FOOTNOTES:
[1] Ἰταλὸς significa vitello; e vitalia, vitlu, italia nelle iscrizioni umbriche ed osche esprimono ora il vitello, ora il paese: onde gli etimologi dedussero il nome della patria nostra dall’abbondarvi i bovi. Altri la denominano da un Italo immaginato re de’ Siculi. Alcuno pensò ad Atlas, e ne argomentò l’origine africana della civiltà italica, appoggiandosi al Quæ docuit maximus Atlas di Virgilio. Altri con Bochart (Geografia sacra, lib. i, c. 30) riscontra una derivazione fenicia; poichè Itaria in parlare arameo dinota terra della pece, come terra dei metalli Ilipa, corrotto poi in Ilba ed Elba. A chi s’appaga di tali prove potrebbero dar appoggio i nomi locali, consoni in Italia e nella Cananea: popoli Sabini e Raseni sedevano presso alla Mesopotamia; Phik di Siria ricorda il Piceno; Marsi Elojon era città del littorale di Siria, presso alla quale il fiume Macra, fiume che abbiamo noi pure tra i Marsi; in Armenia è Ameria; in Mesopotamia è Alba; Aulon è paese di Palestina presso al Giordano, e colle presso a Tàranto; a Caparbio di Italia corrisponde Capharabis d’Idumea; a Colle in Toscana, Cholle della Palmirene; Tamar è in Campania e in Siria, Tebe in Siria e ne’ Sabini, ecc. Vedi una memoria letta dal Fabbroni all’Accademia toscana nel 1803. Queste etimologie di paesi meritano studio serio, e per fini più elevati che non sieno i trastulli dei così detti eruditi.
[2] Polibio, lib. ii, c. 16, dice già che il Po ἄγει πλῆθος ὔδατος ὀυδενὸς ἔλαττον τῶν κατὰ τὴν Ίταλίαν ποταμῶν.
[3] Per dire solo d’alcune delle moderne, a Cassano (1259, 1705, 1799), a Vaprio (1324), a Fornovo (1495), ad Agnadello (1509, 1705), a Melegnano (1515, 1859), alla Bicocca (1522), a Romagnano (1524), a Pavia (1525), a Chiari (1701), a Torino (1706), a Roveredo, ad Arcole, a Lonato, a Castiglione, a Lodi (1796), a Rivoli (1797), a Caldiero (1796, 1805, 1813), a San Giorgio e alla Favorita (1797), a Magnano (1799), a Marengo e Pozzuoli (1800), a Custoza (1848, 1866), a Novara (1500, 1849), a Solferino (1859), ecc.
[4] Ῥήγνυμι, svelgo. Dolomieu, nella Memoria sui tremuoti della Sicilia, credè dimostrare geologicamente il fatto. Cluverio raccolse i passi di antichi che lo attestano:
... Zancle quoque juncta fuisse
Dicitur Italiæ, donec confinia pontus
Abstulit, et media tellurem repulit unda.
Ovidio, Metam. xv. 290.
Hæc loca, vi quondam et vasta convulsa ruina
(Tantum ævi longinqua valet mutare vetustas)
Dissiluisse ferunt; cum protinus utraque tellus
Una foret, venit medio vi pontus, et undis
Hesperium Siculo latus abscidit, arvaque et urbes
Litore diductas angusto interluit æstu.
Virgilio, Æn. iii. 414.
Ma De Buch, confrontando i monti Peloritani col gruppo dell’Aspromonte in Calabria, nega che la Sicilia sia mai stata unita al continente, lo che avevano già sostenuto Brocchi nella Biblioteca italiana, e Gemellaro nelle Effemeridi scientifiche e letterarie della Sicilia, 1840, n. 78.
Vedi pure Tenore, Essai sur la géographie physique et botanique du royaume de Naples, pag. 23.—Brocchi, Dello stato fisico del suolo di Roma, 1820; Conchigliologia fossile subappennina—Breislac, Observations lithologiques sur la ville de Rome;—Nibby, Analisi della carta dei contorni di Roma;—Cramer, Descript. of ancient Italy;—poi Nesti, Collegno, Sismonda, Pareto, Marmocchi, Pilla, ecc. In questo momento essi son caduti di grado, prevalendo le teoriche dello Stoppani, Corso di geologia.
I cambiamenti della superficie terrestre non passarono inosservati dagli Italiani antichi, quantunque ne sconoscessero l’estensione e le cause. Ovidio, nel xv, 254-273 delle Metamorfosi, canta:
Non perit in tanto quidquam, mihi credite, mundo;
Sed variat, faciemque novat....
(Ecco la dottrina recente della inalterabile quantità non solo di materia ma di forza.)
Vidi ego quod fuerat quondam solidissima tellus
Esse fretum; vidi factas ex æquore terras;
Et procul a pelago conchæ jacuere marinæ,
Et vetus inventa est in montibus anchora summis;
Quodque fuit campus, vallem decursus aquarum
Fecit, et elurie mons est deductus in æquor:
Eque paludosa siccis humus aret arenis,
Quæque sitim tulerant, stagnata paludibus hument.
Hic fontes natura novos emisit, et illic
Clausit, et antiqui tam multa tremoribus orbis
Flumina prosiliunt, aut excœcata residunt etc.
[5] Pilla, Annali civili di Napoli, quad. xl;—Philippi, Cenni geognostici sulla Calabria.
A Carlo III erasi proposto di riaprirvi quel canale, idea già brillata a Dionigi di Siracusa. Plinio, Naturæ historia, iii, 15: Nusquam angustior Italia; vigintimilia passuum latitudo est: itaque Dionysius Major intercisam eo loco adjicere Siciliæ voluit.
[6] Nel lago sacro presso Reate, in quelli di Vadimone, di Statone, di Bolsena e di Modena, Dionigi d’Alicarnasso, i due Plinj e Seneca vedevano isolette galleggianti; quædam insulæ semper fluctuant. Naturæ historia, xi. 96.
Non mancano ragioni per sostenere che i monti del sistema detto delle Ande emergessero dopo la creazione dell’uomo.
Huic monstro Vulcanus erat pater: illius atros
Ore vomens ignes, vasta se mole ferebat...
Faucibus ingentem fumum, mirabile dictu!
Evomit, involvitque domum caligine cœca,
Prospectum eripiens oculis, glomeratque sub antro
Fumigeram noctem, commixtis igne tenebris.
Æneides, viii, 198 e 252.
[8] Mémoires sur les îles Ponces, Parigi, 1788.
[9] Dopo i tanti che ne discussero, pare a tenere che il livello del golfo di Pozzuoli nei primi secoli dell’era vulgare stava circa tre metri più basso; nel medioevo, otto metri più alto; poi andò dibassando fin a settant’anni fa, quando ripigliò il moto ascendente. Si può dunque anche alle coste d’Italia applicare quel che Lucano alle nordiche, Phars. i. 409:
Jacet litus dubium, quod terra fretumque
Vindicat alternis vicibus.
[10] Ramazzini, De fontibus Mutinæ. Vallisnieri, Opusc., pag. 56. È noto che colà da antico sono praticati i pozzi, che ora si denominano artesiani.
[11] Dopo Adria, al fondo d’una cala s’incontravano a mezzodì un ramo dell’Adige e le Fosse Filistine, corrispondenti alla traccia che seguirebbero il Mincio e il Tartaro se il Po fluisse ancora al sud di Ferrara. Il delta veneto forse occupava la laguna di Comacchio, e lo traversavano sette bocche dell’Eridano, che sulla sinistra, ove esse diramavansi, aveva la città di Frigopoli nelle vicinanze di Ferrara. Septem Maria chiamavansi le acque stagnanti negli intervalli. Risalendo la costa settentrionale, dopo Adria vedeasi la foce principale dell’Adige, detta pur essa Fossa Philistina; poi Æstuarium Altini, mare interno, separato dal grande per una schiera di isolotti, in mezzo ai quali trovavasi un arcipelago chiamato Rialto, futura Venezia. Al secolo xii, tutte le acque del Po scorrevano a mezzogiorno di Ferrara nel Po di Voláno e nel Po di Primàro, dove oggi è la laguna di Comacchio. La riva era diretta sensibilmente da mezzodì a tramontana a dieci o undicimila metri dal meridiano di Adria, passando là dove ora sporge l’angolo occidentale del recinto della Mésola; e Lorco, al nord di questa, ne distava appena ducento metri. Verso la metà di quel secolo le acque grosse del Po, sostenute da dighe a sinistra, presso Ficarólo, diciannovemila metri a nord-ovest di Ferrara, dilagarono sulla parte settentrionale del territorio di Ferrara e sul Polésine di Rovigo, e buttaronsi nei due canali di Mazorno e di Toi. Forse l’uomo tracciò questa strada, in cui più sempre affluendo, spoverironsi le bocche di Volano e Primaro, e in meno d’un secolo furono ridotte quali oggidì. Nuovi canali s’aperse il fiume, e al cominciare del secolo xvii lo sbocco di tramontana, che n’è il principale, trovavasi vicinissimo alla foce dell’Adige, donde i Veneziani lo scostarono col taglio di Portoviro nel 1604. Dal secolo xii al xvii le alluvioni s’inoltrarono assai entro mare. Il ramo di tramontana nel 1600 sboccava a ventimila metri dal meridiano suddetto, quello di Toi a diciassettemila; talchè la riva era proceduta nove o diecimila metri al nord, e sei o settemila al sud; e fra le due trovavasi una cala, detta Sacca di Goro. Più gli sbocchi a mare si allungavano, più cresceano i depositi, sì pel scemato declivio delle acque, sì perchè inarginate, sì per le maggiori materie trascinate dai monti dissodati: la Sacca di Goro fu presto colmata; i due promontorj, formati dalle due prime bocche, si unirono in uno, la cui punta ora è da trentadue chilometri dal meridiano di Adria; sicchè in due secoli le bocche del Po usurparono quasi quattordicimila metri di lunghezza al mare. Dal 1200 al 1600 le alluvioni procedettero dunque venticinque metri l’anno, e settanta ne’ due ultimi secoli.
Queste sono a un bel presso le conclusioni del Prony, che sotto il Regno d’Italia avea avuto l’incarico di sistemare le nostre acque; e l’autorevole nome di lui, e l’esser francese fecero che l’asserzione venisse accettata senza esame, anche in opere serie, e valesse perfino a determinazioni pratiche. L’ingegnere Lombardini, colla storia e col livello alla mano, temperò quelle esagerazioni: non che il fondo del Po si trovi superiore ai tetti di Ferrara, la sua piena nè tampoco arriverebbe al primo piano delle case; carreggia annualmente da trenta in quaranta milioni di metri cubi di materie alla foce, sicchè la superficie delle sue alluvioni in un anno cresce di centredici ettare, nè progredisce in mare che un metro e mezzo; l’arginamento poi, necessario per salvar le campagne, non che rialzi il letto, anzi crescendo la rapidità lo farebbe sgombro, se altre circostanze non valessero a mantenervi i pericolosi ingombri.
Nel 1856 il veneziano Paleocapa a proposito del taglio dell’istmo di Suez ragionò del protendimento delle spiaggie dell’Adriatico. Questo golfo ha l’imboccatura più stretta fra Otranto e l’Albanía, larga appena settanta chilometri: di là fino a Trieste s’estende novecento chilometri da sud-est a nord-ovest, colla larghezza media di centottanta chilometri. Alle profondità maggiori, cioè di centottanta in ducento metri, si trovano gran letti di crostacei, cetacei e polipaj, misti con arena e terra; ma per lo più il fondo è fangoso: verso l’Istria s’incontrano roccie; verso Italia sabbie o argille tenaci. Forti le maree, che nelle sizigie a Venezia salgono fin ottanta centimetri sopra le ordinarie; e talvolta, combinandosi coi venti sciroccali, tino a due metri; ma verso Otranto rendonsi poco sensibili.
La corrente littorale si manifesta dappertutto, ma differisce secondo i venti, il flusso e la conformazione delle coste. Dal sud elevandosi al nord lungo le rive dalmate, giunta al canale di Zara si divide in due: una prosegue lungo la Dalmazia, l’Istria, il littorale veneto; l’altra si volge al largo, traversa l’Adriatico, e giunta alle acque d’Ancona, raggiunge la prima corrente, accrescendole forza verso la Puglia, dove corre fin tre o quattro chilometri all’ora, mentre superiormente non ne fa che sette in otto al giorno. Pare cessi d’aver azione a sette o otto metri sotto la superficie delle acque.
La costa orientale è tutta scaccata con seni e capi e isolotti e scogli e brevi pianure o montagne a picco; anche allo sbocco de’ fiumi pochissimo è il terreno d’alluvione; e ben poco fu alterata quella costa; laonde le città indicatevi in antico si trovano press’a poco al punto medesimo.
Tutt’altro avviene della costa settentrionale e occidentale dal capo Sdobba a Venezia, e di là a Rimini. Non più scogli od isole o canali, non montagne littorali, ma vaste pianure in cui cadono i fiumi alpini per isboccar nel mare, tutti portando immense materie, che cambiarono aspetto al lido. Aquileja, già sul mare, ha davanti una pianura maremmana di undici chilometri: Portogruaro, già porto, or dista quindici chilometri dal mare; Eraclea altrettanto; nove Altino: Brenta, Bacchiglione, Musone interrirono porti e insenature. Principalmente allo sbocco del Po si è formato un delta che sporge circa diciassette chilometri dalla ordinaria linea della costa fra Chioggia e Rimini, dove forse prima era una gran baja: poichè Adria doveva esser bagnata dal mare, che or ne dista venticinque chilometri. Dai documenti, rari in antico, abbondanti dal xvi secolo in poi, consta che i fiumi, e principalmente il Po, traversavano stagni e paludi ove deponeano le materie. Colmate queste, o protette da arginature, diboscati i monti, crebbe la quantità delle alluvioni tanto, che il canal Bianco o Po di Levante elevossi sopra le pianure del Polesine a segno di non riceverne più gli scoli. Allora fu fatto il taglio di Portoviro, lungo sette chilometri, invece dei diciassette del primiero; ma quello pure oggi è lungo chilometri ventisei, atteso le nuove alluvioni, che però non gli impediscono di ricever ancora le acque del Polesine.
A mezzo il secolo xviii il progresso delle alluvioni rallentò, e viepiù ai dì nostri. Perocchè la sporgenza del delta lo reca a profondi abissi, ne’ quali si precipitano le sabbie accumulate; e sebbene l’arginamento de’ torrenti secondarj e le piene maggiori, causate da’ diboscamenti, crescesser le materie portate nel letto, le burrasche e la corrente servono a lavarle via.
Le valli di Comacchio, già profondissime, furono esse pure interrite dal Po di Primaro e di Volano, e restano separate affatto dal mare. La spiaggia di Ravenna si è prolungata otto chilometri.
Anche dove non isboccano fiumi la spiaggia s’avanza, benchè realmente il livello del mare si alzi, o, a dir più giusto, si deprima il continente. Ciò è dovuto alla corrente littorale, che le sabbie portate dai fiumi strascina alla sinistra delle loro foci; tutti i fiumi han banchi di sabbia più estesi ed elevati a destra, ove la corrente littorale è rotta dall’urto del fiume. Ecco perchè i porti bisognò salvarli mediante dighe, molto sporgenti in mare, affinchè le sabbie accumulantisi alla loro estremità cadessero negli abissi.
Il tornare navigabile il Po, e così resuscitare le città, di cui non vediam quasi che i grandiosi cadaveri, potrà sulle sorti italiane ancor più efficacemente che le strade ferrate.
[12] Oggi i passaggi principali sono,
| Nelle alpi | Cozie, | il Monginevra, | alto metri | 1865 |
| » | — | il Cenisio | » | 2065 |
| » | Graje, | il piccolo San Bernardo | » | 2192 |
| » | Pennine, | il gran San Bernardo | » | 2491 |
| » | Leponzie, | il Sempione | » | 2005 |
| » | — | il San Gotardo | » | 2075 |
| » | Retiche, | la Spluga | » | 2118 |
| » | — | lo Stelvio | » | 2814 |
| » | — | Maloja | » | 2700 |
| » | — | Bernina | » | 2121 |
| » | Carniche, | Tarvis | » | 869 |
| » | Giulie, | la Ponteba | » | 1430 |
[13] Il primo a sostenerla con ispeciso corredo d’argomenti fu monsignor Guarnacci, Origini italiche. 1767. Se ne valse poi Melchiorre Delfico nelle Antichità di Adria Picena; e testè il Mazzoldi col vantaggio della moderna erudizione.
[14] Vedi Istoria delle origini della città di Milano, 1529; De antiquitate Patavii, 1560; De Gallorum Cisalpinorum antiquitate et origine....
[15] Appartengono a questo ciclo Diomede fondatore di Napoli, Criso trojano di Parma, Antenore di Padova, Aquilino d’Aquileja. altri Trojani di Treviso, Troilo di Alba in Piemonte, Piacentulo di Piacenza, Cremone di Cremona, Venere e suo figlio Elicio di Vercelli.... Salgono più alto Mantova, fondata dalla divina Manto, Genova da Genuino compagno di Fetonte, Torino da Fetonte stesso ai tempi di Mosè.
[16] Il signor Matranga (La città di Lamo, Roma 1853) sostiene che il paese de’ Lestrigoni è propriamente Terracina, anzichè Formia, cioè Mola di Gaeta, ove lo collocava Cicerone.
Non mancò chi volle dimostrare che Omero fosse italiano, e che non nella Grecia propria ma nella italica raccogliesse le tradizioni immortalate ne’ suoi canti. Vedi Coco, Platone in Italia.
[17] Odissea, canti ix e x.
Is genus indocile ac dispersum montibus altis
Composuit, legesque dedit.
Æn. viii. 321; Macrob. i, 7.
Nec signare quidem, aut partiri limite campum
Fas erat; in medium quærebant.
Georg. i. 126.
Queis neque mos, neque cultus erat; nec jungere tauros
Aut componere opes norant, aut parcere parto:
Sed rami: atque asper victu venatus alebat.
Æn. viii. 316.
[20] Æn. viii. 315.
Paterque Sabinus,
Vitisator, curvam servans sub imagine falcem.
Æn. vii. 79.
[22] Æn. vii. 629. 678. 742. 749; ix. 590, 668; x. 139.
[23] Ivi, viii. 178. 369. 460. 552; ix. 304.
Rex Anius, rex idem hominum, Phœbique sacerdos.
Æn. iii. 80.
[25] Ivi, vii. 82; viii. 75; ix. 3. 24.
[26] Ai frammenti di Dionigi d’Alicarnasso, scoperti nella biblioteca Ambrosiana, il cardinale Maj antepose una dissertazione elaborata a sostenerne i meriti. Anche Petit-Radel vuole mostrarlo e informato e veridico, almeno riguardo ai Pelasgi e alle città italiane; chè del resto è troppo sistematicamente parziale per Roma.
[27] Historia varia, lib. ix, c. 16.
[28] L’Arcadia non ha coste, eppure alla guerra di Troja mandò sessanta navi, cioè quante la Laconia, e un terzo più che l’Elade.
[29] Tusci, Tirol, Tir, Tusis, Retzuns, son nomi di paesi retici che sentono d’origine tirrena. Tschudi, De prisca et vera Alpina Rhætiæ; Quadrio, Dissertazioni critico-storiche sulla Rezia di qua dall’Alpi; Hormayr, Gesch. von Tirol, i. 127; Giovanelli, Dell’origine dei popoli d’Italia. Trento 1844; Steub, Die Urbewohner Rätiens. Monaco 1843. Presso Dos di Trento fu scoperta un’iscrizione etrusca. Il barone di Crazannes asserisce che a Rheinzallern nella Baviera Renana si trovano molti frammenti di stoviglie con caratteri etruschi; e vuol provare che questo carattere appartiene al celtico del pari che al celtibero, all’euganeo, all’osco, al sannita, al greco antico, onde è facile confonderli un coll’altro. Vedi Journal des artistes. Parigi 1832, dicembre. Un’iscrizione etrusca fu trovata in Valtellina.
