XCVIII.

Il palazzo di Barnabò Visconti surgeva a sinistra della chiesa di s. Giovanni in Conca, lungo la via che conduce alla Porta Romana e sull'area di tutta l'isola compresa tra quella strada e l'altra diretta alla pusterla del Bottonuto. Chi bramasse conoscere la ragione storica di questi nomi così strani, consulti il Lattuada ed il Torre, che in fatto di etimologie hanno un coraggio, che a noi manca del tutto.

Per mezzo di una galleria coperta, esso congiungevasi alla corte dell'Arengo ed alla rocca di Porta Romana: e in vista delle sue mura massicce, della fossa che lo cingeva e della porta munita di ponte e di saracinesca, poteva dirsi un castello. — Erano in esso ampii e splendidi appartamenti pei prìncipi, belle e commode stanze pei cortigiani, cui si accedeva per diversi cortili. Il pian terreno serviva in parte ai domestici ed al presidio; il resto racchiudeva immense stalle, e quei famosi canili in cui si nutrivano a spese dello Stato migliaja di bracchi e di segugi ed altretanti alani, con una turba di canattieri di proverbiale ferocia.

Nella parte più remota ed obliata del palazzo esisteva l'alloggiamento di Medicina. Per arrivarvi era necessario percorrere un riscontro di cortili, salire scale e pianerottoli, girare anditi e ballatoj. Chi avesse osato spingersi fin là, doveva far conto di schiassuolare da un labirinto, per trovare la via del ritorno.

Medicina, non dissimile da quegli animali, che vivono ed ingrassano nei mondezzaj, si dilettava di abitare una topinaja, la cui sporcizia faceva torcere gli occhi ai curiosi, e ravvolgeva la sua potenza in qualcosa di uggioso e di spaventevole. Avrebbe potuto ottenere una dimora più commoda: non la chiese e non l'avrebbe accettata, per la stessa ragione che il mendicante non vuol dimettere i cenci, che gli servono di mostra a tenere in credito la professione.

Abitava egli dunque nella parte più alta del palazzo, in una cameruccia a tetto, che aveva le anguste proporzioni di un forno. Vi penetrava scarsa la luce da piccole finestre protette da una fitta graticciata tutta polvere e ragnatele. Dalla impalcatura della volta annerita dal fumo pendevano gli scheletri bianchi di un icneumone e d'un cocodrillo. Un immenso avoltojo cogli occhi di vetro, ed una strige colle ali aperte, parevano creature vive impazienti di un varco per escire a volo. Sul fondo della parete, di colore arsiccio e bituminoso, tutta fessa e sbullettata, erano schierati a varii piani fiaschi e vaselli differenti di misura e di forma, ampolle ed ampolline di vetro, di terra, di metallo; alcune colorite dal liquido contenuto; altre lucenti di un riflesso argentino o di color cupreo. Di qua storte e lambicchi destinati a stillare acque salutari o velenose; di là fornelli e crogiuoli; e nel mezzo, sopra un cippo di serpentino, una sfera a grandi armille, poi un astrolabio, che al dì d'oggi farebbe andare in visibilio un antiquario; e in giro tavole nere, con suvvi disegnate a bianco figure angolose, o curve, o serpeggianti: strana traduzione delle cabale non per altro riverite dal vulgo che pel merito d'essere affatto incomprensibili.

Poichè è necessario tenere di vista quest'uomo, che non è l'ultimo personaggio del racconto, sarà bene che visitiamo la sua officina, e che lo cogliamo di sorpresa in uno dei momenti, in cui egli s'abbandona con tutta sicurezza all'esercizio delle sue arti malefiche.

Vestito di una zimarra bruna che traeva al rosso, tutta squarci e rappezzature, coperto il capo d'una beretta a cono simile ad uno spegnitojo, andava egli tramenando la mestola entro un pentolone, dal cui bollore, simile allo scrosciare della pioggia, surgeva un fumo nero e nauseante. Questo lavoro non gli impediva di conversare con un uomo di statura mezzana, d'aspetto ambiguo, e vestito assai poveramente, che gli stava dinanzi coll'aria umile di un accattone.

“Mal vecchio, mal cronico ed incurabile, Seregnino mio: che vuoi che io faccia?„ diceva il negromante, senza levar lo sguardo dal suo fornello, che gli vibrava sul volto una tinta infocata, opportunissima a chi volesse dipingere il demonio.

