CAPITOLO SETTIMO.
SOMMARIO.
I. Guglielmo principe dʼOrange. Suo aspetto.—II. Sua vita giovanile.—III. Sue opinioni teologiche.—IV. Sue doti militari.—V. Suo amore deʼ pericoli; sua salute cagionevole; freddezza deʼ suoi modi e forza delle sue emozioni.—VI. Sua amicizia per Bentinck.—VII. Maria Principessa dʼOrange.—VIII. Gilberto Burnet.—IX. Mette dʼaccordo il Principe e la Principessa.—X Relazioni tra Guglielmo e i Partiti inglesi.—XI. Suoi sentimenti verso la Inghilterra, verso lʼOlanda e la Francia.—XII. Coerenza della sua politica.—XIII. Trattato dʼAugusta.—XIV. Guglielmo diviene capo della Opposizione inglese.—XV. Mordaunt propone a Guglielmo di andare in Inghilterra.—XVI. Guglielmo ricusa il consiglio.—XVII. Malumori in Inghilterra dopo la caduta degli Hydes.—XVIII. Conversioni al Papismo; Peterborough; Salisbury.—XIX. Wycherley; Tindal; Haines.—XX. Dryden.—XXI. La Cerva e la Pantera.—XXII. La Corte muta politica verso i Puritani.—XXIII. Concede alla Scozia una certa tolleranza.—XXIV. Tenta con segrete conferenze di corrompere gli avversari.—XXV. Non vi riesce; lʼAmmiraglio Herbert.—XXVI. Dichiarazione dʼIndulgenza.—XXVII. Umori deʼ Protestanti Dissenzienti.—XXVIII. Umori della Chiesa Anglicana.—XXIX. La Corte e la Chiesa si contendono il favore deʼ Puritani.—XXX. Lettera ad un Dissenziente.—XXXI. Condotta dei Dissenzienti—XXXII. Alcuni di loro parteggiano per la Corte; Care; Alsop; Rosewell; Lobb—XXXIII. Penn.—XXXIV. La maggior parte deʼ Puritani si dichiarano avversi alla Corte; Baxter; Howe—XXXV. Bunyan.—XXXVI. Kiffin—XXXVII. Il Principe e la Principessa dʼOrange si mostrano ostili alla Dichiarazione dʼIndulgenza.—XXXVIII. Loro modo di vedere intorno alla difesa deʼ Cattolici Romani In Inghilterra.—XXXIX. Nimistà di Giacomo per Burnet.—XL. Missione di Dykvelt in Inghilterra.—XLI. Negoziati di Dykvelt con gli statisti inglesi; Danby.—XLII. Nottingham.—XLIII. Halifax; Devonshire.—XLIV. Eduardo Russell.—XLV. Compton; Hebert; Churchill.—XLVI. Lady Churchill e la Principessa Anna.—XLVII. Dykvelt ritorna allʼAja, recando lettere di molti uomini cospicui dʼInghilterra.—XLVIII. Missione di Zulestein—XLIX. La inimicizia tra Giacomo e Guglielmo sʼaccresce—L. Influenza della stampa olandese—LI. Carteggio di Stewart e Fagel—LII. Ambasceria di Castelmaine a Roma.
I. Il luogo che Guglielmo Enrico, Principe dʼOrange, occupa nella storia dʼInghilterra e in quella del genere umano, è siffattamente grande, da far desiderare che il suo carattere venga con molta diligenza pennelleggiato.[208]
Allʼepoca cui richiama la presente narrazione, egli toccava lʼanno trentasettesimo dellʼetà sua. Ma e nel corpo e nella mente sembrava più vecchio di quel che sogliono gli uomini di pari numero dʼanni. E veramente, potrebbe dirsi chʼegli non sia mai stato giovane. I suoi sembianti sono a noi famigliari quasi come lo poterono essere ai suoi capitani e consiglieri. Scultori, pittori, intagliatori, posero ogni arte nel tramandare ai posteri le fattezze di lui; e la sua fisonomia era tale, che, vista una volta, non poteva dimenticarsi mai più. Il suo nome ci sveglia in mente a un tratto la immagine dʼuna figura debole e delicata, con ampia ed elevata fronte, naso ricurvo ed aquilino, occhio sì lucido e acuto da rivaleggiare con quello dellʼaquila, ciglio pensoso e alquanto tristo, bocca ferma ed alquanto sdegnosa, guance pallide, scarne, e profondamente solcate dalla infermità e dalle cure. Un aspetto sì pensoso, severo e solenne, mal si giudicherebbe quello dʼun uomo felice o di buon umore: ma indica manifestamente una capacità pari alle più ardue imprese, e una fortezza che non cede a sciagure e pericoli.
II. La natura aveva con profusione conceduto a Guglielmo le doti dʼun gran dominatore; e la educazione le aveva in modo non comune esplicate. Dotato di vigoroso buon senso naturale, di rara forza di volontà, trovossi, appena la sua mente cominciò a concepire, figlio orbato di padre e di madre, capo dʼuna grande ma depressa e disanimata parte, ed erede di vaste e indefinite pretese, le quali destavano paura e avversione nella oligarchia che allora predominava nelle Provincie Unite. Il popolo, che per un secolo sʼera mostrato teneramente affettuoso alla famiglia di Guglielmo, sempre che lo vedeva, a chiari segni indicava di considerarlo come suo legittimo capo. Gli abili ed esperti ministri della Repubblica, implacabili nemici al nome di lui, recavansi quotidianamente a fargli simulati complimenti, e ad osservare i progressi della sua mente. I primi moti della sua ambizione vennero con istudio invigilati: ogni parola che gli uscisse spensieratamente dal labbro, era notata, nè egli aveva da presso alcuno del cui senno potesse fidarsi. Toccava appena il quindicesimo degli anni suoi, allorquando tutti i famigliari che amavano il suo bene, o godevano in alcun modo la sua fiducia, furono dal geloso Governo rimossi dalla sua casa. Indarno ei protestò con energia superiore alla sua età; e taluni videro più volte le lagrime spuntare sugli occhi del giovine prigioniero di Stato. La sua salute, naturalmente delicata, rimase qualche tempo depressa dalle emozioni che la sua trista situazione destavagli in cuore. Simiglianti condizioni traviano e snervano lʼanimo debole, ma nel forte suscitano tutta la vigoria di cui sia capace. Circuito da trame, nelle quali un giovane dʼindole ordinaria sarebbe perito, Guglielmo imparò a procedere cauto e fermo ad un tempo. Assai prima chʼei giungesse alla virilità, sapeva il modo di mantenere un secreto, frustrare lʼaltrui curiosità con secche e caute risposte, nascondere le passioni sotto lʼapparenza di una grave tranquillità. Intanto ei progrediva poco nella educazione letteraria e socievole. I modi deʼ nobili in Olanda difettavano, a quei tempi, di quella grazia che trovavasi in grado perfettissimo neʼ gentiluomini francesi, e che, in grado inferiore, adornava la Corte dʼInghilterra; e i modi di Guglielmo erano prettamente olandesi. Gli stessi suoi concittadini lo reputavano brusco. Ai forestieri spesso ei sembrava grossolano. Nelle sue relazioni colle persone in generale, ci pareva ignorante o non curante di quelle arti che accrescono il pregio dʼun favore, e scemano lʼamarezza dʼun rifiuto. Amava poco le lettere e le scienze. I trovati di Newton e di Leibnizio, i poemi di Dryden e di Boileau gli erano ignoti. Le rappresentazioni drammatiche lo annoiavano; e sia che Oreste vaneggiasse o Tartuffo stringesse la mano dʼElmira, ei volgeva gli occhi dal proscenio per parlare dʼaffari di Stato. Aveva, a dir vero, un certo ingegno pel sarcasmo, e non di rado adoperava, senza saperlo, una certa eloquenza manierata, ma vigorosa ed originale. Nulladimeno, non pretendeva minimamente a mostrarsi ciò che dicesi bello spirito ed oratore. Aveva intera rivolta la mente a quelli studi che formano i valorosi e sagaci uomini di affari. Fino da fanciullo ascoltava con interesse le discussioni concernenti leghe, finanze e guerre. Di geometria sapeva quanto bisogna alla costruzione di un rivellino o di unʼopera a corno. Di lingue, con lʼaiuto dʼuna singolare memoria, imparò tanto da potere intendere e rispondere senza altrui sussidio ad ogni cosa che gli venisse detta, ad ogni lettera che gli fosse scritta. Il suo idioma natio era lʼolandese. Intendeva il latino, lʼitaliano e lo spagnuolo. Parlava e scriveva il francese, lo inglese e il tedesco, inelegantemente, a dir vero, ed inesattamente, ma con facilità e in guisa da farsi intendere. Non vʼerano qualità che potessero essere più proprie ad un uomo destinato ad organizzare grandi alleanze, ed a comandare eserciti, raccolti da diversi paesi.
III. Le circostanze lo avevano costretto ad intendere ad una specie di questioni filosofiche, le quali, a quanto sembra, lo interessarono più di quel che fosse da aspettarsi dallʼindole sua. Fraʼ protestanti dellʼisola nostra, erano due grandi partiti religiosi, che quasi esattamente coincidevano coi due grandi partiti politici. I capi della oligarchia municipale erano Arminiani, comunemente dalla moltitudine considerati poco migliori deʼ papisti. I principi dʼOrange erano quasi sempre stati i protettori del Calvinismo, ed andavano debitori di non piccola parte della popolarità loro allo zelo da essi mostrato per le dottrine della elezione e della perseveranza finale; zelo non sempre illuminato dalla scienza o temperato dallʼumanità. Guglielmo, fin da fanciullo, era stato diligentemente erudito nel sistema teologico al quale la sua famiglia aderiva, e prediligevalo con parzialità maggiore di quella che gli uomini generalmente sentono per una fede ereditaria. Aveva meditato intorno ai grandi enimmi chʼerano stati discussi nel Sinodo di Dort, ed aveva trovato nella austera ed inflessibile logica della Scuola Ginevrina qualche cosa che armonizzava con lo intelletto e lʼindole suoi. Certo, egli non imitò mai la intolleranza di cui avevano porto esempio alcuni deʼ suoi antenati. Abborriva da ogni specie di persecuzione: aborrimento chʼegli confessò non solo quando il confessarlo era manifestamente atto politico, ma in parecchi casi in cui sembrava che la simulazione o il silenzio dovessero maggiormente giovargli. Nondimeno le sue opinioni teologiche erano più definite di quelle degli avi suoi. La dottrina della predestinazione egli teneva come pietra angolare della sua religione; e dichiarò più volte, che ove fosse costretto ad abbandonarla, avrebbe con essa perduto ogni fede nella Divina Provvidenza, e sarebbe divenuto un pretto epicureo. Tranne in questo solo caso, fino dai suoi primi anni egli rivolse tutta la vigoria del suo robusto intelletto dalla speculazione alla pratica. I requisiti necessari a condurre importanti affari, in lui erano maturi in unʼepoca della vita, nella quale per la più parte degli uomini appena cominciano a fiorire. Da Ottavio in poi, il mondo non aveva mai veduto altro esempio di precocità nellʼarte di governare. I più esperti diplomatici rimanevano attoniti udendo le osservazioni che a diciassette anni il Principe faceva sugli affari di Stato, ed anche più attoniti vedendo un giovinetto, posto in circostanze tali da farlo apparire passionato, mostrare un contegno composto e imperturbabile al pari del loro. A diciotto anni egli sedeva fraʼ padri della repubblica, grave, discreto e giudizioso, come il più vecchio di loro. A ventun anno, in un giorno di tristezza e di terrore, ei fu posto a capo del Governo. A ventitrè anni godeva per tutta la Europa rinomanza di soldato e dʼuomo politico. Aveva schiacciate le fazioni domestiche; era lʼanima dʼuna potente coalizione, ed aveva pugnato onorevolmente in campo contro alcuni deʼ più grandi generali di quel tempo.
IV. Per inclinazione di natura era più guerriero che uomo di Stato; ma, a somiglianza dellʼavo, il tacito Principe che fondò la Repubblica Batava, egli tiene un posto più elevato fra gli uomini di Stato che fraʼ guerrieri. Veramente lʼesito delle battaglie non è prova infallibile dello ingegno dʼun capitano; e sarebbe cosa singolarmente ingiusta giudicare con siffatta prova Guglielmo; imperocchè gli toccò sempre di combattere con capitani, profondi maestri dellʼarte militare, e con milizie per disciplina molto superiori alle sue. Nulladimeno abbiamo ragione di credere che egli non pareggiasse punto, come generale nel campo, alcuni che per doti intellettuali erano a lui molto inferiori. Ai suoi familiari ei ragionava sopra tale subietto con la magnanima franchezza dʼuomo che aveva fatto grandi coso, e che poteva confessare i propri difetti. Diceva di non aver fatto mai il necessario tirocinio dellʼarte militare. Da fanciullo era stato preposto a capo di unʼarmata. Fra i suoi ufficiali non era alcuno che potesse ammaestrarlo. Solo i propri errori e le conseguenze loro gli avevano servito di scuola. «Darei volentieri» esclamò un giorno «buona parte delle mie possessioni pel vantaggio di aver militato in poche campagne sotto il Principe di Condé, prima che avessi comandato un esercito contro lui.» Non è improbabile che lʼostacolo onde Guglielmo fu impedito di conseguire eccellenza nella strategica, contribuisse a rinvigorirgli lo intelletto. Le sue battaglie non lo mostrano un gran tattico, ma gli dànno diritto alla rinomanza di grandʼuomo. Non vʼera disastro che gli potesse far perdere la fermezza o lo impero della propria mente. Rimediava alle proprie sconfitte con celerità talmente maravigliosa, che avanti che glʼinimici cantassero il Te Deum, era nuovamente pronto al conflitto; nè lʼavversa fortuna gli fece mai perdere il rispetto e la fiducia deʼ soldati; fiducia e rispetto chʼegli massimamente doveva al proprio coraggio. La più parte degli uomini hanno o con la educazione possono acquistare il coraggio di cui un soldato ha mestieri per condursi senza infamia in una campagna; ma un coraggio simile a quello di Guglielmo, è veramente raro. Egli sostenne ogni prova; guerre, ferite, penose ed opprimenti infermità, fortune di mare, imminente e continuo pericolo dʼessere assassinato; pericolo che ha prostrato uomini di vigorosissima tempra; pericolo che angosciò fortemente il carattere adamantino di Cromwell. Eppure non vi fu occhio che potesse scoprire qual fosse la cosa che il Principe dʼOrange temeva. I suoi consiglieri con difficoltà lo potevano indurre a munirsi contro le pistole e i pugnali deʼ cospiratori.[209] I vecchi marinari maravigliavano vedendo la compostezza chʼegli serbava fra mezzo agli ardui scogli dʼun pericoloso littorale. Nelle battaglie il suo valore lo rendeva cospicuo fra le migliaia di strenui guerrieri, meritavagli il plauso deglʼinimici, e non veniva mai posto in dubbio nè anche dalle avverse fazioni. Nella sua prima campagna si espose al pericolo come uomo che cerchi la morte, fu sempre primo allo assalto ed ultimo alla ritirata, combattè con la spada in pugno dove più ferveva la mischia; e con una palla dʼarchibugio fitta nel braccio e col sangue che gli scorreva giù per la corazza, rimase fermo al suo posto, agitando il cappello sotto il fuoco più vivo. Gli amici lo pregavano di avere più cura della propria vita, che era di inestimabile prezzo alla salute della patria; e il più illustre deʼ suoi antagonisti, il Principe di Condé, notò, dopo la sanguinosa giornata di Seneff, come il Principe dʼOrange in ogni cosa si fosse portato da vecchio generale, tranne nello avere esposto sè stesso al pericolo come un giovine soldato. Guglielmo negò dʼessere reo di temerità, dicendo chʼera sempre rimaso nel posto del pericolo, mosso dal sentimento del proprio dovere e dal pensiero del bene pubblico. Le milizie da lui comandate erano poco assuefatte alla guerra, ed aborrivano da uno stretto scontro colle agguerrite soldatesche di Francia. Era quindi mestieri che il loro capitano mostrasse il modo di vincere le battaglie. E veramente, più dʼuna volta al pericolo dʼuna giornata che pareva disperatamente perduta, ei riparò arditamente riordinando le sgominate schiere, e tagliando con la propria spada i codardi che davano lo esempio della fuga. Alcuna volta, nondimeno, eʼ pareva che sentisse uno strano compiacimento nellʼarrisicare la propria persona. Taluni notarono che non si mostrò mai di così allegro umore, di modi così graziosi ed affabili, come fra mezzo al tumulto od alla strage dʼuna battaglia. Perfino neʼ sollazzi amava lo eccitamento del pericolo. Le carte, gli scacchi, il biliardo non gli andavano punto a sangue. La caccia era la prediletta delle sue ricreazioni; e tanto maggiormente piacevagli, quanto era più rischiosa. Talvolta spiccava tali salti, che i più audaci deʼ suoi compagni non osavano seguirlo. Sembra anche chʼegli reputasse come esercizi effeminati le più difficili cacce dellʼInghilterra, e fra mezzo alle immense foreste di Windsor con doloroso desio ripensasse alle belve che egli aveva costume di inseguire neʼ boschi di Guelders, ai lupi, ai cignali, ai grossi cervi dallʼenormi corna.[210]
V. Cotesta impetuosità dʼanima diventa straordinario fenomeno, solo che si consideri come egli fosse singolarmente delicato di corpo. Fino da fanciullo egli era stato debole e malaticcio. In sulla virilità la sua salute erasi intristita per un forte accesso di vajolo. Era asmatico, e pareva volesse andare in consunzione. La sua gracile persona era travagliata da una continua tosse secca. Ei non poteva dormire se non appoggiando il capo sopra parecchi guanciali, e non poteva trarre il respiro se non nellʼaria più pura. Spesso era torturato da crudeli dolori al capo; tosto stancavasi al moto. I medici mantenevano ognora deste le speranze deʼ suoi nemici, predicendo lʼepoca in cui, se pure vʼera certezza alcuna nella scienza, avrebbe cessato di vivere. Nonostante, in una vita che poteva dirsi una continua malattia, la forza dellʼanima non gli falli mai, in ogni grave occasione, a sostenere il suo infermo e languido corpo.
Era nato con violente passioni e con gagliardo sentire; ma la forza delle sue emozioni non era minimamente da altri sospettata. Agli occhi del mondo ei nascondeva la gioia, il dolore, lʼaffezione, il risentimento sotto il velo dʼuna calma flemmatica, che lo faceva reputare il più freddo degli uomini. Coloro che gli recavano buone nuove, rade volte potevano in lui scoprire il più lieve segno di contento. Chi lo vedeva dopo una disfatta, in vano cercava di leggergli in volto il dispiacere dellʼanimo. Lodava e riprendeva, premiava e puniva con lʼaustera tranquillità dʼun capitano di Mohawk; ma coloro che bene lo conoscevano e gli stavano da presso sapevano pur troppo che sotto cotesto ghiaccio ardeva perpetuamente un gran fuoco. Rade volte lʼira gli faceva perdere il contegno. Ma quando davvero lo invadeva la rabbia, il primo scoppio ne era tremendo, si che altri appena reputavasi sicuro a farglisi da presso. In simiglianti rari casi, nulladimeno, appena riacquistava lo impero delle proprie facoltà, faceva tali riparazioni a coloro che ne avevano patito il danno, da tentarli a desiderare chʼegli andasse nuovamente in collera. Nellʼaffetto procedeva impetuoso come nellʼira. Amando, egli amava con tutta la vigoria della sua vigorosissima anima. Quando la morte lo privava dellʼoggetto amato, queʼ pochi che erano testimoni del suo strazio, temevano non volesse perdere il senno o la vita. Aʼ pochi intimi amici, nella cui fedeltà e secretezza ei poteva onninamente riposare, era un uomo ben diverso dal riserbato e stoico Guglielmo, che la moltitudine supponeva privo dʼogni mite sentimento. Era cortese, cordiale, aperto, ed anche festevole e faceto, da rimanere a mensa lunghe ore, ed abbandonarsi allʼallegria del conversare.
VI. Fra tutti i suoi più cari, ei prediligeva singolarmente un gentiluomo chiamato Bentinck, discendente da una nobile famiglia batava, e destinato ad essere fondatore dʼuna delle maggiori case patrizie dellʼInghilterra. La fedeltà di Bentinck era stata sottoposta a prove non comuni. Mentre le Provincia Unite lottavano a difendere la propria esistenza contro la potenza francese, il giovine Principe, nel quale erano poste tutte le loro speranze, infermò di vajuolo. Tal malattia era stata fatale a parecchi della sua famiglia; e quanto a lui, in sulle prime si manifestò peculiarmente maligna. Grande era la costernazione pubblica. Le strade dellʼAja erano affollate da mane a sera di gente ansiosa di sapere le nuove di Sua Altezza. Infine il male prese un corso meno sinistro. La salvezza dello infermo fu attribuita in parte alla sua singolare tranquillità di spirito, e in parte alla intrepida e instancabile amicizia di Bentinck. Dalle sole mani di Bentinck Guglielmo prendeva i farmachi e il nutrimento. Il solo Bentinck era colui che alzava Guglielmo da letto e ve lo riponeva. «Se Bentinck dormisse o non dormisse mai nel tempo chʼio giacqui infermo» diceva Guglielmo grandemente intenerito a Temple; «non so. Ma questo io so, che per sedici giorni e sedici notti, non chiesi mai cosa alcuna che Bentinck allʼistante non fosse accanto al mio letto.» Innanzi che questo amico fedele finisse di prestare i propri servigi, fu preso dal contagio. Non pertanto, ei non curò la febbre e lo stordimento del capo ondʼera travagliato, finchè il suo signore fu dichiarato convalescente. Allora Bentinck chiese dʼandare a casa; e ne era tempo, imperocchè non poteva più sostenersi sulle proprie gambe. Corse gravissimo pericolo, ma risanò; e non appena si senti in forze da sorgere dal letto, corse allʼarmata, dove per molte ardue campagne fu sempre veduto da presso a Guglielmo, come vi era già stato in pericoli di altra specie.
È questa la origine dʼuna amicizia fervida e pura più di qualunque altra di cui faccia ricordo la storia antica o la moderna. I discendenti di Bentinck serbano tuttavia molle lettere da Guglielmo scritte al loro antenato; e non è troppo il dire che chiunque non le abbia studiate, non potrà mai formarsi una giusta idea dellʼindole del Principe. Egli, che i suoi ammiratori generalmente reputavano il più freddo e inaffabile degli uomini, in coteste lettere dimentica ogni distinzione di grado, ed apre lʼanima sua con la ingenuità dʼun fanciullo. Partecipa senza riserbo arcani di gravissimo momento. Palesa con tutta semplicità vasti disegni concernenti tutti i governi europei. Miste a siffatte cose trovansi altre dʼassai diversa natura, ma forse di non minore interesse. Tutte le sue avventure, i suoi sentimenti, le sue lunghe corse ad inseguire un enorme cervo, il suo folleggiare nella festa di Santo Uberto, il vegetare delle sue piantagioni, i suoi poponi andati a male, in che condizione sono i suoi cavalli, il desiderio chʼegli ha di trovare un buon palafreno per la sua moglie; il suo dispiacere udendo che un suo famigliare dopo dʼavere rapito lʼonore ad una fanciulla di buona famiglia, ricusi di sposarla; il suo mal di mare, la sua tosse, il suo mal di capo, i suoi accessi di divozione, la gratitudine chʼegli sente per la divina Provvidenza che lo ha scampato da un grave pericolo, gli sforzi chʼegli fa a sottoporsi alla volontà divina dopo un disastro: queste e simiglianti cose ivi sono descritte con una amabile garrulità, tale da non aspettarsi dal più discreto e calmo uomo di Stato deʼ tempi suoi. Va anche maggiormente notata la spensierata espansione della sua tenerezza, e il fraterno interesse chʼegli prende nella domestica felicità dellʼamico. Se nasce un figlio a Bentinck, Guglielmo gli dice: «Io spero chʼegli viva, per essere buono come voi; ed ove io abbia un figliuolo, le nostre creature si ameranno, lo spero, come ci siamo amati noi.»[211] Per tutta la vita egli seguita ad amare i piccoli Bentinck con affetto paterno. Gli chiama coi più cari nomi; nellʼassenza del padre prende cura di loro; e quantunque gli rincresca di rifiutare loro cosa alcuna, non permette che vadano alla caccia, dove potrebbero correre il pericolo di ricevere un colpo di corno dal cervo inseguito, o abbandonarsi alle intemperanze dʼuna gozzoviglia.[212] Se la loro madre si ammala nellʼassenza del marito, Guglielmo, fra mezzo ad affari di gravissimo momento, trova il tempo di spedire parecchi corrieri in un giorno per recargli notizie della salute di lei.[213] Una volta, come essa dopo una grave infermità è dichiarata fuori di pericolo, il Principe con fervidissime espressioni rende grazie a Dio: «Io scrivo lacrimando di gioia» dice egli.[214] Serpe una singolare magia in coteste lettere, scritte da un uomo, la cui irresistibile energia ed inflessibile fermezza imponevano riverenza ai nemici, il cui freddo e poco grazioso contegno respingeva lʼaffetto di quasi tutti i partigiani, e la cui mente era occupata da giganteschi disegni che hanno cangiata la faccia del mondo.
E tanto affetto non era mal collocato. Bentinck allora fu detto da Temple il migliore e più sincero ministro che alcun principe abbia mai avuta la fortuna di possedere, e continuò per tutta la vita a meritarsi un nome tanto onorevole. I due amici veramente erano fatti lʼuno per lʼaltro. Guglielmo non aveva mestieri di chi lo dirigesse o lo lusingasse. Avendo ferma e giusta fiducia nel proprio giudizio, non amava i consiglieri che inclinavano molto a suggerire o ad obiettare. Nel tempo stesso, aveva discernimento ed altezza di mente bastevoli a sdegnare lʼadulazione. Il confidente di un tal principe doveva essere uomo non di genio inventivo, o di predominante carattere, ma valoroso e fedele, capace dʼeseguire puntualmente gli ordini ricevuti, di serbare inviolabilmente il secreto, di notare con occhio vigilante i fatti e riferirli con verità: e tale era Bentinck.