[30] Da ops terra; donde opes ricchezza, e anche opus: Οπικοὶ καὶ πρότερον καὶ νῦν καλούμενοι τὴν ἐπωνομίαν αὕσονες. Aristotele, Πολιτ. vii. Così Antioco siracusano ap. Strabone, lib. v. Degenerarono poi in modo, che il nome loro equivaleva a zotico e scostumato.
Testè l’Accademia delle iscrizioni e belle lettere di Parigi ha messo a concorso la Storia degli Oschi avanti e durante la dominazione romana; esporre quel che si sa della loro lingua, religione, leggi ed usi.
[31] Vedi Petit-Radel, Origines hystoriques des villes d’Espagne; Humboldt, Prüfung der Untersuchungen über die Urbewohner Hispaniens, vermittelst der vasckischen Sprache; e con più novità Prichard, The natural history of man. Invece dunque di credere che Iberi di Spagna abbiano abitato l’Italia, noi teniamo che d’Italia sieno passati colà. Humboldt fa la migrazione degli Iberi anteriore ai Celti. Da questa origine verrebbe l’omofonia di tanti paesi nostri e di Spagna, di cui ecco un saggio:
| IN ITALIA | IN SPAGNA |
| Cortona negli Umbri | Cortonenses nella Celtiberia |
| Vettonenses | Vettones sul Tago |
| Spoletium | Spoletinum |
| Turda in Umbria | Turditani |
| Osa, fiume che sbocca sulla costa di Telamone | Ausa, Ausetani |
| Cosa | Cosetani |
| Visentium sul lago di Bolsena | Visentio de’ Pelendoni |
| Vulci | Veluca degli stessi, Volca |
| Tarcunia, e vicino Contenebra | Taraco, e vicino Tenebrium, e Portus tenebra |
| Graviscæ, nominata dal figlio di Telamone | Gravii sulla costa occidentale, ove sbarcò Teucro figlio di Telamone; vicino era Antium. |
| Metaurus, fiume degli Umbri | Metarus, fiume de’ Callaici |
| Cære, Cærites | Cerretani, Serræ |
| Indigetes | Indigetes fra i Cerretani e i Cosetani |
| Castellani, abitanti di Castro | Castellani |
| Corbia Setia Norba | } | de’ Volsci | Corbio Setia de’ Vasconi Norbia de’ Lusitani |
| Aurunci di Campania | Arrucci nella Betica |
| Osci | Osca |
| Vescia campana | Vescitani, presso i Guasconi, Vescis dei Turdeli, Vescia dei Turdetani |
| Astur fiume | Asturia |
| Tutia, Orcia | Tutia, Orcia in Celtiberia |
| Auximum, Osca | Auxima e Osca, vicino a Tutia |
| Suessetani | Suessa, Sanguessa |
| Trebula di Campania e Tribola dei Sabini | Tribola de’ Turdetani, con vicino |
| Aurunci | Arrucci vetus e Arrucci novum |
| Bathia della Sabina | Bathia sul fiume Ara |
| Pallantia | Pallantia ne’ Vaccæi |
Senza poter accertarne il tempo nè la precedenza, d’altri paesi troviamo nei Baschi l’etimologia o gli omonimi coi nostri. Iria presso Torino, in basco vuol dire città, e ha radice comune cogli Ilienses di Sardegna. Uria in Apulia, viene da ura acqua; e vi corrispondono Urba Salova de’ Picentini, Urbinum, Urcinium di Corsica, come Urce Bastetanorum. V’è Urgo isola fra la Corsica e la Toscana, ed Urgao nella Betica; gli Ursentini in Lucania, e Urso Ursao nella Betica; Argurium in Sicilia, e Argiria in Ispagna; Astura è fiume ed isola presso Anzio, come provincia di Spagna; da Asta, rôcca, si ha Asti in Italia, e Asta Turdetanorum in Spagna; Ausonj è analogo allo spagnuolo Ausa e Ausetani; v’è Arsa in Istria e Arsa in Beturia; Basta in Calabria e Basti ne’ Bastetani; Biturgia in Etruria, e Bituris presso i Baschi; il nome di Basterbini fra i Salentini viene da basoa montagna ed erbestatu migrare. Abbiamo in Lombardia il fiume Lambro, e Lambriaca e Flavia Lambris Callaicorum è nelle Spagne; Murgantia in Sicilia, e Murgis in Spagna; Suessa e Suessula nel Lazio, e i Suessetani negli Ilergeti; Curenses ne’ Sabini, e Gurulis in Sardegna; Litus corense in Betica, e il promontorio Corianum in Aquitania, ecc.
Humboldt dai nomi de’ paesi induce la presenza degli Iberi in Corsica, in Sardegna, in Sicilia ed in Italia. Dei nomi dedotti dai Celti pensa incerti gl’indizj nella Gallia e nella Gran Bretagna, mentre invece li riconosce evidenti in Italia. Di fatto li troviamo moltiplicati, singolarmente ne’ paesi di qua dal Po. Eccone qualche esempio:
Alb bianco e alto.
All alto; da cui Allobrogi.
Ar è l’articolo, e indica anche su; sillaba iniziale molto comune.
Ara, terminazione che indica rapporto di seguito, conseguenza.
As in celtico è principio, sorgente, primo (Asso in Lombardia, val d’Asso in Toscana, Ascona, ecc.).
Av, acqua, fiume; contratto da avainn. Da cenn punta e av si ha Genua.
Briga città o sito forte (Brixia, Briga, Apriga, ecc.).
Bru, bro luogo, e bruig villaggio: donde la terminazione in brugo.
Com seno, girone, guardia, protezione (Como, Comacchio).
Den, don profondo.
Dun collina (terminazione frequente).
Is, ios basso, inferiore (Isombria, Isso).
Mag pianura (Magenta, ecc. e molte terminazioni).
Taur o Tor alto, montagna (Torino).
Veran terra, contrada (Verano, Verona, ecc.).
Abbondano i paesi nell’alta Italia, simili di nome a quei della Gallia: come, a dirne pochi, Missaglia (Massalia), Arluno (Arlun), Olona (Olonne), Moncucco, Montbar, Pallanza, Nogarete, Arlate, Asso, Lecco e Leucate, Gessate e Gesates, Adda e Abduatici, Canturio e Cantuaria, Brivio e Brives, Canzo e Kent, ecc. Molti più sono i nomi di radice celtici: Piacenza da plac ed ent bella abitazione; Felsina da fel grassa e zin abitazione; Crema e Cremona da crem grasso e mon luogo; Marignano da mar sopra e nan riviera; Bologna da boun estremità e on montagna; Canossa da can rupe e oc alto; Modena da mot fortezza; Reno da ren acqua corrente; Monteveglio a’ confini bolognesi e Montevecchio in Brianza da mon monte e vell fortificazione; Almeno da al vicino e man monte; Lugano da logh e an acqua tranquilla; e le tante terminazioni in ago, in ate, in duno, comuni all’Italia e alla Gallia. Potremmo aggiungere alcuni numerali, estranj al greco, e conformi al celtico: viginti, che in bretone dicesi ugent; centum, che in bretone hant; mille, che mil in gallico.
Il signor Lombardini adunò un copiosissimo parallelo di fiumi dell’Italia settentrionale con omofoni della Francia. Fin qui potrebbero attribuirsi ai Galli, dominatori dei due pendii delle Alpi: ma proseguendo, e’ ne rinvenne altrettanti nella Lunigiana e in tutta l’Etruria, non abitata mai da’ Galli (Vedi Mem. dell’Istituto lombardo, vol. iii); poi altri nell’Asia centrale, e dal Caucaso al mar Giallo. Il che convince che bisogna ampliare assai quell’assunto.
Nel secolo passato entrò la smania del celtico, giacchè accade agli uomini, la prima volta che imparano una cosa, di volerla applicare a tutto, e non vedere se non le somiglianze. L’eccesso screditò que’ sistemi, i quali presumevano da un ignoto spiegare il noto, e nella lingua e nelle arti celtiche, di cui sono scarsissimi e disputabili gli elementi, trovare l’origine e la spiegazione di monumenti e di parlari positivi: ma forse anche lo sprezzo eccedette. Le ricerche sul celtico furono ripigliate da A. Pictet, in una dissertazione coronata dall’Istituto di Francia il 1837. Ivi egli prova che le radici dell’idioma celtico sono la più parte identiche colle sanscrite; che il sistema delle consonanti è corrispondente nelle due lingue, e così le leggi eufoniche; che le derivazioni e composizioni di parole e le forme grammaticali del celtico si connettono a quelle del sanscrito, e trovano in queste la ragione delle anomalie. Ne conchiude che le due lingue, da sì gran tempo distinte, hanno però origine comune, e anche il celtico appartiene al ramo indo-europeo.
La linguistica infirma le induzioni troppo precise, dedotte da somiglianze verbali o lessiche, insegnando che le lingue del medesimo ceppo hanno radici comuni, e perciò facilmente si confondono una coll’altra le nazioni semitiche o le nazioni indo-germaniche. (Vedi la nota 15 del c. xxv).
[32] Aqua, mare, pisces, vejæ, rota.... da ach, mor, fische, wagen, räder. Noi non ne dedurremmo se non che il latino è una delle lingue indo-germaniche, non venuta attraverso al greco.
[33] Erodoto, ii, 23; iv. 4; Dione, xxxix; Arriano, 1; Appiano, Illirio, § ii; Plinio, Nat. hist., lib. iii.
[34] A Gubio, loro città ch’essi chiamano Ikuveina, furono trovate nel 1444 le famose Tavole Eugubine, cinque in caratteri etruschi, due in latino e in lingua umbra, sulle quali si esercitò la pazienza e l’immaginazione di moltissimi eruditi. Vedi la nostra Appendice I.
[35] Plinio, Nat. hist. iii. 19: Umbrorum gens antiquissima Italiæ existimatur.—Dionigi, i. 18: ἕθνος ἐν τοῖς πάνυ μέγα τε καὶ ὰρχαῖον—Plinio, ivi: Tercenta eorum oppida Thusci debellasse reperiuntur. Il far celti gli Umbri oggi è contraddetto affatto, massime che la loro lingua è affine colla latina, e viepiù colla osca. Vedi Aufrect e Kirkhoff, Die Umbrischen Sprachdenkmäler; e per tutto Grotefend, Sulla geografia e storia dell’antica Italia. Annover 1840.
Le città degli Umbri sono noverate da Plinio e corrette nell’edizione del Sellig (Amburgo 1851) così: Ameria, Acerra, Attidiate, Asisinate, Arnate, Æsinate, Camerte, Casuentillana, Carsulana, Camellia, Dolata, Fulginate, Fonenpiense, Frentana, Iguvio, Interamna, Mevanate, Mevaniolense, Matilicata, Mergentina, Narti, Narniense, Nequino, Nuceria, Ocricolo, Ostrano, Pitulana, Pisuerta, Plestina, Salentina, Sarsina, Spoleto, Suasana, Sestinate, Suillata, Tadinata, Trebia, Tuderto, Tuficana, Vesinisicata, Vettonense, Vindinata, Viventana, Vafria, Usidicana.
[36] I grecanici traggono il nome dei Pelasgi πελαργὸς gru, quasi somigliandone le migrazioni a quelle di quest’animale. Ottofredo Müller lo deriva da ἀργὸς pianura, voce arcaica conservatasi ne’ dialetti di Tessaglia e di Macedonia, e da πελέω o πέλω abito (Gesch. hellenischer Stämme und Städte. Breslavia 1820). Potrebbe anche venire da πέλλας γῆ vecchia terra; espressione conforme a γρικὸς. La Croix fa pelasgi tutti gl’Italiani e gli Etruschi: altri vuole pelasgi gli Umbri. Per quarant’anni Petit-Radel seguitò a raccogliere notizie o monumentali o scritte o di tradizione intorno a questo popolo, in tutti i paesi ove ne sia traccia. Più di quattrocentocinquanta città antiche furono esplorate dal 1810 in poi da ottanta viaggiatori, e massime nella spedizione scientifica della Morea dopo il 1829; e a Parigi nella biblioteca Mazarina furono collocati sessanta monumenti a rilievo in gesso colorato, che rappresentano le varie costruzioni dei Pelasgi storici e del favolosi Ciclopi. Quasi al modo con cui si stimò l’età della terra dagli strati sovrapposti, si valutarono le epoche della fondazione delle città dai diversi metodi di costruzione delle mura.
Sui monumenti pelasgi vedansi principalmente:
Raoul-Rochette, Histoire de l’établissement des colonies grecques.—Notices sur les Nuraghes.
Houel, Voyage pittoresque. 1787, tom. i.
Mazzera, Temple antédiluvien, 1829.
Dodwel, Classical tour, ecc.—Veduta e descrizione delle rovine ciclopee in Grecia e in Italia. Londra, 1834.
Marianna Dionigi, Viaggi in alcune città del Lazio che diconsi fondate da Saturno. Roma, 1809.
Middleton, Grecians remains in Italy. Londra, 1812.
Petit-Radel, Voyage dans les principales villes d’Italie. Parigi, 1815.—Recherches sur les monumens cyclopéens, et description des modèles en relief composant la galerie pélasgique de la bibliothèque Mazarine. Ivi 1841; e spessissime volte il Bullettino e le Memorie dell’Istituto di corrispondenza archeologica. Quivi nel 1832, pag. 77, Gerhard diede il catalogo di tutte le opere ciclopiche d’Italia. Niebuhr nella Storia romana dice:—«I Pelasgi non erano un’accozzaglia di zingari, come alcuno li dipinge, ma nazioni stabilite su proprie terre, fiorenti e gloriose in un tempo che precede la storia nota degli Elleni; e forse costituivano la popolazione più estesa in Europa, abitavano dall’Arno al Po e fin verso il Bosforo; se non che nella Tracia la loro stanza era interrotta, e le isole settentrionali del mar Egeo rannodavano la catena che congiungeva i Tirreni d’Asia coi Pelasgi argivi... Sotto la denominazione di Pelasgi sembra in Italia vadano compresi gli Enotrj, i Morgeti, i Siculi, i Tirreni, i Peucezj, i Liburni, i Veneti; e circondavano di lor dimore l’Adriatico, non men che l’Egeo. Quella parte di loro che lasciò il nome al mar Inferiore (Tirreni), di cui occupava la costa molto innanzi nella Toscana, aveva pure uno stabilimento in Sardegna: in Sicilia gli Elingi, al pari dei Siculi, appartenevano a questo ceppo. Nelle contrade interiori dell’Europa, i Pelasgi occupavano il pendìo settentrionale delle Alpi Tirolesi, e li troviamo col nome di Peon o Pannonj fin sul Danubio, se pure Teucri e Dardani non erano popoli differenti».
[37] Pausania, Arcadia, cap. iii. v. 603.
[38] Lib. ii, 52.
[39] Hestia, Vesta, dalla radice medesima di esto, sto. Zeus Herkeios era il dio della proprietà; e rimase tal radice nel latino verbo herciscere, distribuire l’eredità d’un padrefamiglia.
[40] Scoliaste di Apollonio Rodio ad Argonauticam, i, 917.
[41] Giuseppe Sanchez, La Campania sotterranea, o brevi notizie degli edifizj scavati entro roccia nelle Sicilie e in altre regioni. Napoli, 1833. A migliaja sepolcri ha l’isoletta di Sant’Antioco (Enosi) presso a Sulci, or divenuti casolari; e così l’isola di Gozo.
[42] Petit-Radel, Notices sur les Nuraghes de la Sardaigne considérées dans leurs rapports avec les résultats des recherches sur les monumens cyclopéens et pélasgiques. Parigi, 1826. I molti altri che ne trattarono sono sorpassati dal cav. La Marmora, che applicò tutta la vita a studiare la Sardegna e i suoi monumenti. Egli crede i nuraghi non siano edifizj ciclopici, nè trofei, nè vedette, ma probabilmente pirei, cioè are del fuoco, somiglianti ai telayot delle isole Baleari; per ciò elevati sopra colline, e forse li sormontava un terrazzo a cui salivasi per una scala interna. Più antichi e con minor arte costruiti vi si trovano circoli e ammassi di smisurati pietroni, simili alle pietre levate che presentano la Bretagna continentale e la Caledonia.
[43] Δἐ μονίοις τισὶ χόλαις ἐλαστρηθέντες. Dionigi, i.
[44] Così ύρσεις greco mutossi in turris pei Latini. Agrezio ci dice che Tusci natura linguæ suæ S literam raro exprimunt: hæc res fecit habere liquidam (ediz. Putsch., pag. 2269). Di fatto negli antichi poeti latini la troviamo elisa.
[45] Su questo passo fanno grande assegnamento i sostenitori delle origini greche. Si rifletta però che Lidia fu spesso sinonimo d’Asia; Erodoto stesso dice che Asio fu re di Lidia, e diede il proprio nome a questa terza parte del mondo (lib. iv e x); e gli scoliasti d’Apollonio Rodio, al lib. i dell’Argonautica, confermano che la Lidia dapprima si chiamava Asia.
[46] In Virgilio passim.
[47] Mecenate è lodato da Orazio e da Properzio come discendente da re tirreni:
Mæcenas, atavis edite regibus.
Or., lib. i, od. 1.
Mæcenas eques, etrusco de sanguine regum.
Prop., lib. iii, el. 7.
Persio (iii. 27) domanda a un vanitoso
an deceat pulmonem rumpere ventis
Stemmate quod tusco ramum millesime ducis.
[48] Plinio, Nat. hist., iii, 14.
[49] Tavole Eugubine. Tito Livio, ix. 30, dice che Umbri e Tusci parlavano la stessa lingua.
[50] Le altre potrebbero essere Rusella, Capena o Cosa: Müller aggiunge Pisa, Fesule, Falerj, Aurinia e Caletra, Salpino, Saturnia. Forse alcune dipendevano da altre, restando dodici le rappresentate. Pare in fatto che sotto a Vejo stesse Sabate, del cui territorio i Romani formarono poi la tribù Sabatina; Gravisca dipendeva da Tarquinj, Aurinia da Caletra; Populonia era colonia di Volterra. Ma le relazioni fra le principali e le dipendenti ci sono ignote, come quelle fra le tre Etrurie.
[51] Sed Roma tam rudis erat, cum, relictis libris et disciplinis etruscis, græcas fabulas rerum et disciplinarum erroribus ligaret, quas ipsi Hetrusci semper horruerunt. Catone, Origines.—Deum demagorgona, cujus nomen scire non licet... principem et maximum deum: ceterorum numinum ordinatorem. Piac. Lutatio, ex Tages, Schol. ad Thebaidem Statii. iv. 516.
[52] Rituales nominantur Etruscorum libri, in quibus præscriptum est quo ritu condantur urbes, aræ, ædes sacrentur, qua sanctitate muri, quo jure portæ, quo modo tribus, curiæ, centuriæ distribuantur, exercitus constituantur, ordinentur, cæteraque ejusmodi ad bellum, ad pacem pertinentia. Festo.—In agro Tarquinensi puer dicitur divinitus exaratus, nomine Tages, qui disciplinam cecinerit extispicii, quam lucumones, tum Etruriæ potentes, exscripserunt. Censorino, De die natali, iv.
[53] Vedi Creuzer, Simbolica.
[54] Etruria erumpere quoque terra fulmina arbitratur. Plinio, Nat. hist., ii, 55.
[55] Pict. Etr. in vasis, vol. ii, p. 11.
[56] Goes ne’ Geomatici o Agrimensori, pag. 258, riferisce questo Fragmentum Vegoiæ Arrunti Voltumno:—Scias mare ex æthere remotum. Cum autem Jupiter terram Hetruriæ sibi vindicavit, constituit jussitque metiri campos, signarique agros; sciens hominum avaritiam vel terrenam cupidinem, terminis omnia scita esse voluit, quos quandoque ob avaritiam prope novissimi (octavi) sæculi datos sibi homines malo dolo violabunt, contingentque atque movebunt. Sed qui contigerit moveritque, possessionem promovendo suam, alterius minuendo, ob hoc scelus damnabitur a diis. Si servi faciant, dominio mutabuntur in deterius. Sed si conscientia domestica fiet, celerius domus extirpabitur, gensque ejus omnis interiet: motores autem pessimis morbis et vulneribus afficientur, membrisque suis debilitabuntur. Tunc etiam terra a tempestatibus vel turbinibus plerumque late movebitur; fructus sæpe lædentur decutienturque imbribus atque grandine, caniculis interient, robigine occidentur; multæ dissensiones in populo fient. Hæc scitote, cum talia scelera committuntur: propterea neque fallax neque bilinguis sis, disciplinam pone in corde tuo.
