ARGOMENTO.

Ritrova Orlando in luogo stran Morgante. More il guascon per la filosofia. Si dá un dettaglio general galante di Carlo e Francia e della baronia. Move la guerra Marsilio arrogante. La bizzarra ha una fiera pulmonia: guarisce mal, ché tisicuzza resta; da pinzochera alfin caccia una vesta.

1

Della mia penna d'oca, alme annoiate, questo è l'ultimo corso e del mio inchiostro. È Marfisa al suo fin, non dubitate; non mi chiudete il caro udito vostro. So che in picciol drappello siete state, che lo stil mio non è pel secol nostro, ma un rancidume italian che offese, non essendo condito col francese.

2

Soccorri, o Febo, i sezzi versi miei. O Febo, o Febo, non sei giá piú il sole. Ciechi siam tutti, e ben esser vorrei scrittor, piú che di cose, di parole. Né tu se' un dio, né gli altri dèi son dèi; sono squagliate omai le antiche fole; ma perch'io tengo ancor di muffa un poco, scandalezzando ognun, te, Febo, invoco.

3

Difendi almen la povera mia pelle dall'ugne di seimila e piú Marfise, che son rimaste vecchiette e donzelle, perché non han le bizzarrie recise. Tutte vorran di brigata esser quelle in quella che Turpino un tempo mise; e non varran proteste o apologie con queste imbestialite anime mie.

4

Da' Nami avari, dagli Astolfi vani, da' Terigi grossier, dagli Olivieri, da' Rinaldi ebbri, da' divoti Gani, Avini, Avoli, Ottoni, Berlinghieri, e Guottibuossi e Gualtier cappellani, e tante dame e tanti cavalieri che a quelli di Turpino han somiglianza, mi salva: io non ho colpa né arroganza.

5

Solo i Marchi e i Mattei da San Michele hanno alcune cagion d'irritamento, ché fûro un dí molesti alle mie vele, ma dicono:—Mea culpa e me ne pento.— Spegner non posso piú le lor candele, che stan come memoria e monumento; ma giuro a Dio che, se al mio sen verranno, cordiali baci ed amicizia avranno.

6

Al secolo torniam di Carlo Mano, alle dolenti note di Turpino, a Filinoro fatto ciarlatano, alla bizzarra ed al fratel meschino, a Dodon sciolto, al danese cristiano, ad Orlando, ad ogni altro paladino, perocché incominciando s'ha intenzione di dare all'opra alfin conclusione.

7

Il vecchio Uggero in traccia di Marfisa non andò molto lunge dalle mura. Cavalcò poche miglia alla ricisa, con gran molestia d'una sua rottura, dicendo:—Io sono il soccorso di Pisa; il zelo v'è, ma stanca è la natura.— Chiese notizie a parecchi villani, la fece dire in chiesa a tre piovani.

8

Ma finalmente, stanco e appassionato d'aver abbandonata Galerana, che aveva innanzi agli occhi in ogni lato per lui dolente e vecchia e poco sana, la rottura e l'amor l'han consigliato: è la speranza per Marfisa vana; sicché tornò a Parigi di portante, lasso come venisse da Levante.

9

Giunto a Parigi, Galerana attenta volle gli fosser poste le coppette, sei sopra i lombi, e grida:—Ch'ei le senta,— ed una in sulla nuca, che fûr sette; né mai fu lieta né mai fu contenta se anche un servizial non se gli mette, dicendo:—So ben io che un serviziale a un riscaldato è la man celestiale.—

10

Dodone aveva scorsa l'Inghilterra, invano di Marfisa ricercando. Qui d'un suo portafogli, che disserra, ben mille commession venne cavando, ché al partir di Parigi un serra serra aveva avuto di «vi raccomando», sentendo ch'ei di Londra va a' confini, da cavalieri e dame e paladini.

11

Spiegando i bullettin, che avea riposti per la gran fretta senza fare esame, legge che astucci e oriuoli avean posti, catene, tabacchiere e vasellame, mille lavor fantastici e supposti, e tutto d'oro e niente di rame; indi guaine o vuoi stivali o guanti per certe dita de' moderni amanti.

12

Certe manteche stimolanti ed atte a risvegliar la snervata lussuria; certi spiriti ed acque ad arte fatte, che metton nelle reni della furia; e cento libri osceni e cose stratte contro contro al ciel, contro la romana curia, e insegnamenti a creder solamente nel vin, ne' cibi e al coito allegramente.

13

Il bello era a veder ne' bullettini, massime in que' che i libri ricercavano, le scritte commession da' paladini, di spropositi piene, che fummavano. Parean note dell'arte de' facchini a tal che appena si raccapezzavano; pur volean libri usciti sul Tamigi, per fare i letterati per Parigi.

14

Fu per scoppiar di rabbia Dodon santo; ma finalmente si metteva a ridere, gridando:—O paladini, o secol, quanto cercate il mal dal ben scêrre e dividere! Beata etá, se tanto mi dá tanto, chi retto può dell'avvenir decidere? Felici tutti i secol che verranno dietro la traccia di costor che sanno.—

15

Arsi ha i viglietti delle ordinazioni
Dodone e verso Francia via galoppa,
dicendo:—O vili, o porci, o mascalzoni!
Rotta ogni chiave omai, rotta ogni toppa.
Astucci d'oro, e d'òr repetizioni!
Color mi pagherieno alfin di stoppa.
Guaine, unguenti, libri da puttane!
M'hanno posto nel ruol delle ruffiane.—

16

Cosí ridendo ed ora bestemmiando, sprona il destriere e spaccia la campagna. Ora troviamo un poco il conte Orlando, che cerca invan Marfisa in Alemagna. In una piazza a Vienna capitando, gente vide che s'urta e si scalcagna, che usciva fuor d'un grand'uscio ed entrava al quale un carantano si pagava.

17

Sopra quell'uscio grande una gran tela era appiccata, e un uom dipinto in questa: parea formato il quadro d'una vela, tanto è l'uom di statura disonesta. Fuori è un che trangoscia e si querela con voce roca, e sopra al quadro pesta con una verga, e grida, e ognun consiglia ad appagarsi della maraviglia.

18

Orlando guarda la trista pittura del gigante ivi esposto, e crede certo che ignota non gli sia quella figura; pure il ritratto non conosce aperto. La curiositá della natura lo spinge all'uscio; il carantano ha offerto; entra ed iscopre con stupor davante spettacol del casotto il gran Morgante.

