LA SETAJUOLA
O virtuoso popolo, o santo,
Che, dal diurno lavoro affranto,
Mentre il briaco ozio profonde
In gioje immonde
Il caro prezzo del tuo sudore,
Stai modulando preci d'amore;
O generoso popolo, o pio,
È teco Iddio.
Oh, i tuoi dolori ti sien contati
Quanto dal ricco sono ignorati;
E tu perdona del ricco al volto
Il riso stolto.
C. Destefani.
Tra le rusticali faccende nessuna riesce così gioconda a vedere come quella del filare la seta. È una sollecitudine regolata, un vivacissimo movimento, una pulita attenzione; una fatica non sordida, e rallegrata dall'idea di un felice guadagno e del sostentamento che ne ricavano tante e tante famiglie e interi paesi; talchè rimane gradevolmente commossa l'anima di chiunque sia punto avvezzo a meditare su ciò che lo circonda, a compiacersi del buono, ancor più che del bello.
Gran comitiva di donne, zitelle le più o fresche spose nel calore della stagione cocente, dinanzi al fuoco ed alle caldajuole fumanti stanno lavorando, chi a svolgere gli aurei fili dei bozzoli, chi ad inasparli, mentre altre vanno rattizzando la vampa, o sciacquattando la bacaccia, o levando il saggio sul provino; e chi a pesare, a rimondare, a distribuire.
— Che pena! che noja! direbbe il cittadino, per cui è beatitudine l'ozio; e crederebbe che deve tra loro regnare un dispettoso silenzio, una pazienza irosa. Tutt'al contrario. La gioja più vivace signoreggia nella filanda: qui racconti, qui motti arguti, qui singolarmente allegre canzoni, mal frenate dal severo piglio del padrone, che nei lauti ozii e nelle pingui speranze di lucro, trova a ridire che le assidue lavoratrici si ricreino dallo stento, cantando con quella serenità che è prodotta dalla gioventù, dall'abitudine della fatica, dalla pace di chi nel poco si appaga, e credesi nato per lavorare.
Molte di quelle donne vennero di lontano, abbandonando casa, parenti, conoscenti, amori, per mettersi qui alla soggezione, al calore, alla fatica: ma sanno che, per quel tempo, sollevano dalle spese le povere loro famiglie; sanno che alla fine riceveranno una ricompensa, scarsa se dovesse contarsi coll'occhio dell'uomo agiato, ma larga ai modesti desiderii; sanno che la recheran alle case, ove già calcolarono qual porzione darne alla madre pe' suoi bisogni, mentre coll'altra si rinnoveranno, questa un guarnellino, quella un grembiule, l'altra gli ori, l'altra la tela da ammannire le biancherie pel venturo carnevale, quando andrà sposa al giovane che le parla.
Ma tra questa laboriosa allegria stavasi pensosa la Laurina nella filanda di ***. Maritata da pochi mesi, pure non aveva intorno quei guarnimenti, onde le pari sue amano rinfronzirsi anche nel disordine di quella fatica: ingegnavasi di parer gaja, ma l'animo non glielo consentiva; se rideva, il riso non le passava la gola; cominciava anche essa la canzone colle compagne, ma dopo il primo ritornello era ricaduta nel silenzio.
Eppure soleva essere tutt'altra gli anni precedenti, quando ella era l'anima dell'operosa brigata: cara ai padroni perchè attenta, abile e destra; cara alle amiche perchè sincera, gaja, cuor contento. Adesso, non appena la campanella dà il segno del riposo, balza a scatto dal posto suo, non siede nei garruli crocchi ove le altre si aggruppano a far le comarelle, a contare lungamente le vicende proprie e le altrui, i semplici casi, le semplici riflessioni, e a saporar quel po' di pietanza che mandò loro la madre, condita dalla gioja e dall'appetito. La Laurina all'incontro toglie la sua scodella di minestra e se ne va; nè torna più se non quando le camerate già sono rimesse alla bacinella, tanto che i padroni l'ebbero più di una volta a rimproverare di negligenza. Ed ella rispose: — Hanno ragione; e gonfiandosele gli occhi, tacque, e ripigliò più solerte il lavoro, per rifarli di quel minuto che ha sciupato.
— Ma dove va ella?
Se tu ne richiedi il padrone, sorride, e ti domanda celiando se te ne importa forse perchè essa è belloccia.
Disgustato, ti volgi alle compagne, e le ingenue esclamano: — Eh, povera tosa! ha pur dato la testa in un cattivo muro! mah! e ti lasciano più curioso di prima.
Al tocco di domani appostiamola. Ecco, all'usato esce; infila un viottolo che sbocca alla borgatella qui vicinissima, e lungo la via essa pilucca dalle spinose fratte il lazzo prugnuolo e lo more, e se le mangia con pan di melica; — sgigliola pane risecchito e more e prugnuoli, nel mentre si reca in mano intatta una scodella di minestra, la cui tepida fragranza deve agguzzarlene il desiderio.
Quella straducola riesce appunto alla sua povera casetta sulla soglia della quale sta un uomo, strambellato nel vestire e pien di lordume, dondolandosi sopra un piede, appoggiato allo stipite della portella con una mano alla cintola, l'altra nel giubbone, e fuma una pipa di corno, e guarda. Tutto annunzia in lui la disadattaggine e l'abitudine dell'ozio: scaruffati i capelli; sciamannata la giubba che slabbra da tutte le parti; grinzose le calze e a bracaloni; e dal suo occhio trapela quell'isvanita ilarità che sul volto improntar suole il turpe vizio dell'ubbriachezza.
— Oh sei qui finalmente? grida egli incontro alla Laurina, come appena la vede spuntare. Ove diascolo ti sei badata fin adesso? È mezz'ora che è scoccato il botto, ed io ho una fame che la vedo. Dà qua.
E così, brusco come rasperella, le toglie di mano la scodella, e si trangugia la minestra. La Laurina cortese quanto sa, scusasi con lui, e lo carezza, e — Vedi? non la mangio io per darla a te.
— Oh sonate campane! vuol farsi merito d'una straccia di zuppa! Puh! bada a non sudare. Non è forse tuo dovere? soggiunge colui con un ghigno disvenevole.
— Si (risponde la Laurina) ma con patto che ti comporti da bene. Sei stato al vinajo stamattina?
— No.
— Davvero no?
— No... E poi, sì: ci sono stato: ho bevuto prima un calicino di acquavite, poi una mezzetta, e ho speso il mio santo. Voglio andarci quando mi gira, e so camminar senza falde, e tu non mi devi dottorare addosso, e se non ti piace, ricorri. Ecco, ci sono stato e ci sarei rimasto a bere a rigagno, se l'oste non avesse scritto sul banco: Oggi non si fa credenza. Ma non avevo più un becco d'un quattrino. E sicchè, quando me ne porterai tu?
— Non te n'ho dato anche sabato? Che ne hai tu fatto?
— Oh l'è garbata! mi bruciavano addosso, e gli ho bevuti su; e ti so dire che mi fecero pro. Volevi che murassi a secco?
E dicendo sghignazza; e la Laurina a piangere, ed esso a berteggiarla. — O che? piagnucoli? Già tu le hai in tasca le lagrime, tu. Sta a vedere: o che le parole ammazzano? Piagnucoli perchè ti vedano cogli occhi rossi, e ti dicano: O sposina, cos'avete? e tu: L'è il mio Tita che fa il matto. Oh... e fiottando le misura un manrovescio, scagliando una dovizia di cancheri e di rabbia.
Ma essa lo accarezza, e, dolce come una melappia, — Quando mi hai intesa mai nè tu nè alcuno a dir così? Se ti voglio bene il sai: quel che fo per te lo vedi.
— Di belle cose vedo io: sì, di belle cose! Il passato non mel ricordo: il vino m'ha fatto andare la memoria in acqua. Ma io voglio il presente: capisci? il presente. Ho sete e l'acqua fa marcire i ponti. Voglio quattrini, perchè in fin dei fini ho da vivere anch'io; (e seguita quel gattiglioso con tono crescente) se udrai che avrò fatto qualche cattiva azione, la colpa di chi sarà? E se...
— No no, caro mio: ti calma; non mi far disperare; te ne darò. Oggi è giovedì: doman l'altro mi pagheranno, e faremo metà per uno. Ma per amor di Dio sta buono; non far del male, non rubare, non contrar debiti, e ricordati del Signore. Me lo prometti?
Quel ghiotto, sotto la mano della moglie ammansito come una fiera da colui che gli porge il cibo, la guarda con certi occhi rimbamboliti; e soggiunge: — Sì: starò quieto, farò bene. Ma tu vedi; le tue sono promesse di là da venire: e a me occorrerebbe ora qualche soldo. Guarda a rovesciarmi non ho il seme d'un bezzo.