[57] Arnobio, iii, 40; Mueller, Etruschi, ii, 87; Gerhard, Memoria sul Panteon etrusco, letta all’Accademia di Berlino l’aprile 1845.
[58] Dionigi d’Alicarnasso (i. 67) reca le varie qualificazioni dei Penati, ιεοὶ πατρῶι, γενέθμιοι, κτήσιοι, μυχιοι, ἕρχιοι.
[59] Manus per bonus dovettero dire i Latini; e Servio e Macrobio traducono quello in questo; e resta il contrario immanis.
[60] Marciano Capella (De nuptiis philologiæ et Mercurii, ii, 9) scrive, conforme agli antichi: Verum illi (Hetrusci) manes, quoniam corporibus illo tempore tribuuntur quo fit prima conceptio, etiam iisdem corporibus delectantur, atque cum iis manentes, appellantur Lemures. Qui si vitæ primoris adjuti fuerint honestate, in Lares domorum urbiumque vertuntur; si autem depravantur ex corpore, Larvœ perhibentur ac Maniæ.
Sulla religione degli Etruschi il Creuzer è scarso assai, nè molto vi aggiunse Guignaud negli ampissimi supplementi: più largheggia il Müller nei cap. 4, 5 e 6 del lib. iii.
[61] Templum, donde contemplare, che si trae da τέμενος intersecato.
[62] I Romani dissero re Porsena per mala intelligenza, seppure egli non fosse re di qualche Stato particolare, e, posto a capo della federazione, conservasse quel titolo. A tal modo si spiegherebbe anche quel passo di Dionigi, iii. 61: Τυῤῥηνον ἔθος ἐδόκει, ἑκάστῳ τῶν κατὰ πόλιν βασιλέων ἕνα προηγεϊσθαι ῤαβδοφόρον, ἄμα τῇ δέσμῃ τῶν ῥαβδων πέλεκυν φέροντα· εἰ δὲ κπινὴ γίνοιτο τῶν δώδεκα πόλεων στρατεία, τοὺς δώδεκα πελέκεις ἐνὶ καραδίδοσθαι τῶ λαγόντι τὴν αὐτοκράτορα ἀρχὴν. Altri pretese trovarvi una serie di re, discendenti da Giano; e il Dempstero fa in duemila e cinquecento anni regnare quattro dinastie, i Gianizeni, i Coriti, i Larti, i Lucumoni. Müller argomenta le istituzioni civili dell’Etruria da quelle di Roma antica, partendo dal supposto che questa le traesse dalla prima.
[63] Pare che, nell’intenzione degl’Italiani, questa magnificenza esteriore avesse del simbolico, e ravvicinasse gli uomini ai numi; perciò il trionfante in Roma compariva vestito da Giove e colla faccia tinta di minio, come l’effigie di questo in Campidoglio. Enumerat auctores Verrius, quibus credere sit necesse. Jovis ipsius simulacri faciem diebus festis minio illini solitum, triumphantumque corpora. Plinio.
[64] La salsiccia lucanica conservò il nome nei nostri vulgari. Obesus Hetruscus; Catullo, xxxvii. 11. Pinguis Tyrrhenus; Virgilio, Georg., ii. 193. E nell’Æn. xi. 735:
At non in Venerem segnes, nocturnaque bella,
Aut ubi curva choros indixit tibia Bacchi,
Expectare dapes et plenæ pocula mensæ.
Vedi Teopompo presso Ateneo, xii. 3. E Dionigi, ix, 16: Αβροδίαιτον γὰρ δη καὶ πολυτελές τὸ τῶν Τυῤῥηνῶν ἔθνος ἦν, οἴκοι τε καὶ ἐπὶ στρατοπέδου ὑπεραγάμενον ἔξω τῶν ἀναγκαίων πλούτου τε καὶ τέχνες ἔργα παντοῖα πρὸς ἡδονὰς μεμηχανημένα καὶ τρυφὰς.
Anche delle belle donne loro, che Teopompo chiamò τὰς ὄψεις καλὰς, poco felice concetto ci dà quel d’Orazio, iii. od. 10:
Non te Penelopen difficilem procis
Tyrrhenus genuit parens;
e peggio Plauto, Cistellaria, ii. 3:
.... Non enim hic, ubi ex tusco modo
Tute tibi indigne dotem quæras corpore.
[65] Tutte le loro misure e divisioni sono multiple e submultiple del 12 e del 10. La misura agraria (vorsus), come il plectron greco, è un quadrato di cento piedi.
[66] Erodoto, vi. 17.
Si disputa fra i dotti se i Fenicj o gli Etruschi introducessero la civiltà nella Scandinavia, dove ora si trovano monete antichissime greche e fino d’Egina per ornamenti. Le vie per cui gli Etruschi vi andavano erano probabilmente, una per le Alpi Pennine, l’Elvezia, il Reno, l’Annover fin verso il Weser e l’imboccatura dell’Elba: l’altra per la Stiria, Vienna, la Slesia verso le bocche della Vistola o il Brandeburgo riuscendo nella Pomerania a sinistra dell’Oder e a Rugen, ove dovea confluire un’altra strada che da Val di Po e dall’Adige pel Brennero e la Baviera veniva da Halle. Erodoto pone l’Eridano verso il Baltico, e forse lo confonde col Po, dove non si raccoglieva l’elettro, ma si deponeva quello recato dalla Vistola, dall’Eider, dal Giutland. Però l’ambra si trova non solo in Sicilia, ma nella pineta di Ravenna, negli strati subappennini dei Bolognese e nelle sabbie del Po, donde poteano esser tratti i pezzi che ora si cavano dalle tombe etrusche e dalle terramare, per quanto lo neghi Virchow nel Ragguaglio sulla cosmologia ed etnologia italiane (Berlin Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte).
[67] Ναυτικαῖς δυνάμεσιν ἰσχύσαντες, καὶ πολλοὺς θάλαττα κρατήσαντες. Diodoro, v. L’antica navigazione nel Mediterraneo durava da maggio sino al cominciar di novembre, cioè dal levare eliaco sin al tramonto eliaco delle Plejadi. Questa costellazione potrebbe trarre il nome, non già da πλείοι più, molti, ma da πλεῖν navigare.
[68] Etrusci campi..... frumenti ac pecoris et omnium copia rerum opulenti. Livio, xxii. 3. Etruscos.... gentem Italiæ opulentissimam armis, viris, pecunia esse. Lo stesso, x. 16.
[69] Niebuhr. Dell’anno dei Romani antichissimi e degli altri Italiani. Vedi l’Appendice II.
[70] Τυῤῥήνων γενεὰν φαρμακοποιὸν ἔθνος, I Tirreni genìa da farmachi. Eschilo presso Teofrasto, ix. 15; se pure non intendeva di farmachi magici.
[71] Aristotele, presso Polluce, iv. 56; Plutarco, Del frenar l’ira; Ateneo, xii. 5.
[72] Cicerone, Brut. 10; Tuscul. iv. 2. Romuli autem ætatem jam inveteratis literis atque doctrinis.... fuisse cernimus. De rep. ii. 10. E presso Agostino, De civ. Dei, xviii. 24, dice esser Romolo venuto non rudibus atque indoctis temporibus, sed jam eruditis et expolitis.
[73] Genesi x. 22. Vedi l’Appendice I.
[74] Διεσώζοντο... παρὰ τοῐς ἐπιχωρίοις μνῇμαι κατὰ ἔθνη τε καὶ κατὰ πόλεις, εἲτ̓ ἐν βεβηλοῖς ἀποκειμέναι γραφαὶ. Dionigi.
[75] Thiersch (Ueber das Grabmal des Aliattes, Monaco 1833) sostiene la somiglianza del sepolcro di Aliatte descritto da Erodoto, lib. i. c. 95, con questo di Porsena, descritto da Plinio, e ne induce la parentela dell’Etruria colla Lidia.
[76] Nel 1852 vi fu scoperto l’ipogeo della famiglia Vibia, sul quale l’anno appresso stampò una memoria Gian Carlo Conestabile, rivelando molti sbagli presi dall’illustre Vermiglioli nel leggere le iscrizioni etrusche. In questo solo ipogeo ve n’ha venti, ma che non ci ajutano a conoscere quella lingua.
Altri scavi fecero Noël de Vergers e Alessandro François alla Cucumella di Vulci. Vi si trovarono due torri, una quadrata e una conica. Sulle rive della Fiora si trovò un ipogeo colla camera sepolcrale, ricca di pitture, di cui la principale è il sacrifizio umano offerto da Achille a’ mani di Patroclo; e di fronte un altro sacrifizio di schiavi, con nomi etruschi, che indicano un fatto della storia nazionale.
Importantissimi scavi furono fatti in questi ultimi tempi, formati nuovi musei: del che tutto informa il Bullettino dell’Istituto di corrispondenza archeologica.
Aut porcus Umber, aut obesus Etruscus.
Catullo, xxxvii. 11.
[78] Dai sepolcri volle conoscere la vita etrusca Giorgio Dennis, The cities and cemeteries of Etruria. Londra 1848. Hamilton Grey, Tour to sepulchr. of Etruria, 1840, dice che la necropoli di Tarquinia, di quattromila centoquarantasei ettari di superficie, giudicandone dalle duemila tombe aperte finora, può contenere due milioni di sepolti; sicchè dovette servire per sei secoli a una popolazione di centomila abitanti.
[79] Marziale, lib. xiv, come se si trattasse di scodelle di Biella, dice:
Aretina nimis ne spernas vasa monemus,
Lautus erat tuscis Porsena fictilibus.
Persio, ii. 60:
Aurum, vasa Numæ, saturniaque impulit æra,
Vestalesque urnas, et tuscum fictile mutat.
Giovenale, xi, 108:
Ponebant igitur tusco ferrata catino.
Plinio, xl. 45, scrive che l’arte delle stoviglie è elaborata Italiæ, et maxime Etruriæ. Però Seneca racconta che i coloni piantati da Giulio Cesare a Capua, per fabbricare case rustiche disfaceano gli antichi sepolcri, tanto più che aliquantulum vasculorum operis antiqui reperiebant. E mille anni dopo, Giovan Villani (Cronache, lib. i. 47) sapeva che «in Arezzo anticamente furono fatti per sottilissimi maestri vasi rossi con diversi intagli, che veggendoli pareano impossibili esser opera umana, e ancora se ne trovano».
[80] Relazioni d’alcuni viaggi nella Toscana, tom. i. p. 47. Anche descrivendo la spiaggia di Cecina, riparla di grandi ammassi di rottami d’anfore, tubi, embrici e altri lavori di terra cotta, con anfore intiere, e misti a ossa umane. Sembra però si tratti di figuline de’ tempi romani, giacchè egli porta molte iscrizioni latine che v’erano impresse.
[81] Plinio, xxv. 43.
[82] Crizia presso Ateneo, i. 28: Τυρσήνη δὲ κρατεῖ κρυσότυπος φιάλη, καὶ πᾶς χαλκὸς ὅτις κοσμεῖ δόμον ἔν τινι χρείᾳ. —Ferecrate, ivi xv. 700: Τὶς τῶν λυχνείων ἡ ἐργασία; τυῤῥθνικὴ ποικίλαι γὰρ ἦσαν αἱ παρὰ τοῖς Τυῤῥενοῖς ἐργασίαι.
[83] La priorità delle arti belle in Italia fu sostenuta dal Guarnacci (Origini italiche), dal padre Paoli (Antichità pestane), dal conte d’Arco (Patria primitiva del disegno), e da molti moderni, massime dopo le ultime scoperte, cominciando da Luciano Buonaparte.
Sulle arti etrusche possono vedersi pel secolo passato: Th. Dempster, 1619, coi paralipomeni del Passeri; A. F. Gori, Musæum etruscum, 1737-43, colle dissertazioni del Passeri: Musæi Guarnacci ant. mon. etrusca, 1744. Erano mal distribuiti, raccolti senza critica, classificati a capriccio, per modo che il Müller credette non poter farne verun conto per chiarire la storia e le credenze degli Etruschi. Profittarono delle scoperte recenti il cavaliere Francesco Inghirami, Monumenti etruschi o di etrusco nome, sette volumi di testo, sei di tavole, 1821-56; e Pitture di vasi fittili, 1832; le moltissime memorie delle Accademie di Cortona, di Parigi, dell’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma, ecc.; e libri e opuscoli senza numero di Vermiglioli, Cardinali, Orioli, Teani, Arditi, Gerhard, Raoul-Rochette, Visconti, Grifi, Bunsen, Campanari, Micali, Gargallo, Candelori, Feoli, Stackelberg, Dorow, Bröndstedt, Lewezow, Böck, Luynes, Svelcker, Panofka.... De Witte e Lenormant pubblicarono una scelta di vasi ceramografici a Parigi, 1840. Vedansi pure Musæi etrusci, quod Gregorius XVI in ædibus vaticanis constituit, monumenta; Roma, 1842. I musei che più se ne arricchirono, son quelli di Londra, cui fu venduta la raccolta del principe di Canino; di Monaco, di Leida, di Berlino, del re d’Olanda; e in Italia il Gregoriano e il Campana a Roma, il Borbonico a Napoli, le collezioni Buccelli a Montepulciano, Ruggeri a Viterbo, Venuti a Cortona, Ansidei, Oddi ed altri a Perugia, Guarnacci e Franceschini a Volterra, Jatta e Santangelo a Napoli.
Eversosque focos antiquæ gentis hetruscæ.
Properzio, ii. 28.
[85] Quanto era stato scritto intorno agli Etruschi prima del 1828, fu riassunto da Ottofredo Müller nei quattro libri intitolati Die Etrusker, editi a Breslavia in quell’anno. A quest’opera, buon tratto inferiore alla sua sui Dori, e pubblicata prima che s’aprissero i sepolcreti di Vulci, antepose una Vorerinnerung über die Quellen der etruskischen Alterthumskunde, ove ragiona le autorità greche, romane e tradizionali, e volge spesso la beffa contro la boria nostra del rifiutare l’origine greca della civiltà etrusca, assunto da lui sostenuto; eppure io non so se possa trovarsi un più pregiudicato ammiratore dei Greci che il nostro Luigi Lanzi. Questo trae molte etimologie dal greco, staccandone l’articolo t: così Turms si riduce a ὁ ὑρνῆς, Turan, ὁ ἄραν, Marte, Thalina, θ΄ἄλινα nata dal mare; Tarconte sarebbe ἄρχω coll’articolo; Tages, ταγὸς; capo; Tarquinia o Trachinia e Tarrachina, da τραχὺς; aspro, erto; Corneto da Corinthio; Faleria, Falisci da Ἁλοὼς; così Agylla, Pyrgos, Alsium Ἄλσος, Gravisca γραῖα, Volcium ἱόλκος o ὄλκος, Veji ἡρμῆον ecc. Argomentano pure dalle relazioni che l’Etruria mantenne continuamente colla Grecia; onde da Corinto venne una colonia con Damarato, quei di Cere tenevano il tesoro a Delfo, ecc.
Il Micali nell’Italia avanti il dominio dei Romani, 1810, suppone continuamente una gente di nascita e credenza indigena, cui sopravvennero altre con diversi riti; ma nella Storia degli antichi popoli italiani, 1832, mostrossi men risoluto nel negare l’influenza asiatica ed egizia sulla civiltà etrusca; e meno ancora nei Monumenti inediti a illustrazione della storia degli antichi popoli italiani, 1844.
Niebuhr fa identici i Pelasgi e i Tirreni, provenuti d’Occidente, dimorati in Etruria, e affatto diversi dagli Etruschi e dai Raseni. Millingen invece contende la parità di questi due nomi, come fa sempre Erodoto: da Τυῤῥηνοὶ o Τυρσηνοὶ egli trae Τυρησκοὶ, desinenza pelasgica che occorre in Drabesco, Bromisco, Dorisco, Mirgisco e altre città di Tracia; e qui in Volsci, Falisci, Gravisca. Da Τυρησκοὶ i Latini trassero Truschi, e prefiggendo l’e, Etruschi, poi Thusci, Tusci; al modo stesso Όπικοι fu cangiato in Opisci e Osci, Ποσειδονία in Pestunum e Pestum, Πομυδεύκης in Polluces e Pollux. Ma poichè nulla prova che in questi ultimi nomi la forma greca sia stata la primitiva, potendo anzi essere un’alterazione della pelasgica, l’analogia non soccorre a quella difficile etimologia.
Lepsius introdusse i Pelasgi-Tirreni. Giambattista Bruni, nelle Ricerche intorno all’origine dei Pelasgi-Tirreni, sostiene sieno Fenicj, al pari di Bochart, Mazzocchi, Dumont e altri.
Orioli, negli Opuscoli letterarj di Bologna (De’ popoli Raseni o Etruschi), fiancheggia l’origine lidia. Poletti, Dei popoli e delle arti primitive in Italia, ripudia le immigrazioni, e vuol anzi che i nostri, col nome di Pelasgi, portassero altrove la civiltà.
Fra i moltissimi che ne discussero in questi ultimi anni, citiamo:
G. J. Grotefend, Della geografia e storia dell’antica Italia fino alla dominazione romana. Annover, 1840.
W. Abeken, Mittelitalien vor den Zeiten römischer Herrschaft. Stuttgard, 1843. Riconosce egli nella prisca Italia quattro razze principali:
1º I Tirreni, forse Pelasgi, di cui sono i Siculi, i Sabini, i Latini;
2º I Raseni o Reti, che fondendosi coi vinti, formarono gli Etruschi; per lo che i Tirreni fra l’Arno e il Tevere si distinguono dagli altri;
3º Gli Aborigeni, Baschi, Ausonj, Aurunci:
4º Gli Ellenici.
[86] Erna in sabino diceasi la quercia e la rupe; ὄρος e βιῶν, vivente nei monti. Mannert (Geogr. der Griechen und der Römer, tom. iii. p. 187) prova che Taurisci è denominazione celtica degli abitatori dei monti, e che fu applicata a gran parte dei popoli alpini.
[87] Può trarsene il nome da κώμη, villaggio; ma anche da com, che in celtico significa seno.
[88] Berg-hom o heim esprime in parlare germanico quel che Orobio in greco.
[89] È però nome latino, non etrusco, e vuol dire mercato di Licino. Nel Pian d’Erba v’ha un villaggio detto Mercato di Incino; e il cercare altrove Liciniforo sarebbe come voler trovare Mediolano in Toscana o Agrigento in Piemonte.
[90] V’è chi trae da Bara il nome di Brianza, che però è recentissimo. Parmi che gli eruditi, massime gli storici municipali, facciano troppa fondamento su quel passo di Plinio.
[91] Tito Livio, vi. 21. Quando costui entra a narrare le guerre de’ Romani coi Sabini, mette una protasi tutta poetica: Majora jam hinc bella, et viribus hostium, et longinquitate vel regionum vel temporum spatio, quibus bellatum est, dicentur. Quanta rerum moles! quoties in extrema periculorum ventum, ut in hanc magnitudinem, quæ vix sustinetur, erigi imperium posset! vii. 29.
Orazio, lib. iii. od. 6, cantava:
...rusticorum mascula militum
Proles, Sabellis docta ligonibus
Versare glebas, et severæ
Matris ad arbtrium recisos
Portare fustes.
[92] Plinio, Nat. hist. xxx. 12. Maximilien de Ring, Hist. des peuples opiques. Parigi, 1859: oltre gli Oskischen Studien di Th. Mommsen. Berlino, 1845.
[93] Arnobio, iii. pag. 122.
[94] La vorrebbero denominata dai profondi suoi seni, κάμπη; mentre Apulia vorrebbe dire senza porti.