19

Il Pulci in modo arcano lasciò scritto che pel morso d'un granchio egli era morto; ma per allegoria s'intenda il vitto d'un casotto, e il suo fine un tristo porto. Orlando fuor di sé, dal duol trafitto, gridò:—Fortuna, è troppo grave il torto! Com'hai ridotto in sí misero stato un che con le mie mani ho battezzato?

20

Caro figlioccio mio, gigante degno, chi ti condusse a tanta estremitade? tu che meco domasti piú d'un regno, spargendo il sangue per cristianitade?— Morgante a questa voce, ad ogni segno, conobbe Orlando suo, pien di bontade, e si coperse con le mani il viso, a un pianto abbandonandosi improvviso.

21

Il conte l'abbracciò teneramente, e in una stanza trasse il suo gigante, dov'è un gran pagliariccio puzzolente, su cui dormiva il povero Morgante. Quivi cresce di lagrime il torrente: fu per morir d'angoscia il sir d'Anglante, e chiede al catecumeno suo monte: —Chi t'ha uguagliato ad un rinoceronte?—

22

Rispose quel:—Poiché mi battezzasti, e ch'ebbi per Gesú tante ferite, e tanti turchi col battaglio ho guasti, vinte cittá, rotte schiere infinite; giudicai d'aver fatto quanto basti a meritarmi il pan per mille vite; ma Carlo in pace, grasso e rimbambito, ebbe nel dua chi l'aveva servito.

23

Tu sai del memorial ch'ho presentato: ch'ei mi facesse almeno alfier si chiese; ed egli alfier mi fece riformato con que' meschin cinque ducati il mese. Giá conosci il mio ventre dilatato e s'eran sufficienti per le spese: ebbi tant'ira, caro paladino, ch'io fui per farmi ancora saracino.

24

Molte donne cristiane parigine, innamorate della mia grandezza, m'avrien soccorso con un certo fine; ma non vo' dirti la lor sfrenatezza. Oh quai costumi! oh che buone farine! perché la chiesa vostra ancor battezza? Irato, stomacato, sbalordito, ospite insalutato son fuggito.

25

Non volli abbandonar la nuova fede, perché l'ho ancora in buona opinione. Tu dicesti:—Esser cieco de' chi crede, de' sperar, abbia o non abbia ragione.— Sperando, sono andato sempre a piede; servii, sperando, di guardaportone; ma, perch'io mangio assai, mi diêro il bando: partii cieco credendo e ognor sperando.

26

Pelle ed ossa, una mummia era ridotto, sembrava la figura d'un sudario. Videmi un cavaliere, industre e dotto de' teatri e dell'opere impressario; mi disse che, s'entrassi in un casotto per lui, meco saria Cesare e Dario. Risposi sí, ché vedeva la fame e da tre dí vivea di fieno e strame.

27

Mi fece por sopra un gran carro chiuso questo caritatevol ortodosso, perché nessuno mi vedesse il muso, per non aver pregiudizio d'un grosso. Di cittade in cittá di me fece uso; tu vedi il modo, ch'io tacer ti posso, e servo per le spese come il miccio, la notte dormo in su quel pagliericcio.—

28

Morgante qui le lagrime rinnova, che ognuna avrebbe empiuta una scodella; i suoi merti rammenta e il duol che prova per la prostituzione e si martella; qualch'eresia gigantesca ritrova, ché la disperazion lo discervella e dice della fede e la speranza cose contro gli arcani e la costanza.

29

Orlando molto lo rimproverava, col viso brusco, sussiegato e fiero, dicendo:—Anche nell'onde s'affogava, perché mancò di fede, un dí san Piero. Colle tribolazion Dio ti provava, per veder s'eri buon cristian da vero.— Disse il gigante lagrimoso e chiotto: —È ver, ma risparmiar potea il casotto.

30

—No—grida il conte,—vessazion piú fiera dell'esporti al casotto potea darti; la berlina, la frusta e la galera potean giugnere ancora a tribolarti. Vedi che inaspettato questa sera a Vienna m'ha spedito a sollevarti.— Grato Morgante allora è al ciel rivolto, ché frusta né galea non l'abbia còlto.

31

Coll'impressario il roman senatore ebbe molte parole e molta pena per liberar Morgante, ché il signore ha una scritta peggior d'una catena. Il conte è pien dell'antico furore; colui non par che lo badasse appena, e disse:—Piú non s'usano i bestiali; cantan le carte e sonvi i tribunali.—

32

Dal suo procurator corre volando. Ecco un messo togato viene ansante, che intima una gran pena al conte Orlando e nel casotto sequestra il gigante; poi cita il senator, per non so quando, a non so quale tribunal davante. Quest'ordin, questo messo, queste carte fecero smemorare il nostro Marte.

33

E cominciava gli occhi a stralunare, dicendo:—O Dio del ciel, che cosa è questa! può la giustizia un furbo spalleggiare? qual è la triste azion, qual è l'onesta?— E volea lo staggito via menare. Morgante ride e crollava la testa, dicendo:—Ecco per me, caro campione, della galera la tribolazione.—

34

Molti tedeschi Orlando han consigliato a non commetter criminal per certo, perocché avrebbe in tutto rovinato nel vero punto la question del merto. —Voi avete avversario un avvocato —dicean—ch'è ben inteso e molto esperto, e saprá côr vantaggio in sui trapassi: bisogna misurar l'ordine e i passi.—

35

—Qual ordine? quai passi?—il conte grida quanto spender dovrò? quanto piatire?— Diceano quei:—Se avrete buona guida, basteran tre o quattr'anni a diffinire. Chi volete del spender che decida? non si misuran ne' litigi lire.— Morgante ride e dice:—Conte mio, tribolazioni che ti manda Dio!—

36

Non poté Orlando trattener le risa, pensando al vecchio ed al nuovo costume. —Questa spada tal causa avria decisa a' giorni miei—dicea—senz'arte o acume. Mille pupille e vedove in tal guisa da tirannia levai, da mendicume. A non poter trar fuori, or son ridotto un da me battezzato, d'un casotto.

37

Giudici miei, non siate addormentati; delle leggi si fanno iniqui abusi da una caterva d'uomin scellerati: deh! non sedete sonnolenti e ottusi. Certi procurator, certi avvocati fan mille oppression, mille soprusi, temerari affidando alcuna volta in chi dorme sedendo o male ascolta.

