PRIMA PARTE. SCRITTI ORIGINALI.

MANOSCRITTO DI UN PRIGIONIERO — 1833 —

You smile? t'is better thus than sigh.

Byron.

V'è più ragione di ridere quando sei in fondo, che quando sei in cima; – almeno tu non temi più di dare la balta. Il riso dell'uomo felice può essere smentito da un punto all'altro. La Fortuna non fa contratti perpetui con nessuno. Il suo corso è a spirali, e non rettilineo. Oggi t'abbraccia, e ti mette sul capo un diadema; dimani ti taglia la testa, e la dà per balocco all'abietto, che faceva da sgabello ai tuoi piedi.

Epigrafe, che va per conto mio.

CAPITOLO I.

Il cervello dell'uomo appena è in istato di esercitare le sue funzioni può rassegnarsi in tre scuole. Di queste una infallibilmente ne conoscete, — senz'altro le conoscerete anche tutte, perchè non sono arcani di astronomia; – son cose semplici, e dappertutto si sentono dire. Io nondimeno, a scanso di equivoci, mi stimo in dovere di nominarvele tutte e tre, secondo l'ordine naturale in cui giacciono fino dal principio dei secoli. Elle pertanto sono queste:

Scuola della Fede;

Scuola del dubbio;

Scuola dell'Incredulità.

E in una di queste tre, suo malgrado o no, ha da rassegnarsi il cervello. La prima è più frequentata di tutte; – la seconda più della terza; – quest'ultima ha un numero bene scarso di alunni. Il locale stesso è sì angusto, che non potrebbe capirne una folla, – e per entrarvi ci vogliono certi dati requisiti, che non son comuni. Sic se res habet. V'è chi crede in tutto; v'è chi dubita di tutto; v'è chi non crede in nulla. V'è chi crede, che il Sole abbia gli occhi, il naso e la bocca come abbiamo noi; – v'è chi dubita, che il Sole non sia di fuoco, ma una massa enorme di ghiaccio; – vi sono certi pochi disperati, che non credono in nulla, – nè anche nel sasso dove urtano, – nè anche nell'acqua che li bagna. — La verità dove siede? — Di grazia, vi prego, non fate a me questa dimanda, perchè non saprei di dove cominciare a rispondervi. Quello che è vero, ogni scuola la pretende esclusivamente nel suo ricinto, – e le ha destinato un bel seggiolone a bracciuoli, dove non ci si vede mai nessuno a sedere. Ma tutte le scuole vi spiegano il fenomeno in questa guisa: non si può negare, voi non vedete nessuno, e noi non vediamo nessuno, – ma v'è la sua propria ragione; – la Verità è un ente invisibile. Forse la Verità imita il Congresso degli Stati Uniti d'America, che tiene le sue sessioni ora in questa, ora in quella città, regolandosi con una giusta vicenda.

Io per cominciare ab ovo, come dicono i retori, primamente entrai nella scuola della Fede palpando l'ombre come cose sensibili, fino a che il tatto educato dall'uso non uscì d'inganno. Allora protestai nelle debite forme, – tolsi commiato il meglio che seppi, e mi diedi alla scuola del Dubbio. Non operò la stanchezza, o il capriccio: furon la coscienza e il puntiglio, che mi fecero divorziare colla Fede. La Fede me ne aveva fatte troppe delle fusa torte, e troppo manifeste. Mi dava una cosa per bianca, e al riscontro era bigia; – e quanto spesso, per cagion sua, invece d'uno ho dovuto far due viaggi, ho dovuto fare un conto due volte!

Un tempo io mi dava a credere, che un effetto solo e determinato fosse prodotto sempre da una causa sola, determinata, immutabile. Un tempo io lo credeva, — e la Logica anch'essa mi accennava col capo ad una certa distanza. A me pareva allora che volesse darmi ragione, – e forse invece voleva dirmi di no.

Oggi il mio credo è sensibilmente variato quasi in tutti i suoi articoli, e tale è il frutto degli anni. Ma son io più felice? Siete voi più felici, voi, che aspettaste con tanto anelito il benefizio del tempo? – Gli anni mi hanno guarito di certe poche malattie, che non mi facevano nè bene nè male, e mi hanno guarito di più altre malattie, che mi facevano meglio della salute. Ora me ne accorgo, ma è tardi, – e poi quel che è stato doveva essere. Gli anni, non contenti che il pomo dell'Asfaltide fosse pieno di cenere, gli hanno voluto rapire la lusinga di una scorza lieta di bellezza e di luce. Oh! la dottrina degli anni! io la lascerei volontieri a chi la vuole, se il Fato non me l'avesse imposta come una camicia di forza. La dottrina degli anni smuove il cuore dal suo centro portandolo verso la testa. È una dottrina severa, geometrica, che cammina per terra colle mani e coi piedi, e dal tetto in su non vede altro che nuvole, e le stima buone solamente a far piovere.

Ma veniamo al dunque. – Io voleva dire, che un effetto solo non dipende sempre da una causa sola: anzi spesso può dipendere da due cagioni diametralmente opposte fra loro. – Un fulmine può scoppiare a ciel sereno, – può scoppiare in burrasca. – Non so se in Fisica regga; ma l'ho detto così per dare un certo rilievo al mio disegno, – e in ogni caso sapete dove trovarmi; – io son qua per le debite scuse. – L'uomo può andare in prigione per i suoi meriti, exempli gratia per un furto, – etiam può andarvi per un qui pro quo. Un qui pro quo non è cosa da pigliarsi a gabbo; alle volte, è vero, può farvi ridere; – sovente ancora può farvi corrugare la fronte. Un qui pro quo può mettervi al fatto d'un segreto, che non avreste mai sospettato; – può dare e toglier l'ale a una vittoria; – può mandarti in prigione, e viceversa può farti vescovo.

CAPITOLO II.

Lo conoscete voi Sancio Pansa? Quel tipo verace di buon senso gregio e originale, tale e quale come la natura se lo cava di manica? — Ma diamine! v'è mestieri di domandarlo? Prendete l'uomo il più idiota, e rammentategli Sancio Pansa, si mette subito a ridere. Sancio Pansa è conosciuto in Europa, è conosciuto in America, e sarà pur conosciuto in Africa e in Asia, quando queste due parti del globo vorranno leggere nei nostri libri. Sancio Pansa è il buon umore incarnato, – grazioso nei suoi sali, grazioso nelle sue balordagini, grazioso a piedi, grazioso sul'asino. – Sancio Pansa ha ormai la sua nicchia nella storia, e vi sta saldo, inchiodato, imperterrito; – potete scuotere a vostra posta, Sancio Pansa non si muove, non crolla. Egli e il suo asino occupano pacificamente tante miglia quadrate di fama, quante il primo conquistatore di prima classe: citate pure Alessandro, citate Cesare o Buonaparte.

Eterne grazie a Cervantes che me lo diede a conoscere! Io l'ho benedetto le mille volte Sancio Pansa, perchè mi ha fatto del bene. L'ho benedetto come il maestro, che mi ha insegnato tante cose, che l'accigliata filosofia non sapeva insegnarmi; – l'ho benedetto come il sogno allegro delle mie veglie, – come l'amico che nell'ora nera veniva di mezzo a mettermi in pace meco stesso e col prossimo. – Sia lieve la terra sulle sue ossa; – sia lieve ancora su quelle del suo asino. – Quest'ultima prece consolerà il suo spirito quanto la prima.

Sancio Pansa dunque era quell'uomo, che voi tutti ben conoscete. Aveva anch'egli una madre, perchè Sancio Pansa fu una persona vera e viva di questo mondo, battezzata e sepolta in Ispagna. Ora non mi ricordo appunto in qual parte del libro Sancio Pansa racconta, che sua madre, per arguzia di natura e per vecchiaia, era una donna pratica assai delle cose umane. Narra di più, che un giorno ragionando di nobiltà, di casate illustri, di origini antiche, sua madre chiuse il discorso affermando sinceramente di non aver conosciuto al mondo se non due sole famiglie: quella di coloro che hanno tutto, e quella di coloro che non hanno nulla. E la vecchia soggiungeva candidamente, che non so come l'istinto la portava a dirsela più volentieri colla famiglia dei possidenti.

Dunque nota bene: Chi va in prigione è povero o ricco.

CAPITOLO III.

Quando va in prigione un signore è un avvenimento che nessuno se lo aspettava. Tutti se ne fanno le maraviglie; tutti ne parlano in mille voci, in mille maniere. Chi bisbiglia, chi grida, chi dice di sì, chi dice di no.

La città è seminata di gruppi, e per mezza giornata almeno non fanno più nulla, se non ciarlare del caso, e da un gruppo cacciarsi in un altro: precisamente come quando segue l'eclisse del Sole. Un signore in prigione pare alla plebe impossibile. – La plebe, che somma fatta in capo all'anno sta sei mesi in prigione e sei mesi in una soffitta, è inutile, non se ne persuade, perchè non ce ne vede mai dei signori; e così di rado che non se ne rammenta. Crede le prigioni fabbricate unicamente per sè; e se v'entra alcuno che non sia de' suoi, è un fatto che la percuote, le sembra quasi una usurpazione. – Tanta è la potenza dell'uso. – La plebe non crede che la colpa possa vestirsi di panno fine,... crede che la colpa vada solamente vestita di cenci, scalza, e col capo ignudo. – E sì che tutto il giorno ha in bocca un proverbio pieno di verità che dice: L'abito non fa il monaco. – Non giova: – quel proverbio erra per tradizione così sulla lingua, ma la mente non l'accorda. – La plebe crede pur troppo nell'abito, e cotesta persuasione oggimai s'è ossificata con lei.

Tuttavia, volere o no, di rado, ma qualche volta un signore va in prigione.

Egli, appena ha varcato di tre o quattro passi la soglia, si volta risoluto, – fa il viso più imperioso del solito, – squadra il carceriere dai capelli alle piante, – poi gli ficca gli occhi negli occhi. – Lasciatelo fare: il signore legge qualche cosa in quegli occhi. È una lettura rapida, che dura un attimo, ma basta, – e il signore se ne trova contento.

Se ne trova contento, e mette mano alla borsa: – la dondola con due dita un momento per aria, – la fa suonare, – dice qualche cosa che non vuol dir nulla, e il soprastante che è un gran chierco in tutte le lingue, – anche in quella dei muti, – risponde subito; comandi, comandi; – in quella stessa maniera, nè più nè meno, che rispondevano gli spiriti in quei secoli d'oro, quando un mago o una strega con un tocco di verga o con un ribobolo erano padroni dell'aria, della terra e dell'inferno....

Voi l'avete sentito, il soprastante ha risposto: comandi, comandi. E di fatti la metamorfosi da un punto all'altro è così improvvisa, così universale, che sei tentato a giurare rinnovellato il regno degl'incantesimi. In cinque minuti il signore è stato introdotto in un nuovo quartiere; e il soprastante gli ha chiesto perdono, se, così preoccupato com'era, aveva sbagliato di numero. Il valentuomo aveva preso un tredici per un quindici; e il signore per tutta risposta gli ha battuto due volte umanamente sulla spalla, non mi ricordo se destra o sinistra. Ora le stanze sono tre, e prima erano una. Sono larghe, ariose, imbiancate di nuovo, con qualche rabesco per maggior vaghezza, e le finestre arrivano a mezza vita. Le finestre danno sur una buona strada, dove passano carrozze e pedoni, uomini e donne, – dove il signore può fare anche all'amore, – e senza scandalo. –

Viva la metamorfosi quando va dal basso all'alto! – Fervet opus. – Le piume sottentrano al pagliericcio, – le sedie all'unica panca, – i cristalli all'unico orciuolo di terra cotta. I valletti sudano attenti e in silenzio. — «Fate piano con quello specchio, – badate al canterale, è nuovo di zecca; – ehi! quel Napoleone non è mica di piombo, è d'alabastro, – voi lo maneggiate come una brocca, – sagratissimo diavolo! – ci vuol maniera, – badate, ve lo dico, chi rompe paga; – dove sono i vasi dei fiori?» — Così grida affannata la voce chioccia del soprastante, e non si cheta più mai.

In questo mentre il signore ha girato per tutti i versi la nuova abitazione; – ha veduto e riveduto minutamente, – ha disposto dove far la tal cosa dove far la tal altra; – dove dormire, – dove vegliare, – dove pensare, – dove non pensare. Ha fatto di quando in quando diverse dimande, e il soprastante spesso gli ha risposto un no invece di un sì, e viceversa. È un cattivo momento per discorrer con lui, – ha l'animo troppo internato nell'assetto delle tre camere, e cotesto pensiere gli ha rubato la mano. Ella è finita, – vuol farsi onore, nessuno lo frastorni, – tanto non dà retta a nessuno.

Laudate Iddio! l'assetto è finito, – si può respirare, – respiro anch'io. Con un'occhiata i valletti son licenziati, e se ne vanno. Alla buon'ora. Adesso il soprastante è contento; – se lo guardate bene nella statura, vi pare un dito più alto. – Si asciuga il sudore della faccia, – si raffazzona i capelli, – compone lo scompiglio delle vesti, – si scuote d'indosso la polvere, – si mette in somma in buono stato, – nello stato di comparire come un galantuomo. Dopo si rivolge al signore con un mezzo sorriso tra la compiacenza e l'orgoglio, e il signore gli corrisponde tentennando con bel garbo la testa. Ora è tempo che anch'ei se ne vada. E di fatti vedetelo là col cappello in mano, che se ne va all'indietro fino alla porta. E non crediate che se ne vada alla muta. Oh! il soprastante è un uomo di mondo. Sicuramente ha detto: servo devoto. Io l'ho sentito con queste orecchie, – e l'ha detto in tono di basso assoluto.

Ora manca null'altro? – Non saprei: – v'è la prigione, e il signore v'è dentro. Oh! le belle prigioni che son quelle dove vanno i signori! La povera gente le scambierebbe volentieri con la sua libertà. Cosa manca al signore là dentro? Il soprastante gli ha pur detto: comandi, comandi; – ed egli non ha inteso a sordo. Gli dà noia il divario, la novità del locale? Può immaginarsi finita la scritta della casa abitata prima, e che gli sia convenuto tornare in un'altra; – può immaginarsi il suo palazzo in mano alle maestranze per bisogno di certi restauri, e che per questo abbia condotta a pigione provvisoriamente una casa, come veniva veniva. Gli dà noia forse il non potere uscir fuori? – Bene, può mettersi in capo che non ha voglia d'uscire, – che l'acqua vien giù a rovesci, – che si è stravolto un piede montando a cavallo, – che cerca la solitudine per comporre un'opera, per farsi anch'egli un bel nome. In somma a lui tocca a scegliere. – L'immaginazione è là come un merciaiuolo alla fiera, e gli va mostrando uno dopo l'altro i suoi mille fantasmi, e si protesta di vendere a buon mercato.

CAPITOLO IV.

Fra bene e male una buona mezz'ora è passata. Cos'abbia fatto il signore frattanto, io non ve lo posso dire. Io non sono S. Antonio, non posso trovarmi al tempo stesso in due luoghi. Ho lasciato il signore, e sono uscito col soprastante andandogli dietro dietro ad una giusta lontananza. Il soprastante ha girato due strade, – poi è riuscito sur una piazza. Quivi a passi smisurati s'è accostato a uno stabile di bella apparenza, che al primo piano portava una mostra dipinta nelle regole con certe parole cubitali, che dicevano: Restaurateur. Come ha messo il piede sul primo scalino, ha cavato fuori una scatola, – ha preso tabacco, – ha fatto uno sternuto, – e poi s'è infilato su per le scale. E io dietro senza perder tempo. Io son l'ombra del soprastante; – non mica per nulla, vedete, – ma son curioso anch'io, – forse troppo; – già sono stato sempre, – curioso forse come una femmina.....

Il soprastante ha aperta la bussola franco franco, come se fosse stato il padrone, o come un avventore dei buoni. Arrivato in mezzo ha dato il buon giorno, e del compare a un cert'uomo, che stava inchinato sopra una tavola a mettere in sesto non so quali vivande. Il compare s'è riscosso, – s'è rigirato in un fiat, e veduto il soprastante ha fatto subito bocca da ridere, e gli ha reso bene e meglio il buon giorno. Egli ha compreso istantaneamente di che sì trattava. Allora si sono strette le mani come due vecchie conoscenze, – hanno parlato forte, – si son bisbigliati non so che nelle orecchie. Dopo di che il trattore ha lasciato quel che aveva da fare, – si è messo in ordine, e son venuti via di conserva.

Eccoli insieme alle carceri; – già salgono una scala, – due scale, – tre scale; eccoli sul pianerottolo. Il soprastante avanti, il trattore dietro. Ecco, che il primo mette adagio adagio la chiave, – la gira lentamente, quasi che la serratura fosse di vetro, – e prima di sospigner l'uscio ingentilisce la voce, e la manda dentro dicendo:

— È permesso? si può passare?

— Oh bella! se non passate voi, che avete le chiavi, chi deve passare?

— Vossignoria ha sempre ragione; ma io conosco con chi ho da trattare, e i miei doveri non li so d'oggi.

— Bene, bene. Che abbiamo di nuovo?

— Son venuto a sentir quel che occorre, conducendo meco quest'uomo.

— Avete fatto bene. Galantuomo, chi siete?

— Sono un trattore bello e buono, ai servigi di Vossignoria.

— Ah! siete un trattore? siete una cosa più necessaria della prigione.

— Viva la faccia di Vossignoria! in questi luoghi vuol essere borsa, e buon umore.

— Come vi chiamate?

— Marco Trappolanti ai servigi di Vossignoria.

— Avete un nome curioso.

— Eh! Signore! che vuole? tanto il nome che il grado son cose, che bisogna portarle come Dio ce le mette adosso. Se stesse a noi lo scegliere, non andrebbe così; – io mi sarei messo un nome lungo e liscio come una coda di cavallo, e invece di cucinare per gli altri farei cucinare per me. Non so se dico bene, sono un ignorante.

— Bisogna contentarsi. La provvidenza ha saputo quello che ha fatto. Ma veniamo al pranzo. Come mi tratterete.

— Vossignoria di certo non vorrà stare all'ordinario, – mi parrebbe un'offesa a proporglielo. Del resto la tratterò come merita, come vuol essere servita. Non dubiti, l'arte la so fino in fondo; – com'ella vede, ci sono invecchiato. Scelga, chè io son qua tutto per lei. Vuol cucina alla Francese? alla Piemontese? la vuole all'Inglese?

— Per non confondermi le assaggerò tutte. L'ordinario non lo voglio; – mi appresterete un pranzo a parte secondo la nota che vi darò. Pietanze sane, e in abbondanza. Vino sincero; – mi contento, che me lo diate come l'avete ricevuto. Voglio sperare, che col fatto smentirete la cattiva impressione, che produce il suono del vostro cognome. Scommetto, che siete un galantuomo. Dite di no?

— Eh! non ho detto nulla, – e come vede io non sono in prigione.

— Bravo! è una risposta che vale un paolo. Prendete (gli dà un paolo). Andate, – spicciatevi, – servitemi bene, – ed io penserò a voi.

CAPITOLO V.

Voi potete rovesciare il quadro, se il carcerato appartiene alla famiglia dei poveri. Povero! – ma sentite che voce? – La combinazione stessa delle lettere che compongono un tal vocabolo è una cosa che dà addosso; – il nome stesso è così fiacco, che non si regge ritto.

No, – io non ci credo, – non ci credo neppure se me lo dicesse ella stessa. La Natura non ha fatto i poveri: — ella è buona, – ella è savia, – è madre, e non madrigna: siamo tutti suoi figliuoli, e vuol bene tanto al primo che all'ultimo. E se la Natura avesse mai stampato questa moneta, bisogna pur dire, che non avesse più credito, che avesse gli sbirri in casa, e dopo le prime mandate avrebbe fatto meglio a rompere il conio, – avrebbe fatto meglio a mettere in circolo degli assegnati, – avrebbe fatto meglio a fallire. Una moneta falsa è tuttavia di metallo, – ha un valor benchè minimo: — il povero è peggio, – è una moneta di fango.

I poveri, via, non ci volevano; – essi stessi ne vanno d'accordo. — Ma come mai son diluviati in questo mondo ad ingombrare le strade, i vicoli, le piazze, in guisa che il Signore per poter passare disperatamente è costretto di andare in carrozza? Ma come mai? Io mi ci sono stillato il cervello, e non son venuto a capo del come. L'ho dimandato perfino agli stessi poveri, e mi hanno risposto chiedendomi qualche cosa per amore di Dio.

Così è, – la storia è come io ve la narro. Le tradizioni, gli archivi, la stampa, non serbano traccia nè del come, nè del quando fosse fondata la setta dei poveri; – non serbano neppure il nome del fondatore. L'antiquaria ha cercato dappertutto, – per terra, – per mare, – per aria, ma non ha trovato nè pergamena, nè medaglia, nè altro documento, che ne desse il minimo indizio. Per avventura la setta non fu mai in grado di rizzare nè anche un tronco d'albero in memoria della sua origine. Quel poco che ne sappiamo è che la setta rimonta col suo principio verso un'epoca remota remota, le mille miglia lontana dal dominio della storia, e conta un'antichità canuta tanto da dar gelosia a chi stima di attingere un merito a questa sorgente. Un gentiluomo è sempre prudente, – ma tuttavia per le buone regole credo bene avvertirlo di non discender mai a cimento con un povero sulla primazia delle scambievoli origini. Bisognerebbe cercar nel passato, e chi sa dove lo menerebbe l'indagine. Chi l'assicura che non trovasse uno degli avi suoi in cotal luogo da fargli salire i rossori sul viso? Quando Adamo zappava ed Eva filava, dov'era allora il gentiluomo?

Povero! – Questo nome ha un tal prestigio per me, ch'io non me ne posso staccare. E quanti sono! Trovatemi chi li sappia contare, ed io ipso facto lo dichiaro matematico più valente di Galileo. I poeti, per dare un'idea delle cose che non si possono numerare, hanno tolta l'immagine dalle arene del mare, e dalle stelle del cielo; – potevano toglierla ancora dai poveri della terra, e così avrebbero avuto un paragone di più. — Non v'è che dire, – è la più vasta setta di quante apparissero mai, – rimasta sempre in seduta permanente, – e riceve gli adepti alla rinfusa, – senza chieder loro come si chiamino, – senza guardarli neppure in faccia. Non ha misteri, – non ha sotterranei, – cospira sotto la cappa del sole, – non ha timore della Police. Ella non è una setta segreta, e qualsivoglia governo l'ammette.

O poveri! – Voi siete ricchi di pazienza più che altri non crede. Quando di sotto ai tetti delle vostre soffitte voi vedete le stelle, chi non fosse povero bestemmierebbe, – penserebbe al freddo, – alla guazza, – alla pioggia, – al malore che gliene potrebbe incogliere. — E voi pensate invece che quegli astri scintillanti un dì saranno casa vostra, – che passerete dall'uno all'altro a vostro talento, – che avrete tutti i giorni Domenica, – che le anime vostre potranno svoltolarsi a bell'agio sull'azzurro molle del firmamento come sopra un tappeto. Così sognate ad occhi aperti, e non sentite la durezza del letto, e l'inclemenza dell'aria. La speranza pietosa di tanti bisogni, di tanti dolori, coll'ambrosia del suo alito v'inebbria – vi affascina il cuore, – colle sue divine melodie vi culla i sensi in una calma profonda. — O poveri! Voi siete ricchi di pazienza, – e Dio.... vi mantenga perenne quel dono. Che se un giorno la perdeste, se rompeste le dighe che al presente vi contengono, qual sarebbe allora la faccia del mondo? La gerarchia sociale resisterebbe al fiotto dei vostri milioni? la piramide starebbe, quando si scommovesse la base? Cosa sarà la superficie di questo suolo, quando il vulcano l'avrà lambita colle sue mille lingue di fuoco?

CAPITOLO VI.

Ma ripigliamo il filo del nostro racconto. Dove siamo rimasti? Sarebbe bella che me ne fossi scordato! Lasciatemici pensare un momento: buoni, buoni, – ho ritrovato il filo. — Ma, di grazia, stateci attenti ancor voi, – io sono avvezzo troppo a divagare, tanto che non mi sembra neppure. Quando vedete ch'io prendo il largo per menarvi chi sa dove, – forse in un pantano, – forse sur un prato fiorito, – allora tentatemi per un braccio, – tiratemi una falda, – rimettetemi insomma sulla vera strada. Io n'ho di bisogno, – voi lo vedete da voi; – non posso camminar diritto, – serpeggio sempre, – ormai è un vizio che s'è convertito in una seconda natura. — Per questo ho stimato bene avvisarvene. — Uomo avvisato, mezzo salvato.

Sta tutto bene, ma un altro poco, s'io non me ne accorgo per tempo, il filo mi sfuggiva nuovamente di mano. — Su dunque all'opera.

Ecco il Povero viene. Vedetelo là in mezzo a quella massa di popolo, che lo preme, e lo incalza nel suo tristo destino spensieratamente, come il cavallone spinge sul lido una tavola del naufragio. L'avete veduto? Non si distingue se sia sciolto o legato, se gli sbirri sien quattro o sei, tanto è fitta quella massa di plebe. Che ronzio, che schiamazzo, che tempesta d'urli e di voci! — Cos'ha fatto? — Come si chiama? — È del paese? — È forestiere? — È un ladro? — È un assassino? Dove ha rubato? — Conoscete l'ammazzato? — Quante ferite? — E via discorrendo; e tutti dimandano, e tutti rispondono ad un tempo. — Ma non potrebbe darsi che fosse, più che iniquo, infelice, che fosse innocente? – Potrebbe darsi, ma nessuno l'ha pensato, nessuno l'ha detto. Ei l'infelice percorre le vie di fretta più che non vorrebbe; – il turbine popolare lo mena. E chi l'ha vestito in quel modo così pietosamente ridicolo? Se la Miseria non gridasse; io l'ho vestito, – tu diresti che il Capriccio ha mandato fuori la sua maschera più grottesca; il suo capo d'opera. Porta in capo una cosa, che tre anni sono era già un cappello vecchio, – ora è uno sgomento a definirla. – E la camicia non è di canapa, non è di lino, – nè di cotone, – nè di stoppa; – è d'una stoffa che non è stoffa, d'un colore che non è colore; – una camicia che ha una manica e mezzo. Oh! davvero è meglio contentarsi della pelle che ti diè tua madre, che avere una camicia come quella! – E i calzoni! che labirinto! Non si sa se sono a diritto o a rovescio, se il davanti è di dietro, e se il di dietro è davanti; – se in principio furono fatti di toppe, o d'una materia unica, perchè ora le toppe sono più grandi della materia primitiva. E quante sono! e come affollate! e si montano addosso una sull'altra come una turba di curiosi quando c'è da vedere uno spettacolo nuovo. E chi gli ha fatto quei calzoni? Giudicandogli al taglio, potrebbe averglieli fatti ancora un magnano. – Tutto questo vuol dir nulla: così vestito com'è, viene avanti; – un piede ha calzato di mota, – l'altro gli sta in una scarpa, mezzo sì, mezzo no. Ei l'infelice è vicino a toccare la meta del suo viaggio. È un viaggio che i poveri fanno frequentemente, – di rado sciolti, più spesso legati, – e non lo stampano, perchè son modesti, nè li rode la smania di farsi un nome a tout prix. È un viaggio che non fanno mai in vettura. È scritto che il povero vada sempre a piedi; – sia che vada a nozze, all'ospedale, o in prigione. E per questo il Povero va colle sue gambe in prigione; – e deve andarvi, fosse anche paralitico, stramazzato dalla febbre, fosse anche zoppo. – Il povero non ha diritto che a una vettura sola: a quella che dal carcere lo porta al patibolo, – dalla vita all'eternità.

Finalmente egli è giunto al portone d'ingresso, – all'arco trionfale della miseria, del delitto, dell'innocenza che la calunnia può convertire in delitto. E pur troppo vi sono trionfi di tutte le specie, e la plebe umana li accompagna tutti colla medesima calca, – col medesimo spirito, colla medesima furia, colle medesime grida. Basta che sia un alimento alla feroce curiosità della plebe! sia pure la testa mozza di Luigi XVI, l'incoronazione di Buonaparte! Tra cibo e cibo non mette divario. – Il Povero ha passato il suo arco di trionfo, – trionfo di vergogna e di dolore. – La plebe è rimasta di fuori, e non sa neppur ella cos'altro più aspetti; ella non è sazia ancora.

CAPITOLO VII.

Il Povero è avanti, e gli sbirri fanno il corteggio. Salgono e scendono più volte; – voltano a destra, voltano a manca; – è un intreccio che la mente alla prima non può raccogliere in ordine; – in fine danno in un corridore lugubre lugubre, dove si può vedere l'oscurità, come disse Milton. Qui la vista non serve, conviene andare a tentoni. Giunti in fondo si fermano. Di lì a pochi minuti s'ode un rumor di passi che sempre più si avvicina; – finalmente senza averlo veduto comparisce un uomo con un mazzo di chiavi, – un uomo per così dire, con un viso duro, un viso cupo, che accresce le ombre del luogo. – Gli sbirri non gli dicono che due parole, e poi se ne vanno.

Ora il Povero e il soprastante sono in presenza l'uno dell'altro. – Ma non ci segue una parola, non ci segue uno sguardo. Il Povero non osa, il soprastante non se ne cura. Fra l'uno e l'altro giace un silenzio ineccitabile, una indifferenza letargica, come fra il beccamorti e il cadavere. Il soprastante tra la fretta e la rabbia apre un uscio basso più dell'uomo che deve passarvi, – poi si tira un passo indietro, come per dire al Povero: – entrate. Il pover'uomo curvandosi mette il piè sulla soglia, e il soprastante non crede opportuno di accompagnarlo, ma gli dà una spinta, e lo butta là come una cosa, che non è più buona a nulla. E così come dico arriva in fondo in un attimo; la stanza non è troppo lunga e con una spinta s'andrebbe anche più là, se il muro non si opponesse. Ora a qual Santo ricorrere? I Santi anch'essi vogliono salmi e candele. Egli non è tentato di frugarsi le tasche, perchè non ha tasche; – e, quand'anche le avesse, cosa dovrebbe cercarvi mai? Egli dispererebbe di trovarci un picciolo, posto ancora che li scudi belli e coniati piovessero giù dal cielo come le goccie dell'acqua. E in verità io credo, ed egli crede, che non ci troverebbe un picciolo: – forse un conto, che non ha potuto pagare, e che lo manda in prigione, – forse un rosario, se pure la Miseria col suo fiato ardente non gli ha cancellato dall'anima quel segno lieve di fede, che l'amor di sua madre v'impresse quando egli era un fanciullo.

