NOTE:

[1.] Niceron, Mêm. tom. XXI, p. 115.

[2.] Spondano, Ann. ad 1543.

[3.] Vedi Consilium delectorum cardinalium et aliorum prælatorum de emendanda Ecclesia: S. D. N. D. Paulo III ipso jubente conscriptum et exibitum 1538. Nelle riforme proposte dicesi pure: Solent in scholis Colloquia Erasmi, in quibus multa sunt quæ rudes informant ad impietatem.

[4.] G. Contarini Epistolæ duæ ad Paulum III. Coloniæ 1538, p. 62.

[5.] Injustæ secessionis ab ecclesiæ romanæ sinu jam damnati... sectarii, lutherani præsertim... ad ovile Christi revocantur. Roma 1750.

[6.] Imago optimi sapientisque pontificis in gestis Pauli III expressa. Brescia 1743. Quel sozzo di Gregorio Leti, nella edizione del conclave di Giulio III, dice: «Al governo di Paolo III non fu altro apposto che il soverchio amore che portò al duca Pier Luigi, e dicesi che la morte sua fu causata dal grandissimo dispiacere ch'ebbe della crudel morte di detto Pier Luigi».

[7.] Oltre gli storici e i polemici, appare da questo sonetto satirico, che trovammo fra carte di quel tempo:

L'aquila altera, valorosa e magna
Minaccia al Gallo fiamma, sangue e guerra:
Al che concorso è il gran re d'Inghilterra,
Gran parte dell'Italia e tutta Spagna.
Fassi la gran dieta in Alemagna
Per porre il papa, i preti e i frati in terra.
Marco nelle sue terre genti serra
Perchè non fa per lui star in campagna.
Fansi leghe secrete, e pur si sanno:
E tal nol crede che n'udirà 'l duolo.
Al Turco il re di Persia dà il malanno.
E or tant'alto è dell'aquila il volo
Che, non potendo il Sol farle alcun danno,
Dominerà dall'uno all'altro polo.
Far cerca il papa nolo
Con molti, acciò 'l Concilio non si fia.
Marco sta in fantasia
Di dar soccorso al quasi arido giglio,
Che teme pur dell'aquila l'artiglio.

[8.] Relazioni degli ambasciatori veneti, pag. 318.

[9.] Per Paolo III, Alessandro Cesari detto il Grechetto fece una medaglia, vedendo la quale, Michelangelo dichiarò non esser possibile che l'arte andasse più innanzi. Sul rovescio aveva un Alessandro Magno, che s'inchina al sacerdote di Gerusalemme.

[10.] Or ora spiegheremo questo aggettivo.

[11.] Lettere, lib. II, c. 9.

[12.] Lettere, lib. IV, c. 71.

[13.] Bulceus, hist. Universitatis Parisiensis, t. VI. Anche più tardi l'insigne Melchior Cano cercava far proibire quel libro.

[14.] Il trigramma IHS, che si imprime sugli azimi sacrosanti, ha questa particolarità d'esser formata dalle lettere greche I, H e della latina S. Nelle monete di Giovanni Zemisce, che prima lo pose senza l'immagine imperiale, è segnato I C: in quelle di Giustiniano Rinotmeta IHS XC: in quelle di Romano IV, IhS XRS, già mescolatavi la S latina. L'immagine del Crocifisso fu aggiunta da papa Onorio III nel 1222.

Vedi Fr. Vettori, De vetustate et forma monogrammatis nominis Jesu. Roma 1747. Ratmayer, De oblatis quæ hostiæ vocari solent. Amsterdam 1757. Quaranta, Di un sileno in bronzo ecc. nel rendiconto della R. Accademia di Archeologia di Napoli, 1864, p. 191.

Non fu dunque invenzione di sant'Ignazio o de' Gesuiti: e già a' suoi tempi san Bernardino da Siena lo fece imprimer sopra tabelle, ed esporre alla venerazione; e il popolo vi pose tanto affetto, che per esso distruggeva le carte da giuoco. Le solite contrarietà incontrò questa nuova devozione; il santo fu tacciato d'eresia e di connivenza coi Fraticelli, allora diffusi; fu citato ai tribunali ecclesiastici, onde papa Martino V lo chiamò a Roma, ma compresane la santità, lodò quella devozione. Ripetute le accuse sotto Eugenio IV, n'ebbe nuove lodi.

San Bernardino introdusse anche di segnare con quel monogramma le case, onde preservarle dalla peste, ed è ricordata la solennità con cui lo fece porre sulla facciata di Santa Croce a Firenze nel 1437.

Di ciò si sovvenne taluno quando il cholera minacciava Modena nel 1836, e insinuò d'imitarlo. In fatti, con una premura pari allo spavento, tutte le case si videro segnate del devoto monogramma, e alcune lo perpetuarono in pietra. Venuti i sovvertimenti del 1859, volendosi in ogni modo denigrare le condizioni di quella pia città, si spacciò che quasi tutta essa apparteneva ai Gesuiti: così vero, che l'emblema di questi vedeasi su tante case!

[15.] On n'a qu'à publier hardiment tout ce qu'on voudra contre les Jésuites, on peut s'assurer qu'on en persuadera une infinité de gens. Bayle, in Lojola.

[16.] La teoria di san Tommaso, che deriva il potere pubblico dal popolo, cioè dal comune perfetto, fu sostenuta testè dal padre Ventura Del potere politico cristiano.

[17.] Si volle trovar molte somiglianze fra sant'Ignazio e Nicolò Paccanari. Questo conciapelli di Trento andò soldato a Roma, dove udita una predica, si diè tutto a vita penitente, e ritiratosi alla Madonna di Loreto, ivi stese regole pei compagni che Dio gli desse: opera che parve prodigiosa, essendo egli affatto illetterato. Presto trovò compagni, che si dissero della Fede di Gesù: ma formatasi allora la repubblica romana, e cominciata, come sempre, dalle persecuzioni (1798), furono chiusi in Castel Sant'Angelo, poi sbanditi. Il Paccanari, che intitolavasi «superior generale della società della Fede di Gesù», si rifuggì a Vienna, dove gli si unirono varj Gesuiti, essendo quell'Ordine considerato come un risorgimento della Compagnia di Gesù; passò quindi in Ungheria, assistito principalmente dall'arciduchessa Marianna d'Austria. All'elezione di Pio VII venne a Roma con essa, che gli comprò casa, ove introdusse l'educazione de' giovani coi metodi gesuitici; mentre altre s'aprivano a Padova, a Spoleto, nel Vallese, in Francia, in Germania. Dipinti come Gesuiti, furono espulsi dalla Francia: poi quando, nel 1814, Pio VII ripristinò la Compagnia di Gesù, ecclissavansi affatto i Paccanaristi, che parte entrarono in quella. Si crede che il Paccanari, insuperbito del prosperar del suo Ordine, nel quale appariva una scienza ed esemplarità che egli non aveva, finisse male, ma non si sa dove nè come.

[18.] Luigi Capponi, residente in Francia per la Toscana, nel 1551 scriveva al Pagni, segretario del duca: «Ragionasi di fare un patriarca del regno, sopra giurisdizione spirituale: ed è già più giorni, si è ordinato non venghino più espedizioni benefiziali da Rema». Négociations diplomatiques, vol. III, pag. 283.

[19.] L'affare odierno del Mortara, fanciullo ebreo venuto alla fede malgrado i genitori, ebbe un riscontro al tempo di Giulio III, nella qual occasione il già nominato Catarino scrisse De pueris Judo'orum sua sponte ad baptismum venientibus, etiam invitis parentibus recipiendis.

[20.] Lettere di principi a principi: da Salerno, 9 maggio 1555.

[21.] Nores, Guerra contro Paolo IV, lib. 1, pag. 6.

[22.] Nores, libro I, pag. 32. Pero Gelido, residente di Toscana a Venezia, il 1556 scrive a Cosimo I: «Non lascerò di scrivere, sebbene pare abbia del favoloso, essendo in bocca di persone segnalate, il gran disegno che il papa ha proposto al re di Francia. Dicono che sua beatitudine disegna fare un re de' Romani, che risegga in Roma; e coronato in quella città, dargli tutto lo Stato ecclesiastico; e questo re sia il cardinal Caraffa; fare un re di Napoli italiano, e un duca di Milano, pure italiano: a che il re (di Francia) concorse offerendo lasciar volontariamente tutto quello che ha o che pretende in Italia, purchè l'imperatore faccia il medesimo per amore o per forza. E che ai pontefici si assegni un'entrata di 50 o 60 mila scudi, con la quale mantenersi: aggiungendo non essere miglior modo per fare che Italia e tutta la repubblica cristiana stia pacifica e quieta» (Nell'Archivio Mediceo).

Questa era una delle chiaccole che spacciavansi nelle logge di Firenze e nelle botteghe di Venezia: ma da una parte pruova che continua fu ne' papi l'idea di questa indipendenza de' varj principi italiani: dall'altra, rivela ancor più ignoranza che malignità in chi di siffatte dicerie si vale come d'un serio concetto del papa.

[23.] Nores, Guerra di Paolo IV.

[24.] Al tempo di Paolo IV, il papa dalla Dataria riceveva per la sua Corte, scudi 6000 al mese. Oggi il papa riceve da essa altrettanto, ma all'anno, oltre annui scudi 4000 dal palazzo apostolico per la segreteria particolare: e 1000 per suo mantenimento, e 300 per l'addobbo e il vestiario domestico. Vi si aggiungono scudi 6000 sulle regalie del sale e tabacco, e 10 in 15 mila per tasse concistoriali. Questo costituisce la lista civile del papa. Quando i Francesi nel 1798 voleano indurre Pio VI a rinunziare alla sovranità temporale, gli offrivano 300,000 lire l'anno. Napoleone ne assegnò 100,000 il mese a Pio VII, che neppur esso le accettò, come non accettò l'offerta di due milioni di franchi di rendita e la sovranità di Avignone.

[25.] Négociations diplomatiques, vol. III, pag. 173.

[26.] L. XII. È saviissimo questo decreto che sta in Campidoglio: Si quis sive privatus, sive magistratum gerens de collocanda vivo pontifici statua mentionem facere ausit, legitimo s. p. q. r. decreto in perpetuum infamis, et publicorum munerum expers esto.

[27.] In quell'occasione pericolò della vita Serafino Cavalli di Brescia, pio e dotto domenicano, fatto inquisitore da Paolo IV. Gravemente ferito dai tumultuanti, a stento campò. Intervenne al Concilio Tridentino, fu maestro del suo Ordine, visitò le varie provincie, e morì in Ispagna il 1571.

[28.] Sul fregio di tutto il tempio corre la serie de' ritratti dei papi, e fra questi la papessa Giovanna. Il cardinal Baronio ne mosse rimostranza a papa Clemente VIII, che, per mezzo dell'arcivescovo Tarugi, ottenne dal granduca un ordine del 9 agosto 1600, che fossero modificati i lineamenti femminili, trasformandola in san Zaccaria. Quella serie di ritratti fu appuntata di varj errori di cronologia, emendati in quella che ora si va compiendo a Roma per fregio della basilica di San Paolo, a musaico.

[29.] Mal confuso da taluni con quello de' Gesuiti, e perciò occasione d'ingiurie contro qualche nome; come fece Guglielmo Libri contro l'insigne matematico Cavalieri, che egli avrebbe levato a cielo se si fosse accorto ch'era Gesuato non Gesuita. Così scrivesi la storia. Generale di quell'Ordine fu il milanese Paolo Morigia, che ne scrisse la Storia degli uomini illustri, e sono sessanta morti in odor di santità. A Milano, poc'anzi, col nome di Società del biscottino, era scopo a tutti i vituperj del bel mondo e alle benedizioni de' soffrenti un'accolta di pie persone, che visitavano gli ospedali, e portavano qualche chicca. Per la ragione stessa erano chiamati padri dell'acquavita i Gesuati, che ne fabbricavano e davano per ristoro a' malati.

[30.] Boverio, Ann. dei Cappuccini, all'anno 1539.

[31.] Graziani, De vita Commendonis.

[32.] Miscellanea di notizie di cose sanesi, esistente nella pubblica biblioteca comunale di Siena, di mano del padre Angiolo Maria Carapelli domenicano, nei primi del XVIII secolo, e contrassegnata A. V. 14 ac. 58. — Compagnia di San Domenico, al libro delle Deliberazioni del 1540, a fo. 5, faccia seconda.

[33.] Vita di Paolo IV, manoscritta.

[34.] Nel libro entrata e uscita del Camerlingo dell'Opera (della metropolitana di Siena) del 1540, a fol. 122, sotto il dì 28 gennajo notasi che «furono pagate lire 32 04 a frà Bernardino di Domenico Tommasini detto Ochino, e per lui fatte buone a Giovanni Battista, fattore dell'Opera».

[35.] Boverio, Ann. de' Cappuccini, tom. 1, p. 411.

[36.] Nel 1542, il senese Alessandro Piccolomini stampava in Venezia la Istituzione dell'uomo nobile, dove nel lib. I, c. 7 mette: «Se bene alcuni saranno che, per più liberamente servire a Dio, dal legame del matrimonio si guarderanno, non però da questa legge del giovare altrui sciolti saranno: anzi assai più degli altri legati fieno; appartenendosi loro, per mezzo dell'ammaestramento e delli esempj delle buone opere, continuamente cercare di giovare alla salute di questo e di quello: come fra gli altri fa oggi il sant'uomo frà Bernardino Ochino da Siena, molto in questo più prudente e savio che coloro non sono, i quali come nemici di tutti gli altri et amici sol di se istessi, vanno a viversi racchiusi ne' chiostri, e per le folte selve dispersi, pensandosi d'imitare in tal guisa Giovanni battezzatore, e non accorgendosi che egli continuamente di predicare e mostrare altrui la via del cielo non restava».

[37.] Puccio Antonio fiorentino, vescovo di Pistoja e cardinale.

[38.] Manoscritto nella biblioteca di Siena.

[39.] Il primo volume contiene cinquanta sermoni su varj soggetti, la giustificazione, il matrimonio spirituale, la confessione, le indulgenze, il purgatorio, il testamento, ecc. Il secondo tratta di Dio, e via via della Fede, Speranza, Carità.

[40.] Il Tolomei scriveva a frà Caterino Politi d'avere, in occasion di malattia, studiato i principj della religione cristiana, e conosciuto che «lo spirito apostolico, trapassato nella Chiesa di Cristo di mano in mano per continuanza di tempo senza scrittura, è uno de' saldi e ben fondati principj per insegnarci dirittamente la vera religione». Gli eretici, conoscendo come ciò ruini il loro edifizio, lo impugnano; ed egli aveva in animo di scrivere in proposito. Ma udito che nel sacrosanto Concilio erasi fatto un decreto che determinava questo punto della tradizione, lo pregava a farglielo conoscere, «ond'io possa pascer l'animo di un nuovo cibo spirituale e divino». Gli chiede anche qualche lavoro suo che «partorirà in me qualche frutto di più viva fede e di carità più ardente». Lettere di XIII uomini illustri, pag. 385.

[41.] È riferita nella Storia dei Teatini, di Giovanni Battista vescovo di Acerra.

[42.] La lettera dell'Ochino fu tradotta in francese e stampata senza indicazione di luogo, col titolo: Epistre aux magnifiques signeurs de Siene par B. Ochin du dit lieu, auxquels il rend raison de sa foy et doctrine. Avec une épistre à Mutio Justinopolitan, par laquel il rend aussi raison de son departement d'Italie, et du changement de son état, translatie de la langue italienne. Super omnia vincit veritas. 1544, in-8º.

[43.] Il Pazzi scrive che il Caterino, già vecchio, nella Minerva di Roma più volte era veduto piangere: e chiesto del perchè, rispondeva, dolergli d'avere scritto con tanta acrimonia contro alcuni padri: e suggeritogli che colla stessa mano che avea ferito potea medicare, taceva e piangeva.

[44.] Nei manuscritti della Compagnia de' Pastori a Ginevra, sotto il titolo Spectacles, professeurs, recteurs et ministres des églises étrangères qui sont dans la ville, leggesi a pag. 181: Eglise italienne. Cette église fut établie en 1542, octobre... Bernardin de Servas qui avait été religieux, préche à la chapelle du cardinal (d'Ostia) tous les dimanches. Certamente s'ha a leggere Bernardin de Senis.

[45.] «Apologi nelli quali si scoprono gli abusi, superstizioni, errori, idolatrie et empietà della sinagoga del papa, e specialmente de' suoi preti, monaci e frati, 1554». È l'Opera più rara dell'Ochino, e contiene il solo primo libro, mentre la traduzione tedesca ne ha cinque.

[46.] V'è apposta una nota che proibisce di lasciarla copiare. Anche senza di ciò, non l'avrei riprodotta, tanta n'è la bassezza. Credo alluda a questo un passo delle Legazioni di Averardo Serristori (Firenze 1853, pag. 88). «Certi predicatori a Zurigo hanno dato alle stampe un libello famoso contro Sua Santità, tassando i modi e costumi suoi e de' papisti: per il quale i cinque Cantoni cattolici si lamentano».

Crispino, librajo, scrittore e discepolo di Calvino, stampò L'Estat de l'Eglise avec les discours des temps depuis les apótres jusques au présent, 1581 in 8º piccolo; ove si trovano tutte queste diatribe contro papa Paolo III; fin ad asserire che manteneva 45,000 cinedi; ch'era astrologo, mago, indovino, ecc.

[47.] La seconda parte delle Prediche di messer Bernardino Ochino senese. Predica III.

[48.] Ib. Predica IV.

[49.] Succedeva a Giovanni Lasco polacco. La chiesa era dedicata a santa Cecilia, e v'era predicatore Michelangelo Florio fiorentino, poco accetto. Potrebb'essere dell'Ochino la Forma delle pubbliche orationi le quali si fanno nelle chiese de' pellegrini in Inghilterra, libretto rarissimo.

[50.] Vedi la pag. 134 Della Vita del cardinale Comendone, di monsignor Graziani, opera tanto reputata, che fu tradotta in francese, dal celebre Flechier.

Il Comendone molto operò in Polonia, e fe sbandirne gli eretici italiani. Di lui, mentre era vescovo di Zante, cioè verso il 1539, si ha un Discorso sulla Corte di Roma, che non crediamo stampato, dove ne annovera molti abusi, e suggerisce rimedj, per verità, poco concludenti. E prima non vuole si correggano col limitare la podestà papale, il che non può farsi per fatto umano. «Una certa sensualità (dice poi) ha prodotto nella Chiesa molti difetti, i quali continuandosi tuttavia nel medesimo stile, l'hanno condotta nel mal stato nel quale si trova, sì che non può fare l'officio suo. Al quale officio può in doppio modo mancare: nell'uno pubblicamente, intorno alla prudenza del governo; nell'altro cristianamente intorno all'obbligo che ha tutto l'ordine ecclesiastico. Il primo mancamento si commette volgendo la prudenza in astuzia, e torcendo la ragione a servizio delle passioni. Perchè i pontefici, essendo uomini, ed avendo innanzi tanti invecchiati esempj del favorire i parenti singolarmente, facil cosa è che, vinti essi ancora da questa carne, si lascino, dietro a quelli camminando, traviare. Senza che, ancor si pecca intorno al governo, non per malizia, ma per una spensierata negligenza, con la quale ad altro non si mira, se non a vivere lietamente, e come persona che abbia avuta un'eredità grande e non aspettata, parte permette che ne sia tolta per non entrar in contese, parte n'è prodigo, perchè non gli par donare il suo; anzi alcune volte gli par far guadagno, credendo di acquistar la grazia dei principi.

«Ma fermandosi alla parte essenziale e propria della Chiesa, diremo del secondo mancamento, il quale è intorno all'obbligo dell'ufficio sacerdotale. Questo è proceduto sì da' mezzi, con che si acquistano molte volte questi uffizj e dignità, e sì dai costumi, co' quali si vive oggi nella Corte. E prima, restando palesemente divisa l'utilità dell'entrata dall'ufficio ecclesiastico, e l'onore dalle fatiche, è nata e radicata in molti una perversa opinione che alla Chiesa non si convenga signoria. E non veggono che il Signore Iddio non diede altri giudici nè signori al popolo suo che i sacerdoti, e che dimostrò molto sdegno che dimandassino i re: benchè i figliuoli di Samuele, che allora reggevano, fossero divenuti ingiusti; altri sono che si scandalizzano che la Chiesa abbia rendite e ricchezze, dicendo che questa è una nuova usanza, introdotta dall'avarizia dei preti contro i costumi della primitiva e santa Chiesa. Intorno alla quale opinione, lasciando da parte il giudizio che, senza alcuna autorità, così temerariamente fanno, ho sempre, come nelle altre proposizioni, avuto grandissima meraviglia del molto ardire e della poca vergogna, che altri hanno, di affermare quello che non sanno; di che si ha il contrario, leggendosi sopra ciò il decreto di Urbano I, papa e martire, già 1300 e più anni fa, dove racconta il costume della primitiva Chiesa di vendere tutto quello che l'era dato, e dispensarlo a' poveri; e come poco poi fu mutato in meglio, ritenendo i beni, e dispensando le entrate; e questo costume egli comanda che s'osservi. Senza che, molto innanzi d'Urbano, si legge nei decreti di Pio I della consuetudine stessa della possessione de' beni stabili, e se ne tratta come di cosa antica; in modo che è manifesto che arriva fino a' tempi degli apostoli. Nondimeno per l'ignoranza, e forse per la malignità di alcuni, non si distingue dalla cosa in sè, all'abuso di quella. Anzi essendo cessata la dispensazione che diede Urbano, già è qualche numero d'anni che non sieno lasciati più alla Chiesa città o castella, nè poderi nè case; ma questo è proibito in alcuni luoghi per legge; come per esempio in Inghilterra, già molti e molti anni prima che levasse l'ubbidienza alla sede apostolica. E ormai in ogni provincia s'è perduta gran parte de' beni che la Chiesa possedeva, e l'ubbidienza ancora; e si è acceso, in persone poco convenienti a questa maniera di vita, un iniquo desiderio di beneficj, e insieme una gran volontà ne' principi temporali di poterne disporre; contro il decreto di Simplicio I, già 1084 anni, e di Gregorio VII nel concilio Lateranense e di Urbano II. Perchè essendo venuti i beni ecclesiastici nell'estimazione che sono i beni temporali, dall'una parte i principi li reputano per loro; i buoni, ingannati dalla credenza che hanno di persone, meglio che qui non si farebbe; i non buoni dal desiderio di avere, e da una certa comune rabbia di usurpare ogni giurisdizione. — Non dico che di questi beni non si fanno tutti quei contratti che si fanno de' beni temporali, e quelli che hanno i beneficj non vogliono ritenerli per altro che per beni proprj, non che facciano l'officio, e dispensino bene e dirittamente l'entrata; anzi che questa Corte serve per isfogamento a quelli, che, gonfj di superbia e di speranze, non potendo capire negli alvei delle loro patrie, a guisa di fiumi rompono in questa repubblica per potersi allargare, e occupar gradi e facoltà amplissime. Di modo che se questa città fosse veramente città, e non più certo una lunga coabitazione di forestieri, simile ad un mercato o ad una dieta, con un continuo flusso, senza congiunzione di parentadi, ne nascerebbero e seguirebbero le sedizioni e i tumulti che son nati e seguiti in tutte le repubbliche, le quali, con la facilità di comunicarsi ad ognuno, hanno, come un perpetuo vento, tenuto accesa l'ambizione. — Ma in questa, per la propria sua forma, non è dubbio ch'è giusta, utile e necessaria una comune partecipazione di tutta la Cristianità; la quale, ben usata, la conserva e accresce, e abusata l'indebolisce e ruina, anche perchè, oltre al resto, ci conduce quantità d'uomini indegni a cercar ordini, onori e ricchezze, l'uso delle quali, conseguite che sono, come di sopra si è detto, necessariamente riesce conforme alle arti e all'animo con cui sono state acquistate.»

Nel discorso medesimo egli tocca del paganizzamento d'allora. «Come innanzi la pestilenza si sente la mala disposizione dell'aere, e la putrefazione degli umori, così ora si scuopre una certa gentilità e nelle opinioni e ne' costumi, che ne dà verisimile indizio; considerando le tante memorie che si onorano, e si rifanno di coloro che furono piuttosto mostri che uomini scellerati. E si passa tanto avanti, che a' figliuoli che si battezzano, molto più volontieri mettono i nomi gentili, che i cristiani; e alcuni lascian quelli che hanno, e quasi sbattezzandosi, ne prendono de' nuovi e de' gentili. Alla quale gravità, non senza gran mistero del giudizio di Dio, si oppose, quando essa prima si scoperse, il pontefice di quei tempi Paolo II (anno 1471); perciocchè questi tali sono come i segni, pe' quali i nocchieri prevedono le future tempeste; e sono di più importanza che le dimostrazioni più espresse delle cose più gravi; perchè nelle cose piccole dove non si teme di esser puniti, non si mette studio di apparenza, e facilmente si vede la segreta inclinazione dell'uomo verso i vizj».

[51.] Telipoligamus. Quid vero mihi das consilii?

Ochinus. Ut plures uxores non ducas, sed Deum ores ut tibi continentem esse det.

Telipoligamus. Quid si nec donum mihi, nec ad se petendum fidem dabit?

Ochinus. Tum, si id feceris ad quod te Deus impellet, dummodo divinum esse instinctum exploratum habeas, non peceabis. Si quidem in obediendo Deo errari non potest.

B. Ochini senensis dialogi XXX in duos libros divisi.

[52.] Rescius, Vita Hosii, lib. III, cap. 6. L'Osio scrisse De hæresibus nostri temporis.

[53.] Il suddetto Graziani, nella vita del cardinale Comendone, ove molte cose pone intorno all'Ochino, dice al lib. I, cap. 9: Ochinus Polonia excessit, ac omnibus extorris ac profugus, cum in vili Moraviæ pago a vetere amico hospitio esset acceptus, ibi senio fessus, cum uxore ac duabus filiabus, filioque una peste interiit. Esso Graziani attribuisce il merito dell'Ochino piuttosto alla dizione che al fondo. Fuit vir non ineruditus, quamquam majori multo verborum quam rerum doctrina excultus, sed patrio sermone (nam latinas literas vix didicerat) in eo quod sciret adeo comptus, ornatusque et copiosus, ut mirum in modum captos specie ac nitore orationis teneret audientium animos. Nam hominum nostrorum plerique conciones, quæ, more antiquitus tradito, de divinis rebus in templis habentur, frequentant celebrantque, non tam quidem quo mentem præceptis cœlesti doctrina haustis instruant ad religionem, ad pietatem excitent, quam quod ducuntur orantis ingenio, et genere illo speciosæ et omnibus undique luminibus omnibus, undique floribus exornatæ atque expolitæ orationis delectantur. Cæterum inde nihilo meliores effecti, plane iidem abeunt, qui venerant. E prosegue descrivendo le arti della falsa eloquenza de' predicatori. Pag. 126.

[54.] Il Sandio, nella Biblioteca Antitrinitaria, dà la nota di tutte le opere dell'Ochino. Noi rammenteremo, oltre le suddette prediche in 3 volumi, a Zurigo 1555, e in-4º senza data, il Dialogo del Purgatorio, 1555; Sposizione sull'epistola ai Galati; Risposta alle false calunnie e impie bestemmie di F. A. Caterino, 1546; Prediche, novene. Laberinto del libero o ver servo arbitrio: prescienza, predestinazione e libertà divina, e del modo d'uscirne. Basilea s. a. tradotto anche in latino. A torto si disse che la traduzione latina de' suoi Trenta dialoghi fosse opera del celebre Castalion. I primi sette furono stampati a Venezia nel 1542-43: Dialoghi VII del reverendo padre frate Bernardino Ochino senese, generale de' frati Cappuccini: e trattano

Vennero poi tutti pubblicati a Basilea nel 1563 da Pietro Perna. Nel XXVIII tratta quo pacto tractandi sunt hæretici, e stabilisce si deva punirli di morte.

[55.] Trovasi anonima nella Vaticana una nota di persone, che sarebbe convenuto mandar col cardinale Contarini nella legazione di Germania, il 1540. E sono il generale de' Conventuali, il maestro del Sacro Palazzo, il Cortese, Pietro Ortiz, il Flaminio, Pietro Martire. Del Cortese, oltre la scienza teologica si loda il bello scriver latino, pel quale pure si pregia il Flaminio, «buon poeta e buon oratore, ben dotto in greco, e per molti anni datosi alla scrittura sacra e dottori antiqui, ben stimato per il commento sopra alcuni salmi». L'Ortiz è vantato come versatissimo nelle quistioni, sebben eccessivo a segno che dapertutto vede eresie. L'anonimo dice non conoscere Pietro Martire, ma il Contarini, secondo riferisce il Flaminio, racconta miracoli della dottrina teologica di esso e della conoscenza del greco e latino, e qualcosa dell'ebraico; il che, soggiunge, è molto da considerare, perchè i Luterani fanno più conto delle lingue che d'altra cosa. Monumenta Vaticana CLXXXIV.

[56.] Florimondo Remond diresse al Vermiglio alcuni capitoli groteschi (Histoire de la naissance de l'hérésie, Parigi 1610, libro III, c. 5) ove, tra altro, dice che a Basilea e a Zurigo egli era tenuto per un mascherato agente del papa.

[57.] Manoscritto del 3 luglio 1555.

[58.] Fu questa lettera tradotta in latino dal Duno di Locarno, com'anche quella Del fuggire nella persecuzione, ove dissipava i dubbj di coloro che si faceano scrupolo del fuggire dal luogo ove Dio gli avea collocati. Sono inserite nei Loci Communes.

[59.] Toccammo nel vol. I, p. 409 e nota 25, delle affinità dogmatiche non solo, ma anche rituali della Chiesa Anglicana colla nostra. Qui basti accennare come il dottor Pusey, nell'immutabile suo Eirenikon che leva adesso tanto rumore, professa che, «fondandosi sulla base delle parole di Gesù Cristo, Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue della nuova alleanza; chiunque mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, la Chiesa anglicana crede che il corpo e il sangue di Gesù Cristo, creatore e redentore del mondo, Dio e uomo, indivisibilmente unito in una sola persona, sono dati, presi, mangiati, ricevuti dai fedeli nella Cena, sotto la forma visibile del pane e del vino, che per questa ragione chiamasi la comunione al corpo e al sangue di Cristo: essa crede che l'eucaristia non è il segno d'un corpo assente, e che i partecipanti ricevono, non una semplice figura, un'ombra, un segno del corpo di Cristo, ma proprio la realtà».

Il rev. Giorgio Bowier, in un discorso tenuto a Birmingam il 1866 alla riunione delle congregazioni cattoliche, mostrò come la sapientissima Inghilterra che imputa d'ignoranza Roma, avesse preso da questa e il calendario riformato, e le leggi intorno al matrimonio, copiando tutte le providenze stabilite dal Concilio di Trento per certificare le nozze.

[60.] Un costui discorso ai sollevati del Devonshire trovasi nella biblioteca del Corpus Christi College a Cambridge, colla nota, Hic sermo prius descriptus latine a Petro Martyre.

[61.] Fra altri: Diatribe de hominis justificatione, edita Oxoniæ in Anglia, anno 1550, adversus P. M. Vermelium, olim cartusianum in Italia, nunc apostatam in Anglia, acerrimum improborum dogmatum assertorem, sed imperitum et impudentem cum primis, per Ricardum Smythæum anglum. Lovanii 1550.

[62.] Nella casa del Capitolo della Chiesa del Cristo trovasi in varj scritti menzionato il Vergerio, e in uno si dice: Petrus Martyr Vermilius florentinus, magnus ille et re et nomine theologus, secundus post mortem Haynesii in hac 1 præbenda præbendarius, 1551, et regis Eduardi VI, 4; januarii 20. Cum aliquandiu publicæ theologiæ lectioni, ut cum summo Protestantium applausu, ita non sine summa pontificiorum indignatone incubuisset, dedit Eduardus VI hanc præbendam, ut susceptum munus majori cum alacritate obiret.

[63.] Ep. Zanchii, 13 luglio 1561.

[64.] At noster Martyr, tum primum loqui exorsus italico sermone ut a regina intelligi posset, rem totam ab oro usque ad mala explicavit, et vel invitos ad rem ipsam descendere coegit. Ep. ad Calvinum, 159.

[65.] 12 settembre. Loci communes, pag. 1137. Il cardinale Commendone scriveva al Borromeo: «Frà Martire ha di continuo adito aperto alla Regina, e sebbene non dubiti della buona mente di S. M., temo nondimeno ciò portare gran pregiudizio alla causa, sgomentando li Cattolici, e dando ardire agli eretici».

[66.] I Riformati apponeano ai Luterani che il corpo di Cristo non può trovarsi nell'eucaristia, poichè esso siede alla destra di Dio padre. Lutero e i suoi, per eluder l'objezione, dissero che il Redentore è presente dapertutto anche come uomo: opinione che poi venne sostenuta da Giovanni Brenz, e accettata nel simbolo luterano, nel libro della Concordia. L'opinione di questi Ubiquitarj legavasi con quella degli antichi Eutichiani, che diceano l'umanità, come la divinità di Cristo, trovarsi dapertutto, sin nell'inferno. La maggior parte dei Luterani sono ubiquitarj. Vedi Johan Brenz, nach gedruckten und ungedrukten Quellen, von J. Hartmann und K. Jager, 1841.

[67.] Locorum Communium Theologicorum; Tomi tres, Basilea 1580, 81, 83.

Ecco le Opere principali di Pietro Martire, oltre i commenti a molti libri sacri:

Una semplice dichiaratione sopra gli XII articoli della fede cristiana. Nella inclita città di Basilea, l'anno 1544. Tradotto in latino col titolo Symboli expositio.

Defensio doctrinæ veteris et aposlolicæ de s. Eucharistia. Zurigo 1551.

Dialogus de utraque in Christo natura, 1561.

Tractatio de sacramento Eucharistiæ, habita in celeberrima universitate Oxoniensi. Londra 1540, ristampata più volte.

De votis monasticis et cœlibatu sacerdotum.

Defensio sui contro R. Smithei duos libellos de cœlibatu sacerdotum, 1559.

Aristotelis etnicæ cum illis in sacra scriptura collatæ, 1555.

In librum Samuelis comment. Zurigo 1564.

In librum Judicum comment. Zurigo 1565.

Preces ex salmis Davidis desumptæ.

An Deus sit causa et author peccati.

An missa sit sacrificium.

Oratio de utilitate et dignitate sacri ministerii.

Oratio de morte et resurrectione Christi.

Adhortatio ad cænam Domini mysticam.

Epistolæ duæ ad ecclesias polonicas, J. C. evangelium amplexas, de negotio stancariano, et mediatore Dei et hominum J. C., an hic secundum humanam naturam dumtaxat, an secundum utramque mediator sit. Zurigo 1561.

Loci communes sacrarum literarum. Zurigo 1563: poi a Ginevra 1626, con premessa l'orazione funebre del Simler.

Precum ex psalmis libellus; postumo, come i seguenti.

De libero arbitrio. De prædestinatione. Zurigo 1587.

Epitome defensionis adversus Stephanum Gardinerum.

Confessio de cœna Domini exhibita senatui argentoratensi.

Sententia de præsentia corporis Christi in Eucharistia, proposita in colloquio Passiaco.

Epistolæ de causa Eucharistiæ, ad virum quemdam magni nominis.

Epistole partim theologicæ, partim familiares.

La biblioteca di Ginevra serba varj trattati di Pietro Martire, fra altri: «On demande si nous qui faisons profession de la religion reformée, avons bien fait de nous séparer de l'église romaine». Molte di queste opere furon tradotte in inglese ed in altre lingue.

[68.] Il Vergerio scriveva al duca Alberto il 12 dicembre 1562: Diem obiit suum D. Petrus Martyr italus, propter evangelium exul, vir doctissimus: vix fuit similis. Teodoro Beza gli fece quest'epitafio:

Tuscia me pepulit; Germania et Anglia fovit,
Martyr, quem extinctum nunc tegit Helvetia.
Dicere quæ si vera volent, re et nomine, dicent:
Hic fidus Christi, credite, Martyr erat.
Utque istæ taceant, satis hoc tua scripta loquuntur:
Plus satis hoc Italis exprobrat exilium.

[69.] Il dottor C. Schmidt, professore di teologia a Strasburgo, nella raccolta delle Vite e opere scelte dei padri e fondatori della Chiesa riformata, stampò quelle di Pietro Martire (Elberfeld 1858), e nella prefazione dice che esso è una delle più segnalate personalità del tempo della Riforma, avendo esteso la sua attività all'Italia, a Strasburgo, all'Inghilterra, a Zurigo, alla Francia, fin alla Polonia; e pochi aver operato tanto per la fondazione e il consolidamento della Chiesa riformata. Si valse di molte sue lettere, parte stampate, parte giacenti a Gota, a Zofingen, a Ginevra, e principalmente nella raccolta dr Simler a Zurigo.

[70.] A pag. 404 del vol. I portammo le congratulazioni, che di ciò gli faceva il Flaminio.

[71.] Giovanni Fabrizio da Coira scriveva al Bullinger il 21 marzo 1558, raccomandandogli caldamente il marchese: Rem aggressus est valde difficilem, et cujus simile exemplum apud nostros non extat, ut is scilicet in civem recipiatur, qui alibi quam apud nostros subsistere cogitur. Wen er sich hätte wöllen in Pündten (Bunden, Le tre leghe) niederlassen, väre es besser darzu z' reden. Altre lettere portano raccomandazioni per esso, e il suo viaggio in Valtellina, poi in Illiricum, ubi censet se uxorem suam inventurum.

[72.] Esiste il processo verbale di ciò nel Registre tenu par M. Jean Pirrault: compagnie des pasteurs à Génève.

[73.] Epitaffio del Caracciolo:

Italiam liqui patriam, clarosque penates,
Et lætam antiqua nobilitate domum;
Cæsareaque manu porrectos fortis honores
Contempsi, et magnas marchio divitias,
Ut te, Christe, ducem sequerer, contemptus et exul,
Et pauper varia pressus ubique cruce.
Nam nobis cœli veros largiris honores,
Et patriam, et census annuis, atque domos.
Excepit profugum vicina Geneva Lemanno,
Meque suo civem fovit amica sinu.
Hic licet exigua nunc sim compostus in urna,
Nec claros cineres alta sepulchra premant,
Me decus Ausoniæ gentis, me vera superbis
Majorem pietas regibus esse facit.

Epitaffio di sua moglie:

Vix, vix undecies repararat cornua Phœbe,
Conspicitur tristi funus in urbe novum.
Anna suum conjux lacrymis venerata maritum,
Indomito tandem victa dolore cadit.
Illa sui cernens properantia tempora Lethi,
Dixit, tunc demum funere læta suo:
Quam nunc grata venis, quam nunc tua jussa libenter,
Mors, sequor, ad sedes nam vehor æthereas,
Hic ubi certa quies concessa laboribus, aura,
O conjux, tecum jam meliore fruar.
Pectore quem toto conceperat illa dolorem
Sola superveniens vincere mors potuit.

[74.] Conosciamo la Risposta a Pietro Vireto, a Nicolò Balbani et a due altri heretici, i quali hanno scritto contro il trattato della messa di Antonio Possevino. Avignone, Rosso, 1566, in-16º.

Il nostro Caracciolo non è tampoco nominato nella Biografia Universale.

[75.] Vedi M. Youngh, Aonio Paleario, vol. I, 48.

[76.] Nella Magliabechiana sono manoscritti (Classe VII, 346) dei versi latini sopra la regina Margherita quando tornava in Francia.

O patria, o arces, o dulcia tecta parentum,
Unde avus, unde pater, tres unde ex ordine fratres
Scepta tulere mei, mene o agnoscitis, arces?

[77.]

Nam tot Ferraria vates
Quot ranas tellus ferrariensis habet.

Barth. Pag. Prignani.

[78.] Summæ pars I, Tit. VIII, c. II.

[79.] Queste lodi deduciamo dal guascone Brantôme, poi dal Varillas, che di quello esagera le iperbole, come un gazzettiere moderno.

[80.] Peraltro Marot diceva:

De lutheraniste ils m'ont donné le nom:
Que droit ce soit je reponds que non.

I salmi di Marot furono stampati coll'approvazione della Sorbona e della facoltà teologica di Parigi, colla solita dichiarazione che non vi si conteneva nulla di contrario alla Chiesa cattolica.

Fra le sue poesie n'ha una intitolata A' suoi amici quando, lasciata la regina di Navarra, fu ricevuto nella casa e stato di madama Renata duchessa di Ferrara.

Mes amis, j'ay changé ma dame:
Une autre a dessus moy puissance,
Née deux fois, de nom et d'ame,
Enfant du roy par sa naissance:
Enfant du ciel par connoissance
De celuy qui la sauvera,
De sorte, quand l'autre saura
Comment je l'ay telte choisie,
Je suis bien sur qu'elle en aura
Plus d'aise que de jalousie.

Nell'ep. XLIX dice quel che ha imparato in Italia:

Depuis un peu je parle sobrement,
Car ces Lombards avec qui je chemine
M'ont fort appris à faire bonne mine,
A un mot seul de Dieu ne deviser,
A parler peu, et à poltroniser.

[81.] Una colonna in Aosta porta: Hanc Calvini fuga erexit anno 1541: religionis constantia reparavit 1741.

[82.] Lettere di Calvino, Tom. I, p. 44, 34.

[83.] Nella Biblioteca imperiale di Parigi, Cod. 8645, carte 56.

[84.] Lettera del 10 maggio 1563. Nella biblioteca di Modena si conserva un bel codicetto di preghiere della Renata, ov'essa è rappresentata tutta vestita d'oro e con un velo pur d'oro in testa. Vedi Mem. della Deputaz. di Storia Patria di Modena, Vol. II, 1864. Nel castello si indica una cappella, fatta costruire da lei, con cornice e lastre di marmo in giro, per modo che non si potesse mettervi statue o immagini.

[85.] Lettere di Calvino raccolte da G. Bonnet. Parigi 1855, tom. II, p. 553.

[86.] Sul Calcagnino caddero i soliti dubbj, come accennammo; ma Erasmo gli facea congratulazioni pel suo lavoro sul libero arbitrio. Libellus tuus de libero arbitrio, mi Celi, usque adeo mihi placuit etc.: il qual libro però dal Barotti suo biografo è attribuito al domenicano Vincenzo Giaccari di Lugo, ad istanza del Calcagnini. Questi mostrossi sulle prime favorevole al divorzio di Enrico VIII che ne lo interrogava, ma consigliatosi con buoni cattolici, cangiò sentenza.

[87.] Olimpiæ Moratæ fœminæ doctissimæ ac plane divinæ opera omnia quæ hactenus inveniri potuerunt cum eruditorum testimoniis et laudibus. Quibus Cœlii Secundi selectæ epistolæ et orationes accesserunt.

Nell'epitafio della Morata, il Curione mescola Dei e Cristo.

Qui sparsum violis humum, viator,
Panchæoque stupes odore passim
Fragrare omnia, jam benignus audi.
Treis nosti Charites, novemque Musas
Scriptis precelebres vetustiorum:
Quei quantum est alibi venustioris
Artis vel lepidæ eruditionis,
Harum pectora nutriente Phœbo, flata
Illo, quem perhibet chorus sacrorum
Vatum de ætheriis plagis venire,
Consensu tribuunt pari poetæ.
Hoc quam forte putas tegi sepulcro,
Musarum decima est, Charisque quarta.
Hanc quod progenitam ferunt Olympo
Vatem, Pallas Olimpiam vocavit.
At cur Fulvia nomen inditum illi est?
Fulvi scilicet hæc quod instar auri
Explorata malis laboriosis,
Et fatis agitata sæpe duris,
Auro purior attamen reperta est:
Seu fulvæ quod avis modo, beatos
Inter vivere cœlites sueta,
Terras liquerit ocyus jacentes.
Quod vero ingenio valens sagaci
Raris dotibus ingeni puellas
Inter fulserit eruditione,
Castis prædita moribus bonisque,
Morata est ideo vocata vulgo.
Hanc Christus Dominus dedit videndam
Terris: at simul ac flagrare vidit
Hanc desiderio sui, repente
In cœlum rapuit, sibique junxit.
Firmo fœdere connubi ligatam
Qui cum nunc placidam capit quietem
Consors perpetua beatitatis.
At tu vive, vale diu, viator,
Virtutemque animo colas probato,
Quæ te sola potest beare cœlo.

[88.] Nuntiatura Germaniæ, vol. IV.

[89.] Varie lettere del Vergerio per promuovere il Concilio si trovano nella preziosa raccolta di documenti che, per tesser una nuova storia del Sinodo Tridentino, avea preparata il padre Alberto Mazzoleni, e che ora in cinquanta volumi sta nella Biblioteca di Trento, rimanendone ancora tre in quella di Bergamo.

[90.] Codice della Biblioteca Vaticana, 3914, fol. 263 e seg.

[91.] Rob. Vancopius Paulo III; Vormatiæ 17 novembre 1540.

Die V hujus mensis Vormatiam venit episcopus Justinopolitanus Catholicorum et Protestantium commercio ac colloquio (utrisque etiam ad commessationes sæpius invitatus) quamdiu hic fuit usus est. Putabatur a Germanis mandato christianissimi regis advenisse: ego ut id credam adduci non possum: fatebatur tamen se a majestate sua mille ducatis donatum, et ejusdem se servum esse. Nell'Archivio Vaticano, Nunciatura Germaniæ, VIII, 19.

