III.

Ucciso Masaniello, il Duca d'Arcos credette che la rivoluzione con lui fosse omai spenta. Egli, ordinata una gran cavalcata, a cui intervennero i cavalieri e gli uffiziali o ministri principali dei regii tribunali, col cardinale arcivescovo e con buona guardia di fanteria e cavalleria ben armata, andò al Duomo per render grazie a Dio ed al Glorioso S. Gennaro, patrono principale della nostra città, per la quiete omai ottenuta, e girò lieto e contento pel Mercato e per le altre vie della città. Nello stesso tempo ordinò che si facesse l'inventario delle robe conservate tanto nella casa di Masaniello quanto nei magazzini del Mercato, del che fu dato incarico all'Eletto del popolo. Secondochè asserisce il buon prete Pollio, il quale accompagnava il compare in questa occasione, lo Arpaia chiamò per suo segretario Vito Antonio Cesarano, onde scrivere minutamente tutto ciò che ivi si fosse rinvenuto; e nel far l'inventario, molti dissero che gli uccisori di Masaniello, in quella notte che seguì la morte di lui, si avessero pigliato gran quantità di oro ed argento ed un baule di monete, trasportando il tutto per gli astrici della casa[207].

Poco dopo due bandi, uno dei 17 e l'altro de' 21 luglio, alle preghiere dello stesso Eletto e per far cosa grata al fedelissimo popolo, estendevano l'amnistia accordata pei fatti del 7 luglio in poi anche al fratello ed al cognato di Masaniello, che ne erano stati prima col bando dei 16 di quel mese eccettuati[208]. Se non chè Giovanni fu dato, come suol dirsi, in consegna a Marco di Lorenzo macellaio, che cogli onesti guadagni del suo mestiere, si aveva procurato grandi e straordinarie ricchezze, tuttora tradizionali nella memoria del popolo perchè lo guardasse in sua casa, trattandolo nel miglior modo che fosse possibile[209].

D'altra parte la moglie, la madre e la sorella di Masaniello cacciate dal Castel Nuovo[210], furono consegnate al Genoino, che era stato creato presidente della Regia Camera della Sommaria, e furono condotte alla casa di costui a S. Agnello dei Grassi ove per alcune settimane furono con conveniente assegnamento mantenute.

Ma il fuoco era coverto di cenere e non tardò guari a divampar nuovamente, ed in modo anche più terribile e funesto di prima. I tumulti dei mercanti e dei tessitori di seta, degli studenti forestieri, dei pezzenti, e perfin delle donne contro il governo del Banco della Pietà o Monte dei Pegni, ciascuno per la revindica dei proprii diritti perduti, o per l'abolizione di qualche abuso introdotto, manifestavano gli animi sempre torbidi ed inquieti del popolo, e facevano agevolmente prognosticare altre più gravi ed aperte ribellioni[211].

Il vicerè dal canto suo non negava cosa alcuna. Dissimulando, accordava e prometteva tutto, ben risoluto, quando che fosse, a non attender nulla.

In questo stato di cose non mancava che un'occasione qualunque, la quale soffiasse nella brace ad eccitar l'incendio, e desse ai tumultuanti un novello capo. Questa occasione presto si offerse. Per la imprudenza ed ambizione del presidente Cennamo ai 21 agosto una seconda generale sollevazione del popolo scoppiò nella piazza della Sellaria, e, sebbene per poco, fece nuovamente comparire nella storia della rivoluzione del 1647 la famiglia di Masaniello.

Le più antiche memorie, che io trovo della piazza della Sellaria rimontano al secolo XII. In quel tempo esso chiamavasi strada di Capo di piazza (platea capitis plateae). In due istrumenti uno dei 5 febbraio 1194, e l'altro del 6 dicembre 1198, accennati nella Platea del monastero di S. Severino della nostra città, si ricorda una casa con orto sita in Napoli in capo della strada detta Capo di Piazza, pertinenze di Portanova, non lontana dalla porta delli Monaci, e vicino alla chiesa dei SS. Cosmo e Damiano, grancia di detto monastero. Con un altro istrumento dell'anno 1263 la detta casa è descritta come sita accanto alla strada, che andava a S. Arcangelo (degli armieri), chiesa appartenente al monastero Cavense, giusta il muro pubblico, e la torre vecchia della città[212]. Documenti posteriori determinano con maggior precisione il sito di quella chiesa e della contrada circostante. Da essi rilevasi che quella era posta propriamente nella piazzetta, ora vico Molinello alla Sellaria, tra il vico Giudechella al Pendino, che allora e in tempi anche più remoti dicevasi Deposulum, ed indi fondaco di S. Martino, e la strettola degli armieri, già vico armentario armentariorum[213]. Nel 1743 questa chiesa fu profanata, e, come rilievo della citata Platea, la cona dei SS. Cosmo e Damiano, che era sull'altare maggiore di essa, fu trasferita nella cappella degli Spinola dentro la chiesa vecchia di S. Severino[214].

Qui in processo di tempo, e propriamente nel 1585, esisteva la bottega e l'abitazione di Giov. Leonardo Pisani speziale che fu uno dei principali istigatori e capi della sedizione della plebe napoletana e della infelice morte dell'eletto del popolo Giov. Vincenzo Storace[215], avvenuta nel maggio di quell'anno. Allorchè sedato il tumulto e rimesso l'ordine nella città, il vicerè dopo qualche mese procedette al giudizio ed al castigo di quelli che vi avevano preso parte, il Pisani, essendosi a tempo posto in salvo, fu condannato a morte in contumacia, la sua casa fu diroccata, e sul suolo di essa, ove si era seminato il sale, fu eretto un monumento, nel quale in apposite nicchie si collocarono le teste e le mani di 24 principali giustiziati con grate di ferro sopra perchè non potessero indi togliersi. Una iscrizione in mezzo ricordava il nome del Pisani, il delitto commesso, ed il castigo[216]. Per parecchi mesi quel miserando ed orribile spettacolo contristò lo sguardo dei napoletani, che passavano per quella via, una delle più frequentate della città; ma finalmente il vicerè successore, alle preghiere del nuovo Eletto del popolo Giov. Battista Crispo, permise che quella memoria di lutto e d'infamia venisse cancellata. Allora i teschi e le mani degl'infelici furono condotti al ponte Guizzardo ora della Maddalena, luogo di sepoltura dei giustiziati. Più di 2000 persone, molto clero, e diverse religioni di frati accompagnarono colle torce accese le postume esequie, solenne dimostrazione e pubblica protesta del popolo contro il governo spagnuolo[217].

Dall'altro lato della via Capo di Piazza, dopo l'angolo della strada di S. Biagio dei taffettanari ed il vicolo che dicevasi di Pistaso ed ora dei Ferri vecchi al Pendino, sorgeva nel secolo XII il palagio di Pietro delle Vigne, di colui cioè: che tenne ambo le chiavi del cor di Federico II, edificato sul suolo già appartenente al monastero Cavense. Ivi nel 1254 dimorò per alcun tempo papa Innocenzo IV, ed ai 7 Dicembre dello stesso anno vi morì. Ivi dopo tre giorni fu eletto il nuovo pontefice Alessandro IV, che vi si trattenne fino al maggio dell'anno seguente. Il palagio, che, tenuto anche conto della modesta maniera di abitare in quel tempo, dovette essere un edificio nobile e vasto, potette albergarvi il pontefice, la curia romana ed i cardinali del Sacro Collegio, ed avere oltracciò sufficiente località, ove tenersi il pubblico studio di teologia, decreti, decretali e leggi canoniche che lo stesso papa Innocenzo IV nella sua venuta in Napoli vi aveva istituito, fu coll'orto adiacente e cogli altri beni di Pier delle Vigne dal medesimo Papa Innocenzo IV conceduto alla famiglia dei Fieschi, cui egli apparteneva, ed alla quale in virtù delle convenzioni stipulate con Clemente IV nella investitura del reame, fu anche da Carlo I d'Angiò confermato. Ivi verso il 1285 dallo stesso re Carlo I furono collocate l'officina o zecca delle monete, e la corte dei conti che da essa dipendeva; ed ivi l'una e l'altra si tennero fino al 1333, allorchè furono trasportate dirimpetto la chiesa di S. Agostino nel sito, dove fino a poco fa era l'officina delle monete. In processo di tempo la casa pervenne alla famiglia Barbati, nobile del sedile di Montagna, ed indi nel secolo XVI alla corporazione dell'arte della lana. Così in essa si stabilirono le opere di bagnare, tingere, e frisare i panni, e tutto il fabbricato, al quale si accedeva dalla Sellaria e dal vicoletto di S. Palma, ebbe nei tempi di cui discorriamo, la denominazione di Fondaco della zecca dei panni[218].

