CAPITOLO QUARTO.
Lapaccio è morto, e tu ci arai 'l malanno
Con maniche d'avanzo a tre fibbiette;
Ma non d'occhio fagian sarà tal panno.
Con maniche ec. in larga copia; malanni in quantità. Detto da' pomposi maniconi dell'antica gala Fiorentina, ch'appuntati con tre fibbiette o con tre nastri pendeano sfoggianti dal braccio.
D'occhio ec. panno a color d'occhio di fagiano, che si fabbricava in Firenze. La misura de' tuoi malanni sarà sfarzosa ed ampia, come quella de' gran maniconi; ma il panno sarà di lutto e non di gala.
Per le bruzzole fieno, e per le sette.
Non ti mostrar così da monte grosso:
E monna scocca 'l fuso ha tre cornette.
Le bruzzole: l'ore del crepuscolo di sera o di mattina; siccome le sette detto assolutamente intendesi delle sette ore. Saran maniche d'oscurità e di duolo.
Da monte grosso: non ti finger sì grossolano, e che sì poco tu capisca. Così da monte gonzi per gonzo.
Monna scocca 'l fuso: si suol dir per giuoco d'una donna svogliata di lavorare. Ha tre cornette: è restata con niente, è rimasta con tre stuzzicadenti per divertirsi. Ridolf.
Dinoccolato rimase a mezz'osso,
E fecene la salsa cammellina;
E dipoi l'appiccai un arcidosso.
Dinoccolato: rotto, spossato. Atque exossato ciet omni pectore fluctus. Lucr. 4.
Salsa cammellina: equivoco allusivo alla bava che gettan dalla bocca i cammelli, e con cui sovente lordan coloro, ch'ad essi stanno vicini. Rid.
Un arcidosso: un arco d'osso, un cornetto. Similmente attaccar l'uncino fra tanti disonesti equivoci del Boccaccio. 40.
Egli è rimasto in calze, e 'n cappellina;
E non sapea le fitte del maccajo:
Adagio pur, che cova la mucina.
È rimasto ec. è restato in farsetto; n'è uscito com'un merlotto spennacchiato; cioè con pochi cenci indosso sbalordito e confuso.
Le fitte ec. il Vocabolario l'intende per terreno che sfonda e non regge sotto i piè, sicchè a stento ne possa uscir chi c'incappa. Maccajo: luogo in cui sian baccelli; essendo il macco una vivanda di fave ridotte in tenera pasta. L'interpretazione è men laida di quella del Salvini.
Mucina: gattina. Oggi gatta ci cova, c'è sotto cosa da temersi. Un esule di Firenze scrisse a Cosimo I. queste sole parole: La gallina cova; quasi dir volesse che sebbene ei non facea schiamazzo pel ricevuto esilio, tramava nondimeno gran cose. Il Duca gli fece rispondere, che la gallina potea covar malamente, perchè era fuori del nido. Paoli Mod. Tosc.
Io mi sputacchio, attienti al colombajo.
Scottobrinzolo carezze; ed a ghiri
Mattaniccio, che hai gozzo panajo.
Mi sputacchio: il Salvini lo crede detto sporcamente. Attienti al colombajo: fatti in là, salvati casta colomba. Scherzo amoroso.
Scottobrinzolo carezze: la crederei una di quell'espressioni, che sovente nascon di nuovo tral brio de' lepidi parlatori; e significhi cosa picciola ma cara, come giojuzza mia, carezza mia. Da scotto, cibo dell'osterie, e brinzolo, forse com'il Franc. un brin de pain.
A ghiri: il Ridolfi giudica potersi intendere non altrimenti che a lupi; cioè va che t'ingoino i lupi, levamiti d'intorno. E dovrebbe esser risposta di colui, a cui fu detto attienti al colombajo.
Mattaniccio: forse fastidioso, rincrescevole; da mattana, noja. Gozzo panajo: hai un gozzo com'un otre, capace d'un sacco di pane.