VII. Guglielmo nel matrimonio non fu meno fortunato che nellʼamicizia. Nulladimeno, il matrimonio in sulle prime non parve dovere essergli fonte di felicità domestica. A quel parentado egli era stato indotto principalmente da cagioni politiche; nè sembrava probabile che alcuna forte affezione dovesse nascere tra una avvenente fanciulla di sedici anni, di buona indole e intelligente, ma ignorante e semplice; ed uno sposo, il quale, comecchè non giungesse ai ventotto anni, era per costituzione più vecchio del padre di lei, ed aveva modi agghiaccianti, e tenea di continuo la mente occupata dʼaffari pubblici e di cacce. Per qualche tempo Guglielmo fu marito negligente. Fu strappato alle braccia della moglie da altre donne, e in ispecie da Elisabetta Villers, che era una delle dame di lei, e che quantunque fosse priva di attrattive personali e sfigurata da un occhio guercio, aveva ingegno tale da rendersi gradevole a Guglielmo.[215] Per vero dire, egli vergognavasi deʼ propri falli, e con ogni studio cercava nasconderli; ma, non ostanti tutte le sue cautele, Maria bene conosceva la infedeltà del marito. Spie e delatori, istigati dal padre di lei, fecero ogni sforzo per infiammarla allʼira. Un uomo di assai diverso carattere, lʼottimo Ken, il quale fu suo cappellano allʼAja per parecchi mesi, prese tanto fuoco vedendo i torti che ella soffriva, che con più zelo che giudizio minacciò di rimproverare severamente lo infido marito.[216] Ella, non pertanto, sosteneva le proprie ingiurie con tanta mansuetudine e pazienza, che meritò e, a poco a poco, ottenne la stima e la gratitudine di Guglielmo. Rimaneva nondimeno unʼaltra cagione che teneva divisi i loro cuori. Poteva probabilmente giungere il giorno, in cui la Principessa, la quale era stata educata solo a ricamare, leggere la Bibbia e i Doveri dellʼUomo, diverrebbe sovrana dʼun gran Regno, terrebbe la bilancia della politica europea; mentre lo sposo di lei, ambizioso, esperto deʼ pubblici negozi e inchinevole alle grandi intraprese, non troverebbe nel Governo dʼInghilterra luogo a sè convenevole, e avrebbe potere quale e quanto e finchè a lei piacesse concedergliene. Non è strano che un uomo come Guglielmo, amante dellʼautorità e conscio del proprio genio a comandare, sentisse fortemente quella gelosia, la quale in poche ore di sovranità pose la dissensione tra Guildford Dudley e Lady Giovanna, e produsse una rottura anche più tragica fra Darnley e la Regina di Scozia. La Principessa dʼOrange non aveva il più lieve sospetto deʼ pensieri del marito. Il vescovo Compton, suo istitutore, con gran cura lʼaveva erudita nelle cose di religione, insegnandole specialmente a guardarsi dalle arti deʼ teologi cattolici romani; ma lʼaveva lasciata profondamente ignara della sua posizione e della Costituzione inglese. Ella sapeva che, per dovere conjugale, era tenuta ad obbedire al proprio sposo; e non le era mai venuto in mente come la relazione in cui stavano entrambi potesse essere invertita. Nove anni erano corsi di matrimonio innanzi chʼella sapesse la cagione del malcontento di Guglielmo; nè lʼavrebbe mai saputa da lui. Generalmente, ei per natura inchinava più presto a chiudere in cuore che a sfogare i propri dolori; ed in cotesta peculiare occasione le sue labbra rendeva mute una ragionevole delicatezza. In fine, per mezzo di Gilberto Burnet, i due coniugi, avuta una spiegazione, pienamente riconciliaronsi.
VIII. La fama di Burnet è stata assalita con singolare malizia e pertinacia. Tali aggressioni cominciarono fino dai suoi primi anni, e continuano tuttavia con non minore virulenza, comecchè egli da cento venticinque e più anni riposi sotterra. Veramente, egli è il bersaglio più adatto che lʼanimosità delle fazioni e gli spiriti petulanti possano mai desiderare; imperciocchè i suoi difetti dʼintendimento e dʼindole sono così visibili, che facile è a ognuno il notarli. Non erano quei difetti che ordinariamente si reputano comuni a tutti i suoi concittadini. Solo fra tutti i non pochi Scozzesi che si sono inalzati a grandezza e prosperità in Inghilterra, egli aveva quel carattere che gli scrittori satirici, i drammatici, i romanzieri sogliono concordemente ascrivere ai venturieri irlandesi. Gli spiriti animali, le millanterie, la vanità, la propensione a spropositare, la provocante indiscretezza, la indomita audacia di lui apprestavano inesauribile materia agli scherni deʼ Tory. Nè i suoi nemici trascuravano di complirlo talvolta, più con piacenteria che con delicatezza, per la spaziosità delle sue spalle, la grossezza delle sue gambe, il buon successo deʼ suoi disegni matrimoniali con qualche amorosa e ricca vedova. Ciò non ostante, Burnet, benchè per molti rispetti fosse subietto di scherno ed anche di grave riprensione, non era uomo spregevole. Aveva vivissima intelligenza, instancabile industria, vasta e svariata dottrina. Era, a un sol tempo, storico, antiquario, teologo, predicatore, articolista, disputatore ed operoso capo politico; e in ciascuna di coteste cose emergeva cospicuo fraʼ suoi competitori. I molti vivaci e brevissimi scritti chʼegli pubblicò sopra i fatti di queʼ tempi, oggimai son noti solo agli amatori di curiosità letterarie; ma la Storia deʼ suoi Tempi, la Storia della Riforma, la Esposizione degli Articoli, il Discorso deʼ Doveri dʼun Pastore, la Vita di Hale, la Vita di Wilmot, vengono anche aʼ di nostri ristampati, nè vi è buona biblioteca privata che non gli abbia neʼ suoi scaffali. Contro questi argomenti tutti gli sforzi dei detrattori riescono vani. Uno scrittore, le cui opere voluminose in diversi rami della letteratura, trovano numerosi lettori cento trenta anni dopo la sua morte, può avere avuto grandi difetti, ma è mestieri che abbia anche avuto meriti grandi; e Burnet aveva grandi meriti, cioè fecondo e vigoroso intelletto e stile, ancorchè ben lontano dalla intemerata purità del bello scrivere, sempre chiaro, spesso vivace, e talvolta inalzantesi fino alla solenne e calorosa eloquenza. Nel pulpito, lo effetto deʼ suoi discorsi, chʼegli recitava senza sussidio di manoscritto, era accresciuto dalla nobiltà della sua persona, e da un modo patetico di porgere. Spesso veniva interrotto dal profondo fremito del suo uditorio; e quando, dopo dʼavere predicato tanto che fosse trascorsa lʼora dellʼoriuolo a polvere—che a queʼ giorni era parte degli ordegni del pulpito,—egli lo prendeva in mano, la congrega clamorosamente lo incoraggiava a seguitare finchè la polvere non fosse passata di nuovo.[217] Sì nel suo carattere morale, che nello intellettuale, i grandi difetti erano più che compensati da grandi meriti. Tuttochè spesso fosse traviato dai pregiudizi e dalla passione, era uomo onesto per eccellenza. Tuttochè non sapesse resistere alle seduzioni della vanità, aveva spirito superiore ad ogni influenza di cupidigia o timore. Era, per indole, cortese, generoso, grato, compassionevole.[218] Il suo zelo religioso, comunque fermo ed ardente, era per lo più temperato dʼumanità, e di rispetto pei diritti della coscienza. Vigorosamente aderendo a quello chʼegli credeva spirito del Cristianesimo, considerava con indifferenza i riti, i nomi e le forme dellʼordinamento della Chiesa; e non era punto inchinevole ad essere severo anche con glʼinfedeli e gli eretici la cui vita fosse pura, e i cui errori sembrassero più presto effetto dʼintelligenza pervertita, che di cuore depravato; ma, al pari di molti dabbene uomini di quella età, considerava il caso della Chiesa di Roma come una eccezione a tutte le regole ordinarie.
Burnet, per alcuni anni, ebbe rinomanza europea. La sua Storia della Riforma era stata accolta con istrepitosi applausi da tutti i Protestanti, mentre i Cattolici Romani lʼavevano giudicata come un colpo mortale inflitto alla loro credenza. Il più grande dottore che la Chiesa di Roma abbia mai avuto dopo lo scisma del secolo decimosesto, voglio dire Bossuet vescovo di Meaux, tolse lo incarico di farne una elaborata confutazione. Burnet era stato onorato con un voto di ringraziamento da uno deʼ più zelanti Parlamenti del tempo in cui ferveva la concitazione della Congiura Papale, ed era stato esortato, a nome della Camera deʼ Comuni dʼInghilterra, a seguitare i suoi studi storici. Era stato ammesso alla familiarità di Carlo e di Giacomo, era vissuto in intimità con parecchi egregi uomini di Stato, segnatamente con Halifax, ed era stato direttore spirituale di molti grandi personaggi. Aveva redento dallo ateismo e dalla licenza Giovanni Wilmot, Conte di Rochester, chʼera uno deʼ più splendidi libertini di quel secolo. Lord Stafford, vittima di Oates, comunque Cattolico Romano, aveva, nelle ore estreme di sua vita, ricevuto il conforto delle esortazioni di Burnet intorno a queʼ punti di dottrina sui quali tutti i cristiani concordano. Pochi anni dopo, unʼaltra vittima più illustre, cioè Lord Russell, era stata accompagnata da Burnet dalla Torre al patibolo in Lincolnʼs Inn Fields. La Corte non aveva trascurato mezzo alcuno per trarre a sè un teologo cotanto profondo ed operoso. Non vi fu cosa che non tentasse, regie blandizie e promesse di alte dignità; ma Burnet, quantunque fino dalla giovinezza fosse imbevuto delle servili dottrine che erano in quel tempo comuni al clero, era divenuto Whig per convinzione; e traverso a tutte le vicissitudini, fermamente aderiva ai propri principii. Nondimeno, ei non fu partecipe di quella congiura che recò tanto disonore e calamità al partito Whig, e non solo aborriva dai disegni dʼassassinio concepiti da Goodenough, e da Ferguson, ma opinava che anche il suo diletto ed onorato amico Russell si fosse spinto troppo oltre contro il Governo. Finalmente arrivò tempo in cui la stessa innocenza non era arra di sicurezza. Burnet, comecchè non fosse reo di nessuna trasgressione della legge, fu fatto segno alla vendetta della Corte. Si rifugiò nel Continente, e dopo dʼavere speso un anno a viaggiare la Svizzera, lʼItalia e la Germania—viaggi deʼ quali egli ci ha lasciata una piacevole descrizione,—nella state del 1686 giunse allʼAia, e vi fu accolto con cortesia e riverenza. Conversò più volte e liberamente con la Principessa intorno alle cose politiche e religiose, e tosto le divenne direttore spirituale e confidente. Guglielmo gli usò ospitalità più graziosa di quel che si potesse sperare. Imperciocchè, fra tutti i difetti umani, quei che più lʼoffendevano, erano lʼofficiosità e lʼindiscretezza; e Burnet, a confessione anche deʼ suoi amici e ammiratori, era il più officioso e indiscreto degli uomini. Ma il savio Principe sʼaccôrse che quel petulante e ciarliere teologo, il quale sempre cicalava di secreti, faceva impertinenti domande, sciorinava consigli non richiesti, era, nonostante, uomo retto, animoso, esperto, e ben conosceva gli umori e i disegni delle sètte e delle fazioni inglesi. Burnet aveva gran fama dʼuomo eloquente e dotto. Guglielmo non era uomo erudito; ma da molti anni era stato capo del Governo Olandese in un tempo, in cui la stampa olandese era una delle macchine più formidabili che muovessero lʼopinione pubblica dellʼEuropa; e benchè egli non gustasse i piaceri delle lettere, era savio ed osservatore tanto, da pregiare lʼutilità dello aiuto deʼ letterati. Sapeva bene che un libercolo popolare talvolta poteva tornare proficuo al pari dʼuna vittoria riportata in campo. Sentiva parimente la importanza di avere sempre da presso alcun uomo ben esperto nellʼordinamento politico ed ecclesiastico dellʼisola nostra; e Burnet aveva in sommo grado i requisiti ad essere un dizionario vivente delle cose inglesi, perocchè le sue cognizioni, quantunque non sempre accurate, erano immensamente vaste; e sì in Inghilterra che in Iscozia, pochi erano gli uomini insigni di qual si fosse partito politico o religioso, coʼ quali egli non avesse conversato. Per le quali cose ottenne tanta parte di favore e di fiducia, quanta ne era concessa solo a coloro che formavano il piccolo nucleo intimo deʼ privati amici del Principe. Quando il dottore si prendeva qualche libertà, il che non rade volte avveniva, il suo protettore diventava oltre lʼusato freddo e severo, e tal fiata gli usciva dalle labbra qualche pungente sarcasmo che avrebbe fatto ammutolire chiunque. Tranne in cotesti casi, nondimeno, lʼamicizia tra questi due uomini singolari durò, con qualche temporanea interruzione, fino alla morte. Certo, eʼ non era agevole ferire la sensibilità di Burnet. La compiacenza chʼegli provava di sè, gli spiriti animali, la mancanza di tatto in lui erano tali, che quantunque spesso offendesse altri, giammai egli ne rimaneva offeso.
IX. Per cosiffatto carattere, egli aveva i requisiti necessari ad essere paciere tra Guglielmo e Maria. Ogni qualvolta coloro che dovrebbero vicendevolmente stimarsi ed amarsi, si trovano per avventura divisi, come spesso accade, per qualche differenza che sole poche parole franche e chiare basterebbero a comporre, debbono riputarsi bene avventurati ove abbiano un indiscreto amico che palesi intera la verità. Burnet, senza andirivieni, rivelò alla Principessa il pensiero che turbava la mente del suo consorte. E fu quella la prima volta in cui ella seppe, non senza grandemente maravigliarne, come diventando Regina dʼInghilterra, Guglielmo non dovesse secolei sedere sul trono. Dichiarò quindi caldamente dʼesser pronta a porgere qual si fosse prova di sommessione e dʼaffetto conjugale. Burnet, assicurando e giurando di non parlare per suggerimento altrui, disse in lei sola stare intero il rimedio. Ella poteva di leggieri, appena assunta la Corona, indurre il Parlamento non solo a concedere al marito il titolo di Re, ma con un atto legislativo in lui trasferire il Governo dello Stato. «Ma Vostra Altezza Reale» aggiunse egli «dovrebbe, innanzi di parlare, maturamente considerare la cosa; imperocchè egli è un passo, che una volta fatto, non potrebbe facilmente e senza pericolo disfarsi.»—«Non ho bisogno di tempo alcuno a considerare ciò chʼio fo» rispose Maria. «A me basta di cogliere questa occasione per mostrare il mio rispetto pel Principe. Riportategli ciò chʼio vi dico; e conducetelo a me, perchè egli possa udirlo ripetere dal mio labbro stesso.» Burnet andò in traccia di Guglielmo; ma Guglielmo trovavasi molte miglia lontano a dar la caccia ad un cervo. Eʼ non fu se non il giorno susseguente, che ebbe luogo il colloquio fraʼ due conjugi. «Non avevo mai saputo fino a ieri» disse Maria «che vi fosse tale differenza tra le leggi dellʼInghilterra e quelle di Dio. Ma adesso vi prometto che voi sarete colui che governerà sempre; e in ricambio, questo solo vi chiedo, che come io osserverò il divino comandamento, il quale vuole che le mogli obbediscano ai mariti, voi osserviate lʼaltro che ingiunge ai mariti dʼamare le proprie mogli.» Tanta generosità dʼaffetto, pienamente conquise il cuore di Guglielmo. Da quel tempo fino al di funesto in cui egli fu trasportato convulso lungi da lei che giaceva sul letto di morte, fra loro fu sempre vera amicizia e piena confidenza. Esistono ancora molte delle lettere che ella gli scrisse, e porgono numerosi argomenti come a questo uomo così inamabile, quale sembrava agli occhi del pubblico, fosse riuscito dʼispirare ad una bella e virtuosa donna, a lui superiore per nascita, una passione che era quasi idolatria.
Il servigio in tal guisa reso da Burnet alla propria patria, era di sommo momento, perocchè era giunto il tempo in cui molto importava alla pubblica salvezza che il Principe e la Principessa fossero pienamente concordi.
X. Fino dal tempo in cui fu spenta la insurrezione delle Contrade Occidentali, gravi cagioni di dissenso avevano scisso Guglielmo dai Whig e dai Tory. Aveva con rincrescimento veduti i tentativi fatti daʼ Whig a privare il Governo di certi poteri chʼegli riputava necessari alla efficacia e dignità di quello. Aveva con molto maggiore rincrescimento veduto il modo onde molti di loro sʼerano contenuti verso le pretensioni di Monmouth. Eʼ pareva che lʼopposizione volesse avvilire la Corona dʼInghilterra, e porla sul capo di un bastardo e di un impostore. Nel tempo stesso, il sistema religioso del Principe grandemente differiva da ciò che formava il segno distintivo della credenza deʼ Tory. Costoro erano tutti Arminiani e Prelatisti; spregiavano le Chiese protestanti del continente, e consideravano ogni rigo della loro liturgia e rubrica sacro quasi al pari del vangelo. Le sue opinioni concernenti la metafisica della teologia, erano calviniste: le sue opinioni rispetto allʼordinamento e ai modi del culto, erano larghe. Ammetteva lo episcopato essere una forma legittima e convenevole di governo ecclesiastico; ma parlava con parole acri e sprezzanti della bacchettoneria di coloro i quali giudicavano la ordinazione deʼ vescovi essenziale alla società cristiana. Non aveva punto scrupolo intorno ai vestimenti e ai gesti prescritti dal libro della Preghiera Comune; ma confessava che i riti della Chiesa Anglicana sarebbero migliori se più si allontanassero daʼ riti della Chiesa di Roma. Era stato udito mormorare con segni di cattivo augurio, allorquando nella cappella privata della sua moglie ei vide un altare acconcio secondo il rito anglicano, e non parve molto satisfatto di vedere nelle mani di lei il libro di Hooker sopra lʼOrdinamento Ecclesiastico.[219]
XI. Egli, adunque, da lungo tempo seguiva con occhio vigile il progresso della contesa tra le fazioni inglesi; ma senza sentire forte predilezione per nessuna di quelle. In verità, fino allʼultimo giorno di sua vita, ei non divenne nè Whig nè Tory. Difettava di ciò che è fondamento ad ambi cotesti caratteri; imperciocchè egli non diventò mai Inglese. È vero che salvò lʼInghilterra; ma non lʼamò mai, e non fu mai da essa riamato. Per lui lʼisola nostra fu sempre terra dʼesilio, chʼegli visitava con ripugnanza e abbandonava con diletto. Anche mentre le rendeva quei servigi, deʼ quali fino ai nostri giorni sentiamo i felici effetti, il bene di quella non era lo scopo precipuo delle sue azioni. Sʼei sentiva amore di patria, lo sentiva tutto per la Olanda. Quivi era la splendida tomba entro la quale riposava il grande uomo politico, di cui egli aveva ereditato il sangue, il nome, lʼindole, il genio. Quivi il semplice suono del suo titolo era una magica parola, che per tre generazioni aveva destato lo affettuoso entusiasmo deʼ contadini e degli artigiani. Lʼolandese era lo idioma chʼegli aveva imparato dalla balia; olandesi gli amici della sua giovinezza. I sollazzi, gli edifizi, le campagne della sua terra natia gli empivano il cuore. Ad essa ei volgeva sempre desioso lo sguardo da unʼaltra patria più altera e più bella. Nella galleria di Whitehall egli amaramente ripensava alla sua avita casa nel Bosco allʼAja; e non sentivasi mai tanto felice, quanto nel giorno in cui dalla magnificenza di Windsor passava alla sua molto più modesta abitazione in Loo. Nel suo splendido esilio ei trovava consolazione creandosi dʼintorno, con edifici, piantagioni, escavazioni, una scena che gli rammentasse le uniformi moli di rossi mattoni, i lunghi canali, e le simmetriche aiuole di fiori, fra mezzo ai quali egli aveva trascorsi i suoi giovani anni. E nonostante, cotesto suo affetto per la sua terra materna era subordinato ad un altro sentimento che da gran tempo aveva signoreggiato nellʼanima sua, erasi mescolato a tutte le sue passioni, lo aveva spinto a maravigliose imprese, lo aveva sostenuto nelle mortificazioni, neʼ dolori, nelle infermità, e che verso la fine della sua vita sembrò per alcun tempo languire, ma tosto ridestossi più fiero che mai, e seguitò ad animarlo fino allʼora suprema, in cui i ministri di Dio recitavano accanto al suo letto di morte la prece deʼ moribondi. Questo sentimento era la inimicizia alla Francia, e al Re magnifico, il quale in più sensi rappresentava la Francia, e a virtù e pregi eminentemente francesi congiungeva quellʼambizione irrequieta, scevra di scrupoli e vanagloriosa, che ha più volte ridesto contro la Francia il risentimento dellʼEuropa.
Non è difficile rintracciare il progresso del sentimento che a poco a poco sʼinsignorì interamente dellʼanima di Guglielmo. Mentre egli era ancora fanciullo, la sua patria era stata aggredita da Luigi, sfidando con ostentazione la giustizia e il diritto pubblico; era stata corsa, devastata, ed abbandonata ad ogni eccesso di ladroneria, di licenza e di crudeltà. Gli Olandesi sgomenti, sʼerano umiliati dinanzi allʼorgoglioso vincitore, chiedendo mercè. Era stato loro risposto, che ove desiderassero ottenere la pace, era mestieri rinunciare alla indipendenza, e rendere ogni anno omaggio alla Casa deʼ Borboni. Lʼoltraggiata nazione, disperando dʼogni altro umano argomento, aveva aperte le sue dighe, chiamando in soccorso le onde marine contro la tirannia francese. Eʼ fu nelle angosce di quel conflitto, allorquando i contadini tremebondi fuggivano dinanzi agli invasori, centinaia di ameni giardini e di ville erano sepolte sotto le acque, le deliberazioni del Senato erano interrotte dagli svenimenti e dal pianto deʼ vecchi senatori, i quali non potevano sopportare il pensiero di sopravvivere alla libertà ed alla gloria della loro terra natia; eʼ fu in queʼ terribili giorni, che Guglielmo fu chiamato a capo dello Stato. Per alcun tempo la resistenza gli parve impossibile. Cercava da per tutto soccorso, e lo cercava invano. Spagna era snervata, Germania conturbata, Inghilterra corrotta. Nullʼaltro partito sembrava rimanere al giovine Statoldero, che quello di morire con la spada in pugno, o farsi lo Enea dʼuna grande emigrazione, e creare unʼaltra Olanda in contrade inaccessibili alla tirannia della Francia. Nessuno ostacolo sarebbe allora rimasto a infrenare il progresso della Casa Borbonica. In pochi anni essa avrebbe potuto annettere ai propri domini la Lorena e le Fiandre, Castiglia ed Aragona, Napoli e Milano, il Messico e il Perù. Luigi avrebbe potuto assumere la Corona imperiale, porre un principe della sua famiglia sopra il trono della Polonia, divenire solo signore dellʼEuropa dai deserti della Scizia fino allʼOceano Atlantico, e dellʼAmerica dalle regioni nordiche del tropico del Cancro, fino alle regioni meridionali del tropico del Capricorno. Tale era il prospetto del futuro che stava dinanzi agli occhi di Guglielmo nel suo primo entrare nella vita politica, e che non gli sparì mai dallo sguardo fino allʼestremo deʼ suoi giorni. La Monarchia Francese era per lui ciò che la Repubblica Romana era per Annibale, ciò che la Potenza Ottomana era per Scanderbeg, ciò che la dominazione inglese era per Wallace. Questa intensa e invincibile animosità era rafforzata dalla religione. Centinaia di concionatori calvinisti predicavano, che il medesimo potere che aveva suscitato Sansone per essere il flagello deʼ Filistei, e che aveva chiamato Gedeone dallʼaja per domare i Madianiti, aveva suscitato Guglielmo dʼOrange per essere il campione di tutte le nazioni libere, e di tutte le Chiese pure; pensiero che non fu senza influenza sulla mente di lui. Alla fiducia che lo eroico fatalista aveva posta nel suo alto destino e nella sua sacra causa, è da attribuirsi in parte la singolare indifferenza onde egli affrontava il pericolo. Aveva debito di compire unʼaltra impresa; e finchè non fosse compita, nulla gli avrebbe potuto nuocere. E però, per virtù di questo pensiero, egli, malgrado i pronostici deʼ medici, si riebbe da infermità che sembravano disperate; lo aperto navicello in cui egli si gettò nel fitto buio della notte fra mezzo alle frementi onde dellʼOceano, e presso ad una traditrice spiaggia, lo condusse a terra; e in venti campi di battaglia, le palle deʼ cannoni gli fischiarono dʼintorno senza toccarlo. Lo ardore e la perseveranza con che egli si dedicò alla propria missione, mal troverebbero agguaglio nella storia degli uomini illustri. Considerando il suo gran fine, ei reputava la vita altrui di sì poco pregio, come la propria. Pur troppo, anche i più miti e generosi soldati di quella età avevano lʼabitudine di curar poco lo spargimento del sangue, e le devastazioni inseparabili dalle grandi imprese militari; e il cuore di Guglielmo era indurito non solo dalla insensibilità acquistata nellʼesercizio della guerra, ma da quella specie di insensibilità più severa, la quale nasce dalla coscienza del dovere. Tre grandi coalizioni, tre lunghe e sanguinose guerre, in cui tutta Europa dalla Vistola fino allʼOceano occidentale era in armi, devono attribuirsi alla sua invincibile energia. Allorquando nel 1678 gli Stati Generali, esausti e scuorati, desideravano posa, la sua voce tuonava contro coloro che volevano riporre la spada nel fodero. Se la pace fu fatta, ciò avvenne solo perchè egli non potè infondere neʼ cuori altrui uno spirito fiero e risoluto come il suo. In sullo estremo istante, con la speranza di rompere le pratiche che ei sapeva pressochè concluse, combattè una delle più sanguinose ed ostinate battaglie, deʼ tempi suoi. Dal giorno in cui fu firmata la pace di Nimega egli cominciò a meditare unʼaltra coalizione. La sua contesa con Luigi, tradotta dal campo di battaglia al gabinetto, venne poco dopo esacerbata da un privato litigio. Per ingegno, indole, modi ed opinioni, i due rivali erano lʼuno allʼaltro diametralmente opposti. Luigi, gentile e dignitoso, prodigo e voluttuoso, amante della pompa ed abborrente dai pericoli, munificente protettore delle arti e delle lettere, e crudele persecutore deʼ Calvinisti, offriva un notevole contrasto verso Guglielmo, semplice nelle sue inclinazioni, di poco grazioso portamento, infaticabile e intrepido in guerra, non curante degli ameni studi, e fermo partigiano deʼ teologi Ginevrini. I due nemici non osservarono lungamente quelle cortesie che i loro pari, anche oppugnantisi con le armi, rade volte trascurano. Guglielmo, a dir vero, giunse fino ad offrire i suoi migliori servigi al Re di Francia. Ma tali cortesie vennero estimate al loro giusto pregio, e ricompensate con una riprensione. Il gran Re affettava disprezzo pel principotto servitore dʼuna federazione di città commercianti; e ad ogni segno di spregio lo intrepido Statoldero rispondeva con una nuova disfida. Guglielmo prendeva il suo titolo—titolo che le vicissitudini del secolo precedente avevano reso uno deʼ più illustri in Europa—da una città che giace sulle rive del Rodano non lungi da Avignone; e che, al pari dʼAvignone, quantunque da ogni lato circuita dal territorio francese, era propriamente feudo non della Corona di Francia, ma dello Impero. Luigi, con quella ostentazione spregiatrice del diritto pubblico, la quale formava il suo carattere, occupò Orange, ne smantellò le fortificazioni e ne confiscò le rendite. Guglielmo dichiarò ad alta voce a molti cospicui personaggi, i quali con lui sedevano a mensa, che avrebbe fatto pentire il Re Cristianissimo dellʼoltraggio ricevuto; ed allorchè dal Conte dʼAvaux gli fu chiesto conto delle parole profferite, ricusò positivamente o di ritrattarle o di spiegarle. La querela andò tanto oltre, che il ministro francese non poteva rischiarsi di comparire nelle sale della Principessa per timore di essere insultato.[220]
I sentimenti di Guglielmo verso la Francia, spiegano tutta la sua politica verso la Inghilterra. Il suo spirito pubblico era europeo. Il fine principale dʼogni suo studio non era lʼisola nostra, non era nè anche la sua Olanda, ma la grande comunità delle nazioni minacciata di essere soggiogata da uno Stato troppo potente. Coloro i quali commettono lo errore di considerarlo come uomo di Stato inglese, è forza che guardino la intera sua vita in una falsa luce, e non perverranno a scoprire nessun principio buono o cattivo, Whig o Tory, al quale possano riferirsi le sue più importanti azioni. Ma ove lo consideriamo come uomo, il cui fine speciale era quello di congiungere una torma di Stati deboli, divisi e sgomenti, in ferma e vigorosa concordia contro un comune nemico; ove lo consideriamo come uomo, agli occhi del quale la Inghilterra importava principalmente, perchè, senza essa, la grande coalizione da lui desiderata, sarebbe stata incompiuta; saremo costretti ad ammettere che non vi è stata una vita sì lunga, di cui facciano ricordo le storie, maggiormente uniforme dal principio sino alla fine, quanto quella di cotesto gran Principe.[221]
XII. Col filo che adesso abbiamo tra le mani, potremo senza difficoltà rintracciare la via dritta in effetto, sebbene in apparenza talvolta tortuosa, chʼegli prese verso le nostre interne fazioni. Chiaramente vedeva (ciò che non era sfuggito agli occhi di uomini meno sagaci di lui) come la impresa alla quale egli con tutta lʼanima intendeva, potesse avere probabilità di prospero successo con la Inghilterra amica, dʼesito incerto con la Inghilterra neutrale, e di disperatissimo fine ove la Inghilterra agisse come aveva agito ai tempi della Cabala. Con non minore chiarezza, vedeva che tra la politica estera e la interna del Governo Inglese vʼera stretta connessione; che il sovrano del nostro paese, operando dʼaccordo col Parlamento, deve sempre di necessità esercitare grande influenza negli affari della Cristianità, e deve anche avere un evidente interesse di avversare lo indebito ingrandimento dʼogni potentato continentale; che, dallʼaltro canto, il sovrano privo della fiducia del Parlamento e impedito nella sua via, non può avere se non poco peso nella politica europea, e che quel poco peso potrebbe anche gettarsi tutto nel lato nocivo della bilancia. Il principe, adunque, desiderava massimamente la concordia fra il Trono e il Parlamento. Il modo di stabilirla, e quale delle due parti dovesse fare concessioni allʼaltra, erano, secondo lui, cose dʼimportanza secondaria. Avrebbe gradito, senza alcun dubbio, di vedere una piena riconciliazione senza il sacrificio dʼun briciolo della regia prerogativa; perocchè alla integrità di quella egli aveva diritto di reversibilità; ed egli, per indole, era cupido di potere e intollerante di freno, almeno quanto qualunque degli Stuardi. Ma non vʼera gioiello della Corona chʼegli non fosse apparecchiato a sacrificare, anche dopo che la Corona era passata sul suo capo, qualvolta fosse convinto siffatto sacrificio essere impreteribilmente necessario al suo grande disegno. E però, nel tempo della congiura papale, comecchè egli disapprovasse la violenza con cui la opposizione assaliva la regia autorità, esortò il Governo a desistere. La condotta della Camera deʼ Comuni rispetto agli affari interni, diceva egli, era molto irragionevole: ma finchè rimaneva malcontenta, le libertà della Europa pericolavano; ed a questa suprema ragione ogni altra doveva cedere. Giusta siffatti principii egli operò allorquando la Legge dʼEsclusione pose la nazione tutta in commovimento. Non vʼè ragione a credere chʼegli incoraggiasse la opposizione a spingere innanzi quella legge, e ricusare ogni patto che le venisse offerto dal trono. Ma come chiaro si conobbe che, ove non si fosse posta in campo quella legge, vi sarebbe stata seria rottura tra i Comuni e la Corte, egli intelligibilmente, benchè con assai decoroso riserbo, manifestò la propria opinione, dicendo il Governo dovere ad ogni costo riconciliarsi coi rappresentanti del popolo. Allorchè una violenta e rapida mutazione dellʼopinione pubblica aveva lasciato per alcun tempo il partito Whig privo dʼogni soccorso, Guglielmo tentò di giungere al suo scopo supremo per una nuova via, forse allʼindole sua più convenevole di quella chʼegli aveva anteriormente presa. Pei cangiati umori della nazione, era poco probabile che venisse eletto un Parlamento disposto ad opporsi alle voglie del Sovrano. Carlo per alcun tempo fu solo padrone. Il Principe quindi rivolse ogni pensiero a renderselo favorevole. Nella state del 1683, quasi nel momento medesimo in cui la scoperta della congiura di Rye House sconfisse i Whig e rese trionfante il Re, succedevano altrove fatti tali che Guglielmo non poteva vedere senza estrema ansietà e timore. Il Turco aveva condotte le sue schiere fino ai suburbii di Vienna. La grande Monarchia Austriaca, nel cui soccorso il Principe aveva calcolato, sembrava giunta alla estrema rovina. Per la qual cosa, ei mandò in fretta Bentinck dallʼAja a Londra, ingiungendogli di nulla omettere che fosse necessario a riconciliargli la Corte dʼInghilterra, e peculiarmente significare, con le più calde espressioni, lʼorrore che il suo signore aveva sentito per la congiura deʼ Whig.
