Il Romanzo della Morte, 1890.
Titolo grave, tetre pagine, dense di una semioscurità, faticosa alla mente del lettore. Favola pressochè nulla, immaginazione forte, razionale del sentimento, serena noncuranza di tutto ciò che non è pura anatomia del cuore. Opera di donna, ma non letterariamente femminile, vigorosa anzi e sentita, evidentemente dovuta ad un forte ingegno e ad una salda coscienza letteraria. Bruno Sperani (nessuno ignora più il nome reale dell'autrice) ci ha da qualche anno abituati a quel genere speciale d'arte spregiudicata, della quale la donna che l'ha adottata si fa banditrice, più presto talvolta e con più vibrato accento dell'uomo. Nel brusco, scabroso argomento del suo romanzo, l'autrice è entrata di piè fermo, senza esitanze, senza falsi pudori, l'ha vigorosamente afferrato, lo ha reso, denudandolo. È facile avvertire ch'essa non teme quello strano fatto determinante ch'è ad un tempo l'intreccio dell'opera e il nodo della questione. Sin dalle prime pagine, lo accampa, determinata, mette di fronte ad una vittima che non si osa chiamare colpevole, un'altra vittima innocente, e questa deve esser partecipe dell'ingiusta punizione. È tutta una cieca congiura di circostanze; le volontà, fatte inerti dalla ferrea brutalità di quelle, obbediscono alla prepotenza di una falsa ma invincibile logica, alle esigenze dispotiche di un pregiudizio, contro il quale la ragione si ribella, ma che il sentimento subisce. Lo studio è convinto, sincero, s'addentra e scende nella malfida regione dei substrati del cuore, facendosi strada faticosamente, in mezzo alla tristezza quasi ripugnante dell'argomento.
Una vaga incertezza erra per tutte le pagine di quel libro sincero ed oppressivo, ove si intuisce un'originalità che si spende coscienziosamente, una forza più latente che espressa. Non si può mandarlo confuso colla farragine dei volgari romanzi; è d'uopo leggerlo attentamente, anche provando un bisogno impulsivo di combatterlo, di muovergli contro obbiezioni e critiche. Si possono non amare i libri di Bruno Sperani, e il Romanzo della Morte non è certo il più amabile fra questi, ma torna impossibile lo sconoscere il robusto e virile ingegno dell'autrice, la sua rara e forte intesa delle cose umane, la sua poderosa energia di pensatrice.
Il Fanfulla della Domenica.
Il Romanzo della Morte in mezzo alle sue arditezze, è un libro di carità, il quale dice semplicemente: «Fratelli, si muore; fate senno; buttate via i pregiudizi che vi impediscono di gustare questo po' di sole! Siate felici e cercate di rendere felici gli altri, come meglio potete!» È così confortante l'idea conclusionale del Romanzo della Morte, che dovrebbe convincere persino quei timidi lettori, i quali rimasero perplessi avanti lo spirito ribelle d'altri volumi della stessa Sperani. Non si spaventino, questa volta! Se le ipocrisie, le menzogne e le ingiustizie sociali del tutto non hanno in loro inaridito il sentimento della pietà, dovranno persuadersi che il Romanzo della Morte è un'opera di pace.
(Dal Sole). F. Cameroni.
Il Romanzo della Morte, così concepito è la storia della lotta dei sensi alleati all'intelletto forte e alla vigorosa saldezza dell'animo, contro le massime tradizionali, succhiate col latte, sui pregiudizii necessariamente assorbiti, sull'istinto autocratico del maschio. È il romanzo della rivincita.—Lotta titanica invero, cui soltanto un'organizzazione eccezionale è dato combattere.
(Scintille di Zara).
Bruno Sperani è veramente italiana; e nel suo lavoro lo spirito sereno e bene equilibrato della nostra nazione si afferma contro le esagerazioni, pur geniali, dei nostri fratelli d'oltr'alpi.
Ella si riconnette, così, alla sana tradizione manzoniana, alla quale, largamente intesa e accettando tutte quante le modificazioni e i perfezionamenti che dai tempi mutati sono richieste, tornerà, probabilmente, a poco a poco, la vera arte italiana.