38

O siate vigilanti ad impedire i lacci occulti, i forensi veleni, o lasciate l'un l'altro ogni uom ferire per le proprie ragioni e i propri beni. Questo è un voler far tisici morire mezzi i soggetti vostri d'amor pieni, ed un voler che chi non ha danari sia pasto de' piú furbi e de' piú avari.

39

Dov'è quel mascalzon dell'impressario? Non vo' consigli o fòro o citazione, né star tre anni in mano col lunario a legger ferie e dí di riduzione. Non so di merto o d'ordine o divario, non voglio prima istanza o appellazione: piú non conosco la ragion qual sia; voglio pagar la sua bricconeria.—

40

Or qui in maneggio quella lite andava tra il conte Orlando e l'avverso avvocato, il qual di cerimonie il caricava, vantandosi sincero ed onorato. Il conte d'un sudor freddo sudava e chiude gli occhi e chiede esser spacciato. Dunque per il real lucro cessante cento zecchin fûr chiesti pel gigante.

41

Orlando gli pagò subitamente, piú del solito guercio ma scherzevole, dicendo:—Ella è un signor conveniente: la richiesta è discreta e ragionevole. La prego a riverirmi il suo cliente, al qual parto obbligato ed amorevole. Il cielo a lei mandi sempre lavoro e quanto le desidero nel fòro.—

42

Il sir d'Anglante gli volse le schiene, chiama il gigante e mettonsi in viaggio verso Parigi.—Meco al male e al bene starai—diceva Orlando,—ma sie saggio.— Morgante rispondeva:—Io non so bene se i saggi o i matti trovin piú vantaggio; vedo nel mondo certe stramberie, che saran chiare al novissimo die.—

43

Rispose Orlando:—Questo avvien, mi credi, perché gli uomin si scostan dal Vangelo. Contan le man, la bocca, il ventre, i piedi, e dicono:—Un sipario azzurro è il cielo, e togli quel che puoi e quel che vedi; e se vuoi pace, altrui tien l'arma al pelo, e stupra e strippa e procura dovizia, ché dorme e si delude la giustizia.—

44

Tosto che fu trattato l'eroismo da certi libriccini geniali col titol di pazzia, di fanatismo ne' martiri, ne' forti e ne' leali, fu una conseguenza l'ateismo e il far la societade d'animali, ma d'animai tanto peggior de' bruti, quanto di questi gli uomin son piú acuti.

45

Non sarien tanti astuti tra le genti, se tra le genti non vi fosser sciocchi, fra quai si denno porre anche i prudenti, che offesi son dai furbi e chiudon gli occhi; poiché son oggi gli astuti insistenti, e la prudenza abborrisce gli stocchi, donde i prudenti sopraffatti e oppressi nel numer degl'ignocchi vengon messi.

46

Se la massima «Fa' quel che tu possa» prevale alla «Non far quel che non devi», il povero di spirto è nella fossa e non trova nessun che lo sollevi; ché se alcun'alma a sollevarti è mossa, benefizio non è quel che ricevi. Nel tuo impressario fa' che tu discerna un'alma generosa alla moderna.

47

Tu vedi in che consiste oggi la gloria, che un dí coll'eroismo s'acquistava. Fosse pur fanatismo: alla memoria ho che in util del popolo tornava. Or un tuppé, un vestito è una vittoria a' nostri stolti paladin di fava; e l'oriuol co' dondoli e la dama e un bel convito lor dá pregio e fama.

48

Certa ignoranza, certa nebbia folta, cert'ozio, certa voluttá brutale occupa tutti, fa ogni mente stolta; e una certa ingordigia universale, che han tutti a voler tutto in una volta, per satollarsi, vada bene o male. Debito, amor, inganno e mal francese fa pien di disperati ogni paese.

49

Rilieva il segno de' gran disperati dalle campagne, d'assassin covili, da que' tanti da lor stessi impiccati, da que' che balzan giú da' campanili. Forse i Scevole e i Curzi son tornati? Cerca i moventi e saran lordi e vili, ché il troncar la credenza sopra il tetto ha sempre cagionato un tristo effetto.

50

Tant'è, Morgante; stiam costanti e fissi, trapassiam della vita l'ultim'ore; e morendo co' nostri crocifissi, speriam trovar di lá vita migliore. Io dirò sempre:—Ciò che scrissi, scrissi.—E qui piangeva il roman senatore. Anche il gigante gli occhi imbambolava, seguendolo alla staffa, e singhiozzava.

51

Lasciamgli andar verso Parigi. Il testo ritorna a Filinoro saltimbanco, che, fuggendo il palchetto sí molesto, trova la moglie, travagliato e stanco, e fece fare i suoi fardelli presto, ché pargli aver qualche sicario al fianco; poi, caricata una sua gran carrozza, quella notte partí di Saragozza.

52

Di cittade in cittá, di fiera in fiera espose gli stagnoni e i bossoletti, ma il suo commercio scarseggia in maniera da non poter comperar sei panetti. Anche all'uccellagion della mogliera venien pochi tordi e magheretti, perocché i capitali erano mezzi e v'è stagione in cui son schifi i vezzi.

53

L'arte del ciurmadore Filinoro lascia in una cittá che nol conosce, e torna cavalier posto in decoro per cercar via di riparar le angosce. Si mette al petto un bell'ordine d'oro e cammina diritto in su le cosce; nelle ricreazion si producea; le dame d'esso gelose facea.

54

D'una tra l'altre, vedova opulente, a Filinor molto garbava il core, e giá le avea rubata sí la mente, ch'ella sposato l'avria per amore. Ma v'era il nodo fatto anteriormente, ostacolo importuno a côrre il fiore. Filinor, dotto nei nuovi sistemi, né ammaina vele né ritira i remi.

55

Studiato avea quella bella lezione, che il mal occulto mal non era certo, e che sol era mal d'opinione quando venía nel pubblico scoperto; donde una sua scientifica intenzione va mulinando, d'uom di vero merto: Turpin la scrisse e d'aver pianto accenna; ed a me nelle man triema la penna.

56

Trovo memorie di certo veleno, di certi ordin secreti scellerati, che ammorzan quasi il plettro nel mio seno; pur i miei fogli esser denno imbrattati di relazion da fare il gozzo pieno a' mascalzoni affamati e assetati, che con lor voci chiocce van gridando, seguita la sentenza o dato il bando.

57

E deggio dir che vedovo è rimasto il guascon della sposa cantatrice; ma che il dotto pensiere gli fu guasto che non sia male il mal dalla radice; perché l'idea d'occultazione è un pasto nell'empio malfattor molto infelice. Le azioni proibite han troppe cose che restar non le lasciano nascose.

