CLVI.

La sera del primo settembre, la corte di Giangaleazzo, solita ad escire a diporto sulla tarda ora nei giardini attigui al castello, per godervi il fresco, fu d'improviso turbata da uno strano avvenimento. Il duca che, dopo aver speso troppe ore nelle cure dello Stato, soleva confondersi co' suoi cortigiani e passare seco loro qualche momento in affabile domestichezza, quel dì, oppresso dalla straordinaria caldura, si trattenne più tardi del consueto nel giardino; anzi, spintosi con alcuni de' suoi officiali nella parte più lontana di un viale assai folto, si pose a sedere sur una panchetta di pietra, favellando delle imprese avviate, e predicendo a' suoi intimi le prossime glorie della sua patria e della sua casa. Il benessere, di cui si era lodato un momento prima respirando le aure temperate del tramonto, era seguito da un senso di freddo, quasi molesto, cui non pose mente in sul sùbito, incalorito, com'egli era, nel discorso. Ad un tratto, lo assalse un brivido più forte; cercò vincerlo, scuotendosi, e le forze non risposero alla volontà. Gli astanti accorsero a lui, e lo persuasero a rientrare tosto nel castello, attribuendo quell'improvisa indisposizione all'umidità della notte. Era infatti una di quelle sere, in cui l'atmosfera, dopo aver stagnato per lunghe ore negli umidi avvallamenti della pianura, beve dalla terra arsa dal sole il veleno della corruzione, e lo trasmette agli incauti, che cedono all'allettamento di un insolito rezzo. — Il duca articolò a stento qualche parola; batteva i denti; aveva il respiro profondo, interrotto, affannoso. Quando fu portato nelle sue stanze, aveva l'aspetto di un cadavere: gli occhi erano spariti nelle orbite segnate da un cerchio livido; le guancie infossate disegnavano l'ossatura delle mascelle; le labra contratte e smorte lasciavano travedere i denti stretti dallo spasimo. — Il medico ducale, che non era più l'Esculapio di cui abbiamo parlato addietro, accorse e prestò all'infermo sollecita cura. Oppose i rimedj più ovvj ai sintomi incalzanti; ma senza indagarne la cagione, senza tentare di paralizzare gli effetti del veleno assorbito. — Richiamò il calore alle membra intirizzite, applicandovi dei fomenti tiepidi: ed, apprestato un alessifarmaco composto di erbe aromatiche stillate nel vino, glielo fece ingojare a sorsi. Un'ora dopo, l'infermo si risvegliava dall'assopimento. Al gelo lapideo delle membra subentrava il calore della vita; a questo l'ardor della febre. — E il duca, i cortigiani e lo stesso medico se ne rallegrarono come di una crisi salutare e decisiva.

Nella notte, anche malgrado un calore anormale, dormì abbastanza tranquillo. La mattina vegnente l'infermo sembrava del tutto risanato. La prostrazione di forze ch'egli accusava, era giudicato l'effetto postumo del parosismo. Del resto, se il povero medico avesse avuto bisogno d'altre prove per credere al trionfo della sua scienza, bastava che interrogasse l'infermo: questi asseriva di trovarsi bene, e d'avere dimenticato ogni cosa. Infatti, in quel dì attese alle cure dello Stato, come nei precedenti; ricevette il solito corriere speditogli dal campo, gradì le buone nuove che gli venivano portate, ed inviò per suo mezzo nuovi comandi. — La terza mattina tutto era al Castello come nei giorni passati. Non si parlava della malattia del duca che per rallegrarsi della sua pronta guarigione.

Ma d'improviso, verso il tramonto, un più grave insulto lo assalì di nuovo. I sintomi, ch'erano precisamente gli stessi d'altra volta, si manifestavano ancora più gagliardi. Ripetutosi l'uso dei farmaci, che avevano operato il prodigio, parve che la natura gradisse quelle scosse, e che le forze ne fossero momentaneamente rialzate; ma, poco dopo, l'infermo ricadeva in un'atonìa ancora più desolante. — Tutta la famiglia costernata guardava con aria pietosa in faccia al medico, quasi volesse impegnare la sua scienza a ripetere il miracolo dell'arte. — Se l'onest'uomo lo desiderasse, non è d'uopo dimostrarlo. Ma, oltrecchè egli non aveva scoperto la vera natura del male, mancava dei mezzi validi a combatterlo. Il nuovo mondo non gli aveva donato il tesoro di quella corteccia che rompe l'incalzante periodo delle febri perniciose.

