XCV.
Lo sdegno del Papa Giovanni XXII contro la signoria dei Visconti non si raffreddò nemmanco dopo la morte di Matteo, avvenuta l'anno 1322. Avendo il figlio Galeazzo iniziato il suo governo con atti tirannici, il papa tentò smovere il popolo milanese dalla sua inerte rassegnazione, e sollevarlo contro il suo principe. Ma poichè il popolo rispondeva troppo debolmente a' suoi avvisi, egli colse il destro di togliere Piacenza alla signoria dei Visconti, facendosi vindice di Bianchina Landi, dama di quella città, oltraggiata nell'onore da Galeazzo. Ordinò poscia al clero milanese, che chiudesse i tempj, ed abbandonasse la città; publicò infine una bolla, nella quale venivano accordate larghissime indulgenze a quanti italiani o stranieri pigliassero le armi a danno dei Visconti.
Un esercito numeroso, composto del rifiuto delle orde avventuriere di varie nazioni, mosse contro Milano colla croce in testa; e, strettala d'assedio, per ischerno alle vane difese degli abitanti, fe' correre il pallio sotto le sue mura. Legga il Moriggia ed il Corio chi desidera conoscere per minuto di quali enormità si macchiarono nei sobborghi indifesi codesti paladini della Chiesa.
Tornò buona al Visconti l'amicizia dell'imperatore Lodovico il Bavaro; alla cui detronizzazione mirava l'ambizioso pontefice. — Le armi imperiali ruppero il cerchio di ferro, che stringeva le nostre mura. Marco fratello di Galeazzo, con piccolo nerbo di valorosi, sconfisse i papalini al passaggio dell'Adda presso Vaprio (1324). Le reliquie della Crociata rinchiuse in Monza, dopo un blocco di otto mesi, dovettero calare agli accordi, e chiedere mercè alla biscia scomunicata.
A fare le vendette del Papa e a dar credito a' suoi anatemi, contribuì in sèguito l'incostanza di Lodovico il Bavaro: il quale nella sua seconda calata in Italia pigliò in sospetto i Visconti, e li carcerò nei famosi forni di Monza, appunto allora compiuti dal crudele Galeazzo. Nella mente dei guelfi parve che il cielo si togliesse il carico di continuare le vendette. La prigionia fu breve; ma non meno breve la vita degli scarcerati. Stefano Visconti morì improvisamente il 1327. Galeazzo suo fratello lo seguì nella tomba un anno dopo; e il valoroso Marco, che sognava grandezze ed aveva animo e braccio a conseguirle, fu spento e gittato da un balcone, l'anno 1329.
Considerando la storia di questo secolo, ardua cosa riesce il dipanare l'intricata matassa degli avvenimenti e il risalire, pel vero corso di essi, fino a riconoscerne l'origine. Erano alquanto sbollite le due grandi rivalità, che partivano l'Italia, ma sotto le ceneri ancor tiepide fervevano altre passioni. Le gare municipali, cresciute e rinfocate dalle novelle dinastie, non avevan tregua. I rapidi avvolgimenti della guerra, rotte le vecchie alleanze, creavano nuove amicizie, mutabili sempre come la fortuna. Le città marittime divenivano ognidì più gelose del dominio del mare; in queste, e nelle mediterranee, la varia sorte del commercio e delle armi accendeva invidie e livori. Il dirsi guelfo ormai più non bastava a chiarire quale fosse la bandiera inalberata. Un Papa sedeva ad Avignone in Giovanni XXII; un altro in Italia ed aveva nome Nicolò V. — Così dei Ghibellini. Lodovico il Bavaro fu per gli uni il legittimo imperatore, per gli altri un intruso. E lui cacciato, al sopravenire di Giovanni re di Boemia, quasi tutte le città d'Italia aprirono le porte al più splendido fra i principi stranieri; mentre i Fiorentini prima, poscia i signori di Lombardia, levatiglisi contro, lo forzavano a cedere i suoi possedimenti e ad uscire d'Italia. Di qui surse l'alleanza tra Milano e Firenze, prima stretta per la comune difesa dei due Stati, poscia bruscamente rotta da gelosia municipale. Ed a Firenze s'aggiunse poscia Venezia, insospettita dell'alleanza fra i Visconti e gli Scaligeri.
Ma quanto è difficile tener dietro alle moltiplici vicende, per scoprirne l'origine, altretanto è ovvio il riassumerne le conseguenze. Nella lotta che ferveva da oltre un secolo tra la libertà ed il principato, il popolo, per istinto inchinevole alla prima ma ognidì più svigorito, cedeva terreno a palmo a palmo a quelle famiglie, che egli stesso aveva inalzato. E ciò senza gravi convulsioni e lentamente, sicchè avveniva della cosa publica ciò che accade di un tessuto nel quale i fili non sono omogenei e l'uno consuma l'altro, ed è alla sua volta consunto; così che entrambi si logorano prima del tempo. — Questa consunzione di forze s'operava lenta e quasi inavvertita. I passi che gli antichi governi popolari facevano verso l'assoluta monarchia erano brevi, ma continui; ogni occasione essendo buona a dare un crollo alla maldifesa libertà, ogni piccolo evento propizio per togliere qualcosa a chi non ne ha cura, e per aggiungerlo a chi smaniosamente l'ambisce.
