ISCRIZIONI E POESIA

I.

LA SERA DEL IV GENNAIO MDCCCXXXVIII
ELENA BISCARDI
ADDORMENTANDOSI NEL SIGNORE
COMPIEVA IL DESTINO ASSEGNATO
A CHI NASCE CON TROPPO CUORE
DI AMARE SOFFRIRE E MORIRE IMMATURAMENTE.

BENEDITE LA SUA MEMORIA
E QUELL'ANIMA SOAVISSIMA
INTERCEDA DA DIO
ALMENO LA PAZIENZA
AL DOLORE DISPERATO DEI SUOI.

II.

MORTA LA NOTTE DEL IX DECEMBRE MDCCCXXXVIII
QUI FINALMENTE RIPOSA
ADELE PERFETTI NATA DEWIT.

EBBE
INDOLE SCHIETTA AFFETTUOSA
CUORE GENTILE MELANCONICO
VITA BREVE INFELICE
E SPIRÒ GEMENDO DI ABBANDONARE
APPENA NATA LA SUA FIGLIUOLETTA.

IL MARITO I FRATELLI E LA MADRE QUASI MORIENTE
CON MOLTE LACRIME
QUESTA MEMORIA DI AMORE E DI DOLORE
PONEVANO.

III.

INGEGNO ARGUTO MOLTIPLICE
BONTÀ SINCERA DI CUORE
POTENZA GENEROSA DI AFFETTI
MODI GRATI SOAVI
E IL SORRISO DELLA FORTUNA
TUTTO FU POLVERE
LA NOTTE DEL XX GENNAIO MDCCCXXXIX
MENTRE PIÙ BELLI GLI GERMOGLIAVANO I FIORI
DELLA VITA E DELLA SPERANZA.
GIOVANNI PALLI ERA IL NOME
E NON COMPIÈ VENTOTTO ANNI.

UN PENSIERE E UNA LAGRIMA
DATE AL SEPOLCRO DELL'UOMO
CHE MORENDO LASCIAVA
AI PARENTI AGLI AMICI
UNA SANTA EREDITÀ
DI AMORE E DI DOLORE.

IV.

QUI GIACE UNA POVERA MADRE
DOROTEA PALLI
CHE PIANGENDO SEMPRE IL SUO PERDUTO EUGENIO
E PER VENTURA IGNORANDO LA MORTE
DELL'ALTRO SUO DILETTO GIOVANNI
SPIRATO UN MESE PRIMA DI LEI
MORIVA IL XX FEBBRAIO MDCCCXXXIX
CONSUMATA LENTAMENTE DA UN DOLOR SOLO
CHE DURÒ TRE ANNI.

COMMISERANDO IL CASO FATALE
CHE IN SÌ BREVE TEMPO
RICONGIUNSE IN QUESTO LUOGO
LE OSSA DELLA MADRE E DEI FIGLI
BENEDITE ALLA LORO MEMORIA
E PREGATE PACE.

L'ANNIVERSARIO DELLA NASCITA — 1833 —

Un altr'anno di vita è già spento,

E tremando lo conta il pensiero;

Del passato non resta un momento,

Il futuro è velato di nero;

Il passato è un romore trascorso,

Un ricordo dolente, un rimorso.

Come nudo sepolcro s'innalza

Nella mente deserta il passato,

Dove il meglio dell'anima incalza

Ogni giorno la spinta del Fato,

Dove tacita giace e sepolta

La Virtù, che fioriva una volta.

O miei giovani giorni, che invano

Mi passaste sul capo, tornate

Al desio, che vi tende la mano;

La speranza con voi riportate;

La Speranza per l'anima è il Sole,

Quando l'alma caduta si duole.

O miei giovani giorni, leggieri

Ritornate sull'orme già fatte;

Rinfrescate coi primi pensieri

Queste rughe, che il cuore ha contratte;

Ritornate, o miei giorni ridenti,

E al partirvi movete più lenti.

Io non vissi, – in un soffio la curva

Divorai della vita dell'alma;

Un destino, un demonio m'incurva

Anzi tempo alla stupida calma

Della tomba; – potente è la voce,

Che una morte m'impone precoce.

O miei giovani giorni, io dispersi

Un tesoro che Dio non ridona,

Che non può ridonare; – io sommersi

Della vita la gaia corona

Nell'oblio; – questo serto, ch'or piango,

Sparpagliai neghittoso nel fango.

