CLVIII.
Intanto che la rôcca veniva apparecchiata all'estrema difesa, la madre chiamò a sè Gabriello; ed, abbracciatolo con una tenerezza ancora più viva del solito, ed invocata sul capo di lui la benedizione del cielo, potè rinovargli una salutare lezione. — Gli rammentò anzitutto il suo grave fallo; e gliene fece toccare con mano le terribili conseguenze. La prima e la più grave tra quelle era la necessità di volgere le armi contro i suoi cittadini; dacchè questi, insurgendo, prestavano involontario soccorso alle cupide pretensioni di un avventuriero. — L'unico rimedio al suo errore era la vittoria; l'unica emenda il ridonare a' suoi cittadini quella libertà che bramavano, affinchè per l'avvenire non la chiedessero ai nemici comuni. Vincitore, o vinto, doveva Gabriello rompere il funesto patto che lo faceva servo ad interessi estranei. Gli disse, essere mille volte meglio morire, che non ottenere in grazia la vita, e pagarla col sacrificio della propria dignità. — “Guai, conchiuse ella, a quell'uomo ed a quel popolò che spera di ottenere libertà dalla tirannide altrui. Non può essere lecita alleanza quella che ti costringe a combattere al fianco dei nemici della tua patria. Le promesse dell'avventuriero, anche quando fossero generose, tornerebbero sempre a danno di chi le sollecita e le accoglie. Figliuol mio, che tu sia o no signore di Pisa è troppo piccolo interesse, perchè tu scorda d'essere, ad ogni modo e a dispetto d'ogni fortuna, un Visconti e un duce italiano.„ Dopo ciò, scioltasi dagli amplessi del figlio, e rinvigorita dal coraggio che le inspiravano l'amore di madre e la carità ardentissima verso la patria, vestì armi e corazza. — Sorella primogenita di Caterina Riario, s'apprestava a combattere l'ultima battaglia al fianco di suo figlio, ed alla testa dei pochi che gli erano rimasti fedeli.[84]
La nostra eroina sotto quelle spoglie era ancora meravigliosamente bella. — Noi, che abbiamo spesa qualche parola nel dipingerne l'avvenenza florida e giovanile d'altri tempi, dovremo aggiungere che gli anni e le sventure avevano modificata, non deteriorata, la sua bellezza. La severità del volto ingentilita dagli affetti, la regolarità dei lineamenti ravvivata dalla espressione alterna ed incalzante della passione, la vigoría delle forme congiunta alla prontezza dei movimenti facevano di lei il tipo vivo delle sognate amazzoni. Ma, mentre il braccio era fermo e la fronte imperturbata, il cuore parlava dall'occhio un ben diverso linguaggio; era ancora e sempre il cuore della madre e della donna. — La poveretta indovinò che i suoi dolori avrebbero fine; ma presentì ad un tempo che altro a lei carissimo doveva sopravivere e soffrire. — Prima di vestire l'armatura e di confondersi coi soldati, s'inginocchiò; e, rivolta la mente a Dio, non gli chiese la vittoria, ma invocò la grazia di vivere con suo figlio, poichè ella prevedeva ch'egli dovrebbe provare le acerbità della fortuna.
I momenti erano preziosi. La folla dei nemici, ingrossata intorno alla rôcca, colpiva le mura colle pietre e i difensori colle balestre. Il cielo mesceva le sue ire a quelle dei combattenti. Un denso velo di nubi copriva tutto l'orizzonte, e s'avanzava a poco a poco spargendo di tenebre il campo: quell'eroismo fratricida era ingrato a Dio. Frequenti lampi vincevano il balenare delle armi; il tuono rumoreggiava prima cupo e lontano, poi interrotto da clamorosi scoppii, che facevano tremare la terra, e si prolungavano in un muggito assordante. Pareva che la natura volesse divenire sorda e cieca alle bestemmie ed alle violenze che si scambiavano gli assalitori e gli assaliti.
Le baliste e le petriere lanciavano enormi macigni. Ripetendo incessantemente le percosse nella parte più debole della rôcca, la coprivano di fessure, sfondavano i mattoni, spezzavano gli archi morti, facevano piovere nella fossa sottoposta lo sfasciume della ruina, riempiendo l'aria di scheggie e di polvere e spianando la via agli assalitori.
Il campo pisano era già seminato di cadaveri: alcuni colpiti dalle armi degli assediati, altri, in maggior numero, pesti ed uccisi dalla colluvie stipata che ingrossava ad ogni istante. I colpi degli assediati non miravano invano; e la vista degli oppressi e dei morti ravvivava sempre più il furore degli assedianti. Alcuni già toccavano le mura; altri tentavano di appoggiarvi le scale; i più arditi facevano degli sforzi per salire sul rivellino, ponendo il piede e la mano nel cavo delle screpolature, o sovra le pietre sporgenti dai ruderi.
Sugli spalti, dove ferveva maggiormente la battaglia, a fianco dei più coraggiosi, talora davanti a tutti, vedevasi un guerriero dalle armi forbite e colla visiera calata, che, tenendo in una mano il vessillo visconteo, nell'altra la spada, animava colla parola e coll'esempio i compagni. — Era Agnese che, dimentica di sè e del pericolo, teneva vivo ne' suoi fidi l'ardore della difesa.
