ARGOMENTO.

Nel viaggio Marfisa in corruzione (dopo una febbre effimera) ritrova le ville, le castella, e con ragione nelle cittá di provincia non cova. Va nella Spagna, e scopre il suo guascone in una circostanza affatto nuova; vien da Rugger sorpresa alla commedia; l'accidente è passabil, se non tedia.

1

Quella disperazion di Bradamante, per cui piú non sapea quel che facesse, era una passion predominante, che fa solo la borsa in capo avesse. Con disonor la cognata è ambulante; par che il dolor lo sposo le uccidesse; per tal fuga ognun mormora, è dolente: Bradamante la borsa ha solo in mente.

2

Né si trovava una persona ardita che le facesse un po' di correzione, e perch'era gran dama e riverita, si rispettava la sua passione. Benedetto il caval che l'ha colpita con quelle peta all'uscir del portone, che fe' alle genti far quella risata e ritirar la dama svergognata.

3

Marfisa, Ipalca e il postiglion che trotta, aveano fatta giá la prima posta. La dama al postiglion la testa ha rotta, che a chiederle la corsa le s'accosta. Cambia la posta, e grida, che par cotta, che non vuol passo lento, non vuol sosta, a ponte rotto, a buca, a sasso, a crollo vuol che si corra e se ne vada il collo.

4

Scrive Turpin che non ci fu mai caso che una corsa pagasse quella dama. Di questa veritá son persuaso, perch'ella non dipende dalla fama. Turpino fu scrittor che avea buon naso, e per prova del vero cita e chiama de' mastri postiglion le note certe, dove son le partite ancor aperte.

5

A qualche postiglion data ha la mancia, se fu robusto e buon bestemmiatore; del resto il chieder prezzo era una ciancia, che tirava percosse d'un gran core. Ipalca, finta moglie, avea la guancia talor di carta e di color peggiore, e alle sciarre, a' cimenti, alle contese, vanta un suo voto che le avea difese.

6

Tra la rabbia, il furore e i patimenti e l'amor pel guascone, che conserva, sentí Marfisa un dí scuotersi i denti, e volse il viso pallido alla serva, dicendo:—Io sento ribrezzi e accidenti e una debolezza che mi snerva: mi duole il capo ed ho la bocca amara.— Rispose Ipalca:—Questa è febbre chiara.—

7

Disse Marfisa:—Io ti darò un susorno; altro non mi sai far che triste augurie;— e grida al postiglion che suoni il corno, sferzi i cavalli, ed entra nelle furie; e benché porti una gran febbre intorno, non lascia le minacce né l'ingiurie, ma alfin la febbre d'una buona razza basta a frenare anche una donna pazza.

8

E convenne far alto in un villaggio. perché Marfisa piú non si reggea. Or quasi Ipalca ha smarrito il coraggio per il finto marito che gemea, e dice:—Eccovi alfin quel dal formaggio. Caro Gesú! fuggir non si dovea.— Marfisa è oppressa, ma l'ha minacciata con una guardatura spiritata.

9

Prendesi alloggio, ed all'uomo-fanciulla venne un dottor d'una trista figura. Di villa egli è, ma il capo non gli frulla, ne sa quanto un Macope ad una cura, perché l'arte sapea di non far nulla e di lasciar l'imbroglio alla natura. Tocca il polso, l'orina vuol vedere, e poi dice:—Ha la febbre il cavaliere.

10

Diman verrò, vederem, penseremo; non mangi, e beva generosamente.— Marfisa al suo partir diceva:—Fremo; costui è un asin risolutamente.— Torna il dottor, che par di cervel scemo, con un passo ed un viso sonnolente, ritocca il polso, vuol l'orina, e guata, poi dice:—Questa febbre è declinata.

11

Faccia bibite spesse ed abbondanti, non mangi nulla, sorba qualche brodo. Stiamo a veder diman se il mal va avanti; se cresce, penserem la forma e il modo. I rimedi dell'arte sono tanti: gli userem tutti, se il mal terrá sodo. A buon vederci: soffra e stia in riguardo.— Poi se ne va sonniferoso e tardo.

12

La dama va in furor, dietro gli grida, lo chiama dottorello ed ignorante; e perché son di femmina le strida, Stupefatto il dottor volse il sembiante. Guarda Ipalca nel viso, e par che rida, e disse:—Questo è un musico e arrogante;— e poi senz'altro dir scende le scale: Marfisa vuol scagliargli l'orinale.

13

Ipalca la pregava ad acchetarsi per tutti i santi e le sante del cielo. —Costui—dicea Marfisa—vuol spassarsi, e del mio male non si cura un pelo; ma s'egli spera le paghe beccarsi, non ne beccherá una, pel Vangelo!, Tu sai la circostanza e la premura; ei vuol tenermi un anno alla sua cura.—

14

Ma finalmente il terzo giorno arriva: si sente la bizzarra sollevata. Giunto il dottor al polso, disse:—Viva; questa è stata un'effimera sforzata.— Dicea Marfisa:—Io son di febbre priva, ma voi non me l'avete discacciata.— Rispondeva il dottor:—Questo è di fatto; ma poteva ammazzarvi e non l'ho fatto.—

15

Sonvi alcune ragion chiare e precise, d'una tal veritá, d'un'evidenza, che sono intese insin dalle Marfise e le disarma della prepotenza. La dama col dottore alquanto rise, e le fu liberale in diligenza, dicendo sempre:—È ver ciò che diceste; potevate ammazzarmi e nol faceste.