58

Nota che senza violenti brame l'uom non si mette della vita a rischio. Avarizia, vendetta, amore o fame lo sbalordisce e fa calare al fischio; e chi è fuor di sé, tutte le trame non sa evitar né vede tutto il vischio; cieco trasporto è guida e cieche desta d'occultazion lusinghe in cieca testa.

59

Il non aver al fatto testimoni, il colorir col pianto un gran dolore, il far di mali scorsi narrazioni, di predizion d'alcun bravo dottore, ed un torrente d'acute invenzioni non giovano al guascon buon dicitore, che sostien solo superfizialmente quel «Non v'è mal, se occulto è fra la gente».

60

Un frate vi direbbe che il peccato accieca l'empio per voler di Dio. A questa opinione, umiliato e pieno di credenza, assento anch'io; ma posso dir senz'esser condannato, fuor dai mirabil anche, il parer mio: l'empio, sciente d'esser in periglio, ha dipinto l'interno sopra al ciglio.

61

Nelle dimostrazion giusta misura prender non può, sicch'egli affetta alfine, perch'altera il cervello la paura, e passa il vero natural confine. L'iniquo Filinor tutto proccura, ma troppe son le smanie e le moine, troppi i discorsi, le proteste, i pianti per chi lo conosceva per lo avanti.

62

Aggiungi che la povera ammalata aveva detto al medico all'orecchio: —Temo d'esser, dottore, avvelenata; il mio marito è un vil traditor vecchio.— L'Ippocrate l'avea molto osservata ne' sintomi e nel vano suo apparecchio, e finalmente in se stesso è d'avviso che un velen l'abbia spinta in paradiso.

63

Consegna a' tribunali i suoi sospetti e della morta i secreti timori. Sparasi occultamente; ecco gli effetti d'un funesto velen negl'interiori. Non dimandar se adopran gl'intelletti i cancellier, magnifici signori. La fame è un dio cerusico oculista per aguzzare a' cancellier la vista.

64

Secreti esami, tracce, costituti vanno guastando la filosofia; a parecchi stranier, che son venuti, del guascon nota è la fisonomia; sui popolar bisbigli non son muti; va razzolando la cancelleria, trova che fu bandito, ciarlatano, abate, baro e marito e ruffiano.

65

Vedi quante gran cose inaspettate e non previste, o forse non temute, al filosofo nostro son pur nate, le sue cautele a far zoppe e scrignute! Le fogne invan si tengono turate: dove stanno si sa che intorno pute. Chi le malizie de' scrittor comprende, da' lusinghier sofismi si difende.

66

Gli amori colla ricca vedovetta, le brame del guascone ed i pensieri, tutto si scrive e va per istaffetta. Piangean per l'allegrezza i cancellieri. L'industre criminale formichetta pel fil della sinopia ha i lumi interi, ed al sistema che il mal non sia male, fu spennacchiato il culo e rotte l'ale.

67

Non bisogna sprezzar l'esperienza de' secoli trascorsi ed il sapere, e credi che l'antica sapienza mestier non ha di moderno brachiere. Togli per infallibile sentenza la favola di Mida e del barbiere, che al bucolin degli orecchioni grida, donde nacquer le canne dalle strida.

68

Filinor ode il sordo mormorio: per le botteghe faceva il leprone, gli occhi ha incantati e pavidi, e pur brio tenta mostrar, ché ha in cor la sua lezione. Timor di morte alfin piú che di Dio, scorgendo bieco il guardan le persone, lo fece diffidar del suo sistema: volle fuggir per sua miseria estrema.

69

Fermato vien dalla sbirraglia: allora la fuga alla condanna fu sigillo. Lo scellerato, d'ogni speme fuora, in modo s'avvilí ch'io non so dillo. Giá data è la sentenza ch'egli mora, con quel timo condita e quel serpillo, ch'essendo uscito di nobil casato, fosse per somma grazia dicollato.

70

Cosí la filosofica alta idea, che resiste a' martelli e alle tenaglie, men valse della opinion plebea ridicola, che parlin le muraglie; e Filinor, che il ciel sprezzar solea, or fra due cappuccini e le gramaglie, pallido, sbigottito e tutto fede, avemarie dimanda a chi lo vede.

71

«Oh maledetti ingegni traditori —è di Turpin l'invettiva zelante,— filosofi del mal coltivatori, maestri a far la societá forfante, de' patiboli infami protettori, certo voi siete a parte del contante del carnefice, a voi sozio e compagno; e ben vi si conviene un tal guadagno».

72

Segua il guascon gli oscuri suoi destini: fuggiam, lettor, dalla malinconia. Vada dove lo inviano i cappuccini o dove il suo carnefice l'invia: torniamo a' nostri snelli parigini, perocch'è giunta la bizzarra mia. Rugger di notte in Parigi entrar volle, come prudente, per fuggir le folle.

73

Bradamante, ch'è a letto, fuori balza; si mette una vestaglia e va a incontrallo, corre giú per la scala cosí scalza; le poppe vizze ha fuor, che fanno un ballo. Strilla da lunge con la voce, ch'alza: —La borsa, la mia borsa senza fallo.— Rugger per rabbia, stracchezza e vergogna fece un trapasso e le disse:—Carogna!

74

andatevi a ripor tra le lenzuola; di vostre borse non è il tempo questo.— Bradamante, politica e spagnuola, fe' la mortificata e pianse presto, mostrando un gran dolor della parola; sforza se stessa e con visino mesto cambia i discorsi e bacia suo marito, tanto che vinse e lo vide pentito.

75

Ma bisognava pensare a Marfisa, che per la stizza e pe' casi accaduti era oppressa e ammalata d'una guisa che non sa dove sia né di saluti. Mette paura a chi la guarda fisa, ha tutti i segni di morte compiuti. Fu tratta dal calesse e posta a letto: si fe' palese un mal grave di petto.

76

I medici alla cura sono molti e la dánno sfidata della vita; alcuni però d'essi stan raccolti con speranza in arcano ermafrodita, perché in error non voglion esser còlti, sia o non sia per la dama finita. S'ella morrá, l'avran pronosticato; e se vivrá, l'avranno indovinato.

77

Le dame di Parigi e i cavalieri dicean:—Beato Rugger s'ella muore!— Pur si spediscon lacchè giornalieri di Ruggero a palagio a gran furore, a chieder dello stato; e i dispiaceri sono infiniti e infinito è il dolore, perché serbar doveasi in apparenza l'urban costume della convenienza.

