XXIII.

“Dove sono io?„ disse il conte, con più chiara parola, come se la dimanda fosse rivolta a sè stesso.

“Signore, voi siete a Campomorto, rispose Agnesina con voce debole ma soave; siete nella casa di un vostro servo. Poichè il cielo vi condusse qui, permettete che qui si compia il miracolo della vostra salvezza.„

“Sento, o madonna, che il cielo mi è propizio e lo benedico. Per quanto sia stato grande il pericolo, che ho corso, questo momento di calma me ne compensa ad usura. — È bello il potere smarrire un momento la vita, quando ci è dato riprenderne una nuova, che cancelli la prima, o solo la rammenti per convincerci che il cambio è tutto a nostro vantaggio.„

Queste parole, sotto cui si velava una condanna del passato ed un confronto colla situazione attuale, non ebbero risposta. — Ma il tacere di Agnesina non era assoluto silenzio. — Col capo chino, cogli occhi abbassati, sembrava invitare quella voce a ripeterle suoni tanto graditi. — E ciò avvenne ben presto.

“Non vi chiederò, o madonna, ripigliò il conte, di narrarmi che è accaduto. Sarebbe far violenza alla vostra virtù. — Voi mi direste il vero; ma non tutto il vero....„

“Come, o signore?„ proruppe attonita la fanciulla.

“Tacereste la più nobile, la più bella avventura di questa giornata.„

“Io non tacerò che il più potente signore è ad un tempo il più valoroso fra i cavalieri.„

Non si vuole passare sotto silenzio che in dire queste parole, l'occhio di Agnesina incontrò uno sguardo del conte, e che invano tentò sfuggirlo. — Un leggiero rossore le si effuse di nuovo sul viso; — la sua voce tremante svelò l'interna commozione. — Agnesina si pentì d'aver parlato.

Il conte, accortosi di quell'imbarazzo, ben lontano d'approfittarne, avrebbe volentieri troncato il discorso, se avesse saputo come e dove trovarne un altro. Ma un sentimento di modestia, non ripugnante ad un carattere virile e guerriero, non gli permetteva di accogliere, senza restrizioni, le lodi di una fanciulla. Il silenzio che teneva dietro alle parole di lei, aveva l'aria di una accettazione incondizionata. — Egli dunque così l'interruppe:

“Ricordandovi una nobile azione, io intendeva svelar quella che voi inconsapevolmente compite al letto dell'infermo.„

Agnesina, vedendo esserle ormai impossibile di sfuggire alla riconoscenza del conte, pensò di prendersi quella parte di essa che le era strettamente dovuta, raccontando per filo e per segno quanto accadde. — Solo una cosa ella disse di meno vero: e noi le perdoneremo. — Lasciò credere che i personaggi della corte si fossero allontanati dalla stanza solo un momento prima del suo risvegliarsi. Fece anzi di più, ed insistette, perchè le fosse permesso di correre a narrare a tutti la buona novella, e ad invitare i suoi intimi a ritornare presso il loro principe. Ma costui che leggeva nel cuore della fanciulla, e conosceva che timidezza soltanto e non timore le consigliavano quella proposta, gradì la gentile offerta, e nello stesso tempo ripigliò il filo del discorso, per impedirne l'esecuzione.

“Voi, madonna, pensate che que' messeri esulteranno all'udire che il loro signore sta meglio?„

“Credete, che il loro volto attestava il più grave cordoglio?„

“Non il cuore, o fanciulla;„ e pronunciò queste parole con un tuono così severo e deciso, che sembrava voler dire: non mi si parli oltre di ciò.

Anche avuto riguardo ai tempi, cui risale questo racconto, ci sembra di dovere affermare, che in queste poche parole vi era un'amarezza alquanto esagerata. — Ma il conte in faccia ad Agnesina cedeva, involontariamente forse, ad un consiglio del cuore, che gli apprendeva a mostrarsi dinanzi a lei sotto il punto di vista il meno lieto, poichè esso era il più favorevole alle sue speranze.

