IV.
Cotesta poesia della natura che s'apriva così ricca dinanzi agli occhi di quel romanzesco monistero, la vita affatto nuova, gli usi per lei singolari e l'attendere alle mansioni che le avevano affidate, assorbirono per qualche tempo tutto l'animo della Tina di modo che trovavasi pienamente contenta della presa risoluzione. Le lagrime e i turbamenti passati le apparivano adesso come un sogno, nè se ne voleva più ricordare, se non per purificarsi e farne espiazione a forza di lavoro e di preghiera. Anche le monache avevano pigliato ad amarla. Il suo aspetto attraente, la dolcezza e la serenità de' suoi modi, la sua non comune intelligenza le conciliavano ogni anima. Passò così diversi mesi, e se allora le avessero offerto di cingere anch'essa il velo e proferire gl'irrevocabili voti, facilmente l'avrebbe considerato come un favore, e si sarebbe da sè stessa incatenata per sempre su quello scoglio inaccessibile e diviso da ogni umano consorzio. Ma quando venne la primavera cominciò a sentirsi come un secreto desiderio della terra nativa. Lo reprimeva ella con tutta la sua forza, ma spesso così insensibilmente gli entrava nel sangue che già n'era dominata tutta quanta prima che la sua volontà avesse potuto neanche avvedersene. Sullo scorcio dell'inverno, quando i rigori del freddo avevano cominciato alquanto a mitigarsi, le era stato affidato un novello incarico ch'ella accettò tutta contenta come quello che meglio d'ogni altro, per la pratica che ne aveva, le dava agio di dimostrare la propria abilità. Si trattava di preparare la terra del giardinetto sul torrente. La coltivazione dei fiori era una delle mansioni della sagrestana suor Maria Eletta, il solo individuo di quel recinto che la Tina non aveva ancora mai potuto vedere. Di una salute dilicatissima, passava molta parte dell'anno ritirata nella sua cella, e il freddo come il caldo eccessivo talmente l'offendevano che ne rimaneva malata; le compagne per altro gliene avevano più volte parlato e sempre con tale venerazione da fargliene desiderare la conoscenza, ma eccetto la conversa che l'assisteva, senza un ordine espresso della Badessa, nessuna avrebbe ardito varcare la soglia di quella camera. Suor Maria Eletta amava la solitudine, e, a meno che non fosse all'estremo sofferente, impiegava le sue ore in ogni sorte di leggiadri lavori, tra cui tenevano il primato i fiori artificiali. Un mazzolino ch'ella aveva creato per le feste di Natale parve alla Tina tale portento da non potersi capacitare che fosse opera umana. I fiori più minuti come la luisa, la vainiglia, diverse specie di verbene erano perfettamente imitati, la mammola difficilissima somigliava così vera da invitarti ad odorarla, ma due rose sovrattutto erano veramente incomparabili. L'una appena sbocciata pareva che avesse nel grembo le gocciole della rugiada, l'altra appassita, coi petali scolorati pronti a sparpagliarsi al minimo soffio, guardava la terra con tanta malinconia, ed era così leggiadra nel suo dilicato pallore da farti pensare sospirando al fuggevole sorriso degli anni giovanili. Siffatte meraviglie, che ogni qual tratto uscivano da quella cella misteriosa, crescevano ognor più la grande curiosità della Tina. Quando un giorno la Badessa le disse che per i lavori del giardinetto bisognava dipendere dalle istruzioni di suor Maria Eletta, ed ella stessa la condusse a riceverle nella camera della malata. Strada facendo le raccomandò di non parlare a voce alta, perchè, soggiungeva: — Quell'anima benedetta non se ne lagna, ma è evidente che soffre. — La Badessa aveva per suor Maria Eletta i più dilicati riguardi. Per lei faceva eccezione alle austere leggi del monistero, la dispensava dal comparire in coro, dal refettorio comune, da parecchie obbedienze della regola; e non solo quando trovavasi sofferente, ma tutto l'anno la sua vita era affatto libera e poteva occuparsi come meglio le aggradiva, nè v'era tra le consorelle chi di ciò avesse mosso il menomo lamento; pareva anzi che tutte la tenessero per una persona affatto eccezionale e privilegiata. Entrarono nella stanza; le impòste socchiuse e colle cortine abbassate lasciavano penetrare appena tanta luce da discernere gli oggetti. La malata stava seduta sul suo letto, ma peraltro vestita, e lo scapolare si distendeva sulla rimboccatura delle candide e finissime lenzuola; teneva la testa china e come intenta al lavorio delle sue piccole mani, che così quasi all'oscuro rapidamente frastagliavano alcuni fogli di carta verde; il velo venuto innanzi le adombrava la faccia di modo che la Tina non potè pienamente raffigurarla.