Nel corso deʼ diciotto susseguenti mesi, vi fu qualche speranza che la influenza di Halifax prevalesse, e che la Corte di Whitehall ritornasse alla politica della Triplice Alleanza. Guglielmo nutrì avidamente in cuore tale speranza, e fece ogni sforzo per conseguire lʼamicizia di Carlo. La ospitalità che Monmouth trovò allʼAja, deve principalmente attribuirsi alla brama che il Principe aveva di appagare i segreti desideri del padre di Monmouth. Appena morto Carlo, Guglielmo mirando ognora intentamente al supremo suo scopo, di nuovo cangiò contegno. Aveva ospitato Monmouth per piacere al Re defunto. Affinchè il Re Giacomo non avesse argomento di querelarsi, Monmouth ebbe commiato. Abbiamo veduto come, scoppiata la insurrezione delle contrade occidentali, i reggimenti inglesi che servivano in Olanda, fossero, alla prima richiesta, mercè gli sforzi del Principe, mandati alla patria loro. Per vero dire, Guglielmo anche si offerse a comandare in persona contro i ribelli; e che tale offerta fosse perfettamente sincera, non potrà mai dubitarsi, solo che si leggano le sue lettere confidenziali a Bentinck.[222]
Il Principe manifestamente in quel tempo sperava, che il gran disegno al quale nella mente sua ogni altra cosa era subordinata, fosse approvato e sostenuto dal suo suocero. Lʼaltero linguaggio che allora Giacomo teneva verso la Francia, la prontezza con che egli consentì ad una alleanza difensiva con le Provincie Unite, la inclinazione chʼegli mostrava a collegarsi con la Casa dʼAustria, accrescevano cotesta speranza. Ma poco dopo rabbuiossi la scena. La caduta di Halifax, la rottura tra Giacomo e il Parlamento, la proroga, lo annunzio distintamente fatto dal Re ai ministri stranieri che oramai la politica estera non lo distrarrebbe dallo intendere a trovare provvedimenti onde rinvigorire la regia prerogativa e promuovere glʼinteressi della sua Chiesa, posero fine a tanta illusione. Chiaro vedevasi, che arrivato il tempo critico per la Europa, la Inghilterra, signoreggiata da Giacomo, o sarebbe rimasta inoperosa, o avrebbe operato in unione della Francia.
XIII. E la crisi europea era imminente. La Casa dʼAustria, dopo una serie di vittorie, erasi assicurata dʼogni pericolo da parte della Turchia, e non trovavasi più nella necessità di sostenere pazientemente le usurpazioni e glʼinsulti di Luigi. Per lo che, nel luglio del 1686, fu firmato in Augusta un trattato, col quale i Principi dello Impero collegavansi strettamente insieme a vicendevole difesa. Il Re di Spagna e di Svezia erano parti di cotesta alleanza; lʼuno come Sovrano delle provincie comprese nel circolo della Borgogna, lʼaltro come Duca di Pomerania. I confederati dichiaravano di non avere intendimento alcuno di aggredire, nè voglia dʼoffendere nessun potentato, ma erano bene risoluti di non tollerare la minima infrazione dei diritti che il Corpo Germanico possedeva sotto la sanzione del diritto pubblico e della pubblica fede. Vincolavansi tutti a difendersi in caso di bisogno, e stabilivano le forze che ogni membro della lega dovesse apprestare, ove fosse mestieri respingere lʼaggressione.[223] Il nome di Guglielmo non si leggeva in quellʼatto; ma tutti sapevano che esso era opera di lui, e prevedevano che tra breve tempo egli sarebbe nuovamente il capitano dʼuna coalizione contro la Francia. In cosiffatte circostanze, tra lui e il vassallo della Francia non poteva esistere buono e cordiale intendimento. Non vʼera aperta rottura, non ricambio di minacce o di rimproveri; ma il suocero e il genero sʼerano per sempre lʼuno dallʼaltro separati.
XIV. Nel tempo medesimo in cui il Principe era così diviso dalla Corte dʼInghilterra, andavano disparendo le cagioni che avevano fino allora prodotto freddezza tra lui e i due grandi partiti del popolo inglese. Gran parte, che formava forse una maggioranza numerica, dei Whig, aveva prestato favore a Monmouth: ma Monmouth non era più. I Tory, dallʼaltro canto, avevano temuto che glʼinteressi della Chiesa anglicana non avessero ad essere sicuri sotto lo impero dʼun uomo educato fraʼ presbiteriani olandesi, e, come ciascuno sapeva, di larghe opinioni rispetto ai vestimenti, alle cerimonie, allo episcopato: ma dacchè quella Chiesa diletta era stata minacciata da molto maggiori pericoli, cosiffatti timori erano quasi spenti. In tal guisa, nello istante medesimo, ambidue i grandi partiti cominciarono a porre le speranze e lo affetto loro nello stesso capo. I vecchi repubblicani non potevano ricusare la loro fiducia ad un uomo, il quale aveva per molti anni degnamente tenuta la più alta magistratura dʼuna repubblica. I vecchi realisti credevano di agire secondo i loro principii, tributando profonda riverenza ad un Principe cotanto vicino al trono. In tali condizioni, era cosa di massima importanza la perfetta unione tra Guglielmo e Maria. Un malinteso tra la erede presuntiva della Corona e il marito, avrebbe prodotto uno scisma in quella vasta massa che da ogni parte andavasi raccogliendo intorno al vessillo dʼun solo capo. Avventuratamente, ogni pericolo di questo malinteso fu tolto dallo intervento di Burnet; e il Principe divenne lo incontrastato capo di tutto quel gran partito che faceva opposizione al Governo, partito che quasi comprendeva la intera nazione.
Non vʼè ragione a credere che egli verso questo tempo meditasse la grande impresa alla quale poscia fu da una dura necessità trascinato. Scorgeva bene che la opinione pubblica dellʼInghilterra, comecchè i cuori fossero esasperati dagli aggravi del Governo, non era punto matura per la rivoluzione. Avrebbe senza dubbio voluto evitare lo scandolo che doveva produrre una lotta mortale tra persone strette con vincoli di consanguineità e dʼaffinità. Anche per ambizione, gli ripugnava il riconoscere dalla violenza quella grandezza alla quale egli sarebbe pervenuto pel corso ordinario della natura e della legge: perocchè, bene sapeva che ove la corona fosse regolarmente toccata in sorte alla sua moglie, le regie prerogative non patirebbero detrimento; ed allʼincontro, se ei lʼottenesse per elezione, gli verrebbe concessa con quelle condizioni che agli elettori piacesse dʼimporre. Egli, adunque, fece pensiero, come sembra, di attendere con pazienza il giorno in cui potesse con incontrastato titolo governare, e di contentarsi infrattanto di esercitare grande influenza sopra gli affari della Inghilterra, come primo Principe del sangue, e capo del partito che decisamente preponderava nella nazione, e che certo, appena ragunato il Parlamento, avrebbe decisamente preponderato in ambedue le Camere.
XV. Egli è vero che già a Guglielmo, da un uomo meno savio e più impetuoso chʼegli non fosse, era stato consigliato di appigliarsi a più audace partito. Questo consigliere era il giovane Lord Mordaunt. In quel tempo non era sorto un uomo che avesse genio più inventivo e spirito più ardimentoso di lui. Se la impresa era splendida, Mordaunt rade volte chiedeva se fosse fattibile. La sua vita fu un bizzarro romanzo, composto di misteriosi intrighi dʼamore e di politica, di violente e rapide variazioni di scena e di fortuna, e di vittorie somiglievoli a quelle dʼAmadigi e di Lancillotto, più presto che a quelle di Lussemburgo e dʼEugenio. Gli episodii disseminati nella sua strana istoria erano cónsoni a tutto il tenore della vita sua. Vʼerano notturni incontri con ladroni generosi; e dame nobili e belle liberate dalle mani deʼ loro rapitori. Mordaunt essendosi reso notevole per la eloquenza e lʼaudacia con che nella Camera deʼ Lordi erasi opposto alla Corte, tosto dopo la proroga del Parlamento, si rifuggì allʼAja, e propose a Guglielmo di fare una sùbita discesa in Inghilterra. Erasi persuaso che sarebbe stato così facile sorprendere tre grandi Regni, come lungo tempo dopo gli tornò facile sorprendere Barcellona.
XVI. Guglielmo ascoltò, ripensò, e rispose, con parole vaghe: il bene dellʼInghilterra stargli tanto a cuore, che non lo perderebbe mai dʼocchio.[224] Qualunque fossero i suoi intendimenti, non era probabile chʼei si scegliesse a confidente un temerario e vanaglorioso cavaliere errante. Questi due mortali nullʼaltro avevano di comune che il coraggio personale, il quale in entrambi giungeva allʼaltezza dʼun favoloso eroismo. Mordaunt aveva bisogno solamente di eccitarsi nel conflitto, e di rendere attonito il mondo. Guglielmo mirava perpetuamente ad un solo gran fine, al quale era trascinato da una forte passione, chʼegli reputava sacro dovere. Onde ridursi a quel fine, faceva prova dʼuna pazienza, siccome una volta egli disse, simile a quella con cui aveva veduto nel canale un marinaio lottare contro la corrente, spesso ricacciato indietro, ma non cessando mai di spingersi innanzi, satisfatto se potesse con molte ore di fatica, avanzare di pochi passi.[225] Il Principe pensava che le imprese le quali non lo facevano avvicinare a cotesto fine, per quanto il volgo potesse estimarle gloriose, fossero vanità fanciullesche.
Sʼavvisò, quindi, di ricusare il consiglio di Mordaunt; e senza alcun dubbio ei fece bene. Se Guglielmo nel 1686, o anche nel 1687, avesse tentato di fare ciò che egli fece con tanto prospero esito nel 1688, è probabile che molti Whig, alla sua chiamata, sarebbero corsi alle armi; ma avrebbe, ad unʼora, sperimentato la nazione non essere per anche apparecchiata ad accogliere un liberatore armato che veniva da terra straniera, e la Chiesa non essere stata provocata e insultata fino a porre in dimenticanza la dottrina politica, della quale sʼera per tanto tempo singolarmente inorgoglita. I vecchi Cavalieri sarebbero accorsi intorno al regio vessillo: si sarebbe, probabilmente, in tutti i tre Regni accesa una guerra civile, lunga e sanguinosa al pari di quella della precedente generazione. E mentre nelle Isole Britanniche infuriasse siffatta guerra, che non avrebbe mai potuto tentare Luigi nel continente? E quale speranza sarebbe rimasta alla Olanda, emunta di forze militari ed abbandonata dal suo Statoldero?
XVII. Guglielmo, adunque, fu pago per allora di provvedere in modo da rendere concorde e rianimare la potente opposizione dalla quale era riconosciuto come capo. E ciò non era difficile. La caduta degli Hydes aveva destato in tutta la Inghilterra strano timore e forte sdegno. Tutti accorgevansi, oggimai trattarsi di sapere non se il protestantismo sarebbe predominante, ma se sarebbe tollerato. Al Tesoriere era succeduta una Commissione, della quale era capo un papista. Il Sigillo Privato era stato affidato ad un papista. Al Lord Luogotenente dʼIrlanda era succeduto un uomo, il quale non aveva nessun altro merito per quellʼalto ufficio, tranne dʼessere papista. Lʼultima persona che un Governo, sollecito del bene dello Stato, avrebbe dovuto mandare a Dublino, era Tyrconnel. Per le sue maniere brutali era indegno di rappresentare la maestà della Corona. Per la pochezza dello intendimento e la violenza dellʼindole, era inetto a maneggiare gravi affari di Stato. Lʼodio mortale chʼegli sentiva pei possessori della più parte del suolo dʼIrlanda, lo rendeva segnatamente inabile a governare quel Regno. Ma la sua intemperante bacchettoneria era reputata bastevole espiazione della intemperanza delle altre sue passioni; e a contemplazione del suo odio contro la fede riformata, lo lasciavano abbandonarsi senza freno al suo odio contro il nome inglese. Tale era allora il vero intendimento del Re intorno ai diritti della coscienza! Voleva che il Parlamento abrogasse tutte le incapacità delle quali erano gravati i papisti, solo perchè potesse alla sua volta imporre pari incapacità ai Protestanti. Chiaro vedevasi che sotto un simigliante Principe lʼapostasia era il solo sentiero da condurre alla grandezza. E non pertanto, era un sentiero pel quale pochi rischiavansi di procedere; avvegnachè lo spirito nazionale fosse ormai desto, e ad ogni rinnegato toccasse soffrire tanto scherno ed abborrimento da parte del pubblico, che anche i cuori più induriti e nudi di vergogna non potevano non sentirlo.
XVIII. Non può negarsi che alcune notevoli conversioni di recente avevano avuto luogo; ma tutte erano tali da accrescere poco credito alla Chiesa di Roma. Due uomini dʼalto grado, Enrico Mordaunt Conte di Peterborough, e Giacomo Cecil Conte di Salisbury, avevano abbracciata quella religione. Ma Peterborough, il quale era stato operoso soldato, cortigiano e diplomatico, allora giaceva affranto dagli anni e dalle infermità; e coloro che lo vedevano procedere per le sale di Whitehall barcollante, appoggiato ad un bastoncello e ravvolto di pannilani e dʼimpiastri, della sua diserzione confortavansi pensando chʼegli sʼera mantenuto fido alla religione degli avi finchè le sue facoltà intellettive non furono spente.[226] La imbecillità di Salisbury era passata in proverbio. Oltremodo sensuale, era tanto ingrassato che appena si poteva muovere, e quel corpo tardo era degno abitacolo dʼunʼanima stupida. Le satire di queʼ tempi lo dipingono come uomo nato stampato per farsi ingannare, il quale fino allora essendo stato vittima deʼ giuocatori, poteva di leggieri essere vittima dei frati. Una pasquinata, la quale circa lʼepoca del ritiro di Rochester, fu appiccata alla porta della casa di Salisbury nello Strand, esprimeva con grossolane parole lʼorrore con cui il savio Roberto Cecil, ove fosse potuto sorgere dal sepolcro, avrebbe veduto quale abbietta creatura era lʼerede deʼ suoi titoli ed onori.[227]
XIX. Questi due uomini erano i più alti per grado fraʼ proseliti di Giacomo. Vʼerano altri rinnegati di unʼaltra specie; uomini di doti insigni, ma privi dʼogni principio e dʼogni senso della propria dignità. Abbiamo ragione di credere che fra costoro fosse Guglielmo Wycherley, il più licenzioso e insensibile scrittore dʼuna scuola singolarmente insensibile e licenziosa.[228] È certo che Matteo Tindal, il quale più tardi acquistò grande rinomanza scrivendo contro il Cristianesimo, fu in quel tempo ricevuto nel grembo della Chiesa infallibile; fatto, che, come può agevolmente supporsi, i teologi coi quali egli poscia appiccò controversia, non lasciarono punto nellʼoblio.[229] Altro più infame apostata fu Giuseppe Haines, il cui nome adesso giace quasi dimenticato, ma che era ben noto a queʼ tempi come avventuriere di versatile ingegno, scroccone, falsificatore di monete, falso testimonio, mallevadore impostore, maestro di ballo, buffone, comico, poeta. Taluni deʼ suoi prologhi ed epiloghi furono molto ammirati daʼ suoi contemporanei, i quali universalmente gli rendevano lode di buono attore. Costui si fece Cattolico Romano, e si recò in Italia come addetto allʼambasciata di Castelmaine; ma tosto, per riprovevole condotta, venne cacciato via. Se è da prestarsi fede ad una tradizione lungamente conservatasi, Haines ebbe la impudenza dʼasserire che la Vergine Maria gli era apparsa per esortarlo alla penitenza. Dopo la Rivoluzione, si provò di pacificarsi coi suoi concittadini con una ammenda più scandolosa dellʼoffesa stessa. Una notte, innanzi di rappresentare la parte sua in una farsa, comparve sul proscenio, avvolto in un bianco lenzuolo, con una torcia in mano, recitando una profana ed indecente filastrocca di versi, chʼegli chiamò la propria ritrattazione.[230]
XX. Col nome di Haines correva congiunto in molti libelli il nome di un rinnegato più illustre, cioè di Giovanni Dryden. A quel tempo egli era in sul declinare degli anni suoi. Dopo molti successi ora prosperi ora sinistri, lʼopinione generale lo considerava come primo fra i poeti inglesi coetanei. I suoi diritti alla gratitudine di Giacomo erano molto superiori a quelli di qualunque altro scrittore del Regno. Ma Giacomo pregiava poco i versi, e molto il danaro. Dal dì in cui egli ascese al trono, si diede a fare piccole riforme economiche, e tali che acquistano sempre al Governo la taccia di spilorceria, senza recare alcun manifesto giovamento alle finanze. Una delle vittime di questa insensata parsimonia, fu il Poeta Laureato. Eʼ fu ordinato, che nella patente, la quale a cagion della nuova successione al trono, doveva rinnovarsi, lʼannuo onorario in origine concesso a Jonson, e continuato ai suoi successori, si omettesse.[231] Fu questo lʼunico pensiero che il Re, nel primo anno del suo regno, si degnò di volgere al possente poeta satirico, il quale, mentre ardeva il conflitto intorno alla Legge dʼEsclusione, aveva sparso il terrore nel partito deʼ Whig. Dryden era povero, e mal sopportava la povertà. Sapeva poco e davasi poco pensiero delle cose di religione. Se aveva in petto profondamente radicato alcun sentimento, era lʼavversione contro i preti di tutte le religioni, Leviti, Auguri, Muftì, Cattolici Romani, Presbiteriani, Anglicani. La natura non gli aveva largito anima elevata; e le sue occupazioni non erano state punto tali, da fargli acquistare altezza e delicatezza dʼanimo. Per molti anni erasi guadagnato il pane quotidiano arruffianando la sua musa al pervertito gusto della platea, e grossolanamente adulando ricchi e nobili protettori. Rispetto di sè, e senso squisito di convenevolezza, non potevano trovarsi in un uomo il quale aveva trascinata una vita di mendicità e di adulazione. Pensando che ove egli seguitasse a chiamarsi protestante, i suoi servigi non verrebbero rimunerati, si dichiarò papista. Cessò subitamente la parsimonia del Re. A Dryden fu conceduta una annua pensione di cento lire sterline, ed ebbe il carico di difendere in verso e in prosa la sua nuova religione.
Due illustri scrittori, Samuele Johnson e Gualtiero Scott, hanno fatto ogni sforzo per persuadere sè ed altrui, che cotesta memorabile conversione fosse sincera. Era cosa naturale che volessero cancellare una macchia disonorevole dalla memoria dʼun ingegno da essi giustamente ammirato, e col quale concordavano rispetto ad opinioni politiche; ma lo storico imparziale è uopo che pronunci un giudizio assai dal loro differente. Vi sarà sempre forte presunzione contro la sincerità dʼuna conversione ogni qualvolta riesca a utile del convertito. Nel caso di Dryden, non vi ha nulla che contrappesi siffatta presunzione. I suoi scritti teologici provano ad esuberanza chʼegli non si studiò mai con diligenza ed amore di imparare il vero, e che le sue nozioni intorno alla Chiesa abbandonata e alla Chiesa abbracciata da lui, erano superficialissime. Nè la sua condotta dopo la conversione, fu quella dʼun uomo da un profondo senso deʼ propri doveri costretto a fare un così solenne passo. Ove egli fosse stato tale, la medesima convinzione che lo aveva condotto ad abbracciare la Chiesa di Roma, gli avrebbe certo impedito di violare gravemente e per abitudine i precetti da quella Chiesa, come da ogni altra società cristiana, riconosciuti obbligatorii. Tra i suoi scritti precedenti e traʼ susseguenti alla sua conversione, vi sarebbe stata notevole diversità. Avrebbe sentito rimorso deʼ suoi trenta anni di vita letteraria, durante i quali egli aveva sistematicamente adoperata la sua rara potenza di linguaggio e di versificazione a corrompere il pubblico. Dalla sua penna non sarebbe uscita, da quellʼora in poi, una sola parola tendente a rendere spregevole la virtù, e ad infiammare le licenziose passioni. Ed è sventuratamente vero, che i drammi da lui scritti dopo la sua pretesa conversione, non sono punto meno impuri o profani di quelli della sua giovinezza. Anche traducendo, scostavasi dai suoi originali per andare in cerca dʼimmagini, che, ove le avesse trovate negli originali stessi, avrebbe dovuto schivare. Ciò che in quelli era cattivo, nelle sue versioni diventava peggiore; ciò che era puro, passando nella sua mente, contraeva qualche macchia. Le più grossolane satire di Giovenale egli rese più riprovevoli; inserì descrizioni lascive nelle Novelle di Boccaccio; e corruppe la dolce e limpida poesia delle Georgiche con lordure che avrebbero stomacato Virgilio.