La strada Capo di piazza, che, a quanto può rilevarsi dalle vecchie carte, distendevasi dal sito ove ora è la chiesa di S. Biagio fino al vicoletto Fate, o alla piccola chiesa di S. Giacomo dei Mormili da un lato, ed a poco più oltre la strada degli Armieri dall'altro, formava, sotto gli Svevi e gli Angioini, una delle ottine o piazze popolari della nostra città. Essa allora, come ordinariamente le altre piazze sì nobili come popolari, aveva il suo proprio sedile o teatro, che non sappiamo precisamente dove fosse collocato, e che, probabilmente dopo la riforma o la nuova costituzione data ai sedili di Napoli, nella seconda metà del secolo XIV, o cangiò nome o fu abolito, non trovandosene più memoria dopo il 1392[220]. Dopo quel tempo anche la strada perdette a poco a poco la sua primitiva denominazione, e prese quella di piazza della Sellaria (Ruga o Platea Sellariorum) dalla via che la continuava ad oriente e che comincia a comparire in alcuni documenti della fine del secolo XIII[222]. In un istrumento del 1334 ricordasi pure la via della Sellaria vecchia, che andava ad un'altra strada detta della Pullaria[223]. Sembra inoltre che anche in quel torno di tempo, l'antico sedile o qualche altro, pure appartenente all'ordine popolare, che nella medesima contrada a quello era forse succeduto, raccogliesse i diritti e le prerogative di tutti quei sedili popolari, che erano nell'ambito intero della vecchia città. Questo sedile, che aveva allato una casa ed una cappella intitolata a S. Chirico o S. Ciriaco, onde ingombravasi la via, secondo alcuni nostri scrittori, era posto nella piazzetta, ov'è la seconda fontana, e dove ora comincia la strada del Pendino. Per alcune dipinture, da cui era adornato, dicevasi volgarmente lo sieggio pittato[224]

Nel 1466 re Alfonso I d'Aragona ordinò che il sedile insieme colle fabbriche che vi erano attaccate, fosse diroccato, affinchè in tal modo si regolarizzasse quella strada che allora era la più bella ed ampia della città, e vi si potessero fare giostre e tornei, come nelle vie extramurane di Carbonara e delle Corregge. Il fatto produsse grande commozione e dispetto nel popolo grasso, come allora dicevasi la borghesia, e nel popolo minuto, la plebe. Si credeva che fosse stato quello un pretesto per favorire Lucrezia d'Alagno, che aveva la casa in quel sito, e che prevalendosi dell'amore ardentissimo a lei portato dal re, lo aveva indotto a far abbattere quell'edificio, onde rendersi spedito e libero l'aspetto della strada. Altri e forse non a torto, credettero che Alfonso avesse voluto ingraziarsi la nobiltà che vedeva mal volentieri come i popolani avessero un luogo proprio di riunione al pari dei nobili. Che che ne sia, certo è che ai 31 marzo dell'anno seguente 1456 il popolo radunato nella piazza della Sellaria tumultuò, la città tutta prese le armi, ed il re fu obbligato a cavalcare per le vie della medesima, onde placare gli animi esacerbati.

Fermandosi in mezzo alla piazza e parlando ai capi dei tumultuanti, Alfonso cercò di dimostrare il miglioramento che da quel fatto la contrada avrebbe avuto, annunziò le giostre che a divertimento del popolo aveva intenzione di farvi, promise d'intervenire ivi alla processione di S. Gennaro detta dei preti inghirlandati, solita farsi il primo sabato di maggio in ciascun anno, la quale, tolti gli impedimenti del Sedile e della casa che stavano in mezzo alla strada, sarebbe comparsa più sontuosa e più bella. La presenza del re, se non le ragioni da lui addotte, acquetò gli animi dei più; il bando che egli poi fece nel giorno seguente, con cui dispose di aggregarsi al sedile di Portanova i principali cittadini del popolo grasso, togliendone i capi e quei che formavano la forza principale dei malcontenti, estinse affatto il tumulto. In quello stesso giorno si cominciò, come dice un cronista, “a levare la silicata della piazza e spianare lo terreno, come si ci volesse fare la giostra, e la strada restò longa, diritta ed uguale dal capo de lo Pendino fino lo piede della via di Pistaso[225].„

E le giostre invero furono fatte, la processione fu con maggior pompa solennizzata, ma il popolo per parecchi anni restò senza rappresentanza e senza sede propria nel governo municipale, e quando dopo il breve dominio di Carlo VIII in parte nuovamente l'ottenne[226], non ebbe più un edificio speciale come i nobili, ma gli fu assegnato un locale nel convento di S. Agostino, ove nelle sue occorrenze potesse radunarsi. Senonchè la strada della Sellaria restò sempre come sede propria della giurisdizione popolare. Ivi nella processione di S. Gennaro, di cui innanzi ho parlato, si ergeva in ogni sei anni un catafalco, che raffigurava il distrutto sedile del popolo, e serviva temporaneamente a quelle stesse pompe, cui i sedili nobili, quando loro toccava, erano destinati. Ivi pure nella festa di S. Giov. Battista l'Eletto del popolo riceveva e faceva omaggio, come in propria dimora, al vicerè con istraordinari e magnifici apparati[227].

Ai tempi di D. Pietro di Toledo questa via ebbe pure altri miglioramenti. La chiesa di S. Felice in pincis, una delle antiche parrocchie della città, che era posta più su verso l'angolo della via di S. Agostino alla Zecca, e che usciva alquanto più in fuori della linea delle case da quel lato, fu per ordine del vicerè abbattuta, e la cura, che vi era, venne aggregata alla parrocchia di San Giorgio Maggiore[228]. Allora fu pure eretta una fontana nel sito, dove già credevasi posto il sedile del popolo coll'immagine di Atlante che sostiene il mondo, il tutto opra del famoso nostro scultore Giovanni Merliano da Nola col disegno dell'architetto Luigi Impò.

Da qui la strada prende ora il nome di Pendino, onde si denomina tutto il quartiere. Un tempo tale denominazione si restringeva solo a quel tratto, ove sbocca la via di S. Agostino alla Zecca, che scendendo in pendio da Forcella, si disse in prima Pendino di S. Agostino. Tenevasi ivi allora, come adesso per tutta la via, uno dei più affollati ed abbondanti mercati di commestibili in Napoli. Un arco antico finalmente, che non ha guari fu demolito, e la via che segue dei Zappari, chiamata nel secolo XIV piazza dei Vindi o dell'Inferno, chiudeva la storica contrada ad oriente, e ricordava il vecchio recinto della città, e la nascita di Bartolommeo Prignano, che poi divenne papa col nome di Urbano VI[229].

Or le strade della Sellaria e del Pendino nella mattina del 21 agosto di quel memorabile anno 1647, brulicavano più che mai di gente innumerevole, che alla voce sparsasi di tradimento contro il popolo, vi era precipitosamente accorsa da tutte le parti della città. Uomini di ogni età e condizione, lazzari e cappe nere[230], donne del popolo e fanciulli, e perfino frati non pochi ingombravano quelle vie già per l'ordinario così popolose. Uno era il pensiero di quanti ivi si raggruppavano in crocchio o a capannelli, uno il discorso di tutti dall'arco del Pendino alla cantonata dei Taffettanari.

Narravasi ai curiosi ignari della causa di sì nuova e subita indignazione, che Orazio di Rosa, volgarmente detto Razzullo, tintore e frisatore di panni abitante nel fondaco della zecca e capitano del popolo, nella sera antecedente insieme col mercante di seta Agostino Campolo, abitante a S. Biagio, aveva sorpreso tra le mani di Marco d'Aprea mercatante di drappi d'oro, e di Giuseppe Vulturale, una specie di petizione o fede che andavasi firmando, e con la quale si attestava come Fabrizio Cennamo, presidente idiota della regia camera della Sommaria, ed il consigliere Antonio d'Angelo, non di ordine del popolo ma per opra di alcuni privati loro nemici, fossero stati ai tempi di Masaniello incendiati; e quindi si domandava che s'istruisse d'un tal fatto regolare processo, e che i colpevoli ne ricevessero condegno castigo. Aggiungevasi essere questa una prima scappatoia, con la quale il vicerè cercava di violare le capitolazioni solennemente giurate nel Duomo ai 12 del passato luglio, e l'amnistia accordata con quelle e confermata nel 16 dello stesso mese. Con tal pretesto voler egli togliersi d'innanzi tutti coloro, che si erano adoprati al disgravamento ed al bene del popolo. Così a poco a poco si sarebbero rimesse le antiche gabelle e le innumerevoli estorsioni, che prima del 7 luglio opprimevano Napoli, i nobili avrebbero ripreso i loro vecchi abusi, ed il governo della città sarebbe tornato ad essere il monopolio di quelli. Ricordavansi pure con affetto le opere di Masaniello in beneficio del popolo che ora, senza un capo, non poteva sostenere i diritti ed i privilegi che si aveva rivendicati. Imprecavasi finalmente ai traditori della patria che ossequenti al vicerè davano mano al Cennamo ed al consigliere d'Angelo, e principalmente a D. Giulio Genoino, che tra musiche e banchetti, ora godevasi il posto di Presidente della regia Camera, prezzo ed arra di tradimenti passati e futuri[231].

Gli animi del volgo si esasperavano oltremodo a queste novelle, e più alle insinuazioni di alcuni, che avevano interesse a portar la rivoluzione oltre i limiti segnati da Masaniello. Tra costoro erano specialmente Giovan Luigi del Ferro da Arpino, il dottor Antonio Basso nativo di Napoli, e poeta non ignobile fi quei tempi, D. Carlo Pedata ebdomadario del Duomo, Don Pietro Iavarone, sacerdote della terra di Giugliano, il dottor Aniello de Falco e qualche altro di parte francese[232], i quali predicavano non potersi aver fede alcuna negli spagnuoli, e rammentavano le loro promesse spesso fallite, i privilegi della città, ottenuti col danaro e col sangue, tante volte spergiurati ed infranti, i reclami del popolo sempre vilipesi e scherniti. Qualche rara e timida voce di moderazione e di fiducia era accolta da beffe e da minacce, e con grida unanimi di abbasso gl'interessati, abbasso i giannizzeri[233], morte ai traditori. Omai al tumulto non mancava più che un indirizzo ed un capo qualunque, e bentosto l'uno e l'altro si ebbero.

All'angolo del Pendino in sulla svoltata della via dei Calderai, una vecchia vestita a bruno e salita sopra un poggiuolo accanto alla bottega di un salsumaio, apostrofava violentemente, tra i pianti e le strida, il popolo circostante. Era la madre di Masaniello, che il dolore e la disperazione rendevano veneranda ed eloquente. L'infelice rimproverava ai napoletani l'ingrata dimenticanza, con cui rimeritavano i beneficii ricevuti dai suoi figliuoli, mentre avevano lasciato trucidare barbaramente il primo e facevano ora perire nelle segrete di Castel Nuovo l'altro che pure tanto si era adoperato ed avrebbe ancora voluto adoperarsi in pro del popolo. Le parole e l'aspetto della misera genitrice, e più la memoria di Masaniello, determinavano i propositi fin allora incerti e contraddittorii della turba irritata: A palazzo, morte a D. Giulio Genoino, ed ai traditori della patria. Viva Giovanni d'Amalfi! gridò Ciommo Donnarumma, che era quel salsumaio parente di Masaniello, di cui facemmo cenno più sopra. Il grido fu ripetuto dall'un canto all'altro della via del Pendino e della Sellaria, e più migliaia di uomini e di donne si avviarono tumultuosamente verso il palazzo reale.

