VIII. IL PANE DEI MORTI.
L'autunno declinava: le cime dei monti già innevate, il verde della campagna ogni giorno più languido e giallastro.
Oramai la maggior parte delle famiglie signorili dei contorni s'erano ritirate alla città, e quei casini deserti, colle finestre chiuse, rientrati nel silenzio e nell'abbandono, accrescevano la malinconia della moribonda natura. Solo la contessa Ardemia della Rovere continuava ad abitare nella sua tranquilla villetta, e dal nessuno apparecchio, dal nessuno movimento nella sua casa pareva ch'ella avesse deciso di passare in campagna anche l'inverno. Aveva ricevuto le visite di congedo dei parenti, degli amici, e alle loro sollecitazioni di seguirli in città, aveva risposto sempre con indeterminate e vaghe promesse; ma in suo cuore, lungi dal temere quella solitudine ch'essi le dipingevano a negri colori come argomento a determinarla alla partenza, si consolava anzi di potersela a suo agio godere, affrancata dalle continue visite e dal cicaleccio di tanti importuni.
Un po' per vaghezza di novità, un po' per capriccio giovanile, ella aveva in quell'anno intrapreso un lungo viaggio, e dimorato alcuni mesi in seno alla società d'una delle più cospicue capitali. Vedere co' propri occhi quei centri di civiltà e di eleganza, che aveva tante volte sentito a magnificare dagli altri, partecipare ai tanti piaceri e divertimenti che ivi si offrono all'avvenenza e alla ricchezza, gettarsi nel bel mondo per ammirare da vicino tanti nuovi oggetti che la fantasia le indorava in mille modi lusinghieri, ed anche un tantino nel secreto del suo cuore per farsi ammirare, quest'era stato spesso il sogno accarezzato de' suoi giovani anni, ed ora che le circostanze della sua vita l'avevano resa libera, ella aveva voluto effettuarlo. Ma, o che un bene lungamente agognato, nell'atto del possesso riesca sempre minore della realtà, o che quei frivoli piaceri non avessero radici abbastanza tenaci per germogliarle nel cuore, ella si trovò presto stanca di quella vita dissipata e senza scopo; e in mezzo alle conversazioni, ai teatri, ai balli, dove il suo spirito ed i suoi molti doni naturali e di fortuna l'avevano resa cara più di quanto ella stessa avesse osato ripromettersi, le sorgeva nell'animo il desiderio dei campi paterni, delle sue collinette, de' suoi buoni contadini, della tranquilla e semplice vita, a cui si aveva da qualche tempo assuefatta. Aveva fatto quel viaggio ad oggetto di divertirsi, e invece grandemente s'annoiava, e ogni sera si riduceva nella sua camera da letto malinconica e infastidita di tutto, come chi ha sprecato malamente il suo giorno. Si rammaricava seco stessa di non saper godere come gli altri, le pareva d'esser di cattivo gusto, e prefiggevasi per l'indomani nuove gite di piacere e nuovi sollazzi. Ma indarno ella passeggiava per quegl'immensi giardini, dove la mano dell'uomo ha saputo domare una natura ritrosa e forzar la terra quasi suo malgrado qui ad elevarsi in molli colline, là ad aprirsi in vaghi laghetti popolati di cigni e cinti di piante esotiche; più lungi a distendersi in pratelli, in viali il cui verde comperato a forza di fatiche contrastava evidentemente colla sterile campagna dei dintorni, col clima umido, col cielo freddo e nebuloso. Con un senso d'insuperabile amarezza, che le metteva sul labbro il sorriso dell'ironia, ammirava nelle serre costose agglomerati quei tanti fiori provenienti dalle più diverse contrade, e la magnolia e la palma gigantesca imprigionate sotto una vòlta di vetri, e sentiva per esse il desiderio della lontana lor patria. Lodava l'arte che con gentile magistero aveva saputo vestire le sterili zolle dei più ridenti colori, e disporli a disegno in modo che acquistassero vaghezza dal contrasto, e per servire a' suoi fini costrignere innumerabili calici a sbocciare tutti in un colpo; ma in suo cuore sentiva di preferire l'umile pervinca nata spontanea tra le macerie d'un muricciuolo o sulle sponde d'un capriccioso rivoletto, e i balsami delle tante rose silvestri che inghirlandavano le collinette del suo paese. Così del pari in quelle sale, dove il lusso più raffinato adunava tutte l'eleganze della moda, e dove lo spirito e la bellezza venivano a far pompa tra la luce dei doppieri e le ricche suppellettili, ella si trovava come in disagio, e procurava indarno di far tacere una specie di voce secreta, che fin lì tra quelle magnificenze ardiva richiamarle alla memoria i semplici ma cordiali saluti della povera Menica, o le vivaci risposte d'Ermagora, quando senza tanti rispetti palesava alcuna parte del suo energico sentire. — In patria ella sfuggiva le conversazioni e i convegni, perchè dopo le sue vicende le pareva di leggere in ogni volto un'amara ironia, e il rimprovero del suo passato; qui, dove non era conosciuta, credette di poter di nuovo godere della società, ma s'accorse ben presto che cotesta appunto era la ragione che glielo impediva. Ell'era straniera: nessun legame d'affetto colle persone che la circondavano; nè a lei altro interesse veniva donato, che quello della curiosità. Quando aveva fatto mostra di quel poco di spirito che l'educazione le aveva fornito e ricevuto l'omaggio di quello degli altri, ogni attrattiva era esaurita. Nulla arrivava fino al suo cuore, ed esso le si chiudeva per abbandonarsi alla noia. Quelle frasi melate, quei complimenti smaccati, a cui era costretta opporre, o in un modo o nell'altro, le stesse convenzionali risposte, le parevano un insipido gioco, un vero luogo comune. Sentiva di non essere amata, e non vedeva l'ora di ritornarsene laddove poteva essere utile agli altri, e far ancora palpitar qualche cuore. Sicchè partì disingannata di molte illusioni, e guarita in gran parte da quella smania femminile di far comparsa ed attirarsi gli occhi e l'applauso della frivola moltitudine. Soprattutto era rimasta tanto disgustata dallo strepito e dalle vanità cittadine, che risolse di fermar per sempre la sua dimora in campagna, e di cercar un compenso alla mancanza della famiglia e al vuoto che la circondava col dedicarsi tutta a far fiorire, per quanto in lei stava, l'agricoltura, e procurare, come una madre affettuosa, il benessere e la felicità de' suoi buoni dipendenti. In tale disposizione ella vide passare in quell'anno l'autunno. Partiti i signori, e liberata dalle tante lor visite, le pareva di respirare, e s'occupava alacremente col signor Giovanni de' suoi progetti, e dei lavori e delle migliorie ch'egli le andava suggerendo.
