CXII.
Dei tre giorni di lontananza, che Medicina aveva chiesti a Barnabò come prima condizione all'avviamento de' suoi progetti, i primi due erano trascorsi. Con qual risultato, il lettore lo sa. Prima di gettare i semi di un nuovo arbusto, conviene sbarbicare dal suolo ogni resto del vecchio, perchè le radici che rigurgitano di umori non abbiano a soffocare il tenero rampollo. Così pensava Medicina, e perciò aveva posto grande studio a spegnere col veleno della calunnia quel sentimento che nell'animo del conte poteva resuscitare l'affetto suo per Agnese.
Dacchè il sinistro consigliero gli aveva fitto nel cuore la spina della gelosia, anche i più lievi sintomi divenivano argomento d'accusa. Il contegno d'Agnese, il suo pallore, l'apparire mal dissimulato di una lacrima, tutte cose che potevano essere ed erano difatto naturale conseguenza del suo amore offeso, venivano accolti come sintomi di male opposto: il silenzio era imbarazzo, la pallidezza rimorso, il piangere dispettosa confessione.
Ogni uomo ha una fisonomia morale sua propria. Non vi sono due anime identiche, come non si riscontrano due volti, due piante, due rupi perfettamente eguali. Il più umile degli uomini è perciò un libro nuovo, fecondo sempre di qualche utile insegnamento. Ma il più strano si è che sovente l'istesso uomo, nelle varie fasi della sua vita, disconosce e combatte quelle doti speciali che costituiscono la sua individualità. — Vi ponno essere in una sola esistenza prove di valore e di codardia, atti di ferocia e di pietà, l'estremo della virtù e del vizio. E non è tutto ancora; sovente nella stessa vicenda, e sotto il dominio di una sola passione, l'uomo edifica e distrugge, vuole e rifiuta, ama ed odia. — Tale era appunto la situazione del conte. Tormentato dal sospetto e dal dolore, ora sentiva di aver forza a subire la sua sorte, ora s'inchinava davanti ad essa come il vinto che scende a patti. Alcuna volta egli attribuiva alla dolorosa realtà del momento l'apparenza di un sogno, e riposava nella certezza di vederlo svanire; poco dopo, chiamava sogno la felicità dei tempi andati, e scuoteva l'inerte ragione per dissipare gli avanzi di quel vaneggiamento. Allora armeggiava di risoluzioni e propositi, che in breve, al ritorno di una dolorosa stretta di cuore, si dileguavano in vani sospiri. — Le tempeste erano subitanee, ma terribili. Quando il dolore vinceva la ragione, ogni affetto languiva, la memoria era muta; in quel momento avrebbe ceduto tutti i beni della terra, e perfino la gloria, per rimovere il coltello, che gli squarciava l'anima. Ma quando la ragione tornava padrona del suo animo, deplorava la vanità delle querimonie, e si rialzava a condannare severamente la propria debolezza. Per qualche istante giunse perfino a dubitare dei fatti; e nella ripetuta asserzione che il tradimento d'Agnese poteva non essere vero, trovava le ragioni per crederlo impossibile. Il suo scetticismo colpiva i fatti recenti per lasciar sopravivere le vecchie convinzioni, che gl'infundevano nell'anima una fiducia senza limiti. Sotto l'impero di tali idee, il cuore gli batteva più largo, la mente si rischiarava; egli era sul punto di correre da Agnese, per confessare la colpa d'aver dubitato di lei, per chiederle perdono.
Ma d'improviso una mano agghiacciata gli premeva di nuovo il cuore, e ne arrestava i movimenti. Bastò a tanto uno sguardo sul foglio che Medicina gli aveva consegnato: la memoria troppo fedele gli ripeteva ad una ad una quelle fatali parole. — Poche sillabe abilmente aggiunte, una parola destramente soppressa, cangiavano la più ingenua risposta in un documento d'infamia. Guai a Medicina se il conte, ponendo sotto gli occhi d'Agnese il foglio incriminato, avesse scoperto chi era il vero colpevole!
Ma Medicina vegliava: Medicina attendeva il momento di sottrarre agli occhi del conte la prova del suo delitto; ed impediva qualunque ravvicinamento tra il giudice e l'accusato. Se non che, il protrarre all'infinito questa sorveglianza, oltr'essere cosa assai difficile, lasciava l'impresa a mezzo; ed egli non aveva tempo da perdere. L'ultimo giorno della sua dimora in Pavia, doveva essere consacrato alla seconda e più difficile parte del suo incarico. Tolto il pericolo di un abboccamento tra Agnese e il conte, egli si proponeva di rispondere alla fiducia di Barnabò, e di rendere veritiera la fatidica Canidia. Solo dopo ciò, ei poteva chiamarsi completamente vittorioso.
Bisogna dire che lo scelerato avesse una profonda conoscenza del cuore umano, se si lanciava con tanta temerità nell'impresa di sostituire un legame di pura convenienza ad una profonda affezione. Qui non si trattava di gittare polvere negli occhi di un ignorante; l'uomo, col quale aveva a fare, era avveduto al par di lui. Eppure da un lungo studio delle passioni, e dall'esperienza fatta nel rimestarle, aveva appreso, che una delazione finchè non è riconosciuta calunniosa, è un atto di servitù codarda, che tutti disprezzano, e che ben pochi hanno il coraggio di respingere. — Egli prevedeva che le sue parole avrebbero cagionato ribrezzo nell'animo del conte, e che sarebbero, nondimeno, accolte come una verità. Previde che la lotta sarebbe gravissima pel conte; tanto più che il mistero che aveva presieduto a' suoi amori, lo costringeva ad inghiottire in silenzio la storia della tragica fine di essi. — Isolato e diffidente delle proprie forze, egli dunque non sarebbe restio ad accogliere anche una meschina alleanza. L'infermo disperato non dispregia i consigli della feminetta; il nuotatore pericolante s'aggrappa ad ogni sterpo.
Confidava Medicina nell'arte tutta sua d'impadronirsi dell'altrui volontà, quand'essa è oscillante. Egli sapeva far gradire le sue parole appunto perchè fingeva di gittarle senza pro; sostituiva all'altrui il proprio avviso, lasciando a chi lo seguiva il merito d'averlo trovato. Non di rado propose come un mal consiglio ciò che desiderava più vivamente, e che voleva veder compiuto. Lo spirito di contradizione era il suo formidabile ausiliare; egli sapeva farne gran gioco a suo profitto. Malgrado ciò, sentiva la gravezza dell'assunto, e non si illudeva sulle difficoltà e sui pericoli che avrebbe incontrato. Tutto era buono ad abbattere; ma per collocare solidamente la base del nuovo edificio, si richiedeva senno, prudenza e, più che altro, fortuna.