CAPITOLO XIII.
RICONOSCIMENTO.
Camminerebbe pur bene il mondo, se, nell'effettuare lodevoli disegni, ponessero i buoni tanto impegno, quanto nei loro scellerati i ribaldi, pei quali le malvagità che non han potuto compire, sono un debito che si credono obbligati di spegnere. Luchino e Ramengo avevano raggiunto la Margherita e molti dei presunti congiurati: ma si eran lasciati sfuggire Franciscolo, e tanto bastava perchè considerassero il colpo come fallito. Ramengo specialmente rodevasi dentro, che il suo nemico avesse potuto camparsi col figliuolo; il figliuolo che tanto gli faceva stizza e invidia, come quello che gli rammentava l'unica gioia innocente che esso agognasse sulla terra, e che, come voleva credere, per colpa di Franciscolo, eragli stato tolto di godere.
—Che importa (diceva tra sè) che costui deva andare ramingo sopra la terra? Egli ha un figliuolo. Io vivo in patria, ma solitario; non avrò mai un figlio, le cui bellezze e le glorie si riflettan sopra di me, che m'aiuti a salire, che faccia me invidiato quant'io invidio altrui.
E più smaniava di vendetta allorchè rifletteva come quel fanciullo l'avesse avuto in propria mano, e gli fosse stato rapito con forza e con ischerno da quell'abborrito Alpinolo, a cui sempre più male voleva, come sogliono i ribaldi a coloro che ne sfuggirono gl'inganni o la violenza. Nell'ebbrezza pertanto della sua scelleraggine, propose al signor Luchino di uscire all'inchiesta del gran cospiratore e dei complici suoi. Per colorire la cosa, Luchino comprenderebbe anche Ramengo nella lista degli indiziati e degli sbanditi: talchè egli, in aspetto di perseguitato, entrerebbe creduto e compatito in mezzo ai forusciti, e potrebbe così, sotto l'ombra d'una fraternità di sentimenti e di castigo, discoprirne le trame; ritrovare il nascondiglio del Pusterla, e forse trarlo nelle reti. Così leali mezzi adoperavano i principi—allora.
Ben fornito a denaro, ma in apparenza di fuggiasco, e travisandosi col mutar foggia di barba, di capelli, di vestito, uscì dunque Ramengo di città, e prima scorse lo Stato dentro ai confini, se mai s'avvenisse a qualche amico dei profughi che stesse macchinando, o che gli desse fumo di ciò che gli importava. Da per tutto ritrovava la gente bassa intenta ai lavori dei campi, al traffico, alla domestica economia; i baroni nei loro castelli desiderosi di godere la vita e di conservare il poco potere che avevano ancora; i giovani cupidi di imprese in guerra e in amore; e per mezzo a tutti, preti e frati che predicavano la necessità di amarsi, di compatirsi, di negar la propria volontà, chi voglia vivere meno male questi fugaci giorni dell'esilio. Ramengo entrava fra loro narrando, chiedendo, tentando; essi gli rispondevano senza sospetto, senza doppiezze; rimembravano migliori tempi, l'udivano volentieri quando esso per suggestione accennava la probabilità che rinascessero, ma tutto finiva qui; ed egli, domanda, guarda, rifrusta, nessuna potè trarre alla luce delle bramate iniquità. Fermò dunque in animo di proseguir le sue indagini verso il cuore d'Italia, e dirizzossi al Po. Schivando Pizzighettone e Cremona, come faceva di tutte le città lombarde, dopo Grotta d'Adda piegò in quel terreno che scende laddove l'Adda mette foce nel re dei fiumi; terreno allora del tutto incolto, ghiajoso e sterpigno, in cui le acque esercitavano a baldanza i loro guasti, non frenati dalla mano dell'uomo. Nel fendere quella lama, un improvviso temporale, come suol avvenire sul mettersi dell'autunno, colse Ramengo in sulla sera, ove, non che vedere alcun ricovero, nè tampoco un sentiero discerneva che lo avviasse. Cacciato dalla pioggia battente e dalla notte che cadeva, spronò il cavallo senza sapere verso dove, ma secondo il terreno gli pareva abbassarsi, sperando che in riva al fiume troverebbe una casipola, un navalestro, un pescatore. Di fatto la sua fortuna, o la disgrazia altrui, gli fece discernere un giovane mugnajo, che a mazzate cacciavasi innanzi l'asinello colla soma del grano, per riparare la quale erasi cavata la giubba, buttandovela addosso al modo di sargia.
—Ehi! quel ragazzo! c'è a trovar un ricovero da queste bande?
—La venga con me. Qua a mancina sta un macchione di pioppi, indi il fiume e il mulino di mio babbo».
Così rispose il ragazzetto, ma poichè il somarello andava più di buona voglia che di buon passo, Ramengo n'ebbe abbastanza di quell'indicazione, e toccò via di trotto serrato, sotto all'incessante acquazzone, finchè alcuni lastroni di macina l'avvertirono del mulino cui era già addosso, senza peranco vederlo. Un lampo gli mostrò sopra un dosserello la casipola, in riva al fiume, coperta da due pioppi piramidali e da un cespuglio di ontani, e vicina ad un barcone da mulino. Da un finestruolo e dalle fessure degli assi mal confitti sbucavano liste di fumo e traluceva la vampa di un fuoco allegro, sul quale una donna veniva rosolando una frittella, come ne davan l'avviso e l'odore oleoso e lo scroscio che confondevasi con quello della pioggia esterna.
Ramengo, scavalcato, bussò risoluto alla mal chiusa portella; un cane alzò subito vivi latrati: la donna di dentro abbandonando il fuoco e rompendo a mezzo un'Ave Maria, corse ad alzare il saliscendo, gridando:
—È lui: è Omobono: entra: tu devi essere lavato come un….
Interruppe il paragone al vedere, invece del somaro, un puledro che ansava e fumava, e invece del figliuolo ch'ella aspettava, uno sconosciuto; però men dispiacente che maravigliata, con rusticale cortesia l'invitò ad entrare. Entrò di fatto Ramengo in una cucina bassa, tuffata, fumicosa, col pavimento di terra battuta e disuguale; nel mezzo quattro sassi fermavano il focolare, dove ardeva una fiammetta, e sebbene fosse appena di settembre, la famiglia stava a godersela come di gennajo, mentre recitava il rosario. La vampa che se ne diffondeva mostrava gli utensili più necessari a preparare i cibi grossolani; la madia, una cassapanca, un par di scannelli; poi appiccati agli arpioni, alle rastrelliere, nasse, fiocine, bertovelli, lenze, e insieme vagli e sacchi d'un bianco polveroso come il vestire di quegli abitatori.
Al comparire dell'ignoto, un ragazzo ed un vecchio si levarono da sedere; Ramengo senza tampoco salutarli si fece al fuoco, dicendo:—Che tempo del diavolo! Ho dovuto ritirarmi qua entro per non annegare.»
Il vecchio, riponendo la coroncina e racchetando il cagnuolo, soggiungeva:—Se vossignoria si contenta di ciò che v'è, è a suo piacere.»
Egli, accomodandosi al fuoco, donde quelli con rispettosa cordialità s'erano ritirati,—Sopratutto (disse) vorrei riparato bene il mio cavallo.
—Oh per questo (replicò il sere di casa) vossignoria non si dia pena: ci abbiamo uno stallino pel nostro giumento, con riverenza parlando, e dove i bardotti stabbiano qualche volta i rozzi che tirano l'alzaia. Vi troverà anche la compagnia di un puledro, che le so dire vale il suo. Ehi! Dondino, va a riporlo.»
—Un altro puledro? (chiese sbadatamente Ramengo) e di chi? Vostro?
—Mi corbella, signoria? nostra una bestia di quella fatta? È d'un cavaliere nostro amico.
—Un cavaliere vostro amico? (ripetè Ramengo con un certo sogghigno beffardo). E come si chiama?
—Si chiama… Oh vossignoria deve conoscerlo… è tanto nominato! Si chiama il signor Alpinolo».
E proferiva questa parola con una dignitosa compiacenza, col tono solenne d'un medico che pronuncia il nome greco della malattia considerata, sicchè era una squisitezza il vederlo. Ma Ramengo a quel nome rizzò la testa, tese le orecchie, siccome il suo cavallo quando udisse schioccare la frusta, ed esclamò:—Alpinolo? che veniva da Milano? un tòcco di giovane ben complesso? sui diciott'anni, capelli neri, ricciuti, occhi di fuoco?
—Ma sì, ma sì, (interruppe il buon mugnajo a quella descrizione da passaporto). Forse che vi sono due torrazzi di Cremona o due Alpinoli a questo mondo? Signoria, sì, quel desso in petto e in persona.
—Oh come capitò da queste bande, che non ci verrebbe uno se non perduto? e lo dite amico vostro?» Ed ora dov'è? continuò Ramengo, mal celando l'ansietà messagli in animo da questa notizia.
L'altro, tutto pacato, se non che un'aria del più perdonabile orgoglio rideva sul suo volto, proseguiva:—Ebbene, ha da sapere vossignoria…. Oh, l'è una favola a dirla. Ma prima si accomodi. Ehi, Omobono, (così diceva a quel tale garzoncello, figliuol suo, ch'era giunto anch'esso, e che tanto volentieri avrebbe trovato sgombro il focolare e lesta la cena), accosta un trespolo, reca una bracciata di legna, poi va a dare un'occhiata al mulino se tutto è bene. Vossignoria si faccia presso al fuoco, che non abbia a pigliarsi una infreddatura. Oh, questa pioggia le ha passato la gabbanella: la dia qui alla mia donna da sciorinare.
—Sì, sì, ma continuate quel che v'ho chiesto.
—La sappia dunque che il signor Alpinolo…. tale quale mi vede, io son suo padre… cioè… egli deve a me la vita. Anzi sono più che suo padre, perchè suo padre è stato… che so io?… qualche crudelaccio che lo buttò via; che, quanto fu da lui, tentò di mandarlo a male e…
—Non dite così» gli dava sulla voce la Nena, sua moglie; giacchè il lettore può essersi accorto ch'erano quel Maso e quella Nena, da cui Ottorino Visconti avea portato via Alpinolo ancor fanciullo.—Non dite così; siete troppo facile a pensar sinistro.
—Eh!» rispondeva Maso, dimenando il capo e stringendo le labbra con un garbo fra di bonarietà e di importanza:—Tu non hai perduto mai di vista i pioppi di questa riva. Ma io del mondo n'ho veduto la parte mia, e ho sempre trovato che chi pensa male pensa bene. Fatto è che Alpinolo moriva se non ci fossi stato io.
—Ed io?» soggiungeva la donna.
—Sì; anche tu: ma la storia è lunga e vossignoria vorrà dormire, neh?
—Contate, contate» insistette Ramengo, non tanto desideroso d'incantare la noja coll'apprendere la storia d'Alpinolo, come intento a scavare dove egli si trovasse, avendo per fermo che con lui sarebbe anche il Pusterla. E chi dirà se quell'anima truce non meditasse anche di ricambiare l'ospitalità del pescatore coll'accusarlo d'avere tenuto mano coi ribelli e d'averli ricoverati? Purchè gli tornasse conto, purchè si avvicinasse alla sua meta, che importavano all'ambizioso quelli che doveva in sul cammino calpestare? Ma il mugnajo, sicuro dell'innocenza sua, proseguiva:—Per rifarmi dunque da capo, vossignoria deve sapere che… un pezzo fa… vogliono ben essere sedici o diciasette anni, n'è vero, Nena?
—Fate il vostro conto» rispondeva la moglie.—Sapete che allora io aveva al petto il nostro Omobono che è qua.