La Laurina si trae di tasca una mezza lira, e gliela mostra come si fa per mettere in sapore i fantolini, e — Te la darò per te: ma mi devi promettere una cosa.
L'occhio di lui s'è fatto di fuoco al mirare quella moneta. — Sì, sì; ti prometto: che cosa vuoi? dammela tosto.
— Promettimi (ella ripiglia) che oggi non andrai dal vinajo. Hai quella sottana che, già quindici giorni, ti hanno data a rattoppare. Lavora oggi a quella, domani ti pagano: hai que' denari, e poi anche questi.
— Sì, dici vero, soggiunge colui, e sghignazzando le ciuffa la moneta, e si dà a ridere a scroscio, e beffarla, e saltabellare, e intonar una canzonaccia. In quella suona la campanella che richiama le filatore al lavoro: la Laurina, asciugandosi gli occhi e dimenando il capo, si avvia di gran passo là, dove certo il soprantendente la rimbrotterà di questo ritardo; e il marito suo gongolando si difila alla mèscita del vino, e accolto fra i benvenuto di altri beoni che giocano alla mora, sbatte con trionfo la moneta sul deschetto dell'ostiere, e — Qua un orcioletto della vostra sciacquatura di bicchieri.
Sin dalla fanciullezza cominciò quel tentennone a piacersi del far nulla; e in questa inclinazione lo secondò il cieco amore della madre. Suo babbo voleva avviarlo a lavorare la campagna come lui, ma non ne poteva trarre costrutto: e la madre gli diceva: — Non vedete com'è pochino? non ha quelle spallacce digrossate coll'ascia, quelle manacce che avete voi, da fare la talpa e zappare la terra. Avreste a volerlo accoppare il poverino.
Il padre, per amor di pace, lo mise sotto un ferrajo: ma anche qui bisogna adoperar la schiena, e a colui il far nulla era una sanità. Dunque da capo a mutare; lo allogarono con un sartore; ma neppur questo basto non gli entrando, egli salava di spesso la bottega per andare a gironi, gingillar sulle piazze, foraggiare pei campi, tendere varchetti alle lepri, alleggerire i peschi e i tralci. Suo padre si rodeva il cuore, lo rimproverava, lo batteva perfino: ma la madre, — Poveraccio, tu se' magro spento! Mala cosa! ti rintisichiscono in quella bottega: hai bisogno d'un po' di svago. Tè; e gli dava un cinque soldi per andare a confortarsi alla bettola con un bicchierino (diceva ella) di quel che rimette in gamba. Appena pigliò pratica in quei brutti luoghi, Tita saltò la granata; giacchè il vizio è come la quartana: presto si piglia; ma a sradicarla ti voglio.
Quindi ogni briciolino egli tornava a stuzzicare sua mamma per qualche soldo: ed essa gliene dava di quelli che ritraeva dal vender le uova e i pulcini; ma sì, non sarebbero bastati se le chiocce avessero fatto tre volte al giorno. Allora dunque che non poteva smungere nulla, il tristanzuolo ingrugnava che non si poteva avere bene di lui; stava sulle picche e sui dispetti, non voleva saperne di bottega e di obbedienza: se sua madre lo sollecitava d'andare a messa e a confessarsi, gli rispondeva altro se non — Datemi dei quattrini.
Poi, vedete come si riesce da un primo passo in traverso; una volta si trovò scorbacchiato dai compagni che, sapendolo all'asciutto per fargli izza gli dicevano, — Ehi, Tita, non ci stai più al bicchierino? non vuoi fare una partita alle palle? una partita e un fiaschetto? Egli, entrato in casa di una vicina, le tolse un agone d'argento, di quelli che s'infilano nelle trecce, e ne ebbe quaranta soldi, che succiò coi camerati.
La vicina, accortasi, ne levò rumore; la madre di Tita procurò parar via la cosa, e sarebbe riuscita a rimpaciarla se il segretario comunale non ne avesse avuto sentore; sicchè lo denunciò alla giustizia, e a Tita toccò la prigione.
Capite? la prigione come a un ladro.
Fortuna che, tra il perdono della vicina, tra le preghiere della madre e l'essere la prima volta, e il ricoprirlo come ubbriaco, ci fu messo una toppa, onde, pochi giorni apresso, il signor giudice il rilasciò dandogli una seria paternale, e il precetto di più non metter piede all'osteria.
Venuto fuori, la lezione era stata di tal qualità, ch'egli parve aver messo giudizio, e babbo e mamma ne stavano consolati. Ma come la gramigna ricaccia se non è svelta dalle radici, così il vizio. Un giorno le vecchie praticacce di Tita stavano battendosi alla mora sulle pancacce dinanzi alla bettola. E vedendolo passare, — Ehi, Tita, vuoi fare il quarto? o sei ridotto al moccolino? C'è un vinetto da risuscitare un morto.
Egli ci pensa, — E perchè no? finalmente trattasi di una volta. E se nol fo; costoro mi fan martire.
Si giuoca; se ne fa portare una mezzetta, poi un'altra: quell'urlare villano dà buon bere. Il primo sorso sapeva d'amarognolo a Tita, ricordandosi la gabbia; ma pensava: — Tanto non è che un bicchiere: poi all'osteria proprio non ci vo.
Al secondo colpo non fece così brutto ceffo: al terzo allappò la bocca dicendo — Come è buono! e in quattro e quattr'otto si trovò brillo e spensierato. La mattina, quando la balla fu smaltita, egli sentivasi scontento di sè; rinnovava mille bei propositi; ma alla bass'ora, per caso, tornò a passare di là, e guardare ustolando, e quegli oziosi ad invitarlo a giocare ai tresetti. Nicchiò sulle prime, ma quelli lo presero a berteggiare, e — Che? sei forse sul lastrico? non hai più gajo il taschino? Messo al punto, egli giocò e bevve. Altrettanto al domani: poi, bever fuori e bever dentro dell'osteria (pensava egli) non è tutt'uno? Entrò; alzò il gomito più del bisogno; tornò a casa tardi e colle traveggole.
I genitori s'accorsero d'essere alla cantilena di prima; il padre dava nelle furie, ma la madre lo assonnò, e gli diceva: — Sapete che? diamogli moglie, e metterà giudizio. Quanti col torre moglie son diventati tutt'altri!
Il padre, facendo spallucce, rispondeva: — Fate voi. La donna allora pose gli occhi sopra la Laurina; una buona ragazza; un angelo in carne. Aveva costei una nidiata di fratelli: onde i suoi, che erano povera gente, non vedevano quell'ora benedetta di darle il cristiano, pur che sia, per poter dire, — E una.
Veramente quando la mamma di Tita ne fece la chiesta, il maritarla a una stirpaccia di così cattivo nome pesava non poco ai parenti di lei: ma la madre di Tita li confortava. — Sì; ha dato quello scappuccio. Eh! ognuno una volta o l'altra ha da scorrer la cavallina. E chi rompe la cavezza da giovane, riesce poi un uomo come si deve. Adesso, credetemi, ha messo testa; ha un buon mestiero per le mani: del suo cuore poi non vi dico altro. Chiedetene e domandatene a chi volete.
Quelli in fatto cui domandavano, per paura di mormorare, non c'era bene che non ne dicessero, ed era fin troppo per contentare i genitori, il cui scopo astratto è sempre di dar marito alle ragazze. Alla sera dunque la madre domanda a Tita: — Prenderesti moglie?
— Perchè no? risponde questi, immelensito dal vino Ma chi ho da togliere?
— Ti piacerebbe la Laurina del Forno?
— A me sì.
Al domani Tita, rimpulizzito e colla gala smerlata e colla scatola del tabacco, siccome usano qui, andò a trovar la ragazza, e farle le paroline. Essa non ne sapeva nulla; ma visto i parenti usargli cortesie, gliene usò anch'essa, tanto che la madre di lei corse da quella del Tita a riferirle: — Ehi, la va coi fiocchi: il parentorio si farà: le è piaciuto.
Ma quando la chiarirono che si trattava di sposarlo, Laurina diede fuori a piangere, e che non lo voleva perchè era un qua e un là, e perchè aveva rubato, e perchè bazzicava all'osteria, e perchè non aveva il timor di Dio.
Sua madre le recitò una sequenza di ragioni, una più gagliarda dell'altra; e le mostrò la povertà della famiglia, i tanti fratelli; ma essa replicava: — Vedete? non son in qua tutto il di a dipanare seta? Lavorerò anche di più, tanto da fare le spese a me, e un poco anche a voi; ma per carità non mi affogate a questo modo.