Appiè del letto i membri della famiglia, storditi e inoperosi, si consultavano ansiosamente cogli sguardi; ciascuno ricercava sul volto altrui quella speranza che nel suo cuore s'era dileguata. Il medico, a cui correvano più frequenti gli occhi degli astanti, stringeva le labra, o ne sprigionava a quando a quando un suono che non era nè parola, nè sospiro. Tastava or questo or quel polso del malato: gli amministrava a brevi intervalli una dose del farmaco, scorreva colla mano tiepida e leggera sulla sua fronte gelata. Ma cogli atti, e colla mestizia del volto, avrebbe voluto dire ai parenti ed ai servi; “raccomandatelo al Signore, perchè l'arte umana non può più far nulla per lui.„ Mezz'ora dopo il duca era in fin di vita. Allora il dabben uomo si ritirò sconfitto, e cedette il campo ad un capuccino; il quale, avvicinatosi al letto dell'infermo, tentò risvegliarne i sensi e richiamarlo un momento alla vita, per dirgli ch'egli era sul punto d'abbandonarla. — Ma come l'infermo non rispondeva alle chiamate, il sacro ministro compì il suo officio con pietoso riserbo; recitò per lui le preci dei moribondi, lo segnò colla croce, lo asperse più volte d'acqua santa; poi, inginocchiatosi a fianco del letto, invocò sul morente l'assistenza dei beati. Gli astanti, con una pietà ravvivata dall'affetto, ripetevano la devota invocazione.

A tre ore di notte, il duca era agonizzante; pochi minuti dopo, egli spirò. — Pel borgo di Marignano corse la notizia della morte del duca, non preparata da quella della sua malattia. I cortigiani ed i vassalli l'accolsero con dolorosa attonitaggine: gli uni e gli altri diedero segni non dubii di profondo e schietto dolore. All'inevitabile e penosa incertezza, destata da un avvenimento che scomponeva d'improviso tutte le fila di una domesticità feconda di grandi vantaggi pei parassiti e pel servidorame, prevaleva un sentimento di vera e profonda mestizia; perocchè questa volta, nel principe potente si era perduto l'uomo mite, affabile, generoso. Se anche il più odiato tiranno suol essere compianto da quelli che condividono i beneficii del despotismo, questo principe, che non aveva mai abusato del suo potere se non per far guerra ai tiranni, e che faceva dell'amore dei soggetti il mezzo più acconcio ad assecondare la sua nobile ambizione, questo principe doveva lasciare un vuoto assai doloroso nell'animo di quanti lo avvicinavano. — I superstiti erano a ragione dubiosi se il suo successore sarebbe stato buono come lui; erano certi intanto che dalla vedova reggente non potevasi sperar bene.

La salma ducale fu trasportata a Milano ed onorata di suntuosissime esequie. Oratori di tutte le città sparsero fiori d'eloquenza sulla sua bara. Convennero in quella occasione nel maggior tempio di Milano tutti i vescovi delle provincie, i rappresentanti dei comuni colle insegne municipali, i consanguinei e gli affini della casa Visconti. — Accompagnavano il feretro dugentoquaranta cavalieri e duemila fanti vestiti a bruno. Magnifico era il corteggio degli araldi e dei cortigiani, che portavano le insegne ducali. Il letto funebre, tapezzato da un drappo di sciamito, lasciava vedere il cadavere ravvolto nei paludamenti ducali e colla spada al fianco. I più cospicui officiali dello Stato portavano la bara; altri la proteggevano con un baldacchino di stoffa d'oro foderato d'ermellini.

