SECONDA PARTE. TRADUZIONI.

LA VITA E LE OPINIONI DI TRISTANO SHANDY — DI LORENZO STERNE

I. STORIA DI YORICK.

Aguzza quì, Lettor, ben gli occhi al vero;

Che 'l velo è ora ben tanto sottile,

Certo, che 'l trapassar dentro è leggiero.

Dante, Purgatorio.

Yorick nominavasi il parroco, – ma devi notare, (come apparisce da notizie antichissime di famiglia scritte in pergamena, e ben conservate,) che tal nome era stato pronunziato appunto in quel modo per quasi.... io stetti per dire 900 anni: ma perchè riferendo una verità improbabile, sebbene di natura sua fuor di quistione, non vorrei perderci di fede, mi appagherò soltanto del dire, che quel nome era stato pronunziato appunto in quel modo per non so che spazio di tempo; nè tanto oserei dire per la metà dei cognomi del regno, che nell'andar degli anni hanno sostenuto tante vicende quante coloro cui appartenevano. Daremo questo all'orgoglio, o alla vergogna delle persone che li portavano? A dirla schietta, io tenni conto dell'una e dell'altra causa, secondo che la tentazione operava. Ma egli è mal fatto: – un giorno verrà a mescolarci tutti così confusamente, che uomo non potrà levarsi a giurare, che l'avolo suo fece questo o quell'atto.

La famiglia di Yorick aveva riparato a questo male, prudentemente conservando a guisa di religione le memorie da me citate, le quali di più c'informano, che l'origine della famiglia fosse Danese, trapiantata in Inghilterra fino dai tempi di Horwendillus Re di Danimarca, e pare, che a quella corte un antenato donde M. Yorick discendeva dirittamente tenesse carica riguardevole; – solo aggiungono, che già da due secoli era stata abolita, come inutile affatto in quella e in ogni altra corte del mondo cristiano.

Spesso mi è passato per la mente, che la carica fosse quella di primo buffone del Re, – e lo Yorick nell'Hamlet del vostro Shakespeare, – che ha moltissimi drammi fondati nel vero, – era di certo lo stesso.

Io non ho tempo di svolgere la Storia Danese di Sasso Gramatico per saperne la verità, – ma se i miei hanno agio e facilità di procacciarsi quel libro, lo facciano di per se stessi. Ebbi però tempo ne' miei viaggi di Danimarca, e tanto bastommi, di provare la verità di una osservazione fatta da tale, che dimorò lungamente in quella contrada, cioè, – che la natura non era nè troppo larga, nè troppo avara, nei presenti d'ingegno e di capacità agli abitanti di quel paese; – ma, simile a madre discreta, era modestamente liberale verso tutti, osservando tanta eguaglianza di misura nel dispensare i suoi favori, che a fin di conto gli uni non la cedevano agli altri. Tu rinverrai pochi esempi in quel regno di mente elevata, – ma in tutte le classi del popolo una dovizia di buono, semplice, e domestico intendimento, – e ciascuno n'ha la sua parte, – e questa parmi cosa ben dritta.

Ma con noi le cose procedono ben di altro passo, e in questa faccenda tocchiamo il fondo, e la cima: – o voi siete un genio, o scommetto cinquanta contro uno, che voi siete, o Signore, uno stupido al di là dei confini, e una zucca da sale; – non già che manchino al tutto i gradini di mezzo, – noi non siamo irregolari di tanto; – ma gli estremi sono frequentissimi, e condotti ad altissimo punto in quest'isola instabile, dove la natura nelle sue doti e disposizioni di simil sorta è bizzarra, e fantastica in modo, che la fortuna stessa non è più di lei stravagante nel lascito dei suoi beni.

Tutto questo mi fece dubitar sempre della discendenza di Yorick, e da quanto mi ricordo di lui, e da tutte le notizie che ho potute raccogliere, pare che non avesse nelle vene neppure una goccia di sangue danese; – forse in 900 anni era tutto svaporato; – ma non voglio filosoficarci un momento: – sia che può, il fatto era questo; in vece di quella flemma ed esatta regolarità di sensi ed umori, che ti saresti aspettato in uno della sua origine, era all'incontro una composizione tanto mobile e sublimata, – una creatura tanto eteroclita nelle sue declinazioni, – e aveva in sè tanta vita e capriccio, e gaïté de coeur, come se fosse il figlio d'un cielo ardentissimo. Con tanta vela il povero Yorick non portava un'oncia di zavorra; – non era pratico in nulla del mondo, e a ventisei anni sapeva guidare in esso il suo corso come un'ingenua fanciulla di tredici; talchè al primo mettersi in mare, immagina pure, che il vento fresco de' suoi spiriti dieci volte al giorno lo facesse impigliare nelle sarte di alcun navilio: – e perchè navigando gli occorrevano più di sovente quei gravi e lenti all'andare, immagina pure, che con questi voleva la sventura che restassesi sempre intricato; e, se non m'inganno, in fondo dovevano avere un non so che di maligno, poichè Yorick per natura ripugnava invincibilmente alla gravità; – non dirò in certo modo alla gravità, – perchè, se bisognava, era Yorick, il più grave e il più serio di tutti i mortali, a giorni, e settimane intere, – ma era nemico alla di lei affettazione, e la guerreggiò apertamente, perchè copriva di mantello l'ignoranza, e la stoltezza, – e quante volte la incontrava per via, benchè difesa e protetta, di rado le usava mercede.

Forse ragionava strano, ma spesso dichiarava la gravità un pretto furfante, e pericoloso d'assai, – soggiugnea, – perchè scaltrito; e veracemente credeva, che ella avesse giuntate dei beni e del danaro più oneste persone in un anno, che i tagliaborse e i mariuoli non fecero in sette. Dicea, che l'indole aperta rivelata da un cuore allegro non facea male a nessuno, fuorchè a sè stessa, – mentre nella gravità vivea per anima il disegno, – e quindi l'inganno; – era una frode ben disposta a guadagnarsi nel mondo stima di senno, e di sapere oltre il merito, – e con buona pace di tutte le sue pretensioni non era migliore, ma sovente più trista, di ciò che l'ebbe definita non è gran tempo un bell'ingegno francese: «un misterioso portamento del corpo per velare i difetti della mente.» E dicea Yorick, con molta imprudenza, che quella definizione meritava di scriversi in lettere d'oro.

Ma era indipendente, e inesperto del mondo, e lasciavasi andare agli scherzi in qualunque argomento di discorso la prudenza avrebbe usato ritegno. Yorick non sentiva che una impressione, – e quella emergeva dalla natura del fatto, – e la traduceva in chiaro Inglese, senza perifrasi, e spesso senza risguardo alla persona, al tempo, o al luogo; – onde se rammentavano un atto meschino o codardo, non pensava un momento all'eroe, o al suo stato, o se potesse nuocergli appresso; – ma se l'atto era vile, senz'altro l'uomo era vile, – e così di séguito. E la sciagura voleva, che d'ordinario i suoi commenti finissero in un bon mot, o fossero via via ravvivati da qualche facezia, o festività di espressione, e questo cresceva l'indiscretezza di Yorick. Certo non le cercava, ma però non fuggiva le occasioni di dir quanto cadeva in acconcio, e senza rispetti; – così non n'ebbe in vita sua che troppi incitamenti a spandere il bell'umore, e le arguzie, e i motteggi, e le beffe, e non andò nulla perduto per mancanza di chi raccogliesse. Ora ne intenderete le conseguenze, e come Yorick avesse fine.

Coloro che danno e tolgono ad usura differiscono fra loro nella durata degl'interessi, quanto nella durata della memoria il beffatore e il beffato. E quì, secondo gli Scoliasti, il paragone cammina su tutte e quattro le gambe, che vuol dire una gamba o due di più, che non hanno alcuni dei migliori paragoni d'Omero; ed è, che l'uno piglia a prestito una somma, e l'altro suscita una risata a vostre spese, e più non ci pensano. Ma gl'interessi corrono tuttavia nell'uno, e nell'altro caso, – e i pagamenti, che se ne fanno periodici, o casuali, bastano a tener viva la memoria dell'affare, finchè l'ora trista non giunga, che il creditore sopravvenga improvviso a ciascuno, e, dimandando all'istante il capitale coll'usura sino a quel giorno, faccia sentir la gravezza del debito.

Il lettore conosce nell'intimo la umana natura, (a me non piace dubitarne,) e però gli basti che il mio eroe non potè seguitar quella corsa senza un lieve saggio di questi ricordi. E' s'era avviluppato sbadatamente in una gran rete di siffatti debituzzi, che dispregiava soverchio, – nè valeva nulla il consiglio d'un amico suo dolce chiamato Eugenio, – e stimava, che non avendoli contratti per malignanza, ma invece per onestà d'intenzione, e per mera allegria di spiriti, naturalmente verrebbero tutti cancellati.

Eugenio pensava di no, – e dicevagli spesso, che un giorno o l'altro sarebbe certamente chiamato ai conti; e sovente aggiugnea, col mestissimo accento di chi teme una sventura, – sino all'ultimo picciolo. – E Yorick al solito non curando sempre rispondeva: – oibò! – E se la questione si ventilava ne' campi alla fine rispondea con un salto, o uno scambietto: – ma se in un canto del socievole camino al reo facevano barricata una tavola, e due seggioloni a bracciuoli, tanto che non potesse fuggirsi d'un tratto, Eugenio continuava la sua lezione intorno alla discretezza in parole siffatte, ma un po' meglio acconciate.

— Credimi, Yorick mio, che la tua malaccorta piacevolezza o presto o tardi ti legherà in tanti nodi, che poi non varrà il senno a strigartene. In questi casi ho veduto sovente, che la persona derisa si considera sotto l'aspetto della persona ingiuriata con tutti i diritti che da quella situazione le spettano; – e se tu pure la vedi in quello aspetto, – e noveri gli amici, la famiglia, i congiunti, gli alleati, – e passi in rivista le molte reclute, che vanno alle sue bandiere pel sentimento del comune pericolo, non è calcolo esagerato a dire, che per ogni dieci motti ti sei guadagnato cento nemici, – e finchè non sei giunto a tale da sollevarti d'intorno alle orecchie uno sciame di vespe le quali mezzo ti pungano a morte, non andrai mai persuaso.

