PREFAZIONE
C'est là une erreur de beaucoup d'écrivains italiens. Ils croient émouvoir et frapper par un fait exceptionnel, par la nouveauté illogique d'une combinaison dramatique, sortant de la vie normale.
Ils ne comprennent pas que toute la force au théâtre consiste à donner l'illusion du vrai; et que le comédiographe de génie, par une fine observation psycologique, par l'étude profonde des caractères, sait faire un chef-d'oeuvre avec le fait de chronique le plus simple et le plus banal.
Les deux frères Antona-Traversi ont compris cette grande vérité dans leurs dernières pièces.
L'aîné, M. Camillo Antona-Traversi, dans Parassiti, nous a donné un type, un caractère pris sur le vif.
Renonçant dans cette pièce aux scènes émouvantes de Danza Macabra, des Fanciulli, de Stabat Mater, il nous a produit une comédie du genre classique qui restera au répertoire.
G. P. Zuliani.
(Dall'Italie di Roma, 7 settembre 1900).
... I Parassiti sono veramente il suo capolavoro, e uno dei capolavori della nostra letteratura drammatica.
Ottorino Modugno.
(Dalla Ragione di Roma, 25 aprile del 1910).
Questi miei Parassiti — lungamente pensati e amorosamente scritti durante un mio non breve soggiorno a Bruxelles [anno di grazia 1898] — videro, più per intercessione di amici buoni e gentili, che non per volontà di attori, la luce della ribalta, al Teatro Costanzi di Roma, la sera del 24 luglio 1899.
I telegrammi, che mi davano l'annunzio di un «successo pieno e intiero»[1], mi commossero profondamente e trasfusero in me un ardore nuovo.
In quell'ora sì dolce, mi son sentito molto migliore di quello che i casi di mia vita mi vollero e mi fecero.
***
Pochi giorni dopo, mi giunsero tutti i giornali di Roma. Non senza viva commozione lessi con quanta simpatia e con quanto fraterno affetto alcuni buoni e cari amici, che non mi avevano certo dimenticato, vollero preparare e annunziare l'andata in iscena della mia commedia.
Fra essi, Lucio d'Ambra e Stanislao Manca.
Il primo — vera anima d'artista, e amico di fede sicura — nel «Signor Pubblico», che dirigeva in allora Gallieno Sinimberghi, mi dedicava questo affettuoso «pastello alla penna»:
«IL BUON CAMILLO»
«Io mi ricordo un pranzo allo scoglio di Frisio, innanzi al mare argenteo sotto la luna. Ero a Napoli per una mia piccola commedia al Sannazaro; e la sera, all'impallidir dei fuochi del tramonto, ci riunivamo a pranzo sul mare, in cinque o sei innamorati della letteratura. Una sera il discorso cadde su Camillo Antona-Traversi come letterato: chi lo levava alto verso le stelle, e chi lo rigettava giù giù violentemente, in fondo all'oscuro Taigeto. Ma per l'uomo fu un inno concorde alla sua bontà, alla sua grazia, alla sua soavità. Ognuno svelava qualche nuovo bel profilo di bontà del tempestoso scrittore, ognuno aveva il suo aneddoto pronto, ognuno trovava la parola affettuosa per quella tenera anima di uomo. Egli si è conservato così dolce, così delicato, a traverso una giovinezza più pesta dell'uva delle vendemmie e una virilità dolorosissima, irrequieta. Camillo è stato veramente un grande infelice; e pure, a ogni nuovo colpo dell'avversaria fortuna, egli scuoteva le spalle con una rassegnazione sincera, e vi faceva luccicare al sole i fili d'argento della sua barba continuamente torturata dalle sue fini mani nervose. E sorrideva, e s'incurvava ancora più nelle spalle, accendeva la quarantesima sigaretta della giornata, e ajutava gli altri, attendendo pacatamente per sè l'urto di un altro dolore.
Ajutava gli altri!
Io so innumerevoli fatti che lo dimostrano, innumerevoli prove della squisitezza di sentimento di Camillo Antona-Traversi. Egli ha fatto da anni una vita randagia: oggi, lo trovate a Venezia a guardare i colombi a San Marco, o seduto a un tavolino del caffè Florian a discutere d'arte e di dedizione al bene degli altri con quell'altro infelicissimo e soavissimo che fu il povero Giacinto Gallina: poche ore dopo, lo sapevate a Genova, con quartier generale in qualche caffè dell'Acquasola; e di lì a poco eccolo a Torino, a passeggiare al Valentino, o ad arringare al caffè Parigi: eccolo a Roma, rincantucciato al Valle dalla mattina alla sera, ed eccolo per le vie a guardar le stelle e per le piazze a contemplar la luna, dalla sera alla mattina, con qualche amico, vittima ignorata di quella sua letteratura peripatetica: eccolo, poi, a Firenze, da Doney, su un palcoscenico, o a percorrere lentamente qualche chilometro su i lungarni: eccolo a Napoli, al Gambrinus, in mezzo a una tumultuosa turba di comici, o allo Scoglio di Frisio a pranzare poeticamente e a guardar da lungi sospirosamente la sua bella villa chiusa, dove «lavorerebbe tanto bene», dove «dormirebbe così quetamente», cullato dal canto rôco del golfo divino: eccolo a Pisa a trascinarsi col suo passo stanco lungo quella spiaggia del gombo così sterile e sabbiosa fra i pini, o lungo l'Arno giallastro, lento lento, come fosse stanco del suo ininterrotto fluire, a ideare di scrivere dieci commedie con dieci probabili futuri scrittori pisani: eccolo infine a Bologna, a San Petronio, a goder il fresco nel bel dômo solenne, o al caffè del Pavaglione a dir bene di tanta gente di cui avrebbe dovuto dir male, a scrivere mille cartoline ai suoi mille amici europei, e a correggere qualche scena di un suo dramma nuovo. E ieri vi era arrivata una sua lettera da Parigi? Ebbene, dopo una settimana ne ricevevate un'altra da Vienna: dopo quindici giorni, una cartolina da Lugano; dopo un mese, un telegramma — inutilissimo, com'è naturale! — da Trieste.