Era alla fine d'ottobre. In molti luoghi del Friuli esiste un'antica pratica, per cui ogni famiglia nel dì d'Ognissanti dispensa al popolo una quantità di pane a seconda della propria agiatezza. Non è già questa un'elemosina. Vengono a riceverlo tutti gli abitanti del villaggio, e prima d'assaggiarlo, pregano per i defunti del donatore. Contadini benestanti, capi di famiglia, artieri e mugnai, che in tutt'altra occasione si vergognerebbero d'accettare la più piccola carità, in quel giorno, confusi ai poverelli, battono alla tua porta, e senza rossore ti domandano il pane dei morti. Poi alla lor volta dispensano anch'essi la propria fornata. Anzi, dove non ci sono signori, ogni contadino, fa tanti grossi pani di sorgoturco quante sono le famiglie del villaggio, e vanno in giro a riceverlo, e a vicenda lo dispensano agli altri; sicchè in quel giorno ognuno assaggia il pane dei fratelli, e prega per i loro defunti, mettendo così, almeno una volta all'anno, in comunione il cibo, l'affetto e la preghiera. — La contessa Ardemia, che si ricordava d'aver veduto come in quel giorno il suo avo paterno, assiso nel suo ampio seggiolone a bracciuoli, dinanzi ad una tavola nel salotto a pian terreno dispensava colle proprie mani il pane dei morti ai contadini, che in turba venivano lì a riceverlo, e a salutare il loro vecchio ed amato padrone, trovava questa pratica pietosa troppo secondo il suo cuore, perchè non pensasse a ripristinarla. La mattina d'Ognissanti, dopo la messa parrocchiale, ell'era difatti seduta con tutta gravità nel posto, dove la memoria, con uno dei quadri indelebili dell'infanzia, le rappresentava la faccia serena e i bianchi capegli del buon'avo, e teneva ai lati diversi grandi panieri colmi fin sotto al manico di picce sgranellate e allora allora cavate dal forno. Il cortile era già pieno d'una moltitudine di gente, che faceva pressa alle porte della cucina, dove i servi appostati li lasciavano entrar con ordine, onde non facessero confusione dinanzi alla Contessa nel salotto, e poi uscissero quietamente dall'altra porta che dava sul giardinetto. Entravano a due, a tre, a quattro; or una madre coi figliuoletti, or un'altra col suo bimbo fra le braccia, or un vecchio venerando, or una turba di garzoncelli e di giovanetti; e tutti, salutata con affetto la signora, si baciavano in segno di riverenza il dorso della mano, prima di distenderla al panetto, ed uscivano fra lieti e commossi. Alcuni, i più noti e famigliari a lei, si fermavano a dirle qualche parola d'amicizia, o qualche complimento al modo loro, ma venuto dal cuore; le madri particolarmente mettevano una specie d'ambizione nel presentarle i lor bamboletti, gli ultimi nati, quelli ch'ella non aveva ancora veduti, e che lì imparavano per la prima volta a sorridere alla buona signora. Fra i tanti che in quel giorno le passarono dinanzi, una donna le rimase profondamente impressa. Teneva per la mano un fanciulletto assai sparuto e meschino, che si asciugava col grembiule della madre gli occhi lagrimosi; un altro veniva dietro, attaccato al lembo della gonna; e in braccio, un piccino accoccolato sul suo seno e avvolto quasi tutto nel bruno fazzoletto ch'ella portava in testa.... Era pallida; e al primo vederla, la Contessa non seppe raffigurarla, quantunque quella fisonomia non le paresse affatto nuova. Ma quando, invece di seguire l'esempio della maggior parte degli altri e prendere d'in sulla tavola il pane che le veniva offerto e andarsene, ella si tirò all'un dei lati, e fattasi vicina alla Contessa insegnava al più grandicello dei fanciulletti a baciarle la mano, ed ella stessa, presi i panetti per sè e per i due piccioli, gliela strinse con grande affetto e gliela baciò lasciandovi cader sopra una lacrima, l'Ardemia si risovvenne: e — Rosa! le disse, con quella sua voce affabile e manierosa. Sei tu, mia buona Rosa? È tanto tempo che non ti vedo, ch'io quasi non sapeva neanche più ravvisarti! — Esse erano a un dipresso della stessa età; e prima che l'Ardemia fosse messa in convento, avevano più d'una volta giocato insieme da fanciullette e corso pei prati a caccia di farfalle e di fiori. Ma l'una si conservava ancora in tutta la freschezza della gioventù, mentre la povera Rosa, oppressa forse dagli stenti, e da qualche secreta malattia, era dimagrita, aveva perduto il colore, e ad onta de' suoi graziosi lineamenti appena poteva dirsi l'ombra di sè stessa. Era proprio la rosa dell'ultimo dicembre, bella tuttavia nel suo malinconico pallore, ma appassita e languente prima ancora d'aver finito di sbocciare. Quella cera macilente, que' fanciulli sparuti, quella stretta di mano, e quella lacrima, le duravano fisse nella memoria. Fantasticava quali potevano essere i suoi casi, quale il dolore che così anzi tempo l'andava consumando. La sapeva maritata di suo genio con un giovane sartore del paese, che campava onoratamente lavorando del suo mestiere nelle famiglie dei contadini. Era padrona sola in casa e pareva che non avesse motivo di lagnarsi nè dell'amore del marito nè di malattie o di disgrazie che si sapessero. Del resto, non apparteneva ai coloni della Contessa, e de' suoi fatti ella non se n'era interessata più che tanto. Ma ora sentiva bisogno di penetrare in quel cuore.
Nel dopo pranzo d'Ognissanti la gente concorre tutta alla chiesa, e pregano per i defunti. I sacerdoti, dopo aver cantato in tuono funebre l'esequie e asperso d'acqua benedetta il catafalco eretto nel mezzo della chiesa a ricordare il dì dei morti, e gli antichi sepolcri dell'interno, passano processionalmente nel cimitero e si fermano sui tumuli a recitare le preci raccomandate dalla pietà dei superstiti. Alcuni li seguono, la maggior parte si ferma inginocchiata sui banchi, e accompagnano sommessamente quelle voci monotone e devote, che si sentono farsi or più dappresso or più lontane a seconda del luogo dove riposano le ossa dei trapassati. La funzione dura a lungo, sicchè la gente viene e va per dar luogo agli altri ed assistervi tutti alla lor volta. L'Ardemia era venuta anch'essa, e cercando cogli occhi per la chiesa vi rinvenne la Rosa, che inginocchiata in un angolo vicino alla parete pregava con gran devozione, e ogni tanto sollevava all'altare gli occhi bagnati di lagrime, poi di nuovo tirandosi sulla faccia il fazzoletto si nascondeva con esso e colle mani congiunte su cui si teneva abbassata. Le stava dappresso uno dei figliuoletti, e stanco di pregare l'andava ogni qual tratto punzecchiando. Parve che la donna si lasciasse finalmente persuadere da quella muta eloquenza, perchè, difatti, di lì a pochi istanti sorse, e giunta alla pila dell'acqua benedetta, colla mano con cui si aveva segnata toccò le dita al bambino, gli fece fare la croce e devotamente inchinatasi partì con esso. Venne allora in mente all'Ardemia di approfittare del momento in cui tutti erano alla chiesa per recarsi non veduta da lei a vedere se pur poteva in qualche maniera asciugare quelle lacrime. Uscì con questa intenzione, e lenta lenta s'avviò verso la dimora della Rosa. Giunta alla casuccia, ristette in forse sull'uscio semichiuso, mal sapendo se dovesse spalancarlo ed entrarvi, mentre udiva i due fanciulli che tra loro altercavano, e la madre pareva che fosse salita disopra ad acquietare il piccino.
— Capiscila una volta, Menichetto! Lascia stare quella sedia. Vuoi romperti il collo? Lo dico alla mamma veh! Mamma! (strillava con voce più acuta.) Ve' Menichetto che ha messo una sedia sulla tavola e s'arrampica a dispiccare l'ultimo manipolo dell'uva che ci ha portato pappà!
— Ho fame io! gridava l'altro piangente. Tu se' stato a casa, e avrai mangiata intanto mezza la pappa di Vigi, e poi mi hai tolto il pane dei morti....
— Il pane dei morti non si può mangiare se prima non si prega.
— Ma io sono stato in chiesa, ho pregato e voglio mangiare. È diventata una cosa curiosa in questa casa. Adesso non si fa più polenta, non minestra.... Tu e la mamma non fate che continuamente piagnucolare. Ha ragione il pappà che diceva l'altra sera ch'è stufo di voi altri....
— Vien qui, ti dico! Non vedi la sedia che tentenna? Via, da bravo, aspettiamo la mamma e mangeremo insieme il pane dei morti.
In quello si sentiva la donna che discendea la scala. Mise un grido, vedendo dove s'era arrampicato quel diavoletto, lo prese in braccio, gli tolse l'uva che aveva già dispiccata, e fattili inginocchiare tutti e due, recitò adagio un Pater ed un'Ave, che essi accompagnavano con quelle loro vocine infantili. Poi diviso il manipolo dell'uva, lasciò che se la mangiassero insieme col pane. — E tu mamma, non mangi uva? chiese il più grandicello.
— No, figliuoli miei; sapete pure ch'io non ci penso.
— Ma, e questa mattina per dare a noi la polenta che ti aveva regalato la Maddalena non hai neanche fatto colazione....
— E adesso, ripigliava Menichetto, e adesso pane solo! Mangia, mamma, un po' di uva! Ti prego, almeno questo picciolo grappoletto! Guarda com'è bello, neppur un acino ammezzito!...
— Via, da bravi bambini, state quieti. Anzi per non spargere i granelli e insudiciarmi la tavola, prendete là quella panierina e andate giù nell'orto sotto la pergola; ch'io mi fermo qui per sentire se piange Vigi.
— Eh! disse allora il maggiore colla voce piena di lacrime, tu ci mandi via!... So bene io perchè! La donna non rispose, ma il fanciullo gettandosele fra le braccia:
— Ah mamma! continuò, tu vuoi fare come jer l'altro: invece di mangiare, tu ti metti qui colla testa fra le mani appoggiata sulla tavola, e piangi tanto tanto! Oh Dio mio! se fai così, tu diventi ogni giorno più pallida e finirai coll'ammalare....
— Via mattuccio! che pensieri son cotesti? Sapete pure, che quando voi altri siete buoni, io sono sempre contenta. Ed alzatasi, mise ella stessa l'uva nella panierina, aprì la porta dell'orto, ve li condusse e li congedò, accarezzando prima la bionda e ricciuta testolina del vispo Menichetto, e poi quella di Tita, che quando si sentì sul capo la mano di sua madre, alzò la faccia e gliela baciò con trasporto affettuoso. L'Ardemia allora si fece coraggio e si mostrò sull'uscio come in atto di picchiare.
— La Contessa! sclamò la donna meravigliata.