Ma i valorosi, che pugnavano con lei, compresero, pur troppo, che la resistenza, fosse pur costante e disperata, non sarebbe mai vittoriosa. Lo scrosciare delle pietre annunciava il guasto crescente delle mura; le grida vicine e distinte attestavano che i nemici erano ad un passo dalla breccia. Nondimeno si pugnò con eroico coraggio anche dall'alto della rôcca. Gli audaci, che avevano osato appressarvisi, erano respinti colle aste e coi dardi; i primi, che avevano tentato di scalare la bastita, venivano ruzzolati di colpo nella fossa.
I Pisani, vedendo che l'assalto costava troppo gravi sacrificii, ripigliarono l'uso delle macchine da guerra per aprire la breccia all'angolo del rivellino, su cui era addensato il maggior numero di difensori. L'operazione procedeva alacremente con visibile danno del fortilizio. Già il terrapieno, straziato da mille fessure, era vicino a scoscendere. Il contramuro, che lo rinfiancava, assottigliato dalle percosse, sostenevasi a mala pena sur una pietra fortuitamente invulnerata. Bastava un colpo ben diretto ad abbattere quel sostegno, ed a travolgere, colla più gran parte del muro, gli incauti che vi stavano sopra.
Un più grosso macigno, lanciato con straordinario impeto, arrivò netto allo scopo; la muraglia fu d'improviso nascosta da un nuvolo di polvere; un rombo spaventevole e prolungato annunciò il crollo della bastita. I militi del Visconti, al sùbito traballare del suolo, ebbero tempo di porsi in salvo, retrocedendo precipitosamente; ma Agnese, o inconsapevole del pericolo o disperatamente audace, rimasta immobile al posto, cadde travolta nel terrapieno sfranato. Le scheggie, i frantumi ed il terriccio sollevato in aria dalla scossa, ripiombarono su lei, e la sepellirono nelle ruine.
Alle strida degli assediati rispose un grido selvaggio del popolo vittorioso. I Pisani si precipitarono contro la breccia, e s'apparecchiavano a salirla. Il cadavere dell'infelice Agnese avrebbe servito di scaglione ai furibondi popolani, che anelavano a lanciarsi nella rôcca, per passare a fil di spada quanti vi erano rimasti.
Bocicaldo Le Meingre, il quale aveva assecondato il procedere dei Pisani, affinchè il Visconti ridutto agli estremi s'arrendesse ai patti stipulati da lui, pensò allora di far prevalere un sentimento di umanità, e d'impedire il completo trionfo dei rivoltosi. — Perocchè se questi avessero occupata la rocca, ogni speranza di compromesso tra i Visconti ed i Fiorentini sarebbe svanita. In questo caso, egli perdeva l'opportunità d'acquistare una vantaggiosa influenza in Italia; ed era costretto a rinunciare al pingue lucro dell'arbitramento.
Gli araldi, che si trovavano al campo, per suo ordine fecero squillare le trombe; ed arrestati i vincitori, publicarono in nome del governatore una sospensione d'armi. I Pisani, che avevano disprezzato la voce di un principe italiano, ascoltarono docilmente il comando dell'intruso intermediario.
Memore delle ultime parole della madre, Gabriello avrebbe dovuto respingere ogni proposta. Non gli rimaneva più che a lanciarsi nella ruina ed a morire accanto a lei. Il ferro fratricida gli sarebbe stato meno fatale che non le lusinghe di un falso amico. Sventuratamente non ebbe il coraggio o la previdenza della scelta. Sgomentato dall'impeto dei vincitori, commosso dalla inevitabile sorte de' suoi compagni, colpito nel più profondo dell'anima dall'inaspettata morte di sua madre, accolse la proposta di Le Meingre, e gradì la tregua. Scelse di sopravivere alla sconfitta per rendere i dovuti onori alla spoglia materna. Forse sperò di potere più tardi vendicarla.
Gli araldi interposero fra le parti belligeranti un contratto già sottoscritto dai Fiorentini, in virtù del quale la città e la rocca di Pisa venivano da Gabriello Visconti cedute a Firenze dietro un indenizzo di 206 mila fiorini d'oro. La somma doveva esser sborsata in varie quote, ad epoche fisse; il governatore Le Meingre, ricevendo in deposito il valore convenuto, si faceva garante della esatta osservanza dei patti presso le due parti contraenti.
Gabriello fece diseppellire dai ruderi il cadavere di Agnese. — Se il dolore e la pietà figliale non l'avessero istintivamente condutto innanzi alla sua spoglia, invano avrebbe egli tentato di scoprire le angeliche sembianze di sua madre in quella salma pesta e deforme. Le vennero prestati gli estremi onori con splendidi funerali. Vuolsi che, appena cessato il furore della battaglia, gli stessi nemici le tributassero uno schietto e profondo rimpianto. Gabriello partì pochi giorni dopo, seguito da pochissimi suoi fidi, fra i quali non v'era più Canziana. — La buona donna non potè sopravivere alla disgrazia della sua padrona: infermò, e la seguì poco dopo nella tomba.