[92.] Arch. Vat. Nunciat. Germaniæ XV, 306. Ivi stesso VIII, 281, Giovanni Poggio al 5 febbrajo 1541 scrive al cardinale Santa Croce: «Desidero saper da quella come mi ho da governar col Vergerio, esoso qua sopra modo»,

[93.] Nell'archivio di Firenze fra le carte Cervini, filza IV, fol. 118.

[94.] Ottonello Vida, che dal Caracciolo, nella vita di Paolo IV manoscritta, è detto «locotenente del Vergerio nella scola eretica», e che è noverato nell'Indice tridentino fra gli autori proibiti di prima classe, ad esso Vergerio scriveva confortandolo perchè tornasse alla sua diocesi, offrendosi disposto di andarlo a trovar in Germania, «non con intenzione di venire un'altra volta in peregrinaggio a cercare con infiniti incomodi e pericoli di quelle comodità e riposi, che poi ci tengono in continua soggezione e servitù: ma io mi era disposto, come geloso dell'onore, e della salute di vostra signoria e della nostra insieme, di venire a trovarla per rimoverla da quel fiero pensiero, il quale n'ha condotti tanti a perdizione, e col quale mi pareva ch'ella si fosse partita d'Italia; cioè di volere invecchiare nelle speranze delle Corti. Ma ora, che ella mi scrive di aver ben considerato il caso suo, e, poste sulle bilancie le ragioni dell'una e dell'altra parte, aver deliberato di al tutto chiuder l'orecchie a' canti delle Sirene delle Corti e del mondo, e di ridursi nel suo tranquillo porto, io mi trovo tanto di lei soddisfatto, quanto io mi trovai mesto e sconsolato al suo dipartire, quando ella mi lasciò in Ferrara. E perchè molte fiate avviene che l'uomo si dispone a voler fare qualche buona opera, e poi, da qualche nuovo accidente disturbato, cessa, e da quel buon proponimento si rimuove, però, quantunque non sia da temere che ciò nella costanza di vostra signoria abbia a cadere, pur non mi rimarrò di ancora ammonirla e ripregarla, che per l'amor di Gesù Cristo voglia con pronto effetto eseguire ciò, che per ispirazione divina è stato da lei saviamente deliberato; e voglia sopratutto considerare, che, avendola il signor Dio, dal quale procede ogni podestà e autorità, proposta alla cura di questo suo gregge, non si può addurre, nè immaginare ragione alcuna, per la quale ella debba o possa mancare da tal ufficio, e contravvenire alla volontà sua. Egli ci ha fatti nascere tutti in questo mondo negoziosi, e a ciascuno secondo il suo stato ha assegnato l'ufficio suo, e posta dinanzi agli occhi la via, alla qual abbiamo a camminare verso la salute nostra. Dobbiamo adunque ciascuno di noi esercitare nell'ufficio nostro, ed isforzarne di far bene la parte nostra, e persistere, come dice l'apostolo, nella vocazione, che Dio ci ha chiamati; e chi far vuole altramente, lasciar il suo, per occupar l'altrui ufficio, e uscir del suo proprio sentiero, questi perturba l'ordine di sua divina maestà, ed erra fuor di strada, come vagabondo e perduto; nè mai pervenirà a quel fine, al quale è stato da Dio creato.

«E per dir di vostra signoria (benchè ella meglio di me tutte queste cose intenda) ella è stata prima da Dio, che da alcun papa, eletta vescovo di Capodistria. L'ufficio del vescovo è essere vigilante sopra l'anime de' suoi diocesani, e guardarle, e ben custodirle dai pericoli del mondo, e dalle insidie del maligno spirito. Oltre che, anche egli deve prima custodire la sua, come ciascuno di noi la nostra, e perciò i vescovi dal Salvator nostro son chiamati pastori. Il buon pastore non lascia mai le sue pecore incustodite e senza guida, per andare in lontani paesi a guardare l'altrui. Egli si sta con loro giorno e notte, sollecito e vigilante, e mette la vita per loro ne' pericoli, e sempre provvede che elle non siano contagionate da morbi, depredate da ladri, divorate da lupi, e siano difese dal caldo e dal gelo, ed abbiano sempre buoni pascoli, e copia di buone erbe e buone acque, e tutto ciò che fa loro di bisogno. Il che come potrà quel pastore, che non le ama, non le vede nè mattina nè sera, e non le conosce? Come farà egli l'ufficio, al quale Dio l'ha chiamato? Bisogna adunque che, così il vescovo come ciascuno altro, anzi più esso che ciascun altro (perchè ha da regger anime redente col sangue del Figliuol di Dio) attenda al suo proprio ufficio, e si sforzi con ogni studio di farlo bene, e di adempire la volontà del sommo fattore, nè si metta a seguire il maluso de' nostri tempi, e di que' vescovi, i quali, vinti dall'avarizia e dall'ambizione, di niuna cosa manco si pensano che di stare alle residenze, e cercare la salute dell'anime a loro commesse, e poi non potendosi altramente difendere, in escusazione allegano la mala consuetudine, come faceva quel buon prelato, amico di vostra signoria, il quale, molto in vero accortamente, da questa imputazione si difendeva dicendo, che egli non intendeva d'essere obbligato di stare al suo vescovato, perciocchè, quando egli fu creato vescovo, non era questa usanza che i vescovi facessero residenza alle diocesi, anzi tutti solevano stare a Roma (come si fa oggidì da molti) a procurare altri onori e beneficj; e che, essendo eletto a quei tempi e sotto quella fede, non gli pareva onesto che questa (siccome egli diceva) nuova legge dovesse far pregiudicio alla libertà sua: e aggiungeva aver udito, che con questa ragione alcune buone monache avevano similmente ottenuto di poter vivere a lor modo, senza pericolo d'essere riformate: perciocchè anche esse dicevano d'essere entrate ne' monasteri, a' tempi che si viveva in più libertà; e che non era tanto gran miracolo se alcuna di loro aveva qualche volta pratica con un uomo. Vane sono e troppo apertamente sciocche (acciò che io non dica empie) queste escusazioni: conciossiachè non si possa chiamar consuetudine la depravata usanza, per la quale si contravviene all'ordine del sommo opifice; onde cessano similmente quelle altre ragioni, che scrivete, di quei nostri cardinali, che pajono nella prima vista un poco vere e urgenti: cioè, che sia meglio vostra signoria attenda alla riformazione di tutta la Chiesa, la quale ora ne ha bisogno, che alla conservazione della sola sua diocesi. Ognuno sa che tutte le patrie e diocesi di cristianità hanno i lor vescovi, i quali sono tenuti aver cura ciascheduno della sua: hanno poi i vescovi i suoi metropolitani, l'officio de' quali è procurare tra le altre cose, che i vescovi a loro soggetti se ne stiano alle residenze loro, e custodiscano diligentemente i loro greggi. I metropolitani anch'essi hanno sopra di loro il sommo pontefice, l'officio e cura del quale è universale sopra tutta la Chiesa di Dio; la quale poi egli come supremo e sempiterno capo, col suo santo spirito regge e governa. Questi officj, siccome sono tutti distinti e separati l'uno dall'altro, così deve ciascuno conoscere il suo, e a quello intendere gli spiriti, e indirizzare tutte le operazioni sue: che così l'ordine richiede, da Dio instituito, nè deve alcuno contravvenir a questo ordine, nè lasciar il suo per ingerirsi nell'altrui officio, che ciò sarebbe, come ho detto di sopra, guastar l'ordine, e riprendere Dio, e mostrar di saper ordinar le cose meglio di lui; il che è non solo inconveniente ma abbominevole, che, come dice l'apostolo, se il piede dicesse al capo, Io voglio esser capo, e la mano all'occhio, Io voglio esser occhio, così similmente discordassero gli altri membri; non potrebbe l'uomo sostentarsi, nè durare in vita.

«Il governo della Chiesa universale appartiene al sommo pontefice: il quale, perciocchè è gravissima impresa, è stato ben istituito (benchè se ne dica da' Tedeschi in contrario) ch'egli abbia tanti cardinali al lato; col consiglio e ajuto de' quali possa provvedere a tutti i bisogni di quella, e adempiere l'officio suo. Ma saria ben necessario che questi cardinali e assistenti del sommo pastore, e consiglieri suoi nel governo universale della santa Chiesa, fossero anche essi assidui e diligenti a quell'officio; e nelle consultazioni quotidiane si sforzassero di preporre sempre le cose utili alla conservazione e augumento della santa sede, e di investigare de' rimedj contra l'armi d'infideli, contra le eresie, e contra le discordie de' principi cristiani: e perciò bisognerebbe che tutti fossero uomini di santa vita e di singolar dottrina, e non avessero nè vescovadi, nè particolar carico d'alcuna diocesi, perciocchè avendolo, bisognerebbe che anche essi stessero alle loro residenze, e attendessero a quella cura. Ma posto che il sommo pastore nè per sè, nè con l'altrui consiglio potesse o sapesse fare tutto ciò che si converrebbe, e che per tal difetto le cose della fede e della Chiesa di Cristo patissero delle scisme e degli incomodi: in tal caso sarebbe ben il dovere, che, se per fare una generale provvisione gli arcivescovi e i vescovi e gli altri prelati fossero chiamati come ad un consiglio, dovessero allora lasciare le loro diocesi, al meglio che potessero custodite, e prontamente tutti convenire al luogo destinato; dove, secondo che fossero dallo Spirito Santo ajutati, avessero a provvedere a quell'urgente bisogno. Ma altramente non dovriano mai da se stessi, e senza esser chiamati e con comandamenti costretti, abbandonar la cura de' loro popoli.

«Il Salvator nostro, il quale ha il governo sempiterno della santa Chiesa, ci ha promesso di sua bocca di mai non l'abbandonare, anzi di starsene con lei fino alla consumazione de' secoli, e s'egli mantiene la fede e l'obbligo, nè cessa dal suo officio, meno devono i terreni pontefici mancar dal loro, per supplir agli altrui difetti. Che se, mancando il sommo pontefice dal suo officio, volessero i metropolitani assumer essi il carico del governo universale, e lasciare la cura de' vescovi e delle diocesi a loro soggette, e i vescovi similmente lasciassero il governo de' loro popoli; e i privati mancassero delle buone opere; e così cessasse ciascheduno dal suo officio, chi non vede che ciò sarebbe deformare, non reformare lo stato della Chiesa universale? Siccome all'incontro, se tutti i particolari stessero nel loro officio, l'universale stato sarebbe perfetto, e non avrebbe bisogno d'altra riformazione.

«Facciamo adunque noi tutto ciò che possiamo per adempire quell'officio, al qual Dio ci ha deputati, e preghiamo nelle orazioni nostre sua divina maestà (siccome egli ci ha insegnato) che similmente dagli altri si faccia sempre la volontà sua: perciocchè non avrà alcuno da rendere ragione nel supremo giorno, se non del suo officio e della sua negoziazione; non avrò io, nè alcun altro da render conto del vescovato di vostra signoria, nè essa avrà da render ragione delle operazioni del papa, nè de' re, nè de' cardinali, ma ben delle sue e di quelle dei suoi diocesani, se per colpa, o negligenza di lei saranno pericolati, o infettati di qualche morbo, e usciti dalla via diritta. Sicchè, per fare omai fine, mandate, monsignor mio, ad effetto la santa deliberazione vostra, e non vogliate, per far l'officio altrui, lasciare il vostro; per giovar a persone strane, offendere la patria vostra; per seguir i signori e i re del mondo, abbandonare il signor del cielo e il re delle anime nostre.

«La patria nostra, molte volte ne' tempi passati si è doluta di essere stata abbandonata, e per lunghi intervalli di tempo destituta dalla presenza de' suoi vescovi, i quali, perciocchè erano forestieri e di lontani paesi, potevano pretendere qualche adombrata scusa, ma non vera. Ma voi, al quale Domenedio ha dato in governo quella città, che è medesimamente patria vostra, nella quale siete da tutti i buoni tanto amato e stimato; non avete ragione nè escusazione alcuna di dover stare da lei lontano; anzi dovete, tutto acceso di doppia carità, stare assiduamente alla residenza vostra; e con la presenza e con la vostra buona dottrina e col buono esempio, consolare, ammaestrare e confermare nella via di Dio e nelle buone operazioni i nostri compatrioti, a noi e di sangue, e di benivolenza tanto congiunti, siccome cominciaste a fare negli anni passati, che molte fiate con le prediche e buone ammonizioni vostre ci empieste tutti d'una gran consolazione e speranza. E ora perchè mancare, o monsignore, di quel santo vostro principio? Ma spero nel signore Iddio, che non mancherete più lungamente, e che eseguirete senza dimora alcuna la deliberazione vostra: e io per nome di tutta la città nostra supplichevolmente prego vostra signoria che così voglia fare, e che voglia eziandio prendere in buona parte tutto ciò, che io ho qui troppo presuntuosamente scritto..... »

[95.] Lettera piissima di Flaminio a suo cugino Cesare. Roma 15 febbrajo 1544.

[96.] Nec enim puduit eum, scelus omnium turpissimum, sed per Italiam nimis notum atque Græciam, celebrare laudibus. Sleidan, De statu religionis et reipublicæ, all'anno 1548.

[97.] «Pare a me che grande ingiuria mi sia stata fatta quando il legato Della Casa mandò in Capodistria con molto scandalo di tutto quel popolo i pubblici sbirri cercando per tutta la casa mia. Io aveva di que' libri, e mandò a far questo rumore appunto in tempo ch'io era al Concilio di Trento». Le otto difensioni del Vergerio.

[98.] Vergerio, Ritrattazione.

[99.] E 'l contrario, tutti lo maledicevano per non haver tolto li Santi Sacramenti, salvo i Luterani.

[100.] Pii, qui s'intendono questi nuovi cristiani.

[101.] Idest lutherana.

[102.] Cioè la dottrina luterana; e così non fosse! Hic labor, monsignor reverendissimo.

[103.] Idest opinione luterana.

[104.] Oh bella fede viva sopra i sacramenti della Chiesa.

[105.] Da animale.

[106.] Per superstizione ed ipocrisia s'intendono le cose della Chiesa.

[107.] Cioè seculari luterani.

[108.] S'intendono le raccomandazioni dell'anima, che fanno li sacerdoti.

[109.] Cose esterne s'intendono i sacramenti e cerimonie sante de' Cristiani.

[110.] Lasso un'altra parte della littera, dove lo autore descrive come il vescovo Vergerio si è deportato in tollerar la morte del fratello. È cosa goffa, e non al proposito.

[111.] Lo Zilioli, in vite di letterati contemporanei, manuscritte nella Marciana, racconta che la madre di G. B. Sanga poeta, volendo dar morte a una fanciulla amata da questo, preparò un'insalata velenosa: e avendone mangiato anche il Sanga e Aurelio Vergerio, morirono.

[112.] È nelle suddette carte Cervini, filza IV, foglio 120.

[113.] Nel carteggio mediceo dell'archivio di Firenze son lettere da Trento del Serristori 1549 e del Buonanni e del Pandolfini da Venezia del 45 e 46, che parlano del vescovo di Capodistria, della sua venuta a Trento, della proposizione di torgli il vescovado.

«L'episcopo di Capodistria è venuto al Concilio, rimettendosi in tutto e per tutto al giudizio del Concilio. Li legati non l'hanno voluto accettare, ma gli hanno detto che stia absente di Trento finchè avessino sentita il papa. Il che hanno fatto, ma non è venuto risposta. Non sappiamo se lui è partito, ovvero stia segreto in qualche casa. Questo fatto ha dispiaciuto a molti, massime al cardinale di Trento, quale vi so dire che ha gran fervore.»

[114.] «Pare a me che sia onore e reputazione della Chiesa e della fede nostra santissima e piena di grazia e di maestà il repudiar queste baje, e dire arditamente ch'elle non son vere».

[115.] Francisci Spieræ qui, quod susceptam semel evangelicæ veritatis professionem abnegasset damnassetque, in horrendam incidit desperationem, historia: a quatuor summis viris summa cum fide conscripta: cum cl. vir. prefationibus Cœli Secundi C. et Jo. Calvini et P. P. Vergerii apologia: in quibus multa hoc tempore scitu digna gravissime tractantur (senza data ed anno). Franc. Spiera's Lebensende von C. L. Roth., Nurimberga 1829.

[116.] Il Xist non conobbe il processo del Vergerio, vedi pag. 123. Il dottor Kandler di Trieste mi assicura che si trovi nell'archivio generale di Venezia, venutovi dall'archivio dell'Inquisizione della fede. Io non potetti rinvenirlo.

[117.] Al duca Alberto, il 6 febbrajo 1563, scrive: Mitto libellum Savonarolæ itali, qui ante LX annos obiit, in psalmos tres: accepi a meo principe. Delectabit et juvabit libellus; utinam istic spargeretur. Esset enim operæ pretium ut in Poloniam quoque et Lituaniam istinc penetraret.

[118.] Luigi Lippomano veneto, dopo molte nunziature, era stato mandato a quella di Polonia, ove i settarj dicono si mostrasse crudelissimo con loro, e che, per cominciare, facesse perseguitar gli Ebrei, col pretesto avessero da un'ostia consacrata cavato una fiala di sangue per servirsene a sanar la ferita della circoncisione; col che ravvivò nei credenti il dogma della transustanziazione.

Del Vergerio parla più volte il cardinale Truchses nelle lettere a Stanislao Osio, che sono fra quelle di Giulio Pogiano. Per esempio, al 9 gennajo 1563, scrive: Me quoque Vergerii, illius desertoris ac perditissimi hominis, nefariæ in te declamationes valde delectant. Nam, etsi nullum tibi ab optimis et summis viris virtutis, prudentiæ, religionis præconium deest, tamen non est leve egregiæ laudis testimonium vituperano illius immanis belluæ: quæ aliquando delapsa in foveam obruetur. Ac tibi quidem jucundum esse debet eundem illum in te perbacchatum esse, qui magnum illum sanctissimumque pontificem Gregorium concidere ausus sit toto volumine.

[119.] A Brunswich, nel 1855, fu stampato P. P. Vergerius papstlicher nuntius, katolischer Bischof, und Vorkämfer des Evangeliums, eine reformations geschichtliche Monographie von Christian Heinrich Xist, evangelichem Pfarrer der Zeit Nürnberg. Egli protesta non voler offrire materia di guerra, ma un saggio sulla Riforma, e la storia d'un uomo conosciuto da pochi, da molti mal conosciuto. Ma è passionato. Aggiunse XLIV lettere tolte dall'archivio di Königsberg. Ma altre furono indicate nella Biblioteca di Zurigo da M. Young nella Vita di Aonio Paleario (Londra 1860). Vedasi anche Apologia pro P. P. Vergerio adversus J. Casam. Ulma 1754. Dal catalogo delle opere del Vergerio, noi scegliamo quelle sole che fanno alla materia nostra.

Discorsi sopra i Fioretti di frà Francesco, senza luogo nè anno.

Don Giovanni da Cremona, parafrasi sopra i sette salmi.

Instruzione come si ha da consolar e ammaestrar uno, che sta in pericolo di morte.

Il Catalogo de' libri, li quali, novamente nel mese di maggio dell'anno 1549, sono stati condannati et scomunicati per heretici da monsignor Giovanni della Casa, legato di Venetia, e da alcuni frati. E aggiunto sopra il medesimo Catalogo un judicio e discorso del Vergerio, 1549.

Dodici trattatelli, fatti poco avanti il suo partire d'Italia. Basilea 1549-50.

Le otto difensioni del Vergerio, ovvero trattato delle superstizioni d'Italia e della ignoranza de' sacerdoti etc., pubblicato da Celio Secundo Curione. Basilea 1550.

Al serenissimo re d'Inghilterra Eduardo VI.

Della creazione del nuovo papa Julio III, e ciò che di lui sperare si possa, 1550. De creatione Julii III etc., 1550.

La sontuosissima festa fatta in Roma per la coronatione di papa Giulio III, con la solennità et ceremonia usata nello aprire la porta santa del Jubileo, con commento, 1550. Qua pompa et magnificentia Julius III, P. R. coronatus est, etc., anno 1550.

La forma delle pubbliche orazioni e della confessione ed assoluzione, la quale si usa nella chiesa de' forestieri, che è nuovamente stata instituita in Londra.

A' Principi d'Italia, 1550.

A quelli venerabili Padri Domenicani, che difendono il Rosario per cosa buona, 1550.

Bolla della Inditione e Convocatione del Concilio che si ha da incominciare in Trento al primo di maggio dell'anno 1551. Bulla Julii III Rom. Episc. etc. Cum Commentariolo de Vidae (pseudonimo), verso ex ital. Lingua. Basilea 1551. Tubinga 1553.

Al serenissimo duce Donato, et alla Eccellentissima Repubblica di Venezia, Orazione e Defensione del Vergerio. Da Vico Suprano, a X aprile 1551.

Missæ ac Missalis anatomia, h. e. Missalis enucleatio. Nunc primum (ut ea res purioris fidei cultoribus scitu necessaria ad alias quoque nationes deveniret) e gallica lingua latine versa a. 1551.

Concilium Tridentinum fugiendum esse omnibus piis, 1551, e altre volte.

Il Vergerio a papa Giulio III, che ha approvato un libro del Mutio, intitolato le Vergeriane. 1551.

Operetta nuova del Vergerio, nella quale si dimostrano le vere ragioni che hanno mosso i Romani Pontefici ad instituir le belle cerimonie della settimana santa. Zurigo 1552.

Risposta del vescovo Vergerio ad un libro del Nausea, vescovo di Vienna, scritto in lode del Concilio Tridentino. Poschiavo 1552.

Fondamento della Religione Christiana, per uso della Valtellina, 1553.

Consilium quorundam episcoporum Bononiæ congregatorum, quod de ratione stabiliendæ Romanæ Ecclesiæ Julio III pontifici maximo datum est, 1553 e più altre volte, e tradotto in altre lingue.

Ludovico Rasoro alla abbadessa dello monastero di Santa Giustina di Venetia, sopra un libro intitolato: Luce di Fede, stampato nuovamente in Milano per Giovanni Antonio da Borgo in laude della Messa, 1553.

Stanze del Berna con tre sonetti del Petrarca, dove si parla dell'Evangelio e della Corte Romana, 1554.

Delle commissioni e facultà che papa Giulio III ha dato a monsignor Paolo Odescalco, comasco, suo nuncio et inquisitore in tutto il paese de' magnifici signori Grisoni, 1554.

Catalogo dell'Arcimboldo, arcivescovo di Milano, ove egli condanna e diffama per heretici la maggior parte de' figliuoli di Dio, e membri di Christo, i quali ne' loro scritti cercano la riformatione della Chiesa Christiana. Con una risposta fattagli in nome d'una parte di quei valenti uomini, 1554.

Frà Aleandro Bolognese, in un suo libro stampato in Bologna nell'anno 1550, ha tolto a celebrare per cose verissime, catholice e sante, il concorso de' popoli alla statua et ai muri di Loreto, il sangue uscito fuor dell'hostia di Bolsena, gli altari fatti e consacrati per mano di san Michaele Arcangelo sul monte Gargano, et altre simili facende. Et papa Julio III ha tutto ciò approvato e confermato, onde ogni huom potrà far giudicio lui e la sua Chiesa Romana esser risoluta di volersi mantenere in tutte le consuete sue superstizioni, bugie, idolatrie et errori, in disprezzo deli huomini e di Dio, 1554.

Heus! Germani, cognoscite ex hac Epistola, quid de vobis sentiat et predicet Beatissimus Papa; tum etiam videte quale concilium cum suis creaturis celebraturus sit. Illustrissimo atque optimæ spei Puero D. Eberhardo, illustrissimi Princ. Christophori, D. W. filio primogenito, Munusculum Vergerii exulis Jesu Christi. A. 1554.

Lac spirituale, pro alendis ac educandis Christianorum pueris ad gloriam Dei. Regiomontani, s. a. Nel 1550 fu stampato in italiano a Pavia dalla stamperia Moscheno.

Della Camera et Statua della Madonna, chiamata di Loreto, la quale è stata nuovamente difesa da frà Leandro Alberti, bolognese, e da papa Giulio III con un solenne privilegio approbata. Nell'anno 1554.

De Idolo Lauretano. Quod Julium III, Rom. episcopum non puduit, in tanta luce Evangelii undique erumpente, veluti in contemptum Dei atque hominum approbare. Vergerius italice scripsit, Ludovicus ejus nepos vertit. Anno 1556, e altre volte.

Giudicio sopra le lettere di XIII huomini illustri, pubblicato da M. Dionigi Atanagi et stampate in Venetia, 1554-1555.

Consilium quod olim Paulus IV P. R. adhuc cardinalis S. Pet. Carapha dictus, Pont. Paulo III de emendanda Ecclesia dedit. Argyropolo 1555.

Precedentie alla Apologia della Confessione dello illustrissimo signor duca di Wirtemberga, del Brentio, ove si tratta dell'ufficio de' principi nella chiesa del Figliuol di Dio, dell'autorità della sacra scrittura, delle traditioni della Chiesa Cattolica. Tubinga 1556.

Historia di papa Giovanni VIII, che fu femmina, 1556. — De Papa fœmina, 1560.

Vide quid papatus sentiat de illustrissimis Germaniæ principibus, ac de liberis civitatibus, quæ Evangelio nomen dederunt; in primis quid de tota nostra doctrina, et de ministris ecclesiarum, 1556.

Ordo eligendi pontificis et ratio. De ordinatione et consecratione ejusdem. De processione ad ecclesiam Lateranensem. De solemni convivio, quo cardinales, episcopos atque alios excipit. Tum de pallio de corpore beati Petri sumpto, in quo est plenitudo pontificalis officii. Omnia excerpta verbum verbo ex libro, cui titulus: S. R. Ecclesiæ cerimoniarum libri VI, qui in vaticana secretiore Bibliotheca magna religione et reverentia conservatur. Reliqua etiam, quæ illic in hoc genere latebant, brevi evulgabuntur. Tubinga 1556, 4.

De Gregorio P. ejus nominis I. quem cognomento Magnum appellant, et inter præcipuos Ecclesiæ Romanæ doctores numerant. Invenies hic, candide lector, primum miracula circiter L. verbum verbo ex dialogis, quos ille in ipso adeo pontificatu scripsit excerpta: deinde nonnullos veluti flosculos ex ejus a Jac. a Varagine descriptam. Regiomontani 1556.

Alcuni importanti luoghi tratti fuor dell'epistole di Francesco Petrarca, con tre suoi sonetti, 1557.

Articuli contra cardinalem Moronum, de Lutheranismo accusatum et in carcerem conjectum, a procuratore Fisci et Cameræ apostolicæ, et nomine officii sanctæ inquisitionis instituti. Cum Scholiis, 1558.

Agl'inquisitori che sono per l'Italia. Del catalogo di libri eretici, stampato in Roma nell'anno presente, 1559.

Copia d'una lettera d'Atanasio, dello stato in che è la religione nel principio dell'anno 1559.

Postremus catalogus hæreticorum Romæ conflatus 1559. Continens alios quatuor catalogos, qui post decennium in Italia, nec non eos omnes, qui in Gallia et Flandria post renatum Evangelium fuerunt editi. Cum annotationibus. Pforzheim 1560, e altrove.

In che modo si portino nel tempo del morire quei che ritengono l'obedientia della sedia romana. E in che modo quei che Luterani, ovvero Eretici si chiamano. Con la confession della fede d'un servo di Gesù Cristo, 1560. All'Illustrissimo ed Eccellentissimo Principe e signor, il signor Ercole Gonzaga, chiamato il cardinal di Mantoa, Legato al Concilio di Trento. Che papa Pio IV non fa da dovero, 1561.

Comparation tra 'l Concilio Basiliense e il Tridentino, 1561.

Lettera al signor Francesco Betti, delle insidie che il papa m'ha posto attorno, 1562.

Della declinazione che ha fatto il papato solamente da undici anni in qua. Ai fratelli d'Italia. Ristampato la terza volta l'anno LXII, con qualche aggiunta, specialmente delle cose di Franza.

Ai miei carissimi in Cristo e onorati fratelli della Valtellina, Chiavenna e Piur. Che concilio desiderino gli amatori della renascente dottrina del Vangelo; e che concilio si celebri tuttavia in Trento.

Ai fratelli d'Italia. Di un libro di frà Ippolito Chizzuola da Brescia, 1563.

Risposta ad un'invettiva di frà Ippolito Chizzuola da Brescia, 1565.

Responsio ad librum Antichristi Rom. Regiomontani 1563.

Quod Pius Papa IV, licet concilium indixerit, nihil tamen minus in animo habet, quam profligatam ex Ecclesiis, quæ illum adhuc agnoscunt. Jesu Christi doctrinam restituere, sed pristinos abusus atque idolomanias retinere et confirmare auctoritate concilii (De concilio papæ Pii IV). Tubinga 1563.

Vergerii opera adversus papatum. Era la collezione da lui cominciata, ma dei tre volumi uscì uno solo di 800 pagine, a Tubinga 1573.

[120.] Catalogo.

[121.]

Tubinga 12 marzo 61.

«Ho mandato all'altezza vostra la bolla d'intimazione del Concilio con alcune mie annotazioni, affinchè, come alquanto tempo, mentr'era del tutto cieco, fui versato in queste cose papistiche, manifestassi alcuni luoghi che non facilmente s'intendono. Alcune giova qui ripeterne. Pio IV, con certo quale apparato viene all'intimazione del Concilio, premettendo due bolle: una in marzo passato col titolo «Per conservar la pace, estirpar le eresie e proseguir il Concilio»; l'altra del novembre col titolo «Per l'indulgenza del felice Concilio generale, che s'ha da indire e continuare in Trento» e in questa chiama la dottrina nostra pestifera e perniciosa setta, esiziosa zizzania, falsa e perversa dottrina degli eretici, prava opinione nella fede: e ripete e inculca che noi siamo empj eretici, sprezzatori della religione; ci paragona fino ai Turchi; che gravi ferite recammo alla Chiesa cattolica, e minaccia voler abbattere le nostre riforme. Con tali complimenti il padre santo accoglie le nostre chiese, strappate dalle fauci di lui per grazia di Dio.

«Premesse queste due bolle, promulgò l'intimazione, nella quale ci carica quasi delle stesse contumelie per grazia sua, e spaccia molte cose inonestissime e intollerabili. Fra l'altre, dice di voler celebrare il Concilio generale, quasi tutti i regni e le provincie che dal papato si separarono, debban volarvi; ma non s'aperse di voler continuare il vecchio, come disse in due bolle. Volle certamente ingannare, ma loda i predecessori suoi Paolo III e Giulio III, ciascun de' quali aveva adunato un ingiustissimo Concilio; anzi Paolo III coll'armi avea tentato il compimento dell'appena cominciato Concilio: questi egli loda, di questi vuol continuare i Concilj. E ciò ch'è principale, convoca i suoi stessi, che a Trento non fanno altro, nulla pronunzian di suo, ma soltanto le cose che il papa giorno per giorno manda per la posta (per dispositos equos); attentissimo esclude tutti i nostri, ai quali tolse fin il salvocondotto, dato dal Concilio tridentino. Insomma trae a sè tutta la cognizione della causa religiosa. E non solo queste enormissime cose comprende nella sua indizione, ma molt'altre che qui non è luogo e occasione di riferire.

«Eppure queste, sebben assurdissime, nulla sono se badiamo a quel che seguì.

«V'è gran separazione e quasi divorzio irreconciliabile fra le nostre chiese e il papa. Son quasi venti anni che nessun legato papale venne più agli illustri principi nostri: nè, dopochè io da Clemente VII e da Paolo III fui mandato, credo che altri ci venisse. Ed è da avvertir bene che, quando fui mandato io, nessuna intimazione erasi ancora pubblicata, ma trattavasi solo del luogo, della forma, del modo di celebrarlo; onde la legazione aveva una certa qual moderazione, non era affatto ingrata, eppur nulla ottennero; gli illustri principi rispondeano press'a poco quel che rispondono ora, non aver affare col papa; non verrebbero alla sua intimazione, di far la quale e' non aveva autorità; Cesare avea dato speranza di celebrar il Concilio in Germania; di questo seguirebber essi l'autorità, non del papa. Le quali cose avrebbe dovuto aver presenti Pio IV se voleva mostrar senno. Ma che? Nè volle trarsi in memoria le cose già fatte, benchè da pochi anni, come fanno i savj: nè pare vi fosse tra' suoi consiglieri, cancellieri, segretarj, nè fra i trenta cardinali che sottoscrissero alla bolla, chi lo avvertisse delle cose passate; giacchè, trascurate o dimentiche queste, dopo sparse per tutto il mondo le ingiurie acerbissime che disse contro noi e la nostra dottrina, delegò due suoi prelati che invitassero gli illustri principi al Concilio. Deh quanta arroganza, quanta impudenza ed imprudenza, perocchè la sua indizione, la più iniqua dopo che c'è uomini, la più bestemmiatrice contro Dio e gli uomini, avea divulgata, avea recato la ferita. Paolo III non poteva, da quelli che non avea vituperato, impetrar che andassero a Trento per trattar della forma e del modo di celebrarlo; e costui, dopo aver tutto stabilito da sè, e massime ciò ch'è più importante, di volerlo celebrar solo fra' suoi, attentamente rimossi e respinti i nostri, pure osò mandar una legazione, colla quale gli illustri principi di somma sapienza e pietà e gravità invitasse ed esortasse a questa così enorme indizione, e si sottomettessero al papa nel Concilio tridentino, negata la genuina dottrina di Cristo, alla cui norma riformarono le loro chiese. Perchè a dirittura non gl'invocava al bacio dei piedi a Roma? Gesù, quanta insolenza! Pur dovea ricordarsi d'aver testè offese le loro altezze serenissime con somma ingiuria, affiggendo turpi obbrobrj alla dottrina di cui si professano nutriti e propagatori, e d'averli chiamati eretici: che cosa potea dir di peggio?

«Mi meraviglio assai dell'imprudentissimo consiglio del papa; mi meraviglio non vi fosse fra i trenta cardinali e gli altri ministri chi non gli abbia detto di non mandare questa sconsigliatissima legazione. Che direbbe mai questa civilissima nostra età quando sapesse il fatto? Che direbbe la posterità? Gli è come se i legati avessero detto, Clemente VII e Paolo III domandarono che le vostre altezze venissero al Concilio prima di pubblicarne l'intimazione, e vi fu risposto non aver il papa podestà d'intimar il Concilio: ne nacquer offese incomparabili e guerre gravissime, perocchè foste trattati a ferro e fuoco: or successe un altro papa, che già pubblicò l'intimazione fatta a suo modo, ed avvisa che andiate a Trento, non come giudici e definitori della causa, ma come assistenti e spettatori; mentre il papa per la gola e la lingua de' suoi mitrati pronunzierà condanna come legittimo giudice contro voi e la vostra dottrina, e confermerà tutte le cose sue: ciò conviene a voi fare, cioè sottoporvi all'obbedienza della Santa Sede, non già abbracciar e difendere una religione varia ed incerta.

«Chi ben faccia mente si chiarirà che tale è il senso delle parole che i legati del papa spacciarono nella dieta de' grandi principi, e non vergognaronsi di toccare che sotto gl'illustri nostri principi v'abbia tanti evangeli quanti capi; calunnia e bugia, che appresero dagli Stafili e dagli Osii. Ma fortunatamente le vostre altezze risposero virilmente e cristianamente, eppur con somma modestia, per quanto imprudentemente provocate.

«Dirò quel che penso. Questa medesima risposta, come costernerà gli avversarj, massime il papa, così ecciterà e infiammerà gli animi di tutti i pii, e solleverà somma speranza di ben condurre le cose. È da ringraziar il padre celeste per Gesù Cristo, che col Santo suo Spirito sì ben governa le nostre chiese.

«Aggiungerò che or più che mai sospetto di quel che sempre dubitai, che il papa abbia tutt'altro in animo che il Concilio. Paolo III quando celebrava il suo conciliabolo, e vedeva venir nessuno de' nostri principi del sacro impero, il 3 luglio 1546 scrisse agli Svizzeri, che in Germania non pochi anche fra' principi disprezzavano il Concilio, e diceano non obbedirebbero ai decreti di esso, onde si doleva che tale ostinazione lo obbligasse alle armi. Dappoi, quando coll'intercessione e l'opera di Cesare diede il Concilio, parvegli che chi lo ricusava e sprezzava, sprezzasse pure l'autorità di questo, e mosse armi dall'Italia, che congiunte coll'esercito di Carlo V, fecer quella gravissima guerra che tutti sanno. Or pure sospetto che Pio IV non voglia imitar Paolo III, vedendo spregiata la sua autorità. Ma non si dee però cader di cuore; vive Dio; e la sposa del diletto Figliuol suo Gesù Cristo Signor Nostro che dalle tenebre liberò, non abbandonerà».

[122.] Lett. 11 luglio 1561.

[123.] Lettera 20 novembre 1560 da Tubinga.

[124.] Così il Minturno scrive al Gesualdo nel 1534.

[125.] Non tam exemplis rationibusque actum est, quam conviciis ac maledictis: nec christiana pietate sed canina facundia.... Nec jurgiis modum sed, quod dictu nefas est, jocis et scommatis libros referserunt. Quin vero qui veritatis indagandæ studio scribunt, mites modestosque semetipsos exibeant, Christi exemplo, qui cum esset veritas, in se ipso quoque mansuetudinem prædicavit, tantumque abfuit ut ultro maledixerit, ut etiam, quod Petrus ait, maledicenti non minaretur.

[126.] Ulrico Valenio, che primo impugnò la venuta di san Pietro a Roma, fu confutato anche da eterodossi: Guglielmo Cave, l'Ammondo, il Grozio, il Pearson, il Blondel, Chamier, Patricio Giunio, Baldassare Babelio, Tommaso Ittigio, Giovanni Clerc, Samuele Basnage, Newton, Giuseppe Scaligero, Giovanni Pappio, ecc.

Le opere del Cortese furono raccolte dal marchese G. B. Cortese, e stampate dal Comino a Padova il 1774, in due tomi, col titolo Gregorii Cortesii monachi casinatis S. R. E. cardinalis omnia quæ huc usque colligi potuerunt, sive ab eo scriptæ, sive ad illum spectantia. Oltre i versi e una elegante descrizione del sacco di Genova nel 1522, vi sono le sue lettere italiane, scritte la più parte al Contarini, le latine, dove fin il Bembo trovava che non si direbbero d'un frate, «nella qual cosa egli merita in tanto maggior lode, che delet maculam jam per tot sæcula inustam illi hominum generi di non sapere scrivere elegantemente»: un'edizione del Testamento Nuovo, confrontato agli esemplari greci.

[127.] Ep. del 1537, vol. I, 749, 758.

[128.] Ep. 9 del l. XV.

[129.] Scrive a Giovanni Francesco Bini il 20 agosto 1535:

.... «Mi par che voi pensiate e stimiate ch'io mi sia sdegnato per conto delle censure. Io non sarei cristiano se così fosse, e sarei molto insolente se volessi tôrre la libertà a chiunque sia di dire e scrivere come gli venisse voglia. Le censure non mi son dispiaciute, e chiunque scriverà contra di me per dimostrarmi la mia ignoranza, non mi offenderà..... Ma quella proibizione de' libri mi è doluta fin a morte, fatta così nominatim et in specie e incivilmente...... Ne è stato tanto che dire a Lione, in Avignone, ed in tutte le parti circonvicine, che in vita mia non mi trovai sì mal contento giammai, e quasi non potevo alzar il viso.... A me è stato forza, per ovviare a tanta infamia, mandare le censure e le risposte a Lione, non perchè si stampino, ma perchè si vedano..... Voi dite che le risposte pungono. Non si può, credo io, rispondere se non si redarguiscono le ragioni dell'avversario, e le allegazioni non si mostrano non bene allegate..... Ma come si sia, lo scrivere ed opponere è libero a ciascuno, ed io non fuggo d'esser ripreso: anzi quel che voi dite esser chi dica molti altri luoghi meritar riprensione, mi sarà forte grato che mi sieno mostrati, che sempre imparerò qualche cosa, e l'avvedermi della mia ignoranza mi sarà buona dottrina. La quale ignoranza io non la disdico in me: sol dico che, se quelli che vanno a Parigi a studiare in teologia, in sei anni si addottorano, io, che l'ho studiata otto anni continui in Carpentras, non dovrei esser dalla natura sì mal dotato, che io non ne avessi preso qualche parte; e se ben non ho studiato Durandi, Capreolo, Ochan, ho studiato la Bibbia, san Paolo, Agostino, Ambrogio, Crisostomo, e quei degnissimi dottori che sono le colonne della vera scienza».

[130.] Girolamo Negro, al 6 dicembre 1535 da Roma scriveva a Marc'Antonio Micheli: «Sua signoria reverendissima (il cardinale Farnese?) sta ben del corpo e meglio dell'animo, sì per le doti della natura sua ben composta, come eziandio per le acquistato virtù; onde nella morte del carissimo fratello, nè la morte, nè la povertà in la qual si trova in questo grado, gli dà punto di noja, nè lo disvia da' suoi studj. Ora la sera legge il Fedone di Platone greco e la Logica d'Aristotele a certi nostri; la mattina fa esercizio col papa a Belvedere, dal quale è ben veduto, e così da tutta la Corte. Dopo pranzo, con belli tempi cavalca per queste anticaglie...... Tiene circa venti cavalli, perchè le facoltà sue non gli bastano per di più, e bocche quaranta. Vivesi mediocremente a guisa de' religiosi senza pompe. Il papa gli ha assegnato scudi duecento al mese per il suo vivere, la qual provisione con gli emolumenti del cappello basta per l'ordinario della spesa, e scorrerassi così finchè Iddio mandi altro.

«È venuto qui da Carpentrasso M. Paolo Sadoleto nipote del vescovo: giovine dotto e gentile, al quale ha rinunciato l'episcopato. E perchè credo vostra eccellenza intendesse già il travaglio gli fu dato dal maestro del Sacro Palazzo sopra li commentarj suoi sopra l'epistola di san Paolo alli Romani, accusandolo di eresia e vietando li libri non fossero venduti, il vescovo mandò qui al papa una bella apologia, ed era attaccata una grossa scaramuzza con questo frate suo conterraneo (il Bacia), sopravvenuto il reverendissimo nostro, si ha interposto e fatta la pace, con grande onore del vescovo; li libri sono stati approvati e rilassati. Il detto M. Paolo ha portato qui il libro di suo zio tanto desiderato, che è l'Ortensio, lo quale è in man nostre; e ci dice che 'l scrive ora De Gloria, per rifar del tutto li danni nostri di tanta perdita» (cioè la perdita del libro De Gloria di Cicerone).

[131.] Ep. 4, l. XI.

[132.] Ne' manuscritti vaticani, nº 3918.

[133.] Ep. del lib. III.

[134.] Vedi Tiraboschi, St. della letteratura ital., Tom. VII, p. 1. La vita del Sadoleto fu scritta da Fiordibello, di cui parliamo nel testo. Il libro del Sadoleto sull'educazione e la vita comparvero tradotti in francese dal Charpanne, nel 1865.

Nipote del Sadoleto fu Paolo Sacrato canonico di Ferrara, di cui sono a stampa (1579) molte lettere a personaggi d'allora; un libro sulla Genesi, uno sui Salmi, uno sull'epistola canonica di san Giacomo. Al fine delle sue lettere ha due discorsi a difesa di due prelati, i quali le loro pastorali aveano scritte in italiano perchè la più parte de' preti della loro diocesi non capivano il latino.

[135.] Spondano, Ann. Eccl. ad annum.

[136.] Dal processo del Morone appare che quei dell'accademia aveano pubblicato un libro «In che maniera doveriano esser istrutti in fine della pueritia li figliuoli de' Cristiani nelle cose della religione».

[137.] Era un tristo arnese questo Bendinelli. Carlo Sigonio, dappoi così famoso come storico, era stato eletto successore al Da Porto in Modena, e preparò una vita di Scipione Africano per dedicarla a Cosimo de' Medici, sperando così esser chiamato lettore a Pisa. Il Bendinelli, che già avea divulgato censure contro alcune traduzioni del Sigonio, fece secretamente stampare essa vita, e così scornò il Sigonio.

[138.] Il Morone nel suo processo narra che, quando cresimava, «fu posta fuori una pittura in suo obbrobrio, che era un asino con la mitra in testa e col piviale».

[139.] Sadoleti ep. famil., vol. III, p. 317, 319.

[140.] Autor di varie operette e traduzioni, molto lodato dal Castelvetro. Non trovasi sottoscritto al formolario: ma sul fine di sua vita fu sospettato di nuovo d'eresia, onde fe segreta abjura davanti al cardinale Morone. Ma parendo che questa segreta abjura non bastasse, e' ne prese tal afflizione che morì, di circa cinquantasei anni, il 1568.

[141.] Ochino, non ancora apostata e condannato.

[142.] Lettere levate da un cartolario appartenente al cardinale Morone, deposte nell'archivio secreto vaticano.

[143.] «In compenso del vescovado di Tortona, quale il N. S. indignamente avea levato al conte Giovanni mio figliuolo, S. S. gli ha conferito quello di Modena, etiam che per me non si ricercasse altro che digno compenso.»

Lettera del cancelliere Morone, marzo 1529, nel vol. III della Miscellanea di cose italiane.