16

La vostra umanitá, la virtú vostra è rara molta nella medic'arte.— Grato a Marfisa il medico si mostra, e sonnolento la ringrazia e parte. Esce dal letto la bizzarra nostra, chiede i vestiti, e le par d'esser Marte. Ma nel rizzarsi in piè non si può dire quanto inabil trovossi al dipartire.

17

Le trieman le ginocchia, il capo gira: convien fermarsi nel villaggio alquanto, sin che la dama un pocolin respira e riacquista del vigore infranto. Or qui veggo il lettor meco s'adira per queste fievolezze ch'io gli canto; doglie di capo, effimere, tremori, cosí non s'intrattengono i lettori.

18

Cari lettori, abbiate pazienza: io deggio esser fedele al mio Turpino. Cotesta poca vostra sofferenza, questo vostro decider repentino, vi fa molto simili in coscienza a' sudditi del figlio di Pipino, ch'eran dottori senza intender nulla, col capo al gioco, al sarto, a una fanciulla.

19

Questa fiacchezza, di cui fa memoria Turpino, della dama dopo il male, che scemò alquanto la furia e la boria d'andare in posta tosto alla bestiale, non è inutile affatto per la storia, oltre all'esser la cosa naturale: fatto sta che Turpino in quella villa ferma la dama, e assai cose postilla.

20

Prima sopra a quel medico antedetto va compilando alcune coserelle. Dice che alla cittá fu poveretto per la persecuzion non delle stelle, ma degli altri dottor che avean concetto; ed il concetto è delle cose belle, perché, sia ben fondato o ingiustamente, a rovinar parecchi è sufficiente.

21

Misero quel che il vitto aspettar deve dalla riputazion fra gli abitanti, se d'essere impostor gli sembra greve e non uccella sciocchi ed ignoranti; e' si riduce in villa e al verde in breve, perché i competitor stan vigilanti co' lor dileggi arcani e paroloni. Son di Turpin coteste riflessioni.

22

Il qual segue a narrar che in quel villaggio, sendo Marfisa maschio contraffatto, bizzarra e di cervello poco saggio, volle prender sollazzo qualche tratto; e cominciò con lubrico linguaggio, come fa qualche fanciullaccio matto, a tentar le ragazze forosette, e le trovò maliziose e scorrette.

23

Quell'antica innocenza villereccia, un tempo celebrata da' poeti, non avea piú né seme né corteccia, il rossor, il pudor si stavan cheti; perocché certi paladini feccia, o vogliam dir filosofi discreti, che villeggiavan l'autunno e la state. avean le villanelle addottrinate.

24

Il vizio ne' maggiori è una magagna, che ne' maggiori sol non sta rinchiusa, ma ne' minor si dilata e accompagna, e ognun adduce esempi ed ha sua scusa. Passa dalla cittade alla campagna, e sin nelle caverne alla fin s'usa; però i vizi de' stolti paladini s'eran diffusi ancor nei contadini.

25

Il lusso di Parigi smisurato aveva fatti i paladin fallire: volevan sostenersi in grado alzato con debiti e con truffe da non dire. Facean lo stesso i servi nel lor stato, per imitare i grandi e comparire; e le villeggiature de' signori avean fatti i villani imitatori.

26

Non correan piú que' rozzi panni e bigi, que' zoccoli all'antica e i cappellacci, le forosette andavano a Parigi spesso a tôr nastri e scarpette ed impacci, coralli che costavano luigi, fior di seta, orecchin, ritagli e stracci e cappellin con fettucce e frastaglie, per pararsi d'amore alle battaglie.

27

E come i paladin davan l'esempio con gabbi e scrocchi, estorsion, prepotenze, e faceano all'amor sino nel tempio, nel villeggiare, e mille scandescenze; i villanzoni acquistavan dell'empio, rinvigorendo assai le coscienze. Le villanelle, stuzzicate, a furia rubavan biade per gale e lussuria;

28

e sapeano scherzar coll'occhiolino e alle richieste altrui non ritrosire; aderiano ai sospir d'un paladino, massime aggiunte ai sospir poche lire, perché serviano a un nuovo gamurrino per farsi vagheggiare e benedire: donde Marfisa da maschio vestita la sua convalescenza ha divertita.

29

E sendo un giorno alla messa in parrocchia, quando all'altar si volgeva il piovano a spiegare il vangel, Marfisa adocchia che dalla chiesa usciva ogni villano: —Perdio! che gracidar vuol la ranocchia— dicendo,—ella mi secca il diretano;— e usciti que' villan sul cimitero, siedeano al sol scherzando sopra al clero.

30

—Odi tu—dicea l'un—cotesto prete a predicar che non si de' rubare? Se il quartese de' furti gli darete, v'insegnerá a rubar, nel predicare.— L'altro dicea:—Se ben l'ascolterete, tutti i castighi, ch'ei sa minacciare, saran sospesi in ciel, se noi gli diamo nelle borse i quattrin che addosso abbiamo.—

31

Diceva un altro:—Notate voi bene come fa grande il foco al purgatorio? come per levar l'alme dalle pene chiede danar per lui dall'uditorio? So che cappon, c'hanno tante di schiene, purgan nel suo paiuol brobo in martorio, e che un gran foco nella sua cucina tormenta ariste di vitella fina.

