Camillo Antona — Traversi.

Dopo il silenzio infecondo di pochi anni, fra lo strazio intimo di tante angosce, ritorna, acclamato sulla scena, il nome di Camillo Antona-Traversi. E vi ritorna sotto la luce radiosa dell'autore drammatico che, presentando un nuovo lavoro, aggiunge un nuovo plauso alla sua fama di artista coscienzioso e geniale.

I Parassiti, che il pubblico di Roma ha così favorevolmente accolti, sono una commedia di ambiente; una di quelle commedie alle quali più amò dedicarsi Camillo Antona-Traversi, e dalle quali raccolse i suoi migliori successi. Ma essi sono, sopra tutto, uno sfogo, una protesta, un pianto dell'anima sua lacerata.

Con quel titolo, con quei caratteri, egli non ha voluto bollare soltanto una classe di vermi vivacchianti e ingrassantisi, con l'intrigo e con l'imbroglio, sulle ruine degli altri; ma, forse, ha, più che altro, voluto porre alla gogna della scena tutti quei Gaudenzi, commendatori o no, che gli hanno succhiato il danaro, la gloria, la pace dell'anima. Egli ha voluto, forse, che il pubblico — il gran giudice, il gran giustiziere — desse lui il voto supremo; e, fra il disgusto che quei personaggi gl'inspiravano, ripensasse all'autore della commedia, che quei personaggi aveva creati e che di quei personaggi era la vittima.

E il gran voto fu dato, nella sala del Costanzi, spontaneamente, solennemente! Poichè il pubblico, nella sua giusta ammirazione per l'artista, seppe vedere, oltre l'artista, l'uomo; oltre le scene di una commedia in quattro atti, le scene di un dramma umano vissuto di tormenti e scritto di lacrime; e, plaudendo all'autore, riabilitare nella sua stima e richiamare al suo affetto l'esule dolente, condannato a pagare la perversità di molti parassiti con la felicità di tutta la sua esistenza!

Così dall'angusta platea del Costanzi passava al libero teatro del mondo, consolatore e rivendicatore, il verdetto del pubblico romano.

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E io pure, come avran pensato tutti i fortunati che han potuto assistere alla festa dell'arte, per la prima rappresentazione dei Parassiti, io pure ho ripensato all'uomo.

Lo conobbi a Roma, credo nel 1892, presentatomi da Ermete Novelli. A Roma lo rividi, e lo ebbi poi amico premuroso, costante, affettuosissimo.

Poi, i casi tragici della vita lo portarono lontano, per il mondo. Animo squisito, egli aveva quella cortesia abituale nei modi che non è soltanto una vernice della educazione, ma che riflette le delicatezze spontanee del sentimento. Le noje che dal posto conquistatosi nell'arte gli venivano, sotto forme di richieste, di consigli, di manoscritti di giovani autori, d'interviste su lavori suoi, erano per lui una consolazione a cui forse avrebbe mal volentieri rinunziato. Perchè appunto questa era (e certo è tuttora) la grande caratteristica di Camillo Antona-Traversi: — vivere nell'arte e nella vita, quasi interamente per gli altri.

E vivere, così, quasi un'esistenza di fanciullo sognatore, come insospettoso del male e della tristizia dei suoi simili. Se un fatto di cronaca, se la rivelazione di qualche bruttura cadeva sotto i suoi occhi, ne restava più che disgustato, sorpreso; perchè, più che l'orrore, aveva lo scetticismo del male. E quando la delusione veniva a sfrondare i suoi sogni di ottimista, scriveva le impressioni del suo disgusto senza violenze e senza attacchi.

Nell'arte sua, come nelle sue abitudini, evitava, quanto più gli era possibile, la nota personale. La società romana lo aveva sinistramente impressionato con le sue corruzioni, le sue onte, i suoi craks; ed egli la dipingeva con mano felice di riproduttore coscienzioso, e la poneva sulla scena. Così ha fatto anche nei Parassiti.

Più che dare un giudizio su questa classe di truffatori in guanti gialli, egli li ha offerti al pubblico tali quali sono: e se il pubblico trova che questi Parassiti della scena sono delle canaglie, o dei delinquenti, tanto peggio per i Parassiti della vita. Il pubblico, e non l'autore, li ha condannati!

Ma — nell'artista, come nell'uomo — sopra il disgusto per il male, ha vinto la compassione per l'infelicità. Pronto con la sua amicizia, col suo danaro, col suo cuore, a lenire una disgrazia, egli sentiva tutto lo strazio delle Rozeno, come piangeva — nei Fanciulli — tutte le lagrime dell'infanzia torturata.

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E il nobile artista e il nobilissimo uomo dovevano — tra gli agguati di speculatori pronti a tutte le armi — lasciare tutto il sangue più puro del cuore e le illusioni più radiose dell'avvenire. Camillo Antona — Traversi manda alla patria, dai confini del mondo, ove i casi e gli eventi lo hanno sospinto, col suo nuovo lavoro, la sua ultima protesta.

E anche questa, come ogni cosa che partiva dall'animo suo mite e gentile, è, rivestita delle forme dell'arte, un'opera buona.

Valga essa, secondo l'augurio del pubblico e della critica, a sciogliere l'oscuro nembo addensatosi sul suo capo, e a ritornarlo all'arte, alla famiglia, alla patria.

E, in tanto, a lui smarrito per le vie della terra, a lui anelante col pensiero e col cuore verso i lidi d'Italia, a lui giunga, messaggio d'amicizia e augurio di pace, il saluto dell'anima mia!

Francesco Bonavita[24].

PARASSITI

Commedia in tre atti.

Teatro Alfieri. — Comp.ª Reiter-Leigheb. — PARASSITI di Camillo Antona-Traversi.

Sono tipi vecchi, si è detto; ma veri e vivi, che tutti abbiamo incontrato e conosciamo... pur troppo! In questo appunto sta il merito e la potenza dell'autore e degl'interpreti — o, meglio, dell'interprete, chè il lavoro tutto e l'attenzione del pubblico sono concentrati sul sôr Gaudenzio Calabresi. — Altra sincera lode va all'Antona-Traversi per averci tolti dal solito eterno, stucchevole triangolo... vizioso dell'adulterio, riuscendo — ciò malgrado — a interessare e divertire.

Il plauso del pubblico, che saluta da varie sere il bel lavoro, gli sia di conforto per accingersi con maggior lena a nuove e forti opere. — Interprete sommo Oreste Calabresi. Degni di plauso la Zucchini e Leigheb. Bene Carini, la Leigheb e la Cristina.