O siri, vostra coglia il can la tiri:
La pugna vinsi, e poi l'aggavignai:
All'assiuol col buono schizzo ammiri.
L'aggavignai: vinta la sua resistenza, l'acchiappai per le gavigne, lo tenni stretto pel collo.
All'assiuol ec. il Ridolfi scorge in questo verso un sentimento da offender le caste orecchie. Quasi uno rispondesse: Tu che fai? Assiuolo: uccello sulla cui fronte s'alzan due penne a guisa di corna; onde testa d'assiuolo è detto ingiurioso agli ammogliati. Ammiri: prendi la mira.
Per voglia di giucar mi sconcacai:
Martin la cappa perdè per un punto;
Del ringhio seppe, e tutto lucherai.
Martin ec. dicesi ad esprimere ch'un minimo accidente porta seco talvolta conseguenze della maggior importanza. A un certo Ab. Martino fu ritolta l'abbazia per aver sulla porta del monistero scolpito: Porta patens esto nulli claudatur honesto; e aver affisso un punto dopo nulli, il che rendea un senso villano, e manifestava la sua ignoranza. Menag.
Del ringhio ec. diè a veder la sua rabbia, com'animal che ringhia e digrigna i denti. Lucherai: anch'io feci fronte del tutto sdegnosa; da luchera, truce aspetto. Un canonico com'un satanasso, che la luchera avea giusto di Spillo. Son. Contad. Spillo era uno sbirro di que' tempi.
Non entro in cul di troja per grassunto;,
Ma terra terra a basso fondo stommi.
Non rosecchiare, o magrettino spunto.
Non entro ec. modo laido per dispregiare una cosa, sebben capace di darne diletto. Finalmente non sei più ch'una troja; non so poi che farmene.
Non rosecchiare: non dar de' morsi; tolto dagli animali in amore. È risposta a chi disse non entro ec. Magrettino spunto: magro strutto e consumato, secco com'un chiodo.
E con singhiozzo la frigna spacciommi:
Pace dia Dio a chi lasciò l'uscio aperto:
E con rimbrotti a salincervio alzommi.
Singhiozzo: palpito convulsivo, che suol succedere ad un gustoso pasto, ed è segno del fatto buon pro.
Salincervio: è propriamente un gioco de' fanciulli che si saltano a cavallo un dell'altro.
Schippa tosto infardato scoperto.
Messer non mi sbranite: e da buon die
Colombo stava in asserel diserto.
Schippa: scappa fuori, guizza com'anguilla che si vibra di mano al pescatore. Non è lecito il più spiegarsi. Non mi sbranite: non mi fate male; detto lezioso.
Colombo stava: era già del tempo che stava come puro colombo solitario sulla sua mazza senz'accostarsi ad alcuno.
E così si racconcian le badie:
Guardici noi da' funghi cacherelli
Al nome del Dialto, e Fantasie.
Le badie: così s'arriva presto a mettersi in bonis, a far sostanze. Al contrario: Di buona badia siamo a debole cappella, cioè di ricchi siam divenuti poveri.
Funghi cacherelli: che nascono ad un tratto dallo sterco. Non piaccia all'alto Dio e agli Angeli, che tosto dallo sterco cresciamo in grandezza a somiglianza di questi funghi. Fantasie: gli Angeli che per mostrarsi a noi si veston di corpo fantastico.
E tutti Caorsini, e Pittoncelli
Quand'i' odo alle ghegghe, molto gabbo:
Per la famiglia farem de' bianchelli.
Caorsini: di Caorsa. Pittoncelli: del Poitù. E però lo minor giron suggella Del segno suo e Sodoma e Caorsa. Dant. Inf. 11. Ivi Caorsa è per usurarj e barattieri, di cui dovea esser pien quel paese. Onde Brunetto: Quand'io odo siffatta canaglia invitare a (ghegghe) beccacce, cioè a pranzi delicatissimi; molto gabbo, molto me ne fo beffe. Rid.