Soverchie lodi furono allora prodigate davanti alla spoglia del duca. L'iscrizione apposta al suo sarcofago lo qualifica “il padre della patria, che cacciò dalla loro sede i tiranni gravi ai popoli, che protesse i pusilli, ed umiliò i superbi. Nessun altro ebbe la parola dolce al par di lui, nè vi fu mai in tutta Europa principe di lui più prestante e degno d'imperio.„[79] Intanto gli annalisti si preparavano a giudicarlo con un'altra misura, senza dubio meno equa. — Quel principe che vivo fu chiamato “raggiante per la nobiltà del sangue, specioso per la bellezza del corpo, sereno per la virtù dell'animo[80]„ venne poi dagli storici successivi qualificato sleale, infedele, ipocrita, timido nell'avversità, arrogante nella prospera fortuna. Antonino, arcivescovo di Firenze, lo accusa perfino di vituperevoli lussurie; imputazione non confermata da altro scrittore, nè da alcun documento, anzi, smentita dall'indole stessa della sua vita, quale ci viene narrata concordemente dagli storici e dai cronisti. È degna di rimarco l'osservazione di P. Giovio. “L'arcivescovo di Firenze, scrive egli, con goffo e disonesto modo di dir male, insolentemente si diede a vituperare il nemico della patria sua.„ Ma, poco dopo, lo stesso Giovio cade nella colpa rimproverata agli altri, quando soggiunge “non si vede di lui edificio alcuno, pure un po' magnifico, avendo i suoi maggiori, in casa e fuori, fino alla pazzia suntuosissimamente edificato corti, rôcche e palazzi.„[81] E non ricorda il valentuomo, che Giangaleazzo faceva edificare il Duomo di Milano e la Certosa di Pavia? — Altre accuse, e non lievi, gli vengono mosse dallo stesso Corio, il più discreto e il meno appassionato tra i cronisti de' suoi tempi.

Il criterio storico ne insegna prima di tutto, che alle enfatiche apologie dei panegiristi bisogna fare un vistoso diffalco. È antico destino, che i potenti non abbiano mai ad essere onorati dalla compagnia della verità. Se la lode accanto ad essi divien troppo frondosa, alle spalle il biasimo non è mai meno esagerato. Assai spesso la verità balba e timida al cospetto di un potente, l'insegue troppo ardita e ciarliera quand'egli è passato.

L'opinione del Corio e degli annalisti, che con lui e o dopo di lui accusarono questo principe, hanno una certa autorità; nondimeno la storia, imparziale raccoglitrice dei fatti e giudice competente dell'ordine e della natura di essi, non deve riputarsi inappellabile, fin quando non si saranno raffrontati e contemperati i giudizj emessi in epoche e da persone diverse. L'ardua sentenza intorno ad un uomo è meglio rimessa ai posteri, quanto più lontani tanto più autorevoli. Imperocchè la storia non chiude mai il suo libro; ed ogni uomo di buon senso, colla scorta dei fatti che da essa apprende, può a suo talento ripetere il giudizio intorno ad un personaggio o ad un fatto; e confermare od annullare una vecchia sentenza.

Riassumo brevissimamente alcune notizie.

Anche i più severi giudici del duca Giangaleazzo non attribuirono a lui un solo atto di crudeltà. Egli non applicò mai in veruna circostanza quelle leggi di sangue, che condannavano i colpevoli al martirio prima di subire l'estremo supplicio. In un solo caso publicò un editto, che risentiva la ferocia del secolo; ma vi fu indutto da forte ragione. Trattavasi di un delitto che, ad un grado speciale di perversità, accoppiava il pericolo di conseguenze irreparabili. — Un dispaccio apocrifo, munito della firma ducale falsificata, sfruttò la splendida vittoria di Jacopo dal Verme contro i Gonzaga. Giangaleazzo, memoro altresì di ciò che aveva fatto Medicina in danno d'Agnese, aggravò la pena dei falsarj, e promulgò un bando che li condannava alle fiamme.

Per confessione degli stessi suoi nemici, molte furono le buone leggi con cui provide al civile ordinamento dello Stato. Taluna parve sì nuova ed avanzata pei tempi, che destò forse qualche scandalo per la sua strana precocità. Instituì i consigli di giustizia, e sottopose a norme inviolabili l'interpretazione e l'applicazione degli Statuti, togliendo l'arbitrio ai magistrati, onde spesso le più savie leggi erano fatte inefficaci ed inique. — Creò una magistratura per le entrate, incaricandola di regolare i tributi sulla norma dei bisogni; di porre un freno all'ingordigia degli esattori; d'impedire i balzelli e le concussioni. Ordinò la consegna degli ostaggi e la demolizione delle rôcche, nelle quali i feudatarj esercitavano atti di capricciosa tirannia. Rese produttive varie sorgenti di publica ricchezza, e vi attinse i mezzi a ristorare l'erario: quelle imposizioni, che allora forse recarono qualche scandalo, divennero più tardi una fonte naturale d'entrata per ogni governo. Pose, a cagion d'esempio, un'imposta sugli atti notarili; introdusse il bollo per la validità dei documenti; prescrisse che i viandanti si facessero conoscere per mezzo di carte rilasciate dall'autorità. Compì ed illustrò la raccolta degli Statuti patrii fino all'anno 1396. Frenò le violenze private, limitando il diritto di portare le armi. Ordinò in fine che negli atti publici si sopprimesse l'uso della parola popolo, e le venisse sostituita quella di comune.