E in questo nomadismo che faceva? S'incaricava degli altri, si addolorava per i loro dolori, si rallegrava per le loro gioje, si faceva in pezzi per ajutarli nei loro bisogni: se aveva una lira, la divideva a dar colazione a un altro che forse e spesso non se la meritava. Io non ho mai inteso Camillo pensare al male. Un fanciullo di quindici anni uscito ieri dal collegio potrebbe dar la misura dell'ingenuità dell'uomo che divenne l'autore acclamato delle Rozeno. Così, facendo del bene, ebbe in cambio del male. Egli fu la più carnosa preda degli strozzini, ed egli ne ha riso e li ha messi in una commedia che chi sa quando ascolteremo.
Egli, per sè, sarebbe stato capace di qualunque privazione; e quante volte invece ha bussato alla porta di uno di quelli strozzini e ha preso danari per darli a chi l'aveva commosso con il pietoso racconto di una infelicità quasi sempre imaginaria, cantata in rima e in prosa per exploiter la sua buona fede fanciullesca! Nessuno di quei fogli da cento è mai tornato nel suo portafoglio. E mai nessuno, nel suo bisogno, ha fatto per lui la decima parte di ciò che egli faceva per gli altri!
Professore di lingua italiana, studioso di Leopardi e storico di Paolina, critico, autore di quindici drammi e commedie di vario valore, traduttore valoroso di commedie francesi, gran produttore d'articoli a vapore, ecco lo stato di servizio di Camillo Antona-Traversi Anch'egli, del resto, come suo fratello Giannino, è occupatissimo. Solamente le sue lettere ascendono a cinquecento e le sue cartoline a mille. Le sue r sono anche innumerevoli. La velocità del suo discorso passa, forse, i 45 Km. all'ora.
È veramente difficile tenergli dietro. V'occorre uno sforzo intenso. Lo si fa volentieri, perchè anch'egli è un affascinante causeur, un delizioso narratore d'aneddoti.
Ora, egli è nell'esilio e non potrà assistere lunedì sera alla rappresentazione dei suoi Parassiti al Costanzi. Le sue forti e originali commedie eran sempre seguite da Camillo Antona-Traversi con tenerezza paterna, tra gli applausi del pubblico.
Questa commedia non avrà questa sua tenerezza: essa non è stata scritta a Venezia, come le altre, in quella Venezia ispiratrice. Essa fu scritta nello scoramento squallido dell'esilio. Ma a i Parassiti gli amici — e non della ventura — saranno cuori fraterni. E non dubitare, Camillo dilettissimo: nel tuo esilio, ti giungerà, raggio di sole, il successo che ai tuoi Parassiti decreteranno pubblico e critica lunedì sera, al Costanzi, per dimostrarti l'affetto verso l'uomo buono e infelice, e l'ammirazione per lo scrittore vigoroso e ardito.
Sarà per Camillo Antona-Traversi la prima gioja di questi ultimi anni. Ma tutto sta a cominciare. Molte altre e intense terranno dietro a questa prima.
La bontà ha dei diritti, e l'ingegno dei privilegi.
Lucio d'Ambra»[2].
E Stanislao Manca — l'autorevole critico drammatico della Tribuna, che onora con la dottrina e con l'ingegno l'arte nostra — così dava ai lettori del grande giornale romano l'annunzio dei miei Parassiti:
«È domani sera che si rappresenterà per la prima volta in Italia questa nuova commedia di Camillo Antona-Traversi. L'autore delle Rozeno, dei Fanciulli, della Danza Macabra e di tanti altri applauditi lavori — rimasto troppi anni lontano dal teatro — vi ritorna ora; e, ci auguriamo tutti, per ritrovarvi quei successi che il suo ingegno e il suo cuore meritano in modo particolare.
Parassiti è una commedia in quattro atti, d'ambiente schiettamente romano. Ne sarà protagonista, nei panni del commendatore Don Gennaro Gaudenzi, Oreste Calabresi. Ed è facile attendere da questo geniale artista una nuova felice creazione.
Claudio Leigheb, con quell'ardentissimo amore per l'arte che lo distingue, senza bizantineggiare sulla maggiore o minore importanza di ruolo, per meglio assicurare l'esito della nuova commedia, ha accettato una piccola parte di favore — quella del segretario di Gaudenzi, Naldini — ma che in sue mani si tramuterà subito in un capolavoro di comicità.
Le altre parti sono affidate alla Zucchini-Maione, alla Cristina, alla Leigheb, al Carini, al Beltramo, al Rizzotto, alla Carini; e tutti vi recheranno il contributo della loro fede e della loro valentia.
La serata di domani al Costanzi è ben a ragione vivamente attesa».[3].
Nel «Ma chi è!», poi, un ignoto amico mi dedicava questo affettuoso saluto... poetico:
Sulla fronte e sul cuore,
tieni scolpito amore:
studio ed intelligenza
mostra la tua presenza:
rassegnazione, gloria,
pene, son la tua storia!
Vivi amato e felice,
chi ti conobbe, dice![4]
***
La «Società degli autori drammatici e lirici», che, poche sere prima, in una affettuosa agape fraterna, aveva festeggiato — sulla stessa scena del Costanzi — la vittoria conseguita dalla «Scuola del marito» del mio diletto fratello Giannino, volle — dietro proposta di Carlo Lotti — celebrare, in altra agape non meno fraterna, quella che era stata la «mia vittoria».
La simpatica festa riuscì oltre ogni dire cordiale e commovente; così come ne fa fede il resoconto che tolgo dal «Gazzettino dell'arte drammatica e lirica»[5]:
In onore dei due fratelli Antona-Traversi.
«A poche sere di distanza, i due fratelli Giannino e Camillo Antona-Traversi trionfarono sulle scene del Costanzi con due lavori, d'indole diversa, ma egualmente pregevolissimi. L'avvenimento così lieto per l'arte italiana, venne commemorato dalla Società degli Autori ed Artisti drammatici e lirici con due agapi fraterne; la prima, in onore di Giannino, nella sera di giovedì 13 luglio, e l'altra in onore di Camillo la sera di martedì 25 luglio.
Presero parte all'appuntamento geniale gli amici qui segnati in ordine alfabetico:
G. Saffico — E. Boutet — F. Bartocci-Fontana — L. Capuana — G. A. Costanzo — G. Costetti — O. Calabresi — F. Cisotti — C. Core — T. Daretti — S. Danesi — G. Dei — G. Fabiani — G. Ferri — G. Franzinetti — R. Giovagnoli — C. Gambua — A. Gabrielli — L. Grande — C. Lotti — P. Mengarini — V. Molaioli — A. Mauri — G. Monaldi — L. R. Montecchi — Gr. Nani — Gr. Patriarca — T. Pasetti — I. Palmarini — C. Ruberti — G. Traversi — C. Tartufari — S. Sparapani — G. Savarese — E. Zama.