—Appunto! or mi raccapezzo; sconta dall'anno che passarono di qua i Fiorentini soldati, con tutte quelle croci segnate sulle spalle; e dicevano che il papa per ogni milanese che ammazzassero, gli assolveva da un peccato mortale».
Il buon uomo voleva dire dei crociati che, al tempo della guerra di Monza, mossero contro de' Visconti sotto al cardinale legato. Ma Ramengo, ristucco di tante digressioni quanto n'è il nostro lettore,—Facciamola un po' corta», gridava risoluto.
—Or bene (seguitava il pescatore); diciott'anni fa, salvo errore, una mattina appena l'alba, come è costume di noi molinaj, m'alzavo per cacciare in alto il barcone: quand'ecco là basso, dove il fiume fa una ritorta o un gorgo sotto agli ontani, vedo attraversato un barchetto, fatto in tutt'altra foggia dai nostri, e nessuno che lo guidasse. Qualche disgrazia, diss'io tra me; i barcaroli si saranno annegati. Corriamo a tirarlo alla riva, se mai capitasse il padrone: se no, sarà legna per st'inverno. Ma indovini mo?»
Qui Maso alzavasi sulla predella, e traendo la mano dalla giubba, la sporgeva distesa verso Ramengo.
—Dentro v'era una donna con un bambino».
A queste parole, uno sbadiglio che errava sulle labbra di Ramengo, si convertì in un Oh! e sentendosi tutto rimescolare, balzò in piedi di scatto; l'attenzione sua cambiò di natura, e spalancò gli occhi addosso il vecchio, il quale proseguì:—Una donna e un bambino; signor sì: non c'è meraviglia che tenga: ma una donna vestita bene: n'è vero, Nena? doveva essere di condizione: giovane, bella che non le dico altro: e il bambino non finiva forse un mese. Ma l'uno e l'altro erano bagnati, fradici, e inoltre morti.
—Morti?» urlò Ramengo.
—Morti: sì, signore» continuò Maso.—Io dissi: Bella pesca ho fatt'oggi! Li trassi a riva; chiamai gente, li levammo fuori, li portammo in casa, e qui mia moglie, che tiene della medichessa, si pose intorno a loro ostinata di farli rivivere. Ma tutti li tenevamo per ispacciati; pallidi, freddi, non polsi, non fiato: Che vuoi? le dicevamo, vuoi rinnovare la risurrezione di Lazzaro? le dicevamo. Ma ella, questa buona donna incapricciata che fossero vivi ancora, tanto fece e tanto, che li vide ancora a respirare.
—Erano dunque vivi» interruppe Ramengo con viva impazienza.
E il pescatore:—Gnor sì, vivi, ma se non fu un miracolo questo, io per me non credo neppur a quelli del santo di Padova. Il bambolo, appena riavuto, si attaccò al seno della mia donna, e in poco tempo tornò vispo e bello.
—L'avesse veduto!» entrava in mezzo la Nena.—Un bambino che pareva pitturato: bianco, sodo, come di cera: certi occhietti da mangiarlo; dritto come un fuso: e solamente aveva manco l'indice della mano sinistra.
—E si vedeva (interrompevala Maso) che gli era stato tagliato via: che'l vi avesse qualche brutto male. Ma per seguitare, signoria…. o l'ho ristucco con queste chiaccole?
—No, no, seguitate; ma presto; come andò a finire?» diceva Ramengo: e se la stanza non fosse stata così buja, lo avrebbero veduto divenire a tratto a tratto smorto e divampante, e il suo labbro e le sopracciglia contrarsi e squassarsegli tutto il corpo in violenta convulsione. Maso intanto, con quel misto di bonarietà e di rustichezza che distingue i costumi campagnuoli ed insieme coi sentimenti generosi senza ostentazione, che meglio si trovano quanto più basso si discende nella scala sociale, proseguiva pacatamente:
—E sicchè… ma dove son restato? Ah si! ora mi raccapezzo. E sicchè il bambino a vedere e non vedere si rifece sano e in tono. Ma colla madre fu un altro cantare. Tornò sì in vita: quando aperse gli occhi si guardava intorno e chiamava… un certo nome…., un nome bisbetico…. Nena, lo ripeschi tu quel nome?
—Diceva, Ramengo, mio Ramengo dove sei?
—Chiamava Ramengo?» tonò lo sconosciuto.
—Sicuro!» seguitava il pescatore.—Proprio Ramengo; non m'è uscito mai di mente quel nome. La non sapeva dir altro: ed anche quando delirava non faceva che ripeter quello, e….
—E qual altro? chiese il fellone, spalancando gli occhi incontro alla nuova parola che aspettava.
—E diceva anche: Povero bambino, e molte altre volte, Caro, perchè non vieni? tanto aspettarti? ma avesti paura, eh? Egli è burbero, ma è buono» ed altre cose senza senso, perchè era fuori di sè. Già del guarirla non ne fu nulla. Quel che la mia Nena le fece intorno non si potrebbe mai dire.
—Oh bello!» ripigliava la donna con una compiacenza tutta ingenua.—Ho fatto il mio dovere. Non siamo nati per volerci bene, per farci del bene uno all'altro? Dico vero, signor forestiere? E poi, chi non avrebbe ajutato quella povera creatura! A vederla si capiva ch'era fresca di parto: bella che doveva essere stata un angelo: ma sfinita e tutta pesta, e guardava con due occhi da ammansare una tigre».
Ramengo si scostava dal fuoco, e sciorinandosi e soffiando passeggiava pel camerotto.
—Che, le fa caldo?» domandava Maso.—Pure badi che le fumano ancora gli abiti indosso.
—Sì, sì» gridò questi con un tono dispettoso: ma finite cotesta cantafavola, prima che vi venga un canchero nella lingua. Non so come diavolo c'entrino queste bubule con quanto io vi ho domandato.
—Come c'entrino? bubule?» ripigliò il molinaro, un pocolino meravigliato di quelli sbattimenti.—Ora lo sentirà. La donna dunque andò di male in peggio. Entro quella barca, sole, acqua, fame, lo sa lei sola ed il Signore quel che ha sofferto: e quando a riciso ce ne contava alcuna cosa, bisognava piangere come ragazzi. Pure anche un cieco avrebbe veduto che qualch'altra cosa le stava sul cuore, peggio che i patimenti del corpo, una passione, ma di quelle! Perchè, appena si trovava in sè, dava in pianti dirotti, e non c'era più via di farla parlare. Quando vide il suo fantino riavuto, si fece serena come un occhio di pesce, lo prese, lo baciò, il guardò fisa fisa: poi ricadde in delirio:—E l'ha voluto ammazzare?… e non lo vedrà più… e non conoscerai nemmeno tuo padre—e altre parole da vera delirante.
—Per venirne a una, costei è viva o morta?» saltò su Ramengo impazientito.
—E Maso:—Vede quelle foglie, là, entro quel bugigattolo, con sopra un po' di materassuccia? Sono il nostro letto, e quivi, potè ben farne la mia Nena, ma quella poverina dopo pochi giorni spirò.
—E quando spirò (seguitava la Nena asciugandosi gli occhi col grembiule) l'avesse vista! Mi stringeva le mani sode sode. Capivo ben io quel che voleva dire! Voleva dirmi: Tenete da conto il mio bambino e…
—E voi che n'avete fatto?
—Che vuoi che ne facessi? lo allattai del mio petto, diventò grandicello, e buono come il pane, ma vivo come un pesce e ardito come un capriuolo, e stette al nostro mestiere, fin quando un signore, che aveva il nome di quelli che comandano a Milano, il menò con sè, ed ora è il signor Alpinolo.
—Ma chi fosse costei non ve lo disse? nol poteste sapere?» domandava
Ramengo con ombrosa curiosità.
—Mah» rispondeva la Nena.—Cosa non avrei dato per saperlo! Una donna così gentile, un puttino così innocente, qual crepacuore pei loro parenti d'averli perduti! E se io avessi potuto presentarmi ad essi, e dire: Io so quel che n'è successo; la gioja loro mi sarebbe stata cara un mezzo mondo.
—E conti poco il gusto di saperne la storia?» parlava Maso.—Perchè, Dio buono! la doveva venire da lontano: che barche di quella generazione sul Po, lo conosco tutto quanto è lungo, non ce ne vanno».
E la moglie ripigliava:—La storia sarà che suo marito un giorno l'avrà menata a spasso: lui cascò nell'acqua; i fiumi erano grossissimi, e la poveretta fu menata giù.
—Ah! sarà» rispondeva Maso dimenando il capo:—ma ti ricorda come esclamava,—Perchè lo ferisci? quel coltello piantalo nel mio cuore!—Io sarei piuttosto di credere che un qualche suo nemico l'abbia ridotta così.
—E perchè avevano a lasciarla viva?» saltava dentro Omobono.
—Come sei materiale! per farla penare di più. Dei cattivi ce n'è di molti, credilo a me che so del mondo; ed essi conoscono bene che il morire è poco: ma il bevere la morte a sorsi a sorsi, come ha fatto questa creatura…
—Oh, babbo mio, chi gli fosse bastato il cuore di far ciò, aveva ad essere non un uomo, ma un demonio in carne e ossa».
Quali dovessero sonare a Ramengo tali discorsi, lo immagini il lettore.
Ai rimproveri della coscienza opponeva lo spietato gusto della vendetta, più sentito ora che comprendeva quanto essa fosse stata atroce; ora che la vedeva non finita ancora; e che senza saperlo, trovava d'aver già contro il frutto del delitto, preparato nuove trame onde perderlo, e ciò che più il dilettava, perderlo insieme coll'autore dei suoi giorni, e d'un sol colpo sterminare quanto al mondo aveva di esecrato. Quindi, dopo un breve silenzio, che i buoni villani aveano creduto di compassione, addimandò:—E Alpinolo dov'è?
—Lo sa lei?» rispose il mugnajo, contraendo il capo fra le spalle. Quattro o cinque settimane fa, una notte tardi tardi, eramo a letto, e sentiamo un cavallo arrivare: fermasi: bussano:—Qualcuno, diss'io fra me, al quale faccia male l'aria di qua del Po, e voglia passarlo. Mi affaccio, domando.—Chi è?—Son io.—Chi io?—ed egli—Padre (perchè m'ha sempre conservato questo nome), son Alpinolo: apritemi». Corsi io, corse la Nena, corsero Omobono e Donnino; per tutti era una festa il suo arrivo. Ripone il cavallo: entra… Se l'avesse visto! che cera! che occhi!—Al figlio di mia madre non la si dà ad intendere, gli diss'io; te n'è capitata una grossa: di' su: possiamo nulla per te? E lì mia moglie e i miei figliuoli a confortarlo, ad esibirsi, a interrogarlo; non rispondeva; stava come trasognato; poi scrollava il capo, pestava i piedi, esclamando:—Infame! maledetto! E quella meschina? ed io dargli ascolto?—e simili voci, da cui nulla si raccapezzava. Volevamo indurlo a mettersi a letto con noi: non volle: ci pregò d'andar noi a dormire: ma era possibile? sedemmo dunque sui sacchi di farina e sullo spento focolare: egli stava appunto ove ora lei, colla testa fra le mani, così; e noi attorno a guardarlo, a sospirare anche noi, finchè cominciò a farsi giorno. Allora alzossi, passeggiò innanzi indietro, appoggiossi alla spalletta dell'uscio, e stette intento all'alba che spuntava. Certo allora gli rivenivano per la mente i giorni di sua fanciullezza, quando non era che figliuolo di Maso, e correva spensierato e folleggiante con questi altri a diguazzarsi nella rugiada. Eh! loro signorie hanno de' grandi piaceri nel loro stato, ma non è poi tutto oro; e noi poveri abbiamo anche noi i nostri, e meno scese di capo. Insomma è che Alpinolo parve un tantin sollevato; ci chiese scusa, povero giovane! del dolore cagionatoci la notte; che erano avvenute a Milano gravi disgrazie; cacciati a prigione dei suoi più cari amici; che per lui non v'era pericolo, ma andava per certe sue bisogne ad un luogo qui poco oltre, onde ci lasciava il cavallo; e se mai tardasse oltre una settimana, era buon segno, e vorrebbe dire che aveva preso altra strada, e il cavallo diventasse nostro e i denari. Ci baciò tutti, e piangeva: e se n'andò; e dopo d'allora l'ha visto lei?
