ARGOMENTO.

Segue il viaggio Filinoro e prova accidenti moderni per la via. Soffre sventure, ciarla e ciò che giova adopra, ché non vuol malinconia. A Terigi con arte affatto nuova promessa sposa è la bizzarra mia; Gualtieri e Guottibuossi, cappellani, a questo matrimonio son mezzani.

1

Si dice:—Il mondo fu sempre il medesimo.— Io non mi voglio opporre a quel ch'è vero; credo però questo nostro millesimo assai peggior del tempo di san Piero, se ragioniamo quanto al cristianesimo e non prendiamo il mondo per l'intero. A grado a grado è andato peggiorando. Io dissi:—Credo:—a voi mi raccomando.

2

Certo è ch'io sento ad ogni passo dire: —Piú non si può durare in questo mondo,— e de' vecchioni saggi riferire: —Non era a' tempi nostri tanto immondo.— Se all'etá di Marfisa poté gire la fede e il buon costume tanto al fondo, che visse ottocent'anni dopo Cristo, pensiam quant'oggi egli debb'esser tristo.

3

E se cagion fûr l'ozio e gli scrittori del peggiorar de' costumi d'allora, pensando a' libri ch'oggi escono fuori e alla scioperatezza che s'adora, sento che freddi m'escono i sudori per il dolor che il sangue mi divora, e dico:—O terque e quaterque beati— a que' che prima d'or son trapassati.

4

Quantunque io sia peccatorello indegno, peggior d'ogni altro e pieno di magagna, non mi stancherò mai d'usar l'ingegno per discoprir l'interno alla castagna; e vi porrò sotto agli occhi in disegno i cristian da cittade e da campagna che fûro al tempo del re Carlo Mano: voi gl'imitate, se vi sembra sano.

5

Fatta avea nota Filinor per quante ville e cittá passava in quel viaggio, e scritte sopra al foglio tutte quante le genti conosciute come saggio, sendo la cosa al mangiare importante ed al dormire, per aver vantaggio, ché, spesando ogni giorno la famiglia, avea danari da far poche miglia.

6

Non è da dir se le sapeva tutte e se all'entrar l'aiuta l'eloquenza. Alcune volte ha le bolgie condutte dove anche non aveva conoscenza, ma parentele in sul fatto ha costrutte ed amicizia inventa e confidenza; tanto che vi mangiava e vi dormiva, poi con gran baciamani si partiva.

7

Quando passava le barche sui fiumi, dove per i cavalli e per le ruote si paga e le persone, avea suoi lumi, e dicea d'esser del padron nipote. Poi sí grand'aria mostra ne' costumi, e franco è sí che lascia le man vuote al barcaiuolo, ed al partir:—Se mai t'occor mia protezion—dicea,—l'avrai.

8

Tuttoché Filinor studi ogni punto per il risparmio, alcuna volta a forza o per la pioggia o per il fango è giunto dove la sete co' danar s'ammorza; sicché della pecunia è quasi munto, e va gridando al cocchier:—Batti, isforza,— ché col viaggio il terzo gli mancava. Il cocchiere or rideva, or bestemmiava.

9

Perch'era come a batter delle botti che fosser vuote, a picchiar que' cavalli; sí rimbombavan né sentiano i bòtti, perocché in ogni parte aveano calli. Né pensar mai che nessun d'essi trotti; s'ivan di passo, era da ringrazialli. Sappi che alcuna volta si fermavano e come pietre il flagel sopportavano.

10

Un giorno, albergo a mano non trovando, dicea ch'era vigilia con digiuno ed altre maliziette va innestando. —Tiriamo innanzi—diceva a ciascuno. Il lacchè disse:—Io mi vi raccomando: voi non mi siete padrone opportuno;— e gambettando con gran leggiadria, con l'arme del Vesuvio fuggí via.

11

Poté ben Filinor gridare a gola: —Ritorna indietro, briccon, dove vai?— colui pe' fatti suoi via se ne vola, e non rispose e non si volse mai. Questa disgrazia poscia non fu sola; furon molte, lettor, come udirai. Non comincia fortuna mai per poco, quando si prende alcuno a scherzo, a giuoco.