Arrivato in fondo si volta, ma come una macchina; sta un istante fra il sì e il no: poi cerca di condurre sulle labbra un sorriso, e tenta di farlo, – ma il soprastante con un volto di pietra gli disfà quel sorriso cominciato appena a incresparsi. Egli allora si smarrisce, – tituba, – gli sembra che il suolo si avvalli; – era pallido pallido, e in un lampo si colorisce d'un rosso febbrile; – cerca una parola, e non la trova; – se avesse il cuore pacato la troverebbe di certo, ma un nodo di affetti gli scompiglia la mente, gli chiude la gola. Quegli affetti sono troppi, e troppo forti; – si affacciano tutti in un gruppo, – possono sboccare. Però se tu guardi attento, su quella faccia v'è un'espressione di preghiera, – un senso profondo di supplica, – non per sè, – ma per altri. Vorrebbe dir mille cose, – alcune poi vorrebbe dirle pregando, dirle anche piangendo; vorrebbe che portassero a casa sua una parola di amore, una consolazione; e se invece d'un carceriere avesse un uomo dinanzi, lo supplicherebbe di portare almeno un pane ai suoi figliuoli. Poveri suoi figliuoli! aspetteranno la sera, quando tornato a casa gli asciugavano il sudore della fronte, lo ricingevano di carezze, di baci, di mille dimande, – e mangiavano insieme il pane delle sue fatiche; – aspetteranno la sera, e non lo vedranno venire. Oh! concepite voi l'angoscia di aspettare indarno la creatura che vi ama, e che vi nodrisce? – La sera è diventata notte, e non lo vedono venire poveri suoi figliuoli! lo vanno a cercare di su e di giù, ne dimandano a chi trovano, lo chiamano ad alta voce, ma vanamente; s'è fatto più tardi che mai, e il padre non viene. Santa Vergine! che sarà successo di lui? – Allora il dubbio comincia le sue torture, – li fa sperare, e disperare, – piangere e ridere, – li rende insani col vortice della sua fantasmagoria, – vortice infernale, illuminato d'una luce livida, dove passano rapide rapide mille figure diverse, – dove or sì, or no, comparisce in fondo una bara. Poveri suoi figliuoli! pensano ancora, che possa esser morto! E quella sera non hanno mangiato, nè mangeranno. – E la fame non è sola; – la fame ha fatto alleanza col crepacuore.

CAPITOLO VIII.

Il pover'uomo non ha potuto profferire una parola, e si è rincacciato nel cuore tutte le sue passioni come altrettante spine. Credeva di dir tutto col volto, ma un soprastante, fosse dotto ancora nelle lingue orientali, – fosse pure un Mezzofanti, – non sa leggere la sventura, o se la legge non le sa rispondere. Il soprastante non ha letto l'immenso volume di affetti, che spiegava la tramutata faccia del carcerato; – o se l'ha letto, per tutta risposta gli fa sentire il cigolio delle chiavi, e dei catenacci.

Il soprastante è partito.

················

E tu pover'uomo, sei rimasto impietrito, soverchiato dalla foga delle tue passioni. Il peggio è, che non puoi piangere ancora; ma piangerai più tardi, – non può mancare. – Una lagrima fu data alla gioia, una lacrima alla sciagura; – la prima rinfresca, l'altra arde come la lava. – Piangerai più tardi, e il tuo pianto sarà bello, perchè non sarà tutto per te; – piangerai pei tuoi figli, per la madre se l'hai, forse per un amore, forse ancora per una patria.

E perchè vi stringete nelle spalle, come se il cuore del povero non potesse palpitare per un nobile affetto, come se l'intelligenza del povero non potesse valicare le regioni concedute alla mente umana? Sapete voi cosa racchiuda quel cranio? Quando meno vel pensate, potreste rinvenirvi gli elementi da farne un Michelangiolo, un Byron, un Bolivar. Conoscete voi la vita degli uomini grandi di tutti i tempi, e di tutte le nazioni? Plauto era schiavo, e girava il molino, – ma la sua Musa fu salutata da un popolo di eroi. E quando una povera donna alla sera cantava le sue canzoni di madre a un povero bambino, e sospirava guardandolo, e pensava che un giorno forse non avrebbe un cognome, – sarebbe un mendicante, – al più un lavoratore della campagna, avrebbe creduto mai di cullare Shakspear, Rousseau, Franklin, di cullare il Correggio, e Masaniello? avrebbe creduto mai, che da quel verme un dì sarebbe sorta la farfalla destinata a libare fiori immortali nei campi della Gloria e della Bellezza? – L'organismo umano rompe le leggi della gerarchia sociale, – e quando l'Occasione batte sul vivo un popolo, allora si scorge quale delle classi possa dar più scintille. Allora la storia non è più confinata in un gabinetto a sommare le partite di frodi, che la diplomazia ha segnato nei numerosi suoi protocolli; non è più stipendiata a descrivere una guerra puerilmente sanguinosa, ove non si vedono in cozzo che due bastoni di maresciallo. La storia si slancia da quelle angustie, e la superficie nel mondo è la sua pagina, ed ogni linea che v'incide è un tratto di luce; – allora la Rivoluzione Francese sorge come un'epopea magnifica, immensa; sorge Mina e l'Indipendenza Spagnuola; sorge la lotta titanica della Grecia moderna. Oh! gli ultimi eroi della Grecia non erano cavalieri dello spron d'oro!

Sì, pover'uomo; il tuo cuore può gemere per me, per la patria, e per te. Dacchè non posso sollevare le tue miserie, e quelle dei tuoi tanti fratelli, io non voglio toglierti un cuore, che forse avrai più buono e più generoso del mio. Io non voglio toglierti quello che non posso darti.

Certo, se tu fossi solo nel mondo, come alcuni sono, non so se per questo più o meno miseri di noi, a quest'ora avresti già preso il tuo partito; – avresti mostrato fronte ferma alla cattiva fortuna; – avresti cantato non so quante canzoni; perchè il povero in mezzo agli stenti e alla sua nudità, quando ha il cuore franco, canta del continuo, – canta allegramente come un uccello, che si alimenta di quel che trova, e muta nido ogni sera.

Ma tu non sei solo; – e sei rimasto immobile, come tocco dalla folgore. Ora perchè guardi le muraglie? perchè crolli mestamente la testa? – Tu hai ragione; – non hai che due mani, e non son buone a fare una breccia; – tu guardi l'inferriata, ma è doppia, e ci vuole una scala a salirvi; – tu guardi la porta, ma è grossa, e foderata di ferro, e sigillata in maniera, che non dà l'adito neppure a un sospiro. Oh! il tuo sospiro non penetra di là nel mondo; e il mondo già non l'udrebbe, o penserebbe che fosse aria traverso uno spiraglio. E poi, cosa farebbe il mondo del tuo sospiro? Il mondo vuol godere, e chiama breve la vita, breve tanto, che mala pena dà tempo di pensare a sè. E poi, il mondo non ha inventato le carceri, le torture, i patiboli, non ha inventato mille delitti, che la Natura umana non riconosce? – Requiem æternam. – Ti hanno deposto in un sepolcro, e non sei ancor morto; – t'hanno deposto in un sepolcro, senza lumi e senza canti, come il suicida. E il mondo spensieratamente ti si agita dintorno col suo dramma pieno di rumore e di vita.

O pover'uomo! potessi tu almeno dormire, potessi almeno posare su quella tavola le tue membra stanche, accasciate da tanti affanni! Ma il dolore non dorme mai; – veglia inesorabilmente, veglia come un marito geloso, perchè il mondo è suo, perchè addormentandosi teme di allentare gli artigli, teme che la preda gli fugga.

CAPITOLO IX.

— Uf! non è anche finita con quel vostro Povero? Quasi quasi gli date più noia voi, che la sua disgrazia. — Queste parole mi pare di sentirmele già arrivare alle spalle. E, se devo dire il vero, con quel mio Povero mi ci sono trattenuto un poco più del dovere. Ma che volete? Il solo Dio senza difetti. – Io l'ho questo vizio, preso fin dai primi anni; quando comincio, non la farei più finita. E non ho riguardo alla pazienza di quelli che mi stanno a sentire; – non serve, che sbadiglino, che spurghino, che si dimenino. Tutt'altro; – allora vado più che mai per le lunghe; direste ch'io lo faccio apposta; e può darsi: non lo sapete il proverbio? – Ogni vipera ha il suo veleno. – E tutto il male fosse qui! lasciamo andare; – ci sarebbe da discorrer troppo. Ma veramente, se devo esser giusto, con quel mio Povero mi sono trattenuto un poco più del dovere: – quando è vero, è vero. Figuratevi! non ho neppur desinato! Non ho potuto veder desinare il Signore! E oramai chi sa, se sono più in tempo! È la verità che i signori vanno tardi a pranzo, e durano un pezzo; ma non c'è rimedio; – ho fatto tardi; – l'orologio mi condanna. Questa poi mi dispiace. Son tanto curioso! vorrei veder tutte le cose, – anche quelle che mi facessero storcere la bocca. Non potete immaginarvi quanto pagherei a potere stare accanto senza esser veduto a......

(Qui il Manoscritto è affatto inintelligibile).

Dio sa quanto pagherei! Badate, non farei quei mestieri per cosa del mondo; – non mica che vi sia nulla di male, – ma per non entrare in intrighi, per non avere a rispondere, per non aver da far niente. Io sono il cristianello fuggifatica per eccellenza; – mi basta di sapere, e non vado più là. — Ma che faresti di tante cose, quando tu l'avessi sapute? — Io lo so quel che ne farei. Farei tanti calcoli, tante figure, tirerei tante linee, che, se voi non conosceste appieno chi sono, mi pigliereste per un fattucchiere! Oh! se potessi rubare quella bottiglia dove stava rinchiuso il diavolo zoppo! grave come voi mi vedete, mi metterei al repentaglio di andarla a rubare in cima a una cuccagna! Immaginate voi che piacere di fare un viaggio sui tetti col mio diavoletto a vedere tutti i fatti degli altri! immaginate voi che sorpresa a trovare un amico la mattina, e raccontargli che dormiva all'insù, – che dormiva per parte, – che aveva in capo un berretto, o una cuffia!.... immaginate voi che sorpresa, che piacere! Quando io ci penso, vado in estasi! Altri sogna di vincere un terno, altri d'esser fatto gonfaloniere, altri che i grani rincariscano; – io sogno sempre il diavolo zoppo, e se potessi averlo, anche un'ora sola del giorno, lo piglierei rovente come un ferro infuocato. Se poi volesse far meco vitalizio, io vi so dire che farei di tutto per averlo, che farei miracoli. Mi adatterei a lavorare una parte della giornata, – mi adatterei per averlo anche a camminar lesto.

Ma vedete s'io dico il vero? Dianzi era tardi, – ora a forza di ciarle è più tardi che mai, ed io non mi sono anche mosso. È inutile, – io lo so, – il pelo si perde, ma non il vizio. Andiamo per quel che saremo in tempo. Chi vuol venir meco? Su via, qualcheduno venite; ho piacere che tutti godano. Ehi! là, galantuomo! voi che mi avete l'aria di esser sempre digiuno, che mi avete l'aria di voler arrivare così fino a dimani, volete venire a sentire, e a vedere? Guardate! un cane è già sotto alle finestre, – ha levato il muso da terra, – e guarda in su fiutando, aspettando la provvidenza. Ma voi ridete! Ah! io intendo bene quel riso amaro che avete fatto; – il supplizio di Tantalo non vi aggrada. Il cane è corso per le sue buone ragioni; quella bestia è a miglior partito di voi. Un cane può mangiare un osso se non gli danno la carne; – l'uomo pure mangerebbe un osso sovente, ma i denti non gli servono.

Amici, io ci sono: – vedo il Signore che lavora lavora con un coltello intorno a non so qual cosa, – par che tagli un non so che di duro; – in che diavolo si affanna il Signore? – di qui non ci scorgo troppo, – voglio farmi più appresso.

Pta! l'avete sentito? un tappo ha baciato i travicelli; – è Sciampagna per...!

Io non lo sapeva, – la pigrizia è la mia rovina; – ella mi si è fitta nell'ossa, e per cagion sua non sarò mai un uomo comme il faut. Sono arrivato alla fin del banchetto, e potevo esser venuto al principio. Sono arrivato alle seconde mense volgarmente dette il dessert. Ci vuol pazienza, ma non posso dissimularmi la perdita enorme che ho fatto. È una perdita seria, effettiva. Io che son tanto curioso non ho potuto vedere il desinare d'un signore dal cominciamento alla fine! io che ho veduto così di rado desinar dei signori, – che vedo sempre a mangiare dei poveri, – e che perfino quando mangio io stesso ho di faccia alla tavola uno specchio antico, lungo lungo, che mi ridice tutto appuntino, e senza pietà! È una stizza maledetta, che mi farebbe dare al diavolo; – non c'è maniera nè anche di potersi illudere.

Io ve l'ho detto, – la pigrizia è la mia rovina; – che ci fareste voi, che non ci avete niente a che fare? io stesso, io parte interessata, non ci faccio nulla. Ma zitti! zitti! ve lo chiedo in carità; – parmi di sentire aprir l'uscio pian piano; – ella è così; – l'orecchio non mi tradisce, – è lungo più del bisogno; – la mia vocazione era di farmi dottore, – mio padre non ha voluto, – io non ci ho colpa.

Ella è così; – l'orecchio non mi tradisce; è stata schiusa la porta. Venite, venite; io non dico per ischerzo; – il carceriere s'inoltra in punta di piedi, – non fa un rumore, – è leggiero come un alito; – un gatto ne perderebbe al paragone; – è carico, che non ne può più. Cosa ha messo su quella tavola? – Ora ho visto bene; – è un bel lume all'Inglese; – ora ha posato un calamaio, della carta, dei libri; poffare! di dove se la cava tanta roba? zitti! zitti! vediamo che si leva di seno; – oh bella! sono i giornali; e perchè no? – il Signore deve sapere come vanno gli affari, – anch'egli ha il suo partito in politica, – e poi ha una somma sui fondi di Parigi, un'altra su quelli di Londra; – se non gli premono i Tories, o gli Whigs, se non gli preme il juste milieu, la gauche, la droite, i consolidati gli premono; premerebbero anche a voi, se aveste che fare coi fondi.

Il Signore guarda tranquillamente il soprastante in facende, e tiene un bicchier di Porto vicino due dita alla bocca. Il Signore è tranquillo, beve e lascia fare il soprastante.

— Or ora verrà il caffettiere. Vossignoria beverà un Moka stupendo, e bollente. Sentirà che Rum! Giammaica di nome e di fatti. —

Il signore gli risponde additandogli una bottiglia, e un bicchiere. Il soprastante riverisce, e butta giù stringendo gli occhi.

— Quegli avanzi li volete?

— Troppa grazia, Signore.

— Prendeteli, mi fate un piacere, mi levate il cattivo odore di camera.

— Con Vossignoria io non so che obbedire. — E la sua parola non manca. Gli avanzi del pasto son lauti; – prende, prende, e riprende. Soprastante! soprastante! tu credi che nessuno ti veda, ma io ti vedo. Quando si tratta di prendere, la gioia ti moltiplica le mani; – per pigliare tu sei Briareo. Vedete! piglia con tanta foga, che ha messo per infino una posata fra gli avanzi, e se n'è accorto per miracolo. Ora è così pieno zeppo di roba, che vuol essere un brutto impaccio a licenziarsi col solito inchino; – nondimeno vuol fare il suo inchino; – eh! soprastante! hai avuto propriamente un Santo dalla tua! la testa ti pesa più che non credi, e poco è mancato che tu non faccia un capitondolo.

Il Signore ha riso veramente di cuore, e si è levato da tavola.

CAPITOLO X.

Che buon odor di caffè! Sentite, il profumo vien fino a noi; – come mi lusinga le nari! Questa volta il soprastante l'ha detta giusta; è un Levante legittimo, e carico per bene; oh! non si sbaglia; io non so come; ma me ne intendo.

Attenzione! attenzione! Il Signore si fa inverso la finestra; – eccolo là fisso fisso; – ha dato uno sguardo verso di noi, e poi l'ha ritirato, come se noi non fossimo nessuno; eh! ve l'ho detto sempre; saranno buoni, affabili come volete, ma, dàgli e ridàgli, il ticchio del signore vien sempre a galla. Che bella pipa, eh! – bianca come il latte; – non è mica di gesso, che abbiate a credere! – è spuma di mare, e sarà costata le belle monete. – E il tabacco? – è Latacchia pretto pretto, come voi siete un uomo. – E che foglio legge? – che disgrazia l'esser miope! – Maestro Santi, levatevi un po' di cavalcioni al naso quel vostro paio d'occhiali, che voglio leggere il titolo del giornale; – tanto voi non sapete leggere; – ho capito: Journal des Débats, ho capito; il Signore è del partito ministeriale; – non può essere a meno: chi ha dei fondi cosa deve fare? Cosa fareste voi, che non ne avete? – Come legge attento! Si vede bene, che vuole intendere. – E non è mica brutto il Signore! – colore bianco e rosso, carni fresche, un viso tondo, una testa tonda, un bell'occhio tondo: eh! ci si vede l'uomo, che se la gode, e lascia arruginirsi chi vuole; – nel suo giusto embonpoint; se non capite il Francese, andate a scuola; io lo capisco. – E quant'anni gli date? – Alto alto, a vederlo, io dico che passa la trentina; – come no? sentite, giù per lì dev'essere; sbaglio di rado in quanto a fisonomie. — E il Signore non ha moglie? — Chi ve l'ha detto? l'ha presa non è anche un anno, e di par suo; – e che buona dote! e che bella ragazzina, se voi l'aveste veduta! poteva bersi in un bicchier d'acqua. — E le vuol bene? — Così così, tra il freddo e il caldo; – badiamo veh! non la strapazza mica, non la bastona, che non aveste a crederlo voi altri, che misurate tutto sul vostro braccio; – non la cura troppo; – eh! il Signore ha un affare vecchio; non lo può lasciare; ha provato, ha riprovato, – è stato impossibile; – c'è una malia di mezzo.....

E intanto che le ciarle piovono a fiocchi come la neve, il Signore ha finito di leggere, e chiude non solo le finestre, ma le imposte pur anche.

Cappita! quel chiudere ancora le imposte m'è andata giù male. Se avesse chiuso le finestre soltanto, col vedere metà dai vetri, e metà coll'indovinare, faute de mieux, mi sarei contentato. È agra davvero, e bisogna esser curiosi per convenirne. Vedete voi, che stravaganze! Che il Signore faccia la siesta è nelle regole, lo vuole il bon ton, lo vuole il ben essere del corpo; ma non lasciarsi veder dormire è una stravaganza; – lo dico e lo sostengo, ora e sempre, – ahora y siempre. – Come farò a render conto del come dorma il Signore? Se dorma supino, o dalle due bande, se dorma vestito o spogliato? Poh! è una disgrazia, è una lacuna irreparabile in questa istoria, che non saprei come riempiere, se non coll'andare a dormire pur io. E badate, che ci riesco, e son capace di farlo. Vedete voi, che stravaganze! quel chiudere le imposte mi ha fatto un danno del diavolo. Chi sa quanto tesoro d'osservazioni avrei potuto raccogliere dal sonno? Vedete, io sono così sottilmente curioso, che dalla faccia e dai moti del dormiente mi sarei studiato d'investigare i sogni, che gli passeranno traverso il cervello. E poi, non poteva darsi, che fosse un di coloro, che parlano fra il sonno? Chi sa cosa avrei potuto sapere? – cose, che il Signore non avrebbe dette all'unico suo amico, che non avrebbe dette nè anche all'aria, che forse avrebbe stentato a dire al capezzale del letto, quando il prete ti dà un passaporto in latino per l'altro mondo: Proficiscere, anima christiana; che significa: vattene, anima cristiana. Il tono è un poco assoluto, ma il tempo stringe, e non ne avanza pei complimenti; stringe tanto, che i morti non hanno tempo di provvedersi di nulla, e dalla fretta perfino partono ignudi. – Vedete voi, che stravaganze! sul più bello mi chiude in faccia le imposte! io ho perduto un tesoro! Per un curioso, credetelo, queste sono le pene dell'inferno.

Potessi almeno sentirlo russare! mi contenterei anche di questo. Ma che volete? I signori non russano. Oibò! la bienséance non lo permette. Dormono leggieri leggieri, che non è cosa da credersi. Dormono con tanta disinvoltura, che io n'ho veduti dì quelli, che tutti credevano desti, e pure dormivano. Come vada io non lo so, – ma il suo perchè ci dev'esser sotto. Basta, quando io sarò signore, venite, e ve ne dirò la ragione.

Non v'è rimedio; – il meglio è darsi pace. Vuol dormire il Signore, senza che nessuno lo veda? Ebbene, ch'ei dorma; io non glielo posso proibire. Silenzio dunque, lasciatelo dormire.

CAPITOLO XI.

Mi par mill'anni che passi quest'ora! Uh! le finestre son sempre chiuse, – nessuno si fa vivo. Non so più quel che fare; sono andato su e giù lungo la strada come un pendolo, e le gambe si protestano, – non ne vogliono più sapere. Che diavolo! quel Signore non ha discrezione! ora potrebbe alzarsi; – il sonno soverchio ingrossa il sangue, e, quel che è peggio, fa ottusa la testa. È vero ch'ei può farne di meno, – ha una buona borsa, – ha più del bisogno. Giova tanto poco la testa! per i più non la vedrei necessaria, se non fosse che la portassero per farsela tagliare. A me fin qui non ha reso che il dolor di capo, e Dio voglia che resti lì. – Ma le finestre son sempre chiuse! O pazienza, pazienza! è passato un carro, che ha fatto rintronare anche i tegoli, ma il Signore non l'ha sentito. Si vede bene, che ha una buona coscienza! dormire di quella fatta! come farà stanotte? felice lui! non ha debiti, non ha inquietudini, e però fa tutta una tirata. Eh! non son bagattelle! son due ore buone che dorme; – il Sole è andato sotto, che non è poco; – già già si fa buio. Oh! si desti, mio bel Signore, che farà un'opera meritoria per me. Se potesse sognarsi, ch'io son qua fora, e mi struggo per lui, già si sarebbe levato. Sì, ho un bel dire; egli dorme, e lascia vegliar chi vuole.

Tanto tonò, che piovve. Ho sentito rumore, – qualche sedia rimossa dal luogo. Eccole finalmente riaperte quelle benedette finestre! Non entro più in me dall'allegrezza! Potrò nuovamente veder qualche cosa, – potrò raccontarla. Mi son sentito rinascere; – viva il mio buon Signore! egli ha dormito di pro, – si scorge agli occhi, alla faccia, alle membra che stira saporitamante. Ora beve un bel bicchier d'acqua; – eh! ci vuole un bel bicchier d'acqua; – sta nelle regole di chi sa ben vivere. – La buona vita fa la buona morte. Ora si affaccia alla finestra canterellando un'arietta; – mi par della Gazza Ladra, se non m'inganno; – e intanto si aggiusta sulla fronte una bella ciocca di capelli castagni, e intanto respira l'aria fresca della sera, che finisce di risvegliarlo, e lo rimette nello stato di prima.

Appena il mio Signore è ben desto, scuote risolutamente la testa in atto di accingersi a qualche facenda di rilievo. Staremo a vedere quello che saprà fare il Signore. Intanto dal movimento della bocca mi accorgo, che ha dato un ordine a qualcheduno ch'io non posso vedere, perchè rimane nel buio. Già me lo immagino sarà il soprastante. Già ho capito il tenore dell'ordine: era di accendere il lume; – non pensate mica un lume solo; – tutt'altro! – questo non usa, che in casa vostra, quando non è Luna piena, perchè allora prendete quel della Luna, che non ha bisogno di essere smoccolato, e dura la notte; – ma avranno acceso benissimo la mezza dozzina dei lumi, e più ancora. Guardate che luce larga e brillante prorompe fuor delle stanze! non vi sentite rallegrare a guardarla? È incontrastabile, – i lumi son sei, se non son otto; – vorreste negar la luce?

Ma stiamo attenti a quello, che vuol fare il Signore. Ecco, egli ha tolto in mano un bel mazzo di penne nuove; – ecco, ne tempera una, – ne tempera due, – ne tempera tre. Badate là, – ora prende un quaderno di carta, e la esamina di contro al lume. Per Bacco! è fina davvero quella carta, e indorata sugli orli! Eh! non vuol mica scrivere al fattore; si vede chiaro, che scrive a dei pezzi grossi!

Non vi movete. Che ve ne andate di già? – ora viene il meglio. Ecco, il mio Signore s'è messo al tavolino; – ecco che ha già cominciato. Fin qui non v'è molto da raccapezzare, ma pur qualche piccola cosa. Per un curioso tutto è buono; – il minimo che mena a delle scoperte importanti. Dall'ombra, che si disegna sul muro, vedo la sua testa via via inclinarsi e rilevarsi; – vedo tuffar la penna; – ora s'è grattato dietro all'orecchio destro; ha stracciato un foglio; – la lettera non veniva a modo suo; – un foglio nuovo, e da capo. Ora sì, che tira via, – ha trovato la strada, – non si ferma un istante, – la passione gli guida la mano. Oh! se la passione crescesse! se lo impegnasse a profferire ad alta voce quello che pensa, e che mette in carta tacitamente! Dall'allegrezza farei un salto mortale. E badate, spesso succede; e quando la passione dice davvero, non v'è più ritegno. Dimandatene agli scrittori; – pare che quel dir forte l'idea, che vanno a scrivere, la faccia completa, come la mente la concepisce. E di fatti è così; la declamazione è il colorito del pensiere. Ma zitti! zitti! il Signore s'impegna; – sento un mormorio; – crescerà, se Dio vuole, – diventerà voce scolpita; – diventa, diventa! Oh! io sono un uomo felice, io credo nella mia buona stella! – Ascoltiamo: – uh! se non fosse il vento, che me le mangia mezze, sentirei tutte le parole; ma mi contento; ascoltiamo:..... una nera calunnia.... così non si tratta un gentiluomo.... badare a ciò che si fa.... scoprire la cabala.... guai a lui!.... so maneggiare una spada.... Siamo il più..... sostegno dell'ordine.... la canaglia in prigione, sta bene; ha..... d'un freno.... l'anarchia regnerebbe.... le..... classi vanno rispettate.... riprese, ma non punite..... la canaglia si crede qualche..... e la Ragion di Stato è.... princìpi son conosciuti..... innocente.... non deroga a sè stesso.... riparazione pubblica.... conveniente alla mia condizione... servo – Cavaliere Scipione Frullanotti Marzocchi.

Oh! vediamo, se la metto insieme; – ho tanto in mano da ripromettermene bene.


«Eccellenza!

«Fino di stamane io sono stato tradotto nelle prigioni di questa città, senza poterne indovinare la vera cagione. Vado convinto, che Vostra Eccellenza, appena saputo il caso, darà tutte le disposizioni necessarie, perchè io sia quanto prima rimesso in libertà. Credo fermamente, che una nera calunnia abbia motivata una tal misura. Però così non si tratta un gentiluomo. Conviene badare a ciò che si fa in materie tanto delicate. Impegno la giustizia di Vostra Eccellenza a scoprire la cabala, e l'uomo perfido, che l'ha tramata. Guai a lui! se arrivo un giorno a conoscerlo; – so maneggiare una spada, e sul terreno vedremo a chi sta il buon diritto. Noi gentiluomini siamo il più saldo sostegno dell'ordine, e meritiamo assolutamente riguardo. Che vada la canaglia in prigione, sta bene; ha bisogno d'un freno, e senza questo l'anarchia regnerebbe. Vostra Eccellenza conosce e sente, che le alte classi vanno rispettate, e quando cadono in fallo vanno riprese, ma non punite così volgarmente. Se no, la canaglia si crede qualche cosa, – l'ordine si confonde, e la Ragion di Stato è perduta. Io fortunatamente non sono nel caso di aver commesso nessun fallo. I miei princìpi son conosciuti abbastanza; – sono innocente; – e un gentiluomo par mio per nessuna bassezza non deroga a sè stesso. Mi dirigo pertanto a Vostra Eccellenza, perchè l'onor mio abbia una riparazione pubblica, immediata, e conveniente alla mia condizione. Al tempo stesso Vostra Eccellenza accolga le proteste della mia più alta considerazione.

Di Vostra Eccellenza

Umilissimo e Devotissimo Servo

Cav. Scipione Frullanotti Marzocchi.»


Aha! mi sento riavere. Mi è costata fatica, ma pure l'ho messa insieme. Eh! quando mi picco, mi picco. Ho fatto più d'un naturalista, quando da pochi frammenti d'ossa ricompone in un insieme perfetto la struttura d'un corpo qualunque. Sì, ho fatto più d'un notomista; – il corpo è una cosa certa, e definita; – lo spirito è vario, incerto, e mobilissimo. Son contento come una pasqua! contento come un sonettista quando ha trovato una bella chiusa! Sì, ne son contento, ne vado superbo; – confrontiamo la mia coll'originale, e scommetto che non ci corre una sillaba.

Ma va, che l'ho fatta bella! Un po' col rimettere insieme la lettera, un po' col compiacermene, il tempo è trascorso, e il mio Signore ha scritto le rimanenti, ed ora v'è sopra a calcare il sigillo. Ma va, che l'ho fatta buona! e adesso come si stilla? è una rottura, che non si accomoda; – chi è che sappia leggere una lettera già sigillata? Potessi averla nelle mani, farei l'estremo di mia possa; – ma vàlle a toccare, se ti riesce! Eccole là! io magari le toccherei! – ma il Signore non ci è per nulla in questo mondo? Eh! non c'è rimedio! eccole là! – il morto è sulla bara; – son quattro giuste giuste; – posso sfogarmi a leggere la sopraccarta, mercè delle lettere lunghe un mezzo dito: – basta! è meglio poco che nulla; – eccole là! son quattro in fila, nè più nè meno; si leggono come di giorno; – la prima al Marchese, l'altra al Ministro, la terza all'Arciprete, la quarta alla Contessa. Poffare! si vede bene che al Signore è già venuta a noia la prigione, che vuole uscirne per fas e per nefas. Tutto vien messo in moto, tutto a contributo, per uscir di prigione; – la toga, e la spada; lo scrigno, la cantina, e la donna. — In prigione ci hanno a stare i poveri e i matti. — Voi parlate come un libro, mio bel Signore. Sì, venite fuori, anch'io lo desidero; – così potrò vedere più da vicino i fatti vostri. Voi n'uscirete senz'altro, – avete troppe ragioni dalla vostra; – solamente quei titoli, che a profferirli soltanto fanno tremare i chiavistelli! Sì, mio bel Signore, voi n'uscirete, e presto; – io lo desidero anch'io, per voi, e per me.

Ma che sia quella carticina breve breve, elegante elegante, che il Signore guarda e riguarda, di sotto e di sopra, e a guardarla gli sfavillano gli occhi? Forse un biglietto da visita? Eh! giusto! è un billet doux, – è una cosa, che mi passa l'anima per non averla sentita. Scrivermi un billet doux sotto gli occhi e non poterlo sentire! Se ci penso un momento di più, addio cervello, addio tutto. Un billet doux! non vi par di dir nulla, un billet doux! Io che per leggere un billet doux non avrei quasi scrupolo di portarlo! Io, che, se potessi leggerli tutti, non vorrei far più altro; – lascerei tutto, il teatro, la taverna, la scienza, i crocchi, l'amore, i vizi e le virtù; – non mangerei, non dormirei, farei la vita d'un martire, mi ridurrei magro come un Cristo di Cimabue! Oh! se ci penso dell'altro, voi ne vedrete delle belle! – una e una due; – ma questa è più agra dell'altra; – questa, e l'affar dell'imposte mi fanno dubitare della mia buona stella.

