CAPITOLO CIX. Incrementi di Firenze. Il duca d’Atene. La Morte nera. Petrarca e Boccaccio.

Da costoro furono agitate le guerricciuole di Toscana. Dalla campagna devastata accorreasi per sussidj a Firenze: eppure l’industria dentro e i banchi di fuori le recavano tal floridezza, che, aggrandita di possessioni, di castelli, di moneta, potè rappresentare parte principale nelle vicende di tutta Italia.

Per la guerra contro Mastin della Scala, Firenze spediva a Venezia venticinquemila fiorini d’oro il mese, oltre tenere al soldo mille cavalieri, e guarnigioni nelle terre e castelli, de’ quali ben diciannove sorgeano nel solo contado di Lucca, uno ad Arezzo, a Pistoja, a Colle. Ma i soldi della cavalleria cessavano al cessar della guerra, e ai magistrati invece di stipendj bastava l’onore di servire alla patria. Quarantasei terre murate ne dipendevano, oltre quelle di cittadini e le aperte: non grossa l’entrata diretta, ma le gabelle fruttarono fin trecentomila fiorini annui, che oggi si valuterebbero il quadruplo, e che sorpassavano l’entrata dei re di Sicilia, di Napoli, d’Aragona. La zecca coniava da trecencinquanta in quattrocentomila fiorini d’oro l’anno, e ventimila lire di moneta erosa: le spese non arrivavano a quarantamila fiorini d’oro, tra le quali, oltre le uffiziali, figurano le limosine a monaci e spedali, le feste al popolo e ad illustri avveniticci, e il mantenimento de’ leoni, animali pregiati colà non meno che a Venezia.

In città v’avea centodieci chiese, di cui cinquantasei parrocchiali, cinque badie, due priorati con ottanta regolari, ventiquattro monasteri con cinquecento religiose, settecento monaci d’ordini differenti, ducencinquanta e più cappellani, trenta spedali con mille letti. Lievissimo il tributo; bisognando denaro, se ne cavava dal vendere spazio da fabbricar case; e s’ampliava la cerchia della mura comprendendovi Borgognissanti e il Prato. Fra il 1284 e il 1300 si ergevano la loggia dei Lanzi, Santa Maria del Fiore, Santa Croce, futuro panteon de’ grandi Italiani.

Venticinquemila persone da quindici in settant’anni erano capaci dell’armi, fra cui millecinquecento nobili, sottoposti alle rigide cautele delle ordinanze di giustizia; non più di settantacinque cavalieri di corredo, atteso gli ordinamenti democratici; millecinquecento forestieri, ottantamila abitanti in contado. Ottanta in cento persone componevano il Consiglio de’ giudici, seicento quello de’ notaj: sessanta fra medici e chirurghi, cento droghieri, cenquarantasei mastri di muro e di legname, cinquecento calzolaj, e senza numero merciajuoli ambulanti. Da otto a diecimila fanciulli frequentavano le scuole di leggere, da mille a milleducento quelle d’aritmetica, un seicento quelle di grammatica e logica. Volgendo a morale perfino l’astrologia, i Fiorentini diceano la loro città esser nata sotto la costellazione dell’ariete, e perciò predestinata al commercio, e che già Carlo Magno l’avesse divisa in arti; volendo l’industria favolose genealogie, come l’aristocrazia. V’erano dunque ducento e più esercizj d’arte della lana, e venti fondachi di panni forestieri occupavano più di trentamila operaj: ventiquattro case trafficavano di banca.

I contorni erano popolati di ville, deliziose per posto, e arricchite di capi d’arte; e «uno forestiere non usato (conchiude Giovan Villani questo lusinghiero ritratto della sua patria) venendo di fuori, i più credeano per li ricchi e belli palagi ch’erano a tre miglia a Firenze, tutti fossero della stessa città, al modo di Roma; senza dire delle case, torri, cortili e giardini murati più da lungi, talchè si stimava che intorno a sei miglia vi aveva tanti ricchi e nobili abituri, che due Firenze non n’avrebbono tanto».

Da così bel crescere la tracollarono gravissime sventure. Nel novembre 1333 piogge interminate flagellarono molti paesi, e peggio Firenze, ove l’Arno traripando guastò mura, ponti, casamenti, e molte vite e ricchezze inestimabili; e seguì devastando il Casentino, il val d’Arno superiore e l’inferiore, e per tutto ove tenne sua corrente fin al mare. Incalcolabile il danno de’ privati; quel che ricadde sul pubblico passò i ducencinquantamila zecchini: ma la città si affretta al riparo, spendendo cencinquantamila zecchini ne’ soli ristauri, sebbene contemporaneamente menasse la sciagurata guerra per l’acquisto di Lucca e quella contro Mastin della Scala. Pure, non avendo mai il granchio alla borsa ne’ pubblici comodi, eleva anche il magnifico palazzo sopra le logge d’Or San Michele, e getta le fondamenta del meraviglioso campanile.

Ma ecco la squassano grossi fallimenti. I Bardi banchieri nel 1345 doveano avere novecentomila fiorini d’oro dalla corona d’Inghilterra, e centomila da quella di Sicilia; i Peruzzi seicentomila dalla prima, centomila dall’altra; e avendo il re inglese lasciato scadere le cambiali, le due case furono ridotte a fallire, e i Bardi diedero ai creditori il settantotto per cento, assai meno i Peruzzi. Anche gli Scali fallirono di quattrocentomila fiorini, e dietro a loro i minori mercanti, «e fu (dice il Villani) a’ Fiorentini maggiore sconfitta, senza danno di persone, che quella d’Altopascio».

Di quel tempo Firenze fece un primo assaggio di tirannia. Già quando la guerra con Mastino metteva a repentaglio lo Stato, e invaleva la paura che i Ghibellini di dentro gli desser mano, si provvide ad un’autorità dittatoria, invece dei sette bargelli istituendo un capitano della guardia o conservatore del popolo, con cento uomini a cavallo e il doppio pedoni, e la provvisione di diecimila fiorini annui; la cui giurisdizione non solo si estendeva illimitatamente sopra i fuorusciti, ma era disobbligata dagli ordini della giustizia, e dal render conto ad altri che ai priori delle arti. Il primo fu Jacopo Gabrielli da Gubbio, che severo e tirannico, a contemplazione della plebe oppresse i nobili, tendendo a privarli delle castella venti miglia attorno alla città, cercando al castigo alcuni de’ Bardi e Frescobaldi che studiavano a novità; e n’acquistò tale odio, che, quando scadde, fu stanziato che nessun da Gubbio si eleggesse più a pubblica funzione.