Dio mi guardi dal sospettare, che l'uomo da me stimato si muova alli scherzi per dispetto, o malignità d'intenzione; – so, e credo sinceramente, che sieno onesti, e detti a modo di sollazzo. Ma poni mente, amor mio, che gli stolti non possono distinguere, e i furfanti non vogliono: e tu non sai quanto importi provocar gli uni, o prendersi giuoco degli altri; e qualunque volta si uniscano a difesa scambievole, abbi per fede, amico mio, che ti guerreggieranno in maniera da fartene il cuore malato, e con pericolo ancora di vita.

La vendetta da qualche angolo segreto spargerà di te novelle d'infamia, – nè ripareranno l'innocenza del cuore, la integrità del costume; – le tue sostanze verranno a mancare, – e malignando sui mezzi che un dì ti procuravano, la tua riputazione darà sangue da tutte le parti; – la tua fede sarà posta in dubbio, – smentite le opere, – dimenticato l'ingegno, – e la dottrina tenuta a vile. A chiudere l'ultima scena della tragedia, la crudeltà, e la codardia, scellerati gemelli condotti a prezzo dalla malizia, e incitati nelle tenebre, prenderanno insieme la mira a tutte le tue debolezze, ed errori, – e gli ottimi di noi, amor mio, vi stanno soggetti; – e credimi, credimi, o Yorick, allorquando per lusingare un privato appetito si deliberi il sacrificio d'una creatura innocente, ed inerme, è facile di raccogliere stecchi per ogni macchia dove ella ha traviato, onde accendere un fuoco, – e bruciarvela sopra. —

Yorick intese il vaticinio dei suoi destini, e nell'atto con una lacrima furtiva, accompagnata da uno sguardo di promessa, dispose per l'avvenire di correre più misuratamente l'arringo. Ahi troppo tardi! Innanzi del presagio erasi collegata una forte alleanza dei suoi nemici, e l'assalto, giusta la predizione d'Eugenio, fu dato in un tratto, e con sì poca mercè dalla parte degli alleati, – e con sì poco sospetto in Yorick di quanto gli tramassero, – che quando quell'ingenuo avvisava ricevere il premio ai suoi meriti, omai l'avevano scosso alla radice; – cadde, e in quella guisa, che molti valentemente erano caduti prima di lui.

Ma Yorick combattè per un tempo con tutto il valore possibile, – finchè sopraffatto dal numero, e in ultimo affranto dalle calamità della guerra, ma più ancora dalla maniera codarda onde facevasi, gittò la spada, e in vista fece animo sino agli estremi, ma credono tutti che l'uccidesse il cordoglio. E quanto segue piegava Eugenio alla medesima opinione.

Poche ore avanti che Yorick esalasse l'anima, Eugenio entrò nella stanza per vederlo l'ultima volta, e dargli l'ultimo addio. Nel tirar le cortine gli domandò come stesse; – e Yorick guardandolo in faccia gli strinse la mano, – e ringraziandolo dei molti segni di amore a lui dimostrati aggiunse, che, se il fato li faceva incontrare nell'avvenire, lo avrebbe più e più sempre ringraziato; e disse, che di lì a brevi ore sarebbesi involato in eterno ai suoi nemici. — Spero di no, – rispondeva Eugenio col più tenero accento di voce, che uomo parlasse giammai, e le lacrime gli scendevano giù per le guance, – spero di no, Yorick mio. — Yorick rispondeva elevando lo sguardo, e premendogli gentilmente la mano, – e nulla più: – ma questo dirompeva il cuore di Eugenio. — Su via, Yorick, – riprese quest'ultimo asciugandosi gli occhi, e facendosi cuore, – confortati, amor mio, nè li spiriti e la fortezza ti abbandonino al maggior uopo; – chi sa mai quanto possano operare per te i rimedi, e la potenza di Dio? — Yorick si pose una mano sul cuore, e crollò un tal poco la testa. — Per la parte mia, – continuava Eugenio, e piangeva amaramente in mezzo alla parola, – per la parte mia non so come da te dividermi, e di buon grado lusingherei le mie speranze, – seguitava rallegrando la voce, – che di te avanzerà tanto da farne un vescovo, e io vivrò tanto da vederlo. — Io ti prego, – favellò Yorick, levandosi alla meglio di capo il berretto da notte colla manca, perchè la destra avea sempre stretta da quella d'Eugenio, – io ti prego a guardarmi un poco la testa. — Non vi scerno cosa che l'offenda, – rispondeva l'amico suo. — Ahimè! io vo' che tu sappi adunque, – riprese Yorick, – ch'ella è sì mal concia e sformata dai colpi che i miei nemici le dettero così villanamente all'oscuro, che potrei dire con Sancio Panza: – «se mi riavessi, e dal cielo mi cadessero sul capo le mitre spesse come la gragnuola, neppure una gli potria convenire.» —

L'ultimo fiato di Yorick a queste parole pendeva pronto a fuggirsi dalle sue labbra tremanti, – ma tuttavia le profferse in un suono, che sapea di maniera cervantica; – e mentre parlava, Eugenio vide accendersi per un momento in quegli occhi una striscia di fuoco lambente, scarsa immagine di quelle vampe di spirito, che solevano, a quanto disse Shakespeare dell'antenato suo, eccitar la gioia del convito.

Eugenio si convinse, che il cuor dell'amico fosse spezzato; – gli strinse la mano, – e poi adagio adagio uscì della camera, e piangeva all'andarsene. Yorick seguitò cogli occhi Eugenio sino alla porta, – quindi li chiuse, e mai più non li riaperse.

Ei riposa sepolto in un angolo del suo camposanto sotto una semplice pietra di marmo, che l'amico Eugenio con licenza dei curatori gli poneva sulla fossa con queste tre parole d'iscrizione, che servono a un tempo d'epitaffio, e d'elegia:

AHI POVERO YORICK!

Dieci volte al giorno lo spirito di Yorick si consola a sentir leggere la sua funeraria iscrizione con tanta varietà di lamentevoli accenti, che per lui dinotano stima, e pietà universale; – e perchè un sentiero attraversa il camposanto, da quel lato appunto dove è la sua fossa, non passa di lì viandante che non si fermi, e non vi getti uno sguardo, e non sospiri partendosi;

AHI POVERO YORICK

— 1829[26]

II. IL NASO GROSSO.
RACCONTO DI SLAWKENBERGIUS.[27]

Finiva un giorno affannoso degli ultimi d'Agosto, e cominciava a spirare il fresco della sera, allorchè un Forestiere entrava nella città di Strasburgo, montato sopra una mula nera, e a tergo una valigia con poche camicie, un paio di scarpe, e un paio di brache di seta chermisi. E, passando le porte, al dimandar della sentinella rispondea, che era stato al Promontorio dei Nasi, – che andava a Francfort, – e sarebbe tornato fra un mese per viaggiare alle frontiere della Crimea. La sentinella guardando in viso il Forestiere sclamava: – poffare Dio! non ho veduto un tal naso a' miei giorni. — Me ne trovo assai bene, – rispondea il Forestiere; e si trasse la mano dal cinto donde pendeva una scimitarra, e la si pose in tasca, e tutto cortese toccando con la manca la parte davanti del cappello stendeva la destra, mettendo in mano alla sentinella un fiorino, e seguitava la via. — Duolmi, – disse la sentinella drizzando la parola a un tamburo nano della statura, e storto delle gambe, – che un'anima tanto gentile abbia perduto il fodero della sua scimitarra; nè per viaggio potrà farne a meno; nè in tutto Strasburgo troverà fodero che le si adatti. — Non l'ebbi mai, – ripigliò il Forestiere, volgendosi indietro alla sentinella, e mettendosi in questa la mano al cappello; – e la porto, – continuava, alzando nuda la scimitarra, e intanto la mula movea lentamente, – e la porto a difesa del mio naso. — E lo merita bene, o Forestiere cortese, – diceva la sentinella. — Non vale un bagattino, – disse il tamburo dalle gambe storte; – è un naso di cartapecora. – Da uomo onesto, – riprese la sentinella; – fuorchè sei volte più grosso, è un naso simile al mio. — L'ho sentito scricchiolare, – favellava il tamburo. — Cappita! – disse la sentinella; – ho veduto ben io, che sanguinava. — Peccato, – sclamò il tamburo dalle gambe storte, – che nol toccassimo tutti e due! – E mentre la contesa durava tra la sentinella e il tamburo, la stessa quistione agitavasi fra un trombettiere e la moglie sua, che per via si erano fermati a veder passare il Forestiere. – Dio ci salvi, che naso! è lungo come una tromba, – disse la moglie. — E dello stesso metallo, – aggiungea il trombettiere, – come puoi giudicare dallo sternuto. — È soave come un flauto, – disse ella, — È d'ottone, – disse il trombettiere. — Frasche! – rispondeva la moglie. — Affermo di nuovo, – dicea il trombettiere, – che il naso è di ottone. — Vo' saperne il vero, – disse la moglie, – e però vo' toccarlo con queste mie dita prima d'andare a letto. — La mula del Forestiere movea così piano, ch'egli intese ogni parola della contesa non solo tra la sentinella e il tamburo, ma fra il trombettiere ancora e la moglie sua. — No, – diss'egli, allentando le briglie sul collo alla mula, e incrociandosi le mani sul petto nell'atteggiamento di un santo; e la mula seguiva a muover pian piano; – no, – diss'egli, alzando gli sguardi; – oltraggiato e deluso come fui, non devo al mondo poi tanto da convincerlo in questo; no, – diss'egli, – nessuno mi toccherà il naso, finchè il cielo mi dia forza. — A che fare? – chiese la moglie di un borgomastro. Il Forestiere non badò alla moglie del borgomastro, e fece voto a S. Niccola, e poi sciolse le braccia con la stessa solennità onde le aveva incrociate, e raccolse con la manca le briglie, e si pose in seno la destra donde pendeva la sua scimitarra, e cavalcò passo innanzi passo per le strade più larghe di Strasburgo, finchè la ventura lo condusse al grande albergo del mercato dirimpetto alla chiesa. Il Forestiere smontando subito impose che la mula fosse menata alla stalla, e la valigia portata dentro; quindi l'aperse, – e traendone le brache di seta chermisi con un pendaglio ornato d'argento, se ne vestiva; e poi colla scimitarra impugnata andò a passeggiare sulla piazza d'arme. Come ebbe fatti appunto tre giri, scorse alla banda opposta la moglie del trombettiere, e si voltò in fretta, temendo che il suo naso non fosse posto al cimento; e tornò immantinente all'albergo, e spogliandosi ripose le brache etc. nella valigia, e chiese la mula. — Io me ne vado a Francfort, – disse il Forestiere, – e torno tra un mese. Spero, – continuò il Forestiere, palpeggiando il muso della mula intanto che si accingea a salirla, – spero che avrete usato cortesia a questa mia schiava fedele; ella mi ha portato colla valigia più di seicento leghe; – e in così dire lievemente le batteva la schiena. — Viaggio lungo, signor mio, – dicea il locandiere, – e chi lo fa certamente ha di grandi affari tra mano. — Niente, niente! – rispondea il Forestiere; – sono stato al Promontorio dei Nasi, dove grazie a Dio me ne sono procacciato uno de' più belli, che sia mai caduto in sorte a uomo vivente. — Il Forestiere rendeva di sè stranamente ragione, e il locandiere e la moglie sua gli fissavano gli occhi sul naso. – Per Santa Radegonda! vi è più naso in quel naso, che in qualche dozzina dei più grossi nasi di tutto Strasburgo mettendoli insieme; non è, – diss'ella, mormorando nelle orecchie al marito, – non è un gran bel naso? — È un'impostura, anima mia, – ripigliò il locandiere, è un naso falso. — È vero, – disse la moglie. — È d'abete, – disse il marito; – non senti l'odor della trementina? — Vi è sopra una bollicina, – aggiunse la moglie. — È un naso morto, – riprese il locandiere. — È vivo, – disse la moglie, e giuro per l'anima mia, che vo' toccarlo. — Oggi ho fatto voto a S. Niccola, – dicea il Forestiere, – che nessuno mi toccherà il naso, fino.... — E quì sospendea la voce, e alzava li sguardi. — Fino a quando? – diceva frettolosa la donna. – Nol toccheranno, – diss'egli intrecciando le mani, e stringendosele al petto, – fino a quell'ora. — Qual ora? – esclamava la donna. — Mai, – ripigliò il Forestiere, – finchè io non arrivi. — Dove? per l'amor di Dio! – insisteva la donna. Il Forestiere partì, nè disse parola.