—E dell'anello?» diede su la vecchia.
—Oh questo che cos'ha a che fare?
—Ha che fare moltissimo» riprendeva essa.—Conviene ben dire che gli frullasse pel capo qualche fatto assai rischioso, se depose quelle robe che mai non aveva divise da sè.
—Che robe sono?» domandò Ramengo. E il mugnajo, quasi per supplire all'inettitudine di sua moglie che tartagliava nel cominciar il racconto, proseguì:—Essa vuol dire che Alpinolo, già uscito di casa, fermossi, pensò, esitò un tratto, poi si cavò dal seno un arnese e dal dito un anello che sempre portava; baciò il tutto affettuosamente, e li diede a mia moglie, dicendo: Custoditeli con ogni cura: è quanto or mi resta di caro nel mondo: e replicò i pianti, tornò a baciarli, poi se ne fuggì a precipizio.
—E cotesto arnese che cos'è» richiedeva il traditore.
—È tutta l'eredità di sua madre», gli replicava la Nena.
—Essa nelle ultime sue ore non faceva che baciarli e guardarli; poi mi fece promettere gli avrei dati al bambino, perchè li portasse sempre, in memoria, diceva, delle due persone che più di tutte, diceva, essa amò al mondo. E sono, un anello di diamanti, e un borsellino con cuciti entro due pezzetti di carta, due lettere, mi hanno detto.
—Due lettere?» proruppe con voce tonante Ramengo, i cui occhi gettavano faville.—Due lettere di Rosalia? Ove sono? a me: voglio vederle: datemele: presto: le voglio.
Quel tono imperioso, quel gridare, quel muoversi violento, parvero cosa straordinaria alla rustica famiglia, che in muta ammirazione guardava al forsennato, mille sospetti formando: ma poichè egli instava, la donna si volse al marito e—Ch'io glieli mostri?»
Questi fe' spalluccie; ma l'altro replicava:—Sì, sì, datemeli: li voglio, o vi mostrerò chi sono: porrò a soqquadro la casa: li torrò per forza»; e tanto minacciò e promise, che la donna aprì la cassapanca, e con occhio sospettoso rivoltasi a colui—Ma mi promette di restituirmeli?»
Prima di rispondere, esso glieli aveva strappati di mano, e con un tremito febbrile strinse Fanello:—era l'anello ch'egli avea dato alla Rosalia quando la promise sposa. A guardarlo, che pensieri gli corsero alla mente, che tempi si ricordò! Tempi d'amore, di pace; che avevano lampeggiato un istante sul bujo dell'anima sua, come se una rosa germogliasse fra le cocenti arene del Sahar. Colle dita tremanti fece un moto quasi volesse avvicinarlo alle labbra, poi dispettoso lanciollo per terra. E mentre la Nena premurosa ne seguiva il fosforico brillare fra le tenebre, e raccolto lo riponeva, gli uomini con un silenzio pieno di aspettazione si fissavan sopra quell'uomo, alla cui figura cresceva terrore la rossastra luce del fuoco. Egli stracciava il sucido involto dell'amuleto, e svolgeva due brani di pergamena, indi accostatosi ad un tizzone, leggeva tra sè:
Poichè il destino della nostra patria è deciso, la abbandono, e vo contro gl'infedeli. Solo m'affanna il discostarmi da te che sopra ogni cosa amo. Cinque giorni rimango da queste parti. Se puoi eluder la vigilanza di lui, fa ch'io possa una volta vederti, abbracciarti. Il valletto che ti reca questo, doman sera tornerà per la risposta. Qualunque rischio a me non parrà troppo per poterti dire a voce quanto ti ami il fratel tuo.
In quelle carte Ramengo cercava, voleva trovare il delitto, e scopriva invece l'innocenza della Rosalia! Come intontito rimase alcun tempo sopra quei caratteri; poi ripensando, svolse a furia l'altro viglietto:—Chi sa che non trovi in esso quello che cerco?» ma era della medesima mano, e vi stava scritto così:
Tutti questi giorni aspettai il valletto, colla risposta; nè l'un nè l'altra arrivò. Che sarà? Parto dunque senza vederti, sorella diletta, ma dovunque io sia, qualunque sorte m'attenda, te porterò sempre in cuore, sempre il Cielo pregherò di concedere a te la felicità, ch'io non devo conoscere più. Addio.
—Dunque ella era innocente!» proruppe Ramengo in un tono che fece sbigottire tutta l'intenta famigliuola. Sorse furibondo, mugolando, cosperso di bava, digrignava i denti, morsicò e fece a brani quei viglietti, e cacciavasi le mani nei capegli, stracciandoli a ciocche. Gli ospiti, ad uno spettacolo di cui nulla comprendevano, eransi tutti insieme ristretti da un canto, e la donna si segnava dicendo:—Ch'e' sia indemoniato?» Egli per la rozza cucina trascorreva a passi concitati, ora bestemmiando, ora gridando con voce senza parole; poi d'un calcio sfondò la porta e uscì. Era una notte fosca come i suoi pensieri; la pioggia ingagliardita e tuoni e lampi l'accompagnavano; ma egli non vedeva, non udiva la notte, l'acqua, il vento, il cielo malvagio. Donnino, che gli tenne dietro così di lontan via, lo vide a gran passi traversare la campagna, e poi ben tosto il perdette di vista, e tornando al casolare, ne contava fra meraviglia e paura, le smanie, l'agitazione, esclamando:—Deve aver le lune ben a rovescio».
Altro che lune! era un demonio, col quale in cuore Ramengo continuò l'errante corso. L'aver ucciso una innocente ed a quel modo, sarebbe stato ragione sufficiente per giustificare quel turbamento disperato in un animo molto ribaldo. Ma nel suo non era commozione di pentimento, bensì una foga di ire, di dispetti, poichè il tristo, non che indursi a dar torto a sè medesimo, dai proprj peccati trae motivo di nuovi odj: vaso guasto, ove sin la rugiada si corrompe; serpe, nel cui seno perfido il miele diventa succo mortale. Quella donna egli l'aveva pure amata: aveva provato le dolcezze dell'essere riamato, come si suole di cosa perduta, ne rammentava tutti i pregi, nessuno dei difetti, il peccato in lei supposto era scomparso. Ed egli l'aveva uccisa! Aveva privato sè dell'unica incolpevole dolcezza che in vita sua gustasse mai!—Foss'ella vissuta, oh come diversa sarebbe trascorsa la mia vita! Placido in grembo della famiglia, padre di cari bamboli…. Padre! oh! essere padre! questa consolazione l'ho libata, ma solo quanto bastasse per sentire più grave la maledizione del non poterla provare mai più. Fosse ella vissuta; che importerebbe a me questa superba di Margherita? che invidiar alle gioje del Pusterla? E di tutte queste privazioni, chi fu la causa? se non il Pusterla istesso? Maledetto! egli mesce il veleno nella mia tazza; egli appuntò un coltello fra me ed il seno delle mia donna. Scellerato! S'ei non l'amava perchè farne le mostre? perchè tentar di sedurre quell'angelo? perchè, se non per farmi onta e dispetto?»
E stringendo il pugno, e stralunando gli occhi verso il cielo, scagliava sopra di quell'innocente le imprecazioni più rabbiose e più immeritate.—Se tu non fossi stato (proseguiva) sarei con onore vissuto tra gli uomini, non trascinato sopra una via, per la quale ora mi è forza camminare. Sì… è forza ch'io ne tocchi l'estremo; e se per tua cagione perdetti i gaudj dell'amore, possa io almeno inebbriarmi in quelli della vendetta! Rosalia! Rosalia! te lo giuro! ti vendicherò! ti vendicherò!»
Così la conoscenza del suo delitto a nuovi delitti lo traeva; somigliante a chi, nel terrore di un incendio, getta nuova esca al fuoco, sperando di soffocarlo.
Taceva, seguitava, errando come una cosa pazza per la landa uliginosa, affondandosi nelle pozze, saltando i fossati, poi si fermava, apriva il pugno coi brani dei viglietti lacerati, che macchinalmente stringeva, fissava su di essi gli occhi cristallini, dimenava il capo:—Ecco! essa gli avrà baciati tante volte, vi avrà sparso sopra chi sa quante lagrime; sarà morta premendoli al cuore, col nome di suo fratello sulle labbra, mentre avrà traboccate l'ira e le maledizioni sopra colui che la uccideva… Sopra lui, e non sopra quello che ne era la causa! Col latte avrà stillato l'odio nel mio bambino, gli avrà insegnato ad abborrirmi… Ma no! oh no! egli ignora l'autore dei suoi giorni, e spasima di saperlo, per poter con lui comparire nella società, ed ottenere quell'onore della cavalleria che gli fu negato, sol perchè d'ignota razza. Certo lo cerca, e non sa che quel desso erasi posto sulle orme sue per trarlo a rovina. Ma ora il troverò ben io, me gli paleserò: gli dirò che son suo padre. Qual tripudio per lui aver trovato un padre! come mi amerà! ed io amerò lui, compenserò lui dei torti fatti a quella sciagurata; potrò ricomparire nel mondo tenendomi ai fianchi un figliuolo, che sarà il mio decoro, il sostegno e la consolazione dei miei vecchi giorni. Ma che? no! neppur questo mi sarà dato forse. Eccolo involto nella malvagità del Pusterla. Perdio! avrà dunque il Pusterla a presentarsi traverso a tutte le mie gioje, a tutte? essere causa sempre dei miei tormenti? Maledizione sul capo di lui!»
E imperversava di nuovo: poi fermavasi a guardare la notte, ad ascoltar lo scroscio dell'acqua, unica voce nel silenzio della campagna disabitata. Quella campagna, quella notte un'altra gliene ricordava, un'altra in cui aveva ricevuto dalla Margherita quell'affronto; un affronto che omai non si poteva lavare se non col sangue. A tale rimembranza viepiù ribolliva il suo furore; nell'istante che scopriva il proprio misfatto e la innocenza dell'uccisa e del perseguitato, invece di pentimento, concepiva i più atroci disegni di vendetta.
Pure tra quell'inferno gli tornava innanzi giocondo il pensiero del sapersi padre! padre di un figlio che, ignorando l'antica sua colpa, l'avrebbe amato come quello che gli porgeva il modo di collocarsi con onore nella società; sostituendo così sempre il calcolo al sentimento, come uomo avvezzo a non vedere negli uomini che mezzi od ostacoli al salire. E quel figlio era lì vicino; e forse coll'alba poteva vederlo; forse tornando nel casolare vel troverebbe. Appena dunque la nuova luce gli lasciò distinguere gli oggetti circostanti, s'avviò per rintracciare la strada. Molto era corso quella notte, l'acquazzone aveva cancellato ogni sentiero, ogni pedata per la selvaggia lama; pure il muggito del fiume si udiva, dietro al quale dirigendosi, arrivò dopo lungo cammino, alle sue rive, secondando le quali distinse finalmente la baracca de' mulinai. Vi si accostò come uomo che va ad intender la sentenza di sua vita o di sua morte, entrò, ed alla Nena, che stava accosciata al fuoco, e che tutta si risentì al vederlo, chiese:—È tornato?
