CLI.
Nel giorno 6 maggio 1385, di fortunata memoria pei milanesi, il Conte di Virtù aveva lasciato Pavia, come si è detto, e si avvicinava a Milano, col secreto intendimento di farla libera dalla mostruosa signoria di Barnabò, e d'inaugurarvi un governo mite e glorioso.
Rodolfo e Lodovico, i due maggiori figli di Barnabò, si erano spinti qualche miglio fuori di Porta Ticinese, col pretesto di andare incontro al parente, e di fargli onore; in realtà movevano ad esplorare i procedimenti dell'inimico. — Vista da lungi la comitiva, e scoperto dal polverio che doveva essere molto numerosa, avrebbero voluto rivolgere tosto i cavalli verso Milano per annunciarvi l'arrivo di una compagnia, avviata in apparenza a tutt'altro che ad una pratica di devozione. Ma, poichè gli officiali del Conte di Virtù movevano al galoppo incontro ad essi, e li salutavano collo sventolare delle ciarpe, il retrocedere sarebbe stato un atto scortese, quando non sembrasse viltà. Rodolfo e Lodovico, pertanto, affrettarono il passo; e, giunti in faccia al cugino, scambiarono con lui le cortesie d'uso.
I due fratelli, ancora più insospettiti dal rilevar meglio il numero e l'agguerrimento della comitiva del conte, s'accorsero tosto che le convenienze ricevute e scambiate non erano schiette. Cercavano essi di tenersi al largo, e d'aver libera la strada e l'uso delle armi; ma gli officiali del conte, simulando un'amicizia ossequiosa e sollecita, non sapevano spiccarsi dal fianco loro.
Quell'apparato di forze tanto discorde coll'umile invito del conte, l'aria commossa stampata su qualche volto meno abile a nascondere un mistero, una o due parole dette a caso e raccolte, come si suol dire, per aria, l'aspetto guerriero dei più, e sopratutto il piglio nuovo e risoluto di chi li guidava, cangiarono i dubj in certezza. Rodolfo e Lodovico, lontani l'uno dall'altro, tradussero le loro condoglianze in un'occhiata d'intelligenza e in un sospiro. Il conte, avendo indovinato l'angoscia dei cugini, cercava di rassicurarli raddoppiando le cortesie; ma intanto i suoi officiali stringevano sempre più da vicino i nuovi arrivati.
Il corteggio attraversò quella parte di abitato, che chiamasi oggigiorno Borgo di Cittadella, e che allora era infatti un quartiere suburbano fortificato; e piegò a sinistra radendo la fossa e le mura per tutto il tratto che da Porta Ticinese si stende fino al Ponte di S. Vittore, dov'era la pusterla di S. Ambrogio. — Quivi giungeva dall'interno della città il signor Barnabò, seguito da pochi cavalieri e in compagnia di un frate; e, non appena ebbe veduto il corteggio, spronò la mula, e mosse di trotto incontro a chi arrivava. Ma il Conte di Virtù lo prevenne; e, facendosi vicino a lui più sollecitamente, lo salutò con grande riverenza.
Era questo il segnale convenuto. — Jacopo dal Verme, spingendo furiosamente il proprio cavallo in mezzo al seguito del signore di Milano, pose la destra sulla spalla di Barnabò, e gli disse “siete prigioniero„. Allo stesso momento, Ottone da Mandello strappò dalle mani del principe le redini; e, per disarmarlo più presto, gli recise i pendagli della spada. Il marchese Malaspina si fece consegnare le armi da Rodolfo e da Lodovico. Gli altri del sèguito di Barnabò dovettero cederla, o l'offrirono spontaneamente. Al solo frate non fu fatta violenza.
Nessuna ragione, nemmanco l'interesse supremo della patria, giustifica il tradimento. La storia, che pure riconosce nel Conte di Virtù una mitezza ed una sagacia egualmente superiori al suo secolo, sarebbe più pronta a perdonargli quest'atto se avesse adoperato mezzi anche più violenti, ma meno sleali. — Una sola circostanza attenua alcun poco la sua colpa. Se Giangaleazzo avesse ritardato d'un giorno solo la cattura di Barnabò, egli sarebbe stato vittima di un egual tradimento. Perocchè il signor di Milano aveva dentro di sè fermamente risoluto di rendersi tosto padrone di Pavia; al quale scopo non avrebbe esitato davanti a mezzi anche più vili.
La storia non dice se più tardi Giangaleazzo abbia riconosciuto la gravezza del suo procedere. È a credere che in quel dì non giungesse pure a dubitare d'avere male operato: giacchè il popolo milanese accolse la novella con un'esultanza indescrivibile, e coprì di plausi frenetici e di viva il suo liberatore.
Intanto che Barnabò coi figli ed i famigliari veniva rinchiuso e custodito nel castello di Porta Giovia, il Conte di Virtù percorreva Milano trionfalmente.