Avrebbero dovuto accertarsi che mal si ripara la libertà all’ombra del dispotismo: eppure, scontenti della lentezza de’ magistrati e della perdita di Lucca, conferirono la signoria a Gualtiero di Brienne (1342). Proveniva costui da quel Brienne che campeggiò in Italia, suocero poi nemico di Federico II: re titolare di Gerusalemme, per donne avea conseguito il ducato d’Atene, donde cacciato dalle bande catalane, si era posto al mestiero più lucroso, la guerra di ventura, e con cenventi uomini e gran fama di valore stava al soldo de’ Fiorentini, quand’essi il domandarono capitano e conservatore del popolo, per quella funesta propensione che i vulghi hanno verso i capi militari. «Non senno, non virtù, non lunga amicizia, non servigi a meritare, non vendicate loro onte, ma la loro grande discordia»[319] riduceva i Fiorentini a dominio di questo forestiero, il quale, avaro quanto ambizioso, perfido, ostinato, senza pietà nè confidenza, pensò vantaggiarsi delle passioni di tutte le sêtte, e tutte ingannarle. Bardi, Frescobaldi, Cavalcanti, Buondelmonti, Adimari, Donati, Gianfigliazzi ed altri nobili antichi, esclusi di governo dalla mercantile oligarchia, e continuamente rimorsi per un potere che più non aveano, aizzavanlo contro i popolani grassi, dominatori superbi, ed esosi anche alla plebe; ed egli in fatto ne processò alcuni, come Altoviti, Medici, Rucellaj, Ricci, rivedendo antiche ragioni; e trovando aveano trassinato il denaro del Comune, li mandò al supplizio. Ne sbigottì quella fazione: nobili e plebe s’allegrarono che Dio avesse finalmente mandato un uomo (1342), il quale non mirava in viso a nessuno, nè si lasciava metter la mano sotto da tirannetti. Incontrandolo dunque, gli gridavano Viva il signore, ne magnificavano la integrità, ne dipingevano l’arma su tutti i canti; ond’egli carezzando chi lo favoriva, salvando i falliti dalla prigione, s’acquistò tanti fautori, da poter fidarsi a interrogare il voto universale.

Radunato il parlamento, fattasi la proposta di dargli la signoria per un anno, «il popolo cominciò a rugghiare, com’era deliberato per li traditori; e gridarono, A vita a vita, viva il signor duca, in tutto sia signore; e così pesolone preso e portato alla porta del palagio» (Stefani), ottenne il potere (8 7bre) senza verun termine o salvo, bruciandosi i libri degli ordinamenti della giustizia e i gonfaloni delle compagnie, tra feste incredibili: Arezzo, Pistoja, Colle, San Geminiano, Volterra secondarono l’esempio. Egli (primo fondamento d’ogni tirannia) soldò ottocento cavalieri francesi, eppure fe pace con Pisa mentre i Fiorentini speravano la ricuperasse; si legò cogli Estensi, coi Pepoli, cogli Scaligeri, garantendosi reciprocamente i dominj, mentre nelle cariche ai gentiluomini preferiva i ciompi, cioè la gente bassa: con ciò e coi mangiari e colle giostre otteneva la vulgare reputazione di democratico, e con questa esercitò tirannia. Allora seguirono i soliti corredi; prestiti forzati, divieto delle armi, nuove inventie di gabelle ed imposte, giudizj ingiusti, prepotenze, e tentar donne oneste, e cingersi di Francesi assetati di preda e di femmine; fraudò i creditori del pubblico per ammassare denaro che asportava: e puniva senza pietà chiunque appuntasse il suo dominio, «sicchè (conchiude il Rinuccini), carissimi miei cittadini, guardatevi di venire a tiranno».

Non tardò a prorompere la pubblica indignazione; e mentre i piccoli artieri e il vulgo lo fiancheggiavano (1343), i grandi, i popolani grassi e gli artefici, stanchi di vedersi sempre innanzi agli occhi la mannaja e l’oltraggio, formarono tre congiure, una ignorando dell’altra: poi unitisi nell’intento comune, e levando popolo al grido di Libertà, in un batter d’occhio (luglio) misero fuori tutte le bandiere, abbarrarono le strade, assalsero in palazzo il duca e per le vie i suoi scherani: Guglielmo d’Assisi, Cerrettieri de’ Visdomini ed altri di quegli abjetti che mai non mancano per assistere e invelenire i tiranni contro la propria patria, furono uccisi con rabbia sì furibonda, da mordere e mangiar persino delle loro carni, «che, secondo che si legge, in inferno non si fa peggio di un’anima» (Stefani). Il duca, per intromessa dell’arcivescovo, potè ritirarsi, rinunziando a qualsifosse diritto: si prese che il giorno di sant’Anna fosse festivo come Pasqua; ed oggi ancora si commemora sventolando in Or San Michele i ventuni gonfaloni delle arti.

A denaro i Fiorentini recuperarono molte rôcche, dal duca concesse ad altri: ma quasi la libertà acquistata da Firenze invitasse le costei suddite a ricuperarla esse pure, Arezzo, Colle, San Geminiano si fecero di propria balìa; Volterra tornò a Ottaviano de’ Belforti; Pistoja, in nome alleata, in fatto serva, cacciò il capitano e la guarnigione fiorentina per darsi a Pisa, che ridiveniva capo della Toscana; mentre Siena durava indipendente e metteva freno a’ nobili campagnuoli.

In quei disastri, ciascuno trovandosi obbligato a riparare colle forze proprie, le conosce e vuole esercitarle, sicchè la democrazia prevale. E già ne’ passati tempi per mozzare la potenza dei nobili si agevolavano ai servi le guise di venir liberi, od accogliendoli ne’ Comuni, o sorreggendoli nelle querele contro i padroni. Ora a quattordici persone coll’arcivescovo fu data balìa di riformare d’uffizj Firenze; e giacchè tutti aveano cooperato a spezzare la tirannide, accomunarono a’ magnati un terzo delle cariche. Ma questi, appena uscirono dallo anteriore svilimento, trascesero la civile modestia, non soffrendo eguali ne’ privati o superiori ne’ magistrati; sicchè da un lato crescendo le insolenze, dall’altro i dispetti, il popolo, inizzato da Giovan della Tosa, insorse contro le famiglie, abbattendone i palazzi, segnatamente que’ de’ Bardi e Frescobaldi, e riordinò a signoria di plebe la città, divisa in quartieri, invece dei sesti. I nobili restavano esclusi dalle magistrature; finchè, lentato il rigore, si accettarono molti casati fra’ popolani. «E nota e ricogli, lettore (avverte qui il Villani), che in poco più d’un anno la nostra città ha avuto tante rivolture, e mutati quattro stati di reggimento: prima signoreggiò il popolo grasso, e guidandosi male, per loro difetto venne alla tirannica signoria del duca; cacciato il duca, ressono i grandi e popolani insieme, tutto fosse piccolo tempo e con uscita di gran fortuna; ora siamo al reggimento quasi degli artefici e minuto popolo. Piaccia a Dio che sia esaltamento e salute della nostra repubblica; ma mi fa temere per li nostri peccati e difetti, e perchè i cittadini sono vuoti d’ogni amore e carità tra loro, ed è rimasa questa maledetta arte in quelli che sono rettori, di promettere bene e fare il contrario».