32

—Comprendereste voi che voglia dire quel non rubar?—diceva un villan scaltro. —V'aggiugni un «ciò che tu non puoi ghermire», e tosto intenderai—diceva un altro. —Naffe! tu parli meglio del Dies irae— gridavan tutti,—senz'altro, senz'altro.— Qui i villanzon rideano alla distesa del lor piovan che predicava in chiesa.

33

Marfisa, con Ipalca uscita anch'ella, stava ascoltando i villan risvegliati, e poi diceva alla sua damigella: —Benedetti i scrittori illuminati! Diffusa è sí la scienza novella, che son sino i villan spregiudicati: questi pretacci e fratacci ghiottoni finito han di strippar co' lor sermoni.—

34

Faceva Ipalca il grugno di bertuccia e rannicchiava il collo nelle spalle, co' detti di Marfisa si coruccia, di Giosafat rammemora la valle. Un riso alla bizzarra fuori smuccia, dicendo:—Vatti appiatta nelle stalle. Come concordi, beata Verdiana, la santitá col farmi la ruffiana?

35

—Oh, Maria del rosario!—rispondeva Ipalca—io tutto fo per un buon fine.— Allor Marfisa piú forte rideva, ischiamazzando come le galline. Ognun di que' villani rifletteva che si godesse delle lor dottrine, dicendo:—Quello è un paladin, ch'approva che noi sappiam dove la lepre cova.

36

S'egli ha campagne, a fitto le torremo; quanto al rubar, veggiam ch'egli è in accordo; alle guagnel lo rigoverneremo; ognun dal canto suo spennacchi il tordo.— La predica frattanto era all'estremo di quel piovan, che predicava al sordo; la turba in chiesa ad ascoltar tornava quel rocchio della messa che restava.

37

A questo passo Turpin moralista fa parecchi riflessi, ch'io vi taccio. Forse la sua moral parrebbe trista a un secol ripurgato per lo staccio. De' paladin l'esempio lo rattrista, e vuol la correzion del popolaccio dipendente da quel; ma veramente Turpino fu scrittor di poca mente.

38

Perché voleva che la religione utile fosse anche dal tetto in giuso. Quanto alle ruberie delle persone, sí corto fu che le chiamava abuso, e prese un granchio a chiamar «corruzione» alla coltura perspicace e all'uso; dond'io d'epilogarvi non mi degno i riflessi d'un uom di poco ingegno.

39

Marfisa è in nerbo, e la posta ritoglie; corre come un dimon verso la Spagna con la sua imbellettata finta moglie, che col rosario in mano l'accompagna. Turpin la briga a narrarci si toglie alcune coserelle, e pur si lagna, vedute da Marfisa, e scrive e ciancia delle cittá e castella della Francia.

40

Giugnendo la bizzarra in qualche terra, o vuoi castello o cittá provinciale, metteva del calesse il piede a terra, e per gire a' caffè metteva l'ale. In alcun luogo, se Turpin non erra, il caffè si bevea dallo speciale. Basta, di quelle adunanze Marfisa lasciò un itinerario ben da risa.

41

In quel caffè venien certe figure da' paladin antichi discendenti, abitanti in castei pien di fessure, puntellati i canton, rotti e pendenti, con le finestre metá di scritture, metá di vetri avanzati dai venti, e con porte che, chiuse, non che a' sorci, non impedien l'ingresso a' cani, a' porci.

42

Parte aveano gabban di Salonicchio, certi spadon, certe scarpe infangate, da ciabattin rimesso qualche spicchio, certe calze da sprazzi indanaiate, cappellini tignosi e come un nicchio, cappellon con le alacce mal puntate; e tuttavolta ognuno avea sua scusa, dicendo:—Oggi a Parigi questo s'usa.—

43

Entravane un con faccia larga e grassa, rossa pel vin, pel sole abbrustolita, con la parrucca come una matassa di lin, non ripurgata o ribollita, che per le guance penzolava bassa, con la coduzza dietro di tre dita: entrando, a tutti facea riverenza, e poi siedeva con magnificenza.

44

Un altro con la faccia lunga e nera ha le banduzze corte e inanellate, un parrucchin con gli aghi e con la cera, con sevo e gran farina impastricciato; e nondimen con una sicumera nella bottega a seder era entrato, che mettea suggezione a tutti quanti, perocch'era un di quei che aveano i guanti.

45

Era quel parrucchino una letizia, sul viso lungo e ner, sí corto e bianco; e la bizzarra gli facea giustizia, ridendo sí che le scoppiava il fianco. Quel gentiluom non entrava in malizia, ché di sé troppo è persuaso e franco; ma giudicando con sua fantasia, sorride anch'ei per social pulizia.

46

Vedeansi giovanastri coi vestiti di qua e di lá con gli ucchiei replicati, ma sopra il destro quarto ricuciti, segno evidente ch'eran rivoltati. Gli untumi pel calor gli avean traditi, ch'anche al rovescio s'erano affacciati, massime sulla schiena a' capei sotto, ed è superfluo il ragionar del rotto.

47

Pur nondimeno alcuno era contento con que' vestiti del diebus illi, perocché quattro sacca di frumento avea cambiato in due fibbie di brilli; e passeggiando la bottega, è attento di serpeggiar col piè dove il sol stilli; crescegli il cor, che gli occhi degli astanti ferisca il fiammeggiar de' suoi brillanti.

