XXVII.
La pena non deve essere vendetta; è il rimedio che la società amministra a' suoi membri infermi, affine di guarirli, o di migliorarli. — Ma come poteva raggiungere sì nobile scopo la legge d'allora, se poco vi si accosta l'odierna? Il carcere nasconde il reo, non lo guarisce; è il palliativo che tempera il sintomo, e lascia vivere nella sua interezza la cagione che lo riproduce. Che anzi in quella fogna, in cui s'ammonticchiano colpe e misfatti, errori della mente e perversità di cuore, la miseria ed il vizio, il germe del male si feconda e vegeta come il seme d'erba cattiva in un letamajo. I più scelerati, che non hanno nulla ad imparare, insegnano; i meno colpevoli, docili alla lezione, a poco a poco ricingono il triplice bronzo, che fa tacere ogni sinderesi; tutti infine, immersi nel contagio, contraggono quella pandemia, che sostituisce all'elemento vitale un'aria satura di veleni.
Benvenuto entrò in carcere cattivo; ne uscì pessimo. — Nella vergognosa scioperataggine della prigione fece dell'abituale tendenza all'ozio una seconda natura; prelibò le lubriche teorie del libertinaggio, vagheggiando il momento di tradurle in pratica; conchiuse infine che il vizio è tale idolo, che ben merita un culto arrischiato. — Con queste idee riguardò nella legge non tanto il nemico che si combatte, quanto l'avversario leale, che facilmente si elude. Alle minacce delle gride e dei bandi oppose il raggiro, la menzogna, lo spergiuro. — Una volta con tai mezzi ingannò i giudici: si sottrasse un'altra all'ergastolo colla fuga: ruppe il bando, mentendo nome ed aspetto: scampò al patibolo vendendo alla giustizia i nomi dei suoi complici.
Saltando a piè pari una gioventù piena d'avventure e d'ignominie, arrestiamoci ad esaminare i primi anni della sua maturità, in cui egli comincia ad essere attore del nostro racconto. Quando si conosce il luogo da cui si parte e quello a cui si arriva, riesce facile l'indovinare la strada intermedia che si è percorsa.
Nell'anno 1369 Benvenuto trovavasi a Pavia. Da qualche tempo egli viveva in pace colla giustizia, non che fosse divenuto migliore, ma perchè si era messo all'ombra di un potente, e sapeva contenersi entro i limiti di quella cauta malvagità, che la legge non giunge a colpire.
Colla giovinezza, passò in lui la sfrenata prodigalità. Voleva essere economo, avendo, com'egli diceva, una numerosa covata di bamboli a nutrire, e ne' suoi bamboli affamati egli raffigurava i suoi viziacci.
Egli era d'alta statura, di forme robuste, di movimenti più rigidi che franchi. Aveva un star ritto della persona, che pareva rialzarlo fra gli eguali, ma che indicava arroganza, non coraggio. Il volto era improntato da certo maschio vigore, che faceva dire a chi lo vedesse per la prima volta: il bell'uomo! ma non vi era chi lo rivedesse, senza apporre una riserva al suo giudizio. Tutti in fine concludevano che il bell'uomo doveva essere un gran furfante. Le tinte floride del viso prevenivano in suo favore; una certa fronte alta e libera lo qualificava uom d'ingegno, ma il suo sguardo era sinistro. Invano avresti cercato discernere il nero delle sue pupille incavate nell'orbita, e sepolte sotto una folta gronda di peli. Guardandolo a poca distanza, le due occhiaje, ravvolte in un'ombra tetra, parevano le luride cavità di un teschio. Le sopraciglia, scendenti nel mezzo del viso e quasi congiunte tra loro, sembravano le misteriose insegne di satana vestito di forma d'uomo. — I capelli, radi a' due lati sulle tempie e scendenti ad angolo acuto nel mezzo della fronte, crescevano rilievo a questa apparenza. — La voce era non più simpatica dello sguardo: cupa, misteriosa, alquanto nasale. Egli or gridava, or parlava sì basso, da non essere inteso; sempre però senza inflessione de' suoni e senz'armonia.
Sulla piazza più frequentata della città, da una impalcatura di legno abbellita all'ingiro delle più stravaganti pitture, Benvenuto, in abito da cantambanco, dispensava alla stupida plebaglia i tesori delle scienze occulte; polveri e boli d'infallibile effetto, di meravigliosa potenza, rimedj per guarire ogni male fino la gelosia de' mariti, filtri per avere degli amanti o mantenerli fedeli, l'arte di rendere sonniloqui i dormienti, e di scoprire i segreti della propria ganza. — Distribuiva a dozzine, a centinaja, amorosi strambotti ed oscene figure. — Leggeva l'avvenire, la buona e la mala fortuna, a chi, stendendo la mano per dargli una moneta qualunque, gli porgeva il palmo da esaminare. — Offriva poi su di una immensa cartaccia, stranamente delineata, il grande spettacolo de' cieli, diviso nelle sue dodici case; mostrava quali erano le potenti, le medie, le infime; e come e quale influsso avessero sulla vita e sulla felicità dei mortali. Il suo uditorio era sempre affollatissimo; e fu allora, che cessò d'essere chiamato Benvenuto, pigliando dalla patria e dalla professione il sopranome di Medicina.