Molti altri amici e ammiratori dei due simpatici autori vollero essere ricordati, dolenti che l'estate li avesse già fatti allontanare da Roma.
Alla fine della cena bandita in onore di Giannino, presero la parola G. Costetti, R. Giovagnoli, T. Pasetti, in una forma veramente nuova, intrecciante cioè gli elogi per i meriti da tutti riconosciuti dell'ottimo lavoro del brillantissimo autore, con le osservazioni quali il pubblico aveva fatte intorno all'arditezza del tema; e Giannino rispose con simpatica efficacia, dando ragione dell'opera sua; così che ne venne una dilettosa conferenza intorno alla commedia La Scuola del marito e all'arte in genere.
C. Ruberti rammentò ai convenuti che, fra pochi giorni, si sarebbe data la commedia di Camillo, proponendo un brindisi di augurio all'amico lontano, che venne accolto da un urrà; e C. Lotti propose che, la sera dopo la rappresentazione dei Parassiti, tutti i presenti si trovassero a una riunione per festeggiare l'autore, il cui seggio di onore sarebbe stato occupato dal fratello Giannino. E così tra gli applausi si chiuse la simpatica festa.
***
E, in fatti, la sera dopo la rappresentazione dei Parassiti, gli amici convennero puntuali alla cena in onore di Camillo, e il posto suo d'onore veniva occupato da Giannino.
Qualche cosa di intimo, di gentile. Oltre al presidente lontano, il vice presidente T. Pasetti, che aveva assistito alla cena precedente, mandò da Bologna un affettuoso saluto e augurio perchè l'acclamato autore sia presto ridonato all'arte e al paese; e anche il Baffico e il Palermi, egualmente lontani, vollero essere ricordati. E da Torino, Adolfo Riccardi-Re mandò un telegramma, per esser considerato come presente, plaudendo agli iniziatori della festa gentile.
All'amico lontano, cui un destino che assurge alla tragicità del fato greco agita senza requie l'anima travagliata, volava il pio saluto di coloro che desideravano essere a lui ricordati.
Giorni prima brindavamo all'amabile autore dell'allegra commedia la Scuola del marito: quella sera, un sentimento più alto e profondo ci univa; e, nell'era volgente e nella non dolce stagione, faceva bene all'anima il mirare una così eletta schiera di amici convenuta per rendere onore al valoroso collega, e per mandare una risposta di conforto a lui che da lontano c'inviava una gentile opera d'arte come fiore del ricordo, come il simbolico Non ti scordar di me!
E noi di te non ci scordiamo. Piacque agli Dei la causa del vincitore, a Catone quella del vinto. Ed è proprio di persone che hanno l'animo temprato a tutto ciò che è nobile e artistico, l'essere sensibili verso coloro che la sventura colpisce. E perciò noi gridiamo: «coraggio, Camillo!» Una eletta schiera di amici è qui convenuta per renderti onore e per augurarti che tu possa ogni tanto arricchire di altre opere d'arte il nostro teatro italiano, vendicandoti così nobilmente del destino che spinge l'anima tua appassionata.
Un fosforescente ingegno meridionale ebbe a dire che l'artista compie la sua missione quando crea un'opera d'arte, non importa se, per ottenerla, semini intorno a sè la desolazione e le vittime.
Camillo dà una versione ben diversa di quella egoistica sentenza. Anch'egli sacrificò al suo ideale di scrittore; ma egli stesso si offerse per vittima: egli non corre trionfante sul corpo dei caduti, colpito egli stesso dalle sue mani.
Se grato ti carezzerà la coscienza di scrittore l'applauso che una folla di pubblico ha tributato al tuo nuovo lavoro I Parassiti, dove, come in ogni tua opera d'arte, rifulge un pensiero altamente civile, più grata forse ti sarà giunta la notizia del simpatico convegno di amici radunati intorno al tuo Giannino per renderti onore.
Questo, interpretando il pensiero di tutti, disse C. Lotti a nome della Presidenza della Società; e il prof. R. Giovagnoli, rievocando i ricordi del passato, quando Camillo Antona-Traversi era suo scolaro, fece un quadro dell'attività sua maravigliosa, della prontezza e genialità di mente, dell'opera, come scrittore erudito di studj storico letterarj, come autore applaudito, originale, da cui il paese molto si può ripromettere.
Ai brindisi calorosi di tutti gl'invitati rispose con commosse parole Giannino, che, dai presenti e in nome di tutti, veniva incaricato di spedire un saluto, un applauso, un augurio al fratello lontano.
E così ebbe termine la festa gentile, che lasciò in tutti noi una dolcezza di conforto, come di un'opera buona compiuta; e un profumo di sentimento, che ci aveva sollevati per qualche ora dalle bieche cure di ogni giorno.
Ricevuto il telegramma, Camillo Antona-Traversi rispose con una lunga affettuosissima lettera, dalla quale stralciamo questo brano:
«Dirai a tutti quale sia il conforto che da essi mi viene, quale la infinita mia gratitudine, tenerezza e devozione.
«Mercè vostra, ho riveduto oggi un raggio di sole, dopo tanta notte! Mercè vostra, o cuori nobilissimi, rinasco ora al lavoro, alla vita!»
***
E, come se tante indimenticabili dimostrazioni d'affetto non bastassero, mi giungevano, oltre ogni dire gradito, numerose lettere da amici e da letterati illustri, per i quali viva è, e sarà sempre, la riconoscenza mia.
Non so resistere al desiderio di riprodurne qui qualcuna. E chiedo venia, ai cortesi che mi scrissero, della libertà che mi prendo.
Luigi Capuana — uno dei più forti scrittori d'Italia nostra, che mi onorò sempre di sua fraterna amicizia — mi mandò questa cara lettera preziosa:
Roma, 25 luglio 1899.
«Carissimo amico,
Il successo dei Parassiti è stato schietto e solido: gli applausi sono scoppiati non solamente a ogni fine di atto, ma durante parecchie scene, con spontanea unanimità; e io ne sono stato lietissimo, più che se si fosse trattato di cosa mia.
E avrei dovuto esserne afflitto, perchè avete annullato un mio lavoro in due atti, che aveva un tipo identico al vostro commendatore Gaudenzi[6]. Dovrò rifare tutto da capo: mutare, cancellare ogni traccia di somiglianza.