Farem ec. perchè i loro figli presto finiranno in bianchelli, cioè in fagioli secondo la lingua furbesca, come crede il Ridolfi.
Tattuelle conialla mamma e babbo,
Dolce mona matassa; di presente
In su lo stomaco un cocomer abbo.
Tattuelle conialla: tattamelle, o voci storpiate di bambini che balbettano, di cui vuol qui imitare il linguaggio. Tato dicono i fanciulli per fratello.
Mona matassa: soprannome di femmina imbrogliatrice: quasi dicesse: Madonna mia graziosa, coteste vostre son tutte tattamelle da bambini; e ci vuol altro. Ridolf.
Un cocomer abbo: ho in corpo cose, che ne crepo, e non le posso dire; come cocomero che non passa, e aggrava lo stomaco.
Groppa non tien madonna la vegnente:
Deh pur non cigolare, e neo neo;
Ed ha una costuma mona ogliente.
Groppa non tien: non porta in groppa, non sa soffrire. La vegnente: la grassa e fresca; traslato dalle piante, che si dicon vegnenti, quando son rigogliose.
Non cigolare: non cinguettare, non fare strepito; tolto dallo strider de' ferri o delle carrucole nel fregarsi. Neo neo: non far neo neo, cioè non fremer tra' denti.
Mona ogliente: madonna la leziosa, la profumata non fa altro che una cosa; uno è il vizio suo.
Il messerino storpio col maneo
Sguazzerà sorso a sbacco, e faentina:
Non dabo a te ceterucolo meo.
Il messerino ec. un tale storpiato nella mano, noto allora fralle bettole, e le taverne. Ridolf.
Sguazzerà nel vino (sorso) bevendo a più non posso. Il salario sguazzar bricconeggiando. Buon. Fier. Sbacco: crede il Ridolfi che sia il nome dell'osteria. Faentina: una delle porte di Firenze, ov'eran molte bettole.
Non dabo ec. si rivolge ad un altro: E del bere, gli dice, a te non darò già io, bello il mio zoccolone. Ceterucolo: cetriuolo, uomo senza garbo nè grazia.
Mencia non è la buona panichina?
Al nome di San Gal co' gran bendoni
Egli è pur cuore e cuffia, e non ha gina.
Panichina: è un titolo, che si suol dare scherzando a donne di cattivo odore. Qualche buona panichina t'ha messo nel capo quest'imbratti. Sacch. 106.
Bendoni: strisce che pendon dalle cuffie, o da altro ornamento di testa sì d'uomo che di femmina.
Egli è ec. pare a vederlo un Rodomonte; gran cuore e gran berrettone; e poi non ha gina, non val niente, non c'è un quattrin di nervo e di sostanza.
Sparagi, guaraguasto, e stranguglioni,
Pilatro, marcorella, e petacciuola:
Calamandrea, e bocciolon marroni.
Sparagi, guaraguasto: erbe che crescono in fusto. Stranguglioni: tumori in forma di pallotte, glandule. Ecco cosa sono in sostanza quest'uomiciattoli fecciosi, com'è costui: son fusti glandulosi.
Pilatro ec. quattro erbe medicinali, o purganti o frigide, che pur si stendono in fusto. Bocciolon marroni: castagne grosse come bocce, balloccioroni. Segue lo stesso frizzo.
Deh metti un pane in tavola Vivuola,
Ch'ecco Ser Azzo, che vien per lo spazzo;
E faccio tela a ventuna pajuola.
Deh metti ec. oh via, al diavolo siffatte bubbole, pensiamo a noi: e tu, o Vivuola, metti in tavola. Vivuola si crede dal Ridolfi un garzon d'oste.
Faccio tela ec. al mio ordito, ch'è ben largo, ci vuol trama assai; cioè alla mia fame, che non canzona, ci vuol roba in quantità. Pajuola: è una mano di fila per ordito della tela; la quale è a ventuna pajuola, quando alla sua larghezza vi vogliono ventuna di queste mani. Rid.