Le sue predizioni erano sempre spacciate con un linguaggio ad arte ambiguo e misterioso; onde, checchè avvenisse, il profeta avesse sempre ragione; il torto era di colui che lo aveva franteso. Sapeva d'altronde che è gran diletto del vulgo l'assistere a ciò che non comprende. Gli bastano le parole tuonanti, la voce stentorea, e i bisticci insensati. — Ei gliene prodigava a bizzeffe.
Intanto spremeva gli spiccioli dalle tasche de' poverelli che accorrevano a lui per sapere, per scoprire, per risanare. Oggi piativano il pane per conoscere se dimani, o l'anno appresso, o prima di morire, sarebbero ricchi; e, confortati dai lieti presagi del ciurmatore, calmavano la fame odierna colle ridenti illusioni dell'avvenire. A questo modo le vili monete, ammucchiate nella soffitta di Benvenuto, formarono ben presto somme considerevoli. A suo tempo egli le cangiava in bei ducati d'argento e in scudi d'oro; ed avviava con essi un altro ben più pingue commercio.
Consisteva questo nel dare a mutuo somme più o meno rilevanti, a chi stretto da urgente bisogno glielo chiedeva colle preghiere, colla importunità. Guai a chi avesse tentato sedurlo con promesse; egli diceva di non voler stringere negozioni con alcuno, ma si compiaceva ad ajutare chicchessia, appena il potesse. — E questo “appena il potesse„ era la chiave de' suoi secreti, la posta del suo illecito gioco.
Non cercava mutuatarj, perchè la gente accorreva da lui, preferendo lasciarsi dar la corda da un tristo, anzichè, togliendo a prestito con tutte le regole del foro, mettere a nudo le proprie vergogne.
Medicina al primo invito, non rispondeva; ad una preghiera, rimetteva la cosa a tempo; e, quando alla fin fine assentiva, non dava adito a parlare di condizioni, dicendo che ve ne doveva essere una sola e semplicissima: quella cioè che i patti del mutuo fossero stesi da lui.
L'usura soleva essere una e modica per tutti: dimodochè il chirografo, irreprensibile sotto ogni aspetto, sembrava un atto scritto davanti a notajo. — Ma la mangeria stava per tutti in un punto; vale a dire nella cifra del capitale mutuato, che subiva una addizione più o meno importante a norma dei casi; e nella data fittizia del mutuo, che, allo stringere del contratto, stabiliva un credito precedente, in favore del mutuante; credito che di fatto non poteva esistere.
A tali durissime leggi piegavano la fronte con più o meno cruccio, ma colla rassegnazione della necessità, coloro che, avvolti in negozii spallati, chiamavano fortuna il ritardare, fosse anche di un giorno, l'inevitabile ruina. — Vi si adattavano di buon grado, quasi senza nemmanco curarne le conseguenze, i giovinastri scioperati, che, occhieggiando un'eredità, non attraversata che da un fil di vita di qualche vecchio parente, amavano darsi buon tempo, e far de' brindisi alle future grandezze. — Vi accorrevano infine altri imbroglioni, suoi pari, falliti od affamati a segno, che tutto che offrisse loro da vivere un giorno, era un gran favore della providenza.
Oltre ciò, Medicina col suo genio negli intrighi, col suo essere con tutti e dapertutto, col fiutar sempre egli interessi degli altri, sapeva fornirsi a dovizia di una merce, che egli poi rivendeva a peso d'oro. Era questa la promessa del secreto.
Fervevano a que' tempi in Pavia le ire di parte suscitate dal mal governo di Galeazzo Visconti e dalla memoria rinverdita del più tollerabile dominio de' Beccaria. In varie città dello stato, a Voghera anzitutto, già si manifestavano i prodromi della rivolta; e varie famiglie pavesi, legate coi malcontenti, ne favorivano lo sviluppo. — La trama de' vogheresi fu scoperta e soffocata ne' supplicj. Il castellano di Voghera e suo figlio, erano mandati alle forche, e sessanta cittadini creduti rei di quella congiura non fallivano alla delira investigazione de' giudici, confessando la loro complicità fra gli strazii della tortura. — Tremavano gli scontenti di Pavia; ed avevano il capo basso e l'aria compunta, per non dar nell'occhio agli inquisitori. — Ma l'avveduto Medicina, che sapeva dar di naso dapertutto, li conosceva ad uno ad uno; e quando incontrava questo o quello, a quattr'occhi e con un'aria di mistero, come se fosse tutto cuore, chiedeva conto de' fatti loro, dei pericoli scampati, di quelli che ancora li minacciavano: e, per tal modo, finiva d'impadronirsi d'un secreto, il cui deposito doveva costar gli occhi del capo agli incauti.
Eppure colui, che in cima ad ogni pensiero poneva il culto de' suoi più vili interessi, in qualche rarissima circostanza ed in via di semplice eccezione, aveva saputo transigere colla insaziabile sua voracità di denaro. — Forse che egli provasse alcuna volta gli inviti della coscienza, o che cedesse alle attrattive della virtù? Mai no. Ciò avveniva quando un'altra passione, più imperiosa ma non più nobile, lo inebriava colle visioni d'altri lusinghieri allettamenti. — Eccone un esempio.