Il vostro Gaudenzi è un tipo così vero, così vivo, che non si può rifare due volte in teatro!
V'invidio il successo; ma non ne sono geloso: me ne rallegro sincerissimamente con voi, che meritate questo conforto.
Sono sicuro che i Parassiti faranno trionfalmente il giro dei nostri teatri.
Calabresi è stato stupendo: ho voluto stringergli la mano dopo la rappresentazione; e, siccome io non lo conoscevo personalmente, mi son fatto presentare da vostro fratello, ch'era raggiante di contentezza per voi.
Io vi stringo affettuosamente le mani, e vi abbraccio con sincera fraternità d'arte.
Potete essere orgoglioso di avere scritto un lavoro di schietto carattere italiano, divertente, interessante, pieno di vera e intensa comicità.
Cordiali saluti dal
vostro aff.mo
Luigi Capuana».
Antonio Della Porta, poeta e prosatore chiarissimo, a me legato da vincoli d'indistruttibile amicizia, così mi scriveva:
Roma, 26 luglio 1899.
«Mio carissimo,
Io, naturalmente, ero al Costanzi. E seguii, con tenerezza affettuosa, tutto il lavoro. Debbo dirti che quei quattro atti sono «una forte cosa»? Mi par inutile.
Essi sono molto vicini ai fratelli delle Rozeno e di Danza Macabra. Come unità, li superano. Mi spiego: il centro etico del lavoro attrae costantemente a sè persone, cose e casi. Quel Commendatore è lineato con bravura e audacia della miglior commedia greca.
Di questi giorni, ho letto e riletto Aristofane: ebbene, l'altra sera ho pensato a lui!
Lode non piccola, è vero?... Ma tu sai che io non te la darei se non ne sentissi la sincerità.
Forse gli episodj, da cui balza vivo e grande il protagonista, non sono tutti di egual rilievo e di eguale verità scenica. Questa impressione, che se ne ha alla fine del lavoro, nuoce alla ragionevolezza della favola di costume, che tu hai — ripeto — ideata con arguzia e furore greci.
Anche gli accenni a contemporanei viventi furono saporiti e contenuti in un decoroso freno artistico.
Uscendo di teatro, io pensai la gioja dell'esule all'annuncio della vittoria; e mi ridussi a casa meno triste, e ne parlai a mia madre, destandola per la lieta notizia.
Quanti voti ti vennero, allora, da cuori memori!
Tuo aff.mo
Antonio della Porta».
***
Roberto Bracco — onde il cuore è pari all'ingegno grandissimo — non poteva mancare, e non mancò in fatti, alla bella corona dei miei più provati amici.
Ed ecco qui la commovente e generosa lettera sua:
Sorrento (Sant'Agata), 29 luglio.
«Mio caro Camillo,
Qui, in campagna, dove trovo nella noja profonda un po' di riposo dopo le solite lotte meschine, mi giunge la notizia lieta del successo riportato a Roma dal tuo lavoro Parassiti.
Tu sai che non sono abbondante nè di parole, nè di sentimentalismo, in fatto d'arte.
Potrai, dunque, ben valutare il bisogno che sento di scriverti e di mandarti un bacio. Non so che cosa sia il tuo lavoro, e non commetto la banalità di lodarlo senza conoscerlo; ma so che sei tornato dal tuo esilio, sei tornato in ispirito col tuo ingegno, con le tue forze, col tuo coraggio; e so che questo ritorno è nobile e sarà salutare per te e dolcissimo per tutti coloro che come me ti vogliono veramente bene. Avanti, dunque, ancora: avanti tra i primi e tra i migliori, avanti Camillone mio! Dimentica il passato, e preparati a ogni specie di trionfi: artistici, morali... finanziarii!
Fraternamente tuo
Roberto».
Chiudo questa breve raccolta con la amorosa lettera del mio Giannino, la quale rispecchia tutto il nobile animo suo:
Roma, 25.
«Carissimo,
Ti ho telegrafato or ora. Prima di coricarmi, voglio mandarti il resoconto esatto della serata.
Bel teatro, quale non avrei creduto, data la stagione.
Quasi tutte le poltrone occupate; e occupate anche le prime file di sedie: una cinquantina di persone, in piedi, in platea. Qualche vuoto nei palchi di 1ª e 2ª fila: in loggione, come sempre, non più di venti persone.
Il Calabresi impostò così bene il personaggio del Gaudenzi da renderlo, sin dalle prime battute, evidente e simpatico al pubblico, che sottolineò con risate e con approvazioni quasi tutte le battute di lui, durante tutta la commedia. Alla sua prima uscita, grandi e unanimi applausi lo chiamarono fuori. Alla fine dell'atto, tre chiamate, unanimi, calorose.
Al 2.º atto, il successo si raffredda. Alla fine, una chiamata, con applausi non unanimi, nè calorosi.
Al 3.º atto, il successo ritorna ottimo. All'uscita del Calabresi, grandi applausi e una chiamata. Alla fine dell'atto, due chiamate, bellissime.
Idem, in tutto, al 4.º atto. Le chiamate sarebbero state maggiori, se la maggior parte del pubblico, mentre calava la tela, non si fosse alzata per uscire dal teatro. Così fa sempre, quando non si dà, dopo, la farsa!
Le impressioni del pubblico, in generale, eccellenti. Tutti hanno trovato riprodotto perfettamente il tipo del Gaudenzi, e benissimo riprodotto anche l'ambiente. Taluni facevano il nome di casa O..!
La critica ti sarà favorevolissima.
In complesso, un successo schietto, serio, completo! E pensa che, al Costanzi, la maggior parte del pubblico non sente che la metà di quello che gli attori dicono!
L'esecuzione, maravigliosa per affiatamento, per insieme, quale da un pezzo non ha dato alcuna Compagnia italiana. Del Calabresi non riuscirei a dirti tutto il bene che penso. Nessun attore in Italia ti potrà fare quel tipo meglio di lui! Una cosa maravigliosa, in tutti i più minuti particolari: una vera creazione! Eccellente il Leigheb. Ottimi anche gli altri. La Cristina sostenne la difficile parte in modo superiore a ogni aspettativa.
Io ho baciato per te Calabresi e Leigheb, e ho ringraziato tutti gli altri. E tu scrivi loro quello che ti ho detto.