Il vicerè trovavasi allora in consiglio coi reggenti del Collaterale. Uso omai da qualche mese a queste continue dimostrazioni del popolo, egli alle dimande dei tumultanti di voler libero Giovanni d'Amalfi e consegnato nelle loro mani D. Giulio Genoino, traditore della patria, per mezzo di Bernardino Ferrero usciere della sua camera, rispose: Non poterneli soddisfare, aver mandato il primo a Gaeta per metterlo in sicuro dalle vendette dei suoi privati nemici, non trovarsi punto l'altro nel castello, come essi dicevano; ritornassero dunque tranquilli alle loro case, ai quotidiani lavori, e non disturbassero la quiete della città. La risposta del vicerè accrebbe l'ira dei rivoltosi. Alcuni di essi, volendo entrare nel palazzo, si avanzarono per far forza alle porte, altri con sassi cominciarono a molestare gli alemanni e gli spagnuoli, che vi erano di guardia. Ma costoro memori di quanto era avvenuto nella mattina del 7 luglio, erano preparati, giusta gli ordini del vicerè, a respingere la forza con la forza. Trassero quindi una scarica di archibugiate sugli assalitori, alla quale parecchi ne caddero morti o feriti, tutti gli altri, oltremodo impauriti, si gettarono a terra o fuggirono[234].

Le memorie del tempo narrano di una vecchia che scarmigliata, come una delle furie, inanimiva i lazzari ed i popolani all'assalto ed alla vendetta; ne tacciono però il nome[235]. A me pare assai verosimile che questa fosse la stessa Antonia, che l'amor materno rendeva furibonda e non curante della propria vita.

Io qui non dirò l'irritazione del popolo alla novella sparsa per la città di questo avvenimento, l'accorrere delle schiere di S. Lucia a Mare sotto il comando di Onofrio Cafiero, e del Mercato e del Lavinaio guidate da Gennaro Annese al Regio Palazzo, l'assalto e la presa dei monasteri della Croce, di S. Luigi e di S. Spirito, allora posti di rincontro al medesimo, e della collina di Pizzofalcone che domina tutta la contrada, la morte del presidente Cennamo eseguita in mezzo della piazza della Sellaria, e finalmente le fazioni indi per cinque giorni combattute tra i popolani e gli spagnuoli. Omai si veniva a guerra aperta. Al grido di: viva il re e muoia il mal governo, succedeva l'altro di: viva il popolo, morte agli spagnuoli. Le barricate s'alzavano a Visitapoveri nella strada di Porto, a S. Lucia, in istrada Toledo. I cannoni di Castello dell'Uovo traevano incessantemente su tutte le vie. La città era dovunque piena di strage e di lutto. Se non che il Cardinal Filomarino, richiestone da ambo le parti, anche questa volta s'interpose tra i contendenti. Dopo varie pratiche inutili, il buon prelato ottenne la sospensione delle armi, e poscia ai 26 di agosto la pace. Nuove capitolazioni, nelle quali principalmente stabilivasi la ripristinazione del sedile del Popolo nella stessa Piazza della Sellaria, furono conchiuse e firmate, ed indi ai 7 settembre solennemente giurate dal vicerè.

Fatti son questi estranei al mio racconto[236]. La seconda sollevazione, che erasi iniziata col nome di Giovanni di Amalfi, non si ricordò più di lui nella lotta, non ne fece motto alcuno nelle capitolazioni.

In una notte — era il 4 settembre — un portiere di camera del vicerè si presentò nelle stanze del Castel Nuovo, ove dimorava D. Giulio Genoino con Fra Luca dell'ordine di Malta, poco fa pei meriti dello zio fatto capitano di cavalli, e Giuseppe San Vincenzo, altro suo nipote, testè nominato giudice di Vicaria, e per ordine del vicerè l'invitò a seguirlo. D. Giulio raccolse le sue carte, i nipoti il loro bisognevole, e tutti insieme partirono. Un profondo silenzio regnava nel castello. Dopo di aver attraversato parecchi corridoi, scesero alcune scale e per la porta del soccorso uscirono nell'arsenale. Il soldato che era di guardia, ad alcune parole dettegli dal portiere del vicerè li lasciò passare. Nell'arsenale era pronta a salpare una galea. D. Giulio ed i suoi nipoti vi entrarono, e poco dopo la nave partì[237].

Nella stessa notte un'altra barca conduceva a Gaeta la madre, la zia e la sorella di Masaniello, che insieme al cognato di lui, non so per qual tradimento o caso erano ricadute nelle mani del vicerè[238].

D'altra parte due uomini gettavano in una sepoltura della chiesa di S. Barbara una bara. Era il cadavere di Giovanni d'Amalfi, poco prima strozzato segretamente nella fossa del Miglio per ordine del Duca d'Arcos[239]. La sola moglie di Masaniello, perchè gravida, era risparmiata in questa comune tragedia della sua famiglia, ed era riserbata dal destino a nuovi dolori[240].

Scorsero alcuni mesi. La rivoluzione era entrata nella terza ed ultima fase, in cui al grido di: viva Dio ed il popolo, si era proclamata la serenissima real repubblica di Napoli, ed Errico di Lorena, Duca di Guisa, era stato chiamato a governarla, come doge di essa. Un giorno verso la fine di novembre, o il principio di dicembre — le memorie non lo precisano — questi, nello entrare che faceva, come era solito in ogni mattina, a sentir messa nella chiesa del Carmine, fu fermato da una donna vestita a bruno e velata, che inginocchiatasegli innanzi, gli presentava piangendo un memoriale. Il Duca con la gentilezza e con la galanteria propria della sua nazione, e che egli possedeva al sommo grado, invitò la donna ad alzarsi, e volto ad Agostino di Lieto, capitano della sua guardia, che gli era vicino, gli domandò chi fosse quell'infelice. È la vedova di Masaniello, rispose colui, che chiede aiuto e soccorso da vostra Altezza Serenissima.E non le mancherà nè l'uno, nè l'altro, disse commosso il Duca; la vedova di colui, che iniziò il movimento popolare di Napoli, e che moriva per liberare il popolo dall'oppressione spagnuola, ha dritto alla gratitudine della repubblica. Indi prendendosi il memoriale da mano della Bernardina e consegnandolo al padre Capece, suo confessore, che pur lo seguiva, decretava che fossero assegnati alla medesima 50 scudi al mese[241].

Ma questa fortuna della moglie di Masaniello non fu meno efimera delle altre. Non andò guari che nel 6 aprile dell'anno seguente gli spagnuoli, spenta la rivoluzione e caduto prigione il Guisa, occuparono quella parte della città che si teneva del popolo. Allora il conte d'Ognatte, nuovo vicerè del regno, mentre che promulgava una completa amnistia, cominciava una lenta ma terribile reazione contro il passato. Ora sotto un pretesto ed ora sotto un altro, tutti coloro, che avevano preso parte alle passate rivoluzioni, erano condannati a morte, o condotti in galera. I più accorti non si fidarono delle promesse spagnuole ed in numero di circa undicimila, come ricordano le memorie del tempo si fuggirono a Roma.

E la Bernardina? Col ritorno degli spagnuoli tornò nella sua casa il bisogno e la miseria, tristi e spesso poco onesti consiglieri. Le passate guerre e lo scarso ricolto avevano prodotto una mancanza tale di grano e delle altre civaie, che nella nostra città potevasi scorgere quasi la carestia. L'infelice donna senza parenti, senza amici, senza aiuto alcuno, non aveva altra alternativa che la fame o il disonore. Bella e giovine ancora cedette alle seduzioni del vizio. In uno di quei vichi del Borgo di S. Antonio Abbate, ove miserabili donne facevan mercato del loro corpo, la vedova di Masaniello fu costretta a menare una vita di vergogna e di strapazzi[242]. Spesso i soldati spagnuoli, che, per la curiosità o per lo sfogo di brutali voglie, colà si conducevano, dopo averla goduta, aggiungevano all'onta il danno e l'insulto, e beffandola e motteggiandola col titolo altra volta così per breve tempo ottenuto, negavano alla meschina il prezzo del proprio disonore. Quei pochi giorni di fortuna, che sparirono tosto come una brillante meteora, erano allora per lei argomento maggiore di dolori e di oltraggi. Eppure in quel tempo, come a questo proposito il Pollio ricorda, Masaniello spesso usava della sua autorità per salvare gli spagnuoli dal furore del popolo. Egli li mandava via, dicendo esser soldati del vicerè suo compare, a cui spettava dar loro castigo, e così li faceva mettere in salvo[243].

La peste finalmente, che dopo pochi anni desolò la città ed il regno, e colpì indistintamente gli oppressori e gli oppressi, pose nel 1656 termine[244] alle miserie della sciagurata, che era stata moglie di Masaniello.

PARTE TERZA MASANIELLO ED ALCUNI DI SUA FAMIGLIA
EFFIGIATI NEI QUADRI NELLE FIGURE
E NELLE STAMPE DEL TEMPO

Mira, che del morir nulla paventa

Chi le carriere alle rapine ha ferme,

E ch'un'Idra di mali ha doma, e spenta.

Mira l'alto ardimento ancor ch'inerme,

Quante ingiustizie in un sol giorno opprime

Un vile, un scalzo, un Pescatore, un verme.

Mira in basso natale alma sublime,

Che per serbar della sua Patria i fregi

Le più superbe teste adegua a l'ime.

Ecco ripullular gl'antichi pregi

De' Codri, e degl'Ancuri e de' Trasiboli

S'oggi un vil pescator dà Norma ai Regi.

Salvator Rosa — Satire, la Guerra

Tra i moltissimi scrittori sincroni o quasi, che narrarono le vicende della rivoluzione napoletana del 1647-48, non mancarono coloro, che vollero dar ai lontani e tramandare ai posteri, notizia delle fattezze, delle abitudini, della vestitura e del carattere del famoso pescivendolo, che fu l'iniziatore di quel moto meraviglioso. Essi furono il dottor Aniello della Porta[245]; il dottor Tizio della Moneca[246]; ed il noto letterato e genealogista Giuseppe Campanile[247], nei loro Diarii tuttora inediti; ed il Giraffi o Liponari[248], il Della Torre[249], il Birago[250], ed il Buragna[251], autori di opere sull'argomento già divulgate per le stampe, e finalmente il Sauli, non ha guari edito[252]; tutti per lo più testimoni oculari dei fatti che narrano.