48

Era un diletto udirli al lor arrivo chiamar:—Bottega!—in voce gigantesca, e all'apparir del caffettier giulivo, non voler piú che un gotto d'acqua fresca, il suo caffè disprezzando cattivo: pur convien spesso ch'egli fuor se n'esca, perocché si minaccia e non si prega, reiterando:—Bottega, bottega!—

49

Diceano al caffettier que' ragazzoni de' goffi sali e impertinenze vili, per fare i perspicaci e i ciceroni; poi si gettan ridendo nei sedili. Il caffettier, che ha molte erudizioni, le dice con de' termini incivili, e scopre il debituzzo e la lordura: ma che non vince al fin disinvoltura?

50

In questo postiglioni capitavano, che avean le mance scosse per le corse, e in un stanzin della bottega entravano, sfoderando le carte con le borse. Tosto que' paladin s'affratellavano, e la lor nobiltá lasciando in forse, puntano al faraone a tavolino, superando in bestemmie il vetturino.

51

Né perché un birro sopraggiunga e punti, que' nobili rampolli hanno ribrezzo. Frattanto i padri, alla bottega giunti, leggono le gazzette per un pezzo, e notan negligenze, errori e punti. Alcuno grida:—O Dio, mi scandalezzo, il tal monarca s'è portato male, e non fu cauto appien quel maresciale.—

52

E qui della politica e dell'armi, di regi matrimoni e d'alleanze diceano cose da scolpir ne' marmi, e di ragion di Stato e di speranze, ed han greche sentenze e latin carmi, per raffermare, e molte sconcordanze, topografie, geografie, misure, che non si troveran sulle figure.

53

Sostengon riscaldati e pettoruti le loro opinioni, il pensamento; pur insensibilmente son caduti senz'avvedersi al scarso del frumento, e ad esclamar che, se Dio non gli aiuti, il viver sará un tedio ed uno stento, perocché l'uve anche poche saranno, e discordan sui prezzi di quell'anno.

54

Un grida che s'è sconcia una sua vacca e per la menda ha citato un villano. Un altro all'oche d'un vicin l'attacca, ch'è danneggiato d'un quarto di grano. Uno è in furor; vuol spezzare una lacca, se sa chi ne' suoi fichi ha posta mano. Cosí restan monarchi, arme e regine, per oche, vacche, ficaie e galline.

55

Turpin Marfisa fa per le piú colte cittá della provincia ancor che passi, e va notando osservazion raccolte, e costumi e cervei, difetti e passi; dice che in queste, alle apparenze molte, alle giostre, a' teatri, a' giuochi, a' spassi, alle carrozze, a' servitori, all'oro, si potea giudicar molto tesoro.

56

Ma nel fermarsi alcuni giorni poi, l'antico detto si verificava: «tutt'òr non è quel che splende tra noi», sicché Marfisa assai farneticava. Vede alcun gentiluom, che, agli occhi suoi, a' panni molto agiato non sembrava; non tenea cocchio o pompa, e pur in cera del cor dipinta avea la primavera.

57

Dall'altra parte molti risplendenti scorrer vedea ne' cocchi lor famosi, con certe risa sforzate fra i denti, con certi sguardi cupi e sospettosi, che dipingeano gli animi scontenti e de' pensier molesti e tenebrosi; donde Marfisa facea strani gesti, veggendo i pover lieti e i ricchi mesti.

58

L'alterigia, il puntiglio, il fumo, il fasto ben tosto discopriva quest'arcano. Gli appariscenti appiccavan contrasto co' men splendenti per la dritta mano, e per i posti a una festa, ad un pasto, e' metteano sozzopra il monte e il piano: volean risarcimenti e vergognose cercan vendette per le vie nascose.

59

Perocché l'ozio e i sistemi novelli aveano lor sí rinvilito il core, che tenean gran ribrezzo de' duelli, ma ricorreano dal governatore. Con invenzion, tradimenti e tranelli lo facean divenir persecutore; poi boriosi in piazza, a visi alzati, narravan come s'eran vendicati.

60

Qui del governatore uscieno arresti e rabbuffi e minacce mal fondate. Gli oppressi tosto facean manifesti, che le bugie scoprivano storpiate: e perché l'ira fa gli uomini desti, le lingue piú non eran moderate, e allor sapeano tutti i forestieri delle famiglie il stato ed i misteri.

61

E oscure azion, prepotenze e clamori, debiti, usurpi e liti poco sante, e mille altre vergogne sbucan fuori, perché parta erudito il viandante. Sapeasi che i men ricchi ne' colori avean la casa in sostanza abbondante, e che, per non far debiti all'usanza, vivean modesti e con poca baldanza.

62

Non v'era altra ragion per le oppressioni che la disuguaglianza de' vestiti, e de' risarcimenti le ragioni erano sangui antiqui e gran partiti. Se v'eran degli agiati illustri e buoni, questi non difendevano i traditi, perocché in terzo, in quarto o in quinto grado tenean con gli oppressori parentado.

63

Era in que' tempi il lusso una malia, che cagionava piú d'una ingiustizia. L'uomo alterata avea la fantasia, perdea d'ogni misura la notizia; ed alla necessaria economia aveva dato il nome d'avarizia. Ciò cagionava gran confusione ne' provinciali, povere persone.

64

Turpin delle cittá de' provinciali mille altri pregiudizi ed i sistemi ha scritto diligente negli annali di conti e cavalier di cervel scemi, ed etiche peggior de' serviziali, ridicole rubriche, insulsi temi, a tal ch'anche Marfisa io vo' trar fuori, ch'ella mi fa pietá tra que' signori.

