XLII.

Era necessario provedere a che nuovi guai non si aggiungessero alle già troppe sventure. — Un lungo tempo speso in parole ed in lacrime poteva far perdere l'occasione di portare qualche lieve rimedio ai mali passati.

A ciò provide il conte. Stabilì che Canziana in quello stesso giorno si recasse a Milano per dare le opportune disposizioni onde fosse rispettata ed obedita l'ultima volontà di Maffiolo. La donna di tutto buon grado accettò l'incarico, senza che la sua istintiva prudenza le facesse scorgere alcun pericolo. Il conte nullameno ordinò che il più fido de' suoi servi l'accompagnasse.

Quanto a sè, pensò di non protrarre il suo soggiorno a Campomorto oltre quel breve spazio di tempo che era richiesto da un giusto rispetto verso il dolore d'Agnesina. — Le sue forze erano abbastanza rifatte: quanto gli rimaneva a desiderare per chiamarsi perfettamente guarito, l'otterrebbe poi: dopo ciò che era accaduto, un'ora d'ozio gli cagionnava un rimorso.

Due giorni dopo, entrato il dolore d'Agnese in una fase più tranquilla, il conte inviò all'appartamento di lei uno scudiero, perchè le chiedesse licenza di visitarla; al che, la donzella rispose affermativamente. Altre volte, pensando che era sola, avrebbe ella forse trovato il mezzo di evitare un ritrovo. Quel dì non le passò per la mente alcun dubio: trattavasi di persona che aveva meritata la fiducia di suo padre. — La sventura d'altro canto eguaglia ogni disparità; quando essa scende improvisa anche fra gente straniera, assai spesso la ravvicina, e la stringe in un nodo che di rado e difficilmente si scioglie.

Il conte non a capriccio o per vana pompa aveva indossato le insegne della sua dignità; un abito cioè di sciamito, ed una sopraveste di velluto soppannato d'ermellino, colla collana d'oro sul petto. Era ben giusto che in quel giorno non l'ospite ma il principe rendesse omaggio alla figlia del suo più fido alleato, e che davanti alle virtù di quella nobile famiglia s'inchinasse la dignità del Sovrano. Pensò, poscia, che quanto recava impaccio alla più libera effusione dei cuori, varrebbe a mantenere fra loro quella giusta distanza, che il conte voleva serbare; non per sè, ma per rispetto alla virtù ed alle sventure della fanciulla. Del resto ogni cautela era soverchia; poichè quegli che sente sfiducia di sè, suole quasi sempre trovarsi nei momenti difficili al di sopra dei proprii timori.

Quando il conte varcò la soglia dell'appartamento di Agnesina, vide che essa accorreva ad incontrarlo. Lo stato di abbattimento, in cui era caduta durante quelle lunghe e fatali giornate di solitudine, le aveva aggiunto nuova bellezza. L'espressione delle sue vive sofferenze, facendosi strada attraverso al languore che segue indispensabilmente una crisi, appariva sul suo volto come testimonio di un cuore forte, ma, più ancora che forte, sensibile. — Non era l'eroina di due giorni addietro; era la donna appassionata che soffre, piange, e cela, per quanto il consentono le forze, l'attrattiva delle sue lacrime. Se è vero che nelle grandi passioni l'anima ci si dipinge sul volto, diremo che, in mirar quello di Agnesina, bisognava esclamare “ecco l'angelo del dolore„.

Il conte, nell'entrare in quell'atmosfera satura di sospiri, non sentì aggravarsi il cuore; ma provò essere cosa dolce il potersi chiamare debitore verso una sì adorabile creatura. — In cima alle visioni di grandezza e di gloria, che erano state l'anima di tutta la sua vita, ei da quel punto collocava Agnese, figlia ed erede di colui che, prevenendo i suoi disegni, ne suggellava l'esordio col sacrificio della vita.

Quando furono vicini, il conte stese la mano alla fanciulla; che le porse la sua timidamente. E poichè le leggi della convenevolezza permettevano ad un cavaliere di non abbandonare la mano della sua dama, finchè non l'avesse condotta a sedere, egli se ne valse, mantenendo però tutto il riserbo della più squisita urbanità.

