CIV.
Canidia e Medicina recitavano d'accordo una comedia a beneficio comune. Avevano perciò con grande arte, cercato e raccolto i mezzi per dar colore alla scena; sapendo d'aver a fare con un cervello bizzarro, che aveva, per intoleranza d'ogni rispetto se non per dirittura di mente, il malvezzo di non creder nulla. — Questa volta Barnabò, solito a non riconoscere al mondo altra legge fuor quella ch'egli imponeva a' suoi soggetti, cascava nel laccio tesogli da un intrigante, e si disponeva ad obedire al più vile de' suoi servi.
All'apparire di lui, la fattucchiera, che sapeva tutto, ma finse non accorgersi di chi s'avvicinava, ammutolì; e, deposto il liuto, si levò dal suo seggio per movere incontro al principe, e dirgli con un tuono cortese: “salute.„
Era notte: nel castello regnava la più profonda tranquillità. Dal beccuccio ardente di una lanterna artificiosamente costrutta si effundeva per la camera una luce tremula, vaporosa, di color turchino, che imprimeva agli oggetti circostanti una luce falsa, ed abbagliava la vista coll'intermittenza de' suoi lampi. — L'aria era satura di un profumo soave che, solleticando gradevolmente l'odorato, recava al cervello le esalazioni di una sostanza narcotica, donde era cagionata, a chi non fosse avvezzo, un'incompleta vertigine, che dominava le forze, ed offuscava lievemente l'intelletto. “Salute, o principe„ replicò Canidia; e, dopo avergli offerto a sedere, avvicinatasi ad una credenza su cui erano schierate coppe di terso cristallo, ne tolse due per mescervi un liquido color d'oro da una boccia vestita di paglia. — “Bevete, o signore, continuò ella con un accento, che lasciava dubio se fosse un invito, o l'esordio delle sue rituali cerimonie. — Il liquore, che io v'offro, stillò da tralci allevati in una terra, dove ogni pietra racchiude un secreto, ogni erba possiede una virtù, ogni soffio d'aria rivela un mistero. Bevete meco alla salute del signor di Milano.„
Barnabò, proclive per natura ai sospetti e reso ancor più diffidente dalla coscienza di essere un tiranno, non soleva mai accostare alle labra un bicchiere, in cui altri avesse versato. — Questa volta diè di piglio alla coppa senza esitanza; e, levatala quant'era necessario perchè un raggio attraversasse un nettare trasparente come l'ombra, se l'avvicinò alla bocca, per tracannare in un sorso il contenuto. Ma Canidia ne lo arrestò, dicendo: “Alla vostra mano splende una gemma di rara purezza.„ — Barnabò infatti portava in dito un'amatista, su cui era effigiato in rilievo un serpente contorto: cammeo prezioso, solidamente incastonato in un anello di squisito lavoro. — “Ogni gemma immersa nel vino, proseguì Canidia, apre l'intelletto di chi beve a contemplare cose meravigliose e lontane: l'amatista poi garantisce dall'ubriachezza. Suvvia, riponete quell'anello nel bicchiere, e fate meco un brindisi alla vostra futura sorte. — Non temete: è ottimo zagarello[49] vino di dieci anni, generoso al pari di voi, ardente come una fanciulla di Capri, fido sempre come un amico vecchio„.
A tali parole, la gemma cadde nel fondo della coppa, e le due destre, rialzando ed urtando fra loro gli orli dei vetri in atto di augurio, portarono alle labra la misteriosa bevanda.
“Evviva il signor di Milano!„ — sclamò l'indovina al momento di bevere.