12

Filinoro era omai senza un quattrino. Quindici miglia è lungi da Parigi: si vedeva e pareva quasi vicino un miglio il campanil di San Dionigi; ma e' cavai non potean piú far cammino, e non c'è tempo di scusa o litigi, ché bisognava o crepare o mangiare, donde fu forza a un'osteria l'andare.

13

E per far quell'avanzo della strada gagliardemente e giunger con fracasso, a' suoi rozzoni ogni momento biada e fieno e biada fa gettare a basso. Gridano i servi e non istanno a bada, fanno sudar quell'oste ch'era grasso, e la cucina è di faccende piena: Filinor sta in sul grave e pranza e cena.

14

Due giorni stette quindi a gran diletto: pensa con ciarle di pagar l'ostiere. I servi a quello avevan prima detto ch'egli era imbasciatore all'imperiere; donde tremava l'ostier poveretto, temendo di non dargli dispiacere, e va pur rovistando la credenza per boccon scelti, e dá dell'«Eccellenza».

15

La notte innanzi al partir sopravvenne una gran febbre allo staffier mal sano. Filinoro per questo non isvenne: dice all'ostier:—Tu mi sembri cristiano. Ho quel staffier che par giunto all'amenne: Dio sa se l'amo e se mi sembra strano ch'io per Parigi devo partir tosto, e devo lasciar quel cosí indisposto.

16

Anche un de' miei poledri è molto stracco, e non vorrei per la via qualche tresca. Penso lasciarlo, ed al mio legno attacco tre cavalli e men vado alla tedesca. Lo staffier t'accomando, e non a macco: fa' che il caval di stalla mai non esca. Per sicurtá dell'uomo e del cavallo, oste, io non pago il conto senza fallo.

17

Manderò poi fra quattro o cinque giorni a levare il cavallo ed il mio servo, ch'io prego Dio che in sanitá ritorni. Il mio dovere a quel punto riservo.— L'oste guardava quegli abiti adorni; per soggezion gli tremava ogni nervo: disse che avrebbe perduta la vita, prima che uscir dagli ordini due dita.

18

A cenni d'occhi e mani nobilmente e fiutando tabacco, Filinoro fe' i tre cavalli attaccar prestamente, e lascia il quarto che vale un tesoro. L'oste gli è intorno e gli bacia umilmente con la berretta in mano il gheron d'oro. Filinor parte e l'oste inchina il cocchio insin che può discoprirlo con l'occhio.

19

Or qui potria domandarmi il lettore che cosa avvenne poi del cavalcante. Di tre cavalli è il cocchier conduttore: dunque che fu di quell'altro brigante? Dico che il pose di dietro il signore al cocchio per staffier o vuoi per fante. Filinor nostro è d'intelletto raro, e in ogni caso ritrova il riparo.

20

Fu bella cosa quell'ostier sentire a comandare alla moglie e a' famigli, che si dovesse l'infermo ubbidire. Poscia alla stalla va a dare i consigli come si debba il caval custodire; ma nel guardarlo par si maravigli. —Questo—dicea—d'una rozza è il cadavero, e debbe aver mangiato del papavero.—

21

Perocché stava molto sonnolento, e gli occhi cispi aveva e rinfossati. —Disse il signor ch'è un poledro: io pavento ch'egli abbia almen quarant'anni passati,— diceva l'oste; e pigliandolo al mento, gli vide in bocca denti smisurati. Sente che in quel spettezzava e tossiva: l'oste gridava a' que' sternuti:—Viva!—

22

E tra sé disse:—Omè lasso, ho mal fatto;— e dubitava forte del suo danno. Lasciamo l'oste irato e stupefatto, che attenda sua ventura con affanno. Filinor era da lungi un buon tratto; e mentre galluzzava dell'inganno, una sciagura gli avvenne terribile: io so, lettor, che ti parrá impossibile.

23

Ma vo' che tu mi tenga in ciò che narro uomo informato e storico fedele, perch'io non vendo per frumento farro, lasche per trotte o le zucche per mele; ché temo sempre l'occhio del ramarro, o giungan dov'è buio le candele, e se c'è fanfalucca, si discopra per biasmo dello storico e dell'opra.