Postisi a sedere, gli occhi loro aprirono il dialogo, specchiandosi gli uni negli altri, e traducendo in isguardi pieni di pietà e d'affetto quelle frasi, che il cuore suggeriva, e che il labro non sapeva o non osava ripetere. — Si venne poscia alle consuete formole di pulitezza, che dicono troppo e non hanno alcun pregio fra gli indifferenti; ma che fra persone amanti, riacquistano il pretto valore della parola; anche quando servono soltanto a riempire un silenzio, di cui l'occhio abusa per farsi rivelatore dei moti del cuore. — Le prime parole furono spese nel chiedersi conto a vicenda della salute: intorno a che ognuno disse meglio che il vero. — Le tracce di una malattia non del tutto vinta si erano approfondite sul viso del conte in seguito alle emozioni di quei giorni. Agnesina se ne avvide, e se ne dolse; ma finse di accogliere come veritiere le assicurazioni di un completo ben essere che il conte le diede; ed alla sua volta, parlando di sè, non fu più schietta.

Si parlò quindi della vicina partenza del conte; e questi ne addusse i motivi. — “È tempo, disse egli, che io ritorni alle mie cure; vi accerto che ne riporto meco alcune, che mi stanno assai vivamente a cuore„.

“Credete voi, soggiunse Agnesina, d'essere in istato di affrontare il disagio del cammino?„

“Troverò la forza nella certezza di trarre buon partito dalla mia presenza in Pavia.„

“Io non insisto, o signore, nell'offrirvi una più lunga ospitalità. — Tralascio di dirvi: ricordatevi di Campomorto. È impossibile che non conserviate di esso delle rimembranze.„

“Ahi! troppo funeste; ma incancellabili. — Eppure se la sorte mi facesse àrbitro di scegliere, preferirei ancora e sempre il lutto del vostro castello allo splendor della reggia.„

Agnese chinò l'occhio a terra con una modestia sì gentile, che fe' coraggio al conte di aprir meglio il suo cuore.

“Permettetemi, o Agnesina, che io deponga una volta il linguaggio del mondo, per dirvi che qui appresi quello che in un'intera vita consumata tra le spensierataggini della corte, non avrei nemmeno osato sognare. Questo non è il momento delle adulazioni, credetelo. — Un'omaggio alla virtù, tanto più bella quando sventurata, è debito d'ogni uomo; — Avete voi fiducia in me?„

“L'ottimo mio padre mi impose d'aver fede in voi, mio principe.„

“Grave carico ho assunto, da che conobbi la mente del vostro genitore. — Egli insegnò a tutti, come si serve alla patria.„

“Sì, o signore; io sola sono in grado di misurare quanto sia stato grande il suo sacrificio...„

“E il vostro, o Agnese?„

“Non parlate di me; io piansi e piango troppo.„

“Ma quelle lacrime sono per voi l'ultimo atto di carità verso la patria. Voi chiudete la serie delle vostre nobili azioni, quand'io mi dispongo ad incominciarle. — Vostro padre mi designa a grandi cose: egli mi dimanda un miracolo.„

“E voi l'opererete. Mio padre indovinò il vostro pensiero, e lo prevenne. Il nobile coraggio che lo trasse a tanta prova gli venne infuso da voi. In voi sta la speranza dei buoni cittadini, che amano la libertà della nostra patria, e che ne attendono il ritorno„.