65

Correndo a stracca per la via piú mozza, giunse sul fiume Iber, lá nella Spagna, e furiosa un giorno in Saragozza entrò colla sua moglie o sua compagna. Qui con un locandiere si raccozza, sprezza le stanze, di tutto si lagna; poi scherza seco, poi ride, poi grida, ma finalmente piglia albergo e annida.

66

Nelle conversazion col suo guascone, l'avea sentito mille volte a dire ch'ei teneva efficace inclinazione d'irsene in Spagna prima di morire; però spera trovare il suo mignone in Saragozza, o novella sentire che glielo additi; e da maschio vestita, pe' caffè in traccia conducea la vita.

67

Nelle botteghe eran giunti i foglietti ed i successi di tutti i paesi. Que' pagani facevan rigoletti per un caso avvenuto tra' francesi; e perch'eran nimici maladetti per le guerre passate e ancor accesi contro l'andata bravura francesca, facean risa impulite alla turchesca.

68

La dama vuol saper di quelle risa; drizzando un turco i baffi, le rispose: —Una sorella di Rugger di Risa, ch'era una delle donne strepitose, fuggita è da Parigi alla recisa da quelle che si chiaman sacre spose; ed ogni conghiettura è chiara e piana, ch'ella pel mondo faccia la puttana.—

69

Marfisa era filosofa a bastanza perché quel titol non le desse pena, ma il parlar del pagan senza creanza di pregiudizio alquanto l'avvelena; e disse:—Non è molto bella usanza in faccia ad un francese giunto appena il dir ch'è una bagascia a dirittura una sua dama, e sol per congettura.—

70

Rispose il saracino:—In un francese io non credea delicatezza in questo, perocché noi sappiam che al suo paese si ride d'un marito troppo onesto, e che le donne sono anche riprese s'hanno del schizzinoso e del modesto, e che de' libriccin molto applauditi giudican tutti i casti scimuniti.

71

Se a ciò che s'applaudisce che sia fatto si vuol che il fatto poi solo si taccia, non siete ancor spregiudicati affatto, se non vi si può dire in sulla faccia; ma se tra voi si de' tacer quell'atto che commendate, qui vogliam bonaccia, e nelle nostre region vogliamo rider de' parigin quanto bramiamo.—

72

Fu la bizzarra per appiccar zuffa, ma il numer grande di que' saracini, e il timor di scoprirsi alla baruffa la tenne col cervel dentro a' confini, e fece come fa chi ride e sbuffa ne' difficili casi repentini, per mostrar del disprezzo e del coraggio verso qualche nimico poco saggio.

73

Era in sul fatto Ferraú qui giunto, nipote di Marsilio, re di Spagna, che di cavalleria conosce il punto e co' suoi patrioti assai si lagna: poi con Marfisa in amistá congiunto, la serve e pel paese l'accompagna; e pur la guarda in viso, e giureria che non gli è ignota sua fisonomia.

74

Marfisa Ferraú conosce certo, ché seco fatto avea piú d'un duello; ma fa del franco ed usa il tratto aperto, che lievi ogni sospetto dal cervello. Verso la piazza sentesi un concerto di corni e violini molto bello. Il popol corre, dá d'urto e schiamazza, e tutta Saragozza è nella piazza.

75

Marfisa a Ferraú ragion dimanda di quel concerto e di quel gran furore. Le rispose il pagan che in quella banda da due giorni era giunto un ciurmadore, che avea di privilegi una ghirlanda, e cantatrici e piú d'un suonatore; ch'era per lui la cittá sbalordita, e si facea chiamar «cosmopolita»;

76

che da molti francese è giudicato, ma che alterava spesso la favella; che avea la sposa canterina a lato, con bella voce, assai scaltrita e bella; che vendea cataplasmi a buon mercato, ma che la moglie veramente è quella che con certi secreti suoi lavori acquistava al marito de' tesori.

77

Giunsero nella piazza passeggiando, ma convien colle spinte farsi strada. Marfisa verso il palco va guardando per veder quella cosa come vada. La folla la rispinge rinculando, sicch'ella è quasi per cavar la spada, e pur il collo allunga da lontano per veder questo nuovo ciarlatano.

78
Parle veder, non le par ben scoprire,
spera ingannarsi per la lontananza;
vorria appressarsi piú, vorria fuggire;
mostra negli atti molta stravaganza.
Colui che i bussoletti e l'elisire
alza ciurmando e ciarla all'adunanza,
alla taglia, al sembiante, a' capei d'oro,
le sembra ad evidenza Filinoro.

79

No, che non v'è ne' romanzi del Chiari sorpresa a quella di Marfisa eguale. Fece il viso d'un uom senza danari, aprendo gli occhi e una bocca spannale. Ferraú guarda e vuol che le dichiari quella sorpresa fuor del naturale, e sol trasse da lei quell'africante: —Oh, cospetto di Dio, questa è galante!