[95] Heine (Opusc. acad., tom. v. p. 345) vuole Capua detta da capis, che in etrusco significa avoltojo, perchè gli Etruschi abbiano veduto ivi l’augurio d’un avoltojo. Vultur non ne sarebbe che la traduzione latina. La storia di Capua è tuttora piena d’incertezze, per quanto cercasse schiarirla Giulio Stein, De Capuæ gentisque Campanorum historia antiquissima. Breslavia, 1838.
[96] Galanti, Descrizione del contado di Molise.
Lucanus an Appulus, anceps,
Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis.
Satir. Lib. ii. i. 35.
[98] Pausania dice: Ὑπὸ δὲ Λιβύων τῶν ἐνοικούντων καλουμνη Κορσικὴ: Dai libici abitanti chiamata Corsica. Ottofredo Müller vorrebbe leggere Λιγύων, ma senza darne ragioni. Quanto propriamente alla Sardegna, la favola dice Sardo figlio del libico Ercole.
[99] Münter, nel libro sulla religione de’ Cartaginesi, ha un’appendice Ueber Sardische Idole. Polibio, nel libro i, ci mostra floridissima l’isola di Sardegna allorchè i Romani vi afferrarono; invece Aristotele, nel libro De mirabilibus, c. 105, dice che «i Cartaginesi avevano distrutto in Sardegna tutti gli alberi fruttiferi, e vietato agli abitanti, pena la vita, di darsi all’agricoltura». Beckmann, nell’edizione di quest’opera, dimostrò che tale asserzione non si appoggia che su qualche vaga tradizione, ed è smentita dall’accordo delle cose.
[100] Seneca, ivi relegato, dice che in Corsica la popolazione è iberica, ma la costoro lingua fu perduta per la ligure (Consolatio ad Helviam, cap. 8). Forse non significa se non la fratellanza di Liguri ed Iberi.
[101] Lib. v. § 13.
[102] Giano dovette essere il nome d’alcuno di quei primissimi savj, di cui rimase memoria fra popoli diversi. Pei Fenicj Jonn corrispondeva a Baal; in gallese vuol dire signore, dio, causa prima; Bacco fu detto janna, jon, jona, jain, jaungoicoa, dio, signore, padrone; gli Scandinavi chiamano jan il sole, che i Trojani pure adoravano col nome di jona (Jamesson’s, Hermes scyticus, pag. 60); javnaha chiamasi in persiano quell’astro, e jannan vuol dire capo (Pictet, Culto dei Cabiri in Irlanda, pag. 104). Raoul-Rochette in Joan, Jon, Janus vede il capo d’una colonia jonica, giunta in Italia 1431 anni avanti Cristo. In somma egli ci sembra il simbolo della gente pelasga, e tiene molte somiglianze col Brama indiano, quadrifronte anch’esso, qual faceasi a Falera, mentre a Ilo ma non conservò che due facce.
Si disse che Latium fu chiamato perchè cola latuit Saturno:
Is genus indocile, ac dispersum montibus altis
Composuit, legesque dedit, Latiumque vocari
Maluit, his quoniam latuisset tutus in oris.
Virgilio, Æn. viii. 321.
In fenicio saturn significa appunto latens (Pokoke, Specimen historiæ Arabum, pag. 120); mentre i deboli etimologisti latini lo dissero satur da saturitate, e Merkel lo deriva da sarpere. I versi Saturnini, le feste Saturnali mostrano e l’antichità di questo civilizzatore, e la rozzezza de’ suoi tempi. Tot sæculis Saturnalia præcedunt romanæ urbis ætatem, dice Macrobio, Saturn. i.
[103] Politic. lib. vii, c. 9.
[104] Dorn Seifzen, Vestigia vitæ nomadicæ, tam in moribus quam in legibus romanis conspicua. Utrecht, 1819.
[105] Una tenue idea può aversene anche fra noi, ove la religione tiene separati gli Ebrei, benchè vivano in mezzo a noi.
[106] D’uno di questi accordi è cenno in quel verso dell’Eneide: Sacra, deosque dabo: socer orma Latinus habeto.
[107] Macrobio, Saturn. ix: Saliorum quoque antiquissimis carminibus deorum deus canitur. Valerio Sorano appo Varrone canta:
Jupiter omnipotens, rerum, regumque deûmque
Progenitor, genitrixque deûm, deus unus et omnis.
E Cicerone nelle Tusculane:—L’antichità quanto era men lontana dall’origine divina, tanto meglio conoscea per avventura le verità. Laonde a quegli antichi che Ennio chiama Casci era insito questo solo, che dopo morte durasse il sentimento, nè coll’uscire di vita si disfacesse l’uomo in modo da perire totalmente. Tanto si può raccorre, come da molt’altre cose, così dal diritto pontificio e dalle cerimonie funerali». Nei nomi di tre lettere, come Ops e Rea dei Latini, Dio dei Greci, Tin degli Etruschi, ecc. può vedersi un simbolo incompreso dell’unità e trinità.
[108] Prudenzio, poeta de’ primi tempi cristiani, deplorava questa profusione di genj:
Quamquam, cur genium Romæ mihi fingitis unum, Cum portis, domibus, thermis, stabulis soleatis Assignare suos genios, perque omnia membra Urbis, perque locos geniorum millia multa Fingere, ne propria vacet angulus ullus ab umbra?
[109] Brisson, De formulis; Servio, ad. i Georg. 21, citando Fabio Pittore.
[110] Della durata de’ sagrifizj umani a Roma ci abbonderanno prove; ma che continuassero oltre l’età d’Augusto, a pena si crederebbe ai Cristiani se non fossero così concordi e precisi, a fronte di gente che poteva smentirli. Porfirio pretende che ogn’anno vittime umane s’immolassero a Giove Laziale fin nel iv secolo dell’era vulgare Ἀλλ̓ ἔτι καὶ νῦν τὶς ἀγνοεῖ κατὰ τὴν μεγάλην πόλιν τῇ τοῦ λατιαρίου Διὸς ἑορτῆ σφαξόμενον ἄνθρωπον. Tertulliano: Et Latio in hodiernum Jovi media in urbe humanus sanguis ingustatur. Minucio Felice: Hodieque ab ipsis Latiaris Jupiter homicidio colitur. Lattanzio: Latiaris Jupiter etiam nunc sanguine colitur humano.
[111] Oggi ancora dal lago di Celano vanno in volta ciurmadori maneggiando serpi, e i terrazzani confidano in san Domenico di Crellino per le morsicature.
[112] In osco il Comune chiamavasi viria, da cui il latino curia (co-viria) e decuria, centuria.
[113] Orazio, iii. od. 6.
[114] Peut-on trouver une plus noble institution? esclama Montesquieu, Esprit des lois, vi. 17. Eppure in questo costume la donna è ridotta all’ultima degradazione, d’essere scelta senza scegliere nè poter rifiutare.
[115] Ὄμβρικοι ὅταν πρὸς ἀλλήλους ἔχωσιν ἀμφισβήτησιν, κατοπλισθέντες ὡς ἐν πολέμῳ μάχονται, καὶ δοκοῦσι δικαιότερα λέγειν οἱ τοὺς ἐναντίους ἀποσφάξαντες. Gli Umbri, quand’abbiano litigio fra loro, armati come in guerra combattono, e pensano abbia ragione chi l’altro uccide. Nicolò Damasceno, ap. Stobeo, Serm. xiii.
Positosque vernas, ditis examen domus,
Circum renidentes lares.
Orazio, Epod. ii.
[117] Cicerone, Pro Milone, 50; Giovenale, iii.
[118] Æn. xii; Strabone, iv.
[119] Lib. i. c. 8.
[120] Plinio, Nat. hist., xv. 39; Strabone, iv. v; Vitruvio ii, 10.
[121] De re rustica, i.
[122] De re rustica, i. 21; Plinio, xviii, 31.
[123] Lib. ii. 4.
[124] Ad Augusto fu mandato d’Africa un cespo con quattrocento gambi: Nerone n’ebbe uno da cui sorgevano trecensessanta cauli spigati.
[125] Olim ex Italiæ regionibus longinquas in provincias commeatus portabant. Tacito, Ann. xii.
[126] Plinio, Nat. hist., xviii. 10.
[127] Italus, vitulus.
[128] Polibio, ii.
[129] Strabone, v; Plinio, viii. 48.
[130] Varrone, De lingua lat.
[131] Strabone, v.
[132] Plinio, Nat. hist. xviii. 6.
[133] Columella, i. 3: xi. 2.
[134] Catone, v. 34; Plinio, xviii. 21.
[135] Plinio, xviii. 13, 7.
[136] Columella, vi. prefaz.; Plinio, xviii. 5.
[137] Janelli (Veterum Oscorum inscript., 1841) in un’iscrizione umbra trovò un custode dell’annona.
[138] Livio, xxxiii. 4.
[139] Strabone, iv e v.
[140] Scienza nuova, cap. x.
[141] Lo dimostra Janelli, Op. cit.
[142] Vedi l’Appendice I e Fabretti, Osservazioni grammaticali sulle antiche lingue italiche. Atti dell’acc. di Torino, 1874.
[143] La persona si definisce homo cum statu quodam consideratus; e per istato s’intende qualitas cujus ratione homines diverso jure utuntur.
[144] Dionigi d’Alicarnasso, i.
[145] Vedi la nota 1 al Capo precedente.
[146] Evandro era venerato in molte città dell’Arcadia e dell’Acaja. Manca d’ogni autenticità questa lista di antichi re del Lazio:
| Giano | verso il | 1451 | Alba Silvio | verso il | 1018 |
| Saturno | » | 1415 | Episto Silvio | » | 979 |
| Pico | » | 1382 | Capi Silvio | » | 953 |
| Fauno | » | 1335 | Carpento Silvio | » | 925 |
| Latino | » | 1301 | Tiberio Silvio | » | 912 |
| Enea | » | 1250 | Archippo Silvio | » | 904 |
| Ascanio | » | 1175 | Aremulo Silvio | » | 863 |
| Silvio Postumo | » | 1136 | Aventino Silvio | » | 844 |
| Enea Silvio | » | 1107 | Proca Silvio | » | 817 |
| Latino Silvio | » | 1068 | Amulio Silvio | » | 796 |
[147] Non c’illuda Virgilio, che fa Pelasgi i nemici di Troja, mentre Troja per certo era pelasga, e quella guerra rappresenta la lotta dei Greci uniti contro i Pelasgi.
[148] Tito Livio, i. 4. Dionigi dubita che Romolo abbia ripopolato una città antica abbandonata, detta Palanzia, e di cui sussisteano ancora cloache ed altre opere pubbliche.
[149] Tacito, iv. 65; Dionigi, ii. 6; iii. 14, ecc.
[150] Dissero che il nome arcano fosse Amor, anagramma di Roma, per esprimere l’unione santa che doveva regnare fra’ cittadini. Sichel pretende fosse Angerona, che, secondo Plinio, rappresentavasi con una benda alla bocca e suggellata (Revue archéol. 15 gennajo 1846). Solo ai pontefici era dato proferirlo ne’ sagrifizj, e guaj se l’avessero rivelato al popolo! Sacerdotale era il nome di Flora; donde le feste Floreali, e il nome della nuova città di Florenzia. Il civile e vulgare di Roma veniva fors’anche da Ruma, che in prisco latino vale mammella, e che appella al fico ruminale, sotto cui furono allattati Romolo e Remo. Guglielmo Schlegel, ricordandosi dell’οὖθαρ ἀρούρης di Omero, accetta quest’ultima etimologia, applicandola alle colline sorgenti dalla campagna romana.
L’êra della fondazione di Roma è posta da Varrone nel terzo anno della vi olimpiade; da Valerio Flacco nell’anno seguente, cioè nel 754 avanti Cristo; da Catone nel 752. L’opinione di Varrone del 21 aprile 753 è seguita da Dione Cassio, Plinio Maggiore, Vellejo Patercolo, Claudio imperatore: Dionigi d’Alicarnasso e Tito Livio stanno con Catone. Gli anni notavansi ab urbe condita, ma più comunemente col nome dei due consoli che reggevano. Le êre degli altri popoli italiani, cui Varrone aveva raccolte, vennero assorbite nell’unità romana, e caddero in dimenticanza. Al 21 aprile dicemmo come già si celebrassero le Palilie, talchè avremmo qui un effetto del costume antico di associare geroglifici agrarj, astronomici e storici.
[151] Solo, vuol dire con tutti i suoi clienti e famuli. Nel linguaggio eroico non si conta che il capo; gli altri sono cose. La formola è rimasta relativamente ai principi, come quando diciamo che Carlo VIII conquistò l’Italia, Napoleone vinse a Wagram, ecc.
[152] Cicerone nel Bruto: Utinam extaret illa carmina, quæ multis sæculis ante suam ætatem in epulis esse cantitata a singulis convivis in Originibus scriptum reliquit Cato.—Vedi l’Appendice III.
[153] Servio, ad Æneid. i, 267; iv. 620; ix. 745.
[154] Così Evandro marita ad Ercole sua figlia Launa: e Laurina, figlia d’un altro Latino enotro, è sposata a Locro.
L’ultimo che scientificamente sostenne la venuta d’Enea nel Lazio fu Rückhert, in una dissertazione comparsa ad Amburgo il 1846 sopra Troja. Essendo i Trojani razza pelasga, la loro venuta risponde a quella de’ Pelasgi e de’ Tirreni. Perchè l’esser quel fatto talmente connesso con tutte le tradizioni romane faccia men repugnanti ad infirmarne la fede, si ricordino i sogni di tutti i nostri genealogisti del Cinquecento. Virgilio stesso, che poeteggiò la venuta de’ Trojani, confessa la scarsa efficienza di quella colonia, facendo che Giove assicuri Giunone non ne rimarrebbero mutati nè la lingua de’ prischi Latini, nè i costumi, nè il nome o le vesti:
Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt,
Utque est, nomen erit; commixti corpore tantum
Subsident Teucri; morem ritusque sacrorum
Adjiciam, faciamque omnes uno ore Latinos.
Æn. xii. 834.
[155] Secondo i Sabini, una fanciulla de’ contorni di Reati, fecondata da Marte Quirino, generò Modio Fabidio, che con vagabondi fondò Curi. Dionigi, ii. Ai Sabini era sacro il lupo, come fu ai Romani.
[156] Romolo sposa Ersilia. Dionigi (lib. ii. c. 12) avverte che Tazio eresse a Roma tempj a divinità, i cui nomi non è facile esprimere in greco. Ciò mostrerebbe un’origine diversa dalla ellenica. Le prime città latine, come Albalunga, Lanuvio....., e le famiglie più antiche, Giulia, Servilia, Metilia, Curiazj, Quintilla, Clelia..., non hanno etimologia greca.
[157] Il notissimo monogramma S. P. Q. R., invece del vulgato Senatus populusque romanus, è dal Niebuhr interpretato Senatus, Populus, Quirites Romani.
[158] Eppure l’esercizio delle arti meccaniche era espressamente vietato (Dionigi, ix), e tutte, eccetto poche attinenti a guerra, erano affidate agli schiavi.
[159] «Numa, siccome Romolo, acquistò il regno disponendo la città coll’augurio, e comandò che anche intorno a sè si consultassero gli Dei. Perciò dall’augure, che poscia per onore conservò questo pubblico e perpetuo sacerdozio, condotto nella rôcca, sedette sur un sasso vôlto a meriggio. L’augure sedette a sinistra col capo velato, tenendo nella destra una verga adunca senza nodo, che chiamarono lituo; e poi ch’ebbe determinato i punti nella città e nel campo, invocati gli Dei, segnò le regioni da oriente a occidente, e indicò siccome propizie le plaghe a mezzogiorno, infauste quelle a tramontana. Fissò in mente un segno di rimpetto, lontano quanto più potea la vista. Allora, trasferito nella sinistra il lituo, posta la destra sul capo di Numa, così pregò: Giove padre, se è tuo volere che questo Numa, di cui io tengo il capo, sia re di Roma, chiarisci a noi i segni tra quei confini ch’io prefinii. Allora con parole specificò quali auspizj voleva si mandassero; ottenuti i quali, Numa, dichiarato re, discende dal tempio». Livio, lib. i.
[160] È l’opinione di Schlegel. Plinio e Valerio Massimo narrano d’un cittadino, che, accusato d’avere ucciso un bue per imbandire a uno scapestrato, fu messo a morte. Columella dice che ammazzare il bue era colpa capitale. Come si concilia coi tanti sacrifizj di tori e coi suovetaurilia?
[161] «Le antiche tradizioni italiche, schiette, grossolane, talvolta anche oscene nella forma, ma di senso profondamente espressivo, differiscono capitalmente dalle storie divine dell’epopea greca, dominate da un antropomorfismo elegante, ma puramente esteriore. Il sentimento religioso dei prischi Romani era gran tratto superiore alla facile e favoleggiatrice eloquenza che aveva invaso la religione de’ Greci.... I Romani accolsero in gran parte le religioni pelasgiche, e le serbarono lunga pezza. Nella pompa del Circo portavasi in giro un numero di divinità antiche. Al tempo stesso ricevettero certi riti molto vecchi ed espressivi, gli augurj, l’arte di consultar le viscere delle vittime, ed altri ancora, dimenticati buon’ora quasi affatto in Grecia, almeno nel culto pubblico. In Grecia la mitologia, quale era stata sviluppata dai poeti epici, esercitò imperio irresistibile sugli spiriti, e sopra le ruine delle antiche credenze e d’un profondo sentimento religioso si elevò la maestà sensibile e affatto umana dello splendido Olimpo. In Etruria, per lo contrario, ed a Roma giammai l’elemento poetico, nella credenza dei popoli, non prevalse così sopra l’elemento mistico, perchè i poeti e gli artisti non acquistarono mai troppa influenza sulla religione dello Stato, confidata a un sacerdozio venerabile. Gli elevati ed austeri genj dell’Etruria antica non potevano lasciarsi irretire dalla magica epopea jonica; superavano collo sguardo gli angusti confini dell’Olimpo quale i poeti l’aveano fatto, per penetrare negli abissi del cielo e della terra. I pii e degni padri di questo antico Lazio, soggiorno di pace, di felicità, di virtù, neppur essi non potevano dalla mobile immaginazione degli ellenici cantori esser rapiti all’abitudine della loro religione, semplice quanto i loro costumi. Per censettant’anni i Romani servirono gli Dei dei loro avi senza bisogno d’immagini (Plutarco, in Numa, c. viii.—Sant’Agostino, De civ. Dei, iv. 31): e quando gl’idoli ebbero preso posto nelle nicchie sacre, il culto della gran Vesta perpetuò la memoria della primitiva semplicità. Una pura fiamma ardente nel santo e silenzioso suo tempio bastò alla dea, che non volle nè statua nè rappresentazione di sorta. Quando in un tremuoto il misterioso potere delle forze nascoste della natura facevasi risentire con tutto il suo orrore, il Romano, ripiegandosi sulle credenze oscure, ma tanto più profonde de’ suoi padri, non invocava alcun dio determinato e conosciuto (A. Gellio, Notti attiche, ii. 28.—Dionigi, Excerpt. xvi. 10. p. 91): ma invece di restar fedele all’antica credenza nazionale, invece di conservare le sue disposizioni sotto quel giogo sacro, sì convenientemente chiamato religione, amò meglio correr dietro a divinità forestiere, imitare i Greci, e coll’imitarli non togliere da essi che una superficie più o meno lucente. Così colla indifferenza per la religione tanto augusta, pura e morale dei vecchi Romani, prevalse ben tosto, fra i loro discendenti, il dispregio dei costumi e delle idee antiche, di quanto esse avevano di semplice, di grave e veramente religioso. Dionigi d’Alicarnasso a ragione vede in ciò una delle cause principali della decadenza della repubblica». Creuzer, Simbolica.
[162] Principes Dei Cælum et Terra. Varrone, De lingua lat., v. 57.
Ex Ope Junonem memorant Cereremque creatas
Semine Saturni: tertia Vesta fuit.
Ovidio, Fast., vi. 270.