Qui nuovo flagello percosse non la Toscana sola ma tutto il mondo. Per la nessuna precauzione nel comunicare coi paesi di Levante, facilmente ricorreva la peste, che il 1340 rapì dodicimila persone alla sola Firenze, moltissime e delle meglio stanti a Siena, talchè fu vietato di sonar le campane, o radunarsi a mortorio, o mandare attorno, come si soleva, banditori ad annunziare i defunti. Poco poi una nevata straordinaria corruppe i seminati, donde seguì gravissima strettezza di vettovaglie. Firenze non badò a spese, e consumati cinquantamila fiorini d’oro a tirare grano, lo distribuiva in tal quantità, che novantaquattromila persone riceveano pane dal pubblico, non negandolo a verun forestiero nè pellegrino o villano; furono sciolti di carcere gl’indebitati verso il Comune, concesso di redimersi col quindici per cento dalle vecchie multe. Pure la fame affralì i corpi, e li predispose ai guasti di quella che chiamarono la morte nera. La precedettero stranissime meteore, disastrosi tremuoti, vascelli sobbissati, voragini aperte, che per più giorni arsero infiniti spazj; poi il nembo spinse innumerevoli cavallette in mare, i cui cadaveri rigettati sulla riva, finirono d’appuzzare e corromper l’aria; e un nebbione coprì lungamente la Grecia.

Il morbo scoppiò nella Cina (1348), poi nell’India, nella Persia, nell’Armenia, nell’Egitto e nella Siria con tal furore, che al Cairo perivano da dieci a quindicimila persone al giorno; ventiduemila ne perdette Gaza in sei settimane, e quasi tutti gli animali. A Cipro fu recato dal vivissimo commercio; così nelle altre isole dell’Arcipelago e alla foce del Don. I mercanti italiani, numerosi per tutti quei porti, cercarono salvezza fuggendo; ma otto galee genovesi, salpate dal mar Nero, approdando in Sicilia, aveano già perduto tanto equipaggio, che quattro furono abbandonate; gli altri sbarcando comunicarono il male, che presto ammorbò quell’isola, la Corsica, la Sardegna, le coste del Mediterraneo, la Toscana.

I sintomi variavano secondo i paesi, anzi dal cominciamento al dechino della malattia. Da noi per lo più manifestavasi con febbre violenta, poi delirio, stupore, insensibilità; la lingua e il palato illividivano; fetidissimi il fiato, il sudore, le dejezioni; insaziabile sete; a molti sopragiungeva violenta peripneumonia con emorragie di pronto esito; e macchie nere e sozzi gavoccioli rivelavano la cancrena. Alcuni cadeano come di colpo; i più perivano il primo giorno; fortunato cui succedevano ascessi esterni: ma rimedj umani non menomavano il male, e il minimo contatto bastava a comunicarlo. Invano si fecero processioni di reliquie, si portò il tabernacolo devotissimo dell’Impruneta attorno per Firenze gridando misericordia, e davanti a quella facendo gran paci di quistioni e di ferite. Fuggivasi alla campagna, ma la morte veniva a disabbellirla. I medici che sopravivessero, voleano smisurato prezzo in mano, a appena col viso addietro stendere le dita a tastar il polso, e da lungi veder le orine con essenze odorifere al naso. Quei medesimi che a principio per arte, per carità, per prezzo studiavano gl’infetti, gli abbandonavano poi a morire nell’isolamento, fossero anche i padri, i figli, i mariti; se l’infermo si trovasse confortato, facevasi alla finestra, e stava buon tempo innanzichè passasse persona; e quando fosse udito, o non gli era risposto, o non soccorso; molti morivano così senza sacramenti, e stavano sul letto finchè la puzza annunziasse che là entro erano cadaveri, e i vicini per borsa mandavano a raccoglierli e sepellire senza pietà d’esequie. I becchini esigevano tal ricompensa, che molti vi arricchirono, come arricchirono speziali, pollajuoli, trecche di malva, d’ortiche e d’altre erbe d’impiastri: smisuratamente valevano i confetti, e lo zucchero fin tre in otto fiorini la libbra, e bazza chi ne trovasse: non aveasi più cera, non bare e stamigne, delle quali usavasi ai morti: lanajuoli e ritagliatori che si trovarono panni bruni, li vendettero a peso d’oro[320].

A tal modo Firenze perdette centomila abitatori, altrettanti Venezia, Pisa sette ogni dieci, Siena ottantamila in quattro mesi se si credesse a un cronista, il quale soggiunge che «morivano uomini e donne quasi di subito; ed io Angelo di Tura sotterrai i miei figliuoli in una fossa con le mie mani, ed il simile fecero molti altri»[321]. Quarantamila ne pianse Genova, Roma censessantamila, e così Napoli, e fra tutto il Regno cinquecentotrentamila; in molti luoghi non rimase che un decimo degli abitanti, a Trapani nessuno: cinquecentomila perirono in Sicilia, quasi tutti quelli di Cipro. Trovaronsi vascelli erranti a grado dell’onde, essendo perito tutto l’equipaggio; la messe e la vendemmia infradiciarono non côlte; a Bologna Taddeo Pepoli faticò a tirar grano e tenerlo a basso prezzo, ma entrato il morbo, moltissime famiglie terminarono, delle quali dà la lista il Ghirardacci.

Luchino Visconti orlò i confini del Milanese di forche, dove appendere chiunque li varcasse, col che tenne immune il paese, come fu pure di Parma e del Piemonte[322]. Passò poi la morte nera in Savoja, nella Spagna, nelle Baleari, in Francia, ove la sola Parigi dava cinquecento vittime al giorno, Vienna d’Austria milleseicento; ad Avignone durò sei mesi, uccidendo sette cardinali e duemila persone: in Inghilterra per nove anni mietè cinquantamila vite l’anno; l’Irlanda ne rimase deserta: insomma dicesi che se ne portasse un terzo d’Europa; ove rimase spaventevolmente ricordata. «Non fia creduto ai posteri che siavi stata un’età in cui il mondo rimase quasi totalmente spopolato, e le case di famiglia vuote, e di cittadini le città, e le campagne senza lavoratori. Come lo crederanno gli avvenire, se noi medesimi a fatica prestiamo fede ai nostri occhi? Usciti di casa, scorriamo le vie, e le troviamo piene di morti e di morenti: tornati fra le domestiche pareti, più nessuno troviamo di vivo, essendo tutti morti nella breve nostra assenza. Fortunati i posteri, a cui tali calamità sembreranno finzioni e sogni»[323].