Non era il Forestiere innoltrato mezza lega per la via di Francfort, che tutto Strasburgo andava sossopra a cagion del suo naso. Le campane della compieta chiamavano li Strasburghesi ai sacri uffici, e a chiudere il giorno nella preghiera; non le sentiva un'anima. La città pareva uno sciame di api; uomini, donne, fanciulli, (e le campane suonavano,) correvano qua e là; uscivano da una porta, entravano in un'altra, di su, di giù, per le strade, pei viottoli. — L'avete veduto? — L'avete veduto? — L'avete veduto? — Oh! l'avete veduto? — Chi lo vide? — Chi l'ha veduto? — Dio buono! chi lo vide? — Io lavava. — Io dava l'amido. — Io era ai vespri. — Io ripuliva la casa. — Io cuciva. — Dio mi aiuti! io non l'ho veduto. — Io non l'ho toccato. — Oh fossi stato un po' la sentinella, o il tamburo dalle gambe storte, o il trombettiere, o la moglie sua! — E questo grido, e questo lamento, errava universale per ogni via, e per ogni canto di Strasburgo. Mentre la confusione e il tumulto turbavano la gran città di Strasburgo, il Forestiere cortese cavalcava di un passo soave soave verso Francfort, – nè facea vista d'aver nulla che fare in quel fatto; – ma per la via favellava in rotte sentenze ora alla sua mula, ora a sè stesso, ora alla sua Giulia, — O Giulia! amabile Giulia! – No, io non posso fermarmi perchè tu mangi quel cardo. – Che le trame di un rivale mi abbiano rapito ogni mio diletto al punto che andava a gustarne! – Poh! non è che un cardo; lascia andare, stanotte avrai miglior pasto. – Esiliato dalla patria mia, dagli amici, da te! – Povero diavolo! sei stanco del viaggio? via, camminiamo più forte; la valigia non ha che due camicie, un paio di brache di seta chermisi, e.... – Cara Giulia! – Ma perchè a Francfort? Forse una mano arcana mi conduce per tutti questi meandri? – S. Niccola! incespichi ad ogni passo; così consumeremo tutta la notte a fare.... – Forse felice, o ludibrio della fortuna, e della calunnia; – cacciato via nè convinto, nè ascoltato, e innocente. E perchè non restavi a Strasburgo, dove la giustizia.... – ma feci voto.... – Via! tu berrai.... – a S. Niccola. – O Giulia! – E perchè rizzi le orecchie? è un uomo, etc. —

Il Forestiere cavalcava conversando in questa maniera colla sua mula, e con Giulia, finchè giunse all'albergo; e smontando badò che la mula fosse trattata bene secondo le promesse, – e portò nell'albergo la sua valigia, e volle da cena una frittata, – e a mezza notte si mise a letto, e dopo cinque minuti dormiva profondamente.

E all'ora stessa diminuiva il tumulto in Strasburgo, – e gli abitanti andavansi a letto; – ma quanto al corpo e alla mente non riposavano di certo, come faceva il Forestiere; – perchè la fantasia, agilissima fata, aveva preso il naso del Forestiere, e, senza toccar nulla della grossezza, aveva sudato tutta la notte a dividerlo e suddividerlo in tanti nasi di diversa figura quante erano teste in Strasburgo. La Badessa di Quedlingberg venuta quella settimana a Strasburgo con le quattro prime dignità del suo Capitolo, a consultare l'Università sopra un caso di coscienza relativo alli sparati delle loro gonnelle, non potè chiudere un occhio. Il naso del gentil Forestiere erasi posato in cima alla glandula pineale del suo cervello, – e facea brulicar tante immagini in capo alle quattro prime dignità del suo Capitolo, che non ci fu da prendere un fil di sonno in tutta la notte, nè da star ferme un attimo; in somma si alzavano tutte come altrettanti spiriti. Tutte le monache di più severo istituto, che passano la notte vestite del cilicio, erano a partito peggiore della badessa di Quedlingberg; e girandosi e rigirandosi da ogni banda del letto si erano tutte scorticate a morte, e credevano che il fuoco di S. Antonio le avesse visitate a fin di provarle; nè chiusero un occhio da vespro a mattutino. Le Orsoline operando più saviamente non andavano a letto. E il decano di Strasburgo, e i prebendati, e il corpo dei canonici, (adunati tutti in capitolo la mattina per considerare il caso delle focacce condite col burro), bramavano aver seguitato l'esempio delle Orsoline. – Nel trambusto delle cose, la sera innanzi i fornai si erano dimenticati di fare il lievito, – nè in tutto Strasburgo potevi trovare per colezione focacce condite col burro. La cattedrale era in moto perpetuo, nè tanta causa d'inquietudine, nè tanta gelosa ricerca nella causa dell'inquietudine, si era veduta in Strasburgo dal tempo che Martino Lutero colle sue nuove dottrine sovvertiva quella città da cima a fondo. E se il naso del Forestiere scompigliava la mente dei chierici, qual facesse baccano in quella dei laici è più assai di ciò che possa descriver la mia penna consumata sino al gambo. So di certo, – esclama qui Slawkenbergius, nè da lui mi aspettava tanta gaiezza di concetto; – so di certo, che ci sono molte similitudini buone a darne un'idea ai miei concittadini; ma alla fine di un'opera come questa, scritta per amor di loro, e dove ho speso grandissima parte della vita, sarebbe giusto l'esigere, che io trovassi il tempo e la voglia di cercarle? Vi basti che universale era il disordine nelle fantasie Strasburghesi, e dominava assoluto ogni facoltà delle menti loro; e con tanta asseveranza, e con tanta eloquenza parlavano, e giuravano stranissime cose intorno a quel naso, che la corrente di qualunque discorso a maraviglia si drizzava a quel segno. Il buono e il cattivo, il ricco e il povero, il dotto e l'ignorante, il maestro e il discepolo, la padrona e la fantesca, l'accorto e lo stordito, la monaca e la donna, si affannavano tutti per udirne novelle, – e ogni occhio struggevasi di vederlo, e ogni dito anelava toccarlo.

