ARGOMENTO.
Del sigillo real morto è il custode; nascon baruffe per la sepoltura. Pel maritaggio di Marfisa s'ode grand'apparecchio, e don Gualtieri ha cura. La bizzarra la visita si gode del sposo, ch'è una gran caricatura. Le spose alla Ruet van mascherate; una comparsa l'ha disordinate.
1
Tanto il pensar de' paladin corrotto era, per quanto leggo e al parer mio, che a gravi colpi di sopra e di sotto, fulmin, tremuoto o simil lavorio, e alle morti improvvise, sette ed otto, che per avviso lor mandava Dio, non istupiano o troncavan niente i lor vizi e lo stare allegramente.
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I fulmini, i tremuoti e la tempesta dicevano esser cosa naturale: venti bestemmie ed un crollar di testa era sollievo a chi veniva il male. Scherzando in una forma disonesta, rideano e si diceano alla bestiale: —Io salmeggiai, arsi ulivo e candele, e la tempesta venne piú crudele.—
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Cadeva uno, apoplettico d'un colpo: diceano:—Questo succeder dovea: egli avea membra strane come il polpo; tal macchina sussister non potea.— Alcun diceva:—Io veramente incolpo la vita solitaria che tenea. Per viver molto e godere e star bene, perdio! passarla come noi conviene.—
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A' sacerdoti che dicean da vero: —Segni son dell'eterna providenza,— dicean col viso ironico e severo: —Dice pur ben la Vostra Riverenza!— Le femminette con umil pensiero, e i dozzinali mostravan credenza; ma tuttavia la carne ed il rubare né men per questo si vedea lasciare.
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Ma ciò che piú di tutto fa stupire è che i ragionamenti piú divoti e piú morali e santi in sul garrire, gli accigliamenti a tempeste e tremuoti, il chiamar quelli «giuste celesti ire», il far digiuni, il far proteste e voti, e l'annodar dell'una all'altra mano, fossero azion del traditor di Gano.
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Non so se i nostri tempi sien diversi; se non lo sono, Dio voglia che siéno. Prima da' paladin solea volersi per un buon segno sin l'arcobaleno, e per castigo soleva tenersi la troppa pioggia ed il troppo sereno, e sin l'aere che il fummo sparpagliava. Nessun de' paladin cosí pensava.
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Del secol nostro io non dovrei dir male, perché so ben che si crede e si tiene per maldicenza sino alla morale, e non è piú moderna e non conviene. Il paladin, che aveva messe l'ale all'improvviso, ascoltator dabbene, nella bottega, come si dicea, direm ch'egli era Angelin di Bordea,
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custode in corte del regio sigillo. Una carica grande e di gran frutto: ventimila ducati, posso dillo, ella rendeva con gl'incerti e tutto. Alla sua morte ci fu il coccodrillo, che non tenne sull'ossa il ciglio asciutto, perché l'incarco assai gli era invidiato da chi tenea su quel l'occhio tirato.
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Era Angelin d'una statura grande, e grosso e molto greve nella pancia, magno conoscitor delle vivande, che le gustava sudando la guancia, e in tavola voleva altro che ghiande; anzi dicea tutta quanta la Francia, parlando di chi fa mensa piú buona: —Angelin di Bordea porta corona.—
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I liquori, la pippa e i buon bocconi erano i principali suoi riflessi, né si curava di vestiti buoni, ché gli avea fuor di moda ed unti e fessi. Le sue camicie parevan carboni, ché le cambiava, come i votacessi, tre volte l'anno, e il dí che si cambiava molto quella fatica biasimava.
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Era Angelin di Bordea generoso e non aveva al risparmio pensiere, del mal compassionevole, amoroso verso a' pitocchi ed elemosiniere. In capo all'anno era pur timoroso rimanesse un ducato nel forziere: tutta l'entrata dell'anno volea che fosse spesa, e mangiava e godea.
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Don Martin, don Ubaldo e don Simone, preti assai dilettanti de' buon piatti, eran sue fedelissime persone, giornalier commensali allegri ed atti, autor di salse per digestione, nemici nel pulir l'ossa de' gatti. Con accidenti e nuove del paese pagano ad Angelin le grosse spese.
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Bevendo alla bottega il cioccolato nella contrada di San Pietro, un giorno apoplettico cadde, e scilinguato rimase tosto e mai fece ritorno. I chirurghi e i dottor coll'ammalato lor salassi ed emetici provorno: Angelin di Bordea si stese morto, e cosí diede a que' dottori il torto.