“Tutti ripetono questa parola, libertà; tutti l'hanno nel cuore, ed a ragione. Bisogna esser stati servi per conoscerne l'immenso pregio: ma lo sperare vicino il suo ritorno è follía. Il male ha troppe radici perchè possa essere guarito sì presto. Ricordate ciò che disse lo stesso Maffiolo: gli uomini insurgono ad ogni istante per soverchiarsi a vicenda. — Ponete mente a questo nostro paese. Morto il signore di 18 città, i tre nipoti ne fecero a brani il patrimonio, come le fiere affamate lacerano l'unica preda. — Accadrà lo stesso alla morte di Barnabò. I suoi trentadue figli aspettano che egli chiuda gli occhi, per fare a pezzi lo stato, e dividersi tra loro le pecore dell'armento paterno. — Questa suddivisione ripetuta all'infinito ci dovrebbe ricondurre a quei tempi, in cui ogni uomo era sovrano e suddito di sè stesso; ma se ciò avvenisse questo popolo di padroni sarebbe ad un tempo una turba schiava; perchè l'autorità sua, grande o piccola che essa sia, è sempre parte di un potere assoluto e tirannico — Se un oggetto derubato viene diviso fra mille o fra cento mila ladri, il possesso di quel piccolissimo valore non è per questo meno illecito. — Camminando di questo passo noi dunque ci discostiamo sempre più da quell'unica via, che ci può ricondurre a sperare, se non ad ottenere prontamente, la vera libertà. — Bisogna tornare indietro; forse i posteri renderanno grazia a colui, che riassumendo in sè solo le pretensioni di cento tirannelli, farà delle loro usurpazioni un unico patrimonio, de' loro soggetti un unico popolo. — Tale, o Agnesina, è il mio pensiero.„

“Quanti pericoli incontrerete voi nella vostra impresa! Quanti nemici!„

“Qual è quel ladro che non chiami tristo case l'essere derubato? Forse un giorno si dirà lo stesso di me; tutti crederanno che l'anima de' miei disegni sia una sfrenata ambizione, non un ardito concetto, che ha in sè della gloria perchè ha dei pericoli. Ma guai a me se mi arrestassi pel timore d'essere franteso. — Da tempo io sono avvezzo alle ingiuste sentenze di quell'árbitra del mondo, che si chiama voce di popolo. Come tolerai e tolero d'essere creduto ignavo e timoroso, così, quando le mie gesta dissiperanno quest'accusa, saprò tolerare quella di cúpido ed assoluto. — Ma tutto ciò non può essere l'opera di poco tempo. Vostro padre ci additò la via, che dobbiamo seguire; non ci disse d'entrare in essa a corsa precipitosa. Il suo coraggio, avrà destato l'allarme fra i nemici. È necessario che la vecchia dissimulazione allontani da noi ogni sguardo geloso.„

“Sì, ripigliò Agnesina con un tuono pietoso, che non era pura cortesia, non vi esponete ad inutili cimenti. La vostra vita è cara a tutti; a me più che ad ogni altro, da che fui degna di conoscere il secreto delle vostre intenzioni.„

“Io tornerò ad amare la vita se essa può esser buona ad alcuno. — Senza ciò, è egli possibile che io scordi le infinite amarezze di cui finora fu compagna? Invano io tentai nutrirla colle illusioni di uno splendore, che mi è annunciato da mille presentimenti. Essa rimane sempre sterile e vuota. Io non posso dire al mondo — sono infelice. — Ognuno mi deriderebbe, sclamando: e perchè non discendi al livello di chi al disotto di te ride e gode come tu non sei avvezzo a fare?„

“Ma voi potete gustare un po' di quella gioja secreta che è il compenso di chi s'affatica ad un nobile intento. Il popolo dev'essere la vostra famiglia; lo troverete modico nel chiedere, perchè avvezzo a non ottenere; facile all'amore, perchè lungamente forzato ad odiare. Il suo affetto vi compenserà largamente di quelle gravezze che sono compagne inseparabili di una privilegiata esistenza„.

Le parole d'Agnesina erano sagge. Ma il conte, non sapremmo dire se ad arte o per caso, taceva del principe per parlare dell'uomo privato. — Chiamandosi infelice, e provando d'esserlo, egli rendeva in certo modo ossequio alla sventura, che gli era dinanzi; nulla essendo più ingrato agli infelici che la presenza della fatua contentezza degli insensibili.