— Eletta mia, le disse la Badessa procurando di attenuare il suo grosso metallo di voce, ti conduco la ragazza, fà d'intenderti con essa, la troverai pronta ad eseguire tutti i tuoi ordini.
— Oh vi ringrazio, buona Madre, proferì Maria Eletta con un tono così dolce che pareva un'armonia; e tu, giovanetta, siediti qui. — E quando la Badessa si fu ritirata, e la Tina tutta rispettosa ebbe preso il posto che le aveva indicato, continuò ancora più dolcemente:
— Mi han detto che vieni dal contado e devi saperne di fiori. Anch'io, giovinetta, ho vissuto parecchi anni in campagna e amavo la buona gente che lavora la terra. Oh! è bella la vita all'aperto, nell'aria libera e tra il verde di tante piante. Dopo questa consecrata al Signore, è la più bella! — Poi dopo varie interrogazioni ed alcuni precetti risguardanti il giardinetto, le ingiunse di tornare ogni giorno a trovarla; e quando prendeva congedo,
— Ricordati, disse, che noi dobbiamo volerci bene; l'amore dei fiori e il passato in qualche parte uniforme, ora che stiamo entrambe nella casa di Dio e siamo diventate sorelle, ci devono legare insieme d'amicizia perenne.
Così la Tina ebbe la chiave del giardinetto, e divideva quasi tutto il suo tempo tra la cura dei fiori e le amabili lezioni della monaca malata. Ed erano queste due cose che ne facevano nascere mille altre per cui ogni giorno più sentivasi involontariamente strascinata alle antiche memorie. Tutte le volte ch'ella andava dalla Sagrestana i loro discorsi finivano sempre col rammemorare la vita dei campi. Era un eterno ritornello che usciva naturalmente dall'argomento dei fiori. Suor Maria Eletta si lasciava andare così volentieri a far menzione ora delle colline di Butrio, ora dei prati di Soleschiano, ora della magnifica vista che si gode sul Torre venendo da Percoto, che la Tina in quella camera si vedeva continuamente dinanzi agli occhi le cognite scene del suo amato paese nativo. Pareva che, in altr'epoca, la monacella avesse assai bene conosciuto quei luoghi e che ne serbasse cara la memoria. Talvolta interrogava se dinanzi alla chiesetta di Madonna di Strada erano tuttavia così rigogliosi i due secolari cipressi ch'ella si ricordava d'avervi un tempo ammirati, se nella seconda domenica di maggio costumavano ancora di ballare sul prato all'ombra dei pioppi che fanno argine al torrente, e cento altre domande affatto frivole in apparenza, ma a cui la fanciulla commossa rispondeva col cuore pieno di lagrime. Nell'orticello ella vi entrava sempre colla ferma intenzione di lavorare indefessa, ma finiva spesso coll'appoggiarsi al parapetto e rimaner lì molte ore assorta a contemplare nell'abisso le onde continuamente succedentisi che si rompevano spumeggiando nei massi, passavano via sotto gli archi del ponte e correvano verso un paese, dove il suo pensiero le aveva digià precedute. Che se anche resisteva alla prima tentazione di porsi in quel posto, sorgevano in seguito mille altre che involontariamente ve l'attiravano. Era un delicato profumo di biancospino che ascendeva dal sottoposto torrente a farla desiosa di scoprire dove fosse. Erano le lavandaie che cantavano in coro