Io non vissi, e son vecchio: – e qual orma

Nel sentier d'una grande passione

Ho stampato? E di gloria qual forma

Mi sorrise? – e la santa missione

Adempia, che Natura ci grida,

Che il dolore di un secolo affida?

E il dolore, che cuopre con l'ale

Tutto un secol, me pure percosse;

E il dolore fa grande il mortale;

E se un'alma dal fango si scosse,

Le convenne di farsi più pura

Nel battesimo della sventura.

E il dolor mi fe' grande? – Mi geme

Da gran tempo un lamento nel petto,

Ma è una tacita stilla; e non freme,

Non prorompe in faville d'affetto,

Non risuona in terribili accenti

Come tromba che scuota i giacenti.

Ma qual ira fatale riarse

La freschezza dell'alma sì presto?

Perchè il riso sì ratto scomparse?

E perchè sulla fronte un sì mesto

Velo stese la cura sì amara,

Come il manto che cuopre la bara?

Fanciulletto alla scuola del mondo

Venni; – e il mondo una coppa funesta

Mi accostava alle labbra; – un profondo

Sorso bevvi, – e una morte fu questa: –

Ahi! letale del mondo è la scienza!

È la morte del cuor l'esperienza!

L'avvoltoio del dubbio mi rose

Ogni fibra vitale, ogni forza;

Mi recise le candide rose

Della speme, e il suo fiato, che ammorza

Ogni tinta più vaga e serena,

Come sangue mi corse ogni vena.

Io ricinsi d'un funebre velo,

Vel tramato a tristissima scuola,

La magnifica faccia del cielo

Che allo spirito è sì calda parola,

Quando vive lo spirito immerso

Nel calor di un amore universo.

Io non vidi nel mondo, che un moto

Alternato di vita e di morte;

Un destino di ferro, che ignoto

Tutto stringe in ignote ritorte;

Esclamai: – muore l'alma! – e al desire

Chiusi l'ale, e negai l'avvenire.

E guatando la Storia, – un volume

Dove scrive col sangue il Delitto,

Dove scorre qual onda in un fiume

Delle schiatte il veloce tragitto, –

Uno spazio guatai di dolore,

Dove geme chi nasce e chi muore.

E la gloria un'immagine muta

A me parve, – una stella cadente, –

Una voce fra breve perduta

Nell'immenso silenzio del niente:

– A che muoversi? – io dissi; e mi tacqui,

E in un ozio codardo mi giacqui.

E rimasi nel vuoto; – e la vita

Mi pesò come un grave martiro;

E se amai, fu passione smarrita

Nel deserto, – un solingo sospiro

Fu l'amor; – nelle tenebre incerto

Brancolai bestemmiando il deserto.

Ho voluto il deserto, – e di pietra

Mi son fatto un guanciale, – e la fossa

Ho scavato al mio cuor; – nè s'arretra

L'alma omai dal cammin dove ha mossa

L'orma; – indarno la innalzo alle sfere,

Nelle tenebre è morto il pensiere.

E la Patria? – Una Patria mi resta,

Ma prostrata così, che non spira

Altra vita nel cor della mesta

Che un dolor muto, cupo; – e rimira,

Nuova Niobe impietrita dal duolo,

Ogn'istante cadere un figliuolo.

Perchè vivi tu dunque? Un acciaro,

Un veleno non hai? Perchè tremi

A spezzare quel calice amaro?

Che ti fai del letargo in che gemi?

Perchè vivi? Un incanto t'ha vinto?

– Io nol so; – forse vivo d'istinto. –

La mia pallida pallida stella

È al tramonto d'un triste viaggio;

Chi le infonde una vita novella?

Chi le rende l'allegro suo raggio?

A quest'anima morta chi dice:

– Su, rinasci, novella Fenice? –

O miei giovani giorni, potete

Rimontar la corrente? – Venite,

Anche nudi di gioia, – adducete

Solo il pianto; – è una gioia più mite;

E se il cielo un'ammenda ha pensato

Al dolore, la lacrima ha dato.

Ma un altr'anno di vita è già spento,

E tremando lo conta il pensiero;

Del passato non torna un momento,

Il futuro è velato di nero;

Il passato è un rumore trascorso.

Un ricordo dolente, un rimorso.

Qual fragranza dal fiore degli anni

Ho spremuto? – Il mio cielo natio

L'agitava con tepidi vanni,

Gli vestiva dell'iride il brio,

Lo drizzava gentile all'amore,

Educava alla Patria quel fiore.