La signoria di Milano fu conferita ad Azzone figlio di Galeazzo I, per decreto del Consiglio generale della città, pronunciato a voti unanimi il 14 marzo 1330[42]. Ma ci è lecito asserire che quella rappresentanza non fosse libera di scegliere altro individuo, quando pure Azzone non fosse quel buon principe, che giustificò coi fatti l'alta stima in cui era tenuto.
Intanto lo sgoverno dei minori municipj favoriva le ambizioni del Visconte. — Brescia, per sfuggire agli Scaligeri, invocava la protezione di Giovanni re di Boemia. Altre città di Lombardia, e la stessa Milano, dovettero subirla; ma Azzone, per trarne più largo profitto per se, ottenne dal monarca straniero il titolo di vicario imperiale. — Per buona sorte, il re di Boemia non tardò a far conoscere di qual peso fosse la sua tutela; onde nel 1332 fu tenuto in Castelbaldo di Verona un congresso di prìncipi italiani, i quali, posti in oblio gli antichi rancori, si strinsero in lega per fiaccare il comune nemico, e trarre a ruina il pontefice, che seco lui congiurava. Cacciato il re di Boemia (1333) e sbaldanzito il Papa, surse Azzone più potente e rispettato di prima. Vercelli e Cremona lo eleggono loco signore: Franchino Rusca gli cede la città di Como: il popolo di Lodi, bandito l'esoso Pietro Tremacoldo, invoca le sue armi. Piacenza s'offre a lui, a patto d'essere liberata dalla tirannide di Francesco Scotto.
Per tal modo, la successione dei Visconti alla signoria di Milano s'andò sempre più consolidando. E quel che era in Milano, avveniva d'altre città: a Verona s'insediavano gli Scaligeri, a Padova i Carraresi, a Ferrara ed a Modena i Marchesi d'Este, a Mantova ed a Reggio i Gonzaga, nel Piemonte i marchesi di Monferrato. Presso qualche comune esisteva ancora, il nome di republica, ma la libertà republicana era spenta del tutto. Bologna, a cagion d'esempio, sfuggiva al malgoverno del legato Bertrando del Poggetto, dandosi ai Popoli; Perugia e Siena obedivano servilmente a Firenze, schiava alla sua volta di Gualtieri di Brienne, duca di Atene, odiosissimo fra i tiranni[43]. Ogni minore città, che non fosse serva di un'altra, aveva il suo tiranello.
Non era dunque più questione di libertà o di servaggio: l'obedire poteva dirsi una necessità. Fortunato il popolo cui fosse dato di piegarsi a men crudo signore. Il mediocre parve buono; il buono ottimo. Invidiavansi i milanesi, e quanti come essi potevano senza adulazione chiamare Azzone il migliore fra i prìncipi. E lo era di fatto: perchè nelle sventure della sua prima età aveva appreso quanto è uggioso l'imperio non secondato dall'amore dei soggetti. Egli, che aveva languito un anno nei forni di Monza, non ebbe cuore di rinchiudervi il suo più fiero nemico. E quando l'amore dei popoli gli suscitò contro la gelosia dei principi rivali e dovette ricorrere alle armi, seppe usare della vittoria con moderazione. — Nell'interno poi, onde rendere meno gravi i disagi della guerra, promosse le arti e le industrie, riedificò le mura della città, ne rabbellì le case e le strade, e costrusse una reggia sì splendida, che destò l'invidia degli stessi imperatori.
L'ambizioso Lodrisio Visconti, cugino di Azzone, mal soffrendo l'umile suo stato, meditò di cacciarlo dalla signoria e di collocarsi al suo seggio. Accarezzò a quest'uopo la plebe colle promesse, i soldati di ventura colle paghe generose; ed, allestita la famosa compagnia di S. Giorgio, modello di feroce valore, si gittò sulle terre del milanese, e pose le tende sulle rive dell'Olona. Ma Azzone (prova non dubia che egli era amato) non appena dichiarò il pericolo, vide tutto il popolo pigliar l'armi in sua difesa, e seguirlo. La vittoria di Parabiago (21 febrajo 1339) è tra le glorie delle armi milanesi. — Tale fu l'impeto dei soldati e sì luminosa la vittoria, che si volle segnalarla come prodigio del cielo. Vive ancora nella memoria dei posteri la tradizione che s. Ambrogio a cavallo, armato di staffile, percotesse le schiere fuggenti di Lodrisio. Lo stesso condottiero nemico cadde in potere dei milanesi. Azzone gli risparmiò la vita; pago di sottrarlo alla tentazione di nuove congiure rinchiudendolo nel castello di s. Colombano.