Non sa chi la si bevve Papi pazzo;
E 'n Catalogna i buon tavolaccini;
Ed al pan molle aguale è giunto 'l guazzo.
Papi: lo stesso che Ciapo, Jacopo. Quello scioccon di Ciapo non sa chi se l'è bevuta, chi ha ingojato il boccone.
Catalogna: fra' Toscani va in detto Giustizia Catalana, e intendesi giustizia barbara iniqua. Tavolaccini: donzelli del Magistrato; dal portare il tavolaccio, targone di legno. Buoni per ironia, cioè d'un empio tribunale più empj ministri; o sia ad un male s'è dato per giunta un mal peggiore.
Al pan molle ec. segue il senso medesimo: a un pane per se stesso molle s'è aggiunto tant'umido, che gliene sopravanza per guazzo. Aguale: ora, in questo tempo.
Non varrebbe la fava tre lupini?
A bertolotto tu sai bisticciare:
La schiazzamaglia non ha de' fiorini.
Non varrebbe ec. non è così? è tanto certo che così è, quanto è certo che le fave costan tre volte più de' lupini. Rid.
Bisticciare: garrir con alcuno, motteggiandolo e proverbiandolo; a bertolotto, col passarsela franca. Così mangiare a bertolotto, mangiar senza spendere. Schiazzamaglia: plebaglia, feccia del popolo.
Cusoffiole! deh non arrabicare;
Ed ha cacciato l'aglio, e anitrisce;
E le cervella diè a rimpedulare.
Cusoffiole: voce d'ammirazione e di sorpresa, come capperi! Lat. papæ. L'acutezza del Salvini giunge a vedervi un gergo di quel soffiansi in cul, che segue appresso. Non arrabicare: non ti prender collera.
Ha cacciato l'aglio: pensa il Ridolfi che significhi è castrato, siccome in tal senso dicesi aver cavati i fagiuoli, che cogli spicchi dell'aglio hanno qualche somiglianza. E anitrisce: eppur nitrisce contuttociò, com'infocato cavallo.
Rimpedulare: è propriamente rifare il pedule delle calze. Quindi aver dato il cervello a rimpedulare è un motteggio, che val non averlo presso di se, come se si fosse mandato a risarcire.
A mal in corpo co' granchi le bisce
Soffiansi in cul la mattina a digiuno,
Cardando, perchè teme nol ghermisce.
A mal in corpo: si spiega dal Varchi: Di mal talento, e come si dice volgarmente, a male in corpo. Co' granchi: quasi con due bocche, perchè tante se n'attribuiscono a quest'animale. Onde parlar com'un granchio, cioè andar molto avanti nel dir de' fatti altrui. Le bisce: i mormoratori, che sono appunto come bisce sorde e velenose. Rid.
Soffiansi in cul: è un modo della plebe, che significa motteggiarsi e dirsi male scambievolmente; seguendo la metafora delle bisce, di cui è proprio il sibilare.
Cardando: cardare è trar fuora il pelo a' panni col cardo; qui metafor. per mormorar d'un altro mentre non è presente.
Tu se' nè dura o mezza, dice ognuno;
E non ha buschia, ed è una gran lappola;
Non ti faria del melarancio un pruno.
Mezza: qui co' zz aspri in senso di quasi fracida. Cotesti maldicenti sai tu che dicono? Ognuno dice che se non sei tu fracida, nemmen sei acerba; che sei matura.
Buschia: nulla. Lappola: dicesi a persona che facilmente s'attacca, come fa quest'erba alle vesti. E dicon di te: Ell'è una femmina, che non ha che stracci; ma è una lappola, che s'appiccica a quanti le capitano.
Non ti faria ec. nemmeno è buona a niente; nè anche saprebbe dal molto cavare il poco, o come dicesi da un lenzuolo un berrettino.
Alle guagnespole egli è una trappola;
E ben son secche, e di maggio tagliarsi:
Non istare a gambon con una chiappola.