(Dalla Vita Nuova). Angelo Orvieto.
Come pare evidente da questi rapidi cenni che ne ho fatto, il libro della Bruno Sperani è interessante, pieno di forza, ricco di sentimento drammatico.
Resterebbe a risolvere se in una fanciulla onesta ed eletta come Argia, sia naturale e verosimile la vertiginosa caduta, per il fascino di un estraneo, visto la prima volta, il quale tuttavia è riuscito a dominarla e vincolarla così tenacemente al proprio volere.
Anche ammettendo la suggestione ipnotica, a cui l'autrice sembra alludere più volte, io non comprendo a sufficenza la brutalità del misfatto e per parte dello straniero e per parte della fanciulla; giudico inoltre che esso è troppo impreparato dagli avvenimenti che precedono ed affermo che non se ne potrebbe così facilmente riscontrare un esempio nella realtà. Ad ogni modo l'argomento in generale ci è svolto con brillante forma e trattato con vigore, con ampiezza, con sicurezza di scrittrice abituata a tentar di frequente sì difficili prove. L'analisi poi mi sembra più sottile e convincente nelle pagine che dipingono l'amarezza di Fausto quando si conosce rovinato da una colpa altrui; veramente bella e perfetta, nel capitolo ove scorgiamo Argia che, sul principio animata da uno spavento, da avversione, da un odio amaro, da una ripugnanza invincibile per l'ignoto essere che nelle viscere le vive, a poco a poco si calma, si fa giusta, si lascia preda a quell'indefinita beatitudine di cui la natura empie il cuore delle madri.
(Dal Resto del Carlino). Avancinio Avancini.
L'autore volle così e rispettiamo la sua volontà, ed io lo faccio volontieri, tanto più che il libro possiede le migliori qualità tecniche. È d'un interesse che non si abbassa mai, è d'una lettura facile ed attraente. Pagine da valoroso artista non mancano, anzi abbondano: quelle in cui è descritta l'escursione di Fausto Lamberti alla ricerca del luogo più adatto al suicidio sono davvero forti, potenti: l'agonia del Lamberti, la cerimonia nuziale letteralmente commuovono. Gentile e passionato è l'ultimo capitolo, in cui è narrato il viaggio di nozze: e sarebbe perfetto se il lettore non si domandasse a che punto sia la gestazione di Argia Pisani: gestazione troppo lunga, ch'è l'incubo di questo romanzo e che non è necessaria nè per la ragione artistica nè per la ragione morale dell'opera.
È inutile ch'io auguri molti lettori al Romanzo della Morte: il nome dell'autore è una guarentigia e il libro è degno di lui.
(Dal Corriere della Sera). Domenico Oliva.
Per un pezzo Fausto resta così sospeso tra la vita e la morte; un giorno che stava peggio e quasi ogni speranza svaniva, come il padre di Argia viene a scoprire d'un tratto ch'ella è madre, Fausto dichiara di essere lui il seduttore, e di volere offrire a lei, avanti di morire, la riparazione del matrimonio.
Così si celebrano queste nozze che hanno la tetra solennità d'una esequie, e che forse non saranno consumate mai.
Ma non avviene così. Lamberti guarisce, forse per via di quella dolcissima emozione che dànno il perdono e la coscienza di fare del bene, che ha provocato una crisi salutare, e allora egli senza più ribellarsi, senza lottare contro un passato che non si può mutare, e che del resto non gli ha mutato l'amore della sua Argia, si abbandona con lei all'amore e alla felicità.
L'ultimo capitolo del romanzo li sorprende in un coupé riservato del treno che va a Bordighèra, rapiti insieme alla vista del mare, coi cuori trabboccanti di amore e di tenerezza, rinati a una esistenza nuova.
A me piace questa soluzione, i due vi arrivano dopo avere attraversato il calvario, dopo avere vissuto tutto il triste romanzo della morte, ed è vero, ed è umano questo istinto, superiore ad essi stessi, di attaccarsi alla vita e alla felicità, dacchè il mare nel quale essi avevano voluto finire—la morte—li ha deposti, loro malgrado sulla riva.
(Dal Giornale di Sicilia). De-Giorgi.