24

Dico che un vento improvviso levato, il caval primo sciolto ritrovando, che pareva un carcame figurato e andava d'un trottino vacillando, lo spinse con un soffio in un fossato. Filinor esce col cocchier gridando e dice:—Tristo! il tuo mestier non sai; s'è morto il mio puledro, il pagherai.—

25

La bestia s'era scavezzata il collo, e si poté ben tirare e gridare, ché fu vana ogni voce ed ogni crollo; Filinoro il cocchier vuol batacchiare. Grida il cocchier scrignuto:—Io son satollo; so ben dove la cosa ha a terminare. Lei vuol le cento lire del salario dipennar per la rozza dal lunario.

26

Io n'ho stupore, e non sare' dovere voler per venti camuffarne cento; oltre che non fu colpa del mestiere, ma del rozzon semivivo e del vento.— Filinor grida:—Come! a un cavaliere un servo parla con tanto ardimento?— Poi croscia in sulla gobba col bastone, e due e tre e quattro delle buone.

27

Tanto che fuggí via con gli stivali colui, lasciando il padron e il guadagno. A Filinor di quattro servigiali rimase il cavalcante buon compagno, e due de' quattro valenti animali. Diceva il cavaliere:—Io son nel gagno, perdio, de' tristi;—e poi si raccomanda al cavalcante; e quel sale alla banda,

28

e me' che può verso Parigi arranca. Lungi tre miglia esser poteva ancora: non era la fortuna però stanca. Ma tacerò di Filinor per ora, perocché v'ho tenuti sulla panca a ragionarvi d'esso ben un'ora, e certi accidentucci v'ho narrati che forse v'averanno addormentati.

29

Dico però: dovete accontentarvi se gli accidenti non vi paion grandi, perocché voi dovreste ricordarvi, non s'usavan piú i fatti memorandi, e che a principio proposi narrarvi cambiati in tutto i Rinaldi e gli Orlandi e i paladini e la plebe e i signori, per la virtú dell'ozio e de' scrittori.

30

E voglio che sappiate, uditor vaghi, acciò questo viaggio non v'annoi, vi risparmiai gli accidenti degli aghi, al crepar delle redini e de' cuoi, e come cento volte con gli spaghi furon rattacconati i tiratoi; e mille accidentin non posi in rima, che non s'usavan ne' viaggi prima.

31

Io trovo ne' romanzi di que' tempi certe avventure magre da pidocchi, e fatti da sbavigli, cosí scempi, di quei poeti, e lunghi un tirar d'occhi, che riformavan quegli antichi esempi di battaglie, di giostre e spade e stocchi; onde le genti che leggevan quelli erano imitator de' scrittorelli.

32

Or vi conduco a Marfisa e a Ruggero. Io lasciai quella molto screditata, ed il fratel disperato e in pensiero pel caso che non s'era maritata. E per casa diceva:—Per Dio vero, non so che far di quella spiritata.— La moglie Bradamante lo molesta, tanto ch'egli è per spezzarsi la testa.

33

Don Guottibuossi era suo confidente, maestro a' figliuoletti e fa il fattore; teneva i conti diligentemente e sprezza anche le legna per buon core. È spenditor, mansionario e servente di Bradamante, spia e imbasciatore; ed andava anche in maschera con quella, e non aveva trista la gonnella.

34

Perocché prima di cantar la messa avea dato il manipolo a baciare; e Bradamante fu capitanessa le genti al sacro bacio ad obbligare, e delle mancie dispose con essa. Per prima cosa s'ebbe a comperare un vestito da maschera attillato, e l'ebbe caro mezzo il ricavato.

35

Onde si dava poi gran sicumera a servir Bradamante il carnovale alle commedie, ed al caffè la sera. Ma spesse volte la passava male, ché quella dama, dove il popol era, lo strapazzava come un animale. Egli faceva un risolin sardonico, e poscia diveniva malinconico.

36

Pur s'affannava per acquistar merito sempre, e va mulinando qualche tratto che lo faccia alla dama benemerito. Qualunque cosa per questo avria fatto, per non star sempre come nel preterito; e si pensò che, se con qualche matto o savio maritar potea Marfisa, avrebbe avuta grazia in questa guisa.

37

V'era in quel tempo un uom ricco a Parigi, che un giorno fu lo scudiere d'Orlando, come si legge, chiamato Terigi, ch'era pel mondo andato assai girando, quando s'usava, seguendo i vestigi del conte, che gran re venía ammazzando, e duchi e cavalieri carchi di perle ed oro e gemme a gran costo d'averle.