— Sì, mia buona Rosa, son io, diss'ella, che tornando dalla chiesa ho voluto venirvi a trovare. E presa la sedia ch'ella le offeriva, vi si assise con tutta dimestichezza.
— Sai tu, che quando ti ho veduta questa mattina, io mi sono grandemente rimproverata d'aver lasciato passare tanto tempo senza vederci? Siediti qui, Rosa, e discorriamola un poco insieme, perchè una volta noi eravamo grandi amiche....
— Oh! ella mi ha sempre trattata con bontà....
— Di' che ti voleva un gran bene, e che tu pure allora me lo volevi! Dopo ci hanno divise; mi hanno messo in convento, ho vissuto in città, mi sono maritata.... Insomma sono passate tante cose!... E se tu sapessi quanto ho patito! Ma ora non vado più via, sai; mi stabilisco per sempre qui in campagna, e vogliamo rinnovare la nostra antica amicizia. E strinse con affetto la mano alla contadina.
— Ti ricordi, Rosa, quanto correre insieme per i prati di Soleschiano, allorchè si andava a caccia di farfalle? e quei tanti fiori che tu mi portavi?...
— Erano bei tempi quelli! — disse Rosa commossa, abbassando gli occhi e chinando la testa sul petto.
— Io mi ricordo sempre di un nido di capinere che tu avevi scoperto dietro il viale, e che andavamo ogni giorno a visitare godendoci a guardar quei poveri uccellini implumi che ci pigolavano incontro, come se loro avessimo portato l'imbeccata. Ma non gli abbiamo mai toccati! ci faceva compassione la madre, che ci svolazzava dappresso osservandoci e tremando per i suoi piccini. A proposito, e quanti figliuoletti hai tu?
— Ne ho tre.... I tre che avevo meco stamane.
— In quella confusione ho avuto appena tempo di guardarli; ma me li condurrai in casa, non è vero?
— O signora! poichè me lo permette....
— Via, trattiamoci con confidenza, Rosa. Io sono sola al mondo! Ho la disgrazia di non aver figli.... Oh! se tu sapessi come amerei una creaturina che fosse mia.... Ma mi fa piacere l'accarezzare almeno quelli degli altri; quelli degli amici. Compensami un poco, Rosa, e promettimi di condurmi spesso i tuoi.... Rosa, a questa preghiera che le rivelava la fraternità della sventura, dimenticò ogni differenza di condizione, e gettate con impeto le braccia al collo della Contessa si strinsero entrambe in un amplesso, come quando erano fanciulle e si amavano ignare ancora delle umane vicende e delle triste disuguaglianze della sorte.
— Dimmi, e dov'è tuo marito? Chiese la Contessa dopo un momento di pausa.
— Ah...! egli è fuori. — E la Rosa si lasciò andare a un dirotto di pianto.
— Non mi nasconder nulla. Io ho già letto nel tuo cuore. Tu sei infelice! e devi confidarti con me che ti sono amica e sorella. Non sai tu, che s'io non posso asciugarle, voglio almeno divider le tue lagrime? Povera la mia Rosa! dunque egli non ti ama più?... E dov'è andato? Dimmi tutto, che io comprendo il tuo dolore. Ho tanto patito in questo mondo, che purtroppo so per prova che cosa sia voler bene e vederci pagati d'ingratitudine. Rosa non poteva parlare, ma scuotendo il capo accennava che non era già questa la cagione del suo cordoglio. Quando credette d'essere in grado di superarsi, raccolse tutta l'energia di cui era capace, e proferì con voce calma:
— No! non è del suo amore ch'io mi lagno. Ei non ha veruna colpa meco, e ci ama anche troppo. Ma non posso nè devo dirvi di più. Tradirei quel povero disgraziato, e non farei altro che precipitare me stessa e le mie creature!
— Precipitarti? precipitar le tue creature? Che dici mai Rosa? Egli potrebbe dunque cader in mano della giustizia? Egli ha dunque commesso qualche delitto?
— Ah no, buon Dio, che non lo avrà commesso! La Madonna benedetta, che ho tanto pregato a questi giorni, gli avrà tenuto la mano sul capo! È tanto tempo ch'io non inghiotto che lagrime! Possibile, ch'egli voglia farmi morire? — e si torceva le dita quasi fuori di sè stessa.
— Or via, tranquillizzati, e discorriamo insieme. Chi sa ch'io non possa giovarti? Intanto dimmi, dov'è? Sai ch'io ti voglio bene, e di me puoi fidarti come di te stessa. Forse che astretto dal bisogno....
— Sì! il vederci senza pane.... quelle creature che piangevano....
— Ma.... e dunque il mestiere non vi dava abbastanza da campare? Io ho sempre creduto che non vi mancasse il modo di sussistere onoratamente, perchè.... non era egli che lavorava da sarto in quasi tutte le famiglie del paese?
— Quand'io l'ho sposato, le cose andavano bene; si mise a narrar la donna allorchè si fu un poco rimessa in calma. Egli cuciva non solo a tutti quei del villaggio, ma anche a parecchie famiglie dei vicini. Non ci mancavano mai lavori. Di più, io avevo da ragazza, quando venivo per casa vostra, imparato dalle cameriere della mamma a dar qualche punto, a stirare ed azzimar la biancheria, e m'ingegnavo a guadagnarmi qualche soldo col lavare i fazzoletti di tulle alle contadine e con altri piccioli servigetti. Avevamo allora la nostra cucina ben fornita, non ci mancava niente, e nel nostro stato potevamo dirci ricchi, mentre ci avanzavano sempre un pajo di talleri. Ma un disgraziato accidente ci ha rovinati.... A poco a poco egli ha perduto tutti gli avventori....
— Ma come è stata questa faccenda? Via da brava, narrami tutto.
— Oh Dio! disse Rosa, se sapeste, quante umiliazioni ho sofferte! Sentirci trattar da ladri! Veder il mio Tita scacciato dalla compagnia degli altri fanciulli come un mariuolo...! E le donne chiacchierare dei nostri fatti! E quand'io entrava nelle loro case, guardarmi sospettose per paura che involassi qualche cosa.... Mi sono avvilita, non ho più ardito dimandar lavoro a nessuno.... Non oso più neanche lasciarmi vedere...! E tutto per uno sbaglio, per una cosa da nulla, che può succedere a qualunque galantuomo.
— E perchè non palesar subito il caso e scolparvi col dire la verità?