Le analogie de’ sintomi con quelli dell’avvelenamento fecero supporre che una malizia, smisurata quanto il male, propagasse ad arte la morte: principalmente imputavansi gli Ebrei di avvelenare le fonti, e per Germania e Spagna fu fatto strazio di questi infelici, dei quali papa Clemente VI attestò l’innocenza e diede loro ricovero in Avignone.

Alcuni vedevano in quel flagello la punizione divina perchè si violavano la domenica e il digiuno, e si commettevano adulterj, usure, bestemmie; e si bucinò che in Gerusalemme fosse arrivata una lettera dal cielo, ove diceasi che Cristo non concederebbe misericordia se ognuno non si flagellasse e andasse ramingo per trentaquattro giorni. Pertanto moltissimi buttavansi alle penitenze, alle macerazioni, e si rinnovarono le scene de’ Flagellanti, che a centinaja passavano di terra in terra, con litanie e miserere, ed anche con superstizioni di miracoli e liberazione d’ossessi, e dogmi nuovi e strani. Fu profuso a cause pie quel che ritenere non si potea, e di venticinquemila fiorini l’ospedale di Santa Maria Nuova, di trecencinquantamila la Compagnia d’Or San Michele restarono eredi in Firenze: la Compagnia della misericordia, istituita un secolo prima dai facchini che servivano all’arte della lana, prestò intrepidamente soccorsi, e ne fu compensata con lasciti dell’ammontare di trentacinquemila fiorini.

Altri, all’opposto, si persuasero che rimedio fosse lo svagarsi e il darsi buon tempo; e ne seguì un enorme rilassamento di costumi, volendo ciascuno godere una vita che fuggiva, o allietarla d’ogni piacere, se l’avea campata; i popolani vestivano delle robe lasciate dai ricchi; eredità improvvise mutando fortune, davano spirito ad abusarne, come appiglio a complicatissime liti; i latrocinj al par che gli amori furono agevolati dal pericolo e dagli abbandoni. E quel misto di devozione e d’allegria può dirsi rappresentato nei Balli dei morti, stravaganti pitture ove si effigiano scheletri che menano danze o s’atteggiano bizzarramente con persone vive, papi, re, belle, mercanti, letterati, fanciulli, vegliardi, per intimare a tutti la necessità del morire. La Svizzera e la Germania ne abbondano, non ne manca l’Italia[324].

Questa peste fu anche deplorabile pel numero di valentuomini che l’Italia perdette, fra i quali mentoveremo Giovan Villani e Giovanni Andrea canonista peritissimo; ma «tiranni e grandi signori non morì nessuno»[325]. Fu poi descritta nel primo lavoro di prosa italiana elaborata, il Decameron di Giovanni Boccaccio. Finge egli che sette gentildonne, durante la peste, scontratesi in chiesa con tre loro amanti, prendano accordo di uscire alla campagna[326], e tuffare i timori e la compassione nella vita sollazzevole e nel raccontar novelle: le quali, distribuite in dieci giornate, finite ognuna con una canzone, formano appunto quel libro. Precede la descrizione della peste, ma come d’uomo che non la vide, adoprando le riflessioni e le particolarità di Tucidide e di Lucrezio, e su queste diffondendosi in modo, che sono in quantità assai meno e in parole assai più che nell’originale. E il concetto e le parti dell’opera risentono d’un colto egoismo; e laide avventure, e la facilità delle donne e la spensierataggine degli uomini insinuano di goder la vita e non darsi altro pensiero. La pittura stessa della peste finisce con un’idea scherzevole e affatto pagana[327]. Piacque alla società gaudente; ma gli spiriti serj ne restarono scandolezzati, e il certosino Gioachino Cino si presentò al Boccaccio dicendogli come il suo compagno Pier Petroni da Siena morendo gli avesse lasciato l’incarico di venire a richiamarlo a coscienza. Ne rimase tocco Boccaccio, e dato migliore indirizzo all’ingegno, fece libri di pietà, e a Mainardo Cavalcanti scriveva: — Lascia le mie novelle ai petulanti seguaci delle passioni, che sono bramosi di essere creduti dall’universale contaminatori frequenti della pudicizia delle matrone. E se tu non vuoi perdonare al decoro delle tue donne, perdona all’onor mio, se tanto mi ami da sparger lagrime pe’ miei patimenti. Leggendole, mi reputeranno turpe mezzano, incestuoso vecchio, uomo impuro e maledico, ed avido raccontatore delle altrui scelleraggini. Non v’ha dappertutto chi sorga e dica per iscusarmi: Scrisse da giovane, e vi fu astretto da autorevole comando».

Ebbe amicissimo Francesco Petrarca, che nato (1304) in Arezzo da un Petracco sbandito di Firenze coll’Alighieri, visse poveramente colla madre all’Incisa in val d’Arno, poi si avviò nelle scienze a Pisa sotto Convenevole, a Bologna sotto Giovanni d’Andrea, a Montpellier sotto il celebre giurista Bartolomeo d’Osio bergamasco: ma dagli studj del diritto impostigli da suo padre divagavasi per la lettura di Cicerone e la compagnia di Cino da Pistoja e Cecco d’Ascoli, dai quali prese vaghezza della poesia italiana. Rimasto orfano e scarso di patrimonio, si acconciò allo stato ecclesiastico, e stabilì mutarsi ad Avignone a cercarvi fortuna come faceano tutti (1326). Il trattar cortese e il limpido ingegno lo fecero il ben arrivato alla Corte pontificia, dove ai principali prelati lo introdusse l’amico suo Jacopo Colonna, vescovo che fu poi di Lombez. Il papa, a cui diresse un’elegante prosopopeja di Roma che lo richiamava, gli assegnò un canonicato a Padova, e l’aspettativa della prima prebenda che vacasse. Comprossi anche un poderetto presso la fontana di Valchiusa, e vi si ritirò co’ suoi libri. A questi applicò allora tutto l’animo, e venuto idolatro dell’antica civiltà, fantasticava sempre i vetusti eroi e la città di Romolo e d’Augusto in quella che i pontefici abbandonavano alle masnade dei Colonna e degli Orsini; ed applaudiva a chi tentasse restaurarvi il buono stato.

