CXXII.

L'improvisa angoscia del conte era simile a quella d'un malato, che, destandosi bruscamente dal letargo, si rende ad un tratto sensibile a' suoi dolori e consapevole della sua insanabile infermità. — Mentre Agnese tornava degna dell'amor suo, egli fuggiva lontano da lei e si addormentava per sempre a' suoi affetti. E tutto ciò per voler suo. Il ricordo, di un nuovo legame gli annunciava una sentenza irrevocabile: quella sentenza inconsideratamente invocata e troppo presto ottenuta. Ad uno strazio, così subitaneo ed acuto, non poteva opporre che un conforto: il pensiero che Agnese era innocente. Ma questo conforto, oltre al crescere il valore dell'oggetto perduto, gli ravvivava sempre più il rimorso della propria inconsideratezza. — Come consolarsi d'averla ritrovata, mentre il nuovo vincolo lo costringeva a ripudiare le antiche promesse? Ma perchè dolersene fino alla disperazione, nel momento che la innocenza e le tante disgrazie di colei, la attestavano pura e più degna d'amore e di rispetto? — Così mentre, una legge gli imponeva di dimenticarla; un'altra più autorevole gli comandava di riavvicinarsi a lei, almeno quanto fosse necessario a disperdere i fatali effetti di un giudizio precipitato ed iniquo.

Rimasto solo, s'abbandonò colla persona sur una seggiola, traducendo nell'atto spontaneo delle membra affievolite l'improviso e completo scoraggiamento dello spirito. Per brevi istanti imperversò dentro di lui una procella di pensieri alterni ed opposti da cui non era possibile ricavare un costrutto. Pareva che in lui fossero due persone distinte; duplici quindi il pensiero, il desiderio, la parola. V'era l'uomo che redarguisce, quello che vuole e tenta difendersi; v'era il giudice e l'accusato; il consolatore e l'afflitto; l'uom coraggioso e il pusillanime. La lotta, siccome gravissima, non durò a lungo. I due esseri, che rappresentavano nature opposte, parvero infine confondersi insieme in una sola individualità; ma la virtù, sdegnosa di piegarsi ad ogni men che onesta alleanza, trionfò della passione; essa fu quindi la prima e l'unica a dettar legge.

Ecco ora i patti di questa nobile vittoria.

Chi era stato generoso a segno d'accordare il perdono ad un'offesa, nelle sue apparenze, gravissima; chi aveva provato tutta la parte dolorosa del subire e tolerare un oltraggio, doveva aver animo a compiere il debito più sacro ed urgente di riconoscere il proprio errore, di ritrattare l'accusa, e di porvi rimedio. Rifare il passato era cosa impossibile. Una stolta credulità, spezzando il più caro legame, faceva ricadere le sue fatali conseguenze su chi l'aveva incautamente nutrita. Bisognava sopportarle; era a sperarsi che un po' di calma surgerebbe più tardi a temperare i mali, ed a promovere qualche conforto. V'ha intanto nel riconoscere un errore, nel confessarlo, nel portarvi pronto rimedio, tale generosità e tanta virtù, che quasi il buon effetto sembra abbellire la turpe cagione.

Un altro e più nobile compenso a tanti mali era il veder splendere di nuovo in Agnese il più prezioso ornamento della sua bellezza, la virtù. — Davanti a quella donna ricca di squisiti sentimenti, e sublimata dalla sventura, l'uomo ed il principe, senza tema d'offendere la propria dignità, potevano piegare il ginocchio, e chiedere perdono. A questo pensiero, il più grave dolore del conte era il dover porre un ritardo fra il pentimento e l'espiazione. Come la gelosia l'aveva fatto ingiusto, e poteva di leggieri renderlo vendicativo e crudele, così il pronto ravvedimento lo guidava ad ogni miglior proposito, onde riguadagnare la stima della donna offesa, e quella ben più guardinga e difficile della propria coscienza. Mentre poi si maturavano le circostanze che dovevano avvicinarlo alla sventurata, ei tentava di rendersi più degno del suo perdono, adoperandosi a sollievo degli infelici che il caso gli aveva posto dinanzi.

Cercò, quindi, anzitutto d'affrettare la libertà del Manfredi. Trovò il coraggio di parlare francamente allo zio, e lo costrinse a dimenticare l'ultima vittima della congiura. — Nel decreto di grazia, strappato non senza stento alla durezza di Barnabò, ei s'ebbe, colla libertà del Manfredi, una secreta caparra del perdono d'Agnese.