[164] Le divinità romane di primo ordine sono le più di nome greco; alcune diversificano. Se ne cerca la ragione. J. Millingen (Transactions of the royal Society of literature of the united kingdom, vol. ii. p. 1, 1832) vuol provare che non sono se non alterazioni dal greco. È inutile accennare Bacchus, Hercules, Latona, Themis, Proserpina, Æsculapius, Pollux, Castor, Sol, Horæ, Musæ, Gratiæ, Nimphæ, Luna (apocope di Σελήνη), ecc.: ma stando agli Dei maggiori, facile è la derivazione di Jovis da Ζεὺς, o Δὶς Διὸς, per trasposizione: di Juno da Ζήνω, Αιώνη; di Apollo o Phœbus dall’identico; di Diana da ϐεα o διὰ ἀνὰ; di Vesta da Ἑστια; di Ceres da ᾽Έρα colla gutturale. Quanto a Mars, sarebbe da Ἄρες col prefisso M; Neptunus da νέω, νήχω ondeggio: nell’eolico si commutano ττ, σσ, e la terminazione unus è comune a Portunus, Vertunus, Tribunus, ecc. Consus, altro suo nome, verrebbe da Πόντος, cambiandosi spesso il π in κ, come da πέντε quinque, da ἕπομαι sequor, da ἵππος equus. Venus deriva non da venire o da feo (radice di fetus, femina), ma da εὐναῖα, εὐνήσσα o εὔνους: Vulcanus da φλέγω e φλὸξ, radice di fulgeo, fulgo, fulmen: Mercurius non da merx, ma da Ἐρμ, trasponendolo come forma da μορφὴ e colla finale κοῦρο o κήρυξ. Minerva poi sarebbe detta dall’epiteto suo ἐνέρεα, relativo alle spoglie nemiche che le si dedicavano, e col prefisso Μ e il digamma Ϝ.
[165] Cancellieri, Le sette cose fatali di Roma antica.
[166] Secondo la tradizione vulgare: ma Dionigi lesse nel tempio del dio Fidio il trattato conchiuso con Gabio, come alleanza tra eguali, e coll’isopolizia: talchè al suo territorio fu conservato il nome speciale di ager gabinus.
[167] Ai tempi di Cicerone, Tarquinio non passava pel mostro che Dionigi ci dipinge: Atque ille Tarquinius, quem majores nostri non tulerunt, non credulus, non impius, sed superbus habitus est et dictus. Philippica iii. 4. Ma pro Rabirio, 4, gli dà taccia superbissimi et crudelissimi regis.
[168] Vedi l’Appendice IV.
[169] Fatto opposto alla vulgata lezione, ma attestato da Tacito: Nec Porsena, dedita urbe, neque Galli capta temerare potuissent; e da Plinio (Nat. hist. xxxiv. 39): In fœdere quod, expulsis regibus, populo romano dedit Porsena, nominatim comprehensum invenimus, ne ferro nisi in agri cultura uterentur.
[170] Orazio, vincitore dei Curiazj, come fratricida doveva esser condannato a morte; ma fu fatto appello al popolo, che, attesi i suoi meriti, lo assolse.
[171] Dionigi d’Alicarnasso, iii, 67, più attendibile che non Plutarco in Numa.
[172] Se fosse vero che ogni plebeo avesse per patrono un patrizio, come s’insegna nelle scuole, resterebbe inesplicabile la storia di Roma, che va tutta in lotte della plebe cogli aristocratici.
[173] Plutarco, in Romolo.
[174] Che i clienti votassero coi patroni non è asserito da alcun antico, e par ripugnante alla costituzione romana, che sempre ricusò la maggioranza del numero; ne plurimum valeant plurimi.
[175] Il vulgo potrebbe vedersi personificato in Bruto, plebeo, servo ribelle.
[176] Affare della statua d’Orazio Coclite.
[177] Fere nulli alii sunt homines, qui talem in filios suos habent potestatem, qualem nos habemus. Gajo, Instit. i. 55. Del despotismo paterno ritrae il nostro nome di padrone.
[178] Roma aveva promesso rispettare civitatem di Cartagine; onde risparmia i cittadini, ma distrugge urbem, la città. Così dopo il fatto delle Forche Caudine; così nelle tregue, conchiuse pei giorni e violate la notte.
[179] Dionigi, iv. 1. Cicerone (De legibus, iii. 3) dice tenevansi registri del preciso numero de’ cittadini, de’ loro figli, degli schiavi, degli armenti, e l’enumerazione dei beni, e l’età delle persone. Il numero degli abitanti lo argomento dai centrentamila capaci dell’armi, noverati nel censo di Publicola nel 245. Che l’ammissione de’ forestieri si rallentasse al principio del governo consolare, lo prova il censo del 279, che dà solo centremila cittadini puberi, e il triplo di donne, fanciulli, schiavi, mercanti, stranieri, operaj, «giacchè a Roma non è lecito sostentarsi col traffico e coll’industria manuale», dice Dionigi, ix. 383.
Censimento della popolazione romana in varj tempi:
| Anno | Famiglie | Cittadini | |
| 185 | Sotto Servio Tullo | 84,000 | 420,000 |
| 245 | Allo stabilirsi della repubblica | 130,000 | 650,000 |
| 261 | Dopo istituiti i tribuni | 110,000 | 550,000 |
| 279 | Dopo le turbolenze della legge agraria | 103,000 | 515,000 |
| 288 | Durante la guerra cogli Equi e Volsci | 124,215 | 621,000 |
| 294 | Sotto la dittatura di Cincinnato | 132,409 | 662,000 |
| 361 | Al bando di Camillo | 152,573 | 762,000 |
| 410 | Durante la guerra dei Sanniti | 160,000 | 800,000 |
| 460 | Al consolato di Fabio Massimo | 270,000 | 1,350,000 |
| 464 | All’istituzione dei triumviri capitali | 273,000 | 1,365,000 |
| 478 | All’invasione di Pirro | 271,224 | 1,356,000 |
| 489 | Al rompersi della prima guerra punica | 292,224 | 1,460,000 |
| 501 | Durante la guerra di Sicilia | 297,797 | 1,485,000 |
| 532 | Al fine della prima guerra punica | 260,000 | 1,300,000 |
| 533 | Quando i liberti furono compresi nelle tribù urbane | 270,213 | 1,350,000 |
| 545 | Durante la seconda guerra punica | 237,108 | 1,185,000 |
| 549 | Alla spedizione di Scipione in Africa | 214,000 | 1,070,000 |
| 559 | Prima della guerra contro Antioco | 243,704 | 1,218,000 |
| 564 | Nella guerra colla lega Etolia | 258,328 | 1,291,000 |
| 574 | Prima della guerra di Perseo | 273,224 | 1,366,000 |
| 579 | Nella guerra illirica | 269,015 | 1,345,000 |
| 584 | Nella guerra macedonica | 312,805 | 1,564,000 |
| 589 | Dopo conquistata la Macedonia | 337,552 | 1,687,000 |
| 594 | Dopo la terza guerra punica | 328,314 | 1,641,000 |
| 599 | All’alleanza con Massinissa | 324,000 | 1,620,000 |
| 606 | Alla distruzione di Cartagine | 322,200 | 1,611,000 |
| 611 | ——————di Corinto | 328,342 | 1,641,000 |
| 617 | Alla spedizione di Scipione in Ispagna | 323,000 | 1,615,000 |
| 622 | Alla morte di Tiberio Gracco | 313,823 | 1,569,000 |
| 629 | ––.———di Scipione l’Africano | 390,736 | 1,953,000 |
| 639 | Dopo la rotta degli Allobrogi | 394,336 | 1,971,000 |
| 664 | Dopo la guerra Sociale e l’ammissione degli Alleati | 463,000 | 2,315,000 |
| 683 | Dopo la guerra civile di Mario | 450,000 | 2,250,000 |
| 703 | –———––.——––.di Cesare e Pompeo | 420,000 | 2,100,000 |
| 725 | Dopo stabilito l’impero | 4,164,000 | 20,820,000 |
| IIª numerazione di Augusto | 4,233,000 | 21,165,000 | |
| IIIª numerazione | 4,630,000 | 23,150,000 | |
| 800 | Sotto Claudio | 6,944,000 | 34,720,000 |
| Sotto Vespasiano | ? | ? |
[180] Cioè cinquanta are; sicchè tutto il territorio legale era di millecinquecento ettare.
[181] Nexa chiamavansi (secondo il Niebuhr) quelli che al plebeo, debitore d’un patrizio, stavano garanti colla propria roba, il che s’intende anche colla famiglia, promettendo soddisfare con fatiche personali; inoltre il plebeo che, non pagando, veniva fatto schiavo del patrizio creditore. Se alla scadenza il debito non si spegneva, accumulavasi il frutto al capitale.
Forse con più ragione il Vico crede che da principio i patrizj dessero in feudo ai plebei le terre per un annuo canone: non pagandolo, poteano questi ripeterlo col braccio governativo e farsi aggiudicare schiavi i debitori morosi. I prepotenti facilmente allargarono questa feudale prerogativa ad ogni altro debito.
[182] Il testo, riferito da A. Gellio, è preciso: Tertiis nundinis capite pœnas dabant: si plures forent quibus reus esset judicatus, secare si vellent atque partiri corpus addicti sibi hominis permiserunt. Tertiis nundinis, partes secanto: si plus minusve secuerunt, se fraude esto. Questa previsione del tagliar più o meno impedisce d’intendervi soltanto divisione dei beni dell’oberato, sectio bonorum: anzi se fra’ creditori un solo restava inesorabile, eragli conservato il suo diritto, potendo egli uccidere o mutilare il debitore. È a credere che di rado o non mai la legge fosse applicata, poichè il debitore si sarà riscattato consentendo al nexum, o parenti e amici avranno offerto ai creditori più di quello che potessero ritrarre dal venderlo; i tribuni si saranno opposti al furioso che ricusasse ogni patto al debitore.
Una legge del dittatore Petilio (o Petizio o Popilio) del 433 di Roma abolì il nexo, vietando per l’avvenire l’ipoteca sulla persona, e facendola cessare per qualunque debitore giurasse possedere abbastanza per redimersi: Omnes qui bonam copiam jurarent, ne essent nexi, dissoluti, dice Varrone. Gli addicti erano garantiti contro i ferri, eccetto il caso che fossero condannati per delitto. In Plauto, il modo più terribile per farsi pagare da un cattivo debitore è l’addizione o carcere privato. Anche durante la guerra d’Annibale vediamo in Tito Livio i condannati a restituzione di danaro essere gettati in carcere come criminali.
[183] Furono Giunio Bruto e Sicinio Belluto. Ecco ricomparire Bruto, cioè il servo ribelle della rivoluzione contro i Tarquinj: e un Bruto ritornerà all’altro tentativo di rivoluzione contro l’impero iniziato.
[184] Al tempo di Annibale i Romani avevano cinquantatre colonia in Italia. Vedi Heyne, De Romanorum prudentia in coloniis regendis.—De veterum coloniarum jure, ejusque causis. Opuscoli i e viii.
[185] La voce italiana podere per fondo accenna un’origine eguale nel nostro medioevo: poteva chi possedeva.
[186] Tutta la lotta de’ plebei co’ patrizj è elegantemente espressa da Floro, col dire che i plebei volevano acquistare nunc libertatem, nunc pudicitiam, tum natalium dignitatem, honorum decora et insignia. Egli stesso scrive: Actus a Servio census quid effecit, nisi ut ipsa se nosset respublica? È il nosce te ipsum, che il Vico dice aver Solone insegnato al vulgo attico.
[187] Lib. vi. 4. Il Vico impugna la compilazione delle XII Tavole: unica legge fatta dai decemviri fu, secondo lui, quella che accomunava alla plebe il dominio quiritario dei campi; poi, come ai tipi ideali, furono riportate ad essi tutte quelle che parteciparono grado a grado la libertà alla plebe.
Le differenze dalle leggi greche sono avvertite dai giureconsulti. In Atene il marito era protettore, qui padrone; non dava danaro al suocero, anzi ne riceveva, sicchè la moglie portando una dote nella nuova casa, vi conservava una corta indipendenza, e poteva accusare il marito, come egli lei; facile era la separazione. In Atene il padre non può uccidere il figlio, ma solo la figlia libertina; bensì può non assumere il neonato, nel qual caso è venduto schiavo; anche adulto può dichiararlo indegno: ripudio che in Roma non ha luogo, dove neppur emancipandolo, il padre non abdicava ai proprj diritti. Questi per età o per grado non cessavano, mentre in Atene il figlio a vent’anni era iscritto nella fratria, cioè diventava indipendente e capocasa, ecc.
[188] È nota la baja che delle formole si prende Cicerone pro Murena. Anche il diritto pubblico era sottoposto a formole; eccone esempj. Tito Livio, lib. i: «Tale fu la forma della dedizione dei Collatini. Il re interrogò: Siete voi i legati ed oratori mandati dal popolo di Collazia, per consegnar voi e il popolo?—Siamo.—Il popolo collatino è di propria balìa?—È.—Deste voi medesimi, il popolo collatino, la città, i campi, l’acqua, i termini, i tempj, gli utensili, le cose tutte umane e divine in poter mio e del popolo romano?—Demmo.—Ed io accetto». E nel libro stesso: «Allora udimmo che così si fece, nè v’ha memoria d’altro patto più antico. Il feciale interrogò il re Tullo così: Vuoi, o re, ch’io stringa patto col padre patrato del popolo albano? E comandando il re, il feciale disse: Ti domando erbe sacre. Il re rispose: Prendine pure. Poscia al re stesso chiese: O re, mi fai tu regio nunzio del popolo romano de’ Quiriti? approvi i mallevadori e i compagni miei? Il re rispose: Sì, salvo il diritto mio e del popolo romano dei Quiriti. Feciale era M. Valerio; fece padre patrato Sp. Fuscio toccandogli il capo e i capelli colla verbena. Il padre patrato si elegge per patrare il giuramento, cioè per sancire il patto; lo che egli fa con una lunga formola, che qui non occorre riferire. Poscia recitate le condizioni, Odi, disse, o Giove; odi, o padre patrato del popolo romano; odi tu, popolo albano: il popolo romano non mancherà primo a quelle leggi, che da capo a fondo furono lette su quelle tavole cerate, senza frode, siccome furono oggi benissimo intese. Se pel primo mancherà per pubblico consiglio e frodolentemente, in quel giorno, o Giove, ferisci il popolo romano, siccome io oggi ferirò questo porco; e tanto più lo ferisci, quanto più sei poderoso. Ciò detto, percosse il porco con un ciottolo di selce. Anche gli Albani recitarono la loro formola e il giuramento, per mezzo del dittatore e de’ sacerdoti proprj».
Essendo gli uomini naturalmente poeti (ragiona il Vico nella Scienza nuova, lib. iv), tutta poetica fu l’antica giurisprudenza, la quale fingeva i fatti non fatti, nati li non nati ancora, morti i viventi, i morti vivere nelle loro giacenti eredità; introdusse tante maschere vane senza subjetti, che si dissero jura imaginaria, ragioni favoleggiate da fantasia; e riponeva tutta la sua riputazione in trovare sì fatte favole, che alle leggi serbassero la gravita ed ai fatti ministrassero la ragione: talchè tutte le finzioni dell’antica giurisprudenza furono verità mascherate; e le formole con le quali parlavano le leggi, per le loro circoscritte misure di tante e tali parole nè più nè meno, nè altre, si dissero carmina. Talchè tutto il diritto antico romano fu un serio poema, che si rappresentava dai Romani nel fôro; e l’antica giurisprudenza fu una severa poesia.
Vedi Chassan, Essai sur la symbolique du droit, précédé d’une introduction sur la poésie du droit primitif. Parigi 1847.
[189] Dionigi, lib. 1; Festo, ad v. Prætor ad portam.
[190] Livio, lib. iv.
[191] Mei-land, mio paese; Mayland, paese di maggio; Medellam, città della vergine; Mittelawn, in mezzo ai piani; Medio-amnium; Medo e Olano, due condottieri; Medio-lana, per una scrofa lanosa trovatavi: differenti etimologie di Milano. Questo nome è comunissimo nella Gallia transalpina e designa il paese medio (mitta-land); la terra per antonomasia, la terra santa, la legale.
[192] Ele-dore, il turbine.
[193] Prima chiamavasi Bodincos, cioè senza fondo, poi fu detto Pado da pades, che in gallico suona abete.
[194] Adotto la vulgata denominazione latina, desunta dalla situazione di Roma.
Edwards pretese riconoscere ancora in Italia il tipo delle due stirpi gallica e cimra: quelli, testa lunga, profilo sporgente, fronte alta e sviluppata, mento prominente, naso aquilino; questi, faccia piatta e corta, pomelle larghe, naso rincagnato, poco sporgente. I moderni ripudiano la dottrina di Thierry, e fanno consanguinei i Cimri e i Galli.
[195] Saluberrimos colles, flumen opportunum, quo ex mediterraneis locis fruges devehantur, quo maritimi commeatus accipiantur; mare vicinum ad commoditates, non expositum nimia propinquitate ad pericula classium externarum; regionum Italiæ medium, ad incrementum urbis natum unice locum. Livio, v. 54.
[196] Quand’anche una finzione legale potesse mai tramutare in giustizia l’iniquità, nel caso presente mancava sin l’apparenza a favore de’ Romani. Fra questi e i Sanniti vigeva lo jus exulandi; onde Postumio, estradetto dalla patria sua, poteva acquistare la cittadinanza presso quegli altri.
[197] Livio, x. 42.
[198] Valerio Massimo, vi, 3, 2.
[199] Che tutte le pesti ricordate a Roma fossero epidemie, fino a quella di Lucio Vero nel ii secolo dopo Cristo, è sostenuto da Heyne, Opusc. iii.
[200] Al Pireo si trovò, non è guari, un decreto, per cui stabilivasi mandare ad Adria una colonia sotto Milziade, successore dell’omonimo vincitor di Maratona, circa l’olimpiade cxiii; e ciò per avere emporj di frumento e formare barriera a’ Tirreni. Bullettino di corrispondenza archeologica, 1836, pag. 135.
Vedi Sainte-Croix, Raoul-Rochette, Heyne, Prolusiones XV de civitatum græcarum per Magnam Græciam et Siciliam institutis et legibus nel vol. ii de’ suoi Opuscula academica, Gottinga 1787. Al vii vol. dell’Heeren, traduzione francese, è soggiunta la bibliografia compiuta delle colonie.
Metaponte, par le duc de Luynes et F. J. Debaco; Parigi, 1833, in fol., non è una compiuta monografia, ma un’elegante esposizione delle antichità di quel luogo in disegno e scrittura.
Domen. Marincola Pistoja, Delle cose di Sibari. Napoli 1845.
[201] Il nome di Magna Grecia non ricorre in Erodoto nè in Tucidide, ma primamente in Polibio, lib. ii. c. 12. Strabone lo attribuisce all’esservisi i Greci molto allargati; Festo e Servio (ad Æn., i. 573) alle molte città greche fondate in quel paese; altri ad altro; Delisle, d’Anville, Micali, all’essere più estesa che non la Grecia propria; taluni ne fanno onore alla filosofia di Pitagora, colà nata e diffusa; altri all’aver precorso la Grecia orientale in civiltà e filosofia. Quel nome complessivo pare durasse fino allo scorcio del iii secolo di Roma, quando ciascuna contrada si denominò dal popolo che la occupava.
Neppure si conviene sull’estensione indicata da questo nome; e Sinesio vescovo del v secolo (ep. ad Pœonium) lo dice accomunato a tutti i paesi ove si praticavano gli arcani riti pitagorici. Suole dividersi in otto regioni: Locrese, Caulonite, Scilletica, Crotoniate, Sibaritica, Eracleese, Metapontina, Tarantina; sicchè in digrosso abbracciava l’Apulia, la Lucania, il Bruzio.
Cronologia delle colonie greche in Italia.
1300, o 1050, Cuma, fondata dai Calcidesi d’Eubea: generò Napoli e Zancle, dalla quale derivarono Iméra e Mile.