È questa la situazione, potentemente drammatica, sulla quale e per la quale, Bruno Sperani ha scritto un romanzo audace, pieno di verità e di passione; uno di quei romanzi che oggi si usa definire «forti!»
Certo, chi ha preso le mosse di un'azione romantica, d'un intreccio interessante da una situazione così spietatamente insolubile, ha dato prova d'una forza di pensiero e di sentimento, e, d'una coscienza di queste forze così profonda e serena che basta a dare tutta la misura d'un ingegno.
E quando l'opera risulta pari all'audace concepimento, forte e sereno, lo scrittore (e in questo caso è una scrittrice!...) può appagarsi nella legittima soddisfazione di aver fatto cosa insolita e ammirevole.
Il romanzo di Bruno Sperani, di cui non voglio raccontare la conclusione superiore alle premesse per sentimento profondo e vero, per nobile audacia, per singolare semplicità di forma; (piccolo artifizio innocente per costringere alla lettura anche le lettrici più indolenti) il nuovo libro di Bruno Sperani è un vero romanzo, come se ne vedono apparire pochissimi, nella presente miseria, e nel bizantinismo letterario che c'impone una ostentata e falsa erudizione accoppiata alle gonfiature, alle goffagini d'un chiacchierio vano e scorretto che vuol parere stile, d'una vacuità di pensiero e esiguità di fantasia che vuol parere acutezza d'analisi.
È un romanzo che fa palpitare e fremere, che interessa il lettore alle situazioni, e lo lega ai personaggi con un vincolo di simpatia e d'affetto.
(Dal Don Chisciotte). Olga Ossani.
V'ha in Il Romanzo della Morte degli episodi e delle scene potenti, tutte le pagine in cui or Fausto ed ora Argia si tormentano nel pensiero de la morte cercata, formano un quadro magistralmente dipinto di questa condizione psicologica, e, nel suo genere, un vero capolavoro, e che solo trova un paragone nel romanzo russo. L'analisi è profonda, sicura, spietata—par fatta dal coltello anatomico d'un valente chirurgo: nessuna traccia de la personalità de l'autrice, d'imitazione straniera o di riflessi altrui. L'analisi scaturisce dagli stessi personaggi, da le loro azioni, da' loro dialoghi. Leggete le pagine dove comincia a rivelarsi la sventura di Argia, e i tormenti di Fausto—tutta quella storia di lacrime. Assistete a la passeggiata de' due amanti di notte; al dialogo tra il professor Pisani e la figlia; al matrimonio così triste, e pure, a tratti d'un comicismo finissimo; al dialogo in cui Fausto chiede ad Argia il racconto de la sventura—d'una efficacia sorprendente—e poi ditemi se questo romanzo senza tirades, senza lirismo, senza descrizioni smaglianti, non è una de le più forti ed efficaci pitture de la vita contemporanea; non è un vero e gran dramma de l'amore, come può essere inteso nel nostro secolo agonizzante; non è una evidente e potente opera d'arte, d'una lucidità meravigliosa e d'una semplicità insuperabile, e per la forma e per la regolarità de la composizione.
E dicendo forma, intendo parlar de la lingua, de lo stile, in somma di tutto il complesso di mezzi artistici e di facoltà creatrice che serve a infondere in un libro il soffio divino de l'arte.
È ne la caratteristica speciale de la forma che si rivela la personalità, l'originalità, direi quasi la nota d'uno scrittore. Non forse la forma di Bruno Sperani, così suggestiva, vibrante, sprezzante a volte, espressiva sempre, vigorosa, a trasparenze, a spezzature, a scatti, è la manifestazione de l'organismo, de' sentimenti d'uno tra i più originali romanzatori italiani? Così in letteratura non abbiamo un tipo unico di stile, ma differenti stili, i quali sono un tutto co 'l contenuto d'un'opera d'arte: tal contenuto, tal forma—anche 'l De Sanctis lo dice.
La Sperani non è stilista: scrive netto, reciso, sincero, con una forza d'espressione rara tra noi italiani, e non ha altra preoccupazione che di render chiaro il suo pensiero profondo, fermo, preciso. E questa preoccupazione sua mi ricorda Stendhal, Duranty ed i romanzieri russi, a' quali amo riavvicinare la scrittrice nostra.