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Molti discorsi fece la plebaglia, se fosse salvo o dannato Angelino. Ognuno si riscalda e si travaglia a trovar pro e contro il bruscolino, com'anche a' nostri dí fa la canaglia quand'uno è morto in caso repentino. Don Simon, don Martino e don Ubaldo volean che fosse in cielo allegro e baldo.
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Angelin di contrada è di San Pavolo, ed era morto in quella di San Pietro: venne a levarlo il piovan di San Pavolo; voleva il morto il piovan di San Pietro. Diceva il primo:—Egli abita a San Pavolo;— l'altro diceva:—Egli è morto a San Pietro;— donde si fece gran disputazione tra i due piovani in mezzo alle persone.
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Poich'ebbon con flemmatiche parole cercato l'uno l'altro persuadere, dicendo:—Non si deve e non si puole i successor pregiudicar, messere;— si riscaldaron, come far si suole, gridando:—Io non vo' perder le mie cere;— né piú si contendeva pel defunto, ma son le torce del contrasto il punto.
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E finalmente ingiurie s'hanno dette; l'uno dell'altro gran cose rivela, e de' peccati quattro, cinque e sette, che prima ricopria non so qual tela; poi tutti accesi vennono alle strette, e si detton sul ceffo la candela. Le processioni delle due contrade diêr mano a' torchi, non avendo spade.
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E vidonsi in un punto aste e doppieri arrestati e frugoni e aperta guerra, zazzere abbrustolite e visi neri, berrette a croce e moccoli per terra; né si sentieno cantar misereri, ma bestemmie e un gridar:—Sospingi, afferra— da gole strette, con voci interrotte; e furon lacerate molte cotte.
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Que' gaglioffacci che raccolgon cera eran nel mezzo ad accrescer baruffa. Ognun dá d'urto ed aizza la schiera, ed i pezzuoli di candela ciuffa. Color che avean la cappa indosso nera e il copertoio sul grugno, ognuno sbuffa, e tira gli occhi pe' buchi del sacco, crosciando l'aste e facendo gran fiacco.
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Era corso a veder tutto il paese; nessun mettea del suo fuor che la voce. Dio benedetto ha mandato il danese, e beccò sopra il capo d'una croce; ma, conosciuto alquanto, si sospese al suo gridar la battaglia feroce, e tanto fece che tutti chetava: poscia co' due piovani ragionava.
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E disse cose lor da buon cristiano, quantunque fosse un turco battezzato; ed or all'uno ora all'altro piovano con rimproveri acerbi s'è voltato. —Questo è—dicea—da voi quel che ascoltiamo, che ognun debb'esser disinteressato, se poi vi bastonate fra la gente per quattro moccol di candele spente?
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Or oltre; io vo' che questa cosa sia dimenticata e piú non se ne parli, preti avaron, che i scandol per la via al popol date invece di troncarli, cosí facendo rider l'eresia.— E tanto seppe il danese attutarli che ognun la sua pretesa in lui rimise, ed ei la lite de' moccol decise.
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Disse che fosse Angelin seppellito nella contrada dov'egli era morto, e il piovan di San Pavolo, apparito per la magion, non abbia in tutto il torto. Volle che fosse l'util ripartito del funeral. Cosí ridusse in porto quella battaglia, e a' casi in avvenire questo fu legge circa al seppellire.
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Vero è che alcun piovano litigante parecchie volte volle disputare le circostanze, sequestrando inante, perch'abbia il morto in diposito a stare; e potrei dir piú d'un fatto galante, ma non vorrei fuor de' miei solchi andare; e forse uscito son dal mio viaggio, narrando questo fatto di passaggio.
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Dall'altra parte par non istia male s'egli fu a' tempi del re Carlo Magno, perché veggiate sin nel funerale s'usava piú che la pietá il guadagno. Il dir ch'è morto Angelino, assai vale; d'aver questo narrato non mi lagno, perché vacante rimase il suo posto, per il qual molte cose verran tosto.
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Or si de' dir che la scrittura fatta tra la pudica Marfisa e Terigi fu gran cagion d'una ciarlata matta nelle case e botteghe di Parigi. Molti stati con la faccia stupefatta, tutti cercan le cause ed i vestigi; sembra che a ognun quella faccenda tocchi, tante dispute fan, tirando gli occhi.