La madre s'ingrugnò: vennero le comari a darle della pazza pel capo: — Cosa vai a rimestare, scioccherella che tu sei? Avresti a far Gesù colle due mani. Magari quante lo vorrebbero: e tu non dovresti chiamartene degna. Credi che si trovi un'occasione ad ogni uscio? Hai già ventidue anni suonati: vuoi rimanerti a spulciare il gatto? o presumi scavizzolar un signore di carrozza?
Se ne mischiò anche il signor curato, un buon uomo, di nulla più smanioso che di vedere i giovani e le ragazze accasati, e pieno di fiducia che quel sacramento rimetta il senno a chi l'ha smarrito. Insomma tante e tante gliene dissero, che la Laurina fu indotta a dare il sì, e l'affare si stiacciò.
Andò sposa. Il bel primo giorno, bevi e ribevi, Tita fu messo in terra da una solenne imbriacatura. — Pazienza! sarà stata la compagnia, lo straordinario. Ma egli toccò via di quel passo; onde la Laurina fu chiara che il vizio era nelle ossa, nè le restava di che sperare. Tutto il dì a sbevazzare, tutte le sere a casa ubbriaco: non c'erano più padre e madre da dargli una sbrigliata: se prima al lavoro badava poco, ora niente, e non cercava che passar la giornata senza stracca: poi cominciò a vendere questa o quella masseriziuola della moglie.
E lei? colla pazienza, colla dolcezza (povera fanciulla!) faceva di tutto per indurlo al bene. Avrebbe potuto andare dai suoi e dir loro, — Vedete mo? non ve l'avevo detto io? ma perchè crescere in cordoglio che già capiva che n'avevano? Taceva dunque e mandava giù; e se alcuno le domandasse: «Come va Laurina?»; e a Dio pregava, a Dio espandeva i suoi rancori, da Dio sperava l'ajuto.
Eccovi la storia di quella setajuola. Passò, nel modo che v'ho detto, la stagione della filanda: i denari erano consumati in erba da quel goloso: ond'ella pensa con ansietà al figliuolo che aveva da nascere; per allestire a questo le fasce e i pannicelli, non poteva essa che ritagliare i vestimenti e le biancherie sue; ma tutto era niente, purchè il suo Tita non ne facesse qualcuna: qui batteva la sua continua paura. E perciò non lo perdeva mai d'occhi; lo tenea, quant'era possibile, in casa, li presso di sè, a dar qualche punto lasagnon lasagnone: ma il più del tempo a far nulla, mentre essa lavorava ad accannellare seta per buscare qualche soldo, che difficilmente poteva sottrarre alla colui avidità.
Quando poi egli s'indugiava fuori, correva a cercarlo, massime alla sera, e ridurlo a casa. Se ne ricevesse dei rabbuffi, nol mi domandate, e anche peggio, perchè l'ubbriaco ha perduto il più bel dono di Dio, la ragione; e più non sa quello che si faccia.
Ma un giorno fra gli altri, essendogli riuscito di trovare alcuni soldi ch'ella aveva riposti nel pagliericcio pei bisogni che prevedeva vicini, Tita, inchiodatosi nella taverna, si abbandonò al chiasso e a tracannare vino e vino; il cervello se n'era andato. La Laurina, visto farsi tardi, girò di bettola in bettola sulla traccia di lui; alla fine lo trovò che sciscinando ne diceva di tutti i colori, e attorno una fitta di bevoni, cotti al par di lui, a metterlo su e pigliare pasto delle pappolate che gli cascavano di bocca, e tenergli bordone con delle somiglianti.
La buona moglie se gli mise allato, quanto dolce sapeva, a pregarlo, ad ammansirlo, a volerlo menar via. La gente guardava, e ne facevano scene. Tita un po' e un po' sopportolla, poi sentì pizzicarsi le mani, e balzato in piedi, rosso come lo sverzino, senza lasciar brutto nome che non lo dicesse, la acciuffò, e cominciò a picchiarla da forsennato.
Batter la moglie! e in que' piedi! A quali orrori trascorre l'ubbriaco! Gli avventori e l'oste riuscirono a trargliela dalle mani; essa, tutta pesta e scarmigliata uscì, colui continuò un pezzo ancora le smanie da non si dire, poi, come succede quando la pentola pel troppo bollire trabocca, che spegne da sè la fiamma e calma il bollore, così quello sfogo fece rientrare in cervello il brutale; — Andrò (diceva) a domandarle scusa. È tanto buona! oh quest'oggi ho proprio passato i confini. Non ci voglio tornar più.
Ma come nel lago, quando ci fu burrasca, sebbene il vento abbia dato luogo e le onde si vadano posando, pure tratto tratto un'altra buffata di aria le solleva di nuovo, così accadeva nell'animo di lui. Onde dopo quelle belle parole, ripigliava: — Ma lei, perchè la ha sempre d'arrangolare? perchè sempre mi corre tra' piedi? chi cerca trova. Non voglio padronanze. Le ho sonato un tientamente che deve durarle un pezzo... Infine però, povera creatura! la opera per il mio bene, e son io una bestia da legare. Basta! voglio metter giudizio. Questa Pasqua voglio fare davvero un buon bucato, e diventare un tutt'altro. No; Tita non sarà più Tita come c'è scritto in quell'esempio che la Laurina mi leggeva sul Catechismo. — Ma intanto, la mi lasci stare, se no, vuol sentir sonare più d'un doppio; e se sta volta fu acqua, un'altra saranno tempeste.
Così berciando e barcollando fra la ragione e l'ebbrezza, fra le ispirazioni del suo buon angelo e le tirate del vizio inveterato, mosse verso casa dondolando come disvincolato. Vide la Laurina entrare tutta indolenzita.
— Ecco (diceva egli tra sè) la poverina va in casa, e ci starà a piangere... e in grazia mia. Ma poco appresso la vede uscire: ha sul braccio il fazzoletto da capo, accosta l'uscio e se ne va.
— Ah maligna! ah vipera! esclamava colui assaettato. Lo so: ella va dai parenti suoi a far una scena, a svesciare quel che è successo. Va dal curato a farmi chiamare... Aspetta a me! se mi fa questo, in fede mia, la fiacco di mazzate.
E a stento contenendosi, grullo grullo la seguita di lontan via. La vede passare da casa sua, e non entrarvi; passar dalla casa parrocchiale, e non entrarvi.
— Dove diamine va?
Quattro passi fuor del villaggio sta un oratorio della Madonna addolorata, riverita con gran divozione dai paesani, e che impetra tante grazie a chi la prega di cuore.
Verso quella si volse la Laurina; e come fu presso, si coperse il capo col fazzoletto, entrò, si fece sino alle balaustre, s'inginocchiò e pregò. Tita sulle orme di lei era giunto anch'esso; poi come vide ove capitava, il suo mal genio gli diceva: — Dà di volta, torna all'osteria, che t'aspettano a finir la partita; ma l'angelo buono gli suggeriva: — Entra tu pure in chiesa: osservala; prega anche tu.
A questo diede ascolto: e v'entrò. Non c'era anima, essendo sulla sera e buiccio: vide la tribolata, col volto ascoso nel fazzoletto e curvo sulle mani giunte. Che piangesse ne davano segno i singhiozzi, che tratto tratto la scotevano; tratto tratto ancora si udivano alcune voci che pronunziava più forti, non credendosi ascoltata: — Cara Madonna dei dolori; datemi pazienza! — Non vogliate castigarlo: non sa quello che si faccia. — Perdonategli come gli perdono io. — Toccategli il cuore: — oh cara Madre del buon consiglio! fate che abbia a diventare un buon cristiano e timorato.
Queste voci erano tramezzate da altre, che esso non capiva: saranno state quelle preghiere che impariamo da nostra madre quando siamo bambini; quel saluto a Maria che ripetiamo ogni giorno più volte, che forse neppur intendiamo, ma sappiamo che è una preghiera alla madre di Dio e madre nostra, affinchè preghi per noi Colui che sa tutti i nostri bisogni.
Quando Tita racconta quest'avventura, dice che quelle parole dell'offesa sua moglie lo commossero più che non avessero mai fatto le prediche del signor curato, — e neppure (aggiungeva) neppur quelle dei missionari. E dovette essere proprio così: perchè tacente, mansuefatto, si avvicinò a lei, quasi temendo disturbarne la mesta devozione, le s'inginocchiò a fianco, e pregò. Quand'ella si accorse di lui, lo guardò con una meraviglia lieta e pacata, dicendo: — O Tita, anche tu?
— Sì, rispose egli, perdonami Laurina; e prega il Signore che mi perdoni, come io ti prometto di cambiar vita.