[144.] Son parole del processo di lui, del quale già largamente ci valemmo e più ci varremo in questo discorso. La copia che noi usammo, d'oltre seicento carte, e che dobbiamo al signor duca Scotti, servì certamente ad uno de' giudici, come mostrano i segni ed appunti ch'esso vi fece. Pur troppo, secondo il consueto, son taciuti i nomi, che ci avrebbero dati molto maggiori indizj.

[145.] Le lettere del Morone, che son nell'archivio vaticano, attestano le premure continue perchè il Concilio si facesse ed accelerasse. Nell'adunanza di Hagenau però riferisce come i Luterani avessero risposto al re de' Romani in modo da toglier ogni speranza di concordia, dicendo apertamente che non conoscono nè vogliono riconoscer il papa per capo. «E se pure l'imperatore e il re vogliono che li ministri di sua santità intervengano al convento proposto, non intendono che sua santità abbia più di una voce, come ogni altro vescovo. Quanto alla restituzione delli beni ecclesiastici, dicono non esser tenuti, perchè li dispensano meglio che non faceano li primi possessori, di che s'offeriscono render conto» (23 luglio 1540, Arch. vaticano).

Il cardinale Farnese rispondendo, fra altre cose, dice trovarsi strano che voglia trattarsi di dogmi per opera di principi, non di teologi; e che il duca Lodovico di Baviera non abbia menato seco Echio, se non per disputare, almen per consiglio: il qual Echio è certo molto dotto e peritissimo in questa materia s'altri mai in Germania; nè tanto duro quanto lo fanno gli avversarii, che ne traggono pretesto di ricusarlo per timor che hanno di esso. «Ed è gran cosa che detti avversarii mandano chi e come vogliono, e danno la legge alli Cattolici di non poter introdurre, se non quei che piaciono agli eretici» Roma, 24 luglio 1540.

[146.] Oltre la dolcezza, il Morone palesa già nella legazione, come poi nel processo la poca fiducia in sè, il desiderio d'abbandonar gli affari, il bisogno d'aver l'appoggio di un Legato. Il vescovo d'Aquila scriveva al cardinale Farnese da Worms l'8 gennaio 1541: Mutinensis est satis turbato animo, excusat se a negociis, credo prudenti consilio quia prudens est et perspicacis ingenii; nunquam tamen potuit induci ut semel tantum una cum Feltrensi voluerit tractare causam; imo dicit se velle ad Urbem proficisci, vel ad regem Romanorum. Excito ejus animum, quantum possum omni studio foveo, confirmo; dignus enim est ut ametur, sed video animi obstinationem: hodie enim confirmavit se omnino deliberasse de recessu, et nolle futuris comitiis interesse.

[147.] «Mentre ho servito Paolo III come nuncio in Germania, ho sempre voluto tenere il luogo che si deve a un nuncio apostolico, sopra tutti gli altri ambasciadori di imperatore e re, e sopra tutti li principi dello impero, etiam gli elettori ed ecclesiastici. Il qual luogo non avria potuto tenere mordicus se avessi avuto a ritenerlo per un principe secolare. Oltre di questo, avevo le facoltà molto ampie, le quali dispensavo per tutta Germania secondo il bisogno; quali istantemente avevo richiesto, e fatto diverse volte ampliare. La qual facoltà, se il papa fosse solo principe temporale, anzi se non fosse papa universale, non potria darle da dispensare in provincie esterne». Processo.

[148.] Lettera 22 giugno 1542. Il formulario colle firme trovasi nel I volume delle opere del cardinale Cortese.

[149.] Nell'archivio vaticano, Nunziatura di Germania, VIII, 64, è una nota anonima del settembre 1540, di persone opportune a mandarsi col cardinale Contarini in Germania. Son essi il generale de' conventuali, Gregorio Cortese che conosciamo, il maestro di sacro palazzo, Pietro Ortiz, Pietro Martire, canonico regolare, il Flaminio. Di questi ultimi dice: «L'uffizio di scriver ben potria far anche il Flaminio, bon poeta e bon orator, ben dotto in greco, e per molti anni datosi alla scrittura sacra e dottori antiqui; ben stimato per il commento sopra alcuni psalmi.... Non cognosco don Pietro Martire. Il reverendo Contureno, per relazion del Flaminio, ne dice miracolo della dottrina teologica ed altre, ed eziandio della lingua greca e latina, e credo anche in qualche parte della ebraica. Il che è molto a considerar tra quelli che si mandano, perchè li Luterani maggior profession fanno e più si valgono delle lingue che di ogni altra cosa. Se si avesse potuto aver teologi secolari d'Italia, sarebbe stato meglio; ma di questo ben manca l'Italia, e bisogna servirsi di religiosi....».

[150.] Jacopino Lancellotti, in una cronaca inedita che ora si va stampando, all'anno 1543, dice venuti da Roma al vescovo 40 articoli di fede, sui quali esaminare gli accademici che espongono false dottrine. Il cronista le dice sparse da Francesco Greco (di nazione) che legge greco in comunità per venticinque lire al mese, ad istanza degli accademici. Vi sono molti, e de' migliori della città, che sono tutti immersi nel greco. Si dice che il vescovo (Morone) voglia far sottoscrivere gli accademici....... Si dice che Francesco Greco era per non sottoscrivere gli articoli. Nicolò Machella andò per la stessa ragione a Venezia. Gli altri trenta accademici sono spaventati. Viene per questi articoli il modenese Bertani, vescovo di Fano. Gli accademici insinuano non mangiar magro, non confessarsi che a Dio, non venerare i santi, e non celebrare che poche feste, non esservi purgatorio. Il canonico Valentino diceva voler vendere tutti i libri, i galantuomini non potendo più studiare le scritture senza incorrer pericoli.

Si sospende la sottoscrizione dei quarantuno (sopra disse quaranta) articoli per non mettere in voce di luterana la città, essendosi solo disputato per istruzione. Ciò saputo, il Machella ritornò a Modena.

Settembre. Il vescovo invita varii accademici a sottoscrivere i quarantun articoli: risposero lo faranno se prima li sottoscrivano i conservatori del Comune; interrogati, questi risposero voler sentire su di ciò gli aggiunti. Tre soli furono poi i conservatori che sottoscrissero. Allora il cardinale Sadoleto modificò gli articoli. Si fece tornare Francesco Greco, ma perchè era stato processato fuori, pare che il vescovo non volesse la sua sottoscrizione, del che lagnaronsi gli accademici, che lo condussero in comunità, ove dichiarossi pronto a sottoscrivere, e che voleva gli fosse mantenuta la cattedra di greco. Tutta la città è sottosopra.

L'inquisizione presenta al governatore lettere ducali perchè dia il braccio secolare contro le eresie che sono in Modena.

Nota che alle prediche del francescano Dalla Pergola andava sempre il governatore — e gran gente: ebbe rimproveri dal suo provinciale: il Morone lo protegge: l'Inquisizione gli dà da giustificare quarantasei articoli e riesce vincitore. Dice non predicava che l'Evangelo, non nominava santi, nè penitenze quaresimali: asseriva aver Cristo pagato per noi. Gli accademici alle sue prediche sono più di venticinque, tra quali Andrea librajo il primo a introdur libri eretici in Modena, che furon poi bruciati a Roma. Il cronista dice il Pergola mandato a Modena dal Morone, e che tornato a Venezia, i suoi superiori lo carcerarono.

Un canonico regolare prende ad esame cogli inquisitori un libro senza data, da lui trovato in camera di Lucrezia Rangoni, e accusa l'ignoto autore di esso al vicario vescovile: dal pulpito invita chi ha libri proibiti a portarglieli.

A Bologna è bruciato, come a Modena, per eresia quel libro che gli accademici lodano.

Dall'archivio di Stato, già archivio segreto estense, copiamo questo brano di relazione, che Francesco Villa governatore di Modena manda a Ferrara al duca per mezzo del suo cancelliere M. Gentile Albino, il 12 agosto 1542.

«Prima, che instando il reverendissimo cardinale Morone (in vertù d'un breve di nostro signore) perchè alcune persone di Modena si sottoscrivano ad una modula di capitoli che saranno con queste instruzioni, loro si rendono difficili e renitenti a volerlo fare, dicendo non stare a loro a dare sentenza di queste cose, ma accetteranno quel che sarà determinato dal Concilio. E pure alcuni capitoli vi sono, alli quali loro si sottoscriveriano, ma volendo detto reverendissimo si sottoscrivano a tutto e non ad una parte sola, la cosa sta così imperfetta. Detto reverendissimo veramente è proceduto con tutta quella destrezza che sia possibile. Aggiuntavi ancho l'opera di esso signor governatore, quale non è mancato ricordarli che, per le asprezze che usò il cardinale Gajetano legato d'Alemagna con li Luterani, nacque di piccola favilla quel grande incendio che anchor oggi arde, e che sua reverenza si guardi che Dio non voglia e permetta talora e per li peccati del mondo mettendo a disperazione costoro, persone di molto ingegno e spirito e d'un sottil cervello, sorgesse un qualch'altro simil fuoco in Italia, onde per il lento procedere d'esso reverendissimo e per quel che le dette persone hanno scritto a Roma sia nostro signore entrato in sospizione de sua reverendissima, e ha eletto sei cardinali legati alla requisizione de' Modenesi: delli quali si pensa che ne manderà uno ad essa città a procedere e inquirere sopra le cose della fede, di che esso reverendissimo è rimasto con tanta mala sodisfazione de dette persone, che non voleva intromettersene: pur pregato da esso signor governatore, se ne lascia parlare, et quando queste persone volessero sottoscriversi, accetterà le sottoscrizioni: in che esso governatore non manca, siccome ha fatto buon ufitio col cardinale, di farlo ancho con loro, et esortarli a sottoscriversi per accomodare questa differentia la quale conosce quanto è di mala natura e quanto male ne potria seguire, e perchè troppo gli dispiaceria per l'honore dell'illustrissimo signor duca che nel suo Stato pervenisse da Roma a Modena un cardinale a far processi e inquisizioni di cose della fede, massime stendendo lui gli capitoli, nè essendo sua sicurtà, ha voluto che io li porti a sua eccellenza (il duca) acciò, vedutili e mostrati come gli parerà, possa deliberare e pigliare qualche espediente opportuno sopra questa pratica, la quale per molti rispetti è di gravissima importanza, e ricerca gran considerazione».

[151.] Balzac scriveva a Chapelain:

«Je suis bien avant dans la querelle d'Annibal Caro, mais je ne change point de passion, et l'estime toujours plus honnête homme que son adversaire, quoique peut-être son adversaire soit plus grand docteur que lui. Je n'ai gueres vu de grammairien de la force de ce modenois, soit-ici, soit dans les commentaires sur la Poëtique d'Aristote. Il faut avouer pourtant qu'il pèche quelque fois par trop de subtilité, et qu'au reste c'étoit un ennemi public qui ne pouvoit souffrir le mérite ni la reputation de personne». Lettera 5 del libro V del 1640. Nelle opere di Chevreau, pag. 330, ediz. del 1697 dell'Aja, leggesi una lettera di questo, a M. de la Menarderie, ove dice: «Je viens d'achever de lire votre poëtique, où vous traitez Castelvetro d'une étrange sort. Et peut-être qu'autre fois vous n'eussiez pas trouvé votre compte, s'il est vrai ce que Pasquin lui a reproché en quelque endroit, qu'il passoit de la langue aux mains, de la plume au fer, de l'encre au sang: et qu'il avait fait assassiner un fort galant homme qu'avoit pris la liberté de lui contredire».

[152.] Il Morone, interrogato se avesse nemici a Modena, dice di no, salvo «quel Bonifacio Valentino, qual è proposto di Modena, il quale sempre mi fu avversario in tutte le cose che concernevano al governo della Chiesa di Modena, ed ebbe particolari nimicizie col mio vicario, il quale io favoriva, e con l'arciprete don Andrea Accolti, il quale era mio confessore... faceva la quadriglia con alcuni contro di me ad impedire... e diceva: Io so che ho torto, ma voglio litigare per far dispetto al cardinale».

[153.] Il citato Tassoni narra:

1558. De anno antecedenti, videlicet 1557 D. Bonifacius Valentinus canonicus et præpositus ecclesiæ cathedralis mutinensis et D. Filippus Valentinus doctor et consobrinus ejus, et D. Ludovicus Castelvetrus doctor, et quidam D. Antonius Gadaldinus bibliothecarius citati fuerunt Roma ab inquisitoribus hereticæ pravitatis ad respondendum de fide: tandem Gadaldinus, et D. Bonifacius missi sunt Romam sub custodia, et in carcere inquisitionis clausi: aliis duobus, videlicet D. Ludovico Castelvetro et D. Filippo, fugientibus. Qui per contumaciam excomunicati, et omnibus honoribus privati sunt. Sed quum D. Bonifacius examinatus, confessus fuisset omnes, errores, et opiniones suas, et retractasset, et abjurasset eas, liberatus fuit a carcere, injuncta pœnitentia quod publice in Ecclesia super Minerva ad altare S. Crucis ante et post debeat alta voce abjurare omnes hæreses, in quibus per multos annos fuerat involutus. Et sic die 6 maji 1558 in dicta ecclesia Romæ abjuravit. Postea Mutinæ reversus, in die Pentecostis post prædicationem fecit eandem abjurationem die 29 maji in ecclesia cathedrali Mutinæ, præsente multo populo. Sed Antonius Gadaldinus senex, qui vendiderat maximam quantitatem librorum lutheranorum prohibitorum, remansit Romæ in carceribus inquisitionis.

Segue l'atto di abjura di Bonifacio Valentino, del tenore della sopra riportata: confessa aver creduto fosse contro le sacre scritture il mangiar magro, e il vietare ai preti l'ammogliarsi: l'uomo fosse per la sola fede giustificato, e potesse avere la vita eterna senza opere: non doversi tenere nè venerare le immagini de' santi, nè i santi invocare; inutili le indulgenze; che non vi sia il purgatorio; le buone opere non acquistare la vita eterna; il sommo pontefice di Roma non essere vicario di Cristo, ma Anticristo: non necessaria la confessione; i sacramenti non conferir la grazia; non farsi transustanziazione nell'eucaristia; lesse libri d'eretici e luterani, le lezioni de' quali ha ascoltate, e ha conversato con loro: stette in quelle eresie per otto o dieci anni, nel qual tempo, benchè non celebrasse mai messa, perch'io non la celebrai mai, se non la prima volta, interveniva però ai divini uffici cogli altri canonici in coro, e mi sono comunicato non essendo absoluto dalle presenti heresie. Le quali eresie ora abjura, maledice e detesta.

[154.] In un arsenale di cose variatissime, quali sono le annotazioni del Lagomarsino alle lettere di Giulio Pogiano, troviamo due lettere del cardinale Commendone a Giammaria Castelvetro, del febbrajo e dell'aprile 1570, donde appare che questi aveva interposto l'imperatore Massimiliano II e il duca di Ferrara per ottenere che la sua causa fosse giudicata in Ferrara: al che quegli rispondeva non essersi mai costumato di toglier di mano a quel sant'Uffizio le cause da esso iniziate: prometteagli però, a nome di sua santità, se si fosse costituito, farlo giudicare con ogni clemenza, carità e anche prestezza. Avendo poi esso Castelvetro domandato grazia dell'errore commesso, il cardinale s'impegnava d'ottenergliela. Pogiani epistolæ, vol. IV, p. 444.

Un Jacobo Castelvetro, pur modenese, che non era però nipote di Lodovico, abbracciò le nuove opinioni: e a Basilea pubblicò nel 1562 i libri di Lodovico, e uno contro il concilio di Trento, inserito nella Biblioteca Viziana: poi a Londra stampò varj classici nostri. Venuto a Venezia, fu côlto dal sant'Uffizio, ma l'ambasciadore Arrigo Vottone riuscì a farlo fuggire, nel 1611.

Venuta ora la frenesia de' monumenti, i Modenesi domandarono le ceneri del Castelvetro per trasportarle nella loro città, ma ne fu chiesto un prezzo esagerato.

[155.] Una vita del Castelvetro di contemporaneo, trovata dal Tiraboschi, narra che Lodovico volle far interdire il fratello Paolo che sciupava; di che irato, Paolo pensò vendicarsi, e accostatosi a Pietro Bertano, frate e cardinale avverso al Castelvetro, l'accusarono a Roma, avendo sollecitatore il Caro.

Il padre Laderchi al 1571 riferisce che «morì finalmente nella eresia Lodovico Castelvetro, e Giovanni Merlino pseudovescovo; talchè, colla uccisione di così insigni eretici fatta dalla divina giustizia, parve la Chiesa aver riportato non minor trionfo sugli eretici che sugli infedeli». Era l'anno della battaglia di Lepanto.

Il Vergerio scriveva al duca Alberto il 15 marzo 1561:

«Fuoruscirono d'Italia per l'evangelo tre insigni personaggi, un vescovo, un abbate, e un professore di lettere greche, di nome Francesco da Porto, di sopranome Greco. Visse alquanto a Ferrara, ha cinquant'anni, moglie, figli; e potrebbe a Regiomonte nella scuola di vostra altezza venire, e credo si contenterebbe di duecento fiorini. Se Dio movesse l'altezza vostra a desiderarlo per la sua scuola, oserei affermare che avrebbe un uomo che nella letteratura greca (e tacio la latina) non avrebbe il pari in altra scuola, oltrechè è sincero nella dottrina e veramente pio».

Il Da Porto morì a Ginevra, e Teodoro Beza ne compose l'epitafio.

[156.] Antonio Caracciolo, domenicano, il quale, al principio del 1600, scrisse una vita di Paolo IV, ch'è una difesa della santa inquisizione, e che potè vedere i registri di questa, scrive:

«In Modena gli eretici fecero più faccende che in niuna parte d'Italia. Quivi fu il vicario del cardinale Morone, chiamato Bianco da Bonghis, e molti sospetti d'eresia. Vi fu Antonio Gadaldino, librajo modenese, eretico marcio con tutta la sua famiglia: vendè costui molti volumi del Beneficio di Cristo, libro pernizioso che insegnava la giustificazione ex sola fide et ex meritis Christi, imputazione alla luterana. Questo libro, così caro agli eretici, il Gadaldino non solo lo vendè ma anche lo ristampò.

«Il cardinale Cortese..., ancorchè di grande stima per bontà e per lettere, fu nondimeno senza rispetto alcuno inquisito dal sant'Uffizio per aver letto ed approvato il libro del Benefizio di Cristo».

Altrove dice pure che «quel libro (del Benefizio di Cristo) fu stampato molte volte, particolarmente a Modena, de mandato Moroni». Aggiunge Bonifazio Valentino, al quale Adriano, segretario del cardinale di Fano, scrisse una lettera di condoglianza per la morte di Lutero e di due frati modenesi eretici, frà Reginaldo e frà Albasio. Bonifazio infettò la terra di Nonantola. Poi Alessandro Milano, frà Bernardo Bartoli, che in carcere abjurò: frà Bartolomeo Pergola, prete Domenico Morando, Francesco Camerone, un Farzirolo, prete Gabriel Falloppia, Gozapino calzolaro, prete Girolamo Regia, il Castelvetro, don Girolamo di Modena cappellano del Morone; Giovanni Borgomazza, Giovanni Bertano, mastro Giovanni Maria Mannelli. Costoro mandavano sussidj agli eretici di Germania: e dà qualche contezza di ciascuno.

Le notizie e i documenti più importanti intorno a questo periodo si trovano nella Biblioteca Modenese del Tiraboschi, ma sparpagliati man mano che gli capitavano, e secondo i nomi delle persone. Altre ce ne furono somministrate per cortesia, fra cui la cronaca inedita del Tassoni, ove leggesi al 1561. Cum, jam pluribus mensibus elapsis, dominus Ludovicus Castelvetrus, dominus Philippus Valentinus doctores mutinenses accusati fuissent de hæresi lutherana, et citati Romæ, sed non comparuissent, et sicut contumaces condemnati fuissent, tandem de anno 1560 dominus Ludovicus, habito salvoconductu, ad purgandam calumniam Romæ se transtulit, una cum domino Joanne Maria fratre suo. Et sic ab inquisitoribus ter examinatus, timens ne quid deterius sibi contingeret, noctu clam aufugit, et sic ab inquisitoribus condemnatus, tali sententia percussus est.

Segue uno squarcio della sentenza pubblicata dai cardinali inquisitori dell'eretica pravità, ove il Castelvetro è dichiarato eretico impenitente, e incorso nelle censure.

Il cronista, parlando più oltre di Lanfranco Fontana nobile modenese, dice che, bandito già dal duca Alfonso d'Este, abbracciò, più anni dopo, la religione luterana in Francia.

[157.] Similmente il Fontanini (Bibl. dell'eloq. italiana, tom. I, pag. 119) narra che certi libri «del Brucioli, di B. Ochino, di G. Valdes, e di altri della medesima farina, nello smuovere una casa in Urbino nell'anno 1723, si trovarono insieme nascosti, e quivi murati per salvarli dal fuoco in tempo di Paolo IV».

[158.] Nelle Novæ amœnitates literariæ di Arrigo Guglielmo Klemmio, stampate a Stuttgard nel 1773, si contengono Anecdota de Ludovico Castelvetro ejusque scriptis, in primis Locorum Melancthonis in linguam italicam ab ipso translatorum editione. Quella traduzione è minutamente descritta dal Bruckero Miscell. histor. philosoph., p. 302; ma non dice di chi sia. Il Fontanini la sostiene del Castelvetro; ma probabilmente esagerò nell'accusar questo, come esagera il Muratori nel difenderlo.

[159.] Non già: bensì che sarebbesi potuto esprimerlo più chiaramente, e che ciò si potrebbe anche dopo il Concilio, qualora lo Spirito Santo l'ispirasse.

[160.] La lettera, diretta a Giovanni Domenico Sinibaldo, suo vicario, esiste nel processo, e dice:

«Alli preti curati siate sollecito, ripetendo spesso privatim et publice il medesimo, ed istruendoli massimamente nel punto della remissione delli peccati nelle confessioni delli poveri ignoranti, come si contiene nel sinodo coloniese».

[161.] Egli rispondeva, oltre il resto, le parole che mettemmo alla nota 18.

[162.] Il Contarini? I nomi sono soppressi: ma molti potemmo supplire con altre indicazioni.

[163.] Questo Pergola confessa d'aver tenuto l'opinione luterana circa la giustificazione o l'invocazione dei santi. Dice che, quando fu processato, il Morone e monsignor Lodovico (Castelvetro) gli esibirono i mezzi di fuggire d'Italia, ed esso non volle.

Il citato Tassoni scrive:

De anno 1544 pro tempore quadragesimæ in ecclesia cathedrali prædicavit quidam frater Bartolomeus, conventualis S. Francisci, dictus il Pergola, qui post Pascha accusatus de hæresi apud inquisitorem S. Dominici, in die lunæ duabus concionibus in dicta ecclesia ore retractavit, vel potius hæreticorum honore declaravit magna parte articulorum sibi oppositam, qui erant amplius 40, probati per 11 testes idoneos et sufficientes, dicens: intelligebam sic; excusans se, aliquando negans non dixisse sic, et aliquando dicens testes non intellexisse. Qui postea Romæ condemnatus est non posse amplius prædicare et ad alia quædam facienda.

Eodem anno prædicavit quidam frater conventualis S. Francisci, dictus il Pontremolo in festo nativitatis D. N. qui accusatus de hæresi et condemnatus obiit.

[164.] Esiste la costui lettera: pure se n'ha un'altra più tarda, ove si lagna che il Morone si mostrasse austero coi dissidenti in Bologna.

[165.] Vedi la nota 5 del nostro discorso XIX.

[166.] Di ciò il Pusey accusava testè i Cattolici nel suo Eirenicon: del che avremo a parlare.

[167.] In tutto il processo non v'è menzione di tortura o d'altra sevizie corporale: solo una volta, a un frate che accusava con insistenza il Morone, il suo superiore dice che infamie simili non furono dette mai, e che bisognerebbe sostenerle alla corda.

[168.] Uno, interrogato in quibus articulis habeat pro suspecto un tale, respondet: «Perchè io veggo che egli si diletta poco della predicazione divina, e quando è al divino officio poca riverenza gli porta». Un altro: «Io non dico che fosse eretico, ma per esser germano e di costumi barbari, mi dava sospetto; altro non so».

[169.] Oggi è esposta stabilmente.

[170.] Ortensio Landi, nel Commentario delle cose notabili e mostruose d'Italia, dice: «Fui per schivar Cremona, essendomi detto che altro non vi udirei che bestemmiar Iddio, maledir la celeste corte, giurare e spergiurare, e mille brighe al giorno farsi».

[171.] Erra dunque il Tiraboschi che, nelle Memorie storiche di Modena, IV, 76, dice che il Morone chiamò i Gesuiti nel 1556.

Nella cronaca modenese di Bartolomeo Lodi inedita, e che va sino al 1596, è narrato come i Gesuiti venissero in città nel 1551, e come vagassero qua e là, finchè stanza ferma posero a San Bartolomeo nel 1614, ma presto le loro scuole soffogarono le laiche. Del Morone racconta che nel 1568 ospitò nel vescovado sua sorella marchesa di Soncino: che del reddito della mensa vescovile, consistente in tremila quattrocento scudi, egli ritenne la metà quando rinunziò l'uffizio al Foscarari poi al Visdomini: descrive i funerali fattigli, con orazione funebre del canonico Fogliani. Narra pure i supplizj o le abjure inflitte ad eretici. Spesso nascevano discordie tra i canonici, o tra questi e il vescovo, tanto che nel 1576 l'intero Capitolo fu sospeso. Nè meno irrequieti mostravansi confraternite e monasteri, sicchè o si riformarono, o vennero surrogati da altri, fra cui i Minimi furono imposti dal papa, a mal in cuore del popolo. Nel 1589 si cercò rifare un'accademia, al modo di quella del Grillenzoni, che adunavasi in casa Sertorio nella rua del Muro.

Vedi Una pagina della storia di Modena, per C. Campori, 1866.

[172.] L'anno è certamente sbagliato.

[173.] Fu sua spia nella cospirazione ben nota.

[174.] Contro la candidatura del Morone fu fatta questa pasquinata:

Sarete voi sì ciechi e sì furfanti
Di Dio nemici e senza discrezione
Che vi facciate papa ancor Morone
Nemico della Vergine e de' Santi?
Non sapete voi pazzi tutti quanti
Che nella fede ha mala opinione,
Che fu vicino a cantar il sermone
Compagno d'Inghilterra e d'altri tali?
Guardate pur che il diavol non vi tenti
Che non v'assalga la fortuna ria,
Che non vi costi poi la vostra insania.
Non vi credete apparecchiar gli stenti,
Sciocchi, e d'Italia farvi una Germania,
E mandare in bordel la preteria.
Lasciate dir ch'ei sia
Pur di Milano, e sia troppo gran svario
Far il pontificato ereditario,
E che sia necessario
Ch'avendo mal guidato un piccol gregge,
Mal possa al mondo poi dar norma e legge.
Ma perchè non si elegge
Vercelli o Borromeo? ecc.
... Io non bramo o desìo
Poichè sfacciatamente se l'allaccia,
Se non che Moron papa non si faccia.

L'Inghilterra significa il Polo. Milanese era stato il papa di prima, e parente del Morone.

[175.] Aggiungeremo che anche il modenese Bertani sunnominato, domenicano e cardinale, e illustre teologo, fu appuntato per aver approvato libri che contenevano proposizioni pericolose; del che egli domandò perdono al papa.

[176.] Vedi l'Appendice I a questo discorso.

[177.] Vedi l'Appendice II.

L'indice de' libri proibiti segna Curio Cælius Horatius e Curio Cælius Secundus.

[178.] L'originale spagnuolo di quest'opera è perduto o smarrito, onde nel 1855 fu tradotto in quella lingua, com'anche l'Alfabeto della pietà Cristiana. Le Cento Considerazioni furono riprodotte a Halla di Sassonia nel 1860 con un'erudita vita del Valdes, distinguendo diligentemente Giovanni da Alfonso. Alfonso sarebbe stato il segretario di Carlo V, per cui ordine avrebbe anche tradotta in italiano la Confessione di Melantone, e fatto il libro Pro religione christiana res gestæ in comitiis Augustæ Vindelicorum habitis, anno MDXXX; com'anche la lettera con cui Carlo V si congratula coi Cantoni cattolici della vittoria di Cappel ove restò ucciso Zuinglio, chiamandoli propugnatores invictos adversus eos qui ritus, hactenus summa religione observatos, invertere, novaqui dogmata invehere conantur. Fu amico di Erasmo e di Pietro Martire d'Angera, quanto nemico del Castiglioni; e autore dei due dialoghi di Mercurio e di Lattanzio.

Giovanni fu forse cameriero del papa: postosi poi a Napoli, scrisse il dialogo sulla lingua, dove appajono leggerezze e oscenità, mal compatibili alla franchezza spagnuola. Sua cura principale fu lo studio della sacra scrittura: tradusse dall'ebraico alcuni salmi, opera perduta: commentò l'epistola di san Paolo ai Romani e la prima ai Corintj.

L'ultimo storico della letteratura spagnuola (History of spanish literature by George Tickner, Boston 1865) nota errori del Llorente e del M'Crie intorno al Valdes, non fa cenno del libro del Beneficio di Cristo, e non distingue i due fratelli. Nota che his religious views are, no doubt, much more spiritual than was common in his time, and his political morals generally were more stringent: so that he might, perhaps, already be regarded as a follower of Luther, if it were not for his unbounded admiration of the emperor, his avowed deference for the Church and the Pope, and his expressed belief of the real presence in the Eucharist. Sono a vedere le considerazioni che esso Tickner fa sugli eretici di Spagna e sulla Inquisizione.

[179.] Opere del Curioni, annoverate dallo Stupano nella Oratio de C. S. Curionis vita.

Encomio della noce: lavoro giovanile.

Probo: dialogo.

Il ragno, sulla providenza di Dio.

Della immortalità delle anime.

D'una pia educazione ai figli.

Parafrasi del principio del vangelo di san Giovanni.

Paradossi cristiani.

Esortazione alla religione.

Orazione sulle buone arti.

Encomio degli scrittori.

Encomio di chi muor per la patria: orazioni funebri.

Orazioni contro Antonio Floribello.

Dell'antica autorità della Chiesa di Cristo.

L'istituzione della cristiana religione.

Della dottrina puerile e delle lettere, libri cinque.

Grammatica latina. Libro del perfetto grammatico.

Somma di tutto l'artifizio nel dissertare e nel trattare.

Compendio della dialettica di Perionio.

Commentarj contro Perionio.

Storia della guerra maltese.

Dei pesi dei Romani.

Continuazione della guerra sabellica.

Orazioni di Diogene tradotte dal greco.

Retorica d'Ermogene.

Nizolio arricchito.

Tesoro della lingua latina corretto ed accresciuto.

[180.] Angelæ, Cœliæ, Felici, puellis nobilissimus castissimisque, quarum ingenium, candor, industria, pudor, pietas, morum elegantia et sanctitas, grata Deo, multis nota, probata bonis, parentibus jucunda fuerunt, Cœlius Secundus Curio pater et Margarita Isacia mater itali, tribus filiabus præstantissimis, dulcissimis carissimisque ut earum quod mortale fuit in beatæ reparationis spem conderetur, h. m. p. Migrarunt ad Deum in maxima hujus urbis pestilentia mense aug. anno sal. hum. MDLXIV ætat. singular. an. XVIII, XVII, XVI.

Vivit ut exigua lucens in lampada flamma,
Sic nos æternum vivimus ante Deum.
Surgemus vivæ: lacrymas cohibete, parentes,
Quum tuba supremum fuderit alma sonum.

[181.] Hospes, mane et disce. Non Cœlius hic, sed Cœlii σωμα, imo σημα: spiritum Christus habet: cætera nomen veræ pietatis, humanitatis, insignisque constantiæ. Quum σωμα in שׁמים tunc vere erit Cœlius Secundus Curio hospes. Si didicisti vale. Reliquit ætat. suæ ann. LXVII. salut. MDLXIX ad VIII kal. dec.

[182.] Vedasi Vita C. S. Curionis; de mirabili sua e vinculis ac ipsis diræ necis faucibus liberatione dialogus. Schoelorn, Amæn. eccl., p. 258.

C. Schmidt, L. S. Curioni, nella Zeitschrift für die historische Theologie di C. W. Niedner 1860, fasc. IV.

[183.] Renan esclama: «Padre celeste, tu non hai voluto che questi dubbj ricevessero una risposta chiara, affinchè la fede al bene non restasse senza merito, e la virtù non fosse un calcolo. Una rivelazione evidente avrebbe assimilato l'anima nobile all'anima vulgare; l'evidenza qui sarebbe stata un attentato alla nostra libertà. Tu volesti che la nostra fede dipendesse dalle interne nostre disposizioni. In tutto quanto è oggetto di scienza o di discussione razionale, tu hai data la verità ai più ingegnosi: nell'ordine morale e religioso giudicasti deva appartenere ai più virtuosi. Saria stato ingiusto che l'ingegno costituisse qui un privilegio, e che le credenze, che denno essere il ben di tutti, fossero il frutto d'un ragionamento più o men bene condotto, di ricerche più o meno fortunate. Sii benedetto pel tuo mistero! benedetto d'esserti nascosto, d'aver riservata la piena libertà de' nostri cuori» Avenir de la Métaphysique.

[184.] Dante, Pd., XXIV.

[185.] Alberto Mazzoleni, monaco nel famoso convento di Pontida presso Bergamo, vissuto dal 1695 al 1760, avea raccolto cinquanta volumi di documenti intorno al Concilio di Trento, sui quali ideava scriverne di nuovo la storia, possibilmente confermata con autentici contemporanei documenti. Morì senza farne nulla, e la sua collezione fu venduta al trentino Antonio Mazzetti, che potea comprare ma non sapeva adoprare, e che morendo lasciolla alla città di Trento, ove ancora aspetta chi ne profitti. Tre volumi restano nella biblioteca di Bergamo.

Il primo volume di essa collezione contiene Præludia Clementis VII ad celebrationem generalis concilii, e son lettere e bolle di esso papa all'imperatore e al re dei Romani, altre di Paolo III, del cardinale Polo, del Coeleo, del Vergerio, del quale principalmente molte ne sono lunghe, e piene di zelo e d'abilità nel rimuovere le difficoltà.

[186.] Gherardo Dacherio intitolò l'opera sua Historia magnatum in Constantiensi Concilio.

[187.] Un intero volume della collezione Mazzoleni è di lettere dell'Aleandro legato in Germania, o a lui, sopra le condizioni della Chiesa e della Germania.

Ulrico di Hutten, che aveva secondato cogli scritti la guerra di Lutero, sorreggendola pur colla spada

Ut prius ingenio, nunc peragente manu,

non dissimulava d'aver teso ogni sorta d'insidie all'Aleandro:

Integer hinc Aleander abit: dubium hoc tamen illi
Qui semel effugit semper ut effugiat...
Quod potui, facete insidias, servare recessus,
Complectique omnes obsidione vias,
Cessatum nihil est. At Cæsaris agmine tuti
Evadunt. Credas sic voluisse Deum.

[188.] Nei Monumenta Vaticana, historiam ecclesiasticam sæculi XVI illustrantia (Friburgo, 1861) è una serie di lettere scritte dal Morone al cardinale Farnese da Germania nel 1540, 41 e 42. Fra altri è notevole questo passo: «Il duca Guglielmo di Baviera mi ha fatto dir per certo che i Protestanti sono risolutissimi non voler mai riconoscer la sede apostolica: ed avanti ogni cosa faranno protesta che, se in alcuna cosa consentiranno alla religione antica, lo vogliono fare per autorità e comandamento dell'imperatore, non perchè obbediscano o vogliano riconoscere in alcun modo la superiorità di nostro signore e della Chiesa romana» (Ratisbona, 13 aprile 1541).

Riponeasi dunque la libertà nell'obbedire all'imperatore fin negli articoli di fede!

Altra volta il Morone suggerisce quel che poi fu fatto col Collegio Germanico. «Per esser queste Sette in tanto aumento, poche persone si fanno ecclesiastiche, ed ognora più poche; e da qui nasce il negletto della religione, non essendo chi la curi. E perchè questi vescovi e capitoli tengono le scuole assai grandi de' putti, ma di questi, come sono cresciuti, la minor parte, anzi pochissimi vogliono farsi sacerdoti, vedendo l'obbrobrio nel quale sono i capi chericali; e per contrario, come sanno un poco di lettere, diventano luterani per la copia de' loro libri stampati in lingua latina e tedesca; mi pare ricordare si potrebbono mandare, da diversi luoghi, alcuni putti in Italia, quali fossero distribuiti ne' luoghi ben disciplinati, come sarebbe appresso qualche buoni monasteri e buoni prelati, e fossero instituiti innocentemente nelle lettere e costumi cristiani» (Innspruck, 18 gennajo 1542).

Trattando della pace, il re di Germania diceva al Morone come essa fosse impedita solo dalle pretensioni di Francia: aver l'imperatore offerto al re cristianissimo di cedergli il Milanese, purchè lo ricevesse come feudo dell'Impero, e quegli non l'aver voluto a tal patto. E soggiungeva: Rex Galliæ appetit monarchiam; et si haberet ducatum Mediolani, vellet habere Florentiam et Regnum Neapolitanum, et regere totam Italiam; quia bene scit, ut libere loquar, quod, qui habent dominium Mediolani, facile mutant animos aliorum Italorum (Spira, 10 febbrajo 1542).

Altre lettere ha l'Archivio Vaticano (Nuntiatura Germaniæ, vol. VII), dal Morone scritte da Boemia nel 1537 al Recalcato e a Paolo III, contro il quale dice si pubblicano continue invettive, come causa della pace turbata e del differito Concilio.

Altre ancora al Duranti, al cardinale di Santafiora; e in tutte persuade a mitezze, a concessioni, pur mostrando come i Riformati sieno tra loro dissenzienti. «Fra Luterani ed altri eretici sono alcuni principi, alcuni dotti ed alcuni popolari. Li principi seguitano l'eresie, alcuni per desiderio d'esaltazione sua, come il duca di Sassonia e il langravio d'Assia, e per deprimere la casa d'Austria: alcuni per arricchirsi de' beni ecclesiastici, come esso langravio e quasi tutti gli altri, il numero de' quali non bisogna contare. Li dotti prevaricano per vera malizia, ed oltre che sono istigatori delle passioni de' predetti principi, cercano ancora del proprio comodo ed onor del mondo. Li popolari, tra' quali sono molti cittadini per tutta la Germania ricchi ed onesti, sono stati sedotti ed ingannati; e di questi alcuni s'avveggono dell'error suo, ma per vergogna non ritornano, come Norimberghesi, Lubeccensi ed altri; alcuni stanno ancora nell'error suo, persuadendosi far bene» (Lettera 18 aprile 1540 da Gand). Crede che il Concilio provvederà a tutti costoro; e che intanto si favorisca a tutta possa la Lega Cattolica. Nella convocazione del Concilio, «con quel santo desiderio e petto veramente apostolico, e carità paterna, sua santità potrebbe alquanto discostarsi dalla solita forma, cioè invitar di nuovo i Luterani con ogni benignità, affezione ed esortazione, ed anco preghi; imitando sua santità Colui, del quale ha il nome, il quale omnia omnibus factus erat ut omnes lucri faceret. La qual cosa se movesse Luterani a venir al Concilio, sarebbe cagione della lor salute: se ancora non giovasse con loro, sarebbe però grata a Dio ed utile e onorevole a sua santità, e cagione di maggior confusione ad essi Luterani».

[189.] Il cardinale Contarini il 29 maggio 1541 da Ratisbona al segretario del papa scriveva:

«Volendo far l'uffizio debito verso Dio e debito ad un buon ministro di sua beatitudine, sono astretto di significare a vostra signoria reverendissima tutto quello che a me pare che il bisogno ricerca si facci. Prima gli significo che questa eresia luterana è così infissa negli animi di questi popoli di Germania, dico non solamente dei protestanti, ma di quasi tutti i popoli cattolici, che tengo certo che, quando bene in questa dieta si facesse una concordia cristiana con consenso di tutti i principi e teologi protestanti li quali qui si trovano, non potremmo dire di aver fatta provisione, ma solamente di aver fatti i fondamenti della provisione. Io dico a vostra signoria per certo che, essendo questa setta cosa nuova, e i popoli essendo naturalmente avidi di novità; essendo questa setta così larga, perchè leva l'obbligo della confessione, di udir la messa ed altri uffizj divini, leva l'obbligo delli digiuni, di astinenza da carne, di servar festa ecc., è molto popolare e plaudita: e però è pericolo grandissimo che tutta Germania presto v'entri, e così la Fiandra; e molti in Francia e in Italia la desiderano... Però importa avanti tutto che qui in Germania si facesse una buona riformazione e buona provisione cristiana, la quale consiste che li vescovi, con la vita e con la diligenza, con predicatori e precettori idonei procurassero che la fede cattolica fosse insegnata, siccome fanno i Protestanti, li quali non mancano in punto alcuno di diligenza in predicare, in leggere, in ampliare la loro setta.... Certamente se non vi si mette più pensiero di quello si ha posto per l'addietro, la cristianità sta in maggior pericolo per questa setta, che per l'arme del Turco. Questo ne potria privare del temporale, ma quella ne priva del temporale e dell'essenziale della fede: però bisogna ponervi tutti li spiriti, non sparagnare cosa alcuna, altrimenti ne avremo da render gran ragione a Dio. Oggi siam vivi, e domani siamo morti: e il viver da uomo, non che da cristiano, consiste in far il debito suo, ben operare nella persona che Dio ne ha imposto. Consideri vostra signoria reverendissima che dovemo far noi cristiani, noi prelati, alli quali Iddio ha date tante dignità, tante comodità comprate dal sangue di Cristo e dalla sua passione, e così indegnamente, così ingratamente, poi possedute e godute da noi». Collez. Mazzoleni, tomo XII.

Il Polo gli rispose che niun legato per lo innanzi avea sostenuto con tanta dignità il nome della sede apostolica, non solo quanto alla virtù dell'azione ed alla carità in pro di tutti, ma anche quanto alla sodezza della dottrina.

[190.] Fra le lettere di monsignor Della Casa, conservate nell'archivio di Parma, n'è una al cardinale Farnese del 17 dicembre 1543, dove enumera tutti i vescovi del dominio veneto, ai quali ha trasmesso l'avviso, da parte del papa, di andar al Concilio di Trento sanza dilatione, e le rispose che da ciascuno ottenne. «Corfù andrà; Veglia, Curzola e il coadjutor di Papho andranno, e Terracina. Sebenico credo sia partito per Roma. Cesarino si scusa di essere ammalato di sorte e in parte che non può cavalcare, e credo che sua signoria dica il vero. Papho è di età di 84 anni e di corpo non sano, e della mente qualche volta non con quella perfezione che ha avuto da giovine, nè mi par possibile che vada... Il vescovo di Nona è tanto povero, che a pena ha che vivere. Civital dice che è povero et infermo. L'eletto di Spalatro dice che non sà se sua santità vuole che vadi esso o l'arcivescovo suo, ma che sempre sarà pronto ad obbedire alli comandamenti di sua santità. L'arcivescovo di Cipri è vecchio e corpolento molto, e tal che mal volentieri si potrebbe condur mai a Trento, e però con ogni reverenza prega vostra signoria reverendissima a supplicar sua santità che si degni admetter la sua scusa che certo sarebbe metterlo a grave pericolo della vita».

E così degli altri: e davvero vi appare un tono di veridicità, che non lascia credere fosse semplice finzione il desiderio del papa che si tenesse il Concilio. Anzi il Lagomarsino nelle note alle lettere di G. Poggiano vol. II, reca documenti certissimi e vivissimi della premura sincera di Pio IV per ciò.

Per un saggio delle ragioni pro e contro, riferiamo, fra tanti, questa informazione al papa, di cui trovammo copia in più d'un archivio:

«Essendomi venuta occasione di parlar con alcuni delli deputati dalla maestà cattolica a consultar la materia del Concilio Generale, ho compreso (come per altre mie ho detto) che per loro proprio interesse cercano di persuadere a detta maestà che non sia bene il celebrare detto Concilio di presente, colle ragioni che appresso sieguono, le quali ho volute ragguagliar per darne notizia alla santità vostra et ho soggiunto nella fine quelle risposte che allora mi soccorsero di dire.

«Primamente considerano se il Concilio è rimedio opportuno e necessario per estirpare le eresie e mettere concordia nella santa Chiesa.

«Discorrono poi sopra la forma, che se gli deve dare.

«Finalmente propongono le difficoltà sopra la esecuzione.

«Attorno il primo caso, dicono che non solo non è rimedio necessario e opportuno, ma o impossibile o almeno senza speranza, che possi produrre alcun buon frutto per le ragioni infrascritte:

«Che gli eretici non vogliono che la santità di nostro signore sia di superior portata a detto Concilio, perchè non sia giudice e parte.

«C'hanno sempre apertamente protestato di non volere intravenire senza aver voce diffinitiva come li vescovi.

«Non potendosi concedere le suddette due cose come empie, dicono che non vorranno intravenire, e non intervenendo non ubbidiranno ai decreti.

«Che invitandoli o citandoli, e non comparendo, se poi si vorrà procedere contra di loro, con l'ajuto e forza degli altri principi, non sarà il rimedio per via del Concilio, ma per via dell'armi, la quale affermano che sarà di pregiudizio irreparabile alla maestà cattolica per le cause che, sotto il capitolo della esecuzion d'esso Concilio, saranno comprese.