sbattendo i loro panni; le vedeva in lontananza, non poteva afferrare le parole, ma la cadenza le suonava nell'anima ricordandole le patrie canzoni. L'uccellino che le passava sul capo, le farfallette carolanti intorno alle sterpaglie della sponda opposta, le miriadi di moscerini che vedeva alzarsi in colonna lungo l'alveo, spandersi come ondate di fumo, disparire nel verde, lo stesso sonito fragoroso delle acque, la stessa aria primaverile impregnata di mille fragranze che le metteva nelle ossa un nonsocchè di molle e di voluttuoso, tutto aveva una voce che le risvegliava il desiderio de' suoi anni trascorsi. Allora coll'innamorata fantasia ricostruiva a suo modo la felicità che aveva perduta, e in mezzo al paradiso di quel sogno sorgeva a sorriderle una immagine che da lungo tempo ella si sentiva indelebilmente scolpita nel cuore, ma sfumava come lampo, e un rimorso cocente la riempiva di pianti. Così s'era dileguata la pace ch'ella aveva sperato rinvenire in quella pia solitudine, e gli atti languidi, il pallore delle labbra, la malinconia sempre crescente dello sguardo indicavano come anche la salute stava già per dileguare. Se ne accorse suor Maria Eletta, e un giorno fisandola con grande attenzione le posò una mano sul cuore e le disse:
— Tu hai male qui! — Poi accoltala tra le braccia la baciò con accorata tenerezza come se si fosse sentita le viscere di una madre. La povera fanciulla diede in singhiozzi e nascondeva il viso fatto di porpora.
— Se tu mi guardi, soggiunse la monaca, ti accorgerai facilmente che il dolore ha lasciato più d'un'orma su questa faccia estenuata.... forse le lagrime che tu poverina versi in questo momento le avrò versate anch'io. Aprimi il tuo cuore, ti consolerò! pregheremo insieme! — e colla mano scarna l'andava dolcemente accarezzando. La desolata che da gran tempo sentiva il bisogno d'un poco d'affetto, ruppe il silenzio e nell'amplesso dell'amicizia così versava senza mistero il suo tristo secreto.
— Potessi pregare! Ma che volete ch'io faccia in chiesa, se dinanzi agli altari, se nelle devote immagini, se perfino.... o Dio! Dio! non oso dirlo: perfino nell'ostia sacrosanta io non vedo che lui?...
— Misera creatura! Ma chi mai poteva mandarti in un santuario di vergini? Or non sai tu — e continuava in tono sommesso, come paurosa che qualche orecchio indiscreto potesse ascoltare — or non sai tu, ch'esse sono tutte pure come gli angeli del Signore, e che non potrebbero intenderti giammai, nè sentire pietà de' tuoi mali? I loro cuori sono troppo nel cielo perchè li tocchi dolore di questa nostra povera carne umana. — E stette un pezzo meditando, mentre dalla faccia inspirata le balenava il pensiero di proteggere la infelice, e, quai che si fossero i raggiri che l'avevano tratta là entro, infrangere le sue catene e ridonarla all'amante. Ma quando la Tina le narrò con tutta ingenuità la sua pietosa istoria, e vide com'ella amava senza speranza,
— Povera sorella mia! le disse, fors'è provvidenza che tu sia venuta in questo luogo di pace. Il tempo ti guarirà; intanto piangi con me: ho anch'io passato lunghi anni di dolore; eppure il Signore mi ha consolata.