Certo la mia buona stella in questi due casi si è portata male; – una cometa non poteva farmi di peggio; – e poichè ella ha preso la mala piega, stimerei prudenziale di levar le tende da questa strada onde non m'avesse a incogliere un qualche malanno più grave. Già l'ora è tarda; – saranno l'undici al tocco e non tocco, e non passa più un'anima. Tuttavia, se devo confessarmi giusto, me ne vado malvolontieri. Non so chi mi lega, ma ci starei tutta la notte. Ma zitto! sento salire una scala, – sento girar mollemente una chiave; vedete cosa vuol dire un minuto? Un minuto spesso decide di tutto; – spesso non ci è tesoro, che possa pagare il valor d'un minuto. — E chi sarà in un'ora sì tarda? — Oh bella! è il solito soprastante, colla solita voce, e colla solita frase:

— È permesso? si può passare?

— Appunto voi; passate, passate.

— Ho forse tardato troppo?

— No, siete venuto in tempo: ho finito in questo momento. Eccovi un mazzo di lettere; dimani a un'ora competente, che sieno tutte spedite. Non fate sbagli, vi raccomando; son cose che premono.

— Vossignoria non dubiti di nulla; conosco ad una ad una le persone a cui vanno, e senza adulazione posso dire, che Vossignoria non potrebbe esser meglio appoggiata; son persone che fanno e disfanno, e dopo non c'è nulla a ridire. Ella già non ha bisogno di tutto questo; – si vede bene l'equivoco; si vede bene che hanno preso un granchio, e non vorrei esser nei piedi di chi s'è preso un simile arbitrio. Specialmente quando lo saprà la Contessa, è capace di sputar fuoco. Io son vecchio di queste cose, e so come vanno a finire. Alberghi come questi non sono per la gente par suo. Quando io la vidi arrivare, trasecolai, credetti dì travedere. Si figuri, son quarant'anni che faccio il mestiere! si figuri, se non conosco un uomo alla cera; appena lo vedo, comprendo subito di quel che si tratta; di questo posso vantarmene. Stia allegra Vossignoria; – riposi bene; – se stanotte ha bisogno, non faccia che chiamare; io dormo qui vicino, e son sempre all'erta.

— Non andate anche via. Ho un'altra commissione da darvi. Vi siete già scordato l'affare, di cui vi ho parlato stamani?

— Perdoni Vossignoria, sono uno smemoriato, però mi ricordo di tutto. Il numero, mi pare, 1613?

— Certamente, e dev'essere un palazzo con due riuscite. Eccovi la letterina; fate che recapiti con bel garbo. Già non ci andrete voi?

— Eh! diavolo! che mi crede ammattito affatto? Son uomo di mondo anch'io, e nessuno mi deve insegnare. Non pensi, si lasci servire. Ci mando la mia Rosina, e la cosa vien fatta d'incanto. Ha null'altro da comandarmi?

— Null'altro per ora.

— Dunque la lascio in libertà; riposi bene; buona notte.

— Buona notte. —

Ed io scrittore, che sono in prigione anch'io, e non ho nessuno che me la dia, giacchè la buona notte mi è capitata sotto la penna, me la dò da me stesso, e faccio conto di andarmene a letto.

CAPITOLO XII.

— Ma il Povero dov'è rimasto? — Che v'importa del Povero? se, invece di essere freddamente curiosi, voi foste pietosi anche a mezzo, non mi avreste lasciato andare solo solo a cantargli l'esequie; ma mi sareste venuti dietro, – vi sareste arrampicati uno sull'altro per arrivare alle sbarre della prigione, – avreste consolato quel misero colla vista d'un volto umano, – vista più cara del cielo in quella oscura solitudine; lo avreste chiamato per nome, – gli avreste gittato un pane, una parola soave di compianto; avreste infuso olio e vino nella ferita, come il Samaritano dell'Evangelo; – e invece avete fatto peggio del Fariseo, – non gli siete passati neppure d'accanto. Che v'importa del Povero? Non siete voi freddamente curiosi? Non siete voi egoisti? Non siete voi venuti meco a veder la vita del Signore in prigione per alimentare un cupo sentimento d'invidia? Non v'ho io veduti percossi da un brivido allo spettacolo degli ori e degli argenti, degli arredi preziosi, delle laute vivande? Non ho io sentito le vostre voci, le vostre esclamazioni, che la passione mandava fuori velocemente come dardi, – e il calcolo non avea tempo neppure di coprir loro le vergogne? – Non ho io veduto passare sulle vostre fronti un nuvolo di pensieri diversi, ma tutti armati di artigli? Ecco perchè veniste meco a vedere il Signore. Non siete voi egoisti? Il Povero non aveva nulla da farsi invidiare, – invece aveva bisogno d'una consolazione, e d'un tozzo di pane. – Ecco perchè non siete venuti meco a visitare il Povero. Non siete voi egoisti? Ed io non sono un egoista? Io non mi fido della mia pietà; e, se l'ultima somma è più sicura della prima, parmi di aver trovata la vera chiave del motivo, per cui mi son trattenuto tanto tempo Povero. Sentite, se vi torna. Ho veduto che nessuno si curava dell'infelice, – e allora io mi son mosso, – gli sono andato d'intorno, per l'idea d'esser solo, per contradizione. – Ho fatto come Diogene, che andava al teatro quando tutti n'uscivano. Certo, per contradizione; – e, se la cosa è così come io la espongo, allora alla pietà tocca il secondo luogo, se pure un luogo le tocca. Non sono io forse un egoista? non è la contradizione un egoismo? La beneficenza stessa non è sovente un egoismo? Perchè in certi Stati si sviluppa più che altrove lo spirito di associazione, lo spirito di sovvenimento? – Perchè l'ambizione è palpata, perchè l'indomani un giornale deduce a pubblica notizia il benefizio, e il nome di chi l'ha fatto. Gesù Cristo conobbe questo peccato dell'umana natura, e per questo inculcò come un dovere sacro, come un precetto di religione inviolabile, il fare l'elemosina quando nessuno vede; tentando così con un dogma di vincere una tendenza dell'anima, tentando di assuefare l'umanità a fare il bene sempre, e sinceramente, non a sbalzi, quando lo comanda l'ostentazione, la debolezza, o qualsivoglia altro interesse. Il tentativo fu fatto; ora a voi sta il giudicare, se il buon successo l'abbia coronato. Mettetevi una mano al cuore, e giudicate.

Avete deciso? — Il primo prossimo è sè medesimo. — Questo grido fu infuso nel sangue, e circola per le vene d'ogni mortale, – ponetelo pure in qualsivoglia grado di società; – prendetemi pure il selvaggio errante per le foreste, o l'uomo incivilito, pacifico, abbiente, dell'America settentrionale. E se i proverbi sono la traduzione sommaria di una lunga e costante esperienza, questo è il Vangelo di tutti i proverbi passati, presenti e futuri. – La maggior parte vede l'egoismo sotto una faccia unica; e quando vuole personificarlo, per esempio, piglia per il collo un avaro, l'alza da terra, lo squassa mostrandolo, e grida: specchiatevi, ecco l'egoista. – La maggior parte non capisce nulla in questa materia. – Quel tale, che lapidasse il genere umano a furia di dobloni, sarebbe anch'egli un egoista. Il sacrifizio stesso, che vien citato come il contrapposto dell'egoismo, è pure un egoismo; e il generoso, che muore spontaneo per la difesa di un principio morale, o per la salute di un popolo, muore per l'amore di un sentimento, che gli rappresenta più della vita; muore, perchè, sopravvivendo alla sua idea, la vita gli sarebbe uno scherno, un peso, un dolore intollerabile; muore, perchè nel suo speciale organismo in certi dati casi la vita è una perdita, la morte è un guadagno. L'egoismo è un poligono d'infiniti lati, una scala di tutti i toni, un'iride di tutti i colori primitivi, e composti. L'egoismo è l'uomo, o per dir meglio il moto dell'uomo. Togliete l'egoismo all'uomo, voi ne fate una pietra; non ha più ragione di operare nè il bene, nè il male. L'egoismo è l'unico movente delle azioni umane. Distruggerlo non potete, a meno che non imponeste all'uomo una novella organizzazione; potete bensì modificarlo, sottomettendolo alla influenza potentissima della educazione. L'educazione è buona o cattiva, come sapete; – e dipartendosi da questi due limiti, l'egoismo può esprimere tutte le gradazioni della virtù, tutte quelle del vizio. La buona educazione lo modifica, educandolo a combinare il bene individuale col bene generale. Così l'uomo dovizioso, che altrimenti avrebbe mandato in fumo un milione, orna invece la sua città di utili istituzioni, e in capo all'anno riscatta centinaia d'anime dalla schiavitù del peccato e della ignoranza. E questo perchè? Vuol dire, che la buona educazione con un'arte squisita ha modificato in lui l'Egoismo Vanità, affascinandogli gli occhi con un bel fantasma, e trasportandogli l'ambizione da un oggetto in un altro. – La trista educazione lascia andare l'egoismo come un toro infuriato, e gli aggiugne stimoli sovente; allora ei non cerca che un bene personale, senza badare al sentiero che percorre; – e per avere una borsa d'oro, taglia anche una vita, purchè la trovi di mezzo fra sè e la borsa. Così dipartendosi da questi due limiti l'egoismo può rivestire la gioia serena dell'angiolo, o il riso funereo del demonio; – può esser la Ragione o il Fanatismo, – la cicuta o la rosa, – può essere adorato o maledetto. Leonida, che si sacrifica alle Termopili, tocca l'apogeo dell'egoismo virtuoso, e merita un altare, e le ghirlande fresche, immortali, della storia. Nerone, che cerca un aumento di piacere nell'agonia della creatura umana, merita un rogo, e le stimate della infamia.

L'Egoismo è il Proteo del Bene e del Male.

CAPITOLO XIII.

— Avete finito? volete fare una cosa da uomo? scendete di cattedra, e tornate al vostro proposito; – sarà meglio per tutti. Coteste cose, di cui avete preteso ragionare, sono state dette e ridette in prosa e in rima, – son cose vecchie quanto l'egoismo; – e che per questo? – mostratemi il frutto: – coi discorsi si fa poco o nulla; col fiato solo non si può, che spegnere un lume. Che importa a voi, se gli uomini sono piuttosto in un modo che in un altro? Li avete fatti voi? Lasciateci pensare a chi tocca. Che serve inquietarsi pei bianchi e pei neri? Gli uomini son padroni di stare come vogliono. Volete diventar sistematico? Vi troverete a de' begli sconcerti. Fino che son teorie, le cose camminano bene; – vincete sempre voi, – come quel giuocatore che giuocava da sè. Alla pratica poi s'impara a distinguere i bufali dall'oche. Io lo so come vorreste gli uomini; – li vorreste tutti di tre braccia, – di struttura slanciata, – un bel viso color di rosa, – occhio ceruleo, – zazzera bionda, – vestiti di una tunica bianca, – calzati di verde, – e che profferissero da mane a sera orazioni giaculatorie di amor fraterno. E vi dico, che a prima giunta sarebbe un bel colpo d'occhio, – in seguito poi non so. Ma che volete? le stampe non l'avete voi, e il vostro desiderio non può avere sfogo; – e invece di vedere tanti uomini di getto secondo la vostra idea, voi vedete un miscuglio bizzarro oltremodo, un caos, che non finisce più mai. Vedete nani e giganti; – uomini bianchi, rossi, neri, color di rame, di cento colori; – vestiti di mille stoffe, vestiti bene, vestiti male; uomini ignudi; – chi bestemmia, chi dice Messa, chi sta sempre zitto; – e via discorrendo. E per questo? perchè una vostra idea non ha sfogo, vorreste andare a finire in un pozzo? Oibò! non vi fate tentare. Il mondo va preso come il vento, – va preso come viene. Volete contrastare con la corrente? – pensateci prima due volte, – il minor rischio è quello di annegare. Tanto voi lo vedete; – non si sa chi abbia ragione, se il Torto, o il Diritto. Se uno vince oggi, l'altro vince domani; – è un circolo vizioso, – è la serpe, che si piglia in bocca la coda, – non ci si conosce nè principio nè fine..... Il Bene e il Male sono i due sproni del mondo, e lo tengono in carreggiata. Se pungesse soltanto il Male, il mondo, perderebbe l'equilibrio, e cadrebbe tutto da una parte, e così viceversa del bene. Se poi voi persistete nella vostra idea, e questi patti non vi accomodano, allora sapete come fare; – voi, che veniste a caso in questo mondo, siete però il padrone, di uscirne quando volete, e di andare in un mondo migliore a perorare le vostre ragioni. Non dubitate, – ai confini della vita non ci son dogane. Ma forse non avete voi gli anni dell'esperienza, non conoscete le storie, non avete viaggiato e veduto le nazioni in faccia come elle sono? – Bon! cosa ne concludete? – Che l'Errore è un guanciale morbido a modo e a verso, come può esser la Verità, e che metà del mondo dorme i suoi sonni placidi sopra questo, come l'altra metà li dorme su quell'altro. Mi faccio intendere? parlate schietto, perchè io amo di ragionare. Non avete osservato, che i popoli tengono alla natura degli uccelli? che altri ama il Sole, altri ama la notte? che due princìpi diversi possono descrivere insieme una parallela continua, indefinita, senza mai toccarsi? che la Libertà può affacciarsi al suo balcone, e dalla finestra accanto sentirsi dare il buon giorno dalla Inquisizione? – Chi è convinto coscienziosamente d'un sistema cattivo, vive tranquillo come chi è convinto d'un buono; – non esiste fra loro, che un divario metafisico. – L'uomo poi, che, per legge della sua organizzazione, è superiore o inferiore al sistema che lo circonda, – non può negarsi, – ei ci vive a disagio; – ebbene, vi è il suo rimedio; scuota la polvere delle sue scarpe, e se ne vada gridando come Scipione: ingrata Patria, non avrai le mie ossa. V'è il suo rimedio; – il Francese Carlista può andare in Ispagna, – il Liberale Spagnuolo può venirsene in Francia. La terra è larga abbastanza: – Nemo propheta in patria sua. – Lo vedo anch'io, che, senza sottoporre l'umanità all'archipendolo delle vostre geometrie, starebbero bene tante belle cose! Per esempio, sarebbe bene, che la Fortuna si levasse una volta la benda dagli occhi per vedere almeno chi piglia; – sarebbe bene, che la Giustizia tenesse una stadera sola, e non una per il povero, e una per il ricco; – sarebbe bene, che il Giudice quando va in Tribunale appiccasse al cappellinaio anche le sue passioni per riprendersele quando va a pranzo; poichè bere un fiasco di vino di più non è un terremoto, – dell'altro vino si trova; ma una testa di più o di meno è una cosa seria, attesochè l'uomo non n'abbia che una: – vi ripeto, starebbero bene tante belle cose! sarebbe bene anche, ch'io non fossi in prigione; – e per questo, – se io vado sui mazzi, forse non sono sempre in prigione? che serve ostinarsi, e dar di cozzo nel destino? Tornerete indietro colla testa infranta; e finchè non giunga il tempo ad hoc, il vostro sangue non sarà considerato; – i contemporanei appena si prenderanno la briga di guardare, se il vostro sangue era del solito colore, o no.

— E voi avete finito? Il vostro è un discorso diabolico, e si scorge bene, che siete di coscienza larga..... Dovreste essere un gran partigiano del quieto vivere, – uno scettico. Lo scetticismo è il sistema degl'infingardi. Badate, non voglio mica dire, che abbiate spropositato; anzi avete aggruppato con tal arte le figure del vostro quadro, che ai più sembrerà plausibile. Avete esposto dei fatti, avete detto delle verità, avete enunciato anche qualche sofisma, e stringendo poi non avete negato nulla, non avete conceduto nulla. Io ve l'ho detto, siete uno scettico. E credete, che, a guardare minutamente da vicino, il buco nella calza si trova; e quel vostro discorso in parte potrebbe sfumare. Sicuro, bisognerebbe intraprendere una lunga polemica, e mettersi al largo, cosa che io non ho intenzione di fare, e specialmente con voi, – con voi, che sareste uomo da addormentarvi a mezzo la disputa, che con una stretta di spalle non fate più differenza dal Sole di Affrica a quel di Norvegia. Quanto poi al vostro pretendere, che l'uomo non si perda dietro ad un'idea, che non può mandare ad effetto, avrete ragione nella massima, ma avete torto nel fatto, e senza avvedervene siete dato nella rete, che volevate scansare; – voi filosofo sperimentale questa volta mi siete riuscito un idealista; – avete preteso, che la mente umana si sottragga da un fatto, che spesso la incatena indissolubilmente. Non l'avete mai voi osservato questo fatto? o l'avete dissimulato per aver ragione? Può darsi anche questo, perchè siete malizioso la vostra parte. Non avete mai osservato, che in ogni tempo, e in ogni nazione, nascono uomini fatalmente avvinghiati ad un'idea fissa, – un'idea talvolta capace anche a falciare la vita d'una generazione; – un'idea che amano col furore della gelosia; – che non lasciano mai, benchè la veggano confinar col patibolo? – Questi uomini nell'epoca loro hanno due faccie: una sublime, e l'altra grottesca; e la storia contemporanea li chiama pazzi od eroi, secondo da chi è scritta la storia. Al giudizio pacato, imperterrito, dei posteri spetta determinare una delle due faccie, una delle due denominazioni.

CAPITOLO XIV.

Ma il Povero dov'è rimasto? è morto di angoscia, o di fame? Chi sa? tutto può darsi. – Le carceri vivono alla buona, – non tengono storici al loro stipendio, – non registrano nè date, nè nomi, nè avvenimenti; – le scene che si svolgono nel loro grembo sono scene d'un altro mondo, – d'un'esistenza sotterranea, – e temono la luce come cosa nemica; – pure così all'ingrosso le carceri si rammentano di alcune notti, – d'un viso truce, – d'un pugnale, o d'un laccio, – d'un gemito cordiale, – d'una caduta pesante; – si rammentano ancora di certuni entrati sani e gagliardi, che di lì a poco si fecer lentamente cadaveri per difetto d'acqua, e di pane. – Fu questa dimenticanza, o caso pensato? – Non precipitiamo nei nostri giudizi. – Dio è il revisore delle coscienze, – e Dio, che può convertire in uno scherno il diadema e la testa del prepotente, un giorno vorrà conoscere il pro e il contra di queste ed altre bisogne.

Ma dunque è morto quel pover'uomo? E così solo, solo, e infelice, come avrà fatto a reggere il peso dell'agonia? – e se avrà chiesto un sorso d'acqua, per mitigare la febbre delle sue viscere, chi gli avrà bagnato la bocca? – e se l'asma lo soffogava, chi l'avrà sollevato a mezza vita? Chi gli avrà asciugato la fronte, e scaldate l'estremità irrigidite? Chi gli avrà dato una croce a baciare? – Chi avrà risposto amorosamente al delirio d'una testa che si sfascia, che vede il diavolo, che vede i Santi, che vede un'ombra nera, un'ombra bianca, mille stranezze, che lacerano il cuore di chi sente, e per un tratto percuotono di smarrimento la ragione di chi le considera, fosse pure una ragione di ferro? Chi gli avrà aperte le finestre, perchè beva un ultimo alito d'aria pura, perchè veda il cielo e la speranza? Oh! la speranza è un letto di piume al moribondo, ove egli a quando a quando dimentica le spine sulle quali si giace! è un'ala candidissima sulla quale l'anima del moriente va a posarsi via via, provandosi così per tempo a slanciarsi alla vita degli angioli! – E i suoi figliuoli? perchè Dio non rompe le porte della prigione, onde passino i suoi figliuoli? Poveri suoi figliuoli! non poterli benedire, non poterli vedere, non poterli palpare! Poveri suoi figliuoli! d'ora innanzi chi darà loro un bacio, chi darà loro del pane? Misero padre! questo pensiere ti sta come una lastra infuocata sul cuore; – è l'unica striscia di ragione e di memoria, che sia rimasta intatta nel naufragio della tua mente; – questo pensiere è la tua vera agonia; – agonia di coscienza, e di sensibilità; – questo pensiere ti fa dubitare di Dio, ti fa sorridere infernalmente. Misero padre! hai tu commesso un delitto infinito per meritarti un tormento infinito?

Ma dunque è morto quel pover'uomo? e chi gli ha asciugato l'ultima lacrima? chi gli ha chiuso gli occhi, chi l'ha baciato cadavere?

Il pover'uomo non è morto ancora, – almeno giova sperarlo. E s'ei fosse morto, chi l'avrebbe potuto sapere finora? Presso a poco è trascorsa una giornata, e il soprastante non ha anche aperto quell'uscio. Cosa importa al soprastante, se il Povero sia morto o vivo, purchè sia in prigione? Cosa importa al potente, che esista un povero di più o di meno? Non è egli il padrone del carcere, dell'esilio, e della scure, l'arbitro della vita e della morte, del Torto e del Diritto? Il potente di rado è iniziato ai misteri della sciagura; e una volta che sia, non è più potente; – ma s'ei potesse sapere e sentire quanti dolori gemono, quante lagrime piangono sotto ai suoi piedi, forse gitterebbe lo scettro con quel ribrezzo come se avesse tenuto un aspide. Chi mai l'educa a simpatizzare coi suoi fratelli di carne? Chi gl'insegna, che il dolore solo è re della terra in eterno, e che la Sorte dona colla destra, e toglie colla sinistra? Chi gli rammenta l'uguaglianza solenne, universale, del sepolcro? Chi lo consiglia a compatire le debolezze, le colpe, e gli affanni d'una schiatta dannata a travolgersi fra l'ignoranza e il bisogno? Chi gli fa sapere, che l'errore è un elemento organico dell'umana natura, e che un uomo solo non è mai infallibile? Chi lo sospinge a chinar verso terra lo scettro a guisa di leva per suscitare i prostrati, e non a gravarlo come un flagello? – Invece i suoi cortigiani recidono qualunque legame fra lui e il popolo; – lo chiudono fuori dell'umanità; – lo chiudono in un palazzo assiepato di ferri appuntati contro il lamento e la preghiera dell'infelice; – gli fanno vedere il mondo traverso un prisma colorato d'oro e di porpora; – gli empiono l'aule di festa, e d'armonia continua; – gl'intristiscono il cuore con un senso monotono di prosperità ottusa e solitaria, – talchè se un sospiro per accidente gli ferisce l'orecchio, dimanda: — perchè sospira quel miserabile? è egli così fiacco? io non ho mai sospirato. — Lo persuadono a riguardare i precetti moderatori d'una santa filosofia come atti di ribellione; – gli fanno credere ch'ei sia stato creato a calpestare uno strato di teste umane. – Gli comprano un poeta, gli comprano uno storico, per adularlo in prosa e in versi, – nel bene e nel male; – lo posano sopra un'ara; – gli mettono in mano il fulmine della legge assoluta, e poi l'adorano; – tanto che, se egli non si vedesse diffuso sul capo il manto infinito dei cieli, crederebbe d'essere Dio. E quando gli hanno pervertite tutte le facoltà del cuore e dello spirito, gl'insegnano a giuocare indifferentemente colla vita dei popoli come fa il matematico sulla sua lavagna, che trasporta a suo talento i numeri da un'estremità all'altra, e per uno sbaglio o per bizza cancella talvolta la cifra d'un milione. Oh! la potenza senza freno d'umane simpatie è un dono funesto! Trista è la potenza che può emulare Dio nel distruggere, e non nel creare; che può annientare una generazione, e non può risuscitare un verme quando l'ha spento!

CAPITOLO XV.

— Devo dirla come la penso? – Per un tratto del vostro discorso mi avete fatto una paura diabolica; – io credeva, che voi voleste volare; – io tremava per voi, ma poi mi sono rassicurato; – vi ho guardato i piedi, e li ho veduti immobili, e fissi come chiodi. – Per altro avete fatto un gran fare; – sbracciavate, – sbuffavate, – gli occhi fuori dell'orbita, – il volto infiammato, – le vene della fronte rigonfie; – vi pare a voi? – è la maniera di farsi venir male. E che paroloni! sesquipedalia verba: – e che voce avete fatto! ne ho sempre rintronate le orecchie! voi eravate in un accesso! mi avete fatto paura! io già pensava a una cavata di sangue.

Volete un consiglio da amico? Smettete cotesto stile, – non è per voi, – non ci guadagnerete, che l'asma. Voi non siete un uomo esaltato, – non potete esserlo, – avete troppo umore. Io lo so; – vorreste esser poeta; – ognuno ambisce di essere quel che non può. Invece di un buon cappello di feltro vorreste una bella ghirlanda d'alloro, – per mille ragioni, e, non fosse altro, per campar la testa dalle saette. Ma datevi pace, l'alloro non è per voi; – e ve ne regalassero anche un albero, non sapreste mai trarne una corona di poeta; – gran mercè, se voi ne cavaste una frasca da osterie. – Io lo so; – vorreste esser poeta, e vorrei essere anch'io; – ma come fareste quando il filo non arriva? – Vi compatisco; – avete letto Dante, l'Ariosto, Byron, Schiller, Goethe; – li avete gustati, – li avete sentiti; – vi compatisco; vorreste anche voi avere un'anima temprata come l'arpa eolia, che ad ogni minimo fiato rendesse armonia; vorreste avere un'anima limpida, trasparente, in cui l'universo si riflettesse come in uno specchio. – Ma è tutt'una, – non siete nato, – i poeti nascono belli e fatti: Vates nascuntur. Ditemi voi, – dove andarono a scuola Omero, Ossian, Burns? – E poi sentite questi due versi, che paiono fatti a posta per voi:

E cui Natura non lo volle dire

Nol dirian mille Rome, e mille Ateni.

Avete capito? e badate, son versi di un classicista, che credeva nell'Arte forse più del dovere. – Smettete, – vi ripeto – sarà meglio per voi. Consultate bene l'indole vostra, e quella seguite; non farete mai male. Perchè, se avete corta la vista, volete farmi l'astronomo? Fate il sartore piuttosto, che cucirete a punti piccoli e bene uniti, e così vi acquisterete una lode moderata, è vero, ma pure una certa lode. – Non fate l'astronomo; – potreste scambiare un fanale col mondo di Saturno, e allora – risum teneatis, amici? – Smettete lo stile eroico, – non è per voi; invece di fare della poesia, fate della rettorica, – cosa veramente insoffribile in un secolo come il nostro. Non ve l'ho detto io sempre? Il cavalcare non è per voi; – crederete di fare la figura di un S. Giorgio, e invece siete una balla a cavallo. Non ve ne abbiate per male, – andate a piedi, – è la vostra condanna. Cosa ci volete fare? Tanto, poeta non sarete mai; vi manca l'ispirazione. Se l'esser poeta consistesse nel tornir bene un verso, come usava nel cinquecento e nel settecento, – vada; avete l'orecchio abbastanza armonico, e, quando vi piace, sapete scegliere una frase elegante. Ma tutto questo non è poesia, – è un lavoro da monache. Avete bensì l'anima spruzzata di poesia, – ma quella vena larga, inesausta, – che costituiva Dante e compagni, – voi non l'avete. – Non bisogna pretendere di far tutto, – anche il genio ha i suoi limiti. – Newton, che poteva leggere a suo beneplacito la facciata immensa del firmamento, si smarrì nei pochi fogli dell'Apocalisse, e riuscì un infelice teologo. – Chi nasce artefice per tessere un drappo prezioso, – chi nasce tignuola per guastarlo. E la tignuola, – è inutile, – non sa che rodere. Ve lo dica un Professor dal fiocco rosso, quando si propose anch'egli di fare una stoffa! – Fece una tal cosa, che anch'egli ne avrebbe riso, se non fosse stato giudice e parte. Ma non fu così quando si trattò di rodere; – vero è bensì, che in ultimo torse la bocca, perchè le tinte delle vesti corrose contenevano troppo d'acido. – Smettete, – non cesserò mai di ripetervelo, – lo stile poetico; – credete di suonare la tromba epica, e invece non fate che gonfiar le guancie. Voi non siete veramente nè poeta, nè oratore, nè storico, nè filosofo, nè tignuola; – siete un non so che, che non lo sappiamo nè io nè voi. – Quando la Natura vi architettava, invece di farvi la testa, sopra pensiere fece una gabbia da grilli; – poi si accôrse del fallo, ma non volle tornare indietro, e lasciò il lavoro come stava; – pure perchè la gabbia avesse uno scopo, una conveniente destinazione, la riempì liberalmente di grilli, e così voi siete riuscito quel che siete. Dovete convenirne per maledetta forza, – l'enfasi, il far di Pindaro, a voi non si addice; – voi non potete aspirare, che a una certa ironia, a una certa malizia, talvolta a un poco di grazia, a uno stile negligente giusto appunto come siete voi. Datemi ascolto: scrivete sempre alla buona, alla sans souci, e terminate la storia del Povero carcerato. —

CAPITOLO XVI.

E così mandando al diavolo tutti i saccenti, e adoprando lo stile che meglio mi aggrada, ripiglio la mia storia tante volte interrotta.

Il pover'uomo non è morto ancora; – prova ne sia ch'io l'ho veduto. — Come mai? — mi direte. Ecco come; mentre quel ser saccente mi dava quei tanti consigli, che io non gli aveva chiesti, facevamo cammino, e questo era il meglio; a un terzo del discorso, siamo giunti dinnanzi alla carcere, e di lì a minuti è stata aperta, ond'io ho potuto vedere agiatamente i fatti miei tali e quali come vado a dirveli. – Il pover'uomo, come sapete, non è morto ancora; e s'ei fosse morto, (questo lo dico per rispondere a chi dianzi trepidava tanto per lui), s'ei fosse morto, certo sarebbe morto senza nessuno d'intorno, – solitario come una bestia del bosco. Chi volete che fosse passato per assisterlo in quel transito angoscioso? Fra il Povero e la Pietà sta di mezzo una prigione, e la Giustizia ne difende l'ingresso come la spada del cherubino alle mura dell'Eden.

Il pover'uomo non era più stupido, come quando io lo lasciai; – mi pareva anzi irritato, – e forse troppo. Le sue passioni erano rimontate, – le passioni fanno come la marea. Allora sì mi pareva, che più di prima egli avesse bisogno d'un amico, che con modi cordiali e con suoni di conforto si provasse di acchetare quella tempesta, che gli ruggiva dentro, e gli capovolgeva la ragione. Egli passeggiava furiosamente per tutti i versi i cinque passi della sua stanza; – spesso si dava nella fronte con una palma, – spesso batteva coi piedi la terra; – ora fischiava turbinosamente, – ora cantava in una lingua e in una musica affatto nuova; – ora s'incrociava le mani sul petto, nascondendosi le pupille terribilmente sotto le ciglia. Una volta si mise una mano sul cuore, – e fece atto di strapparselo, e di lanciarlo in aria con un grido disperamente salvatico, – uno di quei gridi, che atterriscono l'uomo e la fiera, – il grido della madre che fuga il leone, e gli cava il figlio di bocca..... Dipoi si riconcentrò, e fece pochi passi adagio adagio, e senza intenzione: – quindi sembrava stanco, e si pose a sedere sopra uno scalino col capo fra le ginocchia. – Col capo in quella maniera, io non potei vedere se pregasse, se bestemmiasse, se piangesse. Forse egli faceva queste tre cose confusamente insieme; – forse era assorto in una di quelle estasi, prodotte dall'ambascia profonda, in cui l'anima abbandona il corpo, e s'ingolfa in una nuova esistenza, in un mondo incognito, pieno di forme strane; non mai vedute, non mai pensate, – dove l'anima giace immemore di quello che fu, di quello che è; – e solamente, tra il sì e il no, sogna, che in qualche parte le dolga, ma non sa dove, non saprebbe cercarvi, non è tentata a farlo.

