LXXXIX.

Cinque anni dopo, i milanesi toccavano di nuovo il suolo patrio; e, coll'animo rinvigorito dal patto di ventitrè città giurato a Pontida, si affrettavano a riedificare Milano. La novella città surse come per incanto; anzitutto fu cinta di validi terrapieni, muniti di torri. Poscia, con più vasto intendimento, a difesa di tutta quanta la pianura bagnata dal Po, la lega edificò Alessandria, che fu ed è la più salda trincea dell'insubre indipendenza.

Qui delle due cose l'una. Se la condotta dei milanesi verso le città di Lodi e di Como fu solo un atto severo di sdegno diretto a reprimere le improvide alleanze e la servile obedienza, noi dovremo scriverla fra quegli slanci di selvaggio patriotismo, che trovano una scusa nella barbarie dei tempi, perchè rivelano un culto ardente alla libertà. Ma se, com'è assai più verisimile, fu abuso di forza e concussione dispotica, dovremo altamente commendare la magnanimità delle città oppresse, che, scordato l'oltraggio fraterno, accorsero prontamente in ajuto della compagna pericolante. In questo dilemma sta indubiamente il fatto vero; e l'una e l'altra ipotesi spettano alla storia nostra; nè ci ha il tornaconto per noi a voler nascondere la colpa di una città, quando a riscontro di essa sta l'eroismo di molte.

L'imperatore Federico non rivolse le sue armi soltanto contro le città dell'Italia settentrionale. L'anno istesso, in cui queste si stringevano in lega, egli scese ad Ancona per punirla dell'alleanza contratta coll'imperatore d'Oriente Manuello Comneno. — Federico, colle sue rapide mosse, prevenne gli effetti di questa lega, ed accerchiò Ancona, non d'altro forte che del valore de' suoi figli. La resistenza di quella nobile città costituisce un altro fasto della storia italiana. L'imperatore fu costretto a levare le tende da quei campi e, rôso nell'anima dalla vergogna dell'impresa fallita, piombò su Roma, ed ebbe l'indegna gloria di devastarla. Ma non gli fu concesso di godere a lungo le dolcezze de' suoi trionfi: perocchè nell'estate il veleno dell'aria decimò il suo esercito, e spense oltre a due mila gentiluomini e baroni; per la qual cosa, ritornò sbaldanzito alla sua reggia.

La potenza della nuova lega, l'insubordinazione impunita d'Ancona, gli antichi diritti del serto imperiale obliati o manomessi, risvegliarono gli ardori guerrieri di Federico, che nell'anno 1174 scese pel Cenisio in Italia e, dopo aver incendiata Susa e taglieggiata Asti, mosse contro Alessandria, dov'era raccolta una parte delle forze alleate. Le recenti mura della fortezza sostennero l'urto delle armi nemiche per ben quattro mesi; scorsi i quali, le milizie della lega pigliarono l'offensiva e, rotto il blocco, costrinsero il nemico a raccogliere le proprie forze in lontana pianura, per ivi tentare una battaglia affrontata. — Il campo di essa fu la terra di Legnano; l'epoca, il 29 maggio 1176. In quel dì, l'esercito della lega annientò le schiere imperiali; 900 giovani milanesi, che costituivano la legione della morte, operarono prodigi di valore, e, fatto salvo il carroccio, rassicurarono la vittoria degli italiani. In quella pugna lo stesso imperatore sarebbe caduto in potere dei vincitori, se, visto il rovescio, non si fosse celato in un mucchio di cadaveri. I suoi soldati lo credettero morto; ed è fama che l'imperatrice avesse già indossato il lutto della vedovanza.

La vittoria di Legnano è il più glorioso avvenimento del medio evo italico; questo gran fatto non fu opera di un esercito, ma dell'intera nazione; e perciò dall'intera nazione furono usufruttati i vasti suoi risultamenti. — Per essa l'imperatore Federico dovette scendere a patti coi vincitori; e, soscritte le condizioni della pace nella dieta di Costanza, le registrò nel corpo delle leggi come base al diritto publico del popolo italiano (25 giugno 1183). In forza di quel patto, la feudalità venne bandita dalle terre di Lombardia, ogni città della lega riacquistò il pieno diritto di reggersi da sè, di erigere fortificazioni, d'assoldare armate proprie, di far pace, guerre ed alleanze, di godere di tutte le regalíe, e di dare forza di legge alle proprie consuetudini. — L'imperatore conservò il diritto eminente di accordare le investiture ai consoli delle republiche, di riscuotere un decennale giuramento, e di definire in ultima istanza le querele insurte fra i cittadini o fra le città della lega, qualora la parte soccumbente lo richiedesse. Quest'ultimo atto di sudditanza però, poteva dalla lega istessa venir commutato nell'annuo tributo di due mila marche d'argento.

Federico Barbarossa, che dagli storici alemanni è proclamato un eroe, ed è per noi il più esecrabile fra i nostri nemici, non fu nè l'uno, nè l'altro. — Non fu grande guerriero, perchè spesso e troppo facilmente battuto da forze minori; nè insigne politico, perchè non tenne conto della indomabile potenza di un principio, quand'esso surge a dominare ogni materiale interesse di un popolo. — Ma non deve essere nemmanco il bersaglio d'ogni nostra invettiva; perocchè, mentr'egli non era per nulla più barbaro del secolo in cui visse, giovò più ch'altro, colle armi sue infelicemente adoperate, a rassodare l'indipendenza di quel paese, contro cui egli le aveva rivolte.

I tiranni (ce lo dice la storia, e ce lo confermano i fatti di cui noi stessi siamo oggidì testimonii) sono alcuna volta la providenza dei popoli. Non è sempre vero che gli oppressi sieno facili a sollevarsi contro chi li regge. Spesso anzi s'addormentano negli ozii inverecondi e nei servili ossequii, se la tirannia è blanda, o pel solo fatto che essa è d'antica data. Allora si esita a far getto delle abitudini, benchè indecorose; allora o non si riconosce il bene di una più libera condizione, o se ne discutono le probabilità; e per questo misero conteggio è impossibile giungere alla gloria delle imprese difficili. Ma se le catene diventano insopportabili, se lo strazio è indefinito, e la morte certa, rivivono gli istinti, ed ammaestrano l'oppresso a raccogliere le forze per lottare e vender cara la vita. I migliori amici dei popoli, che hanno perduta la loro libertà, furono dunque e sono sempre quelli, che l'hanno calpestata più crudelmente. Se la lotta, dice un moderno publicista, è la condizione necessaria della vittoria, il nemico diviene il nostro migliore alleato[19].