«Per la forma, dicono che è d'avvertir se si dee aprire nuovo Concilio, o continuare il già cominciato a Trento.

«Soggiungono poi, che par che sia più necessario per rispetto della riforma degli abusi, che per la controversia della dottrina, e però trattandosi tuttavia la riforma in Roma, vogliono che sia opera vana a celebrar il Concilio.

«Finalmente mostrano di dubitare che, ogni volta che cosa si tratti che possa dispiacere a vostra santità, subito si debba fare una sospensione, o traslazione d'esso Concilio, di che ne potria seguire una dissoluzione, di peggior esempio che non fu quella di Trento, e con mostrar pure di confidare nella molta pietà e constanza di vostra beatitudine, mettano in dubbio, che la vita è incerta, che potria seguire una sede vacante, o succeder elezione d'un altro pontefice: di diversa volontà, per il che potria nascere scisma e maggior travaglio nella cristianità.

«Sopra la esecuzione mettono poi in considerazione a sua maestà (di Spagna) che, collegandosi con vostra santità, coll'imperatore, re di Francia et altri principi per questo effetto, verrà a provocarsi contra, non solo tutta la Germania, ma tutti gli altri principi e nazioni eretiche, onde l'imperatore potrà facilmente venir ad accordo coi suoi e similmente il re di Francia, per non veder la rovina de' lor sudditi, e allor tutto il travaglio e tutta l'inimicizia resterà sopra le spalle di detta maestà cattolica.

«Alle predette ragioni in questo modo risposi, mettendo primamente in considerazione, che il Concilio non si celebra solamente per speranza che gl'ostinati e perduti eretici si possino racquistare, ma perchè sono infiniti popoli, i quali non sono talmente confermati e sepolti nelle eresie che non si possino ridurre a sanità, al che fare è unico rimedio il Concilio.

«Non s'avvedano ancora che il tollerare i pertinaci e reprobi non è altro che nutrire il veleno, che va poi spargendosi, infettando i buoni, e che contra tali ostinati e pestiferi non è altro rimedio che unire contra di loro le forze di tutti i principi cristiani, e questo frutto non può nascere che dal solo Concilio.

«Della riforma, che dicono che più s'ha di bisogno da trattar nel Concilio che della controversia della dottrina, è da meravigliarsi che tal giudizio se ne facci. E prima si nega che non sia più bisogno trattar della controversia della dottrina, avendo gli eretici posto controversia in tutti i santissimi sacramenti, e nei principali fondamenti della cristiana religione, come è noto. E poi si soggiunge che, avegna che con molta diligenza si tratti la riforma in Roma, la quale in ogni tempo e luogo che si facci con pio zelo e prudenza è sempre buona, non per questo si leva l'autorità e occasione del Concilio di trattare una riforma generale e particolare, così intorno all'ordine ecclesiastico, come ancora agli abusi de' principi o signori, che più s'arrogano e s'usurpano l'autorità che lor non si deve.

«Il dubbio della sospensione o traslazione è mosso con poca pietà e molto leggiermente, perchè non s'ha da presuporre che un Concilio, congregato con l'autorità, apostolica, invocato lo Spirito Santo, debba trattar cosa che possa dispiacere al vicario di Cristo, il quale ha da giudicare detto Concilio, e il giudizio suo è sempre guidato dal medesimo Spirito Santo.

«Nè debbono similmente cader in considerazione le male venture delle sedi vacanti, nè d'altro caso tristo che possa avvenire, ma s'ha da sperarvi ogni bene.

«Per la esecuzione d'esso Concilio, con poca ragione si muovono a proporre la provocazione de gl'eretici contra il re cattolico solo, e fanno gran torto all'imperatore e re di Francia dandoli biasimo d'inconstanti, e non fedeli amici; che piuttosto si deve tener per certo, che unendosi insieme con legame sì santo per causa tanto pia, non debbano mancare di soccorrersi l'un l'altro, massimamente che si tratterà del lor proprio benefizio, desiderando tenere i lor popoli quieti, et evitar le ribellioni, onde, come collegati di sangue e come ristretti poi col vincolo dello Spirito Santo, non solo non lasceranno tutto il travaglio sopra le spalle del re cattolico, anzi piuttosto, essendo egli il più potente principe de' cristiani, lo ajuteranno a conseguir sempre gloriosa vittoria e si potranno poi voltare le forze contra gl'infedeli.

«Sia vostra santità avvertita che, l'anno del 43 alli XV d'aprile, in Augusta fu fatta una dichiarazione da tutti gli elettori, baroni e Stati del sacro Imperio, nella quale rimettevano tutte le controversie della religione alla definizione del Concilio generale di Trento, promettendo di sottomettersi sempre et ubidire, e lo arcivescovo elettore di Magonza ne fece una pubblica patente, la quale è ora in mano del reverendissimo don Diego Mendozza con molte altre scritture del Concilio, c'ha da consegnare a sua maestà; e come si mostra molto divoto servitore della beatitudine vostra, offerisce tutto ciò che può a servigio di lei».

[191.] L'Indice de' libri proibiti condanna come falsa la Epistola consolatoria et hortatoria Pauli IV ad suos dilectos filios. Velli Francesco fece due Difese del gloriosissimo pontefice Paolo IV dalle calunnie di un moderno scrittore; libro proibito con decreto 10 giugno 1658.

[192.] Su quel conclave si ha nell'archivio di Firenze una relazione di Bartolomeo Concina al duca Cosimo, tutta interessi mondani e maneggi per guadagnar voti e levarsi d'innanzi obstaculi, con nessun riflesso alla santità del grado. Ippolito, cardinal di Ferrara, il 3 dicembre 1539, scrive al duca raccomandandosi caldamente; grandi speranze avere, e, soggiunge di man propria: «Supplico vostra signoria a bruciarla subito che l'avrà letta, e a conservarmi nella buona grazia sua, ecc.». Ma il duca favoriva il Medici, che riuscì.

Noterò un altro aneddoto: che esso duca scrisse una risposta al Farnese, ma non potendosi mandargliela per nuovi rigori messi al conclave, la pose fra le bottiglie. Rottasene una, la inzuppò in modo che non fu più leggibile.

Questo Ippolito d'Este, figlio d'Alfonso duca di Ferrara e di Lucrezia Borgia, nato il 24 agosto 1509, istruito nella politica da suo padre, giovanissimo fatto prelato, andò in Francia, dove Francesco I lo colmò di onori, e gli ottenne il cappello cardinalizio nel 1538, poi lo fece arcivescovo di Lione nel 1540, ma le tante dignità non vel lasciarono dimorare. Giovanni Desgouttes lionese dedicò una traduzione dell'Orlando Furioso, come il Cieco di Ferrara avevagli dedicato il Mambriano, poema di lazzi comici e situazioni impudiche. Ippolito fu al Concilio di Trento, dopo il quale venne nominato vescovo di Autun, il qual posto cangiò poi coll'abadia di Flavigni e il priorato di Saint-Vivant: poi ripreso l'arcivescovado di Lione, per la cui diocesi fece pubblicare il Breviarium recognitum ac innumeris pene mendis summa diligentia et fide repurgatum, 1547. Lione era sede d'una stampa ricca e licenziosa, e Francesco I tentò reprimerla. Stefano Dolet, dotto tipografo, fu appiccato e bruciato a Parigi come eretico, e molti Ugonotti che secretamente predicavano, furono scoperti, nè salvaronsi che colla fuga. Quando in quella città s'incontrarono Enrico II e Caterina De Medici grandi feste si fecero, descritte in italiano e in francese dal poeta lionese Maurizio Séve, e i mercanti italiani vi fecero rappresentare la Calandra del cardinale Bibbiena. Ippolito era stato protettore di Benvenuto Cellini, che molto ne parla: lasciò splendidi edifizj sì in Francia, sì a Roma a Montecavallo e a Tivoli.

Mentre tornava al Concilio di Trento, il cardinale Ippolito fu assalito da cinquanta cavalieri dell'esercito del Condé, che gli tolsero il ricchissimo corredo, e cavalli e muli, dicendo che tanta magnificenza non s'addiceva al successor degli apostoli. Moltissime cariche ed uffizj egli sostenne, finchè, rinunziati tutti i benefizi a favore di Luigi d'Este suo nipote, morì il 2 dicembre 1572 a Roma, e il Mureto ne recitò l'orazione funebre, ove ritrae que' tempi, infelicissimi per la Francia, quando «uomini perversi, profittando della giovinezza di re Carlo, credansi permesso ogni peggio, e difondeano tra il popolo dottrine pericolose e criminali in fatto di religione: e non solo aveano imbevuto di lor massime la classe inferiore, ma infettato lo spirito di molti principi. Gli scritti di Lutero, di Calvino, d'altri empj, erano esposti pubblicamente e correano per le mani, mentre quelli di Gerolamo, d'Agostino, di Gregorio, d'Ambrogio escludevansi dalle biblioteche e dalle librerie. Fin alla Corte si teneano numerose assemblee di eretici, prendendovi parte persone della casa del re. Dapertutto non s'udivano che abbominevoli canzoni; e le loro esecrabili bestemmie contro Dio e i santi non cessavano di contaminar le orecchie cristiane».

[193.] Il famoso pubblicista Francesco Lottino di Volterra, scrive: «Io posso testificare come di cosa veduta con gli occhi proprj, che l'elezione del papa procede da Dio solamente; perciocchè io mi sono trovato in molti conclavi et ho avuta occasione di sapere la mente, posso dire, quasi di tutti i cardinali, et ho conosciuto chiaramente come la maggior parie di loro alla fine elegge il papa contra ogni sua voglia, senza che vi sia nè forza, nè ragione alcuna che li muova; se non che in quel punto, pare i cardinali si ritrovino fuori di sè, e che l'uno sia tirato dalla paura dell'altro, e vadino poi tutti insieme dove non voriano andare, e nondimeno non sappino negare a chi gli mena. Intanto che a tempi miei si sono queste contrarietà vedute, che alcuno odiato a morte generalmente da tutti, è stato da quelli medesimi che l'odiavano creato papa, et alcun altro amato da tutti e del quale si aveva per sicura l'elezione, non perciò aver potuto arrivarvi. Di modo che si vede che Iddio è padrone dell'elezione del papa, e che, o per sua giustizia meritando così i nostri peccati, ci dà talora un pontefice cattivo, o per la sua pietà e bontà ce ne dà uno buono. Ma perchè nondimeno è comune opinione, che l'industria civile habbia la parte sua in simile elezione, e voi particolarmente lo credete, ho messo insieme alcuni ricordi su ciò».

Questo, fra mille altri passi, può contraddire a quanto raccolsero i satirici, e più estesamente Giovanni Giorgio Fueslino, Conclavia Romana reserata, e testè il signor Petrucelli Della Gattina, Hist. diplomatique des Conclaves.

[194.] La scritta dice: Alexander papa III, Federici I imperatoris iram et impetum fugiens, abdit se Venetiis. Cognitum et a senatu perhonorifice susceptum, Othone imperatore filio navali prœlio a Venetis victo captoque, Federicus pace facta supplex adorat, fidem et obedientiam pollicitus. Ita pontifici sua dignitas venetæ reipublicæ beneficio restituta MCLXXII. Quest'ultima frase fu tolta quando nacquero dissidj colla repubblica veneta. Il fatto medesimo trovasi dipinto a Venezia nel palazzo ducale. Tanto il liberalismo del medioevo era diverso dall'odierno, che si scandalizza al vedere il rappresentante della forza e dello Stato, curvarsi dinanzi al rappresentante della giustizia e del popolo. Vedi la nota 16 del discorso III.

[195.] Pio V fe riveder quella causa, e dichiarata ingiusta la condanna, fe tagliar la testa ad Alessandro Pallentieri, orditor del processo; e bruciare il processo medesimo, col che tolse alla posterità di rivederlo in supremo appello.

[196.] Lettera del 16 settembre 1569.

[197.] Dei due più famosi storici italiani del Concilio parliamo altrove. Vedasi Le Plat, Monumentorum ad historiam concilii tridentini pot. illustrandam spectantium amplissima collectio. Lovanio 1782.

Il Manzi ha posto moltissime cose nuove sul Concilio nella II edizione di Lucca della Miscellanea del Baluzio.

Lodovico Dupin, Hist. du Concile de Trente, fu proibito nel 1725; come nel 1746 M. Jean Aymon, Lettres anecdotes et mém. historiques du nonce Visconti au Concile de Trente.

Il padre Bergantini avea raccolti molti documenti per appoggiare la storia di frà Paolo, in favor del quale scrisse contro il Pallavicino, sotto il nome di Giusto Nave. Sul Mazzoleni vedi la nota 3 qui sopra.

Il libro VII delle Decretali di Clemente VIII comprendeva il Concilio di Trento, ma fu soppresso. Libri symbolici ecclesiæ catholicæ conjuncti, atque votis, prolegomenis, indicibusque instructi, opera et studio Frid. Guil. Streitwolf et Rud. E. Klener, 1843, contengono i tre simboli universali, i decreti e canoni del Concilio tridentino, la confession di fede di Pio IV, e il Catechismo romano.

Varj scrissero questi ultimi anni la storia del Concilio, fra cui Alzog, Döllinger, il conte di Melun ecc. L'eruditissimo padre Theiner si era ultimamente proposto di farne un lavoro tutto nuovo, giovandosi degli Archivj Vaticani, da lui custoditi, e andando a investigar in tutti gli altri. Doveano essere di gran lume i processi verbali delle adunanze. Ma era bell'accorgersi che vi si metteano fuori opinioni inesatte, come succede nell'improvisare e nella controversia, e che la malafede poteva imputare a chi le disse, e trarne argomenti contro la verità e contro l'inerranza delle decisioni.

Negli archivj di Venezia e di Toscana (e così avverrà degli altri) noi leggemmo relazioni di ambasciadori, che quasi giorno per giorno riferiscono le discussioni e decisioni. Per semplice saggio, e come relativo a quanto nel testo accenniamo, caviam un cenno da lettera 3 febbrajo 1545 del Pandolfini residente toscano.

«Intendesi da Trento che il reverendissimo cardinale di quella città era venuto in una congregazione ultimamente, con dar certo scritto, e parlar a lungo sopra la reformazione della Chiesa che questo pareva riguardasse la persona del papa e gli abusi della Chiesa romana, e saria stato facilmente confermo, se il reverendissimo di Monti non vi si fosse gagliardamente contrapposto, adducendo molti luoghi della Scrittura alli ragionamenti suoi. E si tien che, dubitando esso reverendissimo Monti non la poter mantenere in benefizio del papa, sotto colori del nocumento di quell'aria sia per far instanza appresso sua santità della licenzia, ecc.».

Ad un'altra lettera è inserto: «Del Concilio, io son pure nella mia prima opinione che non si farà niente, ma ogni cosa si risolverà sopra li frati e preti: se Dio non manda qualche vento aquilonare, che rinfreschi tutti, ed ecciti qualche scintilla, che certo ve ne son molte, ma non hanno ardire nè anche possono far niente, perchè non si può parlare eccetto di quello che è interrogato e proposto dalli legati, i quali hanno apertamente detto che il Concilio è del papa, e non si ha a trattare altro che quello piace e pare a sua santità. Sopra la qual cosa non è ancora stato risposto, perchè non pareva ancora il tempo: ma si vedono ben molti che volevano, ed in vero avriano fatto succedere: ma, come ho detto, se Dio non manda altro ajuto non si farà niente. Questa mattina, che s'è fatta la sessione (seconda, 4 febbrajo) non s'è recitato altro nel decreto che il simbolo che canta la Chiesa, con una certa escusazione per gli abati, quali sono in cammino di Francia, di Spagna e di Roma. Frate Ambrosio Catarino ha recitato l'orazione: certo mai saria creduto che questo uomo tanto fervore e ardire avuto avesse: ha detto liberamente, non toccando però niuno, confortando tutti alla libertà del Concilio, che si parli senza rispetto; il che però non si potrà mai fare, se prima non vengono più in numero».

E notizie quotidiane riceveva il duca Cosimo dal Concilio, al quale teneva come proprio ambasciadore Giovanni Strozzi; poi Jacobo Guidi vescovo di Penne. Nell'Archivio di Stato toscano son notevoli in tal fatto le corrispondenze di Bernardo Daretti nel 1546, di Pier Francesco del Riccio ai Nº 47, 48, del Carteggio Universale, e viepiù i manoscritti Cerviniani, che versano su quel sinodo e sugli affari di Germania al tempo di Marcello Cervini che poi fu papa; dove son lettere del Vergerio, del Moroni, di altri e un infinità di opuscoli di circostanza. Avremo a parlarne ove della Toscana.

[198.] La bella vita del Comendone, scritta in latino da A. M. Graziani fu ben tradotta in francese dal Flechier (Parigi 1669). S'attribuisce al Comendone un discorso sopra la Corte di Roma, che esiste in più copie manoscritte nella Biblioteca Palatina di Firenze, non accennato dal suo biografo, ma degno di lui. Loda questa singolar repubblica, ordinata per vantaggio della religione. Ma ora (dice) si fanno ecclesiastici e prelati prima che neppur intendano l'uffizio a cui sono eletti. I pontefici traviarono dal loro scopo divino, volendo viver come i principi secolari, e affezionarsi alle cose che non son nostre che per pochi anni. La potestà de' papi dev'esser illimitata, necessità che apparve negli scismi, e che consta dalla storia e dai Concilj come volontà di Dio. Ma la sensualità produsse nella Chiesa molti difetti, come le astuzie, il favorir i parenti, il negligentare il governo, il cercar la grazia dei principi. A coloro che credono alla Chiesa non convenga aver signoria, oppone che Dio al popol suo diede signori i sacerdoti; che le ricchezze e l'autorità sin di far guerra sono antichissime; disapprova i governi che o tolgono i beni o vietano di lasciarne di nuovi a Roma, la quale è come l'arringo di quanti hanno speranze e attività nel resto del mondo. Gli abusi rivela con forza pacata e intrepida. Mostra come cose futili, per esempio l'impor nomi gentileschi ai figliuoli e l'ammirar gli eroi gentili, rivelassero quei traviamenti che poi apparvero manifesti; sicchè era stato prudente Paolo II quando li riprovò. Segue a dire come la Chiesa fosse passo passo guidata a usar mezzi, che parrebbero poco convenienti; e se prima subiva il martirio, dappoi dovette ricorrere a mezzi secolareschi: ma questi riuscirono a scredito dell'autorità e diminuzione anche de' beni.

Venendo ai rimedj, pone per primo la emendazione della Corte pontificia: il viver gli ecclesiastici secondo il loro stato, ridur le cose verso il proprio fine della religione, e costituirla nella forma sua prima, di aristocrazia universale. Vede la gran difficoltà della riforma se la si fa dai prelati; come supporne tanti così buoni, da emendar abusi inveterati? se da altri, ove trovar ancora tante persone degne di tal uffizio? poi come spossessar tanti di uffizj che spesso sono perpetui? Eppure bisogna far tutto il possibile, e cominciare la purga dalla testa e dal petto: ma come i difetti entrarono nella Chiesa a poco a poco, non è probabile che la sanità ritorni in un subito.

[199.] Esso Comendone da Nauenburgo, l'8 febbrajo 1561, scrive allo stesso cardinale Borromeo a Roma.

— Alli 5 febbrajo comparvero quattro molto onorati gentiluomini, due mandati dall'elettore Palatino, e due dal duca di Sassonia, con la guardia degli alabardieri e molto numero d'altre persone, e dissero avere in commissione dalli principi di accompagnarci all'andare e al ritornare. Furono essi ringraziati, e pregati da noi a volere loro ancora montare nei cocchi ch'erano preparati, ma essi volsero andare a piedi appresso li cocchi nostri. Li due mandati dall'elettore Palatino furono il suo maresciallo e il dottor Hemmio primo secretario; gli altri due del duca di Sassonia, Wolfango Koller, consigliere e capo, il quale si trovò al Concilio in Trento, ed il dottor Francesco Cram, slesita, suo consigliere. Li predetti principi erano congregati nella stufa loro ordinaria molto grande, nella quale non erano altri che principi, figli di principi, ambasciatori, consiglieri, secretarj, cancellieri. Stavano i principi, all'entrare dei nunzj, in stufa tutti in piedi e senza berretta con quest'ordine. Sopra una banchetta, li due elettori: un poco discosto sedeva sopra uno scanno il conte di Hostain, ambasciatore dell'elettore di Brandeburg, e così parimenti un poco lontano sedeva il duca Wolfango di Neuburg: appresso a lui il duca di Wirtemberg, poi il marchese Carlo di Baden, poi il figlio del landgravio, il quale neanco il giorno innanzi era stato in consiglio, poi Giovanni Giorgio palatino. Fu dato in mano d'ognuno il breve colla bolla del Concilio: ognuno l'accettò, e ci dissero poi unitamente, stando però loro ancora in piedi, che noi sedessimo, mostrando il banco messo a posta per noi, coperto di velluto. Rispondemmo noi, Sedeant celsitudines vestræ, e così il sentare (sedere) di tutti ad un tempo e farsi un grandissimo silenzio fu una medesima cosa. Onde cominciò il vescovo Delfino a parlare, esponendo puntualmente quanto si contiene nella qui annessa scrittura: dopo il quale il vescovo Commendone soggiunse quelle parole che similmente saranno con questa: e come egli ebbe finito, li due elettori dissero fra loro alcune parole, le quali fecero francamente comunicare al duca Wolfango di Neuburg e al duca di Wirtemberg, e dappoi il Misquir, cancelliere dell'elettore Palatino, rispose a nome di tutti li principi con queste formali parole: Illustres principes intellexerunt ea quæ exposuistis nomine pontificis romani, et quia negotium est arduum, nolunt nunc resolvere; convenient inter se, et postea dabunt responsum; interim cuperent ut, quæ vos legati pontificis dixistis, ea scripto eis deferatis.

«Qui fu risposto che sua santità aveva largamente dichiarata la mente sua nella bolla del Concilio, oltre che aveva scritto a sufficienza alla maestà cesarea, e che però noi non avevamo ordine di moltiplicare in scritture.

«Qui di nuovo un cancelliere andò intorno parlando ai principi, e poi ci rispose: Illustres principes intellexerunt vestrum responsum, et vos in eo non urgent. Dopo queste parole noi ci licenziammo, e dalle medesime persone fummo accompagnati fino a casa, dove non stemmo un quarto d'ora che comparsero tre gentiluomini mandati dai principi, li quali dissero queste formali parole: Magnifici domini principes, quamdiu vos fuistis apud illos non viderunt hæc verba, Dilecto filio, quia tecta erant: sed postquam viderunt se appellatos filios a romano pontifice, quem illi non agnoscunt pro patre, remittunt vobis literas; respondebunt nihilominus ad ea quæ vos dixistis.

«Fu risposto che s'era scritto loro come si scrive agli altri principi cristiani, e che della medesima forma han usato di scrivere sempre li predecessori di sua santità. Quelli posero li brevi tutti, senza però le bolle del Concilio, sopra una tavola, e se ne andarono. Come noi restammo, e come ci trovammo di mala voglia, il pensarlo alla sapienza di vostra signoria illustrissima; perchè manco vedevamo che poter fare, poichè erano partiti già de' principi con questa deliberazione già fatta, onde tanto meno si poteva ritrattare. Aspettammo dunque d'essere chiamati, ma in luogo di essere chiamati, la mattina alli VII comparvero dieci consiglieri de' principi, capo de' quali era Mesquir, consigliere primario dell'elettore Palatino. Questi furono ricevuti da noi con ogni umanità, e il secondo fra loro, che era Giorgio Cracovio, consigliere dell'elettore di Sassonia, persona, siccome qui è fama, assai dotta e bene esercitata nelle lingue, fece l'ufficio di risponderci a nome delli principi, chiamandoci nel principio Reverendi Domini, e le parole furono in questa sustanza. Che li principi non dubitavano essere in tutte le nazioni persone pie e buono, i quali desiderassero che la luce del vangelo e la purità della dottrina fosse restituita, et tetri abusus tollerentur, i quali il pontefice romano nella sua giurisdizione doveva già aver purgati; ma esser cosa manifesta a ciascuno quali sieno stati i pensieri di loro signorie, e particolari interessi, et quantum romana ecclesia superstitionis et erroris effuderit evangelio; per le quali cose essi principi erano stati forzati ab ordinaria potestate decedere, lucem quærere et puritatem doctrinæ haustam ex ipso verbo Dei, quam nunc certe et indubitate sequuntur, juxta primam Confessionem Augustanam. Ma quanto tocca alla presente legazione nostra, era parso a' principi di dare questa risposta alle cose che avevamo detto per nome del pontefice romano: Primo, mirari se, qua spe fretus, romanus pontifex ausus sit mittere legationem ad illos: non agnoscere se ejus potestatem, neque in aliis, neque in indictione Concilii: unum se dominum in terris agnoscere, cæsaream majestatem. Si dolsero poi che fosse imputato loro d'essersi divisi in molte sètte, dicendo di seguire una sola Confessione Augustana, e che avevano suoi dottori e teologi che la difendono, come noi abbiamo potuto leggere ne' loro libri, et quod illi debuissent habere vota in Concilio. In fine che, come noi sapevamo, erano stati qui gli ambasciadori cesarei, e che li principi gli avevano risposto ut supplices referrent cesareæ majestati quid de hac tota re principes sentiant. Ma quanto alle nostre persone private, se non fossimo venuti nomine pontificis, n'averiano usata ogni amorevolezza e cortesia per rispetto d'essere veneziani, osservando i principi quella illustrissima repubblica, e per rispetto nostro particolare, laudandoci con molte parole: che però come private persone offerivano in nome de' principi tutto quello in che le loro celsitudini ci potessero gratificare.

«Come egli ebbe finito, noi due conferimmo insieme circa la risposta, e di comune consenso il vescovo Commendone rispose così: e Che nostro signore aveva mandato suoi nunzj alli principi di Germania per l'officio che teneva di pastore universale, e per la carità sua verso ognuno, con quell'animo e a quel fine che era stato esposto l'altro jeri alle loro celsitudini, e che però non vedevamo perchè alcuno se ne avesse a maravigliare. Che il Concilio era stato inditto da sua santità secondo la forma ed il modo perpetuamente osservato nella Chiesa per inspirazione dello Spirito Santo, non si potendo conservare nè, dove fosse bisogno, restituire l'antica disciplina dei nostri padri, se non colle medesime vie tenute da loro. Quanto al non aver essi principi altro superiore che la cesarea maestà, non è loro nascosto qual proporzione sia nella repubblica cristiana fra sua maestà ed il sommo pontefice, e qual sia l'osservanza di sua maestà cesarea verso sua santità, e quale ancora sia stato sempre l'animo de' pontefici verso quest'inclita nazione, specialmente circa le cose dell'imperio. Quanto alla riforma, lisciando ora di parlare de' predecessori per non esser troppo lungo, specialmente la santa memoria di Pio IV, dal principio del suo ponteficato ha atteso alla riforma e datole buon principio, anzi tanto più volentieri ha convocato il Concilio, quanto ha giudicato espediente che in esso Concilio si faccia questa riforma universale.

«Quanto alla Chiesa romana, che essa non pure non ha offuscato l'evangelio, ma che è sempre stata maestra e regola della dottrina cristiana e lume della verità, e che a lei sono ricorsi sempre tutti i padri antichi fin dal tempo degli apostoli, e che da lei devono riconoscere i Germani l'esser cristiani, a qua primam evangelii lucem acceperunt. Quanto alle parole dette l'altr'jeri della verità delle moderne opinioni, essere stato semplicemente detto il fatto, secondo si vede nelli medesimi scritti de' loro teologi, che essi ci adducevano piene di molte nuove opinioni e contrarie l'una all'altra. Quanto alla fermezza e certezza che dicevano avere della loro opinione, che la novità e il dissentire dal resto della Chiesa, et ab ordinaria potestate discessisse, come essi medesimi dicevano, doveva almeno levare loro questa tale certezza, e renderli dubbj massimamente in cosa che importa la salute e la perdizione eterna, e che a san Paolo vaso d'elezione, ancor che, come esso afferma, accepisset evangelium, non ex homine sed per revelationem, non di meno gli fu per rivelazione comandato che ascenderet Jerosolimam, et conferret evangelium suum cum apostolis, ne forte in vanum curreret, aut cucurrisset: il che fece lo Spirito Santo non per bisogno ch'esso Paolo n'avesse, ma a perpetuo esempio e dottrina di tutti i posteri. Finalmente che si ricordassero di quelle parole del Vangelo: Quoties volui congregare filios, etc.

«Poi quanto alle nostre persone particolari, che ringraziavamo le loro celsitudini grandemente, e che ne terresimo perpetuo particolare obbligo, offerendoci all'incontro, ecc., e essi senza fare altra replica si partirono.

«Di tutto questo successo, per quanto si può congetturare, e per quanto ci è stato anco accennato da alcuni consiglieri di principi, è stato autore il duca di Wirtemberg. All'incontro il duca Augusto, per varj segni che si hanno, inclina a pace temporale e spirituale più di qualunque altro; onde ha fatto far complimenti con ciascuno di noi, ed ha preso destra occasione di partirsi, avanti che ci sia stato risposto, ancora che toccasse a lui d'essere l'ultimo, come più vicino a Nauburg.

«Le cose sopra questa materia venuteci in considerazione degne della notizia di V. S. Ill. sono le infrascritte. Li principi, al comparir nostro dinanzi a loro, non ci diedero la mano all'usanza tedesca, perchè questo atto arguisce pace e buona volontà, la quale non è in loro verso la santa romana Chiesa. Mentre che noi parlavamo, almeno dieci persone scrivevano, ed il duca di Wirtemberg aveva il suo libretto in mano, e notò alcuni passi. Ci hanno accettati, uditi e onorati sotto nome di nunzj della sede apostolica; ci hanno risposto a quello che abbiamo detto in nome di sua santità cortesemente, e non sono devenuti a parole nè a modi ingiuriosi nè derisorj; cose che molti giudicavano dover succedere in contrario; hanno rimandato le lettere, non la bolla del Concilio, atto da tutti giudicato più inetto che altro, sebbene è segno di molta mala volontà, e d'animo grandemente alienato, perchè ognuno vede che hanno consentito a quello che importa più, accettando e ritenendo la bolla del Concilio. Per questo esempio siamo in pericolo che nessun principe nè città protestante accetti li brevi. Dall'altra parte è gran cosa che, etiam senza vedere li brevi di sua beatitudine, siamo accettati, onorati e uditi come nunzj di lei, ci sia lasciato far l'ufficio che avevamo in commissione, cioè d'invitare al Concilio, mostrando la necessità di esso, e dichiarando la pia mente di sua beatitudine, e che ci sia finalmente risposto, se non ad vota, almeno a proposito. Ora quanto al convento, la causa principale d'esso è stato l'avere giudicato li principi che certo si sia per celebrare il Concilio generale, e l'aver conosciuto molta necessità d'accordarsi almeno appartatamente in qualche forma di fede, acciocchè quest'accordo dia loro qualche reputazione. Però non hanno trattato cosa che importi se non questa. Il fine non è stato a lor modo, perchè Giovanni Federico duca di Sassonia vuole stare alla semplice confessione, data del 30 all'imperatore Carlo V, fatta da Lutero; il resto de' principi vogliono la predetta Confessione insieme con l'apologia del Melantone, e questo perchè, avendo inclinato a Zuinglio, e sparsi semi assai della venenosa insania sua nelle cose che ha scritte, vengono in questo modo a non essere condannati li sacramentarj, che sono fra questi principi più che notorj, come l'elettore Palatino, il duca di Wirtemberg, il marchese di Baden. Per le quali cose il sopradetto duca Giovanni Federico, non solo non ha voluto consentire, ma è partito in collera contro li principi chiamati sacramentarj, e ha insomma fatto un gran rumore. Noi da più segretarj e consiglieri de' principi, che sono venuti spesso a visitarci e a pranzo con noi, abbiamo inteso insomma quanto al Concilio, non ci essere alcuna inclinazione, e che i principi tengono la bolla del Concilio essere continuazione espressa, specialmente per quelle parole omni suspensione sublata, e che di questo hanno trattato con gli ambasciatori cesarei. Di più i medesimi consiglieri ci hanno più volte detto che nessuno prelato di Germania anderà a Trento...»

[200.] Il Comendone al Borromeo da Anversa, a' 9 giugno 1561, scriveva:

«In Londra la vigilia del Corpus Domini, all'ora del vespero, una saetta arse la torre ed il resto della chiesa di san Paolo, che è la principale di quella città: e qui gli Inglesi, in luogo di riconoscere la loro impietà, dicono che Dio distrugge i tempj dell'idolatria passata in quel regno; come anco in Sassonia i teologi, interpretando malamente il fuoco che si vide il dì degli Innocenti nel cielo per tutte quelle provincie, predicavano alli popoli che Dio li minacciava, perchè non custodivano bene la purità del Vangelo rivelata a loro, e che il Papa, il Turco ed il Moscovita ne farebbono la vendetta, se non si emendavano, e ciò hanno anche scritto e stampato, con la forma del medesimo fuoco che ivi pubblicamente si vedeva, ed io n'ebbi una con queste parole a Wirtemberg: il che scrivo a vostra signoria illustrissima acciocchè conosca da questo ancora la perversità di costoro, che non si contentano di ridurre tali segni alle cause naturali senza rivolgersi punto a Dio, ma gli alterano nel medesimo modo che le Scritture, contro l'autore d'essi segni e Scritture, cercando con ogni via di confermare gl'infelici popoli nell'eresia».

[201.] Matteo, XXIII, 3.

[202.] Marco Mantova Benavides, dotto giureconsulto e professore a Padova, scrisse un libro Del Concilio, dove esamina quali persone abbiano diritto d'intervenirvi, e che qualità ad esse convengano; deplora che molti cardinali e prelati sì poco intendano di studj, o soltanto di filosofia e lettere, anzichè di canoni e scritture; esamina poi i varj Concilj precedenti, e quistiona se il Concilio sia superiore al papa. E benchè non risparmiasse i disordini degli ecclesiastici, ebbe lodi da Paolo III e applausi da Roma.

[203.] Nell'Ordo et modus in celebratione sancti et generalis concilii tridentini observatus, a r. p. Angelo Mazzatello ejusdem concilii secretario descriptus, parlando de congregationibus generalibus, è scritto: Licet unicuique quam maluerit summa libertate opinionem vel tueri vel destruere, dummodo ea quæ catholicum decet dicatur et tandem confirmetur. Evenit aliquando ut, aliquo minus catholice loquente, multi assurgerent conclamantes, Hæc non sunt dicenda, Hæc hæresim sapiunt vel similia: usque adeo ut nonnumquam aliquibus clara voce dictum fuerit: Iste est hæreticus, Iste debet a congregatione expelli. Quæ verba fuere summa ratione ab illustrissimis Legatis reprehensa, ne libertas loquendi patribus adempta esse videretur.

[204.] Gradonico, Brixia sacra, p. 366.

[205.] Mantova, 1567. Questo Zanchino era stato inquisitore nell'Emilia il 1302, e morì il 1340. Dice: «Per più spedita istruzione del religioso ed onesto frà Donato di Santa Agata minorita, inquisitore nella provincia della Romagnola, che, occupato nelle cose divine, e insistendo agli studj delle sacre carte, non può attendere alla dottrina del diritto canonico e civile, per poter più di questi pienamente essere istruito, e sapere quel che convenga senza sviare dalla scienza della giustizia nelle sentenze o nel processo, io Zanchino di Ugolino, senese della porta di San Pietro d'Arimino, minimo avocato, figlio spirituale e devoto di esso signor inquisitore, feci questo compendioso trattato sopra gli eretici, ecc.» Vedi Quetif.

Il Campegio fece pure un'opera De privata potestate rom. pontificis contra Matthiam Flacium Illyricum, stampata solo nel 1697. Anche Vincenzo Patina di Quinzano (-1575) scrisse Fragmenta contra hæreses (Mantova, 1557), e le altre cose lodate.

[206.] Lagomarsini nelle note al Poggiano, maestro di san Carlo, che fu poi cardinale.

[207.] Principale sostenitore dell'immacolata Concezione fu il ripetuto cardinal Polo col cardinale Pacecco.

[208.] Merito chiamano i teologi la bontà naturale o soprannaturale delle azioni dell'uomo, e il diritto che egli acquista per esse ai premj divini, in grazia delle divine sue promesse. Si dà merito di condegnità, quando c'è una proporzione fra il valor dell'azione e la ricompensa annessavi: altrimenti non c'è che merito di convenienza (de congruo). Quello non può fondarsi che s'una promessa formale di Dio, questo sulla fiducia nella sua bontà, mera grazia e misericordia (San Paolo ad Rom. VIII, 48).

Daniele dice a Nabucco: «Riscatta colle limosine i tuoi peccati». Qui s'avrebbe un altro merito; il perdono delle colpe qual guiderdone delle buone opere. Così è scritto che Dio fece del bene alle levatrici egiziane perchè lo temettero (Exod. I, 20). Secondo san Giacomo, la meretrice Raab fu giustificata per le sue buone opere (Ep. II, 25). In questi ed altri casi non v'era condegnità o proporzione fra le opere e il premio, e nemmen promessa: è la bontà di Dio che non volle lasciarle senza premio: era merito di convenienza.

L'uomo non può meritar la prima grazia attuale, altrimenti essa sarebbe premio d'azioni fatte senza di essa e meramente naturali. Nemmeno la prima grazia abituale può essere meritata de condigno; ma può l'uomo meritarla de congruo per via d'opere buone fatte col sussidio della grazia attuale. Sant'Agostino insegna che il dono della perseveranza non può l'uomo meritarlo de condigno, perchè Dio non l'ha promesso ai giusti: ma i giusti posson meritarlo de congruo colle preghiere e la fiducia.

[209.] L'Ochino scrive: «Io mi ricordo che, trovandomi a Roma, il cardinale Contareno da Spira aveva scritto al papa e a certi cardinali come infra loro cattolici avevano accettato l'articolo della giustificazione per Cristo, ma non già confessato alli Protestanti: e che desiderava sapere se lor pareva che pubblicamente l'accettassero. Ora il cardinal Fregoso mi disse: Domani si farà concistoro, e si proporrà lo articolo della giustificazione per Cristo; saremo da cinquanta cardinali, delli quali almanco trenta non sapranno che cosa sia questa giustificazione; e degli altri venti la maggior parte la impugneranno; e se qualcuno la vorrà difendere sarà tenuto eretico». Sicchè si può vedere che cosa è la nostra chiesa, poichè nel supremo tribunale, dalli primi capi, si ha a propor per cosa dubbia il primo e principal articolo della fede, e di più sarà rifiutato».

Risposta di messer Bernardino Ochino alle false calunnie e impie bestemmie di frate Ambrosio Cattarino, 1546.

Gran rumore si mena di tale asserzione, ma a noi non pare vedervi che un de' paralogismi soliti nelle polemiche. È di fatto che i Padri stavano indecisi sui termini, paventando di restar sorpresi per qualche parola sfuggita o frantesa. Nell'epistolario di Reginaldo Polo v'è una lettera che Nicolò Ardinghello, a nome del cardinale Farnese, scrive al Contarini; aver il papa ricevuto la conclusione fermata fra sei deputati, sopra la giustificazione, e non l'aver letta in concistoro perchè esso Contarini avea raccomandato di tener secrete queste trattative, onde non turbare la concordia. Sua santità considerava che le risoluzioni del colloquio non faceano autorità e sono citra conclusionem, ma pure guardasser bene di non lasciarsi sfuggire cosa cui potessero appigliarsi gli eretici; si cercasse che «le parole debbin in ogni cosa essere ben chiare e non comuni a più sensi»; che «li articoli siano boni di senso e chiari nel parlare; nè sotto speranza di concordia si lasci trasportare non solo ad acconsentire in quanto al senso ad alcuna determinazione che non sia del tutto cattolica, ma etiam nella esplicazione delle parole fugga ogni dubbietà, e non comporti che si pretermetta di esprimere il tutto, e tanto chiaramente che non vi sia pericolo di esser gabbato dalla malitia degli avversarj». Il Laynez nell'opera De imputatione justitiæ (Trento 1546) conchiudeva: His itaque dictis circa ipsam decreti doctrinam, addam me vehementer desiderare ut, in publica atque ordinaria synodo, huic negotio justificationis imponatur extrema manus: atque ob id præsertim, quia cum ego, sicut et alii generales, jam missurus sim permultos concionatores ad varia Italiæ loca, vellem ut ex præscripta formula idem omnes de justificatione dicerent.

[210.] Sess. XIV, c. 8. È la frase di sant'Agostino, che Dio corona i proprj doni coronando il merito de' suoi servi.

Vedasi il nostro vol. I pag. 309.

[211.] Il dottore Pusey, nella recente famosa sua lettera «La Chiesa d'Inghilterra porzione della una, santa, cattolica chiesa di Cristo, e mezzo di restituirne la visibile unità, Irenicon ecc., Londra 1866» dice: «Quanto alla giustificazione, non v'è un solo capitolo del Concilio di Trento che noi Anglicani non siamo tutti disposti a sottoscrivere, nè alcun anatema d'esso Concilio su tal proposito che contraddica alla dottrina della Chiesa anglicana». E soggiungeva: «Paragonando la mia credenza con quella esposta dal Concilio di Trento, fui persuaso che le espressioni di cui si valse, colle spiegazioni di dottori cattolici, private bensì ma autorevoli fra' Cattolici, non condannino quel ch'io credo, nè esigono ch'io ammetta cose che non ammetto... Nulla vi ha che non possa essere spiegato in modo soddisfacente per noi, qualora tale spiegazione ci venga data con autorità; cioè non solo da semplici teologi, ma dalla medesima Chiesa romana».

Ma poi inveisce contro la Chiesa cattolica con pregiudizj vulgari: il primato del papa deriva non da diritto divino ma da ecclesiastico: vuol distinguere nella Chiesa un insegnamento dottrinale, ch'e' loda e riconosce, e un sistema pratico popolare, fonte di superstizioni e assurdi e in contraddizione col primo, e che trova quasi autoritario e idolatrico, e causa perchè i Protestanti stiano lontani dalla Chiesa cattolica.

Non è così. Il papa crede quel che crede l'infimo de' Cattolici: la Chiesa, attenta a condannare ogni errore, non tollererebbe certo un sistema pratico, opposto all'insegnamento dottrinale.

[212.] Se con Lutero si ammette che i sacramenti danno la grazia unicamente coll'eccitar la fede, ne consegue che pari virtù possedessero anche quelli della legge antica, i quali invece erano puro segno della grazia, mentre quelli della nuova la contengono e la producono.

[213.] La comunione sotto le due specie era domandata con instanza da molti paesi, ed anche dalla Francia: talchè, nel pericolo di perder un tanto paese, inclinavasi a condiscendere. Ma li cardinali spagnuoli vi si opponevano: il cardinale Sant'Angelo diceva sarebbe un dar a' Francesi un calice di veleno, e ch'era meglio lasciarli morire, che dar rimedj tali: il cardinale della Cueva, che, se l'autorità della santa sede il concedesse, egli andrebbe sulla scalea di San Pietro a gridar misericordia: il cardinale Paceco rifletteva che adesso francesi, tedeschi, spagnuoli vanno alle medesime chiese, mentre allora, variando in rito sì principale, si troverebbero separati, e ne verrebbe scisma e nimicizia. Il cardinale Alessandrino (frà Michele Ghislieri) argomentava che il papa nol poteva concedere; non perchè glie ne mancasse l'autorità, ma per incapacità di quei che domandavano tal grazia. Perocchè, o questi tengon per necessario il calice, o no. Se no, a che volere dare scandalo colla differenza? Se sì, dunque son eretici e incapaci di grazia. Il ricever il calice credendolo necessario è male ereticale: e il papa non può dar facoltà di fare il male. Il cardinal Rodolfo Pio di Carpi rifletteva che, ottenuta questa domanda, Francia ne poserebbe un'altra, e il matrimonio de' preti, e l'uso della lingua vulgare ne' sacramenti, ed altre materie, che tutte aveano altrettanta ragione. In fatti il papa stette al niego.

[214.] È perentoria la sentenza della sess. XXIV, cap. de Reformatione.

«Coloro i quali, altrimenti che alla presenza del parroco o d'altro sacerdote, autorizzato dal parroco istesso o dall'ordinario, e di due o tre testimonj, si attenteranno di contrarre matrimonio, la santa sinodo li rende del tutto inabili a contrarre in tal guisa, e siffatti contratti decreta esser irriti e nulli».

Dunque in faccia alla Chiesa non esiste matrimonio se non è contratto nella forma prescritta da essa; mentre oggi in Italia la legge non riconosce se non l'atto civile. Che il matrimonio non sia sacramento, ma semplice contratto civile, lo sostenne principalmente, fra i nostri, il De Dominis. Contro del quale e del Lannoy cominciò un trattato il famoso Gerdil, mostrando che la sua natura intima ed essenziale, come la istituzione, distinguono il matrimonio dai contratti civili e naturali. Fu pubblicato postumo nel 1803, e riprodotto nel 1860 allorchè tal quistione rinacque.

[215.] Sant'Agostino definisce la Chiesa populus fidelis per universum orbem dispersus. Dopo lo scisma orientale, fu definita l'assemblea di persone unite dalla professione della fede cristiana e dalla partecipazione agli stessi sacramenti, sotto la suprema condotta del papa, primo vicario di Cristo. Le parole in corsivo sono taciute dalla Chiesa greca. La protestante chiamasi congregazione dei santi, in cui il Vangelo rettamente s'insegna, e rettamente s'amministrano i sacramenti. Confessio Augustana, art. 7. I Sociniani dicono, la Chiesa visibile è l'adunanza di quegli uomini che tengono e professano la dottrina salutare. Catechismo Cracoviano pag. 108.