A un tratto mi scosse un forte sospiro misto di singulto; – e vidi che il pover'uomo si era rialzato girando penosamente la testa verso l'inferriata. – E l'inferriata confina col palco, e la persona non può salirvi. — Gli sia contesa anche la vista del cielo: — così hanno detto, e così hanno fatto. – Un raggio scarso di Sole entrava malvolentieri tra mezzo alle sbarre, e sdrucciolava giù in fondo, lento, malinconico, scolorito, vestito anch'esso da povero. Forse quel raggio era pietoso, e tramutava così la sua pompa per mettersi d'accordo col Povero, – per non unirsi all'oltraggio degli uomini.

Arrivato a questo punto, io non vidi più nulla. Il soprastante chiuse, e partì. – Io non vidi più nulla, e l'ebbi a caro. Quando il dolore percuote a gran masse l'anima umana, è una vista che si può reggere; – e talvolta è uno spettacolo dignitoso, quando l'anima sviluppa un vigore proporzionato alla forza delle percosse; – e quel combattimento tra il mortale e il Destino, tra il signore e lo schiavo, ha un non so che di sublime, che lusinga la nostra superbia. Ma quando il dolore prende lo scalpello del notomista, e comincia a incidere il cuore di dentro e di fuori con mille tagli diversi, e lo cincischia con mille disoneste ferite, quello spettacolo allora ha un non so che di fastidioso, e di crudele, che gli occhi non lo sopportano, e, offesi come sono, volentieri si chiudono.

Io non vidi più nulla, e l'ebbi a caro. – Il soprastante era venuto a visitare la carcere, e non il carcerato; solamente avea portato seco un vaso d'acqua fresca, e l'avea deposto per terra.

— Dunque quel pover'uomo morrà di fame, – perchè d'acqua, o fresca o calda che sia, non si vive; mala pena si vive di pane... —

No, no; rassicuratevi; questa volta non morrà di fame; un pane gli sarà dato. Ridete? – io vi comprendo, – sarà un pane dato come un colpo a un nemico; sarà un pane duro, duro davvero; – ma che vuol dire? – Ei l'ammolirà colle lacrime: – perchè no? – forse non è infelice? – la corda del pianto forse non è la prima corda del cuore, e non trema forse al soffio più lieve? – L'ammolirà colle lacrime, – non ne dubitate; – non v'ho io già detto, che sa piangere? e, se l'alterezza gli vietasse di piangere per sè, non ha i suoi figliuoli, non ha forse una madre, non ha un amore, una patria?

Io piango, – voi piangete, – tutti piangono. Questo è tal verbo, che ognuno sa e deve coniugare senza bisogno di gramatica. La sventura è qua maestra per tutti.

O Sventura!...................... Tu sei una pianta perenne, che non temi vicenda di stagione; il sereno e la procella egualmente ti alimentano. Il tempo, che coll'ala instancabile corre rovinando ciò che gli si para di fronte, quando giunge dinnanzi al tuo simulacro chiude l'ala, e oltrepassa adorando. – Il genio avvalorato dal grido delle plebi umane ha tentato sovente di atterrare il tuo Nume, ma indarno. La Fatalità ti protegge, – e i conati del Genio e delle moltitudini si sono spezzati contro di te, come la spuma contro la rupe..... – Il mondo è tuo retaggio assoluto; – e se il tuo spirito gode aggirarsi fra le rovine, – gode pure insinuarsi come il serpente fra l'erbe e i fiori. Tu puoi rivestire anche l'aspetto dell'allegrezza; – e non v'è una razza stranamente infelice, che ha sempre il sorriso sul volto, e il pianto eterno nel cuore? – questi son più d'ogni altro infelici, appunto perchè non sembrano. – La vita ti appartiene intera; – tuo è il primo vagito dell'infante, – tue le tradite speranze del giovane, – tuo il gemito estremo della vecchiaia..... Non v'è nessuno, che trapassi da questo pellegrinaggio ai riposi della tomba senza avere offerto nel tuo santuario il suo obolo, – senza averti dato almeno una lacrima, – una lacrima spremuta dal più puro sangue del cuore. Tu non ammetti privilegi, e stampi il tuo marchio rovente tanto sulla fronte alla virtù, come sulla fronte al delitto; – ogni condizione deve piegarsi sotto la tua verga, tanto il conquistatore, che stende la sua spada sui popoli come il raggio del Pianeta, quanto l'umile bifolco, che nasce e muore ignorato come l'eco della sua valle. Anche il povero matto, – che a spese della ragione si riparava in un mondo di larve, e d'illusioni, e credeva francarsi dalle leggi della comune esistenza, – anche il povero matto deve adorarti; – e quando la morte è vicina a rapirselo, tu gli doni un istante lucido d'intelletto, onde anch'egli senta la tua presenza, e ti paghi il suo tributo di dolore. O Sventura! tu non sei punto generosa, tu non hai coraggio di risparmiare nè anche il povero matto.

CAPITOLO XVII.

I primi primi giorni, che l'uomo passa in prigione, sono per l'anima sua come giorni nebbiosi: – l'anima non ha peranche fatto l'occhio a quel clima; – vede confusamente, talvolta non vede gli oggetti, talvolta li vede a doppio; – il suo palato non ha sapore; – un ronzio continuo gli alberga le orecchie; – lo spirito giace stordido, e non sa pensare; – il cuore sente di star sotto a un fascio enorme di sensazioni, ma non sa darne ragione. Se la mente non gli crolla, è una prova sodisfacente della sua buona tempra; – se il corpo non gli si ammala, è una prova sodisfacente, che il corpo fu tessuto comme il faut. Sia come vuolsi, però in cotesta alterazione dello stato normale dell'anima l'uomo ci guadagna qualche cosa; – la noia non trova luogo di abbarbicarsi così di leggieri; – il pensiere, che agisce eccentricamente, non è quell'avvoltoio insaziabile, come quando il senno si aggira sopra il suo pernio naturale; – e il dolore vibra il suo pungiglione sopra una carne mortificata. Questo stato di esaltazione, in cui tutte le nostre potenze superando il coperchio hanno dato di fuori, ha prodotto per legge di reazione una pace stanca, un sopore, un dormiveglia nell'anima nostra, che volentieri ella afferrerebbe di nuovo quando si desta, e la pienezza del giorno le mostra a diritto e a rovescio la sua posizione. Ma la natura vive d'eccezioni a controgenio, e quanto più presto può gradatamente rientra nel suo letto.

Una volta per altro, che il carcerato si è stropicciati gli occhi, e gli ha spalancati, ed è desto ben bene, e si accorge, e tocca con mano di essere in prigione, la prima cosa che sente è la sconvenienza di una simil dimora, e il primo pensiere che se gli affaccia è quello di andarsene. Io stesso, che sono un uomo tutto pace, che, se il vento mi porta via il cappello, aspetto che si fermi, e non gli corro dietro, io stesso, – Dio mel perdoni, e chi mi ci ha messo, – ho pensato, prima d'ogni altra cosa, di andarmene. E vi ho pensato così a lungo, e con tanta intensità, che mi maraviglio come questo pensiere nel chinarmi non mi sia caduto giù dal cervello in forma di lima.... E se questo mio cranio verrà in potere del sistema di Gall, e di Spurzheim, quei signori notino bene, e cerchino fra le tante protuberanze buone e cattive, chè troveranno uno scavo fatto dall'idea della fuga, una figura tale e quale come l'ho descritta qui sopra.

Pertanto noi siamo d'accordo; – il primo pensiere del carcerato è quello di andarsene. I mezzi poi per andarsene sono due: uno naturalissimo, e di riuscita infallibile, ed è quello di andarsene quando ti metteranno fuori; – l'altro naturale pur egli, ma non al grado del primo, ed è quello di fuggire. – Tu puoi fuggire con due metodi: – o fuggire da te col rompere la porta, o col segare i ferri della finestra; – o corrompendo a furia d'oro i custodi. Il primo metodo costa assai meno del secondo; il secondo assai più del primo. E tutto questo per tua regola e governo.

Io dopo molte considerazioni fatte colla coscienza, e non a caso, ho meco stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finchè un qualcheduno non venga e cavarmi. Già, figuratevi voi, mi hanno messo in un Forte munito di soldati, e di cannoni, e sotto chiave di un Profosso munito di 12 Articoli stabiliti contro di me, e contro di lui; il Forte poi l'hanno messo in un'isola. – Ora andate a fuggire, se vi riesce! – Io mi protesto da capo, che non ho voglia nè modo di andarmene; e quando anche conseguissi la fuga, sarei costretto a tornarmene indietro, perchè fuori è la stessa prigione; – avrei di più a pagare il fitto d'una stanza, mentre adesso me ne godo un paio, e di pigione non se ne discorre, a meno che non facessero all'ultimo tutto un conto. – Napoleone, è vero, fuggì, – ma voi sapete chi era costui; e se nol sapete voi, altri l'hanno saputo; – e poi, egli fuggiva per delle buone ragioni; – fuggiva per rimettersi in capo un berretto da imperatore, ed io non potrei mettermi in capo che un berretto da notte; – fuggiva per riafferrare la coda della Fortuna, che nuovamente gli capricciava dinnanzi, e gli faceva le smorfie da innamorata; – e poi, egli era padrone del Forte dove io son racchiuso, e il Forte non era padrone di lui. – Ma io, che sono una cosa con un nome, e con un casato, e niente di più, faccio sapere a tutti una volta per sempre, che ho meco stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finchè non mi diranno: – vattene. – Io sopporterò la mia prigione, come una escrescenza, che per un accidente mi sia venuta sulla persona, – come la paziente pizzuga sopporta quella casa d'osso, che la Natura gli ha collocata sul dorso.

V'è ancora un altro mezzo d'evasione, – ma io m'attento poco a proporvelo..............

(Mancano nel Manoscritto la fine di questo, e alcune parti del seguente Capitolo, il quale a differenza degli altri porta il titolo in fronte).

CAPITOLO XVIII. IL SUICIDIO.

........... Spendete meno massime, spendete più fatti: – allargate le vie della vita, sgombratele di tante spine, che vi seminò l'errore e l'ingiustizia. Con che titolo l'ozioso opulento verrà a filosofare aspramente sul corpo del suicida per miseria, – egli, che giornalmente in una bottiglia di Sciampagna beve almeno cinque giorni dell'esistenza di un povero?

················

Discendendo poi dalle teoriche al fatto, osserviamo che più ordinariamente questo fenomeno si verifica o nell'estrema energia, o nell'estrema spossatezza dell'umana natura. Di rado tocca il grado intermedio; – di rado un uomo dotato di facoltà temperate mette le mani nel proprio sangue. Egli è buono a sopportare molti disastri, che fiaccano il debole; – egli in forza delle sue misurate facoltà non si trova mai avvilupato in quel nodo di eventi, che sforzano l'uomo superiore a sparire dalla scena del mondo celandosi in un sepolcro. L'uomo moderato può convenientemente transigere con una lunga serie di fatti. L'uomo debole vive a caso, – e se i fatti gli passano rasente senza urtarlo di fronte, può invecchiare pacificamente, e morir nel suo letto. Ma se un fatto lo prende di fronte, egli è perduto, egli non ha vigore bastante da sviarlo, e rimetterlo sul suo cammino. Una cosa lieve, un nonnulla, anche una risata, in un cervello così fatto diventa un'idea fissa; e allora la follia compie la paralisi delle sue forze morali, ed egli è costretto a morire senza poterne dar conto a chi glielo dimandasse. Io ho conosciuto un giovane leggiadro di forme, d'indole mite, ma vuoto di testa, che si fucilò, perchè i genitori, che l'amavano assai, non gli permisero di farsi dragone. – Ma l'anima atletica d'un eroe trascorre una scala lunghissima d'eventi, e nulla l'arresta; – la sua gagliardia rompe spesso la corrente, che strascinerebbe in rovina ogni altra forza fuorchè la sua; – poi ad un tratto si trova di faccia una combinazione intricata, profonda, dove freme l'onnipotenza del Destino. Allora il Genio si conosce perduto, – ma non cede sul subito; ei sviluppa una lotta da gigante a gigante, – e la lotta dura finchè le forze da una parte resistono: – finalmente il Genio soccombe, – il Destino supera, perchè il Destino è ciò che deve essere. Che deve fare allora l'eroe? – progredire è impossibile, perchè una barriera di adamante gli chiude i passi; – rovinare in fondo è impossibile, perchè la natura del Genio è di salire finchè può. Allora l'eroe decide di morire, non già perchè vuol morire, ma perchè non può più vivere. Non è il delirio, che spinge; è la coscienza, che sceglie. Il Genio si scava la fossa su quel gradino, dove la Fatalità gli ha reciso l'ale; – e si scava la fossa per insegnare che il sistema del Bene va portato innanzi finchè si può, e non va rinnegato colla codardia del tornare indietro. Certo, il suo concetto era di salire al sommo della scala, e piantarvi lo stendardo della vittoria. Dio non ha voluto, – egli è morto. Egli non poteva vivere sospeso fra il cielo e la terra.

Catone sta per la Repubblica, – e combatte all'usurpatore a palmo a palmo il terreno; ma questi, più felice di lui, lo incalza di provincia in provincia, – lo soffoga coll'alito ardente della vittoria. Catone finalmente è in Utica, chiuso in un circolo magico, donde gli sarà impossibile uscire come dalla tomba. – Già si sente fremere a tergo il delitto e la fortuna di Cesare. Ma i fati non sono per lui, – egli lo sa. Non v'è più scampo, – non v'è più spazio, – non v'è battaglia più da tentare; – la Virtù contro il Fato è un vetro contro una massa di ferro. Catone deve morire, e morrà. Poteva rendersi a Cesare, – ed ei l'avrebbe perdonato, – l'avrebbe anche onorato, – perchè Cesare era un tiranno, ma un tiranno di genio. Catone era come quei metalli, che si spezzano, ma non si piegano. Doveva morire per dimostrare, che la Virtù è un fatto sensibile, e non un nome vuoto; doveva morire, perchè la sua ragione gl'insegnava pacatamente la morte come un dovere, la vita come un tradimento. Se non fosse morto, nè i contemporanei nè i posteri avrebbero saputo in che più credere. La sua morte fu una protesta eloquente contro l'usurpazione felice, – una guarentigia del diritto, – un conforto, uno stimolo ai superstiti; e dal suo sangue usciva una voce, un insegnamento solenne a morire piuttosto che a disertare una causa santa.

E Bruto da quel sangue raccolse quella voce, e se la pose nel cuore. Quella voce gl'intimò primamente a non disperare della salute della patria, – a tentare la sorte incerta delle armi, e così fece; – poi quando a Filippi fu perduta l'ultima battaglia delle Libertà Latine, interrogò quella voce, e gli disse di morire. E Bruto moriva incontaminato, come devono morire le anime sublimi. – Comprese la santità della sua missione, – la grandezza dell'esempio, che andava a dare, – il frutto immenso di cui questo sarebbe stato fecondo nell'avvenire. Il suicidio in lui non fu il consiglio d'uno stretto egoismo, – fu un sacrifizio fatto alla dignità dell'umana morale. Se fosse vissuto, avrebbe commesso peggio, che una viltà; – avrebbe messo in dubbio i diritti dell'uomo; – avrebbe sanzionata la scelleraggine trionfante; – ne avrebbe in certo modo velate le vergogne: – così la lasciò nuda, – così col suo sangue si appellò pei diritti delle nazioni alla vendetta dei posteri rigenerati; – così piuttosto che concederla agli stupri della tirannide volle condur seco la Virtù vergine nella tomba. Bruto, anima esaltata, e inflessibile nell'amore del grande e del giusto, era portato al suicidio dalla necessità e dal dovere. Non gli rimaneva a fare più nulla nè di buono, nè di grande; – non gli rimaneva nè anche di sedersi sulle rovine della patria, e sciogliervi un canto funereo; – le rovine della patria erano ormai lo scanno dei Cesari. – Doveva fuggire? Il pensarlo solo è un sacrilegio; – ma e in qual parte di mondo fuggire? Il mondo era una Provincia Romana, e qualunque nazione avrebbe portato a gara la testa di Bruto in aggiunta ai consueti tributi. Doveva ricorrere alla clemenza di Augusto? Oh! l'ultimo dei Romani non poteva ricorrere al primo dei tiranni. La Fatalità aveva incatenato lui alla Repubblica, e la Repubblica a lui. Erano due in un destino solo; – dovevano esistere insieme, perire insieme, e perirono. E poi conoscete voi la clemenza d'Augusto? Ve lo dica Perugia. – Augusto non aveva, che talento e libidine d'imperio; – del resto, ineccitabile come una pietra; un alito di passione non aveva mai increspato quel mare morto dell'anima sua. Un giorno fece un conto e barattò la testa di Cicerone suo amico contro quella d'un uomo, che appena conosceva, come farebbe un fanciullo dei suoi balocchi; e sotto manto d'amore carezzava Cleopatra per menarsela a Roma in catene in un giorno di festa, e d'orgoglio. Augusto avrebbe messo la testa di suo padre per puntello a un piede del trono, se quel piede non avesse posato in piano.

Il suicidio di Catone, di Bruto e di mille martiri della Verità, è un eroismo, – un fatto di natura trascendentale, che sfugge al compasso di una volgare filosofia. È il punto culminante dell'umana grandezza, è il Sacrifizio. L'invidia sola può tentare d'impiccolire le proporzioni colossali d'un tanto fenomeno, ma la ragione sdegna l'analisi, e si contenta di venerare. Il suicidio è vero, che in questi casi stacca un fiore dalla corona della Virtù; ma la Gloria raccoglie tosto quel fiore, – ne fa una stella, e l'aggiugne al suo serto immortale.

CAPITOLO XIX.

Poffare Dio! ho scritto queste quattordici pagine tutte d'un fiato, e con tanto impeto, che me ne trovo stordito. Ho lasciato fare il più al sentimento, e alla penna; – al cervello è toccata la minima parte. Non so se sia bene; – comunque siasi, è andata così. Mi son voluto lasciare andare, dove il flutto voleva portarmi, – ho lasciato le vele in balìa del vento. Se invece di arrivare in porto ho dato in secco, non ve ne prema; – il danno è tutto mio. Quando me ne vada il peggio, vuol dire che non avrò ragionato. Benissimo; – è una cosa, che mi succede spesso, anche quando ho le più serie intenzioni di fare il contrario. – Per me è una baia. Quandoque bonus dormitat Homerus. Non lo dico per superbia di paragone, – lo dico così per citare, e per far vedere, che anch'io sono stato in collegio, dove in quattro anni m'insegnarono a non sapere il Latino. Non lo dico per superbia di paragone. Omero era cieco, e poeta; io invece ho due begli occhi, e non sono nè poeta, nè prosatore. Scrivo per capriccio, – per far diventar nero un foglio bianco. Scrivo perchè non ho da parlare con nessuno, chè se io potessi anche con una vecchia, anche con un bambino, non pensate, non toccherei la penna. Andate a leggere, se vi riesce, quello che ho scritto quando io non era in prigione! Certo potrei parlar meco stesso, – ma non voglio avvezzarmici, perchè uscendo di prigione con questo vizio, e portandolo meco in società, mi potrebbero prender per matto. Assai in fatto di giudizio non godo di un credito troppo esteso! – allora la storia sarebbe bella e finita. – D'altronde, quando io scrissi le suddette quattordici pagine, avevo il cuore pieno pieno, – non so di che, – ma veramente pieno, – e bisognava sfogarlo. Se fossi stato un romantico, avrei scritto una ballata malinconica, – se un classicista, avrei scritto un'elegia; – se un musico, avrei cantato qualche melodia del Bellini. Ma io non sono nulla di tutto questo, – non so che fischiare; – però lo faccio quando ho l'umor nero, o quando una coppia di grilli mi mettono in festa di ballo la fantasia. – Del resto, ve lo ripeto, ho scritto quel che io sentiva; – il calcolo ci è entrato per un momento, e poi fuori. L'anima ha qualche quarto d'ora, in cui se ne vuole star sola sola con le sue sensazioni, liete o dolorose che sieno, e guai se la mente vuol venirne a parte; – guasta tutto, come qualche viso antipatico spesso mette il freddo e il silenzio in un crocchio cordiale d'amici. D'altra parte è impossibile star sempre sopra una nota, – e quand'anche ti riuscisse, verresti noioso a tutti, e i casigliani ti caccerebbero del casamento. La vita, a voler che sia bella, a voler che sia gaia, a voler che sia vita, dev'essere un arcobaleno, – una tavolozza con tutti i colori, – un sabbato dove ballano tutte le streghe. Il sollazzo e la noia, il pianto e il riso, la ragione e il delirio, tutti devono avere un biglietto per questo festino. Che serve far della vita una riga diritta diritta, lunga lunga, sottile sottile, noiosa noiosa, e color della nebbia? È un volersi reggere sopra un piede solo, – è un mettere l'anima umana nella stessa situazione, in cui si pose lo Stilita, che stette quarant'anni in cima a una colonna. Vuol essere un'orchestra piena, e non un piffero solo; – varietà vuol essere. Viva la varietà! Per tutti questi motivi, io ho scritto quattordici pagine senza pensare, e non me ne pento. Giorgio Spugna mio dilettissimo amico mi ha ripetuto sovente queste notabili parole: «L'uomo che è sempre savio val poco più dell'uomo che è sempre pazzo; – est modus in rebus: – l'arte di pensare è un'arte, che va stimata e riverita; è una fatica concessa all'uomo, e negata alla bestia; – ma il farlo sempre si assomiglia all'avaro, che conta e riconta perpetuamente i suoi scudi; – qualche volta bisogna spendere; – il superchio rompe il coperchio; – qualche volta bisogna non pensare per riflessione; se no, all'ultimo, spesso invece di una scoperta psicologica ti trovi di aver pescato un'emicrania». Così mi diceva Giorgio Spugna, filosofo, che si è fatto da sè senza bisogno di libri, senza bisogno di Pisa, di Bologna, e di Padova. Non già che Giorgio Spugna sia ritroso al viaggiare, – anzi è questo un suo desiderio vivissimo, e giuoca sempre al lotto per vedere se un giorno o l'altro potesse mettersi in corso; e mi ha giurato più volte, che se ottiene il suo intento vuol fare il giro del globo, componendo un trattato di pratica comparata sui migliori vini dell'uno o dell'altro emisfero. Mi ha detto ancora, che giro facendo non avrebbe scrupolo di mettere in carta le sue osservazioni di qualunque altra maniera, dacchè egli pure possiede un cannocchiale fatto da sè, col quale guarda tutti gli atti di questa umana tragicommedia. – «Ma io nol farei», – soggiugneva Giorgio, – «giusto appunto perchè mi è venuto fatto di osservare, che le opinioni, anche buttate là colla stessa insouciance, colla quale soffio il fumo della mia pipa, possono cadere in frodo peggio del tabacco, e la multa non è lieve, ed è certa sempre la perdita della merce, e talvolta anche quella della persona; per questo io nol farei, e procurerei al summum di tenermele a mente per ridirtele poi testa testa nel giolito d'un simposio, nell'intervallo fra un bicchier e l'altro.» — E credete, che Giorgio Spugna è più filosofo di quel che non pare, precisamente perchè non pare un filosofo. E ripeterò con lui: qualche volta bisogna spendere. Che direste d'un uomo, che stesse da mattina a sera a guardar l'orologio per far buon uso del tempo? Per lo meno perderebbe il tempo a vederlo passare. Mettetevi in tasca l'orologio, e fate le vostre faccende, l'orologio consultatelo di quando in quando secondo il bisogno. Bisogna fare a tutti la sua parte, e se coltivate una cosa sola, e l'altre trascurate, godete meno, e le altre vi vanno a male. Così è come io ve la dico, e vi esorto a crederci, o almeno potete fidar più sul mio senno quand'io discorro alla buona, e senza pretensioni, che quando mi metto in aria di ragionare. Sopratutto rammentatevi il nome e le opinioni di Giorgio Spugna. Ei se lo merita, ed a me farete cosa cara.

CAPITOLO XX.

Io ho detto nel capitolo XVII, che sono in prigione, e lo confermo nel Capitolo XX. Oggi finiscono trentaquattro giorni, e non isbaglio; in mancanza del lunario li ho contati due volte sulle dita.

A chi me l'avesse detto il 2 di settembre io avrei riso in faccia di un cotal riso da venirne al duello. Eppure io ci sono!

Benedetti i primi giorni della mia prigionia! – io era così sempre fresco del passato, che sovente mi riusciva d'illudermi. Sovente sopra pensiere chiamava ad alta voce la serva, perchè mi recasse una cosa o l'altra; e sentendo che nessuno mi rispondeva, io mi accertava allora della prigione; ma ci rideva sopra, e non era più altro. Sovente sopra pensiere in un batter d'occhio m'indossava la giubba, mi calcava in capo il cappello, e tutto infuriato andava per uscire; – ma giunto alla porta mi accorgeva, che il chiavistello stava per di fuori, – segno evidente della prigione; – ed io al solito ci rideva sopra, e non era più altro. Benedetti i primi giorni della mia prigionia!

Oggi però è ben diversa la cosa. Io son mesto e spossato dalla noia, – e così penetrato fino al midollo del convincimento di essere in prigione, che questo pensiere dinnanzi agli occhi e alla mente mi brulica in infinite forme, come uno sciame di atomi innumerevoli traverso un raggio di luce; e così mi si è dentro inchiodato, che nei primi tempi della mia nuova libertà per avventura, crederò sempre d'essere in prigione.

Io sono mesto, e spossato dalla noia. La noia tacitamente ha tramato per me una così gran tela, che io non vedo parte donde salvarmi. Io son la mosca di quella tela, e più che mi dibatto per uscirne, e più vi dò dentro.

Oh! la noia è una parola sola, – una parola breve, che non conta più di quattro lettere, – ma il provarla è tal volume, che uomo al mondo non sfoglierebbe così per tempo, nè così di leggieri. La noia è l'asma dell'anima, – è una ruggine che può consumare la meglio temperata lama, che si dia; – è una cosa, che dai capelli alle piante ti fascia la cute d'un senso umido, fastidioso, ti perverte l'occhio, e ti fa veder tutto in bigio; – toglie il sapore al gusto, la fragranza ai fiori, – la dolcezza all'armonia. Schiaccia l'acume dell'intelletto, e lo rende bestialmente stupido, – e insugherisce il cuore, mortificandone la squisita sensibilità, disseccandovi dentro la lacrima del piacere e del dolore. Oh! la noia è il più insopportabile dei nostri dolori, perchè è il dolore della stanchezza; perchè non eccita in noi una forza, che valga a combatterlo. Essa non è un vulcano, ma cuopre di freddissime ceneri il sorriso della Natura intera.

E le ho tentate tutte per medicarla, ma senza pro. Il leggere non mi giova; – sto mezz'ora sopra un filaro, – e poi gitto il libro. Non ho più coraggio nè anche di scrivere i miei ghiribizzi; – i miei grilli son morti d'inedia, – essi volevano l'erba fresca del prato, e l'alito dell'aria aperta. – Non mi giova il passeggiare; – vado in su e in giù per i dodici passi della mia prigione, e di lì a poco torno a sedermi colla vertigine. – Se mi affaccio, vedo, è vero, un bel cielo, ma le sbarre, che mi traversano l'occhio, me lo tingono di color di ferro; – vedo un cerchio di monti, e mi paion sepolcri; – vedo una mandra di soldati, che la disciplina militare ha saputo convertire in altrettanti arcolai. – Pallida mi apparisce la verdura degli orti, e dei vigneti, e il canto degli uccelli mi suona lamento.

Alas poor Yorick! Io mi curvo sotto un peso, che non posso più reggere, e ho fatto di tutto per sollevarmene. Ho contato le battute del mio polso, e ho dovuto smettere; – ho fatto la guerra agli insetti, che mi son compagni, e ho dovuto smettere, perchè son troppi; – ho contato i travicelli delle mie due camerette, e sono diciotto e mezzo; – i travi grossi, e son otto; – ho contato perfino i mattoni, e son trecento novantuno. Io non ho più pace, e non so come averne. Non posso più pensare nè al passato, nè all'avvenire, spazi così vasti, e così comodi per il diporto dello spirito. Son confinato nel presente, – e il presente di un carcerato non è già il Tempo coll'ali snelle velocissime, – è una figura di piombo sdraiata in un canto.

.... E come fare per il resto di tempo, che dovrò starmi in prigione? Avessero almeno detto: — ci starai tre mesi, sei mesi, un anno, — manco male; – ogni sera con un sospiro di sollievo esclamerei: – v'è un giorno di meno! – Se io potessi avere dell'oppio, forse sarei felice, e certamente tranquillo; – l'anima mia dolcemente assopita passerebbe le sue giornate in un mondo aereo, multiforme, – un mondo così dovizioso d'illusioni, e d'immagini, che la più alta fantasia dell'uomo desto può concepirne appena una frazione ben minima. Ma non posso sperare nell'oppio; – i miei custodi l'hanno in concetto di veleno, e non me lo farebbero vedere nè anche dipinto. E per questo io ho desiderato le mille volte una febbre acuta, che mi levasse fuori di me fino al giorno della mia scarcerazione. Ma la febbre anch'essa, che pur non dipenderebbe dai miei custodi, non vuol venire; – non vi è rimedio; è un calice, che bisogna bere....

Ecco qui; tutti i giorni sono i medesimi, misurati dalle medesime vicende. Alle otto la mattina il solito caffettiere colla solita colezione; – al tocco il solito pranzo portato dai due soliti selvaggi, che si son rubati il nome di camerieri. Il pranzo è composto sempre della solita zuppa, e di tre pietanze, che sembran tre morsi, presso a poco sempre uniformi, e di rado una di quelle variata in un uccello, strano, – una specie d'uccello, che avrà che fare coll'ornitologia, ma non so se abbia diritto all'ingresso d'una cucina; – una specie d'uccello che, a casa mia non ho mai veduto nè per aria, nè sullo spiedo. Io non so dove trovi quegli uccelli il trattore; – mi pare impossibile, che un cacciatore li trovi; e, se li trova, che abbia il coraggio di spendervi sopra una botta. Ma io ho veduto spesso il trattore sur un campanile, e di certo ei vi andava per quegli uccelli, e per noi.