Alle guagnespole: specie di giuramento, come alle guanguele; cioè per lo S. Vangelo, antic. Guanguelo. A le guanguel ch'io v'ho pur dato drento. Fir. Bell. Trappola: è un furbo pieno di sotterfugi.
Di maggio ec. quando interrogato taluno non risponde a proposito, si suol soggiungere: Sì sì, tagliaronsi di maggio. Rid.
Non istare ec. non prender gara, non ti mettere a tu per tu con una frasca (chiappola) con uno scioccherello.
Egli è nuovo cintonchio a scantonarsi:
E ben conosco, chi è ser Marzucco,
Che fornì cerretel per rimbuscarsi.
Cintonchio: il Ridolfi si dà per vinto in questo terzetto, che ha per molto scorretto. Il Salvini col Vocabolario intende cintonchio per un'erba Lat. centunculus. Ella vegetando per le mura con pregiudizio di esse, potrebbe intendersi che costui è in danno della sua casa non altrimenti ch'il cintonchio. Ma scantonarsi è propriamente sfuggire, voltar canto, e centunculus è anche una ciarpa a pezze di più colori. Direi con maggior connessione, che la suddetta chiappola è appunta com'un composto di cento colori e di cento facce per ischermirsi; e che perciò è vano il garrir con lei.
Cerretel: forse diminutivo di cerretano, che suol dirsi a' pitocchi. Rimbuscarsi: rimettersi in averi. Rid. Io leggerei rimbucarsi; avendosi in Dante Purg. 6. un ser Marzucco, che finì frate minore. Il senso sarebbe: Quando ti dico che colui è un cintonchio, so quel che mi dico; perchè so ben conoscere chi è realmente buono, com'il buon Marzucco.
Ma non è fatto sera a Prato aducco,
E l'occhio avrà insalato il baccelliere,
Perch'e' sia frontezzuolo, e troppo ciucco.
Non è ec. suol dirsi per modo di minaccia: Non è ancor sera, cioè v'ha tempo a scontarla, ce n'avvedremo. Prato è occidentale a Firenze; e perciò è una grazia il dirsi ch'a Prato non sia ancor giunta la sera. Aducco: ancora; Lat. adhuc.
Insalato: costerà caro al baccelliere il gusto di quel ch'ha veduto; dicendosi ella m'è stata insalata, quand'una cosa s'è dovuta pagar bene.
Frontezzuolo: testa picciola. Rid. Benchè quel ch'ei fa, lo faccia perch'è un cervel di gatto, e un asinone. Ciucco per la rima invece di ciuco, asino.
Buggiano egli è vertecchio, ed è ciarpiere;
Col cerbolato straluna alle due
Ed orochicco, e traspalline pere.
Buggiano: copertamente per titolo ingiurioso; così mandar uno al borgo a Buggiano, mandarlo a farsi friggere. Il Ridolfi intende vertecchio per ingannatore; da verta, rivolta di rete peschereccia. Ciarpiere: faccendiere, che tutto acciarpa.
Cerbolato: forse da cerbio. Nelle rime del Sacchetti: Fiorenza mia, poichè disfatte hai Le cerbiatte corna; cioè gli Ubaldini, la cui arme eran due corna di cervo. Intenderebbesi che con uno di cotesta famiglia andasse egli (alle due) di notte in cerca di vaghe donne.
Orochicco: gomma usata dalle donne per acconciarsi i capelli; qui per le stesse ornate donne. Traspalline: trasparenti, come crede il Ridolfi. Traspalline pere sarebber gli ornamenti, che dal collo o dagli orecchi pendono delle femmine, detti così dalla lor figura di pera.
E fè fascina, e non stette infra due;
In su la siepe egli ha gittato il giacchio:
Tu ti raffredderai a darle 'n due.
Fè fascina: strinse subito il fardello, venne alle corte. Non stette infra due: non perdè un momento a risolvere.
Giacchio: è una rete rotonda da pescare. Quindi gettar il giacchio sulla siepe è far cosa non tanto inutile che dannosa; mentre vi si straccerà la rete anzichè pescarvi.