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Molti dicevan gonfiando le gote: —Che avvilimento è questo di Ruggero!— Rispondean altri:—E' la dá senza dote; par ch'egli abbia giudizio, a dire il vero. So dir Terigi accomandar si puote a san Francesco, a san Gianni, a san Piero, che a pettinare e' si toglie una lana da far che sudi e scoppi di magrana.—
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Altri in capo tre giorni, piú o meno, predicono divorzi o scioglimento. Nessuno c'è che voglia stare a freno: fanno argomenti per mostrar talento. Solo Dodon, tenendo il mento in seno, guarda sottecchi or l'uno or l'altro attento, e sogghignava spesso e si stupiva dell'eterno ciarlar che lo stordiva.
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E alla bottega del caffè dov'era, ad uno che faceva gran contrasto e volea pur sapere in qual maniera l'intendesse, Dodon, ch'era omai guasto, rispose alfin:—Non presi mai mogliera, prima perché non mi piacque un tal pasto, ma sopra tutto per non dar cagione di tanto affanno alle vostre persone.
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Marfisa prende Terigi in consorte, Terigi n'è contento e la vuol prendere. Io vi rispondo, andando per le corte, che son contento anch'io, né vo' contendere. Né intendo disputar della lor sorte, perché l'astrologia non soglio vendere. Se buona fia, godrò di lor quiete; se trista, a pianger non mi vederete.
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Sol mi rincresce questo maritaggio, perch'è cagion che voi stracco m'avete.— Cosí detto, Dodon fece viaggio con riverenze tonde assai facete. Quegli oziosi cambiaron linguaggio sopra Dodon con parole indiscrete. Chi disse:—E' pensa ben,—chi:—Pensa male,— e si rimason tuttavia cicale.
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La voce sparsa di quell'imeneo mise a Parigi in gran briga gli artieri. Corron tutti in secreto al prete reo, cappellan di Terigi, don Gualtieri: ser Rocco dipintore, ser Maffeo legnaiuol, venti o trenta tappezzieri, fabbri, merciai, stuccatori, una folta. Don Gualtieri, o don Volpe, ognuno ascolta.
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Perocché, avendo avuto da Ruggero cento zecchini di nascosto in dono per il maneggio, faceva pensiero anche munger ciascun senza perdono. E perché tutti nel loro mestiero van profferendo al prete un util buono se gli faceva aver l'opra in lor capo, Gualtier sta ritto come il dio Priápo.
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E udite da ciascun l'esibizioni, fece aver l'opre al miglior offerente, e poi faceva le disposizioni, perché Terigi il fe' soprintendente. Polizze fa ripiene d'invenzioni: mai non si vide prete piú saccente. Terigi, forse per troppa allegrezza, a questa volta ha dato in leggerezza.
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E perch'era in quel secolo un'usanza, al maritar delle persone altere, il far di versi una grand'abbondanza, parte alla dama e parte al cavaliere; anzi era questo di tanta importanza quel dí quant'era il mangiare ed il bere, che questo libro gli sposi ordinavano e i stampatori a gran costo pagavano;
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ed avveniva che il raccoglitore, il qual faceva la dedicatoria, n'avea dalla signora o dal signore, pel generoso core o per la boria, qualche regalo che faceva onore, ma talor questo uscia dalla memoria; pur nondimeno parecchi ogni volta per commession cercavan la raccolta;
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Marco e Matteo dal Pian di San Michele, ch'eran torrenti della poesia, a don Gualtieri accendevan candele perché Terigi a un d'essi l'ordin dia. A Matteo don Gualtier non fu fedele, e con il patto che divisa sia la mancia tra Gualtieri e il vate Marco, a questo fece rimaner l'incarco.
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Allora Marco per tutto il paese iscreditava Matteo poveretto, dicendo:—E' non è buon per queste imprese; altro non sa che por scene in guazzetto.— Matteo, quando il ciarlar di Marco intese, giva dicendo:—Io fui bene costretto a far quella raccolta e rinunziai, ché non procuro queste brighe mai.—
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Gran dispute hanno fatto i partigiani di Marco e di Matteo per questo caso. Sostenevan parecchi, come cani: —Matteo non fu d'accettar persuaso.— Altri giuravan, picchiando le mani, che rifiutato al certo era rimaso. Que' di Matteo di nuovo fanno fronte, e gridan saper tutto da buon fonte.
