X.

La saggezza sparsa nelle parole o negli scritti è simile ad una merce preziosa più o meno gradevolmente messa in mostra, onde altri s'invogli di farla sua. Chi ascolta o legge con profitto la riconosce, l'ammira, la desidera; per possederla fa quindi di buon grado de' sacrificj, e spende per essa, quasi fosse moneta, il corredo delle sue vecchie idee, e dei pregiudizj i più accarezzati. — Ma v'ha un'altra saggezza più solida e vantaggiosa; quella che si svolge spontanea col lungo uso della vita, quando si è attore o testimonio de' suoi guai, delle sue illusioni, delle inevitabili amarezze, che le vanno congiunte. — Questa, che nasce in noi, e resta tutta per noi, chiamasi esperienza.

Agnesina possedeva la prima, ma non poteva aver fatto rilevante acquisto dell'altra; perchè giovine troppo, e troppo lontana dal mondo, non vedeva l'umano consorzio che da un lato solo. L'epoca in cui essa nasceva fu tra le più disgraziate della storia nostra. Era un continuo stare in armi per compiacere alle velleità ambiziose della Signoria, mentre l'improntitudine de' capitani, sfruttando ogni valore cittadino, registrava un pari numero di guerre e di sconfitte. Per giunta di mali, Milano entro il periodo di pochi anni veniva più volte travagliata dalla pestilenza; la cui comparsa, dovuta alla rilasciata osservanza delle leggi emanate ne' tempi anteriori, era un si salvi chi può per la parte più agiata della popolazione; un terrore ed una strage pei tanti infelici, che venivano abbandonati ad affrontarla, quasi vittime espiatorie dell'ira divina. Nelle sventure publiche pertanto aveva la nostra fanciulla vieppiù rinvigorita quella tempra robusta che le era innata. Giungeva essa a riconoscere la vera origine di tanti mali; gemeva sulle sorti della sua misera patria, non con una pietà lamentevole ed infeconda, sibbene collo slancio di un'anima ardente, apparecchiata a dar tutto, anche la vita, per ricomprare, almeno in parte, le lacrime di tanti suoi cari.

Ma queste belle disposizioni, questa efficace scuola di sventure, che risvegliavano in lei il santo desiderio di rendersi utile a' suoi simili, posponendo in ogni caso le sue alle pene altrui, non valevano a premunirla contro i pericoli proprii alla sua età, ed al suo sesso. — Anzi quello stesso oblio di sè, quel nobile abbandono, con che imprendeva ogni opera sua, non facevano che moltiplicarli e renderli più gravi. Ella ingenua ed inconsapevole delle arti turpissime, con che il mondo menzognero suole farsi gioco dell'onore muliebre, troppo facilmente attribuiva agli altri quella lealtà e quel candore, che erano privilegio dell'animo suo.

A metterla in guardia contro tali pericoli, le mancava l'egida materna. Tolta alla nutrice, era stata consegnata ad una governante, per nome Canziana, la miglior pasta di donna, che invecchiata nella casa dei Mantegazzi, serbava per ogni individuo di essa una gratitudine ed una devozione senza pari. Quanto costei amasse la sua piccola allieva è impossibile dirlo. — È legge del cuore umano, che la nostra più sviscerata tenerezza ricada di preferenza su coloro, la cui età è, per così dire, il complemento della nostra. Fanciulli amiamo quindi i nostri maggiori; adolescenti i coetanei; adulti i figli; vecchi i figli dei figli. — Canziana, che aveva portato in collo il padre d'Agnesina, ebbe la consolazione di reggere i primi passi della figlia di lui. E non venne meno al suo incarico; nè mai, per quanto fosse grave la custodia del tesoro d'altri, cadde nella solita crudezza delle persone mercenarie. Vegliavala con amore ad ogni ora del giorno; la compiaceva in ogni onesto passatempo, le raccorciava in quanto potesse i piccoli accoramenti naturali all'età sua, e imbietoliva all'udirne commendare la bellezza e l'ingegno; volendo per sè la sua parte di gloria d'averla, come ella diceva, tirata su cotanto vistosa.

Ma chi mai tien luogo della madre? quale cura può supplire alla provida tutela di colei, che ne diede la vita, e ne guida al pieno godimento di essa, scortandola di un'amore vigile, operoso, sapiente? Qual'è il cuore, per quanto dolce ed affettuoso, che abbia l'arte divinatrice di leggere i nostri bisogni e di sodisfarli prima che sieno tradotti in preghiera? Dove è quell'assiduo ed instancabile zelo di far lieta la nostra esistenza, preparandoci da lunga mano, senza misura di sacrificii, tutta la possibile felicità? Dove infine (la più sublime delle prove d'amore) quella saggia severità che ammaestra la madre educatrice a sopportare le nostre lacrime; a provocarle, se fia d'uopo; ad esigerle, onde l'animo nostro s'avvii sul cammino della vita forte de' proprii trionfi, e preparato alla annegazione e al disinganno?...

Agnesina era giunta ad uno di quei momenti più solenni della vita, in cui l'affetto materno può colla sua azione immediata cangiare indirizzo ad un'intiera esistenza. Ma Agnesina era orfana: e tra l'orfana e l'angelo che la vegliava dal cielo, non esisteva che un mistico legame d'amore. Nella derelitta era vivo e santo il culto delle materne virtù, da cui emanavano tante e sì care memorie, ed a cui risalivano altretante benedizioni. — L'amore invece della creatura celeste, sorvolando gli interessi terreni e servendo ai fini imperscrutabili di Dio, permetteva che la povera fanciulla fosse posta a dura prova, onde ne escisse rabbellita dalla più umile e perciò la più sublime delle virtù, la rassegnazione.