E tutte le volte che veniva nella sua camera, con una dolcezza rassegnata e serena le parlava della brevità della vita, delle illusioni misere della giovinezza, del buono Iddio che conta le nostre lagrime e premia il sacrifizio, delle ineffabili consolazioni di chi fa un poco di bene in questo mondo, del paradiso dove finalmente rivedremo i nostri cari e dove il nostro cuore non sarà più nè ingannato nè frainteso. La primavera quasi a mezzo inoltrata e il bel tempo stabilito non lasciavano più temere dei rigori della passata stagione, e suor Maria Eletta anche in quell'anno disponevasi ad uscire dalla sua cella e per alcuni giorni partecipare alla vita delle sue consorelle. Tosto che se ne sparse la notizia, tutto il convento fu in festa. Le monache e le converse vennero ad aspettarla a' piedi della scala, la Badessa le dava braccio, e quasi processionalmente la condussero in coro. Una letizia diffusa su tutti i volti palesava come ell'era universalmente amata, e in quel giorno recitavano l'ufficio con tale un'enfasi di devozione che pareva che ognuna nell'interno ringraziasse il Signore di sentire ancora una volta in unione alle loro quella voce così pura nella sua malinconia, così soave ed armoniosa che dava come una novella inspirazione ai cantici e alle laudi degli antichi profeti. L'altare era adorno di fiori per la maggior parte usciti dalle sue mani: i dilicati trapunti e i veli delle tovaglie erano suo lavoro. Ritta nella sua cattedra, colle mani incrociate sullo scapolare, teneva gli occhi abbassati sul breviario, ma dalla sua pallida faccia traspariva un'indicibile commozione per questa così amorosa accoglienza. Nell'uscire, si fermò nell'atrio dove dormono le ossa delle antiche madri del monistero. Orava tacita, contemplando le iscrizioni logore dal tanto passarvi sopra. Ce n'è una di quelle pietre di marmo bianco senza parole, ma vi corre intorno un fregio. Sono crani ed ossa tra cui passano leggiadre foglie d'acanto e serpeggiano convolute in graziosi arabeschi, e la rosa leggera esce dagli occhi della morte, quasichè lo scultore avesse voluto epilogare su quel sepolcro la fugacità delle nostre povere gioie, e quella speranza divina che la fede fa rampollare dal grembo istesso della distruzione. Alla Badessa che l'aveva raggiunta e che in quel punto le offeriva l'acqua benedetta: — Ecco, disse, un bel sito. Vorrei che mi ci mettessero qui! — e si segnava sorridendo mestamente. Lungo i portici le vennero incontro diverse ragazzine. Erano giubbilanti del rivederla, e dopo aver baciato la mano alla Badessa, si fecero a salutarla colla vivacità propria dei loro anni. Ella chiese il permesso che tutte le educande venissero in quel giorno a passare la ricreazione del dopo pranzo in sua compagnia nell'orticello sul torrente. Quelle fanciullette allegrissime corsero via saltando a portarne la lieta notizia e a convocare le compagne. In refettorio la Badessa dispensò dal silenzio come nei dì solenni, e sul finire del pranzo suor Maria Eletta fece recare una cesta in cui c'erano diversi lavorucci ch'ella aveva compiti per ognuna delle consorelle durante il tempo che le sue sofferenze l'avevano tenuta confinata nella sua cella. Anche alle fanciulle nell'orticello dispensò dei regalucci. Erano santini col margine a trafori, portafogli graziosamente ricamati, lavori di perline, rosarietti, cestelle; e per le piccine giocarelli di palle, sonagli ed altre galanterie: nessuna fu dimenticata, nè delle converse, nè delle serve; ed offriva questi piccioli ricordi in maniera così umile, che pareva che fosse un chiedere scusa dei tanti giorni in cui la sua poca salute l'aveva costretta a vivere segregata da tutte, ma nei quali pure aveva pensato ad ognuna di esse. Dimostrossi poi così soddisfatta dei vari lavori che la Tina aveva eseguiti nell'orticello, che questa non potè difendersi dal sentirne in cuore una dolce compiacenza. Le fanciulle aiutarono a portar fuori i vasi che nell'inverno erano stati a riparo in una stanza interna, e la Tina e una conversa li collocavano con