Recitarono insieme il rosario, poi s'avviarono a casa in pace e quiete, facendo proposito di condursi come ella desiderava.
Propositi d'ubbriaco, direte voi che l'avete visto altre volte promettere e ricascare. Ma e la grazia del Signore non la valutate per nulla? Non valutate la fede con cui la Laurina aveva pregato? Ho il piacere di dirvi che Tita, secondo aveva promesso, non fu più Tita. Capì qual tesoro sia una moglie buona: capì che stomachevole vizio è quel dell'osteria, il quale oltre lo scapito dell'anima, vi fa tenere per amici i discoli e i beoni, ed oltraggiare quelli che più meritano rispetto ed amore: istupidisce la mente, logora il corpo, anticipa la vecchiaja disprezzata che fra i vilipendii e gli scherni trascina innanzi tempo a finire la vita, se pure si può chiamare vita quella vergognosa vegetazione.
Tita cominciò a far l'uomo posato; e starsi in casa. Oh! la casa ha una tale attrattiva in sè, che chi la gusta da vero una volta, non se ne svia mai più. Tornò affezionato al mestiero, tornò alla parsimonia, tornò alla quiete: e temperante, e assennato, stette colla moglie al bene e al male che occorre nella vita: bene che tanto s'accresce, male che s'allevia tanto allorchè si divida con una buona compagna. Egli stesso confessa che se qualche volta (per usare la sua espressione) il diavolo lo tenta per tirarlo alle pratiche vecchie, non ha rimedio migliore che ricordarsi i pugni dati a sua moglie.
La Laurina, lieta quanto si può dire, non rifina di ringraziare la Madonna. Alla nuova stagione, eccola ricomparire alla filanda con un bambino in collo: ricomparire festiva e vivace come quando era da marito, e discorrere e canterellare.
Se mai v'accade di passare per quella borgatina, lì sul canto dello sdrucciolo a mancina, per cui dalla strada maestra s'esce ai campi, v'occorrerà alla vista una botteguccia raccoltina, nella quale una donna siede a girar un aspo, mentre un fantolino appena divezzato va baloccandosi sul pavimento coi ritagli di panno che cascano da una tavola, sulla quale un uomo assiduamente lavora, nel tempo che fa bordone alle allegre canzoni di una setajuola. Sono la Laurina, il marito suo e il loro bambino; un inferno mutato in paradiso per la prudente pazienza di una moglie virtuosa.
AGNESE O
LA VEGLIA DI STALLA
Quando gennajo copre di nevi o di brine le campagne, e tutto ringhiaccia alla buffa del tramontano, e sugli ispidi stecchi degli alberi non si fa intendere più lo stormire dei passeri a folate e il crocitare dei corvi, sogliono i contadini temperar lo stridore della stagione facendo crocchio nelle stalle; e a quel tepore lavorando, discorrendo, pregando, dispensare i giorni melanconici e le interminabili serate. Le vecchie già vi si sono crogiolate, non appena al mezzodì si furono refiziate col povero desinare; e poichè alquanto ebbero adoperato la striglia contro il tale e il quale, volentieri si rifanno sui casi di loro gioventù, quando, a sentirle, il mondo camminava così diritto, così allegro, così onesto; rammemorano le persone con cui vissero, e che ora da un pezzo dormono tra i più; e come predicava il curato, antecessore dell'antecessore del presente; e come l'andava innanzi che capitasse il Buonaparte; e del tempo quando v'erano tuttora le streghe e le paure, che ciascuna di esse ha veduto, ha udito cogli occhi, cogli orecchi suoi proprii. L'una rammenta quel palazzotto poco discosto, ove guai che qualcuno si fosse arrischiato di dormire, perchè sulla mezzanotte, vi correva di su di giù la fantasima con grande fracasso di catene, dopo che il diavolo se n'era, corpo ed anima, portato via il padrone, il quale era così ingordo avaro, che in una gran carestia avendo ammassato di molto grano, eppoi essendone scaduto il prezzo, per disperato s'appiccò.
— Io non so darmi pace (così dice la Simona, vecchia impresciuttita e rubizza) di certuni, che queste cose non le vogliono credere. E in castello? Al tempo dei tempi vi stava un cavaliero, che aveva una moglie delle belle che si potessero vedere con un par d'occhi. Ora, venuto geloso d'un bel paggetto, un giorno egli lo fece squartare, gli cavò il cuore, e bell'e fritto, quel cuore lo imbandì alla sua signora. Quando la signora se n'è accorta, si traboccò dalla finestra nella fossa. Il cavaliero poco dopo fece anche lui cattiva fine; e per questo, Iddio ci guardi dal commettere omicidi. Io stessa, non conto ciance, io stessa ho veduto, una volta come mille, un uccellaccio strano, che aveva la forma d'un ferro di lancia, aliare sulla sera attorno ai merli del castello, ed era l'anima di quel cattivo.
— Ma (interrompe comar Giuditta, mentre sbracia il veggio) dopo che vi alloggiarono dentro i Giacobini, quell'uccellaccio non s'è lasciato più vedere, come non ci s'è più sentito in palazzo.
— Uh! coloro, torna su la Simona: erano frammassoni, senza nè legge nè fede, che si ungevano gli stivali coll'olio santo, e giocavano alle palle colle teste dei preti.
— L'avete visto voi anche questo? domanda un'ingenua ragazzetta, che, sopra un sediolino, sta tutt'orecchi a quei paurosi racconti.
— No, risponde l'altra; ma lo dicevano tutti: e questo poi è frumento secco, che non andavano a messa neppure la festa.
— E sì, la festa bisogna rispettarla, aggiunge biascicando le parole la sdentata Teresa. E voglio dirvi questa, che mi contò, deh quante volte, fra Spiridione buon'anima sua. Che, quando si fabbricò il loro convento, avevasi a portare un masso smisurato, da collocare per fondamento al campanile. Sicchè il padre guardiano, il quale era un sant'uomo, pregò i terrazzani che la domenica venissero con tutte le leve, i carri, i bovi a trasportarlo. Si trattava di un'opera in servizio di santa chiesa, eppure quei buoni villani risposero, — Riverenza no; e che sarebbero andati piuttosto il lunedì, prima che cominciasse la giornata. Sapete che? quando comparvero, il padre guardiano si fece loro incontro e disse: — Buona gente, ecco fatto: il Signore, per chiarire come gli sia gradita la devozione che avete al suo giorno, ha voluto far un miracolo; e mostrò loro... indovinereste? quel ceppo, che così massiccio com'era, di per sè erasi levato dal suo posto, e collocatosi dove aveva a stare, nè più nè manco.
— E l'han creduto tutti? domandava la bambinuccia.
— Mi fai giusto da ridere, ripiglia la vecchia. Non volevi che si credesse una cosa tanto straordinaria?
Qui comar Giuditta entra dicendo: — E fu durante la fabbrica stessa, io credo, quando v'era quel converso, il quale faceva di sì spessi miracoli e sì strepitosi, che, per toglierlo dal rischio di levarsi in superbia, il padre priore gli intimò di non farne più senza sua permissione. Ora, mentre il converso stava guardando a murare, ecco si fiacca un palco, e un muratore casca giù fin dal tetto. — Ajuto, fra Vincenzo, gridò il meschino. — Ajuto, replicarono maestri e manovali. E fra Vincenzo tutto cuore avrebbe voluto fare su' due piedi un miracolo, ma n'avea la proibizione, onde stesa la mano, gli gridò: — Fermati, tanto che io corra a domandarne licenza. E corse; ma il miracolo era bell'e fatto, perchè colui si fermò a mezz'aria, come fosse stato in piana terra.
— Eh, i frati! attacca un'altra sospirando. Del gran bene facevano i frati. Tutto il dì, tutto l'anno mai non facevano niente, per poter pregare anche per quelli che non pregano, e massime per noi villani, che, costretti a faticare il giorno intero, non ci avanza tempo da dare a Domenedio.
— E i benefizi che compartivano, dite poco? (È la Simona che parla.) Mai non venivano alla cerca, che non regalassero o una coroncina, o un santino, od almeno non benedicessero il mal di madre, i figliuoli ammaliati, e scongiurassero i bruchi e le formiche.
— E voi cosa davate loro? chiede quella tal ragazzina.