La maggior parte degli storici si levano indignati contro questo decreto, e lo chiamano frutto di una politica codarda perfino al cospetto dei fantasmi. Si disse che Giangaleazzo odiò il governo popolare, che cercò di distruggere le franchigie tradizionali, che combattè la libertà, che ne odiò perfino la parola. — Ma ecco quanto osserva intorno a ciò un illustre nostro contemporaneo, che non sarà per certo preso in sospetto di troppa indulgenza coi tiranni. — “L'isolato racconto della soppressione della parola popolo ce lo fa, è vero, odioso, ma quando nei motivi della sua legge lo vediamo esortare la parola comune pel desiderio della concordia della nobiltà col popolo, noi vi applaudiamo.„[82] Difatto egli pensò di spegnere fino la voce e la memoria delle lotte sociali, che laceravano il paese: coll'abolizione di una parola volle abolito il fatale antagonismo fra la plebe e la nobiltà. Nella parola comune, egli raccomandava la solidarietà delle varie classi, la maggior possibile eguaglianza sociale. — I suoi antecessori avevano compresse le fazioni, e quelle tacevano rassegnate a malincuore. Sotto il suo governo elleno andarono mano mano scemando per mancanza di vitalità: ogni classe, ogni città, ogni borgo doveva fare sacrificio delle privilegiate franchigie a pro della patria, affinchè tacitamente si costituisse in nazione. I fatti precedevano il grande concetto.

Dopo la lega lombarda, l'Italia aveva fatto un gran passo verso la libertà; ma il principio di una dipendenza al trono imperiale, come si è già detto, veniva consacrato di bel nuovo nella stessa pace di Costanza. A scuotere completamente il giogo straniero, richiedevasi la presenza di un pericolo costante, che legasse in un fascio le armi delle piccole republiche, e le rendesse immemori delle glorie parziali ed effimere. Allontanato il pericolo, i comuni, i prìncipi ed i pontefici studiavano per lo contrario di guadagnare per sè quell'influenza che avevano tolta alla podestà straniera; anzi, acciecati dall'interesse e dopo breve tempo scordato il patto fraterno, ricorrevano alla tutela dello straniero per far prevalere le loro pretensioni. — Se ad ingentilire un popolo bastasse la vita di un uomo, l'educazione sarebbe stata il più efficace mezzo ad ottenere lo scopo vagheggiato; ma in quel secolo d'ignoranza e di pregiudizj, mentre i tirannelli e le republiche non vedevano altro nella patria che una preda disputata; la speranza di diffondere e di consacrare un concetto tanto nuovo e sublime diveniva follía. — Era necessario che l'idea s'incarnasse nel braccio e nel senno di un uomo; bisognava che il popolo subisse un mutamento dalla mano inesorabile di chi lo reggeva; bisognava che avvenisse di noi quello che avviene dell'infermo, liberato da un malanno ignoto per l'opera violenta del chirurgo.

Grave accusa vien fatta al governo di Giangaleazzo per la sua slealtà verso i principi italiani. — Vero è che le sue alleanze furono, o parvero sempre, dettate da momentanei interessi. Sovente le rappresaglie e la guerra ruppero le giurate amicizie, prima di un avviso, e senza nemmanco un'apparenza di ragioni. — Ma egli non sacrificò a queste fuggevoli associazioni il voto e l'interesse della nazione che risurgeva. Nelle guerre coi signori della Scala e coi Carraresi rispose alla tacita preghiera di due provincie maltrattate dalla più odiosa tirannide. Soltanto Firenze si levò tutta in armi contro lui; e fu infatti davanti alla unanimità di un popolo che le sue forze si mostrarono meno potenti.