XXI. Lo aiuto di Dryden fu accolto con gioia da quei teologi cattolici romani, i quali con difficoltà sostenevano un conflitto contro i più illustri ingegni della Chiesa Stabilita. Non potevano non riconoscere il fatto, che il loro stile, sfigurato da barbarismi contratti in Roma e in Doaggio, faceva meschina figura in paragone della eloquenza di Tillotson e Sherlock. Per lo che, pareva loro non essere lieve acquisto la cooperazione del più grande scrittore vivente dellʼidioma inglese. Il primo servigio che a lui fu chiesto in prezzo della sua pensione, fu di difendere in prosa la sua Chiesa contro Stillingfleet. Ma lʼarte di dir bene le cose diventa inutile ad un uomo che non abbia nulla da dire; e tale era il caso di Dryden. Vide come egli non valesse a sostenere il combattimento con un uomo da lunghi anni assuefatto a maneggiare le armi della controversia. Il battagliere veterano disarmò il novizio, gli inflisse qualche ferita di dispregio, e si volse contro più formidabili combattenti. Dryden allora impugnò unʼarma, nella quale non era agevole trovare chi potesse vincerlo. Si ritrasse alcun tempo dal trambusto deʼ caffè e deʼ teatri per rinchiudersi in un quieto luogo nella Contea di Huntingdon, ed ivi compose con insolita cura e fatica il suo celebre poema intorno ai punti disputati tra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra. Rappresentò la Romana sotto la similitudine dʼuna candida cerva, sempre in pericolo di morte, e nondimeno destinata a non morire. Le belve della foresta congiuravano a spegnerla. Il Tremante coniglio, a dir vero, si teneva strettamente neutrale; ma la volpe Sociniana, il lupo Presbiteriano, lʼorso Indipendente, il cignale Anabattista, avventavano sguardi feroci alla intemerata creatura. Nondimeno ella poteva rischiarsi a bere insieme con loro alla fonte comune sotto la protezione del leone Regale. La Chiesa Anglicana era significata dalla pantera con la pelle macchiata, ma bella, anco troppo bella per bestia da preda. La cerva e la pantera, egualmente esose al feroce popolo della foresta, si ritrassero da parte per ragionare intorno al pericolo comune. Quindi seguitarono a discutere intorno ai punti delle loro differenze, e dimenando le code e leccandosi le ganasce, tennero un lungo colloquio sopra la presenza reale, lʼautorità deʼ papi e deʼ concili, le leggi penali, lʼAtto di Prova, gli spergiuri dʼOates, i servigi resi da Butler, benchè non ricompensati, al partito deʼ Cavalieri, i libercoli di Stillingfleet, e le ampie spalle e i fortunati negozi matrimoniali di Burnet.
Lʼassurdità di questo poetico disegno è manifestissima. E in vero, cosiffatta allegoria non poteva regolarmente procedere oltre a dieci versi. Non vʼè magistero di forma che possa servire di compenso agli errori di un tal disegno. E nulladimeno, la Favola della Cerva e della Pantera è senza verun dubbio la produzione più pregevole della letteratura inglese del breve e torbido regno di Giacomo II. In nessuna delle opere di Dryden si potrebbero trovare brani più patetici e splendidi, maggior pieghevolezza ed energia di stile, e più piacevole e variata armonia.
Il poema comparve alla luce con ogni vantaggio che la regia protezione potesse impartire. Una magnifica edizione ne fu fatta per la Scozia nella tipografia cattolica romana di Holyrood House. Ma le genti non erano in umore da lasciarsi ammaliare dal lucido stile e dagli armoniosi versi dello apostata. Il disgusto eccitato dalla sua venalità, il timore eccitato dalla politica di cui egli sʼera fatto panegirista, non erano cose da cantarsi per addormentare le menti. Il pubblico fu infiammato di giustissimo sdegno da coloro cui gli scherni del poeta scottavano, e da coloro che erano invidi della sua rinomanza. Non ostante le restrizioni che avvincolavano la stampa, ogni giorno apparivano satire intorno alla vita e agli scritti di lui. Ora lo chiamavano Bayes, ora il Poeta Squab. Gli rammentavano come in gioventù avesse tributato alla Casa di Cromwell le medesime servili lusinghe le quali egli adesso tributava alla Casa degli Stuardi. Alcuni deʼ suoi avversari maliziosamente ristamparono i versi pieni di sarcasmo già da lui scritti contro il papismo, allorquando non gli avrebbe nulla giovato lʼessere papista. Tra i molti componimenti satirici venuti alla luce in tale occasione, il più notevole fu opera di due giovani, i quali di recente avevano compiti i loro studi in Cambridge, ed erano stati accolti come novizi di belle speranze neʼ caffè letterari di Londra; voglio dire Carlo Montague e Matteo Prior. Montague era di nobile schiatta; la origine di Prior era talmente oscura, che nessun biografo ha potuto rinvenirla: entrambi poscia giunsero in alto; entrambi allo amore delle lettere congiungevano arte mirabile in quella specie dʼaffari di che i letterati generalmente sentono disgusto. Tra i cinquanta poeti deʼ quali Johnson ha scritto le vite, Montague e Prior sono i soli che avessero profonda conoscenza del commercio e delle finanze. Non andò guari, e presero vie lʼuna dallʼaltra diverse. La loro giovanile amicizia si sciolse. Uno di loro divenne capo del partito Whig, e fu processato dai Tory. Allʼaltro furono affidati tutti i misteri della diplomazia deʼ Tory, e fu lungamente tenuto in istretta prigionia dai Whig. Infine, dopo molti anni di vicissitudini, i due colleghi, chʼerano stati lungo tempo divisi, si ricongiunsero nellʼAbbadia di Westminster.
XXII. Chiunque abbia attentamente letto il racconto della Cerva e della Pantera, si sarà dovuto accorgere che mentre Dryden lo stava componendo, grande variazione era seguita neʼ disegni di coloro che si servivano di lui come loro interprete. In sul principio, la Chiesa Anglicana è rammentata con tenerezza e rispetto, e viene esortata a collegarsi coʼ Cattolici Romani contro le sètte deʼ Puritani; ma alla fine del componimento, e nella prefazione scritta dopo che quello fu compiuto, i Protestanti Dissenzienti vengono invitati a far causa comune coi Cattolici Romani contro la Chiesa dʼInghilterra.
Sì fatto mutamento di linguaggio nel poeta cortigiano indicava un grande mutamento nella politica della Corte. Il primitivo scopo di Giacomo era stato quello dʼottenere per la propria Chiesa non solo piena immunità da tutte le pene e da tutte le incapacità civili, ma ampia partecipazione ai beneficii ecclesiastici ed universitari, e nel tempo stesso di rinvigorire le leggi contro le sètte puritane. Tutte le dispense speciali da lui concedute, erano state a pro deʼ Cattolici Romani. Tutte le leggi più dure contro i Presbiteriani, glʼIndipendenti, i Battisti, erano state per qualche tempo da lui mandate severamente ad esecuzione. Mentre Hale comandava un reggimento, mentre Powis sedeva nel Consiglio, mentre Massey era decano, mentre i breviari e i messali stampavansi in Oxford muniti di regia licenza, mentre lʼOstia esponevasi pubblicamente in Londra sotto la protezione delle picche e degli archibugi delle guardie reali, mentre frati e monaci vestiti degli abiti loro passeggiavano per le vie della metropoli, Baxter era sepolto in carcere; Howe era in esilio; le leggi dette Five-Mile-Act, e Conventicle-Act, erano in pieno vigore; gli scrittori puritani erano costretti a ricorrere alle tipografie straniere o clandestine; le congregazioni puritane potevano riunirsi solamente di notte o in luoghi vasti, e i ministri puritani erano forzati a predicare travestiti da carbonai o da marinari. In Iscozia il Re, mentre non trascurava sforzo nessuno ad estorcere dagli Stati pieno alleggiamento pei Cattolici Romani, aveva chiesto ed ottenuto nuovi statuti di severità senza esempio contro i presbiteriani. La sua condotta verso gli esuli Ugonotti aveva con non minore chiarezza rivelato il suo cuore. Abbiamo di sopra veduto, che quando la pubblica munificenza aveva posto nelle mani del Re una grossa somma per alleggiare la sciagura di queʼ miseri, egli, rompendo ogni legge dʼospitalità e di buona fede, impose loro di rinunziare al culto calvinista, cui essi forte aderivano, ed abbracciare quello della Chiesa Anglicana, innanzi dʼottenere la più piccola parte delle limosine che erano state a lui affidate.
Tale fu la sua politica finchè nutrì la speranza che la Chiesa Anglicana avrebbe consentito a predominare insieme con la Chiesa di Roma. Tanta speranza un tempo fu per lui una certezza. Lo entusiasmo con che i Tory lo avevano salutato nello ascendere chʼegli fece al trono, le elezioni, il rispettoso linguaggio e le ampie concessioni del suo Parlamento, la insurrezione delle Contrade Occidentali spenta, prostrato il partito che aveva tentato di privarlo della corona; queste e simiglianti altre cose lo avevano spinto oltre i confini della ragione. Era sicuro che ogni ostacolo cederebbe innanzi la sua potenza e fermezza. Il Parlamento gli oppose resistenza. Egli adoperò il cipiglio e le minacce; ma a nulla giovarono. Si provò di prorogarlo; ma dal giorno della proroga la opposizione ai suoi disegni era divenuta ognora più forte. Sembrava chiaro che volendo mandare ad effetto il proprio pensiero, gli era mestieri farlo sfidando quel gran partito che aveva dato segnalate prove di fedeltà al suo grado, alla sua famiglia, alla sua persona. Tutto il clero anglicano, tutti i gentiluomini Cavalieri gli stavano contro. Invano egli, per virtù della sua supremazia ecclesiastica, aveva comandato al clero che si astenesse dal discutere i punti controversi. In ogni chiesa parrocchiale del Regno, tutte le domeniche i sacerdoti esortavano i fedeli a guardarsi dagli errori di Roma: esortazioni che erano le sole efficaci, perocchè venivano accompagnate da proteste di riverenza verso il Sovrano, e da giuramenti di sopportare pazientemente ciò che gli sarebbe piaciuto di infliggere. I Cavalieri e scudieri realisti, i quali in quarantacinque anni di guerra e di fazioni avevano con esimio valore difeso il trono, adesso andavano con franche parole dicendo, essere risoluti di difendere con pari valore la Chiesa. Per quanto duro dʼintelletto fosse Giacomo, per quanto ei fosse dʼindole dispotica, conobbe chʼera tempo di appigliarsi ad altra via. Non poteva a un tratto rischiarsi ad oltraggiare tutti i suoi sudditi protestanti. Se si fosse potuto indurre a fare concessioni al partito predominante in ambe le Camere, a lasciare alla Chiesa Stabilita tutti gli emolumenti, i privilegi, le dignità, avrebbe potuto sturbare le ragunanze deʼ presbiteriani, ed empire le carceri di predicatori Battisti. Ma se era risoluto di spogliare la gerarchia, gli era mestieri privarsi della voluttà di perseguire i Dissenzienti. Se doveva da quinci innanzi appiccare lite coʼ suoi vecchi amici, gli era necessario far tregua coi vecchi nemici. Poteva opprimere la Chiesa Anglicana solo formando contro essa una vasta coalizione, che comprendesse le sètte, le quali, benchè e per dottrine e per ordinamento differissero lʼuna dallʼaltra molto più che da quella, potevano, perchè erano egualmente gelose della sua grandezza e ne temevano la intolleranza, essere indotte a far posa alle loro animosità finchè la ponessero in condizione di non poterle più opprimere.
Cosiffatto disegno piacevagli singolarmente per questa ragione. Potendo riuscirgli di riconciliare fra loro i protestanti non-conformisti, gli era dato sperare di porsi al sicuro contro ogni probabilità di ribellione. Secondo i teologi anglicani, nessun suddito per qual si fosse provocazione poteva equamente resistere con la forza allʼunto del Signore. La dottrina deʼ Puritani era ben diversa. Essi non avevano scrupolo a trucidare i tiranni con la spada di Gedeone. Molti di loro non temevano dʼusare la daga di Ehud. E forse in quel mentre meditavano unʼinsurrezione simile a quella delle Contrade Occidentali, una congiura come quella di Rye House. Giacomo quindi pensò di potere senza pericolo perseguitare la Chiesa qualora gli fosse riuscito di amicarsi i Dissenzienti. Il partito, i cui principii non gli offrivano nessuna guarentigia, si sarebbe a lui accostato per interesse. Il partito del quale egli aggrediva glʼinteressi, sarebbe stato impedito dʼinsorgere per principio politico.
Mosso da tali considerazioni, Giacomo, dal tempo in cui si divise di mal umore dal suo Parlamento, cominciò a meditare una lega generale di tutti i non-conformisti, cattolici e protestanti, contro la religione dello Stato. Fino dal Natale del 1685, gli agenti delle Provincie Unite scrivevano al loro Governo, essersi deliberato di concedere, e pubblicare tra breve una tolleranza generale.[232] Si vide col fatto che tale annunzio era prematuro. Eʼ sembra nondimeno, che i separatisti fossero trattati con più mitezza nel 1686, che nellʼanno precedente. Ma solo a poco a poco, e dopo lunga tenzone con le proprie inclinazioni, il Re potè indursi a formare colleganza con coloro chʼegli sopra tutti aborriva. Doveva vincere un odio non lieve o capriccioso, non nato e cresciuto pur allora, ma, ereditario nella sua famiglia, rinvigorito da gravissimi torti inflitti e sofferti pel corso di cento venti anni di vicende, e immedesimato a tutti i suoi sentimenti religiosi, politici, domestici e personali. Quattro generazioni di Stuardi avevano mosso guerra mortale a quattro generazioni di Puritani; e per tutta quella lunga guerra non vʼera stato nessuno fra gli Stuardi che al pari di lui odiasse i Puritani, e fosse da loro odiato. Eransi provati a disonorarlo, e ad escluderlo dal trono; lo avevano chiamato incendiario, scannatore, avvelenatore; lo avevano cacciato dallo Ammiragliato e dal Consiglio; lo avevano più volte bandito; avevano congiurato ad assassinarlo; gli erano a migliaia insorti contro impugnando le armi. Ei se ne era vendicato con una strage non mai fino allora veduta in Inghilterra. I loro capi e le loro squartate membra stavansi tuttavia fitti sulle pertiche a imputridire in tutte le piazze delle Contee di Somerset e di Dorset. Donne venerande per età e tenute in grande onoranza per religione e carità daʼ settarii, erano state decapitate e bruciate vive per falli sì lievi, che nessun buon principe avrebbe giudicate meritevoli nè anche dʼuna severa riprensione. Tali erano state, anco in Inghilterra, le relazioni tra il Re e i Puritani; e in Iscozia, la tirannia del Re e il furore deʼ Puritani erano tali, che nessuno Inglese gli avrebbe potuti concepire. Porre in oblio una nimistà così lunga e mortale non era lieve impresa per un cuore singolarmente duro e implacabile qual era quello di Giacomo.
La tenzone che travagliava lʼanimo del Re, non isfuggì allʼocchio di Barillon. Alla fine di gennaio 1687, egli spedì a Versailles una lettera notevolissima. Il Re—tale era la sostanza di cotesto documento—era quasi convinto di non potere ottenere piena libertà a pro deʼ Cattolici Romani, e a un tempo mantenere le leggi contro i Protestanti Dissenzienti. Per la qual cosa, inclinava al partito di concedere una indulgenza generale; ma in cuor suo amerebbe meglio di potere anche adesso dividere la sua protezione e il suo favore tra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra, escludendone tutte le altre sètte religiose.[233]
XXIII. Pochissimi giorni dopo che fu scritto cotale dispaccio, Giacomo, esitando e di poco buona grazia, fece i primi passi a negoziare coi Puritani. Aveva fatto pensiero di cominciare dalla Scozia, dove la sua potestà di dispensare era stata riconosciuta dagli Stati verso lui ossequenti. Il dì 12 febbraio, quindi, fu pubblicata in Edimburgo una ordinanza ad alleggiare le coscienze scrupolose,[234] la quale prova come fosse esatto il giudicio di Barillon. Fino nello stesso atto di fare concessioni ai Presbiteriani, Giacomo non poteva nascondere il disgusto che sentiva per essi. I Cattolici ebbero piena tolleranza. I Quacqueri ebbero poca ragione di dolersi. Ma la indulgenza concessa ai Presbiteriani, che formavano la maggioranza del popolo scozzese, fu inceppata da condizioni tali, da renderla pressochè inutile. Al vecchio Atto di Prova, il quale escludeva egualmente i Cattolici e i Presbiteriani dagli uffici, fu sostituito un nuovo Atto di Prova che ammetteva i Cattolici, ma escludeva la maggior parte deʼ Presbiteriani. Ai Cattolici era lecito edificare cappelle, e anche portare lʼOstia processionalmente in ogni luogo, tranne nelle strade maestre deʼ borghi reali; ai Quacqueri era lecito di ragunarsi neʼ pubblici edifici: ma ai Presbiteriani fu inibito di adorare Dio altrove che nelle private abitazioni; non dovevano osare di erigere edifici per ragunarvisi; non potevano servirsi nè anche di una loggia o di un granaio per gli esercizi religiosi; e fu loro distintamente notificato, che ove avessero ardimento di tenere conventicole allʼaria aperta, la legge che puniva di morte i predicatori e gli uditori, verrebbe eseguita senza misericordia. Qualunque prete cattolico poteva dir Messa; qualunque Quacquero poteva arringare innanzi ai suoi confratelli: ma il Consiglio Privato ebbe comandamento di impedire che nessun ministro presbiteriano predicasse, senza speciale licenza del Governo. Ogni parola di cotesto Atto e delle lettere onde fu accompagnato, mostra quanto costasse al Re di mitigare minimamente il rigore col quale egli aveva sempre trattato i vecchi nemici della sua famiglia.[235]
XXIV. Veramente, abbiamo ragione di credere, che allorquando egli pubblicò cotesta ordinanza, non era pienamente risoluto di far lega coi Puritani, e che il suo scopo era solo di concedere loro tanto favore che bastasse ad atterrire i credenti della Chiesa Anglicana e indurli a cedere. Onde egli aspettò per un mese a fine di vedere lo effetto che produrrebbe in Inghilterra lʼeditto promulgato in Edimburgo. Quel mese fu da lui impiegato assiduamente, giusta il consiglio di Petre, in ciò che chiamavasi ingabinettare. Londra era molto affollata di gente. Aspettavasi dʼora in ora la riapertura delle Camere pel disbrigo degli affari, e molti deʼ membri erano in città. Il Re si pose a indagare lʼanimo di ciascuno partitamente. Lusingavasi che i Tory zelanti—e di siffatti uomini, tranne pochissimi, era composta la Camera deʼ Comuni—avrebbero difficoltà a resistere alle calde dimande, fatte loro non in comune, ma separatamente a ciascuno, non dal trono, ma nella familiarità della conversazione. I rappresentanti, perciò, i quali recavansi a Whitehall per rendere riverenza al sovrano, erano tratti in disparte, e ricevevano lʼonore di lunghi colloqui. Il Re li pregava, a nome della lealtà loro, a compiacerlo nella sola cosa che gli stesse a cuore. Diceva andarci dellʼonor suo; le leggi fatte sotto il suo predecessore da Parlamenti faziosi contro i Cattolici Romani, avere avuto di mira lui solo; tali leggi avergli inflitta una macchia, averlo espulso dallʼAmmiragliato e dal Consiglio Privato; avere egli diritto che tutti coloro dai quali era amato e riverito, dovessero cooperare ad abrogare quelle leggi. Come si accôrse che i rappresentanti rimanevano duri alle sue esortazioni, si mise ad intimidirli e a corromperli. A coloro che ricusarono di cedere alle sue voglie, fu a chiare note detto, che non dovevano aspettarsi il più lieve segno della grazia sovrana. Per quanto ei fosse spilorcio, aperse e profuse i suoi tesori. Parecchi di coloro, chʼerano stati invitati a conferire con lui, uscirono dalle regie stanze con le mani piene dʼoro dato dal Re stesso.
XXV. I Giudici, che a quel tempo facevano il giro ufficiale di primavera, ebbero ordine di vedere quei rappresentanti che rimanevano in provincia, e investigare i loro intendimenti. Il risultamento di tali investigazioni fu, che la grande maggioranza della Camera deʼ Comuni era risolutamente decisa ad opporsi alle misure della Corte.[236] Fra coloro la cui fermezza destò universale ammirazione, si rese notevole Arturo Herbert, fratello del Capo Giudice, rappresentante di Dover, Maestro Guardaroba e Contrammiraglio dʼInghilterra. Arturo Herbert era molto amato daʼ marinai, ed aveva voce dʼessere uno deʼ migliori ufficiali appartenenti al ceto aristocratico. Supponevasi comunemente chʼegli avrebbe di leggeri aderito alle voglie del Re, imperciocchè era non curante della religione, amante di godere e di spendere; non aveva patrimonio; i suoi impieghi gli fruttavano quattromila lire sterline lʼanno; ed era da lungo tempo annoverato tra i più fidi partigiani di Giacomo. Non per tanto, allorchè il Contrammiraglio fu condotto alle secrete stanze del suo signore e gli fu richiesta la promessa di votare contro la revoca dellʼAtto di Prova, rispose che lʼonore e la coscienza non gli consentivano di farlo. «Nessuno dubita dellʼonor vostro,» disse il Re «ma un uomo che conduce la vita come voi, non dovrebbe parlare di coscienza.» A questo rimprovero, che usciva con cattiva grazia dalle labbra del drudo di Caterina Sedley, Herbert animosamente rispose: «Io ho i miei difetti, o Sire; ma potrei nominare taluni i quali parlano di coscienza assai più di quel che io ho costume di fare, e intanto menano una vita sciolta come la mia.» Fu destituito da tutti i suoi impieghi; e i suoi conti dʼentrata e uscita come Maestro Guardaroba, furono sindacati con grande, e—come egli se ne dolse—ingiusta severità.[237]
Oggimai vedevasi chiaramente, che era mestieri abbandonare la speranza dʼuna lega tra la Chiesa dʼInghilterra e quella di Roma a fine di partire tra esse gli uffici e gli emolumenti. Nullʼaltro rimaneva, che tentare una coalizione tra la Chiesa di Roma e le sètte puritane contro la Chiesa Anglicana.
XXVI. Il diciottesimo giorno di marzo, il Re annunziò al Consiglio Privato il pensiero di prorogare il Parlamento sino alla fine di novembre, e concedere, di propria autorità, a tutti i suoi sudditi piena libertà di coscienza.[238] Il di quarto dʼaprile, fu promulgata la memorabile Dichiarazione dʼIndulgenza.
In questa Dichiarazione, il Re significava essere suo desiderio di vedere il suo popolo rientrare in grembo di quella Chiesa alla quale egli apparteneva. Ma poichè ciò non poteva conseguirsi, annunziava chʼera suo intendimento proteggere ciascuno nel pieno esercizio della propria religione. Ripeteva tutte quelle frasi che otto anni innanzi, quando anchʼegli pativa oppressione, sʼudivano di continuo sulle sue labbra, ma che aveva cessato dʼusare fino dal giorno in cui, per un volgere di fortuna, era venuto in condizione di farsi oppressore. Diceva, essere da lungo tempo convinto, che la coscienza non doveva forzarsi; che la persecuzione tornava nociva allo incremento della popolazione e del commercio, e non conduceva mai al fine vagheggiato dal persecutore. Ripeteva la promessa, già più volte fatta e più volte violata, di volere proteggere la Chiesa dello Stato nel godimento deʼ suoi diritti. Procedeva quindi ad annullare, di propria autorità, una lunga serie di Statuti. Sospendeva tutte le leggi penali contro tutte le classi deʼ non-conformisti. Autorizzava i Cattolici Romani e i Protestanti Dissenzienti a esercitare pubblicamente il loro culto. Inibiva aʼ suoi sudditi—pena la collera sovrana—di molestare alcuna religiosa assemblea. Abrogava parimente quegli Atti che imponevano la prova religiosa come requisito ad occupare gli uffici civili e militari.[239]
Che la Dichiarazione dʼIndulgenza fosse atto incostituzionale, è cosa, intorno alla quale entrambi i grandi partiti inglesi hanno sempre pienamente concordato. Chiunque sia capace di ragionare sopra una questione politica, deve intendere che un monarca competente ad emanare una simigliante dichiarazione, è niente meno che un monarca assoluto. Nè a difesa di Giacomo possono allegarsi quelle ragioni con le quali molti atti arbitrari degli Stuardi sono stati difesi o scusati. Non può dirsi chʼei sʼingannasse circa i confini della regia prerogativa, come quelli che non erano esattamente definiti. Imperciocchè è innegabile chʼegli li travarcava, non ostante che gli stesse dinanzi allo sguardo un esempio recente che in quel caso precisamente li stabiliva. Quindici anni innanzi, una Dichiarazione dʼIndulgenza era stata promulgata dal suo fratello per consiglio della Cabala. Ove cotesta Dichiarazione si paragoni con quella di Giacomo, potrebbe reputarsi modesta e cauta. La Dichiarazione di Carlo dispensava solo dalle leggi penali. La Dichiarazione di Giacomo dispensava anco da tutti gli Atti di Prova religiosa. La Dichiarazione di Carlo permetteva ai Cattolici Romani di celebrare il loro culto solamente nelle private abitazioni. Per virtù della Dichiarazione di Giacomo, essi potevano erigere e adornare i tempii, ed anche andare processionalmente lungo Fleet Street con croci, immagini e gonfaloni. E non ostante ciò, la Dichiarazione di Carlo era stata nel modo più solenne giudicata illegale. La Camera deʼ Comuni aveva deliberato, che il Re non aveva potestà di dispensare dagli Statuti nelle materie ecclesiastiche. Carlo aveva ordinato che quellʼistrumento venisse cancellato in presenza sua, aveva con le proprie mani strappato il sigillo, e con un messaggio munito della sua firma, e colle proprie labbra dal trono in pieno Parlamento, aveva chiaramente promesso ad ambe le Camere, che quellʼAtto, il quale aveva loro recato si grave offesa, non verrebbe mai considerato come esempio. Le Camere a pieni voti, tranne un solo, avevano ringraziato il Re per essersi degnato di compiacere ai desiderii loro. Non vʼè questione costituzionale che sia stata decisa con maggiore delicatezza, chiarezza ed unanimità.
I difensori di Giacomo, ad escusarlo, hanno spesso allegato il giudizio della Corte del Banco del Re intorno alla querela collusivamente deposta contro Sir Eduardo Hales: ma tale argomento è di nessun valore; imperocchè quella sentenza, come è a tutti noto, fu ottenuta da Giacomo per mezzo di sollecitazioni e di minacce, cacciando via i magistrati scrupolosi, e sostituendone altri più cortigiani. E nondimeno, quella sentenza, tuttochè dal fôro e dalla nazione venisse generalmente considerata come incostituzionale, giunse solo ad affermare, che il sovrano, per ispeciali ragioni di Stato, può glʼindividui nominatamente esentare dagli Statuti portanti incapacità. Ma nessun tribunale, di faccia alla solenne decisione parlamentare del 1673, si era arrischialo ad affermare, che il Re avesse facoltà dʼautorizzare con un solo editto tutti i suoi sudditi a disubbidire ad interi volumi di leggi.