—Chi?» domandò ella.
—Chi! chi! Alpinolo.
—Signor no… ho gran paura… Dio nol voglia, ma qualche disgrazia deve certo essergli accaduta. Un animo me lo fischia all'orecchio. Povero giovane!»
E fra il così dire, dava pure qualche sguardo sospettoso e di sottecchi a quell'ignoto, ripensando in che gran bestia l'avea veduto la sera antecedente. Egli fece sellare il cavallo, e se n'andò, lasciando detto che, se mai Alpinolo capitasse, ad ogni patto il ritenessero finchè egli tornasse, importandogli come la vita di parlargli. Quel giorno, il domani, e i seguenti vagò alla ventura, secondo che il capriccio, il caso, il cavallo, qualche idea, qualche superstizione lo portassero: fermavasi in un paese senza un perchè, camminava, tornava indietro, finchè ricapitava pur sempre al mulino. Quivi il suo giungere turbava la vita ingenuamente spensierata di quella buona gente, che ricordandosi quelle furie, avrebbero visto meno male il traboccare del Po.—Fosse almeno la febbre costui (talvolta diceva la Nena) che con una messa a san Sigismondo me ne libererei». E qualche altra:—Fin Giuda a casa del diavolo trova riposo la domenica: ma per costui non c'è festa che tenga».
Così colla testa ingombra di pregiudizj e col miglior cuore del mondo, non sapeva perchè, ma non poteva tollerare quell'uomo:—E neppure il nostro cagnuolo (soggiungeva) si è potuto mai assuefare a vederlo senza guaire come se lo pelassero».
Ma poichè per gli importuni ci vuol meglio che augurj e imprecazioni, Ramengo tornava sempre, assiduo come un creditore; la prima domanda che faceva era sempre di Alpinolo se fosse comparso; la risposta era sempre il medesimo no.
CAPITOLO XIV.
PISA
Perduta ormai la speranza di rivedere Alpinolo, certo che, dovunque fosse, costui ne avrebbe fatte di tali da lasciarsi scoprire anche troppo. Ramengo andava tra sè pensando ove rintracciario; giacchè il desiderio di scoprire un figlio lo faceva disviare dalla pesta che fin la aveva ansiosamente fiutata. In una delle sue corse alla ventura, mentre costeggiava il Po, ascoltò di sotto un macchione uscire un fischio come d'uomo che chiami: s'accosta: era un barchettajuolo, il quale sommessamente gli chiese:—Vuol forse passare, signor cavaliere?
—Perchè cotesta domanda?
—Oh la si lasci servire. Conosco ai panni ch'ell'è un milanese. Se n'ho passati queste settimane!»
Tali parole diedero la spinta all'irresoluta volontà di Ramengo, il quale risposto un sì piuttosto agl'interni suoi ragionamenti che all'inchiesta del barcaruolo, calossi, fece allogare il cavallo nel barchetto: poi mentre il rematore faceva forza vogando e tagliando obbliquamente il filone del fiume, il ribaldo, intento a scalzare, gli domandava dei passeggieri, degli abiti loro, dei discorsi, del dove si dirigessero: poi l'interrogò se fra quelli aveva veduto un bel fante così e così, dipingendo Alpinolo.
—Eh eh! (rispondeva il remigante) se dovessi averli a mente tutti. L'è stato un via vai! Però… quel che mi descrive mi pare di averlo veduto sì: un uomo così fra i trenta e i trentacinque…
—No, no: meno: neppur venti; capelli neri…
—Appunto: or mi raccapezzo: occhi grigi, bassotto, tarchiato…
—Anzi, occhi neri: alto tanto più di me; ben tagliato in tutte le membra:—impossibile vederlo e non ricordarsene.
—Uh! tanti asini si somigliano».
Capì Ramengo che l'uomo era tanto gonzo, tanto occupato del mestier suo, da non poterne succhiellar nulla: onde giunto all'altra riva, scarsamente regalatolo, si mise alla ventura, perchè l'unica indicazione datagli dal navalestro fu che quei profughi erano andati di là. Varcò ancora da luogo a luogo, richiedendo da per tutto, e da per tutto udendosi rispondere che Milanesi di fatto, se n'eran veduti molti, ma niuno sapeva ridire chi fossero, dove si dirizzassero: al più conoscevasi che andavano fuori via dalla patria per la tirannide di Luchino.
Ma altri tiranni egli vide dominare per le varie città di Romagna: a Rimini i Malatesta, gli Ordelaffi a Forli, a Faenza Francesco di Manfredi, i Polenta a Ravenna: Roma lamentavasi vedova, dopo che i papi, tramutandosi in Avignone, l'avevano abbandonata alla tirannide di que' suoi baroni, contro dei quali doveva pochi anni dopo, sollevare generosa ed impotente la voce Cola Rienzi: Bologna riceveva vita e splendore da forse quindicimila Italiani e Tedeschi, studianti sulla sua Università, la quale fino d'allora procacciavale il titolo di dotta che conservò sin qua, come conservò nello stemma la parola LIBERTAS, quantunque già in quei tempi si fosse ai papi assoggettata. Valicando poi l'Apennino, Ramengo si calò nel bel paese toscano.
Quivi la libertà era con maggior gelosia custodita, quanto a peggiori abusi vedeansi rompere i signorotti di Romagna e di Lombardia: tutte le terre difendevano acremente le loro franchigie, ed abborrivano il governo d'un solo. Ma come sperare che una fanciulla si conservi innocente fra bordellieri e femmine da conio? Quei tristi vicini se ancora non osavano attentare direttamente alla libertà dei Toscani, se ne preparavano la via col romperli, e col fomentarvi i mali umori. Sotto pertanto a quest'infame influenza, le nimicizie cittadine ivi peggio che altrove imperversavano: e i nomi di Guelfi e Ghibellini, che negli altri paesi avevano quasi perduto la significazione, mantenevano quivi una tenace vitalità. Ghibelline erano Pisa ed Arezzo; guelfe Pistoja, Prato, Volterra, Samminiato, Siena, Perugia e principalmente Firenze; talchè, invece di maturare un concorde sentimento di nazionalità, dal quale soltanto potevano sperare frutti per l'avvenire, combattevansi e contrariavansi l'una l'altra; patria riguardavano l'angolo dove ciascuno era nato: forestieri ed avversarj tutti quelli d'altra terra, tanto più accaniti quanto più vicini; e nelle loro querele invocavano spesso o le funeste armi o la più funesta mediazione dei comuni e più veri nemici, gli stranieri.
Fra quelle lotte però sentivasi la vita: ciascuno capiva quel che valesse di per sè, e quel che potrebbe d'accordo cogli altri; il commercio, l'agricoltura, le arti erano salito in gran fiore; pittura, scultura, architettura, offrivano modelli, che il difficile nostro secolo non cessò di ammirare; e la lingua, venuta a mano di Dante Alighieri morto venti anni prima, e del Petrarca e del Boccaccio, giovani ancora, acquistava il primato che più non perderà, sopra l'altre d'Italia.
Come in quella Grecia, a cui per tanti lati somiglia la patria nostra, si dimenticavano le mutue nimicizie per convenire ai giuochi in Olimpia, così l'umore allegro dei Toscani li raccoglieva alle splendide feste, onde solevano spesso ricrearsi le diverse città, o nelle solennità dei loro santi patroni, o per memoria di antichi fatti, o per celebrazione di nuovi. Pisa in quel tempo aveva appunto riportato vantaggio contro i Moreschi, che dalle coste d'Africa infestavano il Mediterraneo e l'Italia; onde, per solennizzare quel trionfo e la presa di alcune loro galee, dovevasi finire il carnevale colla festa di Ponte. Nè d'altro che di questa udiva Ramengo ragionare per tutta Toscana allorchè vi capitò: chi poteva, preparavasi per andarvi; gli altri se ne struggevano di desiderio.—Perchè non v'andrò anch'io?» disse Ramengo. «Fra tale concorso di gente, nulla più probabile che incontrar quello ch'io cerco».
E vi si drizzò.
Pisa in quel tempo era nel maggior suo fiore. Porto frequentissimo come (fatta ragione ai tempi) oggi sono Amsterdam e Londra, nel 1283 aveva armate fino centotrè galee per guerreggiare Genova, che gliene oppose centosette: vedeva a' suoi mercati accorrere Mori d'Africa, Normanni del Settentrione, Turchignoti di Levante; mandava i suoi legni verso le Indie orientali a caricarsi di spezie, che poi diffondava per tutta Europa, riportandone in cambio legnami, canapa, stoffe, denaro. Alle speculazioni congiungendo l'amore per le arti belle, innato nella patria nostra, dalle imbarbarite regioni dell'Asia i Pisani traevano marmi, colonne, sculture, di cui abbellivano la patria: di Palestina recarono terra per riempiere il loro cimitero, onde poter dormire in terra santa; attorno a quel cimitero, i ristoratori delle arti belle fabbricavano, scolpivano, dipingevano, più insignemente perchè l'originalità non era stata per anco soffogata dall'imitazione, nè il raffinamento materiale aveva tolto la mano alle idee ed al sentimento. Su quelle pareti era stata ridotta a figure la Divina Commedia di Dante, per leggere la quale avevano eretta una cattedra nella nuova Università;—poesia, pittura, scuola nazionale e religiosa: commercio, arti, devozione, sapere, libertà; begli elementi della vita italiana d'allora.
Oggi Pisa è ben altro. Una borgata a mare, allora appena avvertita, le tolse quel resto di commercio, che le mutate condizioni d'Europa lasciarono alla Toscana; i cencinquantamila suoi abitanti sono ridotti ad un settimo appena; la marmorea cattedrale, lo stupendo battistero, la mirabile Loggia dei mercanti, gli altri edifizj di antica maestà fanno un melanconico contrasto coll'erba crescente per le vie spopolate, col silenzio delle ammutolite officine, coll'inoperoso vuoto del suo Lungarno; e la bizzarra Torre sembra chinarsi in atto di compassione per deplorarne le perdute grandezze.
—Potenzinterra! ei dee venire da in capo al mondo se mai non ha inteso parlare della festa di Ponte»; diceva a Ramengo l'oste Acquevino, che, venuto giovane da Pontedera senza un becco d'un quattrino, come egli diceva, in sulla via di Pisa avea rizzato dapprima un frascato, ove dava bere a' mulattieri, cavandone le spese e qualche zaccherello di vantaggio; poi coi quattrini facendo quattrini, e spacciando gran nomi ai piccoli vini che la sete faceva parere strabuoni, murò un'osterietta, che, se alcuno gli diceva essere piccola, egli, senza certo aver mai letto di Socrate, rispondeva,—Così potessi averla sempre piena di avventori». Posta sur un dosserello, aveva dinanzi uno spazzo ove si giocava al pallamaglio, e da cui vedevansi passar rasente quelli che si avviavano alla città, e dominavasi la vasta pianura, che da un lato scende fino al mare, dall'altro è chiusa da collinette biancheggianti nel verde degli olivi, e tramezzata dall'Arno che poi a forma di semicerchio divide Pisa. Colà Acquevino fatto maturo e grassotto, ma sempre fresco, snello, gran chiacchierone, gran lodatore del suo paese, del bel cielo, della buon'aria, della buona gente, quanto un poeta arcade, dava alloggio a qualche forestiere, facendogli poi nello scotto pagare la colpa di non esser toscano; somministrava bubbole e da bere a vetturieri e pedoni; e con religiosa integrità serbava prosciutti del Casentino e fiaschetti d'aleatico e di Montepulciano, che un professore dell'Università aveva paragonati all'ambrosia e al nettare degli Dei; similitudine che Acquevino, da venti anni ripeteva come nuova di zecca a tutti i signori, che (diceva egli col tono onde una civettuola dice esser brutta per sentirsi raffermare il contrario) venissero ad onorare quella sua catapecchia.—E (soggiungeva) qui gente non ne manca mai. Perchè io non sono come que' miei confratelli, che vogliono far commenti all'altrui starnuto. Libertà per tutti; chi paga è buon amico».