Era capace di apprezzare le bellezze dei classici, e non ostante presunse poterle raggiungere, e scrisse l’Africa, poema sul soggetto stesso di Silio Italico. È un racconto senza macchina, nè episodj nuovi, nè sospensione curiosa: ma versi di così buona lega non si erano più uditi da Claudiano in poi, tanto avea convertito in sostanza propria quella de’ classici meditati. Riesce più poetico nelle Egloghe, ove sotto nomi pastorali allude a fatti d’allora, non rifuggendo dall’adulazione.

Da questi versi latini promettevasi egli l’immortalità, che invece gli venne da un usuale incidente. Bell’uomo, accuratissimo nel vestire, frequente ai convegni, in una chiesa d’Avignone (1327) s’invaghì di Laura, figlia d’Odiberto di Noves e moglie ad Ugo di Sade[328]; amore ben poco romanzesco, giacchè ella seguitò a vivere in pace col marito, cui partorì undici figliuoli, ed egli, pur assediandone la virtù cogl’istinti d’un temperamento riottoso, non si distolse da studj nè da amori più positivi, dal maneggiarsi alla corte, e dal vagheggiare la gloria, prima e preponderante sua passione. Se non che per Laura tratto tratto componeva o imitava dal provenzale qualche sonetto o canzone, che il nome dell’autore e l’intrinseca loro soavità facea cercare e ripetere, e gli guadagnava anche presso al bel mondo quella fama, per cui era insigne fra i dotti. Da questa pubblicità gli venne una specie d’obbligo a perseverare ne’ sentimenti stessi verso Laura, la quale pare si guardasse dall’impedirli soddisfacendoli; poi quando, dopo venti anni, ella soccombette alla morte nera, il Petrarca si fece onore della costanza al cenere di lei, «di sua memoria e di dolor pascendosi».

Nella bella Avignonese piacevangli le vaghezze corporee, i bei crini d’oro, le mani bianche sottili, e le gentili braccia, e il bel giovanil petto, e le altre leggiadrie per le quali essa diveniva superba[329] e stancava gli specchi a vagheggiarsi; e lei vedeva nelle chiare, fresche e dolci acque; e lei sopra l’erba verde, e in bianca nube; e colla mente ne disegnava nel sasso il viso leggiadro. Tanto basterebbe a smentire coloro che supposero ente simbolico questa Laura; che anzi quel sempre mostrarcela come persona vera, lo salvò dallo sfumare in astrazioni come i suoi seguaci. Amò, bramò[330], e nel dialogo con sant’Agostino confessa le irrequietudini, i trasporti, le veglie, le noje di quella sua passione, e implora soccorso per disvincolarsene. Ben è vero che a Cicerone, a Virgilio, a Varrone, a Seneca, a Livio egli dirizzava lettere spiranti un ardore forse più verace, certo più vivamente espresso che non per Laura: poi nelle prose in tutt’altro tenore favella delle donne; doversi il matrimonio schifare chi a studj intende, al più accettar la concubina; pazzo chi deplora la defunta moglie, quando ne dovrebbe menare tripudio[331].

Da quell’affetto suo uscì un canzoniere, tutto d’amore se togli dodici sonetti e tre canzoni oltre le due a bisticci. Nella forma si piacque delle difficoltà, sia colle sestine, disposizione provenzale ove da nessun’armonia è redenta la fatica del replicare le medesime desinenze; sia col sonetto, ordito per lo più sopra quattro sole rime; sia colle canzoni, legate a norme impreteribili. Soggiunse i Trionfi, sogni allegorici ed erotici, ove in terzine divisa i trionfi dell’Amore sopra il poeta, della castità di Laura sopra Amore, della Morte sopra Laura, di Laura sopra la Morte, della Fama sopra il cuore del poeta ch’essa divide coll’Amore; in ultimo il Tempo annichila i trofei dell’Amore, e l’Eternità quelli del Tempo.

Sono concetti e forme secondo l’età; ma per quanto si provi che da altri, massime da Provenzali e Spagnuoli e nostri anteriori, togliesse molti pensieri suoi, altri si appuntino d’esagerati, di lambiccati, di falsi, resta al Petrarca la lode d’una lingua candidissima, fresca ancora dopo cinque secoli, d’uno stile vivo e corretto, d’una inesauribile varietà nell’esprimere quei miti dolori, quelle placide repulse, quelle pitture monotone eppur varianti, passionate insieme e sottili; della soave melanconia e della casta delicatezza con cui trattò la più sdrucciolevole delle passioni. Studiò egli moltissimo ciascun sonetto; eppure sembrano messi fuori d’un fiato, e colla squisitezza che nell’espressione riproduce le gradazioni del sentimento, con quella grazia d’elocuzione che allo spirito presenta l’attrattiva della novità insieme col merito della limpidezza.

Più altre opere condusse il Petrarca: nella raccolta di Memorabili imita Valerio Massimo: nella Vera sapienza mette un di cotesti saccenti a fronte d’un idioto di buon senso, onde svergognare la dialettica d’allora, frivola, nè giovevole al cuore nè all’ingegno. Certi garzonetti veneziani, trinciatori delle reputazioni più sode come tanti se n’incontra, avendolo sentenziato uom dabbene ma di piccola levatura, egli rispose col libro Dell’ignoranza propria e dell’altrui, ove qualche sentenza buona può pescarsi in un mare di sottigliezze e d’erudizione facile e presuntuosa, e dove conchiude che «la letteratura a molti è stromento di follia, di superbia a quasi tutti, se non cada in anima buona e costumata». Ribattendo un Avignonese, vitupera tutti i medici, come incettatori di scienza vana e ambiziosi nell’andare in volta con un vestone di porpora e anella smaglianti, e sproni dorati quasi aspirino al trionfo, benchè pochi abbiano ucciso i cinquemila che la legge romana richiedeva.

Il libro Degli uffizj e delle virtù d’un capitano chiama alle labbra il riso d’Annibale; quello Del governare uno Stato barcola su luoghi comuni, che nè rischiarano i savj, nè correggono i ribaldi. A conforto di Azzo Correggio spodestato espose i Rimedj d’ambe le fortune, dialoghi prolissi e scolorati fra enti di ragione, ove sfoggia argomenti ed erudizione per mostrare che i beni di quaggiù sono fallaci, e che le sventure si possono colla ragione disacerbare e convertire a bene. Due libri Della vita solitaria diresse a Filippo di Cabassole vescovo di Cavaillon, i tedj del cittadino comparando alle dolcezze del solitario: antitesi non troppo sociale, dover nostro essendo l’operare anche in mezzo a questa ciurma che c’impaccia, frantende e calunnia.