bell'ordine sul parapetto e sovra alcune panche disposte a gradini lungo il muro. Que' spiritelli delle ragazzine, benchè fosse l'ora dei loro chiassi, attente a' cenni di Maria Eletta eseguivano ogni cosa senza confusione e si guardavano bene dal calpestare le aiuole. Era per esse una festa l'obbedirla, e nel convento correva il proverbio che il comparire della monaca malata faceva ogni anno più buone e più assennate le educande. Eppure non s'ingeriva giammai nelle cose di scuola, ned era il caso che dalle sue labbra uscissero ammonizioni, o consigli di sorte. Il prestigio stava in una parola: l'amavano. Per solito, dal momento in cui, superati i rigori del freddo, le diventava possibile uscire dalla sua camera, fino agli eccessivi calori della canicola, ella godeva di una perfetta salute. In pochi giorni s'andava così per grado rinforzando, che non l'avresti creduta la stessa persona. Allora, nelle vigilie di solennità, era capace di durare tutto il giorno in piedi ad adornare la chiesa come richiedeva il suo ufficio di sagrestana, e quand'anche fosse sórta qualche improvvisa stravaganza di tempo, l'osava affrontare senza paura per cogliere a suo modo i fiori del giardinetto; anzi quando dopo un dirotto di pioggia e l'imperversare della bufera avveniva una qualche straordinaria piena del Nadisone, ella chiedeva subito licenza alla Badessa d'andarla a vedere, e lo star lì molte ore a contemplare quel magnifico spettacolo della natura, era uno de' suoi gusti prediletti. E un altro favore ella otteneva ogni anno dalla Badessa; ed era di passare una giornata tutta intera sull'alto del campanile. Vi ascendeva affatto sola la mattina assai prima che albeggiasse. Protetta dalle griglie che circondano il sito delle campane, poteva invisibile dominare la città e tutto all'intorno un orizzonte assai vasto, che trasformavasi in vari aspetti a seconda delle diverse ore del giorno e degl'infiniti accidenti di luce che andavano dispiegandosi dal mare lontano alle prossime alpi. Quando scendeva, per consueto il sole era già tramontato. Le monache tenevano opinione che quella fosse per lei una giornata straordinariamente santa e che passasse colassù il suo tempo assorta in devote orazioni. Certo, per molti giorni consecutivi avresti notato nella sua faccia pensierosa l'orma d'una singolare esaltazione. La fisonomia di suor Maria Eletta, benchè improntata d'un'amabile soavità, era una di quelle che il tempo non ha forza di tramutare. Si faceva d'anno in anno più pallida e più sparuta, ma que' lineamenti che s'andavano come assottigliando, nella loro fina espressione lasciavano meglio trasparire l'anima, e gli occhi inspirati d'una luce serena mandavano lampi sempre più vivi, quasichè attingessero dall'avvenire la consolazione di qualche cara speranza. — Ella e la Tina trovavansi un dì affatto sole nell'orticello; avevano terminato d'annaffiare le piante, ed appoggiate al muricciuolo scambiavano tra loro ogni qual tratto qualche parola il cui tono affettuoso ti chiariva subito la reciproca amicizia che oramai le teneva legate. Era sul finire di maggio, nitida e quieta l'atmosfera, e il sole vicino al suo tramonto spandeva come un sorriso d'amore su quella magnifica scena. Suor Maria Eletta aveva gli occhi al di là del ponte, sull'ultima linea di lievi colline i cui dorsi gentili van dolcemente serpeggiando dinanzi alla pianura che confina col mare. Il velo di luce, che s'andava a mano a mano ritirando dal creato e aveva digià lasciate fredde le montagne a mancina, accarezzava ancora quel tratto di lontano paese. Così tranquillo e nitente nella purezza dell'aere, così delicatamente illuminato dalle rose dell'occaso, era pur bello! Ma quali memorie andava egli richiamando dinanzi all'anima della santa monacella? Certo il lieve sorriso della sua faccia piena di pace ti diceva, che se anche erano di lagrime, non avevano però la forza di turbarla, e che ella guardava al passato a guisa dei beati, che nell'alto delle loro sedi più non possono essere tocchi dalle vanità di questo nostro mondo.