“Evviva„ — ripetè il principe dopo aver vuotato il bicchiere. Quella bevanda, non del tutto sincera, operò ben tosto i suoi effetti. Il principe sentì raddoppiarsi le forze, e il sangue corrergli nelle vene più libero e più ardente di prima. Ciò gli fece coraggio ad una seconda libazione. Riprese il bicchiere, lo porse a Canidia e, appena ricolmo, lo vuotò di bel nuovo. — La fattucchiera, che conosceva quanto era potente quel liquore e come scarsa la virtù dell'antidoto contro l'ebrietà, non gli avrebbe versato una terza volta; paga di rinvigorire e di accendere la sua fantasia quanto bastasse a renderla atta ad arrestare le fuggevoli visioni, che gli si affacciavano alla mente, e a rannodarle in un tutto di lieto auspicio.
Il lettore ci saprà grado se qui omettiamo di riferire gli scongiuri, le evocazioni e quante formole stravaganti accompagnavano la pratica di quelle indegne cerimonie. — Lo scopo di esse erasi già ottenuto mediante quella doppia libazione.
“Tu, — così prese a dire l'indovina, a cui il carattere profetico dava il diritto di trattare in confidenza i suoi adepti, — tu non temi dunque di vederti davanti quel dimani, che è provida cosa, dicono i saggi, celare agli occhi dei mortali?„
“Non vi fu mai cieco, riprese Barnabò, che non gradisse il dono della vista, dovesse pure aprir gli occhi la prima volta per vedere l'inferno.„
“Sia come tu brami. Credi tu che io possa veramente conoscere il futuro?„
“Sì; io lo credo.„
“Piegherai tu la fronte docilmente a quanto sono per dirti?„
“Sì„ — sciamò fermamente Barnabò, in virtù forse del zagarello, che aveva ingolato.
“Ancorchè fossi costretta ad annunciarti sventure?„
“Sì, sì, sì„ — replicò l'altro con tuono d'impazienza.
“Ebbene: porgimi la tua mano, ed io leggerò su di essa come su di un libro.„
Barnabò stese il braccio sinistro, aperse la mano, e mostrò il palmo. L'indovina, ritrattasi alquanto in disparte affinchè la lampada portasse luce sovr'esso, stette tra momento in silenzio, chinata ad esaminar per minuto il codice della sua scienza.
“Non si fa colpa alla quercia, prese indi a dire Canidia, se essa fu un dì una vil ghianda gittata a caso nella terra: ma è merito di quel povero seme, se in pochi anni diventò la più nobile delle piante.„
Barnabò diede segno manifesto di non aver compreso.
“Non negarmi, proseguì l'indovina, che tu imprecasti al tuo nascere, perchè il destino non ti fece il primogenito de' tuoi fratelli. Dimmi, (e sii sincero; ogni menzogna sarebbe vana in faccia a chi ti legge nel cuore) non è egli vero, che il tuo più bel sogno fu quello di divenirlo?...„
Il principe, chinando leggermente il capo, faceva un segno affermativo.
“Ad ogni costo; non è vero? a costo anche di propinare un veleno a colui, che ti precedeva, e che occhieggiava con sospetto la tua ambizione?„
Barnabò si scosse a queste parole, che gli rammentavano la morte violenta di Matteo suo fratello.
“Invano tu mi fai viso torvo. — Un fratello fu spento per tua mano; l'altro fuggì, e la morte lo ha colpito da lontano. Ma l'ombra di quest'ultimo siede ancora sul trono di Pavia nelle sembianze di suo figlio. — Fu strappato l'albero, e nella sua fossa germoglia il rampollo. — Eppure le tue speranze non sono morte. La meta è ancora quella stessa. Sbarrata la via dritta, ora ti convien battere le viuzze inosservate.„
“È questo appunto che io ti chiedo... e vo' conoscerle da te queste vie...„, soggiunse il principe con impazienza.