Non gli facciamo torto s'egli non apparve un grande capitano. — La guerra per lui non fu il fine, ma il mezzo de' suoi disegni. Un principe, che in quel secolo attendeva tranquillo all'ordinamento civile dello Stato e ne affidava la difesa e l'onore ad abili condottieri, è a considerarsi come un unico esempio tra' suoi pari. Noi dovremo anzi considerarlo come il migliore dei prìncipi guerrieri, badando al fatto, che durante il suo regno le armi italiane furono sempre vittoriose. — Per mezzo di strenui e peritissimi condottieri, quali furono Alberico da Barbiano, Jacopo dal Verme, Ottobono Terzo e Facino Cane, egli procacciò al suo secolo ed al nostro paese la gloria ed i vantaggi di un'arte nuova che raddoppia l'impeto delle schiere colla tattica e la disciplina. D'allora in poi scemò in Italia la fatale influenza dei capitani di ventura d'oltralpe, che, coperti di un'assisa mercenaria, manomettevano crudelmente le povere provincie, contro cui o per cui combattevano.

Non si deve passare sotto silenzio, come durante un governo commosso da continue guerre, e preoccupato da un intento quasi temerario, il primo duca favorisse gli studii e le arti della pace. L'università di Pavia, fondata da suo padre, toccò l'apice dello splendore per opera di lui. Bandì dalla sua corte le frivole smancerie dei cavalieri e dei trovatori; e, privilegiando della sua amicizia i dotti, introdusse fra i suoi intimi una piacevolezza egualmente cortese, ma più franca e veritiera.

Suo padre e suo zio avevano munito le città soggette di rocche inespugnabili, profondendo immensi tesori per preservare la timida sovranità dagli assalti dei nemici e dall'ira delle popolazioni. Giangaleazzo, mentre faceva guerra ai confini, e combatteva nell'interno le velleità municipali, potè meditare ed avviare l'erezione dei due più stupendi edificii religiosi del suo secolo: il duomo di Milano e la Certosa di Pavia. Nè il grandioso concetto eragli consigliato dalla vana ambizione dei tiranni, che con un tratto di penna ipotecano il genio e la ricchezza dei sudditi, per poi usurpar loro il diritto alla immortalità. È fama che lo stesso duca convocasse presso di sè gli architetti di varii paesi, e discutesse seco loro la scelta di un tipo e l'appropriata sua decorazione; anzi non è temerario il supporre con qualche cronista, che fra gli anonimi maestri, che tracciarono od ampliarono quei vasti progetti, debbasi registrare il nome dello stesso duca. — Arricchì di una pingue dotazione i due monumenti; e con una accortezza, che non accenna per certo alla coscienza timida che gli venne attribuita, seppe usufruttare per sè le pingui esazioni della corte romana, ottenendo da Bonifacio IX che partecipassero all'indulgenza del giubileo, l'anno 1390, quei fedeli che offrivano al nuovo tempio due terzi della somma necessaria pel pellegrinaggio a Roma. — Il ripiego fu sapiente; e il persuaderne la corte romana dev'essere stata opera più ardua, che a noi non pare a prima giunta.

A chiudere questi cenni convengono le parole del lodato scrittore. “Io non proporrò mai questo principe per modello, scrive P. Litta, ma per noi Italiani gli è di tutti il più importante. Prometteva all'Italia l'unità politica. Da Stefano IX in poi, molti vi si erano accinti, ma nessuno più di lui si avvicinò alla meta. Ebbe per oppositori in parte gli imperatori, ma più ancora gli stessi suoi connazionali. La profusione dell'oro e le scissure della Germania lo rendevano tranquillo da un lato, ma l'interna reazione non gli lasciava la possibilità di una riescita.„

“L'Italia, nei posteriori avvenimenti, ha veduta giustificata l'utilità della tentata impresa della nostra monarchia; per cui, concedendo tutto ciò che v'ha in Giangaleazzo di più odioso, non si potrà mai impugnare, come, essendo egli giunto a tanta potenza da far sperare la stabilità di una vicina grandezza, fosse un dovere di consacrarci all'esaltamento di lui, mentre nei trionfi del Visconti erano concentrati gli interessi e l'onore nazionale. Ma noi, incapaci di penetrare nelle tenebre del futuro, ci opponemmo agli sforzi di un uomo, che tentava di modellare la nostra penisola sulla situazione delle grandi monarchie, che si stavano preparando in Europa: onde, giunte queste a singolare grandezza, l'Italia indispensabilmente ne fu la vittima.[83]