[216.] È il preciso opposto del razionalismo del XVIII secolo, e per esempio di Tollotson o di Buttler, che dicevano: Chi desidera veramente far la volontà di Dio, non può lasciarsi ingannar da vane pretensioni di rivelazione. Se gli si propone una dottrina come venuta da Dio, esso la giudica secondo le cognizioni che possiede della natura divina e delle sue perfezioni; vi è conforme? la ammette. Altrimenti la repudia, se anche un angelo calasse dal cielo per fargliela accettare.

[217.] G. Volkmar, nel Zeitschrift für wissenschaftliche Theologie, 1861, parlando delle epistole canoniche, sostiene che i libri di Enoch non comparvero se non verso il 132 d. C. In conseguenza le due epistole di san Pietro e quella di Giuda che li citano son posteriori, e vanno al 145: Papio, che si serve della prima epistola di san Pietro, non potè scrivere avanti il 155-170: e perciò cade la testimonianza sua a favore de' libri di san Giovanni. E così via. Ma il libro del profeta Enoch, opera apocrifa, tenuta molti secoli per perduta, fu scoperto in Abissinia al fine del secolo scorso, e tradotto s'un manoscritto etiope della biblioteca Bodlejana (Oxford 1821), e n'è dimostrata l'anteriorità. Vedi dott. Ricardo Lawrence, Mashasa Enoch Naby the booky ecc., e il Ghiringhello nella Vita di Gesù Cristo p. 413. Il vero è che l'autenticità dell'epistola di san Giuda non dipende per nulla dall'età del libro di Enoch, giacchè non lo cita come libro, nè dice scriptum est: ma cita solo parole che la tradizione attribuiva ad Enoch, e che poterono passare nell'apocrifo di Enoch, togliendole dalla stessa tradizione, e fors'anche dalla lettera di Giuda che le avea registrate.

[218.] La distinzione de' libri in antico e nuovo Testamento fu fatta da Tertulliano, appoggiandosi a san Paolo che scrive: In lectione veteris Testamenti: idoneos ministros nos fecit novi Testamenti. Ad Corint. III, 14, 6. Il greco dice διαθήκη, voce equivalente all'ebraica berith, che significa o taglio o alleanza o economia. Quarantasei sono i libri del Vecchio Testamento, cioè Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, Giosuè, il libro de' Giudici, Rut, il primo e secondo di Samuele, il primo e secondo de' Paralipomeni, il libro d'Esdra, il libro di Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, Giobbe, il Salterio, i Proverbj di Salomone, l'Ecclesiaste, il Cantico de' Cantici, la Sapienza, l'Ecclesiastico, Isaia, Profezie e lamentazioni di Geremia, Baruc, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zacaria, Malachia, primo e secondo de' Macabei.

I libri del Nuovo Testamento son ventisette: cioè I quattro evangeli, I fatti apostolici, Le quattordici epistole di Paolo, Le sette lettere cattoliche, una di san Giacomo, due di san Pietro, tre di san Giovanni, una di san Giuda o Taddeo, l'Apocalisse.

Questa serie è data già dal Concilio III Cartaginese del 397, e riprodotta dal tridentino, che non pose divario pe' libri deuterocanonici.

[219.] Ad Ephes. v, 27; Apoc. XXI, 27.

[220.] Nel vangelo di san Matteo XII, 32 si dice che «a quello che avrà parlato contro lo Spirito Santo non fia rimesso nè in questo secolo nè nel futuro». Dunque ci ha peccati che saranno rimessi nell'altra vita.

Sant'Agostino, oltre quel che ne riferiamo alla nota 7 del discorso XV, ha un trattato de cura pro mortuis gerenda: nella Città di Dio S. XXI, c. 24 scrive: Pro defunctis quibusdam vel ipsius ecclesiæ vel quorundam piorum exauditur oratio: nell'Enchiridion § 29, c. 110: Cum sagrificia sive altaris, sive quarumcumque eleemosynarum pro baptizatis defunctis omnibus offeruntur, pro valde bonis gratiarum actiones sunt: pro non valde malis, propitiationes sunt; pro valde malis, etiamsi nulla sunt adjumenta mortuorum, qualescumque vivorum consolationes sunt.

Vedi Vincenzo De Vit, Come si possa difendere la Chiesa cattolica nelle sue preghiere pei defunti, incriminate dagli eterodossi. Prato 1863.

[221.] Sess. XXV, cap. 3. Et quamvis in honorem et memoriam sanctorum nonnullas interdum Missas Ecclesia celebrare consueverit, non tamen illis sacrificium offerri decet, sed Deo soli qui illos coronavit; unde nec sacerdos dicere solet o offero tibi sacrificium, Petre vel Paule, sed Deo de illarum victoriis gratias agens, eorum patrocinia implorat: ut ipsi pro nobis intercedere dignentur in cœlis, quorum memoriam facimus in terris.

[222.] Eppure uno dei campioni d'allora, il Gerson, così poco favorevole al primato romano, dichiara eretico eum qui negaret statum papalem institutum esse a Deo supernaturaliter et immediate, tamquam habentem primatum monarchicum et regalem in ecclesiastica hierarchia. (De statu ecclesiæ cons. 1). È forse la formola più comprensiva, e da preferirsi anche a quella del Bellarmino.

[223.] Bossuet, Hist. des variations, lib. XV.

[224.] Dianzi a Trento celebrò il terzo centenario di quel sinodo, e a Roma fu coniata una medaglia coll'iscrizione Concilivm magnvm tridenti incoatvm an. mdxlv absolvtvm anno mdxliii ecclesiæ salvs.

an. mdccclxiii tridenti tertiis festis sæcvlaribvs.

[225.] Il vol. XII della collezione Mazzoleni più volte citata contiene, fra altri, uno scritto, Abusus qui circa sacrum missæ sacrificium evenire solent; e un Manuale de quibusdam abusibus, relativo principalmente alle prediche de' frati, ai questuanti, e alla loro riforma.

[226.] Arnobio, adv. Gentes III, 7.

[227.] Negli Atti degli Apostoli, cap. XIX, V. 19: Multi eorum, qui fuerant curiosa sectati contulerunt libros, et comburerunt coram omnibus.

[228.] Volume I pag. 245.

[229.] Nel Fedro di Platone è acuto quanto elegante il discorso di Socrate intorno ai danni che la scrittura apportò al pensiero, e il confronto tra la parola viva e la scritta: con ciò condannando già quegli eterodossi, che la sostanza della verità ripongono in un libro.

[230.] Allo scopo del nostro lavoro serve notare i seguenti libri del primo Indice:

Julius Cæsar P., Qui Calvini Institutiones in italicam linguam transtulit.

Castelvetro, Opera omnia, donec expurgentur.

Battista da Crema, Opera omnia nisi emendentur.

Firmanus Seraphinus, Apologia pro Baptista de Crema.

Antonio d'Adamo, Anatomia della messa.

Il Brucioli è pure fra i proibiti di prima classe. Dappoi

Modo di tenere nell'insegnare e nel predicare al principio della religione cristiana.

Modo o via breve di consolare quelli che stanno in pericolo di morte.

Opera divina della cristiana vita.

Opera utilissima intitolata, Dottrina vecchia e Dottrina nuova.

Maniera di tenere a insegnar i figliuoli cristiani.

Tutte le opere di Alberico Gentile e del De Dominis.

Precedenzie alla apologia della confessione virtembergense.

Antonius Polus venetus, Lucidarium potestatis papalis, septem libros complectens. (Appendice).

[231.] Per esempio, il Consilium de emendanda Ecclesia per le note e prefazione ereticali; Epitome responsionis Silvestri ad M. Luterum, edita da Lutero; S. Concilii trid. decisiones, edite da Giovanni di Gallemart; Fecebico Fregoso, Pio e cristianissimo trattato della orazione; Della giustificazione della fede e delle opere; Prefazione alla lettera di san Paolo ai Romani, opere attribuitegli falsemente.

Poemata varia doctorum piorumque virorum de corrupto Ecclesiæ statu, cum præfatione M. Flacci Illyrici.

Scripta quædam papæ et monachorum de Concilio tridentino, ann. 1547 et 1548, cum præfatione Matthiæ Flacci Illyrici. Così i decreti di Alessandro VII e di Innocenzo XI contro le proposizioni di morale lassa: il decreto del Sant'Uffizio contro certe confraternite, perchè nella ristampa venne esteso più che non fosse in origine.

[232.] Stimo non disopportuno avvertire che, dovendo pe' miei lavori, e più specialmente per questo, valermi d'ogni sorta di libri, anche de' peggiori e degli ereticali, chiesi e ottenni la più ampia licenza dal santo padre.

E mi sia dato citare alcuni casi particolari non senza importanza intrinseca, nè senza opportunità.

Lodovico Muratori, bersagliato come ogni letterato, e specialmente ogni storico nel nostro paese, fu anche accusato di opinioni antipapali, e sin dai pulpiti come pazzo, temerario, eretico. Denunziato alla sacra Congregazione, il Muratori ne scrisse al pontefice, chiedendo esser edotto degli errori appostigli. E Benedetto XIV gli rispondeva, ne' suoi scritti trovarsi certamente molte cose disapprovabili, ma che «secondo l'esempio dei predecessori, le opere degli uomini grandi non si proibiscono», e tanto meno il farebbe delle sue, attesa la gran fama dell'autore e la conosciuta sua pietà: quel ch'era spiaciuto in esse non si riferiva se non ai possessi temporali della santa sede: egli «avea sempre creduto non convenisse disgustare per discrepanza di sentimenti in materie non dogmatiche nè di disciplina, ancorchè ogni governo possa proibire quei libri che contengono cose che gli dispiacciono» (Roma, 25 settembre 1748).

Gian Domenico Romagnosi in fondo era filosofo sensista e giurista statolatro. Le opere sue divennero più celebri dopo la sua morte, e nessuno può non ravvisarvi lo spirito degli Enciclopedisti, per cui la religione è considerata come un affare civile, e piuttosto trascurata che attaccata. Dovette dunque alcuno zelante denunziare al sant'Uffizio la Genesi del diritto penale. E la sacra Congregazione mandò a lui l'arciprete del duomo di Milano Opizzoni, nel novembre 1827, esponendogli i varj passi incriminati. «Grato ai generosi riguardi coi quali veniva onorato dalla sacra Congregazione», il Romagnosi si sentì «in dovere di corrispondere con la dovuta venerazione e lealtà», ed espose spiegazioni, che io ho pubblicate in una biografia di quel mio maestro. La sacra Congregazione, «dopo diligentemente esaminate le osservazioni e spiegazioni sopra le proposizioni censurate, commendò la sommessione e il rispetto» di lui; solo «consigliando pel caso di ristampa, alcune aggiunte spiegative».

Le dottrine religiose del Romagnosi erano state impugnate vivamente dall'insigne filosofo Antonio Rosmini. Uomo religiosissimo, fondatore d'un Ordine nuovo, esemplare di vita, splendidamente caritatevole, parve però ad alcuno che, colle sue teoriche filosofiche, arrivasse a vere eresie, e specialmente nel Trattato della Coscienza. Fu dapprima imputato in giornali cattolici, poi virulentemente in alcune lettere di Eusebio Cristiano, nelle quali si volle vedere una vendetta de' Gesuiti, perchè esso piantava sistemi contrarj a quelli sostenuti da filosofi di quella Compagnia. Dai libri la cosa procedette ai tribunali: e deferite quelle opere alla sacra Congregazione dell'Indice, vennero prese a severo esame. Gli avversarj de' Gesuiti asserivano che la costoro potenza riuscirebbe certo a farlo condannare. Noi amici dell'autore restavamo in un'ansietà paurosa, temendo di vedere riprovato un tant'uomo, e condannate opere che, camminando sempre sulle traccie dei santi padri, erano sembrate un gran sostegno della religione contro gli errori de' nostri tempi, e l'irruzione della filosofia eclettica e del panteismo. Quale immensa consolazione quando Roma proferì non esser condannabili!

Di rimpatto quella spudorata che si chiama opinione pubblica avea sparnazzato coi suoi organi che la Storia Universale del Cantù era lavoro complessivo de' Gesuiti, a cui egli non dava che il nome o la forma. In quella vece dai Gesuiti stessi gli vennero severissimi appunti e pubblici e privati: ond'egli supplicò alcun di loro togliesse in esame l'opera sua, indicandogliene gli errori, sicchè potesse correggerli nelle successive edizioni. Si cominciò in fatto il caritatevole officio; poi, forse perchè la messe crescente sbigottisse il pio annotatore, si giudicò opportuno trasmettere quelle note, anzichè all'autore, alla sacra Congregazione dell'Indice. Il Cantù, privatamente informatone, dichiarò sottomettersi a qualunque decisione prendesse la santa sede, ma, a norma della Costituzione di Benedetto XIV, invocava d'essere informato e di potersi difendere. Non fu esaudito in ciò, forse perchè sembrasse bastante la difesa che internamente se ne farebbe; e dopo lungo tempo, che fa supporre accurata indagine, gli venne rescritto che «la sacra Congregazione in maturo esame ha dovuto convincersi essere nella Storia Universale trascorse qua e là inesattezze ed anche proposizioni erronee: in vista però della vastità dell'opera, delle molte edizioni, delle belle pagine che contiene, della rettitudine dell'autore.... avuto riguardo alla Costituzione Benedettina, ha dichiarato non si condannano esse istorie, benchè vi s'incontrino opinamenti erronei che l'autor medesimo potrà col suo senno e colla sua erudizione avvertire».

Accompagnando questa decisione, il 7 settembre 1860, il cardinale prefetto della sacra Congregazione in particolare si congratulava coll'autore «del non essersi lasciato adescare da quel partito antipapale e forse anticattolico, il quale dispensa le più clamorose corone. Ella ha saputo tanto scostarsene, che mai non ne otterrà gli applausi».

[233.] È all'indice Furius Coriolanus (cioè Federico Valentino) Bononia, sive de libris sacris in vernaculam linguam convertendis.

La regola IV dell'Indice edito per ordine del Concilio Tridentino pone: «Essendo manifesto dall'esperienza che, se la sacra Bibbia in lingua vulgare si permetta senza distinzione, ne vien più detrimento che utilità, in grazia della temerità degli uomini, stiasi in ciò al giudizio del vescovo o dell'inquisitore, acciocchè col consiglio del parroco o del confessore possano concedere di legger la traduzione de' libri santi fatta da cattolici, a coloro che capiscano poter trarre da tale lettura non danno, ma aumento di fede e di pietà.

«Lo stesso dicasi pei libri vulgari di controversie fra cattolici ed eretici del nostro tempo» (Regola VI).

[234.] Manuscritto della Magliabecchiana, classe XXV, 274, al marzo 1549.

[235.] Storia della Scultura.

[236.] È chiamata missa papæ Marcelli, ma non par vero la componesse per difendere la musica sacra davanti a Marcello II, il quale non regnò che 22 giorni. La compose per commissione di san Carlo, e fu cantata nella cappella Sistina il 19 giugno 1565.

[237.] Il padre Pietro Canisio di Nimega, gesuita, fu uno de' più operosi avversarj della Riforma. Assistette al Concilio: fu spedito a missioni importantissime: fondò Congregazioni in onore della beata Vergine, in molti luoghi e nominatamente a Messina; procurò la istituzione del collegio Germanico a Roma, e del collegio di San Michele a Friburgo, che fu il centro della resistenza in Svizzera. In tale opera l'ajutò assai il nunzio Bonomo. Colà morì il 1597, e fu beatificato nel 1865.

[238.] «C'è un libretto che si fa imparar a memoria ai fanciulli, e sul quale sono interrogati in Chiesa. È il catechismo. Leggetelo, e vi troverete la soluzione di tutte le quistioni. Domandate al cristiano donde viene la specie umana; e lo sa. Dove va? lo sa. Come si va? lo sa. Dimandate a quel ragazzino che non vi ha mai pensato, perchè egli è su questa terra, che cosa diverrà dopo morte; egli vi farà una risposta sublime, che forse non comprenderà, ma non per questo è meno ammirabile. Dimandategli come il mondo fu creato e a qual fine, e perchè Dio ha posto animali e piante; come la terra fu popolata d'uomini; se da una sola famiglia o da molte; perchè gli uomini parlano diverse lingue; perchè soffrono e si fan guerre, e come ciò andrà a finire: egli sa tutto. Origine del mondo, origine della stirpe umana, differenza delle razze, destinazione dell'uomo in questa vita e nell'altra, relazioni dell'uomo con Dio, doveri dell'uomo verso i suoi simili, diritto dell'uomo sul resto del creato, nulla, egli ignora. Più adulto, non esiterà a dirvi il vero sul diritto di natura, sul diritto politico, sul diritto delle genti, perchè tutto ciò scaturisce chiaramente e naturalmente dalla dottrina cristiana». Th. Jouffroy, Mélanges philosophiques, vol. I, p. 470.

Il Thiers scrive che il catechismo e la scuola parrocchiale del villaggio saranno l'unica salvezza della Francia.

[239.] Ci par bene ripetere quest'avvertimento di sant'Agostino:

«La vera maniera d'insegnar la religione è risalir alle parole In principio Dio creò il cielo e la terra, e svolgere tutta la storia del cristianesimo sino ai nostri giorni. Nè già fa duopo riferir per filo e per segno tutto ciò che è scritto nel vecchio e nel nuovo Testamento; cosa nè possibile nè necessaria. Fate un compendio; insistete viepiù sopra ciò che vi par più importante, e scivolate sul resto. In tal modo non istancherete colui che volete eccitare allo studio della religione, e non sopracaricherete la memoria di chi dovete istruire». De catechizandis rudibus, cap. III, nº 5.

[240.] Si ha nella Magliabecchiana (Manuscritti, classe XXXVII, 292) un discorso di Giovanni Carza sopra il modo di dar esecuzione al decreto del Concilio di Trento De editione et usu sacrorum librorum, «per conservar illesa la scrittura sacra, per estirpar il morbo delle eresie radicate nelle stampe infette, e per rimediare agli abusi di stampatori, i quali con le stampe hanno oscurato e depravato il senso della dottrina e disciplina ecclesiastica, in questi ultimi cento anni che la lor arte è in uso, forse più che li scrittori non l'hanno fatto con le loro penne in prima». E dice che fin i decretj del Concilio Tridentino, stampati da Paolo Manuzio con soscrizioni autentiche, furono ristampati con infiniti errori e alterazioni di senso. Consiglia pertanto di metter una stamperia grande e operosa in Roma; suggerisce donde prendere il denaro per istituir una commissione, alla quale ricorrerebbero anche stampatori forestieri per aver le lezioni migliori. Ciò non sarebbe monopolio, perchè i libraj, oltre vantaggiarsi col vender quelle stampe, potrebbero anche riprodurle, ma in modo che, chiunque voglia, possa confrontarle colle autentiche e comprar le migliori.

Seguono varj capitoli di libraj, i quali offrono di pagar una tassa; di metter ai libri il minor prezzo possibile; seguir l'ortografia indicata da deputati, e lasceranno che altri li ristampi colle norme prescritte: s'uniranno in congresso, dove la metà siano oltremontani, ed eleggeranno lor presidenti e ufficiali; non faranno lavorare che buoni credenti e pratici dell'arte, e stabiliranno in Roma un seminario di buoni stampatori.

[241.] Dalla biblioteca Palatina di Firenze (Codice CCCIC) passò alla Magliabecchiana una copia degli opuscoli di san Cipriano, che al carattere pare di Bernardo Davanzati, traduttore di Tacito. Egli vi appone e note e correzioni che attestano buona critica, e avverte i passi che fanno contro Lutero, e provano la preminenza della Chiesa romana. Dello stesso Davanzati trovossi tradotto un estratto dei Commonitorj di Vincenzo Lerinese contro le eresie: e il Bindi, che primo lo pubblicò nell'edizione delle opere del Davanzati (Firenze, Lemonnier 1852) avverte come questi fosse versato nei sacri autori, e che, anche nel tradur lo scisma d'Inghilterra, «più che a pruova di lingua mirò a mostrare da che laide origini sorse il funesto dissidio inglese, non potendo così non illuminare anche sul conto degli altri nimici della verità cattolica».

Nella biblioteca stessa sono i manuscritti di Baccio Bandinelli, nipote dello scultore omonimo, del quale è memoria che scrisse 24 libri contro gli eretici nel 1611, e un'opera De invisibili Lutheri, Calvini, et aliorum hujus temporis hæreticorum ecclesia.

Ivi pure è un poema in terzine Della diffusione del sommo bene, probabilmente di frà Paolo del Rosso, cavaliere gerosolimitano, fatto attorno al 1530, ove confuta le varie eresie, e le nuove, e canta:

Lutero, al tuo dispetto lo vedrai
Che i tuoi errori alfine andranno al fondo,
Ed i piaceri in pene cangerai.

[242.] Per un esempio trovava,

Ad cœnam agni providi
Et stolis albis candidi
Post transitum maris Rubri
Christo canamus principi,
Cujus corpus sanctissimum
In ara crucis torridum
Cruore ejus roseo
Gustando vivimus Deo.

Esso toglie le assonanze e le oscurità, e fa

Ad regias agni dapes
Stolis amicti candidis
Post transitum maris Rubri
Christo canamus principi,
Divina cujus charitas
Sacrum propinat sanguinem,
Almique membra corporis
Amor sacerdos propinat.

Urbano VIII alcuni inni fece riformare da Famiano Strada, Tarquinio Galluzzi, Girolamo Petrucci; ma si disse che accessit latinitas, recessit pietas. Egli stesso ci lavorò, e fece quel di santa Elisabetta regina.

Un innario fu pubblicato nel passato secolo dal cardinale Tommasi, diviso in tre parti: hymni de anni circulo; hymni de natalitiis sanctorum; hymni de quotidianis, cioè i feriali. Il cardinale Giovanni Battista Bussi, nelle Istruzioni pratiche sulla recita del divino uffizio, indica gli autori di molti inni.

[243.] Le differenze della Bibbia di Sisto V e Clemente VIII non sono importanti, come avea voluto far credere Th. Jannes, Bellum papale seu concordia discors Sixti V et Clementis VIII, circa hieronymianam editionem, Londra 1600. Fu confutato trionfalmente sin d'allora: ma adesso il barnabita Vercellone (Variæ lectiones vulgatæ bibliorum editionis, Roma 1860-64), compiendo la fatica cominciata dal suo maestro e confratello Ungarelli (De castigatione vulgatæ Bibliorum editionis peracta jussu Concilji tridentini. Roma 1847) pubblica gl'immensi lavori fatti dalle Congregazioni, e tutte le varianti della Vulgata, cominciando dal Codex Amiatinus ch'è il più antico; e le ragioni che fecer preferire la adottata nell'edizione Clementina e gli sbagli della Sistina. È insigne dimostrazione delle pazienti e generose fatiche sostenute dai dotti d'allora, e del merito dell'edizione del 1592, sola riconosciuta autentica. Ciò non toglie che possa esaminarsi e criticarsi il testo, e Pio IX incoraggiò il Vercellone all'impresa; tibi addimus animos ut inceptum opus naviter scienteque absolvendum ac perficiendum cures, omnesque ingenii tui vires in iis peragendis semper impendas. Con queste potrà benissimo farsi una nuova edizione della Bibbia, non per autorità privata, bensì della Chiesa.

Le dissertazioni che accompagnano il lavoro del Vercellone chiariscono la consuetudine costante della Chiesa rispetto a traduzioni e lezioni nuove, e come il Concilio di Trento non avesse voluto che provvedere alle infinite varietà che l'opera umana potesse introdurre nella divina, assicurando però solo la conformità sostanziale della Vulgata cogli originali, e non già la conformità fin nelle minime particelle, come si usa dai Rabbini.

Vedasi il nostro discorso XV e la nota 31.

La prima edizione ebraica del commento al Pentateuco di Rabbi Salomon Jarco fu fatta da Abramo Gorton a Reggio di Calabria nel 5235 della creazione, mese di adar, cioè nel marzo 1475. L'anno stesso erasi stampato a Pieve di Sacco nel Padovano il Rabbi Jacob ben Ascer Arba Jurim, che è la più antica edizione ebraica che si conosca, ma porta la data del mese jamuz, cioè di quattro mesi posteriore a questa di Reggio.

Della versione greca del testo ebraico, detta dei Settanta, i più antichi codici conosciuti appartengono al IV o V secolo di Cristo, e sono: il Vaticano, edito nel 1857 a Roma dal padre Vercelloni: l'Alessandrino, pubblicato dal 1816 al 1828 a Londra dal Baber: il Sinaitico, pubblicato a Pietroburgo il 1862 da Costantino Tischendorf, che lo scoprì in un convento del monte Sinai, ma dove manca più di metà del vecchio Testamento. Alla Vaticana c'è pure il codice Marcheliano del VII o VIII secolo; tutti in caratteri unciali. Or ora se ne scoprì un altro a Grottaferrata da palimsesto, non posteriore al VII secolo, con moltissime note marginali greche e latine, ed appartiene alla recensione esaplare.

Al suddetto Tischendorf dobbiamo, oltre molte pubblicazioni bibliche, una nuova edizione dei vangeli e degli atti apostolici apocrifi, con una dissertazione storico-critica.

[244.] Nella Magliabecchiana (Classe XXXVII, 292) è manuscritto Modus propagandi fidem catholicam, che, tra il resto, raccomanda che i vescovi comunichino libri pii ai loro parroci, e se ne mandino alle più lontane parti. Quod si una genevensis civitas, hac una cura disseminandi libros, literasque scripti, tandi, paucissimorum annorum spatio regna orbemque pœne ipsum, satana vires suppedi tante, aut infecit erroribus, aut everti, sane contra multo magis sperandum est a dextra Dei si, etc.

[245.] Vedi la nota 24 del discorso XVI. Giovanni Bollando, gesuita d'Anversa, cominciò nel 1643 quella gran collezione, che fu proseguita fino nel 1794. In 53 volumi di forse 25 mila vite, arriva solo a mezzo ottobre. Gli immensi materiali raccolti andarono all'asta nella vandalica soppressione di Giuseppe II. Racimolati in parte, ora se ne stampa la continuazione.

[246.] Il padre Laderchi, nel tom. XXIII, pag. 160 degli Annali Ecclesiastici, toglie dalla vita di san Filippo, di Pietro Giacomo Bacci, questo racconto: che il Baronio, essendo entrato nella congregazione dell'Oratorio, dal pulpito non cessava di sgomentare gli uditori colle minaccie della morte e dell'inferno. A san Filippo parve soverchio, e l'esortò a lasciar via cotesti spauracchi, e narrar piuttosto la storia ecclesiastica. Il Baronio non vi badò, sicchè Filippo usò dell'autorità per comandarglielo. L'amor proprio di Cesare n'era offeso, e stava perplesso, quando una notte sognò che Onofrio Panvino (valentissimo erudito di cose sacre, e dal quale esso avrebbe voluto vedere scritta essa storia) lo esortasse a far gli Annali Ecclesiastici; e tra il sogno udì la voce di Filippo che gli diceva: «Orsù, Cesare, non ti ostinare; tu, non il Panvino, devi scrivere la storia ecclesiastica».

Del Baronio esiste fra i manoscritti della Magliabecchiana (Cl. XXXVII Nº 292) una apologia diretta a papa Clemente VIII, difendendosi da quelli che lo tacciavano d'aver sostenuto, nel V volume della sua storia, che, per antica disciplina, la Chiesa non ricevesse più a penitenza i relapsi. Con fatti e con detti de' Padri egli prova che tutt'altrimenti fu sempre costumato.

[247.] A confutare il Baronio da Giacomo I d'Inghilterra fu adoperato il famoso erudito francese Casaubono. Questi, in settembre 1609, scriveva che un Italiano cercò introdursi presso di lui, dicendosi inviato dal re di Spagna. Entrato, esitò lungamente a dir il vero motivo della sua venuta, poi pregò il Casaubono ad evocare per lui il suo demonio familiare, assicurando non esser a ciò mosso che da mera curiosità e per accertarsi di quel che tutti diceano e credeano. Casaubono durò gran fatica a persuader costui del contrario; il quale gli diceva che in Italia moltissimi, e fin cardinali, si occupano di arti magiche.

L'opera del Baronio fu pubblicata dal 1588 al 1593. Nel 1705 il francescano Pagi ne emendò molti errori cronologici. Il trevisano Rainaldi lo continuò con minor critica dal 1198 al 1571 in 10 vol. in-fol.: a cui il Laderchi ne aggiunse 3 altri che comprendono solo 7 anni dei tempi della Riforma; ma Benedetto XIV gli diceva: «Meno fede e più criterio». Questi non son compresi nella edizione di Lucca, in 38 volumi con note. Ora si ristampa il tutto a Bar le Duc con aggiunte e correzioni del padre Theiner, e nuovi documenti; egli ne farà la continuazione già cominciata.

[248.] Cap. 18, sez. XXIII, De Reform.

[249.] Già notammo come il Sadoleto paganeggi: e infatto non parla di pratiche nè di teologia. Il cardinale Polo, lodandolo assai, gli facea riflettere che lasciava il suo allievo nel porto della filosofia, statio malefida carinis quanto il porto di Tenedo, invece di condurlo in uno molto più tranquillo, ignoto agli antichi, e aperto ai figli di Dio; avrebbe desiderato trattasse della teologia in una continuazione. Il Sadoleto rispondea che la teologia è compresa nel nome di filosofia, della quale è il colmo e la corona; ch'egli conduce il suo allievo soltanto ai 23 anni; mentre lo studio della teologia non si addice che ad età matura.

Nell'Indice tridentino è De disciplina puerorum recteque formandis eorum et studiis et moribus; ac simul tam præceptorum quam parentum in eosdem officio, doctorum virororum libelli aliquot vere aurei.

[250.] Anche san Girolamo che, come troppo ciceroniano fu battuto dal demonio, biasima quei «Sacerdoti che posti da parte gli evangeli e i profeti, leggono comedie, ripetono i motti amorosi de' Bucolici, han per le mani Virgilio e traducono in peccato di voluttà quel ch'è studio necessario al fanciulli». (Ep. ad Damasum). Ma sant'Agostino non disapprova i fanciulli che Virgilium legunt, ut poeta magnus omniumque præclarissimus atque optimus, teneris imbibitus annis, non facile oblivione possit aboleri (Civ. Dei I, 3).

L'effetto de' classici sulle opinioni fu indicato dal Gioberti nel Rinnovamento d'Italia, II, 122, credendo derivi di là la pendenza repubblicana de' nostri tempi. «Da tre o quattro secoli la gioventù culta si è imbevuta e s'imbeve nelle scuole di nozioni conformi: il che a poco a poco ritira il mondo a repubblica, sovratutto dacchè il seme classico, portato in America e cresciuto in pianta, fu trasportato in Europa...... Certo quei papi e principi che promossero con tanto ardore il culto delle lettere e delle arti classiche, nol prevedevano; e meno ancora quei preti e frati che fecero di quelle il fondamento e l'anima del tirocinio».

[251.] Divin. Lect., c. XXVIII.

[252.] Questo passo non isfugga agli odierni spiritisti. Pietro Giannone, così lodato dai liberali, teme che «la stampa pregiudichi» al genio dell'erudizione, e all'educazione colla moltiplicità de' libri, alla diffusione delle idee potenti per la copia de' cattivi libri (Storia Civile del regno di Napoli, I VIII). Trova usurpazione della Chiesa l'essersi attribuita la censura e vorrebbe fosse riservata ai principi acciocchè «i sudditi non s'imbevino d'opinioni che ripugnino col buon governo... e delle nuove dottrine contrarie agl'interessi de' principi e alle supreme regalie»: e li loda delle proibizioni che posero ai vescovi di stampar neppure i concilj e i calendarj senza licenza de' ministri (ib. lib. XXVII c. 4.).

[253.] Hist. Glaber, ap. Bouquet, Rec. d'hist., X, 23.

[254.] Su ciò vedasi pure Tommassini, Modo d'insegnare e leggere cristianamente i poeti e gli storici. Giovan Battista Crispo, buon teologo e poeta di Gallipoli, nel 1594 stampò a Roma un volume in-fol. De Ethnicis philosophis caute legendis; e il Possevino lo dichiara vir vere philosophus, qui nimirum acri et quali christianum decet judicio, philosophiam expendit, librum sat grandem de philosophis caute legendis scripsit, ut quæcumque hæreses a philosophis minus cautis manarunt, eæ judicatæ sint, ac solidis rationibus confutatæ, ex divinis scripturis et Patribus, ex synodorum decretis, ex scholasticis; quibus cautionibus præmuniti, philosophi, sive publici professores, inoffenso pede curriculum hoc decurrent, tantamque ancillam recto adducent ad arcem. Apparat. sacr., t. II, p. 147.

[255.] Le penitenze non le pose soltanto nel rituale, ma le voleva eseguite. È nell'archivio arcivescovile una sua lettera del 6 maggio 1569, dove ordina che Giacomo Riva di Calenico e Margherita Defilippi di Tonza, in val di Blenio, che avean avuto ardire di coabitare prima d'essere benedetti dal curato, «tutte le domeniche d'un anno continuo stiano ambedue su la porta della chiesa con una corda al collo e con candela accesa in mano mentre si dirà la messa, e il sacerdote che dirà la messa avvisi il popolo della causa perchè si fa far loro questa penitenza, che è per l'inobbedienza predetta».

[256.] Editti del 7 marzo 1579 e del 13 novembre 1574.

[257.] I signori Svizzeri saputolo, spedirono un ambasciadore a Milano perchè quel governatore richiamasse il cardinale. L'ambasciadore scavalcò in casa d'un mercante compatrioto; ma prima che presentasse le credenziali, l'Inquisizione l'arrestò. Il mercante informò del successo il governatore, che fece rilasciar l'ambasciadore e onorollo: ma gli Svizzeri, appena udito il fatto, mandarono intimare avrebbero arrestato il cardinale, che per lo meglio si ritirò.

De' processi suoi per stregherie ho parlato in altri libri: fatti speciali, la cui colpabilità non può asserirsi se non dopo esaminato ciascuno, e veduto quanto si peccasse contro la carità e abusando di oggetti sacri. D'altra parte, anche posto impossibile il delitto, il tentarlo palesa malvagità, e può punirsi come l'attentato fallito. San Carlo avea vietato che nessuno, predicando, dicesse il giorno della fine del mondo: Ne certum tempus antichristi adventus et extremi judicii diem prædicent; cum illud Christi Domini ore testatum sit, non est vestrum nosse tempora vel momenta; Act. pag. 5. Pure nel V Concilio provinciale dice: Ad nuptias matrimoniaque impedienda vel dirimenda eo cum ventum sit, ut veneficia fascinationesve homines adhibeant, atque usque adeo frequenter id sceleris committant, ut res plena impietatis ac propterea gravius detestanda; itaque, ut a tanto tamque nefario crimine pœnæ gravitate deterreantur, excommunicationis latæ sententiæ vinculo fascinantes et venefici id generis irretiti sint.

[258.] Il senato di Milano scriveva a Pio V circa alla famiglia armata di san Carlo, che tanta fuit archiepiscopi duritia, ut, etiam si de jure nostro non parum decedere voluerimus, ad conditiones aliquas accipiendas flecti numquam potuerit: intereaque numerosi, nunc alios laicos, non sine regiæ jurisdictionis læsione, per suos comprehendi fecit, id ab aliis archiepiscopis ante se factitatum affirmans, quod tamen minime verum est; quandoquidem illi familiam armatam numquam habuerunt, sed brachium sæculare semper implorarunt (13 luglio 1567).

[259.] Decreta generalia in visitatione Comensi edita, Vercelli 1579, e Como 1618.

[260.] Quest'uso fu continuato nelle università pontificie, finchè durò il dominio papale. Sottentrato il regno d'Italia, si prescrisse ai professori che giurassero fedeltà al re; e poichè molti ricusarono questo nuovo peso, vennero destituiti nel 1865.

[261.] Lettere a Venceslao Link, a Codart, a Amsdorf ap. Nicolas du Protestantisme. Lib. III, cap. 4. E il lamento è comunissimo ne' Riformati.

[262.] Del b. Alessandro si pubblicò or ora a Roma Commentariolum de off. civili et moribus episcopi.

[263.] Negli oratorj vennero poi famosi il Balducci, il cardinale Filippino Petrucci, il padre Antonio Ghielmo, autore delle Grandezze della Trinità e di poemi varj, il padre Gizzio, il Villarosa, ed ora il padre Giulio Metti, come prima lo Zeno e il Metastasio; li musicavano Erasmo da Bartolo di Gaeta (1606-56), Scipione Dentice napoletano ecc.

[264.] A Clemente VII scriveva: — Santo padre, cosa son io che i cardinali vengano a trovarmi? Jer da sera ci furono i cardinali di Cusa e Medici. E avendo io bisogno d'un po' di manna, quest'ultimo me ne fece dare due once dall'ospedal di Santo Spirito, a cui n'ha procurato molta. Restò da me fin alle due di notte, dicendo di vostra santità tanto bene, che parvemi troppo; giacchè, a parer mio, un papa dev'essere trasformato nell'umiltà stessa. Alle sette, Cristo è venuto da me, e mi ha riconfortato col sacratissimo suo corpo. Vostra santità invece neppur una volta s'è degnata venire alla nostra chiesa. Cristo è Dio e uomo, eppure ogni qualvolta lo chiedo viene da me... Ordino a vostra santità di permettermi d'ascriver alle monache la figlia di Claudio Neri, alla quale da un pezzo avete promesso di prendervi cura de' suoi figliuoli. E un papa deve mantener la parola; sicchè affidate a me questo affare ecc.».

Clemente sul foglio stesso gli rispondeva: — Il papa dice che la prima parte del viglietto sente d'ambizione, ostentando le frequenti visite de' cardinali; se pur non fosse per mostrare che questi sono persone pie, del che nessuno dubita. Che, se non è venuto in persona, è colpa vostra, che non voleste mai esser cardinale. A quel che comandate consente, e che voi sgridiate quelle buone madri, come solete, con forza e autorità se non obbediscono alla bella prima. Di rimpatto vi comanda di curare la vostra salute, e non tornar a confessare senza ch'egli lo sappia; e che quando riceverete nostro Signore, preghiate per lui e per le permanenti necessità della repubblica cristiana». Negli Acta Sanctorum, al 26 maggio. E vedansi Bacci, vita di s. Filippo Neri. Gallonio id. Marciano, Mem. della congregaz. dell'Oratorio.

[265.] San Filippo chiamava Napoli terra benedetta dal cielo. Vi mandò a istituir gli oratoriani il Tarugi, e quando partì, Populus neapolitanus videns illis orbatum, per quos divini verbi pabulum, aliarumque piarum exercitationum suavitatem gustare, ac ipsum Christum peculiari modo cognoscere cœperat, vehementer indoluit (Hist. erectionis congr. neapol. mss.).

[266.] Lombardo, Vita di Giovanni Ancina. E vedi Breve notizia dell'origine della Congregazione delle dame benefattrici. Napoli 1821. Magnali, teatro della Carità. Venezia 1727.

[267.] La carità a domicilio e i visitatori del povero, istituzioni così lodate all'età nostra, appartengono anch'esse a quel medioevo, che tanti esempj ci potrebbe offrire, studiato con benevolenza. Nel 1402, Pileo de' Marini, vescovo di Genova, aveva istituito un uffizio per raccorre e distribuir l'elemosine ai poveri della città. Questo Magistrato della Misericordia fu poi amplificato, e aggiuntovi l'Ufficio dei poveri, i cui statuti furono fatti nel 1593. Sant'Antonino, non ancora arcivescovo di Firenze, il 1441 ordinò i Proveditori dei poveri vergognosi, che dal popolo furono detti Buonomini di san Martino, i quali, divisi pei sestieri della città, soccorrevano a tutte le necessità dei poverelli, a maritar fanciulle, a dar letti, coperte, panni, medicine, a riscattar pegni, a ritrarre dal vizio; con divieto alla pubblica autorità civile nè ecclesiastica di intromettersene, o di mutarne gli ordini, o di esplorarne gli averi; tutto volendo affidato all'onestà de' proveditori e alla Providenza. In tal modo si distribuivano l'anno quattordicimila zecchini, e diecimila nel secolo seguente. Passerini, Storia degli istituti di beneficenza di Firenze.

[268.] Hauspostill. Walch. XIII, 1572, 1584.

[269.] Musculus, Vom Himmel und der Hoell. Frankfurt 1559, D. 3, 4.

[270.] Retectio Lutherismi f. 91, 246, ap. Nicolas du Protestantisme ecc. Lib. III, cap. 4.

[271.] Luca, 24, 29.

[272.] Matt. XIV, 22.

[273.] Ad Galat. II, 14.

[274.] II Ad Tim. 4, 2.

[275.] De Gubern. Dei, lib. V.

[276.] Vedi il nostro Discorso V. Sant'Agostino, che disapprovò affatto le persecuzioni contro i dissidenti, nelle Ritrattazioni, lib. II, c. 5 scrisse: «Ho fatto due libri contro i Donatisti, ove dissi non piacermi che, per forza secolare, gli scismatici sieno violentati alla comunione. Per verità allora mi spiaceva, perchè non ancora avevo provato a quanto male dia ardimento l'impunità; nè quanto a volger in meglio giovi la diligenza del castigo». E nel trattato II in Johann. Nº 14: «Vedete che cosa fanno e che cosa soffrono: uccidono le anime e sono afflitti ne' corpi; producono morti sempiterne, e lagnansi di soffrirne di temporali».

[277.] Summa Theol. Secund. Quæst. X, art. VIII.

[278.] Tract. de fide, Disp. VIII, sect. III, nº 4.

[279.] Sess. IV, c. 2.

[280.] I re di Francia, ricevendo la corona, giuravano di distruggere l'eresia. Ma i giureconsulti riflettono, in primo luogo, che questa parola non è definita, e bisogna restringerne il senso più che si possa. Poi nessun giuramento può esser contrario ai comandamenti di Dio, e quei re giurano conservar la pace nel loro regno, e quindi non devono proceder con violenza, rompendo l'amore, la sicurezza, la protezione dovuta ai sudditi. Il primo che, all'incoronazione, ammise quel giuramento fu Luigi XVI nel 1787, il quale restituì lo stato civile ai Protestanti. E i Francesi lo decapitarono.

[281.] Molti pajono fuor della Chiesa che son in essa: molti pajono in essa e sono fuori. Così sant'Agostino. Nell'allocuzione tenuta nel 1854, a cui dichiarò il dogma dell'Immacolata Concezione, Pio IX disapprovò chi crede che uno possa in qualunque religione salvarsi, e soggiunge: «Però si deve tenere egualmente certo che coloro i quali vivono in un'ignoranza invincibile della vera religione, non si rendono colpevoli agli occhi del Signore. Or chi si arrogherà di determinare i limiti di tale ignoranza, secondo l'indole e la varietà dei popoli, delle regioni, delle menti, e di tant'altre circostanze? Quando, sciolti dal corpo, vedremo Iddio qual è, comprenderemo quanto vadano congiunte in istretto e bel vincolo la misericordia e la giustizia divina: ma finchè dimoriamo in questa carne mortale che l'animo indebolisce, teniamo formalmente esservi un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo, nè esser lecito indagar oltre».

E nell'enciclica 10 agosto 1863 ai cardinali, arcivescovi e vescovi d'Italia. Notum nobis vobisque est, eos qui invincibili circa ss. nostram religionem ignorantia laborant, quisque naturalem legem ejuque præcepta in omnium cordibus a Deo insculpta sedulo servantes, ac Deo obedire parati honestam rectamque vitam agunt, posse, divinæ lucis et gratiæ operante virtute, æternam consequi vitam, cum Deus, qui omnium mentes, animos, cogitationes, habitusque intuetur, scrutatur, et noscit, pro summa sua bonitate et clementia minime patiatur quempiam æternis puniri suppliciis, qui voluntariæ culpæ reatum non habeat. Sed notissimum quoque est catholicum dogma, neminem scilicet extra catholicam ecclesiam posse salvari, et contumaces adversus ejusdem Ecclesiæ auctoritatem, definitiones et ab ipsius Ecclesiæ unitate... pertinaciter divisos, æternam non posse obtinere salutem.

[282.] Trattato contro gli astrologi. Cap. III.

[283.] Epistola a Ginevra 1579, pag. 40.

[284.] Quam vero dixit ille in tragœdia, non gratiorem victimam Deo mactari posse quam tyrannum! Utinam Deus alicui forti viro hanc mentem inserat.

[285.] De Serveto 1555. Corpus Reform. VIII, 523, IX, 133.

Barni (Les martyrs de la libre pensée) vuol provare che anche allora più d'uno riprovasse la legge che dava al boja gli eretici.

[286.] L'intolleranza de' riformatori fu singolarmente flagellata da Simone Lemnio di Margudant ne' Grigioni. Legatosi a Vittemberga con Melantone, per genio caustico si fe molti nemici, e massime cogli Epigrammatum libri duo, dove lodava come pròtettor delle lettere Alberto arcivescovo di Magonza. Lutero, che era a questo avversissimo, il fe perseguitare, trovandovi allusioni contro l'elettor di Sassonia e altri primati, nè l'autore evitò il carcere se non fuggendo a Worms, e fu condannato a perpetuo bando. Irritato viepiù, si svelenì contro i suoi persecutori, con fine arguzie e con plateali facezie: aggiunse a' suoi epigrammi un terzo libro ove strazia l'intolleranza di Lutero, di Giona, degli altri; nella Monachopornomachia, introduce in comedia esso Lutero, a cui è dedicata, venero, Giona, Spalatino, le lor mogli coi rispettivi amanti, ed altri personaggi a dialoghi oscenissimi.