78

L'oppression del male all'infelice lieva la consueta bizzarria, e rantacosa chiama protettrice particolar la Vergine Maria. Fa tutto ciò che il parroco le dice, riceve umil la santa Eucaristia; indi va peggiorando tanto e tanto, che alfin se le minaccia l'olio santo.

79

Ermellina, la moglie del danese, ch'era sua amica e buona dama assai, è veramente afflitta pel paese: fa divozioni e non dispera mai. Un giorno un certo prete esservi intese, che facea malattie sparire e guai, benedicendo per tutto Parigi con le scarpe che fûr di san Dionigi.

80

Volle introdotto il buon prete all'amica, e grida fede, e piange e mai rifina; fa con le scarpe che la benedica, e poi la lascia cheta e via cammina. Ciò che scrive Turpin, convien ch'io dica: l'inferma quella notte molto orina. Grida Ipalca per casa, che par matta: —Oh scarpe del mio Dio! la crisi è fatta.—

81

Bradamante mostrava esser allegra di fuor, ma dentro non so come stesse. Va migliorando molto la nostr'egra. Non è da dir s'Ermellina godesse: a tutti vuol narrar la storia intégra. Dio guardi qualchedun contraddicesse delle scarpe il miracolo: la dama chiude le orecchie ed ateo lo chiama.

82

I medici dicean:—Nostre ricette non lascian ir Marfisa in sepoltura.— Fra paladini alcun non si rimette e vuol la crisi effetto di natura. Ermellina, la chiesa e le donnette sostengono le scarpe a quella cura; basta, natura, scarpa o medic'arte, Marfisa piú verso il cielo non parte.

83

Vero è ch'ella rimase estenuata con una lunga febbre lenta lenta, e certa tossa asciutta ed ostinata, sicché del stato suo non è contenta. Lieva dal letto, l'aere ha cambiata: di risvegliar la bizzarria ritenta; gli uomini ancor non le increscevan molto; s'aiuta col belletto e i nèi sul volto.

84

Immagina, lettor, questa signora, giá per etá presso ai quaranta giunta, con un fil di febbretta che lavora, con la tossa, residuo d'una punta, con la passata vita che la onora, pallida, pelle ed ossa, arsa e consunta che con nèi, con belletto e bizzarria cerca d'aver amanti tuttavia.

85

Esplicabil non son le sue fatiche e la dottrina ch'usa nello specchio, il gran lavoro intorno a due vesciche, per far che sien pur enti in apparecchio; del spruzzarsi di odor, delle rubriche, de' fiori al seno e a' fianchi del capecchio, delle scamoffie e del sbilerciar gli occhi: ma a' suoi boccon non s'attaccan ranocchi.

86

Saltato avrebbe ogni fossa, ogni sbarra per appiccare il filo con Terigi, quantunque ei fosse, come Turpin narra, fallito, al verde e l'odio di Parigi, Prima nel fòro ha perduta la sciarra co' suoi parenti da' gabbani grigi, poscia è diserto dal suo cappellano e da' contrabbandier di Montalbano.

87

Lasciam per poco la bizzarra in pena d'esser come un cadavere abborrita. Giunto è Dodone, Orlando, ognuno è in scena; segno che la commedia è omai finita. Rinvigorisca alquanto la mia vena a riassumer netta ogni partita, onde alcun non apponga al buon Turpino né a me di negligenza un bruscolino.

88

Padre del ciel, la mia barchetta triema, piú che nell'alto mare, al vicin porto. Carlo è giá vecchio e presso all'ora estrema, e deggio dir, pria che sia in tutto morto, a che ridotto fosse e in qual sistema lo Stato nell'inerzia e l'ozio assorto, e del popolo il vero e del monarca: Dio mio, ti raccomando la mia barca.

89

L'anno ottocentoventi a mano a mano correva dell'arcana incarnazione del divin Verbo, nostro pellicano, al qual son tanto ingrate le persone. Si leggea nel lunario da Bassano sull'anno in generale un gran sermone, minacciarne vendetta e storpio e guerra: nessun gli dava retta per la terra.

90

Credeva Carlo rimbambito e grasso d'esser imperator d'un vasto impero, per aver una veste da Caifasso, la corona gemmata oltre al pensiero, e per veder, allor che andava a spasso, chinar le genti per ogni sentiero, e per sentir, se dal palagio uscia, timpani, corni, trombe e sinfonia.

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Mille e piú gabellier con mille trame, mostrandogli che il nero era turchino, e computi furbeschi e falso esame, esibendo un tributo piccolino, gli avevano usurpato il suo reame. Alle borse galluzza il bambolino: crede imperar nel regno, e l'ha venduto a mille re per un meschin tributo.

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Non dimandar se i mille re birboni, per pagar il tributo lievemente, e dare a certi mezzi certi doni, perché ridotto han Carlo alla lor mente, sanno accrescer gabelle ed estorsioni, e dilatar lo stato iniquamente del lor palliato regno e farsi ricchi, e far ch'ogni contrario lor s'impicchi.

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Il quondam Gano empiuto avea i suoi scrigni nel stabilir cotesti re genia, ed agl'incolleriti, a' visi arcigni era stato flagello, epidemia. Ricordi a Carlo avea dati maligni col Credo in bocca e coll'Avemaria, massime che si den tenere oppressi i sudditi inquieti per se stessi,

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e che si denno piluccare e mugnere, ché l'uom senza danari è mansueto. Tal massima è ben saggia nel suo giugnere, usata in modo oculato e discreto; ma la sua ruota non si vuol sempre ugnere con gli occhi chiusi a questo bel secreto, perocch'ella fa poi troppo viaggio, e torna pazzo chi prima era saggio.

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Si de' tener sempre il saggiuolo in mano in sulle circostanze e conseguenze. Sospendi le pozion quando è l'uom sano, o sotterra anderá per le scorrenze. Infin dall'avol del re Carlo Mano fûr poste in uso le prime avvertenze, Pipino il padre l'avea seguitate, ma Carlo a briglia sciolta l'ha cacciate.

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Ed aspettando le borse in poltrona dai mille re del suo impero tiranni, fa elogi al cuoco se la zuppa è buona, non prevedendo i suoi futuri affanni. Frattanto a doppio in sul regno si suona, traggonsi i cuoi poiché son tratti i panni, e Carlo Magno è imperatore esoso d'un popolo avvilito e pidocchioso.

