LXXII.

Non appena sceso in riva al gorgo, si lanciò nell'acqua, senza consultarne la profondità, non curando il pericolo al quale si esponeva. A grave stento, e con uno sforzo che solo un amore appassionato rende possibile, giunse ad afferrare una delle radici che arrestavano le tavole. Stretto ad essa, spinse l'altra mano a toccare il margine dell'oggetto galleggiante. Fu incerta la prova, ed alla prima parve disperata, perocchè la corrente gli rubava le forze, ed il nerbo di esse bastava appena a farlo star ritto sopra un terreno sdrucciolevole e chino. Oltrecciò, un urto inopportuno poteva staccar la tavola, rimetterla in balía delle acque, e farla perduta per sempre. Ma il coraggio, che lo faceva trionfare d'ogni difficoltà, andava cauto ne' suoi procedimenti. Non spese egli perciò maggiori forze di quelle che fossero d'uopo a ben riescire; e riesci infatti a ghermire la tavola, a sbarazzarla dalle barbe cui era impigliata, e a trarla intatta alla riva. Escì egli pure dal gorgo tutto molle e lacero; ma non s'accorse dell'esser suo; non vide tampoco da uno squarcio dell'abito la ferita che egli aveva riportata al braccio destro, nè il sangue che feceva rossa l'acqua sottoposta.

Ridotto in salvo il corpo della sommersa, non ebbe bisogno di mirarla in volto per assicurarsi che la sua sventura era certa e completa.

“Morta, morta! — sclamò egli con tuono desolato, pronunciando chiaramente le parole come se alcuno l'udisse — morta, qui a me vicino; perchè l'ultimo gemito dell'agonizzante fosse la sola eredità del nostro amore. Ed io, io che accorreva a salvarti, diletta Agnese, che avrei dato cento volte la mia vita per far lieta la tua, io giunsi troppo tardi; come fossi vile o spietato.... Non vedrò dunque più quegli occhi, la cui luce sedava d'un tratto ogni tempesta dell'animo mio; non udrò più la tua voce, il cui suono era temperato e soave come il secreto avviso del nostro buon angelo. — O Agnese, Agnese, tu non dovevi vivere meco; tu venisti presso di me a morire.„

Nel pronunciare tali parole, stese la mano con pietosa riverenza sulla salma, e le sgombrò il volto dai capelli umidi e disciolti; sperando, forse, che un soffio d'aria e un raggio di sole potessero rianimarla.

“Oh come sei leggiadra Agnese mia, — continuava il conte, fissandola in faccia. — La vista di un cadavere genera ribrezzo; ed io non mi sazio di contemplarti, come se in te fissassi il sembiante di un bambino che dorme. Lo spirito, fuggendo dal suo carcere, vi ha lasciato un raggio di quella bellezza, che non si estingue. — Ma che? soggiunse egli animandosi, perchè il tuo labro tace, perchè l'occhio è velato e il petto non traduce a' miei sensi i battiti del cuore, dirò che ogni speranza è perduta? Non tenterò io di riscaldare la tua fronte agghiacciata?„

Appena ebbe dette queste parole, si curvò sulla spoglia e, con uno slancio temperato dalla carità, pose la mano sulle mani di lei, e tentò sollevarle. — La destra, benchè rigida ed aggranchita, lasciò cadere in quel moto un rotolo di pergamena, che il conte raccolse, spiegò, riconobbe. Erano versi: quei versi che egli scriveva ed obliava a Campomorto, perchè raccontassero ad Agnesina, nell'unico modo possibile, la storia de' suoi affetti: quei versi che, attagliandosi alla ignota corrispondenza della donna cui erano diretti, contenevano una protesta d'amore, od un puro atto di cortesia, a piacere di chi leggeva. Lanciati a caso, come un dardo nella oscurità, potevano ferire un cuore inerme e sensibile; ma cadevano ottusi ai piedi di chi non li gradisse, o non li volesse comprendere. — Chi avrebbe mai pensato che quello scritto doveva tornare così presto al suo autore e servir di risposta a sè medesimo? Se Agnesina viva, desta, conscia di sè, si fosse presentata al conte, tenendo in pugno il suo foglio, bisognava dire che ella voleva renderglielo con un crudele rimbrotto, o con un sorriso di pietà ancor più crudele; perchè, se ella fosse stata tocca nel cuore da quelle parole, avrebbe con ogni cura celato al mondo intero, e sopratutto agli occhi di un uomo, e di quell'uomo, il possesso del tesoro che la faceva arrossire. Sperare che ella raccontasse all'amante di aver letto i suoi carmi, di ritenerli per sè, di gradirli come cosa a lei dovuta, era follía. — Questo amore doveva essere un mistero; bisognava sorprenderlo, indovinarlo. Il bivio adunque non offriva un'escita felice: in capo ad esso s'incontrava o il silenzio di Agnesina, che equivaleva ad una ripulsa; o una lieta risposta, ma a patto di riceverla dalla mano gelida di un'estinta.

Agnese aveva confessato a sè, nel secreto delle sue aspirazioni, in ossequio ai suoi sentimenti, fuor d'ogni rapporto col mondo, il suo amore: il caso fece il resto. — Il conte si dolse, e si rallegrò ad un tempo; benedisse ed imprecò al destino; salutò il nuovo affetto, e pianse la sorte che lo annullava di colpo.