Ora, secondo costoro, che io qui confronto e riassumo concordando ed interpretando al meglio le loro parole, che sia per ignoranza, sia per modo diverso di vedere, o di apprezzamenti, sia per poca proprietà di linguaggio, sono talvolta oscure o diverse, Masaniello era un giovine di mezzana e quasi bassa statura[253], di corpo più tosto magro e svelto[254], di bruna carnagione[255] e di bello e piacevole aspetto[256]. Aveva i capelli castagni che erano tagliati ed attondati sulla fronte larga e formavano una corta zazzerina da dietro[257], gli occhi erano neri o cervoni ma vivacissimi[258], il viso più lungo che tondo[259], il naso lungo[260]; era senza barba[261] e con piccoli baffi biondi sul labbro[262].

Il suo ordinario abbigliamento, secondo che concordemente attestano gli stessi scrittori del tempo, consisteva in una camicia ed in mutande di tela grossa e ruvida, ed in una coppola o berretto rosso da marinajo in testa. Andava scalzo e portava le gambe ignude. Un abitino della Madonna del Carmine gli pendeva sul petto, ed anche, secondo alcuni, una piccola corona dal fianco. Qualche volta portava “nel collo involta una tovaglia per asciugare col soverchio caldo ed affanno i continui sudori della fronte„[263]. Nei giorni del suo impero ordinariamente il detto abito era di dobletto bianco, e aveva spesso una coltella sfoderata in mano[264]. Se non che quando agli 11 luglio andò a Palazzo, ed ai 13 al Duomo per volontà del cardinale arcivescovo Filomarino, usò un vestito di lama bianco di argento, ed un cappello con piume bianche[265], come si vede nel quadro di Micco Spadaro.

Così i diaristi e gli storici contemporanei descrissero il celebre pescivendolo. Nè, d'altra parte, mancarono artisti che col pennello, col bulino, con la cera, o in qualche altro modo cercassero di rappresentare con più evidenza ed al naturale l'immagine sua. Che anzi, se dovesse credersi al de Dominici, parecchi e dei più famosi pittori della scuola napoletana, gareggiarono a farne il ritratto.

Narra egli, che scoppiata la rivoluzione, Aniello Falcone per vendicarsi degli spagnuoli, che avevano ucciso un suo parente, formò “una compagnia di scolari che erano molti, di amici e di parenti, i quali uniti caminando, ove gli portava il capriccio, sacrificavano al loro furore quanti soldati spagnuoli venivano loro davanti; e, fattone inteso Masaniello per ottenerne licenza e protezione[266], fu dal medesimo dichiarato il Falcone (Aniello) capo della compagnia, alla quale fu dato nome: la Compagnia della Morte„. Erano tra questi Salvator Rosa, Carlo Coppola, Andrea ed Onofrio di Lione, Paolo Porpora, Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro, Marzio Masturzo, Pietro del Pò, Giuseppe Marullo, Giuseppe Garzillo, Cesare e Francesco Fracanzani, Andrea Vaccaro col figliuolo Nicola, ed il famoso Viviano Codagora. Tutti costoro, armati di spade e pugnali, come era l'uso di quei tempi, andavan di giorno passeggiando per le strade, facendo da gradassi, ed uccidendo quanti disgraziati spagnuoli si paravano innanzi ad essi.

“Non deve far maraviglia dunque, soggiunge il de Dominici, se molti ritratti si trovino di Masaniello di mano del Rosa. Uno ne possedeva Francesco di Maria pittore napoletano, e suo grande amico, al quale aveva egli stesso raccontato averne ricevuta buona ricompensa, e che Masaniello avendo saputo, che la maggior parte di quei della Compagnia della Morte erano bravi pittori, volle che i migliori facessero il suo ritratto, proponendo non volgar premio a chi meglio lo avesse dipinto al naturale; lo chè benissimo potè accadere, avendo egli regnato 13 giorni e non già 8[267] come erroneamente credono alcuni. Quindi è, che dei ritratti fatti dal Falcone, da Salvatore, da Fracanzani, dal Marullo, dal Vaccaro, da Micco Spadaro, e Andrea di Lione, se ne vede adornato più d'un museo; e Salvatore se ne condusse uno in Roma, ove lo mostrò egli stesso al celebre Avvocato Giuseppe Valletta[268], e fu anche veduto dal nostro Luca Giordano, allorchè in Roma faceva i suoi studii: il quale aggiungeva la particolarità, che quel ritratto era meno della grandezza del naturale, e che quelli fatti da Micco Spadaro erano sempre in picciolo, avendo solamente Andrea Vaccaro, il Marullo, e il Fracanzani dipinto Masaniello al naturale„[269].

Disgraziatamente però l'autorità del de Dominici, che empiva di favole le carte delle sue vite degli artisti napoletani, è ormai sfatata, e quello ch'egli dice della Compagnia della Morte, del concorso fatto fare da Masaniello ai pittori per il suo ritratto è tutto parto della sua fervida e feconda immaginazione[270]. Ed è anche assai inverosimile, sì perchè il Capitan Generale del popolo nei pochi giorni del suo impero, ebbe altro a che pensare, e non aveva certamente il tempo di posare avanti ai sette o otto pittori che, secondo il de Dominici, doveano ritrarlo, e sì perchè nella natura di lui, schiettamente popolare e napoletana, si comprende agevolmente la soddisfazione di una passeggiata e di una tavoliata a Posilipo (14 luglio), ma non la vanità di un ritratto eseguito dai migliori pennelli, che allora in Napoli esistevano. Nè finalmente, per quanto io so, nelle gallerie di Napoli e di altre parti, in Italia e fuori, si mostrano ora tele di Salvator Rosa o dei suoi compagni raffiguranti Masaniello[271], che pure, se fosse vero quel che narra de Dominici, ne avrebbero dovuto esser ricche.

Solo due quadri conosco, che riguardano l'argomento, di cui ragiono, e che per altro non sono propriamente ritratti di Masaniello, sibbene rappresentazioni della sommossa, cui egli iniziò, e nella quale naturalmente è, come principale personaggio, raffigurato. Ed il primo, ben noto, è la tela di Micco Spadaro (m. 1,23 x 1,79) rappresentante il mercato di Napoli durante il primo periodo della rivoluzione (7-16 luglio 1647) che “non solamente è maraviglioso, come il de Dominici ben nota, ma è opera di stupore„. In esso il bravo artista volle riunire i varii episodii di quel memorabile avvenimento, e vi raffigurò Masaniello due volte; la prima nel secondo piano in fondo al quadro, sul tavolato innanzi la casa da lui abitata, vestito degli abiti ordinarii di pescatore, che con un crocefisso in mano, arringa il popolo circostante; e la seconda nel piano più innanzi, a cavallo, vestito di lama d'argento, e con un cappello di velluto cremisino in testa ornato da svolacchiante pennacchio[272]. Noi per lo scopo di questa scrittura riproduciamo qui il gruppo di Masaniello a cavallo[273].

L'altro, poco conosciuto, o almeno poco ricordato tra noi, si conserva nella Galleria del Principe Spada in Roma, (1ª Sala, n. 18), ed è opera di Michelangelo Cerquozzi, discepolo del Cav. d'Arpino e di Pietro Laar fiammingo, e famoso pittore di bambocciate e di battaglie, donde prese il nomignolo, con cui fu più generalmente conosciuto[274].

Il quadro è lungo circa m. 1 e mezzo; alto poco meno di un metro. Rappresenta parimenti la piazza del mercato di Napoli, ma nel primo momento della sollevazione. Sul davanti, in primo piano, verso il mezzo del quadro, si vede Masaniello a cavallo in camicia e mutande, con berretto rosso in testa, che grida e minaccia col braccio destro disteso, mentre con la sinistra regge il freno. Il cavallo bianco sembra una rozza staccata da uno dei carri poco lontani. Dietro Masaniello, sulla destra di chi guarda, si veggono molti ragazzi messi in varie file, armati di lunghe canne[275] i quali anch'essi stanno con le bocche aperte in atto di gridare. Intorno a Masaniello sono molti lazzari o marinai con berretti rossi e molti contadini che tirano frutta in viso agli affittatori della gabella. Costoro portano l'abito nero, con cappelli neri a larghe falde e colletti bianchi, e scappano da tutte le parti. Un frate Domenicano, con le mani tese, sembra inframettersi per impedire quelle violenze. Il terreno è sparso di mucchi di frutta, cesti, sacchi, ed altri oggetti.

Nel secondo piano poi è rappresentata la piazza con la chiesa e il campanile del Carmine in fondo, piena di gente che attende a vendere ed a comprare in calma, ed in modo che non pare essersi ancora accorta del tafferuglio che accade nel punto ove trovasi Masaniello.

In tutto il quadro, riprodotto anche qui per intero, bellissimo per vivacità di composizione, per correttezza di disegno e per forza di colorito, è specialmente da notarsi, per quel che mi riguarda, la verità storica di alcuni dettagli; come p. e. la fisonomia tipica napolitana dei guaglioni seguaci di Masaniello, che sembrano vivi e parlanti, il toccalo in testa di alcune donne secondo il costume del Mercato e del Lavinajo in quei tempi[276], e principalmente l'aquila imperiale dipinta sotto le finestre della casa di Masaniello, alla quale non badò Micco Spadaro[277].

Non debbo però tacere della tela che mostrasi nella nostra quadreria nazionale, rappresentante a mezza figura un paffuto popolano che si crede volgarmente il ritratto di Masaniello[278]. Egli ha un cappello piumato in testa ed una pipa in bocca che fuma; ma la tela, comunque forse appartenente alla fine del secolo XVII, pure non rappresenta che un popolano qualunque, e non dei paesi nostri. Basta por mente al cappello, insolito alla plebe napoletana, ed alla qualità della pipa, non usata tra noi, per convincersi di questa verità.