“Credete voi, o Agnesina, proseguì egli, che si possa essere sempre così forte e padrone di sè da perdurare nei buoni propositi, quando il premio che se ne attende è ancora tanto lontano ed incerto? Credete voi che la costanza sia la virtù d'ogni momento? che basti l'illusione di meritare un giorno il favore del popolo e di arrivare a possederlo, quand'esso non ci sarà più necessario? E intanto chi mi soccorre nel superare i più gravi ostacoli? chi mi fa coraggio a battere una via ingombra di difficoltà, e di pericoli? Interrogate quel popolo, che un giorno mi amerà, come voi dite; gran mercè, se oggi consacra al suo principe un po' di compassione. — I buoni, che come vostro padre amano di cuore colui che può giovare alla patria, fuggono da questo mondo menzognero. — I suoi e i miei amici scompajono. Oh se l'anima generosa di Maffiolo m'inspirasse sempre quel coraggio che provo al vedervi, o Agnesina, io sarei felice; perchè potrei giurare per la vita di lui che i suoi voti saranno esauditi.„

Nel pronunciare queste parole, il conte aveva pigliato un aspetto insolito. Il suo volto si accese; i suoi occhi divennero scintillanti: Agnesina non potè reggere al fuoco de' suoi sguardi. Confusa dall'improviso infervorarsi del conte, chinò il capo ed ammutolì.... Ben se ne avvide costui, e si dolse d'essersi lasciato commovere, mancando alla sua abituale dissimulazione. Volle quindi temperarne l'effetto, ripigliando più freddamente il discorso.

“Perdonate, o Agnesina, egli disse, se ho abusato di questi momenti. Parlare de' miei crucci a voi, straziata da dolore incomparabilmente più grave, fu dal canto mio una improntitudine scortese. Ma vogliate perdonarmi, ve lo ripeto, perchè la mia troppo fervida parola fu consigliata dalla fiducia nuova ed inattesa che provai, entrando in questa casa e vivendo presso di voi. Sì: non vi deve offendere il sentirvi dire, che io ripongo nella figlia di Maffiolo ogni fiducia. Se il mio spirito d'ora inanzi cadrà sfinito, avrò un nobile pensiero da cui ritrarre vita e coraggio. Ma non temete per questo, o fanciulla: io dovrò tutto a voi; voi nulla a me. — Quando sarò lontano e travolto di bel nuovo in quel lezzo, dove tutto è menzogna, io penserò a voi, alle virtù che vi adornano, ai dolori che avete sofferti; e in questi pensieri ritemprerò il coraggio per proseguire il mio cammino, fin dove è la meta segnata da vostro padre.„

“Che Dio assecondi i vostri nobili propositi„ sclamò Agnesina interrompendo quell'ultima frase.

“Dio salvi anzitutto in voi il palladio secreto delle nostre future glorie. Gli amici nostri non avranno inutilmente riposto in me le loro speranze, se alla mia volta anch'io non avrò invano invocato la stella delle vostre inspirazioni. — V'ha de' cavalieri che fanno prodigi ne' tornei, e ne cercano in premio il sorriso della loro dama. Io, per ottenerlo, farò assai più...„

Non bisogna trarre scandalo da tali parole; al dì d'oggi esse suonerebbero come una dichiarazione ardita ed inopportuna. Ma a quei tempi, la cavalleria, piena di generose proteste e di nobili atti di valore fatalmente sprecati in frivole imprese, non era ancora venuta meno nel credito della gente d'alto affare. Il suo linguaggio ossequioso ed audace, cortese e belligero, era proprio di chiunque volesse stare sul fior delle eleganze. Anche una donzella poteva ascoltarlo senza arrossire; molto più, dacchè quei giuramenti di servitù e di devozione cominciavano a prendere il tuono convenzionale d'un complimento.

Agnesina aveva l'animo troppo pieno di emozioni vere ed urgenti per arrestarsi a misurare il peso di queste parole, per solito vuote ed abusate. — Nondimeno le riescivano più del solito gradite, e pel merito di chi le pronunciava, e perchè le porgevano una autorevole conferma di ciò che il cuore aveva già indovinato.