XXVII. Tali, nonostante, erano le condizioni deʼ partiti, che credevasi certo, la Dichiarazione di Giacomo, quantunque fosse il più audace degli attentati fatti dagli Stuardi contro le pubbliche libertà, dover piacere a quegli stessi cittadini, i quali avevano con più coraggio e pertinacia resistito a tutti gli altri attentati degli Stuardi contro le libertà pubbliche. Non era supponibile che il Protestante non-conformista, daʼ suoi concittadini diviso da dure leggi rigorosamente eseguile, volesse contrastare la validità dʼun decreto che lo alleggiava da insopportabili aggravi. Un osservatore pacato e filosofo avrebbe indubitatamente affermato, che nessun male derivante da tutte le leggi intolleranti fatte dai Parlamenti, era da paragonarsi a quello che sarebbe nato, ove il potere legislativo dal Parlamento fosse passato nelle mani del principe. Ma tanta pacatezza e filosofia non è da trovarsi in coloro che gemono nella sciagura, e ai quali sʼoffre la tentazione dʼessere subitamente liberati. Un teologo puritano non poteva punto negare, che la potestà di dispensare pretesa dalla Corona, era incompatibile coʼ principii fondamentali della Costituzione. Ma anderebbe forse scusato sʼegli avesse detto: Che importa a me della Costituzione? LʼAtto dʼUniformità lo aveva, in onta alle promissioni sovrane, privato di un beneficio chʼera sua proprietà, e lo aveva ridotto miserabile e dipendente. LʼAtto, chiamato Five-Mile-Act, lo aveva bandito dalla sua abitazione, daʼ parenti, dagli amici, da quasi tutti i luoghi pubblici. Per vigore del Conventicle-Act, gli erano stati tolti i beni, ed egli era stato seppellito in carcere fra mezzo ai ladroni ed agli assassini. Fuori di prigione si vedeva ai fianchi gli ufficiali della giustizia; era costretto a dar la mancia alle spie perchè non lo denunciassero; passava ignominiosamente travestito, per finestre e bugigattoli onde riunirsi al proprio gregge; e versando lʼonda battesimale e amministrando il pane eucaristico, tendeva gli orecchi ansiosamente ascoltando il segno che lʼavvertisse come gli uscieri si avvicinavano. Non era egli uno scherno pretendere che un uomo in siffatta guisa oppresso patisse il martirio per gli averi e la libertà deʼ suoi spogliatori ed oppressori? La Dichiarazione, per quanto potesse sembrare dispotica ai suoi felici vicini, lo liberava da tanti mali. Egli fu chiamato ad eleggere, non tra la libertà e la schiavitù, ma fra due gioghi; ed è naturale chʼegli stimasse il giogo del Re più lieve di quello della Chiesa Anglicana.
XXVIII. Mentre tali pensieri agitavansi in mente ai Dissenzienti, il partito anglicano era compreso di maraviglia e di terrore. Cotesto nuovo rivolgimento delle pubbliche cose era, a dir vero, terribile. La Casa Stuarda in lega coʼ repubblicani e coi regicidi contro i Cavalieri dʼInghilterra; il papismo in lega coʼ Puritani contro un ordinamento ecclesiastico, del quale i Puritani non querelavansi, se non che riteneva troppo deʼ riti papali: erano portenti tali da confondere tutti i calcoli degli uomini di Stato. La Chiesa doveva, adunque, essere aggredita da ogni parte; e capo della aggressione doveva essere colui che, per virtù della costituzione, era capo della Chiesa stessa. Era, quindi, naturale che rimanesse maravigliata e atterrita. E misti alla maraviglia e al terrore, destaronsi altri sinistri umori: risentimento contro lo spergiuro Principe, da essa fino allora affettuosamente servito; e rimorso delle crudeltà, a commettere le quali egli era stato complice della Chiesa, e adesso pareva dovernela punire. Ed era giusta punizione, imperocchè essa raccoglieva ciò che aveva seminato. Dopo la Restaurazione, trovandosi al più alto grado di sua potenza, non aveva ella altro spirito che vendetta. Aveva inanimati, incitati e quasi costretti gli Stuardi a rimunerare con perfida ingratitudine i recenti servigi deʼ Presbiteriani. Se nella stagione della prosperità ella si fosse interposta, come era suo debito, a pro deʼ propri nemici, gli avrebbe ora nella sciagura trovati amici. Forse non era troppo tardi; forse poteva anche riuscire di volgere la strategia del suo infido oppressore contro lui stesso. Esisteva fra il Clero Anglicano un partito moderato, il quale era stato sempre animato da miti sentimenti verso i Protestanti Dissenzienti. Cotesto partito non era numeroso; ma sʼera reso rispettabile per lʼabilità, la dottrina, e la virtù di coloro che lo componevano. Gli alti dignitari ecclesiastici gli erano stati poco favorevoli, e i bacchettoni della scuola di Laud lo avevano senza pietà oltraggiato: ma dal giorno in cui apparve la Dichiarazione dʼIndulgenza fino a quando la potenza di Giacomo cessò dʼincutere terrore, tutta quanta la Chiesa Anglicana sembrò animata dallo spirito, e guidata dai consigli deʼ calunniati Latitudinarii.
XXIX. Allora seguì, per così dire, una concorrenza al rincaro più strana dʼogni altra, di cui serbi ricordo la storia. Da una parte il Re, dallʼaltra la Chiesa, studiavano acquistarsi, ciascuno a danno dellʼaltro, i favori di coloro ad opprimere i quali, fino a quel tempo, il Re e la Chiesa erano andati dʼaccordo. I Protestanti Dissenzienti, pochi mesi innanzi, erano una classe spregiata e proscritta; adesso tenevano la bilancia del potere. La durezza usata loro venne universalmente condannata. La Corte si provò di gettare tutta la colpa sopra la gerarchia; la quale la rigettava in viso alla Corte. Il Re dichiarò dʼavere a malincuore perseguito i Separatisti, solo perchè i suoi affari erano in tali condizioni, che egli non poteva rischiarsi a spiacere al clero anglicano. Il clero protestava dʼavere avuto parte in una severità contraria alle proprie inclinazioni, solo per deferenza allʼautorità del Re. Il Re mise insieme una raccolta di storielle concernenti rettori e vicari, i quali con minacce di persecuzione avevano estorto danaro dai Protestanti Dissenzienti. Ne parlò molto e pubblicamente; minacciò dʼistituire unʼinchiesta, la quale avrebbe mostrato al mondo i parrochi nelle loro genuine sembianze: e di fatto, creò diverse Commissioni, incaricando certi agenti, deʼ quali credeva potersi fidare, dʼindagare quanta pecunia in diversi luoghi del reame gli aderenti alla religione dello Stato avevano estorta daʼ settari. I difensori della Chiesa, dallʼaltro canto, citavano esempi di onesti sacerdoti, i quali dalla Corte erano stati ripresi e minacciati per avere dal pulpito inculcata la tolleranza, e ricusato di spiare e denunziare le piccole congregazioni di Non-Conformisti. Il Re asseriva che parecchi partigiani della Chiesa Anglicana, coi quali aveva conferito in secreto, gli avevano offerte ampie concessioni a favore deʼ Cattolici, a patto che la persecuzione contro i Puritani avesse a continuare. Gli accusati partigiani della Chiesa animosamente dicevano falsa lʼaccusa, aggiungendo che ove avessero voluto consentire ciò che il Re domandava, questi avrebbe volentieri conceduto loro che si indennizzassero perseguitando e spogliando i Protestanti Dissenzienti.[240]
La Corte era cangiata dʼaspetto. Lʼabito da prete non poteva mostrarvisi senza provocare gli scherni e i maliziosi bisbigli deʼ cortigiani. Le dame di Corte, invece, astenevansi di ridere, e i ciamberlani sʼinchinavano profondamente quando per la reggia vedevano il viso e il vestire deʼ Puritani, che da tanto tempo erano stati neʼ circoli del bel mondo materia di scherno. Taunton, che pel corso di due generazioni era stata il baluardo del partito delle Teste-Rotonde nelle Contrade Occidentali, che aveva due volte respinto le armi di Carlo I, che sʼera levata come un solo uomo a favore di Monmouth, e che da Kirke e da Jeffreys era stata trasmutata in macello di carne umana, sembrava avere repentinamente acquistato nel cuore del Re il posto una volta occupato da Oxford.[241] Il Re faceva forza a sè stesso, per mostrarsi lusinghevolmente cortese aʼ più egregi fraʼ Dissenzienti. A chi offerse danari, a chi uffici municipali, a chi grazie pei parenti ed amici, i quali, implicati nella congiura di Rye House o nella ribellione di Monmouth, ramingavano nel continente, o sudavano fra le piantagioni americane. Simulò perfino di consentire coʼ Puritani inglesi nella cortesia che mostravano ai loro confratelli stranieri. Furono pubblicati in Edimburgo un secondo e un terzo proclama, coʼ quali considerevolmente egli slargava la futile tolleranza concessa ai presbiteriani dallo editto di febbraio.[242] I banditi Ugonotti, che il Re per molti mesi aveva guardati in cagnesco, privandoli della limosina fatta loro dalla nazione, adesso ricevevano alleggiamento e carezze. Il Consiglio emanò un ordine per destare a favor loro la pubblica liberalità. La condizione di conformarsi al culto anglicano, che il Re aveva loro imposta per ottenere parte della limosina, sembra questa volta essere stata tacitamente abrogata; e i difensori della politica del Re ebbero la sfrontatezza di affermare, che quella condizione—la quale, come risulta incontrastabilmente daʼ fatti, era stata immaginata da lui dʼaccordo con Barillon—fosse stata adottata ad istanza deʼ prelati della Chiesa Anglicana.[243]
Mentre il Re in cotesto modo studiavasi di blandire i suoi antichi avversari, gli amici della Chiesa non erano meno di lui operosi. Appena vedevansi i segni di quellʼacrimonia e di quel disprezzo con che, dopo la Restaurazione, i prelati e i preti solevano trattare i settarii. Coloro che poco innanzi erano additati come scismatici o fanatici, adesso erano divenuti diletti confratelli protestanti; deboli uomini forse, ma tuttavia confratelli, i cui scrupoli meritavano pietoso compatimento. Ove essi in cotesta crisi si mostrassero sinceri alla causa della Costituzione inglese e della religione riformata, la loro generosità verrebbe tosto e largamente rimunerata. Invece di una indulgenza di nessun valore legale, ne otterrebbero una vera, assicurata con un atto del Parlamento. Anzi, molti aderenti alla Chiesa Anglicana, i quali fino allora sʼerano fatti notare per la loro inflessibile venerazione dʼogni gesto e dʼogni parola prescritta nel Libro della Preghiera Comune, dichiaravansi oramai favorevoli, non solo alla tolleranza, ma anche alla comprensione. Dicevano che la disputa intorno al vestire e allo atteggiarsi, aveva per lungo tempo diviso coloro i quali concordavano intorno ai punti essenziali della religione. Finita la lotta mortale contro il comune nemico, vedrebbero come il clero anglicano si mostrerebbe pronto a far loro ogni concessione. Se i Dissenzienti dimandassero allora ciò che è ragionevole, non solo sarebbero loro concessi gli uffici civili, ma gli ecclesiastici; e Baxter e Howe, senza macchia veruna dʼonore e di coscienza, potrebbero assidersi fra i vescovi.
XXX. Fra tutti i numerosi scritti coʼ quali in quel tempo la Corte e la Chiesa ingegnavansi di trarre a sè il Puritano, che oggimai, per uno strano volgere di fortuna, era divenuto arbitro delle sorti deʼ suoi persecutori, dʼun solo è serbata fino ai dì nostri ricordanza; cioè della Lettera a un Dissenziente. In questo articoletto, tratteggiato con gran magistero, tutti gli argomenti atti a convincere un Non-Conformista comʼera di suo dovere e interesse il preferire la lega con la Chiesa alla lega con la Corte, sono condensati nel più breve spazio, con lucidissimo ordine disposti, illustrati con spiritosa vivacità, e rinvigoriti con eloquenza, la quale, ancorchè fervida e veemente, non travarca i confini del buon senso e della convenevolezza. La sensazione da esso prodotta fu immensa; imperocchè, essendo un solo foglio volante, ne furono spediti per la posta ventimila e più esemplari; e non vi fu luogo nel Regno, in cui non ne fosse sentito lo effetto. Tosto comparvero alla luce ventiquattro risposte; ma la voce pubblica le disse tutte cattive, e peggiore di tutte quella di Lestrange.[244] Il Governo ne fu fortemente irritato, e fece ogni sforzo a scoprire lo autore della Lettera; ma non fu possibile trovarne prove legali. Ad alcuni parve riconoscervi le opinioni e lo stile di Temple.[245] Ma, a dir vero, quella larghezza e acutezza di concepimento, quella vivacità di fantasia, quello stile terso ed energico, quella calma dignità, mezzo cortigiana e mezzo filosofica, non perturbata mai dalla estrema concitazione del conflitto, erano qualità appartenenti al solo Halifax.
XXXI. I Dissenzienti ondeggiavano; nè vanno di ciò rimproverati, avvegnachè il Re gli alleviasse daʼ mali che essi soffrivano. Molti insigni pastori erano stati liberati dalla prigionia; altri eransi rischiati a ritornare dallo esilio. Le congregazioni che fino allora sʼerano tenute di furto e fra le tenebre, adesso ragunavansi in pieno giorno; cantavano salmi ad alta voce, tanto da farsi udire dai magistrati, daʼ sagrestani e dagli agenti di polizia. Parecchi modesti edifici per servigio del culto puritano, cominciarono a sorgere in tutta la Inghilterra. Un diligente viaggiatore potrebbe anche oggi notare la data del 1687, in alcuno deʼ più vecchi di siffatti edifici. Nondimeno, per un giudizioso Dissenziente, le profferte della Chiesa erano più accettabili di quelle fatte dal Re. La Dichiarazione era nulla al cospetto della legge. Sospendeva gli statuti penali contro i Non-Conformisti, solo finchè rimanevano sospesi i principii fondamentali della Costituzione, e lʼautorità legittima del corpo legislativo. E che era mai il valore di privilegi posseduti con tanta ignominia e con sì poca sicurezza? Il trono da un giorno allʼaltro avrebbe potuto divenire vacante, e toccare in sorte ad un Sovrano fedele osservatore della religione dello Stato. Si sarebbe potuto ragunare un Parlamento composto di credenti nella Chiesa Anglicana. Quanto, deplorabile sarebbe allora la situazione deʼ Dissenzienti, collegati coʼ Gesuiti contro la Costituzione! La Chiesa offriva una indulgenza molto differente da quella concessa da Giacomo, e valida e sacra al pari della Magna Carta. Ambedue i partiti avversi offrivano libertà ai Separatisti: ma lʼuno voleva che essi la comperassero col sacrifizio della libertà civile; lʼaltro glʼinvitava a godere della libertà civile e della religiosa.
Per tali ragioni, quando anche si fosse potuto prestar fede alla sincerità della Corte, un Dissenziente avrebbe ragionevolmente dovuto congiungere la propria sorte con quella della Chiesa. Ma qual guarentigia della propria sincerità offriva la Corte? La condotta fino a quel tempo tenuta da Giacomo era nota a ciascuno. Per vero dire, non era impossibile che un persecutore si fosse potuto col ragionamento e con la esperienza convincere dellʼutilità della tolleranza. Ma Giacomo non asseriva dʼessersi pur allora convinto: allʼincontro, non lasciava sfuggire nessuna occasione per protestare come egli da molti anni per principio abborrisse da ogni intolleranza. E nulladimeno, in pochi mesi, aveva perseguitato a morte uomini, donne, giovinette, per la loro religione. Aveva egli agito contro la evidenza e le proprie convinzioni? O adesso mentiva per calcolo? Da questo dilemma non vʼera modo a svincolarsi; ed ambedue le supposizioni erano fatali alla pretesa onestà del Re. Era parimente manifesto, chʼegli sʼera compiutamente sottoposto ai Gesuiti. Solo pochi giorni innanzi la pubblicazione della Indulgenza, la Società di Gesù era stata da lui onorata, malgrado i ben noti desiderii della Santa Sede, con un nuovo segno di fiducia ed approvazione. Il Padre Mansueto, dellʼOrdine deʼ Francescani, suo confessore, riverito da tutti per la sua indole dolce e per la sua vita irreprensibile, ma da lungo tempo in odio a Tyrconnel e Petre, era stato posto da parte. Il posto vacante era stato dato ad un Inglese, di nome Warner, il quale, apostatando dalla religione del proprio paese, erasi fatto Gesuita. Tale nomina non fu punto gradevole ai Cattolici Romani moderati ed al Nunzio; e da ogni protestante venne considerata come prova dello assoluto predominio deʼ Gesuiti sullʼanimo del Re.[246] Siano quante si vogliano le lodi alle quali queʼ reverendi possano giustamente pretendere, gli stessi adulatori non potrebbero loro attribuire le qualità di largamente liberali o rigorosamente veraci. Che, trattandosi dello interesse dellʼordine, non avessero mai avuto scrupoli a chiamare in loro aiuto la spada deʼ Principi, o violare il vero e la buona fede, era stato asserito al cospetto del mondo, non solo daʼ protestanti loro accusatori, ma da uomini altresì della cui virtù e del cui genio gloriavasi la Chiesa di Roma. Era incredibile che un cieco discepolo deʼ Gesuiti, per principio fosse zelante della libertà di coscienza; ma non era nè incredibile nè improbabile chʼegli si reputasse giustificato, dissimulando i propri veri sentimenti, onde rendere servigio alla propria vera religione. Era certo che il Re in cuor suo gli Anglicani preferiva ai Puritani. Era certo parimente, che mentre aveva speranza di trarre al suo partito i credenti della Chiesa dʼInghilterra, non sʼera menomamente mostrato cortese verso i Puritani. Poteva, adunque, dubitarsi, che ove gli Anglicani si fossero anche allora arresi ai suoi desiderii, non avrebbe volentieri sacrificato i Puritani? Per la parola da lui più volte data, ei non sʼera astenuto dallo invadere i diritti legittimi di quel clero, il quale aveva date cotante prove di affetto e di fedeltà verso la casa di lui. Di qual sicurtà sarebbe adunque la sua parola alle sètte che da lui divideva la rimembranza di mille imperdonabili ferite fatte e ricevute?
XXXII. Calmato il primo concitamento, prodotto dalla promulgazione della Indulgenza, eʼ parve che una rottura avesse avuto luogo nel partito puritano. La minoranza, capitanata da pochi faccendieri che difettavano di senno e miravano al proprio interesse, sosteneva il Re. Enrico Care, il quale da gran tempo era stato il più acre ed indefesso articolista deʼ Non-Conformisti, e neʼ giorni della Congiura Papale aveva osteggiato Giacomo con estremo furore in un Giornale settimanale detto Pacco di Notizie da Roma, adesso alzava la voce ad adulare, come lʼaveva già alzata a vomitare calunnie ed insulti.[247] Lo agente precipuo adoperato dal Governo a raggirare i Presbiteriani, era Vincenzo Alsop, teologo di qualche riputazione, e come predicatore e come scrittore. Il suo figliuolo, che era incorso nelle pene comminate aʼ rei di crimenlese, ottenne la grazia; e in tal guisa il padre adoperò tutta la propria influenza a pro della Corte.[248] Con Alsop si congiunse Tommaso Rosewell. Costui, mentre infuriava la persecuzione contro i Dissenzienti dopo la scoperta della Congiura di Rye House, era stato falsamente accusato di avere predicato contro il Governo, era stato processato da Jeffreys, e in onta alla evidenza deʼ fatti, convinto daʼ giurati corrotti e dannato a morte. La ingiustizia della sentenza era sì enorme, che gli stessi cortigiani ne vergognarono. Un gentiluomo Tory che era stato presente al processo, corse di subito a Carlo, dichiarando che la testa del suddito più leale in Inghilterra non sarebbe più in sicuro, qualora Rosewell venisse punito. Gli stessi giurati punse il rimorso quando ripensarono sopra ciò che avevano fatto, e sforzaronsi di salvare la vita a quel misero. In fine, egli ottenne perdono, ma a patto di dare una forte cauzione di buona condotta per tutta la vita, e di presentarsi periodicamente al Banco della Corte del Re. Oggimai per volere del Re fu liberato da cotesto carico; e in tal modo divenne partigiano della Corte.[249]
Lo incarico di trarre al partito della Corte glʼindipendenti, venne affidato ad uno deʼ loro ministri, chiamato Stefano Lobb. Lobb era uomo debole, violento ed ambizioso. Sʼera spinto tanto oltre nella opposizione, chʼera stato nominatamente proscritto in parecchi editti. Adesso si rappacificò col Governo, e trascese tanto a mostrarsi servile, quanto aveva trasceso a mostrarsi fazioso. Si collegò con la cabala gesuitica, e caldamente suggerì cose, dalle quali abborrivano i più savi ed onesti Cattolici Romani. Fu notato come egli di continuo fosse in palazzo, e spesso nelle secrete stanze del Re; come menasse una vita splendida, alla quale i teologi puritani erano poco assuefatti; e fosse perpetuamente circondato da sollecitatori, imploranti protezione ad ottenere grazie od uffici.[250]
XXXIII. Con Lobb era in grande intimità Guglielmo Penn. Penn non era stato mai uomo di vigoroso intelletto. La vita da lui per due anni menata, gli aveva non poco guasto il senso morale; e se la coscienza mai gli rimordesse, confortavasi pensando di tendere a buono e nobile scopo, e di non ricevere paga in danaro peʼ propri servigii.