Non parlo poi di varie tele, che per rappresentare un giovine marinaio o pescatore, si son credute e si credono ritratti di Masaniello. Esse non hanno alcuna autenticità. Tale a me parve un quadro che si possedeva dal fu mio amico avv. sig. Francesco Cangiano, grande amatore o collettore di libri ed oggetti antichi, e che ora non so, dopo la morte di lui, in mano di chi sia capitato.

Notizie invece più sicure sul proposito, tramandate a noi da alcuni scrittori contemporanei, ci possono condurre a più sicure congetture. Narra il Campanile che, ucciso Masaniello ai 16 luglio, la sua testa, dopo essere stata portata sopra una picca in trionfo per la città, fu riposta nella conservazione dei grani, che stava alla salita degli Studii, dove abitava Michelangelo Ardizzone, capo degli uccisori, e che lavata con vino e con mirra, ivi egli vide che se ne faceva più di un ritratto da un pittore. Così pure il de Santis racconta che il popolo dolente e pentito della morte del suo Capitan-generale, prese il suo cadavere dai fossi di Porta Nolana, ove era stato gettato, e lavatolo nel Sebeto lo condusse alle fosse del grano, ove l'unì alla testa, e così ravvolto in un lenzuolo lo portò nella chiesa del Carmine. Ivi, mentre si preparavano le solenni esequie, acconciatolo all'uopo, molti pittori fecero il suo ritratto, e ne furono formati ancora alcuni in cera molto al naturale e ognuno ne cercava, ognuno ne voleva senza guardare a prezzo[279].

Da tutto ciò, dunque, si può con maggiore fondamento e senza le fantasticherie del de Dominici determinare come e quando principalmente furono dipinti i ritratti di Masaniello, di cui si può avere notizie, e che hanno esistito o che esistono tuttora.

Di questi ritratti, per quanto io so e per quanto dalle ricerche da me fatte per circa un mezzo secolo mi è riuscito ricavare, un solo conosco, che forse presenta i caratteri di autenticità che si possono desiderare, ed è il quadro che si conserva dal Principe Rospigliosi in un suo castello di Toscana.

Il Duca Proto di Maddaloni, da pochi anni mancato ai vivi, uomo di molto e vivace ingegno, di svariata cultura, ma scrittore di non sicura erudizione, soleva dire spesso che in casa di quella nobilissima famiglia conservavasi il vero ritratto di Masaniello. Egli con maggiori particolari, ma con parecchie inesattezze, in un giornale del 1887 scriveva lo stesso[280].

Ora ciò ricordandomi e desiderando di avere maggiori chiarimenti sul proposito, affinchè ne avessi potuto parlare con sicurezza in questa mia scrittura, io, in nome della Società Napoletana di Storia Patria, alla quale ho l'onore di presedere, agli 8 ottobre dello scorso anno, scrissi all'egregio Principe a Roma, perchè ci avesse favorito qualche notizia intorno ad un tal quadro, dimandandogli se, nel caso fosse esistito veramente, permetteva che se ne cavasse una fotografia per pubblicarla a corredo della mia illustrazione. Il nobil Uomo, con squisita cortesia, mi fece rispondere dal figlio ai 12 dello stesso mese, nei seguenti termini: “Molti anni fa il compianto nostro amico Duca di Maddaloni, ci asseriva, noi dover possedere un ritratto autentico di Masaniello, riportato da Napoli e regalato al Pontefice Clemente IX, prima Cardinale Giulio Rospigliosi, dal Nunzio Altieri[281]. Quest'ultimo succedette nel pontificato a Clemente IX, prendendo il nome di Clemente X. Dove il nostro lamentato amico avesse attinto la notizia del quadro, non ho potuto mai sapere; fatto si è, che rovistando a casa tra vecchi quadri esistenti in una camera della nostra villa di Lamporecchio io stesso, rinvenni due ritratti con un'iscrizione in basso di tutte lettere confuse, al disopra delle quali, a guisa di chiave, era un numero. Ordinando le lettere a seconda di questo, componevano, l'una il nome di Masaniello e l'altra quello di Cecco d'Ascoli. Presi cura di far restaurare e rintelare il ritratto che lo interessa, ed ora non è che a dirle, che di buon grado mio Padre lo mette a sua disposizione per farlo riprendere in fotografia, trasportandolo all'uopo ancora in Firenze, se ciò in qualche maniera agevolasse la cosa„.

Profittando così di tanta gentilezza, noi facemmo rilevare in fotografia dall'Alinari il quadro, che qui riproduciamo in fototipia.

Il Capo-popolo è, come si vede, raffigurato in piedi fin oltre il ginocchio; ha il capo scoverto, i capelli attondati sulla fronte con la zazzerina al didietro, ha gli occhi grandi e vivaci, piccoli mustacchi e non ha pelo sul mento. Sta in un atteggiamento di comando con la mano sinistra sul fianco e con la destra distesa che stringe una spada rivolta in giù. Porta al collo l'abitino del Carmine che si scorge sul petto abbrunato ed il noto vestito da marinaro, camicia e mutande di tela. Tra lo sparato della camicia si vede una carta piegata a modo di supplica, ove si legge: “All'Ill.mo Sig. Tommaso Aniello d'Amalfi Capitan generale del fedelissimo popolo napoletano„. A piedi del quadro è un cartello con varie lettere maiuscole che non fanno senso, ma che si ordinano con i numeri sovrapposti, probabilmente in tempi posteriori, e dicono Masaniello; ma il mistero, come ognun vede, è affatto inutile, perchè più sopra, nella supplica, il nome del personaggio dipinto si legge assai chiaramente.

Il ritratto, a quanto pare, e secondo che mi assicurano il Palizzi ed il Morelli, solenni maestri nell'arte, non è preso dal vero o almeno da un personaggio vivo. Il pittore, mediocre artista, lavorò forse più di memoria che sull'originale, e cercò evidentemente abbellire il soggetto che doveva ritrarre.

Dei ritratti in cera, oltre quelli ricordati dal de Santis, sappiamo che se ne fecero anche altri, quand'era ancor vivo. Vincenzo dei Medici, residente toscano in Napoli, ai 20 agosto del 1647 scriveva al Gran Duca nei seguenti termini: “Mi è capitato alle mani due ritratti di cera di Maso Aniello, che erano fatti per il Vicerè, per mandarli in Spagna; e per la memoria di quest'uomo, che perturba assai la memoria di S. E., è svanito il trattato. Mi è riuscito, con gran difficoltà di averli; e li mando a S. E. assicurandolo, che nessuno arriverà mai ad avere un tal naturale, per essere fatto quando era vivo, e nemmeno l'artefice ne ha copia. E questo è quello plebeo, il più vile di 600000 persone, che più volte ha toccato la barba del signor Vicerè, con dirli “che non temesse stravaganze del mondo„[282].

Anche il residente di Modena in Napoli Francesco Ottonelli con dispaccio dei 23 luglio 1647 mandava al Duca in disegno il ritratto di Masaniello ed una relatione degli accidenti nati doppo la morte di lui, ma disgraziatamente ora l'uno e l'altra mancano in quell'Archivio di Stato[283].

Uno dei ritratti in cera ricordati dal de Santis sembra quello che ora si conserva qui in Napoli nel ricco ed importante Museo del Duca di Martina. Guardandolo attentamente si arguisce ben tosto che dovette essere fatto dopo la morte di Masaniello. È una teca rotonda, con capsula di rame dorata con cristallo avanti. Nel fondo, attaccato su tavoletta circolare, si vede la testa di Masaniello fatta in cera, dipinta a colori naturali e verniciata. La tinta della carnagione è molto bruna. Ha i capelli arruffati, gli occhi spalancati e la lingua molto sporgente dalla bocca. Pare la testa di un impiccato.

Il fondo della teca è dipinto di color grigio, e in giro ha l'iscrizione a caratteri rosso-cupi che dice: “Ritratto di Masaniello fatto dal vero poco dopo morto G. B. Bianco fecit„. Di costui non ho trovato notizia finora.

Parecchie poi sono le figure incise nella seconda metà del secolo XVII in rame o ad acquaforte, che rappresentano il famoso pescivendolo e che sono state fino ai tempi nostri divulgate. E prima tra esse è quella che trovasi in fronte del libro dell'Amatore, Napoli sollevata, stampato in Bologna nel 1650. Masaniello ivi è raffigurato alla testa dei figlioli armati di cannucce, è vestito di una camiciuola e di mutande all'uso marinaresco, porta il berretto solito in testa ed una bandiera sulle spalle, e si volge a coloro che lo seguono, e col dito sulle labbra intima il silenzio. Se non che la figura è più tosto la rappresentazione di un fatto che della persona. Sopra la medesima è scritto in spagnolo “El major monstruo del mundo y prodixio dela Italie Tomas Annielo d'Amalfi„.

Altre invece, dello stesso tempo o di poco posteriori, sono o almeno hanno la pretensione di essere propriamente ritratti. Tal è quello che si vede in fronte alla traduzione inglese dell'opera del Giraffi, stampata in Londra nel 1650. Il Capo-popolo è ritto in piedi, ha mustacchi neri, folti e volti all'insù, la zazzerina, e l'apparenza di un uomo tra i 30 o 40 anni. Sta nello stesso atteggiamento del ritratto di casa Rospigliosi, cioè, tiene la sinistra appoggiata al fianco e la destra distesa in atto di mostrare qualche cosa. Porta il costume marinaresco, solchè contro ogni verità la camiciuola è di color turchino. Sotto si legge: Effigie et vero ritratto di Masaniello comandante in Napoli[284]. Tal è l'altro, che si trova nell'edizioni dello stesso libro tradotto in fiammingo, fatte nel 1652 e nel 1664 in Olanda[285]. In ambedue Masaniello è ritratto di fantasia a mezza figura, piuttosto giovane, con grandi occhi, e con grossi mustacchi neri, come nel precedente, con berretto in testa.

Della stessa natura e del pari immaginarii sono quelli, che Giovanni Palazzo nel libro intitolato: Aquila austriaca[286], e Adolfo Brachelio nell'Historia sui temporis[287] riprodussero. Queste due opere furono edite intorno alla metà del secolo XVII.