Per far completa l'ebrezza del popolo, il quale in quel giorno di rivolgimento voleva pure riserbato anche a sè il diritto di commettere qualche violenza, il conte gli concesse per decreto, ciò che la turba s'era già pigliato: il saccheggio, cioè, dei palazzi di Barnabò e de' suoi figli. Nessun volere di principe ebbe più pronta e più completa esecuzione. La plebe, divisa in gruppi, si gittò furibonda sugli edificii designati. I primi e i più fortunati posero la mano sull'oro e sugli oggetti di valore; ma le turbe susseguenti ed i tardi arrivati, proclamando in quel giorno il diritto di eguaglianza, manomettevano le ruberie dei primi. I fardelli dei saccheggiatori erano alla loro volta saccheggiati: oggetti preziosi, giojelli di valore incalcolabile, andavano perduti, calpestati ed infranti: tutti volevano avervi la parte loro. Cresceva la folla, non il numero delle cose atte a sbramarla. Non due braccia ma dieci, ma venti, si allungavano risolute per afferrare lo stesso oggetto. Da ciò dispute e risse; violenze e bestemmie. Infine non era più questione di preda, ma gara di distruggere. Le suppellettili, che non potevano essere tenute o trasportate da due mani, erano pallate ora in un senso ora in un altro, poi manomesse e fatte in bricioli; e, perchè questo non avesse più di quello, venivano lanciate dalle finestre. Dopo due ore di soqquadro, non avanzarono che le nude muraglie; e se queste pure non furono spianate, gli è che anche il distruggere costa fatica, e che i guastatori erano in fine d'ogni loro forza.
La plebe sbrigliata era stanca, ma non sazia del bottino; tanto più che, dopo aver troppo affaticato, scoperse d'aver distrutto fin anco il suo guadagno. Dai palazzi di Barnabò si volse quindi ancora più cupida a quelli dello Stato; e quivi, senz'esservi autorizzata dal decreto del principe, invase le dogane e gli officii delle gabelle, disperse il sale raccolto, compensandosi collo sperpero dell'averlo in addietro pagato troppo caro; e, poichè colà non trovò da far preda di denaro o di roba, raccolse i catasti, i libri e quante carte puzzavano della passata tirannide, e condannò il tutto alle fiamme; pensando di riavere l'abbondanza, quando fossero scomparse quelle memorie della passata miseria.
Ma intanto che il popolo si sfogava sulle reliquie dell'odiato governo, Giangaleazzo poneva al sicuro il tesoro di Barnabò, trovato nella rôcca di Porta Romana, e consistente in tal copia di metallo nobile da caricarne sei carra; valore immenso a quei dì, che si stimò oltrepassare i settecentomila fiorini d'oro.
Esultava il popolo milanese in mezzo a tanta baldoria. Esagerando il valore del tesoro scoperto, credeva di non aver più a sopportare tasse od imposte. Ma in mezzo alla publica festa, la più grande e la più sincera gioja nasceva dal pensiero d'aver cangiato il feroce padrone in un principe mite e generoso. — Era un pezzo che i milanesi invidiavano gli abitanti di Pavia; ora la generosità, con cui il Conte di Virtù aveva trattato il popolo di Milano in quei primi giorni, lo confermava nella stima che s'era concepita di lui. — Ond'è che non poteva apparire in publico, senz'esservi acclamato principe e signore. Dal canto suo il conte, mostrandosi lieto delle accoglienze, dichiarava agli amici, ai magistrati ed a tutti, che non avrebbe assunta la Signoria, se il consiglio generale della città non gliela conferiva nelle forme richieste dalla costituzione del paese.
L'ira del popolo contro tutto ciò che apparteneva all'esecrato governo, non ebbe fine coi saccheggi. Vi erano in città memorie più vive e più palpitanti delle sofferte sventure; v'erano i complici della recente tirannide. E il popolo li andava cercando; e, quando credeva di averne trovato uno, lo voleva acconciare a suo modo.
Le poche famiglie, che erano legate al governo di Barnabò, o che ne godevano i favori, lui caduto, abbandonarono la città, e si ritirarono nelle castella, lasciando che i successivi avvenimenti dichiarassero meglio di chi era la vittoria, e che intanto si raffreddasse il furore del popolo. Molt'altri, credendosi meno in vista, o pensando essere la fuga un partito troppo avventato, se ne stavano rinchiusi, studiando qualche nascondiglio, preparandosi una doppia escita pel caso d'invasione. Altri ancora avevano preso il partito di unirsi agli schiamazzatori, di scendere in piazza, e di gridar con essi viva; badando a gridar forte e fra i primi: e, in mezzo a questi, erano alcuni che pochi dì prima insultavano il publico dolore, fatti arroganti dall'immunità guadagnata a prezzo di adulazioni e di denuncie. — E il popolo anche allora si mostrò pronto a menar buoni questi sùbiti ravvedimenti, e a perdonare, nella maggior parte dei casi, il triste passato.
V'era poi un grande numero di persone, che, come avvien sempre, diceva di aver veduto e predetto il grande avvenimento in mille occasioni. A sentirli, costoro si erano fitti in capo da un pezzo che le cose non potevano andar sempre ad un modo, che alla fine dovevano mutare; che Dio non paga il sabato; e assicuravano, che avrebbero voluto avere tanti ducati in tasca, quante volte avevano susurrato all'orecchio di Tizio e di Sempronio, che messer Barnabò doveva fare mala fine. — Colle chiacchiere sanavano essi qualche antica piaga; e tornavano amici con coloro che poco dianzi solevano guardare obliquamente.
Se un popolo, insultato lungamente in ciò ch'egli ha di più sacro ed inviolabile, avesse il diritto di farsi giustizia da sè e alla spicciolata, dovremmo dire che anche in questa occasione i milanesi furono assai generosi; perocchè, dopo di aver dato sfogo alla naturale passione manomettendo le spoglie dell'inimico, si sentirono l'animo così sazio ed alleggerito, da non chiedere altre vendette. — La publica festa fu accompagnata da dimostrazioni che toccavano al delirio, ma non fu bruttata di sangue. I tristi fautori della mala signoria avevano subito la più grave e la più giusta delle pene, assistendo al trionfo dei loro naturali nemici.