Aggiungete ancora, – nè bisognava aggiunger nulla all'ardore di tanto desiderio, – che la sentinella, e il tamburo dalle gambe storte, e il trombettiere e la moglie sua, e la vedova del borgomastro, e il locandiere e la moglie sua, differivano tutti largamente nell'attestare, e descrivere il naso del Forestiere; – ma si accordavano in due punti, cioè che andava a Francfort, e tornerebbe fra un mese; – in secondo luogo, – fosse, o no, vero il naso, – il Forestiere era paragone di perfetta bellezza, – l'uomo il più ben formato, – il più gentile, – il più generoso della sua borsa, – il più cortese ne' suoi portamenti, che avesse giammai passate le porte di Strasburgo; e mentre cavalcava per le vie colla scimitarra penzolone alla destra, e mentre passeggiava attraverso la piazza d'arme colle brache di seta chermisi, il facea con aria tanto soave, disinvolta, e modesta, e al tempo stesso virile, che, se non fosse venuto in mezzo il suo naso, avrebbe intricato il cuore di qualsiasi fanciulla gli avesse dato uno sguardo. — Mal abbia il cuore che non sente il palpito e la passione della curiosità; e merita scuse la Badessa di Quedlingberg colle quattro sue dignità, se a mezzogiorno mandarono per la moglie del trombettiere. Ella andava per le vie di Strasburgo recandosi in mano la tromba del suo marito, – nè migliore apparato onde illustrare le sue teorie le concedeva la strettezza del tempo, – e si trattenne tre giorni. Ma rispetto alla sentinella, e al tamburo dalle gambe storte, Atene non potea metter loro a fronte veruno; – nè con tanta pompa Crantore e Crisippo leggevano sotto ai portici loro, con quanta leggevano que' due sotto le porte della città a chi andava e veniva. Il locandiere col ragazzo a sinistra leggeva sul medesimo stile nella corte della stalla; leggeva ancora la moglie, benchè in una stanza appartata; e tutti si affollavano a quelle lezioni, – no confusamente, ma, come è il costume, o da questo, o da quello, secondo che la fede e la credulità li schieravano: – insomma ogni Strasburghese affollavasi per saper la novella, – e ognuno sapeva la novella desiderata.

Vuolsi notare a benefizio di tutti i dimostratori in filosofia naturale etc., che, appena la moglie del trombettiere ebbe finito di leggere in privato alla Badessa di Quedlingberg, incominciò in pubblico, sopra uno sgabello, in mezzo alla piazza d'arme; e turbò fieramente gli altri dimostratori, tanto che la parte migliore della città subito traeva a sentirla. Ma quando il dimostratore in filosofia, – esclama qui Slawkenbergius, – ha per apparato una tromba, chi è di grazia il rivale di dottrina, che pretenda essere ascoltato a preferenza? Mentre gl'ignoranti pei condotti della nozione si affaccendavano a scendere in fondo al pozzo dove la Verità tiene la sua piccola corte, i maestri smaniavano altrettanto di tirar su il vero colle trombe pei condotti della induzione dialettica; – nè si brigavano dei fatti, – ragionavano. Ma professione al mondo non avrebbe meglio illustrato il soggetto, che la Facoltà medica, dove non si fosse smarrita a disputare intorno le glandule e i tumori edematici; – e così non ci fu verso di veder lume; – e il naso del Forestiere non avea nulla di comune colle glandule, e coi tumori edematici. Però fu dimostrato a sufficienza, che quella massa ponderosa di materia eterogenea non poteva ammucchiarsi al naso mentre l'infante era nell'utero, senza tor l'equilibrio alla bilancia del feto, e collocar bello e gonfio quel naso sul volto nove mesi prima del tempo. Li oppositori concedevano la teoria, – negavano le conseguenze. — E se convenienti vene, ed arterie, – ripigliavano i primi, – a nutrir debitamente quel naso non fossero concorse al principio della sua formazione, pria che venisse al mondo, (lasciando il caso delle glandule), non avrebbe potuto regolarmente crescere, e dipoi sostentarsi. — A questo rispondeva una dissertazione su gli alimenti, e l'effetto, che gli alimenti producono nel distendere i vasi, e il crescere e il prolungarsi delle parti musculari al massimo incremento, e alla massima espansione immaginabile. E nel trionfo di questa teoria, giunsero ad affermare, che in natura non v'era ragione, perchè un naso non potesse arrivare alla grossezza dell'uomo stesso. Rispondevano non potersi avverare l'evento, finchè l'uomo avesse uno stomaco solo, e due polmoni. — Lo stomaco, – dicevano, – è l'organo destinato unicamente a ricevere il cibo, e convertirlo in chilo; i polmoni sono la macchina, che lavora il sangue; e quest'ingegni nell'adempiere alle proprie funzioni hanno misura dall'appetito, – o ammettendo possibile, che l'uomo carichi di soverchio lo stomaco, la natura ha dato confine ai polmoni; quei visceri ebbero grandezza e forza determinata, nè possono elaborare una certa quantità, che a spazio fisso di tempo; cioè producono tanto sangue, che basti a un uomo solo, e non più; – e se vi fosse tanto naso che uomo, provavano, che dovrebbe seguitare necessaria cancrena; e perchè non v'era da sostentare ambedue, o il naso sarebbe caduto dall'uomo, o l'uomo inevitabilmente dal naso. — La natura si accomoda a queste emergenze, – gridavano gli oppositori; – altrimenti, che direste voi d'uno stomaco intero, di due polmoni interi, e d'un uomo mezzo, cui sventuratamente un cannone abbia tronche le gambe? — Ei muor di pletora, – riprendevano, – o sputa sangue, e in quindici giorni, o al più tre settimane, va consumato a babboriveggoli. — Non è così, – ripigliavano li oppositori. — Così non fosse! – rispondevano gli altri. Quelli spiriti curiosi, che indagano l'interna natura, e i suoi fatti, sebbene andassero d'amore e d'accordo per un buon tratto di via, finalmente si divisero intorno al naso in tante opinioni, quante quelle dei medici stessi. Statuivano pacatamente, che le varie parti del corpo umano avevano un ordine, e una proporzione geometrica corrispondente ai suoi vari uffici e funzioni, nè potea trapassarsi fuorchè con certi limiti; e benchè la natura talvolta scherzasse, scherzava anch'ella in un certo circolo, nè potevano conceder nulla al di là del suo diametro. Più che altra classe di letterati, i Logici si tenevano stretti all'argomento, e cominciavano e finivano con la voce naso; e se non era una petizione di principio, nella quale fin dalle prime andò a batter di capo uno de' più capaci tra loro, la quistione sarebbesi terminata in un fiato. — Un naso, – argomentava il Logico, — non può sanguinare senza sangue, e sangue che circoli a produrre il fenomeno con una serie di gocciole; – e una corrente altro non è, che una serie più veloce di gocciole. – Ora la morte non essendo, che il ristagnamento del sangue.... — Nego la definizione; la morte è la separazione dell'anima e del corpo, – disse il suo antagonista. — Dunque non ci combiniamo nell'arme, – riprese il Logico. — Dunque la quistione è terminata, – rispose l'antagonista. Furono più concisi i Giurisperiti, e quanto profferivano aveva meglio sembianza di decreto, che di contesa. — Quel naso mostruoso, – dicevano, – se fosse vero, non potea sofferirsi agevolmente nella civil società; se poi falso, ingannare così la società con segni mentiti era un violare altamente i suoi diritti, e però gli si dovevano anche meno rispetti. — A questo obbiettavano unicamente, che, se provavasi alcuna cosa, era, che il naso dello Straniero non appariva nè vero, nè falso. E questo diè luogo di seguitare alla controversia. — Sostenevano gli avvocati della Corte Ecclesiastica, che nulla potea vietare un decreto, dacchè il Forestiere ex mero motu confessava essere stato al Promontorio dei Nasi, dove se n'era procurato uno de' più belli etc., etc. — Rispondevano a questo, essere impossibile che vi fosse il Promontorio dei Nasi, e i dotti non lo sapessero. Il commissario del Vescovo di Strasburgo prese le parole dell'avvocato, e chiarì la materia con un trattato sulle frasi proverbiali, dimostrando loro il Promontorio dei Nasi, come semplice espressione allegorica, significante, che la natura lo aveva dotato di lungo naso; e come prove citava dottamente infinite autorità, che fuor di dubbio avrebbero deciso la causa, se non fosse apparito, che 90 anni prima erano servite a terminare una questione intorno alcune franchigie di un decano. Intanto avveniva, – nè dirò sventuratamente pel Vero, poichè così facendo gli davano leva da un'altra parte, – intanto avveniva, che le due Università di Strasburgo, la Luterana fondata il 1538 da Giacomo Sturmis consigliere del Senato, e la Papale da Leopoldo Arciduca d'Austria, impiegavano tutta la forza del loro sapere, (tranne quel po' di tempo, che richiedeva l'affare della Badessa di Quedlingberg intorno agli sparati delle gonnelle), a determinare il punto della dannazione di Martino Lutero;......... ....... ma il naso grosso del Forestiere distolse l'attenzione del mondo da quanto avevano tra mano, – e lor convenne seguitar la corrente. Nè fu ritegno la Badessa di Quedlingberg, e le sue quattro prime dignità; il naso grosso del Forestiere mosse ai dottori la fantasia, quanto il caso di coscienza; e però l'affare degli sparati delle gonnelle fu per un tratto sospeso; in somma gli stampatori ammannivano i tipi, e dispute d'ogni maniera corsero in pubblico. Tu avresti potuto più agevolmente mettere insieme un vescovo e un tegame, che indovinare da qual parte del naso si sarebbero tratte le due Università.

— È sopra la ragione, – gridavano da una parte alcuni Dottori.

— È sotto la ragione, – gridavano degli altri.

— È fede, – gridò uno.

— È un archetto da violino, – rispose l'altro.

— È possibile.

— È impossibile.

— Infinita è la potenza di Dio, – gridavano i Nasisti, – può far quanto vuole.