Alquanto diversa, ed anche più arbitraria delle precedenti, è la figura che si vede di fronte a un'altra edizione della traduzione inglese del libro del Giraffi, fatta pure in Londra nel 1664, con l'aggiunta di una 2ª parte, che contiene la continuazione del medesimo stampata, non saprei dirne la ragione, nel 1663. Nella 1.ª parte Masaniello, il pescatore di Napoli, così sotto si legge, è rappresentato a personaggio intero. Ha, contro il solito, la destra col bastone del comando appoggiata al fianco, e la sinistra coll'indice disteso. Il mustacchio, non così folto come negli altri, è svolazzante. Ha l'apparenza di un giovane ed il solito costume marinaresco. Nel basso della figura, a dritta, è la veduta di un palazzo, ed a sinistra la scena di un gran tumulto, con cadaveri stesi per terra, a piedi di una colonna che ha sopra una statua, forse della libertà. Nella 2ª parte poi sono i ritratti a mezza figura, sopra di Genovino e Masaniello, e sotto di Gennaro Annese. E qui il ritratto di Masaniello è secondo il tipo di quello dell'edizione olandese[288].

Ma di tutti questi ritratti sinora ricordati certamente più autentico e vero deve ritenersi quello che da me si possiede e che qui si riproduce. Esso fu fatto vivente Masaniello, come può, se non m'inganno, argomentarsi dalla dedica che si legge al disotto, e probabilmente fu il prototipo di tutti gli altri che di questo genere in Italia e fuori si divulgarono.

Il Capo-popolo è rappresentato ritto in piedi, vestito della camiciuola da marinaio chiusa nel petto, che fa intravedere la camicia sotto, e di mutande di grossa tela. Ha in testa il berretto da marinaio. È scarno di faccia, senza barba e con un piccolo mustacchio sul labro; dietro la testa si scorge la zazzerina ricordata dagli storici. Ha la sinistra sul fianco, e la destra alquanto distesa in atto d'indicare qualche cosa, le gambe ed i piedi nudi. Al di dietro nel basso della figura si vede la prospettiva di Napoli col castel Sant'Elmo che ha la bandiera inalberata. Sotto si legge: Tomaso Aniello da Malfi als. (alias) Mas'Aniello Pesci Vendolo d'età d'Anni 23, acclamato Capo del Popolo di Napoli. Adì 7 di lulio dell'anno 1647. Pietro Bacchi dona e dedica e sculpsit superiorum permissu.

Il ritratto, dunque, fu fatto da un tal Pietro Bacchi e dedicato a un innominato, che potrebbe forse da taluno credersi anche lo stesso Masaniello. Dal complesso della dicitura della leggenda a me pare che questi dovesse imperare tuttora.

In ogni modo del Bacchi, artista poco noto e che non è ricordato nei principali dizionari degl'incisori, che ho potuto consultare, parla il Zani nella sua Enciclopedia metodica delle belle arti ove sotto la lettera B, si legge: Bacchi Pietro o pure Bacchius Petrus si segna nelle sue opere: Petrus Bacchius inv. fecit et sculpsit. Scultore, Pittore ed incisore Fiammingo. Morto nel 1650[289].

La figura proviene dalla biblioteca del Cav. Michele Arditi, già Soprintendente del Museo Borbonico e degli scavi del Regno, che dopo la costui morte fu venduta nel 1839 all'asta pubblica. Il Ms. però nel quale quella trovavasi, insieme ai bandi ed editti del 1647 e 1648 non si mise in vendita. Invece l'erede, dopo qualche tempo, lo vendette al libraio Detkhen e questi al Minieri Riccio, dal quale intorno al 1860 io l'acquistai.

Da questa stampa, a quanto sembrami, precede il ritratto qui riprodotto, che si conserva nella collezione iconografica della biblioteca del Gerolomini di Napoli.

Esso fu fatto in Francia, sopra un originale, come nello stesso rame si dice, mandato da Napoli. Masaniello è raffigurato con i soliti abiti e col berretto in testa. Ha il piccolo mustacchio, la sinistra sul fianco e la destra alquanto distesa in atto di comando. Ai piedi, indietro, è la veduta di Napoli con l'epigrafe in carattere majuscolo “La Ville de Naples„. Sull'alto del rame, scritto in caratteri minuscoli corsivi, si legge: envoye de Naples le Pourtrait au naturel de Thomaso-Mas-aniello pescheur de la ville de Naples et chef des soulevez, e sotto: rue S. Jacques chez van merlen devant le coeur bon.

Di altre stampe sullo stesso argomento si è avuto notizia recentemente. Nel 1884 il cav. Felice Nicolini, direttore del Museo di S. Martino, rinvenne una testa di legno conservata nei magazzini del Museo, volgarmente creduta di Masaniello, di cui dirò in appresso. E in quell'occasione, intrapresi degli studii sul proposito, e avendo inteso che nella Biblioteca Universitaria di Bologna si conserva un Ms. della rivoluzione in Napoli del 1647 illustrato da molte figure del tempo[290], ne fece fare, previa l'autorizzazione del Ministro della Pubblica Istruzione, una copia per la biblioteca di S. Martino, facendo pure ritrarre in fotografia le figure che vi erano inserite. Da questo Ms. vennero in luce altri ritratti non solo di Masaniello ma anche di alcuni della sua famiglia e di parecchi personaggi, che in quella rivoluzione ebbero parte.

Così questo libro, che era affatto sconosciuto ai nostri scrittori, venne ad arricchire la collezione dei libri e di altri monumenti patrii in quel museo conservati, ed io ebbi l'opportunità di consultarlo e di vedere le fotografie in esso contenute. Senonchè queste non mi davano piena ragione del carattere delle figure originali, non avendo avuto il copista la cura di descriverle esattamente; come sarebbe stato regolare ed opportuno per la piena intelligenza delle medesime. È stato quindi necessario osservare il codice di Bologna che, grazie al provvido regolamento attuale delle biblioteche che agevola così largamente i nostri studii, è stato trasmesso alla Nazionale di Napoli ed io ho avuto la grande soddisfazione di studiarlo.

Non è qui il luogo di descrivere minutamente questo curioso Ms. Debbo però dare a ogni modo una notizia sommaria del medesimo affinchè i lettori possano giudicare del valore dei ritratti che da esso ricaviamo.

Un tal Fra Sebastiano Molini da Bologna, monaco converso (egli, non so perchè, dice commesso) dell'ordine dei Canonici regolari Lateranesi, che prese l'abito nel monastero di S. Salvatore di quella città, fu l'autore dell'opera. Nel 1646 dai suoi superiori mandato in Napoli, stette prima nel monastero di S. Maria a Cappella e poi in quello di S. Agnello a Capo Napoli, ambidue appartenenti al detto ordine. In quest'ultimo trovavasi allorchè scoppiò la rivoluzione del 1647. Uomo poco culto, ma naturalmente curioso all'eccesso, dovendo giornalmente andare, come spenditore del monastero, a fare le necessarie provviste per il vitto dei frati, cercava con quelle occasioni di osservare le cose che per la città succedevano, o d'informarsene dai suoi conoscenti ed in ispecie dai bottegai dai quali fornivasi. Così, secondochè dal suo scritto rilevasi, egli assiste personalmente, quasi ad ogni più notevole accidente di quella sollevazione e ne fa tesoro; di talchè chi legge non può non maravigliarsi di questa sua ubiquità, e non riesce sempre a liberarsi dal sospetto che talvolta il frate non sia un vanitoso millantatore.

Volendo poi il Molini conservare memoria delle cose da lui vedute o udite, cercò di compilare il suo diario, o piuttosto la minuta e la prima compilazione di esso, che, se ben comprendo il senso oscuro delle sue confuse e sgrammaticate parole, prima perduta ed indi recuperata, dopo 33 anni fu distesa a messa in bel carattere da un tal d. Francesco... nel modo come al presente si vede nel Ms. bolognese. “Con gran timore, dic'egli, abbozzai la presente Sollevatione di giorno in giorno, come accadeva e mai alcuno l'ha fatto di veduta come la fo io, anzi la fo per prattica? e per destino, poichè, essendo io fuori, sono capitati in più mani i miei scartafazii quali ultimamente ritornato se non gli avessi rubbati, perivano infallibilmente, come successe il caso...[291]„.

Altrove, in una postilla autografa attaccata all'ultimo foglio bianco del codice, egli soggiunge: che aveva aspettato molto tempo, sperando che di tante migliaia di virtuosi che si trovavano presenti in Napoli 1647-48 almeno uno di loro avesse dato pieno ragguaglio di tutta la sollevazione. Ma non aveva potuto vedere altro che le 10 giornate descritte dal sig. Alessandro Giraffi, le quali egli dice di non lodare nè di disprezzare: ma che pure avrebbe fatto meglio assai (il Giraffi) se fosse stato presente come lui agli avvenimenti. Che se egli, il Molini, avesse avuto la fortuna di avere un pari suo in compagnia, non arrivando egli a tale talento, credeva che avrebbero fatto un'opera che dopo l'edificazione del mondo non si sarebbe veduta l'eguale. E però ciò considerando si era servito di D. Francesco.... che aveva scritto, lui dettando dai suoi scartafacci.[292]

Ad ogni modo quello che, in confronto degli altri diaristi di quel tempo, rende il suo Diario più prezioso ed interessante è la subiettività di esso; perchè il Molini dal quale poco o nulla di nuovo si ricava intorno agli avvenimenti della rivoluzione del 1647, ci fa conoscere principalmente l'impressione che questi allora facevano nel popolo, e la sua narrazione ci fa vivere quasi in mezzo a quelli.