— Oh, un poco di tutta quella grazia di Dio che si coglieva. Caspita! non erano state le loro preghiere che l'aveano salvata dalle brine e dalla gragnuola? Ma non si portava mai al convento una coppia di polli o qualche stajo di grano, che non ci ricambiassero or coll'insalata, or con le carote... Che sgrigno è cotesto? Chiacchierina! porta rispetto, chè di fame non moriva nessuno, e il Signore faceva andare sempre co' fiocchi la campagna: il melgone si comprava a otto lire il moggio, e la gente non era così spessa. E quando d'un figliuolo non si sapea che cosa farne, c'era dove collocarlo: e se il marito o la suocera ci facevano mandar giù degli stranguglioni, si aveva dove andar a vuotare il sacco e chiedere un parere.
— Voi non dite male, no, Simona: così la Teresa. E vorrà forse essere per altro, ma quest'è un fatto che allora non si pativa tante malsanie. Confessate in verità vostra: vi ricorda che, da qui indietro, si parlasse tanto di catarri, di reumi, di tutti questi acciacchi che ora non si dice altro?
— Quanto a questo, rompe il ghiaccio la Betta, che di tutte è la più sufficiente; ho sentito io soggetti che la sanno lunga, assicurare che la causa n'è l'innesto del vajuolo vaccino. Non parliamone nè anche di questo scandalo d'innestare una bestia, e una bestia di quella fatta, sopra i ragazzi, e peggio sulle bambine, che è forse per questo che non hanno ancora gli occhi rasciutti, e già le pajono così maliziose. È bensì vero che molti morivano, molti rimanevano conci nemmeno da vedere; però era uno spurgo necessario come tant'altri, e dopo si campava sani come acciajo. Ora hanno voluto andare contro a quello che veniva di lassù; non so che dire: tal sia di loro.
Fra questi e simili discorsi fatto notte, sopraggiungono vispe, leste le più giovani, e dietro ad esse i garzoni, moscheggiando, barzellettando, soffiando sulle mani aggranchite ed esclamando: — Oh che freddo! Allora così al bujo, è un via vai, un passerajo di cento voci che una soverchia l'altra, una l'altra interrompe; onde se tu volessi trovarne il filo, oh va raccapezzare quel che si ciancia sur un mercato. Dispongono quindi i trespoli e gli scannelli, e cominciano ad acchiocciarsi, a quetarsi. E la Savina dopo aver allegramente contato quel che fece, quel che disse, quel che intese fuori per la giornata, piglia la rocca, e sbattendo il pennecchio del lino — Su via (dice) facciamola finita; è ora d'accendere il lume e lavorare, se ho da ammannire il corredo della biancheria per quando mi fo sposa. E, nel dire, stazzona col gomito un giovinotto che le sta a spalla.
— La lingua batte ove duole il dente, n'è vero? scappa fuori una camerata invidiosetta. Oh, si sa bene che hai l'innamorato.
— Ah ah! ride la Savina. Chi? io? ti par egli? sei pur la dabbene! Così fosse! Ma chi vuoi che mi musi? Ha da venir neve rossa.
— Sì, sì, insiste l'altra. Non farmi la forestiera. Non ti ho forse io scorta jeri quando andavi per acqua, eh? Egli ti pedinava, e che paroline t'ha detto? Oh, se mi tocchi, squatterò io gli altarini. Scommettiamo...
— Neanche un quattrin bucato, interrompe la Savina. Io non me ne ricordo niente. Sarà stato un caso... E poi... se anche fosse, c'è del male? Han fatto così anche le nostre madri, sicchè...
— Adagio, adagio, salta la Teresa. Io so che le vostre madri avevano più giudizio di voi, farfarelle; e, non fo per dire, ma si era belle tanto e più che voi. Eppure si sposava quello che i parenti proponevano, delle volte senza nemmanco avergli parlato; si facevano le cose come andavano fatte; e non si cercava alla fine che di adempire le intenzioni di santa madre Chiesa.
— Non c'era tanta premura d'andar a marito, aggiunge una pulzellona di cinquant'anni. Ma ora voi altre non avete appena i venti, e già vi puzza il fiato, e parlate d'amore, frasche!
— Tempo passato perchè non ritorni, eh? ripiglia la giovane; sempre fu sole e nugolo, grano e loglio. Però, dico io, noi del male ne facciamo noi?
— Questo non si può dire, piglia la parola comar Giuditta. Ma in tali faccende non si va mai cauti che basti, perchè il primo scappuccio, Dio sa dove porta. L'è giusto appunto come quando i puttini scivolano sul ghiaccio: presa una volta l'andata, vatti accatta dove si fermeranno. Ve l'ho ben raccontata, eh, la storia dell'Agnese?
— No, no, replicano le giovani per una bocca. Contatela, comare: contate la storiella: e così al fosco, colle mani sotto al grembiule, se le stringono più da presso per ascoltarla. Essa comincia:
— Era l'Agnese una fanciulla bella come un'immagine, tenera come latte spremuto, ma anche dabbene, che, chiedete e domandate, neppur le vicine poteano dir altro che lodi. Le era morta sua mamma mentre era ancora d'otto o nov'anni, ed essa appena cresciuta un poco, tirava innanzi la casa e la bottega con tanta capacità ed amore, che suo padre non sapeva finire di dirne, e le ripeteva: — Tu sarai la mia consolazione. Udirete che pezzo di consolazione.
In que' tempi la devozione era molto più d'adesso: e la sera del giovedì santo si costumava una bella processione, dove i garzoni e le giovinette rappresentavano il mistero della Passione, coi Giudei, con Pilato e il Cireneo che ajutava nostro Signore, e le Marie che lo piangevano, e tutto. L'Agnese si vestiva da Maddalena, perchè l'aveva la più ricca treccia di capelli, che lasciava cascare sulle spalle; e quanti la vedevano esclamavano: — Oh la bella Maddalena!
Viveva allora nello stesso villaggio un tal Sandro, un garzonotto così d'un vent'anni, non somigliante a questi tisicuzzi d'oggi, fatti di calza disfatta; ma un pezzo d'uomo, ben formato e ben fondato, con due bracciotti da vangar una vigna da sè a sè. In quella processione egli figurava da Giudeo, e toccandogli di stare a fianco della Maddalena per tener dietro colla lancia la folla, cominciò in quell'occasione adocchiare l'Agnese, ed essa lui. Poi, quando in appresso si scontravano per via, essa diventava rossa come una ciliegia, ed egli, passandole a lato, la pigiava un pocolino col gomito: pigiarla; che male c'era? Cominciarono poi a farsi un motto; esso le presentò qualche volta un garofano, e lei lo accettò. — Che male fo io? diceva tra sè.
Venuta poi la state, qualche sera egli pigliava la sua brava zampogna, e su e giù sonandola girellone per la via dove l'Agnese stava di casa. Faceva caldo, ed essa, tanto per godere una boccata d'aria, si metteva un po' sul balcone. Quand'egli passava sotto la salutava colla mano. Sulle prime ella non mostrò di vedere, poi non stette al martello, e fece anch'essa altrettanto: alla fin dei conti che male c'è?
Una sera egli la chiamò in basso tono, e — M'occorre di dirvi una parola. — Ditela pure, essa replicò. — Ma volete? qui così dalla strada? Fatevi abbasso. — Non posso, rispose ella; c'è il mio babbo.
Al domani il babbo non c'era; ella discese a sportello, mise fuori la testa ed ascoltò. Ma il discorso non potè terminarsi quella sera, e al giorno appresso, poi l'altro, e l'altro, sempre egli aveva a ragionarle qualche cosa; e poi quando ella era dabbasso, non si ricordava più, e bisognava riportarsi al giorno seguente.
Di tutto questo non aveva ella fatto confidenza se non ad una sua vicina, che si chiamava la Bia, una buona pastocchiona, di quelle che credono tutto bene, e che, invece di darle una lavata di capo come va, le diceva: — Gli è un dabben ragazzo, se fa per di buono, puoi aver trovato la tua fortuna, e ringraziare Iddio d'aver dato il capo in un buon muro. Guardati però dal far del male, perchè altrimenti il Signore castiga con de' guai grossi ma grossi.
A questo modo tiravano innanzi i due innamorati; poi una sera parve che quello star lì in sulla soglia non fosse che un far bella inutilmente la piazza. Il padre non c'era; era andato alla fiera di Bergamo: ond'ella tolse dentro Sandro e chiusero la porta. Non aveano fatto che entrare quando si sente battere trafelato al picchietto della porta.
— Oh signor Iddio! chi sarà mai? Scappate.
— Non si può.
— Nascondetevi.
— Ma dove?
All'Agnese non suggerì altro nascondiglio migliore che farlo rannicchiare alla meglio in una cassapanca, che teneva da piè del suo letto. Poi corse alla porta e domandò:
— Chi è?
— Chi vuol che sia? sono tuo padre.