1260, o 900, Metaponto posta dai Pilj reduci da Troja, poi ripopolata d’Achei e Sibariti.
| 756 | Nasso, dai Calcidesi. |
| 753 | Crotone, dagli Achei. |
| 750 | Leontini, dai Nassani, e poco dopo Catania. |
| 732 | Siracusa, dai Corintj; donde Acra, Casmena, Camarina. |
| 725 | Sibari, dagli Achei: nel 444 le succede Turio. |
| 723 | Reggio, ripopolata da Messenj. |
| 707 | Taranto, ripopolata da Lacedemoni. |
| 683 | Locri, fondata dai Locresi Ozolj. Dicono vi precedesse un’altra loro colonia nel 757. |
| 667 | Zancle, ripopolata da Messenj, e detta Messina. |
| 645 | Selinunte, posta dai Megaresi. |
| 605 | Gela, dai Rodj. |
| 582 | Agrigento, dai Gelani. |
| 536 | Elea o Velia, dai Focesi. |
| 510 | Posidonia, dai Sibariti. |
| 444 | Turio, dagli Ateniesi. |
| 433 | Eraclea di Lucania, dai Tarantini. |
[202] Strabone, lib. vi.
[203] Ode 6 del lib. ii.
[204] Dionigi, lib. xii. 9; Strabone, lib. vi.
[205] Laerzio e Giamblico danno il primo numero; l’altro Valerio Massimo, lib. viii. Vedi anche Tito Livio, lib. iv.
[206] Strabone, lib. v.
[207] Vedi la l. cit. nel Timeo di Platone, ed in Plutarco.
Su Pitagora, e sul governo de’ Pitagorici, si paragonino Heyne, Opusc. acad., tom. ii; Meiners, Gesch. der Wissenschaft in Gr. und ecc., i. 401, 464, 469; Mueller, Dorici, ii. p. 178: Welbker, Proleg. ad Theogn. p. xlii; ma principalmente Krische, De societatiis a Pythagora in urbe Crotone conditæ scopo politico, Gottinga 1830; Terpstre, De sodalitii pythagoræi origine, conditione, consilio, Utrecht, 1824; Cramer, De Pythagora, quomodo educaverit et instituerit, Stralsunda, 1833.
[208] Ἀληθεύειν καὶ εὐεργετεῖν. Eliano, Variæ historiæ, xii. 59. Εὐεργεσία καὶ ἀλήθεια. Longino, Del sublime.
[209] Giamblico, Protrept. 21; Suida, in Πυθάγορας. La dottrina pitagorica si raccoglie principalmente da Filolao di Crotone.
[210] Ap. Platone, Della repubblica, lib. iii.
[211] Diogene Laerzio, lib. viii
[212] «Nulla esiste; esistesse anche, è impossibile conoscerlo». Tale era il suo teorema, e lo provava così: «Se esiste qualche cosa, essa è l’essere o il non essere, o le due cose insieme. Il non essere non è possibile perchè non può esser nato, nè non esser nato, nè esser uno nè multiplo. Ciò poi che è, non è possibile che sia essere e non essere; imperocchè se questi fossero nel medesimo tempo, quanto all’esistenza sarebbero una cosa sola; ma se una sola cosa fossero, l’essere sarebbe il non essere. Siccome però il non essere non è, neppure l’essere sarebbe. Se poi tutti e due fossero la medesima cosa, non sarebbero due cose, ma una sola». Eppure Platone credette dover confutare questa argomentazione ne’ suoi dialoghi; segno che allora non parea frivola e ridicola, quanto oggi la giudichiamo.
[213] Anche nelle XII Tavole il principio era Deos caste adeunto; e Giustiniano mise a capo del suo codice De summa Trinitate et fide catholica.
[214] Questa clausola fu introdotta posteriormente. Diodoro Siculo, lib. xii.
[215] Esempio di piena e meravigliosa concisione potrebb’essere questo: χρὴ δὲ ἐμμένειν τοῖς εἰρημένοις, τὸν δὲ παραβαίνοντα ἕνοχον τῇ πολιτικῇ ἀρᾷ. Vedi Diodoro, lib. xii. 11 e seg.; Stobeo, Serm. xliv; Aristotele, Politic., lib. ii. 9.
[216] Vedi Bentlejo, Opusc., pag. 340; Heyne, Opusc. acad., tom. ii, p. 273; Sainte-Croix, Sur la législation de la grande Grèce negli atti dell’Accademia delle Iscrizioni, lib. xlii; Richter, De veteribus legum latoribus, Lipsia 1791.—Nitzol, De historia Homeri, negò che Zaleuco sia il più antico legislatore; ma lo confutò Müller nel giornale di Gottinga 1831, pag. 292.
Eliano riferisce una sua legge:—Se un malato, senz’ordine del medico, beva vino, quantunque guarisca, sia condannato a morte». Pastoret s’affatica invano a cercar la ragione di sì pazzo ordine; ma Eliano, come spesso, s’inganna, giacchè Ateneo, da cui esso la trae, dice: εἵ τις ἃκρατον ἐπίῃ, μὴ προστάξαντος ἱατροῦ, θεραπείας ἒνεκα, θάνατος ἦν ἡ ζεμία. Se alcuno beva vino senz’ordine del medico per ragion di salute, sia reo di morte.
[217] Mangiatori di loto; il rhamnus lotus di Linneo, del cui frutto gli Africani si nutrono anche oggi, e ne preparano un vino o idromele, che regge pochi giorni.
[218] Diodoro attribuirebbe questa migrazione verso occidente a un’eruzione dell’Etna. È notevole che Omero non fa verun cenno di questo vulcano, così acconcio a fantasie poetiche. Tucidide riferisce che ricordavansi tre eruzioni di esso, ai tempi di Pitagora, di Gerone, e a’ suoi. Di due sotto ai Dionisj ci è testimonio Platone, che fu invitato ad osservarne i fenomeni. Ne ricorsero spesso sotto la dominazione romana, e particolarmente nel 662 di Roma, e due volte durante le guerre civili; poi negli anni di Cristo 225, 420, 812, 1163, 1285, 1329, 1333, 1408, 1444, 1446, 1447, 1536, 1603, 1607, 1610, 1614, 1619, 1634, 1669, 1682, 1688, 1689, 1702, 1766, 1781, 1819, a tacere le recenti.
[219] Brunet de Presle, Recherches sur les établissements des Grecs en Sicile, Parigi 1845.
[220] Eliano, ii. 4; Ateneo, xiii. 8. È apocrifa la raccolta di lettere di Falaride, che sino dal 1491 comparvero tradotte in italiano a Firenze da Bartolomeo Fonti, poi da Francesco Accolti d’Arezzo. Dodwel e Bentley disputarono intorno all’età di Falaride, senza accertarla.
[221] Timeo, ap. Diodoro, lib. xiii.
[222] Gellia era piccino e smilzo, e mandato ambasciatore a Centuripe (Centorbi), vi fu accolto a risate. Senza scomporsi egli disse:—«Agrigento ha persone belle e appariscenti, ma le manda alle città illustri e civili; alle piccole e scortesi ne manda di pari a me». Anche l’abate Galiani, quando fu presentato alla Corte di Francia come addetto all’ambasciatore di Napoli, piccolo e gobbo come era eccitò l’ilarità dei cortigiani; ond’egli, inchinandosi al re, esclamò: Sire, vous voyez un échantillon d’ambassadeur. Si rise, e i Francesi danno ragione e benevolenza a chi li fa ridere.
[223] Diodoro, xi. 72.
[224] Polibio, lib. xii. 22.
[225] Più tardi un tremuoto l’abbattè, Cesare riedificolla, Federico Barbarossa l’incenerì; rialzata, sofferse replicati assalti dai Turchi verso il 1593, e nuovi tremuoti, dai quali adesso si rifà.
[226] La costituzione che egli voleva foggiare sulle idee di Platone, importava un re che vegliasse sulla religione e sullo splendore dello Stato, quasi un gran sacerdote. A tal carattere sacro ripugnavano il diritto di morte e d’esilio, che perciò restavano a trentacinque custodi della legge, i quali, per deliberare della vita de’ cittadini, doveano aggiungersi i più giusti fra i magistrati usciti di fresco di carica. I trentacinque col senato e il popolo decideano della pace e della guerra. Tanto è riferito nella viii delle lettere di Platone. Queste sanno d’apocrifo, pure sono certamente vicine al suo tempo, e scritte da persona informata. A Dionigi doveva alludere Platone nel iv Delle leggi, ove scrive che «per ordinare nuova forma di governo nessuno val meglio d’un tiranno che sia giovine, di salda memoria, bramoso di sapere, coraggioso, animato da sentimenti nobili, e cui la buona fortuna avvicini un uomo conoscente della scienza delle leggi. Felice la repubblica retta da principe assoluto, consigliato da buon legislatore!».
Il tedesco Arnold scrisse la storia di Siracusa fino a Dionigi. Si trova pure nella quarta parte della Storia greca di Mitford, ove Dionigi I è purgato dalle esagerate imputazioni degli scrittori originali.
[227] Cicerone dice che la decima del frumento di Sicilia rendeva ai Romani per nove milioni di sesterzj, a tre sesterzj comprandosi il moggio: dunque trenta milioni di moggia, ossia quattrocento cinque milioni di libbre a peso di marco, traevansi da quel terzo della Sicilia ch’era sottoposto alla decima. Dureau de la Malle, Économie politique des Romains, tom. ii. p. 376.
Oggi, che la coltura n’è tanto negletta, calcolano si asporti dalla Sicilia per nove milioni in agrumi, due in olio, oltre la soda e il tonno marinato e i solfi, suo oro.
[228] Teofrasto, iv. 17; Plinio, xii. v.
[229] Diodoro accenna Dori ed Eolici, i quali sicilianizzavano.
[230] Suida, Lexicon ad vocem.
[231] Nel Busiride descriveva Ercole vorace:—Se lo vedi macinare a due palmenti, e trangugiare ingordo, ti fa ribrezzo. Le fauci di dentro gli borbogliano, le mascelle cigolano, i denti molari stridono, i canini strepitano, le narici fischiano sibilando, e le orecchie ciondolando si movono». Ap. Ateneo, Deipnosofistes, x. c. i. Così dipinge il parassito:—Mi basta un cenno per correre ad un convito, nè cenno aspetto per presentami dove si fa nozze. Comincio dir facezie, e movo a festa e a giuoco: sciorino lodi spiatellate a colui che mette tavola, e a chi gli contraddice tratto da nemico e svillaneggio: e ben bevuto e meglio mangiato, me ne vo. Non ho ragazzo che mi scorga per la via con la lanterna; e soletto nel bujo, barcollando ad ogni passo, m’affretto verso casa. Se m’imbatto nella ronda, giuro di non aver fatto nulla di male; oppure essi mi caricano di mazzate. Fiaccato dalle busse, arrivo a casa e mi sdrajo s’una pelle, e non sento il dolore finchè la forza del vino mi grava l’anima e la mente». Ivi vi. c. 28.
[232] Vedi il suo elogio scritto dallo Scinà.
[233] Dell’ode, ove Orazio introduce a parlare Archita già morto, non saprei dar ragione se non supponendola tradotta o imitata dal greco. I primi versi
Te maris et terræ, numeroque carentis arenæ
Mensorem cohibent, Archita,
io penso non alludano ad operazioni geometriche da lui fatte, ma a qualche soluzione ingegnosa ch’egli abbia trovato dell’arenaria, su cui si esercitò anche Archimede, come or ora diremo.
[234] Lo narra Ateneo (v. 10); ma Montucla lo rigetta tra le favole.
[235] Il numero calcolato nell’arenaria di Archimede oggi si scriverebbe colla cifra 64, seguita da sessantun zeri. Questo parmi basti a confutare chi pretese (come l’insigne Charles negli Eclaircissements sur le traité De numero arenæ) che i Greci conoscessero il sistema numerico indiano, ove le cifre acquistano un valore di posizione. Taluno credette trovarvi la prima idea dei logaritmi. Teone d’Alessandria nel Commento fa merito ad Archimede d’avere, nella Catoptrica, scoperto la rifrazione, per cui i raggi passando pel fluido, fanno all’occhio un angolo più grande. Ideler, nel commento sulla Meteorologia d’Aristotele, radunò i passi relativi alla Catoptrica d’Archimede. Che questi s’occupasse di analisi indeterminata può indicarlo il problema in versi, scoperto da Lessing, e stampato nel giornale Zur Geschichte und Litteratur, Brunswick 1773. Ma che già prima i Pitagorici istituissero ricerche sui triangoli rettangoli aritmetici, l’attesta Proclo sulla proposizione 47ª del libro i d’Euclide. La formola di cui valeansi per formare un’infinità di triangoli siffatti, può esprimersi algebricamente:
Delambre pretende che nè Archimede nè Euclide avessero idea della trigonometria rettilinea, nè della sferica. Vedasi la sua memoria in fondo alla traduzione francese di Peyrard delle opere di Archimede. Parigi 1808.
[236] Da ubi consistam, et cœlum terramque movebo. Se è suo questo motto prestatogli da Pappo, e’ non si fece carico del vette. Ora, per ismuovere, non che il cielo, la terra, si richiede una leva tale, che, quando Archimede avesse potuto correre colla velocità d’una locomotiva a vapore, cioè quarantotto miglia l’ora, gli sarebbero stati necessarj quarantacinque bilioni d’anni per sollevare d’appena un pollice la terra. Vedi Neil-Arnott, Mécanique des solides, pag. 155.
[237] Degli specchi ustorj d’Archimede nessuna menzione fanno Polibio, Livio, Plutarco; ma solo Zonara e Tzetze, storici del Basso Impero, che alludono a passi perduti di Dione e Diodoro Siculo.
Se possa farsi uno specchio tale da incendiar una nave, fu discusso gravemente dagli scienziati. Parve risolvere la questione Buffon coll’esperienza, costruendo uno specchio formato di censessantotto specchietti, mobili in ogni senso, e curvati in modo da presentare una superficie convessa, talchè, come in una lente, tutti i raggi del sole vi fossero riflessi verso un unico objetto. Con questo s’incendiò una tavola grossa di abete alla distanza di cencinquanta piedi, essendo il 10 aprile, un’ora dopo mezzogiorno. Si aumentarono gli specchietti fino a ducenventiquattro, ed alla distanza di quarantacinque piedi vennero fusi de’ vasi d’argento in otto minuti. Alla distanza di ducento piedi si fece passar un bue, che cadde colpito.
Sopra tale costruzione, Monge avvertì la difficoltà di dover ad ogni istante cambiare la inclinazione degli specchi, atteso il moversi del sole, mentre non meno di mezz’ora si richiederebbe per infocare una nave. Quando Buffon diede questa spiegazione dello specchio d’Archimede, non si conosceva un passo di Isidoro da Mileto, che al tempo di Giustiniano scrisse περὶ παραδόξων μηχανημάτων. In uno dei quattro problemi che ci avanzano di quest’opera, egli si propone di costruire una macchina capace di accendere coi raggi del sole una materia combustibile fuori della portata del tiro. Trovando impossibile il conseguir ciò cogli specchi concavi, dimostra che Archimede potè ardere i vascelli di Marcello mediante l’unione di molti specchi piani esagoni. Il passo cui alludo, fu pubblicato da Dupuy nei Mém. de l’Académie, ecc. vol. xlii. Parigi 1774.
Peyrard, che tradusse Archimede, diede una nuova costruzione ingegnosa, la quale nel 1807 fu approvata dall’Istituto, calcolando che con cinquecentonovanta specchi da cinquanta centimetri di lato si potrebbe ridurre in cenere una flotta distante un quarto di lega. Ma dimostrato possibile il fatto, chi crederà che le navi romane stessero nell’immobilità necessaria perchè il fuoco s’attaccasse?
[238] Che pure lo disprezzava, con romanesca superbia dicendo: Humilem homunculum a pulvere et radio excitabo. Tusc. v. 33.
[239] Spesso ricorrono fra gli antichi queste armi parlanti: Agrigento mettea sulle sue monete il granchio, acragas in greco; Ancona un gomito, che in greco dicesi ancon; Turio, un toro, alludendo all’aggettivo tourios impetuoso, o al tauro. Più spesso ciò incontra pei nomi de’ triumviri monetarj, nomi che metteansi sulle monete battute sotto la loro direzione: così un toro su quelle di Thorio Balbo; un martello su quelle di Publicio Malleolo; un fiore per Manlio Aquinio Floro; un Giove Ammone cornuto per Quinto Cornificio; il pesce della porpora per Furio Purpureo; le sette stelle dei trioni per Lucrezio Trione; una musa per Pomponio Musa; un Saturno per Sestio Saturnino.
Vedansi: Paruta, Sicilia numismatica.
Pisani, Memorie sulle opere di scultura in Selinunte ultimamente scoperte.
Principe di Biscari, Viaggi per le antichità della Sicilia.
Martelli, Le antichità dei Siculi.
Serradifalco, Le antichità della Sicilia.
Capodieci, Antichi monumenti di Siracusa.
Hittorff e Zanth, Architecture antique de la Sicile.
Harris e Santangeli, Sculptured Metopes discovered amongst the ruins of the temples of the ancient city of Selinus. Harris, nell’esplorare quelle ruine, contrasse una malattia che il portò a morte giovanissimo.
[240] Ausonio, Nob. urbes, vers. 97. E Virgilio, Æn. iii. 692:
Sicanio prætenta sinu jacet insula contra
Plemmyrium undosum: nomen dixere priores
Ortygiam, Alpheum fama est huc Elidis amnem
Occultas egisse vias subter mare, qui nunc
Ore, Arethusa, tuo siculis confunditur undis.
E Cicerone: In hac insula extrema Ortygia est fons aquæ dulcis, cui nomem Arethusa est, incredibili magnitudine, plenissimus piscium, qui fluctibus totus operiretur, nisi munimine ac mole lapidum a mari disjunctus esset.
[241] Naturæ historia, iii. 9.
[242] Chiamavansi latrones, parola che acquistò trista significazione, come avvenne del nostro masnadiere.
[243] Hist., lib. x. Si confronti con Diodoro, xx. 104.
[244] Plutarco in Pirro. Ad altra conchiusione arrivava uno di que’ semplici filosofi, che si chiamano santi. Filippo Neri andò incontro ad un prete che veniva a Roma per mettersi in prelatura, e che coll’enfasi della speranza gli narrava che potrebbe diventar cameriere, poi segretario, poi protonotaro....—E poi?» chiedeva il santo—E poi potrò entrar monsignore—E poi?—E poi il cappello verde potrà mutarsi in rosso—E poi?—E poi, de’ casi se ne sono veduti tanti, e quel che riesce ad uno può riuscire anche ad un altro—Volete dire la tiara, eh? Ma e poi?» instava il santo; ed esitando l’altro a rispondere, gli soggiungeva:—E poi morire».
[245] Cicerone, Tuscul. iv. 2.
[246] Eliano, Variæ hist., i. 38, dice che, per ispaventare gli elefanti, presentarono loro de’ majali. I narratori di questi fatti perirono, non restandoci che gli argomenti delle decadi di Livio, e qualche estratto di Dionigi, Diodoro, Appiano, oltre le vite di Plutarco.
[247] Tito Livio, xxxviii. 28.
[248] Asdrubale e Amilcare, figli di Magone, conquistano la Sardegna, e Asdrubale vi muore dopo stato generale undici volte; Amilcare si uccide dopo vinto da Gelone. Da Amilcare nacquero Imilcone che gli succedette nel comando dell’esercito in Sicilia, Annone e Giscone. Da Asdrubale nacquero Annibale, Asdrubale, Saffo, generali fortunati contro Nùmidi e Mauritani.
[249] Ignoti agli storici romani, ce li conservò Polibio greco. Il capo Bello o Buono (τῷ καλῷ ἀκροτηρίῳ) è il promontorium Hermœum al nord di Cartagine. Τὸ προκείμενον αυτῆς τῆς Καρκήδονος ὠς ρπὸς τὰς άρκτους, dice Polibio. S’ingiunge dunque ai Romani di non navigare lungo la costa del territorio cartaginese, verso la piccola Sirte, ov’erano le città e i distretti più fertili di Cartagine.