Ma quel fiore mal crebbe; e le foglie,

E l'umor gli corrose un veleno;

Dissipate le pallide spoglie

Son fuggite dei venti nel seno;

La rugiada d'un placido cielo

Più non bagna che un arido stelo.

L'IMMORTALITA' — 1842 —

È il pensier della morte uno sgomento,

Dove lo spirto s'inabissa, e il cuore;

Il cielo empie d'un funebre lamento,

Oscura il Sole, e inaridisce il fiore.

Lo sguardo informa, e suona nell'accento,

Uccide ogni speranza, ed ogni amore;

Misura unico il tempo, e in un momento

Un secolo concentra di dolore.

E l'agonia dell'anima immortale,

Finchè strascica inerte la catena

Del mortal fango tra le torte vie.

Ma s'illumina, e sorge, e batte l'ale,

Angiol di Dio, se in lui penetra appena

Uno spiraglio dell'eterno die.

NAPOLEONE FRAMMENTI[22]
— 18...? —

E tu cadesti, o re; ma sul tuo fato

Il silenzio non giace, onde l'umana

Plebe è coperta;

E la storia del tuo nome solenne

Coi secoli si muove.

Eri di donna

Nato, e spirto caduco in te si chiuse

Come nel volgo dei mortali, o l'alta

Armonia delle sfere alla tua creta

Trasfuse alito eterno?

Sento, che il mondo ancor geme dell'orma

Delle tue piante; – ahi! dunque in sulla terra

Non ti guidò l'amore . . . . . .

Chi misurarti

Col pensiere vorrà, se il tuo fantasma

Ratto venne, e disparve, alle atterrite

Genti mostrando

Mille faccie di tenebre e di luce?

Quand'io mi sporgo sulla tua grandezza,

Mi coglie la vertigine. Chi sei,

O crëatura del mistero? Il mondo

Forse nol saprà mai. Nume, o demonio,

Ti chiameranno incerti; – e il tuo concetto

Forse l'inferno racchiudeva, e il cielo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il fiore

Della vita per te crebbe solingo

E nero, ed aura nol nodria feconda,

E amor non lo guardò.

Nell'ora

Dei mesti sensi, – quando cade il Sole,

E sopra la natura si diffonde

Addolorato come il guardo estremo

D'un amico, che muor, – piangesti mai?

Il vïator, che tenta le tempeste

Dell'antico Oceáno, andrà tremante

All'Isola romita, ove il tuo Genio

Impotente si giacque, o sventurato.

E la mente commossa andrà cercando

Per l'ombre della morte il tuo fantasma,

Che scongiurato apparirà. Funesta

Luce balenerà sulle tremende

Sorti dell'uomo, e gemerà . . . .

E se mai le ridenti illusïoni

Ti rinfrescavan di fiori la fronte,

Il dolor li appassiva;

E la tua fronte, pallida, atterrita,

Trono severo d'un pensier di morte,

Cadeva a terra.

L'Aquila gloriosa,

Del cenno tuo terribile ministra,

Che tra gli artigli un dì portava il mondo,

Or s'è conversa in avvoltoio, e nido

Fa nel tuo cuore.

Lungo le deserte

Rive dell'Oceáno il mio pensiere

Scorge l'anima tua, che insegue l'ombra

D'una potenza, che passò. Delirio

Supremo d'una mente imperatrice

È il tuo delirio. A che nel dì fatale

Non ti ascondesti nel sepolcro?

Nei silenzi della notte, quando

La vision dello spirito è più chiara,

Gemi profondo, e chiudi gli occhi, e d'ambe

Le man serri gli orecchi. Oh! che intendesti?

O minacciosi vedesti agitarsi

I milioni delle anime sprecate

Nelle tue cento inutili vittorie?

Fulminato è il Titano; una ruina

Vasta cuopre un impero, e l'atterrito

Sguardo delle nazioni al ciel dimanda

E alla terra dov'è la man, che tanta

Forza prostrò. – Non fu mano creata:

Dio ti percosse . . . . .

Quanta passione ti salì nel cuore

Il dì che la Fortuna ti gridava:

– Non sei più re, Napoleon? – quel grido

Ti corse tutta l'anima eccitando

Le note più solenni del dolore.

E fu dolor, che un'anima infinita

Appena conteneva, – e a tanto peso

Non so come reggesti; – e la Follia

Forse dell'ala ti strisciò la mente,

Ma tu nascesti forte, e la superba

Testa portò il dolor come portava

Un giorno la corona.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il Guerriero morì, nè il capo stanco

Morendo abbandonò sopra gli allori,

Nè il sospiro mischiò dell'agonia

Col sospiro dei forti. Entro al silenzio

Della natura si disperse il Grande.