Coll’amore e colla filosofia, terza sua ispiratrice fu la devozione. Anche nei tempi del suo primo giovanile errore pregava Dio a ridurre a miglior vita i pensier vaghi; delle bellezze di Laura si fa scala al suo Fattore; e dopo morte spera vedere il Signor suo e la sua donna, per la quale, dice un contemporaneo, «ha facto tante limosine et facto dir tante messe et orationi con tanta devotione, che s’ella fosse stata la più cattiva femina del mondo, l’avrebbe tratta dalle mani del diavolo; benchè se rexona che morì pura et santa». Questo sentimento gli dettò il Disprezzo del mondo, specie di confessione, scevra dalla sguajataggine ostentata da certuni, e dove, a imitazione della Vita nuova di Dante, commenta i proprj carmi, ed analizza i sentimenti profondi e i dilicati.

Di maggior conto è la raccolta di sue epistole famigliari, senili, varie, e senza titolo, carteggio coi migliori dell’età sua. Prolisso sempre e ammanierato, perchè sapeva che quelle circolavano, e spesso erano state lette da cento prima che giungessero al loro indirizzo; tocca però gli avvenimenti, i costumi, le missioni sue, massime i disordini della Corte avignonese, e certi difetti del suo tempo che sono pure del nostro. Or riprova i moderni filosofi, cui non pare essere a nulla approdati se non abbajano contro Cristo e sua dottrina: «soltanto da timore di temporali castighi rattenuti dall’impugnare la fede, in disparte se ne ridono, adorano Aristotele senza intenderlo, e disputando professano di prescindere dalla fede»; or move querela di coloro «che s’appellano dotti delle scienze, nei qual degno di riso è tutto, e soprattutto quel primo ed eterno patrimonio degl’ignoranti, la boria sfolgorata»; or quelli rimorde che «mentre si dicono italiani e sono in Italia nati, fanno ogni opera per sembrar barbari: e se non basta a questi sciagurati l’aver perduto per ignavia propria la virtù, la gloria, le arti della pace e della guerra che fecero divini i padri nostri, disonestano ancora la nostra favella e fino le vestimenta»[332].

Con quelle lettere è curioso seguirlo ne’ viaggi che fece alle città de’ Barbari, le cui costumanze delineò pelle pelle. Parigi trovò veramente gran cosa, ma inferiore all’aspettazione, più sucida e puzzolenta di qual altra città sia, eccetto Avignone, e che tutto deve alle ciancie de’ suoi[333]. Passò buon tempo a discernere il vero dal falso su quell’Università, «simigliante a paniere, ove si raccolgono le più rare frutte d’ogni paese..... Oserà comparar la Francia all’Italia chi abbia la minima nozione di storia? Discuter sulle doti intellettuali de’ due paesi sarebbe ridicolo, quando s’ha il testimonio de’ libri. Se qualche straniero produsse alcuna cosa sopra l’arti liberali, la morale, la filosofia, l’ha scritta o studiata in Italia; ambo i diritti furono stabiliti e spiegati da Italiani; fuor di qui non si cerchino oratori, non poeti; qua nacquero, qua si formarono letteratura, politica, tutto insomma qui si perfezionò. A tanti lavori, a studj così serj e variati cosa possono opporre i Francesi? Le scuole nella via degli strami (rue du Fouarre, dov’era l’Università). Son gente lepida, sempre soddisfatti di se stessi, bravi sonatori, allegri cantanti, intrepidi bevitori, buoni convitati, lo concedo. Beata nazione, che pensa sempre male degli altri e bene di sè: chi non le invidierebbe coteste illusioni?»[334]

Vaglia a mostrare in che i tempi sono cangiati, e come allora non men che adesso rendesse ingiusti il patriotismo. Eppure in quella Francia che gli pare così barbara, il Delfino, di precoce maturità, amava metterlo a disputa coi dotti e cogl’ingegnosi del suo paese, accettò l’omaggio dei Rimedj d’ambo le fortune, e li fece tradurre dal suo precettore. Chiestogli da Guido Gonzaga qualche libro francese, Petrarca gli mandò il Romanzo della rosa di Giovanni de Meun, della natura della Divina Commedia, cioè che abbraccia tutto lo scibile, con sottigliezze scolastiche, misticismo, personificazioni, allegorie abusate, digressioni scientifiche, e che era commentato, lodato, biasimato in Francia, quanto Dante da noi. — La superiorità della letteratura nostra (gli scrisse) è provata da questo libro, che la Francia leva a cielo, e pretende comparare ai capolavori. L’autore vi racconta i suoi sogni, la possa dell’amore, le fiamme giovanili, le senili astuzie, le pene di chi serve a Venere, le frequenti lacrime sopra gioje passeggere. Qual vasto e fecondo campo al talento del poeta! eppure narrando i suoi sogni e’ sonnecchia. Quanto meglio non espressero la passione que’ divini cantori dell’amore, Virgilio, Catullo, Properzio, Ovidio e tant’altri, che l’antico o il moderno tempo vide sulle nostre rive italiane? Tu però riceverai con giubilo questo libro; poichè, se ne desideravi uno straniero e in lingua vulgare, non potevo offrirtene un migliore, se pur Francia tutta non s’inganna sul merito di esso»[335].

Nelle Fiandre e nel Brabante, Petrarca vide il popolo occupato dietro a tappezzerie e lavori di lana: a Liegi penò ad avere inchiostro onde trascrivere due orazioni di Cicerone: a Colonia stupì di scorgere urbanità tanta in città barbara, e onesto contegno negli uomini, studiata lindura nelle donne; e non di Virgilio, ma vi trovò copie d’Ovidio. Gli amici il trassero ad ammirare il tramonto del sole in riva al Reno, ed essendo la vigilia di san Giovanni, un’infinità di donne ne empivano la spiaggia, senza tumulto, coronate di fiori, colle maniche rimboccate fin al gomito, per lavare le mani e le braccia nella corrente, recitando versi in loro favella, e dandosi a credere che quella lustrazione le assicurasse da calamità nel corso dell’anno. Traversare la fámosa Ardenna non si ardiva allora senza buona scorta, tra pei ladroni, tra per le nimicizie del conte di Fiandra col duca di Barbante. Lieto fu dunque allorchè, uscendo da que’ monti, rivide il bel paese e ’l dilettoso fiume del Rodano ed Avignone. Quivi fremeva nell’udire alcuni cardinali aborrire dal tornare in Italia, perchè non vi gusterebbero il vin di Francia[336].

Nulla però incontrava che lo facesse scontento d’essere nato italiano. La Francia ottenne da Roma i doni di Bacco e di Minerva, ma non vi si coltivano che pochi ulivi e nessun arancio; i montoni non danno buona lana; non miniere od acque termali la terra. In Fiandra non bevesi che idromele, in Inghilterra birra e sidro. Che dire dei climi gelati cui bagnano il Danubio, il Bog, il Tanai? ebbero matrigna la natura; quali senza legna, sicchè vi si riscaldano solo con torba; quali tristi da fetide esalazioni de’ paduli, senz’acqua a bere; quali di erica e sterile sabbione; quali di serpi e tigri e lioni e leopardi (?). Italia sola fu prediletta dal cielo, che le largheggiò il supremo impero, gl’ingegni, le arti, e principalmente la cetra, per cui i Latini sorpassarono i Greci; nè cosa le mancherebbe se Marte non nocesse.