— Non può far nulla, – ripresero gli Antinasisti, – che in sè comprenda contradizione. — Può far che la materia pensi, – dissero i Nasisti. — Già, come tu dell'orecchio d'una scrofa puoi farne un berretto di velluto, – risposero gli Antinasisti. — Non può fare, che due più due facciano cinque, – dissero i Cattolici. — Non è vero, – risposero gli oppositori. — La potenza infinita è potenza infinita, – dissero i dottori che affermavano la realtà del naso. — Si estende solamente a tutte le cose possibili, – rispondevano i Luterani. — Dio del cielo! – esclamavano i Cattolici, – se così crede, può fare un naso grosso come il campanile di Strasburgo. — Ora il campanile di Strasburgo essendo il più grosso e il più alto campanile che si veda nel mondo, gli Antinasisti negavano, che un naso di 575 piedi geometrici in lunghezza potesse portarsi almeno da un uomo della comune statura. I Cattolici giuravano di sì. — No, non può essere, – dicevano i Luterani. — E questo suscitò nuova contesa, che portarono innanzi gran tratto, intorno l'estensione e i limiti degli attributi morali e naturali di Dio. Non s'intese più nominar parola del naso del Forestiere, che servì appunto come di fregata a lanciarli nel golfo della teologia scolastica, e quivi navigavano a vele spiegate. Lo scaldarsi sta in proporzione alla mancanza del vero sapere. La controversia degli attributi etc. invece di raffreddare aveva all'incontro scaldate più che mai le immaginazioni strasburghesi, e quasi fuor di misura. Meno intendevano, e più maravigliavano, ma furono lasciati nell'angoscia del desiderio non appagato. Vedi carità dei loro dottori! Da una parte quei della cartapecora, dell'ottone, e della trementina, – dall'altra i Cattolici, s'imbarcano tutti, e son già fuor delle viste, come Pantagruello, e i suoi compagni, che vanno a cercar l'oracolo della Bottiglia. E i poveri Strasburghesi abbandonati sul lido! che fare omai? – nullo indugio di mezzo; – cresceva il tumulto, e le porte vennero aperte. Sfortunati Strasburghesi! nel magazzino della natura, nell'armadio delle scienze, nell'arsenale del caso, fu lasciata forse indietro una macchina per tormentare la vostra curiosità, per suscitare i vostri desideri, che la mano del fato non accennasse onde potesse operare sul vostro cuore? Io non tingo la penna a scusarvi della resa che faceste, ma scrivo le vostre lodi. Mostratemi una città così travagliata dalla espettazione, senza mangiare, bere, o dormire, o pregare, o intender le voci del cielo e della natura, pel corso di giorni ventisette, e ditemi poi se avrebbe sostenuto un giorno più a lungo! Al ventottesimo il Forestiere cortese aveva promesso di ritornare. Settemila carrozze, (e credo, che Slawkenbergius abbia sbagliato nel conto), settemila carrozze, quindicimila calessi a un cavallo solo, ventimila carri, si affollavano insieme serrati, e pieni di senatori, di consiglieri, di sindaci, di beghine, di vedove, di mogli, di vergini, di concubine etc. La Badessa di Quedlingberg con le sue quattro prime dignità guidava la processione in una carrozza, e il decano di Strasburgo con le quattro prime dignità del suo Capitolo le veniva alla manca; i rimanenti seguitavano a rifascio come meglio potevano, – a cavallo, a piedi, in vettura, pel Reno, per questa via, per quell'altra; tutti insomma uscivano incontro al Forestiere cortese. Noi precipitiamo alla catastrofe del nostro racconto. — Io dico catastrofe, (esclama qui Slawkenbergius), perchè un racconto regolarmente disposto nelle parti, non solo va lieto della catastrofe, e della peripeteia d'un dramma, ma gode ancora di tutte le altre parti, che ne fanno l'essenza; ed ha la protasi, l'epitasi, la catastasi, la catastrofe o peripeteia, succedentisi fra loro in quell'ordine, che prescrisse Aristotele, senza le quali, – dice Slawkenbergius, – un racconto non dovrebbe narrarsi ma invece tenerselo in cuore; e in tutte le mie dieci decadi io Slawkenbergius ho tenuto ogni mio racconto strettamente annodato alla regola da me seguita in questo del Forestiere, e del suo naso. Dalle prime parole alla sentinella fino al punto che lascia Strasburgo dopo aver cavate fuori le brache di seta chermisi, è la protasi, ovvero l'introduzione, dove si toccano i caratteri dei personaggi così di volo, e il soggetto è lievemente incominciato. L'epitasi, dove l'azione progredisce fino all'ultimo grado chiamato catastasi, e che d'ordinario comprende il secondo, e il terz'atto, è rinchiusa in quell'operoso periodo del mio racconto, cioè dal tumulto della prima notte fino a che la moglie del trombettiere fa la sua lezione in mezzo di piazza d'arme. E dall'entrar che fanno i dottori nella questione fino a che sciolgon le vele, lasciando desolati li Strasburghesi sul lido, è la catastasi, ossia quella parte in che gli avvenimenti e le passioni sviluppano, prorompendo nel quint'atto. E questo comincia dall'uscir che fanno li Strasburghesi sulla via di Francfort, e finisce strigando il labirinto, e conducendo l'eroe dallo stato di agitazione, (così lo chiama Aristotele), allo stato di riposo, e di quiete. E questo, – dice Hafen Slawkenbergius, – costituisce la catastrofe o peripeteia del mio racconto, e questa è la parte che imprendo a narrare. Lasciammo il Forestiere dietro il sipario a dormire; or vien sulla scena. — E perchè rizzi le orecchie? è un uomo a cavallo,.... — fu l'ultima parola, che il Forestiere disse alla mula; e allora non tornava bene far sapere al lettore, che la mula prese in parola il padrone, e senz'altro lasciò passare il viandante e il suo cavallo. Il viandante studiavasi a tutta fretta di giunger la notte a Strasburgo. — Pazzo, che non son altro! – poi disse fra sè, dopo aver cavalcato circa una lega: – pazzo, che non son altro! se penso d'entrare in Strasburgo stanotte. Strasburgo! Strasburgo la grande! Strasburgo la capitale di tutta l'Alsazia! Strasburgo città imperiale! Strasburgo stato sovrano! Strasburgo munita di cinquemila dei migliori soldati che sieno! Ahi! se ora fossi alle porte di Strasburgo, non mi farebbero entrare per un ducato, nè per uno e mezzo; – è troppo; – e il meglio è tornarsi all'ultimo albergo da dove sono passato, che fermarsi io non so dove, o donare io non so quanto. Il viandante così meditando girò la testa del cavallo, e giunse all'albergo tre minuti dopo che il Forestiere era stato condotto alla sua stanza. — Abbiamo del lardo, e del pane, – diceva l'oste, – e all'undici avanzavano tre uova, ma un Forestiere, che arrivò, non è un'ora, se le fece acconciare in frittata, e non abbiamo più nulla. — Ahimè! – disse il viandante; – affaticato come sono, non mi bisogna che un letto. — E morbido quanto altro mai dell'Alsazia, – riprese l'oste, – e ci avria dormito il Forestiere, perchè è il migliore che io m'abbia, se non era per via del suo naso. — Gli è forse venuto un flusso di sangue? – favellò il viandante. — No, ch'io sappia, – diceva l'oste, – no davvero; ma Giacinta, (e in questa accennava dello sguardo la fantesca), immaginò, che il letto non fosse capace tanto, che egli vi potesse rivolgere il suo naso. — Come mai? – sclamò il viandante, facendosi indietro. — È un naso tanto lungo, – ripigliò l'oste. Il viandante fissava gli occhi sopra Giacinta, poi li fissava al suolo; si piegò sul ginocchio diritto, e si pose una mano sul petto. — Voi già non beffate l'ansia del mio desiderio? – diss'egli, come risorse. — No, in verità, – rispondeva Giacinta, – è un naso magnifico. — Il viandante s'inginocchiò nuovamente, – si pose la mano sul petto, – e guardando al cielo diceva: — tu m'hai condotto al termine del mio pellegrinaggio; egli è Diego. — Era il viandante fratello di Giulia tanto invocata dal Forestiere, la notte che cavalcando la mula si dipartì di Strasburgo; e veniva in cerca di lui, pregato dalla sorella, la quale accompagnò da Valladolid in Francia traversando i Pirenei; e gli fu mestieri superare infinite difficoltà cercandolo pei molti andirivieni e voltate improvvise, onde è composta la spinosa via d'un amante. Ma Giulia soccombeva, – nè potè muovere un passo fuor di Lione, dove per gli affanni di un tenero cuore, (ne favellano tutti, ma è raro chi sente), si giacque malata, – e appena ebbe forza di scrivere a Diego una lettera; e avendo scongiurato il fratello a non volerla giammai rivedere, se prima non lo avesse trovato, gli mise nelle mani la lettera, e andossene a letto. Ferdinando, (così aveva nome), non ostante il letto morbido quanto altro mai dell'Alsazia non potè chiudere un occhio, e come fu giorno si levò, e sentendo che Diego ancora era levato entrò nella camera disobbligandosi della sua commissione. Così diceva la lettera:

Signor Diego!

Non è l'ora da vedere se i miei sospetti intorno al vostro naso fossero, o no, giustamente eccitati; vi basti, che io non ebbi costanza da farne la prova. Io conosceva poco me stessa, allorchè mandai la mia governante a divietarvi, che non veniste più sotto la mia gelosia; e meno ancora conosceva il mio Diego, avvisandomi, che resterebbe un giorno a Valladolid per chiarire i miei dubbi; ma fu pietà, o Diego, l'abbandonarmi perchè rimasi ingannata? o fu cortesia prendermi alla parola, giusti o no che fossero i miei sospetti, e lasciarmi, come faceste, a tanta incertezza, a tanto dolore? E come Giulia abbia sentito quest'atto vel dirà il fratel mio al consegnarvi la lettera; e vi dirà come di lì a un istante si pentiva del precipitoso messaggio che vi mandò, e forsennata correva alla gelosia, – e stette più giorni e notti di séguito appoggiata sul gomito guardando alla via donde era solito Diego venire. E quando ella ebbe nuova della vostra partenza, vi dirà come l'abbandonava lo spirito, e il core le si ammalava, e piangeva pietosamente, e chinava la testa sotto il peso degli affanni. O Diego! quanti passi non ho misurati, stanca, anelante di rintracciarvi! e la pietà del fratel mio mi conduceva per mano; e il desiderio mi portava al di là delle forze, e sovente io mi sveniva, e gli cadea tra le braccia, senza proferire altra voce, che questa: – o Diego mio! – Se il cuor vostro non è smentito dalla gentilezza dei modi, volerete presso di me colla velocità onde fuggiste, affrettatevi tanto, che possiate.... che possiate giungere a vedermi spirare. È un sorso amaro; ma è più ancora amareggiato dal morir non.....