E il Profosso? Mutassero almeno il Profosso una volta la settimana, come avevano cominciato dapprima! Ma dopo una volta non l'anno più fatto. Eccolo là, – è sempre il medesimo Profosso, – col medesimo viso, – col medesimo passo, – col medesimo vestito bianco mostreggiato di rosso, – colle medesime chiavi, – coi medesimi 12 Articoli, stabiliti contro di me, e contro di lui, – col medesimo suono di voce. Fin qui il Profosso non è ancora infreddato, per sentirgli fare almeno una voce diversa. L'unica mutazione, che segua in lui qualche volta, è quella da un casco a una berretta. È un uomo anche egli convinto della disciplina, – convinto dei suoi superiori, – persuaso, che le bastonate sieno un dovere a darle, e a riceverle, come voi siete persuaso a grattarvi in quella parte ove vuole il prurito. – Oh! le strane fantasie della noia! Quante volte non ho io desiderato, per non vedere sempre il medesimo Profosso, di vederlo un giorno con un occhio solo, un altro giorno con tre; un giorno con due nasi; un altro giorno con la bocca sulla fronte; una domenica, quando mi accompagna alla Messa, che camminasse colle mani e coi piedi; un lunedì di vedermelo vestito da donna; un giovedì colla testa voltata dalle spalle; un venerdì senza testa. Ma il Profosso non sì muta mai, – è inesorabile; e ogni giorno viene a menarmi fuori per prendere un'ora d'aria, com'egli dice, e spesso mi tocca invece un'ora d'acqua. E sul primo anche questo era un conforto, – ora non è più. È sempre il medesimo Forte..., – le medesime salite, – le medesime scese, – i medesimi sassi ribelli, e pronti ad offenderti, – i medesimi cannoni, – i medesimi soldati; – non si trova un uomo, o una donna, se tu li pagassi al peso dell'oro.

Il Profosso è una disperazione; – quando io gli chiedo, se ci è nessuna nuova del mondo, mi risponde sempre, che non vi è nulla di nuovo. Possibile mai! – bisognerebbe, che tutto il mondo fosse in prigione. – Eccolo là il Profosso! è inconvertibile. – Viene tre volte al giorno nella mia stanza, uguale uguale, senza pendere un capello da quello che era la vigilia; e mi dice se può entrare, quando è già entrato; e, allorchè se ne va, mi domanda se io voglio nulla. Egli lo fa per dovere, non ci mette ironia, – così voglio credere; – ma quella dimanda mi fa il sangue più agro. O Profosso! Profosso! Se tu sapessi quello che io voglio, certamente non me lo dimanderesti due volte. D'ogni tre volte due almeno io voglio, che tu vada al diavolo.

E la notte? – non me la rammentate, per l'amore che portate a voi stessi. La notte è per me l'eternità di un dannato. La notte con quel suo vasto silenzio, così propizia ai fantasmi poetici, al meditare profondo, per me non significa nulla; e mi scende sull'anima, fredda, piatta, e pesante come una lapide. Invoco il sonno coi nomi più lusinghieri, ma vanamente. Disteso sopra un letto nè cattivo nè buono, mi volto a destra, mi volto a sinistra, mi giaccio supino, mi giaccio bocconi, mando fuori un Gesù mio, mando fuori una parola a rovescio, ma il sonno non viene. La notte la noia non è sola; – chiama sull'armi le zanzare, e mi fanno una guerra mortale da fedeli alleate. Finalmente prendo un poco di sonno, – ma torpido, vuoto, senza balsamo di riposo, senza sogni. Potessi almeno farmi de' sogni! chè la mattina dipoi m'ingegnerei a farne la storia, e a metterli in bello stile.

Sul principio, quando veniva la notte io mi consolava standomi alla finestra a godermi lo spirare dei venticelli, e lo spettacolo solenne d'un bel Cielo Italiano. Ma, dopo quello che mi avvenne una sera, ora appena cade il crepuscolo io chiudo le imposte, e disperatamente mi caccio nel letto. Sentite quello che mi accadde una sera. Io me ne stava, come v'ho detto, immergendomi lo spirito nella considerazione d'una gloriosa Natura, assorto in uno di quei momenti d'estasi e d'oblìo, nei quali l'uomo non è più una povera creta, ma è pellegrino dell'Infinito; e guardando sospeso sopra di me quell'azzurro immenso, sereno, gioioso, magnifico di stelle e di misteri, mi sentiva sollevare, mi sentiva intenerire: – a un tratto mi venne fissato l'occhio sulla Luna, che spuntava in un lato del firmamento, pallida amabilmente, e modesta; – allora il mio sentimento cominciò a svilupparsi in una forma più precisa, più palpabile, ed io volli esprimerlo con un inno, e cominciai:

È mesto il raggio della Luna, e Dio

Lo temprò in armonia colla Sventura.

Ma come fui a questo punto una fata leggiera leggiera, coll'ali color dell'iride, mi trasvolò dinanzi, mi fece un inchino, e mi diede la buona notte. – Era la Musa. – Io sul subito non me ne accôrsi, e non seppi interpretare in buona parte quel suo consiglio. Quindi, per non dirvi le bugie, avrò ripetuto almeno un cento di volte quei due versi in cadenza accademica, ma il terzo non venne mai. Alla fine ripensai più pacatameate alla figura veduta, e tra il dispetto e l'umiliazione mi coricai.

Io conosco a prova il martello della gelosia, – ma, faccia pure l'estremo di sua possa, non può arrivare alla noia.

O Torquato Tasso! io non ti chiedo nulla che valga; – non ti chiedo quella corona di stelle, onde tu cingesti in Palestina la Musa Italica; solo chiedo reverentemente, che tu mi dica come facesti, quando al Magnanimo Alfonso piacque decretarti pazzo, e chiuderti per lunghi anni in un ospedale, come facesti in quei lunghi anni a pensare alle sette giornate del Mondo Creato[2], mentre io in trentaquattro giorni, se qualche volta ho pensato al mondo, ho pensato di disfarlo, non già per istizza, ma perchè mi sembra mal fatto.

O Silvio Pellico! io non ti domando la tenera ispirazione, da cui sgorgava quella tua Francesca, che sarà un palpito del cuore finchè l'amore sarà una passione dell'uomo; ma ti domando soltanto d'insegnarmi donde traesti la tua decenne pazienza.....

N.B. – Questo Capitolo naturalmente è fuori della giurisdizione della Critica; egli non ha pretensioni; – è il Capitolo della Noia[3].

CAPITOLO XXI.

— E del mondo che n'è stato? — Cosa volete, ch'io ne sappia, io che son qua nel Limbo? Io ho lasciato il mondo con un segno a traverso, come si fa d'un libro non finito di leggere. E chi sa, se all'uscire troverò più il segno? Chi sa cosa sia seguito del mondo? – potrebbe essere stato scosso da una seguenza di terremoti, – allagato da un nuovo diluvio, – potrebbe essere anche sparito, ed io non saperne nulla! Cosa volete sapere, o sentire, quassù nel Limbo, dove si sta un piano almeno sopra le nuvole?

Chi sa cosa possa esser seguito? Quando io lo lasciai, era una matassa arruffata davvero, – e tutti aguzzavano l'occhio a trovarne il bandolo; – e forse è il mio bene, che adesso io non ci sia dentro. Voi sapete come vanno le cose laggiù. Io non sono molto destro a girarmi, nè posso allungare il passo un'oncia più dell'usato; – e quando il mondo è in baruffa, credete, che una gamba lesta vale un diamante, e una testa leggiera si trasporta via più comodamente. Guardate Archimede, che viveva alla buona, pensando che gli uomini non fossero quello che sono; – che fidava nella sapienza, e non sapeva, quel vecchio dabbene, che due bestie son buone a mettere in prigione un filosofo, e a trattarlo anche peggio! Guardate Archimede, e specchiatevi in lui! Prendevano Siracusa d'assalto, ed ei non se ne accorgeva; – un soldato Romano gli entrava nella camera, ed ei non se ne accorgeva; il soldato Romano d'una testa gliene facea due, ed Archimede non ebbe tempo di accorgersene, perchè invece di vivere nel mondo coi lombi precinti, e col bastone in mano, viveva alla buona nella Geometria. Oh! il mondo è una mala cosa!

Tanto peggiora più quanto più invetera:

— diceva il Sannazzaro, or son trecento e più anni. Figuratevi oggi!

················

(Manca gran parte di questo Capitolo, e non resta che il fine del Capitolo successivo ed ultimo).

CAPITOLO XXII. CONCLUSIONE.

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Consultiamo la Natura nuda e vergine, com'ella si rivela alla mente del giusto, e saremo meno sventurati. Consultiamo la natura umana senza velo di disprezzo, di cupidigia, di prepotenza; – consultiamola anatomicamente nel suo stato originale, e osserveremo che si può spogliare del fango onde l'ha ricoperta un falso sistema sociale, e rivestirla d'una certa luce, – una luce, che non dobbiamo rapire al Sole come Prometeo, perchè ella ha sorgente nell'anima umana. E l'arte sta nel trovarla, e il Genio la sa trovare, ma noi abbiamo finora crocifisso il Genio invece d'incoronarlo. Intanto tolleriamoci, – v'è spazio per tutti, – e permettiamo, che ognuno vi si svolga a suo grado. Il Genio può trasfondere nei suoi quadri l'armonia e l'iride dell'universo; – la follia può ridere, e saltar per le piazze; – il forte può andare a caccia al cinghiale, – il debole può recitare il suo rosario, – e tutti pacificamente. La terra è larga abbastanza: — L'UMANA SAPIENZA STA NEL TOLLERARE. —

MIA MADRE

Indovinate chi amo più di tutti sulla terra? Io amo mia Madre; – io l'amo più della Patria, cui dono il mio sangue se lo vuole, – più della mia T.***, ch'io amo pur tanto. – Povera mia Madre! Se voi la conosceste, forse non ci capireste nulla. No, non è una donna elegante, – non sa di musica, – non sa il Francese, – non ha cerimonie; – è una donna quieta come un ciel sereno, una donna alla buona che crede in Dio, che va ogni giorno alla Messa, a pregare prima per me e poi per sè; è una donna alla buona, che crede in tutto; – crede, che l'olio versato porti sciagura; – crede, che il vino versato porti fortuna. È una povera donna, che ama il suo figliuolo come voi amate voi stessi. – Io mi confesso come davanti a Dio. Non amo tanto mio padre; – è un buon uomo, – ma la mia povera Madre è bene altra cosa. – Io non amo mia madre per il latte che mi ha dato, perchè del latte non me ne rammento; – ma quando mio padre talvolta mi sgridava, ella mi consolava, – mi asciugava le lacrime, – mi baciava – mi dava un trastullo, – mi riconduceva alla gioia. Quand'io andava a scuola, e mi era innamorato dei libri, mia Madre mi dava il danaro, onde comprarmeli. – Mia Madre mi ama come il suo cuore, – io sono il suo cuore. Mi guarda con una compiacenza, – s'inorgoglisce di me, come la giovane sposa della sua corona di rose nel dì delle nozze. – Ed io l'amo ugualmente. Io ho un sembiante duro, – e quando sento dentro non sono punto espansivo; – ma gli occhi mi parlano, – e mia Madre guidata dall'istinto mi guarda sempre negli occhi, e ne riman consolata. Povera mia Madre! ora tu non puoi più guardarmi, e chi sa per quanto! – Io aveva il vizio di addormentarmi col lume acceso, e mia Madre si levava di notte a levarlo, perchè temeva un pericolo. E alla mattina entrava nella mia stanza a vedermi, in punta di piedi, e rattenendo il respiro, per non rompermi il sonno. – E quando parlava di me alle vecchie sue conoscenti, diceva che io era un angiolo, – e io risapendolo rideva di cuore, pensando che il mondo mi chiamava un diavolo. – Povera mia Madre! Dio ti renda quella mercede, che merita il tuo tanto amore!

Una sera io fui ferito di tre stilettate[4]; – tutti credevano ch'io morissi, – anch'io lo credeva. Fui portato a casa agonizzante; – caddi in deliquio, e vi stetti più ore. Al risensarmi, chi trovai presso al letto? – Era mia Madre, e così vicina a me, che di certo intendeva col suo fiato caldo d'amore di vincere il gelo della morte. Mi parve l'Angiol custode. Mi ravvivai, – cominciai con lei un colloquio lungo, veloce, passionato, sublime; – mia Madre mi rispondeva interrottamente; – io nell'esaltazione non me ne accôrsi: mia Madre era convulsa; – ella non può piangere. Se io me ne fossi avveduto, forse sarei morto. Mia Madre dacchè mi hanno strappato al suo seno è stata vicina a morte[5]. O povera mia Madre! perdonami il tuo dolore! potessi avere almeno contato i tuoi palpiti per rammentarmene!


Qui finisce il Manoscritto di un Prigioniero; nella pagina interna della coperta si leggono questi due versi:

LA PRIGIONE È UNA LIMA SÌ SOTTILE

CHE AGUZZANDO IL PENSIER NE FA UNO STILE.

ARTICOLI
DI MORALE E LETTERATURA.

DELLA EDUCAZIONE — 1829[6]

In primo luogo tu hai a sapere in generale, che tutto quello che è vera utilità degli spiriti dispiace agli uomini comunemente; onde ti guarderai come dal fuoco di profferire parole o fare opere, che dieno indizio che tu voglia beneficare l'intelletto, o il costume di quelli.

Gozzi, Osservatore.

Quei pochi eletti cui venne in sorte l'agilità del pensiere, concitati vivamente dal desiderio della scienza, investigarono sempre le occulte ragioni delle cose, ma non ebbero tutti il medesimo intendimento. – Alcuni più benigni, considerando funesto il dono della sapienza, dove non cospirasse al bene dei loro fratelli, palesavano quella parte del vero, che poteva renderli felici o meno sfortunati; e a quella parte, cui disvelata seguitava il gemito, e l'aridezza dello sgomento, surrogavano invece il conforto delle illusioni necessarie a mantenere una vita, che altrimenti non avremmo ragione di reggere. – Altri più severi, collo sguardo acuto dell'anima penetrando l'ombra dei secoli, videro e dimostrarono le razze umane peregrinare la terra gravi d'ignoranze, di sventure, e di colpe. E forse dissero bene: ma qual frutto ne colsero? – La scienza del dolore non aveva mestieri d'insegnamento, perchè nacque congiunta al cuore dell'uomo; le ignoranze, le sventure, e le colpe, stettero immobili, perchè sono elementi indivisibili della nostra umanità, e tutto il frutto si strinse alla compiacenza d'aver profferito poche massime amare di sconforto durissimo, che fecero piangere, e maledire. Ma se non merita grazie quel fiero spirito, che scende nei segreti del cuore e gli scompiglia, e gode delle ruine, crederanno di leggieri gli animi temperati a bei sensi, che molti bramino la nostra specie digradata più che i suoi fati non chiedono, nè altri le dieno potenza se non di far gregge, e di pascere, e le gridino incessanti il silenzio delle poche generose passioni, che uniche fanno corruscare quella sacra scintilla usa talvolta a scaldare la creta dell'uomo? Veramente l'uomo lasciato all'inerzia mostra profondo il segno d'una schiatta caduta e annodata alla polvere; ma se, per impulso proprio o d'altrui, muove l'interno pensiere e lo spande su l'universo, e, percosso da quello spettacolo immensamente vario e perenne, lo accende, e lo fa corrispondere, per quanto è dato, alle immagini quasi infinite, allora l'uomo disciogliesi in parte dalla terra, e risguarda i cieli, e vive in essi col desiderio dell'esule. – Ma per coloro, che la nostra bassezza vorrebbero curvare fin dove non piegasi, la fiamma non arde, la grandezza non ha spazio, e dappertutto veggono angustie, perchè altra dote non hanno che di affetti mediocri, nei quali alberga per anima la ruggine dell'invidia. – E perchè l'umiltà degli affetti mediocri non osa prorompere nella sua nudezza, velano gelosi le strettezze del cuore, e della mente, e danno al velo il nome della prudenza, – cara e santa virtù, allorchè corregge, ma non ferma l'impeto delle passioni magnanime, – non già quando ella consiste solo in andare adagio, e concentrandosi in un senso di paura, e d'interesse, ti si lega alla vita, nè va più oltre. E perchè i prudenti per amor proprio aborrono da ogni guisa di cimento, hanno alzato un tribunale donde predicano il dispregio dei tempi che sono, e dispensano moto e norma ai bisogni delle passioni vivissime presenti, attingendo moto e norma dal deserto degli anni che sparvero, senza avvertire che l'uomo è pur sempre unico figlio dei suoi tempi, e nel vano del passato non si perdono età distinte solamente dalla durata, ma tutte portano impressa l'orma di novelle virtù, e di novelli delitti, – e le prime, e i secondi, non meno del Sole, hanno fin qui misurato l'estensione del tempo umano. E perchè i prudenti hanno scorto che nell'anima nostra ferve continua una inquietudine, e vi sta come la principale espressione della vita, per quietarla ci vanno rammentando le glorie antiche, così dicendo ai nipoti che si contentino di vivere oscuri, perchè gli avi vissero illustri. – Bella è la gloria degli avi, e soave di conforto e di onore a cui le risponda cogli atti, ma non è retaggio, e sta nei secoli monumento solitario, che rappresenta eterna la vece del mortale che l'ha creata. Ma quanto costoro danneggino la sacra impresa di migliorare la specie, i discreti sel veggano, considerando gli uomini disposti naturalmente a giacersi, e a maledire sovente la mano che tenta di sollevarli, – se narrano il vero, che Socrate conseguisse il rimerito della cicuta, perchè osava trasfondere nei suoi concittadini la bellezza e l'amore della virtù, – e l'ardimento di Bacone, che imponeva la vita al pensiere per tanto corso di tempo assopito, fosse dai suoi contemporanei scambiato colla pazzia. E quei divini morivano senza una parola di rampogna consolandosi delle glorie future, perchè l'alto spirito, sorpassando il volo del tempo, fa sorgersi innanzi le generazioni increate. Ma in ogni petto non muovesi un cuore più che mortale per operare il bene senza riguardo di premio presente, fidandosi alla giustizia dell'avvenire. Quanti Italiani, sfiduciati dal sofisma degl'invidiosi, e dalla timidezza propria agli animi nostri, se manchi a suscitarli generosa una voce, percorrono l'esistenza chiusi nell'abbandono della viltà, persuasi che il nostro terreno sia rimasto sfruttato dal lungo numero delle anime grandi, e dalle sventure? Ma il lungo numero delle anime grandi ha da reputarsi piuttosto singolare felicità di cielo, che giusta ragione perchè debbano a un tratto cessare. L'argomento in qualche maniera terrebbe, laddove fosse proposito sempre delle medesime teste. Ma questo non consentì la Natura, che alternò con mirabile armonia la vita e la morte nelle sue creazioni, e in forza di questa vicenda stabilì la infinita varietà delle forme, la eternità delle sostanze, nè mostra di volere per lunghezza di tempo invecchiare, o per l'atto incessante del produrre esaurirsi, a meno che prima non si annientino le leggi per le quali ella è costante: e gli umani, soggetti allo stesso governo, via via cadono e sorgono in modo, che ad ogni breve misura di anni potresti dire che il mondo del pensiere rinasce vigoroso, e lieto dell'ardimento che infonde la giovinezza. Chi non sente che gl'Italiani non hanno peranche placata l'ira della Fortuna, quantunque le abbiano offerto in sacrificio secoli consumati nel pianto? Ma sapete voi, se a portare l'ale dell'ingegno valgano più le triste o le liete venture? I tempi tramandano infelici le memorie del Grande costretto a combattere l'odio, che vive immortale tra due nature contrarie; e se questa ineguaglianza generatrice di tanta discordia sia giustizia, o viceversa, non è l'ora da poterlo vedere: ma quando anche il Grande ebbe pace con gli uomini, la guerra gli venne dal sentimento d'una misteriosa afflizione, che gli gemeva eterna nel cuore. Dante cantava la novella poesia negli affanni dell'esilio, Ossian nell'amarezza della caduta potenza, il Byron nell'arcano d'una mestizia onde furon sempre velati i suoi giorni mortali. – Poichè la mente creatrice del bello e dell'immenso va sciolta di vincoli, la plebe umana non giunse a scoprire giammai la segreta potenza che animava alla vita quei canti, e li vide lontani come il raggio del Sole; ma come il raggio del Sole illumina e scalda le creazioni sottoposte, così que' canti, derivati dalle più ascose viscere del dolore, spirano all'anima un suono d'affetti onnipotenti, e tutta l'anima risponde a quel suono, mercè di colui che formando la nostra natura chiamò l'infortunio a costituirne la massima parte, e mandò la felicità così di rado e veloce a trasvolare la terra, che appena è concesso di vederne il baleno. Ma la sventura mantiene irritando l'ingegno, e i concetti dell'uomo sgorgano originali e profondi di altissimi sensi, perchè da lei muove una forza, che lo stringe a vivere nel suo pensiere, mentre dubitano molti che quel modo di esistere da noi chiamato felice non sia piuttosto conseguenza delle nostre facoltà intorpidite, nè più atte a ricevere in piena luce, ma per barlume, le sensazioni; e l'hanno veduto grave di fastidiose passioni, e sovente affratellato coll'ignoranza, e dicono che spunti l'acume del desiderio; e mancanza di desiderio accenna anima prostrata, e di volgo. – Oh perchè non ho io un altro mondo da conquistare! – sospirava Alessandro. E dove si ponga mente ai conforti di coloro che bramano la nostra bassezza, quanta differenza trovate voi tra gli uomini e i bruti. – Appena la nuda favella: e niuno consente che articolare soltanto la parola sia valevole differenza, se i concetti significati coll'opere non provino l'esistenza dell'interno pensiere. Nè la facoltà del pensiere ci fu data per nulla. – Se l'uomo fosse destinato solamente a nascere, cibarsi e morire, la Natura non ci avrebbe fatto quel dono, tristo o buono che sia, perchè hanno sperimentato la Natura non averci mai conceduto potenza, senza farci sentire la necessità dell'ufficio cui la destinava. E potremmo noi vegetare in quello stagno di vita, noi, cui non si offre immagine di quiete meno la morte? Potremmo noi distruggere l'atto di quelle poche anime immense, che afferrando il secolo in che son nate gli aggiungono il proprio moto, e il secolo concitato si affretta precipitando al suo fine? Rinnegheremo noi le passioni, che pur sempre ci agitano irrequiete al bene ed al male? Dove è la forza che valga a tanto? In Dio solo, perchè sono opera sua, e le ha poste nel cuore dell'uomo, cui vivono eterne, indivisibili, compagne della vita, e muoiono con esso. –

Poichè le passioni si spengono nell'ultimo sospiro, e queste, pur sempre agitandoci, al bene e al male ci spingono, ufficio degno d'un pensiere divino è quello di frenarle, e di escludere, per quanto è dato, la vicenda del male. L'argomento della ragione, e l'esperienza del passato, dimostrano unico mezzo a tanto conseguimento l'educazione; la quale, facendo conto delle passioni come della parte più viva dell'uomo, e capace di qualunque impressione, ne trarrà l'effetto migliore, o il men tristo, col dirizzarle, per quanto è possibile, a segno lodevole. E se molta parte di amore alla patria è dire il vero quando le giova, (e a dirlo ci vuole più grande animo che a sentirlo,) così chiunque abbia fiato di senno e di pudore confesserà primo bisogno dell'Italia nostra l'educazione, e vergognerà palpare l'ignoranza dei suoi, lo sconforto degl'invidiosi, e farà voti, e darà opera, perchè al male venga posto efficace e pronto il rimedio. – A questo fine verranno, laddove cospirino santità d'intenzione, e vicendevole aiuto di liberali ingegni, e sarà bella di bellezza italiana l'impresa di riedificare la mente colle ingenue dottrine della sapienza. – E perchè manifesto indizio di amore alla patria è il non disperare di lei nell'ora che gli avversi eventi la premono, così negli animi intemerati e gentili vive una forza che gli conduce a sperare. – Certamente gemono delle sue poco liete vicende, chè andrebbero beati a vederla fiorente per belle discipline, e ornata di cortese costume, e gloriosa; ma nel gemito vive una forza che li conduce a sperare. Indarno si affannano i prudenti a gridarci che la speranza schiviamo, essendo tale un inganno che accompagna l'uomo da mattina a sera; a noi ricorre eterno il bisogno di quell'affezione, onde si allegrino almeno d'un fiore le spine della vita, e il pensiere dell'illuso mortale ponga un sorriso ov'è pianto perpetuo. Ben è vero che ne' pochi giorni del nostro pellegrinaggio, aspirando noi nel fuoco del desiderio a uno stato felice, ci balenano all'anima mille illusioni di aspetto vaghissime, ma fugaci come il momento che le ha create; tuttavia nel cammino della vita stanno alcune speranze, che non sono al tutto illusioni, e rispondono al cuore, e alla mente, e lasciano in ambedue la traccia di un conforto che dura, e, dove le governi la sapienza, si convertono spesso in certezza. E porge speranza di sì fatta natura il giovanetto crescente negli anni. A questo bel fiore il cielo arride benigno, e lo chiama alla vita; se non che sventuratamente un verme lo rode, onde egli appassisce e muore sul cominciare del brevissimo giorno, che i fati gli concessero. Da cui muove la colpa, che la pianta non germogli e non cresca felice? La colpa è del nostro volere, perchè nell'educarla ci siamo sviati da quella traccia costante, che i fatti segnarono nelle vie del tempo. Leggete i documenti del tempo: chiudono una sapienza quasi infallibile, e a cui ben guarda il passato ministra le misure del presente. Le storie che raccontano la vita dei popoli non dimostrano fondamento di ogni bene ordinata società la pubblica e liberale educazione delle tenere menti? E narrano, che il giovane sorgesse prode nelle battaglie, savio nel consiglio, e onesto nella vita civile, e consolasse di onore e di gaudio l'ultima età dei padri cadenti. Ma le storie descrivendo le forme degl'istituti, pe' quali un popolo saliva in potenza, e in perfezione di civiltà, tra queste non annoverano mai – nè gramatiche, che consumano gli anni e i volumi a farti povero del primitivo ingegno, e cattabrighe, e per un fuscello d'alfabeto bestemmiatore della grandezza del Genio; – nè rettoriche, che gl'indefiniti movimenti dell'anima confinano in certe regole, le quali ti prescrivono di lavorare gli affetti come un fuoco d'artifizio, e soffocano in te quell'intimo senso di natura, che ritrae le immagini vergini e schiette come le cose, onde più non ti splende il vero, e il sentimento e l'intelletto pervertito piegano dinnanzi al simulacro di vane e codarde passioni; – nè mitologie, che una volta vissero colle nazioni; poi con esse giacquero spente e oggimai, coperte dalle tenebre di un tempo troppo lontano dalla memoria, affaticano senza frutto la mente, o non le presentano, che nudi fantasmi degli umani vaneggiamenti; – nè filosofie, che si smarriscono per entro ad infinite ricerche, e di rado trovano il vero, e più di sovente un nuovo lato dell'incertezza, per lo che fanno temere che alla mente non sia concesso nemmeno il riposo d'un delirio solo, ma che un destino la danni ad avvolgersi del continuo per l'errore, o a cedere alle larve del dubbio, che di tutti i dolori è il soverchio, perchè, avendo varietà di moti e di forme infinita, non subisce le leggi dell'abitudine, e dura perenne; – nè gente che fa professione di spegnere quel raggio d'intelligenza, che tutti più o meno dalla Natura sortimmo, e cava il fumo dalla luce, come disse argutamente un antico, e si arroga un nome venerato, e lo porta in pace. Chi ha tracciato l'orme della caduta di un popolo ha veduto la corruttela dei costumi, e l'annientarsi della potenza, andar di pari colle scuole dei retori e dei sofisti; chi ne ha seguito il volo nella grandezza ha veduto da più alte sorgenti derivarsi il pubblico bene, poichè in quella rara felicità di tempi le cattedre e le accademie non dettavano servitù di sistemi, imponendo allo spirito umano di vestire una forma sola e costretta, nè più muovere un passo; ma il savio, studiando i bisogni e l'indole del proprio secolo, a quelle norme conformava le patrie istituzioni. E l'Amore e la Sapienza guidavano la mente giovanile su l'universo, e quella ne ritornava assuefatta a vedere le cose di per sè stessa, e come sono, già come vogliono i libri, o i parziali interessi di chi ti ammaestra, e secondo la varietà delle tempre avvenire, che variamente giovassero allo stato sociale, perchè ognuno interrogando il suo genio a quello sacrificava. E l'Amore e la Sapienza, dandosi mano scambievole, imprimevano nei giovanetti l'esempio degli aurei costumi, e il moto delle larghe passioni, tra le quali sorvolava l'affezione del luogo, ove apersero gli occhi alla vita. Quindi vedevansi miracoli non d'individui, ma di nazioni intere, e i Romani educati nella spada e nell'amore della patria vincevano il mondo. –

Il sacro ufficio di separare il pensiere dalla polvere spetta a poche anime elette, incontaminate, che lo spirito di Dio volle suscitare per ammenda all'umana creazione. E le poche anime elette parlino ai giovani, e facciano loro sentire la virtù come bellezza e necessità dell'anima nostra, e gli spingano al desiderio di vivere oltre la morte; parlino ai giovani, ed essi risponderanno co' palpiti di un cuore caldissimo di vita e d'inquiete passioni, germi di gloria, o d'infamia, secondo il segno a che miri; e dieno meta lodevole all'inquiete passioni, concitando il fremito delle antiche memorie, non perchè dormano sulle lusinghe dell'ozio e dell'inganno, ma perchè ne traggano affetto d'onore, incitamento alle opere magnanime, e gara di vincere il grido dei tempi trascorsi. E noi liberali esercitando la mente, più non sarà che lo straniero peregrinando le belle contrade prorompa all'oltraggio, vedendo il pensiere indipendente da qualunque vicenda, e a buon diritto, chè forza alcuna nol può sottomettere, meno la nequizia del proprio volere. E noi liberali esercitando la mente, adonterà lo straniero di ridere su le miserie dei prostrati che gemono: poichè se l'un popolo sale, e l'altro discende, non sappiamo noi se debbasi riputare in tutto opera umana, o legge che si diparte dall'ordine di questo universo, o cieco moto di Fortuna; e, posto ancora che l'uomo sia nato alla guerra e alla morte dell'uomo, cessi l'insulto, e pianga invece questa necessità di guerra fraterna, da che alle immense sciagure non possiamo dare che il pianto; e tremando aspetti lo alternare delle sorti, da che non è stata nazione, per quanto si voglia potente, che nella sua giornata di secoli non abbia segnato l'occaso. E lo straniero peregrinando le belle contrade levi la fronte, e ammiri splendido pur sempre di bellezza immortale questo cielo italiano, dove un giorno nell'infanzia delle moderne società spuntava il Sole della scienza a salutare del suo raggio l'Europa; levi il pensiere, e ammiri come gli abitatori della bella Penisola tra le ruine del tempo e degli uomini si resero degni pur sempre cogli atti dell'aere felice che spirano. – Niuno pronunzia il nome d'Italia, senza che non gli sorga dinnanzi l'immagine d'innumerevoli glorie, e la rimembranza che in lei non è spanna di terra dove non abbia calcato l'orma un eterno: ma noi finora non fummo Italiani che per legge di suolo; in questo suolo molte generazioni sorsero, stettero, e caddero, ma silenziose, perchè nude di liberali istituti non lasciavansi dietro grido di fama, o durata di monumento che le attestasse ai futuri. La terra sola, poichè serba le ossa dei trapassati, potrebbe dirci come qui sieno vissuti degli uomini.