Per questi fatti principale autorità è questo Polibio, di cui abbiamo il racconto fino al 216, e frammenti sino al 165 av. Cristo. Livio e Appiano calcano le orme di lui. Si riferiscono a questi tempi le vite di Fabio Massimo, Paolo Emilio, Marcello, Catone, Flaminio, scritte da Plutarco. Quella d’Annibale, attribuita a Cornelio Nepote, parmi nulla più che compilazione retorica.
[250] Diodoro, xxii; Polibio, i.
[251] Zonara, scrittore dei bassi tempi, ci conservò memoria di tale congiura di quattromila Sanniti (viii. 11).
[252] Se alcune nebbie osiamo spargere s’un nome che da fanciulli s’impara a venerare, si vorrà noverarci tra quelli che dubitano della virtù perchè non la credono? I libri di Livio, in cui avrebbe dovuto esser narrato l’eroismo di Regolo, perirono; Polibio non ne fa cenno; Dione Cassio lo dà come una tradizione, che Silio Italico abbellisce o gonfia colla sua poesia. In Diodoro Siculo, narratore così circostanziato e spesso esatto, manca il libro xxiii ove il fatto dovea trovar luogo; ma due frammenti di quello possono smentirlo. Nel primo narra la sconfitta di Regolo, imputandone affatto l’arroganza di esso, che compromise gl’interessi della patria quando poteva di decorosa pace giovarla: «Nè della calamità la minor parte cadde sull’autore di tanti mali; giacchè la gloria che erasi dapprima acquistata, offuscò coll’ignominia maggiore che gliene venne; e coll’infelicità sua valse ad ammaestrare altrui che nelle prospere vicende non insolentiscano». Diodoro con nessuna parola disacerba il rimprovero; anzi in un altro frammento divisa gli orribili trattamenti che la moglie di Regolo fece ai prigionieri a lei abbandonati: «Non sapendosi dar pace del morto marito, i figliuoli indusse a infierire contro i prigionieri. Serrati in angustissimo camerotto, trovaronsi obbligati a stare aggomitolati come bestie, indi per cinque giorni privati d’ogni alimento, Bodostare per tristezza e fame morì; Amilcare di grand’animo andava sostenendosi, e spesso con pianti pregando la donna, le narrava la cura che avea preso del marito di lei; ma non potè piegarne il cuore ad alcun sentimento umano, a tal che la spietata donna tenne ivi per cinque giorni chiuso con esso il cadavere di Bodostare, e ad Amilcare dava quanto cibo bastasse a tenere in lui vivo il senso delle sue calamità. Amilcare, vedendo perduta ogni speranza che le sue preghiere avessero effetto, incominciò a scongiurar Giove ospitale e gli Dei che hanno in cura le umane cose, e a gridare d’esser troppo punito della buona opera che avea fatto. Nè però in sì tormentoso stato morì, fosse misericordia degli Dei, fosse la sua buona fortuna che infine gli recasse non isperato sostegno. Già agli estremi, tanto per l’orrendo lezzo del cadavere, quanto per le altre miserie, alcuni servi della casa raccontano il fatto a persone estranee, che indignate di tanta crudeltà, il denunziano a’ tribuni. Verificata la cosa, chiamati gli Attilj dai magistrati, poco mancò non fossero condannati nel capo, per avere di tanta infamia macchiato il nome romano; però di gravissima pena li minacciarono se di buona fede non avessero in appresso custoditi i prigionieri. Essi, accagionandone la madre, abbruciarono il cadavere di Bodostare, e ne spedirono le ceneri alla patria; Amilcare poco a poco refocillarono, finchè dai patimenti sofferti si riebbe».
L’argomento più concludente contro quell’eroismo potrebbesi trarre dall’inutilità, se non anche peggio, del consiglio che si fa dare da Regolo. Col cambio dei prigionieri Cartagine non avrebbe ricuperato che mercenarj, de’ quali poteva rifarsi altrove con puro danaro; Roma riacquistava cittadini e veterani, che avrebbero, come quelli resi da Pirro, cancellata l’infamia con maggiori prodezze. Non poteano i prigionieri essere altrettanti Regoli, gran capitani e gran cittadini? forse che l’aver avuto le braccia incatenate avea prostrato l’animo del console? La ragione più forte che Orazio esponga, è la paura del cattivo esempio: ma non è ancora deciso che possa mandarsi a morte un uomo per dare esempio ad altri. La pace poi che Regolo sconsigliava, Roma l’accettò alcuni anni appresso, ond’egli persuadendola non avrebbe fatto che risparmiare i guasti e il sangue del tempo interposto: ma le vite non si contano nei calcoli dell’ambizione. Il far poi tante meraviglie perchè Regolo mantenne la parola giurata di ritornare, non fa troppo onore alla specie umana.
Fu Palmerio il primo che, nel secolo xvi, suppose quella morte una favola della famiglia Regolo per iscusar le sevizie di essa sui prigionieri. A lungo ne discusse Halthaus, Gesch. Rom. in Zeitalter der punischen Krieg, Lipsia, 1866, e propende per l’opinione vulgata.
[253] Plinio, Nat. hist., xviii. 13.
[254] Vuolsi ricordare un singolarissimo tratto di Cajo Alimento, conservatoci da A. Gellio, xvi. 4. Vi si legge che, quando levavansi truppe, i tribuni militari faceano giurare ai soldati della loro compagnia, che nè in campo nè nel contorno di dieci miglia non ruberebbero più del valore d’una moneta d’argento al giorno; se trovassero alcun che di maggior prezzo, lo porterebbero ai capi loro: potevano però appropriarsi una lancia, la legna, il foraggio, le rape, un otre, un sacco, una fiaccola.
[255] In queste cifre, date da Polibio, ii. 23. 69, convengono ad un bel circa Fabio Pittore (ap. Paolo Orosio, iv. 15), Diodoro Siculo (framm. 3 del lib. xxv), e Plinio (Nat. hist. iii. 24). Si vede che contavasi solo l’Italia fino al Rubicone e a Luni, al 44 grado di latitudine, eccettuando sempre i Veneti e i Cenomani.
[256] Tito Livio, iii. 3. Sì scarsa popolazione ci fa conchiudere, al contrario del Durando (Mem. dell’Accademia di Torino, tom. iv, p. 617, 1811) e di Dureau de la Malle (Mémoires de l’Académie française, tom. x, 1833), che grandissimo fosse il numero degli schiavi. Esso Durando dà alla Gallia Cisalpina in quel tempo soli quattro milioni d’abitatori, altrettanti al resto d’Italia.
[257] Polibio, iii. 6; Livio, xxi. 2. 7.
[258] Plinio, Nat. hist., xxxiii. 6.
[259] Plutarco, Della virtù delle donne.
[260] Tito Livio e Cornelio Nepote, per far drammatico il racconto, lesero la verosimiglianza dei fatti e la prudenza del gran capitano. Quelle Alpi, che Cornelio ci dà come inaccesse, e tali che appena un uomo scarco potea passarvi, quante volte non erano state superate dai Galli per venir a saccheggiare l’Italia o a collocarvisi? Popolatissime appajono esse dal racconto medesimo, e certo i Galli servirono di guide ad Annibale pei colli impraticati.
Una biblioteca intera si scrisse intorno alla marcia d’Annibale dalla Spagna in Italia; segno che i dati sono arbitrarj, quanto inutili le conseguenze. Noi, senza entrare in discussione, rimandiamo a Polibio, lib. iii. 42-56; ma neppure da lui si aspetti l’esattezza numerica, insolita agli autori antichi. Egli misura il viaggio da Cartagena a Taurino in novemila stadj: poi i viaggi parziali non riescono che di ottomila seicento.
Fra altre favole, Livio racconta che Annibale ruppe le Alpi coll’aceto. Baja ridicola; pure anch’oggi nelle famose miniere dell’Hartz spaccasi la rocca coll’accendervi grandi fuochi, e quando sia ben riscaldata, gettarvi acqua: operazione che doveva esser comune prima dell’invenzione della polvere.
Vedasi Abbott, History of Hannibal the cartaginian, Londra 1849.
[261] Polibio dà cinquanta elefanti ai Cartaginesi che assediavano Agrigento; cento alla battaglia di Rodi contro Regolo; ottanta a quella di Zama. Secondo Diodoro Siculo, Asdrubale, fondatore di Cartagena, ne avea ducento in Ispagna; cencinquanta erano alla battaglia di Tapso, ultima d’Africa ove questo animale compaja. Li traevano non dall’interna Africa, ma dal paese contiguo a Cartagine, sul piovente meridionale dell’Atlante, ove da gran tempo più non se ne incontra. Così nell’Africa meridionale in numero sterminato si trovavano al tempo che primamente fu colonizzato il capo di Buona Speranza, poi furono messi in fuga o distrutti dai coloni.
[262] Lectisternium, ver sacrum. Livio, xxvii. 39.—Arriano, De bello hispanico.—Silio Italico, xv. 495.
[263] Triumviri mensarii. Livio, xxiv. 18.—Vedi Arnold, Storia romana.
[264] Anzi Appiano mette dieci, fornite solo da volontarie contribuzioni: χρήματα οὐκ ἕδωκαν πλὴν εἴ τις ἤθελε τῷ Σκιπίονι κατὰ φιλίαν συμφέρειν.
[265] Il fatto è riferito da Diodoro ne’ frammenti, e da Appiano; Livio ne tace, come di molti altri. Fra Catanzaro e Crotone, mostrano la Torre d’Annibale, ov’è tradizione ch’egli s’imbarcasse.
[266] Τὸ τρίτον τῆς στρατιὰς Κέλτοι καὶ Λίγυες: Appiano.—Galli proprio atque insito in Romanos odio incenduntur. Livio, xxx. 33.
[267] Ne fanno segno ancora i nomi di Minuciano, Antognano, Petroniano, Sillano, Gragnano, Albiano, Elio, ed altrettali di colà. I Romani dovettero spingervi gli eserciti lungo la Garfagnana, risalendo da Pisa il Serchio fra valli anguste e scoscese pendici.
Ille triumphata Capitolia ad alta Corintho
Victor aget currum, cæsis insignis Achivis.
Eruet ille Argos, agamemnoniasque Mycenas,
Ipsumque Æacidem, genus armipotentis Achillei:
Ultus avos Trojæ, temerataque templa, Minervæ.
Virgilio, En. vi. 836.
[269] Valerio Massimo, lib. iv. cap. 4.
[270] Polibio, negli Esempj di virtù e di vizj, cap. 73, così narra la sua entratura con Scipione:—La nostra corrispondenza avea principiato da ragionamenti sui libri ch’egli mi prestava. Questa unione di cuore erasi già stretta alquanto, quando i Greci chiamati a Roma furono in varie città dispersi. Allora i due figliuoli di Paolo Emilio, Fabio e Publio Scipione, richiesero istantemente al pretore ch’io potessi restare con loro, e l’ottennero. Mentr’io stava in Roma, una singolare avventura giovò assai a stringere la nostra amicizia. Un giorno, mentre Fabio andava verso il fôro, ed io e Scipione passeggiavamo in altra parte, questo giovane romano in aria amorevole e dolce, ed arrossendo alquanto, meco si dolse che, stando io a mensa col suo fratello e con lui, sempre a Fabio volgessi il discorso, non mai a lui:—Ben conosco (soggiunse) che questa vostra freddezza nasce dall’opinione in cui siete voi pure, come tutti i nostri concittadini, ch’io sia un trascurato, di nessun genio per le scienze che al presente fioriscono in Roma, perchè non mi vedono applicarmi agli esercizj del fôro, nè volgermi alla eloquenza. Ma come, caro Polibio, come potrei io farlo? Mi si dice continuamente che dalla famiglia degli Scipioni non s’aspetta già un oratore, ma un generale. Vi confesso che la vostra freddezza mi affligge.—Io restai meravigliato a un discorso, quale non mi attendeva da un giovine di diciott’anni; e—Di grazia (gli dissi) caro Scipione, non vogliate nè pensare nè dire che, se io comunemente rivolgo il discorso a vostro fratello, sia per poca stima di voi. Egli è primogenito, e perciò nelle conversazioni a lui mi volgo; e ancora perchè mi è noto che amendue avete i medesimi sentimenti. Ma io non posso non compiacermi di vedere che voi pur conoscete che a uno Scipione mal si addice l’essere infingardo. E ben si vede come i vostri sentimenti siano superiori a quei del vulgo. Quanto a me, io tutto sinceramente mi offro al vostro servizio. Se mi credete opportuno a condurvi ad un tenor di vita degno del vostro gran nome, potete di me disporre come vi aggrada. Quanto alle scienze, alle quali vi vedo inclinato, voi troverete bastevoli ajuti in quel gran numero di dotti che ogni giorno ci vengono dalla Grecia. Ma pel mestiere della guerra, di cui vorreste essere istruito, penso potere io esservi più utile d’ogni altro.—Scipione allora, le mani mie stringendo tra le sue,—E quando (disse) vedrò io quel dì felice in cui, libero da ogni altro impegno, e standomi sempre al fianco, voi potrete applicarvi interamente a formarmi lo spirito ed il cuore? Allora mi crederò degno de’ miei maggiori.—D’allora non più seppe staccarsi da me; il suo più gran piacere era starsi meco; e i diversi affari nei quali ci trovammo insieme, non fecero che stringere i nodi della nostra amicizia; egli mi rispettava come padre, io l’amava non altrimenti che figliuolo».
Nil patrium, nisi nomen, habet Romanus alumnus: Sanguinis altricem nunc pudet esse lupam.
Properzio, iv. 1.
[272] Combustos, quia philosophiæ scripta essent. Plinio, Nat. hist., xiii. 13.
[273] Poeticæ artis honos non erat; si quis in ea re studebat, aut se se ad convivia applicabat, is grassator vocabatur. Catone ap. A. Gellio.
[274] Plutarco in Catone. Marco Tullio notò, in un discorso di Scipione, la via di mezzo che tenevano allora i Romani; illuminati e insieme osservatori degli antichi costumi, non volevano parere ignoranti, nè troppo istrutti in letteratura: Quamobrem peto a vobis, ut me sic audiatis, neque ut omnino expertem græcarum rerum, neque ut eas nostris... anteponentem; sed ut unum e togatis, patris diligentia non illiberaliter institutum, studioseque discendi a pueritia incensum, usu tamen et domesticis præceptis multo magis eruditum quam litteris. De repub., i. 22.
[275] Macrobio, che riferisce quest’invettiva, cita nel medesimo capitolo tre bei danzatori della fine di questo secolo: erano Gabinio consolare, Cejo cavaliere, e Licinio Crasso, quello che perì col padre sotto i colpi dei Parti. Il gusto della danza non fece che accrescersi col tempo.
...Tenax ne pater ejus est?—Immo ædepol pertinax:
Quin etiam, ut magis noscas, genio suo ubi quando sacrificat,
Ad rem divinam quibus est opus, samiis vasis utitur.
Captiv., ii. 2.
Nunc, quoque venias, plus plaustrorum in ædibus
Videas, quam ruri quando ad villam veneris.
Aulul., iii. 5.
Ubi res prolatæ sunt, quum rus homines eunt,
Simul prolatæ res sunt nostris dentibus...
Dum ruri rurant homines quos liguriant,
Prolatis rebus, parasiti venatici
Sumus: quando rure redierunt, molossici.
Captiv., i. 1.
[279] Aulul., iii. 5.
Dotatæ mactant et malo et damno viros.
Aulul., iii, 5.
Dotibus deliniti, ultro etiam uxoribus ancillantur.
Turpilio.
Ut apud lenones rivales filiis fierent patres.
Bacch., in fine.
I costoro artifizj sono descritti nell’atto I, scena 1 del Truculentus.
Quippe
Ut semel adveniunt ad scorta congerrones...
Unus eorum aliquis osculum amicæ usque oggerit,
Dum illi agunt quod agunt, sunt cæteri cleptæ.
Trucul., i. 2.
Ovidio, nell’Arte, iii. 441, ammonisce le donne di guardarsi da costoro, che fanno da galante per amore delle loro gioje.
Fin d’allora si molestavano i passeggieri alle dogane, e dissuggellavansi le lettere ai confini:
Rogitas quo ego eam, quam rem agam, quid negotii geram, Quid petam, quid feram, quid foris egerim? Portitorem domum duxi; ita omnem mihi Rem necesse loqui est, quicquid egi atque ago.
Menæch., i. 2.
Jam si obsignatas non feret, dici hoc potest, Apud portitorem eas resignatas sibi Inspectasque esse.
Trinum., iii. 3. 64.
Quasi in choro pila ludens,
Datatim dat se se, et communem faciet;
Alium tenet, alii nutat, alibi manus
Est occupata, alii pervellit pedem,
Alii dat annulum spectandum, a labris
Alium invocat, cum alio cantat, et tamen
Alii dat digito literas.
Verba dare ut caute possint, pugnare dolose,
Blanditia certare, bonum simulare virum se,
Insidias facere, ut si hostes sint in omnibus omnes.
Sæva canent, obscæna canent, fœdosque hymenæos,
Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæ.
Nec Musas cecinisse pudet, nec nominis olim
Virginei, famæque juvat meminisse prioris.
Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæ,
Sub titulo prostant, et queis genus ab Jove summo
Res hominum supra erectæ, et nullius egente
Esse merens vili sancto se corpore fœdant.
[286] Docentur præstigias inhonestas, eunt in ludum histrionum, in ludum saltatorium inter cinædos virgines. Ap. Macrobio, ii. 10.
[287] Plutarco, in Catone.
Fato Metelli Romæ fiunt consules.
Dabunt malum Metelli Nævio poetæ.
Metellus volea dire facchino.
Mortaleis immortaleis flere si foret fas,
Flerent divæ Camenæ Nævium poetam.
Itaque postquam est orcino traditus thesauro
Oblitei sunt Romæ loquier latina lingua.
Ap. Gellio, i. 24.
[290] Varrone, De lingua lat., iv. 45.
[291] Tito Livio, xxi. 27; xxii. 4.
[292] Valerio Mass. ii. 10; iii. 8; iv. 1. 3; viii. 1.
[293] Lo stesso, iii. 7. 6; viii. 15.
[294] Varrone descrive le pompe bacchiche a Lavinio, dove l’osceno Fallo era portato in giro sopra un carretto, e la più casta matrona lo incoronava. Ap. Sant’Agostino, De civ. Dei, vii. 21.
[295] Cicerone, De amicitia.
Ego Deûm genus esse semper dixi et dicam cœlitum,
Sed eos non curare opinor quod agat humanum genus.
Ap. Cicer. De divin. ii. 5.
Patria est ubicumque est bene.
Pacuvio, ap. Cic. Tuscul., v. 37.
Haud docti dictis certantes, sed male dictis
Miscent inter se se inimicitias agitantes.
Ennio.
[299] Orazio per lodare l’antico Romano (Ep. ii, 1. 105) canta:
Romæ dulce diu fuit
Cautos nominibus certis expendere nummos,
Majores audire, minori dicere per quæ
Crescere res posset.
[300] Luxum si quod est, hac cantione sanum fiet. Harundinem prende.... incipe cantare in malo: S. F. motas væta daries dardaries astutaries, die una paries usque dum coeant...; vel hoc modo: Huat hanat huat ista pista sista domiabo domnaustra et luxato..; vel hoc modo: Huat huat huat ista sis tar sis ardanuabon domnaustra (S. F. vuol dire Sanctos fracta). De re rustica, cap. 160.
[301] Θαυμαστὸν ἄνδρα καὶ θεῖον εἰπεῖν ἐτόλμησε πρὸς δόξαν, ὃς ἀπολείπει πλέον ἐν τοῖς λόγοις ὅ ρποσέθηκεν οὖ παρέλαϐεν. Plutarco, cap. 21.
[302] De oratore, n. 17. In Plutarco la vita di Catone rappresenta il confine tra l’antico vivere italiano e il nuovo alla forestiera. Ai prudenti non isfugga che sorta di virtù siano quelle che si raccomandano ai giovanetti colla lettura di Plutarco.
[303] Imperatorum nomina annalibus detraxit. Plinio, viii. 5.—Duces non nominavit, sed sine nominibus res notavit. Corn. Nepote, in Catone.