L'ambiente ti era favorevolissimo. Nessun amico mancava. Della Porta, Bianchi, Gigi Volpi, Ruggero Musmeci, Lucio d'Ambra, Capuana, Montecchi, Liberati, Sinimberghi, Aurelio Costanzo, Mengarini, e via dicendo; e tutti vogliono esserti ricordati con vero affetto. Hai qui molti e fidati e sicuri amici!
Domani, telegraferò a mammina e a papà l'esito felicissimo.
Godi pure del tuo trionfo, e vivi pur certo che nessuno ne gode più di me. Esso ti sia almeno un compenso alle tante tue amarezze!
Domani sera, la «Società degli Autori» darà una cena in tuo onore.
Le mie impressioni sono assai favorevoli alla commedia, alla quale basta il Gaudenzi per farne un'opera d'arte.
Ti abbraccio, felice.
Tuo aff.mo
Giannino».
***
Certo fu — per me — somma ventura d'aver trovato, nella eccellente Compagnia Leigheb-Reiter — un attore della coscienza, dello studio, del valore, della comicità e potenzialità drammatica di Oreste Calabresi, che — a giudicio unanime di pubblico e di critica — fu un Gaudenzi maraviglioso.
A Lui dico qui tutta la gratitudine dell'animo mio; e ripeto l'ammirazione che, non da oggi, nutro verso l'arte sua così semplice e così efficace.
Non avendo Virginia Reiter creduto d'accettare la parte di Rina, la mia commedia non si sarebbe data certamente ove Claudio Leigheb non avesse creduto di entrarci.
Ridir le risate che il «principe dei brillanti italiani», sotto le umili spoglie del segretario del commre Gaudenzi, seppe strappare al pubblico del Costanzi, non è da me, ch'ero assente... ma l'eco di quelle risate, per lettere di amici e per lettura di giornali, mi giunse oltremodo giojosa.
La morte — sempre spietata — avendolo tolto immaturamente all'arte drammatica italiana, ond'era uno dei più fulgidi ornamenti, non m'è dato, pur troppo!, dirgli oggi, in queste povere pagine, tutta la mia profonda riconoscenza.
Ringrazio anche di cuore Gilda Zucchini-Maione; Ines Cristina; Teresina Leigheb; Ernestina Bardazzi; Maria B. Carini; Luigi Carini; A. Beltramo; S. Rizzotto e Amerigo Guasti.
***
Alcuni mesi dopo, i Parassiti affrontarono il severo giudizio del pubblico milanese. Furono, in fatti, rappresentati — sempre dalla stessa Compagnia — al Teatro Manzoni, la sera del tredici novembre 1899.
L'eco delle festose accoglienze fatte alla commedia dal pubblico romano, era giunta all'orecchio dei miei concittadini; e, però, l'aspettativa era molta.
Anche a Milano alcuni amici della stampa vollero — bontà loro! — ricordarmi con affetto al pubblico milanese, che — alcuni anni prima — aveva decretato il «successo lieto» alle mie Rozeno, alla mia Danza macabra e ai miei Fanciulli.
Ausonio, nella Sera, così mi ripresentava ai lettori:
Camillo Antona-Traversi.
«Lo conobbi nell'autunno del 1890, qui a Milano, dov'era venuto per vedere di mettere in iscena al Manzoni le sue Rozeno. Era avvilito e impaziente. L'avvilimento derivava in lui dal rifiuto oppostogli da molti capocomici — e da molte attrici, sopra tutto — per la rappresentazione di quella sua commedia prediletta: l'impazienza, dalla speranza ch'egli aveva che la Compagnia di Tito Favi appagherebbe finalmente il lungo desiderio di lui e dalle promesse che ne aveva avute. La commedia pareva nata sotto cattiva stella. Le promesse fallirono, e l'autore se ne tornò a Roma. Ma riapparve poco dopo, raggiante e speranzoso. Aveva avuto una nuova promessa dalla stessa Compagnia, capitanata non più dal Favi, ma dal Bertini e dal Talli. Le Rozeno furono messe in prova; ma un giorno furono ritirate e l'autore scomparve col copione, al quale voleva apportare delle correzioni. Il proponimento era stato suggerito a lui dalle «prove», e ribadito da amici che a quelle erano stati presenti.
Le Rozeno non furono rappresentate che dopo un pajo di anni circa, al «Valle» di Roma, da Cesare Rossi, protagonista Teresina Mariani. Il successo, che ne seguì, la maggior parte dei miei lettori non ignora. Fu quasi la rivelazione di un autore, perchè i precedenti successi, negativi e magari positivi, avevano fatto dubitare che in Camillo Antona-Traversi fosse stoffa di autore drammatico.
E dopo il primo successo lieto ne vennero degli altri — ultimo arrivato, a Roma, quello dei Parassiti, la commedia che il pubblico milanese giudicherà stasera.
Non vo' enumerare la produzione, non larga ma notevole, di Camillo Antona-Traversi; nè spetta a me darne un giudizio critico, anche perchè molti di voi quella produzione conoscono. Forse, non tutti di voi conoscono l'uomo»[7].
Senza invocare il nemo propheta in patria, che non è proprio il caso, dirò subito che i Parassiti non ebbero al Manzoni le stesse festose accoglienze del Costanzi. Se l'atto primo — giudicato concordemente magnifico — e l'atto terzo e quarto riscossero applausi, il secondo passò «senza infamia e senza lode».
La critica — pur mettendo in rilievo i pregi del lavoro — fece non poche restrizioni sul suo reale valore d'arte. La maggior accusa fattami fu quella d'avere concentrato tutto l'interesse del lavoro nel Protagonista, e di essermi — plasmandolo per la scena — ricordato troppo da vicino del Matteo Cantasirena dei Barbarò di Gerolamo Rovetta.
A difendermi da una simile accusa non meritata, sorse una gentile e valorosa signorina, il cui nome è caro alle buone lettere: Irma Melany-Scodnich.
«Si rimprovera all'autore» — riproduco testualmente l'amabile difesa — «l'affinità del suo Don Gennaro Gaudenzi con il Matteo Cantasirena del Rovetta.
Mi permetto di trovare ingiusto il rimprovero. L'autore non è un novellino del teatro: deve aver sentito quest'aria di famiglia fra i due tipi, e preveduto il facile rimprovero.