Essa tirò il catenaccio, e li sui due piedi inventò una di quelle fandonie che voi ragazze sapete così bene, per iscusare il ritardo e la confusione, che anche un orbo le avrebbe letto in viso. Ma suo padre, che le voleva un bene all'anima, ed avrebbe trovato per lei il latte di gallina...
Ma ora che mi ricordo, bisogna che torni un passo indietro, e vi dica che, quando sua madre era grossa di lei, entrando una volta in casa, trovò accoccolata sul focolare una vecchia, brutta, magra, stenta, con una faccia grinza come pesche alide, che non prometteva niente di bene; abbrezzava tutta e batteva i denti come una gru. S'appose che quella doveva essere una strega; e dandosi a gridare a quanto gliene usciva dalla gola, tolse la scopa di dietro l'uscio e a colpi la cacciò. Non l'avesse mai fatto! Quella befana voltatasele contro con due occhi di basilisco, e facendole una croce sul ventre, rantolò:
— Che quel che tu porti possa essere anch'egli scopato.
Ora per seguitare... Ma dove sono restata?... Ah, mi rinvengo. Suo padre dunque, che avrebbe fatto per lei moneta falsa, la salutò tutto grazia, la trasse in camera, e quivi sedette sulla cassa appunto in cui era chiuso quell'altro: e le cominciò a narrare della fiera, d'un mondo di gente che ci aveva; Tirolesi con cinture di cuojo trapunte e cappellacci lunghi come ombrelli; Turchignotti col mammelucco e la barbaccia e le bracacce; d'un savojardo che mostrava la gran bestia; d'una zingara che contava la ventura; poi seguitava informandola del quanto avea comprato il sapone o i vomeri e le coltri di lana; e perchè fosse tornato un giorno prima, e d'altre cose di egual importanza. Ma l'Agnese, che avea tutt'altro per il capo, stava a cento miglia, e rispondeva sì o no a braccio, e come veniva veniva. Ond'egli le domandava: — Di' su, hai sonno eh? Anch'io. Via, cuocimi due bocconi da cena.
Lesta lesta gli friggeva essa una coppia d'uova, e non vedeva la sant'ora di metterlo a dormire. Ma egli sarebbesi detto che faceva apposta a temporeggiarsi, contando, ripetendo, addomandando.
Basta! quando Dio ha voluto, egli se n'andò. L'Agnese, che era stata come in croce, sente allargarsi il cuore; si chiude in camera, corre alla cassapanca, dà una voce all'amico.... e, non risponde. Che dorma? Gli alza un braccio, ricasca. Gesummaria! gli tocca la fronte... è fredda marmata. Che serve? era morto soffocato.
Come allo sdrucciolare d'un ghiacciuolo per le reni, così la pelle s'accappona alle ragazze, intente al discorso di comare Giuditta, ed esclamano: — Morto? soffocato? O santa pazienza! Che se da prima avevano tenuto gli occhi desti, credendo che la storia dovesse riuscire al solito scioglimento, ora raddoppiando d'attenzione, socchiuse le bocche, sporgono i menti verso la narratrice che il bujo impedisce di vedere: e la Savina ritira la mano che col favore dell'oscurità, si era, senza accorgersi, lasciata stringere nella mano del giovinetto.
Tanto un pochettino d'orrore giova a crescere l'interesse, sia in una panzana da veglia, sia in un racconto da album o da strenna. E la vecchia dello stesso tono proseguiva:
— Quale restasse l'Agnese, voglio lasciarlo pensare a voi. Lì, sola, con un uomo morto; lei che prima sarebbe svenuta di paura a vederne uno anche di lontano: e questo uomo era il suo damo: era morto allor allora; morto in grazia di lei, e quel ch'è peggio, senza neppur confessarsi. Gridare non poteva: suo padre era lì muro a muro, baciava livide e assiderate quelle labbra, che vive non aveva baciato mai; e l'inondava di lagrime silenziose. Si provò di levarlo fuori; oh adesso! pesava il doppio di lei: appena che potesse muoverlo, e la cassa era fonda. Lo spruzzava d'acqua diaccia, gli dava ad annusare aceto, gli scaldava dei panni sul cuore: tutto incenso ai morti.
Che farà? Se lo sa la gente, Dio ne liberi! chiamare suo padre? Cosa direbbe mai? aver tirato in casa un giovane, averlo ammazzato!
Non le soccorrendo miglior partito, risolve di andare per ajuto alla Bia sua vicina; essa conosceva già quell'intrigo; le teneva anzi la corda. Piano piano adunque schiude l'uscio, sguiscia fuori: le ginocchia le si piegavano sotto, come avesse avuto tre mesi la quartana. Monta per la scaletta, e — Bia! Bia! domanda.
— Che chiami, Agnese? caspitere! di quest'ora?
— Zitta, e aprite per carità!
Poi come fu dentro, piangendo, sbattezzandosi, le rivelò il caso.
— Morto! Sandro! andava quella replicando, e spalancava gli occhi, torceva le mani, se le cacciava nei capelli.
— Sarà forse solamente svenuto.
— Magari! soggiungeva la fanciulla. Venite dunque per carità! per amor di Dio! venite, soccorretemi.
La Bia si trasse a compassione, e andò da lei. Già suo marito non era pericolo che tornasse a casa, perchè era un ubbriacone, che non lasciava l'osteria se non quando ne lo cacciavano. Va dunque alla camera, osserva anch'essa, brancica, muove, solletica: — è proprio morto, morto stecchito.
Tutto questo si faceva a chetichella in peduli spiegandosi a gesti, senza trar fiato, per timore che il padre non sentisse. Ma stracco del viaggio questi aveva attaccato, senza bisogno della nanna, e presto fu sentito russar della bella. Visto dunque inutile ogni tentativo, la Bia diceva all'altra, — Calmati; che vuoi? Quel ch'è fatto è fatto. Ora bisogna pensare a rabberciarla, non a fargli il pianto. Qui non c'è altro. Leviamolo fuori; portiamolo sulla strada e lasciamolo lì. Il primo che passa lo troverà, e dirà che cascò d'un accidente.
— In istrada! gettar là così il mio povero Sandro? come un cane? ed è morto per me! Io no, io no. E se gli buttava sopra, e piangeva e singhiozzava, convulsa, spasimante replicando pure, — Io no, io no.
Onde la Bia stringendosi nelle spalle, — Allora non so cosa dire: pensaci tu, e chi s'è visto s'è visto; e faceva viso d'andarsene. L'Agnese la richiamava, la rimboniva, tornavano a consultare, e la risoluzione era sempre la stessa: onde trovandosi tra l'uscio e il muro, anche l'Agnese dovette acconsentire. Fra tutte e due a stento lo cavarono fuori, e chete chete trascinatolo in sulla via, più lontano che poterono, rinvennero ciascuna a casa sua.
Che notte per l'Agnese! Altro che le passate, quando, appena giù, dormiva per ore ed ore della grossa, senza un pensiero al mondo, oppure fra pensieri sereni, giulivi, sinchè svegliavasi col nome del suo Sandro sulla lingua. Ora, altro che dormire! se una pulce basta a tenerci sveglie, figuratevi, con questo posolo sul petto. Lì, presso quella cassapanca, con sugli occhi irremovibile quel cadavere, che smanie, che batticuore! Si gettava di qua di la pel letto: si copriva sotto le coltri: si tappava gli occhi, gli orecchi; ma sempre le pareva di vederlo; sentivasi ancora sotto le mani, sulle guance, alle labbra il tocco di quel gelo inanimato. — Ma chi sa? forse quello non fu che un male, uno svenimento passeggiero: si sarà riavuto, tornato a casa sua, e domani lo vedrà ancora. Che consolazione, rivederlo vivo!.... Ma.... che gli dirò? averlo gettato fuori a quel modo? E raddoppiava il pianto, come cresce la pioggia dopo che un lampo rischiarò per un momento l'oscurità. Poi aveva da venire la mattina: la voce si sarebbe sparsa: suo padre comparirebbe, e non poteva non accorgersi dello stato di lei. Cosa dirgli? come scusarsene? come contenersi con chi le racconterebbe la morte del povero Sandro?
Di fatto la mattina buon'ora si sente un pissi pissi, un via vai per la strada, un visibilio di congetture; il padre si affaccia alla finestra e domanda: — Che novità c'è?
— Non sapete? risponde uno che passava. Hanno trovato morto Sandro.
— Cosa mi dite! ammazzato?
— Mai più: non ha nessuna ferita, non gli hanno tolto i soldi; deve essere stato un colpo d'apoplessia. Povero giovane! e tirava innanzi.