— Oh sì! che ci avrebbero creduto! E poi, quando noi ci siamo accorti, il danno era già fatto. Ecco come fu l'istoria. Egli aveva in costume d'uscir qualche volta con lo schioppo. A me veramente non garbava gran fatto, perchè a cagione di cotesto ei si trovava di necessità in compagnia di certi giovinastri poco di buono, o almeno sfaccendati, a cui se avesse somigliato sarei stata disperata. Sopportavo peraltro. Era così chiuso e sedentario, che un poco di svago mi pareva necessario alla sua salute. Una mattina, eravamo sul finire d'ottobre, e da parecchie settimane si lavorava giorno e notte per allestire due spose, egli stanco mi getta il sottanino che cuciva e mi dice alzandosi: Non manca che di fare il sopraggitto alle cuciture e di terminare la balzana, e per que' pochi punti già basti tu. Non ho proprio più volontà di lavorare, e a forza di star giù piegato mi duole il collo. Invece d'andarmene a giornata, esco con lo schioppo. Mi han detto che sul Nadisone ieri si son visti vari stormi d'anitre selvatiche. Voglio vedere se posso buscarti da cena. — La sera non era tornato. Mi coricai inquieta e pensando a mille malanni. Venne assai tardi e mi accorsi che aveva bevuto. Nel dimani io era ingrognata, egli pentito procurava di rabbonirmi a forza di carezze. Sai, Rosa, mi disse, ch'io non son solito a darti di questa sorte di dispiaceri, e ti prometto che sarà l'ultima volta. E voleva darmi lo schioppo, che lo chiudessi nell'armadio oppure che lo vendessi, onde non lasciarsi mai più tentare a far di simili scappate. Poveretto! sarebbe stato crudeltà privarlo di quel suo unico divertimento. Solo lo pregai a voler per amor mio sfuggire le compagnie e non gettar malamente i soldi all'osteria e star fuori, senza avvertirmi, la notte, perchè era questo che mi dava pena. È stato un puro accidente, egli allora mi disse; un accidente curioso, che voglio narrarti. Ieri mattina, quando sono uscito alla caccia, io mi tirai verso le ghiaje del Nadisone dove confluisce colla Torre, ed era affatto solo. Girava tra i saliceti ed i pioppi laggiù lungo il renajo in traccia dei maggiorini. Il sole era bellissimo e dava nelle acque che da lungi luccicavano tra i sassi. Io guardava la corrente, quando in un sito mi parve di scorgere qualche cosa di bruno, come una turba di volatili che si sciaquattassero. Pensai che fosse il selvaggiume, e messomi carpone dietro un cumulo di ghiaie mi strascinai adagio adagio così nascosto finchè credetti d'essere a tiro. Alzo un momento la testa, ed era uno stormo infinito che mi fece balzare il cuore dalla gioja. Allora lascio andare la schioppettata e salto in piedi per esser pronto coll'altra canna a dar la seconda, allorchè si fossero aggruppati alzandosi in colonna. Ma qual fu la mia sorpresa, quando, invece di levarsi a volo, li vidi fuggir tutti sparnazzati per la corrente. Capii d'averla fatta grossa, e che erano le anitre del vicino mugnaio. Mortificato mi trassi al torrente e le uccise venivano giù per l'acqua supine e co' piedi all'aria. Ne pescai cinque. Non sapeva che farmi. Portarle a casa, temeva che passando per il villaggio qualcheduno me le vedesse. Andare al molino e confessare lo sbaglio, no davvero non me ne sentiva il coraggio. La Giustina avrebbe fatto uno scalpore del diavolo, nessuno al mondo avrebbe potuto persuaderla della mia innocenza. Tu sai che donna è colei: la sola idea d'impicciarmi colla sua lingua mi faceva tremare. Sicchè, non vedendo rimedio, guadata l'acqua, le portai all'osteria di Bolzano. Ivi erano parecchi amici stati alla caccia prima di me, che annoiati di non trovar nulla s'erano messi a bere, e le abbiamo mangiate insieme. — Ahimè! invece di codesto sarebbe stato ben meglio sopportare tutte le contumelie della Giustina, e pagargliele magari un occhio del capo! O che l'oste abbia parlato, o fors'anche qualcuno degli stessi compagni, il fatto sta, che non andò guari che la cosa si riseppe. Cioè, si riseppe che mio marito aveva portato a cucinare nell'osteria di Bolzano le cinque anitre. La mugnaia che le aveva cercate per mare e per terra, e che ogni sera si fermava ore e ore sull'uscio del molino e lungo il canale a chiamarle a perdita di voce, andò sulle furie. In quell'anno, per soprassello di disgrazia, qui e colà per il paese erano spariti parecchi capi di bestiame. La Giustina non mancò di vociferare colle comari, come finalmente si sapeva dov'erano andati, e narrava a suo modo la storia delle anitre. Si cominciò a guardare sinistramente mio marito, e nelle case dove andava al lavoro lo tenevano d'occhio. I contadini, che costumano uscir tutti pe' campi alle loro faccende e lasciar la casa abbandonata, non trovavano più del loro conto servirsi di persona sospetta. Per trarsi d'impiccio barattarono sartore. Oggi una famiglia, dimani l'altra, in poco d'ora si perdette tutti gli avventori. Egli uggioso, tra per le malegrazie che riceveva, tra per le strettezze domestiche, si mise a frequentar l'osterie, credendo col vino d'assopir la passione. Ivi fece delle conoscenze.... Certi disgraziati cominciarono allora a bazzicarci per casa. Capitavano a straore, domandavano di lui, e c'era sempre qualche mistero, qualche secreto. Dio! o Dio! come fu tutto in breve cangiato. Egli, che una volta non faceva pensiero senza tosto comunicarmelo, diventato taciturno mi sfuggiva, mi trattava come una straniera, pareva che avesse paura della mia presenza. Vedendomi strillare, e i fanciulli mal nutriti, piangenti, arrabbiava e teneva certi propositi così poco cristiani ch'io ne fremeva, e piuttosto che udirli quasi desiderava se ne stesse fuori. Una volta ci portò dell'uva. Alla mia dimanda: come avuta? rispose: regalata nelle famiglie dove cuciva; ed era un anno che non dava un punto! Questi giorni passati pareva che mulinasse qualche gran cosa. Guardava accorato ai bambini, e a me disse: che se voleva morire, mio danno.... ma che le sue creature egli voleva ad ogni costo nutrirle; che il mondo era grande, e che roba ce n'era per tutti! Poi diede in iscandescenze scagliandosi contro i ricchi e profferendo bestemmie orribili che mi fanno ancora agghiacciare il sangue. Ieri l'altro, dopo l'Avemaria, vennero qui a cercare di lui due persone ch'io non aveva mai più vedute, e verso mezzanotte è partito con essi.
— E ora dov'è? chiese la Contessa con visibile sgomento.
— Di preciso non lo so.... — e Rosa tremava, e colle mani convulse strignendo quelle di lei, continuò come in atto di preghiera:
— Per amore del cielo! che nessuno al mondo lo sappia....! ma vedendo quelle facce sinistre.... quando sono andati disopra a confabulare, io era lì.... — e accennava la scala.
— E hai potuto scoprire....?
— Dio, o Dio! parlavano di sete.... di forzare un magazzino.... di trovarsi questa sera alle nove sotto le colline di Cormons, insieme con altri che nominavano, e là complottare....
— Dicesti sotto le colline di Cormons?...
— Sì: udii che specificavano il sito accennando un comunale chiuso a sinistra da una sterpaglia, a un tiro di schioppo dal quadrivio....
— Di là del Nadisone? Che va a Gorizia, a Cividale....? Ho capito. E levata in piedi s'avviava concitata per andarsene a casa. Rosa colle mani giunte la seguiva lagrimando e pregando: non volesse tradirla! non aprisse bocca! Pietà di lei, dei figli! di quel disgraziato!...
— Fídati al mio cuore! le gridò la Contessa, e sparì via per la strada che pareva che volasse. Giunta a casa, ordinò che si attaccassero i cavalli e salì disopra nella sua camera. Ella non aveva preso nessuna risoluzione determinata; non sapeva ella stessa che cosa avrebbe fatto; ma con quell'impeto e con quell'ostinazione, che in mezzo alla loro debolezza sanno talvolta rinvenire le donne quando mettonsi in capo di riuscire, marciava intanto al luogo indicato, e deliberata di tutto adoperare, aspettava dal caso e dal proprio cuore i mezzi opportuni. Verso le otto il signor Giovanni, ch'era stato al suo solito in canonica dal cappellano, se ne tornava a casa bel bello. Vide dinanzi alla porta la carrozza, e formulando in una interrogazione il pensiero che gli passò per la mente:
— Oh! oh! disse, e dove si va mo adesso?
— Ha ordinato la padrona, risposero i servi. In quella sortiva la Contessa vestita da viaggio, e vedutolo:
— Siete capitato proprio a proposito, esclamò. Su da bravo! montate in carrozza ed accompagnatemi. Il buon vecchietto, quantunque a malincuore, pure s'adattava ad obbedire sul momento. Ma ella, datagli un'occhiata:
— Eh no così, per bacco! disse. Prendete il vostro soprabito, perchè fa freschetto, e forse che ci tocca star fuori tutta la notte. Allora sì che il signor Giovanni si sentì proprio mancar le gambe. Ma ella aveva un'aria così risoluta, che non osò metter in campo obbiezioni, e come un agnello, fatto quanto gli aveva imposto, le si assise dappresso.
— Per la via di Mangano a Cormons. Ordinò la Contessa. Strada facendo il signor Giovanni cercò più volte di mettersi in dialogo; ma ella pareva troppo occupata dei propri pensieri per dargli retta. Rispondeva qualche monosillabo tanto da troncare il discorso, e mostrava evidentemente d'aver per la testa qualche progetto ch'egli non arrivava a discoprire.
Ricacciato così, suo malgrado, alle proprie riflessioni, il signor Giovanni non poteva a meno di non trovare assai poco a proposito quella gita in quella giornata e a quell'ora. Ahi! pensava tra sè. Eccoci di nuovo ad uno dei soliti capriccetti! e io, che fidandomi alla bonaccia di quest'autunno, osava sperare che finalmente fosse guarita? Sì poi!... E come all'improvviso l'è saltata la mosca! Sta mattina a messa, dispensare colle proprie mani il pane dei morti, a' vespri tutta divota e compunta che pareva una santa.... e adesso presto in carrozza, e chi sa dove diaccene anderemo! Oh! donne, donne!... concludeva il buon fattore, e involontariamente gli si affacciava il proverbio: che chi è matto non guarisce mai.
Passato il Nadisone, la Contessa ordinò che si andasse a passo. La notte era placida, faceva un bel chiaro di luna, e le colline di Rosazzo, quelle più lontane del Coglio e la facile catena che termina col monte di Cormons coronato la fronte del suo vecchio castello, apparivano nitide e si disegnavano in bruno su d'un fondo cilestrino tempestato di rade e pallide stelle. Per la via non incontravi anima viva. I contadini a quell'ora erano tutti ritirati in casa a recitare il lungo rosario dei morti; e la credenza che le anime come in quella notte vadano vagolando intorno avvolte nel funereo lenzuolo, non avrebbe lor certo permesso di lasciarsi trovar fuori. Sicchè la campagna era affatto deserta, solo sentivi a un buon tratto di distanza tutti i campanili del circondario sonar a distesa le malinconiche danze dei morti.[3] Giunti su di un quadrivio, la Contessa fece fermare; e aguzzando gli occhi guardava di qua e di là con un'attenzione, che al signor Giovanni mise i brividi. Poi cavò l'orologio e lo fece battere. Otto e trequarti. Era evidente ch'ella aspettava qualcheduno.