Se Camillo Antona-Traversi ha ultimato e presentato alle scene I Parassiti così come sono, significa ch'egli aveva la convinzione della diversità sostanziale fra i due tipi. E questa diversità, che esclude ogni puerile sospetto d'imitazione, esiste: è reale, come reale è la varietà infinita di tipi consimili nel mondo imbroglione della politica, della plutocrazia e della classe parassitaria in genere.
Se tutto ciò è sfruttato, io domando qual è l'ambiente, quale lo strato sociale, quali sono i tipi che non siano stati già sfruttati sulla scena, o nel romanzo? Se gli autori dovessero lasciarsi trattenere dal timore di una rassomiglianza nelle situazioni, o nei personaggi, con questa o quella commedia, evidentemente non scriverebbero più»[8].
***
Anche a Milano, del resto, trovai numerosi difensori, sopra tutto nel «pubblico, che accorse numeroso a udire e applaudire la commedia, così alla seconda replica[9], come alle altre»[10].
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Le accuse, però, che — così a Roma, come a Milano — molti critici mossero all'atto secondo; e il giudizio che di esso diede sopra tutto il pubblico del Costanzi e quello del Manzoni, m'indussero, dopo matura riflessione, a fondere l'atto secondo nell'atto terzo, sì da dare maggior interesse all'azione e rendere più organica tutta la commedia.
E che ebbi non una, ma mille ragioni di così fare, non tardarono a provarmelo i lietissimi successi, venuti dopo, di Torino, di Firenze, di Genova, di Palermo, di Trieste, di Padova e di Parma.
I primi a darmi lode incondizionata della eseguita fusione, furono gli stessi critici romani, che pur avevano sì benignamente giudicata la prima edizione dei miei Parassiti.
Ho qui, sott'occhio, quanto ebbero a scrivere, allorquando — non più la Compagnia Leigheb-Reiter, ma la Compagnia V. Talli-Irma Grammatica-Oreste Calabresi — sempre sulla scena del Costanzi, ridiede il lavoro un anno dopo [luglio del 1900].
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«La réprise dei Parassiti al Costanzi.
Per la bella commedia di Camillo Antona-Traversi si è rinnovato iersera il successo che già l'accompagnò l'anno passato, quando venne eseguita dalla Compagnia Leigheb-Reiter. Il lavoro è stato opportunamente ridotto in tre atti; e vi guadagna molto nella delineazione dei caratteri e nella orditura scenica. Calabresi fu anche questa volta un Don Gennaro Gaudenzi assai caratteristico, e meritò frequenti applausi. Piacquero pure la Galli, la Piperno-Marini, il Ruggeri, il De Antonio, il Rodolfi, la Vestri, la Garetti e il Giovannini per la felice macchietta del violinista Oswaigiaski»[11].
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«La commedia di Camillo Antona-Traversi, Parassiti, ebbe ottimo successo quando fu rappresentata la prima volta, e anche al Costanzi. Iersera, quel successo è stato non solo riconfermato, ma notevolmente aumentato. La commedia da quattro ridotta in tre atti ha acquistato in nettezza e in efficacia; e più fortemente si rileva il personaggio del commendator don Gennaro Gaudenzi, che nasce da una osservazione sottile e precisa, originalmente rispecchiata. Vi furono applausi a ogni atto, e chiamate al proscenio, al secondo atto, applausi e chiamate particolarmente clamorosi. Degli attori, da ricordare il Calabresi, don Gennaro, e la Galli»[12].
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«Al Costanzi si rappresentò iersera la commedia Parassiti di C. Antona Traversi, che l'anno scorso sulle stesse scene ebbe lietissimo successo.
Il lavoro però fu oggetto di qualche critica dal solo lato della lunghezza, che nuoceva a tutto l'insieme dell'azione, e rendeva quasi scolorite le figure principali, e specialmente quella del protagonista.
L'autore, accogliendo le giuste osservazioni, ha rifatto qua e là la sua commedia di 4 atti, ed è riuscito, con la fusione di un atto nei tre ultimi, a dare una impronta più vigorosa, più viva, al carattere dei personaggi e all'ambiente.
Il giudizio del pubblico ha confermato splendidamente il successo, già riportato l'anno scorso: e tutti i pregi della produzione — pregi di fattura scenica, di pittura mirabile del protagonista dell'azione e delle altre figure apparvero nella migliore luce, anche per merito degli artisti della Compagnia Gramatica-Calabresi, che l'interpretarono egregiamente»[13].
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«Un notevole successo ha avuto, da ultimo, la ripresa dei Parassiti di Camillo Antona-Traversi, opportunamente ridotti in tre atti.
Il lavoro è stato applaudito a tutti gli atti; ma più specialmente al secondo, nel quale la figura del protagonista scroccone e arruffone si delinea magistralmente[14].
L. R. Montecchi».
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«Costanzi. — La forte commedia di Camillo Antona-Traversi, Parassiti, ebbe ieri sera, dal pubblico accorso al Costanzi, le feste più lusinghiere. La commedia fu data ridotta in tre atti; e l'azione così concentrata ha perduto qualche bella scena, ma ha guadagnato in efficacia. Il personaggio del commendatore Gaudenzi, magistralmente interpretato dal Calabresi, ha ritrovato il più entusiastico successo. Specie al secondo atto, gli applausi e le chiamate furono insistenti. Col Calabresi, meritarono le feste del pubblico la Galli, il Ruggeri e gli altri bravi compagni»[15].
Meglio tardi che mai!
A proposito dei «Parassiti» riveduti e corretti.
«La commedia di Camillo Antona-Traversi, che, rappresentata l'anno scorso al Costanzi, ebbe così solenne il battesimo del successo, riapparve a Roma sotto una nuova veste. La critica, rilevando tutti i grandi pregi del lavoro, trovò allora che l'azione rimaneva alquanto inceppata da un secondo atto, nel quale l'autore aveva descritto, con molta arguzia, una festa, con relativo sontuoso buffet e relativa audizione di un violinista celebre.
Il Traversi, anima di artista forte e coscienzioso, ascoltò i consigli benevoli dei giornali, e rimpastò il lavoro, riducendolo in tre atti. Tolse, per intiero, la festa, e presentò il violinista come una saporita macchietta di un russo, molto innamorato dell'arte sua... e della donna italiana.
La commedia, così ridotta, è davvero una delle più complete concezioni drammatiche, che siansi presentate sulle nostre scene in questi ultimi tempi.