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La gola, il lusso, la poltroneria gli aggravi ogni anno accresciuti in contanti, il non pagar per truffa o carestia, facea fallire ogni giorno mercanti; sicché il commercio era una sodomia, un capital in ciarle di birbanti, ed accigliato ognun rammemorava l'antico ben, la fede, e sospirava.

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Molti gridavan con gli agricoltori: —Piantate, lavorate, seminate.— Rispondeano i villan:—Cari signori, abbiam le carni in sui terren lasciate. Dio vede i nostri affanni ed i sudori; son le vostre campagne migliorate: ma abbiam aggravi molti e pochi aiuti, e i buoi per i gran debiti venduti.

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Era un dí il nostro pane di frumento, ed or che ne facciam piú d'una volta, l'abbiamo nero di saggina a stento, ché il diavol se ne porta la ricolta. Non abbiam piú né forza né talento, ogni nostra speranza è omai sepolta; guardate pelli secche e abbrustolite, e giudicate poi di nostre vite.

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È ver che andiam talora alla taverna, perocché il vin sopisce col vapore quella disperazion che abbiamo interna del stato nostro, stato di dolore; ché la miseria spegne ogni lucerna e degenera in vizio traditore.— Cosí diceano i villan disperati, ché anch'essi eran filosofi svegliati.

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Il requiescat conte di Maganza vide i sudditi oppressi per le vie, e aveva detto:—Un util d'importanza puossi anche trar dalle malinconie, ché molta forza ha nell'uom la speranza,— e a Carlo fece aprir le lottarie; ché certo egli era un uom da gabinetto ed un filosofaccio maledetto.

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Or, s'era Carlo re de' pidocchiosi, con questa maganzese malizietta lo fu di scalzi, rognosi, tignosi, di mummie, d'una gente affatto inetta; perocché i bisognosi ed i viziosi venduti aveano insino alla berretta, a quel cento per un, che dalle chiese passato è alla lusinga maganzese.

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Dico cosí, perché le chiese allora eran quasi del tutto abbandonate. Di prediche facevano una gora, ché non eran temute né ascoltate. Erano giunte alla sezza malora le faccende del prete o vuoi del frate; gente ridotta quasi a un sorpassare, per non perdere il ius del confessare.

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Sappiasi che con lunghe insidie ed arti, gl'indefessi ecclesiastici mascagni, colle idee delle immense eterne parti, sui prischi ricchi, troppo buon compagni, avevan fatto cosí bene i sarti, e tanti e tanti sacri e pii guadagni, che piú di mezzi i beni temporali erano permutati in celestiali.

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Alcuni maganzesi consiglieri, che credean nella salsa e nel cappone, avevan consigliato l'imperieri a dare il sacco alla religione. Non eran falsi in tutto i lor pareri, ma perigliosi nella esecuzione, ché un popolo commosso in tal materia è da temersi, ed una bestia seria.

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Tenner quei di Maganza un gran consiglio, e stabilîr che fogli pubblicati de' popoli mettesser sotto al ciglio le magagne de' cherici e de' frati, e dipignesser l'antico naviglio in confronto alle navi de' prelati, e usurpi e vizi e gran taccagnerie de' direttori delle sacristie.

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Quest'argomento, fontana perenne, anzi pur fiume, anzi pur vasto mare, e questa libertá data alle penne aveva fatto un bel dilucidare. L'Introibo, il _Deo gratias___ e l'amenne e le indulgenze e gl'inni sull'altare erano fole, spaventacchi e abusi per empier sacre pance ed ugner musi.

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Molti preton, molti fratoni accorti sosteneano i partiti secolari, come color che tengon da' piú forti per l'amor delle zuppe e de' danari. Non lasciavan però di vista i morti, per beccar anche l'obol degli altari: cosí sendo or filosofi ed or santi, erano onesti e facili e forfanti.

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Ebbero il loro intento i maganzesi: fûr presto gli ecclesiastici abborriti, ma in conseguenza anche i plebei francesi furon zibibbi e datteri canditi. Erano di ladron boschi i paesi, si avean per sogni gli eterni conviti; e per menar di qua la vita amena, scannavasi un fratel per una cena.

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I filosofi tristi il lor partito traean dall'adottar la passione, e dal provar ch'ogni umano prurito doveva aver la sua soddisfazione. Ridean del stabilito e proibito dai re, dai papi e da religione, e insin commiseravan gli assassini come oppressi e infelici pellegrini.

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Dicean che al mondo tutti aprivan gli occhi per caritá, per zelo e per bontade. Creder possiam che i sudditi pitocchi di Carlo non facean difficoltade: furon tutti filosofi agli scrocchi, agli adultèri, all'assaltar le strade, e franchi a' piú funesti oscuri casi, delle nuove dottrine persuasi.

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Sicché tra il fren spiritual giá rotto, ed il poter dei re dipinto brutto, non v'era pei cervelli piú cerotto: l'umanitá credea poter far tutto. Altro non si vedea che un cacciar sotto ed una sbrigliatezza di mal frutto: era un sciocco l'uom giusto, il savio matto; non era ben parlar, ma lo star quatto.

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Pur nondimeno il secolo era quello detto universalmente «illuminato»; ma il male antico era anche mal novello, ed accresciuto ad esser smisurato. Era il bene evangelico ancor bello, ma soppresso, deriso e conculcato; ché i dotti, i quai dánno ragione al vizio, hanno assai concorrenti al loro uffizio.

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Non eran di Parigi i bei talenti dall'util filosofica scrittura, perché a Parigi in quel tempo studenti non si premiava né letteratura. In Francia esser potean quindici o venti, che viveano a giornata d'impostura, stampando fogli settimanalmente, rubati da altri libri malamente.

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Aveano in questi i poltron paladini storia, commerzio e gran filosofia, tutto per dieci o quindici carlini, semi, piante, scoperte, geografia, manifatture, macchine, mulini, novelle, agricoltura, chirurgia, mediche controversie e pro e contrario, e carta da fregarsi il taffanario.

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Marco e Matteo non eran piú scrittori, ché di seccar le coglie erano rei. Scrive Turpin che i loro successori eran peggior de' Marchi e de' Mattei, audaci, sciupator, sussurratori, anticristi, messia, cure, cristei, senza eloquenza, senza raziocinio, guasto d'ogni intelletto ed esterminio.

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Se v'era qualche buon cervello a caso che pubblicasse una colta scrittura, i dotti bagascioni, senza naso, ne' dizionari, pinzi di pastura, la dicean pisciarel da nessun caso, picciola idea, fanciullesca fattura; e crocidando e senza produr nulla, i buoni indegni sommergeano in culla.