Vedendo arrivare in sulla sera Ramengo solo e con magra valigia, gli aveva dapprima fatto gli occhi grossi ed era stato con lui tant'alto; ma quando lo intese comandare la camera migliore, i più squisiti bocconi, il centellino più scelto, e gli balenarono all'occhio i fiorini d'oro lampanti, onde aveva rigonfia la borsa, disse fra sè:—Costui vuol riuscire meglio a pan che a farina»; e mutò cantare: non fu buon garbo che non gli usasse, e mentre si dava fretta intorno alle pietanze e ai forestieri, trovava qualche ritaglio di tempo per regalare due parole all'ospite dalla buona borsa, e vantargli il suo paese e la sua osteria.—Pisa (gli diceva) fior del mondo; senza far torto a nessuno, e meno al suo paese, signor forestiere. E se non fosse stata Pisa, tutta Toscana era a manco d'un pelo di venir turca, e non si berrebbe vino.—Ch'io le ne mesca un altro bicchieretto?—Vogliono esser forse trecent'anni, i Saracini avevano posto piede in Calabria: ma i Pisani, nemici dei nemici di Dio, mandarono il fiore della nostra gioventù a snidarli. Cosa pensano quei dannati? Con navi sottili e col diavolo che li ajuta, nel fondo della prima notte di gennajo hanno faccia di entrare in Arno, invadono il sobborgo, lesti e queti così che nessun popolano se n'accorse, fuorchè ai colpi dei malnati e alla vampa degli incendj. Allora tutti a fuggire senza guardarsi alle gambe, e senza pensare ad avvertire la città perchè si mettesse in difesa. Una donna sola, oh viva le donne toscane!—la sola Cinzica de' Sismondi, attraversa i maledetti che già occupavano il ponte d'Arno, corre ad avvisare la Signoria; e subito un dar delle campane, un sonar di trombe, un leva leva, un presto presto, un corri corri, tutti, a vedere e non vedere, pigliano le armi; fanno fronte ai Saracini che, rincacciati, n'hanno di grazia a fare salva chi può, si tolgono di testa il baco di mai più tentare la gente più valorosa di cristianità. In memoria di quel trionfo sul ponte stesso…»
Qui Acquevino, richiesto da altri avventori, dovette interrompere la narrazione di quel fatto, successo intorno al mille, e in memoria del quale il borgo rifabbricato di là d'Arno fu nominato di Cinzica, ed istituita la festa del Ponte. Noi meno, pressati dagli avventori che non fosse Acquevino, procureremo supplirgli alla meglio nel divisarne il modo.
La smania di fazioni, di allegrie, di battaglie, di devozioni tutt'insieme, che Pisa, colonia greca, aveva dalla Grecia portato, suggerì quel genere di festa; lo tenne vivo il desiderio politico di alimentare gli spiriti guerreschi, tanto necessarj per mantenere la pace e tutelare i diritti. Imperciocchè in grazia di quella, i più valenti e animosi fra i giovani pisani si addestravano continuamente nelle armi e nei movimenti del corpo; e in tal guisa formavansi prodi e disciplinati sotto capitani, che, come più esperti, erano a ciò trascelti per voce di popolo, e che, dopo le finte lotte, poteano guidare anche alla vera.
La città e il territorio si dividevano in due fazioni, chiamate dei Bianchi e di Borgo, ovvero di Sant'Antonio e di Santa Maria, da due chiese una di qua, l'altra di là del fiume. Nappe di color diverso, per lo più intrecciate e regalate dalle belle, distinguevano i parteggianti; e per quindici giorni innanzi alla festa non era quasi nient'altro che lottare e tambussarsi, ora in pochi, ora in più, con guasto anche di molte vite. Giunto poi il dì solenne, i combattenti delle due fazioni, protetti il capo di celate, con alla mano noderosi randelli che chiamavano i targoni, schieravansi dai due capi del ponte di mezzo, formando una fronte di forse quaranta. Non appena alzata la sbarra, si movevano all'incontro, e venuti al colmo, allora era il menar delle mani, il cozzare, il picchiarsi; e la baja diventava pur troppo da vero. I primi, coi targoni appuntati al petto, pigiavano, spunzavano contro gli avversarj; altri menavano, facendosi piazza; alcuni carpone si ficcavano tra le gambe dei combattenti, o per arrovesciarli, o per alzarli di peso e buttarli in Arno. Sulle spallette intanto venivano i capitani, col battacchio anch'essi, dando un poco di regola a quel tumulto, rincorando, zombando, ma coll'occhio attento a schivare gli avversarj, che, se vedevano il bello, con uno spintone li sbalzavano dal ponte. Sotto a quei colpi, tra quella furia, guaj a chi stramazzasse ai piedi della calca! Il men male era per chi dai parapetti traboccassero in Arno, ove stavano pronte le barchette a raccorli. Del resto si ferivano, si abbattevano, si disarmavano avversarj, si facevano prigionieri; nè per tre quarti d'ora restava il calcare, il ferire, l'accopparsi, come diceva Acquevino, con mirabile tripudio degli spettatori. Dalle finestre, dai terrazzi, dalle bertesche, d'in su i tetti, una calca di gente attendeva, smaniando di gioja, di timore, di applausi, d'incoraggiamenti, di fischi, secondo che questa o quella parte piegava o prevaleva; secondo che era in fortuna o in disdetta l'amico, il parente, l'amante; secondo che Sant'Antonio o Santa Maria più acquistavano del combattuto ponte; e sì gran fervore ponevano nel matto parteggiare, che madri, sorelle, amiche, all'udirsi annunziare le ferite e fino la morte dei loro cari, domandavano qual delle due parti avesse avuto il meglio, e se l'annunzio rispondeva ai loro desiderj (Spartane fuor di tempo) obliavano i più teneri e sacri affetti per prorompere in festose acclamazioni.
Spirato il termine concesso a quel furore, sonavasi a raccolta, calavansi di nuovo le sbarre, e la parte che più avea preso dell'erta, veniva gridata vincitrice. Qui le baldorie, il trionfo, e i più segnalati campioni, incoronati dalla Signoria, abbracciati, baciati da chiunque avea la fortuna d'esserne, in quel giorno, amico; e scornacchiare i vinti, e cantare inni, come fossero stati distrutti i nemici della patria.
Poichè le usanze sopravvivono al loro motivo, i Pisani continuarono il sanguinoso spasso anche quando il valore non solo era divenuto inutile, ma si sarebbe reputato una colpa; e finalmente Pietro Leopoldo di Lorena, trovandolo troppo per un giuoco, troppo poco per una guerra, lo proibì.
—Non ha mai visto, signor forestiero, in vita sua e per tutto il mondo, un tal concorso di cristiani?» domandava l'oste a Ramengo, il quale, la mattina dello spettacolo, stava sopra un terrazzino, ombreggiato da un leccio, osservando Pisa e la folla che vi traeva. E girando in tondo la mano distesa, seguitava:—Le par poco? Che sciali! Che bellezza! che brio! Un toscano si discernerebbe anche di mezzo alla moltitudine di Val di Giosafatte. Quelli che vede in lucco maestoso sono i Fiorentini; ricchi sdondolati, sa, speculeranno anche sulla festa. Quest'altri, tutti in fronzoli e in fiocchi, sono Pistojesi; quelli là, da Siena, la gente più leale e sincera delle tre parti del mondo. Il desiderio di vedere le nostre feste gli ha fatti dimenticare delle vecchie emulazioni; e a Pisa tutti saranno i ben accolti, e nemmeno si temerà che ci portino la peste. Oh veda la bella cavalcata! Sono signori della Versilia e della Lunigiana, terribili nei loro castelli non meno che sul mare; lo sanno i viandanti.—Buon divertimento a lor signori! Posso servirli di nulla?—Questi sono di que' ricchi cogli arnioni, e vengono dalla val di Nievole, fertile e ridente, ch'è il paradiso di Toscana, come Toscana è il paradiso del mondo. Snidarono essi gli antichi baroni, e si piantarono nei loro palazzotti per coltivar le vigne e gli uliveti. Osservi, belle e robuste figure. E tutti hanno in groppa fanciulle e donne, che, non v'è rimedio, le eguali non vede il sole, per quanto giri.—Viva il bel sole, vivano le belle donne di Toscana».
Così, ma a spizzico e scappa scappa, raccontava l'ostiere a Ramengo, intanto che dava ricapito agli altri, che cominciavano bene la mattinata con un fiaschetto; e quel vivo spettacolo pareva ammansare il truce animo di Ramengo, che, nella contentezza di sapersi padre, nella speranza di pur trovare suo figlio, di riconciliarsi con esso, pareva entrare in una vita nuova, e talora sentivasi preso da un tal accesso di benevolenza, che proponeva lasciare la micidiale e infame sua scelleraggine, e cercare con belle azioni la stima dei buoni, la tranquillità dell'animo, la serenità che attorno a sè vedeva regnare nella turba festiva.
Alla quale intento, mirava dai poggetti, dagli scenderelli, dai tragetti, sbucare i villani, a larghi cappelli di treccia bianchi, con nastri rossi e neri; e quadriglie di contadinotte che, cammin facendo, trecciavano la paglia.—Esse scendono dai colli di Signa (ripigliava Acquevino). Questi sono i robusti montanari di Lucca. Cotesti pallidi e scialbi vengono dai contorni del lago di Bientina»; ed ai vivaci colori del loro vestito faceano contrasto i bigi e neri e bianchi delle tonache di tanti frati, e il marrone dei mendicanti, che accattavano pei poveri e per Dio.
Su per l'Arno intanto vedeva un mondo di bacchette guizzare leggiere fra mezzo ai grossi legni ancorati. Chi capitò a Pisa per la festa della Luminara, che si rinnova nel giugno d'ogni terzo anno, ed ha goduto, per non più dimenticarlo, l'incantevole prospetto di quella città, con tutti gli edifizj, le cupole e i campanili accesi a lumicini e fiammelle, e una quantità di navicelle illuminate vogare l'una a prova coll'altra, potrà immaginare il tripudio che, in tempi tanto più prosperi ad essa, vi si doveva fare alla festa di Ponte. Fra tutta quella moltitudine era una curiosa allegria; eccitata viepiù dal felice rinnovarsi della stagione, ed alimentata da capricciosi scherzi, da bizzarri motteggi, che si facevano, che si slanciavano gli uni agli altri, nella dolcissima e vivace loro favella. Un coro di giovani, dando fiato alle zampogne, accompagnava gli accordi di altri che cantavano la nota ballata:
Vaghe la montanine pastorelle,
Donde venite sì leggiadre e belle?
E com'ebbero finito l'aria, una forosetta, che, per grandi occhi e per guancie rubiconde come una melarosa, si discerneva dalle compagne, rispondeva con voce più robusta che delicata, mentre appunto passava sotto al balcone ove stava Ramengo:
E s'io son bella, io son bella per mene,
Nè mi curo d'aver de' vagheggini;
E non mi curo niun mi voglia bene,
Nè manco vo' ch'altri mi facci inchini.