— Si trattasse mai di qualche intrighetto!... pensò con angustia il signor Giovanni. E io qui testimonio! allora sì! che la vorrei veder bella co' suoi signori parenti.... — e si passò due dita tra il collo e la cravatta come per allargarne il nodo, onde poter meglio inghiottire la scialiva che a questa riflessione gli si era ingrossata. La Contessa intanto aveva raffigurato la siepe e il comunale indicati dalla Rosa, e le parve di veder in lontananza qualche ombra, che attraversasse in quella direzione la campagna.
— Sono là senza dubbio! pensò ella, e, o nell'andata o nel ritorno è impossibile che su questo quadrivio ei non debba capitare. E avvolta nel suo ampio fazzoletto, si disponeva imperterrita ad aspettare magari tutta la notte.
In quella, si sentì un passo affrettato che si faceva sempre più dappresso. Comparvero due paesani, che, data un'occhiata sinistra a quella carrozza lì ferma, continuarono la loro strada verso Cormons. Quando si furono allontanati:
— Ecco due, che non hanno paura nella notte dei morti! disse il signor Giovanni che aveva osservato con una specie di terrore quelle due facce proibite.
— No davvero! rispose la Contessa. Ma e' mi pare che siano forestieri; o almeno io non so d'averli mai più veduti.
— Eh! il diavolo saprà a che razza di gente appartengono, sclamò egli. Ma, e noi.... s'arrischiò poscia a dimandare, che cosa facciamo noi qui fermi a quest'ora?
— È una mia idea, che più tardi saprete. Vi spiegherò tutto, mio caro amico, ma per ora.... per quanto strana vi possa parere la mia condotta, vi prego, tacete, e lasciatemi fare.
— Buon Dio! mormorò il fattore, purchè non incappiamo nei malandrini!... Di lì a pochi minuti, per la via di Corno venivano altri tre. La Contessa li guardava con grande attenzione. Uno portava una specie di botticella, che dal modo con cui dondolava pareva vuota, e attraversavano il quadrivio dirigendosi dalla parte di San Giovanni.
— O per bacco! È Nardo il nostro sartore, gridò la Contessa. Ehi! Nardo! fatti in qua. Guarda che fortuna a incontrarti qui a quest'ora! Mi faresti un piacere? diss'ella al sartore, che sentendosi chiamare per nome s'aveva cavato il cappello e s'era messo alla portella. Monta a cassetta ed accompagnaci fino a Corno.
— Volentieri, diss'egli.... ma devo....
— Capisco che ti preme d'andare a casa; ma ti scuserò io colla Rosa; e poi noi torniamo indietro subito; e coi cavalli non dubitare che faremo presto.
— Bene, rispose allora Nardo, un momento, tanto che dica una parola ai miei compagni. E andato ai due ch'erano rimasti in disparte, sussurrò loro alquante frasi inintelligibili, e, consegnata ad essi la botticella, tornò verso la carrozza.
— Guarda che gente coraggiosa! gli disse la Contessa. Tra la notte dei morti e tra le fantasie che correvano per la mente al signor Giovanni, io mi era messa in una tale paura, che non ardiva andare nè avanti nè indietro.
— Ma paura di che? ripigliò il sartore. Sono anni che qui in questi dintorni non si sentì mai che sia avvenuto il minimo accidente.
— Ecco una parola da uomo! Ora che vieni anche tu in compagnia, mi sento più tranquilla. Monta dunque vicino al cocchiere, e andiamo, diss'ella. Poi rivolta al signor Giovanni, gli mormorò sotto voce:
— Ricordatevi che a Corno voi dovete cercarmi un foglio di carta da bollo, la quale vi guarderete bene dal trovare....
Giunti al villaggio, il fattore eseguì a puntino l'ordine ricevuto.
— O che combinazione!... sclamò la Contessa. E adesso che cosa si fa? Se non premesse.... Ma gli è che quella benedetta scrittura dev'esser fatta proprio entr'oggi. Giacchè siamo in ballo, e la notte continua ad esser bella, l'unica sarebbe di andare fino a Cividale! Che ne dici Nardo? ti spiacerebbe star fuori ancora un paio d'ore? E corsero a Cividale, dove la Contessa trovò, ci s'intende, tutto quello che desiderava; poi, invece della via percorsa, fecero un giro, e per Grupignano e per Butrio tornarono a casa, ch'era la mezzanotte. La Contessa volle che il sartore si fermasse a cena con lei. Era allegrissima, e pareva orgogliosa per quella sua gita notturna: tanto, diceva, l'avevano divertita il chiaro della luna, l'ora insolita, la solitudine dei campi e il correre affrettato dei cavalli. — Ma se non eri tu, disse rivolta al sartore, invece di godermi, mi sarei inspiritata; perchè il signor Giovanni tirava fuori certi discorsi di morti, di malandrini.... Ma dopo anch'egli s'è quietato, e abbiamo tranquillamente ciarlato di certi nostri progetti.... Anzi, a proposito, bisogna che ti faccia una domanda. In un anno, quanto a presso a poco puoi calcolar di ricavare col tuo mestiere di sartore?
— Io! rispose Nardo. Cosa vuole? si lavora a contadini....
— Pure?
— Po! a stare assidui, appena tanto da campare.
— E se trovassi chi ti desse una buona paga, avresti difficoltà ad abbandonare il mestiere?
— Ma, che cosa potrei fare in quella vece? Io non so nè leggere nè scrivere; il contadino, non ci sono avvezzo....
— E se io ti dicessi: in luogo di star lì tutto il santo giorno a cucire, prenderai in ispalla un archibugio e guarderai i miei campi; cioè, guarderai i nuovi lavori ch'io vo facendo, affinchè le bestie o i male intenzionati non me li guastino.... e ti passerò all'anno duecento fiorini?
— Sarebbe possibile? duecento fiorini? disse Nardo stupefatto.
— Accetteresti? Già, io credo che non ci sarebbe molto da fare, perchè in paese, grazie a Dio, abbiamo tutta buona gente. Fo solo per tranquillizzare il signor Giovanni, che brontola sempre per paura di veder una volta o l'altra guastati i suoi nuovi lavori.
— Oh Dio buono! disse il sartore. E posso sperare tanta fortuna? E Rosa, e i miei poveri figliuoli avranno dunque la polenta?
— Via rispondi, se sei sì o no contento.
— Contento?... Ah! se sapeste il bene che voi mi fate.... servirvi, adorarvi finchè avrò vita!...
— Presto dunque, signor Giovanni, andate dalla Rosa, e se anche è a letto, fatela subito alzare, e conducetela qui: chè non vogliamo stabilir nulla senza di lei. — Il signor Giovanni, che fino allora aveva sempre obbedito senza capir nulla, e che si sentiva metter in bocca discorsi e progetti che non gli erano mai passati pel capo, credette proprio di sognare; ma ricordandosi della promessa ch'ella gli aveva fatto di spiegargli ogni cosa, continuò di buona grazia la parte passiva che gli era stata intanto assegnata, e preso il cappello, andò per la donna. Ell'era seduta sul limitare della porta, e quando lo vide, gli corse incontro e tutta in lagrime:
— Mio marito! gridava. Che cos'è di mio marito?...
— Vostro marito è colla Contessa che cena, ed ella mi ha ordinato di venirvi a prendere.... Rosa ansante gli prese tutte due le mani, e senza neanche chiudere la porta di casa, corse via con lui che pareva fuori di sè stessa. Entrati nel tinello, la povera donna non poteva credere ai propri occhi, e lì tutta pallida e tremante a traverso certi goccioloni di lagrime che le cadevano inavvertite, guardava sorridendo al marito, alla sua benefattrice, senza poter proferire neanche una parola. La Contessa le raccontò come lo aveva incontrato; la gita che avevano fatta; poi le espose il progetto, dimandandole se era contenta. Per tutta risposta Rosa le cadde dinanzi inginocchioni, e piangendo come una bambina non rifiniva mai di stringerle e baciarle la mano.
Si sedettero a tavola. Tutti erano commossi; e perfino il signor Giovanni, quantunque per lui fosse ancora ogni cosa nel mistero, vedendo gli altri, faceva ogni tanto una smorfia e di soppiatto andava asciugandosi le lacrime.