80

Può fare il ciel—soggiungea la bizzarra fuori di sé, né sa d'esser udita —che senza aver riguardo alla caparra, egli abbia sí vil giarda stabilita? Questo sarebbe saltare ogni sbarra! Non è possibil, scommetto la vita; traveggo, non è ver, non sará desso, e vo' serbarmi a vederlo dappresso.—

81

Ferraú, maggiormente curioso, replica le richieste tuttavia. Disse la dama:—Io son un po' dubbioso di conoscer colui; ma andiamo via.— Ferraú, ch'era un pagan generoso, soggiunse:—Questa sera, in cortesia, nel mio palchetto a teatro verrete alla commedia e l'ore passerete.—

82

Disse Marfisa:—Volontieri accetto e vi ringrazio della esibizione; anche mia moglie condurrò al palchetto, perch'abbia un poco di ricreazione; ma vo' per grazia e per aver diletto e per far bella la conversazione, che voi facciate al palco anche venire quel ciarlatan che vende l'elisire.—

83

Rispose Ferraú:—Questo fia fatto;— diconsi addio, le man si sono strette: —A rivederci al cominciar dell'atto, nell'ordin primo, al numer diciassette.— Ferraú resta alquanto stupefatto. Marfisa imita al partir le saette: non vede l'ora trovar la compagna, per esalarsi e bestemmiar da cagna.

84

Giunta alla stanza sua con ciglio oscuro, getta il cappel per terra e lo calpesta, ed i vestiti scaglia contro al muro; la camicia sudata la molesta: la trae stizzita, e col suo viso duro su e giú passeggia, astratta con la testa, ignuda mezza e con la spada a lato, e corre come un levrier sguinzagliato.

85

Era a vedersi una scena faceta Marfisa mezza ignuda con la spada, che passeggia fanatica inquieta, e Ipalca spaventata, che la bada e che la guarda come una cometa, non intendendo il fatto come vada; ma finalmente ardita le chiedeva la ragion del furor che l'accendeva.

86

Disse la dama:—Senti: s'egli è vero, alla croce di Dio! con un pugnale gli spacco il cor, lo mando al cimitero: conoscerá Marfisa quanto vale.— E detto questo, va come il pensiero. Ipalca replicava:—Chi e quale?— La dama irata si rivolge e dice: —Ella è una cantatrice, cantatrice.

87

È saltimbanco, vende teriaca, guadagna sulla moglie, fa il ruffiano, e m'ha ficcata questa pastinaca, il turco, l'assassino, il luterano!— E pur s'infuria, bestemmia, s'indraca. Ipalca rispondeva:—Dite piano.— Ma pure strologando indovinava per qual ragion Marfisa furiava.

88

Di quel sospetto nulla piú fa sdegno a Ipalca, che il sentire il traditore si fosse sottomesso all'atto indegno di dar la mano a una cantante e il core. —Che sia ruffian—diceva—io mi rassegno, ho pazienza che sia ciurmadore; ma che una cantatrice sposata abbia, santissimo Gesú, questo fa rabbia.

89

Io mi sento agghiacciar piú che nel verno. Una cantante! oh, san Francesco mio! una donna dannata in sempiterno, per cui non ha misericordia Dio; che ha mandate tant'anime all'inferno, cantando in sul teatro e che so io! una cantante, una scomunicata! o Vergine Maria sempre laudata!

90

S'egli avesse sentito un cappuccino a predicare un dí, com'ho sentito, e gridare e sudar quell'angelino contro queste donnacce da prurito, e a provar che son diavol con l'uncino sotto il belletto e sotto un bel vestito, diguazzando una barba veneranda, le avria il guascon lasciate da una banda.—

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La stizza del sentir discorsi sciocchi pose a Marfisa l'altra ira in bilancia, e disse:—Non può far che l'ora scocchi; t'immaschera al costume della Francia, perocché le tue ciarle da pidocchi gorgogliar presto mi farien la pancia.— E brievemente andarono a vestirsi per gir alla commedia a divertirsi.

92

E mascherate al teatro sen vanno, l'una com'uomo e l'altra come dama. Al numer diciassette picchiato hanno: Ferraú tosto, per acquistar fama, apre, mettendo Ipalca a saccomanno con ceremonie, e quel momento chiama felice, glorioso, e dá del resto; ma Ipalca affatto era inesperta a questo.

93

Sei volte un'«umilissima» infilzando, con rossor di Marfisa, entra e s'asside: il sipario, che allor si andava alzando, il complimento, grazie a Dio, recide. La commedia si fa. Di quando in quando si picchiano le mani e il popol ride, e perch'ella era alquanto curiosa, Turpin ci lasciò scritta qualche cosa.

94

V'erano in essa di molti cristiani posti in aspetto obbrobrioso e tristo, preti papisti e frati veneziani, ch'altro eran ben, che imitator di Cristo. Ma tra gli altri cattolici romani, entro a quella commedia un ne fu visto d'un secolare spigolistro avaro, che all'uditorio turco assai fu caro.

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Il poeta pagan fingea che morta fosse la moglie del divoto arpia, e che i preti gli fossero alla porta per le candele e per portarla via. L'avaro, ch'era una persona accorta, per l'avarizia spender non volia, ma per unirla alla religione, col piovan facea scena in un cantone.

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—Per scarico—dicea—di coscienza, piovano, confessar vi deggio il vero: mia moglie, e ve lo dico in confidenza, nulla credea ne' successor di Piero. Le ho fatto correzioni in scandescenza, ma le fatiche mie furono un zero; morí secreta eretica in peccato, né deve esser sepolta nel sagrato.—

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Il piovano, ammirato e grave in viso, faceva del zelante e del prudente, dicendo:—A un caso occulto ed indeciso, non si deve dar scandalo alla gente; e poi so ch'ella è ita in paradiso, e il posso dir d'una mia penitente. Dovete anzi, di cere liberale, farle un solenne onor nel funerale.—

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Ciò che adduceva l'avaron marito per non dar cere a quella sepoltura, ciò che il piovan rispondeva perito a voler torce di buona misura, cagionava un dialogo fiorito, di veritá ripieno e di natura, a tal che i turchi pel rider scoppiavano, e le lor brache larghe scompisciavano.