E solingo spirava ai giorni antichi

Catone,

allor che un fato iniquo

E una virtù, che il mondo oggi sconosce,

Di terra in terra travolgean ramingo

L'ultimo dei Romani.

Sulle arene di Libia inospitali

Venne traendo l'anima indomata;

E poichè fremer si sentì da tergo

Di Cesare il delitto e la fortuna,

Chiamò la morte, e intemerato un ferro

Si ascose nelle viscere.

Libertà d'un santo

Amplesso a lui cinse lo spirto, e insieme

Nei cieli si confusero.

E la Sventura

Parte scontò del tuo delitto, o forte,

E velò d'una lacrima il soverchio

Raggio della tua gloria: – e forse un giorno

Pellegrini verremo alla tua tomba,

Dove or siede custode la vendetta

Dei regi che tremarono, e un sospiro

Alle deserte ceneri contende.

E la Sventura eterna ha sulla terra

Una religïone, – e nel sepolcro

L'uomo non va, se prima non l'adora.

E la Dea più tremendo sacrificio

A te chiese, che agli altri; – il pianto chiese

E il servaggio dei popoli, – e tu desti

La servitù col pianto; – ed eri allora

Sacerdote e non vittima, e calcasti

La crëatura come pavimento;

E confitta per sempre la fortuna

Credesti aver sotto le piante, – e forte

Eri fra tutti i forti, e la tua spada

Simile al raggio del Pianeta eterno

Girò sull'universo. Ancor la terra

Lo scalpito rammenta del cavallo

Che ti portava alle vittorie, – e vinti

Fur tutti, – anche la patria.

Più non avesti freno

Dacchè vedesti i popoli agitati

Giuoco della tua destra; – e un riso amaro

Dei mortali ti prese, – e il firmamento

Forse afferravi col pensier profondo,

Pensier, dove fremea l'onnipotenza.

A mezzo il corso

Cadesti; e quando il tuo pensiero anelo

Si affacciava al futuro, era un'immensa

Di tenebre pianura l'avvenire.

Un'eterna

Religïone adunque ha la Sventura

Dai mortali adorata, – e un sacrificio

Più che agli altri tremendo a te chiedea,

E ti rapì la folgore di mano

Onde al suo truce simulacro un mondo

Immolavi, e la forza ti fugava

Dal braccio onde squassasti un dì la vita

Delle nazioni. Uomo tornasti, e tutta

Sentisti l'umiltà di nostre sorti.

IL DÌ DE' MORTI[23] — 18...? —

Era il dì dei morti, e i sacerdoti e pochi vecchi piamente pregavano a Dio la pace dei Defunti, – e la brigata delle donzelle e dei garzoni lasciviando si dava alla gioia; ma non era la gioia, – sapea più di baccano, e moveva da crassezza di sentire; ed io maravigliava come le anime nostre fossero sorde alla voce sempre solenne della morte. – Ma di chi suona la solinga preghiera della carità? – Era una giovanetta nel tempo dell'amore, che pregava in disparte, e dalle vereconde sue forme spirava un sorriso di dolore, a quella guisa che si dee sorridere in Paradiso, ed essa guatava sentitamente le fosse dei nostri padri con una mestizia dolce, e sicura, affidata di certo della sua innocenza. Io la fissai, – e il raggio della bellezza e del pudore mi acquetò per un istante la tempesta dell'anima; e pel momento che la vidi spuntò un fiorello tra le spine della mia vita. La bellezza mi parlò al core poeticamente, ed io sentiva in quel punto di esser poeta. Ah sì! la poesia debb'esser la favella dei beati, poichè per parlarla bisogna disciogliersi dal viluppo dell'umanità. – Chi toglie il velo delle lusinghe alla vita scuopre la morte. Ed io rivestii di care lusinghe la vita, e più non vidi la morte.