Per influenza di questi, e dʼaltri uomini meno cospicui, diverse corporazioni di Dissenzienti presentarono al Re indirizzi in rendimento di grazie. Gli scrittori Tory hanno dirittamente notato, che il linguaggio di cotesti scritti era così disgustevolmente servile, come qualunque altra cosa che possa trovarsi neʼ più ampollosi elogi che i Vescovi facevano degli Stuardi. Ma, diligentemente esaminando, è agevole accorgersi che tale vergogna pesa sopra pochi del partito puritano. Non vʼera città di mercato in Inghilterra, in cui non fosse almeno un nucleo di Separatisti. Non fu trascurato sforzo veruno per indurli a ringraziare il Re della largita Indulgenza. Lettere circolari, con preghiera di firmarle, correvano per ogni angolo del Regno, in tanto numero, che le valigie postali—come scherzevolmente dicevasi—erano troppo gravi per essere trasportate dai cavalli da posta. E nulladimeno, tutti glʼindirizzi che poteronsi ottenere da tutti i Presbiteriani, Indipendenti e Battisti, sparsi per la Inghilterra, non giunsero, in sei mesi, al numero di sessanta; nè vʼè ragione a credere che fossero muniti di numerose firme.[251]
XXXIV. La massima parte deʼ protestanti non-conformisti, con fermezza aderenti alla libertà civile, e non fidenti nelle promesse del Re e deʼ Gesuiti, immutabilmente ricusarono di rendere grazie per un favore, il quale, come bene poteva auspicarsi, nascondeva una trama. Così pensavano tutti i più illustri capi di quel partito. Uno di essi era Baxter. Secondo che abbiamo osservato, era stato processato tosto dopo lʼascensione di Giacomo al trono; era stato brutalmente insultato da Jeffreys, e convinto da giurati, quali in queʼ tempi gli Sceriffi cortigiani avevano costume di scegliere. Baxter da circa un anno e mezzo era rimasto in carcere, allorquando la Corte cominciò seriamente a pensare di collegarsi coi non-conformisti. Non solo gli fu data libertà, ma gli venne detto che ove volesse abitare in Londra, poteva farlo, senza temere che la legge chiamata Five-Act-Mile gli fosse applicata. Il Governo forse sperava che la rimembranza deʼ mali sofferti, e il sentimento del conseguito riposo, avrebbe in lui prodotto il medesimo effetto che destò in Rosewell e Lobb. Vana speranza! perocchè Baxter non era uomo da lasciarsi ingannare o corrompere. Ricusò di firmare qualunque indirizzo per rendere al Sovrano grazie della compartita Indulgenza, e adoperò tutta lʼautorità sua a promuovere la concordia tra la Chiesa e i Presbiteriani.[252]
Se vi fu uomo daʼ Protestanti Dissenzienti maggiormente stimato di Baxter, egli era Giovanni Howe. Ad Howe, come a Baxter, tornava personalmente utile il mutamento nella politica pur allora seguito. La tirannide stessa la quale aveva sepolto Baxter in carcere, aveva cacciato Howe in bando; e tosto dopo che Baxter era stato tratto fuori della prigione del Banco del Re, Howe da Utrecht ritornava in Inghilterra. Aspettavasi a Whitehall, che Howe adoperasse a beneficio della Corte tutta lʼautorità chʼegli esercitava sopra i suoi confratelli. Il Re stesso condiscese a chiedere il soccorso del suddito da lui già oppresso. Eʼ sembra che Howe tentennasse; ma gli Hampden, ai quali era vincolato di stretta amistanza, lo mantennero fermamente fedele alla causa della Costituzione. Una ragunanza di ministri presbiteriani fu tenuta in sua casa, onde considerare le condizioni deʼ tempi, e stabilire il cammino da prendersi. La Corte era ansiosa di conoscerne il risultamento. Due messi regii erano presenti alla discussione, e recarono la trista nuova, che Howe sʼera dichiarato decisamente avverso alla potestà di dispensare, e, dopo lunghe dispute, aveva tratto alla propria opinione la maggioranza della assemblea.[253]
XXXV. Ai nomi di Baxter e di Howe è dʼuopo aggiungere quello di un uomo loro inferiore e per grado sociale e per istruzione, ma uguale per virtù, e superiore per ingegno; voglio dire Giovanni Bunyan. Aveva esercitato il mestiere di calderaio, e servito come semplice soldato nello esercito parlamentare. Ancora nel fiore degli anni, sʼera sentito torturare dal rimorso pei peccati della sua gioventù, il più grave deʼ quali sembra essere stato di quelli che il mondo reputa veniali. Un vivo sentire e una potente immaginazione rendevano nel cuor suo singolarmente terribile il conflitto. Gli pareva dʼessere colpito da una sentenza di riprovazione, dʼavere bestemmiato contro lo Spirito Santo, dʼavere venduto Cristo, di essere ossesso dal demonio. Ora udiva alte voci dal cielo che lo ammonivano; ora si sentiva dalle furie infernali susurrare agli orecchi empi consigli. Gli apparivano visioni di lontane montagne sopra le cui cime il sole mandava coruschi i suoi raggi; ma dalle quali egli era diviso da un vasto deserto di neve. Sentiva dietro le spalle il demonio tirarlo per gli abiti. Pensava portare impresso sulla fronte il segno di Caino. Temeva dʼesser presso a scoppiare al pari di Giuda. La tortura della mente gli rovinò la salute. Un giorno, dibattevasi come uomo colpito da paralisi. Un altro, ei si sentiva ardere in petto un vivo fuoco. Torna difficile lo intendere in che guisa egli potesse sopravvivere a uno strazio sì forte e sì lungo. In fine, squarciaronsi le nubi che gli ottenebravano la mente. Dal fondo della disperazione, il penitente innalzossi a uno stato di calma beata. Adesso sentivasi tratto da irresistibile impulso ad impartire agli altri la beatitudine chʼegli godeva.[254] Si aggregò ai Battisti, e divenne predicatore e scrittore. La sua educazione era stata quella dʼun artigiano. Non sapeva altra lingua che la inglese, così come era parlata dal volgo. Non aveva studiato nessuno insigne modello di scrivere, ad eccezione—eccezione, a dir vero, importantissima—della nostra egregia versione della Bibbia. Scriveva con cattiva ortografia. Commetteva di frequente errori grammaticali. Nulladimeno, la innata forza del genio e la esperienza di tutte le passioni religiose, dalla disperazione fino allʼestasi, supplivano in lui abbondantemente al difetto della dottrina. La sua rozza eloquenza concitava e faceva stemperare in lacrime coloro che ascoltavano svogliatamente gli elaborati discorsi di grandi filosofi ed ebraisti. I suoi scritti erano grandemente popolari nelle infime classi. Uno di essi, intitolato il Viaggio del Pellegrino, venne, vivente ancora lʼautore, tradotto in varie lingue straniere. E non per tanto, era pressochè sconosciuto agli uomini dotti e culti; e da quasi un secolo formava il diletto deʼ pii abitatori delle capanne e degli artigiani, innanzi che venisse pubblicamente commendato da alcuno letterato eminente. Alla perfine, i critici sʼindussero a ricercare dove giacesse il segreto dʼuna popolarità cotanto ampia e durevole; e furono costretti a confessare, che la ignorante moltitudine aveva giudicato più dirittamente dei dotti, e che lo spregiato libercolo era veramente un capolavoro. Bunyan, per certo, è il primo degli scrittori dʼAllegorie, come Demostene è il primo degli oratori, e Shakespeare il primo deʼ poeti drammatici. Altri allegoristi hanno fatto prova di uguale ingegno; ma a nessun altro di loro è mai riuscito di toccare il cuore, e trasmutare in astrazioni oggetti di terrore, di pietà e dʼaffetto.[255]
Mal potrebbe dirsi che alcun Dissenziente inglese avesse più di Giovanni Bunyan provato il rigore delle leggi penali. Deʼ ventisette anni corsi dopo la Restaurazione, ne aveva passati dodici in carcere. Persisteva a predicare, ma gli era uopo travestirsi da carrettiere. Spesso veniva introdotto nelle ragunanze per qualche uscio segreto, con la casacca sur una spalla e la frusta in mano. Se avesse pensato alla salvezza ed agli agi suoi, avrebbe plaudito alla pubblicazione della Indulgenza. Adesso, in fine, gli era dato liberamente pregare e predicare di pieno giorno. Il suo uditorio sʼandava rapidamente accrescendo; migliaia di cuori pendevano dallo sue labbra; e in Bedford, dove egli dʼordinario stanziava, furono raccolti in abbondanza danari a edificare una sala dʼadunanza. Lʼautorità di lui sul basso popolo era tanta, che il Governo volentieri gli avrebbe dato qualche ufficio municipale: ma il suo vigoroso intendimento e il suo robusto animo inglese resistettero contro ogni tentazione ed inganno. Vedeva chiaramente come la concessa tolleranza altro non fosse che un amo per trarre alla rovina il partito puritano; nè accettando un ufficio, a conseguire il quale egli non aveva i requisiti legali, voleva riconoscere la validità della potestà di dispensare. Uno degli ultimi atti della gloriosa sua vita fu di ricusare un convegno al quale ei venne invitato da un agente del Governo.[256]
XXXVI. Per quanto grande fosse fraʼ Battisti lʼautorità di Bunyan, quella di Guglielmo Kiffin era anco maggiore. Kiffin era primo tra loro e per ricchezze e per grado. Aveva costume di compartire nelle loro ragunanze i suoi doni spirituali; ma non sosteneva la vita con la predicazione. Conduceva esteso traffico; aveva gran credito nella Borsa di Londra; ed aveva accumulato un gran patrimonio. Forse in quella occasione non vʼera uomo che potesse rendere alla Corte maggiori servigi. Ma tra lui e la Corte stava la rimembranza dʼun terribile fatto. Egli era lʼavo deʼ due Hewling, queʼ prestanti giovani, i quali, fra tutte le vittime del Tribunale di Sangue, erano stati i più universalmente compianti. Della trista sorte di uno di loro, Giacomo era in guisa speciale responsabile. Jeffreys aveva differita la esecuzione della sentenza pel minore deʼ fratelli. La sorella del malarrivato giovane era stata introdotta da Churchill al cospetto di Giacomo, ed aveva implorata mercè; ma il cuore del Re era rimasto duro come un macigno. Grande, a tanta sciagura, era stato il dolore della famiglia; ma Kiffin era colui che destava più compassione. Aveva settanta anni di età allorquando rimase deserto e superstite a coloro che dovevano chiudergli i moribondi lumi. Gli adulatori venali e senza cuore di Whitehall, da sè giudicando gli altri, pensavano che il venerando vecchio si sarebbe agevolmente riconciliato, ove il Re gli gittasse sulle spalle la veste di Aldermanno, e gli desse qualche compensazione pecuniaria pei beni confiscati ai nepoti. Penn ebbe incarico di sedurlo, ma invano. Giacomo volle provare quale effetto produrrebbero le regie blandizie. Kiffin fu chiamato a palazzo. Vi trovò una eletta brigata di nobili e di gentiluomini. Appena egli comparve, il Re gli si fece incontro volgendogli graziose parole, e concluse: «Io ho notato il vostro nome, signore Kiffin, nella lista degli Aldermanni di Londra.» Il vegliardo fisse gli occhi negli occhi del Re, e dando in uno scoppio di pianto, rispose: «Sire, io son logoro affatto: mi sento inetto a servire Vostra Maestà o la Città. Ahi! Sire, la morte delle mie povere creature mi ha trafitto il cuore. La ferita mi sanguina più che mai, e la porterò meco sotterra.» Il Re per un istante ammutolì confuso; poi disse: «Signore Kiffin, troverò io un balsamo a cotesta piaga.» Certamente Giacomo non intendeva dire cosa crudele o insolente; allʼopposto eʼ sembra che fosse, contro lʼusato, di modi dolci e cortesi. Nondimeno, la storia non rammenta parole uscitegli dal labbro, che, al pari delle poche riferite, porgano più sinistra idea del suo carattere. Sono parole dʼun uomo di cuor duro e di mente abietta, inetto a concepire che vʼhanno dolori, a mitigare i quali non valgono nè pensioni nè onorificenze dʼuffici.[257]
La parte deʼ Dissidenti favorevoli alla nuova politica del Re, se in prima era poco numerosa, tosto cominciò a scemare; imperciocchè i Non-Conformisti non guari dopo sʼaccôrsero che la Indulgenza aveva ristretto più presto che esteso i loro privilegi spirituali. La precipua caratteristica del Puritano era lo abborrimento deʼ riti della Chiesa di Roma. Egli aveva abbandonata la Chiesa Anglicana, perocchè stimava chʼessa somigliasse molto alla sua superba e voluttuosa sorella, la maliarda dalla coppa dʼoro e dal manto di porpora. Adesso vedeva che una delle condizioni implicite di quella colleganza, da parecchi deʼ suoi pastori fatta con la Corte, era che la religione della Corte dovesse essere trattata con rispetto e dolcezza. Sentì quindi amaro desio deʼ giorni della persecuzione. Mentre erano in vigore le leggi penali, egli aveva ascoltata la parola di vita furtivamente e con suo pericolo: ma tuttavia lʼaveva ascoltata. Quando i confratelli ragunavansi nella più secreta stanza, quando le scolte erano ai posti loro, le porte ben chiuse, e il predicatore, travestito da macellaio o da vetturino, sʼera introdotto su peʼ tetti, allora almeno poteva adorare Dio secondo il vero culto. La verità divina non era minimamente taciuta o timidamente espressa per umani riguardi. Tutte le dottrine distintive della teologia puritana erano pienamente, e perfino con modi rozzi, significate. Alla Chiesa di Roma non usavasi punto indulgenza. La Bestia, lo Anticristo, lʼUomo del Peccato, la mistica Jezabelle, la mistica Babilonia, erano le frasi ordinariamente adoperate a descrivere quella augusta e incantevole superstizione. In siffatto modo avevano favellato un tempo Alsop, Lobb, Rosewell ed altri ministri, i quali erano stati poco innanzi accolti nella reggia; ma così più non favellavano. Teologi che avevano in animo di conseguire la grazia e la fiducia del Re, non potevano rischiarsi a parlare aspramente della religione del Re. Le congregazioni per ciò altamente, dolevansi, che dopo promulgata la Dichiarazione che pretendeva dar loro piena libertà di coscienza, non avevano mai più udito predicare fedelmente e con franchezza il Vangelo. Per lo innanzi erano stati costretti a procacciarsi di furto il cibo spirituale; ma avutolo, lo trovavano condito a seconda del gusto loro. Adesso potevano liberamente cibarsi; ma quel cibo aveva perduto tutto il suo sapore. Adunavansi di giorno e dentro comodi edifici; ma udivano discorsi meno soddisfacenti di quelli che avrebbero udito daʼ rettori anglicani. Nella chiesa parrocchiale il culto e la idolatria di Roma venivano ogni domenica energicamente riprovati; ma nella sala dellʼadunanza, il pastore che pochi mesi prima aveva vituperato il clero anglicano quasi al pari deʼ papisti, adesso con gran cura astenevasi dal biasimare il papismo, o esprimeva quel biasimo con parole sì delicate, da non offendere nè anche le orecchie di Padre Petre. Nè era possibile addurre ragione plausibile a giustificare siffatto mutamento. Le dottrine cattoliche romane non avevano patita la minima variazione. A memoria dʼuomo vivente, i preti cattolici romani non erano stati mai cotanto operosi a fare proseliti; non erano mai usciti daʼ torchi tanti scritti cattolici romani; tutti coloro, ai quali importavano le cose di religione, non avevano mai con tanto calore atteso al conflitto tra i Cattolici Romani e i Presbiteriani. Che poteva pensarsi della sincerità di teologi i quali non sʼerano mai stanchi di irridere al papismo, quando esso era comparativamente innocuo e privo di soccorso, e che adesso, giunto il tempo di vero pericolo per la fede riformata, schivavano studiosamente di profferire una sola parola offensiva contro un Gesuita? La loro condotta di leggeri spiegavasi. Era noto che parecchi di loro avevano ottenuto il perdono. Sospettavasi che altri avessero ricevuto danari. Il loro modello poteva trovarsi in quel debole apostolo, il quale, vinto dalla paura, rinnegò il Maestro, cui aveva pur dianzi giurato immutabile affetto; e in quellʼaltro apostolo più vigliacco, che vendè il proprio Signore per un pugno di monete.[258]
In cotal modo i ministri Dissenzienti i quali sʼerano dati alla Corte, andavano rapidamente perdendo lʼautorità da essi un dì esercitata sopra i loro confratelli. Dallʼaltra banda, i settari sentivansi tratti da un forte sentimento religioso verso queʼ prelati e preti della Chiesa Anglicana, i quali, in onta aʼ comandamenti, alle minacce, alle promesse del Re, facevano ostinata guerra alla Chiesa di Roma. Gli Anglicani e i Puritani, sì lungamente divisi da nimistà mortale, si venivano sempre più ravvicinando, ed ogni passo che facevano verso lʼunione, accresceva la influenza di colui che era capo dʼentrambi. Guglielmo, per ogni rispetto, era lʼuomo adatto a fare la parte di mediatore tra questi due grandi partiti della nazione inglese. Non poteva dirsi aderente nè allʼuno nè allʼaltro. Nondimeno, nessuno di quelli, non traviando dalla ragione, poteva non considerarlo come amico. Il suo sistema teologico concordava con quello deʼ Puritani. Nel tempo stesso, ei reputava lo episcopato, non quale istituzione divina, ma qual forma veramente legale ed utile di Governo ecclesiastico. Le questioni di gesti, di vestimenti, di feste, di liturgie, egli considerava come di nessuna importanza. Avrebbe meglio gradito un culto più semplice, e simile a quello al quale fin da fanciullo egli era assuefatto. Ma era apparecchiato ad uniformarsi a qualunque rituale fosse stato accetto alla nazione; e solo insisteva che altri non pretendesse dovere egli perseguitare i suoi confratelli protestanti aʼ quali la coscienza non consentiva di seguire lo esempio di lui. Due anni innanzi, i numerosi bacchettoni di ambe le sètte lo avrebbero giudicato un pretto Laodiceo, nè caldo nè freddo, e solo degno dʼessere respinto. Ma lo zelo che aveva già infiammato gli Anglicani contro i Dissenzienti, e i Dissenzienti contro gli Anglicani, sʼera talmente mitigato nella avversità e nel pericolo comuni, che la tiepidezza, un tempo attribuita a Guglielmo come un delitto, oggimai veniva annoverata fra le precipue virtù sue.
XXXVII. Tutti erano ansiosi di sapere ciò che egli pensasse intorno alla Dichiarazione dʼIndulgenza. Per qualche tempo, in Whitehall speravasi che, pel suo ben noto rispetto verso i diritti della coscienza, egli si sarebbe almeno astenuto dal disapprovare pubblicamente una politica che aveva una speciosa apparenza di liberalità. Penn spedì in gran copia disquisizioni allʼAja, e perfino ci andò da sè, sperando nessuno resisterebbe alla sua eloquenza, della quale egli aveva alto concetto. Ma, comunque arringasse intorno al subietto con una facondia tale da stancare i suoi uditori, e comecchè assicurasse dʼessergli stato rivelato da un uomo al quale era concesso di conversare con gli angioli, lo approssimarsi di una età dʼoro per la libertà religiosa, non fece la menoma impressione sopra lʼanimo del principe.[259] «Voi mi chiedete» disse Guglielmo ad uno degli agenti del Re «di secondare una guerra contro la mia propria religione. Io non posso con sicurtà di coscienza farlo, e nol farò, no, nè anche per la Corona dʼInghilterra, nè per lo impero del mondo.» Tali parole vennero ridette al Re, e grandemente lo perturbarono.[260] Scrisse di propria mano urgentissime lettere. Talvolta usò il tono dʼun uomo offeso. Egli era il capo della famiglia reale, e come tale aveva diritto dʼesigere obbedienza daʼ membri di quella; e gli tornava duro vedersi avversato nella cosa che gli stava più a cuore. Altra volta, adoperando una seduzione, alla quale credevano Guglielmo non potere resistere, gli fu fatto sapere, che ove egli cedesse in cotesto solo punto, il Governo inglese in ricompensa lo avrebbe con tutte le sue forze aiutato nella lotta contro la Francia. Ma non era uomo da lasciarsi cogliere alla rete. Bene sapeva che Giacomo, senza il concorso del Parlamento, non avrebbe in guisa alcuna potuto rendere efficaci servigi alla causa comune a tutta lʼEuropa; e non era dubbio, che ove venisse ragunato il Parlamento, ambedue le Camere avrebbero, prima dʼogni altra cosa, chiesta lʼabrogazione della Indulgenza.
La Principessa assenti a tutto ciò che le fu detto dal marito. I loro concordi pareri, espressi con parole ferme, ma temperate, furono comunicati al Re. Dichiaravano, profondamente rincrescere loro il cammino nel quale la Maestà Sua erasi messa: esser convinti, aver egli usurpata una prerogativa che per legge non gli apparteneva: contro siffatta usurpazione protestare, non solo come amici alla libertà civile, ma come membri della regale famiglia, i quali avevano grande interesse a mantenere i diritti di quella Corona che un giorno essi avrebbero forse portato; imperocchè erasi per esperienza veduto, come in Inghilterra il governo dispotico non potesse mancare di far nascere una reazione più perniciosa dello stesso dispotismo; e poteva ragionevolmente temersi, che la nazione impaurita ed esacerbata dalla minaccia della tirannide, potrebbe prendere a schifo anco la monarchia costituzionale. E però consigliavano il Re di governare il paese secondo lo leggi. Ammettevano, la legge potersi variare in meglio dalla autorità competente, e alcuni articoli della Dichiarazione meritare dʼessere formulati in un Atto di Parlamento. Aggiungevano, chʼessi non erano persecutori, e avrebbero quindi con satisfazione veduto i Protestanti Dissenzienti alleggiati, ma con modo convenevole, da tutti gli statuti penali: avrebbero, con pari satisfazione, veduto ammetterli, ma con modo egualmente convenevole, agli uffici civili. Quivi era dʼuopo alle Altezze Loro fermarsi; imperciocchè non potevano non temere grandemente, che se i Cattolici Romani venissero dichiarati capaci ad occupare impieghi di pubblica fiducia, gravissimi mali ne nascerebbero; e lasciavano senza ambiguità intendere, che tali timori originavano precipuamente dalla condotta di Giacomo.[261]
XXXVIII. La opinione manifestata dal Principe e dalla Principessa intorno alle incapacità che gravavano i Cattolici Romani, era quella di quasi tutti gli uomini di Stato e i filosofi che allora erano zelanti della libertà politica e religiosa. Nella età nostra, allʼincontro, gli uomini illuminati hanno soventi volte con rincrescimento asserito, che in cotesto subietto Guglielmo sembra minore, ove si agguagli al suo suocero. Vero è che alcune considerazioni necessarie a rettamente giudicare, sono sfuggite alla mente di molti scrittori del secolo decimonono.
Vi sono due opposti errori, in cui coloro che studiano gli annali della patria nostra, continuamente pericolano di cadere: lo errore di giudicare il presente per mezzo del passato; e lo errore di giudicare il passato per mezzo del presente. Il primo appartiene alle menti inchinevoli a venerare ciò che è vecchio: il secondo alle menti corrive ad ammirare ciò che è nuovo. Lʼuno può sempre osservarsi neʼ ragionamenti deʼ politici conservatori intorno alle questioni deʼ loro tempi; lʼaltro, nelle speculazioni degli scrittori della scuola liberale sempre che discutono intorno ai fatti dʼun età trascorsa. Quello è più pernicioso in un uomo di Stato; questo in uno storico.
Non è agevole a chi, neʼ tempi nostri, imprende a trattare della rivoluzione che detronizzò gli Stuardi, tenersi fermamente per lo diritto mezzo fra cotesti due estremi. La questione se i membri della Chiesa Cattolica Romana potevano senza pericolo ammettersi al Parlamento e agli uffici, perturbò la patria nostra, regnante Giacomo II; quietò alla caduta di lui; e dopo dʼessere rimasta sopita per più dʼun secolo, fu ridestata da quel grande concitamento dello spirito umano, dopo il ragunarsi della Assemblea Nazionale in Francia. Pel corso di trenta anni, la contesa progredì in ambedue le Camere del Parlamento, in ogni collegio elettorale, in ogni cerchio sociale. Distrusse ministeri, sgominò partiti; in una parte dello Impero rese impossibile ogni specie di Governo; e in fine ci condusse allʼorlo dʼuna guerra civile. Anche terminata la lotta, le passioni che ne erano nate, continuarono ad infuriare. Era pressochè impossibile a chiunque avesse la mente dominata da cotali passioni, il vedere nella loro vera luce gli eventi degli anni 1687 e 1688.
Parecchi uomini politici, muovendo da questa retta sentenza, che la Rivoluzione è stata un gran bene alla patria nostra, giunsero alla falsa conclusione, che non si poteva senza pericolo abolire nessuno Atto di Prova, cui gli uomini di Stato della Rivoluzione avevano creduto necessario dʼimporre, a fine di proteggere la religione e la libertà nostra. Altri, muovendo dalla retta sentenza, che le incapacità imposte ai Cattolici Romani non avevano prodotto altro che danno, giunsero alla falsa conclusione, che in nessun tempo le predette incapacità furono mai necessarie. Il primo errore serpeva per entro alle orazioni dellʼacuto e dotto Eldon; il secondo influì anche sopra un intelletto grave e filosofico, qual era quello di Mackintosh.
Nonostante, esaminando bene la cosa, si vedrà forse che noi possiamo difendere la condotta che era unanimemente approvata da tutti gli statisti inglesi del secolo decimosettimo, senza porre in questione la saviezza della condotta unanimemente approvata da tutti glʼinglesi statisti del tempo nostro.
Senza dubbio, egli è un male che alcun cittadino sia escluso dagli uffici civili a cagione delle sue opinioni religiose; ma talvolta alla umana saggezza altro non rimane che lo scegliere fra diversi mali. Può una nazione trovarsi in tale situazione, che la maggioranza debba o imporre incapacità o sottoporvisi; e ciò che in condizioni ordinarie può giustamente biasimarsi come persecuzione, possa essere considerato come retto mezzo di difesa: e siffatta, nellʼanno 1687, era la situazione dellʼInghilterra.
Secondo la Costituzione del Regno, Giacomo aveva potestà di nominare quasi tutti i pubblici ufficiali; politici, giudiciali, ecclesiastici, militari e marittimi. Nello esercizio di tale potestà egli non era, al pari deʼ Sovrani deʼ giorni nostri, costretto ad agire secondo il consiglio deʼ ministri approvati dalla Camera deʼ Comuni. Era quindi evidente, che, a meno chʼegli non fosse strettamente obbligato per legge a non concedere uffici ad altri che ai Protestanti, starebbe in lui di non concederli ad altri che ai Cattolici Romani. I Cattolici Romani erano pochi di numero, e fra loro non vʼera un solo uomo deʼ cui servigi la cosa pubblica non potesse fare a meno. La proporzione in che essi stavano verso la popolazione dellʼInghilterra, era assai minore di quel che sia nei giorni nostri. Imperciocchè, adesso, dalla Irlanda lʼonda della emigrazione di continuo si versa sulle nostre grandi città; ma nel secolo decimosettimo non era in Londra nè anche una colonia irlandese. Quarantanove cinquantesimi degli abitanti del reame, quarantanove cinquantesimi dei possidenti del reame, pressochè tutti gli uomini abili, esperti e dotti nella politica, nella giurisprudenza, nellʼarte militare, erano Protestanti. Nondimeno, il Re, stranamente acciecato, sʼera fitto in capo di servirsi della sua potestà di conferire glʼimpieghi, come di un mezzo a fare proseliti. Appartenere alla Chiesa di lui, era agli occhi suoi il primo di tutti i requisiti ad ottenere un ufficio. Appartenere alla Chiesa dello Stato, era una positiva incapacità. Biasimava, egli è vero, con parole, cui hanno fatto plauso alcuni creduli amici della libertà religiosa, la mostruosa ingiustizia di quellʼAtto di Prova, che escludeva una piccola minoranza della nazione daʼ pubblici impieghi; ma nel tempo stesso studiavasi dʼimporre un Atto di Prova che escludesse la maggioranza. Gli pareva ingiusto che un uomo il quale fosse buon finanziere e suddito leale, dovesse essere escluso dallʼufficio di Lord Tesoriere solamente perchè era papista. Ma egli stesso aveva cacciato via un Lord Tesoriere, da lui tenuto per buon finanziere e leale suddito, solamente perchè era Protestante. Aveva più volte e chiaramente detto, che non avrebbe mai posto il bianco bastone nelle mani dʼun eretico. Quanto agli altri grandi uffici dello Stato, aveva tenuto la medesima condotta. Già il Lord Presidente, il Lord del Sigillo Privato, il Lord Ciamberlano, il Lord detto Groom of the Stole, il primo Lord del Tesoro, un Segretario di Stato, il Lord Alto Commissario di Scozia, il Cancelliere e il Segretario di Scozia, erano, o facevano mostra dʼessere, Cattolici Romani. Molti di costoro nati nella Chiesa Anglicana, sʼerano resi colpevoli dʼapostasia pubblica o segreta, onde ottenere i loro alti uffici, o mantenervisi. Tutti i Protestanti che seguitavano a rimanere in alcuni impieghi dʼimportanza, di continuo temevano dʼessere destituiti. Non finirei mai se volessi notare gli altri impieghi occupati dai Cattolici Romani, i quali già brulicavano in ogni dipartimento del pubblico servizio. Essi erano Lordi Luogotenenti, Deputati Luogotenenti, Magistrati, Giudici di Pace, Commissari delle Dogane, Legati presso le Corti straniere, Colonnelli di Reggimento, Governatori di fortezze. La proporzione degli emolumenti che la Corona aveva potestà di concedere e che i Cattolici avevano in pochi mesi ottenuti, era dieci volte maggiore di quel che sarebbe stata sotto un governo imparziale. E vʼera anche peggio. Ad essi fu data potestà di governare la Chiesa Anglicana. Uomini che avevano assicurato al Re di professare la religione di lui, sedevano nellʼAlta Commissione, ed esercitavano giurisdizione suprema nelle cose spirituali sopra tutti i prelati e i preti della Religione dello Stato. Beneficii ecclesiastici di grande dignità erano, stati impartiti ad uomini che o professavano apertamente il papismo, o lo professavano di furto. E tutto ciò compivasi mentre le leggi contro il papismo non erano per anche abrogate, e mentre Giacomo aveva non poco interesse a simulare rispetto ai diritti della coscienza. Quale, dunque, sarebbe verosimilmente stata la sua condotta, se i suoi sudditi avessero consentito con un Atto legislativo a liberarlo anco dallʼombra della restrizione? È egli possibile dubitare, che facendo uso strettamente legale della prerogativa, i Protestanti sarebbero stati esclusi dagli uffici, come lo fossero mai stati i Cattolici Romani per virtù dʼAtto Parlamentare?
Con quanta ostinazione Giacomo fosse deliberato a compartire ai suoi correligionari gli emolumenti dello Stato fuori dʼogni proporzione col numero e con lʼimportanza loro, si raccoglie dalle istruzioni chʼegli, esule e vecchio, scrisse per ammaestramento di suo figlio. Non è possibile senza un sentimento di pietà e di scherno leggere quelle espansioni dʼuna mente alla quale tutti gli ammonimenti della esperienza e dellʼavversità erano tornati vani. Ivi il Pretendente è avvertito, ove ascendesse mai sul trono dʼInghilterra, a partire gli uffici, e conferirne ai membri della Chiesa di Roma tanta parte, quanta sarebbe loro bastata se invece dʼessere la cinquantesima parte della nazione, ne fossero stati la metà. Un Segretario di Stato, un Commissario del Tesoro, un Segretario di Guerra, il maggior numero deʼ grandi dignitari della Casa Reale, il maggior numero degli ufficiali dellʼesercito, debbono sempre essere Cattolici. Tali erano glʼintendimenti di Giacomo dopo che la sua perversa bacchettoneria gli aveva chiamato sul capo una punizione la quale aveva spaventato il mondo intero. È egli, quindi, possibile dubitare quale sarebbe stata la sua condotta se il suo popolo, tratto in inganno dal vuoto nome di libertà religiosa, lo avesse lasciato senza freno procedere per la sua via?
Eʼ sembra che anco Penn, per quanto intemperante e dissennato fosse il suo zelo per la dichiarazione, sentisse come la parzialità onde gli onori e gli emolumenti erano prodigati ai Cattolici Romani, poteva ragionevolmente destare gelosia nella nazione. Ei confessava, che, abrogando lʼAtto di Prova, i Protestanti avrebbero diritto ad un compenso, o, come egli diceva, equivalente; e giunse fino a indicare varie specie di compensi. Per parecchi giorni la parola equivalente, dalla Francia pur allora passata in Inghilterra, sʼudiva sulle labbra di tutti gli oratori delle botteghe di caffè: se non che poche pagine, condite di acuta logica e delicato sarcasmo, scritte da Halifax, posero fine a queʼ futili disegni. Una delle proposte di Penn era di fare una legge la quale dividesse in tre parti uguali glʼimpieghi che la Corona aveva potestà di concedere, e desse una di queste tre parti ai membri della Chiesa di Roma. Ed anche con siffatto ordinamento, i membri della Chiesa di Roma avrebbero ottenuto gli uffici in proporzione quasi venti volte maggiore di quel che sarebbe stato giusto; e nondimeno, non abbiamo ragione a credere che il Re volesse consentire a cotale ordinamento. Ma ove avesse consentito, quale guarentigia avrebbe egli offerto di mantenere il patto? Il dilemma proposto da Halifax non ammetteva risposta. Se le leggi vi legano, osservate quella che esiste; se non vi legano, è inutile farne una nuova.[262]
È chiaro, adunque, che la questione non era di vedere se gli uffici secolari dovessero essere accessibili aglʼindividui di tutte le sètte. Finchè Giacomo rimaneva sul trono, era inevitabile la esclusione; e si trattava di sapere quali dovevano rimanere esclusi, i Papisti o i Protestanti, i pochi o i molti, centomila inglesi o cinque milioni.