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Ancor che fosse Marfisa affannosa pel saltambanco che non giunge mai, non tacque alla commedia scandalosa, che il cristianesmo rinvilisce assai. A Ferraú si volse dispettosa, e disse:—Questi vostri commediai sono troppo maledici e indiscreti contro ai cristiani, a' nostri frati e a' preti.—

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Ipalca certo sarebbe fuggita, ma giá dormiva alla seconda scena. Ferraú con maniera assai pulita disse a Marfisa:—Non vi date pena, la politica nostra è stabilita, nel far commedie in sulla turca scena, di porre in tristo aspetto l'inimico, per conservar nel popol l'odio antico.

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In ludibrio si mettono i cristiani e in una vista schifa e abbominevole, acciò non si battezzino pagani. La massima non sembra irragionevole. Certo i vostri poeti son piú umani, e le commedie loro han del piacevole; e sembra, per voler retto decidere, che vogliano i cristian far circoncidere.

102

Certi Macmud dipingono prudenti, molto teneri in cor, molto pietosi, certi bey, filosofi saccenti, moralisti, divoti e generosi; e per converso cristian malviventi, marchesi ladri e conti pidocchiosi; donde da noi si spera certo e crede che vorrete abbracciar la nostra fede.

103

E inver sono infiniti i cristian vostri che voi chiamate «turchi rinegati». Fioccano a torme sempre a' templi nostri, non senza alcuni preti e alcuni frati. Forse annoiati son de' paternostri, o poveri o viziosi o disperati; ma forse anche i scrittor mal cauti fanno cotesti disertor con vostro danno.—

104

Marfisa nelle spalle si rannicchia, perocché quel discorso ha del preciso. Ecco un che gentilmente al palco picchia: è il ciurmador che avuto avea l'avviso. Marfisa nel tabarro s'incrocicchia, mettendo pria la maschera sul viso. Si desta Ipalca, e anch'ella prestamente s'è mascherata alquanto goffamente.

105

In bocca la bizzarra un sassolino si getta per confonder la favella, caso che il ciurmador per rio destino fosse il guascon, che mai non vorrebb'ella; ma ci vuol flemma, ché insino a un puntino, al viso, al favellare, alla gonnella, alla disinvoltura, ed in sostanza è Filinoro: è tronca ogni speranza.

106

Bolle il sangue a Marfisa, e le dá d'urto nella pia-madre, e quasi esce dal cerchio, siccome il brodo nel paiuol ch'è surto pel troppo foco e spinge insú il coperchio. Un uomo, a cui vien fatto il maggior furto, che ha gran famiglia e nulla di soperchio, non ha metá dolor di quel che prova Marfisa, che il pidocchio alfin ritrova.

107

Avea questo filosofo guascone, poiché lasciò quel padre abate santo, piantato il laico a piè, suo compagnone, dormente un giorno e cotto piú che alquanto; e venduto il destriere ed il rozzone e i ricchi guarnimenti, trasse tanto che poté tôr le poste e far viaggio, piantar carote e cambiar personaggio.

108

Qui apparve abate, lá uffizial da guerra, qua inviato secreto con arcani, lá pellegrin che per gravi colpe erra, e tenta d'elemosine i piovani; in qualche castelletto, in qualche terra, fu giuocator col diavol nelle mani, perocché certo e' le sapeva tutte e aggiunge alle dottrine di Margutte.

109

Protettor fatto d'una cantatrice, vestito nobilmente e riccamente, ei fu in sul punto, per quanto si dice, ch'era il borsello suo convalescente. In questa bella trovò la fenice, amante men dell'altre fintamente, ma non tanto fenice che donasse, se prima il cavalier non la sposasse.

110

Avea raccolta questa verginetta, tra onesti doni e le merci onorate, d'orivuol, gemme e astucci una cassetta e borse d'òr da esser venerate, perché con sdegni casti e senza fretta e con rifiuti le aveva acquistate, con modesti atti e discorsi morali e con le sette virtú cardinali.

111

Ma poiché molto il pericol, dicea, d'ir sui teatri la mortificava, ché la sua castitá, che salva avea sino a quel punto, si perseguitava, a sposar Filinoro discendea e i santi acquisti in dote gli recava; ma veramente l'accieca la brama di sposar Filinor per esser dama.

112

Filinoro, filosofo in bisogno, non ebbe alcun ribrezzo e se la prese, dicendo in cor:—Tu sarai dama in sogno; co' tuoi borsel mi lascia ire alle prese; quando ho danar, di nulla mi vergogno.— E cominciò di smisurate spese, e veste e giuoca e spende senza fine, e tratta principesse e ballerine.

113

In poco tempo al verde s'è ridotto. Alla dama consorte il ver celava; pur, perch'ella il vedea giuocare al lotto, ad un sí triste segno sospettava; ma finalmente scopre ch'egli è rotto, che le vesti e le cuffie le impegnava, e cominciava ad appiccar baruffa: ma invan con Filinor si grida e sbuffa.