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E se non fosse che Turpino scrisse di questo fatto il vero dell'arcano, ancora ci sarebbon delle risse a' nostri tempi fra qualche cristiano. Frattanto il Gratta, un stampator che visse quando viveva il nostro Carlo Mano, un uomo coraggioso e intraprendente, è corso a don Gualtieri prestamente.
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E gli promise venti e piú zecchini, se la raccolta stampargli facea. Ornati, foglie, uccelletti e bambini, e rami assai puliti promettea, da far maravigliar i paladini. —Io ho nuovi caratteri—dicea— e carta fine, ed incisioni albergo, e so inventar geroglifici in gergo.
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Io non voglio giá far nessun guadagno —diceva il Gratta—e sol fo per l'onore.— Non era il prete men di lui mascagno, e rispondea:—Conosco il vostro core; però mi troverete buon compagno.— Ma io non voglio dir tutto al lettore, né intorno ciò la trama fra lor fatta; basta che la raccolta impresse il Gratta.
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Rugger per il costume del paese qualche libretto anch'ei doveva fare. Dodone il santo, figliuol del danese, gli aveva detto:—Non farneticare, ché un libriccin vo' farti alle mie spese da far Marco e Matteo divincolare.— Ruggero ride e dice:—Essi hanno fame: lasciagli star, vuoi tu che mangin strame?—
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Dicea Dodon:—Non posso in coscienza, ché van guastando tutte le persone con le lor stampe di mala influenza e d'un costume contro la ragione. Non vedi tu la lor trista semenza omai salita in tal riputazione, che sino ne' collegi i frati pazzi lascian che sia lo studio de' ragazzi?
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E imparano da quella uno stil grosso, o veramente uno stil da bombarda, metaforacce e qualche paradosso, o versi goffi e frasi alla lombarda. E dalle Madri tradite dir posso ch'apprendano i fanciul, se ben si guarda, a maledire i morti e i testamenti, a beffeggiar le madri ed i parenti.
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E contro il padre a por mano alla spada, corrergli addosso per farlo morire; a ingannar, a tradir qual sia la strada, imparano i fanciul, se il ver vuoi dire. Forse la scuola lasciva t'aggrada e la lussuria, i lazzi ed il languire dell'Impressario turco dalla Smirne, e d'altri cento che non vo' piú dirne?
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Vannoti a sangue quelle principesse che sono incinte pria che sieno spose, e si maritan poi per interesse co' duchi che non san di queste cose? poi vanno a partorir Filosofesse a Roma, e fan le faccende nascose, acciò il marito non veda la prole, e si battezzi un tristo, s'ei si duole?
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Ti piaceran le donzelle d'onore di quelle principesse della corte, non mica vaghe del far all'amore, ma ingravidate senz'aver consorte? Mille garbugli infami di scrittore, che tutto guarda colle luci torte, e ad ogni mal facilita la via, dicendo:—Insegno la filosofia.—
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Le filosofe sue bello è vedere colme di passioni e debolezze, tradir le dame i duchi, e per dovere far le ruffiane ed altre gentilezze, e far le spie di dietro le portiere co' birri a lato, acciò si raccapezze un che fu ladro un tempo, e in tal maniera dire:—Egli è quello,—e mandarlo in galera.
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Le prefazion di questi autor moderni (non so, Rugger, s'hai fatto ben l'esame) appellano «istruttivi» i lor quaderni, «filosofici» e «vaghi per le dame». Io so che ci faran de' begli scherni le suore nostre che di questi han fame. Dico che provan lor dottrine strane filosofe e duchesse le puttane.—
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Dicea Ruggero a Dodon:—Tu di' bene, ma pochi la ragione ti daranno. Al popol piacion lor romanzi e scene; se fossi in te, non vorrei quest'affanno, perché t'acquisti un odio sulle schiene, e un giorno o l'altro ti lapideranno. Non si vuol sempre la ragion difendere: oh, gli è la bella cosa il mondo intendere!
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—È bella cosa, è ver—dicea Dodone,— ma quando intendi il mondo vada male, so che il tacere è cosa da poltrone, e de' corregger l'uom per quanto vale. So ch'oggi una bagascia è la ragione, ché l'avete mandata all'ospedale per soggezione, e con rispetti umani e finte indifferenze e baciamani.
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Ma piú di tutti dá cattivo esempio, a lasciar correr certe commedie e certi romanzacci e il compor empio, Carloman, presso al novissimo die, che con la bocca aperta, vecchio e scempio, ascolta, come fosser litanie; anzi le cose piú nefande apprezza, e poi travolge gli occhi di dolcezza.