Cotali sono i gravi argomenti pei quali la condotta del Principe dʼOrange verso i Cattolici Romani dʼInghilterra si può conciliare coʼ principii della libertà religiosa. Questi argomenti, come potrebbe notarsi, non hanno relazione alcuna con la teologia cattolica romana. Potrebbe anche notarsi, che essi tornarono vani dopo che la Corona si fu rafferma in una dinastia di sovrani protestanti, e dopo che la Camera deʼ Comuni nello Stato ebbe acquistata tanta preponderanza, che nessun sovrano, siano qualunque si vogliano supporre le sue opinioni o le sue tendenze, avrebbe potuto imitare lo esempio di Giacomo. La nazione, non per tanto, dopo i terrori, le lotte, i pericoli suoi, rimase piena dʼumori sospettosi e vendicativi. E però queʼ mezzi di difesa, un tempo dalla necessità giustificati, e dalla sola necessità giustificabili, furono ostinatamente adoperati anco dopo che non furono più necessari, e non furono messi da banda finchè il volgare pregiudizio mantenne un conflitto di molti anni contro la nazione. Ma neʼ tempi di Giacomo la nazione e il pregiudizio volgare stavano insieme congiunti. I fanatici ed ignoranti volevano escludere dagli uffici il Cattolico Romano perchè adorava glʼidoli di legno e di pietra; perchè era segnato del segno della bestia, aveva arsa Londra, strangolato sir Edmondsbury Godfrey; e il più savio e tollerante politico, mentre sorrideva aglʼinganni che traviavano la plebe, riusciva, per diverso cammino, alla stessa conclusione.
Il gran pensiero di Guglielmo oramai era quello di congiungere in un solo corpo le numerose parti del popolo, le quali lo consideravano come loro capo comune. A compire cotesta opera fu aiutato da alcuni abili e fidi uomini, fraʼ quali gli furono di singolare utilità Burnet e Dykvelt.
XXXIX. Quanto a Burnet, a dir vero, era mestieri servirsene con qualche cautela. La cortesia onde egli era stato accolto allʼAja, aveva destata la rabbia di Giacomo. Il quale scrisse a Maria varie lettere piene dʼinvettive contro lo insolente e sedizioso teologo da lei protetto. Ma cosiffatte accuse fecero in lei sì poco effetto, che scrisse al padre lettere di risposta dettate dallo stesso Burnet. In fine, nel gennaio del 1687, il Re ricorse a più vigorosi mezzi. Skelton, che aveva rappresentato il governo inglese appo le Provincie Unite, era stato inviato a Parigi, e gli era stato sostituito Albeville, il più debole e vile di tutti i componenti la cabala gesuitica. Albeville non curavasi dʼaltro che del danaro, e lo prendeva da tutti coloro che glielʼoffrissero. Era pagato a un tempo dalla Francia e dallʼOlanda; anzi abbassavasi fino al di sotto della miserabile dignità della corruzione, ed accettava mance sì frivole, chʼerano degne più presto dʼun facchino o dʼun servitore che dʼun inviato, baronetto inglese e insignito di un marchesato in paese straniero. Una volta accettò con molta compiacenza una gratificazione di cinquanta zecchini in prezzo dʼun servigio da lui reso agli Stati Generali. Costui ebbe incarico di chiedere che Burnet non fosse più oltre tollerato allʼAja. Guglielmo che non voleva perdere un amico si utile, rispose tosto con la sua solita freddezza: «Io non so, o Signore, che il Dottore da che è stato qui, abbia fatto o detto cosa, di cui sua Maestà possa muovere giusto lamento.» Ma Giacomo instette; il tempo dʼuna aperta rottura non era per anche arrivato; e fu mestieri cedere. Per diciotto e più mesi Burnet non comparve mai dinanzi al Principe o alla Principessa: ma abitava loro da presso; sapeva ogni cosa che seguisse; veniva continuamente richiesto di consiglio; la sua penna era adoperata in tutte le più importanti occorrenze; e molti deʼ più pungenti ed efficaci articoli, che intorno a quel tempo pubblicavansi in Londra, venivano dirittamente a lui attribuiti.
Oltre misura sʼaccrebbe la rabbia di Giacomo, il quale era sempre stato non poco inchinevole allʼira. Per nessuno deʼ suoi nemici, nè anche per coloro che lo avevano con lo spergiuro incolpato di tradimento e dʼassassinio, aveva egli mai sentito lo sdegno onde adesso era acceso contro Burnet. Sua Maestà quotidianamente vituperava il Dottore con parole indegne dʼun Re, e meditava vendicarsene con modo proditorio. Il solo sangue non sarebbe bastato a sbramare quellʼodio frenetico. Lo insolente teologo, innanzi che gli fosse concessa la morte, doveva patire i tormenti della tortura. Fortunatamente egli era scozzese; e in Iscozia, avanti che fosse appeso alle forche nel Grassmarket, potevano dirompergli le gambe con lo stivaletto. Per la qual cosa venne contro lui istituito un processo in Edimburgo: ma sʼera naturalizzato in Olanda; aveva sposata una olandese; e sapevasi certo che il governo della sua patria adottiva non lo avrebbe consegnato. Fu quindi deliberato di coglierlo alla rete e rapirlo. Con grossa somma di pecunia si presero a soldo alcuni facinorosi uomini per compire la perigliosa ed infame opera. Un ordine di sborsare tre mila lire sterline a cotesto uso fu scritto per esser firmato nellʼufficio del Segretario di stato. A Luigi fu palesato il disegno, e vi prese un caldo interesse. Diceva di volere fare ogni sforzo perchè lo scellerato fosse dato nelle mani del Governo inglese, promettendo ad un tempo asilo sicuro in Francia ai ministri della vendetta di Giacomo. Burnet bene sapeva dʼessere in grave pericolo; ma la timidità non andava annoverata fraʼ suoi difetti. Stampò una coraggiosa risposta alle colpe che gli erano state apposte daʼ tribunali di Edimburgo. Diceva saper bene che lo volevano ammazzare senza processo; ma affidarsi nel Re dei Re, al cospetto del quale il sangue innocente non grida invano vendetta anco contro i possenti principi della terra. Invitò a desinare alcuni amici suoi, e in sulla fine disse loro in solenne contegno lʼultimo addio, come uomo dannato a morire, col quale non era quinci innanzi per loro sicuro il conversare. Non pertanto seguitò a mostrarsi in tutti i luoghi pubblici dellʼAja con tanta audacia da muovere gli amici suoi a rimproverarlo di insana temerità.[263]
XL. Mentre Burnet era segretario di Guglielmo per gli affari inglesi in Olanda, Dykvelt non era stato meno utilmente mandato in Inghilterra. Dykvelt apparteneva a quella insigne classe dʼuomini pubblici, i quali avendo imparato la politica nella nobile scuola di Giovanni De Witt, dopo la caduta di quel gran ministro, pensavano di adempiere meglio al debito loro verso la repubblica collegandosi col Principe di Orange. Fra tutti i diplomatici aʼ servigi delle Provincie Unite nessuno per destrezza, indole e modi, era superiore a Dykvelt. Nella conoscenza degli affari inglesi, a quanto sembra, nessuno lʼuguagliava. Trovato un pretesto, egli in sul principio del 1687 fu spedito in Inghilterra per una commissione speciale, munito di lettere di credenza dagli Stati Generali. Ma in verità egli non andava ambasciatore al Governo, bensì alla opposizione; e intorno al modo di condursi ricevè istruzioni peculiari scritte da Burnet ed approvate da Guglielmo.[264]
XLI. Dykvelt scrisse come Giacomo fosse amaramente mortificato della condotta del Principe e della Principessa. «Il dovere del mio nepote» disse il Re «è quello di rinvigorire il mio braccio, ed invece gli è piaciuto di contrariarmi sempre.» Dykvelt rispose che nelle faccende private Sua Altezza aveva mostrato ed era pronto a mostrare la più grande deferenza ai voleri del Re; ma non era ragionevole pretendere chʼegli, principe protestante, cooperasse con altri aʼ danni della religione protestante.[265] Il Re si tacque, ma non calmossi. Vedeva, con tanto cattivo umore da non poterlo nascondere, Dykvelt ordinare e disciplinare le varie frazioni della opposizione, con una maestria, che sarebbe stata argomento di lode in uno statista inglese, e che era maravigliosa in uno straniero. Al clero diceva che avrebbe nel principe dʼOrange trovato un amico allo episcopato e al Libro della Preghiera Comune. Incoraggiava i Non-Conformisti ad aspettarsi da lui, non solo tolleranza, ma comprensione ovvero assimilazione alla Chiesa dello Stato. Seppe conciliarsi perfino i Cattolici Romani; ed alcuni deʼ più rispettabili fra loro dichiararono al cospetto del Re dʼessere soddisfatti delle proposte di Dykvelt, e dʼamar meglio una tolleranza assicurata con un Atto legislativo, che un predominio illegale e precario.[266] I capi di tutti i più importanti partiti della nazione conferivano spesso in presenza del destro diplomatico. In siffatte ragunanze le opinioni del partito Tory erano principalmente espresse daʼ Conti di Danby e di Nottingham. Quantunque otto e più anni fossero decorsi dacchè Danby era caduto dal potere, ei godeva tuttavia grande reputazione fraʼ vecchi Cavalieri di Inghilterra; e molti anche di queʼ Whig, i quali lo avevano per innanzi osteggiato, adesso inchinavano a credere chʼegli portasse la pena di falli non suoi, e che il suo zelo per la regia prerogativa, comecchè lo avesse di sovente fatto traviare, fosse contemperato da due sentimenti che gli tornavano ad onore: dallo zelo per la religione dello Stato, e dallo zelo per la dignità e la indipendenza della patria. Era parimente tenuto in grande stima allʼAja, dove non era stato mai dimenticato come egli fosse colui, il quale, malgrado la Francia e i Papisti, aveva indotto Carlo a concedere la mano della Principessa Maria al cugino di lei.
XLII. Daniele Finch, Conte di Nottingham, gentiluomo il cui nome spesso sʼincontrerà nella storia di tre regni pieni di vicissitudini, discendeva da una famiglia sopra tutte eminente nel fôro. Uno deʼ suoi congiunti era stato Guardasigilli di Carlo I, aveva prostituito le insigni qualità e la dottrina onde era adorno, a riprovevoli fini, ed era stato perseguitato dalla vendetta della Camera deʼ Comuni allora governata da Falkland. Heneage Finch nella susseguente generazione aveva acquistata più onorevole rinomanza. Tosto dopo la Ristaurazione era stato fatto Avvocato Generale. Sʼera quindi inalzato al grado di Procuratore Generale, di Lord Guardasigilli, di Lord Cancelliere, di Barone Finch, di Conte di Nottingham. In tutta la sua prospera carriera aveva sempre mantenuta la prerogativa tanto alto quanto più glielo avevano conceduto la onestà e la decenza; ma non sʼera mai implicato in nessuna cospirazione contro le leggi fondamentali del Regno. Fra mezzo a una Corte corrotta aveva mantenuta intemerata la propria integrità. Godeva alta riputazione dʼoratore, quantunque il suo stile formato sopra scrittori anteriori alle guerre civili, venisse verso gli ultimi suoi anni giudicato duro e pedantesco daglʼingegni della sorgente generazione. In Westminster Hall lo rammentano tuttora con riverenza, come colui che, primo tra tutti, da quella confusione che in antico dicevasi Equità, trasse un nuovo sistema di giurisprudenza, regolare e compiuto al pari di quello il quale aʼ dì nostri amministrano i Giudici del Diritto Comune.[267] Parte considerevole delle doti morali o intellettuali di questo gran magistrato aveva ereditate col titolo di Nottingham il maggiore deʼ suoi figli. Il conte Daniele era onorevole e virtuoso uomo. Comecchè fosse schiavo dʼalcuni assurdi pregiudicii, e soggetto a strani accessi di capriccio, non può tacciarsi dʼavere deviato dal sentiero della rettitudine per correre dietro ad illeciti guadagni o ad illeciti diletti. Come il padre suo, egli era egregio parlatore, penetrante, ma prolisso, e solenne con troppa monotonia. La sua persona era in perfetta armonia con la sua eloquenza. Il suo atteggiamento era secco e diritto, il colore della pelle sì bruno che si sarebbe potuto riputare nato in un clima più caldo del nostro; e i suoi austeri sembianti componeva in guisa da somigliare al capo deʼ piagnoni in un funerale. Dicevasi comunemente chʼegli sembrasse un grande di Spagna, più presto che un gentiluomo inglese. I soprannomi di Dismal (lugubre, tristo), Don Dismallo, Don Diego, gli furono apposti dagli spiriti arguti, e non sono per anche caduti nellʼoblio. Aveva studiosamente atteso alla scienza chʼera stata cagione dello inalzamento di sua famiglia, e per uomo del suo grado e della sua ricchezza, egli era assai dotto nelle patrie leggi. Amava fervidamente la Chiesa Anglicana, e mostrava ad essa riverenza in due modi non comuni fra queʼ Lordi, i quali in quel tempo menavano vanto dʼesserle caldi amici, pubblicando, cioè, scritti a difenderne i dogmi, e conducendo la vita secondo i precetti di quella. Al pari degli altri zelanti della Chiesa Anglicana, aveva, fino a poco innanzi, tenacemente sostenuta lʼautorità monarchica. Ma alla politica adottata dalla Corte, dopo che fu spenta la insurrezione delle Contrade Occidentali, egli era acremente ostile, e lo divenne maggiormente dal di in cui il suo minor fratello Heneage Finch era stato destituito dallʼufficio di Avvocato Generale per avere ricusato di difendere la potestà di dispensare, pretesa dal Re.[268]
XLIII. Con questi due Conti del partito Tory oggimai trovavasi congiunto Halifax, lo spettabile capo deʼ Barcamenanti. Eʼ pare che in quel tempo Halifax avesse un gran predominio sulla mente di Nottingham. Tra Halifax e Danby era una nimistà, la quale, già nota nella Corte di Carlo, poi perturbò la Corte di Guglielmo, ma come molte altre nimicizie, fu sopita dalla tirannia di Giacomo. I due avversari di frequente trovavansi insieme nelle ragunanze tenute da Dykvelt, e concordavano nel biasimare la politica del Governo, nel riverire il Principe dʼOrange. La diversità del carattere di cotesti due uomini di Stato vedevasi a chiari segni nelle loro relazioni con lʼoratore olandese. Halifax mostrava ammirevole ingegno nel discutere, ma ripugnava a venire ad alcuna ardimentosa e irrevocabile deliberazione. Danby, assai meno sottile ed eloquente, aveva più energia, risolutezza, e pratica sagacia.
Non pochi deʼ Whig più cospicui di continuo comunicavano con Dykvelt. Ma i capi delle grandi famiglie Cavendish e Russell non poterono prendervi quella parte attiva e notevole chʼera da aspettarsi dal grado e dalle opinioni loro. Sopra la fama e le sorti di Devonshire pesava in quel tempo una nube. Egli aveva una malaugurata contesa con la Corte, non per una ragione politica ed onorevole, ma per una rissa privata, nella quale anche i più caldi deʼ suoi amici non lo reputavano affatto scevro di biasimo. Trovandosi a Whitehall era stato insultato da un uomo che aveva nome Colepepper, ed era uno di queʼ bravazzoni i quali infestavano le sale di Corte, e studiavano di procacciarsi il favore del Governo affrontando i membri dellʼopposizione. Il Re stesso si mostrò grandemente sdegnato pel modo con che uno deʼ più illustri Pari del Regno era stato trattato dentro la reggia; e a placare Devonshire promise che Colepepper non metterebbe mai più il piede in palazzo. Nulladimeno, poco dopo, lo interdetto fu tolto; e il risentimento del Conte destossi di nuovo. I suoi servi ne abbracciarono la causa; e per le vie di Westminster si videro scene che parevano richiamare la memoria di tempi barbari. Il Consiglio Privato consumava il suo tempo nelle accuse e recriminazioni delle parti avverse. La moglie di Colepepper dichiarò come la vita di lei e quella del marito fossero in continuo pericolo, e le case loro fossero state assalite da facinorosi coperti della livrea di Cavendish. Devonshire disse che dalle finestre di Colepepper gli era stato tirato un colpo di pistola. Colepepper negò il fatto, confessando a un tempo stesso, che una pistola, carica solo a polvere, era stata scaricata in un momento di terrore a fine di chiamare allʼarmi le guardie. Mentre ferveva il litigio, il Conte incontrò Colepepper nella gran sala di Whitehall, e gli parve di vedere in sulla fronte al bravazzone unʼaria di fiducia e di trionfo. Nulla dʼinconvenevole accadde al cospetto del Re, ma appena entrambi trovaronsi fuori la sala, lungi dalla presenza di lui, Devonshire propose di terminare in sullʼistante la contesa con la spada. Lʼaltro ricusò la disfida. Allora lʼaltero ed animoso Pari, dimenticando la riverenza dovuta al luogo, ed al proprio carattere, diede un colpo di mazza in viso a Colepepper. Tutti concordemente biasimarono questʼatto come indiscretissimo e indecentissimo; nè lo stesso Devonshire, come si sentì calmare il sangue, ci potè ripensare senza rincrescimento e vergogna. Il Governo nondimeno, con la solita insania, lo trattò con tanto rigore, che in breve egli si acquistò la universale simpatia della nazione. Una accusa criminale fu deposta presso il Banco del Re. Lo accusato allegò i suoi privilegi di Pari; ma ciò con una pronta sentenza non fu ammesso; nè si può negare che tale sentenza, fosse o non fosse conforme alle regole pratiche della legge inglese, era in istretta conformità coi grandi principii sopra i quali ogni legge dovrebbe appoggiarsi. Nullʼaltro dunque rimanevagli che il confessarsi reo. Il tribunale, per le successive destituzioni, era stato ridotto ad una sommissione così assoluta, che il governo il quale aveva intentato il processo, potè dettare la condanna. I giudici andarono in corpo da Jeffreys, il quale insistè che condannassero il reo ad una pena di trentamila lire stelline. Siffatta somma, ragguagliata alle rendite deʼ nobili di quella età, risponderebbe a centocinquantamila sterline del decimonono secolo. In presenza del Cancelliere i giudici non profferirono verbo di disapprovazione; ma appena partitisi, Sir Giovanni Powell, nel quale sʼera ridotto tutto quel poco dʼonestà che rimanesse nel tribunale, mormorò dicendo la multa essere enorme, e solo la decima parte essere bene bastevole. I suoi confratelli non furono dʼaccordo con lui; nè egli in cotesto caso fece prova di quel coraggio, con che pochi mesi dopo, in un memorando giorno, redense la propria fama. Il Conte quindi fu condannato ad una pena di trentamila lire sterline, e alla carcere fino alla estinzione del pagamento. Una tanta somma di pecunia non si sarebbe in un solo giorno potuta mettere insieme nè anche dal grandissimo deʼ nobili. La sentenza della carcerazione nondimeno fu più agevolmente pronunziata che eseguita. Devonshire erasi ritirato a Chatsworth, dove attendeva a trasformare la vecchia magione gotica della sua famiglia in un edificio degno di Palladio. Il distretto del Peak era in quei tempi rozzo come oggidì trovasi Connemara, e lo sceriffo credeva, o simulava, essere difficile metter le mani addosso al signore dʼuna regione così selvaggia fra mezzo a cotanti fedeli famigliari e dipendenti. In tal guisa passarono parecchi giorni: ma in fine il Conte e lo sceriffo furono entrambi imprigionati. Intanto una folla dʼintercessori cominciò a darsi moto. Si disse che la Contessa vedova di Devonshire era stata ammessa alle secrete stanze del Re, al quale aveva rammentato come il valoroso Carlo Cavendish cognato di lei fosse morto in Gainsborough combattendo a difesa della Corona, ed aveva mostrato certe scritte nelle quali Carlo I e Carlo II riconoscevano di avere ricevuto grosse somme prestate loro da suo marito a tempo delle guerre civili. Siffatte somme non erano state mai rese, e computatovi i frutti, ammontavano ad una somma maggiore della immensa multa imposta dalla Corte del Banco del Re. Vi era altra ragione che sembra avere avuto agli occhi di Giacomo maggior peso che la rimembranza deʼ servigi resi al trono. Forse sarebbe stato mestieri convocare il Parlamento, e credevasi che allora Devonshire avrebbe prodotto un ricorso contro la sentenza per difetto di forma. Il punto, intorno al quale egli intendeva di appellarsi contro la sentenza del Banco del Re, riferivasi ai privilegi della paria. Il tribunale che doveva di ciò giudicare era la Camera deʼ Pari; e così essendo, la Corte non poteva essere sicura neppure del voto dei più cortigiani fraʼ nobili. Non era dubbio alcuno che la sentenza verrebbe annullata, e che il Governo per volere abbracciar troppo perderebbe ogni cosa cosa. E però Giacomo inchinava a venire a patti. A Devonshire fu fatto sapere che ove egli firmasse una scritta dʼobbligo di trenta mila sterline, e in tal guisa si precludesse la vita a intentare unʼazione per difetto di forma, sarebbe liberato di prigione, e dipenderebbe dalla sua futura condotta lʼuso da farsi di cotale documento. Sʼegli votasse a favore della potestà di dispensare, non se ne parlerebbe altrimenti; ma sʼegli amasse meglio di mantenere la propria popolarità, gli si farebbe pagare trenta mila lire sterline. Ei ricusò, per qualche tempo, di consentire a tale proposta; ma divenutagli insopportabile la prigionia, firmò la scritta dʼobbligo e fu scarcerato: e comecchè consentisse a gravare di tal pesante carico il suo patrimonio, nulla potè indurlo a promettere dʼabbandonare il partito e i principii suoi. Seguitò ad essere partecipe di tutti gli arcani della opposizione: ma per alquanti mesi i suoi amici politici reputarono esser meglio per lui e per la causa comune chʼegli si tenesse in fondo alla scena.[269]
XLIV. Il Conte di Bedford non sʼera mai più riavuto dal colpo con che, quattro anni innanzi, la sventura gli aveva trafitto il cuore. Per sentimenti personali, non che per opinioni politiche, egli procedeva ostile alla Corte: ma non era operoso nel combinare i mezzi dʼavversarla. Nelle ragunanze deʼ malcontenti lo suppliva il suo nepote, cioè il celebre Eduardo Russell, uomo dʼincontrastato coraggio ed abilità, ma di principii sciolti e dʼindole torbida. Era marino, sʼera segnalato nellʼarte sua, e sotto il precedente regno aveva occupato un ufficio in palazzo. Ma tutti i vincoli onde era legato alla famiglia reale erano stati infranti dalla morte del suo cugino Guglielmo. Lʼaudace, irrequieto e vendicativo marino ormai sedeva nei Consigli, che, secondo lo Inviato Olandese, rappresentavano la più ardita ed operosa parte dellʼopposizione, di quegli uomini, i quali sotto i nomi di Testerotonde, Esclusionisti e Whig avevano mantenuta con varia fortuna una contesa di quarantacinque anni contro tre Re successivi. Cotesto partito, dianzi depresso e quasi estinto, ma ora nuovamente risorto e pieno di vita e pressochè predominante, non pativa gli scrupoli deʼ Tory o deʼ Barcamenanti, ed era pronto a snudare il ferro contro il tiranno nel primo giorno in cui il ferro si sarebbe potuto snudare con ragionevole speranza di buon esito.
XLV. Rimane ancora a far menzione di tre uomini coʼ quali Dykvelt tenne relazioni di confidenza, e con lʼaiuto deʼ quali egli sperava di assicurarsi del buon volere di tre grandi classi di cittadini. Il Vescovo Compton assunse lo incarico di acquistare il favore del clero: lʼAmmiraglio Herbert imprese di esercitare la propria influenza sulla flotta; e per mezzo di Churchill doveva crearsi un partito nellʼesercito.
Non è mestieri ragionare della condotta di Compton e di quella dʼHerbert. Avendo essi nelle cose temporali servito con zelo e fedeltà la Corona, erano incorsi nella collera del Re, ricusando di farsi strumenti a distruggere la propria religione. Entrambi avevano dalla esperienza imparato come agevolmente Giacomo ponesse in oblio gli obblighi, e con quanta acrimonia rammentasse quelle chʼegli considerava offese. Il Vescovo con una sentenza illegale era stato sospeso dalle sue funzioni. Lo Ammiraglio in un solo istante dalla opulenza aveva ruinato a povertà. La situazione di Churchill era ben differente. Egli pel regio favore era stato inalzato dalla oscurità ad alto grado, e dalla povertà alla ricchezza. Avendo cominciata la propria carriera da semplice porta-bandiera e da povero, a trentasette anni trovavasi Maggiore Generale, Pari di Scozia e Pari dʼInghilterra: comandava una compagnia delle Guardie del Corpo: occupava varii lucrosi impieghi; e fino allora nessun indizio mostrava chʼegli avesse minimamente perduto quel favore al quale tanto doveva. Era vincolato a Giacomo, non solo per debito comune di fedeltà, ma per onor militare, per gratitudine personale, e, siccome pareva ai frivoli osservatori, pei più forti legami dellʼutile proprio. Ma Churchill non era osservatore superficiale, e conosceva profondamente dove stava il suo vero utile. Se il suo signore conseguisse piena libertà di concedere gli uffici ai papisti, non rimarrebbe in quelli nemmeno un solo deʼ protestanti. Per qualche tempo pochi deʼ più prediletti servitori della Corona forse sarebbero esenti dalla proscrizione universale, sperando che sʼinducessero a cangiare religione; ma anche essi tra breve cadrebbero, lʼuno dopo lʼaltro, come era già caduto Rochester. Churchill avrebbe potuto schivare cotesto pericolo, ed acquistare maggior grazia presso il Re uniformandosi alla Chiesa di Roma; e pareva probabile con un uomo che non era meno notevole per avarizia ed abiettezza, che per capacità e valore, non aborrirebbe dal pensiero di ascoltare la Messa. Ma vʼha tale incoerenza nella umana natura, che esiste qualche parte sensibile anche nelle coscienze più dure. E così costui, che doveva il proprio inalzamento al disonore della sorella, chʼera stato mantenuto dalla più prodiga, imperiosa e svergognata delle bagasce, e la cui vita pubblica, a coloro che possono tenere fitti gli occhi allo abbagliante splendore del genio e della gloria, sembrerà un prodigio di turpitudini, credeva nella religione chʼegli aveva succhiata col latte, e rifuggiva dal pensiero di abiurarla formalmente. Egli si stava fra un terribile dilemma. Tra i mali terreni quello che più egli temeva era la povertà. Lʼunico delitto del quale il suo cuore aveva ribrezzo, era lʼapostasia. Ed ove la corte giungesse a conseguire il fine al quale aspirava, non vʼera dubbio chʼegli sarebbe stato costretto ad eleggere o lʼapostasia, o la povertà. Per le quali considerazioni deliberò di attraversare i disegni della Corte; e tosto si vide come non vʼera colpa nè infamia nella quale egli non fosse pronto ad incorrere, onde far fronte al bisogno di rinunciare o aglʼimpieghi o alla propria religione.[270]
XLVI. Eʼ non era soltanto come comandante dʼalto grado nelle milizie, e cospicuo per arte e coraggio, che Churchill potesse giovare lʼopposizione. Era, se non assolutamente essenziale, importantissimo al buon successo deʼ disegni di Guglielmo, che la sua cognata, la quale nellʼordine della successione alla Corona dʼInghilterra stava tra la sua moglie e lui, cooperasse di pieno accordo con essi. Tutti gli ostacoli che gli si paravano dinanzi si sarebbero grandemente accresciuti, se Anna si fosse dichiarata favorevole alla Indulgenza. Il partito al quale ella si sarebbe appigliata dipendeva dalla volontà altrui, perocchè era donna di tardo intendimento, e quantunque nel suo carattere fossero i semi di una caparbietà e inflessibilità ereditarie, che molti anni dipoi gran potere e grandi provocazioni fecero germogliare e crescere, nondimeno era allora schiava obbediente ad una donna di carattere più vivo ed imperioso. Colei, dalla quale Anna lasciava dispoticamente governarsi, era la moglie di Churchill, donna che poscia ebbe grande influenza sopra le sorti della Inghilterra e dellʼEuropa.