“Lo so, messere, lo so: non si viene da voi che per farsi acconciare l'osso del collo. — E voi ci riescite, quando vi mettiate all'impresa da quell'uomo che siete. — Ajutateci, messere, ajutateci per carità; e non ci troverete ingrati. — Una manata d'ambrogini per ognuno dei nostri nemici, che avrete spedito al cassone. — Non è un affare spregevole, eh? Ve lo dico e ve lo prometto in nome della comunità„.

“Figliuol mio, non si crede al santo, finchè non ha fatto il miracolo; — soggiunse Medicina crollando il capo con aria incredula. — Ma pure.... vediamo. Raccontami per ispasso e più chiaramente qual è, e come ti venne dato l'incarico da' tuoi borghigiani. Ma cerca d'essere spiccio, e sopratutto sincero„.

“Ecco la storia genuina; — prese a dire l'incognito avvicinandosi al ciurmatore, e biasciando le parole per trovare un buon esordio. — Ecco qua... Da un pezzo i nostri di Seregno soffrono ogni maniera di villanie per colpa dei vicini di Desio. Una volta costoro vengono a far vendemmia nelle nostre vigne, od a danzare sui seminati; un'altra ci tagliano i cedui, o ci spazzano i pollaj. Sempre poi (perchè questo è frutto che matura in ogni stagione) svaligiano i forastieri stilla strada che congiunge i due comuni; e se il mal capitato è uno dei nostri, ce lo rimandano spoglio e con un rifrusto di legnate. Non v'è pietà per donne o bambini; non più rispetto pei vecchi; inutile pregar Dio e i santi: è un toccarne ad ogni momento, una pioggia d'insulti e di violenze, che gridano vendetta in Cielo. Poco tempo fa ci hanno spedito in borgo il nostro Console, la miglior pasta d'uomo, derubato, pesto, seminudo e colla faccia sfregiata per ischerno da nero fumo, che faceva venire la bruttura ai bimbi. E quando i furfanti hanno un somaro morto o peggio, lo trascinano di notte sulla nostra piazza, e ve lo lasciano con un cartello, che dice: date sepoltura a un fratel vostro. — Vi par piccola cosa, cotesta? Di simili baronate avrei da contarne un pien sacco„.

“Dicendovi che il vostro male è incurabile, non intendeva parlare dei bocconi amari che dovete inghiottire; non è questo il peggior malanno. — Il cancro l'avete voi altri nel cuore, che vi fa piagnucolare, e non sa trarvi d'impaccio. — Sentiamo un po': chi sono e quanti quelli di Desio? Chi e quanti quei di Seregno? Oh per la conca di s. Giovanni! Fate anche voi, come fanno essi: pan per focaccia. — Pigliate l'armi, correte sul comune del nemico; fatevi render ragione degli insulti; e compensatevi dei danni. Se non bastano le minacce, date la picchierella al primo che vi capita alle mani. E se non basta neppur questo, battete all'orba; mettete a ruba le case dei nemici, appiccate il fuoco ai quattro canti del villaggio... Per Dio! che cuore è il vostro?„.

“Si è pensato anche a ciò... ma...„

“Il piovano v'insegna, che le busse sofferte per l'amor di Dio, spingono a gran passo sull'erta del paradiso, n'è vero? — „ soggiunse sghignazzando Medicina.

“Il piovano ha cura d'accendere ognidì una lampada a S. Martino.„

“E' non gli crocchia il ferro al vostro santo: — replicò con ghigno ancor più satanico il ciurmatore. Ebbene volgetevi a lui; ei cangerà i conigli in leoni.„

“Eh via, messere, non andate in collera per ciò. — Se fui mandato a voi, gli è che si ha confidenza nel vostro ajuto.„

“Non avete chiesto finora consiglio ad altri?„

“No, no: ve lo giuro come se fossi in punto di morte„ — riprese il Seregnino, ponendosi il palmo della mano sul petto.

“E chi snocciola in caso che io accetti?„, soggiunse il ciurmatore sospendendo il suo lavoro, e facendo colla mano l'atto di chi numera delle monete.