Darle 'n due: detto de' giocatori, in cui arbitrio sta il distribuir le carte in due o più volte. Rid. Il senso è mordace: Bada bene, che non t'avessi a pigliare un'infreddatura col tanto affaticarti.
Della scabbiosa trambasciando pacchio:
Eccoti belle cetere sbadiglia,
E donna Lippa ne ripose un bracchio.
Scabbiosa: erba aspra ed amara, già confusa colla stebe spinosa. Trambasciando: con ambascia. Pacchio: mangio; modo basso. Mangio veleno, che dicesi quand'uno si consuma di rabbia.
Belle cetere: sicuramente per soprannome di qualche notajo, di cui è stile empir le carte d'un mondo d'eccetera. Ridolf. Sbadiglia: il Salvini l'ha qui per indizio d'appetito venereo.
Lippa: per Filippa. Bracchio: per braccio, ch'è anche una misura; Lat. brachium.
D'un grosso martignon le calde tiglia!
Tu m'hai posto a piuolo, e va' di nasso:
Per bargagnare spesso si sbadiglia.
Martignon: contadinone, come crede il Ridolfi, villanone di buoni lombi. Tiglia: castagne grosse e allesse; oggi tigliate, su cui men onestamente s'equivoca in Toscana. Ardisco prender tutto il verso per un'espressione ammirativa, come corbezzoli!
Posto ec. m'hai piantato com'un asino, te ne sei scordato di me; come chi legato il giumento al piuolo, va pe' fatti suoi. Quindi star al piuolo, star aspettando il comodo altrui. Va' di nasso: vai pe' tuoi venti, dimentico de' nostri patti; da lasciare in Nasso, come fece Teseo ad Arianna. Vedi Paoli Mod. Tosc.
Bargagnare: è astutamente temporeggiare per ricavar dal trattato un vantaggio maggiore Franc. barguigner. Ne' capitoli di Carlo Calvo: Fœminæ barcaniare solent. Du Fr.
Io fui già soppediano, ed or son casso;
E per lanterne vesciche tu fai,
Che volentieri ti mostrerei il chiasso.
Soppediano: cassetta anticamente tenuta vicina al letto sotto i piedi. Casso: cassato, scacciato; ho avuta l'erba cassia. Poco io era, ma or son niente. Salvin. Il Ridolfi prendendo casso per cassa del petto, intende al contrario migliorai di condizione. Con lui non convengo.
Per lanterne ec. tu ne prendi a gabbo, dando ad intendere una cosa per l'altra. Oggi vender lucciole per lanterne.
Chiasso: via stretta, delle quali abbondava Firenze; e in cui abitan per lo più persone o donne di mal affare.
Madre del diavolo, io la scapigliai:
Piscia marina colpa col leccone;
E oggi molto vi si dice assai.
Piscia marina: acqua in abbondanza; e s'usa, dice il Ridolfi, dalla plebe quando piove dirottamente. È un peccato il dar vino adacquato e pisciatello a chi ama il buon mangiare (leccone) e meglio bevere: e un peccato era l'indugiare a saziar le mie brame.
E nell'orciuolo egli ha il calabrone,
Ed è una rivela, e pur tranquilla;
E quante corna, Siri, e va carpone.
Nell'orciuolo ec. aver il calabron nell'orciuolo dicesi d'uno che mormora fra' denti per non farsi ben intendere, pare un moscon nel fiasco.
Rivela: Il Ridolfi l'ha in significato d'uomo sciocco. L'intenderei per inquietatore dal Franc. reveil, svegliatojo. Tranquilla: tiene a bada, dà trastullo.
Quante ec. allude al giuoco de' fanciulli, in cui uno siede, l'altro gli pone la faccia in grembo, sulla cui schiena sale il terzo a cavallo alzando le dita perchè quel l'indovini, e dicendo: Biccicalla, calla calla, Quante corna ha la cavalla? Biccicù cu cu, Quante corna c'en quassù? Ed il senso è qui: Ora sta a cavallo, or va sotto; ha degli alti e bassi, ma non si smarrisce.