Oltre a ciò il Molini per accrescere più interesse al suo scritto lo arricchì di parecchie figure allusive che rappresentano i personaggi e gli avvenimenti di cui fa parola. E dapprima, vedute quelle fotografie, io credetti che esse fossero della stessa natura di quelle stampe dozzinali in legno, con cui allora e nel secolo successivo si ornavano i frontespizii delle storie in ottava rima dei banditi, lungamente favorita lettura della nostra plebe, contenute in piccoli libriccini ora divenuti rarissimi. La natura dei disegni e delle persone raffigurate non mi facevano rassomigliarle a quelle illustrazioni, di cui è adorno anche qualche altro Diario di quei tempi, come del Fuidoro[293],... del Conforto[294] e di altri, i quali si servivano di figure non fatte propriamente pel popolo e spesso tratte da libri di diverso argomento nei quali quelle erano inserite. D'altra parte le stesse immagini di Masaniello erano allora sì poco comuni tra noi che spesso gli amatori di cose patrie dovevano nelle loro memorie ritrarle a penna da qualche rarissimo esemplare che loro capitava nelle mani.[295]

Senonchè avendo potuto in seguito osservare il Ms. originale ho dovuto necessariamente convincermi di due cose, cioè: che non tutte le figure erano state dal Molini raccolte e conservate nei suoi scartafacci a tempo della rivoluzione, ma che alcune ne avea aggiunte al suo libro intorno al 1680, allorchè fece trascrivere quei suoi appunti; e che parecchie di esse furono allora da lui appropriate agli avvenimenti ed ai personaggi di cui parlava; e quindi non rappresentassero realmente ciò che l'epigrafe appostovi dal copista pretendeva indicare. Ove si rifletta attentamente su queste date figure le ragioni di quanto asserisco appariranno chiarissime.

Difatti esaminando le tavole di dubbia autenticità, alle quali accenno, la prima che s'incontra a c. 4 v. del Ms. è un paesaggio qualunque, con caseggiati e fiume, sulle sponde del quale, a dritta di chi guarda, vedesi una persona che pesca; ma rappresenta tutt'altro che Napoli e la spiaggia della Marinella o di Mergellina. Ora fra Sebastiano doveva per la prima volta discorrere di Masaniello, ed ecco che prende la detta tavola, la incolla sul libro e fa scrivere al suo d. Francesco... T. A. Pers. F. S. A. Pescha, parole che non so pienamente spiegare, poi nel testo dice: “quì rincontro vedrai Masaniello pescare„.

Più avanti a c. 9 v. si vede un uomo a mezza figura, dall'aspetto florido e rubicondo, vestito alla spagnola, con la goliglia ed una rosa tra le mani. Ai due lati della testa si legge: Il Perrone Capo bandito. Il Molini narrando come Masaniello fece suo tenente generale Domenico Perrone, bandito, soggiunge, “quale è questo che tu vedi„. Ora io non posso mai credere che quello sia il ritratto dell'abate, o capitan Micaro Perrone, un noto malvivente, perchè l'abito, che indossa non è quello di un bandito[296], o di una tabanella[297] come allora chiamavansi coloro, che portavano l'abito ecclesiastico per svergognarlo e godere immunità per i loro delitti; e perchè il Perrone era, come dice il Pollio, un cane di vista et tale di opere[298].

Nè mi pare che abbiano aspetto di verità, o almeno di giusta appropriazione le figure delle due galere (39 x 28 cm.): una caratterizzata come spagnuola (c. 136 v. 137) e l'altra come francese (c. 137 v. 138). Nè finalmente le ultime tre incisioni (39 x 28 cm.) hanno alcun che di comune con Napoli e con la rivoluzione del 1647. La prima infatti (a cc. 139 v. 140), lavoro di un tal Filippo Suchiello da Siena, rappresenta un arsenale, forse quello di Venezia, con alcune navi in partenza e molta gente che sta ad osservarle. La seconda (cc. 140 v. 141), firmata da Orazio Scarabelli fiorentino, rappresenta un torneo assai probabilmente celebrato in Firenze. La terza (a c. 142 v. 143), incisa da Stefano della Bella pure fiorentino, è dedicata al signor Bacco del Bianco ingegnere di S. M. Cattolica in Madrid, rappresenta una nave veneziana carica di merci.

Quello però che dimostra evidentemente l'opera del Molini in adattare una figura qualunque che gli capita tra le mani alle cose che deve narrare, purchè gli dia elementi da poter comporre un'illustrazione apposita, è l'incisione (a c. 24 v.) appropriata da lui a raffigurare il cadavere di Masaniello sui gradini dell'altare maggiore della chiesa del Carmine, ove fu posto mentre si preparavano le sue esequie. La figura (41 x 28 cm.) è abbastanza maltrattata e lacera in guisa che manca la parte inferiore del lato dritto di chi guarda. Essa, nella parte destra, rappresenta un edificio monumentale con colonnato avanti e con la nicchia di una statua. Dinanzi l'edificio si veggono alberi e piante. In linea degli ultimi scalini dell'edificio, dove l'incisione è lacera, si scorgono parecchie figure in parte distrutte. Dal lato sinistro poi si veggono in fondo due galere e alcune case. Più innanzi è una figura a cavallo seguita da altri anche a cavallo. Ed ancora più innanzi sopra un masso, un cadavere senza testa tra due gruppi di figure. Sotto è scritto: Corpo di Masaniello. Il primo gruppo rappresenta uomini con le braccia distese, nudi sino alla cintura e avvolti nel resto del corpo in un manto e fra essi due bimbi nudi. L'altro gruppo a sinistra è formato da un uomo, che sostiene per i capelli un capo reciso, sotto al quale è scritto: Testa, ed è circondato da uomini con la barba avvolti in mantelli, ed alcuni altri indietro che hanno in capo una specie di elmo. Oltre a ciò, a basso dall'uno e dall'altro lato, sono due persone prese o ritagliate chi sa da qual altra figura ed attaccate su questa. Sotto l'incisione, dal lato sinistro, si legge: Ant. Sal. exc.

Ma tralasciando altre osservazioni[299] e restringendo il mio dire a quello che più si attiene all'argomento che ho per le mani, occorre notare quì le figure rappresentanti Masaniello e quattro persone di sua famiglia, che il Molino inserì nel suo Ms. Esse sono sette, tutte di una stessa dimensione (21 x 29 cm.), e colorite a mano. Ridotte dalla fotografia ad un terzo degli originali noi pensando di far cosa grata ai nostri lettori le riproduciamo in fototipia, e con qualche raffronto storico le illustriamo.

Or nella prima vedesi il ritratto di Masaniello (fig. 15) in piedi, fatto ad acquerello. È un uomo apparentemente di più che 27 anni di età, con la mano sinistra appoggiata al fianco, e la destra distesa in atto che con l'indice pare mostri qualche cosa. Accanto alla testa è scritto in caratteri majuscoli della stessa mano, di chi copiava il libro da un lato: Mass' e dall'altro: Anjello e sotto: cioè: Tomasso Agnello[300]. Il Capopopolo ha i mustacchi neri, piuttosto e volti all'insù e la zazzarina; e veste l'abito marinaresco col berrettino rosso sul capo, e con l'aggiunta di una grossa tovaglia che porta sulle spalle e gli scende innanzi sino alla cintura, come lo descrive il contemporaneo Carusi che sopra ho riferito.

Nella seconda figura si osserva Masaniello di Notte (fig. 16) secondochè essa è indicata dall'epigrafe apposta ai due lati della testa, come nella precedente. Sta a cavallo, con la sinistra tiene il freno e con la dritta un corto bastone di comando. Veste di bianco con cintura. Ha gli stivali con sproni, e in testa un cappello alla spagnuola con penne. La faccia indica un uomo anche di più età del precedente[301].

Masaniello fuori di se (fig. 17) è rappresentato nella terza figura. Sta pure a cavallo. Nella dritta impugna un lungo spadone. Veste un abito signorile di drappo, a quanto pare, con maniche larghe e cappello alla spagnola in testa anche con piume. Sembra all'aria, all'aspetto, un uomo tutt'altro che volgare. Nè si può scorgere linea alcuna tra questi e i due altri pretesi ritratti. Ha la faccia di vecchio, piena di rughe, lunghi i capelli che gli scendono dalle tempie, e sul labbro non vi apparisce segno di baffi[302].

Segue Matteo d'Amalfi fratello di Masaniello[303]. L'epigrafe vedesi al solito posto. Sta a cavallo e veste da borghese con casacca color d'oro giallo[304]. Ha il cappello in testa con la piuma; e dalla cintura sporge il manico di un pugnale. La figura, messa quì dopo il testo (fig. 18) ha l'apparenza di un uomo di età, con grossi baffi volti in su.

Vedesi indi la Moglie di Masaniello (fig. 19) e l'epigrafe si legge al solito posto. È a mezza figura. Ha l'aspetto piacente, occhi grandi e naso aquilino[305]. Sostiene con le mani un cesto pieno di fiori, che pare attaccato sulla figura. Indossa una veste signorile con corpetto giallo e maniche turchine. Ha un cappello pure di color giallo a falde larghe in testa con piume e fiori che le ornano le tempie, sulle quali si ravvolgono folti capelli. Alla gola porta una collana con croce pendente, la famosa collana donatale dalla Viceregina.

La Sorella di Masaniello (fig. 20), che segue è pure ritratta a mezza figura. È giovane non brutta, anch'essa con grandi occhi, ed ha la mano dritta quasi accostata alla spalla sinistra. Veste un abito signorile scollato, che sembra fatto a fiorami, ed è orlato di merletto rosso; non ha cappello, ma una ricca capigliatura ornata di fiori alle tempie. Porta pure una collana che sembra fatta di pietre.

Da ultimo vedesi (fig. 21) il Cugnato di Masaniello[306], secondo dice la solita epigrafe. Anch'esso è a mezza figura, e sembra uomo dai 30 ai 40 anni. Ha ricca capellatura, grossi baffi rivolti in su e pennello sul mento. Veste civilmente con casacca rossa, maniche grigie con i rivolti bianchi e collare rovesciato pure bianco. Ha in testa un berretto grigio a larghe falde ornato di penne rosse, e colla sinistra sostiene una carta scritta a mano che dice: Memoriale al signor Capitano Generale del Fidelissimo popolo di Napoli. Li Signori di Salerno. Il carattere della scritta è diverso da quello del cod. Ms. e sull'alto, a sinistra della testa, si legge: Qui rincontro rappresenta quando fu portato fuori del Carmine la testa di Massaniello..