Si rimonti all'origine d'ogni forte passione. Il tratto di esistenza che precede il suo nascere suol essere colorito di tinte opache affinchè acquisti brio ed incanto, ciò che vi si sovrapone. — Un affetto che ponga radice in mezzo alle gioje della vita, è di solito un appetito de' sensi, ed è, come ogni appetito, fuggevole. E allora e poi importava al conte il far conoscere ad Agnesina, che le grandezze del mondo non rendono pago il cuore; che sebbene ogni volere altrui sembrasse piegarsi inanzi ad un suo cenno, egli, il principe, nutriva in larga copia, come il più misero de' suoi vassalli, desiderj incompiuti, ed amare delusioni. — Avrebbe voluto lanciare lungi da sè la maschera lusinghiera della potenza e dello splendore per mostrarle un cuore immiserito e desolato.

Tutto ciò era verità, ma era verità stata sempre nascosta agli occhi di tutti; perchè il conte sdegnava di mendicare la compassione altrui. — Se Agnesina, senz'arte alcuna, giunse poscia a raddolcire il suo orgoglio, gli è che dessa, senza pure saperlo, aveva già trionfato del suo cuore.

Sulla sera Canziana, a passo misurato trattenendo quasi il respiro, e portando una lucerna, cui faceva vèntola colla mano, entrava nella camera dell'infermo, ed accostandosi al letto di lui, diceva sommessamente ad Agnesina:

“E così?...

“Buona nuova, rispondeva l'altra....

“Tanto meglio, mille volte meglio. In questo punto è arrivato il medico di Pavia. — Magari ei fosse venuto qui a mettere polvere sullo scritto!„

Canziana, convien dirlo, non aveva gran concetto degli uomini della scienza, e soleva ripetere che le bestie sanno curarsi bene senza bisogno di medici e di argomenti. — Ella però voleva, diciamo anche questo, medicare co' suoi empiastri tutto il mondo, non eccettuata la gente sana.

Preceduto da' cavalieri e da' servi, l'archiatro entrava poco dopo nella camera del malato. E, per vero, egli aveva un fare sì tronfio ed insipido, da rendere scusabile la sfavorevole prevenzione della governante.

Buon per l'infermo, che la prima medicatura aveva già ottenuto il migliore risultato. Il medico si limitò dunque a regalargli qualche consiglio condito delle sue più gonfie parolone. — Volle sfasciar la ferita, esaminò, palpeggiò, soffiò e concluse che non v'era nulla a fare: ma si dolse in cuor suo, che gli fosse sfuggita di mano una bella occasione di far parlare di sè: “Peccato, mormorava tra' i denti, che non siavi nemmeno una vena rotta: io vi avrei applicato il mio diaspro, infallibile nell'arrestare le emorrogie. Peccato che i dolori sian calmi: sarebbe stato mirabile l'acquetarli di un tratto, ungendo lo stromento feritore con sangue di volpe.„ E simili altre corbellerie, che allora erano pigliate sul serio, anche dagli uomini serj. Ma rassegnandosi nel pensiero d'essere, anche malgrado ciò, compensato generosamente, augurò la buona notte a tutti, e si ritirò nella sua cella. Prima di addormentarsi però lesse una pagina di quel gran filosofo d'Avicenna, dove insegna che quanto si opera al mondo esiste già fuori di esso ne' moti e nelle idee degli astri. — “Tutto sta, aggiungeva egli, nell'aprir l'occhio a segno da veder fino lassù.„ Egli intanto li chiudeva entrambi ad un beatissimo sonno.

Ne' giorni seguenti la salute del conte progrediva di bene in meglio. I cavalieri erano licenziati, e se ne ritornavano a Pavia. Se ne andava pure il medico colla coscienza d'aver fatto molto, per la salvezza del principe e pel bene della patria. Due valletti soltanto dividevano colla castellana e colla governante le cure del convalescente.