Molte opere compose, tradusse in versi l'Odissea, fu correttore alla stamperia d'Oporino, infine maestro a Coira, ove morì di peste il 1550 in fresca età.

Innocente XI, mentre era in rotta con Luigi XIV, voleva interporsi perchè usasse men severamente co' Protestanti: al qual fine incaricò il suo nunzio in Inghilterra di pregar Giacomo II ad intervenire a tal uopo: ma Giacomo ricusò. Vedi Mazure, Hist. de la révolution de 1688. Parigi 1825, tom. II, 126.

[287.] «Nel paragone, io mille volte avrei prescelto, per ciò che mi si è fatto, il Sant'Uffizio e quelle disumane torture. Ma si dirà: il sant'Uffizio condannava al rogo, e voi siete stato semplicemente esonerato della vostra carica. Che? non si comprende forse che la ragione per la quale io veniva dimesso era più crudele per gli effetti che una condanna di morte? Questa vi tortura il corpo e vi toglie la vita, che è pur fardello penosissimo: quella vi strazia, vi tenaglia, vi lacera l'anima, e vi toglie l'esistenza morale, che supera di cento doppi la fisica esistenza». G. Tofano a' suoi elettori. Napoli 1861.

[288.] Forti, Istituz. civili, lib. II, cap. 2.

[289.] Ap. Theiner al 1581.

[290.] V. A. Huber, all'Unione Evangelica di Berlino il 1847 disse un sermone, ove sostiene che l'Inquisizione in Spagna era un'istituzione inevitabile, derivata dal carattere nazionale spagnuolo; e che la posizione della Spagna a capo del mondo cattolico nel XVI secolo era l'unica che le convenisse. «Quest'è certo (dice) che l'Inquisizione era, nel miglior senso, popolarissima, una precauzione per conservar la nazionalità castigliana». Vedi Ueber spanische Nationalität, u. s. w. Berlino. Höffele di Tubinga, nella bella monografia del cardinale Ximenes, svolge ampiamente ragioni da noi accennate, conchiude che «nella storia dell'Inquisizione di Spagna, la santa sede fa comparsa affatto onorevole, qual protettrice de' perseguitati, come fu in ogni tempo. Il protestante Schröck, nella Storia Ecclesiastica, si maraviglia che il papa abbia consentito questa trasformazione d'un tribunale ecclesiastico in secolare, da lui indipendente. E Ranke, protestante anch'egli, disapprovando la storia, dal Llorente scritta per favorire re Giuseppe Buonaparte contro le libertà basche e le immunità ecclesiastiche, dice che da quella appare come il Sant'Uffizio fosse una giustizia regia sotto divise ecclesiastiche, tantochè il cardinale Ximenes, nicchiando a ricevere nel consiglio un laico nominato da Ferdinando, questi gli rispose: «Non sapete che quest'uffizio non tiene la giurisdizione se non dal re?»

[291.] È noto Antonio Perez, che perseguitato da Filippo II a morte, uscì di Spagna, e tanto valse a propagare l'odio contro questo re. Nelle sue Relazioni stampate a Parigi il 1624, racconta come da alti personaggi e dal nunzio del papa fossero riprovate le proposizioni che davano al principe piena podestà sopra la vita de' sudditi; e soggiunge: «Essendo io in Madrid, uno che non importa nominare, in un sermone davanti al re cattolico in San Girolamo proferì che «i re hanno potere assoluto sulla persona e sulla roba de' vassalli». Tal proposizione fu riprovata dall'Inquisizione; e costui condannato a ritrattarsi pubblicamente nel luogo stesso con tutte le formalità giuridiche, oltre varie pene particolari. Egli si ritrattò sul pulpito medesimo, e leggendo uno scritto, soggiungeva: «I re non hanno sui loro sudditi maggior potere di quel che loro è permesso dal diritto divino e umano, e non per libera ed assoluta loro volontà». Queste parole il reo dovè ripetere per ordine del maestro frà Ernando del Castillo, consultore del sant'Uffizio, predicatore del re, uom d'eloquenza e dottrina singolare, assai stimato nel suo paese, e maggiormente in Italia».

[292.] Quando Filippo II mandava il duca d'Alba contro i Fiamminghi nel 1567, la flotta d'Andrea Doria, di 37 galee, lo portò da Spagna a Genova, donde s'avviò coll'esercito, in cui 1200 cavalieri italiani sotto il comando di don Fernando di Toledo, figlio naturale del duca, essendo mastro di campo Ciapino Vitello, ceduto dal duca di Toscana, come il duca di Savoja avea ceduto l'ingegnere Pacheco, che di poi fabbricò la cittadella d'Anversa.

[293.] Noi ci mostrammo sempre severissimi a questo re; pure ci sembra aver ragione, a tacer altri, Gerlach, che dopo profondi studj, dicea:

«Quant'à Philippe II, que je suis loin de comparer à Charles V, je pense qu'il a été mal jugé, parce qu'on ne l'envisage d'ordinaire qu'au point de vue exclusivement belge, ou protestant, ou rationaliste, au lieu de ne voir en lui que l'athlète intrépide du catholicisme dans une lutte suprème et désespérée contre toutes les forces de la Réforme et de l'Europe coalisées». Discours à l'ac. de Bruxelles, 6 mars 1859.

[294.] De Thou, lib. XXX, nº 7.

[295.] D. O. M. Barth. Carranzæ navarro dominicano archiepiscopo toletano Hispaniarum primati, viro genere vitæ doctrina concione atque eleemosynis claro, magnis muneribus a Carolo V et Philippo rege catholico sibi commissis egregie functo, animo in prosperis modesto et adversis æquo. Obiit anno Domini etc.

Il Babbi, residente per la Toscana a Boma, il 14 aprile 1571, informa il granduca di Toscana come il cardinal Morone, impinto d'eresia, sia stato «ricevuto in concistoro pubblico con molta solennità, e dal papa abbracciato teneramente», poi la sera fu letta la sentenza contro l'arcivescovo di Toledo alla presenza del papa, dei cardinali, dell'Inquisizione e di molti signori e prelati della Corte, dov'egli abjurò contro ogni sospetto d'eresia» (Carteggio di Cosimo I, filza XII).

Il Laderchi reca bellissime testimonianze intorno al Carranza. Oltre il Llorente, che ne parla coll'abituale sua esagerazione, De Castro (Hist. de los Protestantes Españoles y de sa persecucion por Felipe II, Cadice 1851) occupa un intero libro intorno a questo processo, importantissimo perchè vi lottava l'autorità de' vescovi contro quella della santa Inquisizione, la quale spiegò tutto il suo potere contro il primo prelato di Spagna, e trasse dalla sua l'opinione pubblica. Il famoso teologo Melchior Cano, che avea sostenuto Filippo II contro Paolo IV, si volse contro il Carranza. D. Diego Hurtado de Mendoza, celebre diplomatico e guerriero, si fece suo denunziatore. Buone considerazioni su questo processo fa Giacomo Balmès, Il protestantismo e il cattolicismo comparati, in relazione colla civiltà europea. Cap. 37.

[296.] Negli archivj di Napoli, registro Angioini, troviamo una sentenza del 1270 per la quale Carlo I commette al maestro Portulano di Terra di Lavoro di confiscare i beni di tre eretici, bruciati per sentenza dell'inquisitore frà Matteo da Castromari, e nominati Andrea da Vimercato lombardo, Giovanni da Ceccano giudice, e Tommaso Russo di Magla saracena.

[297.] Chioccarelli ap. Giannone, lib. XIX, 1, 5.

[298.] Allora fu stampata la epistola de Inquisitione, del napoletano Tristano Caracciolo.

[299.] Giannone, Stor. civile, L. XXXII, c. 5.

[300.] Giannone, lib. XXXIII, c. 5.

[301.] Benoist, Hist. Valdens.

[302.] Queste varie emigrazioni spiegano la diversità di data che al fatto si assegna dal Giles (Hist. des églises reformées. Ginevra 1644), dal Rorengo (Mem. istoriche dell'introdutione dell'heresie nelle valli di Lucerna. Torino 1649), dal Perrin (Hist. des Vaudois. Ginevra 1618), dal Muston (Hist. complète des Vaudois du Piémont. Parigi 1857), dal Morelli (Sulla venuta de' Valdesi nella Calabria citra, Napoli 1859).

[303.] Beza, Storia al 1544.

[304.] Io ristampai altra volta queste parole, cavandole da lettere trovate nell'archivio Mediceo Corrispondenza di Napoli. Vorrebbero attribuirsi ad uno che accompagnò Ascanio Caracciolo in quella spedizione, e datano dall'11 giugno 1562, da Montalto. Dicono:

«S'intende come il signor Ascanio, per ordine del signor vicerè, era sforzato a partire in posta alli 29 del passato per Calabria, per conto di quelle due terre de' Luterani che si erano date fuori alla campagna, cioè san Sisto e Guardia. Sua signoria a Cosenza al 1 del presente ritrovò il signor marchese di Buccianico suo cognato, che era all'ordine con più di seicento fanti e cento cavalli, per ritornare e uscir di nuovo in campagna, e quella fare scorrere, e pigliare queste maledette genti: e così partì alli 5 alla volta della Guardia, e giunto quivi, fecero commissarj, ed inviò auditori con gente per le terre circonvicine a prender questi Luterani. Dalli quali è stata usata tal diligenza, che una parte presero alla campagna; e molti altri tra uomini e donne, che si sono venuti a presentare, passano il numero di millequattrocento: ed oggi, che è il dì del Corpo di Cristo, ha fatte quelle giuntar tutte insieme, e le ha fatte condur prigioni qui in Montalto, dove al presente si ritrovano; e certo che è una compassione a sentirli esclamare, pianger e domandar misericordia, dicendo che sono stati ingannati dal diavolo; e dicono molte altre parole degne di compassione. Con tutto ciò il signor marchese e il signor Ascanio hanno questa mattina, avanti che partissero dalla Guardia, fatto dar fuoco a tutte le case, e avanti avevano fatto smantellare quella, e tagliar le vigne. Ora resta a fare la giustizia, la quale per quanto hanno appuntato questi signori con gli auditori e frà Valerio qua inquisitore, sarà tremenda: atteso vogliono far condurre di questi uomini, ed anco delle donne, fin al principio di Calabria e fin alli confini, e di passo in passo farli impiccare. Certo che se Dio per sua misericordia non move sua santità e il vicerè a compassione, il signor marchese Buccianico governatore, ed il signor Ascanio faranno di loro gran giustizia, se non verrà ad ambidue comandato altro da chi può lor comandare....

«Oggi pure fu ordinato che cento donne vecchie pongansi all'esame e alla tortura, poi alla morte, acciocchè ben si bilancino le partite, e dicasi posti a morte altrettanti uomini e altrettante donne. Ve n'ha alcuni sì ostinati, che non voglion veder il Crocifisso nè confessar il sagrifizio, e sono arsi vivi.

«La prima volta che uscì il signor marchese, fece abbruciare San Sisto, e prese certi uomini della Guardia del suddetto luogo, che si ritrovarono alla morte di Castagnete, e quelli fece impiccare e buttar per le torri al numero di sessanta: sicchè ho speranza che avanti che passino otto giorni, si sarà dato ordine e fine a questo negozio, e se ne verranno a Napoli....

«Gli eretici presi in Calabria son 1600, e tutti furono condannati, ma i messi finora al supplizio furono 88. Questi eretici portano origine dalle montagne d'Angrogna nel principato di Savoja, e qui si chiamano gli oltramontani; e regnava fra questi il crescite, come hanno confessato molti. Ed in questo regno ve ne restano quattro altri luoghi in diverse provincie; però non si sa che vivano male. Sono genti semplici ed ignoranti, e uomini di fuori, boari, zappatori; ed al morir si sono ridotti assai bene alla religione e alla obbedienza della Chiesa romana».

Simeone Florillo, ministro evangelico a Chiavenna descriveva lo stesso supplizio a Guglielmo Grattarola medico a Basilea, in lettera 21 agosto 1560. E dice: «Novità non ho altre, se non che ti mando copia di lettere scritte da Montalto l'11 giugno 1560, stampate a Roma e a Venezia, intorno al macello commesso in Calabria in due villaggi a otto miglia da Cosenza, San Sisto e Guardia, che furono distrutti, e uccisine ottocento abitanti, o circa mille, come scrive da Roma il 21 giugno uno che era servo di Ascanio Caracciolo. Io conobbi quella gente, d'origine valdese, di buona vita e di miglior dottrina. Perocchè, prima di partir da Ginevra, a loro istanza vi mandammo due ministri e due maestri di scuola. I ministri furono martirizzati l'anno passato, uno a Roma che chiamavasi Giovanni Luigi Pasquale di Cuni, l'altro a Messina, Giacomo Borello, entrambi piemontesi. Quest'anno il resto dei pii uomini fu distrutto, e spero fia buon seme all'Italia che porterà buono e copioso frutto».

La lettera tradotta in latino è riferita da Giovanni Fox nel Martirologio, parte II, fol. 337; Basilea 1563, e da essa siam chiariti che quelle dell'archivio Mediceo non sono relazioni uffiziali di un residente toscano, bensì documenti inseriti in qualche corrispondenza come si soleva, e copia di stampa, le quali mancano d'ogni autenticità, portano la data falsa di Roma per acquistarvi maggior credito; e sono evidente opera di partito, colle esagerazioni proprie di lavori siffatti.

[305.] Vedi Arch. storico 1846, tom. IX, pag. 193.

[306.] Scipione Ammirato, Delle famiglie napoletane, Firenze, 1580. Il pezzo che intervirgolammo è tolto dalle aggiunte, fattevi nella II parte, edita solo nel 1651.

[307.] Silos, Hist. cl. regul. sub anno.

[308.] Lagomarsini, note alle lettere del Pogiano, vol. IV, p. 443.

[309.] Sulla Giulia Gonzaga vedasi Ireneo Affò, Memorie di tre celebri principesse della famiglia Gonzaga, Parma 1787, e Pompeo Litta, Famiglie celebri italiane, fascicolo XXXIII. Sull'accusa di eresia datale da qualche autor francese, l'Affò esclama: «Bugia maggiore di questa non si dà nella storia». Di rimpatto il Litta dice che tale accusa «fu comune a tutti i personaggi per dottrina distinti, i quali tutti applaudivano alla riforma della disciplina ecclesiastica».

Citata da Pio V per la sua intimità col Carnesecchi, non comparve, ma morì dal dispiacere. Nel testamento perdona a tutti, e raccomanda al nipote Vespasiano di «non fare alcun risentimento contro chiunque oltraggiata l'avesse».

[310.] Esso Giannone, che la giudica «non minore providenza» del governator Toledo, e segno della «saviezza e soddisfazione de' popoli con cui governò il regno» (Stor. civ., lib. XXXII, c. 4), dice nel capo 5 che «RAGIONEVOLMENTE alcuni si maravigliano onde sia nato che i Napoletani, uomini riputati cotanto pii e religiosi che talora sono traboccati nella superstizione, abbiamo poi avuto sempre in orrore il tribunale dell'Inquisizione». A reclamare contro l'istituzione dell'Inquisizione fu mandato anche Annibale Bozzuto, valente giureconsulto, che da Carlo V ottenne il gran numero di banditi fosse ridotto a venti, tra' quali esso. Fuoruscito, fu festeggiato a Roma, eletto a insigne carica, poi a cardinale (1565) e governatore della città.

[311.] Manuscritto all'anno 1571.

Essendo nata discussione fra il sant'Uffizio e il vicerè di Sicilia, Filippo II mandò colà per accomodarla e per dar trionfo al primo, il padre Parama. Questo, a domanda de' grandi inquisitori Quiroga e Manrique (Lib. II. T. II, cap. XI, n. 3) aveva steso un trattato, e dedicatolo al grande inquisitore Portocarrero, col titolo De origine et progressu officii sanctæ Inquisitionis, ejusque utilitate et dignitate. De romani pontificis auctoritate et delegata inquisitorum. Edicta fidei et de origine sancti Officii quæstiones decem, libri tres, auctore Lodovico a Parama boroxensi arcidiacono et canonico legionensi, regnique Siciliæ inquisitore. Matriti, ex tipographia regia. È l'apologia più ampia e più sincera che siasi mai fatta di quel funesto tribunale, riconoscendone l'origine fin da Adamo, quando dal Creatore è chiamato dopo la disobbedienza: trova giusto il fondamento, regolare la procedura che in realtà era la consueta de' tempi. Anzi è certo che, almeno ne' trattati, è raccomandata mitezza nell'infliggere i tormenti, e che il carcere era diretto non solo al castigo, ma all'emenda, cercandosi la conversione dell'imputato, qualunque ne fossero i modi e il concetto.

Il Summonte, che pur è tanto minuto, non fa cenno delle eresie. In esso, ogni tratto si trovano persone, anche qualificate, prese, scannate, appiccate senza forma di processo e per comando o volontà del vicerè, principalmente del Toledo.

[312.] Il celebre Bartolomeo Chieccarelli, per ordine del vicerè duca d'Alba raccolse in diciotto volumi di manoscritti giurisdizionali tutte le scritture attenenti alla giurisdizione regia, e non furono mai stampati. Ciascun volume si riferisce a un ramo particolare, e l'ottavo è appunto Del Sant'Uffizio dell'Inquisizione, dove sono registrate le vicende di questo tribunale nel napoletano dal 1269 al 1628. Nel grande archivio di Napoli sta pure manoscritta una Breve raccolta di varie notizie contro il Sant'Uffizio, che servir possono per istruzione di ogni deputato eletto contro il medesimo: e fu fatto nel 1747 a proposito dell'editto di Carlo III. È piuttosto una declamazione, volendo far ridurre le procedure come usavansi nei primi otto secoli della Chiesa; ed è scritto certamente da un legale, e con vigor di stile e franchi pensamenti.

[313.] Di Giovanni, Cod. Dipl., t. I, diss. 2.

[314.] Epp. 69 e 70.

[315.] Vedi Gaetani, Santi Siciliani, ma esagera.

[316.] Nell'atto di dotazione della Chiesa di Messina: Pirri, Not. Ecclesiæ Messan., al 1090.

[317.] Pirri, Not. Eccl. Sirac. ad ann.

[318.] Lib. II, c. 18.

[319.] Lib. II, c. 45.

[320.] Muratori, Rer. Italicarum Script., t. VI, col. 616. Vedi Discorso storico della cattolica religione nel regno di Sicilia in tempo del dominio dei Saraceni, di Antonino Mongitore, 1762.

[321.] In Chron. Fossæ Novæ, pag. 876, e ne fa pur cenno la cronaca dell'anonimo cassinese, all'anno 1185.

[322.] Voltaire scrive che l'Inquisizione fut en Sicile, plus encore qu'en Castille, un privilège de la couronne, et non un tribunal romain, car en Sicile c'est le roi qui est pape. Essai sur les Mœurs, c. CXL. Il Mac Crie fra i tanti errori di cui tesse la sua Storia dell'origine ed estinzione della Riforma in Italia, racconta che un Benedetti, soprannomato Locarno, nel 1546 predicò a lungo in Palermo la Riforma, protetto dal vicerè don Pedro di Cordova e maschere di Terranova. Pedro de Cordova non fu mai vicerè in Sicilia, dove dal 1535 al 1546 era vicario don Fernando Gonzaga, che istituì la celebre Confraternita de' Bianchi: solo un momento nel 1536 lasciovvi come presidente il marchese di Terranova. Che il Locarno avesse a Palermo numerosissima udienza nessun altro lo dice fuor del Mac Crie. Il Camillo Siculo, ch'egli cita come maestro di Lelio Soccino, stette in Valtellina, dove lo troveremo. Vedi Galeotti, Dispute con un ministro valdese per certi appunti fatti alla storia del Mac Crie. Palermo 1863.

Nelle Istruzioni del Sant'Uffizio del Regno di Sicilia per uso e comodo delli 1212 commissarj del regno, è quest'orazione: Domine Deus omnipotens, pater Domini nostri Jesu Christi qui dignatus es hunc famulum tuum ab errore hæreticæ pravitatis (Luteranæ, sive Calvinistæ, sive Protestantium, sive Indipendentium, sive Multiplicantium, sive Anabaptistarum, sive Libertinorum, sive Quakerorum, sive alterius) clementer eruere, et ad Ecclesiam tuam sanctam catholicam revocare, ecc.

[323.] Di Giovanni, Ebraismo di Sicilia, cap. XXVI.

[324.] Federico Badoero residente veneto, nella relazione che fece al senato veneto nel 1557 dice: «Nelle cose di religione vivono quei popoli molto divotamente, ma da pochi anni in qua vi si sono scoperti de' Luterani; e l'uffizio di quell'Inquisizione è intorno a ciò molto occupato, e si può senza pregiudizio dei buoni ben affermare esser verissimo quel detto di san Paolo, che tutti gli isolani erano cattivi, ma i Siciliani pessimi».

[325.] Bartoli, Vita di sant'Ignazio, lib. II, c. 42.

[326.] Hottinger, Hist. eccles. t. IX, p. 200.

[327.] Teofilo Betti, nel Giornale Arcadico.

[328.] Mazzucchelli, Scrittori d'Italia ad vocem.

[329.] Seckendorf, Hist. luter., t. III, p. 68 e seg.

[330.] Quindi niente più sciocco del libro recentemente stampato, Storia dell'Inquisizione, ossia le crudeltà gesuitiche svelate al popolo italiano.

[331.] Vedi Compendio della santa Inquisizione del Caracciolo che riferiamo qui sotto. Il Busini, da Roma, il 31 gennajo 1549, al Varchi scriveva: «Qua s'attende ad imprigionar Luterani; e questo è avvenuto a un frate minore di San Francesco detto il Padovano; sicchè, per tutto ciò che pare, e' bisogna non avere più cervello d'un bue a questo mondo».

[332.] Ne cito pochi:

Eimerico, Directorium inquisitorum. Roma, 1587: e 1607 Venezia, più scorretto.

Carena Cesare De officio sanctæ Inquisitionis et modo procedendi in causis fidei. Cremona, 1641.

Mengius, Flagellum dæmonum, Fustis dæmonum. Compendio dell'arte esorcistica. Sono all'Indice, dove pure l'Inquisizione processata 1682: Reginalius Gonzalvius Montanus, Sanctæ inquisitionis hispanicæ artes detectæ, ac palam traductæ: Historia completa das Inquisiçion de Italia, Hespanha e Portugal, 1825.

Dandini Anselmo, De suspectis et de hæresi. Roma, 1703.

All'Istoria della Santa Inquisizione del Sarpi rispose il cardinale Francesco Albizi, anonimo: Risposta all'istoria della santa Inquisizione. Typ. de propag. fide, 1678.

Pasqualone Giacomo, Sacro arsenale, ovvero pratica dell'officio della sacra Inquisizione. Genova, 1683.

Pane, Della punizione degli eretici e del tribunale della santa Inquisizione. Lettere apologetiche, 1789.

Frate Uberto Locato di Castel San Giovanni presso Piacenza, domenicano, poi vescovo di Bagnarea (-1587) autore di varie storie, ha un Opus judiciale inquisitorum ex diversis theologis et j. u. doctoribus extractum.... Roma, 1570, ricco di quistioni e di formole pe' varj incombenti del Sant'Uffizio.

Manfredi Francesco, Ristretto de' processi dell'Inquisizione di Sicilia nel 1640.

Quando Morellet nel 1762 ebbe tradotto il Directorium Inquisitorium, nell'intento di far onta alla Chiesa, il famoso giureconsulto Malesherbes gli disse: — Voi credete aver raccolto de' fatti straordinarj, delle processure inaudite. Or bene sappiate che questa giurisprudenza di Eymeric e della santa inquisizione, è a un bel presso la nostra tal quale. Io restai confuso di tale asserzione (soggiunse Morellet, Mémoires, t. I, 59); dipoi ho riconosciuto ch'egli avea ragione».

[333.] Vedi Breve informazione del modo di trattar le cause del Sant'Uffizio per li molto reverendi vicarj della santa Inquisizione di Modena. Scelgo questo a caso, essendo simili gli altri; e benchè tardissimo, non fa cambiamento dai più vecchi. Le attribuzioni del Sant'Uffizio vi sono così divisate in un editto della curia di Modena del 1776.

«Noi, con autorità apostolica a noi concessa, e sotto pena di scomunica, comandiamo a ciascheduna persona in questa giurisdizione, di qualunque condizione o grado esser si voglia, così ecclesiastica che mondana, che debba al Sant'Uffizio di questa città, ovvero all'ordinario, rivelare e notificare nello spazio di giorni trenta giuridicamente tutti e ognuno di quelli de' quali sappiano, o abbiano avuta, o avranno in appresso notizia;

«Che, avendo professata la santa fede cattolica, sieno divenuti eretici, o come ne' sagri canoni e costituzioni pontificie in materia di fede, sospetti di eresia;

«Che siano bestemmiatori, o dileggiatori, o percussori di sagre immagini, o sortilegi ereticali;

«Che abbiano senza autorità della santa sede apostolica tenuti, letti, stampati, o tengano, leggano, stampino o facciano stampare libri d'eretici, i quali trattino di religione o di sortilegi;

«Che contro il voto solenne della profession religiosa, dopo aver preso l'ordine sagro, abbiano contratto o contraggano matrimonio;

«Che contro i decreti e costituzioni apostoliche abbiano abusato o abusino della sagramental confessione o confessionario, sollecitando ad turpia i penitenti;

«Che abbiano impedito o impediscano l'uffizio dell'Inquisizione, ovvero offendano alcun denunziatore, testimonio o ministro, per opere spettanti al medesimo;

«Che senza legittimo permesso, e con suspizione d'incredulità facciano uso de' cibi vietati in certi tempi dalla Chiesa;

«Che abbiano tenuto o tengano occulte radunanze, in pregiudizio e dispregio della religione;

«Che non essendo sacerdoti, si siano usurpati o si usurpino di celebrare la santa messa, e abbiano presunto di amministrare il sagramento della penitenza, quantunque nè abbiano proferito le parole della consacrazione, nè siano venuti all'atto dell'assoluzione;

«Avvertendo che a questi nostri precetti non soddisfaranno, nè s'intendono di soddisfare quelli che, con bollettini o lettere, delle quali, massime se non firmate, niun conto si tiene nel sant'Uffizio, pretendessero rivelare i delinquenti;

«E che dalla detta scomunica nella quale i disubbidienti incorreranno, non possa alcuno essere assoluto se non dal Sant'Uffizio; nè sarà assoluto che dopo aver giuridicamente rivelati i detti eretici e sospetti d'eresia;

«Ricordiamo a tutti i reverendi confessori di dover significare ai penitenti l'obbligo di denunziare legalmente al Sant'Uffizio, come sopra, e che non volendo ubbidire saranno incapaci dell'assoluzione;

«Comandiamo per ultimo, in virtù di santa ubbidienza, a tutti i superiori ecclesiastici così secolari che regolari, e ai confessori di monache, che debbano notificare, e tener affisso nelle loro chiese, sagristie e monasteri in luogo pubblico il presente editto. E a tutti quelli poi che hanno cure parrocchiali, che lo debbano pubblicare ogni anno nell'avvento e nella quaresima in giorno festivo e di concorso; mandandone l'autentico documento alli rispettivi vicarj del sant'Uffizio;

«Quanto agli Ebrei, si dichiara che cadranno sotto l'Inquisizione del Sant'Uffizio in que' casi compresi nella bolla di Gregorio XIII Antiqua Judeorum ecc., e sempre che dicano o facciano cose direttamente offensive della cattolica religione».

[334.] Tiraboschi, St. lett., vol. XII, pag. 1712.

[335.] Vita di Sisto V, parte I, l. III.

[336.] Dispacci 2 e 9 marzo, 27 aprile e 29 giugno 1566, ap. Mutinelli, St. arcana.

[337.] L'illustre storico De Thou dice che, durante il pontificato di Sisto V, il Mureto gli disse: Je suis ébahi que je me leve qu'on ne me vient dire, Un tel ne se trouve plus: et si l'on n'en oseroit parler. L'asserzione, benchè così diretta, è falsa, perocchè il Mureto morì poco dopo l'elezione di Sisto V, nel 1585, e in quell'anno il De Thou dimorava certamente in Francia.

[338.] Il racconto della vita e morte di Fannio, trovossi in un libro della biblioteca di Zurigo, scritto da Giulio di Milano, il quale non va confuso con Giulio Terenziano amico del Vergerio.

Si ha pure De Fannii Faventini et Dominici bassanensis morte, qui nuper ob Christum in Italia rom. pontificis jussu impie occisi sunt, brevis historia Francisco Nigro bassanensi authore, 1550. «Da qui, pio lettore, voi potete comprendere cosa sia ad aspettarsi dal Concilio di vescovi romani sotto la direzione del papa».

[339.] Si trova negli Acts and monuments, pubblicati da Fox nel 1838.

[340.] Poggiali (Memorie di Piacenza, vol. II, p. 277 e 344), li riferisce dietro un'antica cronaca, ma dando solo le iniziali, perchè temeva far torto a' loro discendenti. Noi ponemmo gli interi nomi. Il Corvi parla di altri piacentini, processati per Luterani e che abjurarono o furono puniti.

[341.] Vedi Martini, St. eccles. di Sardegna.

[342.] Sta nella Cosmografia di Sebastiano Munster (Basilea 1558). Di costui parlano il Martini suddetto e il Llorente.

[343.] Nella Breve informatione del modo di trattare le cause del sant'Offizio a Modena (Modena 1619) trovo questo catalogo di libri proibiti, speciale del paese, oltre quelli generali:

Che non si lascino vendere alcuna delle istorie seguenti, per contenere esse respettivamente cose false, superstiziose, apocrife e lascive; cioè: Orazione di san DanieleOratione di sant'Helena, in ottava rima. — La Vergine Maria con gli Angeli santi. — Oratione e scongiuri di santa Maria: «Con il priego suo, che la dirà, ecc.; O somma sacra ecc.». — Il contrasto di Cicarello. — Egloga pastorale di Grotolo e Lilia. — Oratione di san Brandano. — Vita di san Giovan Battista, in rima. — Oratione di santa Margarita, in ottava rima per le donne di parto: «O dolce Madre, di Gesù vita». — Beneditione della Madonna, in ottava rima: «A te con le man giunte, ecc.». — Historia, o martirio de' santi Pietro e Paolo, in rima: «Al nome sia di Dio glorificato, ecc.». — Confessione della Maddalena: «Altissima benigna, e benedetta». — Pianto della Madonna, in ottava rima: «Chi vuol piangere con la Vergine, ecc.». — Contrasto del vangelo col demonio: «Madre di Christo Vergine Maria, ecc.». — Historia di santa Caterina vergine e martire. — Legenda devota del Romito de' Pulcini. — Confitemini della beata Vergine. — Oratione contro la peste. — Epistola della Domenica, in ottava rima: «Vìva divinità dove procede, ecc.». — Opera nova delli dodici Venerdì: «A laude dell'eterno Redentore». — Opera nuova del Giudicio generale, in rima: «A te ricorro, eterno Creatore». — Oratione trovata nella cappella dove fu flagellato nostro Signore in Gerusalemme: «Madonna santa Maria, ecc.». — Christo santo glorioso, laude devotissima: «Christo santo glorioso, che patesti». — Oratione ascritta a san Cipriano contro i maligni spiriti: «Io son Cipriano servo di Dio, ecc.». — Historia di san Giorgio, in ottava rima in quarto: «In nome sia, ecc.». — Oratione di san Giacomo Maggiore, in versi in ottavo: «Immenso Creatore, e con tua morte, ecc.». — Oratione di Santa Maria perpetua, in prosa, con la rubrica: «Quest'è una devotissima oratione, ecc.». — Oratione della nostra Donna devotissima, in versi e in rima: «Ave Madre di Dio, ecc.». — Oratione di san Stefano: «Superno Padre eterno Redentore, ecc.».

Un catalogo di operette et historiette prohibite più esteso è aggiunto al Sacro arsenale della santa Inquisizione, Bologna 1665, e la più parte sono preghiere e storie devote, massime in versi: vale a dire che espurgavasi piuttosto dalle superstizioni, a tal uopo proibendo in generale «tutti li libri che trattano d'insogni o loro ispositioni», o d'astrologia giudiziaria, o d'indovinare. Anche nelle Regole del sant'Uffizio, ristampate a Milano il 1689, è una lista di libri proibiti, che sono quasi tutte orazioni o pie leggende.

[344.] Un'orfana di Basilea si era fatta protestante, poi se ne ravvide, e più non comparve alle adunanze. La Comunità di Basilea dapprima le scrisse ammonizioni ed esortazioni, poi nel giugno 1866 emanò quest'atto: «Dacchè non vi siete arresa agli inviti fraterni fattivi di comparire davanti la Comunità, e ciò è un atto di disobbedienza e di rivolta, uno sprezzo del Signore e del suo corpo, in nome del Signore voi siete esclusa dalla comunità di Dio: cessando ogni relazione civile, in tutta la comunità. Coi siffatti non si può neppur sedere alla stessa tavola».

[345.] Striges, ut ait Verrius, Græci στριγας appellant, a quo maleficis mulieribus nomen inditum est; quas volaticas etiam vocant. Festo. — E Plinio: Fabulosum arbitror de strigibus, ubera eas infantium labris immulgere; e altrove: Post sepulturam visorum quoque exempla sunt. — Apulejo, Metam. 5: Scelestarum strigarum nequitia. — Petronio, Fragm. 63: Cum puerum mater misella plangeret, subito strigæ cæperunt... Strigæ puerum involaverunt, et supposuerunt stramenticium. — Lucano nel lib. VI descrive i patti col diavolo e le stregherie, come potrebbe fare un cinquecentista:

Quis labor hic superis cantus herbasque sequendi,
Spernendique timor? Cujus commercia pacti
Obstrictos habuere Deos?
An habent hæc carmina certum
Imperiosa Deum, qui mundum cogere quidquid
Cogitur ipse potest?

e Sereno Samonico (cap. 59):

Præterea si forte premit strix atra puellos,
Virosa immulgens exertis ubera labris,
Allia præcepit Titini sententia necti.

Festo conservò due versi come preservativi, ma scorrettissimi; Dachery gli emenda così:

Στρίγγ ’ἀποπἓμπειν νυκτινόμαν, στρίγγα τ’ἀλαὸν,
’Ωρνιν ἀνώνυμον, ὠκυπορόυς, ἐπὶ νῆας ἐλαὐνειν.

La strige rimuovi notte-mangiante: la sucida strige, uccello ferale, fuga nelle veloci navi.

I passi di antichi, attestanti le magiche arti, sono prodotti da Delrio, Disquisitiones magicæ, lib. II. qu. 9, e passim.

[346.] Consilia in causis gravissimis, p. 414, citato da Alfredo Maury, Revue Archéologique, 1846, pag. 161.

[347.] Trithemius in Chron.; Spanheim ad 1501.

[348.] Questo frà Girolamo Armenini, che dovette vivere sin verso il 1520, lasciò un Volumen adversus Tiberium Russilianum Sextum calabrum de artis astrologicæ falsitate. Questo calabrese sosteneva pure che il diluvio universale accadde per natural congiunzione di astri, e l'Armenini lo combattè; come combattè altri che sostenevano Cristo essere stato concetto non nell'utero di Maria, ma presso al cuore da tre goccie di sangue. Vedi Scriptores ordinis Prædicatorum.

Il cardinale Cajetano ha un trattato, Utrum liceat maleficium solvere opera malefici parati utendo. Milano, marzo 1500.

Nella XXIX lettera al signor Dell'Isola, frà Paolo Sarpi scrive: «Non posso penetrare in modo alcuno il senso di quelli che dicono, Dio ha predetto e voluto questo, e tuttavia si affaticano acciò non sii. Ma dell'astrologia giudiziaria bisognerebbe parlarne con qualche Romano, essendo quella più in voga nella loro corte che in questa. Con tutto che pur concorra ogni abuso, questo mai ha potuto aver luogo: la vera causa è perchè qui le persone non aggrandiscono se non per gradi ordinarj, e nessun può sperare oltre lo stato suo, nè fuori dell'età conveniente. In Roma, dove oggi si vede nel supremo grado chi jeri era ancora nell'infimo, la divinatoria è di gran credito».

[349.] Gio. Cambi, Storia fiorentina al 1517.

[350.] Il trattato del Savonarola contro l'astrologia fu tradotto elegantemente in latino da frà Tommaso Buoninsegni di Siena (-1609), teologo lodatissimo, del quale mi piace ricordare alcuni trattati, che tanto farebbero ai casi odierni:

Dei cambj, dove con molta brevità e chiarezza si dichiarano i modi oggi usitati nei cambj, e la giustizia che in quelli si contiene. Firenze 1573.

Trattato delli sconti e del tagliar le dette. Firenze 1585.

Trattato de' traffichi giusti ed ordinarj, cioè della vendita a credenza, la diminuzione del prezzo per l'anticipato pagamento, i cambj, i censi, i giuochi e i monti. Venezia 1588.

[351.] Compendio dell'arte esorcistica, e possibilità delle mirabili e stupende operationi delli demonj e dei maleficj, con li rimedj opportuni alle infermità maleficiati... opera non meno giovevole agli esorcisti che dilettevole ai lettori, ed a comune utilità posta in luce. Venezia 1605.

[352.] Pag. 218, 214, 302 del Palagio degli incanti e delle gran meraviglie degli spiriti e di tutta la natura, diviso in libri quarantacinque e in tre prospettive, spirituale, celeste ed elementare, di Strozzi Cicogna. Vicenza 1605.

[353.] Il penitenziale del vescovo Burcardo, anteriore al Mille, assegna le penitenze per chi crede che altri possa per incantagione eccitar procelle, odio o amore, affascinare o venir alle tregende. Il Muratori, Ant. Medii Ævi VI, Dissertaz. LXVIII, pubblicò un penitenziale del monastero di Bobbio, ove si legge: Qui cum vidua aut virgine peccavit, qui falsa testimonia super alios apponunt, et ad sorcerias recurrunt, aut divinationes credunt... isti pœniteant V annis, vel III ex his in pane et aqua.

[354.] Communis catholicorum sententia docet re ipsa hanc commixtionem dæmonum mulierumque accidere. Theol. Christ., tom. III. Il milanese frà Francesco Maria Guacci, nel Compendium maleficarum, stampato a Milano nel 1608 e nel 1626, ove le dottrine sono illustrate con molte figure, al cap. 12 del lib. I, scrive: Solent malefici et lamiæ cum dæmonibus, illi quidem succubis, «hæc» vero incubis, actum venereum exercere; communis est hæc sententia patrum, theologorum, philosophorum, doctorum, et omnium fere sæculorum atque nationum experientia comprobata.

[355.] Sunt qui credunt mulieres quasdam maleficas, sive potius veneficas, medicamentis delibutas, noctu in varias animalium formas verti et vagari, seu potius volare per longinquas regiones, ac nuntiare quæ ibi aguntur, choreas per paludes ducere, et dæmonibus congredi, ingredi et egredi per clausa ostia et foramina, pueros necare, et nescio quæ alia deliramenta. De situ Japigiæ, pag. 126.

[356.] Forma seguito alla Lucerna Inquisitorum hæreticæ pravitatis reverendi patris fratris Bernardi comensis ordinis Prædicatorum ac inquisitoris egregii, in qua summatim continetur quidquid desideratur ad hujusce inquisitionis sanctum munus exequendum. Milano 1566. Fu stampato per opera del reverendo padre inquisitore di Milano ad laudem Dei, ristampato delle volte assai, e commentato da Francesco Pegna.

[357.] Citano questo fatto anche il Bodino nella prefazione alla Dæmonomania, e frà Silvestro di Priero, il primo contraddittore di Lutero, nelle Mirabili operazioni delle streghe e degli demonj. Egli ha pure De strigomagarum dæmonumque libri tres, una cum praxi exactissima et ratione formandi processus contra ipsas, opus finitum 24, novembre 1520. De strigibus, 1523; e Quattroapologie, 1525.

[358.] Così frà Girolamo Menghi nel citato Compendio dell'arte esorcistica, pag. 480. Però egli stesso, pag. 416, dice che le streghe non aveano potenza sugli inquisitori in uffizio, e «più volte essendo interrogate queste maghe et malefiche per che causa non offendevano gli giudici et inquisitori, rispondevano, questo più volte aver tentato et non l'aver potuto fare».

[359.] Xiletti, Consilia criminalia. Venezia 1563, tom. I, cons. 6.

[360.] Millenarium sæpe excedit multitudo talium, qui unius anni decursu in sola comensi diœcesi ab inquisitore, qui pro tempore est, ejusque vicariis, qui orto vel decem semper sunt, inquiruntur et examinantur, et annis pene singulis plusquam centum incinerantur. Spina, De strigibus, cap. 13.

[361.] Sacro arsenale, ovvero Pratica dell'ufficio della santa Inquisizione, di nuovo corretto ed ampliato. Bologna 1665. Lo stesso trovo nella Breve informatione del modo di trattare le cause del Sant'Officio per li molto reverendi vicarj della santa Inquisizione di Modana, 1650.

[362.] Gli stacci, i crivelli. Ciò ricorda affatto i nostri tavolini giranti.

[363.] Nella Magliabecchiana provenne dalla biblioteca Palatina (mss. CCCCVIII) una Pratica del procedere nelle cause del Sant'Uffizio di Tommaso Fransone, consultore in quel di Genova, manuscritto del secolo XVI (Palermo, n. 583). Fra il resto vi si legge: «Sotto il nome di sortileghi si comprendono anche le streghe e i stregoni, che maleficiano le persone con varj modi, o d'amore, o di morte, e singolarmente li fanciulli di latte (pag. 40).... «Pochi o niun processo si ritrovano bene formati in questa materia; sì perchè sono per il più fondati sopra indizj remoti, come di qualche minaccia, ti farò pentire, me la pagherai, o sopra indizj indifferenti, cioè, cose mangiate, dopo le quali la persona s'inferma. — E perciò si ricerca in giudizio la fede del medico, che quella infermità non sia naturale, o almeno ne dubiti; e anco la fede di un esperto e prudente esorcista: perchè molti ve ne sono, che ogni infermità giudicano maleficj, o per poca pratica, o per farvi sopra mercanzia; e talvolta se le persone non sono maleficate, essi, col nutrirle quell'umore malinconico, o con altre loro arti illecite le maleficano (pag. 43).

I sortilegj e le stregonerie più notevoli, praticate allora in Genova erano: De' sortilegj in generale, «Quelli, che per mezzo di caratteri, parole incognite di niuna significazione in qualsivoglia linguaggio, abuso di sagramenti, di cose sagramentali e benedette, di parole di sagra scrittura, suffumigazioni, oblazione di proprio sangue, o di quello d'animale, e atti di religione verso il demonio, invocazione del medesimo, procurano l'opera d'esso, o per l'amore, o per morte delle persone, o per trovar tesori, o per conservamento di moneta, acciò spese ritornino in borsa, o per dignità, o per scienze, o per altre cose». — Questi sortileghi ordinariamente hanno scritture de' caratteri et esperimenti magici, carte vergini, clavicole, Al-Madel, Centum regum, Arte notoria Paolina, Cornelio Agrippa, Pietro Abano, l'Opus Mathematicum, instrumenti magici, come spada caratterizzata».

Seguono i malefici amorosi e micidiali. «Maleficano d'amore talvolta con li medesimi mezzi, che adoperano li sortileghi, cerioli, caratteri, e gittar il sale nel fuoco, gettar le fave benedette, abusando delle parole della consegrazione, scrivendole sopra bollettini, facendo polvere di certe erbe, e, benedette che siano, toccando con esse la persona amata, servendosi di calamita battezzata, di ostie».

Per lo più maleficano sopra cose comestibili, scrivendo parole ignote, e caratteri sopra frutti, mischiando polvere fra cibi, formando statue di cera, trafiggendole con aghi, e facendole a poco a poco dileguare al fuoco, dicendole sopra alcune parole, tendenti ad accendere l'amore di quella persona; formando certi invogli di erbe, di capelli, tagliatura d'unghie, o altra cosa tolta alla persona maleficiata, sopra le quali vi susurrano parole incognite, e invocazioni di demonj, e le seppelliscono poi in qualche luogo di abitazione di detta persona, e singolarmente sotto il limitar della porta, per dove ha da passare. Di qui nasce, che, non avendo le dette cose fra se stesse virtù di fare tale effetto, il demonio vi concorre, per il fatto esplicito, o implicito con l'opera sua» (pag. 39).

A pag. 34 dice «che il demonio non resti effettivamente obbligato a patti, ma finga di esserlo». E «Ho di fede, che il diavolo non possa sforzare l'umana volontà, può bene perturbare la fantasia» (pag. 38), eppure, se non sopra la volontà, ha potere sopra la vita, e «le persone molte volte si consumano senz'alcun rimedio, non arrivando il medico a trovar la cagione; e nell'istesso modo maleficano a morte per odio» (pag. 42).

Taluni son denunziati perchè mangiano carne in giorni proibiti, «ma il Sant'Offizio va posato assai in procedere, perchè molte volte si trova o ch'erano infermi o convalescenti, o ne aveano licenza; o non avendola, la qualità della indisposizione e la necessità li scusa».