O nostri concittadini, sosterrete voi dunque, che dispersa erri la parola di pochi animosi, senza che neppur le risponda la voce d'un eco? Forse la solitudine dell'anima è muta eternamente, come quella della morte? Imprendete a rigenerarvi; e state forti al sublime proposito, nè vi smuova l'invidia, o l'ambage della falsa ragione: – a voi basta il volere, e il volere è massimo elemento della potenza; – innalzate gli spiriti a più splendidi obbietti; – accogliete e nudrite nell'anima generose illusioni, – nè cercate spregiarle, estimando per questo di tenervi alla parte del vero: – forse tutta la vita non s'intesse che di codarde e di generose illusioni!

CENNO SULLA LETTERATURA — 1829[7]

Dant animum ad loquendum libere ultimæ miseriæ.

Livius.

Quando l'inevitabile avvicendarsi dei casi assegnò nei secoli uno spazio al delirio della potenza abusata, la notte giacque lunghissima sul genere umano, velando il sereno di quanta luce accolse la mente degli anni antichi. E allora la terra non sopportò, che l'insolenza del forte, e la viltà dei caduti; e le turbe abbandonate alla rabbia dei supremi bisogni, al gemito delle arcane paure, altro non seppero, che d'esser venute a soffrire, e morire. E allora, fugate le illusioni, la vita rimase senza perchè, e l'arido pensiere sarebbe corso al suo primo niente, se Dio nol frenava colla pazienza. Le passioni del forte si chiusero nel disprezzo, quelle del fiacco nell'odio; e allora il ministero dei sensi gentili più non fece tremare la povera creta del celeste suo brivido, e l'amore, ultimo, e quasi ombra, intervenne agli affetti, e la pietà, dolcissima tra le corde del cuore, tacque disarmonica. E quei tempi stanno come lacuna dell'intelletto, perchè l'uomo non visse, ma vegetò materia armonizzata nelle forme, e gran mercè se per sempre non ammutì nel silenzio delle fiere. Ma l'anima è così mobile, che i maligni mai non la fermeranno ad un termine, e forza di creatura non potrà sperderne il soffio, se prima a sè nol ritiri chi lo diffuse per l'eterno universo. Combattuta e stanca, un tempo l'anima cade; ma l'ala inquieta del desiderio la rileva, e compensa in velocità di movimento ciò che per lei stette perduto nella inerzia passata. L'anima sortì per essenza la necessità del progresso; e la necessità non ha legge, perchè è la suprema delle leggi; – però quando il suo cenno percosse i prostrati, e disse loro di sorgere, la gioia di un bel giorno vestì la faccia al creato, e la freschezza della vita nuova spirò sul deserto, e ogni atomo della polvere umana si converse in eroe, e dappertutto invase un impeto di gioventù, un'esistenza di spirito, un fremito di pensieri nati nell'Infinito.

Ma per risorgere dagli umili eventi, l'anima usò di un mezzo costante, e fu la sapienza. La mente è molla dell'ordine umano, e dove ella non sia cresce il pianto dei mortali. Ma perchè la sapienza è concento di occulte potenze, a mostrarsi l'è d'uopo una forma, nè altra più le conviene, che la bella Letteratura. I professori di scienze misurate scompagnano dalla sapienza le Lettere, estimandole a guisa di fronda leggiera, o come vaneggiamento d'infermo. Ma finchè saranno il linguaggio della bellezza, gli uomini non potranno averle così di lieve in dispetto. Un altro consiglio, stringendo in alleanza l'utile e il bello, confuse in una, e fece divine le arti della mente e del cuore. Sciogli quel vincolo, nè l'una, nè l'altra domeranno sole l'indole nostra. È verità, che posa in una tradizione coeva alle famiglie primordiali del mondo, poichè narra, che il savio dei tempi lontani, prendendo a condurre i suoi fratelli di carne dalla feroce esistenza animale a vita men disonesta, si accôrse ben tosto non bastargli all'impresa l'unico risguardo dell'utile; quindi meditò più profonda idea, e il savio invocò la Bellezza, e la Dea mite alla preghiera lo sovvenne del suo sorriso, e le razze umane amabilmente lusingate accolsero meno ritrose il dettame della sapienza. L'uomo è composto di poca ragione, e di molte passioni: però, se la visione del senno vuol essere umanamente applicabile, è mestieri che si renda sensibile coll'ardore degli affetti, e coll'evidenza delle immagini. Le passioni hanno ribrezzo dell'ignudo sillogismo; questo non fa buono che alla gente di toga, e forse nè anche a lei, ma non ha coraggio di dirlo. Le passioni, benchè sovente amare di grave sventura, sono il bisogno e il desiderio dell'uomo. L'uomo anela furiosamente alla vita; la vita non si sente, che per passioni, e va calcolata a misura della loro profondità. Lontana, e quasi spenta ti si affaccia l'esistenza in quei giorni, che non ti aggira il vortice degl'interni sentimenti. E allora ti vince lo spregio di te, e de' tuoi simili, e ti coglie il fastidio del bene e del male, e il pianto e il riso ti eccitano ai medesimi sensi, nè il pensiere sapendo dove chiuder l'ale, e posarsi, bestemmiando chiama dai cieli la distruzione. Talchè tu aborri per istinto il vuoto, e la noia della quiete, come pegno di morte anticipata, e ti affanni dietro all'alterno travaglio delle affezioni, e col desio rispondi al cenno di mille fantasmi ridenti, tanto che men tardi si sfiori la giovanezza dell'anima, e il tempo per meno aspra via ti conduca alla giornata dell'ultimo dolore. Ma la plebe mortale ha di per sè stessa perfetto il sentimento della vita descritta? Come murmure d'abisso nelle viscere umane freme rovente la passione, ma indistinta e compressa, perchè i più non hanno modo di svolgerla, e dirizzarla al segno cui tende; e quando prorompe non sa l'uscita, e si consuma nell'ansia, ma non ha subbietto. Stanno le passioni nel cuore, come gli elementi nel caos; aspettano la voce di Dio, che scenda a comporle in armonia d'universo. E scende la voce del Genio, e le interroga, le solleva, e le guida, e il cuore fruisce la pienezza della vita esercitata. E mal si trascurano, e sta all'alimento di che le nutri vederle scintillanti di gloria, o dense d'infamia, far che una gente benedica, o pianga. Se l'uomo abbia, o no, da lodar nessuno per questo dono, ci pensi chi vuol saperlo; intanto sono inevitabili; e tu potresti meglio dividerti da te stesso, che da loro. E quando l'ipocrisia degli Stoici tentò fermare nell'anima umana la foga di tanta corrente, la continua oscillazione della gioia e del dolore, le ricette non valsero, e quella impostura era troppo inumana, perchè trovasse terreno dove allignare. L'anima consiste sol nei suoi moti; la mente li può governare; e la buona Letteratura porge alla mente i mezzi di venire al suo fine.

— O Lettore, perchè io non amo gli scrupoli, odi la mia confessione. Quanto ho già scritto, e quanto sta per venire, se il lavoro non mi si muta fra mano, vorrei, che avesse cera di discorso. Se bianco o nero, tel dirà la coscienza: a me non istà bene dirne cosa nè pro, nè contra. Pur questo mio discorso, o bianco o nero, o un po' bianco e un po' nero, in fondo in fondo potrei giurare, che non sarà mio. – E non è molto, che vennemi voglia di leggere quanti scritti mi capitavano a mano di Niccolò Ugo Foscolo. E lessi attento secondo la mia capacità, e vorrei che il profitto corrispondesse al diletto provato leggendo. E i detti, i pensieri, e le immagini del singolare scrittore, mi fecero nel cervello stampa siffatta, che mi prese l'ispirazione della presente diceria; altrimenti non ci avrei pensato dalle mille miglia. Dunque, se ci trovi un filo di buono, non perder tempo, e dànne merito a quel Grande; ma se la cicalata merita l'anatema, serbalo intero per la mia testa, tanto più che essendo leggiera un peso le farà bene. Vedi, io non voglio ingannarti, e nol potrei volendo, perchè, se la Natura mi fece corto, potrei fare, e fare, e bene anche aiutarmi con quella striscia di volpe onde è listato il cuore dell'uomo, ma in somma rimarrei sempre corto; e gli uomini indipendenti mi scoprirebbero, e allora avrei per giunta l'impostore. Perchè io poi mi sia indotto a presentare così rattrappite le maestose figure del Foscolo, la ragione te la dirò un'altra volta. Anzi, se devo dirla, considerai, che nessuno fra gl'Italiani diffuse come il Foscolo luce e calore di sana filosofia sull'indole e sulle vicende delle Lettere nostre. E stimai, che mal non sarebbe a mettere in vista alla Italia, più che non sono, i dettati di quel valentuomo. Già delle opere sue non ci è corpo; ed è per tutti i conti un peccato; e per averne una strappata è forza fiutare a tutti i quattro venti, e di questo il perchè tel direi daddovero, se sapessi come trovargli un posto in queste carte; ma tali perchè son conformati in maniera, che non sanno tener fermo un momento, e dalle carte spariscono. E credo di più, che, oltre al disagio di procurarsi le mentovate scritture, fin qui la gente italiana non ci abbia badato gran fatto, essendo un bel pezzo che la gente italiana mette ogni suo pensiere nel non pensare a nulla, e questo fa per amore di chi gliel comanda. Platone e Aristotele si fecero largo tra di noi, sebbene fuor di stagione, mediante la coda lunghissima dei commenti. Io commenti non faccio, perchè non ho per anche commesso sì gravi peccati da scontarli con tal penitenza; ma dire un motto o due non mi spiace, se non altro per dimostrare, che sono anch'io fra gli animali parlanti: e che direste, se mediante un mio cenno, o di tal altro povero diavolo, il caso permettesse che le dottrine del Foscolo si facessero più popolari? E non ridete, chè in capo all'anno il caso ha per lo meno sei mesi di governo nella nostra famiglia. Chi pertanto potesse spiccarsi un istante dal suo interesse, e mandare un riflesso d'amore alle cose che gli stanno d'intorno, tenga prediletto il Foscolo. È il primo fra i rarissimi Italiani d'oggi che pensano a modo loro; ed ebbe spirito sottile d'indagine, e fiorente immaginazione, e concetto e stile originale, e gittò in Italia i primi semi della prosa poetica, e fu tanto amico a ciò che aveva sembianza di verità, che per farne professione più aperta abbandonò la terra materna, e lasciò l'ossa nel sepolcro degli stranieri; e se l'atto vaglia, o non vaglia, il dicano coloro, che seppero a prova di quanto affanno sia grave il sospiro lontano dell'esule. E chi vede un barlume del futuro, dica quando potremo riscattare quell'ossa, e far loro le feste funerali. —

La possibile perfezione dell'umano incivilimento, ufficio solenne, ed inerente alla dignità dello spirito, è base in un popolo di verace Letteratura. Di questo incivilimento la opinione arde divisa fra due partiti, e dall'uno sta la speranza, e il moto larghissimo onde son concitate le moderne società; dall'altro gli argomenti del passato. Che ad ogni cimento di generoso disegno abbia a rispondersi colla parola impossibile, non mi riesce a crederlo. Ai fatti pur troppo va dato conto, perchè in essi giace la storia dell'uomo, e vorrei disperare delle sorti future, se ogni fatto fosse un destino; ma i più spettano alla stoltezza, o alla volontà maligna; e queste, se non si possono struggere, almeno si temprano. Nè da ogni fatto del mondo d'oggi parmi conséguiti lo sgomento, se pure è vero, che l'universo non è tutta una somma di mali; e chi si stringe singolarmente a piangere, o a ridere, ha la metà della ragione. I filosofi mal non farebbero a speculare più addentro la questione, – se la serie degli eventi passati possa del tutto dedursi in certezza di teoria, e farne immagine all'avvenire. Affermeremo noi, che quanto sappiamo del passato sarà l'andamento costante del genere umano? La terra ha sostenute molte e gravi rivoluzioni; numerose orme sociali andarono a celarsi per sempre nella mina dei secoli; e chi potrà giurare sulla natura delle cose immemorabili, dacchè nè larghezza di genio, nè infaticato desiderio di scienza, hanno saputo riconquistarle all'oblio? Nello spazio l'umanità certamente ha disegnato un gran quadro, – ma forse la memoria ne serba appena una linea, – e chi dei mortali griderà: – io ho misurato il possibile? – La natura dell'uomo è poi tanto indomita da concederla tutta all'impeto disperato del male? I dottori d'ogni setta consentono a dire, che l'abitudine è principale elemento dell'indole umana: or l'abitudine fece sempre dell'uomo il supremo, o il vilissimo degli animali, secondo il principio da cui si mosse. Cedere d'altronde a troppo larghe speranze non è buono, perchè poi la delusione fa gemere di soverchia amarezza; rigenerare i primitivi destini dell'uomo non è da noi, perchè sono un pensiere della eternità; stringere i mortali in una famiglia di fratelli, forse è un sogno dell'amore, perchè, se non esiste uguaglianza di condizioni, manca la pietra angolare dell'edifizio: e dov'è la mano potente a bilanciare le eminenti differenze, che hanno aspetto e titolo d'ingiustizie, e forse saranno? La Natura vuol reggersi a governo aristocratico, e la Natura vuol ciò che vuole: ond'ella tramò le sue fila in maniera, che a pochi dava la dote invidiata dell'intelletto, a pochi la bellezza, a pochi la fibra dello squisito sentire, e nelle ricchezze concentrate dell'uno segnava la povertà delle migliaia, e la potenza di un popolo espresse il niente d'un altro, nè tu spesso puoi ridere se un tuo fratello non piange. Tutto questo ha nome d'ordine; – una forza è di certo. Se la Natura abbia torto o diritto, altri ne giudichi, – io nol farò davvero; perchè l'hanno predicata gelosa dei suoi segreti, e quando si ostina a celarsi, nè preghi, nè torture, nè impronti, la scuoprono. I più tuttavia la dicono savia, e provvidente; ed io concorro alla fede, nè mi giova penetrare più addentro. È stile antico adorare ciò che non comprende la mente; e il dominio della curiosità affannò più anime immortali, che tu non pensi. Però la sventura non è in tutto decreto del caso; ella in qualche parte è pianta educata dalle mani dell'uomo, e spetta alla Morale distinguere i mali immutabili, e quelli provenienti dalle nostre pervertite potenze. Il desiderio aspira pressochè all'Infinito; pur molti de' suoi voti si possono sciogliere. Le leggi, donde tanta parte dipende del bene comune, sono capaci di generose riforme; molti diritti si possono conciliare col fatto; per altro bisogna farli profondamente sentire; e così sentiti si ottengono.

La virtù del sentire è di Natura; quindi si smarrisce, ma non si perde; e le buone Lettere la desteranno dove fu dalla forza e dall'errore sopita. Quando Dio spirò anima, gl'Italiani ne bevvero il primo fiato; però le buone Lettere faranno in essi mirabil prova, da che la fecero in altre nazioni secondo l'indole, e i casi. Ma perchè la civiltà metta salde radici, e doni alla terra gentile – ardimento, e vigore d'anima nuova, è mestieri che la Letteratura abbia spirito animoso, e pubblico intento, e spregio delle vane apparenze, e amore veemente di gloria. Dopo le spade giovano a maraviglia le generose Lettere esercitate. Il costume corrotto è geloso, e grida offeso di nulla; ma chi sente la virtù del pudore, e dell'ira, tenga lo strepito a vile, e percuota la corruttela di biasimo acerbo. Il biasimo non è una gioia, a meno che tu non sia corredato di quell'aurea imbecillità, onde per molti l'esistenza non ha nè spine, nè fiori; e per amor proprio, e del prossimo, contristati i cortesi discendono al biasimo; ma la lusinga o il silenzio danno baldanza alla colpa, e più largo le schiudono il campo; però chi non teme aprir l'animo suo, usi la dote rarissima, e scuota i pensieri trepidi della vita. La vita è infelicemente breve, e chiusa spesso dal vituperio; la posterità non è cortigiana; nè dalle adulate libidini vien premio, che basti alla infamia; e il suo rimorso è la febbre della vecchiezza. Le Lettere saranno utili e generose, finchè non abbiano barriera, e tengano all'indefinito universo. Però chi professa il pensiere guardi l'universo. Un potente l'ha fasciato di tenebre; ma l'arguta vista del Genio spiando in seno alla oscurità faccia tesoro di quante scintille la solcano, e sprezzi il cerchio misero dei sistemi. L'anima non è anima fuorchè nella libertà dello spazio, e i sistemi hanno l'angustia, e l'errore, perchè ognuno di essi leva stendardo pel sì, e pel no; e il sì, e il no, albergano con tanto equilibrio di forze la testa, che l'uno non vale a cacciar l'altro, e darle riposo. Le arti della mente son creature del cielo, donde scesero vergini consolatrici al mortale; quindi non piegano sdegnose a prepotenza, o a mercede, e quanti si accostavano contaminati a quelle ingenue gemendo si ravvidero di avere invece abbracciata una larva sozzissima. E chiedono sacrificio illibato, e, se a voi non incresce l'inclito esempio, ascoltate con quanta venerazione Niccolò Machiavelli si preparasse a nutrire l'intelligenza. – «Venuta la sera, mi ritorno a casa, ed entro nel mio scrittoio, ed in sull'uscio mi spoglio . . . . . . . . . . . . e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, chè solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, e domandare della ragione delle loro azioni, e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco in loro.» – E Niccolò Machiavelli scrisse argutamente di prudenza civile, e di storia, con dignità pari al subbietto. I suoi pensamenti talvolta sanno d'acre sapore; ma se potè più che altri conoscere da vicino la razza che ha nome d'umana, per compiacerle non dovea travedere; e se scôrse, che l'uomo vuole, o dev'essere eterno giuoco dell'astuto e del forte, la colpa non era sua. Scrisse come vide e sentì, senza badare al grido delle offese passioni, e riuscì modello di virile eloquenza, e di spregiudicata filosofia. Molti l'hanno maledetto senza leggere, molti l'hanno letto senza intendere, e gli uomini di peso l'hanno sentenziato maestro della tirannide. Sì, – ma intanto più volte sostenne i tormenti pel delitto di aver voluto reggere una patria cadente, nè patteggiò colla Fortuna, e il raggio di tanto senno si spense nell'abbandono, e sotto un povero tetto.

La mancanza di una patria Letteratura non è cosa di sì poco momento, come stimano molti. Le Lettere stanno agli eventi, e sono lo specchio delle sorti di un popolo. Nel trecento ebbero in Italia tanta grandezza di origine, e così largo moto, che se gli anni dipoi, corrispondevano a progresso adeguato, oggidì forse avremmo siffatta Letteratura, che le altre d'Europa vergognerebbero tentarne il confronto; e fu veramente secolo d'oro, non pel fracasso che mena il buratto della Crusca, ma perchè le passioni del tempo avevano movimento spontaneo, e lo scrittore, ispirandosi al genio dello stato sociale d'allora, esprimeva riti, costumi, e tendenze, con forme ingenite a quanti avevano anima italiana nel secolo decimoquarto; e riusciva simbolo profondamente morale del popolo, e della età. Le condizioni nel quattrocento duravano con poco divario propizie allo spirito; ma la scoperta dei codici antichi gli diè maschera greca, e latina, e il vivo incivilimento popolare si arrestò, se pur non rifece un passo alla barbarie. Le armi di Carlo V, e un groppo d'altre tirannidi, domavano il cinquecento; – alle menti era nume il terrore. Nel seicento il servaggio ingagliardì per abitudini, e per giunta la follia predò senza interregno quei cent'anni sul cervello dell'uomo. Finalmente l'ultimo settecento sveniva di languore. Certo, il Genio d'Italia ardeva quasi sempre nelle tele, e nei marmi, e nella magica combinazione dei suoni, e così rese care e divine quelle forme della bellezza, che ne sospira in eterno l'invidia degli altri popoli. Certo, nei due secoli a noi più vicini una mano di valorosi si spinse nelle scoperte delle scienze positive; ma pochi hanno modo o volontà di battere il sentiero delle speculative astrattezze, mentre nacquero tutti alla violenza del pianto e del riso, tutti hanno un cuore, che il Grande può commuovere d'immenso moto, perchè la parola del Genio chiude virtù operatrice. I tempi non erano scarsi d'ingegno, anzi da ogni parte sboccava; ma i tempi erano cupi, e sfiduciavano. Mancava il coraggio, e credo fermo, che l'ingegno e il coraggio continuati nel grado supremo della loro potenza formino il Genio, creazione tanto rara e miracolosa, che la Natura par ne rimanga spossata, e cerchi il riposo degli anni lunghissimi. Mancava il coraggio, e i meno corrotti non osando provocare, nè volendo prostrarsi, tacquero nel dispetto, mettendo appena in comune i bisogni, e lo sprezzo; i tristi affatto, ed erano i più, a scuola di Tiberio scambiando in calcolo il sentimento, aiutavano la viltà di un popolo, che ogni dì sempre cadeva in basso.

Quei dottori non seppero esistere per la società dell'epoca loro; quindi pensavano ai morti, quindi allagata l'Italia di erudizione di ogni specie; ma il popolo in mezzo a tanta copia stette digiuno; e quei dottori, spregiando scaldare della vita nuova gl'inanimati fantasmi del tempo antico, mostrarono come la Vanità al pari di ogni altro idolo possa avere sacerdoti, e sacrifizi, e lunghezza di religione. Restano ancora le migliaia dei volumi, e se la farragine fosse misura di scienza potremmo chiamarci contenti; ma una lucerna a mezzogiorno non troverebbe in essi il perchè abbiano veduta la luce, – il nodo che lega l'opera all'uomo. E tu li puoi leggere; – ma è tutt'uno, – non giovano nè ai malati, nè ai sani. I più vennero fino a noi parassiti di fama sotto lo scudo del bel dire, e in ciò sieno a bell'agio maestri; – ma non insegnano il pensiere; – e se il pensiere non raggiasse fra mezzo alla polvere sollevata dell'uomo, chi vorrebbe essere un uomo? – Scrissero oziose rime d'amore non sentito, e prose cortigiane; pugnarono per la barba di Aristotele e di Platone, e le orgie grammaticali assordarono sempre le orecchie; ma il Vero più non ebbe sacra la mente, le opinioni più non ebbero indipendenza, e alla lingua rimasero lascivie, e precetti di vuoto frasario, non eleganza, o vigoria di stile; perchè, se l'anima non dà moto alle parole, stile non viene. La poesia, aura spirata all'anima umana dal cielo più bello, fece dediche; ma non accolse in onore le ultime scintille della virtù cittadina, non santificò il sangue caduto nelle battaglie ultime della patria. Si svolsero poche delle tante pieghe, ond'è gaia la veste della Bellezza, nè fu composto dramma, e romanzo, o dettato di socratica filosofia, a nutrire di cibo soave la ragione, e il sentimento. Quantunque la Bruttezza si ammanti gelosa da capo ai piè, uno spiraglio rimane, e il tardo raggio degli anni vi penetra a illuminare le generazioni. Quei secoli ebbero anticamere di potenti, e letterati di mestiere in ogni via del sapere, e accademici Oziosi, Umidi, Oscuri, Apatisti, Cruscanti[8]; e il collegio degli Arcadi popolò de' suoi pecorili ogni cantone della bella Penisola, ma nè avidità di stipendio, nè romorio di ciancie avvicendate, nè nienti rappresentati in volumi, fecero mai la gloria di una nazione. E se pochi sovrastano immensi nella solitudine di quattro secoli, venerate la fiamma del Genio Italiano, che rompe caldissima traverso le guerre intestine dei mal divisi talenti, e le lunghe vendette della fortuna. Ma rammentate ancora come quei Grandi, perchè non vollero acquietarsi alla inerzia, o sentire tepidamente, assaggiassero la povertà, la calunnia, il pugnale; ed ogni secolo può vantare una vittima illustre data al deserto, o al patibolo.

Forse non è anche suonata l'ora da sollevare il velo, che la paura e l'ignoranza hanno tramato sulle molte cause, onde fu morto lo slancio della Italiana Letteratura; nè io ho spalle da tanta fatica. Pure alla nuova impresa non mancheranno, confido, uomini liberali, che dell'acume si valgano a scernere il bianco dal nero, e le Grazie chiamino a compagne del viaggio, perchè tratto tratto s'infiori l'aridità del cammino. Ma se dei tanti guai dovessi pur uno additarne, ultimo fra questi non conti l'Italia la Critica. È scienza, che ritornata legittima merita lode, e non biasimo; ma, come venne esercitata finora, fece danno più che non credi. E fu manto, che coperse la vanità di mille e mille nati al silenzio, e mai non ebbe consistenza di proprii elementi; stette dietro all'opera, e appartenne alla mente come al fuoco la cenere.

Arroganza ebbe sfrenata; e le sue spine crebbero sotto l'orma del Grande dovunque ei la mosse, senza avvertire, che le arti vanno in progresso, o in decadenza, per gli alterni destini, e per l'atto di chi le esercita, non già per chi ne discorre. Chi è potente sol di discorso sta a vedere, e gran che se gli riesce appieno osservare il moto dall'alto in basso, o viceversa, dello spirito umano; – ma l'atto è creatore di quel moto. Il Grande è sostanza libera, e trasvola per mondi invisibili; – il mortale ordinario legato alla sua poca terra non può gridargli in coscienza: – tieni a manca, o a dritta, – perchè la vista ha così corta, che i tetti le fanno inciampo. E allorchè il Grande evoca dall'anima profonda la maraviglia del suo concetto, e quella sorge immagine dei cieli, se un'ombra leggiera in qualche punto l'offusca, tu, o critico, non gridare malignando allo scandalo. – La malignità è missione disonesta, ed inutile, perchè in essa ognuno può levarsi a maestro; – guardatevi il cuore, e poi dite se non è vero. – Non gridare allo scandalo, e gemi, se hai tanta virtù, sull'indole umana; pensa, che il Genio del male ha posto un tributo su quanti si alzano alla vita; pensa, che il grande è franco in gran parte di quel debito, e tu per pagarlo forse non basti tutto. – I dottori millantano, ma non sanno rivelare il segreto della potenza, perchè l'arcana Natura non decretò positive e comuni le arti sublimi del pensiere, ma le volle a quando a quando rappresentate nell'ente singolare. L'interesse è il primo impulso delle nostre umanità; – se i dottori sapessero il segreto della potenza, mettendosi in petto la lena che lor manca, farebbero forti primamente sè stessi. Per altro non si convinceranno giammai, e va bene, chè se gittassero la presunzione rimarrebbero nudi, e la verecondia per loro è veste così leggiera, che patirebbero freddo. Quindi in ogni via dell'intelletto si è levato un sussurro d'anime sottomesse, giurando avere in mano i materiali da fabbricar l'uomo grande. I materiali son battezzati col nome di regole, e queste desunte da opere pertinenti a società sfumata nel nulla per dar luogo a nuove famiglie, a nuove tendenze di passioni. Una forza consumatrice ha disperso tutto da quel catechismo, tranne i forami del tarlo; ma pei dottori è tal merce, che senz'essa andrebber falliti. Le lanterne spente non fanno lume: – eppure uomini parlanti, cui dicesi fatta la parte della ragione, pretendono all'incontro. Le lanterne spente non fanno lume, e a dirlo oggi fa poco frutto, perchè noi non sappiamo scorgere il vero che nel passato; ma quando nuovi pregiudizi sottentreranno ai presenti, e apparirà snudato l'errore vecchio, Dio ci salvi dalle risa del mondo d'allora. I dottori non hanno avvertito, come la società ad ogni nuovo moto che faccia, trovi provvedimenti contemporanei, nè possa ricorrere ai secoli morti, tanto più che sovente il Diritto d'un tempo fa il Torto d'un altro. La società si muove per Natura, perchè nulla ha effetto contro Natura; e quando questa consente a mutare di aspetto, ministra i mezzi alla esistenza delle nuove forme. I dottori non hanno avvertito, che la mente concepisce in ragione soltanto delle proprie forze; però le regole tolte dall'opera altrui.....[9] è una emanazione purissima dell'anima, e un'anima non ha veramente legame coll'altra, pel magisterio inesplicabile onde ogni mortale è stampato da un'indole separata. Quindi si cercano indarno gli elementi della grandezza al di fuori del Grande; dipendono da lui come il frutto dalla pianta. Il Genio è un pensiere celeste, dotato di quell'immenso vigore, che basta a creare sè stesso. L'imitazione fa degli armenti, e non dei Grandi; la libertà è anima sola ed eterna dell'intelletto. La Ragione ha battuto sovente all'uscio delle officine rettoriche per venire agli accordi, tanto che scemassero le ostilità contro lo spirito umano; ma i retori non apersero mai; quindi in ogni età quel sussurro di anime sottomesse errando d'intorno alle calcagna dell'uomo grande ha gridato: – o uomo, posa le gambe, e va sulle nostre; – e perchè l'uomo per un certo suo natural dispetto, e a motivo delle distanze, non ascoltava il comando, per lui non v'ebbe più sollevazione. I pedanti mormorando il sospetto nelle camere del potente, e scorrendo i trivi e le piazze, bandivano addosso al Grande la croce. Amaro fu il calice, che gli offersero a bere, e la plebe umana, che dipende dalle spinte, persuasa dallo schiamazzo versò la sua parte di fiele in quel calice. Forse la moltitudine, tenendosi al naturale nell'estimare le cose, piegherebbe meno dei critici a sinistra; ma da che i giustizieri delle Lettere si fabbricarono la scanna delle sentenze, le turbe, fatalmente inchine a pigrizia di servitù, rinnegarono l'intelletto in mano ai dottori, e non giudicano mai secondo l'azione delle proprie facoltà, ma non danno parere di sorta, o si governano colla fama. E la fama anch'ella è matta, o savia, secondo da cui prende le mosse, e a prima giunta spesso s'imparenta agli affetti, e vagheggia la Fortuna, nè così per tempo si accorda colla Giustizia, la quale è conseguenza delle misure, od opera tarda degli anni. – La spanna del pedante non comprende che il pedante: – nè aspiri più alto; – il massimo non entra nel minimo. L'Alighieri, Michelangiolo, Galileo, sono espressioni vicine dell'infinito: i pedanti narrino il come, il giorno e l'anno, in che vennero a casa loro questi immensi a prendere in prestito quel non so che d'incomprensibile, onde tanto si fecer divisi da noi, che parsi non sarebbero umani, se la morte non gli avesse ricongiunti alla polvere originale. Il pedante è cocciuto, e non cede; ma chi ha la coscienza di un bel talento, e può di speranze e di fatti consolare una patria, invochi alle imprese una patria, e l'anima sua, nè guardi altro segno; e se la guerra degli uomini gli tira a terra il pensiere, ricordi qual pro facesse a Torquato Tasso la varia servitù. Al servaggio delle poetiche spettano i luoghi meno eletti del suo poema, alla gramatica spetta una parte della pazzia, che, ultima di tante sciagure, afflisse quell'illustre infelice.