Ella non potè seguitare. Slawkenbergius suppone, che la parola significasse non convinta, ma le forze non le consentirono di finire la lettera. E mentre il Forestiere cortese la leggeva, il cuore gli straboccava di affetti, e ordinò che fosse insellata la sua mula, e il cavallo di Ferdinando; e perchè nel combattimento delle passioni lo sfogo della prosa non agguaglia quello dalla poesia, il caso, che del pari ci spinge ai rimedi e alle infermità, avendo gettato dalla finestra in camera un pezzo di carbone, Diego se ne giovò, e intanto che il ragazzo allestiva la mula, così disacerbava il suo spirito scrivendo nel muro come segue:


ODE

1.

No, – se la mano della Donna mia

L'arpa non tocca, esce il concento e muore,

Nè l'accompagna un'aura d'armonia;

Ma se le muove, tremano d'amore

Le belle corde, e l'anima delira

Di misteriosa voluttà sospira.

2.

O Giulia!

I versi erano naturali, e convenienti al soggetto, dice Slawkenbergius, – e peccato che rimanessero in tronco; ma o che il Signor Diego avesse tardo l'ingegno a far versi, o che il ragazzo si affrettasse a sellare le cavalcature, non è chiaro; fatto sta, che la mula di Diego, e il cavallo di Ferdinando, erano lesti alla porta dell'albergo prima che Diego fosse in atto per la sua strofa seconda; e però senza restare a finir l'ode, ambedue montarono, dettero di sprone, passarono il Reno, traversarono l'Alsazia, e piegarono alla volta di Lione; e prima che li Strasburghesi e la Badessa di Quedlingberg uscissero della città, aspettando l'arrivo del Forestiere, Ferdinando, Diego, e la sua Giulia, avevano passati i Pirenei, ed erano giunti sani e salvi a Valladolid. Non importa avvertire il lettore geografo, che, Diego essendo in Ispagna, il Forestiere cortese non potevasi più incontrare sulla via di Francfort; basti il dire, che, la curiosità essendo di tutti gl'inquieti desideri il più ardente, li Strasburghesi la sentivano di massima forza, e per tre giorni e per tre notti si trabalzavano su e giù per la via di Francfort con tutta la tempesta di quella passione, nè sapevano ancora adattarsi a tornarsene a casa. Ma sciaguratamente per loro il fato preparava l'evento il più funesto che possa accadere a popolo libero. Perchè molti hanno discorso, e pochi inteso, questa rivoluzione degli affari Strasburghesi, io Slawkenbergius voglio chiarirne il mondo in dieci parole, e al tempo stesso finirò il mio racconto. Ognuno sa del gran sistema di Monarchia Universale composto per comandamento di Monsieur Colbert, e dato manoscritto a Luigi XIV l'anno 1664. Ognuno sa, che un ramo di quel sistema era l'impadronirsi di Strasburgo onde favorire a tutti i tempi un'invasione in Suabia, e disturbare la quiete della Germania, e che in conseguenza di questo piano Strasburgo cadde finalmente in mano di Francia. A pochi è dato di rimontare alle vere sorgenti di questa e simili rivoluzioni. I volgari guardano tropp'alto; gli uomini di stato troppo basso. Il vero sta di mezzo. È funesta, – esclama uno storico, – la superbia popolare di una città libera. Li Strasburghesi stimavano, che scapitasse la libertà a ricevere una guarnigione imperiale, e così vennero in preda ai Francesi. Il destino delli Strasburghesi, – dice un altro, – può servire di avvertimento ad ogni popolo libero, perchè faccia risparmio di danaro. Li Strasburghesi spesero anticipate le rendite, s'imposero tasse di per sè stessi, e si affiacchirono tanto, che finalmente non ebbero forza da tener chiuse le porte, e i Francesi le apersero. – Ahi! ahi! – grida Slawkenbergius, – non furono i Francesi, ma fu la curiosità che le aperse. Veramente i Francesi, che stanno mai sempre all'erta, veggendo li Strasburghesi, uomini, donne, e fanciulli, uscir tutti della città dietro al naso del Forestiere, si posero in marcia ed entrarono. D'allora in poi le manifatture e il commercio hanno piegato a continua decadenza, ma non per le cause assegnate dai capi del commercio; piuttosto vuolsi ascrivere a questa sola: che i nasi hanno sempre fatto tanto frastuono in quelle teste, che li Strasburghesi non poterono badare ai loro interessi. — Ahi! ahi! – grida qui Slawkenbergius, facendo un'esclamazione, – non è la prima, e temo che non sarà l'ultima fortezza conquistata o perduta per via dei Nasi.