38

Costui previde che il costume antico aver dovea riforma in tempo corto, sicché per non restare un dí mendíco, quando il padrone avea qualche re morto, e' non istava a grattarsi il bellíco: tosto che l'alma andava s'era accorto, spogliava l'ammazzato d'ogni cosa, insin della camicia sanguinosa.

39

Sicché d'oro, di gioie e ricche spoglie pel corso di molt'anni un magazzino aveva empiuto, e a chi venía le voglie sapeva vender caro il malandrino, ch'avria tratti danar sin dalle foglie; e poiché in questa forma fe' bottino di piú d'un milione di ducati, prese gabelle a fitto dagli Stati.

40

E mantenendo sgherri e berovieri, degli utili sfondati ne traeva; poi comperava palagi e poderi, tanto che immense entrate fatte aveva; e infine feudi prese e misti imperi, e privilegi e titoli prendeva di conte, di marchese e di barone; facea conviti e gran conversazione.

41

Ma perch'egli era di basso lignaggio, volea nobilitare i discendenti, e cerca far qualche bel maritaggio per acquistare aderenze e parenti. Don Guottibuossi vide, come saggio, da far un colpo, con begli argomenti, che a Bradamante ed a Rugger piacesse, se Marfisa a Terigi unir potesse.

42

E dato cenno a don Gualtieri un giorno, che cappellan con Terigi si stava, di questo suo pensier e' parla adorno. Gualtier da Mulion non rinculava, anzi promise fare a lui ritorno, ma che se la faccenda bene andava, e' non saria contento a un par di guanti: poi disse mal del mestier de' pedanti.

43

Che guadagnava una pidocchieria a insegnar per le case con affanno, bastando appena la mansioneria per i suoi vizi due mesi dell'anno. —Se non guadagno qualche cortesia— dicea Gualtier—con arte e con inganno nelle inframesse o per alcun raggiro, credimi, Guottibuossi, egli è un martíro.—

44

Don Guottibuossi gli rispose:—Basta, proccuriam ch'abbia effetto la faccenda.— Alfin fu rimenata ben la pasta, per non far troppo lunga la leggenda. Terigi fu contento e non contrasta, Rugger anch'esso par che condiscenda: nel parentado ci fu qualche sciarra, ma il nodo stava in Marfisa bizzarra.

45

Diceva Bradamante al suo Ruggero: —Deve ubbidirvi, le siete fratello.— Dicea Rugger:—Perdio, che mi dispero: dovereste conoscer quel cervello. S'ella dice:—Nol voglio—dite il vero, degg'io far, ch'ella il prenda, col coltello?— Don Guottibuossi era un abile prete, e disse:—Io vo' parlarle, se il volete.—

46

Furon contenti e a lui s'accomandâro. Il prete pensa una sua malizietta. Trova Marfisa sola, ed ebbe caro, ché rado fu trovata o mai soletta. Ell'era appunto in un pensiero amaro, che le parea veder piú poca fretta ne' concorrenti e ne' visitatori, e raffreddati i sospiri e gli amori.

47

Perocch'eravam giunti agli anni trenta, e, unita agli anni la sua stravaganza, a poco a poco aveva quasi spenta ne' cori degli amanti la costanza. Stava rimproverando malcontenta in dieci lettre la poca creanza a questo e quell'amador disertato, quando don Guottibuossi è capitato.

48

Marfisa l'accettava volentieri, ch'anche de' preti comincia a degnarsi. —Ben venga il soprastante a' cimiteri— gli disse e che dovesse accomodarsi. Rispose il prete:—I'ho de' gran pensieri veder Marfisa ancor maggese starsi, e sentire i discorsi della piazza, che non fanno vantaggio a una ragazza.—

49

Disse Marfisa:—Prete mio da gabbia, deh, dimmi un poco che di me si dice;— e cominciava accendersi di rabbia, facendo sulle guancie la vernice. Dice il prete:—E' non è mestier ch'io v'abbia a narrar tutto; basta che disdice, una fanciulla d'un merto infinito invecchi in casa e non trovi marito.