Il modo letterario, che in tutto si confaccia agli esposti princìpi di libertà intellettuale, è il Romanticismo. Nol distinguiamo di tal nome per fine di setta, ma per significare una idea. L'arte romantica è il moto espresso dello spirito umano, e simile all'aquila dell'antica onnipotenza romana tiene il sublime dei cieli, e si alimenta dell'Infinito. È l'arte, che ti conduce innamorato del Vero a considerare gli effetti della Natura, e presentarli secondo le impressioni che soffersero le interne potenze, e nella guisa che più ti riesce propizia; è l'arte, che via via scuopre la sembianza più vitale della Bellezza. Eterno è il raggio della Bellezza, ma ogni secolo passando lo veste di un colore novello, e il savio l'adora sotto la forma in che splende. La bella scuola visse agl'Italiani nel sacro poema di Dante, nel canto sentimentale del Petrarca. Come dissi poc'anzi, le Lettere nel settecento erano di tanto sfinite, che pareva inevitabile il niente. Al caso piacque il risorgimento; e il Parini ridonò casta e gentil favella alle Muse, e Vittorio Alfieri ululava nel letargo dei dormienti la parola della vita, e il Foscolo accolse quella parola nel grembo dell'amore, e l'educò a magnanimo intento. E una schiera eletta d'ingegni intemerati tenne dietro alle grandi orme. E si vendicò dall'oltraggio, e dalla trascuranza dei corrotti, il pegno più sublime che abbiamo di patria Letteratura, la Divina Commedia. In essa trovarono consiglio e mezzo a purificare l'idioma, necessità di un popolo, che muova a riprendere fisonomia propria e distinta. Oggi la Divina Commedia è a noi tutti il palladio dei sensi generosi; è un eco al grido profondamente commosso nella impazienza delle nostre passioni. Corre un detto maligno, annunziando, che le cose andranno a finire col precipizio. I buoni attestano di no. Ma sia come vuolsi, da che l'uomo, o quanto viene dall'uomo, si leva per cadere. Aggiungeremo soltanto, che le ruine della grandezza son grandi, e i monumenti di una forza passata parlano eternità.

La mente degl'Italiani dorme un gran sonno, ma, perchè l'hanno mobile e suprema sugli altri, potranno far violenza, e redimere dagli eventi lo spirito. Agl'Italiani però conviene purgarsi di molti peccati, che scontano in avvilimento, fra i quali lieve non è l'avversione veramente fraterna a quanti fra loro sorgono ingegni felici. E sì che le arti del pensiere, modeste come sono, non desiano che lieta accoglienza; – d'altro premio si offendono. A noi par costi troppo cara perfino l'onestà di un plauso. E qualunque volta balenò il Genio su questa terra, non movemmo voci di saluto, o sorriso di gioia, al richiamo di quel raggio soave; ma tentammo velarlo delle tenebre nostre, e gemendo sulla rosa, che spuntava bellissima, l'avremmo dispersa, se non fioriva immortale, anzichè alimentarla nell'alito dell'amore, e pregarlo eterne le rugiade del cielo. E il Genio maledetto da una plebe cui soprastava, – nè il fallo era suo, – si consumò solitario, e non diremo con quanto dolore, perchè ineffabile. Ricorre a tutti mestissimo il pensiere dell'abbandono, e più che mai all'anima grande nata al bisogno d'invadere l'universo, dove abbia sfogo il moto perenne che l'affatica. E il Genio si consumò solitario: – sol quei pochi gentili, che vivono all'armonia riposata del Bello, nell'affanno del segreto desio lo seguivano fuggente per le tenebre umane, come stella caduta dal firmamento; e disperando di ogni altro sollievo invocavano allo stanco la pace della morte. E nella morte il Genio quietò l'ossa, e le mal dome passioni; ma l'odio de' suoi fratelli di carne si giacque con le sue ceneri, a contender loro una preghiera; – e tanto andò premio al cortese, che si curvò per sollevare la polvere! Vennero i posteri, e, ascoltando fremere d'infamia le ingiustizie paterne, per ammenda sacravano altari, e parole di lode alla memoria della offesa grandezza, – ma vanamente: il tempo aveva scritta la sua sentenza; – l'anima eterna aveva finito il suo gemito; – e la terra ritornata alla terra non si consola della lusinga, nè dell'insulto addolorasi. – Gl'Italiani possono essere sventurati, se tanto piace al destino, ma, volendo, non saranno nè vili, nè ciechi. Antica quanto la nostra caduta suona una rampogna allo straniero, che dal mare e dai monti si affaccia alla bella Penisola, perchè lo straniero, visitate le ruine, e riposati gli sguardi nel molle sereno a conforto dell'anima cruda, ritorna alle sue mute contrade narrando la gloria eterna del cielo, e dei sepolcri, – ma dei viventi non fa parola, o parola di scherno. È meritata, o codarda l'ingiuria? Se gli uomini non dovessero perdere in senno quanto guadagnano in prosperità, godrebbero modesti il favore della Fortuna, divinità, che il savio e lo stolto convennero a chiamar pazza. Tuttavia, se ben guardi, l'ingiuria prende eziandio qualità dalla maniera in che i miseri sopportano l'infortunio. Che se lo schiavo non vuol far moto della persona, per paura che il cigolio della catena gli giunga all'orecchio, e giace stupido tanto, che se la vita non fosse un peso avrebbe appena la coscienza di portare una vita, allora l'insulto lo sorprende meritato ed acerbo, perchè il cuore e la mente inviliti non gli danno nè un pensiere, nè una voce alla risposta. Ma se tu palpi le piaghe tue per sanarle, e non per piangere un vano lamento, ma se la giornata del dolore ti passò sul capo senza piegarlo, allora cade ogni protervia della soverchia felicità, e dalla sventura generosa il superbo apprende lezioni dì sapienza, e di tremore, pensando che la vendetta non fu mai spenta, perchè ha per sede l'anima, e, se il tempo sapeva spuntare una spada, da leggi inevitabili è stretto a ritemprarla più acuta. — O Italiani, gran parte del vostro gemito stette, perchè amaste con poca intenzione una terra, che a voi si stringe nel vincolo della patria e delle sciagure. Un momento solenne sorgerà dallo spazio: ma se l'ingegno accorto non veglia ad afferrarlo, trascorre confuso coi giorni dell'umiltà. Italiani, amate attenti, e non millantate una patria. La terra vostra è sempre la terra delle memorie; e il Genio eterno agita sempre sovra essa una fiamma divina. La terra vostra è sempre la terra, che un dì tolse nome dalla stella più lieta del cielo[10], e sempre la sospira l'alito delle Grazie innamorate, e sempre è fresca della prima bellezza, perchè a Dio piacque suscitarla tra le forme create come l'iride del suo pensiere. Ma doni così liberali non fanno argomento di gloria allo spirito inerte; da che nè la fragranza dei fiori, nè l'amabile raggio del Sole, onorarono mai d'un sorriso il cadavere.

LORENZO STERNE — 1829[11]

Natura il fece, e poi ruppe la stampa.

Ariosto.

Dall'amore dell'arti liberali emerge la vaghezza d'intendere i casi dell'ingegno felice, che a noi rese visibili queste figlie di un pensiere divino: ma perchè Lorenzo Sterne stette nel creato più che altro a sembianza di spirito, nè degli eventi suoi tu potresti narrare, che il nascimento, la vita, e la morte, e perchè di questi a qualunque vento ti volga vedi composta la massa degli uomini, nè l'umiltà delle doti comuni vuol diritto di storia, – però noi convertiremo l'animo a più degno subbietto, favellando con breve discorso della Mente di Sterne.

Se la mollezza del cielo italiano, e la melodia dei suoni, e l'esultanza del paese gentile, che in ogni sua forma svela il concetto del sorriso, sono maravigliose e principali espressioni della bellezza; se i figli d'Italia sortivano tempre armonizzate al solenne linguaggio, qual di noi non vorrà di lieve consentire espressione della Bellezza le opere tutte di Sterne? E l'Irlandese le creava così belle alla nostra maniera, che tu immaginando diresti il suo pensiere educato nell'aure dei nostri sereni, e che al sangue gli corresse mista una fiamma dell'italico Sole. E l'anime che vivono all'anelito di quanto è ispirazione d'una idea immortale, fra quelli scritti segnatamente piegano il desio al Viaggio sentimentale, ai Sermoni, e alla Vita ed Opinioni di Tristano Shandy gentiluomo. Ugo Foscolo, indegno singolare dei nostri tempi, e fresca memoria di pianto ai generosi, si piacque vestir di tal veste il Viaggio sentimentale, che rari sapranno arrivare a quel segno: – e perchè i Sermoni mirano a istituti e articoli di fede in parte diversi dai nostri, forse, traducendoli, non avrebbero convenienza universale. Rimane il Tristano Shandy, bellissimo libro, e più che altri a principio non crederebbe, – e fu meditato nella quiete d'un'anima intatta d'ambizione, di raggiro, d'invidia, e degli altri peccati soliti a visitare la gente di Lettere; per lo che riuscì specchio sincero delle nostre umanità, e traverso il riso, e le lacrime, mostra più lume di tanti, che in tutt'altro modo ritraggono la Natura. Gl'Italiani, per quanto io mi sappia, non hanno del libro bellissimo versione nè buona, nè cattiva. L'hanno i Francesi; – ma come? Chi non vuol credere, tocchi; – e lui infelice, se dipoi non si accuora dello strazio impudente. Sgradiranno gl'Italiani un lieve esperimento del libro bellissimo? E noi non vogliamo dar loro questo saggio[12] a guisa di norma, o come pegno che un dì venga compita l'impresa, – ma perchè si levi uno spirito gentile, cui toccò in sorte profonda la sensazione dell'amore, della pietà, e del sorriso, e renda per quanto è dato immagine schietta del libro bellissimo. Nè io so dipartirmi da questo attributo, e le ragioni le ho tanto solcate nell'anima, che malamente tenterei manifestarle per via di favella; se non che l'arte impenetrabile, onde i valorosi d'ingegno sollevano il velo delle passioni agitanti la vita, accoglie vigore siffatto, che, per quanto tu abbia l'animo restio, ti doma alla maraviglia; – e se tu hai viscere d'uomo, e leggi la storia di Le Fever, o di Maria, o la morte di Yorick, senza lasciarti andare al sospiro d'una mestissima voluttà, che giace misteriosa negli umani precordi, – ma a pochi sommi è dato di suscitare, – allora piangi della anima tua. La sacra scintilla aborrì la tua polvere, e si rimase nei cieli; – tu ereditavi più larga parte di affanni. Chi dirà l'angoscia ineffabile del cuore assiderato? L'alito delle belle passioni non vi sovverte, che sterili sabbie, incapaci a nutrire neppure il desio d'un affetto: – a che gli fu data la vita? come un freno da rodere. – Nè lo coglie un istante di sublime, onde spezzi quel freno; – e gli anni a lui numerati passano muti d'ogni vicenda, e solamente per piegarlo alla terra, che lo richiama: – il cuore assiderato è il silenzio di una solitudine, donde grida la verità della sentenza, che sopra tutti decretava infelice chi mai non cesse al pianto, e alla gioia. – Si levi adunque uno spirito gentile, che abbia il sentire a dovizia, e sufficiente ingegno, e sappia bene le lingue ambedue, – ma senza intervento di gramatica, – e tenti l'impresa, sperando, che le venture gli correranno propizie, e tutta Italia, e tutti i cortesi gli daranno plauso, e merito conveniente; ma dove questo effetto non séguiti, perchè sulle prime la malignità e l'ignoranza danno tre quarti dei voti nello squittino, allora tenti l'impresa per obbligo di coscienza, e chiuda l'adito a quei molti, i quali, sforniti di verecondia e di mente, ci fanno tal dono di traduzioni, che geme di grave offesa il sacro ufficio delle Lettere, e l'onor nostro, e quello dei forestieri. Sono le traduzioni, o per me credo che sieno, al corpo delle Lettere umori maligni; ma sia necessità naturale, o legge di costume, oggimai ne fanno elemento; e però sarà buon consiglio provvedere, che il male inevitabile ci venga da mani generose. Chiunque finora ha tradotto, e in qual modo tu voglia, ha presentato sempre un'immagine più o meno velata. I pensieri d'uno scrittore trapassando nell'anima nostra tengono assai del moto, e dei colori di quella, e diventano in certa maniera nostra essenza, perchè non si possono ritrarre se non come si concepiscono: – ora una legge arcana ha disposto, che ogni vivente concepisca in un modo, e per la forma, e per la idea, in varie parti diverso dagli altri. Ma gli scrittori originali in tutto il significato non si lasciano svolgere nè per forza, nè per amore. Quei concetti profondamente segnati dell'interna stampa dipendono troppo da chi li creava, e tolti da quella maniera d'esistenza, in che appena usciti della mente si giacquero eterni, non serbano più sembianza della prima natura. Voi tradurrete con qualche grado di agevolezza uno scrittore mediocre, perchè il mediocre è conseguenza piuttosto delle forme, che dello spirito, e le forme essendo una convenzione hanno moltissimi punti di contatto comune. Ma dov'è il magisterio, che vi presti il vigore da muover l'ala dell'anima immensa? – Quel vigore era la stessa anima immensa. – Dov'è il magisterio, che vi insegni a tradurre la soavità del fiore, il raggio del sole, l'afflato divino che distingue dalla morte la vita? Quella potenza d'intelletto indefinita, solitaria, indipendente, che si nomina Genio, è parte immobile del suo cielo natio, e a pochissimi prediletti è concesso fare a quel santuario pellegrinaggio di spirito. Dovranno i più rimanersi nel desiderio di tanta bellezza? Eterno dolore è il desiderio, – e se la sventura chiede la lacrima del mortale, siatene liberali a quei miseri su cui la sventura di soverchio si aggrava; – e pur troppo son tali gl'innumerevoli cui fu negata la facoltà di sentire, e cogliere un'aura di quanto spira di bello e di sublime nelle cose universe. Tuttavia la compassione non muterà d'un capello la legge onnipotente, che nel creato frammischiava la fiacchezza alla forza, la luce alle tenebre, il disordine all'armonia; – e se a te mancano i mezzi da conseguire la vista della Grandezza, non è mestieri che io ceda alla viltà del dispregio; – adora la memoria del Grande, e per sicurezza di giudizio affidati al testimonio dei secoli. Austero è il testimonio dei secoli, ma incorruttibile, nè giura sul nome d'altro Dio, che del Vero. Ma perchè, se tu sai, ne devi il merito alla tua buona o cattiva Fortuna, e, se non sai, non puoi sapere, così meglio di qualunque avvertimento conferisce al bene della traduzione la consonanza dell'indole, prima causa onde il Foscolo ebbe tanta felicità d'impresa; – e ci giovi convalidare lo asserto coll'esempio d'un altro illustre. Vittorio Alfieri dava all'idioma d'Italia, spontanea, e calda di vita, la storia severa di Sallustio romano, e al tempo stesso incrudiva la mollezza della poesia virgiliana, e oscurava que' suoi vaghi colori, che forse non sono il minimo pregio del poeta latino. E il fatto avveniva, perchè l'Alfieri dappertutto spirava dall'anima quel suo fare da Michelangiolo, – e i casi, che posero vicino al suo niente la romana grandezza, e lo stile onde i casi vennero espressi, sono veracemente grandi, e terribili: ma Virgilio fu cortigiano, e l'indole avea temperata a subbietti, dirò quasi innocenti; – e la gente di Lettere ha giurato, che fu nelle Georgiche dove si mostrò potentissimo dell'ingegno.

Gli umani interessi ebbero sempre a lodarsi poco dell'esame troppo minuto; – ed hanno osservato, che grande elemento dell'obbietto, o buono, o bello, o felice, o di quanti altri mai ne somministri il creato a conforto dell'anima, sia la lontananza donde scorgi l'obbietto; – e più ti avvicini, e più si dirada il vapore, finchè in ultimo ti apparisce quell'aspetto aridissimo che per solito chiamano Verità, nudezza inamabile della cosa tanto, che il mortale di rado non ebbe ragione da maledire allo scambio. Altrimenti è di Sterne; – e più che a sviscerarlo ogni vigore dell'interno pensiere si adoperi, e più sempre ti balzano innanzi forme vive di novella leggiadria; – nè persona di cuor gentile vien mai che lasci di leggerlo, senza che nel profondo non le rimanga un desiderio come d'amore. Lorenzo Sterne scrisse singolarmente, e non a guisa di professione; e sebbene avesse consumato anch'egli la giovanezza alle scuole, e sapesse quant'altri mai delle opinioni stampate, perchè era sapiente non millantava dottrina, nè si faceva largo nel mondo, nè pretendeva titolo e riverenza di maestro, dando in cambio citazioni greche, e latine; – nè volle mai brighe di vanità, nè sappiamo, che venisse aggregato mai a nessun Convento della gente di Lettere. Ma perchè non temeva, nè sperava degli uomini, amò d'intemerata passione la Gloria, e la Verità; – e queste gli arrisero, – e, benchè persuaso di spender male la sua moneta, amò ben anche la specie cui la ventura lo volle annodato. E perchè il suo Genio lo piegava all'arti ingenue del pensiere, offerse loro culto di religione inviolata, nè mai le profanava, vestendosi il manto di tanta bellezza per onestare le varie viltà, che invadono largo numero dei dottori di ogni popolo. Non fu mercatante della volontà, e dell'ingegno; ma spirito assoluto esplorava acremente le cose, nè sulla carta segnava altro moto, che quello dell'anima; e stimò meno di cosa che non sia il patrocinio, e le libidini del potente; – quindi nell'inviare che fece al Ministro Pitt il Tristano Shandy non gli chiedea nè favore, nè protezione, nè niente. — Il libro deve proteggersi da sè, – gli dice in mezzo alla lettera, — e ve lo mando come sollievo d'un momento agli affanni, e perchè vi faccia ridere, stimando che il sorriso aggiunga un filo alla trama brevissima della vita. – Ora se tu ami sapere qual grado ti assegnavano i fati sulla lunga scala degli animali, leggi Lorenzo Sterne, candido scrittore, e d'indole aperta, nè forse altrove esiste così verace storia dell'uomo come nell'opere sue. E se ti venisse fatto, o speri di temperar le tue grosse passioni, leggi quelle pagine di frequente. La morale di quei libri è drammatica, e sgorga diretta dalle situazioni dell'anima umana, immaginate con mirabile accordo dell'ingegno, e del vero: – è la morale del fatto, e d'ogni specie; e se gli atti di gloria, o d'altra bellezza, furono mai frutto d'insegnamento, certo fu sempre maestro l'esempio. Leggi Lorenzo Sterne, perchè con vario governo esercitando le leggi eterne del cuore non consente all'umano le superbie del sistema, ma sì lo stringe a piangere, e a ridere, destino solenne cui lo chiamò la Natura; e col motteggio, che sa molto d'amaro, ma d'amaro che medica, lo contiene nel cerchio delle sue umanità, perchè non cresca una ragione al severo, che veglia allo sprezzo della schiatta di Adamo. Ma la bellezza di Sterne sarà baleno agli occhi di tutti? Dio faccia di sì, – da che la metà degli uomini nasceva per non vedere; – molta parte dei rimanenti non vuole. Simbolo di profondo consiglio era la nudità delle Grazie, e per me credo a quella immaginazione; – ma benchè nude, nè sdegnose dell'umano consorzio, rari è fama che le vedessero. E se nelle menti mortali da poco tempo il caso non operava qualche rivoluzione, di che non ci sia giunta novella, io vado convinto, che al grosso numero Lorenzo Sterne non piacerà; – e buon per lui, che le venture non lo portassero a scriver drammi, – così almeno andrà salvo dai fischi. E qui prego coloro che fanno professione di filantropia a non volersi attristare di troppo, se la nostra Natura pecchi di sconvenienza adoperando a manifestare un affetto la maniera testè mentovata: – io torrei pure a buon patto, per onor mio, e del prossimo, che quando l'uomo è commosso da una passione più turpe del solito si ristringesse a gittar via la parola, che lo distingue dai bruti, e fischiasse a sua possa, ma non andasse più oltre nell'usurpare le bestiali proprietà. Se adunque Sterne camperà dalla prefata disgrazia, a ogni modo verrà taglieggiato nei crocchi; – e perchè ci hanno detto, che l'umor della bestia si può bensì torcere più che mai, ma non dirizzare, per cortesia daremo luogo onde chi vuol correre abbia sgombro l'arringo, e tocchi la meta. Ma più che il grosso della plebe, la quale ha finalmente pro domo sua l'Ignoranza, che se monta in bigoncia sa recitare una lunga intemerata al pari di tutt'altro professore, diranno male di Sterne le loro Gravità Letterarie, quei sacerdoti d'idoli smessi, che si fanno ragione colla parrucca, e col fascio degli anni sul dosso, e colla tradizione delle opinioni passate. Io di buon grado lor farei riverenza, se la parrucca facesse parte della testa, e se non mi fossi accorto, che gli anni spossavano l'ingegno, dove era ingegno, e intristivano le belle passioni fremevano, nè altro effetto costante producevano sulla testa tranne i capelli bianchi. E quanto alle passate opinioni? Oh! se la faccia del Vero degnasse mostrarsi alla terra, la sua forma sarebbe unica, universale, perenne; – ma perchè inesorabile una sentenza lo vieta, ne tengono le opinioni la vece, le opinioni, che sono la sembianza scolpita d'un'epoca sociale. Spezzata l'arpa, cessano i suoni; – caduto il complesso delle razze destinate a significare un'epoca distinta di società, ogni efficacia delle sue opinioni si sperde; – quindi immediata necessità che la mente prediletta concordi le opere e gl'istituti al secolo, e alla razza che le fa corona. Quando cesserà il malignar dei pedanti, e l'insanire della plebe? quando la parola del Genio sarà scorta a chi peregrina la vita? quando spegneremo del tutto quell'avanzo della primitiva indole di fiera, che stette indomito contro la forza del tempo, e l'influsso delle più sante istituzioni? quando scioglieremo il voto eterno dell'anima di stringersi tutti in una famiglia di fratelli?

Fra coloro che si aggiudicavano esclusivamente la proprietà di filosofi e le chiavi del cuore, pende tuttavia la contesa se la razza meriti più il riso, o il compianto. Io, guardando al passato, le concedo la compassione, e gemo su quante generazioni disparvero, e sulle presenti; nè dissuado l'amore, supremo degli affetti, e bisogno dell'anime singolari, ma gemo, perchè l'amore fu sempre argomento gravissimo di cordoglio agli amanti. Qual saranno le future condizioni dell'uomo? Soffochiamo il presagio, e riposiamoci sulle lusinghe del tempo. Il tempo genera la vita e la morte, l'oltraggio e la vendetta, la schiavitù e l'ora solenne del riscatto..... Possa generare il vincolo dell'eterna concordia, possano le nostre ceneri risponder commosse al gioir dei nipoti lontani! Ma come adempievano i destini dell'esistenza le schiatte defunte? Tanto fervore di migliorarci di per sè stesso lo dice. Interroga i secoli e quell'antica sapienza di dolore risponderà. Noi mutammo da quando a quando l'impronta, ma la materia durò sempre la stessa. Tratto tratto un magnanimo imprendeva a tramutare in buona la nostra natura, e santificava l'impresa coll'amore colla sapienza, e col sangue; ma se l'ira, o lo sconforto, non mi traviano, mi è sembrato vedere gli sforzi generosi fin qui miseramente perdersi tutti nel vano; solo di tanta ruina avanzava l'ardore del desiderio, ma il desiderio non è che la profonda espressione della mancanza assoluta. Il magnanimo inquietato da uno spirito creatore gridava un grido di risorgimento ai giacenti; – spirava il vento, – non si moveva una fronda; – ineccitabile è il silenzio dell'anime create a tacere; e, per quanto lo scorra poderosa una voce, non odi ripetere un eco. E allora per lo spirito atterrito si commosse un sentimento, e parlava. – Forse l'onnipotenza dei fati segnò la razza d'un segno indelebile per la mano dell'uomo. Chi la curvò sulla polvere, quando gli piaccia, potrà sollevarla. – Cedeva il magnanimo uno spazio degli anni alla speranza, – chè la speranza è pure un affetto, – è il più gaio colore onde va lieto il fior della giovanezza, – ma il suo verde non è perenne, e il tempo vi soffia di un alito, che in fine gli è forza appassire. Chi è che giunto in fondo alla vita si levasse a dire: – io non piegai sotto il dolore del disinganno? – E però per le allegate ragioni, e per altre infinite, roderanno sempre i pedanti, perchè non sanno che rodere, e sempre spacceranno ricette le quali t'insegnano a fare, se tu sai fare da te, e ti profferiranno la misura di ciò che non ha misura, o almeno determinata, come sarebbe la potenza volubilissima della mente; e con mal piglio daranno lo sfratto ai concetti di Sterne, perchè non trovano posto tra i numeri delle aritmetiche loro. E però per le allegate ragioni, e per altre infinite, la plebe sempre maledirà: – e qui, dicendo plebe, io non intendo un insulto a quei miseri, cui le colpe degli avi non acquistavano censo, e fasto di nome, e che il senno della Fortuna costringe tutto giorno a sudarsi un alimento al dolore; – ma sì quel gregge immenso dell'anime, che non hanno in proprio fiato di volontà, e di potenza, – e giacerebbero inerti come la terra donde sporsero in fuori, se un impulso esterno non le movesse; – e, o così voglia l'affinità delle tempre, o altra cagione più ascosa, di rado avviene, che non accolgano unicamente il moto dei tristi; – quindi troverai plebe sotto qualunque panno, e in qualunque scompartimento si divida la radunanza sociale; – quindi le belle memorie, benchè liete d'un raggio del cielo, a quelle masse splendono tacite, e meste di luce funerea. Ma la Natura pensava un'ammenda agli oltraggi dell'ingegno felice, suscitando nel cuore dei generosi altri palpiti oltre quello della vita. E i generosi animati al piacere, e al dolore spirituale, nell'esultanza d'ogni bel sentimento salutano il Genio di Sterne, e desiano alla terra, che sovente si rallegri d'un'orma simiglievole alla sua, e serbano in petto la sua dolce memoria come segno di riposo allo spirito affannato dal viaggio mortale; perchè mente ebbe così benigna, che in essa non si levò pensiere che non fosse gentile, – e tanto ardore d'immaginazione, che nel deserto creò la fragranza della rosa, e durerà cara passione dell'anime elette finchè rimanga alla gioia un sorriso, un gemito alla pietà, un sospiro all'amore.

LORD BYRON — 1830[13]

.... Quel Signor dell'altissimo canto

Che sovra gli altri, com'aquila, vola.

Dante, Inferno.

Se il Byron, come tanti fecero, e faranno, avesse scritto soltanto nienti vestiti di metro e di rime, io mai non avrei posto mente a volgerlo nella lingua nostra, lasciando volentieri ai maestri miei l'impresa di stringere un'ombra, e di tradurre il sussurro del vento; perchè reputo ufficio del cittadino non offerir nulla alla sua nazione, piuttosto che assuefarla ad oziose fatiche, per le quali mai non fa passo nella via del sapere, nè altro consegue fuorchè una millanteria strepitosa della sua nudità. Ma tolgano i cieli, che si abbia così a favellare del Byron; e per altrettante ragioni affatto contrarie a quelle già esposte ci piacque mostrarne tradotto un poema agl'Italiani nostri. E gli Italiani nostri non facciano conto di ravvisare sincere le sembianze del Byron nella mia traduzione; mainò davvero, e io non torrei a farlo credere coll'aiuto di tutti i giuramenti antichi e moderni. Il Genio è più fiero, che il cavallo del Magno Alessandro, e a trattarlo stimo non bastare un eroe. Io vi presento le figure di un quadro maraviglioso; e se non vi ho reso la magia del colorito, date parte del difetto al mio poco valore, e parte alla natura delle cose impossibili all'uomo. Nondimeno agli spiriti gentili amabile è sempre la creazione del fiore, benchè andasse dispersa metà della sua fragranza. Ad ogni modo il poeta, che visse nella sapienza della sventura, che sentì, e fece sentire le universe passioni, che nell'umana materia risvegliano un'anima; il pensiere, che tutti trascorse gli eventi mortali, e poi si affisse nel profondo dei cieli, tentando rapire il velame alla notte del mistero, è troppo grande, perchè non abbia da compensare largamente anche chi lo legga tradotto. La fiamma nodrita di eterni alimenti eterno manda e lontano il calore.

Della molta bellezza, ond'è lieto il presente Poema[14], io non mi farò notomista: primamente, perchè l'alta poesia sfugge l'esame, e va del tutto soggetta al sentimento; poi perchè parmi ben fatto lasciare a ciascuno l'indipendenza delle opinioni. Finora le stelle non mi hanno impresso nel sangue bastante influsso di critico, nè il mondo mi dà per anche del chiarissimo, perchè io mi creda di avere in appalto il giudizio, e gridi ai miei fratelli di umanità: — non guardate, ho veduto io. — E questo è generalmente il raziocinio di quanti scrissero, e scriveranno riviste di lettere; e dietro a siffatta norma potrei scomporre ad una ad una le parti di un bel corpo, che io non ebbi il magisterio di creare, e così potrei regalarvi l'estratto o il parere; ma il frutto? Chi ha vivo il cuore e l'ingegno, sa fare a meno di certi soccorsi, perchè si aiuta più acconciamente da sè; e chi venne diseredato di quelle due facoltà, sa farne a meno più che mai, per la cagione solenne dell'impotenza. Cento matematici potrebbero dimostrare ben anche le frazioni impercettibili del Bello; ma i calcoli tornerebbero a zero; e però, benchè la pazzia faccia elemento di equilibrio nella fabbrica dell'uomo, chi sarà mai tanto pazzo, che doni gli occhiali al cieco, perchè veda una maraviglia? E se chi professa filantropia sclamasse all'ingiustizia, perchè gran parte del genere umano sia venuta, più che al fatto, alle pretensioni del sentimento e della ragione, io non saprei dargli torto; ma non vedo altro rimedio, che la pazienza; o altrimenti come potrò io debole, io servo di mille ignoranze, di mille bisogni, e della morte, sommettere la forza, che abita le tenebre, che mai non si mosse dai suoi decreti pei nostri schiamazzi, e che nell'ordine degli enti medesimi volle, o dovè, porre il savio e lo stolto, l'animoso e il codardo, il giusto e l'iniquo? Dunque pazienza; e coloro, che hanno anima fresca di gioventù, e agilità di spirito, leggano nel Byron, e vado sicuro, che proveranno un moto onnipotente alla vita; e se talvolta vien meno l'effetto della consueta sua prepotenza, non mormorate un'accento di biasimo a quell'immenso; – il peccato è della mia traduzione; io son l'ombra, che mi attraverso alla luce.

