XXVI.
Or pensa amico mio,
Se tu al vero Dio
Rendesti o grazia o grato
Del ben che t'ha donato:
Che troppo pecca forte,
Ed è degno di morte
Chi non conosce 'l bene
Di là dove gli vene.
E guarda s'hai speranza
Di trovar perdonanza;
S'hai alcun mal commesso,
E non ne se' confesso;
Peccato hai malamente
Ver l'alto Re potente
Di negghienza: ma avvisa
Che nasce di voi * tisa: *
Che quando per negghienza
Non si trova potenza
Di fornir sua dispensa
. . . . . . . . . .
Come potesse avere
Sì dell'altrui avere,
Che fornica suo porto
A diritto ed a torto.
Ma colui ch'ha dovizia,
Sì cade in avarizia
Che là ve dee non spende:
Nè già l'altrui non rende;
Anzi ha paura forte
Ch'anzi che venga a morte
L'aver li venga meno:
E pure stringe 'l freno.
Così rapisce e fura,
E dà falsa misura,
E peso frodolente,
E novero fallente;
E non teme peccato
Di * * suo mercato;
Nè di commetter frode.
Anzi il si tiene 'n lode
Di nasconder lo sole;
E per bianche parole
Inganna altrui sovente;
E molto largamente
Promette di donare
Quando non crede fare.
Un altro per impiezza
Alla zara s'avvezza,
E giuoca con inganno;
E per far altrui danno
Sovente pinge 'l dado,
E non vi guarda guado;
E ben presta * auzino
E mette mal fiorino.
E se perdesse un poco
Ben udiresti loco
Bestemmiar Dio e Santi,
E que' che son davanti.