50

E quel che piú mi trafigge nel core è che, pensando al caso vostro d'ora, m'affaticai come buon servidore ed avea tratto un bel partito fuora. Ma fui cacciato come un traditore, dicendolo a Rugger, che grida ancora. Fa piú d'esso la sposa Bradamante: mi die' giú per lo capo del «forfante»,

51

gridando che il partito non è buono, e ch'è passato il tempo de' mariti, e ch'io pensassi a cantare in bel tuono il vespro e non a cercarvi partiti. Io per giustificarmi sol qui sono, perché i discorsi vengon travestiti; e non vorrei, se il falso vi si mostra, uscir, Marfisa, dalla grazia vostra.—

52

Disse Marfisa:—Altro non vo' sapere; e basta mio fratello e mia cognata abbian di questo nodo dispiacere, fa ragion che la scritta sia firmata. Fosse lo sposo un magnano, un barbiere, dico per via di dire, io son parata; se fosse il diavol, non avrò paura: vo' che facciamo tosto la scrittura.

53

—E' non è il diavol—rispondeva il prete,— ch'è il marchese Terigi quel ch'io dico; ma non posso giá far ciò che volete: Bradamante e Rugger non vo' nimico.— Non è da dir se a Marfisa la sete cresce di porre iscompiglio ed intrico: basta a' parenti il nodo dispiacesse, quest'era una ragion ch'ella il volesse.

54

Don Guottibuossi fa del pauroso, e dice:—O voi vedete, o voi pensate, non posso fare—e finge il schizzinoso. Marfisa alfin minaccia le ceffate. Donde pur vinse il prete malizioso con queste bagattelle artifiziate, e infine disse:—E' convien giocar netto: del resto ad ubbidirvi mi rassetto.

55

Fate la cosa appaia un voler vostro; io mi difenderò dal canto mio e porrò in opra la voce e l'inchiostro: avrem l'intento, s'è in piacer di Dio.— E detto questo, come a Rugger nostro e a Bradamante:—Che direte s'io vinta ho Marfisa—disse—in due parole? E non è condiscesa, anzi lo vuole.—

56

Diceano i due congiunti:—Com'hai fatto?— Don Guottibuossi avvisa della tresca e dice:—E' vi bisogna ad ogni patto mostrar che il matrimonio vi rincresca, e farvi trascinare in sul contratto, e lasciar che Marfisa la prima esca a ragionarne; e condurrem la trama: per altra via non si piglia la dama.—

57

Giá era di tre ore mezzogiorno suonato, e ancor da Rugger non si pranza (ché in casa a' grandi era quasi uno scorno pranzare innanzi: tal era l'usanza); onde udivansi i servi andare attorno chiamando a desco con bella creanza. Siedono a mensa. Marfisa siedeva, e sta ingrognata e mangiar non voleva.

58

Don Guottibuossi non mangia, divora, e mostra la faccenda a lui non tocchi. Rugger, ch'era pur saggio, s'addolora, e mangia adagio e talor chiude gli occhi, e tra sé duolsi d'avere una suora da pigliar con la trappola che scocchi. E Bradamante in sull'avviso stava, e spicca morsellini e sogghignava.

59

Marfisa guarda l'un l'altro nel viso, e scherza or col cucchiaio or col coltello, ed or sul grasso in qualche tondo intriso scrive con la forchetta, or fa fardello del tovagliuolo, or suona all'improvviso con le dita in sul desco il tamburello, or crolla il capo, or s'affisa nel tetto, e mostra fuor ciò che serra nel petto.

60

In tutti gli atti si vedeva aperto ch'ella voleva alcun le ragionasse, per appiccare una sciarra, un concerto di voci, che tre ore lungo andasse. Ma poich'ella ebbe il silenzio sofferto un pezzo senza che alcun le parlasse, sendo il pranzo finito, in Rugger fisse tenne le luci bieche e poi gli disse:

61

—Tempo è ch'io, stanca, fracida, annoiata, me n'esca un tratto da questa famiglia, e rimanga padrona la cognata che un po' troppo il buon sposo suo consiglia. Però, signori, io mi son maritata; abbiate se il volete maraviglia: il marchese Terigi è giá mio sposo, né fia, quando a me piace, difettoso.

62

Non crediate v'avvisi perch'io creda esser tenuta a dirvi i fatti miei. De' pregiudizi amichi non son reda e d'ubbidenze sciocche da plebei: le mie letture hanno fatto ch'io veda che farlo senza dirvelo potrei. Ma perché so che di Terigi ostico vi sembra il nodo, appunto ve lo dico.