Pur a cotai folate mi ritrilla,
Poi viddi Annuccio smemora busarli;
La serpe è mescolata con l'anguilla.
Folate: in certe occorrenze, che sopraggiungono all'impensata come folate di vento. Mi ritrilla: mi fa risentire; benchè freddo mi fia, pure mi fa ribollire il sangue nelle vene.
Busarli: bucarli, ficcarcela. La serpe ec. prov. il furbo s'è dato a farsela co' semplici.
Pur pissi pissi passera mi ciarli;
E con ciloma sempre frottolando,
La picchierella gli venne per darli.
Pissi pissi: quello strepito di voci, che fan molte passere insieme unite. Onde fare un pissi pissi, un passerajo un bisbiglio.
Ciloma: diceria inutile. Frottolando: tirando giù una lunga cicalata o tantafera; da frotta, affluenza o scivolata di parole, che saltan di palo in frasca.
Picchierella: dar la picchierella in modo basso è battere, dar buffe; qui figuratamente per venir tentando, far che tocchi il ticchio.
Indugio: è un de' nostri rinculando;
E' canterella: non farà gonnella,
Perchè gli casca il mannarese stando.
Non farà gonnella: non ne ricaverà niente, non potrà vantarne per suo trionfo le vinte spoglie. Così d'una belva caduta in mano de' cacciatori suol dirsi: Le fecer la pelle.
Mannarese: è uno stromento da tagliare, quale il pennato con cresta a guisa di mannaja. Parla in figura di uno che sia tutto ardore per gli assalti amorosi, ma poca valenzìa abbia per trionfarvi.
È ninna ninnarella, che m'appella;
Pur non lo sgomentar, che 'ntrista agli occhi;
Tracanna e pur adagio la cappella.
Ninna ec. oggi ninna nanna, cantilena per addormentare i bambini. Sembrami che voglia dire: Ho capito chi è; è quel ninna nanna, quel dammene un che te ne caschi due; come suol dirsi d'un melenso ed inetto. Poichè ninnarsela è star lì senza concludere.
Cappella: rendita del beneficio. Egli se la va bevendo pian piano, e così sciorina l'entrate della sua cappellania.
Le giraffe, i giumenti, e i cavalocchi,
Il mangiapelo, ed il cencro li venne;
Aperte son le papice agli sciocchi.
Giraffe ec. son cinque animali diversi, figurativi del mal umore saltato in capo a costui. Così suol dirsi gli venne l'assillo, gli montò il moscherino. Pare che gli sia entrato in corpo tutto l'inferno.
Le papice: le palpebre, a dir del Salvini; equivalente a quel d'oggi; I mucini hanno aperti gli occhi.
Della mal'uggia il cappel di cotenne
Anche gli ho tratto, benchè sia in bellezza;
E Lioferne il seppe, che 'l sostenne.
Mal'uggia: mal talento. Il cappel di cotenne in giocoso gergo è il capo. Gli ho sgombrata la testa dal frenetico umore, gli ho tratto il ruzzo dal capo.
Lioferne: lo sa Oloferne che lo provò sotto la man di Giuditta, come si faccia a levar il zurlo di testa ad uno.
E 'l becco a mugner non è gran durezza,
E già non arcimento per la strozza:
La gatta tanto alla pappa s'avezza
E 'l becco ec. si dice ad esprimer la difficoltà d'un'impresa. Quando giunsono a quello di Casalecchio in sul Reno, trovarono il becco più duro a mugnere. M. Vill. Brunetto dice al contrario ch'il levar la frenesia di testa a colui, non gli par sì difficile impresa.
Non arcimento per la strozza: e in fede mia che non mentisco; so quel che mi dico. Oggi mentir per la gola, dir menzogne sfacciate.
Che l'è cotta la bocca, e la gargozza.