—Guarda che bella tosa», esclamò un giovane, sbucando di dietro la taverna, e spingendosi audacemente verso la fanciulla. Al suono della parola e dell'accento forestiero si voltò Ramengo, e riconobbe un crocchio di Lombardi. Quando ogni paese portava diversissime foggie di vestimenti, bastava un'occhiata per discernere gente da gente; e i Lombardi d'allora, dico i più ricchi e da festa, usavano nobili panni, assettati alla persona, foderati di seta, o cappe tedesche foderate di vaj; cappucci alle gote con fregi d'oro intorno alle spalle; ai piedi calze e calzeroni; alla cintura larghe correggie con fibbie d'argento, da distinguerli al primo sguardo.
Vibrò Ramengo un'occhiata fra loro; fissò con sguardo scrutatore quei visi, ed accertatosi che fra quelli non v'era chi lo conoscesse per veduta, o gli potesse interrompere i disegni suoi, scese, e col parlare si diede a conoscere per loro compatrioto. Tosto gli furono essi intorno con quell'amorevole premura, onde si suol salutare un concittadino su terra lontana, dove basta la comunanza di patria per far riguardare siccome amico anche uno sconosciuto.
In quella libera città avevano fatto capo i molti forusciti da ciascuno dei varj paesi lombardi; e quivi, pascendosi delle speranze, dolce e indigesto nutrimento dei profughi, preparavano maneggi ed armi contro al tiranno della patria loro. Ma il tiranno della patria loro aveva il vantaggio, che ha sempre chi già trovasi in possesso d'una cosa, sovra colui che ne lo vuol privare; e mentre essi menavan trattati a danno di lui, altri più vivi ne raggirava sott'acqua, Luchino; quelli andarono sventati, questi riuscirono al loro intento.
Ma non anticipiamo gli eventi, e ci basti per ora mostrare come quella festa, al pari di tutte le altre antiche e moderne, nostrali e forestiere, potesse rassomigliare al color di rosa, che tinge le guancie d'alcuni consumati da mal sottile: sul volto non appare che la sanità, ma dentro cresce lo spasimo e il marasmo; oggi sorridono, domani morranno.
Ramengo, sicuro tra quei sicuri, salutava, rispondeva, abbracciava, stringea la mano a questo o a quello, e sebbene potesse sperare che il nome suo fosse tra i forusciti riguardato come quel d'un amico, d'un compagno di sventura, gli parve però prudenza il dissimularlo, e si diede per un tal Lanterio da Bescapè, nato all'ombra del Duomo di Milano, abitante alle Cinque Vie, e come loro fuggiasco dalla patria,—perchè (diceva) chi può reggere regga in una terra, a quel modo oppressa da così scellerato tiranno. Tenga egli seco i suoi mastini, tenga il suo Sfolcada Melik; non chi sentesi nelle vene stilla di sangue italiano».
Pensate se quelle parole andassero a' versi de' forusciti, e quasi il parlare avventato fosse infallibile contrassegno di spiriti animosi e sinceri, già, senza un sospetto al mondo, computavano il nuovo arrivato per un acquisto; già prendevano occasione di narrargli ciascuno i torti fatti da Luchino alla loro patria, a Cremona, Pavia, Lodi, Como, Bergamo, ed i particolari loro disgusti, o domandarlo de' suoi, che immaginate s'egli sapeva impiantare e colorire al vero. Ognuno poi si affrettava a chiedergli di questo o di quello fra i parenti, fra gli amici che aveva lasciato a Milano.
—A che partito sono gli Aliprandi?
—Morti per fame.
—E Bronzino Caimo, quel gran moderatone, sta sempre col tiranno?
—Sta col muso alla ferrata per aver osato difendere la verità, se pure non gli è già capitato di peggio.
—E Matteo Visconte?
—Confinato a Morano di Monferrato.
—E Barnabò?
—In Corte dello Scaligero. E dicono farà un parentorio con quella signora regina.
—E Galeazzino? sempre bello? sempre galante? sempre adoratore di madonna
Isabella?
—Oibò! Il signor Luchino dorme soltanto finchè vuole. Il bel Galeazzo è vagabondo per povertà, e per far perder allo zio la sua traccia. Dicono però sia in Fiandra»,
Così rispondeva Ramengo alle varie domande, lieto di mostrarsi informato per guadagnare maggior fede, e di narrare quel che sapeva onde ricavarne quel che cercava. Perocchè, come il marinaro nel riveder le onde quiete, come il ladro al presentarglisi un bel tiro, come il beone all'entrar in una bettola, dimenticano ogni proposito antecedente, così Ramengo dissipò quei momentanei impulsi al bene, tosto che si vide innanzi l'occasione di poter nuocere; volle mentire sulle prime, affine di scoprire, se potesse, ove trovare Alpinolo, quindi, al solito, un peccato il trasse all'altro, all'ebra necessità del delitto, a far il male per il male istesso.
—Ma dunque (gli domandavano quegli infervorati), che vivere è oggi a
Milano?
—Il vivere (rispondeva Ramengo) dell'inferno e di ogni paese in servitù. Luchino ogni giorno più imbaldisce, perchè vede che le alre città, spaurite, vengono a lui, come il bove che volontario andasse al macello. Dieci n'ebbe già Azone in obbedienza, non è vero? Ebbene, costui già v'aggiunse Bobbio, Asti, Parma, Crema, Tortona, Novara, Alessandria….
—Vili! così lor pute la libertà? così vogliono farsi puntello al trono di uno scellerato?» l'interrompeva Aurigino Muralto da Locarno. Ed Acquevino, che mesceva loro del più generoso, ripetendo,—Guardino com'e' brilla, spruzza, salticchia! Resusciterebbe un morto», ascoltando quegl'infervorati loro parlari, quel prendersela così d'impegno, dimenava il capo ed esclamava:—Poveri paesi! Viva la libertà toscana! Per dio bacone, viva il giardino d'Italia!… Ma trovato quest'aria, questo vino, questa pace, cosa importa a loro chi sia e quale il padrone? Non basta ciò alla vita beata?» E andandosene canterellava:—Nè per tempo nè per signoria non ti dar malinconia».
Prediche al deserto. Ramengo, dopo vuotata una tazza con quei compatrioti, proseguiva:—Giudichereste però che egli cresca per questo in potenza? Tutt'al contrario: ingelosi le potenze vicine, e al primo vento le barbe diverranno rami. I signori Gonzaga lo guatano da Mantova in cagnesco; il conte di Savoja già levossi i guanti, e prepara delle buone armi; il marchese di Monferrato non vede quell'ora di romperla seco. Ma chi la romperà in modo da non rappiccarla più, ve ne accerto, sarà Mastino della Scala. Nel paese poi non vi dico altro. Sapete che gran ghibellino si è mostrato Luchino finchè durò in condizione privata. Chi non avrebbe creduto che dovesse ora in ogni cosa dar mano alla parte migliore? sostener i nobili contro la ciurmaglia? Ma no, li tratta nè più nè meno di quel che faccia coi Guelfi più marci nell'anima. Questi però non gli credono, e lo tengono un impostore; gli altri se gli rovesciano ogni di più; cosicchè gli è proprio il colosso di Nabucco dai piedi di creta.
—Ma il sassolino che basti ad atterrarlo?» soggiungeva Caccino Ponzone cremonese.
—Eh! il sassolino ci saria ben egli (rispondeva quel falso) e se… Ma lingua taci…» e battevasi sulla bocca.
Era il miglior modo di metterli in savore, onde, stringendosegli viepiù intorno e punzecchiandolo,—Che? dite su; c'è qualche nuvolo in aria? c'è speranze? Abbiamo ben compreso che voi in cose di Stato pescate al fondo. Perchè far misteri con noi? la causa dei Milanesi non è quella pure di noi tutti? e siam qui per dare di spalla quanto valiamo. Non si aspetta che quel momento del Signore, il dies irae. Ma chi dirigerebbe?
—Se Franciscolo Pusterla…» Proferito questo nome, Ramengo si recava sulla sua, con una di quelle pause a tempo, che sono il giuoco dei maliziosi, e girava uno sguardo aggressivo su tutti quegli impavidi visi, come per succhiellarne il pensiero più arcano. Ma non facea bisogno di tanto perchè l'imprudenza andava in essi di pari coll'ardor giovanile, tanto che il tristo n'ebbe miglior mercato che non isperava.—E che? (gli domandavano coloro) siete anche voi di quelli del Pusterla?
—Come! se sono dei suoi?… (ripigliava Ramengo) Chi aveva il mestolo di tutta quella faccenda a Milano? e perchè m'ho avuto di grazia ad uscirne colla pelle? Ora qui (e li mostrava) ho dispacci da recare a lui… ma, acqua in bocca, che alcuno non mi ascoltasse. La prudenza non è mai troppa. Coloro hanno bracconi da tutte le bande. Io ho lettere per lui dal signor Mastino della Scala…»
Ramengo punzava, ed emetteva queste parole a scosse; balestrando gli occhi in faccia a tutti: essi credevano per cautela, in fatto era per ispiare l'impressione che su loro faceva, e se alcuno potesse o volesse dargli notizie o modo d'averne. E notò alcuni che dimenavano il capo, come volessero esprimere,—Non ne faremo niente»; sicchè continuò:—Ma! quando si dice gli uomini!… Chi lo avrebbe creduto? Egli, che poteva, sol che volesse, divenire capo e salvatore della patria, ora dorme… s'è rimpiccinito… scappa come un fiacco paltone…
—E' bada a fare mea culpa ai piedi di un fornaio…» uscì a dire
Aurigino Muralto.
Fornajo di mestiere, quindi Fournier di soprannome era stato il padre di Benedetto XII papa, allora sedente in Avignone. L'indicarlo a quella guisa, anzichè spiattellarne il nome e il luogo, era stato una di quelle povere transazioni che fanno colla prudenza coloro i quali sanno alle sue leggi rassegnarsi solo fino ad un certo punto.
Aurigino non si sarà creduto d'aver fatto il minimo, male, non n'avrà concepito il minimo rimorso, eppure avea messo lo spione sulla traccia, che più non perderebbe. Ramengo toccava appena il suolo colle piante per l'esultanza di questa scoperta, ma dissimulando e facendosene appieno informato,—Di certo (proseguiva) e' s'è messo ad Avignone come un chierico, il quale aspiri al cappel verde o al rosso, o come un basso delinquente, che cerca sicurezza celando lo stocco micidiale fra le tonache e le cocolle. Ma lo ridesteremo noi da codesto pigro sonno… oh, lo ridesteremo!
—E qui (soggiungeva il Ponzone) troverete amici suoi, da potervi dare indirizzo e ajuto.
—Vi saranno, m'immagino, suo fratello Zurione, Maffino da Besozzo, quel della Pietrasanta…» domandava Ramengo. E gli rispondevano:—Sì, ma chi ne mostra più amore e devozione è lo scudiere Alpinolo.
—Alpinolo?…» ripetè colui, sentendosi dai capelli alle piante rimescolare.—Alpinolo? dov'è? ch'io lo veda tosto, ho estrema necessità di parlargli per cosa che molto dappresso lo tocca. Dov'è? dov'è?
—Che furia!» saltava su quel mezzo prudente da Locarno.—Finiamo di bere, e poi venite con noi. Laggiù ve li faremo trovar tutti. Che festa per loro a rivedervi!…
—Ma io voglio parlare con Alpinolo dapprima… con lui testa testa. Le cose so come vanno trattate»; e mentre egli era dominato dall'ansietà di trovare un figlio, e dalla speranza che, scoprendosegli padre, ne avrebbe e perdono ed amore, essi continuavano a bere, a discorrere, a ragionare, massimamente di Alpinolo.
—È un demonio colui quando si tratta di mettersi ad un'avventura.
—E per un proponimento non ha il pari. Ti ricordi, Ponzone, i primi giorni? Noi lo credevamo muto: nè parlava nè faceva segno. Che è, che non è, aveva fatto proposito di non proferire sillaba per sei mesi.