Il padre corse alla camera della figliuola. Che coltellata per lei allorchè sentì tirare il catenaccio! Sforzatasi a dissimulare, quando esso le contò l'occorso, si finse nuova di quel caso, ma non potè a lungo tenersi di non rompere in un pianto dirotto, e dare sfogo al crepacuore represso. A suo padre parve quel cordoglio fuori di misura, pure pensò fra sè e sè: — Bisogna che fosse un po' briciolata di lui, tanto più che, uscendo, intese dirsi dalla gente: — Porterà il bruno, eh, la vostra Agnese, che gli parlava!
Ma l'Agnese, dopo una tale batosta, non è più quella. Non le dà il cuore di lasciarsi vedere attorno, onde in casa a piangere, a strillare. Se sta su, tutto le fa ricordare di lui: se si corica, non vi dico altro. Guai se un mobile scricchiola di notte! guai se ode sbatacchiare una finestra! guai se un cane ulula per la strada! Passano e passano giorni, ma il dolore non si disacerba. Suo padre, che la sente ogni tratto mettere singhiozzi da soffocare, le dice: — Ti compatisco: gli volevi bene, eh, a Sandro? perchè non me n'hai fatto motto, ma ora che vuoi crepargli dietro? Si dava ad intendere di consolarla, ed era come si scarificasse una piaga, fresca tuttavia e sanguinante: onde ella dava in nuovi scrosci di pianto, e diceva cose che nessuno la capiva. La gente vedendola così accorata, la lodava di fedeltà; alcune tolsero a confortarla, pensando più al ventre che al cuore, come fanno spesso le comari; molti ragazzi dicevano alle loro belle:
— Badate mo l'Agnese. Quello si chiama voler bene. Ma voi, se io morissi, vi voltereste ad un altro; e chi n'ha avuto n'ha avuto; è vero?
Unico ristoro le era la Bia. Con lei si cavava la voglia del piangere; con lei diceva quel che le passava in cuore, quel che doveva nascondere a tutti gli altri! con lei andava al camposanto a recitar il rosario per quella povera anima. Ma poi se la pigliava anche contro di essa, la riguardava come il solo testimonio del suo delitto; come un essere da cui dipendeva il renderla la più misera delle creature: e tremava che un giorno o l'altro potesse manifestarlo. E per quanto si sforzasse in vista di far la disinvolta e accarezzarla e tenerla colle belle belline, dentro se ne rodeva, e tutto quel che la Bia facesse, lo prendeva per traverso. La udiva cantare? le pareva insultasse al suo dolore. La vedeva parlacchiare con qualche altra? ne entrava in gelosia. Sentiva zufolarsi le orecchie? — Sarà la Bia che rinvescia tutto. Le parlava talvolta di quel povero figliuolo? — Lo fa a bella posta per rinfrescarmi il dolore. Se la Bia diceva, — Tienmi i ragazzi finchè io vada al mulino o a risciacquar il bucato, — Ecco (pensava ella) fin da serva la mi fa fare. Se le cercava un pugno di sale, — Due, rispondeva; ma fra i denti brontolava: — La si vuol far pagare perchè non soffi. In ogni occhio che la fissasse credeva leggere la sua accusa: — Certo colui o colei sa il caso mio; e chi può averglielo detto se non la Bia? Al vederla dunque le veniva verde il sangue; e perchè quando c'è una cosa nel cuore, è come la tosse, che non si può nasconderla, certi atti bisbetici, certe frasi piccose che le scappavano contro voglia, lasciarono alla Bia comprendere il vero. Così cominciarono a raffreddarsi, a gattigliare, e stare ciascuna sulla sua; e l'Agnese a odiare quell'altra come il mal di capo, e crescere così il suo pericolo immaginario. Più non si vedeva innanzi che fantasie paurose; non sognava che la giustizia; il pronostico fatto dalla strega a sua madre le ribolliva nel capo come vicino ad avverarsi, e tutto in grazia di chi? in grazia della Bia. E credeva vedere che costei andasse a darla fuori, a servir di testimonio, onde le pareva di non potere aver più bene al mondo finchè al mondo vi fosse colei. La morte di essa era il voto che mattina e sera faceva nelle sue orazioni: quando tornavano le solennità, vi si preparava colle novene, col digiunare; poi confessata e comunicata, inginocchiavasi sulla nuda terra, e storcendo le mani, e colle lacrime agli occhi, diceva: — Caro Signore! pei meriti della vostra passione, vi prego, vi scongiuro, fate morire la Bia.
Ma la Bia, non s'insognava di morire. Anzi una volta, avendo ricevuto dall'Agnese non so che torto, la Bia che doveva avere mal desinato, ripicchiò; e qui botta e risposta, se ne dissero fino ai denti, e la donna si lasciò scappare di bocca che la dovesse badare a quel che diceva, perchè in fine de' fini stava da lei il mandarla col muso alla ferrata.
Non l'avesse mai detto! L'Agnese se prima andava a spasso col cervello, allora, vi diede volta affatto. Quella notte la passò come sulle ortiche. Quando, spossata dal piangere si addormentò, che sogni! che paure! Cani rabbiosi che le saltavano adosso, un toro che la inseguiva perchè era tutta rossa di sangue: le pareva di scappare in camera, serrarsi dentro; ma ecco le finestre sbatacchiare benchè chiuse, e pel buco della toppa entrare un fantasma e succiarle il sangue di sotto le ugne dei piedi: essa lo affissava, e quello andava tutto a fuoco e fiamme, sporgeva gli occhi dalla livida faccia, come gli aveva veduti a Sandro in quella sera funesta e le diceva: — Son dannato in grazia tua. Essa faceva per gridare e non poteva, perchè sentivasi strozzare: toccavasi al collo, era il capestro che le aveva messo il boja. Stralunava gli occhi intorno: ecco lì tutta la gente del suo paese, tutte le sue camerate a vederla impiccare; ed una fra queste sporgersi su, e beffarda ghignarle in faccia: — era la Bia.
Balzò dal letto atterrita, trambasciata: tutto quel giorno una orribile convulsione l'agitò; acciocchita dava al capo per tutti i muri: le pareva di avere il fuoco nella testa, e s'appoggiava agli stipiti dei camino, ai ferri, per sentire un momento di refrigerio: si buttava su quella cassapanca, e non piangeva più. Usci col secchio per andare attingere, poi quando fu fuori, non si ricordò più: e va e va... Avete sentito, ragazze, di certi che vanno in volta bell'e dormendo. Tal quale l'Agnese. E va e va, trovasi dinanzi al cimitero: è aperto il cancello; s'avanza. — Ove diamine andate? lo grida una vociaccia. Era il sepoltore che stava scavando una fossa. A quel suono risentitasi, ella diede uno strillo, guardò intorno, si rinvenne; e coi capelli irti come un pettine di lino, fuggì a rotta di collo, come se alcuno le corresse dietro.
Quel giorno non mangiò, non parlò, non pregò. Sulla sera crebbe la tempesta. Tra il fosco e il chiaro, seduta coccolone, colle tempie fra le mani e le mani sui ginocchi, stette un pezzo a ruminare: poi come risoluta, balzò su a scatto di molla, ed esclamò; — Conviene che ella muoja! abbrancò un coltellaccio, salì dalla vicina, e cogliendola sola e sprovvista, glielo cacciò nella gola.
— O Madonna santa! esclamano prese di ribrezzo le villane ascoltatrici, mentre comar Giuditta raccoglieva il fiato: e stringendosi l'una più presso dell'altra, le domandano ansiose: — E sicchè, e sicchè?
— Sicchè (continua la vecchia) tardi tardi, secondo il solito, e secondo il solito ubbriaco, torna casa il marito della Bia, e trova questo spettacolo. Si pone a gridare, a chiamare accorr'uomo; traggono i casigliani, trae il vicinato, vedono, oh vedono la donna che dava i tratti in un lago di sangue.
Chi può mai essere stato? Non i ladri, perchè non manca un bruscolo: nessuno ella aveva per nemico; non può apporsene che a suo marito. Egli solo andò in casa: era avvinazzato: l'avrà intesa arrangolare perchè entrò tardi, e le avrà dato. Il bargello, fondandosi sulla voce del popolo che è voce di Dio, mette senz'altro le mani su lui; presto presto, per dare un terribile esempio, si fa il processo sul luogo: lo interrogano, egli nega, lo mettono alla tortura.
Voi non sapete, ragazze, cos'è la tortura, eh? perchè adesso non la si usa più. Ma al tempo mio, quando uno era sospettato d'un delitto, fosse come capo di ladri, o come strega, o bestemmiatore, o un di quelli che untavano per far venire la peste, lo pigliavano: il signor giudice gli domandava, — Sei stato tu? Se l'altro schiodava, dio con bene: se no, il signor giudice ordinava: — Mettetelo alla corda.
