XII.
Nella divisione dello stato di Milano fra' tre fratelli figli di Stefano Visconti, e nipoti dell'arcivescovo Giovanni, era toccata a Galeazzo II Pavia col suo territorio e le città del dominio poste a mezzodì ed a ponente. — Milano, proprietà comune fra lui, Barnabò e Matteo, ripartivasi in tre quartieri, ognuno dei quali aveva un signore proprio ed un palazzo di sua speciale residenza.
Poichè fu morto Matteo (di veleno, s'intende, per essersi lasciato sfuggire di bocca, che quel condominio non gli andava a sangue) il fratello Galeazzo, reso cauto dalla lezione, pensò d'abbandonare la sua mezza Milano alla insaziabile ingordigia di Barnabò, e ritirossi a Pavia, dove fece costruire quel castello che ancora si vede, e che fu a' suoi tempi la più magnifica e la più forte reggia di un principe: onde il Petrarca, abilissimo lodatore, ebbe a dire che, se Galeazzo con altre opere aveva superato i più potenti principi d'Europa, con questo incomparabile edificio aveva vinto se stesso. Dominava esso verso mezzodì la città, e dal lato di levante accedeva ad un grandioso parco ricinto, che stendevasi lungo la riva sinistra del Ticino e del Po, ed occupava un'ampia zona di terreno per venticinque miglia quadrati tra Mirabello e Belgiojoso[7]. Il castello di questo borgo, già delizia de' Visconti, ove sì spesso accorreva Luchino a nascondere le sue vergognose tresche, faceva parte di quella signoria. Il suolo non del tutto spoglio di qualche naturale amenità, perchè reso variamente declive dalle sponde dei due fiumi, era coltivato a praterie ed a boschi, a quando a quando interrotto da casolari di un'apparenza rustica, ma non priva di eleganza. E dove la natura era stata più avara suppliva l'arte, coltivando poggi e macchie, aprendo stagni è canali, fingendo delizie ed orrori, che parevano opera del caso.
Nell'artificioso assetto di quel podere, s'ebbe riguardo a favorire specialmente la custodia e l'incremento della selvaggina; essendo la caccia, come prima e poi fu sempre, il più gradito spasso de' prìncipi. Niente infatto meglio di essa traduceva in un leggier passatempo le gravi difficoltà della guerra: per essa la codarda prepotenza godeva di aver vittorie sempre facili e certe; e la sete di sangue si sbramava in un numero indefinito di vittime più o meno mansuete.
Nel parco de' Visconti, raccoglievasi dunque gran copia di selvaggina, ed a seconda della stagione si davano cacce d'ogni maniera. — Venivano a ciò con gran cura allevati levrieri e bracchi, incrociandone le razze, educandoli ad uno ad uno a puntare, ad inseguire, a rendere la preda. Si nutrivano falchi ed astori di Norvegia, di Germania, d'Africa. A luoghi opportuni tese e paretai uccellavano i volatili nostrali o quei di passo. Si custodivano in ricinti cervi e daini: ne' serragli cinghiali. Ed a determinate epoche dell'anno i canattieri e i boscajuoli mettevano alle prove i loro allievi, e davan conto de' fatti loro.
Buon per essi se i signori ritornavano dalla partita, paghi di una lunga carneficina e ringalluzziti dalla vanità di tante più o meno facili conquiste, abilmente apprestate dai cortigiani. Guai, se accadeva il contrario. Guai a colui che osasse turbare in qualsiasi modo il divertimento de' prìncipi, o se di nascosto avesse ardito, per ghiottoneria o per naturale difesa, usufruttarne i rilievi. — Le leggi contro costoro erano severissime e senza misura brutali. Chi non ha letto od udito, come un contadino convinto d'aver colto un lepre, fosse costretto da Barnabò a mangiarlo crudo e non scuojato? che un giovine fu messo a morte perchè narrò d'aver sognato d'uccidere un cinghiale? E quando al signor di Milano venne in pensiero di distribuire in custodia ai vassalli i suoi 25 mila cani, quanti furono puniti con battiture e con taglie gravissime, perchè quegli animali nelle rassegne erano giudicati troppo asciutti o pingui troppo, o non abbastanza tersi di pelo!
La caccia, il primo esercizio dell'uomo, la sua prima fonte di alimento e di vita, era qui ed altrove fatta privilegio de' signori ed elevata al grado di diritto regio ed esclusivo. Gli emblemi di quest'arte venivano considerati come segni di grande onore; per ciò non di rado gli alti personaggi erano effigiati sulle medaglie e sui tumuli con un falco in pugno. Di questa mondana grandezza erano vaghi gli stessi monaci. Gli abati di Francia ne facevano il più gradito passatempo; ond'è fama che per consuetudine o per privilegio, posassero il loro falco allato dell'altare, mentre vi celebravano i divini officii. Federico II quello stesso che fu re di Sicilia, soleva trar seco alla guerra gran corteggio di falconieri, affine di avvicendare i pericoli delle battaglie colle piacevoli emozioni della caccia. Essendo egli letterato compose un libro sugli usi di essa, e suo figlio Manfredo vi aggiunse delle note. — Carlo Magno proibì la caccia ai servi sotto pena di morte. — Celebre è la legge dei re di Borgogna che condannava il possessore furtivo di un falco a dover prestare all'animale rubato sei once della propria carne; e, se crediamo a Froissard, il sultano Bajazet, irritato dalla lentezza d'uno de' suoi sparvieri, condannò a morte tutti i suoi guardacaccia — due mila persone all'incirca.
Per tal modo tradivasi il voto della natura in una delle sue primitive e più semplici leggi, facendo scopo della vita quanto non dovrebbe esserne che mezzo. Il potente dilettavasi di questo fittizio travaglio, quasi volesse fuggire la noia degli agi consueti. La preda, caduta nella ragna o tra gli artigli o contro un'arma, era per sè cosa vile, ma valeva il sangue di un uomo come occasione di mostrare un effimera valentía, e di dar pascolo all'innata voluttà di tutto ciò che sa di violento.