63

Le risa appena trattien Bradamante: se stava ferma, guastava la cosa; donde rizzossi con atto arrogante e mostrò di partirsi disdegnosa. Rugger mostrossi irato nel sembiante, e disse:—O Dio, quando averò mai posa? Non mi potete dar maggior sciagura di questa ch'ora provo né piú dura.—

64

E terribil volgendosi a Marfisa, disse:—Aprite gli orecchi a quel ch'io parlo. Non sará mai la famiglia di Risa tal parentado possa sopportarlo; se tentate avvilirla in cotal guisa, e un gabellier cognato a Rugger farlo, dico che prima voi sarete appesa, sorella cieca e sorda e pazza resa.—

65

Qui le risposte, il fracasso e le grida furono orrende fuor d'ogni pensiero, e piú Marfisa al suo Terigi è fida, quanto l'aborre e disprezza Ruggero. Dicea Ruggero:—Prete, mala guida— a Guottibuossi,—io non son sí leggero, che non intendo questo guazzabuglio esser pretino fetente garbuglio.

66

Ma i preti si dovrieno all'etá nostra porgli in catena a biscottel muffato, ché in tutto voglion far di loro mostra, dimenticando il sacro chericato.— Don Guottibuossi pur la zucca prostra due o tre volte e sta mortificato, e poiché fino al finocchio ha consunto, gli parve allor di ragionare il punto.

67

E disse:—In coscienza questa dama può dir s'io feci a lei parola alcuna; ma veggio alfin che odiato è chi piú ama, e converrá ch'io cerchi altra fortuna. Vero è ch'io dissi a voi:—Terigi brama averla in moglie;—ch'io credo opportuna l'occasion, perché non cerca dote; ma feci solo a voi le cose note.

68

E poiché siamo in su questo proposito, parlerò netto e senz'alcun timore. Questo mio sacro capo vi deposito, Rugger, che a non voler siete in errore. L'usanza è dal passato ora all'opposito. È una cosa fantastica l'onore: di parentado e di genealogia si ride il mondo c'ha filosofia.

69

Voi siete pien d'antichi pregiudizi, né alle commedie nuove andate mai, né i romanzi novei, pien d'artifizi dotti, leggete, che insegnano assai. Certe antiche virtudi ora son vizi, e non importa un fil di paglia omai l'esser figliuol di dama o di puttana, come un nuovo romanzo oggi ci spiana.

70

Quando un uom ricco di basso lignaggio chiede una dama illustre per isposa, e senza dote a tôrla egli ha coraggio, non è alla moda il bilanciar la cosa; perocché due famiglie n'han vantaggio, e la faccenda sembra prodigiosa: se una risparmia e da quel ch'è non esce, l'altra in opinione e in boria cresce.

71

Il nobil anzi in sull'altro casato mantien certa arroganza e preminenza, ché può voler da quel ciò c'ha sognato per una stabilita conseguenza. Terigi è di Marfisa innamorato, ed è sí ricco e ha titol d'«Eccellenza»; la fanciulla il torrebbe, e non so poi per qual ragion lo ricusate voi.—

72

Rugger raddoppia minacce e disprezzi, Marfisa gonfia e grida:—Il voglio, il voglio;— in sullo spazzo i bicchier getta in pezzi, ordina al prete di rogare il foglio. Don Guottibuossi a tutti dui fa vezzi, e mena con tant'arte quell'imbroglio che fece dire a Rugger con dispetto: —Col diavol sia! l'assenso vi prometto.—

73

Ed accordata e fatta la scrittura fu da Ruggero sempre rinculando; e Bradamante brusca in guardatura si fa sentir per casa borbottando. Don Guottibuossi a Marfisa paura e gran fatica e sudor va mostrando. Dicea Marfisa:—E' l'avranno alla barba: e' de' bastar; questa cosa a me garba.—

74

Un giorno che le visite accettava, le congratulazioni, i complimenti, per tutta la cittá si ragionava che in un caffè morto era in due momenti un paladin, ma il nome si cambiava, come suol fare il furor fra le genti. Era ognun curioso di saperlo, siccome voi; ma per or vo' tacerlo.

FINE DEL CANTO TERZO