—E così giovane! (soggiungeva il Muralto.) Che gran soldato vuol riuscire!
—Ed ai nostri giorni (replicava il Lambertengo) se n'è visto dei soldati, con nient'altro che la propria spada, fare slanci, e toccare i primi gradi. Costui lo vedo già a un gran posto.
—Di chi dicono? (s'inframmetteva Acquevino) Di quel garzonotto con quegli occhi senza secondi? E come se lo conosco! Caspita! gli è di buon gusto e vien a bere qui tal volta un par di gotti, e non mesce a miseria; e dice che vini come i toscani, è inutile, non se ne trovano al mondo nè in maremma. L'altro dì era con alcuni; e dagliene un sorso, dagliene un secondo, erano brilli; e venuti a parole, uno gli disse:—Taci là, tu che non hai nemmeno padre.—Non avea finito, che Alpinolo, senza dire, guarda che ti do, stampandogli le cinque… volli dire le quattro dita della sua mano sulla guancia, gli buttò tre denti in gola».
Che suono facessero ad un padre, ad un tal padre, siffatte parole, immaginatelo. Sapeva d'esser vicino al figlio, e quel figlio lo sentiva lodato: lodato per quell'unica virtù ch'egli valutava: l'unica che, in tempi di quella sorta, potesse aprirgli facile varco alla glòria e alla potenza. Che lusinghe per la vanità di Ramengo! come struggevasi di vederlo, di abbracciarlo! Come si componeva in bocca le parole per calmare la prima furia! Dimenticava perfino di avere scoperto il nascondiglio del Pusterla, dimenticava Luchino ed i premj sperati e le giurate vendette. Quindi, col cuore palpitante, al modo che gli aveva palpitato nelle notti che stette appostando il drudo della Rosalia, calossi verso Pisa in mezzo a quei buoni Lombardi, i quali, intrecciati braccia con braccia, intonavano le canzoni della patria loro,—canzoni che per l'esule finiscono sempre in un sospiro!
CAPITOLO XV.
PADRE E FIGLIO.
Entrando nella città, ritrovarono tesi da parete a parete drappelloni bianchi e vermigli, e filze di verzura secondo la stagione, che ivi chiamano le fiorite; dai balconi e sui muri sfoggiavansi ricchi tappeti e arazzi portati di Levante, e stoffe di seta, che alle Corti dei re parevano ancora un lusso esorbitante, e qui abbondavano in mano di quegli attivi negoziatori. In alcun luogo zampillavano fontane di vino, tra un'ingorda ciurmaglia intenta a riceverlo nelle aperte bocche, od attingerne col cavo della mano; in altri apparivano credenze e buffetti carichi d'ogni rarità venute dal Mar Nero, dal Golfo Arabico, dal Baltico, e serbate in memoria delle ardite e felici navigazioni. Brigate di giovani pisani, con a capo i loro più valenti e denarosi signori, tutti divisati ad un modo, con vesti di colori appariscenti, e briose cavalcature, movevano incontro ai vegnenti e salutavano i nostri Lombardi, i quali rispondevano:—Addio, Benedetto Lanfranchi!—Bel puledro, Nieri!—Passerino si discerne sempre alle più ricche divise!—Viva Banduccio Buonconti!—e stavano ad osservarli, mentre, dietro a gonfaloni con varie imprese e con motti bizzarri e ingegnosi, a suon di nacchere, di tamburi, di zuffoletti, si tiravano appresso la turba. Meno pompose venivano poi, dirigendosi al tempio od al ponte, le arti e le maestranze, guidate dai loro abati, tutti vestiti a una taglia, e tutti con un tal abbandono d'allegria, che Ramengo non potè di meno di riflettere quanto a Luchino avrebbe dato gusto l'avere un popolo così festivo, e quindi così facile a governare e raggirare.
Udiva intanto un gridio, un trescamento di merciajuoli, che, colla bottega ad armacollo, gridavano, a' bei vezzi, a' bei nastri, agli abitini, alle crocette; di montanari che, al suono di ribecchini e tamburelli, facevano ballare i cagnuoli e le marmotte; di Lucchesi che esibivano santini di gesso, santa Zita, loro patrona, e santa Verdiana da Firenze, che dava a pascere ai serpenti. Altrove si faceva cerchio attorno al cerretano dai rimedj e dai segreti, od al cantastorie il quale mostrava sur un cartellone, il disastroso allagamento di Firenze dell'anno 33,—quando, (diceva esso) quest'Arno che vedete tanto quieto, straripò sulla città, portando via bestiame, case, palagi e migliaja di persone, che pareva il finimondo. Perchè non s'è portata via del tutto quella città, che Pisa ne sarebbe più grande e più gloriosa?»
Così il cantafavole; e il popolaccio, con villano patriottismo, ne secondava l'imprecazione, gridando:—Mora Firenze! e viva Pisa!» nè volevasi ricordare che il ciurmadore istesso, poco prima o poco dopo, avrebbe in Firenze augurato col rabbioso Ghibellino che la Capraja e la Gorgona chiudessero la foce dell'Arno, sicchè in Pisa annegasse ogni persona.
La genìa dei cerretani, e col nome proprio e con altri più onorevoli, non s'è ancora estirpata, come ognun vede; bensì è finita un'altra, che avea gran corso allora. Persone non d'ingegno, ma di memoria e di fronte vetriata, ricorrevano a quei che sapessero far versi; e parte a prezzo, parte per misericordia, parte per importunità, ne impetravano alcune composizioni, italiane o provenzali, che poi, con grande enfasi e gesti smaniosi, recitavano su per le fiere e nelle sale. Il Petrarca [23] ci ha lasciato memoria di molti fra costoro, che gli vennero innanzi poveri in canna, od ottenuti da lui alcuni sonetti, li rivide, pochi anni dopo, ben in arnese, ben in carne e ben al soldo, mercè le largizioni degli ammiratori.
Il poeta era dunque miglior mestiere che non oggidì, quando di simil arte più non avanzò se non qualche improvvisatore, da assettar piuttosto nella riga di quelli descritti innanzi.
Ramengo, infatti, ne intese di molti, i quali, in abiti bizzarri, accompagnandosi colla ghironda e la mandòla, gridavano stanze e sonetti appunto del Petrarca, di Cin da Pistoja, di Guido Cavalcanti, o leggende in cui si ricordavano le antiche vittorie dei Pisani sopra i Saracini di Sardegna, le imprese loro alle Crociate, il valore della Cinzica de' Sismondi, le cortesi prodezze di Uguccione della Fagiuola; senza dimenticare il conte Ugolino, sulla cui fine versavan tanto obbrobrio, quanta dispettosa compassione v'avea profuso l'Alighieri.
Fra il latrato, la gioja, la curiosità del popolo, che non si ricordava come la peste già irrompesse da ogni banda nel paese; che non si sovveniva di aver avuto fame jeri, e che l'avrebbe domani ancora, spingevansi i nostri Lombardi verso i varj posti dove sperassero scontrare Alpinolo, e li seguiva Ramengo, al quale il cappuccio a gote dava il modo di celarsi, quando mai imbattesse persona che gli convenisse evitare. L'ansietà che doveva stringergli il cuore, non tolse ch'e' restasse compreso di maraviglia nel veder quella stupenda piazza, ove nel mezzo sorge la maestosa cattedrale; davanti, il battistero rotondo di San Giovanni, e la torre inclinata, tutta a colonne; da lato, il Camposanto: storia compita e parlante delle arti belle in Italia. Byron, anche ai nostri giorni, chiamava quella piazza un sogno orientale; qual doveva apparire colla mobile decorazione di una folla sterminata e vivace?
Fra la quale videro guizzare un Milanese, a cui, dando la voce, il Muralto addomandò:—Ehi, Ottorino Borro, perdio tanta premura? Sapresti dirci ove stia Alpinolo?
—Sta in prima fila per combattere al Ponte; là sono tutti i nostri camerata. Corro a raggiungerli»; e si perdette tra la calca.
—Ma come gli entrò il ticchio (esclamava Ramengo) di mettersi a questo inutile sbaraglio? Combattere in frotta colle pertiche come un villano?
—Andate a dirlo a lui (gli rispondevano). È così fatto. Quando sia da porsi in prova il coraggio, il volerlo distogliere è un buttare il fiato».
Mentre queste parole erano fra di essi, la campana del Comune toccò.—È il segno! è il segno!» gridarono i nostri, e accorsero, ed a spintoni si fecero strada. Ma di arrivare fin presso al combattimento non era speranza; onde, ficcatisi sotto un portico, sostenuto da una colonna di porfido egiziano e da una greca scanalata, un po' colle buone e un po' colle brusche salirono sovra certe are, qui portate dall'Attica, e poterono dominare quella folla di teste, parte nude, parte coperte colle più varie foggie del mondo, dal vistoso turbante del Levantino al positivo berretto del Veneziano; dalle ondeggianti piume del cavaliere provenzale, all'abborrita reticella gialla dei poveri Ebrei; dal tòcco di velluto ad oro dei baroni napoletani, al cappuccio arrovesciato dei Milanesi, che si erano posti fra i primi per testimonj alle prodezze del loro compagno.
Allora, a suon di tromba, comparvero il gonfaloniere e gli anziani sotto un pergolo adornato a guisa di un padiglione turco; la turba spettatrice più sempre si accalcava, mentre i disposti al combattere fremevano impazienti attorno alle sbarre dei due capi del Ponte, come freme un torrente attorno alla chiusa. Poi, quando ad un nuovo segnale caddero le sbarre, fra uno schiamazzo universale, tutti con tutti andarono ad affrontarsi, e per quanto Ramengo guardasse, non gli apparve nella prima mezz'ora che una procellosa mescolanza di gente che assaliva, di gente che respingeva, che si raffagotava; noderosi randelli a furia picchiavano su quelle povere teste, su quelle povere spalle; e gli urli di chi batteva, gli strilli di chi era battuto, mescolavansi alle acclamazioni di:—Viva Santa Maria! viva Sant'Antonio!»
Cresceva furore ed interesse alla scaramuccia l'esservisi, come soleva, interessate le fazioni e i politici puntigli; e le due parti dei Raspanti e dei Bergolini, che nei consigli e nelle frequenti baruffe per le strade dividevano Pisa, qui avevano tolto la prima a favorire Santa Maria, l'altra Sant'Antonio; onde il grido di guerra, le bandiere, gli applausi, gli insulti infervoravano la rabbia, il baccano, fieri quanto si possa immaginare.
Poi a poco a poco divenuta meno stivata la mischia pei morti, i feriti, gl'intronati, gli stanchi, già si poteva discernere da qual parte la fortuna piegasse; intanto si vedevan ora deporre dalle barche, intirizziti e guazzosi, quelli raccolti dal fiume, ora i mal capitati strascinarsi da sè, od esser portati a braccia fuori della zuffa, premendosi le mani sulle membra fiaccate, sulle tempia sanguinanti, protestando al cielo e alla terra di non avventurarsi mai più in quegli stolti badalucchi;—ma quelli che guarivano, credete a me che vi saranno tornati.
Però, dinanzi a quelli della parte di Santa Maria e dei Raspanti, si vide ben tosto sopra gli altri distinguersi uno per disperata robustezza di colpi, pel cerchio che largamente si faceva, per la rovina che menavasi davanti. Ramengo, alle fattezze e al grido dei compatriotti, non tardò a riconoscere Alpinolo, nè più da esso dispiccò gli occhi, ora inquieto del vederlo in pericolo, ora pieno di compiacenza e meraviglia a tanto vigore, e mostrando agli altri Lombardi quei colpi, che veramente parevano più che da uomo.