Nella prefazione alle Novelle del Cesari, stampate in Genova anno Domini 1829, sta scritto, che il Byron, Gualtieri Scott, e somiglianti ingegni così gagliardi a mo' di palloni, si levano sulle nubi, sino a che ad un soffio di aura nemica vuoti e vizzi ricaggiano al suolo. E, seguitando di questa maniera, vien confortata l'Italia a spregiare i più rei d'oltramare, e d'oltramonte, accettando invece un pugno di baie a guidare la gioventù per quella via, fuor della quale non sono, che greppi e balzi romantici. Dio perdoni l'impudente che scrisse siffatte miserie, perchè io non posso. Nè già questo dico a difesa del Grande, perchè più non abbisogna d'insulto o di lode. Il grido consentito d'Europa oggimai l'ha salutato potentissimo fra gli intelletti del secolo; e badate, che il Sole si spense a mezzogiorno, perocchè Giorgio Byron sfortunatamente morisse sugli anni 36. Ma ciò che mi muove è l'oltraggio gittato sopra un'intera nazione; e la ragione è sul vivo oltraggiata, allorchè un falso profeta con sue parabole la persuade a maledire il Genio, e a rinnegare il Pensiere, offerendole, in cambio dei sublimi dettati, Novelle povere tanto d'invenzione, e di subbietto, da farne torto a un cervello di donna. – Evvi sfoggiato lo bello stile, – dirà taluno, se pure è merito quello di assalire Messer Giovanni Boccaccio, e svaligiarlo in modo da non lasciargli neppure il farsetto. Così va da gran tempo la bisogna in questa mal capitata Italia, nè il fabbro della citata prefazione ha operato secondo nuovo costume. La forza si è divisa dai nostri destini, – il pensiere si è diviso dalla parola, e questa è diventata cimento degl'ingegni. E quando un libro apparisce, gl'inquisitori di Lettere non giudicano della sua bontà al concetto magnanimo, alla larghezza delle opinioni, alle utilità dello scopo; anzi, se per avventura sia corredato di queste doti, il libro sarà manomesso, perchè i giustizieri delle Lettere portano per impresa: — Parlate senza pensare; — ed hanno il cuore malato di soverchia strettezza, e li contrista la luce, e il moto gli affanna. Basta che il libro sia disteso in aurea favella, vale a dire limosinata a frusto a frusto dalle buone anime morte cinque secoli addietro, e avrà tutti i suffragi; non avvertendo, che l'aurea favella mal soddisfa ai nostri bisogni, quando vien trasferita dal passato al presente senza accorgimento d'arte, senza richiamo di vita, senza piegarsi in fine alle tante modificazioni che l'onnipotenza del tempo imprime sulle cose universe. Basta l'aurea favella, – e se il libro è vuoto non importa; i pedanti respirano meglio. E guai, se ti vien fatto di significare liberamente gl'impulsi della tua fantasia; guai, se ti diparti un passo dalle opinioni di patto comune! ti chiamano tosto tartaro, ottentotto, luterano, e peggio. E fanno di notte una guerra sorda di tradimenti, e nelle reti del sospetto avviluppano il potente, cosicchè egli si muova, ed aggiunga un peso alle oppressioni delle avverse fortune. Quindi nelle nostre provincie la fama crescente del giovane vilipesa, e intercetta; quindi molti nobili ingegni sprofondano nella energia e muoiono senza balenare scintilla; i pochi nati alla forza dell'animo resistono, è vero, ma dietro si traggono sconfortata tanto la vita, che io non so se di loro più si abbia ad ammirare la costanza, o a compiangere la durissima sorte. O maestri miei! veniamo agli accordi, e vi daremo pace con tutti gli onori militari, purchè non vogliate più abbarbicarvi al Genio; – voi potete starne lontani, perchè non avete con lui nessun grado di parentela, se non fosse quello che hanno le spine colla rosa. O maestri miei! perchè mai foste aggregati alla gran famiglia degli animali parlanti? O maestri miei! sgombrate il sentiero della scienza: parvi onesto di fare in questo mondo la parte dell'inciampo? Ma la Provvidenza aveva predestinato, che in hac lacrymarum valle non vi fosse strada, dove la polvere non salisse sulle vesti, e non facesse la guerra agli occhi. Dunque pazienza, e adoriamo. Forse taluno mi darà nota di vana acrimonia, dicendo; – le tue son ciance, perchè il pedante è pedante per obbligo della propria costituzione: e' son leggi di natura, nè vuolsi sperare che muteranno, finchè ella non ristampi il suo codice; – ma di questo dubito forte, chè troppo parmi si mostri contenta di ciò che opera, in bene, e in male. È ella questa la stagione in che i detti dell'Italiano debbono suonare lusinghe? E se io parlo agramente, nol faccio per gare parziali, almeno ch'io mi sappia; e se un galantuomo mi convincesse, che i miei sensi hanno aspetto d'invidia, o d'intrigo, o d'altre bassezze di umanità letteraria, io non porrei tempo in mezzo a tacermi. Ma se parlo agramente, è pel desiderio che le arti liberali abbiano sotto questo cielo felice una patria, e riti intemerati; è pel desiderio che la nazione si rivendichi in libertà d'intelletto, e si faccia viva, e forte, nè più giuri sul nome de' suoi maestri, che sempre la tratteranno a novelle.

La nuda parola, come io dissi, è dunque misura di giudizio ai dottori, cagione onde va così piena di fronde la nostra Letteratura; e chi non crede, veda le Raccolte dei Classici. Usare la purezza del linguaggio è savio consiglio, e nessuno lo nega: anzi chi ben guarda addentro le cose, conosce come la proprietà dell'idioma sia elemento nazionale; perchè in un popolo quando manca la proprietà dell'idioma, quel popolo non ha più la passione della patria, e si avvicina alla sua caduta. Ma la Lingua non è tutto: il massimo studio va convertito a pensare. Solo il Pensiere è padre delle maraviglie, che di quando in quando fecero immaginare nell'uomo un alito di natura divina: non è data all'uomo altra tavola per sorreggersi nelle burrasche della vita: – l'uomo non ha trovata altra ragione per sollevarsi sull'altre bestie. I maestri levano rumore, perchè logorando una dovizia di anni fecero grave il sopracciglio, e magra l'anima, sullo studio delle parole. Che la terra presto vi sia lieve sull'ossa! qual bene mai venne alle Lettere, e alla Italia, delle vostre discordie di tre secoli? Voi avete aggiunto un anello alla catena delle nostre vergogne. Senza di voi forse non era la Lingua? Prima che Lionardo Salviati, e compagni, angustiassero uno spirito immortale, e lasciassero un legato di lacci a chi veniva dopo di loro, – prima che la Crusca stampasse il vocabolario, – Dante, il Petrarca, il Boccaccio, il Machiavelli, l'Ariosto, e il Tasso, davano consistenza e splendore all'idioma nostro. Da questi Grandi soltanto, che ebbero arguta la mente, e caldo il cuore di generose passioni, potrà il popolo apprendere la favella, e il pensiere. L'anima loro vive sempre nei monumenti di grandezza che ci hanno lasciati, monumenti, che ci serviranno di conforto e di lume, finchè offriamo loro un culto di amore perenne, come il culto che gli antichi offersero al fuoco di Vesta. Ma i pedanti non sanno che ringhiare: e che giova se un popolo impari a ringhiare? Abbastanza l'indole nostra è rissosa; e i fatti passati, e i fatti anche del momento che passa ora, lo affermano. Dunque ogni studio va convertito a pensare, ed è massima, che mai non sarà predicata a sufficienza in Italia. Troppo evidente è il divario, che corse fra la nuda parola e l'utilità immediata del pensiere, anche quand'è scompagnato dalle forme eleganti. Il Filangieri, e il Beccaria, scrittori di profonda ragione, non distesero per avventura i loro trattati con quella convenienza di favella, che si vorrebbe, e in questo non meritano lode; ma chi sarà tanto ingiusto, e di senno così poco Italiano, che ponga nella medesima lance quei due divini, e la bisbetica razza dei professori de' vocaboli? Il nome di quei due è di fasto alla patria, perchè furono amici degli uomini, e illuminarono di luce immortale la nazione, e nessuno di quanti dottori fabbricano gabbie all'intelletto meritò mai d'esser nominato — Benemerito della Umanità, — come avvenne al celebrato scrittore dei Delitti e delle Pene.

Ma il desio di finire un più lieto argomento mi chiama. Venerata è nel mondo la memoria di Byron, perchè la riverenza del Genio è la più santa delle umane religioni: ma gl'Italiani presenti e futuri hanno un debito d'amore a quel Grande, che non vorranno negare, finchè duri in essi fiato di magnanimi sensi. Ei non discendeva sulla terra gentile a spendere il suo diritto di superbia e d'insulto; diritto, che la sapienza delle vicende a mano a mano toglie e concede alle diverse nazioni del globo. L'anima sua era troppo piena di Grandezza, nè vi trovò luogo l'ingiuria. Ei vagheggiò sempre l'Italia, come l'immagine più cara del suo desiderio, e cercò il nostro Sole per averne incremento allo spirito, e confuse il suo genio severo nei riposi del nostro cielo; quindi i suoi canti si fecero più divini, perchè il cielo d'Italia è sublime poesia; quindi l'amò come la patria del suo ingegno, e vestì del suo pensiero le gesta dei padri nostri, le sorti e le speranze di noi, e pianse sulle nostre sciagure la più bella lagrima, che ad occhio mortale fosse dato versare.

OSSERVAZIONI SOPRA UNO SCRITTO
DI MELCHIOR MISSIRINI INSERITO NEL N.º 37 DELL'INDICATORE LIVORNESE
— 1829[15]

Nè in tante lodi chieggo altro che modo.

Quando la Natura formò la bizzarra famiglia del genere umano, decise che la più parte di noi saremmo maligni, e in questo ci saranno le sue profonde ragioni, perchè ella è savia, e si muove ad operare pensatamente, non come facciamo noi, che il più delle volte ci moviamo, perchè il muoversi è oramai destino delle gambe. E l'uomo usa della sua natural dote di malignanza, come di vela buona per ogni vento, perchè maledisce a torto, e a diritto; però quantunque volte in questo mondo sotto la luna si produce opera, sia pur bella e innocente, non mancano mai le migliaia a morderla da tutti i lati, nè alla giustizia è dato il passo, finchè la provvidenza della noia o della morte alle migliaia non imponga silenzio. Ora, essendo così ordinato dalla sacra Necessità, non resta che darsi pace; e quando un amico gentile piega spontaneo, e senza mire d'interesse, a favorire onoratamente le cose tue, conviene ringraziare la Fortuna del miracolo, e l'animo gentile rimunerare con quella liberalità maggiore, che il cuore ti detta. Già a chi pretende il nome di galantuomo è necessario pagare i suoi debiti; a un debito poi di cortesia vuolsi nel modo più acconcio soddisfare, poichè l'è merce carissima, e mala pena trovi chi sappia fidartene dramma. Quindi intendiamo noi, nè più nè meno, mostrarci riconoscenti a Melchior Missirini, perocchè gli piacesse dare alla città nostra un pensiere e una parola di lode. Non mica, che noi crediamo di essere in cima o in fondo, perchè questi o quegli venga a recarcerne la novella; – no davvero: – il parere dell'individuo non tramuta l'indole delle cose; i fatti danno sentenza, nè a questi puoi contradire, per quanto tu meni in giro la lingua. Noi attestiamo gratitudine soltanto all'espressione della benevolenza, perchè un intimo sentimento ti sforza ad amare chi ti ama, e ci rallegra assai a veder l'uomo rompere per un momento il patto di guerra che ha coll'altr'uomo, e drizzargli voci di conforto, e di amore.

Ma noi sopra ogni altra cosa amiamo la Verità; però al Missirini non giunga discaro, che gli si notino alcuni punti del suo discorso; dove egli trasmodò per soverchio di spirito ben disposto, o perchè agio non ebbe a sapere precisamente le cose come stanno. I professori di prudenza ci hanno sovente dissuasi da questo studio del vero, sforzandosi a dimostrarci come di rado o mai ci si trovi guadagno, e ci hanno per lungo e per largo chiosata la scienza del vivere in pace con tutti. Ognuno fa i conti secondo i suoi numeri; e costoro, come prudenti, forse dicono bene; ma io per ora voglio starmi alla mia fede, e dire il vero, o quanto mi parrà che sia vero, finchè i Casuisti mi concederanno libero arbitrio; se in séguito alcuna delle tante cause dominatrici della mente avverrà che mi travolga, peggio per me; ed io allora andrò in punta di piedi a pesare le opinioni sulla bilancia della paura!

Alla legge solenne, che i popoli spinge ora in alto, ora in basso, potenza mortale non può resistere; e il Genio stesso, suprema delle forze create, può modificare, ma non impedire, o volgere altrove quel moto. Oggimai un progresso d'incivilimento è manifesto nelle nazioni d'Europa; quindi la città nostra anch'essa ai tempi consente, perchè alle spinte in qualche modo bisogna rispondere. Gli uomini vecchi, sospirando i giorni del buon tempo antico, dicono invece che la città sia declinata di male in peggio; ma i ricordi del passato, confrontati coll'evidenza del presente, senza rispetto danno la mentita agli uomini vecchi. Non v'è che dire: le condizioni hanno cominciato a migliorare, specialmente perchè adesso è la volta di salire; nondimeno gran parte della via rimane da corrersi, nè io credo, che mai basteranno l'alacrità dell'animo, l'intensità del desiderio; e taluno vorrebbe, che quei tanti nodi d'unione fossero stretti meglio che ora non sono. Per altro a lasciare senza onore di lode i pochi istituti, base alla nostra rigenerazione futura, sarebbe invidia fuor di luogo, perchè il vero a lungo andare rivendica il suo diritto, e a chi si spetta l'infamia non manca. Lodare le azioni buone, e vituperare le triste, io credo che sia sapienza; non dipingere tutto di nero, o di color di rosa, come è il costume di molti; perchè la Natura eternamente si gira sopra questi due perni, il bene ed il male, e l'intemperanza dell'amore o dell'odio traversa la strada al giudizio. Adunque favellò sanamente il Missirini della Scuola di Mutuo Insegnamento, istituzione, che non sarà tenuta mai cara quanto si merita; non foss'altro per tanta impostura di antichi metodi manomessa; e i forestieri sempre hanno fatto plauso, affermando, che è scuola da reggere il paragone con altre, le quali io non voglio rammentare. E a buon diritto fu commendata eziandio la Scuola di Architettura; e il Cittadino liberale[16], che le dà vita dell'uniche sue sostanze, accolga, se vuole, anche il voto della nostra stima verace. La Società Medica, non so per quali ragioni, e se non altro per l'incostanza decretata alle cose umane, stette presso a disciogliersi; poi, mediante alcuni provvedimenti usati per tempo, si strinse di nuovo, ed ora procede con più vigore di prima, ond'è che le va il doppio di lode. La Scuola poi di Disegno figurativo non è sovvenuta, come dice il Missirini; bensì doveva essere; e la generosità municipale aveva già destinato il soccorso, ma un altro consiglio dispose altrimenti, e bisognò non farne nulla. Tuttavia quei Signori hanno dimostrata buona intenzione, e ogni volta che si presenti da fare del bene è da sperarsi che andranno avanti, a meno che taluno non venga a dir loro, che tornino indietro.

Che dirò io dell'illustre Accademia Labronica, intesa allo studio della lingua, allo esercizio del Genio, e all'acquisto del sapere?

Imprese belle son queste, ma gli accademici presentemente, forse per avere altro che fare, non ci hanno gran cosa badato; nonostante promettono di farlo quanto prima; e già da mattina a sera pensano a diventare il rovescio di quel che furono, e tu li potresti vedere tutti in faccende a costituire un corpo di leggi, perchè l'Accademia si trasformi in adunanza di gente che pensa, e non di gente che fa rumore; e so di certo, che hanno fatto giuramento di lasciare a casa i sonetti, e quante altre mai cianciafruscole in prosa e in rima inventò l'ozio, e la povertà del cervello; ma invece si affibbieranno la giornea a ragionare sul sodo; e quando non avranno da ragionare sul sodo, piuttosto staranno cheti, perchè, se l'uomo parla a motivo che le parole non costano nulla, il silenzio costa anche meno[17]. Questo hanno promesso di fare gli Accademici, ed io quasi quasi malleverei, che non vorranno mancare per cosa al mondo, sapendo essi meglio di noi, che la promessa

Agli animi gentili è sacramento;

per dirla così di passaggio con Lodovico Ariosto. E al primo congresso potrebbero quei valentuomini proporre un quesito: – Perchè la verità ami la solitudine, e sia tanto ritrosa di convenire laddove è gran frequenza di mondo; e se ella ebbe mai il breve di accademica, e quante volte in capo a cent'anni lesse la sua diceria? —

Ora è il tempo di venire alla emulazione liberalissima che hanno i Livornesi di regalare le private librerie ad una Biblioteca pubblica. Forse ho la vista corta, ma io della gara ardentissima non vedo nulla; anzi si tace così profondamente di questo progetto, che io dubito forte se ci abbiano mai pensato una volta. Dell'utile ed ornamento che alla città ne verrebbero, io non ho pazienza di trattare, perchè mi par mill'anni di finirla con questo discorso di rimbecco, ma i discreti sel possono vedere senz'altro bisogno. Così radunando in un luogo il sapere dei morti e dei vivi, chi volesse saggiarne tanto o quanto, andrebbe, e con pochi passi sarebbe contento; – oggi ci vogliono invece ricerche lunghe, e scudi, e tante volte non serve. E quì fate pausa, di grazia, un momento, e considerate quanto mai gioverebbero i libri pubblici agli uomini d'ingegno; – certo gioverebbero immensamente, perchè fino alle ricerche gli uomini d'ingegno possono spendere, ma, quanto agli scudi, qui giace nocco; e pare che la Natura gittasse una tal quale antipatia fra l'ingegno e gli scudi, onde avviene, che mai non li trovi insieme, o raramente davvero. Io non so se il dire faccia frutto, perchè allora durerei anche un anno a dire: – statuite la Biblioteca del pubblico; – pure, benchè non mi abbandoni il braccio della speranza, non mi pento di aver mandato fuori queste poche voci senza proposito, attesochè la nostra mente sia predestinata a dipendere ben anche dal minimo soffio. Nondimeno conforto chi sa ragionare per filo e per segno a sviscerare questo argomento secondo il merito, e presentarlo palpabile ai miei concittadini, affinchè si muovano all'opera[18]; e dove si cominciasse una volta, io stesso volentieri darei subito via i pochissimi libri miei, soprattutto perchè, a dirla schietta, non ho gran fede nè in me, nè in loro. Alle volte odo mormorare, che alcuni padroni di molti libri li vorranno lasciare in punto di morte. Già i savi mi hanno rivelato come questa non sia cosa da andarne tronfio, perchè in punto di morte non ci sono altre strade da prendere, se non quella di lasciar tutto, cominciando dall'anima. E questi tali a parer mio non patiscono abbondanza di senno, e mai non meriteranno il bell'elogio, fatto non so quando ad un ricco generoso. Sentite come dice: Tu non aspettasti a spogliare la tua veste in pro del bisognoso, quando la Natura ti copriva di una veste che non deve lasciarti più mai. Così cantava Aboutthayp Ahemed Ben-Alhosain Alucotennabby, poeta Arabo, in una elegia per la morte di un Fatik Egiziano. E, perchè io non voglio farmi bello delle penne altrui, sappiate, che la citazione l'ho tolta in prestito da un amico mio dolce.

Che diremo di un Giornale diretto a far rivivere, ec.

Quì la fantasia ha vinto la mano all'onesto Missirini; la dose è troppa carica, e noi non l'accettiamo, per timore che i fumi non ci salgano al capo. L'Indicatore Livornese non è l'effetto di menti combinate a dargli un disegno, una tendenza, un alimento continuo, come si converrebbe; è un povero foglio bianco, annerito da pochi giovani qua e là dispersi, i quali alla meglio si schermiscono, e cercano mantenergli la vita; ma poco è il numero, poco l'ingegno, poco la dottrina; – hanno la buona volontà, ma questa così sola non è cibo, che lusinghi il palato di molti. E qui cadrebbe in acconcio, che la crescente gioventù, animata di poetica inspirazione, adoprasse l'estro un po' meglio, e desse spinta alla barca: altrimenti ho gran paura non si rimanga in secco. Questo povero foglio non cerca frasche d'alloro; chiede solo compatimento, e gli uomini di giudizio son certo che gliel daranno. Ma gli uomini di giudizio tu li puoi contare, e gran mercè se per ogni paese oltrepassi contando le dieci dita. La turba ride del povero foglio, e a ridere ci vuol poco; e cominciando dalle femmine, e terminando nei pazzi, tutto il mondo sa ridere. Ma questo dileggio, sia pur meritato, non invoglia punto a pensar bene dell'umana natura, segnatamente quando egli si parte da persone obbligate a fare il contrario, non foss'altro, perchè il cielo medesimo ci ha veduto nascere. Che se poi l'uomo vuole il freno libero alle sue matte libidini, bene sta; ma allora non faccia mal viso, se gli austeri intelletti si levano sul creato a maledire; e non occorre che egli venga fuori a giurare, che l'anima sua è un raggio delle stelle; nè come il saltimbanco s'empia la bocca delle magnifiche parolone – lumi, civiltà, filantropia; – no, non è maschera, che basti all'infamia; invece si rassegni, e confessi d'essere iniquo e ignorante, come erano i padri suoi. Ma ritorniamo a noi. Questo povero foglio non può competer con tanti altri giornali, che vanno per la maggiore: in quelli scrive il popolone dei letterati a tre code, e per lo meno vincono col numero delle pagine. È un povero foglio, che merita la scomunica, perchè non ha detto agl'Italiani: – rimanetevi fermi sul solco, che avete segnato finora. – No, non ha parlato così agl'Italiani, avvisando, che a starsi per terra non bisognino nè maestri, nè scienze. È un povero foglio, che merita la scomunica, perchè finora non ha messo il dente nella lama di nessuno, nè sa di cortigiano, o di troppo devoto ai patriarchi in materia di Lettere, e qualche volta ha gridato agl'Italiani: — Sorgete all'onore, amate una patria, e siate finalmente fratelli, e forti dell'anima. — È un povero foglio, ve lo ripeto; compatitelo, se potete.

ESEMPIO DI CARITÀ — 1829[19]

Hic pietatis honos.

Virgilius.

Nè sempre curva sulla sua polvere la razza nostra, come tacito armento, si travolge nella morte. E vi sono momenti, nei quali la ventura assente benigna, che l'umana famiglia armonizzi tutta d'amore, e l'anima allora veste forme d'insolita vaghezza, e il pensiere concede a stimarla splendida parte del cielo. Ma in un popolo caduto, dove l'educazione e l'esempio non ammaestrano a verecondo costume e a sentimento generoso, quando la compassione e l'amore fanno che l'uomo armonizzi coll'uomo, il caso tien del prodigio, e tu respiri largamente l'aure della speranza, e una voce segreta ti annunzia, che pure un giorno quegli uomini saranno uomini secondo il decreto della Natura, non già come gli stringe ad essere la violenza di maligne vicende. E segnare sulla memoria i momenti, nei quali l'anima scintillò del suo raggio più bello, è argomento di decoro allo spirito umano; – e laddove le Lettere sono sentiero di civiltà, ed immagine solenne del moto sociale, non lasciano perdere avvenimento, che di un fiato accresca lo scarso patrimonio della nostre virtù; – ed è caro a chi medita sugli eventi mortali sottrarre una pagina alla severa necessità del delitto e della sventura; – e così danno alla Morale ben altra consistenza, che non è quella delle nude massime; e così anche la capanna del povero suonò spesso di una lode divina, ricompensa alla maggior dote di affanni, che dalla Provvidenza gli venne in retaggio. Ma i Letterati Italiani, tranne ben pochi, finora scrivevano devoti all'Egoismo, come se non avessero una patria, dove tutte spendere le potenze dell'ingegno. E sì che una patria sospinta in fondo chiedeva loro la parola della sapienza, e del vero, e sapevano come la fama dell'individuo mal si regga senza i voti del popolo, e come i voti del popolo mal si conseguano senza consacrargli la mente. – Mancavano i fatti? – No, perchè viveva una gente, e la gente d'Italia ebbe sempre fibra sensibile, e velocissimo corso di sangue, e ardore di passioni; nè da altre sorgenti scende mai l'atto turpe o magnanimo.

Io dunque racconto un fatto che non vorrà levar grido, ma è buono. Se questa poi fosse tal condizione da non raccomandarlo abbastanza, peggio per chi mena gran vanto d'essere un uomo. Coloro che sono gentili non disdegnino l'apparente umiltà del subbietto: – educheremo noi allora soltanto alla forza, che fa piangere?

Molti giorni non sono passati che nel contado della città nostra occorsero di vari incendi, e donde il fuoco partisse rimane peranche ignoto, e le cause vengono annoverate diverse, secondo l'indole di chi ne discorre. Altri ne addebita la vendetta, altri una malignità senza scopo, e taluno mormora che il fuoco fosse appiccato per commissione di tali, che assicurano dal fuoco, onde maggior importanza prendesse quella nuova speculazione di guadagno. Un vecchio mi diceva una volta: — a pensar bene ci è sempre tempo, e a pensar male ci s'indovina. — L'avviso forse era vero, ma poco umano. Certo ogni testa è capace di portare un delitto, ma quando non puoi sapere sopra qual testa il delitto si posi, tu non hai ragione da far l'indovino, e carità comanda che del prossimo allora non si pensi nè bene, nè male. E noi per trarci d'intrigo questa volta diamone al caso la taccia. Il caso non teme offesa di riputazione, o rigore di giudice; e al pari della vendetta, della stolta malignanza, e dell'interesse, comprende la ragione sufficiente di un incendio. Ora, per dire appunto la cosa come l'andò, vo' farvi sapere come da prima bruciassero in due o tre fiate diverse cataste di legno all'uomo ricco, e il popolo sempre correva prontissimo a spegnere; ma null'altro seguiva che spegnere; voglio dire, che belle passioni non si mossero a far memorabili, come sovente avviene, siffatte venture. E tante volte vivono uomini, che non meritano nè anche la pochezza del compianto, e all'occasione si vede; ma poi bisogna pur dire, che la disgrazia dell'uomo ricco è indifferente al povero, o grata forse, perchè l'ineguaglianza genera invidia; e io, ravvolgendomi in questi casi tra le umili turbe, spesso ho inteso celebrare il senno della Fortuna, quasi che, affliggendo ella d'improvviso il felice, in certa guisa renda loro giustizia. Se poi da queste, e da altre simili esposizioni, torto venga o diritto alla nostra natura, io nol saprei così su due piedi diffinire; nè vorrei farmi così di fretta ministro di lode o di biasimo, finchè non avessi per ogni parte saputo se le nostre umanità sieno l'effetto del volere o della forza. Ma tutto questo sia per non detto, – e, seguitando, sappiate che non andò gran tempo, e una sera incendiavano l'unico pagliaio di un tal Canaccini. Questi era povero assai, e manteneva colle fatiche la vita. E la gente corse affannata, e faceva di tutto per impedire l'incendio, ma il fuoco aveva ormai preso in maniera, che più non curava gli argomenti dì chi cercasse sopirlo, tanto che finalmente del pagliaio non avanzavano che le ceneri. E il Canaccini piangeva, perchè era povero assai, e nel pagliaio consumato svaniva il frutto degli stenti di un anno. E gli mancava la speranza, e il suo dolore era grande, perchè accoglieva anche il dolore di una famiglia desolata. Era vicino del Canaccini un uomo nominato il Pannocchia, uno di quei pochi che si rallegrano alla tua allegrezza, e si contristano al tuo gemito, e il mondo tutto vorrebbero felice, perchè hanno la bontà nel sangue, e benedicono il sereno e la tempesta, nè un pensier nero passerebbe loro per l'anima, neppure a cacciarvelo a spinte. Era il Pannocchia accorso coll'altra gente a spegnere il fuoco, ma, come sapete, fu invano. Gli astanti consolavano di buone parole il Canaccini, ma il conforto della voce non accheta il bisogno. E il Pannocchia vide piangere un uomo, e le sue viscere più non potevano chiudere la soverchia pietà, e disse al Canaccini: – datti pace: io vo' riparare alla tua cattiva fortuna, e avrai da capo un altro pagliaio. – E il Canaccini allora piangeva di un altro pianto: – erano le lacrime della riconoscenza, e ringraziavano con più amore, che i detti non avrebbero fatto. E gli astanti acclamavano benedicendo all'onesto Pannocchia, e pregandogli riposati i giorni della vecchiaia, ed eterno il premio dell'altra vita. E il Pannocchia tornossene a casa ringiovanito nella gioia dell'opera buona. Le cose nostre riandavano sul passo di prima, e la gente cominciava a dimenticare il passato, perchè da parecchi giorni niente di nuovo turbava la sua quiete ordinaria, allorchè nel mezzo di una notte i quattro pagliai del Pannocchia andarono in fiamme. E bisognò lasciar fare alle fiamme, perchè ogni studio del volerle spegnere tornò inutile. Ora all'uomo dabbene non rimaneva che la provvidenza di Dio, e non chiedeva nulla a nessuno. Ma gl'innocenti e giocondi suoi costumi avevano un luogo nell'amore di chiunque il conosceva, e l'azione, che ebbe fatta di fresco, aveva risuscitato più vivo quell'amore. Per lo che alla mattina dipoi ebbe invito da molti, perchè andasse da loro a provvedersi di paglia conforme gli bisognava, e molti gliene recavano a casa le carra piene. E il Pannocchia vinto dal prorompere di tanto comune affetto, guardava il cielo, e gli amici, e non diceva di più. E quei ben nati contadini compievano con sì bella gara la carità, che al Pannocchia venne rifatto ogni danno, ed essi trovarono un rimerito nell'interno riposo del cuore, che altrove avrebbero indarno sperato. E coloro che ebbero in sorte di non nascere al ribrezzo dell'invidia, nè si addolorano a sapere, che l'anima talvolta balena nella beltà di un sorriso divino, quando intesero del fatto, restarono compunti di tenerezza.

Non mancherà di certo chi volga in riso l'avvenimento, e il mal garbo onde io l'ho narrato. Quanto al mal garbo hanno ragione, e ridano pure a mio conto, ma per altro non è così del rimanente. Niuna specie di fatti merita tenersi a vile: ogni fatto è una linea dell'anima umana, e ritrarli tutti candidamente è ottimo consiglio, ed unico mezzo a conoscere la natura dell'uomo. Tacere le nequizie sarebbe stoltezza, perchè ci sono, e fanno il fondo del quadro; tacere le poche bontà sarebbe stoltezza e mal talento, perchè ci sono, e consolano di qualche raggio la tenebra, e per loro avviene, che l'umana creazione non sorge da ogni lato spregevole dinnanzi al pensiere. Chi si muove al bene per istinto è rarissimo; quindi va tentato ogni modo di eccitamento. Io non so se il mondo debbe andare come va; ad ogni patto nè la speranza, nè la prova di migliorarci, vanno lasciate; e quantunque il male sia congiunto come un bisogno al sistema dell'universo nondimeno converrebbe dimostrare il bene come interesse, da che nel male godono pochi astuti, e le masse gemono. Adunque ogni modo di eccitamento va tentato; e però onorare di pubblica lode le domestiche virtù è opera di sapienza civile, perchè l'onore è potente lusinga, e splende in maniera, che pochi vivono senza mandare un desiderio alla sua luce.