XIV.
Ed i' ch'avea volere
Di più certo savere
La natura del fatto,
Mi mossi senza patto
Di domandar fidanza;
E trassemi all'avanza
Della corte maggiore,
Che v'è scritto 'l tenore
D'una cotal sentenza:
Qui dimora Prudenza;
Cui la gente 'n volgare
Suole senno chiamare.
E vidi nella corte
Là dentro dalle porte
Quattro donne reali,
Con corti principali
Tenean ragione ed uso.
Poi mi tornai là giuso
Ad un altro palaggio;
E vidi 'n bello staggio
Scritto per sottiglianza:
Qui sta la Temperanza;
Cui la gente tal'ora
Suole chiamar misura
E vidi là d'intorno
Dimorare a soggiorno
Cinque gran principesse;
E vidi ch'elle stesse
Tenean gran parlamento
Di ricco 'nsegnamento.
Poi nell'altra magione
Vidi 'n un gran petrone
Scritto per sottigliezza:
Qui dimora Fortezza;
Cui tal'or per usaggio
Valenza di coraggio
La chiama alcuna gente.
Poi vidi immantenente
Quattro ricche contesse,
E genti rade e spesse
Che stavano ad udire
Ciò ch'elle voglion dire.
E partendomi un poco,
I' vidi 'n altro loco
La donna 'ncoronata,
Per una camminata
Che menava gran festa,
E tal'or gran tempesta.
E vidi che lo scritto
Ch'era di sopra scritto
In lettera dorata
Diceva: Io son chiamata
Iustizia in ogne parte.
Vidi dall'altra parte
Quattro maestri grandi;
Ed alli lor comandi
Stavano obbidienti
Quasi tutte le genti.
Così s'i' non mi sconto,
Eran venti per conto
Queste donne reali,
Che delle principali
Son nate per legnaggio,
Sì come detto v'aggio.