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In quanto a me, qual mansueto agnello, me ne vo come Isacche al sacrifizio, ed all'aperta predico e favello contro gli scritti, il mal costume e il vizio; e dove prende granchi il mio cervello, usin di correttor gli altri l'uffizio. Con prove sane facciano schiamazzo, non giá con la ragion del popolazzo.
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Né stien dicendo che l'invidia è quella che m'arde contro la lor preminenza. Io non so d'invidiar Pulicinella, perch'ogni giorno ha sí magna udienza.— Cosí Dodon per ischerzi favella, e finalmente ha data la sentenza di voler far il libretto a sue spese. Rugger lo ringraziò, ch'era cortese.
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Terigi intanto s'era apparecchiato a fare una sua visita alla sposa, e un vestito s'è messo ricamato d'oro, che mai si die' piú bella cosa. Avea le fibbie che valeano un Stato, e manichin d'un'opera famosa, un cappel fine col pennacchio bianco, ed una spada gioiellata al fianco.
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Ma potea ben studiar l'attillatura e porsi indosso ogni cosa pulita: egli era un uomo grosso oltre misura, ed alto sette palmi piú due dita; sicch'era sempre una caricatura. La faccia aveva larga e sbalordita, gli occhi incantati e tondi, e un riso in bocca continuato ad ogni cosa sciocca.
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Goffo al pensare e al ragionare, e spesso non intendeva ciò che gli era detto, e richiedeva quel che aveva appresso, dicendo:—Avete inteso voi quel detto?— Quell'altro si togliea spasso con esso, e gli diceva all'opposto in effetto, donde Terigi dava una risposta da far scoppiar dalle risa ogni costa.
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Tratto fuor da' raggiri del negozio delle gabelle, dov'era molto atto, che non guardava al nimico o al sozio, quando faceva qualche suo contratto; del resto e' si potea lasciare in ozio o con le genti dozzinali affatto. Or con bel scorcio e con sue sciocche risa se n'era andato a visitar Marfisa.
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E le disse:—Illustrissima signora, lei s'è degnata di mia povertade. Sappia ch'io l'amo e che non veggo l'ora d'esser marito della sua beltade.— Un sterminato rubin trasse fuora, dicendo:—Questo è della sua bontade, e vorrei che valesse mille mondi.— Poscia le pianta in viso gli occhi tondi.
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E con un certo risolin scipito stava attendendo un bel ringraziamento, dando qualche occhiatella al suo vestito e diguazzando i manichini al vento. Marfisa conosceva quel marito da molto tempo, i modi e il pensamento; e perch'ella era bizzarra e cortese, in questa forma rispose al marchese:
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—Io vi ringrazio, e sposo mi sarete.
Che si de' far? maritarsi conviene.
Frattanto, o caro, vi contenterete
ch'io rida un po', ché da rider mi viene.
I' so che a male non lo prenderete.—
E cominciava a rider molto bene;
e pur lo guarda, e ride, ride, e il guarda.
Terigi ride anch'esso a quella giarda.
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Perocché gli sembrava gran fortuna la sposa sua sí allegra lo accettasse. Era Marfisa allor di buona luna: disse al marchese che s'accomodasse, e tra le sedie gliene additav'una ch'è la piú bassa tra le sedie basse. Terigi, dopo un nuovo e strano inchino, s'assise in quella, e pareva un bambino.
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Non dimandar se ride la fanciulla. —Volete voi parlar di cose dotte —gli va dicendo—o di pappa o di culla, del tempo buono o di piogge dirotte? Avete voi necessitá di nulla? avete ben dormito questa notte? Marchese, è tutto vostro questo core: volete voi che ragioniam d'amore?—
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Terigi ad ogni cosa rispondea:
—Grazie alla Vostra Signoria illustrissima;—
ed abbassava il capo e ripetea:
—Tutto quel ch'è in piacer vostro, illustrissima.—
A qualunque parola che dicea
Marfisa, ei non lasciava l'«illustrissima».
Le serve erano uscite dalla stanza,
ché non istan piú salde a quella danza.
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E sghignazzavan dietro le portiere, quando sentieno «illustrissima» a dire. Marfisa ne traeva un gran piacere, né lascia molti patti a stabilire, dicendo:—Voi giá siete cavaliere, che delle usanze non voria stupire o de' serventi o del star fuor di notte, perocch'io non son nata nelle grotte.