— 1829 —

III. STORIA DI LE FEVER

Era di poco avanzata l'estate di quell'anno in che gli alleati presero Dendermond, – e il mio Zio Tobia sedevasi a cena, e Trim sedeva dietro di lui a una tavoletta, allorchè il padrone di un alberghetto del villaggio entrò nella stanza a chiedere un bicchiere o due di vin di Canarie. — È per un povero gentiluomo, io credo dell'armata, – diceva l'oste, – e son quattro giorni, che il male l'ha côlto in casa mia, nè d'allora in poi ha più sollevato la testa, o avuto voglia di gustar cosa alcuna, se non che ora appunto gli è venuta vaghezza d'un bicchier di Canarie, e d'un crostino. – Io penso, – ha detto il malato levandosi dalla fronte la mano, – io penso che se vorrà, conforterà. – Se nol potessi chiedere, o prendere in prestito, o comprare, – soggiugnea l'oste, – vorrei quasi rubarlo per amor del povero gentiluomo, che è malato di tanto. E spero in Dio, – continuava, – che ogni dì più andrà migliorando, – perchè ci sta troppo a cuore la sua salute. — Poffare il mondo! – sclamava il mio Zio Tobia, – tu sei di buona pasta, e berrai tu pure un bicchier di Canarie alla salute del povero gentiluomo, e gliene recherai due bottiglie co' miei saluti, e digli che gliele mando di cuore – e una dozzina ancora, se gli potranno far bene. Io son persuaso, – disse il mio Zio Tobia, nel punto che l'oste serrava la porta, – che costui abbia veramente viscere di pietà; – ma pure, o Trim, non posso tenermi di stimare altamente anche l'ospite suo; – e' dee avere alcuna dote più che ordinaria, perchè in tempo sì breve si sia conciliato tanto l'affetto del suo albergatore. — E dell'intera famiglia, – riprendeva il Caporale, perchè tutti lo tengono a cuore. — Vàgli dietro, – disse il mio Zio Tobia, – va, Trim, e dimandagli come si chiami. — Me ne sono dimenticato davvero, – disse l'oste rientrando nella stanza col Caporale, – ma ne posso dimandar nuovamente al suo figliuolo. — Egli ha dunque seco un figliuolo? – disse il mio Zio Tobia. — Un giovanetto, – rispose l'oste, – di circa gli undici, o i dodici anni; ma la povera creatura non ha gustato quasi nulla di cibo come suo padre: non fa che addolorarsi, e piangere notte e giorno, e son due giorni che non si muove dalla sponda del letto. — Il mio Zio Tobia posò il coltello, e la forchetta, e si tolse il piatto davanti, mentre l'oste gli facea quel racconto, – e Trim senza aspettar comando, nè dir parola, sparecchiava, e di lì a pochi minuti gli recò la pipa e il tabacco. — Trim! – disse il mio Zio Tobia dopo avere accesa la pipa, e date dieci o dodici boccate di fumo. Trim venne alla presenza del suo padrone, e lo inchinò. Il mio Zio Tobia seguitò a fumare, nè più fece motivo. — Caporale! – disse il mio Zio Tobia. E il Caporale lo inchinò. Il mio Zio Tobia non andò più là col discorso, ma finì la sua pipa. — Trim! – disse il mio Zio Tobia, – mi è venuto in capo, perchè è una cattiva nottata, di avvolgermi tutto nel mio mantello, e visitare quel povero gentiluomo. — Vostro Onore, – rispose il Caporale, – non ha indossato una volta il mantello dopo la notte precedente al giorno che Vostro Onore fu ferito facendo la guardia nelle trincee davanti alla porta di S. Niccola; e di più la notte è tanto fredda e piovosa, che tra il mantello e il temporale vi sarà da morirne, o vi ritorneranno i dolori nell'inguinaia. — Temo di si, – rispondeva il mio Zio Tobia, – ma la mente non mi quieta, o Trim, dopo il racconto dell'oste. Avrei desiderato non saperne tanto, – aggiungeva, – o saperne di più. E che modo terremo noi? — Lasciatene a me la cura, se vi aggrada, – rispose il Caporale, – io piglierò il mio cappello, e il mio bastone, e andrò all'albergo per riconoscere, e far quanto occorre, e tra un'ora Vostro Onore avrà nuova di tutto. — Va Trim, — disse il mio Zio Tobia, – ed eccoti uno scellino, perchè tu lo beva insieme al suo servo. — Gli trarrò tutto di bocca, – disse il Caporale serrando la porta. – Il mio Zio Tobia empiè la seconda pipa, e se non fosse che tratto tratto si divagava dal soggetto, considerando se tornasse bene che la cortina della tanaglia avesse una linea retta, o una curva, poteva dirsi che a null'altro pensasse fuorchè a Le Fever e al suo figliuolo in tutto quel tempo. E non aveva per anche scosse le ceneri della sua terza pipa, che il Caporale ritornò dall'albergo, e gli diè le seguenti notizie. — A prima giunta io disperava, – cominciò il Caporale, – di recare a Vostro Onore nessuna novella intorno al povero Luogotenente infermo. — È dunque dell'armata? – disse il mio Zio Tobia. — Certo, – rispose il Caporale. — E di qual reggimento? – disse il mio Zio Tobia. — Io vi narrerò tutte le cose, – rispose il Caporale, – a mano a mano che le ho sapute. — E empirò dunque di nuovo la mia pipa, – disse il mio Zio Tobia, – nè cercherò d'interromperti, finchè tu non abbi finito; e però siedi a tuo bell'agio, o Trim, sulla seggiola presso alla finestra, e comincia da capo. — Il Caporale fece l'antico suo inchino, che generalmente esprimeva chiaro, per quanto lo possa un inchino, – Vostro Onore è buono, – e di poi si mise a sedere come gli fu imposto, e cominciò da capo la storia presso a poco colle stesse parole. — Io disperava a prima giunta di recare a vostro Onore nessuna novella intorno al povero Luogotenente infermo, e al suo figliuolo, perchè dimandando del suo servo, da cui io confidava sapere ogni cosa lecita a chiedersi, ( — giustissima distinzione, o Trim, — disse il mio Zio Tobia, – ) mi risposero che non aveva servo con sè, – ma era giunto all'albergo con dei cavalli noleggiati, e trovandosi inabile a proseguire, – io suppongo per unirsi al reggimento, – la mattina vegnente gli aveva rimandati. – Se posso migliorare, – disse, dando al suo figliuolo la borsa onde pagasse l'uomo, – noleggeremo quì dei cavalli; – ma il povero gentiluomo non moverà più di quì, – diceva l'ostessa, – perchè tutta la notte ho sentito l'uccello del mal augurio: e se muore, morrà certamente con lui il giovanetto suo figlio, e di già gli si spezza il cuore. – Io stava a sentire, e il giovanetto venne in cucina ordinando il crostino rammentato dall'oste: – ma lo voglio far io per mio padre, – aggiunse il giovanetto. – Di grazia, o giovanetto gentile, – diss'io pigliando a tal fine una forchetta, e offrendogli la mia sedia perchè sedesse vicino al fuoco, – di grazia lasciate fare a me. – Io credo, o Signore, – mi rispondea verecondo, – di poter meglio contentare mio padre. – Io tengo per fermo, – ripigliai, – che Suo Onore non vorrà gradir meno il crostino perchè l'abbia arrostito un vecchio soldato. – Il giovanetto mi prese la mano, e subito ruppe nel pianto. — Povero giovanetto! – disse il mio Zio Tobia, – educato sin da fanciullo all'armata, il nome di soldato gli suona, o Trim, come nome d'amico: – oh l'avessi io pure quì presente! – Nella marcia più lunga, – continuò il Caporale, – io non ebbi mai sì gran voglia di desinare, come allora di piangere con lui. E che dir voleva per parte mia? – scusimi Vostro Onore. — Niente affatto, – rispose il mio Zio Tobia soffiandosi il naso, – se non che tu sei di ottimo cuore. — Nel tempo che io gli dava il crostino, stimai bene dirgli come io fossi il servo del Capitano Shandy, e che Vostro Onore, benchè straniero, voleva bene fuor di misura a suo padre, – e se v'era cosa qualunque in casa vostra, o in cantina, ( — e tu potevi aggiugnere eziandio la mia borsa, — disse il mio Zio Tobia; – ) ne disponesse a piacer suo. Mi fece un inchino profondo che fu inteso a Vostro Onore, ma non rispose, perchè il suo cuore era pieno, e così ascese le scale col crostino. – E vi assicuro, o mio diletto, – gli dissi nell'aprir l'uscio di cucina, – che vostro padre tornerà di nuovo in salute. – Il curato di M. Yorick fumava la pipa vicino al focolare, – ma non disse parola nè buona nè cattiva per consolare quel giovanetto; – e mi parve mal fatto, – soggiunse il Caporale. — E pare anche a me, – disse il mio Zio Tobia. — Come il Luogotenente ebbe preso il bicchier di Canarie, e il crostino, sentissi un po' ravvivato, e mandò in cucina a farmi sapere, che tra dieci minuti mi saprebbe buon grado se io salissi le scale. – Credo, – diceva l'oste, – che voglia fare le sue preghiere, perchè sopra una seggiola accanto la sponda del letto eravi un libro, e nel chiuder la porta vidi che il suo figliuolo prendeva un guanciale. – Io pensava, – disse il curato, – che voi altri uomini d'arme non diceste mai fiato d'orazione. – La notte passata intesi il povero gentiluomo che recitava le sue preghiere, – disse l'ostessa, – e con tutta divozione, e lo intesi con queste mie orecchie, altrimenti non ci avrei creduto. – Ne siete certa? – riprendeva il curato. – Un soldato, scusimi Vostra Riverenza, – favellai allora, – prega sovente, e spontaneo, al pari d'un parroco, e quando egli combatte pel suo Re, per la vita, e per l'onore, ha più ragione di pregare a Dio, che persona di questo mondo. — Ben parlasti, o Trim, disse il mio Zio Tobia. — Ma quando un soldato, – scusimi Vostro Onore, – risposi, – è stato dodici ore di séguito in piedi, fino ai ginocchi nell'acqua ghiaccia, o impegnato per mesi intieri in lunghe e pericolose marcie, oggi per avventura inseguito, dimane perseguitato – mandato in un luogo, – quindi richiamato, – una notte riposando sull'armi, – l'altra destato a battaglia in camicia, – assiderato nelle giunture, – e senza un po' di paglia nella tenda per coricarvisi sopra, – un soldato allora deve fare orazione come e quando può, – e credo, – continuai a dire, essendo punto sul vivo per la riputazione dell'armata, – e credo, – scusimi Vostra Riverenza, – che quando un soldato abbia tempo, preghi di cuore da quanto un parroco, e certo con meno boria ed ipocrisia. — Ciò non dovevi dirgli, – disse il mio Zio Tobia, – che Dio solo conosce chi sia l'ipocrita, o no. Al grande esame di noi tutti, o Caporale, al giorno del giudizio, (e non mai fino a quel punto,) vedremo chi abbia adempito al suo ufficio in questo mondo, – e chi no, – e ne avremo premio secondo il merito. — Spero di sì, – disse Trim. — Si legge nella Scrittura, – disse il mio Zio Tobia, – e dimani tel mostrerò. Intanto possiamo credere, o Trim, a nostro conforto, – disse il mio Zio Tobia, – che Dio onnipotente è sì buono e giusto governatore del mondo, che, dove abbiamo fatto l'ufficio nostro, non vorrà mai ricercare se l'abbiamo fatto vestiti di rosso, o di nero. — Spero di no, – disse il Caporale. — Ma prosegui la storia, – disse il mio Zio Tobia. — Allorchè fui salito nella camera, – continuò il Caporale, – aspettando per altro il termine dei dieci minuti, – il Luogotenente giacevasi in letto colla testa levata sopra una mano, e il gomito sopra il guanciale, e accanto un polito fazzoletto di tela bianca. Il giovanetto chinavasi in quella a raccorre il guanciale, dove suppongo che il padre si fosse inginocchiato: – il libro era sul letto, – e mentre il figlio si alzava con una mano raccogliendo il guanciale, distese l'altra per levare il libro nel medesimo tempo. – Lasciatelo lì, o mio diletto, – disse il Luogotenente. Non si mostrò disposto a parlarmi, finchè io non mi accostai alla sponda del letto. – Se voi siete il servo del Capitano Shandy, fate al vostro padrone i miei ringraziamenti, e quelli del mio figliuoletto, per la cortesia che mi ha usato. – Poscia mi dimandò se Vostro Onore fosse del Lever; io gli risposi di sì. – Dunque, – diss'egli, – noi abbiamo militato insieme per tre imprese nelle Fiandre; ma perchè io non ebbi l'onore di conoscerlo assai da vicino, è probabile che egli non sappia nulla di me. Voi nondimeno gli direte, che la persona tanto dal suo buon cuore obbligata è un certo Le Fever Luogotenente nell'Angus: – ma pure non mi conosce, – diss'egli pensoso una seconda volta; – ma può sapere la mia storia, – continuò; – ditegli di grazia, che io fui l'Alfiere di Breda, cui sfortunatamente venne uccisa la moglie da un colpo di moschetto, mentre io me la teneva tra le braccia. – Me ne ricordo benissimo, – scusimi Vostro Onore, – gli dissi. – Ve ne ricordate voi? – diss'egli asciugandosi gli occhi col suo fazzoletto. – Ed io: – pur troppo! – E in queste parole si cavò di seno un anelletto, che pareva legato al collo da un nastro nero, e lo baciò due volte. Poi disse: – vien qua, Guglielmino, – e il fanciullo traversò di volo la stanza, e, cadendo ginocchioni, si recò in mano l'anello, – e lo baciò, – poi baciò suo padre, – si assise sul letto, e piangeva. — Io vorrei, – disse il mio Zio Tobia traendo un profondo sospiro, – io vorrei esser nel sonno. — Vostro Onore, — rispose il Caporale, – è troppo commosso: vi mesco un bicchier di Canarie, e vi dò un'altra pipa? — Sì, o Trim, – disse il mio Zio Tobia. — Io mi ricordo, – disse il mio Zio Tobia nuovamente sospirando, – io mi ricordo la storia dell'Alfiere, e più una circostanza, che la sua modestia ha tralasciato, – ed è, che ambedue, per una o per altra ragione (non mi rammento quale), erano generalmente compianti da tutto il reggimento. Ma finisci la storia, che hai preso a narrare. — È omai finita, – disse il Caporale, – dacchè non potei trattenermi più a lungo, – e così augurai la buona notte a Suo Onore, e il giovanetto Le Fever mi fece lume sino in fondo alle scale, e nello scendere mi diceva che erano venuti d'Irlanda, e si erano messi in viaggio per unirsi al reggimento nelle Fiandre. – Ma sventura! – disse il Caporale, – l'ultima marcia del Luogotenente tocca al suo termine. — Cosa avverrà del povero suo figliuolo! – esclamò il mio Zio Tobia. —

Eterno onore al mio Zio Tobia! (quantunque io il dica solamente per amor di coloro, che posti tra una legge naturale e positiva non sanno di per sè stessi a che partito appigliarsi in questo mondo;) eterno onore al mio Zio Tobia! – perchè sebbene in quel tempo avesse l'animo caldamente inteso a portare innanzi l'assedio di Dendermond di pari agli alleati, che incalzavano il proprio con tanto vigore, che a mala pena gli davano tempo da desinare, – nondimeno abbandonò Dendermond, benchè avesse di già fatto un alloggiamento sulla contrascarpa, – e volse tutti i pensieri alle private sciagure dell'albergo; e fuorchè impose che la porta del giardino fosse chiusa a catenaccio, onde poteva dirsi che avesse rivolto l'assedio in blocco, lasciò Dendermond in sua balìa, fosse o no sovvenuto dal Re di Francia, secondo che avrebbe stimato bene, – e solo considerava come potesse sollevare il povero Luogotenente, e il suo figliuolo.