Il tipo del parassita, che specula sui pubblici disastri; che trova in ogni disgrazia altrui una fortuna propria; che passa, attraverso la vita pubblica, strisciando dinanzi a tutti i potenti; componendo e scomponendo pseudo-comitati di beneficenza; giungendo, alla perfino, a speculare sul talento artistico della propria figlia, dopo essersi compiaciuto che il figlio avvocato sia divenuto un degno parassita pure lui; questo tipo così vero e così vissuto è trattato dal Traversi con tale mirabile efficacia e maestria, che lo spettatore rimane soggiogato.
Quel parassita è conosciuto: ognuno di noi l'ha visto qualche volta nella vita; l'ha incontrato in qualche pubblica riunione; l'ha visto agitarsi, muoversi sotto la larva della beneficenza.
E quel segretario, anima dell'anima del parassita, che tiene in perfetta regola i registri di tutti i disastri, di tutte le pubbliche calamità; e s'attacca, come un'ostrica, allo scoglio, ovunque subodora un guadagno, lecito o illecito, poco importa; sfruttatore nato di tutto il genere umano, copia volgare dal parassita maggiore, quel segretario è di una verità sorprendente.
E così il figlio del Gaudenzi, e così tutte le figure minori, che si agitano, in quel mondo speciale, intorno all'astro massimo: parassiti della carità, dell'arte, della bellezza, della bontà: di tutto!
Angelo delicato, fiore sbocciante nella vasta landa inseminata, appare la figlia del Gaudenzi, cui l'amore santo dell'arte dà la forza della ribellione.
E la scena nella quale la fanciulla sente l'anima sua in rivolta contro il miasmo che l'attornia; e, divincolandosi da esso, vuol aprire i polmoni per respirare aria pura, quella scena è veramente mirabile.
Il lavoro ha avuto successo grandissimo, incontrastato.
Il forte commediografo, l'instancabile lavoratore, può, vicino alle Rozeno, scrivere a lettere d'oro: Parassiti; chè questa commedia vale l'altra acclamata e premiata, corsa su tutti i teatri d'Italia, come manifestazione di un ingegno drammatico superiore.
Oreste Calabresi ha fatto del Gaudenzi la riproduzione di un tipo gustosissimo. Benissimo la Galli, il Ruggeri, la Vestri, il Giovannini, d'Antonio, Ridolfi e tutti gli altri.
Liberati»[16].
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All'Alfieri di Torino [29 dicembre 1899], la commedia così ridotta ottenne tutti i suffragi del pubblico e della critica e fa replicata per varie sere[17].
E Claudio Leigheb così scriveva a mio fratello Giannino:
Torino, 4 gennajo 1900.
«Carissimo Giannino,
Mi viene assicurato che tuo fratello Camillo non trovasi più a Bruxelles; quindi, mi rivolgo a te per pregarti di annunziargli che i suoi Parassiti, qui all'Alfieri, ebbero ottimo successo e questa sera si recitano per la terza volta.
Avvisai di ciò telegraficamente anche il Riccardi; ma, nella tema che non abbia potuto comunicare il buon esito a tuo fratello, lo annunzio anche a te, certo che non vorrai ritardargli questa consolazione. La stampa è stata unanime nel constatare il successo e ha avuto parola lusinghiera e di conforto per lui.
Salutalo tanto da parte mia e dei miei compagni, e digli che lo ricordiamo sempre con infinito piacere.
Inviandoti un affettuoso saluto, e facendo voti per il tuo prossimo trionfo al Manzoni, credimi sempre
tuo aff.mo C. Leigheb».
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All'Arena Nazionale di Firenze [28 giugno 1900], gli applausi furono molti[18], e grande la soddisfazione di quei critici[19].
Luigi Süner, fraterna anima, mi scriveva:
4 luglio, 1900.
«Caro Camillo,
Con la tua commedia i Parassiti non hai diminuito la giusta fama di commediografo valente e studioso della società dei nostri tempi. L'agilità del dialogo e il movimento scenico, i quali mantengono incatenato il pubblico, lo attestano. L'organismo e l'originalità, non dico assoluta, perchè sarebbe impossibile, ma relativa, nulla lasciano a desiderare. Il tuo Commendatore, come carattere informato a satira, è tratteggiato con efficacia; e sono di parere che, come il Calabresi, gli attori di valore lo manterranno sulla scena. Non ti sembri poco. Nei particolari, mi riferisco agli articoli del «Corriere Italiano» e della «Settimana». In questo momento, lo scrivere mi costa molta fatica, perchè lo stato dell'animo mio tetro, a momenti a momenti irrequieto, non mi dà pace. Sarebbe sforzo inutile: tu mi hai capito e mi perdonerai la concisione. Lavora con tranquillità: tutti ti vogliono bene, e non è poco in un periodo d'indifferenza grande.
Ti abbraccia il sempre tuo
Luigi».
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Anche al Paganini di Genova [30 gennajo 1901]; al Teatro Garibaldi di Padova [23 maggio 1900] e all'«Olympia» di Palermo [26 novembre 1900],[20] i successi lietissimi si rinnovarono e confermarono.
A Palermo, i Parassiti furono dati dalla Drammatica Compagnia della signora Italia Vitaliani, diretta da Carlo Duse, che fu un Gaudenzi di molta efficacia e di non comune valore.
Un'altra grande fortuna aspettava la mia commedia: quella d'aver a interprete Ferruccio Benini, il collaboratore maraviglioso di Carlo Goldoni, di Giacinto Gallina, di Riccardo Selvatico; uno dei maggiori attori del teatro contemporaneo.
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Il Nobil Omo Vidal volle tradurre egli stesso la commedia nel suo bel vernacolo. Questa sua cara letterina me ne dava la lieta notizia da Fiesole:
«Carissimo Camillo,
Ho già cominciato la traduzione da me stesso: vale a dire, dettandola a un mio scritturato, che sta con me.
Il dialogo e l'indole dei personaggi sono facilmente traducibili in veneziano; e non fa d'uopo alcuna modificazione radicale.
Il titolo solo dà un po' da pensare, non essendo affatto veneziano; ma credo che, lasciandolo così, sarà la miglior cosa.
Una di queste sere Talli la rappresenta all'Arena Nazionale, e andrò a udirla: così mi sarà più facile porla in scena.
Resta inteso che — ove la commedia vada — non l'accordiate all'altra Compagnia veneziana!
Se faccio a tempo, la porrò in scena a Milano nel prossimo luglio: se no, sarà per la piazza successiva.