IX. IL CUC.[4]
A due tiri di fucile dal villaggio di Mansinello, in riva al picciolo torrente che scende dai colli vicini, presso al ponte è situata una rustica casetta da contadini, ma così propria e pulitina, che ti si rivela subito il ben essere della famiglia che dentro vi abita. All'un dei lati una palizzata nuova, sulle cui punte simmetricamente tagliate in forma di labarde fan capolino alcune rose del Bengala, chiude un orticello diligentemente scompartito; dall'altro s'allarga il cortile che scende fino alla corrente e dal quale a guisa di piramidi s'innalzano diverse biche di paglia e di strame, sulla cui più alta cima sventola una banderuola ad indicare i mutamenti dell'aria. Quel cortile è popolato da una quantità di bestiame minuto, e ti sarà di rado occorso di passarvi dinanzi senza vederne uscire od entrarvi reduci dal pascolo molte torme di polli d'India, di anitre, di oche, guidate da qualche tarchiato fanciulletto dalla cui cera rubizza ed allegra avrai potuto argomentare come lì dentro non vi sia, grazie a Dio, giammai penuria di buona polenta. Infatti dalle finestre del granaio puoi scorgere come ei sia tutto soffittato da lunghi festoni di granoturco, e spesso essi si protendono fino al di fuori appesi a dei grossi chiodi ad inghirlandare la facciata di mezzogiorno. Questa casa è abitata da una numerosa famiglia di contadini, che pagano puntualmente il loro affitto e a cui non manca giammai nè un tallero in saccoccia nè l'allegria nel cuore. Mi ricordo sempre la prima volta ch'io entrai a salutarli. Era d'inverno, e sedevano tutti adunati in cucina intorno a un bel fuoco, aspettando che si riversasse la polenta. Garzoni e giovanette, chi attendeva a sgranocchiare, chi con un coltellino intagliava di minuto e capriccioso lavorio il fusto d'una rócca; uno imbroccava un paio di eleganti zoccoletti dalla fodera di scarlatto e dal tacco a triangolo tutto a ghirigori; le donne filavano badando a' bimbi, mentre la padrona di casa allestiva le scodelle e andava ogni qual tratto scoperchiando un capace tegame, le cui ondate di ghiotto e untuoso vapore facevano aprire gli occhi al dormiglioso alano che accovacciato lì dappresso al fuoco aspettava anch'egli colla famigliuola il momento di refocillarsi. Ma fra tutte quelle facce gioviali e piene di salute, la più originale, la più degna d'attenzione era quella del vecchio padrone di casa. Seduto in capo al focolare colle gambe incrociate, e colle mani or sulle ginocchia or distese alla vampa, egli andava guardando con un certo sorriso di compiacenza alla sua lieta famigliuola, e pareva che in suo cuore s'applaudisse di quella felicità, come se avesse avuto la coscienza di averla egli stesso creata. La sua fronte calva e leggermente corrugata dagli anni era serena, e sotto le folte sopracciglia già quasi affatto canute, gli brillavano sereni due begli occhi azzurri che il tempo non aveva potuto offuscare, e nella cui limpidezza traspariva la dolce tranquillità di un'anima contenta, come la bonaccia del cielo in una bella notte d'autunno. Un altro vecchio venerando gli sedeva dappresso intento a far ballonzolare sulle ginocchia una candida fanciulletta che ogni tanto gli si avvinghiava al collo, e baciandogli le guance abbronzite, confondeva i morbidi ricci della sua bionda testina colle ispide e grigie chiome di lui. Guardando a quei due uomini assisi lì, l'uno dappresso all'altro, e che evidentemente ti si mostravano per i padroni o i capi della famiglia, ti era facile l'accorgerti di una diversità di origine tra essi. La statura, il colorito, i lineamenti affatto differenti e perfino la pronunzia che presentava due di quelle caratteristiche varietà che qui nel nostro Friuli s'incontrano quasi ad ogni mutar di villaggio, ti palesava com'era impossibile ch'essi fossero nati dallo stesso padre; nemmanco nella stessa casa; mentre l'affetto con cui si guardavano e si rivolgevano il discorso, lasciava trasparire com'essi erano uniti da un legame assai più forte ancora, che non sono quelli del sangue. Essi erano cognati; Valentino aveva sposato una sorella di Domenico, e il modo con cui il caso li aveva congiunti era una di quelle vecchie istorie che quest'ultimo si compiaceva di spesso raccontare a' suoi figli ed a' suoi nipoti d'accanto al fuoco nelle lunghe sere invernali, nella quale egli riconosceva la mano benefica della Provvidenza e l'origine della sua presente prosperità. Ne' suoi anni giovanili Domenico s'era trovato in ben altre circostanze; e in quella casetta, oggi sì florida, regnava allora lo stento, la miseria, il lavoro senza compenso. Rimasto orfano per tempo con due figli ancora bambini e con tre sorelle, delle quali, per l'età troppo fresca, una sola era in istato di prestargli aiuto nelle molte fatiche necessarie alla coltura della colonía ch'ei teneva in affitto, vedeva in ogni anno che passava un accrescimento di debito col padrone e sempre più consumarsi i suoi pochi modi di sussistenza. Mancavano le braccia al lavoro, e a provvederne di mercenarie bisognava ogni giorno disfarsi o di qualche utile oggetto o di qualche istrumento di agricoltura, o finalmente diminuire il numero degli animali compagni delle sue fatiche; e assottigliato così il suo capitale agrario, veniva di necessità che anche i campi dimagrissero a colpo d'occhio, ed egli si trovava sempre più povero ed affaticato. Nè giovava sperar nell'avvenire, perchè le sorelle che intanto si avvicinavano all'epoca del loro collocamento, avrebbero causato in breve, non solo una nuova diminuzione di capitale, ma anche di lavoro; e fino a tanto che i figli fossero cresciuti, egli aveva tutte le ragioni di temere, che il proprietario, vedendo ogni anno sminuita la sua rendita, pensasse a cambiare fittaiuolo. Egli era in questo tristo frangente, quando una mattina di gennaio, estremamente scorato, e non sapendo come più provvedere di biada alla sua povera famigliuola durante i lunghi tre mesi d'inverno che ancora rimanevano, uscì di casa nell'idea di recarsi al mercato a vendere gli unici due buoi da timone che ancora possedeva. Egli stette l'intero giorno immerso nella folla d'uomini e d'animali che in tale occasione riempie il vasto spazio a cui nella città di Udine si dà il nome di Giardino. Coi piedi nella mota, e colle spalle appoggiate all'uno de' suoi buoi che in mezzo a quel tramestio stavano placidamente ruminando, ei ravvolgeva mille tristi pensieri, e si lasciava urtare e spingere dai sensali, dai venditori, dai compratori, senza curarsi dell'infernale schiamazzo e della moltitudine irrequieta che lo circondava. Solo, ogni volta che qualcuno allettato dal bel pelame delle sue bestie e dalle loro forme abbastanza promettenti veniva a palpar loro la giogaia, a pigliarle per le corna, a riconoscerne l'età col guardarneli in bocca, ei trasaliva e, come se non fosse stato lì per vendere, tremava dal vedersi dinanzi un compratore. La sola necessità lo aveva spinto a quel passo; ed ora ch'egli era sul punto di disfarsene, gli veniva dinanzi più gigante che mai il pensiero del come avrebbe poi fatto senza di essi ad arare ed a preparare la polenta e l'affitto per l'anno venturo. Due sole volte gli fu profferto un prezzo, ma tanto al di sotto del loro reale valore, che in coscienza ei non potè neanche contrattare. Sicchè, venuta la sera, tra afflitto e contento del non avere venduto, pensò di ritornarsene a casa. Preso un po' di cibo così alla presta, veniva via per la strada postale, sempre mulinando al come avrebbe fatto a campare. Era stata una di quelle giornate d'inverno annebbiate e pallide, che non sai bene se voglia risolversi in pioggia od in neve, ed ora coll'avvicinarsi della notte spirava un acuto levante che agglomerava le goccioline invisibili di cui era piena l'atmosfera, e cangiatele in un fino nevischio le gettava sui rialzi della via e nei ridossi dei solchi, dimodochè già la terra cominciava ad apparire giù e colà allineata di bianco. Domenico procedeva in silenzio scuotendo ogni tanto dal cappello l'acqua diaccia che gli si fermava sull'ala e pestando i piedi che gli si andavano inzoccolando. Per ripararsi dal freddo, egli s'aveva gettato sulle spalle a mo' di gabbano una specie di sdrucita casacca; ma il vento che gli dava giusto per mezzo alla faccia, finì ben presto di sradicare l'unico bottone che gliela teneva allacciata. Pensò allora di supplire con un auzzo di legno, ed a tal fine guardava lungo il fosso per vedere dove gli fosse stato più agevole il varcarlo a tagliarsi una bacchetta nella siepe. Gli diede allora nell'occhio un oscuro fardello mezzo coperto dalla neve che giaceva quasi nell'acqua. Lo raccolse; era un farsetto, pesava fuor di misura ed aveva le maniche gonfie e dure, come se ci fossero state entro ancora le braccia. E che diaccine vorrà esser qui? disse Domenico, che alzatolo esaminava le imboccature strette al basso da due vincigli attortigliati. Provvidenza di Dio! esclamò quando dopo aver introdotta la mano in uno di que' pesanti salcicciotti, la cavò piena di svanziche. Gli è denaro, tutto denaro! E come il foglio, su cui si abbia scritto coll'inchiostro simpatico, al calore del fuoco cambia subito d'aspetto e lascia comparire il pensiero e la vita dove prima non era che carta insipida e bianca, così egli al tocco di quel metallo si risentì tutto quanto, si rianimò, il cuore dilatato accolse con battito di gioia il sangue che gli affluiva più vivace e più rapido, le idee della sua mente presero subito un altro corso, ed ei si trovò come per incanto tramutato in tutt'altro uomo. Mille pensieri, mille diversi progetti gli si affacciarono. Camminava concitato, e si vedeva dinanzi agli occhi la gioia della sua famiglia, i campi che teneva in affitto lavorati e concimati all'ultimo apice, le masserizie rinnovate, le sorelle, la moglie, i figliuoli vestiti da festa, nuotare nell'abbondanza e nella consolazione; e già gli pareva d'incontrare per la via il suo padrone, guidando non mica quei due poveri ed unici buoi, ma la più numerosa e la più pingue plina[5] del contorno e di salutarlo senza neanche levarsi il cappello di testa, con quell'aria soddisfatta e quasi da eguale che sa tenere il contadino benestante che non ha bisogno di nessuno, e che non tiene un quattrino di debito con chi che sia. Egli era il ben venuto in tutte le osterie, il rispettato nel paese, il factotum nel consiglio comunale; ristorava la chiesa, il campanile, faceva fare di nuovo il pozzo: insomma per un momento gli passarono pel capo i più matti pensieri, e immaginava ogni sorta di eventi, eccetto il più ovvio e naturale, quello che doveva succedergli da lì pochi passi, cioè d'incontrarsi nel padrone della somma ch'egli aveva rinvenuta.