Quella scena non era meno lugubre del sepolcreto, in cui un dì Romeo scendeva a visitare l'assopita Giulietta: la situazione dei nostri attori rassomigliava assai a quella dei due fidanzati. — Ma il Conte di Virtù non disperò, come il focoso figlio dei Montecchi, di rivedere l'amata donna; il cuore suo mandava sangue, ma non si rinchiudeva per ingojare il veleno della disperazione. — Non cercò egli un'arma per cadere vicino all'amante: ma pregò il cielo fervidissimamente che la risvegliasse dal suo letargo, e la rendesse ai suoi amplessi.

“O Agnese, davanti a Dio che mi vede, e per l'amore di tuo padre, io giuro, che non amerò altra donna che te. Se tu non ritorni alla vita, io ospiterò la tua spoglia nelle tombe de' miei maggiori. Santo ed onorato sarà il tuo asilo. — Ma se i tuoi occhi si riapriranno, deh! che essi riflettano su me, ancora una volta, il raggio vivificatore delle tue virtù, onde per esso siano ritemprate le mie forze, e si compia il gran disegno di tuo padre. Viva o estinta, pur m'appartieni, o Agnese. Ho giurato a me stesso di vivere per te. Aspettai nel silenzio la tua risposta. — Oggi, mentre il tuo labro si chiuse forse per sempre, oggi mi hai parlato d'amore. Tu dunque sei mia sposa.„

Allora, con uno slancio, di cui non fu certo consigliera la ragione, impresse un bacio sui capelli e sulla fronte di Agnesina. Nè si pentì di quella licenza; anzi fu scosso fin nel più profondo dell'animo da una dolcezza tutta nuova. Gli parve che la fronte d'Agnesina non fosse fredda. Incoraggiato da questa prova, e trovandosi solo, inetto quindi a prestarle validi soccorsi, od a chiederne agli uomini colle preghiere e colle grida, non dubitò che gli fosse lecito consultare le fonti della vita su quel corpo esanime, stendendo la mano sul suo cuore, per carpirgli il secreto de' suoi intimi moti. Il solo mettere in questione un tal disegno, sarebbe stato come giudicarlo un atto profano e respingerlo. Fu l'affetto il più puro che lo guidò: la mano, inconscia della propria temerità, penetrò sotto il velo della veste sparata sul seno, e si posò non timida nè ardita sul corpetto di lino. — Quella mano altro non rilevò fuorchè un tiepido ancora più sensibile. Quell'aura di vita, più intensa alla regione del cuore, sembrava espandersi e temperare alquanto il mollore dei lini circostanti. Ma il cuore era muto. Ben sentiva l'interrogatore pulsare il proprio con un aumento di vita febrile e doloroso. Gli risuonavano all'orecchio i battiti concitati delle tempia; e le vibrazioni dell'onda sanguigna imprimevano un moto involontario alle sue braccia, nello stesso punto bramose e renitenti, timide ed ardite.

Ma finchè egli stava inclinato su quella specie di bara struggendosi in consultazioni, in preghiere, in desiderii, era nulla l'opera sua. — E forse un pronto soccorso poteva essere seguito da felice risultato. Per la qual cosa, sospinto da una carità vogliosa d'operare, si levò dal suo posto, corse in un attimo sulla riva, girò lo sguardo, chiamò aiuto colla voce, e stette un momento tutt'occhi ed orecchio a spiare se alcuno accorreva alla chiamata. — Il caso gli fu propizio. Non andò guari che vide scendere, lungo il margine del fiume, un garzoncello di tristo arnese, che gettava uncini nell'acqua per rubare al ladro, com'ei diceva: cioè per pescare legna od arredi trascinati giù dalla corrente. Lo chiamò a sè; egli accorse. Postogli sotto gli occhi un bel ducato nuovo, lo inviò da Ranuccio per invitarlo a scendere col batello in aiuto di una creatura in pericolo della vita.

Tornato il conte al suo posto, trovò ogni cosa come prima; ma dopo qualche tempo, e dietro un esame più minuto, gli parve che il volto della languente fosse meno livido: le pose di nuovo la mano sul precordio sinistro, e non osò dire di sentirlo battere, ma gli sembrò che nella parte più profonda di esso, assai lungi dalla mano, si risvegliasse un tremito, simile ad una successione inceppata, ma rapida, di battiti impercettibili. La scoperta accolta con gran diffidenza, poi respinta come un'illusione, entrò poco dopo nel novero dei lieti presagi, finchè, avvalorata da altre prove, cessò d'essere una vaga speranza per divenire un fatto certo ed incontrastabile. — E fu provida cosa, ch'egli arrivasse per gradi a sì bella scoperta. Una súbita gioia è per solito più perniciosa che un'improvisa sventura; perchè noi, poveri mortali, per natura e per uso, siamo meglio preparati alle ire che non alle carezze della fortuna.

Levatosi allora dalla posizione a cui lo costringeva il suo incarico, fermo però sulle ginocchia, volse lo sguardo e tutta la persona al cielo, e con uno slanciò di pietà, che non può essere tradotto a parole, porse grazie vivissime a Dio, sclamando con enfasi indescrivibile: “Grazie, o Signore; voi avete esaudito le mie preghiere.„

Ma perchè questo sintomo di lieto augurio, che pur lasciava sussistere ancora gravissima angoscia, non andasse perduto, era necessario favorirne lo sviluppo cogli argomenti dell'arte. Non cercò il conte se avesse seco farmaci o cordiali; non sperò ottenerne dalla carità di Ranuccio; non chiese a Dio che operasse un miracolo per mutar le pietruzze del fiume in celidonie, o gli sterpi in adianti e panacee, ma si diede, con tutto zelo e fuor d'ogni riserbo, a quelle cure che riputava più atte a richiamare il calore e le forze vitali dell'assopita.