CXXIV.

Che fa un uomo, agitato dalla paura, quando sospetta che in un mucchio di materie incendiabili si nasconda una favilla? Egli tramesta, disperde, manda a male quegli oggetti, senza arrestarsi a scrupoli e preferenze. E intanto, per opporsi all'imaginario sviluppo di un male, comincia dal far male egli stesso.

Così operò Medicina. — L'infelice Manfredi veniva sacrificato alla paura di una rivelazione. Altra persona, come lui, e dietro lui, dava adito ad eguali sospetti. Bisognava provedervi. — Convinto che la passione di Giangaleazzo per Agnese non era nè spenta, nè assopita; che il recente legame, destituito d'ogni affetto e d'ogni lusinga, era più che altro un mezzo a tener viva l'antica fiamma; egli non rimpianse il male che aveva fatto, si doleva di non averne fatto abbastanza. Perocchè le arti sue non lo guarentivano ancora dalla probabilità che i due amanti si rivedessero, e che colle parole loro mettessero in chiaro l'intrigo e l'autore di esso.

Agnese era dunque pericolosa per lui, quanto e più che il Manfredi. Ben sapeva che l'infelice donna erasi allontanata da Pavia; conosceva le ragioni per cui ella era fuggita alla vista degli uomini. Ma ignorava il suo nascondiglio; e dubitava che, cessata la ragione di quel ritiro, ella non ritornasse in Pavia; o in altro modo fosse scoperta e riveduta dal suo amante.

Una volta entrato in un progetto, Medicina non era l'uomo delle lungaggini e dei pentimenti. La sorte del Manfredi, al dir suo, non peccava di troppa precipitazione; poche ore di vita, e colui avrebbe potuto diventare il suo accusatore.

Or dunque, intanto ch'egli avvisava al modo d'impedire che il conte rivedesse Agnese, bisognava raccogliere alcune notizie intorno a costei, che eragli sfuggita di vista. A quest'uopo chiamò a sè il fido compagno delle sue ribalderie, e gli ingiunse, senza dirne i motivi, che si recasse tosto a Pavia, e coll'usata sua accortezza cercasse di scoprire la nuova dimora d'Agnese. Lasciò a lui tutto il merito di scegliere la via più acconcia ad escir bene dal suo incarico; ma non gli tacque la gravezza della cosa, la necessità di non destare sospetti, il pericolo d'entrambi, ove fosse caduto in qualche imprudenza. — Il sermone del maestro finiva colle solite frasi; prometteva mari e monti in caso di buon successo, ma guai a lui se non riesciva, due volte guai se riesciva a male!

Medicina accordò al suo compagno due interi giorni per tali pratiche. Al posdimani egli stesso doveva raggiungerlo a Pavia. Convenuta l'ora e la posta, l'uno si mise in viaggio, l'altro chiamò a capitolo le sue vecchie astuzie, per elaborare un piano semplice, e di facile riescita, che in ogni caso, ed alla peggio, gli offrisse uno scampo. Ma la mente del ciurmatore, ormai logora da tante scelerate fatiche, non sapeva togliersi dal campo delle vecchie arti, nè inventare un progetto d'esito certo, senza fare assegnamento sulle antiche improntitudini. Non era egli divenuto timido e pietoso; sprezzava il pugnale ed il veleno perchè erano mezzi proprii d'ogni spirito vulgare; e li posponeva a quegli intrighi, che giungono alla meta prefissa senza lasciar traccia di sè; confondendo i secreti maneggi dell'uomo cogli infiniti e varii spedienti del destino.

Havvi una forte ragione per dubitare che questa volta la sua mente non fosse, come al solito, feconda; poichè, all'atto di mettersi in cammino, intascò più di una fiala avvelenata, e sperimentò la punta di parecchi pugnali.

Bergonzio, che obediva ad occhi chiusi, ebbe campo in due giorni di far le pratiche necessarie, per trarsi d'impaccio. Si recò anzitutto a Pavia, nel luogo dove dimorava Agnese; ivi, se non potè conoscere dove si fosse nascosta la misteriosa donna, seppe almanco da qual parte ell'erasi avviata. Tentò quella strada, e vi si spinse, occhieggiando a destra ed a manca, interrogando i passaggieri e i contadini, mettendo a partito la furberia dei monelli e la loquacità delle comari. Lo zelo e l'accortezza lo posero sulla buona via; e la sorte, che pur troppo è facile amica dei ribaldi, gli fece toccare la meta. — Al cadere del secondo giorno, quando stanco e scorato s'accostava ad un casolare per dimandarvi ospitalità, vide da lontano, all'incerto lume del crepuscolo, una figura feminile che gli parve di conoscere; affrettò il passo, la raggiunse: era Canziana. Girò di fianco, e la seguì da lungi per vedere dov'ella andasse; e per tal modo scoperse l'asilo d'Agnese.