[364.] Francesco Vittoria, Prælectiones theologicæ, lib. II.

[365.] B. Spina, De strigibus et lamiis 1523 con tre apologie. Lo Spina, di Pisa, scrisse di molte controversie d'allora, e prima contro il Pomponazio sulla mortalità dell'anima, poi contro i nuovi eretici circa la podestà del papa, la necessità del confessarsi avanti la comunione, la forma della consacrazione; e così intorno all'Immacolata Concezione, principalmente confutando il cardinale Cajetano e il Catarino.

[366.] De sortilegiis.

[367.] Strix, sive de ludificatione dæmonum, 1523; e la versione italiana stampata a Venezia il 1556 col titolo, Il libro della strega, ovvero delle illusioni del demonio.

[368.] De sortilegiis, lib. II, q. 7.

[369.] De strigibus, cap. 17 e seg.

[370.] Fortalitium fidei.

[371.] De hæresi.

[372.] De lamiis, et excellentia utriusque juris.

[373.] Parergon juris, VII, c. 23; VIII, cap. 21. Contro di lui principalmente sono dirette le confutazioni di Martin Delrio, Disquisitionum magicarum, lib. III, q. 16.

[374.] Dæmonum investigatio peripatetica, in qua explicatur locus Hipocratis, si quid divinum in morbis habeatur. Firenze 1580.

[375.] Cum in brixiensi et bergomensi civitatibus et diœcesibus quoddam hominum genus perniciosissimum ac damnatissimum labe hæretica, per quam suscepto renuntiabatur baptismatis sacramento Dominum abnegabant, et Satana, cujus Consilio seducebantur, corpora et animas conferebant, et ad illi rem gratam faciendam in necandis infantibus passim studebant, et alia maleficia et sortilegia exercere non verebantur... Bolla del 15 febbrajo 1521.

[376.] Repertæ fuerunt quamplures utriusque sexus personæ..... diabolum in suum dominum et patronum assumentes, eique obedientiam et reverentiam exhibentes, et suis incantationibus, carminibus, sortilegiis aliisque nefandis superstitionibus jumenta et fructus terræ multipliciter lædentes, aliaque quamplurima nefanda, excessus et crimina, eodem diabolo instigante, committentes et perpetrantes etc.

[377.] Hist. Univers., lib. XI.

[378.] Eusebii Præparatio evangelica, lib. II, VI.

[379.] Magos et maleficos, qui se ligaturis, nodis, characteribus, verbis occultis mentes hominum perturbare, morbos inducere, ventis, tempestati, aeri ac mari incantationibus imperare posse sibi persuadent aut aliis pollicentur, ceterosque omnes, qui quavis artis magicæ et veneficii genere pactiones et fœdera expresse vel tacite cum dæmonibus facient episcopi, acriter puniant, et e societate fidelium exterminent. p. 3, pag. 5.

[380.] Act. p. 3.

[381.] Nell'epistolario stampato a Milano il 1857, a pag. 419, san Carlo scrive a Giovanni Fontana: «M'è dispiaciuto d'intendere quello che passa nelle Tre Valli per conto di quel negromante, il quale, facendo professione di scoprire le streghe e stregoni di quel paese fuor delle vie giuridiche, mi par non meno degno di castigo lui medesimo che li stregoni stessi, camminando per via di necromanzia o altra proibita a' Cristiani. Però ne scrivo ai signori, e do ordine al visitator Bedra che vadi in dentro a posta per riportar provisione perchè costui sia rivocato et anche castigato». Segue l'ordine al visitatore.

Anche nella vita del cardinale Federico Borromeo nel 1608, si legge: — Ancora alcuni perseverano con i segni superstiziosi in guarir malìe, nè si può aver testimonj per formar processo. Si admettono chirurghi, medici et maestri di scuola senza far la professione della fede; et volendo noi che la faccino, il fòro secolare dice di voler loro far giurare di non far cosa illecita, nè usar cose diaboliche, et con questo si admettono persone vagabonde». Tutto ciò si riferisce alle tre valli di diocesi milanese, appartenenti agli Svizzeri.

Sotto il 19 luglio 1675 il Torriano, vescovo di Como, scriveva a un parroco del territorio bormiese aver trovato colà quamplures tam viros quam fœminas variis sortilegiis infestos, fascinationibus incumbere et vere strigas esse, arte in tenera ætate prehensa. Perciò ne' quattro anni seguenti furono giustiziate trentacinque persone, e molte sbandite.

[382.] Ripamonti, Historia mediolanensis, dec. IV, lib. V, p. 300; — Oltrocchi, Notæ ad vitam sancti Caroli, pag. 684-94.

Nell'archivio della curia di Milano esistono diversi processi contro maliardi ed eretici, e principalmente son notevoli la «Relazione di quanto fece san Carlo nella visita dei Grigioni (Instructiones pro iis qui in missionibus contra hæreticos versantur)»; i «Dubbj dati dal prevosto di Biasca», un de' quali è: «Sono processati i sospetti d'arte diabolica, et il notar dice d'aver mandato i processi a Milano, nè altra provision s'è visto: perciò vanno peggiorando con scandalo d'altri»; e un altro: «Sono alcuni mercanti, i quali non osservano il decreto di non andare ne' paesi d'eretici senza licenza, e sono difesi dalli signori temporali (svizzeri) perchè così fanno loro, però con precetto di non andar alla predica d'heretici, nè trattar con loro della religione». D'altri casi ho io parlato nella Storia della città e diocesi di Como, lib. VII.

[383.] Il processo esiste ms. nell'Ambrosiana di Milano, segnato R. 109, in-fol.

Del resto, giocolieri spertissimi non mancavano, e Ortensio Landi (Comm. delle cose notabili e mostruose in Italia) dice: «In Venezia trovai un Siciliano il quale scriveva in uno specchio d'acciajo, e quel che nello specchio scriveva, ve lo faceva per riflesso leggere nella luna... faceva apparir una mensa carica di ottime vivande, e poi come fumo faceva ogni cosa sparire. Poneva un pezzo di carta non nota ove erano scritte alcune parole, od una serratura, e incontanente se gli apriva ogni ben serrata porta. Cavava ogni grosso chiodo coi denti. Convertiva in oro il rame, il ferro, il piombo, e ogni metallo col spargervi sopra una certa polvere non più veduta. E alla presenza mia e di tre altri fece parlar una testa di morto».

[384.] Crepet, De odio Satanæ, lib. I, diss. 3.

[385.] Stuttgard 1843.

[386.] Picot, Histoire de Genève.

[387.] Paoletti, Istituz. criminali.

[388.] Manuscritto nella Magliabecchiana, Cl. XXIV, 65.

[389.] Il famoso Peiresc al 28 giugno 1615 da Aix scriveva a Paolo Gualdo a Padova: «Il medico che mi cura, desidera con passione d'avere un libro Baptistæ Codrunqui medici imolensis de morbis ex maleficio, per causa di certe monache di questa città in assai numero, che si trovano inferme di malattie incognite e soprannaturali».

[390.] Ep., lib. III.

[391.] 2 gennajo 1610.

[392.] Donzelli, pag. 174.

[393.] Cosimo Baroncelli, diplomatico toscano, nemicissimo del Concini, racconta a' suoi figli le proprie missioni e la fine del maresciallo.

«Il cadavere di Concini fu gettato nelle fosse del palazzo dove si orina, e poi di quivi per ordine del re fu levato e condotto da quattro galuppi sur una scala alla sepoltura in un cimitero. Il popolo di Parigi, sentita la morte del Concini, si sollevò, e corse a furia dov'era stato sepolto, e cacciatolo della sepoltura, lo strascinarono per tutta la città, e poi l'impiccarono sul Ponte Nuovo, e gli tagliarono il membro, dicendo parole ch'è molto meglio tacerle che raccontarle. Tornarono poi a distaccarlo, e ristrascinarlo, e alfine l'appiccarono per un piede, ed il popolo tutto corse a tagliargli chi un orecchio, chi il naso, chi un dito, chi a cavargli gli occhi, di modo che non vi rimase nè carne nè osso che non fosse portato via, tenendosi felice chi ne poteva avere un pezzo.... Or vedete e sentite se io rendo le mie vendette a mio modo».

Manuscritto nella Magliabecchiana, Cl. XXIV, 65.

[394.] Giacomina d'Entremont, casa potentissima in Savoja, vedovata, volle sposare l'ammiraglio di Coligny, e allorchè questo cadde trucidato a Parigi la notte del san Bartolomeo, essa ricoverò al castello di Chàtillon in Savoja, pregando il duca Emanuele Filiberto a custodir lei e i suoi figli (1572). Egli a stento consentì, ma la fe chiuder nel castello di Nizza perchè si professasse cattolica. Ma si scoperse che carteggiava coi protestanti di Germania, e meditava fuggire; pure giurando non fuggire, non abjurar il cattolicismo, e non cercar marito, senza il consenso del duca, a sua figlia, erede di pinguissimi feudi, fu tenuta libera non solo, ma forse in amore di Emanuele Filiberto. Lui morto, venuto il tempo di sposar sua figlia con don Amedeo, figlio naturale del duca, nacquero dissapori e sospetti che Giacomina tenesse legami cogli Ugonotti, e che stregasse il duca, e fu tenuta in carcere. La colpa era di competenza de' tribunali secolari, ma la santa sede la incolpò pure d'eresia, e pretese fosse data al vescovo di Torino e al nunzio. E lungamente essa ne sofferse, finchè morì in carcere nel dicembre 1599.

L'accusa di stregheria erale data da un'ossessa. Il cardinale d'Ossat nelle lettere del 1597 molto ne parla, e adopera a salvarla, mostrando non doversi aver fede al diavolo, padre della menzogna, e ch'esso non vorrebbe denunziare i proprj devoti: al tempo stesso crede accorgersi che il duca di Savoja non aspira che ad impadronirsi de' beni di lei per servir de partage à un de tant de petits louveteaux qui se nourrissent au pié de ces monts, alludendo ai molti figli naturali del duca.

[395.] Del congresso notturno delle lamie, libri III. Rovereto 1749.

[396.] Lettere del Presidente Gian Rinaldo Carli al signor G. Tartarotti intorno all'origine e falsità della dottrina dei maghi e delle streghe; — Maffei, Arte magica dileguata. Verona 1750. — A queste uscì una risposta in Venezia l'anno stesso, Osservazione sopra l'opuscolo Arte magica dileguata, di un prete dell'Oratorio (padre Luziato), per dimostrare che, avanti e dopo Cristo, sempre vi furono maghi e streghe; e raccolgonsi passi de' santi Padri che sembrano credere alle stregherie. A una dissertazione epistolare di Bartolomeo Melchiorri (Venezia 1750) sopra gli omicidj che diconsi commessi con sortilegj, conviene col Tartarotti nel negare le streghe e ammettere i maghi, e insegna ai giudici il modo di determinare con sicurezza i rei, per non dar sentenze ingiuste. L'arciprete Antonio Florio veronese confutò il Luziato (Trento 1750), dove pure Francesco Staidelio conventuale fe la Ars magica adserta; e l'anno dopo a Verona si stampava anonima la replica alla risposta intitolata Arte magica distrutta, di un dottore sacerdote veronese; un altro anonimo fe contro il Tartarotti le Animadversioni critiche (Venezia 1751) in 76 riflessioni sostenendo la magia. La opinione contraria fu sostenuta l'anno stesso a Roma nella Dissertazione di Costantino Grimaldi, «in cui s'investiga quali siano le operazioni che dipendono dalla magia diabolica, e quali quelle che derivano dalla magia artificiale e naturale, e qual cautela si ha da usare nella malagevolezza di discernerle». Poi a Venezia comparve L'arte magica dimostrata da Bartolomeo Preati vicentino, «dove sostiene che il traslocamento delle streghe è vero e reale»: e «Apologia del congresso notturno delle lamie, ossia risposta di G. Tartarotti all'arte magica dileguata del M. S. Maffei ed all'opposizione dell'assessore B. Melchiorri». Poi ancora nel 1792 si stampò a Venezia stessa Philippi Mariæ Renazzi de sortilegio et magia liber singularis, dove informa dei dispareri, delle leggi in proposito, delle procedure.

[397.] Storia letteraria d'Italia, 1750.

[398.] Allan Kardec, Le spiritisme à sa plus simple expression. Le livre des Esprits etc. E vedasi anche la Revue Spirite.

[399.] Non inveniatur in te... qui querat a mortuis veritatem. Deuter. XVIII.

[400.] Il cav. Des Mousseau pubblicò, tra varj libri sulla magia e lo spiritismo, Mœurs et pratiques des Demons (Parigi 1866), e varj vescovi gliene fecero congratulazioni, asserendo non potersi che ai demonj attribuire i fatti del moderno spiritismo.

Vedi anche Rizouard, Des rapports de l'homme avec le démon.

[401.] Traité du Saint-Esprit, par M. Gaume. Paris 1864, 2 vol.

[402.] Vedi sopra a pag. 340.

[403.] Il Serristori, ambasciador di Toscana, andò, non sapeva se a congratularsi seco o condolersi del peso toccatogli, e Pio rispose, esservi più ragione di compatirlo; avrebbe ricusato se non avesse temuto che il papato venisse al cardinal Morone «o qualche altro soggetto, con molto danno di questa santa sede» (Legaz. del Serristori, pag. 422). Il Serristori replicò che l'egual timore era entrato nel granduca, onde avea ordinato che dal papato si eccettuassero Ferrara, Farnese, Morone: questo pel medesimo rispetto che avea avuto sua santità, quelli perchè molto lontani dal servizio della santa sede.

[404.] Dispaccio 16 febbrajo 1566.

[405.] Lettera 18 maggio 1566.

[406.] Carteggio dell'ambasciatore veneto, 29 luglio 1581.

[407.] È tratta dall'Officio della Madonna dei Domenicani come quest'altra,

Per impetrare la conversione degli eretici.

«O vera pace, e fedel Pastore dell'ovile della Chiesa tua, esaudisci le nostre preghiere, ed abbi pietà delle afflizioni e dei devastamenti del popolo cristiano. Con tutto il cuore noi supplichiamo la tua misericordia, perchè ti compiaccia di vigilare paternamente tutti coloro che abbandonarono la ortodossa e cattolica fede, ed allucinati intorno a' suoi articoli, e sedotti da falsa persuasione vivono ereticamente: deh! coi raggi della tua luce illumina i loro cuori, e riducili al conoscimento dell'errore che professano, affine che per tal modo rinsaviti, e abbandonando le dispute, e le corruzioni della tua parola, ritengano costantemente l'unica e vera fede sotto i legittimi nostri pastori con a capo te, supremo Pastor di tutti, dal quale ogni emission di luce e di grazia si riflette in tutte le membra, che ti sono congiunte col vincolo della sacra pace. Così sia».

[408.] J. Pogiani Sunnensis epistolæ et orationes, olim collectæ ab A. M. Gratiano, nunc ab H. Lagomarsinio adnotationibus illustratæ ac primum editæ. Roma 1757, 4 vol. in-4º. Vedansi le lettere del 21 settembre e del novembre 1566.

[409.] Allude a quel di san Paolo ad Rom., c. I, 8. Gratias ago Deo meo pro omnibus vestris, quia fides vestra annuntiatur in universo mundo.

[410.] Lo descrive retoricamente il Bartoli nella vita di san Francesco Borgia: e come in quell'universale abbandono i Gesuiti si offrissero al soccorso, e vi si sacrificassero principalmente gli alunni del Collegio Germanico nel servir gl'infermi, e quelli del Seminario Romano nella cura dei morti.

[411.] Conosciamo una Vita del gloriosissimo papa Pio V, per Girolamo Catena. Roma 1587. Sul frontispizio è il ritratto del santo, con in giro l'iscrizione Absit mihi gloriari nisi in cruce Domini nostri Jesu Christi: e fra varj emblemi il papa che abbraccia due figure, che pajono Francia e Venezia, colla scritta Fœdus ictum in Turcos et vict.: a riscontro Hæreticorum clades; a' piedi la battaglia di Lepanto. Moltissime vite ne enumera il padre Quetyf, Script. Ord. Prædicatorum, che lo fa anche autore della Praxis procedendi in causis fidei. È strano che gli sia da taluni attribuito un opuscolo Delle belle creanze delle donne: il quale è provato esser di Alessandro Piccolomini senese. Vedi La Visiera alzata, ecatoste N. 6.

[412.] Per esempio in Santa Croce erano le cappelle degli Obizi, Busini, Arrighi, Orlandi, Uzzano, Castellani, Baroncelli, Peruzzi, Magalotti, Bellacci, Gubbio, Salviati, Valori, Covoni, Baldi, Ricasoli, Sacchetti, Benvenuti, Sirigatti, Orlandi, Infangati, Lupi da Parma, Donati, Ceffini, Asti, Riccialboni, Cavicciuli, Serristori, Panzano, Pierozzi, Machiavelli, Tedaldi, Bastari, Spinelli, Pazzi, Cavalcanti, Boscoli, Baroncelli, Zati, Altoviti, Giugni, Bucelli; tutte con bandiere e targhe, depostevi per voto o per ringraziamento. Il convento de' Cappuccini dovea un pranzo a casa Alberti, cui faceano l'invito regolare e scritto. La famiglia Ughi, discendente dal conte Ugo, aveva il diritto di ricevere una volta l'anno dall'arcivescovo di Firenze un pranzo. Le era mandata una tavola imbandita, con cibi prescritti, la più parte di majale: tutto a fiori e fiocchi, e portata da due servitori, fra la baldoria di fanciulli, che poi la godevano. Degli Ughi stessi è il fondo ove si fabbricò il teatro del Cocomero, e si riservarono diritto a un biglietto tutte le sere, finchè la famiglia si estinse.

[413.] Storia delle Chiese di Firenze, vol. I, p. 202.

[414.] Fra tanti altri, in un manuscritto della Compagnia de' Pellegrini a Firenze trovo questo:

Qui non habet caritatem
Nihil habet,
Et in tenebris et umbra
Mortis manet.
Nos alterutrum amemus,
Et in Deum
Sicut decet ambulemus
Lucis prolem.
Clamat Dominus, et dicit
Clara voce:
Ubi fuerint in unum
Congregati
Propter nomen meum simul
Tres vel duo
Et in medio eorum
Ego ero.....
Unanimiter excelsum
Imploremus
Ut det pacem nostris
In diebus
Jungat fidei speique
Opus bonum
Ut consortium cantemus
Supernorum.

[415.] Richa, Storia delle Chiese di Firenze, 8 volumi.

Brocchi, Vite de' Santi e Beati fiorentini.

Biscioni, Lettere de' Santi e Beati fiorentini.

Oltre il Razzi e le tante monografie. E vedi qui sopra a pag. 297.

[416.] Fra le carte tolte ai conventi, e deposte nella Magliabecchiana, trovammo pure la storia de' conventi di Santa Maria Novella e di Santa Croce, ma neppur parola dell'Inquisizione. Le carte di questa dovettero esser deposte nell'archivio della Curia, dove giaciono in disordine.

[417.] Lo Statuto di Firenze era stato compilato la prima volta nel 1353 da Tommaso da Gubbio, e divenne quasi comune a tutta la Toscana, eccetto il Senese: talchè la repubblica ne commise una nuova redazione a Paolo di Castro nel 1415. Era talmente accreditato, che, giusta il Gravina, veniva chiamato speculum et lucerna juris, virtus juris, dux universorum, robur veritatis, auriga optimus, Apollo Pythius, Apollinis oraculum, etc.

[418.] Di questa venuta di Cosimo a Roma fa cenno anche il De Thou, Historiæ XXVI, sez. 16, dicendo: Fluctuanti (Pio IV p.p.) et de alia quavis re potius quam de munere pastorali sollicito, supervenit Cosmus... perhonorificeque exceptus, ac deinde ad colloquium privatum admissus, rationibus suis pervicit ut Concilium indiceretur. Il Lagomarsino inveisce contro questo passo (Comm. alle ep. del Poggiano. Tom. II, pag. 154).

[419.] N. CCIC del Carteggio di papi e cardinali nell'Archivio di Stato a Firenze.

[420.] Già riferimmo nel Discorso XXXI, nota 15, alcun che delle relazioni fiorentine sopra il Concilio di Trento. Singolarmente notevoli sono le corrispondenze di Bernardo Daretti nel 1546, di Pier Francesco del Riccio nei numeri 47 e 48 del Carteggio universale nell'Archivio di Stato. Ambasciadore pel duca al Concilio era Giovanni Strozzi, poi Jacobo Guida vescovo di Penna. Del primo (al nº 4011) leggiam questa lettera del 1555 15 marzo al granduca:

«Essendo occorse più volte quistioni fra servidori, come spesso accade dove sono tante persone e di così diverse condizioni, e andatisi a poco a poco ampliando e facendosi interesse di nazioni subito che duoi s'affrontavano, del che qui si dà la colpa maggiore alli Spagnuoli, parendo che sieno vaghi di far quadriglie, venerdì alquanti di loro vennero alle mani con certi Italiani, e chiamando ciascheduno la sua nazione, crebbe la zuffa con molti feriti et alcuni morti, di sorte che il capitano della terra fece sonare a martello, e levato in arme il popolo, quietò il tumulto, et ha ordinato certe guardie per ovviare a simile scandalo».

Al 28 aprile 1563, Jacobo Guida scriveva al duca da Trento (nº 4015 del Carteggio mediceo):

«Venne qui nuova, li 24 di questo, a monsignor d'Augusta, ambasciador dell'illustrissimo duca di Savoja, d'una congiura che s'era scoperta di certi Ugonotti di ammazzare quel duca e duchessa ancora, ed essersi scoperta in questo modo. Un portiere di s. e., ingelosito che un suo segretario non si raggirasse intorno alla moglie, venne seco alle mani, tanto che l'ammazzò, sebbene egli restò ferito assai malamente: e preso dalla giustizia e condannato alla morte, pregò quegli ministri che dovessino sopratenere tanto l'esecuzione contro di lui ch'egli potesse far intendere a s. e. alcune cose che gli sarebbono di salute, rimettendosi alla bontà sua, intesa che n'avesse l'importanza, del campargli poi o no la vita, avendo fatto quanto aveva per il suo onore. Rivelò adunque come, per opera del principe di Condé, tre camerieri di s. e. avevano determinato di torle, e alla duchessa ancora, la vita, e che un italiano, che si tratteneva in quella Corte, era stato a nome del medesimo principe ricercato, che, preso da lui conveniente stipendio, si trattenesse in quella Corte per potergli far un dì qualche rilevato servigio, al che l'italiano non volle consentire altrimenti. Questi tre camerieri furono presi subito per intender da loro tutto il disegno, e gli altri capi ed interessati. E di pochi giorni innanzi era venuto nuova che monsignor illustrissimo di Lorena aveva in Venezia avuto lettere che la regina di Scozia aveva portato pericolo della vita per modo insolito: che in camera sua era entrato sotto il letto, poche ore innanzi che ella se n'avesse a ire a dormire, uno armato tutto d'arma bianca per ammazzarla la notte. Ma successe che, parendogli di sentire qualche poco di movimento, e facendo cercare tutte le stanze sue contigue alla camera, nè trovando cosa alcuna, commesse ancora che si vedesse sotto il letto. Dove scoperto costui, e fatto mettere in mano della giustizia, pare che dapprincipio dicesse che, preso dall'amore di lei, si fosse messo a questo, ma che poi in ultimo, stretto dai tormenti, confessasse che vi era stato indirizzato per ammazzarla, ma da chi non si sa ancora.

«Posso dire di più che di Francia è stato scritto a monsignore cardinale di Lorena come, sendosi inteso ch'egli pigliava una villa qui vicina a cinque miglia per trattenervisi alle volte in questa state, vi era chi disegnava contro la vita sua, e che per niente non la usasse altramente».

[421.] Bolla di Pio V, 1569.

[422.] Literæ SS. D. N. Pii V super creationem Cosimi Medicis in magnum ducem provinciæ Etruriæ ei subjectæ. Firenze 1570.

[423.] Archivio di Stato, Carteggio universale, N. 44.

[424.] Carteggio universale, N. 30.

[425.] Carteggio di Cosimo, filza XXIX.

[426.] Carteggio universale, N. 161 al 1561.

[427.] Legazione di Roma, N. XI.

[428.] Ill. Domine frater noster honorande,

Scimus excellentiam tuam non ignorare S. D. N. hisce proximis diebus nos super negocio fidei deputasse. Verum, quia in præsentia ex officio nobis injuncto est super aliquibus rebus agere, atque a Petro Martyre, ordinis canonicorum lateranensium, de eis informari cupimus, exc. tuam enixe rogamus, velit, pro singulari suo in Christo amore, ac in hanc sanctam sedem apostolicam studio dare operam ut, quanto honestius et cautius fieri possit, idem Petrus capiatur, et ad nos eodem modo quo rev. dominus cardinalis Burgensis collega noster scripsit, cum alio fratre lucensi transmittendum curret etc.

Romæ XVII kal. octobris MD. XXXXII.

Cardinales deputati, Io. Petrus.
Cardinalis S. Clementis.
Cardinalis Burgensis.
P. Cardinalis Parisiens?
B. Cardinalis Guidicionus.

Archivio Mediceo, cartella 3717.

[429.] «Illustrissimo patrone. Io ricèvetti le di v. e. delli XI, al solito gratissime, insieme con la copia delle lettere scrittele dal commissario di Pisa sopra quello frate Cilio da Turino che le ho fatto intendere. E non pensi v. e. che quanto io ho scritto sopra ciò sia stato senza causa, chè mi pareva veder ordito una tela cui faceva ricordare di frà Girolamo al tempo del magnifico Piero de Medici, di che mi ricordo bene. Ma penso per grazia di Dio ne siamo presso che fuora, mediante le buone opere di frate Bernardino da Siena generale de' Cappuccini, che avrà chiarito che non sempre è oro quello che luce. Credami V. E. l'amor mi fa dire non meno ch'ella ha da guardarsi dagli eretici che ci abbiamo noi prelati, perchè menano la folla contro a tutte le potestà, ecc.

«Di Perugia XVI di settembre 1512.

Cardinale De Pucci.

Archivio Mediceo, fascio 5717.

[430.] «Confidando s. s. nella buona e cristiana mente et intentione delle E. V., sicurissimo che non dispiacerà a Lei quel che mi ha ordinato che le faccia intendere, come è pesato oltre modo alla santità sua, e vi farà subito la provisione che le si ricorda, si è novamente ridotto in Pisa un pessimo spirito, chiamato Celio da Turino, quale pubblicamente e in più luoghi ha fatto professione di luteranesimo, et ultimamente trovandosi in Lucca, ove si dimostrò tale, ne è stato bandito, e si è ricovrato in Pisa, ove, sotto professione di maestro di scuola, ha insegnato quella mala setta et eresia. Il che essendo della importanza che v. e. può per sua prudenza considerare, ha bisogno di presto rimedio, onde s. b. la ricerca e stringe quanto più può per debito dell'offizio suo a mandar subito commissione al suo offiziale in Pisa che lo faccia carcerare et tenere sotto buona custodia, finchè si sarà fatta palese l'iniquità sua e castigata per esempio degli altri ecc.

«Da Roma 26 agosto 1552.

«Il cardinale Farnese».

Archivio Mediceo, cartella 3717.

[431.] In Santa Maria Maggiore a Firenze, nella nave a mezzodì, è la cappella dei Carnesecchi, collo stemma, che consiste in tre liste d'oro con sotto un ròcco pur d'oro; e da una parte l'arma de' Capponi, dall'altra quella de' Velluti per due dame entrate in quella casa. Anche la cappella della Comunione nella nave a tramontana fu fondata da Bernardo Carnesecchi nel 1449, oltre un'altra cappella pure dei Carnesecchi: e vi sono sparse qua e là molte lapidi de' Carnesecchi.

Le corrispondenze del Carnesecchi col Grannela sono nei manuscritti della Magliabecchiana, Classe VIII, 51: e così le lettere al Vergerio del 1534, in risposta a quelle che son nella Vaticana, Nuntiatura Germaniæ. Vol. IV.

[432.] «Ho inteso per lettere di M. Marcantonio Flaminio, che v. s. ha avuto una febbre acutissima, la quale l'ha condotta appresso alla morte, e che ancora non è fuor del letto benchè sia fuor del pericolo. Ne ho sentito, come debbo, gravissimo dispiacere: e considerando fra me stesso, come v. s. è in ogni cosa temperatissima, e con quanto regolato ordine di vivere si governi, non so trovare altra causa delle tante infermità sue, se non che è di troppo nobile complessione, il che ben dimostra l'animo suo divino. Dovrìa Iddio, come i Romani conservavano quella statua, che cadde loro dal cielo, così conservar la vita di v. s. per benefizio di molti: e lo farà, acciocchè così per tempo non s'estingua in terra uno dei primi lumi della virtù di Toscana. Vostra signoria dunque col presidio di Dio attenda a ristorarsi e vivere con quell'allegria, con che soleva, quando eravamo in Napoli. Così ci fossimo ora con la felice compagnia! E mi par ora di vederla con un intimo affetto sospirar quel paese, e spesse volte ricordar Chiaja col bel Posilippo. Monsignore, confessiamo pure il vero, Firenze è tutta bella, e dentro e fuori, non si può negare; nondimeno quell'amenità di Napoli, quel sito, quelle rive, quell'eterna primavera mostrano un più alto grado di eccellenza, e là pare che la natura signoreggi con imperio, e nel signoreggiare tutta da ogni parte piacevolissimamente s'allegri e rida. Ora se vostra signoria fosse alle finestre della torre da noi tanto lodata, quando ella volgesse la vista d'ogn'intorno per quei lieti giardini, o la stendesse per lo spazioso seno di quel ridente mare, mille vitali spiriti se le multiplicherebbono intorno al cuore. Mi ricordo che innanzi la partita sua, V. S. più volte disse di volerci tornare, e mi ci invitò più volte. Piacesse a Dio, che ci tornassimo: benchè, pensando dall'altra parte, dove anderemo noi, poichè il signor Valdes è morto? È stata questa certo una gran perdita ed a noi ed al mondo, perchè il signor Valdes era uno de' rari uomini d'Europa, e quei scritti ch'egli ha lasciato sopra l'Epistole di san Paolo, ed i Salmi di David, ne faranno pienissima fede. Era senza dubbio nei fatti, nelle parole, ed in tutti i suoi consigli un compiuto uomo. Reggeva con una particella dell'animo il corpo suo debole e magro; con la maggior parte poi, e col puro intelletto, quasi come fuori del corpo, stava sempre sollevato alla contemplazione della verità e delle cose divine. Mi condoglio con messer Marcantonio, perchè egli più ch'ogni altro l'amava ed ammirava. A me par, signore, quando tanti beni, e tante lettere e virtù sono unite in un animo, che faccian guerra al corpo, e cerchino, quanto più tosto possono, di salire insieme con l'animo alla stanza, ond'egli è sceso: però a me non incresce averne poche, perchè dubiterei qualche volta, che non s'ammutinassero, e mi lasciassero in terra come un goffo, vorrei vivere, se io potessi: così esorto V. S. che faccia: le bacio la mano. Nostro Signore le dia quella prosperità di vita ch'ella desidera».

[433.] Bisogna intendere Andrea, non Filippo, che non fu in Francia.

[434.] Carteggio universale, filza 2972.

[435.] Una lettera di Angelo Cajazzi teatino denunziava al papa, come eretico Giambattista Veneto, proposto generale della sua congregazione. Carteggio di Cosimo 199.

[436.] VIII del Carteggio di Cosimo.

[437.] Il De Thou accusa Achille Stazio, valente letterato portoghese, cantore d'un poema sulla Vittoria di Lepanto, d'aver denunziato il Carnesecchi. Fra i 430 e più testimonj sentiti nel costui processo, o nominati come correi, lo Stazio non compare.

[438.] Le due lettere sono nel Laderchi, vol. XXII, pag. 97, 98.

[439.] Nominatamente Pero Gelido suddetto e Pietro Leone Marioni.

[440.] Il Gibbings crede alluda all'imperatore. Vedi qui sopra a pag. 324.

[441.] Forse il Paleario.

[442.] Arch. Toscano. Appendice al carteggio di Roma, filza IV.

[443.] Ibid.

[444.] Legazione di Averardo Serristori ambasciadore di Cosimo I a Carlo V e in Corte di Roma 1537-1568 (Firenze Le Monnier 1853).

[445.] Per soddisfazione della regina Caterina De Medici, il papa non esitò a mandarle il processo, che così venne conosciuto anche fuori del Sant'Uffizio. Gli estratti ne sono prodotti dal Laderchi, tom. XXII, p. 325; poi fu stampato da Richard Gibbings, Report of the trial and martyrdom of Pietro Carnesecchi. Dublino 1856.

Il Serristori scrive al 19 luglio. «Quanto più s'allunga il processo, le condizioni si peggiorano, al rovescio di quel che il Carnesecchi aspettava.

12, 19 e 21 settembre. «Gli si diedero altre dilazioni, se mai volesse ravvedersi, ma egli stette duro: invano gli parlò il cardinale Paceco».

[446.] «Al supplizio andò tutto attillato, con la camicia bianca, con un par di guanti nuovi e una pezzuola bianca in mano. Piaccia a Dio averlo compunto in quel punto di morte, perchè per prima non si era partito dalla sua prava opinione». Serristori.

[447.] Carteggio di Roma, appendice, filza XXVI. Nella XXXVI della legazione di Roma vi sono diligenze affinchè resti proibita la storia di Michele Bruto, scritta, dicesi, a istanza d'alcuni mercanti fiorentini a Lione: l'autore si esibì a modificarla nelle parti che ledono la casa Medici: ma essendo egli eretico, non si volle intraprenderne il trattato.

Nella filza LIII è un'istanza del granduca perchè le opere di Nicolò Machiavello vengano levate dall'Indice, facendone un'edizione espurgata.

[448.] Io non trovai alcuno che avesse veduto questo libro, e non conosco alcun'opera di Calvino con questo titolo. Ben so che il Domenichi, al fin della sua vita, tradusse «La spada della fede per difesa della Chiesa cristiana contro i nemici della verità, cavata dalle sacre scritture, per frate Nicolò Granier» (Venezia 1565).

[449.] Da un Giunti fiorentino, stabilitosi a Troyes in Sciampagna, nacque nel 1540 Pietro De Larivey, il primo che scrivesse commedie in Francia; e nella ristampa fatta il 1855 si attesta l'efficacia di lui sopra il teatro francese, specialmente sopra Moliére, e si mostra quanto abbia tratto da' nostri. Tradusse pure le Notti facete dello Strapparola.

[450.] È poc'altro che una revisione di quella del Bruccioli la Bibbia novamente tradotta da la hebraica verità in lingua toscana, per maestro Santi Marmochino fiorentino, dell'ordine de' Predicatori (Venezia, Giunti 1538 e 46). Anche Filippo Rustici, lucchese apostata, a Ginevra fece o rivide una versione della Bibbia sopra i volgarizzamenti del Vatable, del Pagnini, del Bruccioli. Solo da una lettera dell'Aretino al Dolce, novembre 1545, raccolgo che questi traducesse o illustrasse la Bibbia, scrivendogli esso: «Sì che seguitate pure la incominciata Bibbia, avvegnachè il fattor sommo vi aprirà i di lei secreti, così nel fine come nel mezzo».

[451.] Il Bruccioli scrive a Cosimo I.

«Ill. ed Ecc. Duca, Ho, poche ore sono, avuta una di v. e., ed inteso il contenuto, non poco mi dolgo della malignità degli uomini, che sono sempre pronti a riferir male e far poco bene, come mi pare che qualche maligna anima abbia fatto a v. e. di me pure. Bisognando far altro che dolersi, dico il caso mio esser passato in questa forma, che qua è pena cinquanta ducati d'oro chi stampa cose senza licenzia, e due anni bando di Venezia. Ora essendo io andato fuor della terra, uno mio, che è sopra la stamperia, prese a stampare senza chieder la licenzia, una opera sospetta. La qual cosa saputa, furono tolti tutti i libri d'essa opera, non mia composizione e che non era in Venezia, ed arsi; e così caddi nella pena per la colpa d'altri: dipoi intesa bene la cosa, hanno levato il bando di due anni, ma che io debba pagare detti denari, che se ne vanno in ducati settanta: e che non sia stato per mia composizione o openione di eresia ne mando la fede a v. e. sigillata dal padre inquisitore, che si trovò a tutta la causa, e se non che i danari sono destinati a luoghi pii, avevo la grazia. Ancora di quegli delle opere mie ove sia il mio nome non è stata mossa, nè tocca, nè dannata alcuna, come ne può far fede ancora il segretario di v. e., al quale le ho mostrate, e chiarito che si vendono per tutti li librari. E se io fossi stato notato d'eresia, non potrei stare, non che in Venezia, neancora nel dominio, e tutte le mie opere sariano dannate, che non è dannata alcuna, ma approvatissime; nè è qua gentilomo a chi non sia doluto di tal disgrazia, che mi è stata di gran danno..... nè mai ho trovato uomo, per frate che sia, che abbia avuto ardire alla mia presenza di mettervi bocca.... È se nessuno è nello Stato di v. e. che abbia ardire di dannare cosa alcuna ne' miei libri della Scrittura sacra, sono parato sempre a mostrar che non sa che cosa sia Scrittura sacra nè pietà cristiana, e che è uomo maligno et ignorante, o voglia con li scritti, o voglia con la presenzia trattar la cosa davanti a v. e.

«Circa a scrivere a v. e. avvisi utili alla conservazione del suo Stato, al presente per il poco tempo che io ho da scrivere, non posso soddisfare, come farò per l'avvenire.... (qui dà alcuni avvisi e finisce col baciar le signorili mani).

«Di Venezia 20 aprile 1549».

«La quarta opera che io dissi, nella epistola della dedicazione del libro, avere principiato per v. e., per buon rispetto ho voluto serbarmi a dirla qui, essendo di grandissima importanza e momento, perchè è tale che in essa vedreste gli avisi di tutte le cose che possono toccar lo Stato vostro, non solamente del passato e del presente, ma ancora del futuro. Questo è che, considerando io che tutti gli scrittori che hanno voluto costituire un principe che potesse sicuramente governare lo Stato, tutti hanno assegnato precetti e consigli, comuni a tutti i generi di principati che potessero servire, a tutti i luoghi e regioni ove fussino, ma nissuno, ch'io abbia mai visto o letto, ha nel dare buon ricordi al principe per la salvazione del suo Stato, avuto in considerazione la qualità de' suoi cittadini, gli umori di quelli, le fazioni di dentro e di fuori, le condizioni de' sudditi, come sieno animati verso il principe, o se sono desiderosi d'altri governi, e come ne' pericoli se ne abbia a fidare: di poi la qualità de' potentati attorno ecc. ecc. (qui divisa la sua opera). Dovendo esser quest'opera solo per v. e. come uno specchio, nel quale vedesse non solamente se medesima, ma e i suoi cittadini grandi e piccoli, fuorusciti e malcontenti, e tutta la possanza ed umore de' principi e dominj che potesse mai avere a fare cosa alcuna con v. e., e non solamente vedere i volti, ma e gli animi e le forze ed i pensieri, e perchè tal cosa doveva solamente servire per v. e. veggendomi di esser poco in sua grazia, se ben non lo merita l'amore e reverenzia che gli porto, e servigi che già gli feci, ho lasciato di seguitar tal opera, solamente facendo intender a v. e. che quella lascia perdere una delle più utili cose che si potessino mai pensare per quella....

«Di Venezia 8 giugno 1549».

Il 29 giugno torna alla cerca di sussidj:

«Quando primieramente scrissi a v. e. la pregai, per la necessità in che mi trovo, che mi volesse fare un poco di bene, o per l'amor di Dio o per servizj fattigli già in tempi pericolosi, o per quegli che mi promettevo fare. La risposta fu che io dovessi prima giustificarmi della imputazione d'eresia, il che feci, nè per questo ebbi mai cosa alcuna. E chi non direbbe di aver poco credito con un principe, se gli chiede una grazia di pochi scudi, e non la ottiene per promessa che gli si faccia? E se io mi trovassi il modo di poter vivere uno o due mesi di tempo che andiamo in dar compimento a tal opera, e da poterla far copiare, l'avrei fatto senza chieder prima cosa alcuna. Ma non avendo altra rendita che il tempo, mi bisogna metterlo in cose, per le quali io possa guadagnar il vitto alla mia famiglia.....»

E segue insistendo sull'utilità di quell'opera, con bassezza chiedendo. Poi il 4 agosto 1554, a M. Agnolo Dovizio da Bibiena segretario del duca, dà contezza de' maneggi di Piero Strozzi col Cavalcanti ed altri profughi, per far la guerra di Siena; al 18 agosto informa sugli andamenti e progetti de' fuorusciti, e continua a domandare per sè.

Un'altra del 25 agosto va sul tenore stesso. Sotto al 28 luglio 1554 troviamo questo estratto:

Il Bruciolo vorria sapere se v. e. vuole che sia al suo servizio o no, e che desidera servirla.

Il duca scrive di proprio pugno:

Che serva, se lo vuole per ogni modo.

Il 1º settembre costui fa congratulazione per le vittorie di Siena, promette un'orazione con cui mostrerà al mondo esser Cosimo giustissimo principe ed ornato di tutte le virtù ecc.; ragguaglia sugli Strozzi e su chi dà danari, e che partì l'ambasciadore di Francia, «e se avessi avuto la possibilità, e non avessi avuto l'obbligo delle lezioni, io pigliavo l'occasione d'andar seco fin a Ferrara, dove pel camino arei intese più cose più particolarmente. Corrono spesso di simili casi, a' quali sarebbe bene andar dietro con ogni diligenza, il che farò se vorrete. Per quest'altro corriere vi aviserò di cosa che ne potresti col tempo cavare qualche buon utile per le cose vostre».

Eppure solamente jeri, un di questi storici ciarlatani che or vanno per la maggiore, noverava il Bruccioli fra i martiri della buona causa, sol perchè messo all'Indice.

[452.] Carte strozziane, filza 246.

[453.] Carteggio concernente Cosimo I, filza LVIII. Quando l'esercito del sig. Gabrio Serbollone accampava in Francia, san Carlo a nome del papa informava il duca di Firenze che le sue genti aveano fatto danni al paese, onde lo pregava a desistere dai guasti e dalle prede, e risarcire quel che si potrà. Lettera 10 luglio 1560, nell'archivio di Stato di Firenze.

[454.] Lettera d'illustri uomini, per Antonio Manuzio, 1561.

[455.] Carteggio di Cosimo, N. 198.

[456.] Arch. di Firenze, Carteggio univers., N. 180.

[457.] Carteggio di Cosimo, N. 211.

[458.] Id. N. 199, 200.

[459.] Carteggio universale, N 145.

[460.] Id. N. 147.

[461.] Carteggio di Cosimo, N. 224.

[462.] È Alessandro De Medici de' principi d'Ottajano, cugino di Cosimo I, che stette quindici anni ambasciator suo a Pio V a Roma, poi nel 1605 fu papa col nome di Leone XI, ma per soli 26 giorni.

[463.] Ap. Lami, Lezioni, pag. 600.

[464.] Carteggio di Roma, filza C.

[465.] Il signor Grotanelli, bibliotecario di Siena, che ci ajutò molto nelle ricerche in quella città, pubblicò nel 1866 una Canzone a santa Caterina da Siena di Marcantonio Cinuzzi, indicando che il costui nome fu da me primo indicato nelle Spigolature degli archivj toscani. La canzone mostrerebbe ch'egli fosse più buon cattolico che buon poeta; e quando in un'ode spirituale canta,

Dunque de' miei gran falli
Pentito e tristo, in tua pietà confido,

non è che la voce d'ogni cristiano. Ch'egli fosse perseguitato per materia d'eresia non appare; se non forse da una nota posta al fine della suddetta canzone a santa Caterina, che la indica fatta il 1583, doppo che l'autore havea hauta una lunga prigionia.

[466.] Nel 1546 si stampò a Siena la descrizione della festa fatta per la Madonna d'agosto, e la prima edizione essendo divenuta rarissima, ne fu fatta un'altra nel 1582, a Siena alla Loggia del papa; dedicata «alla nobilissima et honorata madonna Gentile Fantucci». Dopo il Fine si legge: «Vostro servitore Cecchino libraro». Dovrebb'essere il Francesco qui indicato, autore e librajo, che appartenne alla compagnia de' Rozzi col nome di Bonaccio, come leggesi nel libro delle deliberazioni di essa società, nella biblioteca di Siena (v. II 47) dove pure si legge: «El dì 4 di settembre 1547 andò a partito questi tre per lettori; el Materiale, el Confuso, el Bonaccio; restò el Bonaccio».

[467.] Archivio di Firenze, Carteggio di Cosimo, filza 143.

[468.] Id. Id. filza 155.

[469.] Id. Id. filza 161.

[470.] Id. Id. filza 212 al 977.

[471.] Id. Id. filza 217 al 73.

[472.] Id. Id. filza 206 e 214.

[473.] Vedasi Celsus Minus senensis, disputatio in hæreticis coercendis quatenus progredi liceat, ubi nominatim eos ultimo supplicio affici non debere aperte demonstratur. Christlingæ 1577. Nel 1584 fu ristampato con due lettere di Teodoro Beza e di Andrea Dudicio sul tema stesso e in contraria sentenza.