114

Che con moine, carezze e scherzetti, quel ch'ei disegna, ben le fe' comprendere: comincia in casa a condur degli oggetti, paladini e milord che potean spendere; gli pianta e parte al canto de' duetti e di quell'arie che soleano accendere. La dama sposa per necessitate l'util modestie ha infin rinnovellate.

115

E perché giova in cosí fatta tresca cambiar paesi e riuscir novelli, questa coppia gentil piantò bertesca e in diverse cittá vischio agli uccelli. La dama, ch'era una lana sardesca, al cavalier tenea stretti i borselli, dond'ei che i vizi suoi vuol mantenere, si fece ciurmador, di cavaliere.

116

Ma lo faceva con magnificenza e suoni e canti e livree ben guarnite. La moglie in casa non facea credenza, ed egli in piazza spaccia elisirvite; e tenendo nel dua la rubescenza, di qua, di lá le genti ha sbalordite. Da pochi giorni in Saragozza egli era, e in brieve nel palchetto è quella sera.

117

Quando riebbe la bizzarra il fiato, fece forza a se stessa: discorrendo col sassolino fitto nel palato, molte richieste al guascon va facendo. Quel diavol, ch'era un golpon scozzonato, alle dimande va soddisfacendo: nelle risposte si fe' grande onore, salvo che apparve un po' millantatore.

118

Non so qual fosse degli angeli bigi, che inducesse la dama a far richiesta a quel cosmopolita se Parigi vedesse, andando in quella parte o in questa, ché le pareva in chiesa a San Dionigi veduto averlo a messa un dí di festa; e ch'anzi, poiché ogni uom alfin pur ama, l'avea veduto a far scherzi a una dama.

119

Disse il guascon:—È vero, è vero, è vero. Era costei di famiglia elevata, Marfisa detta, sorella a Ruggero, morta per me, basita, spasimata. Per dirvi tutto, io l'aveva nel zero, né so dir come l'abbia sopportata, ché le puzzava il fiato ed era pazza, ed anche anche non molto ragazza.—

120

Or qui Marfisa lascia ogni contegno, allarga il suo tabarro, e strigne il pugno, gridando:—O figlio di puttana, indegno!— gli sciorina una nespola nel grugno. La maschera le cade a questo segno, la faccia ha calda piú che al sol di giugno, e gli schiaffi e i cazzotti replicando: —Becco, ruffian!—gridava trangosciando.

121

Ipalca è anch'essa smascherata e grida: —Ponete, Dio, la vostra santa mano.— Ferraú sembra incantato da Armida e non intende questo caso strano. —Olá, zitti, si calmi e si divida,— gridava dal palchetto ogni pagano; il teatro è commosso in tutti i lati, e i comici si stan co' visi alzati.

122

Il guascon l'influenza vuol fuggire e del palchetto aperto ha giá la porta: di stizza la bizzarra ecco svenire; nelle braccia d'Ipalca è mezza morta. Ferraú non rifina di stupire, e faceva la bocca d'una sporta; ma divenne peggior la circostanza, che il caso non è ancor brutto a bastanza.

123

Rugger dietro la traccia de la suora a Saragozza assai stanco è arrivato. Egli era tutto fango e tarda è l'ora: a casa Ferraú l'uscio ha picchiato; non che sapesse di Marfisa ancora, né ch'abbia in Saragozza il piè fermato, ma per non alloggiar nelle taverne, che in Spagna son peggior delle caverne.

124

Ferraú gli era stato amico assai, né spezza l'amistá religione. Rugger gli aveva scritto sempremai, mantenendo social correlazione. Un servo al buio gli rispose:—Andrai al teatro, se cerchi il mio padrone, al numer diciassette, all'ordin primo.— Rugger dal sommo il fe' scendere all'imo.

125

Poiché gli ha consegnato il suo destriere, vuol ire alla commedia, e giá s'avvia stanco, con gli stivai, né vuol sedere, ché Ruggero è un gioiel da compagnia. Tanto gli è ver ch'egli era cavaliere, che, benché la commedia a mezzo sia, la paga die' alla porta interamente con un sussiego d'uomo indifferente.

126

Al numer diciassette è per picchiare. —Questa è—dicea—delle belle sorprese; in trasporto vedrò Ferraú andare, venirmi incontro con le braccia tese.— Ma spesso avvien il contrario al pensare. Ardeano allor le premesse contese; Filinor per fuggir da quella guerra, sbuca e spinge Rugger col culo in terra.

127

Lasciando il paladino a gambe alzate, trova la scala senza chieder scusa; Rugger, che cerimonie ha immaginate, si rizza con la mente assai confusa. Entra nel palco, e vo' che giudichiate se rimanesse con la testa busa; Marfisa e Ipalca son senza bauta, e tutta è sbottonata la svenuta.

128

Ferraú carta alla lumiera accende ed alla dama suffumigia il naso; l'entrata di Rugger nessun comprende, perché son tutti stolidi del caso. Rugger conosce ognun, ma nulla intende, e duro duro nel palco è rimaso; rinvien Marfisa, e tutti tre in un punto iscopron Rugger, ch'era qui giunto.

129

Ferraú con un «oh!» d'ammirazione volle abbracciar l'amico e a mezzo resta; Marfisa con un «ah!» di soggezione rimase con la faccia bassa e mesta; Ipalca con un «uh!» di confusione si cacciò la bauta sulla testa; Ruggero con un «eh» si morse un guanto, ed io coll'ipsilon termino il canto.