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Un'altra setta d'uomini arroganti, per comparir comete di dottrina e geni di quel secolo giganti di testa originale arcidivina, si posono a vagliar che per lo avanti i dotti erano cosa assai meschina, che i lor sistemi, i libri, i precettori erano nebbie, pregiudizi, errori.

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Incominciando dalle auguste carte, dalle legislazioni stabilite, da' padri santi, e va' di parte in parte, tutte fûr opre false e scimunite. Senza sublimitá, fredde, senz'arte furon le poesie prima gradite; e gli orator defunti ed i politici e i filosofi ciechi, inetti e stitici.

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Gridâr che i giovinetti assassinati erano nelle loro educazioni da pedantacci sciocchi addormentati sulle pagine antiche e sui marroni. Alla moral de' preti o vuoi de' frati, e alla moral de' dotti, retti e buoni, dissero spaventacchi, inezie e un nulla, indegno d'una balia ad una culla.

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Che riedificare si dovea de' nuovi piani di letteratura; che a ciò che si dicea, che si scrivea mancava il comun senso e la natura; ch'era un balordo quel che si perdea in sullo studio della lingua pura; che all'uom d'ingegno e pensator bastava scriver con quel gergon che si parlava.

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Fu agevol cosa suader le genti, che studian sempre poco volentieri, a ributtare antichi sapienti, vocabolari e metodi severi. E perché ognor di novitá e portenti fu vago l'uman genere e leggeri, dagl'impostor miracoli attendendo, ei fu ignorante, dir possiam, dormendo.

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Avvenne allor che i sussurroni arditi furon considerati originali, con certe lor scritture fuori usciti piene d'idee fantastiche e bestiali, credute da' cervelli stupiditi scoperte nuove e lumi celestiali, quanto piú strane e meno intelligibili, piú rispettate e dette inopponibili.

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Con un gergon formato non so dove di venti lingue e formole scorrette, quasi faceti fulmini di Giove, ridicean cose dagli antichi dette, che all'ignoranza comparivan nuove, e le faceano por nelle gazzette, perocché i giornalisti e i gazzettieri eran degl'impostori i candellieri.

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I riflessi prudenti e regolari chiamò «fredda ragion» questa genia, e «novelle scoperte salutari» chiamò i vapori della fantasia; onde i commiserevoli scolari appreser che «ragion» vuol dir «pazzia», e appreser che «pazzia» vuol dir «ragione», ed Arlecchin divenne Salomone.

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Donde il pensar fu presto un vaneggiare ed un sognare da febbricitante; lo scrivere, i concetti e il fraseggiare furon maccheronee col guardinfante. Lo stil fu una vescica singolare in tutte le materie somigliante: vorticoso, rigonfio, snaturato; filosofico, energico chiamato.

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E gridando di dir delle gran cose, e promettendo de' volumi assai, ed insultando l'opre giudiziose de' colti, da lor detti «parolai», colle dissertazion stolte ampollose, senza dare un buon libro al mondo mai, sbalordendo fanciul, donne e merlotti. fûr per supposizione i matti dotti.

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A questa epidemia degl'intelletti, ch'era ridotta un guasto universale, sei o sette scrittor sani e corretti, e non entrati ancora all'ospedale, andavano a Dodone, poveretti, dicendo:—Poniam freno a tanto male.— Dodon rideva sgangheratamente del zelo inopportuno e inconcludente,

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e rispondeva lor:—Cari fratelli, il mondo letterario s'è ammalato, vaneggia; i capi sono Mongibelli. Io son di que' dottor che l'han sfidato. Questa è una crisi degli uman cervelli; l'impedire una crisi è un gran peccato; lasciatela sfogar—Dodon dicea,— che forse avrá buon fine.—E poi ridea

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e soggiungeva:—Il secolo a me pare pregno di quelle strane gravidanze, che fanno a donne gravide bramare cibi sognati e mille stravaganze. Conviene il suo gran ventre rispettare ne' cambiamenti delle circostanze: rimettiamo alle nostre discendenze il ripurgar le fetide influenze.

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Son ben altro che Marchi e che Mattei questi archimiati audaci innovatori; son maganzesi astuti gabbadei, c'han per lo naso principi e signori. Se vi opponete lor, fratelli miei, sarete giudicati traditori, e fien sospesi i vostri scritti e oppressi come perturbator de' dèi progressi.

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Feci per lo passato il mio possibile per sostener la veritá e la regola: la barca è rotta, la procella è orribile; dal canto mio non ho piú stoppa e pegola. Cosí dicea Dodon sempre risibile, chiamando Carlo Man bestia pettegola, ed adducendo il detto vero ancora: che dalla testa il pesce puzza ognora.

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Deggio tacervi molte circostanze che in cifera Turpino lasciò scritte, e non s'intendon piú le antiche usanze di quelle cifre dal tempo sconfitte. Dal piú al meno avete le sembianze di Carlo Man cosí in abbozzo pitte; lo stato del suo regno e della chiesa e la letteratura avete intesa;

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la gola, il sonno e l'oziose piume, i cambiati caratteri, il pensare; chiaro de' paladini v'è il costume, delle dame e del popolo volgare: tutto è confusion, buio, bitume, cecitá, boria, lussuria, usurpare, debito, inganno e fervido maneggio per far le cose andar di male in peggio.

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Marsilio, re di Spagna saracino, teneva chiuse in cor le sue vendette, ché l'esercito antico parigino gli aveva date gran sconfitte e strette. Cheto era stato il diavol tentennino; a' cambiamenti gran riflessi mette, e un giorno disse:—È questo il tempo nostro di porre a Carlo un servizial d'inchiostro.—

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E le sue truppe vigilanti e destre chiama a rassegna e inalbera stendardi. È l'armata a cavallo e la pedestre di dugento migliaia, uomin gagliardi, per dare a Carlo di amare minestre e i paladini a pettinar co' cardi. La fama è in Francia, e suona colla tromba, che il re Marsilio coll'armata piomba.

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Or chi vedesse i paladin puliti, co' cappellin sotto al sinistro braccio, far lor passini ed atti sbalorditi perché al Consiglio suona il campanaccio! Dodon rideva ai ceffi impalliditi; Orlando sembra l'ira nel mostaccio, e grida:—Ah porci! or peserá la lancia; è giunto il fin della gloria di Francia.—

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Si mandan messi al papa, alla Romagna, nella Borgogna, in Scozia, in Inghilterra, per la Francia, l'Irlanda, l'Alemagna, per ogni buco a dir di questa guerra. I signor parean uomin di lasagna. I soldati vivean per ogni terra facendo i sgherri, i bari ed i ruffiani: mangiavan le lor paghe i capitani.