[474.] Archivio della Segreteria Vecchia, N. 3101 e seguenti.

[475.] Thalmudicos hebræorum libros, impiæ ac prodigiosæ doctrinæ quos Judæi ex omni ferme Italia in eam urbem tamquam in commune judaicæ nationis asilum convexerant.

[476.] Ritrovi simili continuarono poi sempre in Siena, finchè non sottentrò alla benevola affabilità la moderna idrofobia: e i padri nostri ricordavano la spezieria di Giovanni Olmi, alle Logge del papa, buon chimico e intagliatore, dove s'univano uomini che onoravano Siena, e dove s'ammansiva persino Vittorio Alfieri.

Fra le lettere di congratulazione dirette a Girolamo Gigli pel suo Vocabolario Cateriniano, n'ha una di Antonio Pizzicagigli di Reggio, fondator dell'Accademia degli Artificiosi, data da Roma il 30 giugno 1719, ove loda «la dottrina evangelica della santa Vergine, la quale fu certamente colonna di fuoco accesa da Dio nel cielo della santa Chiesa per illuminare gli errori di quel secolo perverso e scismatico, e fu similmente colonna di nuvola per distillare manna di saporitissima locuzione all'eloquenza vulgare mediante il dolcissimo sanese dialetto...» E soggiunge che puossi «dire che ogni privata casa di Siena sia un'accademia di ben parlare ed un areopago del buon vivere cristiano, secondo che si vede nella numerosa serie de' servi di Dio, la chiarezza dei quali (disse il gran cardinale Federigo Borromeo) fa distinguere il vostro benedetto paese fra altri, nel modo che la via lattea, tanto spessata di stelle, fa scomparire le altre parti del cielo».

S'ha un'epistola della venerabile vedova Brigida, donna che fu di Nicola Baldinotti di Pistoja, mandata alle religiose donne dell'ospitale di Santa Maria Nuova di Firenze, che trovasi in molti manoscritti del 400, ove fra altro dice:

«O quanto inestimabile e soave giubilo gusterebbi se, governando le sordide piaghe degl'infermi, penserete che Cristo Gesù volle essere tutto piagato per le nostre colpe! Questa ismisurata dolcezza sentì la beata Caterina da Siena, che governando una leprosa, e parendole che la sensualità un poco le contraddicesse, assalita dalla fiamma in superno amore, non tanto con le mani la lavò, ma ponendovi su la bocca, la leccò. O preziosa e pietosa commutazione dello eccelso Dio, che per la puzzolenta piaga della creatura volle ch'ella ponesse la bocca al suo santo costato, ecc.».

Un atto simile della contessa Arconati è lodato dal Manzoni nella Morale Cattolica.

[477.] Sadoleti Ep. 25, lib. V.

[478.] Il Lazari trovò venticinque lettere di Aonio Paleario nella biblioteca de' Gesuiti. A. Palearii Miscellaneorum ex mss. lib. bibliothecæ collegii romani. Roma 1757. E vedi Jon. Gurlitt, Leben des A. Palearius. Amburgo 1805; The Life and Times of Aonio Paleario, or a history of the italian reformers in the sixteenth century: illustrated by original letters and unedited documents. London 1860, due volumi, della signora Young.

[479.] Moriar si me non angunt putidissimæ interpretationes meæ sive græcæ sive latinæ. Semper judicavi sordidum et obscurum iis, quorum ingenio aliquid fieri potest illustrius, si interpretandis scriptis aliorum humiles ac demissi quasi servitia ancillentur. Sed cum mihi res domi esset angusta, uxor lauta, liberi splendidi, et propterea magnos sumptus facerem, mancipavi prope me studiis iis a quibus semper abhorrui. Epist. 4, libri IV.

[480.] Il Melzi, nel Dizionario di opere anonime e pseudonime (Milano 1859) dice che «il solo scrittore che in due secoli abbia veduto questo rarissimo libro fu il Reiderer. Non v'ha dubbio che ne sia autore il famoso ed infelice Aonio Paleario, ecc.».

La traduzione latina si crede di Francesco Pucci.

[481.] Oratio III pro se ipso ad patres conscriptos reip. senensis.

[482.]

Ni mihi spem Christus faceret; quem vita secuta est,
Non possem abrupto vivere conjugio.
Ille mihi te olim redituram in luminis oras
Pollicitus, dulci pascit amore animum.
Interea Aonium venientem cursibus ad te
Expecta campis, uxor, in Elisiis.

[483.] Quoniam mei testimonii similitudinem non in verborum volubilitate sed in re ipsa positam arbitror, missa nunc faciam dicendi ornamenta, quæ in alia causa fortasse me delectassent; in ea quæ Christi est, qui istis adjumentis non eget, minime delectant. Quod eo facio libentius ne quis putet me gloriæ umbram quærere, aut aliud quid præter gloriam Christi, qui per apostolum monet ne quis nos fallat sublimitate orationis. Tenue itaque atque humile dicendi genus sequar, et libenter profecto lingua vulgari et patria de his agerem, quominus viderentur hæc elaborata et inquisita industria, nisi apud eos sermo esset, quorum nonnulli italice nesciunt, latine omnes sciunt, etc.

La tradusse in italiano (Torino 1861) L. Desanctis, ma volle «mitigare alquanto quello stile aspro e qualche volta ingiurioso, che non si affà più alla civiltà de' nostri tempi», che ognun sa quanto siano parchi in fatto d'ingiurie.

[484.] Ap. Schoelhorn.

[485.] Vedi la memoria pubblicata nello Schoelhorn, come pure le lettere seguenti del 3 e 5 luglio 1570. Erra dunque il Laderchi facendolo morto il 1 ottobre 1569: era stato arrestato nel 1568.

[486.] Il Paleario ebbe sette figliuoli, di cui alla sua morte viveano due maschi e tre ragazze. Aspasia era stata, nel 1557, maritata a Fulvio della Rena con 1200 fiorini di dote; Aonilla stava nel convento di Santa Caterina a Colle; Sofonisba avea sposato Claudio Porzj, e forse era morta: la sorellina di cui fa cenno pare si chiamasse Aganippe. Di Fedro Paleario leggiamo in un manoscritto della biblioteca di Siena, ch'ebbe una figlia Sofonisba, bella come il sole, e che venuta a Firenze, il granduca ne fu così incantato, che la fece educare e le procurò buon collocamento.

[487.] Del Paleario, nella Biblioteca di Siena vedemmo tre lettere autografe (Miscellanee, B, X, 8); due son le stampate, dirette alla moglie e a Lampridio e Fedro figliuoli: una da Lucca a «Niccolò Savolini scuolare a Pisa», del 9 novembre 1552, ove si firma «come padre Aonio Paleario», e gli scrive d'aver parlato col vescovo per farlo ordinar prete. Non ci pare importi pubblicarla. Nel codice II. X, 15, di Miscela poetica, a c. 64, vi sono «Rime varie alle sacre e sante ombre del Bongino» con una prefazione di Aonio Paleario «alla molto magnifica et virtuosa madonna Aurelia Bellanti conmadre osservandissima». Fra le molte rime vi ha due canzoni e tre sonetti del Paleario.

Ivi pure esistono (Miscell. C. VII, 12) «Memorie per servire alla vita di Aonio Paleario, raccolte da Carli Girolamo, e dirette ad Antonio Compagnoni». Fra queste è copia di una lettera di esso Paleario al cardinale Cervini, che poi fu papa: e benchè di poca entità, la trascriviamo:

«Monsignor reverendissimo et osservandissimo signor mio; Ho havuta la cortesissima di vostra signoria reverendissima, nè altro aspettavo da lei che cortesia et gentilezza, quæ cum ætate et dignitate accrevit simul. In quanto a quello mi dice, che bisogna espedire in evidentem utilitatem, nè io le harei chiesto altrimente, anzi, se vale V fiorini il stajo della terra, darne VII; se VII dieci; sì perchè sono cose di chiese, sì per l'onor di vostra signoria reverendissima, che lo prepongo al mio utile di gran lunga. Potrassi investire in tant'altra terra, che si vende contigua al podere di Corie, di un certo Cecchino collegiano, molto più vicina et commoda alle cose di detto podere, non mancherà il rinvestire con utile et commodo dell'abbadia.

«Ringratio la signoria vostra reverendissima dell'espeditione che mi promette gratis, sarà tra li altri infiniti obblighi che le tengo. Che Dio et padre del signor nostro Gesù Cristo la mi preservi sopra la vita mia.

«Di Menzano il dì XXIX di agosto MDXLIIIJ.

«Di V. S. R. Osservandissimo Aonio Paleario».

Nella Biblioteca Ambrosiana di Milano vedemmo pure varie lettere, anche autografe, del Paleario: loda grandemente i Milanesi e i decurioni perchè anche nella carestia non lo lasciarono mancare di nulla: altrove al noto storico Michele Bruto si querela perchè avesse stampato una lettera di lui senza informarnelo.

Nel suo processo mss. alla Magliabecchiana, segnato 393, è inserita in istampa l'orazione sua detta a Siena.

Sono stampati a Venezia per Francesco Franceschini, 1567, i Concetti di Aonio Paleario per imparare insieme la grammatica e la lingua di Cicerone, ecc.: ma realmente sono di Lazzaro Bonamici, mentre del Paleario è soltanto il Supplemento de' concetti della lingua latina.

[488.] Nello statuto del 1308, manuscritto nell'Archivio di Stato, liber tertius, rub. CLV, leggesi:

De hereticis et patarinis et sodomitis expellendis de civitate, et pena eis danda.

Et (ego lucanus potestas) purgabo civitatem lucanam, districtum et episcopatum hereticis et patarinis et sodomitis et aliis iniquis septis, quos omnes punire debeam et tenear in libris CCC in quibus tenear condepnare et insuper ponere eos in bannum perpetuum, et tenear dari facere de dictis CCC libris, centum accusanti vel denuntianti vel tantum de eius bonis quantum valeant ad voluntatem accusantis si legitime de maleficio probaverit accusator vel denuntiator. Et si predictam condepnationem non solverit accusatum vel denuntiatus ipsum corpore puniri faciam si quo tempore mei regiminis reperti fuerint sine ulla fraude, et de ipsis hereticis expellendis in vabo lucanum episcopum et lucanum capitulum si me inde inquisierint, et per me et meam curiam tenear predicta invenire bona fide sine fraude et etiam minare omnem personam que a Romana Ecclesia officium circa vel iurisdictionem haberet. Item ego lucanum regimen tenear vinculo juramenti observari facere omnes constitutiones quas olim dominus Clemens papa bone memorie fecit contra hereticos utriusque sexus et eorum bona et eorum occasione confirmavit et approvabit, non obstantibus suprascriptis.

[489.] Costui era vissuto da scapestrato e incredulo, ma nella Storia di Lucca del Cividali, manuscritta, p. 601, troviamo questo Pietoso ricordo mandato da Pietro Fatinelli alle sue sorelle monache poco innanzi di morire.

«Oh! ancora Saul fra i profeti vi doverà parere men nuovo che io, tanto gran peccatore, venghi a parlare della parola di Dio, perchè lo spirito dove vuole spira. Pietro negò, e Paulo fu converso a Cristo, perseguitando egli gli apostoli suoi; rendendo dunque grazia all'Onnipotente Dio et a Gesù Cristo, il quale venne per salvare i peccatori, che mi ha aperti gli occhi, che comincio a conoscerlo per fede, per sua sola bontà e misericordia, non ho voluto mancare di farvi partecipi del frutto di questa mia vocazione, e perchè fra tutte le altre buone opere, sommamente è esaltata l'orazione, come quella che ne approssima e ci congiunge a Dio, voglio con voi ragionare di essa, non già come dottore, ma come discepolo di Cristo, e secondochè dallo Spirito Santo mi sarà comandato di portare acqua al fiume; e benchè io usi presunzione, vi prego che riceviate queste mie vigilie con quella sincerità che ve le mando; e se vi è qualche cosa che vi edifichi, attribuitelo alla bontà di Dio, che me le ha dettate, avendo io la mente applicata nel suo nome, e quello che altramente sarà, reputatelo a me, perchè in questo, uomo, non posso operare cosa alcuna buona, e se intenderò che vi satisfacciano, mi darete animo di mandarvene delle altre.

«L'orazione è un'elevazione di spirito parlante con Dio; è un desiderio veemente della gloria sua e della salute dell'anima. È una considerazione affettuosa della potenza, bontà, grandezza, giustizia e misericordia di Dio. È una relazione di grazie di tutti i benefizj che da lui riceviamo, non per li nostri meriti, ma per la sua bontà: è una confessione della giustizia sua e della ingiustizia nostra, rallegrandoci di quella e contristandoci di questa. Puossi domandare la salute dell'anima, e di evitare i mali spirituali: debbe esser fatta con ardente fede, talmente che non si dubiti di avere a conseguire le petizioni; debbe essere sincera e secreta nella camera del cuor suo; breve, senza circumlocuzioni e con semplici parole. Richiede l'orazione sopra tutte le cose la quiete della mente, e la separazione dei pensieri da ogni cosa terrena, et in Dio porre tutto l'affetto.

«L'orazione dunque che sarà fatta in questi modi, può esser certo il fedele che sarà esaudita, come brevemente per le scritture potremo vedere».

[490.] Filza 4015.

[491.] Nella lista de' libri proibiti, unita a quel decreto, son nominati Ochinus, De confessione. Vita nuova. Quædam simplex declaratio Petri Martyris Vermilii flor. Et libri dicti P. Martyris et B. Ochini post eorum lapsum ab unitate sanctæ matris Ecclesiæ.

[492.] Suo processo, costituto del 3 settembre 1546. Si sa che, ultimamente, si volle far del Burlamacchi il primo martire dell'unità d'Italia e dell'ostilità al papa. Il processo stampatone or dianzi subì mutilazioni in questo senso, siccome provasi dall'ispezione dell'originale. P. E. in esso processo, posto in appendice alle storie del Tommasi nell'Archivio Storico, dopo le parole, a pag. 157, per riformar la Chiesa... con levarli l'entrate, nell'originale si legge, lassandole godere a quelli che l'havevano adesso et doppo la morte loro l'applicasse o al pubblico, o a soventione dei poveri, segondo che li fusse parso meglio. E nella pagina stessa, dopo le parole non desideravano altro... si legge: Et l'harebbe esortato a pigliare la via di Roma, et con l'ajuto di detti Alamanni et della Toscana, a farsi imperatore di Roma, parendoli che sia male si domandi imperatore de' Romani, et che non li comandi. Et che questo facilmente li sarebbe riuscito con il soprascripto ajuto et con havere lì vicino il reame di Napoli, et della parte di Roma. Et che poi che non è piaciuto a Dio che seguì per questa via, non li doverà mancare modo che segui per altra. (R. Archivio lucchese; Cause delegate, filza N. 11). Di ciò il Minutoli non fa cenno, mal convenendo al martire dell'unità italiana il voler consegnare la patria all'imperator tedesco.

[493.] Di questi fatti si occuparono tutti gli storici moderni di Lucca e più specialmente il Mazzarosa, non però così che molte cose non ignorassero od ommettessero. Al valente giovane Giovanni Sforza, che si tolse la briga di cercare per noi quel ricco archivio, dobbiamo questi appunti cavati dalle Storie di Lucca di Giuseppe Civitali, cittadino lucchese, manuscritto.

«...... Il cardinal Guidiccioni con sue amorevoli lettere come affezionato alla patria ammonì la città di Lucca che, appresso la santità di n. s. e di tutta la Corte era tenuta luterana et eretica, e però esortava a desistere da quell'opinione caso che vi fosse inclinata, et a vivere da cattolici e buoni cristiani come sempre sono stati i Lucchesi, et in questo modo veniva scritto da più persone a particolari cittadini, in modo che per purgare questa infamia risolsero di mandare ambasciatore al papa, che fu per ciò eletto Nicolao Guidiccioni. Et essendosi diminuite le visite che solevano già fare gli anziani nelle solennità di alcuni santi, i corpi dei quali sono in Lucca in più chiese, furono riassunte e per publico decreto ordinato che nelle feste loro gli anziani fossero tenuti di andare ad onorarle; e di più avendo scritto il detto cardinale d'ordine del papa, che fosse ritenuto il vicario dei frati di Sant'Agostino, esso vicario si mise prigione in palazzo, e perchè da alcuni suoi amici fu ajutato fuggire, il magnifico consiglio ne fece gran dimostrazione, onde per ciò Vincenzo Castrucci fu bandito, Francesco Cattani privato d'offizj d'onore per dieci anni, Stefano Trenta, Girolamo Liena e Bernardino Macchi in pena pecuniaria furono multati» (Libro IV della parte VI).

Anno 1543. «Ordinarono per osservanza de' precetti di santa Chiesa che, essendo di quaresima, non si potessero vender carni in quel tempo». (Libro V, parte VI).

Anno 1545 «..... Moltiplicando in Italia i Luterani, disputandone apertamente fino agli artieri idioti et ignoranti di lettere, il quale abuso era venuto non meno in Lucca che negli altri luoghi, con disonore della santa Chiesa cattolica romana, e ciò dispiacendo invero agli uomini savj e cittadini del Governo massime in generale, con tutto che vi fosse ancora qualcheduno dei grandi macchiato di quest'errore, si fece per tal conto una fortissima e severa legge contro di coloro che temerariamente ardissero di parlare, disputare e contendere di tali cose, e che tutti i libri proibiti e sospetti alla santa Chiesa si dovessero togliere e sopra di questo si fece un offizio di autorità per longo tempo di tre qualificati cittadini, cioè: Baldassar Montecatini, Bartolomeo Cenami e Giovanni Bernardini». (Ivi).

Anno 1549 «..... Fecero i padri del senato una legge in favore della religione, ancora che altre prima ne avessero fatte, desiderando sopra ogni altra cose che si vivesse col timor di Dio, in grazia della cesarea maestà e della santa sede romana; e per tal conto Jacopo Arnolfini fu ambasciatore a papa Paolo III acciocchè fosse fatto capace della buona fede e religione nostra». (Ivi).

1553 «....... Si fecero alcuni buoni ordini sopra la religione e fu spedito a Roma messer Agostino Ricchi all'arcivescovo di Rangia, affinchè facessero insieme buon uffizio, referendo però con li deputati e signori sopra l'Inquisizione, imperocchè vi era stato qualche malo spirito et inquieto o maligno animo che a quelli aveva referto male della città, la quale invero non preteriva cosa alcuna della vera osservanza et obbedienza della Chiesa. Dapoi per maggior diligenza del sagro culto si diede cura a Girolamo Arnolfini, Bartolomeo Pighinucci, Michele Diodati, messer Libertà Moriconi, Francesco Camicioni, Bernardino Cenami, messer Bernardo Manfredi, Ferdinando Giovanni Battista Bonella e Cristoforo Bernardi, che fossero col reverendissimo vescovo di Lucca per esaminare e deliberare quello che fosse da farsi per satisfare appieno alli reverendi cardinali dell'Inquisizione di Roma in modo che la loro città restasse appresso di loro in buon concetto, e così fecero in breve, mandando per ciò a Roma messer Girolamo Lucchesini, a Firenze fu mandato messer Nicolao Guidiccioni, mentre che messer Giovanni Tegrini vi era per un anno. Fecero li nove cittadini sopraddetti alcune provigioni in favor della religione e pubblicamente furono manifestate». (Ivi).

Anno 1555 «..... Continuando pure in Italia le opinioni, o per meglio dire l'eresie luterane, et ancora a Lucca alcuni a quelle aderendo, ma la città in generale et il proprio governo essendo d'animo tutto contrario, anzi ben disposto di seguire le pedate degli antichi e sotto l'obbedienza della santa Chiesa, per ciò per ordine del magnifico consiglio si creò un magistrato sopra la religione con autorità convenevole, per il che si fece conoscere a Sua Santità et a reverendi inquisitori in Roma, avendo essi mandato un certo breve, che i signori Cattolici erano persecutori degli eretici et inclinati al sagro culto, e li mandarono l'instituzioni fatte per il detto magistrato acciocchè essi avessero a vigilare per eseguire la punizione di chi errava, e gli eletti a questa cura furono messer Tobia Sirti, frate Michele Serantoni, Guglielmo dal Portico, messer Benedetto Manfredi, Francesco Camicioni, Baldassar Guinigi». (Ivi).

Anno 1558 «Non restando di travagliare la città in questi tempi alcuni che pure seguivano le opinioni contrarie alla Chiesa di Roma, ancorchè ogni giorno se ne facesse legge e proibizioni di non poterne nè pur ragionare, non che seguirle, con tutto che si stesse vigilanti contro questi tali in favor della religione per mostrare finalmente al mondo quanto dispiacesse a quelli del Governo che i suoi cittadini e sudditi non si dimostrassero veri et obedienti figli della santa Madre Chiesa Cattolica Romana, non ebbero respetto nè a parentadi nè a nobiltà nè a cosa alcuna, per l'offizio sopra ciò deputato si procedeva contro dei beni confiscati dell'infrascritti cittadini dichiarati ribelli benchè assenti et abitanti in Ginevra terra d'eretici, cioè: messer Nicolao Liena, Girolamo Liena, Cristofano Trenta, Guglielmo Balbani, Francesco Cattani, Vincenzo Mei.

Anno 1561 «...... Si elesse un offizio di nove cittadini per causa della religione e per satisfare ai reverendi cardinali sopra l'inquisizione ai quali tutta volta era rappresentato male calunniando a torto la città; e li cittadini eletti a tal cura furono questi: messer Giorgio Franciatti, Girolamo Lucchesini, Benedetto Manfredi, Iacopo Arnolfini, Bernardino Cenami, Libertà Moriconi, Nicolao Burlamacchi, Iacopo Micheli e Pietro Serantoni».

Anno 1563 «....... Il cardinal Borromeo, stretto parente del papa et amicissimo di questa terra, scrivendo faceva grande istanza che si facesse provvigione e notabile impresa contro i Lucchesi che erano in Francia e non vivevano cattolicamente, e tanto più sollecitava essendo terminato il concilio di Trento per il che bisognò procedere severamente e senza respetto contro que' tali e si eseguì la volontà di s. s. appieno».

Anno 1569 «A dì 25 ottobre venne la nuova che gli Ugonotti, eretici e contrarj agli ecclesiastici di Roma, furono rotti e messi la più parte a fil di spada nelle parti di Francia dove era suscitata et ampliata questa setta, di che si fece pubblica dimostrazione di allegrezza per tutta Italia et in Lucca ancora ad esempio degli altri, come d'animo tutto conforme agli altri cattolici e fedeli a santa Chiesa».

[494.] Non fu dunque una migrazione contemporanea; e caviamo dal Tommasi (Sommario di storia lucchese) la lista de' Lucchesi condannati, colla data della riformagione che li chiarisce eretici e ribelli.

[495.] Raynaldi, ad annum 1562.

Ecco un decreto del 10 aprile 1562 in materia di religione:

«Acciò che il magnifico signor gonfaloniere con li dui magnifici signori deputati e da deputarsi sopra la religione e l'officio sopra la detta religione possano con maggiore animo e diligenza attendere, e essequire l'auctorità e cura che gli è stata data dal magnifico consiglio, decreto s'intenda e sia che il magistrato possa spender per sei mesi prossimi per sino alla somma di cento scudi il mese e lo speciale officio dell'entrate sia tenuto di tempo in tempo passargliene e fargli pagare ad ogni sua requisizione.

«Il qual magistrato sia tenuto e debbi con ogni diligenza possibile cercare e ritrovare tutti quelli li quali sono stati dal Sant'Offizio dell'Inquisizione dichiarati eretici, ovvero citati sono restati contumaci secondo la disposizione della legge fatta il 1558, et essequire contro di loro quello che per essa legge si dispone.

«Sia tenuto ancora il detto magistrato di ricercare con ogni diligenza e ritrovare tutti quelli, li quali tanto nella città di Geneva come altrove, hanno avuto, hanno, averanno pratica o commercio con li eretici dichiarati ribelli dal magnifico consiglio, et ancora tutti quelli li quali sì nella città nostra e suo dominio, come in qual si vogli parte del mondo hanno in alcuno modo contravenuto o contraverranno agli statuti e decreti e ordini fatti dal magnifico consiglio sopra la religione, li quali tutti il detto magistrato sia tenuto, sotto pena di scudi cento d'applicarsi al nostro comune, nella quale ipso jure et ipso facto e senza altra dichiarazione s'intendano e siano incorsi, e si debbino per li magnifici signori condennare nelle pene delli detti statuti et ordini e per così condennati mandargli all'archivio pubblico ogni volta che a esso consterà della contravenzione.

«Il qual magistrato sia tenuto ancora ogniqualvolta avanti e da esso si facci la proposta ordinata sopra la religione, riferire ai magnifici signori sotto la detta pena tutto quello che da esso sarà stato fatto, eseguito e negoziato per sino a quel tempo, la qual relazione li magnifici signori siano tenuti e debbino proponere e far leggere nel magnifico consiglio quando faranno la detta proposta sopra la religione, acciò che sopra a quella possa deliberare come li parrà.

«E che per il magnifico consiglio prefato si debba fare elezione d'un altro officio di tre cittadini sopra li beni confiscati delli eretici, dichiarati ribelli da esso magnifico consiglio, per dui anni prossimi con la medesima autorità cura e carico la quale fu da esso data all'officio già eletto sopra li beni di detti eretici dichiarati ribelli, la quale comprenda ancora li beni di quelli che si dichiareranno per l'avvenire, il quale officio sia tenuto riferire sotto pena di scudi cento nella quale etc. e perchè così condannati per inanzi il tempo della proposta da farsi nel prossimo collegio sopra la religione alli magnifici signori quello che il detto officio passato ha fatto sino a ora ed esseguito sin ora, la qual relazione gli magnifici signori siano tenuti proporre e far leggere nel detto magnifico consiglio quando faranno la detta proposta.

«Il qual magistrato sia tenuto ancora sotto la pena predetta inanzi al tempo da far la proposta della religione, nel collegio prossimo riferire a magnifici signori in scritto tutti quelli li quali nella materia della religione da un anno in qua hanno date false calunie, cioè quelli li quali non possano render conto da chi habbino odito le imputazioni, la quale relazione li magnifici signori debbino proporre e far leggere nel detto magnifico consiglio.

«E parimente il prefato magistrato, durante il tempo del suo officio, e quelli che succederanno a esso siano tenuti di tempo in tempo ogni volta che troveranno nella causa prefata della religione esser stata falsa calunnia riferita a magnifici signori, e quelli che si dice di sopra e lor signorie debbino proporre e far leggere la relazione del magnifico consiglio nel quale faranno la proposta della religione».

[496.] La lettera è del 21/11 febbrajo 1681, e trovasi alla Magliabecchiana, Classe XXXVII, N. 159 de' manuscritti.

Il Bayle in Giulio III, cita una Lectura super canonem de consecratione di Gerardo Busdrago di Lucca dottore, vescovo di Napoli di Romania, e suffraganeo del vescovo di Padova, stampata a Wittemberg il 1543.

[497.] Diamo alcune notizie su queste famiglie:

1. Turrettini. Nobili di Lucca nel 1300, cacciati come Guelfi nel 1312, tornarono in patria nel 1400, da Nozzano dove si erano riparati. Cristoforo Turrettini fu anziano della repubblica, poi gonfaloniere di giustizia nel 1443, e fu il primo della casata che godesse quest'onore, che molti altri ottennero dopo di lui. Nel 1466 Paolo Turrettini fu ambasciatore a Galeazzo Sforza, duca di Milano. Un altro Cristoforo fu segretario delle cifre di papa Gregorio XIII, e nel 1585 ebbe privilegio di nobiltà imperiale, per diploma di Rodolfo imperatore, e facoltà di portare l'aquila nell'arme. Cesare, priore del monastero di San Giovanni di Lucca, morì nel 1632 in concetto di santità.

2. Liena, famiglia cacciata dal popolo come ricca e potente nel 1308. Niccolao andò scelto a incontrare papa Paolo III quando venne a Lucca nel 1538, poi andò ambasciatore a Carlo V per comporre le controversie coi Fiorentini per cagione di Pietrasanta.

3. Gli Jova o Ghiova nel 1312 partirono di Lucca con le centottanta famiglie guelfe, poi tornarono nel 1331 e prestarono giuramento di fedeltà al re Giovanni di Boemia, che fu signore di Lucca. Nel 1384 Nicolao Jova insieme con Matteo Gigli fu ambasciatore a Firenze per stabilire la lega con quella repubblica e con Siena, Perugia e Pisa. Paolo Jova, francescano, fu discepolo di frate Francesco di Savona, che fu poi papa Sisto IV, introdusse gli Osservanti a Lucca e fu guardiano e vicario provinciale e dottissimo in teologia. Morì nel 1484.

4. Calandrini, famiglia oriunda di Sarzana, cominciò a rendersi illustre a Roma e altrove al tempo del pontefice Niccolò V, ch'era figlio di Andreola Calandrini. Costei avea avuto in prime nozze da un Calandrini due figliuoli, Pietro e Filippo. Questi fu promosso al cardinalato e dichiarato nobile originario di Lucca per decreto del 12 dicembre 1447. Giovan Matteo, figlio di Pietro, fu creato anch'esso nobile lucchese il 22 gennajo del 1456; era senatore di Roma e dottore in legge. Filippo, suo figliuolo postumo, si ammogliò a Caterina di Benedetto Bonvisi; fu anziano della repubblica di Lucca e più volte ambasciatore; morì il 1554. Ebbe un figliuolo per nome Giuliano, che abbandonò la fede cattolica e si ritirò in Francia dove morì nel 1573: era ammogliato a Caterina di Agostino Balbani. Giovanni, suo figlio, dopo aver vagato per la Germania, si ricoverò a Londra, e lasciò due figli, Giovanni Luigi e Filippo. Il primo si fermò a Ginevra, il secondo andò a Londra, ma come seguace della parte di re Carlo I fu obbligato ritirarsi in Amsterdam, ove fu eletto direttore generale del commercio in Batavia e nell'Indie Orientali. Nacque di lui Teodoro che si ritirò in Francia e tornò alla fede cattolica. De' suoi figli Filippo e Teodoro il primo entrò gesuita, il secondo, dopo avere più anni militato in Francia, tornò a Lucca nel 1697 e dal Consiglio venne rintegrato negli onori e creato colonnello.

Col decreto 16 dicembre 1605 fu messo all'Indice il Trattato delle heresie et delle Schisme che sono nate nella chiesa di Dio et de' remedj che si deono usare contro di quelle, di Scipione Calandrin.

[498.] Così qualvolta occorre la parola πρεσβὺτερος non traduce preti o sacerdoti, ma anziani, collegio degli anziani. Se Paolo e Barnaba ordinano preti coll'imposizione delle mani (χειροτονησαντες αὐτοῖς πρεσβυτὲρους κατ’ ἐκκλησίαν), egli traduce che «gli ordinarono per ciascuna chiesa per voti comuni degli anziani». San Pietro raccomanda ai fedeli nemo vestrum patiatur, ut homicida, aut fur, aut alienorum appetitor (Ep. I, 4, 15), ove il testo dice ἀλλοτριεπίσκοπος, cioè che spia i fatti altrui: e il Diodato mette «o facendo il vescovo sopra gli stranieri» per raffaccio ai vescovi. ἐν προσώπῳ χριστου (II Cor. 2, 10), cioè in persona di Cristo, egli traduce «in cospetto di Cristo» per non fare un apostolo vicario di Cristo. παρὰδοσις, che vuol dir tradizione, egli traduce per «insegnamento»: χάρισμα grazia, per «dono»: λογος verbo, per «parola».

La Vulgata nei Fatti degli Apostoli III, 1, dice che «Pietro e Giovanni ascendeano al tempio all'ora nona dell'orazione», sapendosi che molte volte il giorno faceano la preghiera gli Ebrei, a cui imitazione la Chiesa introdusse le nove ore nell'uffiziatura. Per non approvar ciò, Lutero aveva alterato quel passo, e secondo lui il Diodati tradusse, «Saliva al tempio in sull'ora nona, ch'è l'ora dell'orazione».

La sua versione il Martini condusse in generale sulla Vulgata, talvolta scostandosene nel Nuovo Testamento, perchè conosceva il greco. Le sobrie note son sempre ortodosse, ma talvolta appoggiano su interpretazioni non conformi all'originale.

[499.] Jean Gaberel, Calvin à Genève, p. 232-235. Laderchi, Continuazione del Baronio, p. 202.

[500.] Cogliamo quest'occasione per avvertire come Michele Serveto, ristampando nel 1535 a Lione la geografia di Tolomeo, è forse il solo de' contemporanei che accusa Americo Vespucci d'aver usurpato la gloria di Colombo. «Colombo (dice) in un nuovo viaggio scoprì il continente e molte isole, di cui son oggi padroni affatto gli Spagnuoli. S'ingannano dunque affatto quei che chiamano America questo continente, giacchè Americo non la toccò che molto dopo di Colombo, e vi andò non cogli Spagnuoli, ma coi Portoghesi, per farvi commercio». Humboldt mostrò quanto a torto si accusi il Vespucci di aver soperchiato il gran Genovese; del resto si sa che Americo fece il suo viaggio nel 1499 con Hocheda e per la Spagna, e non come mercante, ma forse come astronomo. Il bello è che l'edizione del Serveto contiene la mappa del 1522, dove al nuovo mondo si dà il titolo d'America.

[501.] Opuscoli di Calvino, p. 1991, 1923 ecc.

[502.] Hoornbeech, Apparatus adv. Socin., pag. 24.

[503.] Sertorio Quattromani ha un'Epistola ad Celsum Mollium, riferita da Leonardo Nicodemo, Addizioni alla Biblioteca Napolitana, ove dà il Gentile per napoletano, e Calvino per autor della storia del suo supplizio. Erra: questa storia è di Benedetto Arezio. Al sinodo di Pinczovia, il 4 novembre 1562, aveva professato Deum creavisse in latitudine æternitatis spiritum quemdam excellentissimum, qui postea in plenitudine temporis incarnatus est.

[504.] Vedi Bayle, Dictionnaire critique.

[505.] Bayle, in Gribaldi. Gerdes, p. 276; Niceron, Mém. des hommes illustres, t. XLI, pag. 235. Sue opere sono:

De methodo ac ratione studendi in jure civili libri tres, Lione 1544.

Recentiores jc singuli, singulis distichis comprehensi.

Commentarius ad legem Falcidiam. Pavia 1548.

Epistola in mortem F. Spieræ, 1554.

[506.] Hody, De Bibl. textibus originalibus, pag. 552, dice che Alberico Gentile stampò un libro De latinitate veteris Bibliorum versionis male accusata.

[507.] Lettera 7 dicembre 1553.

[508.] Ott. Annal. Anab., p. 120, Fuesslin, Epist. Reform., N. LXXII.

[509.] Fu stampato nel Belgio. Il Sandro, nella Bibliotheca Antitrinitariorum lo confonde con un altro De hæreticis an sint persequendi, stampato ad Argentorato il 1610, e che si attribuisce a Sebastiano Chateillon.

[510.] A coloro che pretendono la framassoneria inventata da Lelio Soccino nel 1546 a Venezia possiamo opporre una circolare pubblicata dai Franchi muratori fin dal 1535, della quale parleremo più avanti.

[511.] Bayle corregge moltissimi errori del Varillas e del Mainbourg in proposito di esso, ma cade in molti altri. Vedi Malacarne, Comm. delle opere e delle vicende di Giorgio Biandrata, Padova 1814.

[512.] Calvini Ep. CCCXXII.

[513.] Id. Ep. CCCXXI.

[514.] Qui sta la differenza dagli Ariani. Questi faceano Cristo creato, ma avanti a tutte le cose, e che da lui fosse creato il mondo e governato.

[515.] Se non altro Warburton, per quanto ignaro e sprezzante della teologia cattolica, diceva che l'esser creato l'uomo a immagine di Dio significava la facoltà che ha di ragionare.

[516.] Questa è la dottrina dedotta: ma Fausto professava intera sommessione alle scritture. Nihil in iis scriptis legi, quod non verissimum sit... Præstat, mi frater, mihi crede, cum in aliquem Scripturæ locum incidimus, qui nobis falsam sententiam continere videatur, una cum Augustino in hac parte ignorantiam nostram fateri, quam eum, si alioquin indubitatus plane sit, in dubium revocare. Epist. III ad Matth. Rudei. Naturalmente uno de' passi che gli Unitarj impugnano maggiormente è quel di san Giovanni 1, v, 7. Tres sunt qui testimonium perhibent in cælo: Pater, Verbum et Spiritus: et hi tres unum sunt. E poichè quel versetto, massime dopo l'edizione del Nuovo Testamento per Agostino Scholz è posto in dubbio anche da qualche cattolico, la sua genuinità è dimostrata dal padre G. B. Franzelin, professore nel Collegio Romano, nel trattato De Deo trino secundum personas.

[517.] Div. Instit., lib. VI, e 20.

[518.] An pœnas capitales facinorosis hominibus irrogare liceat magistratui christiano.

[519.] È vero che i Valdesi negassero il diritto di infliggere la pena capitale? In fatto ne sono accusati, ed essi se ne scolpano. Alano di Lille (De Insula) detto il Dottore universale, nell'opera De fide catholica contra hæreticos sui temporis, præsertim Albigenses et Waldenses, libri IV, tolse a confutar gli errori dei Valdesi, e questo fra gli altri, assimilando il magistrato al soldato; se fuor di battaglia uccide uno, è responsale del sangue versato; no, se lo fa obbedendo al suo capo. Mostra come i Valdesi alterassero o frantendessero i testi scritturali e de' santi padri, a cui appoggiavano il loro abborrimento al sangue: ben dà loro ragione quando disapprovano i rigori delle leggi penali d'allora; pe' ladri basterebbe la fustigazione; ma la pena capitale non è troppa pei masnadieri; nè dovrebbe infliggersi agli eretici, bensì, come cristiani, cercar di ricondurli in grembo alla Chiesa.

Quando si vede Benedetto Carpzovio opporre gli argomenti stessi e le stesse autorità ai Socciniani, si vorrebbe credere che veramente fin nel XIII secolo fosse impugnata dottrinalmente la legittimità della pena capitale. Ma ecco Paolo Perrin, il quale nel 1618 a Ginevra difese calorosamente i Valdesi, protestare contro Alano, confutare quattordici calunnie che i Cattolici appongono ai Valdesi, e tra l'altre questa, che essi sostenessero non potersi condannare a morte (Histoire des Vaudois, pag. 11). E a negarlo reca un manuscritto Tresor e lume de fe probabilmente del secolo XIV, ove è detto: Lo es escrit, non laissares vivre lo malfaitor. Si la ira non saré, la doctrina non profitare, ni li judici non saren discerni, ni li pecca non saren castiga. Donc la justa ira es moire de la disciplina, et la patiença sen rason semena li vici et laissa prevaricar li mal.

Ciò non basterebbe a infirmar la diretta asserzione di Alano Dell'Isola, ed anche di san Tommaso. Ma Ranerio Saccone, che abbiam mentovato altrove (vol. I, pag. 79), nel 1250 scrisse una Summa de Catharis, e men iroso che non sogliano i convertiti, racconta con calma e senza fanatismo, non nega lodi ai settarj, confessando il loro attaccamento alla Bibbia, e i lor buoni costumi. Or egli afferma opinare i Valdesi quod non licet regibus, principibus et potestatibus punire malefactores. Anche il padre Moneta cremonese, che fece un dotto trattato Adversus Catharos et Valdenses nel 1250, ha un lungo capitolo per provare contro i Valdesi, che la società civile possiede lo jus gladii. Nella Biblioteca Maxima Patrum, t. XXV, p. 308, è un Index errorum quibus Valdenses infecti sunt, fatto da un contemporaneo, fra' quali mette per XXIV: Omne homicidium quorumcumque maleficorum credunt esse mortale peccatum: sicut nos non posse vivificare, non posse occidere.

È dunque singolare veder dagli accusatori asserita e dai difensori negata una dottrina, che molti oggi ascriverebbero a merito ai Valdesi.

[520.] È il nome che, nell'Accademia senese, apparteneva a Girolamo Bargagli, come quel di Frastagliato a Fausto Sozzini, di Focoso a Giulio Spannocchi, di Attonito a Lelio Marretti.

[521.] Le ricerche intorno ai Soccini non son nuove, siccome apparrà dalle seguenti lettere, che sono fra i manuscritti della Biblioteca di Siena, codice E. IX, 17 a c. 35.

«Al signor Uberto Bentivoglio, Siena.

«Illustrissimo signore, Essendomi venuto alle mani alcuni autentici attestati in discolpa di Celso di Mariano Sozzini, e di Cornelio della medesima famiglia, la di cui moglie era Francesca di Atoleo Bolognese, i quali vivevano nel 1560, desidero da v. s. illustrissima di sapere se alcuno di essi si dipartisse dal grembo di santa madre Chiesa, mentre le dette attestazioni in forma pubblica furono ricercate, per esser loro incolpati di vivere da Luterani e Eretici, da un certo Paolo de' Cataldi bolognese, che era di quel tempo prigione in Siena a instanza dell'Inquisizione, e per un esame statogli fatto dopo che fu scarcerato, e per dar luogo alla verità, disse che tali imposture gli erano state fatte dire da quell'inquisitore. V. s. illustrissima appaghi con tutto suo comodo la mia curiosità, ecc.

Di V. S. Illustrissima

Firenze, 24 ottobre 1772.

Dev. Obbl. Serv.
Anton Francesco Marmi».

Della risposta hassi la minuta del 29 novembre 1772 non firmata, ma evidentemente del Bentivoglio, al codice E. IX, 18. a c. 243.

«.... di Cornelio Sozzini non ho alcuna notizia: di Celso Sozzini io ho le sue dispute, fatte, a mio credere, intorno al 1540. Di costui così ne parla il P. Ugurgieri nel 3º tomo inedito delle Pompe Sanesi. — Celso Sozzini fratello d'Alessandro, anch'egli nobile giureconsulto, professò primieramente nella patria, ispiegando l'instituta civile e tenendo poi una cattedra straordinaria: e poi in grazia del padre lesse in Bologna Jus canonico con salario di scudi cento d'oro, e poi, morto il padre, lesse Jus civile, ma dopo pochi anni lasciò la professione. Si legge di suo un'Epistola al cardinale d'Augusta, la quale è stampata nel 4º tomo de' Consigli di Mariano suo genitore.

«Questo Celso nella nostra accademia fu chiamato il Sonnacchioso, e stampò anche altre opere che si ritrovano in Bibliotheca auctorum polonorum, il che essendo, non pare a me che vi sia da dubitare ch'egli non fusse un eretico; e certamente costoro nel famoso passaggio dei Tedeschi abbracciarono il luteranismo, com'apparisce da processi che si ritrovano nella nostra Inquisizione, ma di poi riconoscendo la vanità di questa sètta, e non volendo ritornare al grembo di nostra santa fede, si fecero unitarii, che oggi dichiamo Soccinisti. E di questa illustre famiglia tali stimo che fossero Lelio, Fausto, Celso e Alessandro Sozzini, ma, a dire lo vero, Celso dovette ritornare alla vera fede, mentre, se dobbiamo credere a quello che dice il P. Ugurgieri nel titolo 16, fog. 433, egli morì in Siena li 12 di marzo 1570, e fu seppellito nella chiesa di San Domenico di Siena».

[522.] Soccino, nella terza lettera a Mattia Rudeio, parla della sua disputa col Puccio, il quale non si tenne vinto, ma non si volle più ascoltarlo, nè legger un suo libro in italiano.

Vedi Giambattista Gaspari, De vita... Francisci Pucci Filidini nella Nuova Raccolta Callogeriana, tom. XXX. Venezia 1776. Bayle ad nomen e Dodd.

Nel volume della «Biblioteca de' fratelli Polacchi» v'è una De statura primi hominis ante lapsum disputatio, che contiene dieci tesi del Pucci, con cui pruova che tutte le creature erano immortali avanti il peccato; la risposta di Soccino, la replica del Puccio; la difesa del Soccino.

[523.] Ann. Eccl. al XL del 1583.

[524.] Nella relazione sulla Nunziatura di Polonia del cardinale Alberto Bolognetto, stampato da F. Calori Cesi a Modena 1861, dicesi che i Polacchi mal soffrivano di veder i beneficj posseduti da stranieri, fra cui nomina «il Bucella, medico padovano, eretico ostinatissimo, l'Alamanni gentiluomo fiorentino, maestro di cucina, uomo cattolico e dabbene».

[525.] In una lettera di monsignor Della Casa da Venezia, 2 luglio 1547, leggesi: «Uno Stancario, che fu già preso qui per eretico e abjurò, ha scritto a questi signori deputati (come v. s. illª vedrà per le copie incluse in questa), e mandato a lor signorie un libro suo stampato, e intitolato alla Ill. Signoria, il qual libro ha di molte eresie. Per il che i prefati signori deputati stanno sospesi se debbiano farne querela o sprezzarlo, e hanno detto, così per via di discorso che sarebbe forse bene che io scrivessi al cardinale d'Augusta per far pigliare il detto Stancario. Io non so come Augusta si governi, e però sono andato sfuggendo, e mi è parso dare avviso a V. S. Illª (il cardinale Farnese). Lettere d'uomini illustri conservate nell'Archivio di Parma.

[526.] Ap. De Porta, P. II, pag. 120.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (còmpito/cómpito, fòro/fôro e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Le note, nell'originale raccolte a fine capitolo, sono state spostate al termine del libro, e i relativi numeri di pagina sono stati eliminati.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.