Voi tutte avete visto il macello, quando il beccajo, dopo scannato il bue, lo tira su, legato per le gambe ad un verricello. Su quel fare immaginate la tortura. Il reo, ossia l'accusato ch'è tutt'uno, veniva legato colle mani dietro, così; con una corda incarrucolata l'alzavano, e a volta a volta davano delle buone strappate, come si fa col martino quando si conficcano i pali nell'argine; e lo facevano saltare dieci, venti volte, quante al signor giudice piacesse. Di ragione, se colui non voleva che le braccia restassero attaccate alla fune, conveniva che confessasse; e così si scoprivano i malfattori, poi s'impiccavano, si squartavano, s'inrotavano. Di questi esempii non passava, sto per dire, settimana, che non se ne udissero; e perciò delitti non ne succedevano. Ora tali usanze sono dismesse, e il far il ladro è divenuto una bazza.
L'uomo della Bia fu dunque posto al tormento, e lì il signor giudice, — un fior di giudice, dalle cui unghie non era mai uscito alcuno savio; ma insieme una brava persona, pieno di pazienza e piacevolone che diceva barzellette fin nel condannare alla morte. Il signor giudice, come dicevo, prima lo esortò colle buone a dir la verità; poi, vedendo che negava, ordinò, — Tiratelo su.
Nel suo seggiolone, appoggiato il gomito al tavolino e il mento alla mano, stava egli osservandolo, e con tutta pazienza aspettando che confessasse; ma quegli duro. Allora il signor giudice: — Ehi, dategli un pajo di strappatine. L'altro pianse, strillò, invocò il Signore, la Madonna, san Giuseppe, ma tenne saldo.
Al vederlo così ostinato, sarebbe montata la stizza anche al santo Giobbe: ma il signor giudice colla solita calma, vòlto al manigoldo e facendogli d'occhio gli disse:
— Ebbene, com'è così, calatelo giù.
L'aguzzino, che capi il segno, calò l'accusato tanto vicino al pavimento che lo rasentava colla punta dei piedi. L'uomo che erasi sentito resuscitare da morte a vita in ascoltare quell'ordine, vedendosi ora così presso terra, che un poco più che si allungasse la toccherebbe, per raggiungerla stiravasi da sè medesimo di tutta forza e così per la speranza di finirli, accresceva nel più orribile modo i suoi tormenti.
A vederlo sgambettare, il manigoldo schiattava dalle risa: l'istesso signor giudice turava la bocca, perchè non gli scappassero: in fin che l'altro, non potendo resistere a quel nuovo spasimo, domandò per amore, per misericordia che lo calassero affatto, e avrebbe detto ogni cosa.
Di fatto confessò che era stato lui ad ammazzare sua moglie, perchè n'era sazio, perchè rantolava sempre, perchè voleva torne un'altra; insomma tutto quello che il signor giudice gli suggerì. Questi contento della buona uscita del suo processo, buttò fuori la sua brava sentenza con qualmente il reo fosse scopato e poi impiccato; e andò a desinare.
La giustizia, cioè il boja, venne subito da Milano, con un carro a tiro a due, e suvvi ceppo, ruote, corde, tanaglie, un arsenale di roba da mestiero; e a vedere e non vedere, ebbe piantata la forca sulla piazza. Al domani tutto il paese, tutto il vicinato corsero in folla per vedere castigare lo scellerato uccisore di sua moglie; e il boja trattolo fuori di prigione, cominciava a scoparlo. Quand'ecco accorrere una ragazza scarmigliata, ansante, pallida, contraffatta, sfondando la folla e gridando come una indemoniata:
— È innocente; non ne sa nulla.
Tutti ravvisarono subito l'Agnese, e cominciò a levarsi un bisbiglio: perchè sebbene l'uomo della Bia si trovasse sempre aver bevuto davvantaggio, non si sapeva che avesse mai torto un capello a nessuno; onde molti avevano penato a crederlo capace di tanto eccesso prima che il signor giudice avesse proferita la sentenza. Proferita questa, fu un altro cantare, perchè la sarebbe grossa che avesse a sbagliare il giudice; e quando una cosa passò in giudicato, non se ne deve più dubitare.
Ma allora udendo le parole dell'Agnese, cominciarono alzar la voce, e corsero dal signor giudice e gli raccontarono l'occorrente.
Questi si trovò allora in un bel imbarazzo. Il processo era stato fatto in tutte le regole; in tutte le forme data la sentenza; e poi, si sa, a ciascuno piace esercitare la propria abilità. Perciò sulle prime egli procurò di buttar per matta la ragazza e che intanto la condanna si eseguisse; ma poi, sentendo il gridìo della gente, e massime le ragioni del signor curato, ordinò che si sospendesse l'esecuzione. E udendo il boja star di mal umore per aver fatto il viaggio per niente, gli disse: — Colpa tua, dovevi sbrigarti più lesto.
Intanto la ragazza, e non fu bisogno di corda, spiattellò di punto in punto tutta la storia, dalla morte di Sandro in avanti: visitata la casa, si trovarono i panni sanguinati, si trovò il coltello. Figuratevi che dire ne fu per il paese! Vi basti che fino il giudice pareva quasi averle compassione e diceva che quanto a lui, non gli sarebbe importato niente anche a salvarla. Ma il bianco sul nero c'è per qualche cosa, e la legge canta: Chi ammazza muoja.
Il marito della Bia lo tennero un poco in prigione per aver deposto il falso in giudizio, poi lo mandarono all'ospedale a guarir delle storpiature; ed il boja tornò a consolarsi, perchè il giuoco che doveva fare all'uomo lo fece all'Agnese.
— Povera ragazza! esclamano le fanciulle asciugandosi gli occhi.
— Povero suo padre! esclama un vecchio; e si fa attorno un silenzio meditabondo. Questo silenzio pare a comar Giuditta il miglior elogio che possa farsi al suo racconto, e però, dopo un pezzetto, ripiglia: — Guarda mo! quell'acqua cheta, quella ragazza così florida, così bella, chi l'avrebbe detto che aveva a finire così? E non è già questa una pastocchia, ma un caso vero, quanto è vero che le comete annunziano malanni. Il paese è qui dalle vostre parti, e mia madre aveva parlato con delle vecchie che erano vive quando questo è accaduto. Imparate dunque, o ragazze...
— A non chiudere l'amoroso nella cassapanca, l'interrompe la Savina; e uno scroscio di risa universale tien dietro a quest'arguzia. Poi, come, avanti giorno, un passero che cominci a zirlare basta perchè sull'istante si sveglino tutti gli altri che dormivano, ed è uno stormire, un cinguettìo, un frascheggiare di mille uccelli, così, rotto l'incanto, si suscitano trenta voci discordi, che fitte fitte si succedono, s'intralciano, s'interrompono. E l'una dice; — Oh! di queste cose non ne succedono più; un'altra: — Ma che colpa n'aveva quella povera zitella? la terza: — Per uno scappuccio, alla forca!
— Oh! soggiunge la morale Simona; ogni colpa è di sua madre, che maltrattò quella strega, e per questo bisogna guardare a chi si fa del male.
— Sapete che? salta su la Betta, quella tal sufficiente: La vera ragione è che l'Agnese era nata sotto un cattivo pianeta.
Comar Giuditta prova e riprova di ricondur il silenzio, la meditazione e tornar padrona della veglia per potere spacciar alquanto di quella morale onde son piene le fosse: ma chi arresterà la girandola dopo appiccata la scintilla? Cresce anche di più in più il bisbigliare, il chiaccolare, che è una sinagoga; finchè nel lucerniere si pianta il gancetto d'un lumuccio a mano, fioco siccome quello che si accende ai morti; e la Savina, non senza un'occhiata al suo giovinotto, con voce viva da passare il tetto, comincia a cantar allegramente Mamma mia, non mi sgridate: tutte le altre le si accordano; e lo spavento col quale la comare sperava d'aver fatto più frutto che un padre delle missioni, si dilegua in un vivace biscantare.
Così la sinfonia che accompagnò al cimitero un soldato estinto, con flebile armonia da mettere l'angoscia nel cuore, non appena è gettata sul cadavere la terra, intuona una coraggiosa marciata, che dissipa la melanconica impressione, quasi sia troppo il continuare più di mezz'ora la compassione all'uomo, il cui mestiero è il patimento e la morte.
1834.
FINE.
[ INDICE]
[Cesare Cantù]
[La Madonna d'Imbevera]
[La battaglia di Verderio]
[Nota]
[Il castello di Brivio]
[Nota]
[La setajuola]
[Agnese o la veglia di stalla]