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I maganzesi mostravan costanza, e zelo grande per l'imperatore, dicean di far eserciti in Maganza, ed era un tradimento il lor fervore. Giuravano a Marsilio un'alleanza per via d'un lor secreto ambasciatore, traendo in premio, i menzogner felloni, le sacca di crociati e di dobloni.

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Da Montalbano era venuta nuova che pel gran ber Rinaldo in agonia e col parroco al letto si ritrova per un colpo di forte apoplesia. Rugger, Dodon ed Orlando non cova; quanto può va facendo tuttavia. Dodon ridendo dicea:—Su, Nembrotto!— a Morgante, residuo del casotto.

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Sopra un soffá Carlo grasso piangea, dicendo al cuoco suo:—Ti raccomando que' beccafichi,—e ad Orlando dicea: —Metti novelle imposte, caro Orlando.— Dodon ardito per lui rispondea: —Che vuoi tu de' coglion venir cavando? I tuoi sudditi mangian pastinache, e mostrano cul magri senza brache.

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Gli antichi di provincia tuoi fedeli son quasi tutti fuggiti alle ville, in castellacci discoperti a' cieli, con figli e figlie e nipoti e pupille, ripieni di pensieri acri e crudeli, allor che suonan mezzodí le squille. Educazion non han, mangiar né bere: pensa se daran nerbo alle tue schiere.

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Non son nelle cittá minor gli affanni. Piú non han dote per le figlie i padri; o le maritan con lacci ed inganni, o fan nuziali inventati leggiadri. Hanno in dote la mensa per tre anni gli sposi, che procreano de' ladri, perché, saldato il conto, vanno al sole gli sposi, i figli e la futura prole.

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I tuoi gabellier, tristi, sciagurati, co' tuoi governatori in alleanza, hanno tutti scannati, scorticati: non aver piú ne' sudditi speranza. Una gran parte andaron turchi o frati, per fuggir le influenze e la possanza.— Carlo cresce al suo pianto un'appendice, con una bocca poco imperatrice

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dicendo:—Adunque pon' mano all'erario; resterò miserabil senza cena.— Ecco i ministri ch'alzano il sipario, e son piú di duemila giunti in scena; con un milion di conteggi in summario e numeri minuti come arena provano, co' lor visi ilari e rossi, che nell'erario v'eran pochi grossi.

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Mostran che gli stravizzi giornalieri e del palagio i mobili moderni, il lusso, il fasto, gli agi ed i piaceri l'erario avean mandato sui quaderni; che duemila salari all'anno interi alle Lor Signorie, del Stato perni, per tener il registro e la scrittura, la dispensa rendeano chiara e pura.

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Era a Parigi lo scompiglio grande. Piangeano i paladin con le ragazze: pur cercan l'arme da tutte le bande; son rugginose, verdi e pavonazze, con i prosciutti e simili vivande. Sbucano i topi fuor dalle corazze, che le nidiate avevan fatte drento, tanto che a' paladin mettean spavento.

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Trovaron elmi assai da' ferravecchi, venduti a peso da' staffier bevagni; da' finestrai ne trovaron parecchi, foconi a' stagnatoi per dare i stagni. I famosi spadon, pesanti e vecchi, eran ridotti a moderni guadagni, in fili per tener le cuffie dure, spille e forchette per le acconciature.

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Alcun de' paladin si prova l'armi in faccia alla sua dama afflitta e mesta, che dice:—Voi volete tormentarmi; mi sembrate un tincone in una cesta. Se m'amate, un favor dovete farmi: scansatevi di abate con la vesta.— A corte il paladin fedi ha mandate ch'ei s'era messo il collarin da abate.

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Orlando irato fa gobbe le spalle, e me' che può rattaccona le cose. Fu questo il tempo delle gote gialle, ed argomento al Pulci che compose quella rotta funesta in Roncisvalle, ma in altro modo le faccende pose. Di questa guerra io non vi dico nulla, e torno alla bizzarra mia fanciulla.

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Condur la deggio in porto, ch'ella è stata l'oggetto principal dell'opra mia. Ogni arte, ogni scamoffia aveva usata per far di matrimonio mercanzia; ma ognun la fugge come spiritata e come la beffana od un'arpia. La favola s'è resa della piazza: non v'è piú caso ch'ella faccia razza.

152

La tossa è insuperabil, la febbretta era una lima sorda quotidiana; tal ch'ella finalmente si rassetta ad una santitá bizzarra e strana. Toglie di fare una vita negletta, declama sopra la miseria umana; si vesta da pinzochera, scegliendo per direttore un padre reverendo.

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Vuol una stanza picciola e dimessa con poche sedie, semplice e sfornita. Ogni giorno per patto si confessa, ogni tre dí va al pane della vita. Tien la divota Ipalca sol con essa. Per cibo una panata ha stabilito, e in una sua scodella la volea, che il nome di Gesú nel fondo avea.

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Destava compunzione e riverenza questa vergine mia pinzocherona, quando uscía col suo velo da Fiorenza, che la copriva, e in man colla corona. Avea di poverelli concorrenza dove passava, e un soldo a tutti dona; le baciavan le vesti, ed ella umíle dicea:—Non fate; io sono un vermo vile.—

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Tal fin la bizzarria di Marfisa ebbe, vivendo con la tossa ben trent'anni; e il fine a Bradamante molto increbbe piú dei bizzarri oltrepassati danni, perché la santa in casa era un giulebbe, una lingua da dar di molti affanni, che col labbro divoto e il cor zelante trattava da bagascia Bradamante.

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E nota il tempo ch'ella si confessa, se cambia confessore, e s'egli è bello, se ragiona con uomini alla messa: sempre è scandalezzata d'un bordello. Con ironia la chiama padronessa; eran le fanti mezzane a pennello: per le finestre spia le sue vicine, e fa che son zambracche e concubine.

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Lettor, giacché Marfisa è fatta santa, io non ho cor d'ucciderla altrimenti, ché il buon esempio è una bella pianta da non tagliar, s'è specchio a malviventi; e perché eternamente non si canta per non seccar le natiche alle genti, e perché pur sgonfiata ho la zampogna, fo punto e attendo il plauso o la vergogna.