Questo è il soggetto delle figure del Ms. Bolognese che riguardano il mio argomento, e questo è il modo, con cui sono state condotte. Ma quale è l'autenticità, quale la veracità delle medesime? A me pare che bene e spassionatamente considerate esse non possono ad una sola ed istessa stregua giudicarsi. Alcune, cioè Masaniello di notte e Masaniello fuor di se debbono, a mio giudizio, ritenersi come fantastiche ed arbitrarie illustrazioni che, al pari di quelle di cui sopra ho parlato, il Molini appropriò al suo racconto ed inserì nel libro che compilava. Difatti, a prescindere dalla pochissima o niuna rassomiglianza che hanno tra loro, e con gli altri ritratti di Masaniello, ed anche con lo stesso acquarello del Ms. Bolognese, v'è un altro argomento a smentirli. Certamente è assai inverosimile che simile che siasi voluto ritrarre o ricordare il Capopopolo in una azione ordinaria di nessuna importanza quale è quella di andare a cavallo di notte per la città, mentre si avrebbe potuto raffigurarlo in atto che andava a Palazzo o che alla testa del lazzari combatteva e prendeva prigionieri i 500 alemanni che venivano contro il popolo in S. Giovanni a Teduccio. Nè d'altronde il fatto che intendevasi rappresentare dall'atteggiamento e dall'insieme del personaggio si sarebbe compreso se il Molini non l'avesse fatto scrivere sulla figura stessa. Così pure niente dimostra la pazzia di Masaniello nell'altra figura se non l'epigrafe appostovi. D'altra parte per lo meno mi sembra dubbia la figura di Matteo o Giovanni di Amalfi, che è dello stesso tipo di quelle che rappresentano l'Eletto Arpaja e di qualche altra tavola simile prodotta dal Molini. Non così per le altre. Imperochè l'acquarello di Masaniello se per i baffi neri, folti e volti in su, onde è fornito, può ritenersi come il tipo di tutte le figure immaginarie di lui fatte in Olanda ed in Inghilterra, pure la nota caratteristica della tovaglia con cui è dipinto si dimostra opera di uno che aveva visto l'originale, e lo dipingeva pur non avendolo innanzi.

Nè diversamente è da dirsi intorno alla moglie, la sorella e al cognato di Masaniello, perchè quantunque non si abbia alcun confronto che possa servire come pietra di paragone per stabilirne l'autenticità, pure la napolitanità delle fisonomie delle due donne e il Memoriale che tiene in mano il cognato me li fanno ritenere per autentici e genuini.

Per quanto poi riguarda la parte artistica tutte queste figure sono, come chiaramente si vede, lavori dozzinali incisi in legno da artisti di poco valore, forse non napolitani, ma che lavoravano pel popolo desideroso di conoscere o di tener ricordo del suo Capitan Generale. Esse per la poca abilità degli esecutori, non danno che un'approssimativa idea del personaggio che intendevano rappresentare. Sembra inoltre che miseramente finita la rivoluzione, sparissero dal commercio, o perchè distrutte per timore degli Spagnuoli, o perchè poco curate dalle persone intelligenti e da coloro, che per altro non avevano mancato di raccogliere notizie e di narrare i fatti di cui erano stati testimoni. E poichè niuna di esse, si trova inserita nei tanti Mss. e nelle non poche raccolte di fogli volanti e di stampe riguardanti quell'avvenimenti ed appartenenti a quell'epoca, dobbiamo essere grati al buon frate rocchettino, che forastiere e curioso non disdegnò di raccogliere e conservare questi singolari ricordi che altrimenti sarebbero andati al certo perduti.

Altri ritratti di Masaniello eseguiti intorno a quel tempo io non conosco. Non debbo però tacere di una testa di legno volgarmente attribuita a lui, e che per la misteriosa epigrafe, con cui era indicata, probabilmente appartenente all'epoca del viceregnato spagnuolo. Ne ricavo la notizia da un opuscolo recentemente pubblicato dal chiaro Barone Guiscardi[307], nel quale, notando un lavoro in legno di mano maestra che raffigurava un teschio e che si conservava in una cassettina nel Museo di S. Caterina a Formiello di questa città, nel 1799 andato male, egli pensa che “dovesse essere il simulacro della testa di Masaniello„. E per verità fondatamente rileva una tale congettura dall'indovinello stampato, che era posto sulla detta cassettina e che è riportato nella p. 13 dell'“Istruzione al forestiere ecc. intorno al Museo dei Domenicani del Convento di S. Caterina a Formiello„ stampata nel 1791; ove leggevasi così:

Ebbi in Napoli, ignobil cuna e vile

Fui pien d'ardir, pieno di vizi, in loco

Di tumulti mi trassi. A me simile

Volgo insano commossi; e a poco a poco

Sdegnai me stesso ed il mio stato umile,

Empio eccitando e temerario foco

Ma volendo smagliar le mie ritorte,

Anzichè libertà trovai la morte.

Le quali parole sotto un velo abbastanza trasparente indicano il Capopopolo.

Senonchè la vanità di questa volgare credenza è di per se stessa ad ognuno manifesta. Io per me credo che probabilmente la testa d'un pastore (personaggio da presepe) diè ad un qualche conservatore del Museo di S. Caterina, che aveva il ticchio di far poesie, la materia e l'occasione di comporre quel concetto letterario e morale[308]. Ma può anche supporsi che il popolo minuto di Napoli battezzasse un teschio qualunque, che ivi non saprei dire per quale ragione notavasi, per la testa di Masaniello; proprio al modo istesso come, secondochè leggo altrove nella citata Istruzione, ebbe ferma opinione che un lungo spadone pur anche conservato in quel museo fosse stato maneggiato dal famoso Rinaldo, le cui prodezze allora si cantavano nelle piazze con gran concorso di uditori. I quali, dopo udito il cantastorie stupefatti andavano al museo della Speziaria di S. Caterina a Formello a rimirar come incantati la spada del favoloso eroe[309]. E bisogna dire inoltre che il P. d'Onofrii, autore di quella Istruzione, avvedutosi a tempo della falsa ed erronea attribuzione data a quella testa, nello stesso anno 1791, la ristampò, togliendone soltanto l'articolo della cassettina con la relativa ottava, il che osservò pure nell'altra edizione del 1796. Ma ciò, a quanto pare, non valse a togliere l'inveterato errore; poichè nei magazzini del Museo Nazionale in S. Martino si trova tutt'ora una testa di legno voluta (come si dice nell'Inventario, ma da nessuna creduta) di Masaniello.

Mi resta ora, a far parola di una medaglia, nella quale, si vede il nome e l'effige di Masaniello, fatta di fantasia. Essa fu coniata a quanto pare, nella seconda metà del secolo XVII in Olanda, dove allora era viva e grandissima la fama del Capopopolo di Napoli e delle sue straordinarie vicende, e si traducevano e si pubblicavano, come di sopra accennai, ripetutamente opere sull'argomento. Ed in pruova di ciò, basta soltanto ricordare quel che si narra del celebre Benedetto Spinoza, che, giovanissimo, volle disegnare a penna il ritratto del pescatore napoletano, come allora era rappresentato nelle istorie e nelle incisioni che in quelle contrade si divulgavano[310].

Or la medaglia della grandezza di 70 millimetri ha, da un lato, impressa l'immagine di Masaniello a mezza figura, con baffi e capelli a zazzera e col capo scoverto. È fiancheggiata da due popolani che sorreggono con una mano una corona antica sulla testa di Masaniello, e con l'altra mano si appoggiano agli scudi che hanno a lato.

Sotto il busto, contornato da fregi a cartoccio si legge:

Masaniello vissche [r]
En coninck v. Naples
1647

cioè: Masaniello pescatore e Re di Napoli. 1647[311].

Dall'altro lato si vede il busto di Oliviero Cromwel, fiancheggiato da due guerrieri, in costume antico romano, che con una mano reggono una corona di alloro sulla testa del medesimo, e con l'altra si appoggiano parimente agli scudi che hanno a lato. Sotto il busto, contornato dai medesimi fregi che si veggono nell'altra faccia, si legge:

Olivar Cromwel
Protector V. Engel
Schot en Irlan.

cioè: Oliviero Cromwel protettore dell'Inghilterra, Scozia ed Irlanda.

Sul taglio poi della medaglia sta inciso;

Violenta imperia nemo continuit diu

Il motto è di Seneca, tratto dalla tragedia Troades verso 258.

La medaglia, come mi assicura l'egregio Dr Arturo Sambon, che si occupa con tanta intelligenza ed amore della storia numismatica della nostra regione, e che è stato da me interrogato sul proposito, non è riportata nell'opera di G. Van Loon, che descrive una grandissima quantità di queste medaglie popolari o gettoni olandesi assai interessanti, perchè rispecchiano al vivo i sentimenti del popolo sugli avvenimenti contemporanei. Da chi e per quale occasione essa fosse stata coniata, io non saprei dire. Solo, dalla leggenda incisa sul taglio, mi pare che si possa con molto fondamento, affermare che sia stata impressa durante la dominazione di Oliviero Cromwel nella Gran Brettagna, e da chi era di un partito avverso ai moti rivoluzionarii di quell'isola. Essa, a mio credere, è quasi un monito, che si fa all'usurpatore del trono degli Stuardi, mettendolo a confronto di Masaniello, il cui imperio era così poco durato.

Se non che il confronto; in quanto riguarda il concetto politico dell'uno e dell'altro personaggio non è internamente esatto, poichè gli autori della medaglia giudicavano l'agitatore Napolitano con le idee che di lui allora si avevano in Olanda, ed in altre contrade straniere. Masaniello per il mutamento che la sollevazione da lui iniziata ebbe nel terzo periodo (novembre 1647-6 aprile 1648), fu malamente colà creduto un fanatico repubblicano. E tale pure alcuni oggi volgarmente vorrebbero caratterizzarlo. Ma così opinando costoro falsarono e falsano la mente di Masaniello. Il concetto del povero pescivendolo era affatto diverso. Esso evidentemente compendiavasi nel motto, che da lui fu indettato ai guaglioni ed ai lazzari suoi compagni e seguaci e che fu il grido di guerra dei sollevati, cioè:

— Viva Dio, viva il Re e muoja il mal governo.