Il giorno dopo, Medicina e Bergonzio si rividero in una osteriaccia fuori delle mura di Pavia; ma l'uno e l'altro non diedero pretesto ai curiosi (ove per caso ve ne fossero) d'indovinare esservi tra loro un concerto od un'intelligenza qualunque. — Esciti entrambi da parte opposta, s'incontrarono in un luogo solitario; dove Bergonzio narrò per filo e per segno il risultato della sua spedizione. Cominciò dal dire il nome del luogo ove Agnese erasi ritirata, la distanza e la strada per arrivarvi; espose colle parole, ed illustrò con una serie di linee tracciate nella polvere, la pianta della casetta, insistendo nel dichiarare che gli accessi erano parecchi ed affatto indifesi. Solo rammentava con dispiacere la circostanza del vicino plenilunio; ond'era necessario affrettare l'impresa e compierla nell'ultimo periodo della notte, se volevasi avere il favore di una completa oscurità. Non omise di riferire che quella dimora, quantunque perfettamente solitaria, non era abitata da Agnese sola. Una famiglia di buona gente, originaria di Pavia, che per vecchi disgusti aveva abbandonato la città, erasi ristretta in una piccola parte dell'abitazione, per cederne la migliore all'ospite benvenuta. Il nome di quella famigliola non eragli stato detto: ma sapeva, che era gente quieta, alla buona, aliena dalle armi e dai sospetti; che per tutta difesa solevasi di notte sguinzagliare un cane lioncino, il quale, abbajando lunghe ore alla luna, aveva abituato i padroni a non tener conto de' suoi avvisi. — Alla peggio poi, quando pure tutta la famiglia fosse in guardia, la lotta non sarebbe stata lunga ed incerta; v'erano tre donne, ed una covata di bimbi; gli uomini erano due; il padrone di casa, giovine e robusto ancora ma affatto privo d'armi, ed un famiglio, il più dormiglioso, il più codardo villano del contorno.

Il Seregnino, finito il racconto, dolevasi dentro di sè del poco accoglimento fatto alle sue parole. Credeva che, dietro tali rivelazioni, il ciurmatore, rotto ogni indugio, sarebbe volato all'impresa; od aspettava almanco d'essere accolto con una parola di approvazione e di lode. — Medicina invece era muto. Contento senza dubio nel sentire che, ove fossevi necessità di usar violenza, il trionfo sarebbe certo, dimandava a sè stesso il modo di evitarla; studiava l'arte di vincere senza combattere.

“Io non chiedo altro, pensava egli, che di porre una barriera insurmontabile fra Agnese ed il conte. Voglio soltanto consacrare i fatti già compiuti mercè il silenzio dei due amanti: silenzio ristretto a tempo e ad un solo argomento. Che il miglior mezzo per far tacere una persona sia lo spacciarla, è cosa che so anch'io da un pezzo; ma questo è l'ultimo spediente, e vi si può sempre ricorrere, quando ogni altro partito riesca a male. Una vendetta compiuta è una di quelle gioje, che non rade volte lasciano dietro sè delle tracce pericolose. No, no; sono queste le glorie degli incauti o dei novizii. — Meglio è far in modo, che Agnese abbandoni per qualche tempo la sua dimora attuale; e, per volontà propria o spinta da una necessità creata ad artificio, se ne vada.... dove, non importa; purchè sia ben lontano.... Ma come.... come rimoverla dalla sua solitudine?„

La luna spandeva raggi obliqui e melanconici su quel misterioso convegno. — Medicina era assorto. Fuor del cappuccio alquanto rovesciato all'indietro, escivano a cerfuglioni i suoi capelli bruni, solcati da screzii color di rame; il volto, perduto in una penombra livida, brillava soltanto della luce tetra ed irrequieta degli sguardi. Posava come chi si arresta di colpo dopo una marcia affrettata: aveva una mano sul giustacuore, coll'altra stringeva l'elsa della spada. Il compagno invece portava la testa alta, e cercava gli occhi del suo padrone, come se ponesse in dubio il suo coraggio, e volesse infondergli il proprio. Nella breve esperienza della sua servitù, quest'era la prima volta in cui reputavasi levato a paro di lui. — Ma s'ingannava a partito; i suoi sguardi di fuoco, le parole tronche e concitate, l'aria guerriera ch'egli affettava, non giungevano a scuotere Medicina dalla sua calma.

Dopo qualche minuto, costui sollevò la testa, raccolse le braccia, e si dispose a parlare ed a procedere avanti. La luce erasi fatta nel suo cervello, ed il partito era preso.