I. UN BAZAR DI NUOVO CONIO.
— Diciotto braccia di buona tela casalina.... — Cinque carantani di questo pastrano — Una caldaia! la fodera di un pagliericcio.... — Due fiorini una bella coltrice nuova. — Chi vuol comperare questa sottana? Un paio di calzoni, fazzoletti, camicie. — Una camicia di bucato.... due paiuoli. — Tutte le masserizie d'una cucina per dieci fiorini. — Donne, madonne, messeri! ci sono dei bei vestiti.... — Guardate questa gonna di fioretto per metà prezzo! — Vendo i cavalli a chi dà venti fiorini. — Chi vuol dare una svanzica di un lenzuolo?... Belle ragazze, comprate, ci sono dei grembiuli.... Comprate il rigatino nuovo a un carantano il braccio.... — Un giustacore per un carantano! — Una copertina da letto per un fiorino! — Messeri, madonne, comprate, comprate!....
E una quantità di gente s'era affollata d'intorno alle due carrettaccie dalle quali una mano di soldati andava scaricando alla rinfusa diversi arnesi, suppellettili d'ogni maniera e di ogni uso, robe vecchie e nuove, gridando il prezzo che ne volevano ritrarre come se si avesse trattato d'una vendita all'incanto. Codesto accadeva su su d'un piazzale, dinanzi alla chiesa in un villaggio tra l'Isonzo e il Nadisone. Era la seconda festa di Pasqua. La stagione lieta per l'apparire della primavera, faceva una consolazione del sereno dei cieli e della verzura della campagna. Diffuso un giubbilo per tutto il creato e nell'aria tepente delle ore meridiane gli effluvi del biancospino e delle prime viole; il mormorio del fiume in armonia coi canti degli augelletti di già solleciti del nido; l'orizzonte limpido; solo di là dalle acque verso ponente, qui e colà, in diversi punti vedevi ancora sollevarsi alcune colonne di fumo; erano i villaggi incendiati nella passata settimana santa.
La chiesa aperta e tuttora inondata d'incenso annunziava come fosse in quel punto terminata la funzione; ne uscivano ancora alcune comari, e veduto lì sulla piazza quella confusione non guardavano ad anima viva, ma intenti all'oggetto agognato, pareva che per lo sforzo di quella per lei ardita intrapresa, fossero vicini a gonfiarseli di lagrime. Giunta a farsi largo, afferrò colla mano tremante il lembo di una coltrice, che il soldato aveva in quel punto dispiegata, ed — Io, disse, vi do i due fiorini! La sua voce argentina impose silenzio alle altre comari, che stavano d'intorno, e ritirate le lasciarono conchiudere il contratto. Poi cavati dalla saccoccia altri danari, comperò la lentima di un letto nuziale, una copertina di rigato e non so che altri oggetti, dei quali fatto un fardello se lo caricò sulla testa, e lieta della sua buona ventura tornò a traforare la folla. — Ehi Mariuccia! le gridavano le amiche, non occorre più dirci che il tuo damo l'ha da nascere. — Che sì, che cotesto l'è un bell'apparecchiarsi il nido! — Guardate la Mariuccia quanta roba si porta via! — E le correvano dietro per esaminare con più agio gli avvantaggi dell'affare ch'ella aveva conchiuso. In grazia di que' prezzi così facili, in poco d'ora tutta la mercanzia fu smaltita. Come un cesto di piuma gittato dalla finestra quando soffia la borra, quelle suppellettili, quegli arnesi, e persino i cavalli e le carrette sparirono. Nettata la piazza, i soldati entrarono all'osteria, e bevuto e sghignazzato, tornavano per d'onde erano venuti a' loro quartieri. Nel passare il torrente s'incontrarono in altre carrette cariche di roba razzolata tra le macerie dei villaggi incendiati. Erano villici, che più avveduti non avevano aspettate di comprare da essi, ma erano stati da soli a far raccolta, ed ora allegramente se ne tornavano col bottino. Quell'incontro non fu per certo una buona ventura. I soldati, quantunque briachi, pretesero che lor si dovesse almeno il tributo dell'acquavite. Convenne vuotare le saccocce contenti di asciugarla al costo di pochi carantani e di qualche piattonata. Quando entrarono i contadini nel villaggio, si sentiva ancora di là delle acque rimbombare nell'aria gli urrà della brigata militare.