Grazie degli augurj, che ricambio di cuore, anche da parte di mia moglie.
Tutto vostro F. Benini».
Fiesole, 26-6-900.
Un dubbio, però, tormentava il Benini, che — come tutti i veri artisti — è sempre incontentabile: questo: — dovevasi, oppur no, nella riduzione veneta, conservare l'azione a Roma, anzichè porla a Venezia?
« — Ne parlai — ebbe egli a scrivermi, da Fiume, dove si trovava nell'agosto del 1900 — al comune amico professor Enrico Klinger. E gli esposi il dubbio che l'udire parlare dello Sgambati, della Scuola di Santa Cecilia e via discorrendo, potesse sembrar inopportuno in un ambiente veneziano; e che il tradurre testualmente il lavoro potesse dar luogo a un dialogo aspro, un po' slegato, mancante affatto di quella armonia arguta e naturale che è propria del dialetto. Ma il Klinger mi convinse col dirmi che non si poteva capovolgere i tipi, nè l'argomento, richiedendosi, a ciò fare, tempo maggior e fatica non lieve. Amo, non per tanto, rilevar anticipatamente tutto questo, per convincervi che, in tale stato di cose, la responsabilità del cimento, nel confronto, è maggiore; e, prima di azzardarla, voglio esser certo di non andar con la testa rotta».
***
Ma la prova scenica — che ebbe luogo, alla Fenice di Trieste, la sera del 21 gennajo 1901, anzichè far andare Ferruccio Benini con la testa rotta, lo fece andare con la testa gloriosa.
«Fui molto soddisfatto» — mi scrisse — dell'esito morale ottenuto realmente: e vi ripeto sono contentissimo della perfetta esecuzione della mia Compagnia. Parassiti si replicano questa sera, e domani domenica. Spero, inoltre, di dare una recita straordinaria a Gorizia; e mi lusingo debbano ottenere anche là buon successo. Ora, aspetto l'esito di Milano.... Colà lascerò il titolo: I cavalieri del dente; e, fra parentesi, Parassiti. Va bene? Però, non oso sperare egual sorte, inquantochè l'ambiente non è sostanzialmente veneziano, e la critica può rilevare facilmente lo sforzo.
Del resto, il lavoro è noto favorevolmente e io dovrò curare l'esecuzione e i confronti. Speriamo bene! E così pure a Torino e a Genova. — Attendo, ora, con vivo interesse, il vostro nuovo lavoro per me. Avete l'idea? Si può calcolare sull'ambiente? Pensateci bene, e fate presto presto presto! Ho sete di novità: sono un po' mummificato. Saluti affettuosi.
Vostro F. Benini».
Trieste, 26-1-901.
Teodoro Lovato, amministratore della Compagnia Benini, mi confermava il grande successo di Trieste con questa gentile letterina:
Trieste, 22 gennajo 1901
«Egregio amico,
Ieri sera, furono da noi rappresentati i Parassiti. Successo pieno: — dieci chiamate. Benini insuperabile. Tutti gli altri ottimamente. Esecuzione splendida.
Vi mando i quattro giornali italiani che stampano bellissimi articoli.
Sono ben felice di darvi la lieta notizia, e vedrete che, anche a Milano, nella ventura quaresima, a quel Teatro Filodrammatico, il successo sarà grandioso.
Dunque, abbiatevi le felicitazioni di tutta la Compagnia, e segnatamente quelle di Benini e le mie, alle quali aggiungiamo i più cordiali saluti e voti di felicità.
vostro aff.mo Teodoro Lovato».
La stampa triestina fu, in fatti, concorde nel dir molto bene della commedia, giudicata opera divertente, umana, vitale.
***
Anche al Reinach di Parma, e in altre città dove il Benini la diede, il successo lieto non si smentì mai.
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La profezia di Luigi Capuana e di Francesco Pasta: — «Parassiti, siatene certo, faranno trionfalmente il giro di tutti i teatri d'Italia», non si avverò, disgraziatamente per me. Invano, io tempestai di lettere Oreste Calabresi, perchè, nelle nuove Compagnie da lui dirette e condotte, o in quelle nelle quali si era a mano a mano scritturato, volesse ridar vita e onore ai Parassiti, che gli avevano procacciato uno dei più grandi successi della sua gloriosa carriera d'artista[21], e che erano nuovi ancora per molte città.
Dall'amico caro e valoroso non m'ebbi che questa lettera, piuttosto sibillina, in data del diciassette aprile 1903:
«Mio carissimo Camillo,
Non ho risposto alla tua lettera, che accompagnava quella del dott. Buzzi, per la ragione che non avevo il tuo indirizzo. Ora che me lo dài, ti rispondo per assicurarti del mio immutato affetto, e per dirti che puoi mandarmi tutto quello che vuoi, ben felice se potrò renderti un servizio.
In quanto ai tuoi Parassiti... Ma chi più di me sarebbe felice di rappresentarli? Ma è la fatalità che vuole che sia così, e non altrimenti[22].
Talli ti saluta affettuosissimamente; ma il tuo lavoro, per ora, non può metterlo in iscena per mancanza assoluta di tempo. Siamo pieni di novità: ne abbiamo fin troppe!
E ora, amico mio carissimo, un abbraccio dal sempre
tuo aff.mo O. Calabresi».
Se si mette questa lettera a riscontro con quella che il mio grande Gaudenzi mi scriveva, da Roma, il 30 luglio del 1899, è proprio il caso di esclamare: «mutano i saggi, secondo i tempi, i lor pensieri!»
«Affettuosissimo e caro amico,
Pel tramite del nostro Liberati, vi mando questa per ringraziarvi delle vostre espressioni così gentili a mio riguardo. Voi, carissimo, con quella amabilità che vi distingue, avete voluto ingrandire di troppo l'opera mia modestissima. Non feci che quello che avrebbe fatto qualunque altro attore che si fosse trovato al mio posto. Lasciate, invece, che io vi ringrazi profondamente per l'occasione che mi avete data di poter fare qualche cosa per Voi, così meritevole di conforto e di gioja. Siano benedetti i vostri Parassiti, se hanno potuto alleviare le vostre pene: dal canto mio, vi prometto, credetelo, che farò di tutto perchè queste gioje vi siano date di frequente; e chi ne pioverà maggior soddisfazione sarà il vostro, sinceramente
O. Calabresi».
E con ciò, e dopo ciò, salute a te, amico lettore.
C. A. T.