A Roma trova che a dritto quelle donne si preferiscono a tutt’altre per pudore, modestia femminile e virile costanza; gli uomini son buona pasta, affabili a chi li tratta con dolcezza; ma v’è un punto sopra cui non intendono celia, la virtù delle mogli; e non che in ciò sieno conniventi come gli Avignonesi, han sempre in bocca il motto d’un loro antico: — Batteteci, ma la pudicizia sia salva». Stupì di trovarvi sì pochi mercanti ed usurieri, forse perchè il commercio n’era sviato coll’andarsene della Corte.

Firenze mandò Giovan Boccaccio ad annunziargli come avesse determinato di elevare la propria repubblica, secondo avea fatto Roma antica, di sopra delle altre città d’Italia anche mediante l’istruzione. E «per tuo mezzo soltanto può essa raggiungere il suo desiderio, e perciò ti prega a scegliere qualunque libro ti piaccia interpretare, qualunque scienza tu trovi confacente alla tua fama e alla tua quiete. Altri senni elevati forse dal tuo esempio prenderan coraggio a pubblicarvi i loro versi. Intanto lascia che ti confortiamo a terminare l’immortale tuo poema dell’Africa, sicchè le Muse, da secoli neglette, ripiglino stanza fra noi. Abbastanza viaggiasti, hai veduto abbastanza costumi e caratteri di nazioni; or ascolta a’ tuoi magistrati, a’ concittadini tuoi nobili e popolo, e torna all’antica casa, al patrimonio avito che ti restituiranno».

Anche oggi è impossibile leggere il Petrarca e non amarlo: quanto più allora! e massimamente che egli non s’abbandonava a quella superbia, che spesso è dignità necessaria, ma che aliena le simpatie, e stuzzica le invidie. Dappertutto era una gara a chi meglio l’onorasse, «e principi d’Italia (dic’egli) con forza e con preghiere cercarono ritenermi, si dolsero della mia partita, e impazienti attendono il mio ritorno». Francesco Carrara il vecchio lo volle amico, mosse ad incontrarlo fin alle porte di Padova, e spesso il visitava ad Arquà, onde Petrarca gl’intitolò il libro Del governare uno Stato, esordendo con un elogio di lui pomposissimo, e per cenno di esso intraprese le vite degli uomini illustri. Alla morte di Ugo d’Este rammentava che gli era stato signore umanissimo per dignità, per amore ossequiosissimo figlio, e quanti favori ne avesse ritratto. Luchino Visconti gli chiese versi, e frutte ed erbe del suo giardino; e n’ottenne lodi le meno meritate[337]. Giovanni Visconti lo ricevette baciandolo, e tanto fece che lo trattenne a Milano, e lo deputò a conchiudere pace col doge Andrea Dandolo. Galeazzo II se l’ebbe a fianco nel solenne ingresso del cardinale Albornoz, e vedendolo in pericolo di essere rovesciato da cavallo, smontò per camparlo; gli affidò un’ambasciata a Carlo IV imperatore; nelle nozze di sua figlia con Lionello figlio del re d’Inghilterra il volle a mensa con loro. Luigi Gonzaga di Mantova deputò ad Avignone chi l’invitasse e offrissegli denaro; e quando venne alla sua corte, il ricevette con ogni migliore onoranza. Azzo Correggio gli mostrò tenerezza da fratello, dicendolo il solo che non avessegli recato noja o dispiacere con alcun detto o atto. Il guerresco Paolo Malatesti prima di conoscerlo inviò un pittore a cavarne l’effigie; scontratolo poi in Milano, mai non sapeva spiccarsi da’ suoi colloquj, nè avea bene che dello stare con lui; scoppiata la peste, gli offrì un ricovero; rottasi guerra fra i Carraresi e Veneziani, gl’inviò cavalli e uomini che lo scortassero fin a Pesaro. Il gran siniscalco Niccolò Acciajuoli non finiva di visitarlo a Milano, «come Pompeo visitava Posidonio col capo scoperto e chinandosi per rispetto», sicchè trasse le lacrime al poeta. Fu dunque indovino un astrologo, il quale al Petrarca ancor fanciullo avea presagito la famigliarità e l’insigne benevolenza di tutti i principi e illustri personaggi dell’età sua.

Quest’entusiasmo propagavasi ai minori. Un vecchio cieco, maestro di grammatica in Pontremoli, viaggiò fino a Napoli per udirlo, e trovatolo partito, riprese sua via «disposto a cercarlo fin nelle Indie»; se non che lo imbattè a Parma, e con indicibile trasporto l’abbracciava, non cessando di baciar la testa che avea concepito, la mano che avea vergato sì soavi cose. Arrigo Capra, orafo Bergamasco, beato d’aver conosciuto il Petrarca a Milano, de’ ritratti di esso empì sua casa, ne comprò le opere, e dismessa l’arte, raccolse libri, nè più conversava che con dotti; poi tanto s’ingegnò, che indusse il poeta a venire da lui, e gli fu incontro con quanti v’aveva eruditi nel contorno; e sebbene il podestà e i maggiorenti gli destinassero alloggio nel palazzo pubblico, il Capra lo volle a sè, ed avea disposta sala a porpora, letto a oro, nel quale giurò nessun mai avea dormito o dormirebbe; poi tali furono le dipartite, che la gente temeva non colui impazzasse.

Roberto, re pedante lodato dai dotti, avendo scritto l’epitafio di Clemenza regina di Francia, lo mandò per giudizio al Petrarca, il quale in una lunghissima epistola lo incensò smaccatamente, e — Non avrei mai creduto potessero dirsi cose tanto sublimi con tanta concisione, gravità, eleganza. Beata quella morte che ottiene un tal lodatore, e conseguisce due eternità, l’una dal celeste monarca, l’altra dal terrestre». Applausi non disinteressati, giacchè miravano a indurre Roberto a coronarlo poeta; di che non s’asconde in altra lettera a Dionigi da Sansepolcro, dove nuovi encomj prodiga a Roberto, dicendo che alla lettera di lui, scritta con regio stile, avea risposto in tono plebeo, sentendosi tanto inferiore di forza e di cetra.