La celebre favorita chiamavasi Sara Jennings. Francesca sua sorella maggiore aveva acquistata rinomanza di beltà e leggerezza di carattere fra mezzo la folla delle donne belle e dissolute che adornarono e disonorarono Whitehall finchè durò lʼintemperante carnevale della Restaurazione. Una volta si travestì da fruttaiuola e corse gridando per le vie.[271] Le persone gravi predicevano che una fanciulla così poco discreta e delicata difficilmente troverebbe marito. Nondimeno ebbe tre mariti, e adesso era la moglie di Tyrconnel. Sara, dotata di bellezza meno regolare, aveva forse maggiori attrattive. Il suo viso era espressivo; le sue forme non avevano difetto di vezzi donneschi; e i suoi copiosi e leggiadri capelli non per anche sfigurati dalla polvere, secondo il barbaro costume, che, vivente lei, fu introdotto in Inghilterra, formavano lʼammirazione di tutti.
Tra i galanti giovani che tentavano di conquiderle il cuore, ella prescelse il Colonnello Churchill, giovane, bello, grazioso, insinuante, eloquente, valoroso. Certo egli ne era innamorato, imperocchè non aveva patrimonio, tranne lʼannua rendita da lui acquistata coglʼinfami doni della Duchessa di Cleveland: aveva avidità insaziabile di ricchezze: Sara era povera; e a lui era stata proposta la mano di unʼaltra poco avvenente ma ricca fanciulla. Dopo una interna lotta fra i due partiti, lʼamore vinse lʼavarizia; il vincolo maritale non fece che accrescergli in cuore la passione; e fino allʼultima ora della vita di lui, Sara gustò il diletto dʼessere la sola fra le umane creature la quale potesse far traviare quellʼacuto e fermo intelletto, e fosse fervidamente amata da quel gelido cuore, e servilmente temuta da quellʼanimo intrepido.
Secondo lʼopinione del mondo, il fido amore di Churchill ebbe ampia rimunerazione. La sua moglie, comunque scarsa di sostanze, gli portò una dote, che impiegata con giudizio, lo inalzò al grado di Duca, di Principe dello Impero, di capitano generale dʼuna grande coalizione, di arbitro tra principi potenti, e, ciò chʼegli pregiava sopra ogni cosa, lo rese il più ricco suddito che fosse in Europa. Ella era cresciuta fino dallʼinfanzia con la Principessa Anna, e neʼ cuori di entrambe era nata stretta amicizia. Per indole lʼuna poco somigliava allʼaltra. Anna era inerte e taciturna. Verso coloro chʼerano cari al suo cuore, mostravasi soave. La ira neʼ suoi sembianti prendeva forma di tristezza. Chiudeva in petto forte sentimento di religione, ed amava anche con bacchettoneria il rito e lʼordinamento della Chiesa Anglicana. Sara era vivace e volubile, dominava coloro ai quali prodigava le sue carezze, e ogni qual volta sentivasi offesa, sfogava la propria rabbia con pianti e impetuosi rimproveri. Non pretendeva affatto a mostrarsi una santa, e rasentò la taccia dʼirreligiosa. Allora non era per anche ciò che ella divenne quando certi vizi le sviluppò in cuore la prosperità, e certi altri lʼavversità, quando il buon successo e le lusinghe le avevano dato volta al cervello, quando il suo cuore esulcerarono mortificazioni e disastri. Ella visse tanto da ridursi la più odiosa e misera delle umane creature, vecchia strega in guerra con tutti i suoi, in guerra coi propri figli, e coʼ figliuoli deʼ figli, grande e ricca, ma apprezzatrice della grandezza e delle ricchezze, perchè con esse ella poteva affrontare lʼopinione pubblica, e sfrenatamente sbramare lʼodio suo contro i vivi e i morti. Regnante Giacomo, ella veniva considerata solo come una leggiadra ed altera giovine, la quale a volte mostravasi di cattivo umore o bisbetica, difetti che le venivano di leggieri perdonati in grazia della sua leggiadria.
È comune opinione che le differenze dʼinclinazione, di mente, dʼindole non siano dʼimpedimento allʼamicizia, e che sovente la più stretta intimità esista tra due anime, lʼuna delle quali possegga ciò di cui lʼaltra difetta. Lady Churchill era amata e quasi adorata da Anna, la quale non poteva vivere divisa dallʼoggetto della sua romanzesca tenerezza. Anna prese marito, e fu moglie fedele ed affettuosa. Ma il Principe Giorgio, uomo pesante, che amava di cuore sopra ogni cosa un buon desinare e un buon fiasco, non acquistò mai su lei una influenza da paragonarsi a quella che esercitava lʼamica, e tosto si sottopose anchʼegli con istupida pazienza allo impero di quel vigoroso e predominante spirito che governava la moglie. Dai regali sposi nacquero figliuoli; ed Anna non difettava di sentimento materno. Ma la tenerezza che ella sentiva per le proprie creature era languida, in agguaglio allo affetto con che amava la compagna della sua infanzia. In fine la Principessa divenne insofferente deʼ riguardi che la convenienza imponevate: non poteva sentirsi chiamare Madama ed Altezza Reale da colei che le era più che sorella. Tali parole, per vero, erano necessario nella galleria o nel salone; ma smettevansi nelle segrete stanze. Anna chiamavasi la signora Morley, e Lady Churchill la signora Freeman; e sotto questi fanciulleschi nomi corse per venti anni un carteggio da cui finalmente dipesero le sorti di governi e dinastie. Ma per allora Anna non aveva potere politico nè patronato. Lʼamica Sara faceva lʼufficio di Maggiordoma, con un onorario di sole quattrocento lire sterline annue. Nonostante, vi è ragione a credere che in quel tempo Churchill potesse per mezzo della moglie appagare la passione onde era governato. La principessa, quantunque avesse una pingue entrata e gusti semplici, contrasse debiti, che furono da suo padre non senza brontolare pagati: e fu detto che di cotesti impacci pecuniarii era stata cagione la sua prodiga bontà verso la prediletta amica.[272]
Alla perfine era giunto il tempo in cui cotesta singolare amicizia doveva esercitare grande influenza sopra gli affari dello Stato. Aspettavasi con grande ansietà sapere qual parte seguirebbe la Principessa Anna nella contesa che agitava la Inghilterra tutta quanta. Da un lato stava il dovere filiale; dallʼaltro la salvezza della religione, da lei sinceramente amata. Un carattere meno inerte avrebbe lungamente tentennato fra motivi così forti e rispettabili. Ma la influenza dei Churchill risolvè la questione; e la loro protettrice divenne parte importante di quella vasta lega che aveva per capo il Principe dʼOrange.
XLVII. Nel giugno del 1686 Dykvelt ritornò allʼAja. Presentò agli Stati Generali una lettera del Re, che encomiava la condotta tenuta da lui nella sua dimora in Londra. Cotesti encomii, nulladimeno, erano prettamente formali. Giacomo nelle comunicazioni private, scritte di propria mano, acremente querelavasi che il Legato era vissuto in grande intimità coi più faziosi che fossero nel Regno, e gli aveva animati a persistere neʼ loro maligni proponimenti. Dykvelt recò parimente un fascio di lettere deʼ più eminenti tra coloro coʼ quali erasi abboccato nel suo soggiorno in Inghilterra. Costoro generalmente esprimevano infinita riverenza ed affetto per Guglielmo, e quanto alle loro mire, riferivansi alle informazioni orali che ne averebbe date il portatore delle lettere. Halifax ragionava colla sua consueta acutezza e vivacità intorno alle condizioni e alle speranze del paese, ma adoperava gran cura a non impegnarsi in nessuna pericolosa linea di condotta. Danby scrisse in un tono più audace e risoluto, e non potè frenarsi dallo schernire delicatamente gli scrupoli del suo egregio rivale. Ma la più notevole fra tutte era la lettera di Churchill. Era scritta con quella eloquenza naturale, la quale, per quanto egli fosse letterato, non gli mancava mai nelle grandi occasioni, e con unʼaria di magnanimità, che egli, perfido qual era, sapeva assumere con singolare destrezza. Diceva, la Principessa Anna avergli fatto comandamento di assicurare i suoi illustri parenti dellʼAja chʼessa era, con lʼaiuto di Dio, deliberatissima a perdere piuttosto la vita, che rendersi colpevole dʼapostasia. Quanto a sè stesso, glʼimpieghi e la grazia del Re erano nulla, trattandosi della sua religione. E concludeva dichiarando altamente, che se non poteva pretendere di avere menata la vita dʼun santo, sarebbe pronto, venuta lʼoccasione, a morire da martire.[273]
XLVIII. Dykvelt era così bene riuscito nella sua commissione, che tosto trovossi un pretesto a spedire un altro agente onde continuare lʼopera con sì buoni auspici incominciata. Il nuovo Inviato, che poscia fondò una nobile casa inglese estinta ai tempi nostri, era cugino illegittimo di Guglielmo; e portava un titolo tratto dalla signoria di Zulestein. La parentela di Zulestein con la Casa dʼOrange gli dava importanza agli occhi del pubblico. Aveva il portamento dʼun valoroso soldato; per ingegno diplomatico e scienza cedeva di molto a Dykvelt, ma anche tale inferiorità aveva i suoi vantaggi. Un militare, il quale non sʼera mai impacciato di cose politiche, poteva, senza ombra di sospetto, tenere con lʼaristocrazia inglese relazioni, che, ove egli fosse stato rinomato maestro degli intrighi di Stato, sarebbero state rigorosamente spiate. Zulestein, dopo una breve assenza, fece ritorno alla patria recando lettere e messaggi orali non meno importanti di quelli chʼerano stati affidati al suo predecessore. Da quel tempo sʼistituì un carteggio regolare tra il Principe e la opposizione. Agenti di varie condizioni andavano e venivano dal Tamigi allʼAja. Fra questi fu utilissimo uno Scozzese non privo dʼingegno, e fornito di grande attività, il quale aveva nome Johnstone. Era cugino di Burnet, e figlio dʼun illustre convenzionista, il quale poco dopo la Restaurazione era stato dannato a morire come reo dʼalto tradimento, e veniva onorato come martire dal proprio partito.
XLIX. La rottura tra il re dʼInghilterra e il Principe dʼOrange facevasi sempre maggiore. Una grave contesa era nata a cagione dei sei reggimenti che erano al soldo delle Provincie Unite. Il Re desiderava che venissero posti sotto il comando dʼufficiali romani. Il Principe fermamente sʼopponeva. Il Re aveva ricorso ai soliti luoghi comuni della tolleranza. Il Principe rispondeva chʼegli altro non faceva che seguire lo esempio di Sua Maestà. Era a tutti noto che uomini abili e leali erano stati in Inghilterra cacciati daʼ loro uffici, solo per essere protestanti. Era quindi ragione che lo Statoldero e gli Stati Generali tenessero ai papisti chiuso lʼadito agli alti impieghi pubblici. La risposta del Principe provocò lʼira di Giacomo a tal segno, chʼegli nel suo furore perdè dʼocchio la verità e il buon senso. Diceva con veemenza esser falso chʼegli avesse cacciato alcuno per motivi religiosi. E se lo avesse fatto, che importava ciò al Principe o agli Stati? Erano essi suoi padroni? Dovevano essi sedere a scranna per giudicare della condotta deʼ Sovrani stranieri? Da quel dì egli ebbe voglia di richiamare i suoi sudditi chʼerano aʼ servigi del Governo Olandese. Pensava che facendoli venire in Inghilterra, avrebbe reso più forte sè, e più deboli i suoi peggiori nemici. Ma vʼerano difficoltà tali di finanza che era impossibile non se ne accorgesse. Il numero deʼ soldati chʼegli manteneva, comecchè fosse maggiore che neʼ tempi trascorsi, e amministrato con parsimonia, era quale le sue rendite potessero sopportare. Se allo esercito si aggiungessero i battaglioni che erano al soldo dellʼOlanda, il Tesoro fallirebbe. Forse si potrebbe indurre Luigi a prenderli al suo servizio. Così verrebbero allontanati da un paese dove rimanevano sempre esposti alla corruttrice influenza dʼun governo repubblicano e dʼun culto calvinista, e sarebbero posti in un paese dove niuno rischiavasi a far fronte ai comandi del Sovrano o alle dottrine della vera Chiesa. I soldati tosto disimparerebbero ogni eresia politica e religiosa. Il Principe loro naturale potrebbe in pochi di richiamarli a prestargli mano forte, e in ogni occorrenza esser sicuro della fedeltà loro.
Sʼaprirono intorno a questo negozio pratiche tra Whitehall e Versailles. Luigi aveva quanti soldati gli bisognavano; e se così non fosse stato, non avrebbe mai voluto milizie inglesi al suo soldo; imperciocchè la paga in Inghilterra, per quanto oggimai ci possa sembrare poca, era maggiore di quella che si dava in Francia. Nel tempo stesso era un gran che privare Guglielmo di sì belle milizie. Dopo un carteggio che durò alcune settimane, a Barillon fu data podestà di promettere che ove Giacomo richiamasse dallʼOlanda i soldati inglesi, Luigi pagherebbe la spesa a mantenerne due mila in Inghilterra. Tale offerta Giacomo accettò con calde espressioni di gratitudine. Ordinate le cose a quel modo, chiese agli Stati Generali che gli mandassero i sei reggimenti. Gli Stati Generali ligi a Guglielmo, risposero che simigliante domanda, in siffatte circostanze, non era autorizzata dai Trattati esistenti, e positivamente ricusarono dʼammetterla. È cosa notevole come Amsterdam, la quale aveva votato per tenere le predette milizie in Olanda, mentre Giacomo ne aveva mestieri contro glʼinsorti delle Contrade Occidentali, adesso fece ogni sforzo perchè si cedesse alla domanda del Re. In ambedue i casi, il solo scopo di coloro che reggevano quella grande città era quello di opporsi ai desiderii del Principe dʼOrange.[274]
L. Ma le armi dʼOlanda erano a Giacomo meno formidabili di quel che fossero i torchj olandesi. AllʼAja stampavansi quotidianamente libri e libercoli inglesi contro il Governo di lui; nè vi era vigilanza a impedire che migliaia di esemplari ne fossero introdotte di contrabbando nelle Contee poste lungo lʼoceano germanico. Fra tutte coteste pubblicazioni ne va predistinta una per la sua importanza e per lo immenso effetto che produsse. La opinione che intorno allʼAtto dʼIndulgenza tenevano il Principe e la Principessa dʼOrange, era ben nota a tutti coloro che prendevano interesse alle cose pubbliche. Ma perchè tale opinione non era stata officialmente annunciata, molti che non avevano mezzi di ricorrere a buone fonti, erano ingannati o rimanevano perplessi vedendo la sicurezza con che i partigiani della Corte asserivano le Altezze Loro approvare i recenti Atti del Re. Smentire pubblicamente tal voce sarebbe stato un mezzo semplice ed ovvio, se il solo scopo di Guglielmo fosse stato quello di vantaggiare i propri interessi in Inghilterra. Ma egli considerava la Inghilterra principalmente come strumento necessario alla esecuzione deʼ suoi grandi disegni intorno lʼEuropa; ai quali egli sperava di ottenere la cooperazione di ambedue le Case dʼAustria, deʼ Principi Italiani ed anche del Sommo Pontefice. Vʼera ragione a temere, una dichiarazione soddisfacente ai Protestanti inglesi non eccitasse sospetto e sinistri umori in Madrid, in Vienna, in Torino ed in Roma. A tal fine il Principe si astenne lungo tempo dallo esprimere i propri sentimenti. In fine gli fu fatto notare come il suo prolungato silenzio avesse destato inquietudine e diffidenza fra coloro che volevano il suo bene, e fosse ormai tempo di parlare: deliberò quindi di manifestare il proprio intendimento.
LI. Un Whig scozzese, chiamato Giacomo Stewart, parecchi anni innanzi, sʼera rifugiato in Olanda onde sottrarsi allo stivaletto e alle forche, ed aveva stretto amicizia col Gran Pensionario Fagel, il quale godeva largamente la fiducia e la grazia dello Statoldero. Stewart era colui che aveva scritto il virulento Manifesto dʼArgyle. Appena promulgata la Indulgenza, Stewart pensò di cogliere il destro non solo ad ottenere perdono, ma a meritarsi una ricompensa. Offerse al governo al quale egli era stato nemico i propri servigi, che furono accettati, e mandò a Fagel una lettera dicendo essere stata scritta per ordine di Giacomo. In essa il Pensionario veniva richiesto di adoperare tutta la sua influenza sul Principe e la Principessa onde indurli a secondare la politica del padre loro. Dopo alcuni giorni dʼindugio Fagel mandò una risposta profondamente pensata, e scritta con arte squisitissima. Niuno che mediti quel notevole documento, può non accorgersi che quantunque fosse composto con lo intendimento di rassicurare e piacere ai Protestanti inglesi, non vi si contiene una sola parola che possa recare offesa nè anche al Vaticano. Vi si diceva che Guglielmo e Maria approverebbero volentieri lʼabrogazione dʼogni legge penale contro ogni Inglese di qualunque classe si fosse, per cagione dʼopinioni religiose. Ma bisognava distinguere punizione da incapacità. Ammettere agli uffici i Cattolici Romani, non sarebbe, secondo opinavano le Altezze loro, vantaggioso nè al bene dellʼInghilterra, nè a quello degli stessi Cattolici Romani. Il Manifesto fu tradotto in varie lingue, e sparso profusamente per tutta lʼEuropa. Della versione inglese, fatta con gran cura da Burnet, ne furono introdotti nelle Contee Orientali circa cinquantamila esemplari, e furono rapidamente diffusi per tutto il reame. Nessuno scritto politico ebbe mai esito cotanto felice. I Protestanti dellʼisola nostra fecero plauso alla mirabile fermezza con che Guglielmo dichiarava di non potere assentire che i papisti avessero partecipazione alcuna alle cose di Governo. Ai Principi Cattolici Romani, dallʼaltro canto, piaceva lo stile mite e sobrio con cui era vestito il concetto del Principe, e la speranza ivi espressa che sotto il suo governo nessun credente della Chiesa di Roma riceverebbe molestia per motivo di religione.
LII. È probabile che anche il Pontefice leggesse con piacere cotesta celebre lettera. Alcuni mesi innanzi aveva dato commiato a Castelmaine in un modo tale da mostrare poco riguardo pel Re dʼInghilterra. A Papa Innocenzo spiaceva affatto la politica interna non che la esterna del Governo Britannico. Vedeva come glʼingiusti e impolitici provvedimenti della cabala gesuitica avessero a rendere perpetue le leggi penali più presto che giungere ad abrogare lʼAtto di Prova. La sua contesa con la Corte di Versailles diveniva sempre più grave; nè poteva egli o come Principe temporale o come Sommo Pontefice sentire schietta amistà pel vassallo di quella Corte. Castelmaine non aveva i requisiti necessari a spegnere cotesta ripugnanza. Conosceva bene Roma, e, come laico, era profondamente erudito nelle controversie teologiche.[275] Ma non aveva la destrezza che il suo ufficio richiedeva; e quandʼanche fosse stato abilissimo diplomatico, vʼera una ragione che lo avrebbe reso inadatto a compire convenevolmente la sua commissione. Tutta Europa conoscevalo come il marito della più svergognata femmina, e non altrimenti. Era impossibile parlare con lui senza richiamarsi alla memoria il modo onde erasi acquistato il titolo chʼegli portava. Ciò sarebbe stato ben poco, sʼegli fosse stato ambasciatore a qualche dissoluta Corte, come quella in cui aveva pur dianzi dominato la Marchesa di Montespan. Ma era manifestamente inconvenevole lo averlo inviato ad unʼambasciata di natura più presto spirituale che temporale e ad un Pontefice di austerità antica. I Protestanti in tutta Europa lo ponevano in canzone; ed Innocenzo, già sfavorevolmente disposto verso il Governo Inglese, considerò il complimento fattogli quasi come affronto. A Castelmaine era stata assegnata una paga di cento lire sterline per settimana; ma egli ne mosse lamento dicendo che tre volte tanto appena sarebbe bastato: imperocchè in Roma i Ministri deʼ grandi potentati continentali si sforzavano di vincersi vicendevolmente per isplendidezza agli occhi di un popolo, il quale per essere avvezzo a vedere tanta magnificenza di edifizi, di decorazioni e di cerimonie, era di difficile contentatura. Dichiarò sempre di averci rimesso del suo. Lo accompagnavano vari giovani delle migliori famiglie cattoliche dellʼInghilterra, come sarebbero i Ratcliffe, gli Arundell, e i Tichborne. In Roma alloggiava in palazzo Panfili a mezzogiorno della magnifica Piazza Navona. Fino daʼ primi giorni era stato privatamente ricevuto da Papa Innocenzo; ma la pubblica udienza fu lungamente ritardata. E veramente gli apparecchi che andava facendo Castelmaine erano così sontuosi, che quantunque fossero incominciati alla Pasqua di Resurrezione del 1686 non furono compiti se non nel novembre dellʼanno stesso; nel quale mese il Papa ebbe, o simulò dʼavere un accesso di podagra che fece differire la cerimonia. Finalmente nel gennaio del 1687 la solenne presentazione segui con insolita pompa. I cocchi già lavorati appositamente in Roma, erano così magnifici che vennero reputati degni dʼessere trasmessi ai posteri per mezzo di belle incisioni, e celebrati dai poeti in diverse lingue.[276] La facciata del palazzo della legazione in quel solenne giorno era decorata con pitture di assurde e gigantesche allegorie. Vʼerano effigiati San Giorgio col piede sul collo di Tito Oates, ed Ercole che con la mazza percoteva College, il manuale protestante, il quale invano tentava difendersi col suo correggiato. Dopo cotesta pubblica dimostrazione, Castelmaine invitò tutti i più notevoli personaggi che allora si trovassero in Roma, ad un banchetto in quella gaia e splendida sala, la quale Pietro da Cortona ornò con pitture rappresentanti i fatti dellʼEneide. La intiera città corse a vedere la solennità; e a stento una compagnia di Svizzeri potè mantenere lʼordine fra gli spettatori. I nobili dello Stato Pontificio in contraccambio offrirono dispendiosi intertenimenti allo Ambasciatore; e i poeti e i belli spiriti furono invitati a tributare a lui e al suo signore iperboliche adulazioni, quali sogliono usarsi quando il genio e il gusto trovansi in gran decadenza. Fra tutti cotesti adulatori va predistinta una testa coronata. Erano corsi trenta e più anni da che Cristina, figlia del grande Gustavo, era volontariamente discesa dal trono di Svezia. Dopo lungo pellegrinare, nel corso del quale ella commise molte follie e molti delitti, erasi finalmente fermata in Roma, dove occupavasi di calcoli astrologici, dʼintrighi di conclave, e sollazzavasi con pitture, gemme, manoscritti, e medaglie. In quellʼoccasione ella compose alcune stanze in italiano in lode del Principe inglese, il quale, al pari di lei, nato da stirpe di Re fino allora considerati come campioni della Riforma, erasi, come lei, riconciliato allʼantica Chiesa. Una splendida ragunanza ebbe luogo nel suo palazzo; i suoi versi, posti in musica, furono cantati fra gli applausi universali; ed un suo famigliare, uomo letterato, recitò una orazione sul medesimo subietto, scritta in un stile si florido e intemperante, che pare offendesse il severo orecchio degli Inglesi che vʼerano presenti. I Gesuiti, nemici del Papa, devoti agli interessi della Francia, e inchinevoli a glorificare Giacomo, accolsero la legazione inglese con estrema pompa in quella principesca casa dove riposano le ossa dʼIgnazio di Loyola, rinchiuse in un monumento di lapislazzuli e dʼoro. La scultura e la pittura, la poesia e lʼeloquenza furono adoperate ad onorare gli stranieri: ma le arti tutte erano miseramente degenerate. Vi fu profusione di turgida ed impura latinità, indegna dʼun Ordine così erudito; e talune delle iscrizioni che adornavano le pareti, peccavano in cosa ben altrimenti più seria che non fosse lo stile. In una dicevasi che Giacomo aveva spedito al cielo il proprio fratello come suo messaggiero, ed in unʼaltra che Giacomo aveva apprestate le ali, con che il fratello erasi levato allʼeteree regioni. Vʼera anco un più sciagurato distico, al quale per allora si badò poco, ma che pochi mesi dopo fu rammentato ed ebbe sinistra interpretazione. «O Re,» diceva il poeta «cessa di sospirare per avere un figlio. Quandʼanche la natura si mostrasse avversa al tuo desiderio, le stelle troveranno modo di compiacerti.»
Fra mezzo a tanti festeggiamenti, Castelmaine ebbe a soffrire mortificazioni ed umiliazioni crudeli. Il Pontefice trattavalo con estrema freddezza e riserbo. Qualvolta lo Ambasciatore lo sollecitava dʼuna risposta alla richiesta fatta di concedere un cappello cardinalizio a Petre, Papa Innocenzio, facendosi venire un violento colpo di tosse, poneva fine al colloquio. Si sparse per tutta Roma la voce di coteste singolari udienze. Pasquino non tacque. Tutti i curiosi e i ciarlieri della città più sfaccendata del mondo, tranne solo i Gesuiti e i Prelati partigiani della Francia, facevano le matte risate alla sconfitta di Castelmaine; ed egli chʼera poco dolce dʼindole, ne divenne furioso, e fece correre in giro uno scritto mordace contro il Papa. Castelmaine così ponevasi dalla parte del torto; e lo scaltro Italiano acquistava vantaggio e voleva giovarsene. Dichiarò senza ambagi come la regola che escludeva i Gesuiti dalle dignità ecclesiastiche non si dovesse violare in favore di Padre Petre. Castelmaine offeso minacciò di andarsene via da Roma. Innocenzo rispose, con una mansueta impertinenza, tanto più provocante quanto non poteva distinguersi dalla semplicità, che Sua Eccellenza se ne andasse pure se così le piacesse. «Ma se noi dobbiamo perderlo» aggiunse il venerando Pontefice, «speriamo chʼegli badi alla propria salute nel fare il viaggio. GlʼInglesi non sanno quanto sia pernicioso in questi nostri paesi il viaggiare sotto i calori del giorno. Sarebbe bene adunque chʼegli si partisse avanti lʼalba onde a mezzodì si potesse riposare.» Con tale salutare consiglio e col dono dʼun rosario, il malarrivato ambasciatore ebbe commiato. Pochi mesi di poi comparve alla luce, in italiano e in inglese, una pomposa storia della sua legazione, stampata magnificamente in foglio e adorna dʼincisioni. Il frontespizio, a grande scandalo di tutti i Protestanti, rappresentava Castelmaine nel suo abito di Pari, con la corona di Conte nelle mani, in atto di baciare il piede a Papa Innocenzo.[277]