia della Rivoluzione; Burnet, I, 813; Storia del ristabilimento del Governo, 1689. Il numero deʼ votanti pro e contra non è notato neʼ Giornali ed è variamente riferito da varii scrittori. Ho seguito Clarendon il quale si diede lo incomodo di fare le liste della maggioranza e della minoranza. |
| [648] | Grey, Dibattimenti; Evelyn, Diario; Vita dellʼArcivescovo Sharp scritta da suo figlio; Apologia per la Nuova Separazione, lettera al Dottore Giovanni Sharp Arcivescovo di York, 1691. |
| [649] | Giornali dei Lordi, 30 gennaio 1688-89; Clarendon, Diario. |
| [650] | Dartmouth, annotazione a Burnet, I, 393. Dartmouth dice che lʼOlandese rammentato nel testo era Fagel. È uno sbaglio di penna perdonabilissimo in una postilla marginale notata in fretta; ma Dalrymple ed altri non avrebbero dovuto ricopiare un errore così palpabile. Fagel morì in Olanda il dì 5 dicembre 1688 mentre Guglielmo era a Salisbury e Giacomo a Whitehall. Suppongo che lʼOlandese fosse o Dykvelt, o Bentink, o Zulestein, e più probabilmente Dykvelt. |
| [651] | Sì la preghiera che il sermone di Burnet si trovano tuttora nelle nostre grandi Biblioteche, e compensano lo incomodo di leggerli. |
| [652] | Giornali dei Lordi, 31 gennaio 1688-89. |
| [653] | Citters, 5-15 febbraio 1689; Clarendon, Diario, 2 febbraio. Questo fatto è grandemente esagerato nellʼopera intitolata: Politica della Rivoluzione, libro assurdissimo, ma di qualche utilità come ricordo delle stolte dicerie di queʼ tempi. Grey, Dibattimenti. |
| [654] | La lettera di Giacomo in data del 24 gennaio-3 febbraio 1689, si trova in Kennet. Clarke nella Vita di Giacomo di malissima fede lʼha smozzicata. Vedi Clarendon, Diario, 2, 4 febbraio; Grey, Dibattimenti; Giornali dei Lordi, 2, 4 febbraio 1688-89. |
| [655] | È stato asserito da varii scrittori, e fra gli altri da Ralph e da M. Mazure che Danby firmò la protesta. Ciò è un errore. Probabilmente alcuno che consultò i Giornali prima che fossero stampati lesse Danby invece di Derby; Giornali dei Lordi, 4 febbraio 1688-89. Evelyn, pochi giorni innanzi, scrisse per isbaglio Derby invece di Danby. Diario, 29 gennaio 1688-89. |
| [656] | Burnet, I, 819. |
| [657] | Clarendon, Diario, 1, 4, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14 gennaio 1688-89. Burnet, I, 807. |
| [658] | Clarendon, Diario, 5 febbraio 1688-89; Difesa della Duchessa di Marlborough; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione. |
| [659] | Burnet, I, 820. Burnet afferma di non avere raccontati gli eventi di questi torbidi tempi secondo lʼordine cronologico. Sono stato quindi costretto a riordinarli indovinando; ma penso di male non mʼapporre supponendo che la lettera della Principessa dʼOrange a Danby arrivasse, e il Principe dichiarasse il proprio intendimento, tra il giovedì 31 gennaio, e il mercoledì 6 febbraio. |
| [660] | Mulgrave, Racconto della Rivoluzione. Nelle tre prime edizioni questo fatto fu da me narrato inesattamente. In gran parte la colpa fu mia, ma in parte fu anche di Burnet, il quale usando trascuratamente la parola egli mʼindusse in inganno. Burnet, I, 818. |
| [661] | Giornali dei Comuni, 6 febbraio 1688-89. |
| [662] | Vedi i Giornali deʼ Lordi, e quei deʼ Comuni, 6 febbraio 1688-89, e la Relazione della Conferenza. |
| [663] | Giornali deʼ Lordi, 6 febbraio 1688-89; Clarendon, Diario; Burnet, I, 822, e lʼannotazione di Darmouth; Citters, 8-18 febbraio. Quanto al numero mi sono attenuto a Clarendon. Alcuni scrittori dicono la maggioranza essere stata più piccola, altri più grande. |
| [664] | Giornali deʼ Lordi, 6, 7 febbraio 1688-89; Clarendon, Diario. |
| [665] | Giornali dei Comuni, 29 gennaio, 2 febbraio 1688-89. |
| [666] | Giornali deʼ Comuni, 2 febbraio 1688-89. |
| [667] | Grey, Dibattimenti; Burnet, I, 822. |
| [668] | Giornali deʼ Comuni, 4, 8, 11, 12 febbraio; Giornali dei Lordi, 9, 11, 12 febbraio 1688-89. |
| [669] | Gazzetta di Londra, 14 febbraio 1688-89; Citters, 12-22 febbraio. |
| [670] | Difesa della Duchessa di Marlborough; Rivista della Difesa; Burnet, I, 781, 825, e lʼannotazione di Dartmouth; Evelyn, Diario, 21 febbraio 1688-89. |
| [671] | Giornali dei Lordi, e dei Comuni, 14 febbraio 1688-89; Citters, 15-26 febbraio. Citters pone in bocca a Guglielmo più forti espressioni di rispetto per lʼautorità del Parlamento di quelle che si leggono nei Giornali; ma dal detto di Powle risulta che la relazione contenuta nei Giornali non era rigorosamente esatta. |
| [672] | Gazzetta di Londra, 14 febbraio 1688-89; Giornali dei Lordi e dei Comuni, 13 febbraio; Citters, 15-26 febbraio; Evelyn, 21 febbraio. |