I Bergolini e Sant'Antonio non poterono a lungo stare alla prova di quella furia; e per sottrarre le teste voltarono il dosso. Allora quelli che, come dietro a un torrione, s'erano tenuti a riparo alle spalle di Alpinolo, con un coraggio da non dire si precipitarono addosso ai fuggenti, per aver la gloria, men bella forse, ma più sicura, di batterne i terghi, urlando a tutta gola:—Viva Santa Maria!—Viva i Raspanti!—Vergogna ai Bergolini!—Viva i Gambacurti!—Viva gli Aliati!—Abbasso Dino della Rôcca», questi eran i nomi dei capi delle due fazioni. Alpinolo cessò le picchiate quando cessò la resistenza, ed appoggiatosi al riposato targone, osservava, immoto come uno scoglio fra le ondate, il facile coraggio della vittoria.
Ad un cenno del gonfaloniere, fu di nuovo abbassata la sbarra; trombe e chiarine diedero dentro a giubilo: Santa Maria scampanava a distesa, e i Milanesi, fattosi largo, accostaronsi ad Alpinolo, e tripudianti abbracciandolo, se lo tolsero sopra le braccia per recarlo a ricevere la corona dalla Signoria, e gridavano:—Viva Alpinolo!—Viva Milano!—Viva Sant'Ambrogio!» E poichè la folla di rado grida un viva senza aggiungere un mora, è probabile, quantunque la storia nol dica, che gridassero:—Morte al Visconte!—Morte ai traditori della patria».
Il lampo di gioja che quel trionfo faceva brillar sul viso di Alpinolo, mescevasi in modo indefinibile colla cupa costernazione che vi avevano improntata i casi passati, e coi segni d'un dolore profondo e celato che lo straziava. Quando Aurigino Muralto, riuscito ad accostarsegli,—Sta su allegro (gli gridò). Buone nuove: è arrivato un Milanese.
—Un Milanese?… e chi?
—Un tuo conoscente: Lanterio da Bescapè; occhio dritto del Pusterla; e t'ha a dire cose di gran rilievo, ma a te solo.
Un tumulto di idee scosse in quel punto la mente di Alpinolo; e Francesco, la Margherita, fra Buonvicino, gli Aliprandi, gli amici tutti lasciati a Milano se gli pararono innanzi, colla speranza forse di vederne alcuno, d'averne forse un messo, certo notizie; onde, coll'impazienza più viva, senz'altro aspettare i premj nè la corona, sviluppatosi dalle braccia dei compatriotti, si difilava verso là dove gli avevano detto che troverebbe quest'amico, sotto al portico dei Marmi, con una premura tale, che guaj ai petti, alle braccia di coloro che gl'impedivano il passo.—Eccolo! vello!» dissero i Lombardi, mostrando l'avveniticcio ad Alpinolo, che, fissandolo, si trovò a fronte Ramengo.
Invano avea questi voluto sottrarsi all'incontro, ed avere Alpinolo da sè a sè; invano ora accennava al garzone che tacesse, venisse, dovea parlargli. Un padre che abbia scorto un aspide attorcigliato al collo dell'unico suo figliuolo, non fa gli occhi così spaventati come Alpinolo allorchè i suoi scontrarono l'esecrata faccia del traditore.
—Ramengo!» urlò con voce somigliante ai mugghi di toro ferito a morte; e non badando agli atti che questo gli faceva, agguantar di nuovo il randello, sua arma trionfale, e scaraventarsi alla volta di esso, gridando:—Infame spia!» fu un batter di palpebra. I Lombardi, non sapendo spiegare quell'ira, si ritraevano e il lasciavano fare, ma non istette ad aspettarlo Ramengo, che, visto quel flagello, precipitossi dietro ai marmi, ivi accumulati, ed uscendo dall'opposta parte, si ficcò dove la calca era più serrata, e gobbo gobbo tra quel brulicame cercava di sgattajolare. L'iracondo, con un diavolo per pelo, non lasciava però di seguirne le vestigia, ripetendo a gran voce:—Spione! pur t'ho côlto! Largo! guardate la vita! lasciate ch'io l'accoppi! un colpo le pagherà tutte!» e per farsi piazza, batteva da destra, da sinistra su chiunque pe' suoi peccati gli cascasse fra i piedi.
Il vulgo pisano, non diverso dal vulgo degli altri luoghi e degli altri tempi, aveva già provato un poco di dispetto (chi vuole, lo chiami nazionale) al veder che uno straniero avesse riportato l'onore di quel giorno; e, come suole, gliene volevano male i vincitori, non meno che i vinti. Ora poi nel veder quello stesso, se non bastava mostrare di non curarsi del premio, accendersi in ira sì rabbiosa, e senza conoscere il perchè di quella bussa disperata, non se ne davano pace:
I più timidi levavano il volo, come colombi grulli, spaventati; i prudenti s'addomandavano:—Con chi l'ha costui?» e facevano largo; ma quelli di spiriti più vivi, quelli che ancora si sentivan la stizza d'altri colpi toccati dalla mano di lui, perdettero la pazienza, e cominciarono a voltarsegli con un viso brusco, e rompere la strada a lui ed ai concittadini suoi, che per amor di patria, anche senza dimandarne la cagione gli davano spalla.—Per tutti i santi del calendario! (esclamava il popolaccio). E' pare che costui abbia bevuto sangue di drago e pasciuto carne di cocodrillo».
—Vuoi finirla una volta, ambrosiano insatanassato?
E qui tra Milanesi e Pisani cominciava quella battaglia di lingue, che suol precedere la battaglia di mani.
—Fatevi da banda, anime di sambuco! Pisani, vitupero delle genti!» gridavano i Lombardi guardando in cagnesco.
—Andate via, Milanesi mangiafagiuoli», rispondevano i Pisani mostrando il pugno.
—Meglio fagiuoli che non le cee[24] che se ne comprano trentasei per un pel d'asino.
—Che state dunque qua, baggiani da dodici la crazia? che mutate l'Arno nella cantarana di Sant'Ambrogio.
—Ci stiamo perchè possiamo. E però?… spendiamo dei vostri?
Covielli, che un solo Milanese vi ha volti in fuga a diecimila?
—Odi parlare che par tedesco!
—Odi che favellando par che sgargarizzino!
—Sì—no»; le ingiurie eran più che le parole; dalle parole si fu ai fatti:—Sono Guelfi, sono Ghibellini, sono Raspanti traditori»; una frastagliata di minacce, poi para, picchia, martella: una soda baruffa si impegnò, peggiore della prima e di maledetto senno, per calmar la quale ebbero a fare e dire assai, parte i soldati, parte i prudenti e i nobili e il gonfaloniere; più d'uno restò morto sul campo, moltissimi ebbero di che ricordarsene per tutta la vita; ma come spesso nelle baruffe degli innocenti profittano i ribaldi, tra quel bolli bolli potè Ramengo pigliare il tratto innanzi, e tra il pigio della folla, andarsene a Dio ti rivegga.
Quando Alpinolo s'accorse che il più seguirlo era un perder tempo, non vi starò a descrivere che rumore menasse, quanto bestemmiasse quel che si bestemmia quando altro non si sa o non si ardisce, cioè il destino, per averglielo mostro un tratto, poi tolto di nuovo: sopratutto dava biasimo a quei Lombardi come imprudenti, come sconsigliati, per avergli pôrto ascolto; e che bisognava arrestarlo, e che non s'ha a prestar fede al primo avventuriero che capita… ma tra quel rimproverare sorgeva la voce della coscienza a dirgli: E tu?
Allora gli cadevano le parole di bocca e la baldanza di cuore, nè più pensando a rimbrottare altrui, con sè solo la prendeva, tornava a maledire sè stesso, e il dì che nacque, e chi lo generò, e la fantasia entratagli di mettersi a combattere; la quale se non fosse stata, avrebbe incontrato Ramengo, avrebbe fatto le vendette di sè, di Franciscolo, di quell'angelo di Margherita, della patria, per sua cagione perduta, dell'umanità da lui disonorata.
Io auguro che i lettori miei trovino, quantunque in tempi più fieri e meno maliziosi, essere strano che diverse persone dessero nel calappio, teso dal ribaldo. L'auguro per il loro meglio, giacchè questo proverebbe che essi non hanno, ai loro giorni, avuto incontri con simile fiore di scellerati, nè conoscono per prova con quanta sottigliezza sappiano essi insinuarsi negli animi, colorire l'impostura, ammantare di generosità l'infamia, di amicizia il tradimento, e col mutare voci e costumi, placidi coi quieti, iracondi cogli stizzosi, bugiardi con tutti, acquistarsi fede d'ogni parte. L'auguro anche in quanto sarebbe indizio che non hanno mai provato i duri passi dell'esilio, nè quindi indovinano, quanta consolazione rechi, a chi va profugo dalla patria, lo scontrarsi in altri, di sorte e di pensieri conformi; quanto facile sorrida la speranza di potere, con un modo o coll'altro, spesso coi più disastrosi, ricuperare la terra nativa. A chi di tali cose avesse esperienza, pur troppo non saprebbe di stravagante e di improbabile la confidenza che, al primo incontro, posero in Ramengo quei garzoni, e che in lui collocherà un altro nostro amico [25].
Perocchè Ramengo, appena si trovò campato dal pericolo di cadere ammazzato dal proprio figliuolo, comincio fra sè a rammaricarsi e indispettirsi. E abituato com era ad imputare sempre altrui le conseguenze dei suoi proprj delitti, ed a cercare nell'ira rimedio ai rimorsi, anche per questo accidente voleva sempre maggior male al Pusterla.—Perchè egli m'ingannò col mostrarsene amoroso, uccisi la mia donna. Un figlio almeno mi restava di lei, un figlio che poteva formare la mia compiacenza, rendermi invidiato da quelli che ora mi disprezzano, ed ecco fra noi cacciarsi di nuovo quest'infame, e per le pazze sue fantasie, padre e figlio rimangono divisi, inimicati. Ma no; mai non desisterò finchè io non riesca a riconciliarmi col figliuol mio. Torrò di mezzo costui che l'affascina, allora ci ravvicineremo io ed Alpinolo; ricomparirò con esso nella società a Milano, alla Corte. Quando io sarò salito in grandissimo stato, oh chi mi cercherà di qual passo io vi sia giunto? Ma tu, tu maledetto… tu che sei cagione di staccarlo da me, ora so dove ti annidi; e non sia mai uomo se non te ne fo scontare la pena col sangue. Allora solo le poste saranno pareggiate».
E scrisse a Luchino Visconti la lettera che abbiamo trovata in mano del segretario, il giorno del colloquio di lui colla Margherita, nella quale gli chiedeva l'impunità per suo figlio, ed accennava in nube d'essere sul punto di partire per raggiunger il Pusterla. Di giorno più non osò mostrarsi per le vie di Pisa; non tornò all'albergo presso Acquevino, il quale teneva infamata la sua bettola per aver dato ricovero ad un cotale, e ripeteva che di quella genia non ne fu mai stampa, nè mai ne sarà in Toscana. Un bucuccio segnato con una frasca, e dove per pochi soldi dormivano facchini, marinaj e male donne alla loro posta, diede ricovero a Ramengo nei giorni seguenti, ma abbondando di denari e di scaltrimenti, non tardò ad accontarsi con un capitano di marina, il quale, col primo buon vento dovea mettere alla vela per Antibo, e con esso, di fatti, tra pochi giorni abbandonò sano e salvo l'Italia.
Alpinolo, che nè dì nè notte si dava pace per trovarlo, e in tutte le vicinanze lo appostava, e spiava ogni angolo più riposto, ogni concorso più affollato, ebbe un bell'aspettarlo; nè più lo doveva incontrare se non—vedrete in qual orribile luogo!