— Quell'Ente benigno, che è l'amico del derelitto, te ne renderà merito.

— Tu mi hai lasciata imperfetta l'opera, – disse il mio Zio Tobia al Caporale, mentre ei lo metteva a letto, – e ti dirò dove.... Primieramente offerendo i miei servigi a Le Fever, siccome la malattia e il viaggiare ambedue portano dispendio, – e tu sai, ch'egli era un povero Luogotenente costretto a vivere sulla paga col suo figliuolo, – mancasti a non offrirgli ancora la mia borsa, – e tu sai, o Trim, come in caso di bisogno egli ne avrebbe potuto disporre al pari di me. — Sa Vostro Onore, – disse il Caporale, – che io non avea nessun ordine. — È vero, – disse il mio Zio Tobia, – tu operasti benissimo come soldato, – ma veramente male come uomo. In secondo luogo, e tu hai per questo la medesima scusa, – continuò il mio Zio Tobia, – allorchè gli offeristi le cose mie, dovevi ancora offerirgli la casa. Un confratello uffiziale infermo dovrebbe, o Trim, aver le stanze migliori, – e se or noi l'avessimo quì potremmo assisterlo e badare. Tu sei, o Trim, un eccellente infermiere, e tra la cura tua, e quella della vecchia, del suo figliuolo, e la mia insieme, lo potremmo sanar da capo, e rimetterlo in piedi. Tra quindici giorni, o al più tre settimane, – aggiugnea sorridendo, – egli potrebbe marciare. — Non marcerà più de' suoi giorni in questo mondo, – scusimi Vostro Onore, – rispondeva il Caporale. — Marcerà, – disse il mio Zio Tobia, levandosi dalla sponda del letto con un piè senza scarpa. — Scusimi Vostro Onore, – non marcerà, che per andare alla fossa, – diceva Trim. — Marcerà, – disse il mio Zio Tobia, facendo marciare il piè, che aveva nella scarpa, ma non avanzando d'un dito, – marcerà per andare al suo reggimento. — Non può tenersi in piedi, – disse il Caporale. — Lo reggeremo, – disse il mio Zio Tobia. — Cadrà finalmente, – rispose il Caporale: – e che avverrà del povero suo figliuolo? — Non cadrà di certo, – dicea fermamente il mio Zio Tobia. — Poffare! – disse Trim sostenendo l'assunto, – fate per lui l'impossibile, ma la povera creatura morirà. — Non morirà, no per....! – gridò il mio Zio Tobia. —

Lo Spirito dell'Accusa, che volò col giuramento alla cancelleria del cielo, si cosperse di rossore nell'atto di darla, – e l'Angiolo della Memoria mentre lo segnava vi fece su cadere una lacrima, e lo cancellò per sempre.

Il mio Zio Tobia andò al suo forziere, e si mise la borsa nella scarsella delle sue brache; – poi comandò al Caporale, che di buon'ora andasse pel medico, e si pose a letto e si addormentò. La mattina vegnente il Sole appariva splendido agli occhi di tutti, fuorchè a quelli di Le Fever, e dell'afflitto suo figlio. La mano della morte pesava a Le Fever sulle palpebre, – e gli avanzava tempo di vita quanto appena ne mette una carrucola di cisterna a far tutto il suo giro, allorchè il mio Zio Tobia, essendosi levato un'ora prima del solito, entrò nella camera del Luogotenente, e senza preambuli o scuse si pose a sedere accanto al letto, e senza cerimonie aprì le cortine a quella guisa che avrebbe fatto un vecchio amico e fratello ufficiale, – e gli domandò come stesse, – come avesse riposato la notte, – di che si dolesse, – ove fosse il suo male, – e che potesse fare per sovvenirlo; – nè gli dava tempo a rispondere a nessuna delle dimande, – ma seguitava a dirgli del piccolo divisamento combinato per lui la notte avanti col Caporale. — Voi verrete, o Le Fever, direttamente a casa mia, – disse il mio Zio Tobia, – e manderemo pel medico a veder che mal sia, – e avremo lo speziale, – e Trim vi farà da infermiere, – e io da servo, o Le Fever. — Avea tal franchezza il mio Zio Tobia, – non l'effetto della familiarità, ma la causa, – che di súbito ti metteva nell'anima sua, e ti mostrava la bontà della sua natura; – e negli sguardi, nella voce, e nei modi, traspariva certa cosa, che accennava eternamente allo sventurato di ripararsi sotto di lui; talchè il mio Zio Tobia non era giunto a mezzo delle cortesi offerte, che faceva al padre, e il figlio insensibilmente gli si era accostato ai ginocchi, – e preso un lembo della sua veste lo tirava a sè. Il sangue e li spiriti di Le Fever, che più e più sempre si facevano torbidi e freddi, e si ritiravano all'ultima cittadella, il cuore, – ricorsero indietro; il velo della morte lasciò quegli occhi un momento, – egli guardò desioso in faccia al mio Zio Tobia, poi al figliuol suo, – e quel legame della vita, sottile come era, non si ruppe! Ma la natura all'istante riprese il suo corso; – gli occhi si velavano di nuovo, – il polso batteva, – si fermava, tornava a battere, – balzellava, – si fermava da capo, – si moveva, – cessava: – devo dir tutto? – no. – Quanto bisogna aggiugnere è che il mio Zio Tobia, e il giovanetto Le Fever, come capi del funerale, accompagnarono il povero Luogotenente alla fossa. Quando il mio Zio Tobia ebbe convertito ogni cosa in danaro, – e aggiustato ogni conto fra l'agente del reggimento e Le Fever, – tra le Fever e tutto il genere umano, – non gli rimase più nelle mani che una vecchia veste militare, e una spada, di modo che il mio Zio Tobia incontrò lieve o nessuno ostacolo dal mondo, per amministrare quel patrimonio. Diè la veste al Caporale, dicendogli: — portala, o Trim, finchè sta insieme, per amore del povero Luogotenente. – E questa, – diss'egli, recandosi in mano la spada, e la trasse dal fodero nell'atto che favellava, – e questa serberò a te, o Le Fever. È tutta la fortuna, o mio diletto, che ti ha lasciato Dio, – ma se ti ha dato un cuore, onde aprirti con essa un varco nel mondo, – e da uomo onorato, basta per noi. — Appena il mio Zio Tobia gli ebbe dati i primi rudimenti, e insegnato a iscrivere un poligono regolare in un circolo, lo mandava alla pubblica scuola, – e quivi dimorò sino alla primavera dell'anno suo diciottesimo, – tranne le feste del Natale, e della Pentecoste, chè allora il Caporale puntualmente andava per lui; – allorchè la nuova, che l'Imperatore spediva in Ungheria un'armata contro i Turchi, gli accese in seno una scintilla di fuoco, e senza tor licenza lasciò il Greco e il Latino, – e gittandosi alle ginocchia del mio Zio Tobia, gli chiese la spada di suo padre, e la permissione di andare a tentare la ventura sotto d'Eugenio. Due volte il mio Zio Tobia si dimenticò la ferita, – e gridava: — io verrò teco, o Le Fever! io verrò teco, e tu combatterai al mio fianco; — e due volte si pose la mano sull'inguinaia, e piegò la testa nel dolore, e nello sconforto. Il mio Zio Tobia spiccò la spada dal gancio ove era stata appesa, intatta sempre dopo la morte del Luogotenente, e diella al Caporale perchè la forbisse; e avendo intertenuto Le Fever quindici giorni soli onde fornirlo del bisognevole, e contrattare il suo passaggio a Livorno, gli pose in mano la spada, e: — se tu sei valoroso, – disse il mio Zio Tobia, – questa non ti fallirà. — Ma il può la fortuna, – diss'egli pensoso un tal poco. — Il può la fortuna, e se ella ti fallisce, – soggiunse il mio Zio Tobia, – nuovamente ripara a me, o Le Fever, e noi ti diviseremo altro corso. — La più grave ingiuria non avrebbe oppresso di tanto il cuore a Le Fever, quanto la paterna amorevolezza del mio Zio Tobia, – e si divise da lui, come l'ottimo dei figli dall'ottimo dei padri: – ambedue piangevano, – e mentre il mio Zio Tobia gli dava l'ultimo bacio, fece scorrergli in mano 60 ghinee, avvolte in una vecchia borsa di suo padre, ove era ben anche l'anello di sua madre, e l'accomiatò benedicendolo nel nome di Dio. Giunse Le Fever all'armata imperiale nel punto di provare di che metallo fosse temperata la sua spada nella sconfitta dei Turchi dinanzi Belgrado: — ma da quel momento lo perseguitava una serie di disastri non meritati per quattro anni continui, – e resisteva a queste percosse della fortuna; ma la malattia lo colse a Marsiglia, e scrisse lettera al mio Zio Tobia, – che aveva perduto il suo tempo, i servizi, la salute, e tutto in somma, tranne la sua spada, e aspettava l'opportunità del primo bastimento per ritornarsene presso di lui.

— 1829[28]