“Quei del comune.„

“Il mio secreto in mano al comune ed alla comunità — Fossi matto....!„

“Come volete che si faccia altrimenti?„

“Bisognava venir qui cogli spiccioli, e pagar anzi tutto.„

“Rimango io qui in mano vostra, come ostaggio.„

Medicina non potè trattenere una goffa risata. — “Grazie dell'offerta: un poltrone tuo pari da satollare. No, no; vattene con Dio, torna al tuo paese, e dì a' tuoi, che chi tosto crede, tardi si pente.„

Seregnino rimase come colui, che si sente cascar di mano il pane. Andava mendicando ragioni, e almeno parole, per rabbonire il negromante; e intanto lo guardava con un viso piagnoloso e scontento, come se volesse moverlo a pietà.

“Che fai qui, baccellone? — ripigliò Medicina con tuono adirato; — t'ho già detto il pensier mio. Vattene alla malora e dì a chi t'invia, che di buone intenzioni è pien l'inferno; e che si rivolgano ad altri, chè io non ho nulla per loro.„

L'inviato del Comune, vedendo che s'addensava sul suo capo un temporale, non volle insistere, ma nel ritirarsi, bel bello, faceva scricchiolare gli scarponi, come se escisse a gran passo; e intanto aveva l'occhio al ciurmatore, sperando ancora d'essere da lui richiamato. Nè il suo presentimento fallì; poichè giunto sulla porta vide che Medicina, deposta la mestola, si volgeva a guardarlo, e gli faceva cenno colla mano di tornare indietro.

Forse fu il liquido fumante della caldaja, che dalle sue bolle infocate spinse un vapore inebriante alla testa di Medicina, e vi risvegliò un progetto temerario ed infernale. Pensarlo, studiarne il piano, indovinarne il risultato, fu un punto solo. Per l'esecuzione aveva bisogno di un compagno, o meglio di un complice, e designava il Seregnino a quest'officio.

Il primo ed immediato suo scopo era quello di far del male; chè nel male degli altri egli, pe' suoi malvagi istinti, riponeva ogni suo bene. In via d'appendice poi, per cavar costrutto dalle sue fatiche, aveva ideato di riservare a sè la diffusione di un rimedio atto a scemarne gli effetti; e questo rimedio doveva costar salato ai borghigiani. E qui stava la morale del suo disegno. — Udiamolo il progetto dalle sue stesse parole.

“Vien qua, mártore, — disse Medicina richiamando l'altro con un tuono di voce alquanto raddolcito. — Non si dica mai che io ho cacciato chi implorava il mio soccorso.„

Il Seregnino gli si avvicinò sollecitamente.

“Senti che cosa m'è frullato per la fantasia. Quel che vorrebbero fare i tuoi amici del comune, perchè non lo facciam noi, a tutto nostro diletto e profitto, senza dar ragione alle comari del che e del come?..„

L'uditore aveva tanto d'occhi, e mostrava la sua crescente meraviglia sbarrando la bocca ad ogni parola.

“In questa pentola, ripigliava, v'è di che mandar due volte quei di Desio a dar le barbe al sole: basterebbe versare una presa della polvere, che sta sul fondo, in ogni scodella da massaro, poi — e fece un gesto, che non è possibile tradurre, — tutto il paese sarebbe in preda a una furiosa moría. Non ti spaventare, non mi far gli occhiacci; ascoltami. A noi basterà dare a quei gradassi una seria lezione per farli saggi ed amicarli coi vicini. — Gitteremo una dose conveniente di questa polvere, nelle fontane... e...„

“Quale ne sarà la conseguenza?„ — chiese il Seregnino sbigottito.

“I terrieri di Desio, m'imagino, ad eccezione del piovano, saranno accostumati a bere acqua e ad attingerla alla fontana. — Quei villani che, tornando dai campi trafelati e sitibondi, si chineranno su di essa per succhiarne una buona tirata, di lì a poco, côlti da un granchio mortale, non avran tempo di chiamare il prete. Ma ciò non accadrà che a più robusti e ai meno temperanti. In quanto al grosso della popolazione che la ingoia nei modi ordinarii, dilungata coi cibi e a corpo fresco, non accadrà tanto male; o per lo meno il male andrà sì a rilento da accordar tempo di porvi rimedio, e in ogni caso quello necessario a dimandar perdono dei peccati, e salvar l'anima. — Da principio sentiranno arsura allo stomaco, poi abbandono di forze e d'appetito, infine una malavoglia ed un fastidio, che li trarrà supini a chieder mercè a Dio ed agli uomini.„

“E poi?...„