Domenico era appena andato alquanti tiri di fucile, che si vide venir incontro correndo un giovane tutto ansante ed in lacrime. Quando fu a portata d'essere inteso, si fermò a raccogliere il fiato, poi in atto di somma angoscia gli chiese: — Avreste per sorte, galantuomo, veduto per via un farsetto con del danaro legato nelle maniche?
— Un farsetto, replicò Menico, con del danaro?... Avete dunque perduto una somma di danaro?
— Niente manco che il valore di due paia di bovi! una disgrazia orribile, amico, che mi fa dar volta al cervello, ch'è la mia rovina, quella del mio padrone e di tutta la sua famiglia. Oh Dio mio! che sarà mai di me?... e si mise a piangere e a strapparsi i capelli. — Immaginatevi, continuava, sono un povero famiglio. Il mio padrone mi ha mandato al mercato; ho venduto questa mattina; e siccome il danaro mi fu contato la maggior parte in tante svanziche, e io non voleva far solo la strada, ho aspettato a venir via assieme con altri contadini del mio paese. Per non lo perdere lo aveva riposto nelle maniche del farsetto, e il demonio mi ha tentato a gittarlo sul carro di un nostro compare. A Prademano ci siamo fermati, vado per riprendere il mio farsetto.... Oh Dio! oh Dio! non è più!... Torno a rifare la strada; ma già è impossibile che a quest'ora non l'abbiano ritrovato, e per me è finita! Oh la disgrazia orribile! — e tornava a disperarsi.
— Via via, disse Domenico, tranquillizzatevi, che il vostro farsetto è qui. Il giovane a queste parole spalancò gli occhi, vide che era vero, si gettò a' suoi piedi, poi strinse il contadino fra le braccia, e piangeva e gridava che pareva impazzito.
— Era in un fosso, capite! l'ho veduto proprio per miracolo, e il danaro ci deve essere intatto, perchè io non gli ho che tastato il polso per di qui: e guardate, gli diceva tutto allegro, mostrandogli i danari ancora legati dai vimini. Continuarono la strada fino a Prademano, e il giovane voleva che Domenico si tenesse almeno un gruzzolo di quelle svanziche, dicendo ch'ei poteva disporne, perchè aveva credito col suo padrone di molti anni di salario, ma il buon uomo non volle neppur un quattrino; solo fermati dinanzi la porta dell'osteria, bevettero insieme un fiasco di vino e si divisero, avendo stretto fra loro una di quelle amicizie di cuore che durano finchè dura la vita. Nessuno dei bei sogni di Domenico si era avverato. Egli aveva restituito quel danaro così come lo aveva rinvenuto, senza neanche numerarlo, tornava a casa povero come prima; nondimeno egli era allegro: anzi non sapeva ricordarsi di essere stato così allegro in vita sua. Giammai abbracciò così contento sua moglie, i suoi figliuoli, le sorelle come in quella sera; gli pareva che gli fossero diventati più cari, sentiva di voler loro un bene indicibile, di voler bene a tutto il mondo, e la cenetta che essi gli avevano apparecchiato gli andò per ogni vena. Oh! egli aveva asciugate le lacrime a un disgraziato, aveva potuto sollevare un'anima afflitta, far sparire in un subito la sciagura che l'opprimeva, tornarla all'ilarità, alla quiete di prima; e questa gioia unico bene che gli era provenuto dall'accidente occorso, e l'unico ch'egli non aveva saputo prevedere, gli riempiva ora l'anima di tanta dolcezza, che gli valeva tutti i dorati castelli in aria e le matte immaginazioni che quel danaro ritrovato gli aveva per un momento fatto passar per la mente. Dopo quell'epoca non passava domenica e dì festivo che a quel casale non capitasse puntualmente Valentino, il giovane della somma perduta. Ve lo conduceva la gratitudine; e Domenico, che aveva preso ad amarlo come si ama sempre la memoria d'una buona azione, lo vedeva assai volentieri, ed uscivano insieme alle funzioni, e talvolta anche a diporto nei vicini villaggi. Egli era diventato come di casa, e non istette molto ad accorgersi della strettezza in cui si trovava l'amico. Con quei modi che sa suggerire la riconoscenza e l'affetto, ei seppe tanto adoperarsi, che finalmente lo persuase ad accettare l'imprestito de' suoi salari. Domenico nella rettitudine della sua anima aveva capito che sarebbe stato un mal retribuire, anzi contristare l'amicizia, se per falsa delicatezza si fosse più oltre ostinato a patire egli e la sua famiglia, piuttosto che valersi di quel danaro che gli veniva offerto con tanta espansione di cuore. Per tal modo questo dolce ricambio di beneficio fatto così alla buona, ed accettato senza orgoglio, accresceva ogni dì più fra loro l'affetto. Valentino, povero orfano condannato fin dall'infanzia a mangiare il pane degli altri ed a vivere senza famiglia, riguardava come sua quella dell'amico, e tutte le ore che gli restavano libere, veniva a passarle in quel casale dove sentiva l'ineffabile consolazione di essere amato. E lo amavano tutti come un caro fratello; i fanciulletti, appena che lo vedevano capitare, gli correvano incontro e facevano allegria; le donne gli usavano le più delicate attenzioni; ma chi più degli altri mostrava interesse per lui, era la maggiore delle sorelle di Domenico, una graziosa brunetta di vent'anni dai modi ancora infantili e dallo sguardo ingenuo e gentilmente amoroso. Ella aveva sempre qualche cosa in particolare da dirgli. Era de' suoi fiori, del nido dei colombi, del vitellino ultimo nato che la lo intratteneva: talora gli faceva delle curiose interrogazioni, gli comunicava con innocente confidenza tutti i suoi pensieri, così come s'andavano svolgendo nella sua giovane testa; e fosse caso od irresistibile forza di secreta simpatia, non era volta ch'ei venisse in casa, che presto o tardi non si trovassero seduti l'uno appresso dell'altro; e quando andavano tutti insieme a qualche sagra, se anco la Lucia uscisse di casa a braccetto colla sorella, o colla cognata, nel ritorno era sempre con Valentino ch'ella vi rientrava. Un misterioso potere, di cui non si erano per anco avvisati, teneva ammaliate le loro anime e li costringeva col pensiero o col fatto a cercarsi del continuo; sicchè non si trovavano mai tanto a lor agio come quando erano insieme. Vivere nello stesso ambiente, respirare l'aria medesima, leggersi a vicenda negli occhi ogni più intima commozione, mettere in comune tutte le loro gioie e tutti i loro dolori, quest'era per essi, se non la felicità, almeno quel più di bene di cui possa godere quaggiù sulla terra l'umana creatura. Codesta coppa voluttuosa in cui senza reflettere entrambi a gran sorsi bevevano, era dunque l'amore? Primo ad accorgersene fu Valentino. Una domenica dopo la messa, egli s'era fermato insieme con altri compagni sulla piazza della chiesa, e guardavano alla gente che usciva. Come è ben naturale, chiacchieravano di ragazze, e secondo il proprio capriccio davano la preferenza a questa od a quella; egli taceva, e senza saperlo pensava alla Lucia, quando l'udì nominare. Un giovanotto delle meglio famiglie del paese ne tesseva con molto calore l'elogio, e conchiuse dicendo ch'egli aveva in pronto un bel mazzolino, e che intendeva andare in quell'istesso giorno a' vesperi nella parrocchia di lei per regalarglielo, e chiederle così licenza di camminare per casa: il che, stando al loro linguaggio, equivale alla protesta di volerla amoreggiare. Valentino guardò con disprezzo all'impronto chiacchierone, e stava per lasciarsi trasportare a qualche brusca parola, ma