Canidia, invece di rispondere, sorrise maliziosamente. Allora Barnabò battè col piede la terra, e si morse le labra, esclamando con accento furibondo: “Vorreste ricantarmi la vecchia canzone dei vigliacchi o dei bacchettoni che pongono il più nobile dei trionfi nel chinare la testa avviluppata in un cappuccio, mentre un istinto ne chiama a sollevarla cinta di una corona? Guai a te: guai a chi osasse darmi di tali consigli!„
“Potenza degli astri! interruppe Canidia spaventata, tu guasti l'opera tua. Mentre il buon genio ti consiglia di battere i sentieri nascosti, tu segui da forsennato la tua cieca passione. Infelice! qual demone o qual angelo potrà impedire che l'arma ti uccida, se tu stesso la vibri nel tuo cuore?„
Tali parole, dette con accento autorevole, imbonirono il principe, il quale incrociando le braccia sul petto, e con voce più sommessa, pronunciò un “dunque„ lasciando però sottinteso il resto della frase “sbrigatevi che ne è tempo.„
Canidia, pigliando la mano a Barnabò, ed avviandosi con passo risoluto verso una parete entro cui s'aperse un balcone, trasse il suo adepto sulla soglia di un terrazzo, da cui si godeva una magnifica veduta del cielo. Notisi per incidente che era quella notte e quell'ora, in cui il Conte di Virtù traeva dall'eguale spettacolo una sì dolce lezione di saggi proponimenti. — La fattucchiera guardò attentamente da ogni lato; percorse più volte e in tutti i sensi le regioni del cielo, cercando fra una miriade di punti scintillanti di rintracciare un astro: quell'astro che presiedeva ai destini del suo iniziato.
“Ecco, ecco la tua stella, — proruppe ad un tratto, stendendo la mano verso un lato del cielo, ed additandone una di maggiore grandezza, — non la scorgi tu? Te fortunato, essa splende nella casa di Giove, anzi è presso a congiungersi al più potente dominatore dei cieli. Teco è la forza, teco la virtù efficiente e creatrice. Tu nascesti per essere grande e potente; l'augurio è ben lieto.„
Barnabò subiva l'impero di quelle parole; ma ignaro, com'egli era nella scienza degli astrologi, non giungeva a comprenderne l'importanza, e se in quel punto si mostrava riverente, gli è che aveva interesse a prestar fede a chi largheggiava proferte.
“Quella stella riflette i colori dell'iride, continuò Canidia; la tua vita dovrebbe essere del tutto serena. Il fiammeggiare insistente di un rosso, simile a quello di un carbonchio, avviserebbe a qualche traccia di sangue. Ma il verde che annunzia pace, il bianco che addita potenza, il ranciato che emula il brillar dell'oro, il roseo infine che è il color dell'amore, prevalgono al primo. Suvvia dunque:.... nell'ora, in cui tu nascesti, la tua stella regnava nella decima casa del cielo, che è la più potente. Giove splendeva nella regione meridiana, e dominava tutto il firmamento: presagio di impero a chi respira le prime aure della vita sotto le volte di una reggia. — La luna, splendida sebbene falcata, aggiungeva al tuo felice oroscopo il suo raggio vigile e mite: annunzio di una vita infaticabile e nemica del sonno, cui l'operare è riposo. Marte sanguigno ti occhieggiò da ponente un sol tratto, poi tramontò: non sei nato alla guerra. Venere brillò sul mattino; ma la sua luce vivace fu tosto vinta dal surgere del sole: i tuoi piaceri dovranno essere subitanei e soavi ma passaggieri, poichè l'amore della gloria li signoreggia. Il pallido Saturno, l'esoso pianeta nuncio di malanni e di inferma vecchiezza, non fu visibile. — T'allieta dunque o mortale, — non vi è uomo che raccolga in sè tanti felici pronostici.„
Fin qui Canidia non aveva messo fuori che una cabala di parole, accozzate a libito, che potevano servire di preambolo a predizioni di opposta natura. Eppure, come lo zagarello ebbe la virtù di scuotere i sensi morti dell'iniziato, quelle frasi, pel merito forse di chi le pronunciava, per la solennità della notte, e per i lieti successi che promettevano, aggiunsero fuoco alla sua fantasia, e fecero battere un cuore, per solito inerte. — La fattucchiera s'era avveduta di ciò, e ne andava superba; poichè da una prima vittoria traeva la certezza di riportarne un'altra assai più vantaggiosa.