[304] A. Gellio, xi. 48.
[305] Frontone, ad L. Verum epist. ii.
A sole exoriente supra Meoti paludes Nemo est qui factis me æquiparare queat.
Ap. Cicer. Tuscul., v. 17.
Quin ubi se a vulgo et scena in secreta remorant
Virtus Scipiadæ et mitis sapientia Læli
Nugari cum illo (Lucilio) et discincti ludere, donec
Decoqueretur olus, soliti.
Orazio, Sat. ii. 1.
Aurum atque ambitio specimen virtutis utrique est:
Quantum habeas, tanti ipsi sies, tantique habueris.
Lucilio, Fragm.
[309] Ecco il carme, con cui si evocavano da una città gli Dei: Si deus, si dea est, cui populus civitasque carthaginensis est in tutela, teque maxime, ille qui urbis hujus populique tutelam recepisti, precor venerorque, veniamque a vobis peto, ut vos populum civitatemque carthaginensem deseratis, loca, templa, sacra, urbemque eorum relinquatis, absque his abeatis, eique populo civitatique metum, formidinem, oblivionem injiciatis; proditique Romam, ad me meosque veniatis, nostraque vobis loca, templa, sacra, urbs acceptior probatiorque sit, mihique populoque romano, militibusque meis præpositi sitis, ut sciamus intelligamusque. Si ita feceritis, voveo vobis templa ludosque facturum. Macrobio, Saturn., iii. 9.—Cf. Plinio, Nat. hist., xxviii. 4; Servio, ad Æn. ii, 344.
Quest’altro era il carme per maledire una città: Dis pater, Vejovis, Manes, sive vos quo alio nomine fas est nominare, ut omnes illam urbem Carthaginem exercitumque, quem ego me sentio dicere, fuga, formidine terroreque compleatis; quique adversum legiones exercitumque nostrum arma telaque ferent, uti vos eum exercitum, eos hostes, eosque homines, urbes agrosque eorum, et qui in his locis regionibusque, agris urbibusve habitant, abducatis, lumine supero privetis, exercitumque hostium, urbes agrosque eorum, quos me sentio dicere, uti vos eas urbes agrosque, capita ætatesque eorum devotas consecratasque habeatis; illis legibus, quibus quandoque sunt maxime hostes devoti, eosque ego vicarios pro mea fide magistratuque meo, pro populo romano, exercitibus, legionibusque nostris do, devoveo, ut me, meamque fidem imperiumque, legiones exercitumque nostrum, qui in his rebus gerundis sunt, bene salvos sinatis esse. Si hæc ita faxitis, ut ego sciam, sentiam intelligamque, tunc quisquis hoc votum faxit, ubi faxit, recte factum esto. Ovibus atris tribus, Tellus mater, teque, Jupiter, obtestor. Macrobio, l. cit.
[310] Polibio, ap. Appiano; Eutropio, lib. iv.
Per quanto i Romani avessero maledetto chiunque restaurasse i rottami di Cartagine, dopo pochi anni Cajo Gracco fu mandato a piantarvi una colonia; poi sotto Augusto fu riedificata: ai tempi di Gordiano imperatore, Erodiano la chiama grande e popolosa tanto, da cedere solo a Roma, e gareggiare con Alessandria; Ausonio poeta la colloca terza con Roma e Costantinopoli; Salviano prete di Marsiglia cita la grandezza di essa poco prima che i Vandali la invadessero, e ne menziona l’acquedotto, l’anfiteatro, il circo, il ginnasio, il pretorio, il teatro, i tempj d’Esculapio, d’Astarte, di Saturno, di Apollo, e le basiliche e le piazze. Finalmente i Saracini nel vii secolo la distrussero del tutto; e come un tempo sulle prische sue ruine era seduto Mario a maturare la vendetta, così sulle nuove san Luigi di Francia andava a morire, meditando il nulla delle umane grandezze, e confortandosi di speranze immortali.
Ora ella esce ancora dalle sue ruine.
[311] Connubium, patria potestas, jus legitimi dominii, testamenti, hæreditatis, libertatis. Jus census, suffragiorum, magistratuum, sacrorum, militiæ.
[312] Sulle genti e famiglie romane vedi l’Appendice V.
| 1. | Æmilia | 19. | Publilia |
| 2. | Aniensis | 20. | Pollia |
| 3. | Arniensis | 21. | Pomptina |
| 4. | Claudia | 22. | Pupinia |
| 5. | Crustumina | 23. | Quirina |
| 6. | Collina | 24. | Romilia |
| 7. | Cornelia | 25. | Sabatina |
| 8. | Esquilina | 26. | Scaptia |
| 9. | Fabia | 27. | Sergia |
| 10. | Falerina | 28. | Stellatina |
| 11. | Galeria | 29. | Suburrana |
| 12. | Horatia | 30. | Terentina |
| 13. | Lemonia | 31. | Tromentina |
| 14. | Mæcia | 32. | Vejentina |
| 15. | Menenia | 33. | Velina |
| 16. | Oufentina | 34. | Veturia |
| 17. | Palatina | 35. | Voltinia |
| 18. | Papiria |
Teodoro Mommsen (Die römischer Tribus in administrativer Beziehung. Altona 1844) mostra che ogni mezza tribù comprendea cinque centurie, che sole avevano diritto di suffragio, composte di facoltosi che poteano militare: e tre di poveri senza suffragio. Sotto l’Impero, le curie più non furono che stabilimenti pei poveri.
[314] Distribuzione del popolo romano dopo il 650 di Roma.
| Tribù | urbane | 4: | comprendeano | i proletarj e i liberti. |
| » | rurali | 31: | » | i proprietarj. |
Queste erano divise in classi e centurie così:
| Classi | Centurie | Minimo valore dei beni tassabili | Valore
| |||||||
| I. | { | 80 | di fanteria | } | 100,000 | assi | in rame | in argento | ||
| 18 | di cavalleria | L. | 75,000 | L. | 8,000 | |||||
| 3 | di fabbri mil. | |||||||||
| II. | 20 | 75,000 | » | 56,200 | 6,000 | |||||
| III. | 20 | 50,000 | » | 37,500 | 4,000 | |||||
| IV. | 20 | 25,000 | » | 18,750 | 4,000 | |||||
| V. | 30 | 12,500 | » | 9,375 | 1,000 | |||||
| VI. | 1 | meno di 12,500 | » | |||||||
L’asse pesava una libbra di rame da oncie 12, cioè il valore di L. 0.75; dieci assi rappresentavano un denaro, cioè L. 7.50; ma il suo valor reale era di 0.80, attesa la scarsità dell’argento. Sulle monete romane vedi l’Appendice VI.
Il cambiarsi della costituzione per centurie in quella per tribù, rivoluzione suprema, passò inavvertito, e ancora si disputa del quando avvenisse. Niebuhr lo mette nel quinto secolo di Roma, Göttling nel sesto.
[315] Un bel testo definisce comitia centuriata ex censu et ætate, curiata ex generibus hominum, tributa ex regionibus et locis.
[316] Era di trecento membri; Silla lo portò forse a quattrocento, i Triumviri lo crebbero ancora; Augusto da mille lo restrinse a seicento.
[317] Deligerentur ex (non ab, come leggesi vulgarmente) universo populo, aditusque in illum summum ordinem omnium civium industriæ ac virtuti pateret; Cicerone, pro Sextio. V’entravano di diritto i magistrati anche plebei, e dalla plebe scelti. Vedi Göttling, Gesch. der röm Staatsverfassung; Walter, Gesch. des römischen Rechts.
[318] Forse ventisett’anni; dappoi Augusto fissò i venticinque. Il censo senatorio era di quattrocentomila sesterzj (80,000 lire), poi di un milione e duecentomila.
[319] Naturæ hist., xxxiii. 8.
[320] Livio Salinature plebeo, Claudio Nerone patrizio, cavalieri entrambi, furono consoli insieme.
[321] Dionisii Excerpta, 64, nell’edizione del Mai.
[322] Valerio Mass. ii. 9. 2. viii. 1; Vellejo Pater., ii. 10.
[323] Lex est, quam populus romanus, senatorio magistratu interrogante (alcuni leggono rogante), veluti consule, constituebat. Plebiscitum est, quod plebs, plebejo magistratu interrogante, veluti tribuno, constituebat. Inst. Justin., lib. i. t. 2. § 4.
[324] Dionigi, lib. x. c. 12.
[325] Ancora al tempo suo Tito Livio le diceva, in hoc immenso aliarum super alias acervatarum legum cumulo, fons omnis publici privatique juris.
[326] Il Digesto abbraccia così le attribuzioni di questo diritto: Ex hoc jure gentium introducta bella, discretæ gentes, regna condita, dominia distincta, agris termini positi, ædificia collocata, commercium, emptiones, venditiones, locationes, conductiones, obligationes institutæ, exceptis quibusdam, quæ a jure civili introductæ sunt.
[327] Jura reddebant; et ut scirent cives quod jus de quaqua re dicturi essent, seque præmunirent, edicta proponebant. Pomponio.
[328] Per esempio, fingevano usucatta una cosa che non fosse, o figlia un figliuolo, o che il morto agisse; mutavano il nome di eredità in quello di possesso dei beni, ecc.—Del complesso della legislazione parliamo a disteso nel Cap. liii.
[329] Almeno parrebbe da quel passo di Cicerone pro Cluentio: Neminem voluerunt majores nostri, non modo de existimatione, sed ne pecuniaria quidem de re minima, esse judicem nisi qui inter adversarios convenisset.
[330] Era siffatta: C. Aquili, judex esto; et si paret fundum Capenatem Servili esse ex jure Quiritium, neque is Servilio a Catulo restituatur, tum Catulum damnato.
[331] De legibus, ii. 12.
[332] Servio, ad Æneid. ii. 178.
[333] Ennio chiama gli auguri
Aut inertes, aut insani, aut quibus egestas imperat;
Qui sui quæstus causa, fictas suscitant sententias;
Qui sibi semitam non sapiunt, alteri mostrant viam.
E Pacuvio:
Magis audiendum quam auscultandum censeo.
[334] Omnibus municipibus duas esse censeo patrias; unam naturæ, alteram civitatis...; alteram loci, alteram juris. Cicerone, De leg. ii. 2. Secondo A. Gellio, i municipj a munere capessendo appellati videntur; secondo Paolo, quia munia civilia capiant.
[335] Civitas sine suffragio. Lo provano Ruppert e Madvig contro il Sigonio. Il 197 si fondarono cinque colonie nella Campania e nell’Apulia; sei nella Lucania e nel Bruzio il 194 e 193; altre nella Gallia Cisalpina il 192 e 190; nel 189 quella di Bononia; nel 181 quelle di Pisaura e Polenzia; nel 183 quelle di Mutina e Parma; nel 181 quelle di Gravisca, Saturnia, Aquileja; nel 180 quella di Pisa; nel 177 quella di Lucca.
[336] Di ciò non s’accôrse frà Paolo Sarpi quando, nell’Opinione in qual modo debba governarsi la repubblica veneziana, facea le meraviglie che le colonie romane siensi mantenute sempre ben affette alla madrepatria, mentre i cittadini trapiantati da Venezia a Candia divennero selvaggi o avversi. Roma dava ai nuovi coloni i diritti di cittadini romani; Venezia a quelli mandati a Candia tolse i privilegi di cittadini veneti. Vedi Ruppert, De colonis Romanorum; dissertazione premiata dall’Accademia romana.
Qualche volta la colonia si chiamò municipio, come nell’insigne iscrizione alla porta dei Bòrsari di Verona, e in altra recata dal Maffei nelle Antichità veronesi, p. 126.
[337] Nel museo di Cortona sta la lapide ove i cittadini di Gurza in Africa stringono patto d’ospitalità con Cajo Aufustio Macrino, figlio di Cajo della tribù Galeria, prefetto de’ fabbri, scegliendo per difensore lui e sua discendenza.
civitas gvrzensis ex africa
hospitivm facit cvm c. avfvs
tio c. f. gal. macrino praef
fabr. evmqve liberos poste
rosqve eivs sibi liberis
posterisqve svis patro
nvm cooptarvnt etc.
[338] Tito Livio, v. 28.
[339] Illud sine ulla dubitatione maxime nostrum fundavit imperium, et populi romani nomen auxit, quod princeps ille creator hujus urbis Romulus fædere sabino docuit, etiam hostibus recipiendis augeri hanc civitatem oportere. Cujus auctoritate et exemplo numquam est intermissa a majoribus nostris largitio et communicatio civitatis. Cicerone, pro C. Balbo, xxxi.
Quid aliud exitio Lacedæmoniis et Atheniensibus fuit, quamquam armis pollerent, nisi quod victos pro alienigenis arcebant? At conditor noster Romulus tantum sapientia valuit, ut plerosque populos eodem die hostes, dein cives haberet. Tacito, Ann., lib. xi.
[340] Majores nostri Capuæ magistratus, senatum communem... sustulerunt, neque aliud nisi inane nomen reliquerunt. Cicerone, in Rullum.
[341] Tiberio Gracco, ap. A. Gellio, x. 5.
[342] Cicerone, in Verrem, i. 65; ii. 13; iii. 6; v. 21 e 22.
[343] Cicerone andando proconsole in Cilicia, scrive al suo fratello (Ad fam. iii. 8): Romæ composui edictum; nihil addidi, nisi quod publicani me rogarunt, ut de tuo edicto totidem verbis transferrem in meum. Diligentissime scriptum caput est quod pertinet ad minuendos sumtus civitatum, quo in capite sunt quædam nova, salutaria civitatibus, quibus ego magnopere delector. E più ampiamente ad Attico (vi. 1): Breve autem edictum est, propter hanc meam διαίρεσιν, quod duobus generibus edicendum putavi: quorum unum est provinciale, in quo est de rationibus civitatum, de ære alieno, de usura, de syngraphis; in eodem omnia de publicanis: alterum, quod sine edicto satis commodo transigi non potest, de hereditatum possessionibus, de bonis possidendis, vendendis, magistris faciundis, quæ ex edicto et postulari et fieri solent: tertium de reliquo jure dicundo ἅγραφον reliqui. Dixi, me de eo genere mea decreta ad edicta urbana accommodaturum...
[344] Nos vero justissimi homines, qui transalpinas gentes oleam et vineam serere non sinimus, quo pluris sint nostra oliveta, nostræque vineæ; quod cum faciamus, prudenter facere dicimur, juste non dicimur. Cicerone, De rep.
[345] Imperium ex justissimo et optimo crudele intollerandumque factum.
[346] Lib. xviii. 18.
[347] Cicerone, in Verrem, ii. 75.
[348] Nelle note al discorso per Fontejo trovato in Vaticano, Niebuhr prova che i Romani tenevano i libri a scrittura doppia, anche pei conti dei questori; onde non fu invenzione dei Lombardi: crede usassero anche le lettere di cambio, operazione espressa col verbo campsare. Le lettere di Cicerone al fratello Quinto e più quelle ad Attico ci offrono molte notizie intorno a siffatta materia, da nessun Latino trattata di proposito. Sulla quale vedansi pure
Sigonio, De antiquo jure provinciarum, nel Thesaurus antiq. di Grevio, vol. xi.
Burmann, Vectigalia populi romani.
Hegewich, Saggio sulle finanze di Roma (ted.).
Bosse, Schizzo dello stato delle finanze dell’impero romano (ted.).
De Villeneuve Bargemont, Cours sur l’histoire de l’économie politique.
Dureau de la Malle, Économie politique des Romains.
[349] Valerio Mass., iv. i. 10.
[350] Gaudebat tellus vomere laureato. Plinio.
[351] In solo provinciale dominium populi romani est vel cæsaris: nos autem possessionem tantum et usufructum habere videmur. Lib. ii. 57.
[352] Stefano Ciccolini nel 1854 stampò a Roma un ragionamento sugli Agrimensori presso i Romani antichi, e nelle note soggiunte racchiuse quanto i Latini ci tramandarono sopra quest’arte. I termini portavano spesso iscrizioni, ed è notevole la seguente:
QVISQVIS HOC SVSTVLERIT AVT VSSERIT, VLTIMVS SVORVM MORIATVR.
[353] Ebbero nome d’agrarie anche le leggi dirette a fondar colonie col dividere fra alquanti cittadini od alleati le terre recentemente conquistate o lasciate allo Stato. Sul finire della repubblica chiamavansi così le leggi che spartivano violentemente alle colonie militari le proprietà pubbliche e private d’Italia.
[354] In ciò io sono d’accordo con Niebuhr; ma non nel considerare la legge Licinia come identica con quella de’ Gracchi.
Vedi Heeren, Storia della rivoluzione de’ Gracchi, nel tom. i. delle sue Mescolanze storiche.
Engelbrecht, De legibus agrariis ante Gracchos.
Nitzsch, Die Gracchen und ihre nächste Vorgänger.
Antonin Macé, Des lois agraires chez les Romains.
Giraud, Recherches du droit de propriété chez les Romains.
Rudorff, Delle leggi agrarie (ted.): è il lavoro più compito e nuovo su tal materia.
Una buona spiegazione della legge agraria trovasi in Cassagnac, Histoire des classes nobles, vol. i, p. 478. Parigi 1840.
[355] La sportula ai patroni davasi in denaro, ed era determinata a venticinque assi, cioè lire 1.25.
[356] De officiis, i. 25.
[357] Sulle quæstiones perpetuæ si portò nuova luce modernamente, negando che fossero una giurisdizione politica accanto alla criminale.
[358] Taceant, quibus Italia noverca est. Non officietis ut solutos, quos alligatos adduxi. Valerio Massimo, vi. 2.—Hostium armatorum toties clamore non territus, qui possum vestro moveri, quorum noverca est Italia? Vellejo Patercolo, ii. 14.
[359] Fex et sordes urbis; concionalis hirudo ærarii; misera ac pessima plebecula.—Quid magis deformatum, inquinatum, perversum, conturbatum dici potest, quam omne servitium, permissu magistratus liberatum, in alteram scenam immissum, alteri propositum; ut alter consessus potestati servorum objiceretur, alter servorum totus esset? Si examen apud ludis in scenam venisset, haruspices acciendos ex Hetruria putaremus: videmus universi repente examina tanta servorum immissa in populum romanum septum atque inclusum, et non commovemur. Cicerone, De haruspicum responsis.
[360] Poco dopo averla condotta, egli trovò nel talamo due dragoni; e gl’indovini, dopo lungo consultare su questo portento, nè gli permisero di ucciderli tutti e due, nè di lasciarli andare, astrologando che l’uccisione del maschio porterebbe morte a Tiberio, a Cornelia l’uccisione della femmina. Tiberio, amantissimo di essa, e vedendola giovane ancora mentr’egli era già innanzi cogli anni, spense il maschio, nè molto stette a morire. Così Plutarco, zeppo di simili racconti.
[361] Γράκχῳ δ̓ ὁ μὲν νοῦς τοῦ βουλεύματος ῆν οὐκ ἐς εὐπορίαν. ἀλλ̓ ἐς εὐανδρἰαν Appiano, De bello civ., lib. i. 11.
[362] Volebant Gracchi agros populi dividere, quos nobilitas perperam possidebat; sed tam vetustam iniquitatem audere convellere, periculosissimum. S. Agostino, De civ. Dei, iii. 24. A ragione riflette Floro, iii. 13: Reduci plebs in agros unde poterat sine possidentium eversione? Qui ipsi pars populi erant, et tamen relictas sibi a majoribus sedes ætate, quasi jure hereditario, possidebant.
[363] Οὔτε τὰ συμβόλαια, οὕτε τὰς κληρουχίας, ἕτι ἐχόντων ἀπάντων· ἃ δὲ καὶ εὐρίσκετο, ᾶμφίλογα ἧν. Appiano, l. cit., 18.
[364] Questo discorso ci è serbato a frammenti, la più parte da A. Gellio, xv. 12.
[365] Su questo punto discordano gli autori. Paolo Manuzio, De legibus, prova che Plutarco e Livio s’ingannarono, e sta con Appiano, Vellejo, Asconio e Cicerone.
[366] Sul nuovo tempio fu scritto: Il Furore eresse alla Concordia.