lo colpì l'eleganza del vestito che indossava cotanto migliore del suo; il cappello nuovo chinato sull'un degli orecchi che lasciava vedere la folta zazzera ben pettinata e dava garbo a quella fronte e a quel volto pieni di brio e di baldanza giovanile; un fazzoletto di seta, il cui angolo a vivaci colori faceva capolino dalla tasca, e un altro gettato a tracollo che gli si allacciava sul petto. Era la prima volta che ci badava; ma quel giovinastro che fin l'altrieri giocava colla ragazzaglia del paese alle piastrelle per le strade, era diventato un gran bel giovane; e nell'ammirarne la svelta e slanciata persona, che a guisa di fresco e rigoglioso abete s'ergeva così ben complessa sulle gambe tornite, sentì suo malgrado che la Lucia avrebbe dovuto apprezzarne l'omaggio, tanto più che si trattava d'una buona fortuna. Egli invece, povero figliuolo senza famiglia, che cosa avrebbe potuto offerirle? Chiederla in isposa, ei non aveva mai pensato a codesto: ma ora il progetto di costui gli svelava troppo bene la natura de' suoi propri più reconditi desidèri. Chiederla in isposa egli meschino bracciante che non aveva di suo che la vita? e se anche la fanciulla accecata dall'amore avesse potuto preferirlo, dove condurla? Come provvedere ai bisogni d'una nascente famiglia? forse sarebbe stato facile trovare a pigione una cameretta e mettersi nella condizione di sottani che vivono del solo lavoro della giornata; ma se una malattia od una disgrazia qualunque li avesse colpiti, di che allora campare? ed egli che l'amava, come mai avrebbe consentito ch'ella rinunziasse a un così buon collocamento per strascinarla seco a patire nel più profondo della miseria? Queste riflessioni gli fecero, per così dire, palpar con mano la propria inferiorità, e per un momento odiò quell'avvenente giovanotto. Più lo guardava, e più si sentiva mordere il cuore da un'amarezza tale, che non potè più oltre sopportarne la presenza. Rientrato nella casa de' suoi padroni, si occupò come di consueto nelle faccende che gli spettavano; solo quando venne l'ora dei vesperi non uscì nè chiese d'andare da Domenico: aveva risolto di non andarvi mai più. Era passato già quasi un mese ch'egli durava in tale proponimento. Domenico e la sua famiglia non potevano darsi pace di cotesto non vederlo. Da principio credettero che qualche impiccio ne lo avesse impedito, poi sospettarono che potesse giacere ammalato, e una domenica sera, dopo averlo lungamente aspettato indarno, la Lucia insieme colla cognata risolsero di andar nel dimani mattina per tempo al villaggio di lui per sapere come fosse. Le due donne s'erano avviate appena sorto il sole, ed erano andate un mezzo miglio di strada, quando s'incontrarono in un magnano che aveva la sua fucina contigua alla casa dei padroni di Valentino. Tosto ne lo richiesero. — Ammalato? rispose l'artiere, ma che cosa vi sognate? non sarà neanche un'ora ch'io l'ho lasciato nel comunale vicino al crocicchio, e se vedeste come volta la terra! le braccia intanto, affè, non pare gli si sieno aggranchite! Esse si guardarono, fecero ancora alquanti passi, poi d'accordo risolsero di tornarsene a casa. La Lucia teneva il capo chino, o lo rivolgeva dall'altra parte della via, onde nascondere alla cognata qualche lacrima che a malgrado de' suoi sforzi voleva uscirle dagli occhi, aveva perduta la favella, era diventata pallida. A lei che in tutta la notte non aveva chiuso un occhio per paura che fosse ammalato, le parole del magnano avrebbero dovuto riuscirle di conforto, invece le avevano fatto male al sangue. Essere sano e non venire! questo pensiero continuamente le si riproduceva nel cervello, questo pensiero come spina avvelenata le si era fitto nel cuore. A pranzo indarno procurava d'inghiottire qualche boccone, le si fermava nel collo, e la notte invece di dormire piangeva. In pochi giorni ella si era talmente mutata, che tutti in famiglia se ne accorsero. Domenico, che ci aveva pensato sopra, risolse di farla finita e di andare egli stesso da Valentino e di sapere come era questa faccenda. In chiesa a' vesperi non lo vide, aspettò un poco sul piazzale finchè fosse venuta fuori tutta la gente, pur sperando d'incontrarlo, ma indarno; allora andò dove stava di casa, e finalmente lo trovò in cortile seduto sotto la pergola malinconico e stralunato. — Valentino, diss'egli, sono venuto a vedere come la intendi, e se è propriamente vero che tu ci abbia abbandonati! Ma dico io, che cosa ti abbiamo fatto noi altri poveretti, per trattarci di questa maniera?
— Non interpretarmi a male, Domenico.... io sono un disgraziato.... ma il mio affetto per voialtri è, e sarà sempre lo stesso.
— Oh sì davvero! un bell'affetto! egli è quasi un mese che, a quel che pare, tu ci hai dato commiato, e intanto quella povera ragazza patisce.... Via, non accade far lunghi discorsi, se hai destinato farla morire, continua pure così, che te lo dico io l'hai trovato il vero modo.
— Oh non dir questo! È anzi per lei, per il suo bene, pel bene di entrambi, ch'io mi sono determinato a non metter più piede laggiù.
— Ma che pasticcio è cotesto? vi siete dunque bisticciati tra voi due?
— Oh no! la non sa niente.
— Via, parliamoci franco; l'ami tu questa ragazza, sì o no?
— Se l'amo!... Anzi perchè mi sono accorto d'amarla troppo.... poichè io sono un poveretto che non posso offerirle se non miseria.... perchè non voglio che per colpa mia ella perda una buona occasione....
— Ma se tu l'ami, ed ella ti ama, mi pare che la buona occasione non occorra aspettarla.
— Ma io, Domenico, non ho che le braccia!
— Ed ella?
— Io non ho nè padre, nè madre, nè nessuno al mondo!.... Trovar un po' di stanzuccia e mettersi a vivere da sottani, sarebbe lo stesso che tradirla.... mentre quel ragazzotto qui dirimpetto potrebbe farla star bene, e condurla in una buona famiglia di contadini dove certo non le mancherebbe la polenta.
— Ma ella ama te, Valentino!... Io ti voglio bene come se tu mi fossi fratello.
— E io a te!
— Un fratello per me sarebbe una vera fortuna, perchè i miei campi avrebbero due braccia di più per lavorarli; e poi, se si maritasse, mi aggiugnerebbe un altro aiuto nella cognata, e la famiglia crescerebbe; e tu sai, che la disgrazia della mia famiglia è l'essere in pochi; e io non potrei lasciar partire la Lucia senza finire di rovinarmi. Ora, dico io, quello che non ha fatto il Signore, perchè non possiamo farlo noi? Facciamo conto, Valentino, d'essere fratelli; sposa la Lucia, vieni in casa nostra, io ti offro ciò che ti manca, la famiglia! e tu in compenso mi cavi dalla miseria. Il danaro che tu mi hai prestato io non posso restituirtelo, invece ti metto a parte di tutto quel che possiedo. Aiutami, Valentino, a mantenere i miei poveri figliuoli, ed essi un giorno aiuteranno te e ci acquisteranno il pane quando saremo vecchi; diventiamo fratelli!
— Fratelli, per la vita e per la morte! disse Valentino commosso; e si abbracciarono ratificando con tutta l'espansione del cuore questo santo progetto. Da quel giorno in poi essi si riguardarono sempre come se fossero nati dal medesimo sangue. Misero in comune tutti i loro beni e tutti i loro mali, e Dio li benedì; e così fu creata la prosperità di quella numerosa famiglia di contadini, che ora senza contrasto è una delle più agiate e delle più felici del paese.