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Io vorrò correr le poste talora con chi mi piace, e voi non ci sarete. Qualche viaggio lungo farò ancora, e quando tornerò mi vederete. Ragioniam netto adesso per allora, ch'io non soffro ingrognati e vo' quiete. Un cavaliere, quando la sposa ama, non si scorda giammai ch'è nata dama.
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Parean aspri a Terigi questi detti, ma dall'amore egli era sbalordito, e tanagliato da mille rispetti. Abbassa il capo col riso scipito, col collo torto e co' denti ristretti: sol rispondea:—Vi sarò buon marito: ogni cosa andrá bene, e fia bellissima, quand'ella fia piacer vostro, illustrissima.
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Sappi, lettor, che Terigi al lasciarla sentí strapparsi il cor dalla corata. Impossibil gli par di meritarla. Con inchin parte, e sospira e la guata. A casa giunto, manda a regalarla di drappi da Lion per la vernata e per la state e per ogni stagione, velluti, merli e pelli, un milione.
70
Molt'altre dame eran spose a Parigi, e molte n'eran sposate di fresco al tempo di Marfisa e di Terigi, scrivon le storie, dalle quai non esco. I paladini dietro a' lor vestigi, e tutto quanto il popolo francesco andava a contemplarle mascherate, ch'ivano in piazza a far le passeggiate.
71
Nota, lettor, se Dio ti faccia sano, come le usanze fanno i cambiamenti. Oggi a Parigi terrien mal cristiano, uno che andasse in maschera, le genti: eppure al tempo del re Carlo Mano per irvi eran rabbiosi, impazienti tutti, e talvolta fino in qualche chiesa maschere si vedien senza contesa.
72
Un dí di carnoval era, e la pressa de' cavalieri e paladini è grande, per gir nella Ruet dopo la messa, ch'è una via in piazza, chiusa dalle bande da' sedili di paglia, ov'è il sol messa. Qui facean le sentenze memorande, al passar delle spose, dell'imbusto; de' drappi, delle anella e del buon gusto.
73
Non si può dir quanta fosse la cura nella Ruette a veder le comparse. La piazza è spaziosa oltremisura, ma ognun fra que' sedili vuol ficcarse. S'uno era spinto fuor della fissura, sforza la calca, perch'ivi vuol starse. Se inavvedutamente uno uscía fuore, gridava:—Oh ve', son fuor?—con gran stupore.
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Spesso s'udia gridare:—Omè, il mio callo un m'ha piggiato, o Dio, veggo le stelle.— Un altro dire:—Olá, sei tu un cavallo? M'hai dato d'urto e rotte le mascelle.— Un altro:—E' mi fu tolto senza fallo; non ho piú l'orivuol nelle scarselle.— E mill'altre sventure e casi avversi, ma tutti alla Ruet dovean tenersi.
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All'apparir di qualche sposa nuova, come al zimbel si calan gli uccellini, un torrente di popolo, una piova correva, ed eran capi i paladini. Ad un l'abito piace, un non l'approva, o il guernimento o il merlo o gli ermellini. Sul color non moderno molti l'hanno; grand'argomenti e gran dispute fanno.
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Avino, Avolio, Ottone e Berlinghieri eran giudicator di prima istanza; gli appelli de' perdenti cavalieri Astolfo decideva per usanza; e conveniva ceder volentieri, ché l'opporsi ad Astolfo era increanza. Di color, di buon gusti e guernizioni, fu il duca delle buone opinioni.
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A tutte l'altre spose nel vestire quel di Marfisa diede scaccorocco; e il portar della maschera e il gestire, tutto diceva ai cor:—Guarda, ch'io scocco.— Si rise sol, veggendo comparire Terigi che pareva un anitrocco; e benché avesse addosso un gran tesoro, non sapeva portarlo con decoro.
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Mentre per la Ruet scorre il torrente, è capitato un cocchio sulla piazza, ch'avea dentro un garzon molto avvenente: del resto non si dá cosa piú pazza. Un caval magro, adagio, sonnolente tira da un lato e si ferma e scacazza; dall'altra parte il tiratoio tirava uno staffiere, e sudava ed ansava.
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Sozzopra è la Ruet. Tutte le genti corrono a contemplar sí nuova cosa. I paladin, le dame ed i serventi alla carrozza van maravigliosa, la qual nel mezzo a tanti occhi veggenti alla magion di Gano fece posa, ed iscese da quella il cavaliere, di cui per ora il nome vo' tacere.