Sei mesi dopo, Azzone morì (16 agosto 1339); e il lutto del popolo milanese fu profondo e sincero. Convocato il dì seguente il Consiglio generale, furono acclamati signori di Milano Luchino e Giovanni zii del defunto. L'elezione, come nei tempi republicani, fu convalidata dall'unanimità dei membri del Consiglio; ma giova ricordarlo, essi non erano i rappresentanti del popolo, sì bene creature del principe, perchè nominate da lui, o dal podestà, che era suo ministro.
Nella divisione dello Stato, Luchino ben presto raccolse in sè la parte d'imperio spettante al fratello. Valoroso nelle armi, sagace nella civile amministrazione, instancabile nel sorvegliare l'operato de' suoi ministri, severo fino alla crudeltà, ma giusto perchè severo con tutti, egli possedeva i più sodi requisiti di un principe chiamato a fondare una novella monarchia. — Le buone leggi emanate da lui sono il suo miglior elogio. Soppresse ogni sdegno di parte. Ghibellino per interesse dinastico, rispettò i guelfi, e li eguagliò nei favori ai proprii partigiani. — Proibì che si bruciassero le case dei banditi, detrimento della città e sfogo spesse volte di passioni private. Vietò i duelli, pose freno alle soperchierie dei feudatarj, abolì le tasse arbitrarie, compartì equamente le imposte, assolse i contadini e gli artigiani dall'obligo della milizia, perchè attendessero all'industria e all'agricultura, nutrì i poverelli, e seppe preservare Milano dalla pestilenza che desolò tutta Italia nell'anno 1348.
Pari alla sapienza delle leggi era la fermezza di chi doveva sorvegliarne il rispetto. Fe' guerra a oltranza alle masnade che infestavano le campagne, e minacciavano le città; ma, dopo averle debellate, le riabilitò coll'assisa e colla disciplina, di un esercito stanziale. Per esso aggiunse altre sette città alle dieci, che componevano lo stato ai tempi d'Azzone, e portò le armi vittoriose fin sotto le mura di Pisa, da cui riscosse un vistoso tributo. — Creò un giudice d'appello per le cause civili, ed, abolite le immunità processuali, piegò all'unica legge ogni ordine di cittadini. — Nella politica estera si tenne egualmente lontano da atti di timido ossequio e di ostentata indipendenza. Amò vivere in pace coi prìncipi stranieri, ma non sollecitò mai l'amicizia d'alcun potente con indecorose proteste. Sopratutto adoperò rara sagacia a sfuggire ogni occasione di doversi dire vassallo e vicario dell'imperatore.
Da sì accorta amministrazione derivò pronto vantaggio al novello Stato. — Le guerre erano state brevi e fortunate. Benchè gl'interni dissidj fossero soltanto assopiti, la severità di Luchino e la fermezza del suo governo comandavano quella apparente concordia, che, se non è morale progresso, favorisce pur sempre lo sviluppo della prosperità materiale. — Il commercio, l'industria, l'agricultura, durante il suo governo, avevano toccato un alto grado di floridezza.
Farebbe triste officio lo storico che si provasse a difendere Luchino nel suo procedere contro la famiglia Pusterla. Che il capo di essa Francesco, per viste ambiziose, tendesse le fila di una cospirazione a danno dei Visconti, è cosa fuor di dubio; ma ciò non giustifica nè le arti con cui si adescò l'esule a ritornare in patria per tradirlo al carnefice, nè l'atroce sentenza pronunciata contro la virtuosa sua donna, i figli di lei, ed un gran numero di cittadini, di null'altro colpevoli che d'essere amici dell'ambizioso Pusterla. Ma l'inesorabile Luchino possedeva a perfezione l'arte di governare a dispetto dei partiti e senza l'amore dei sudditi. — La ragione di Stato era il suo idolo: e questa tetra divinità, che richiede talora sacrificii di sangue, non sapeva in altro modo accordargli la imperturbata sicurezza del suo governo. Per tal modo, egli già consacrava coll'opera le dottrine più tardi raccolte da Machiavelli, il quale insegnò ai tiranni: che essendo difficile l'essere amato e temuto, meglio è si cerchi d'essere temuto che amato; badando però ad usate cautamente della roba d'altri più che non del sangue, “perchè gli uomini sdimenticano prima la morte del padre, che la perdita del patrimonio[44]„. Sentenza umiliante ma vera, che non discolpa i tiranni, ed accusa l'intera umanità.
Contemporaneamente alla condanna dei Pusterla, Luchino, fatto accorto che i tre suoi nipoti Matteo Galeazzo e Barnabò erano impazienti di dividere il pingue suo retaggio, e che a questo fine tenevano pratiche co' suoi sleali amici, s'accontentò di bandirli dalla città e dalle terre del Milanese. — Questa volta l'accortezza non lo preservò dalla congiura. Il truce disegno dei nipoti ebbe compimento per opera di Isabella del Fiesco, moglie di lui ed amante dell'esule Galeazzo. — La Fiesco, ancora più famosa per la perversità dell'animo che per la rara bellezza della persona, sospettando che le sue tresche incestuose fossero note al marito, prevenne la collera di lui, e si liberò del suo giudice con un veleno (1349).