Il suo metodo potrà piacere o dispiacere, potrà dar luogo a mille discussioni—ma deve esser preso qual'è—ed accettato. E così noi—che non possiamo emulare questa potente romanzatrice—possiamo almeno essere in grado di comprenderla ed amarla.
Il Romanzo della Morte ha una personalità definita, un carattere di forma particolare, una onestà efficace—che ci fan presto desiderare 'l novo libro di Bruno Sperani: La Fabbrica.
B. Emilio Ravenda.
Ecco un romanzo diversamente bello dagli altri due che ho letto, finora, della Sperani: Numeri e Sogni e l'Avvocato Malpieri.
Se in quelli v'ha la virile robustezza di scrittrice—che tutti riconoscono nell'A...—la niuna preoccupazione di fare un'opera d'arte dilettevole pel gran pubblico—come la vecchia scuola comandava dovesse farsi—se in quelli v'ha la studiosa propugnatrice di nuove e generose idee sociali, e l'osservatrice di caratteri moderni, in questo Romanzo della Morte—cosa che non avrei mai supposto—v'è una muliebre freschezza di passione, v'è, nel contesto, l'idea, il proposito di fare un delicatissimo romanzo, ed in gran parte, v'è riuscita.
Il romanzo entra nella sua più bella fase al 5o ed al 6o capitolo. Lì c'è tutta l'arte completa della Sperani: lì le scene vere della vita, come può presentarle un'osservatrice della sua potenza; e se fin là non si sente Argia ad amare con islancio muliebre—nè idealmente, nè sensualmente, invece, è in quei due capitoli ch'ella principia a rivelarsi, con tutta la desolante prostrazione in cui l'ha gettata l'infamia d'altri, accanto a Fausto, posseduto dalla disperazione dell'amore, col cuore arrovellato dalle spine di dolore acutissimo.
(Dalla Rassegna Critica). A. Lauria.
All'opera d'arte giova quello speciale procedimento dell'A... per cui dall'evoluzione ascendentale del concetto pessimista si conchiude a un corollario tanto più rilevante quanto più inaspettato, sicchè, con grande vantaggio dell'interesse tenuto sempre desto, e dei moderni criterî positivi, invece della glorificazione della Morte, si ha la vittoria definitiva della Vita, la quale ci si afferma con tanto maggiore intensità quanto maggiore poteva sembrare nello svolgimento del racconto la tendenza a negarla. È bene che nel romanzo moderno il concetto scientifico si faccia strada, e, abbandonatesi le vecchie rotaie del romanticismo, si concilî l'uomo alla terra prosaica, all'umile esistenza quotidiana; la vita, in fondo, non è, ad onta de' mille e mille declamatori, così insopportabile peso; essa ha uno scopo che bisogna asseguire, e, concepita con serenità d'animo, potrebbe perfino darci de' godimenti non mediocri. Ma sopratutto guardiamoci dal renderci schiavi del pregiudizio; e nel conflitto fra il pregiudizio e la Natura procuriamo di astenerci dal deplorevole orrore di comprimere quest'ultima. Essa non tarderebbe a prorompere impetuosa ripigliando i suoi diritti. Questo ha capito la signora Beatrice Speraz, anzi l'abate Don Paolo e Fausto vorrebbero esprimere, a mio modo di vedere, come per simbolo le idee dell'egregia pensatrice. L'artista, valorosissima, parmi che abbia caricate perciò un pochino le tinte de' due personaggi, destinati a simboleggiare tali idee, pel resto non ho nulla da osservare: si sente nel Romanzo della Morte, e nei ritratti e nelle descrizioni, l'artista provetta che ha saputo infondere crescente interesse nello svolgimento di un caso cui i meno abili avrebbero ristretto ne' limiti brevi della novella.
Tra gli episodî che mi hanno fatto maggiore impressione noto il drammaticissimo dialogo nel giardino tra Fausto e Argia, l'affannosa corsa del Lamberti alla ricerca di un luogo meglio adatto al suicidio, la scena del matrimonio in extremis così commovente nella greca semplicità.
G. Pipitone-Federico.