IN UN ALBUM — 1839 —

Noi ci siamo veduti una volta sola, o Signora, ma senza occasioni d'intimità, senza poterci conoscere ed intendere a vicenda. Pure voi non mi uscirete più mai dalla mente, perchè il suono della vostra voce sollevò dentro di me un tumulto di memorie potenti. Voi mi riportaste a Genova, dove la Virtù Italiana non è spenta affatto, dove ho vissuto cogli affetti i più begli anni della mia esistenza, dove sono stato fratello d'anima a molti generosi,...... Io vi ringrazio, o Signora, perchè senza saperlo voi mi avete fatto un gran bene; perchè voi, sottraendomi per un tratto ai dolori abietti del presente, mi avete fatto rivivere nel passato, mi avete rinverdita la speranza, rinvigorita la fede nell'avvenire. Voi m'avete fatto sentire più intenso il desiderio d'un vostro concittadino, del quale ho letto pochi versi in questo Album. Serbate con reverenza quei versi, perchè sono un brano palpitante d'una grand'anima, che il mondo non ha per anche compreso. Teneteli cari come una santa reminiscenza, – o non foss'altro come un'ammenda onorevole alle scortesie, o alle freddure, che altri per avventura abbia potuto scrivere in questo libro. — Accogliete queste mie parole non come un'arida formula di convenienza, ma come un'effusione di vivissima simpatia.

UN SOGNO — 1839 —

Il 5 Marzo 1830 ad alta notte mi addormentai, e feci questo sogno.


La serva entrò in camera mia, e disse: – signor padrone, sono accecata. Due persone hanno picchiato all'uscio, ed hanno dimandato di Lei; io appena le ho guardate in faccia son diventata subito cieca: – A queste parole feci un atto, ed una esclamazione di maraviglia, e intanto le due persone entrarono. Erano Giovanni P.*** e sua Madre, ambidue morti di fresco. Conservavano la figura e le sembianze naturali, come quando erano vivi, se non che negli occhi e nel sorriso traluceva loro un non so che d'immortale. Al vederli io restai reverente e commosso. Giovanni mi abbracciò e mi baciò; sua Madre mi strinse cordialmente la mano, e disse; – veniamo a ringraziarvi di quello che avete fatto per noi, e specialmente per il mio Giovanni. Partecipate i nostri ringraziamenti anche agli altri vostri amici. – Allora io dissi: – Signora, tra questi miei amici ve ne sono tanti dei poveri; sapreste darmi tre numeri al lotto? – La donna con atto amoroso mi diede un leggiero schiaffo, e disse: – così rispondono gl'immortali a certe dimande. – Io restai un certo tempo umiliato e compunto, e poi ripresi: – vedete, voi siete venuti da me, ma io sono un povero diavolo, ho la stanza vuota e disadorna; non ho tampoco da offrirvi da sedere; e quei due spiriti risposero sorridendo: – noi non siamo mai stanchi. — Non ho neppure, – soggiunsi, – da farvi un poco di rinfresco, – e rimasi come mortificato. Allora Giovanni si levò di seno un vasetto di forma insolita, ma elegantissima, di una materia preziosa, bellissima, che rifletteva tutti i colori dell'iride, e facendomelo odorare esclamò: – senti, questa è l'ambrosia, il nudrimento degl'immortali: – Odorai, e caddi assorto in un'estasi dolcissima, ineffabile, nella quale mi parve di giacere lo spazio almeno di quattro secoli. Alla fine mi riscossi, e rividi quei due, e dissi: – ma io ho dormito almeno 400 anni? — Neppure un minuto secondo, – rispose Giovanni, – questo è un lampo della vita immortale. – Io stetti un poco sopra di me, e poi dissi: – ma dunque, o Giovanni, c'è veramente un altro mondo? – Ed egli rispose: – c'è Dio, e c'è un altro mondo. – Queste parole mi scossero tutto, e mi fecero pensar profondamente per un tratto di tempo; poi dimandai: – e chi ci viene nell'altro mondo? — Ci vengono quelli che soffrono, – mi fu risposto. Io curvai la testa sul petto, come per raccogliere le idee; stetti qualche tempo in quell'atto. A un tratto rialzando la fronte, preso da un impeto subitaneo, interrogai: – ma Elena? – Giovanni allora disse: – Elena è santa fra tutte le Sante, è un inno di fuoco; è la più bella e solenne nota d'amore, che canti dinanzi all'eterno. Ella vede e sente il dolore di sua Madre; e si strugge per lei, e vorrebbe venire da lei; ma quando fa l'atto di partirsi, Dio l'afferra, e se la chiude nel cuore.

Quì Giovanni sì tacque, e sua Madre facendosi più d'appresso mi disse: – andate da quella Madre; ditele che creda, che speri, perchè tutte le Madri pregano per lei. – Quindi ponendomi con garbo affettuoso la mano sul capo soggiunse: – tu hai, figliuolo, dei grandi peccati, ma c'è chi prega per te.


E quì il sogno si sciolse.