Quel desiderio, eccitatogli da ricordanze classiche, fu adempito allorchè a lui, che a trentasei anni era venerato dagli eruditi e dal vulgo, in Avignone giunsero contemporanee lettere di Roberto de’ Bardi fiorentino, cancelliere dell’Università di Parigi, e del senato di Roma che l’invitavano a ricevere la corona di poeta. Al Petrarca viepiù lusingava quest’onore perchè il serto di lauro tenea somiglianza di nome colla donna sua ancor viva; e alla città del fango, dov’egli avrebbe pel primo avuto tale onoranza, preferì quella dove aveano trionfato Pompeo e il suo Scipione. Volle crescervi fasto e solennità col chiedere esaminatore e giudice del suo merito re Roberto. Venne dunque a lui, che in presenza de’ principi e cortigiani l’interrogò; e la prima quistione fu sull’utile della poesia, al quale poco credeva, neppure gran fatto stimando Virgilio. Il Petrarca dimostrò ne’ poeti stare depositato il senno dei tempi, e d’immagini sensibili vestir essi le filosofiche contemplazioni. Chi avrebbe osato non dirsene convinto? Il domani l’esame versò su tutto lo scibile, sui libri metafisici e naturali d’Aristotele, sui pregi de’ varj storici latini e greci, dove il Petrarca mostrò entusiasmo per Tito Livio, ed esortò Roberto a rintracciarne le deche perdute. E Roberto l’assicurò, ben più del regno essergli care le lettere, e quello torrebbe di perdere piuttosto che queste. Al terzo e più solenne e affollato convegno il Petrarca lasciossi pregare a leggere alcuni passi della sua Africa, e quantunque non ancora limati, tanto piacquero, che Roberto il chiese di dedicarla a lui. Così, al modo solito degli onori accademici, gli si facea merito d’un componimento di cui l’autore stesso arrossì più tardi, invece delle rime italiane per cui la sua fama non vedrà mai sera.

La Pasqua del 1341, il Petrarca, in veste di porpora donatagli da esso re, corteggiato da paggi delle primarie famiglie romane[338], a suon di trombe e fra solenni acclamazioni salì al Campidoglio, che da dieci secoli più non vedea trionfi, e ginocchione dal senatore ricevette la laurea, mentre popolo infinito gridava: — Viva il poeta e il Campidoglio». Il serto gli fu accompagnato con questa patente: — Noi senatore conte di Anguillara, a nome nostro e del nostro collegio, dichiariamo grande poeta e storico Francesco Petrarca: e per ispeciale indizio della sua qualità, colle nostre mani poniam sulla sua fronte una corona d’alloro, concedendogli, col tenore delle presenti, e per autorità del re Roberto, del senato e del popolo di Roma, nell’arte della poesia e dell’istoria e in tutto ciò che a queste arti si appartiene, tanto nella santa città, quanto altrove, libera e intera permissione di leggere, analizzare, interpretare tutti i libri antichi, farne di nuovi, e comporre poemi, che, a Dio piacendo, vivranno pe’ secoli de’ secoli». Il Petrarca, andato nel maggior tempio, depose l’alloro sull’altare.

[Sidenote: 1374]

Così visse lungamente onorato e benvoluto, finchè ad Arquà, dov’egli erasi procacciata una villa per essere vicino al suo canonicato di Padova, fu trovato morto sopra un Virgilio. Avea per testamento chiamato erede Francesco da Brossano, marito d’una sua figlia naturale; legò cinquanta fiorini d’oro al Boccaccio onde si facesse un vestone da camera per le invernali sue veglie; al principe Carrarese una madonna di Giotto, «la cui bellezza non si comprende dagli ignoranti, ma empie di meraviglia i maestri dell’arte».

Noi dovevamo fermarci a lungo su questo insigne, del cui nome è piena l’età che descriviamo. E già di qui ci trapela l’importanza che acquistavano le lettere; le quali, mentre tutt’altrove balbettavano appena, in Italia già erano state portate a tanta altezza da Dante, Petrarca, Boccaccio, insigne triumvirato, che alla nazionale letteratura impresse il carattere che tuttora conserva. Non è dunque soltanto un còmpito letterario, ma civil dovere dello storico il badarsi su loro, come chi alle fonti studii il fiume che irriga, impingua o devasta un paese.

La poesia di Dante e del Petrarca fu modificata dall’indole dei tempi e dalla lor propria. Visse l’Alighieri cogli ultimi eroi del medio evo, robusti petti, tutti patria, tutti gelosia del franco stato, cresciuti fra puntaglie di parte, esigli, fughe, uccisioni; in repubbliche, dove le passioni personali non conosceano freno di legge o d’opinione, onde ciascuno sentiva la potenza propria, concitata alle grandi cose. Bastava dunque guardarsi attorno per trovare tipi poetici da atteggiare nel gran dramma di cui sono scena i tre mondi, i quali allora teneano da vicinissimo alla vita, ogni opera facendosi in vista di quelli. L’età del Petrarca erasi implicata ne’ viluppi della politica; non più a punta di spade, ma per lungagne d’ambascierie e per insidie e veleni si consumavano le vendette; a Federico II, a san Luigi, a Sordello, a Giotto, a Farinata, a Bonifazio VIII erano succeduti re Roberto, Stefano Colonna, Cola Rienzi, Clemente VI, Simon Memmi; alla imperturbata unità cattolica il miserabile esiglio avignonese; e preparavasi l’età della colta inerzia, dei fiacchi delitti, delle fiacche virtù, delle sciagure senza gloria nè compassione.

Nelle traversie Dante s’indispettì, e sprezzando la fama e ciò che quivi si pispiglia, professava che bell’onore s’acquista a far vendetta (Convivio); agli stessi amici ispirò piuttosto riverenza che amore, lo che è la gloria e la punizione de’ caratteri ferrei e degl’ingegni singolari. Il Petrarca benevolo, dava e ambiva lodi, avea supremo bisogno dell’opinione; e se nel generale mostra scontento degli uomini o di qualche classe, individualmente godeva di tutti e tutti lodava, appassionavasi per un mecenate, per un autore, per la famiglia rustica che lo serviva in Valchiusa. Non vede che armonie, getta l’iride poetico sulle tempeste di tutti i partiti, e sempre conciliatore, nasce in repubblica e canta gli uccisori delle repubbliche, esalta Cola Rienzi e i Colonna da lui fatti trucidare; i Visconti e frà Bussolari ch’essi mandano a morte, i Carrara e i Veneziani, re Roberto e Carlo IV; anzi trasforma in eroi sino i dappoco. Piegando all’aura che spirava, anche quando rimprovera egli s’affretta a dichiarare che il fa per amore della verità, non per odio d’altrui nè per disprezzo: Dante teme di perdere fama presso i tardi nepoti se sia timido amico del vero; che se il suo dire avesse da principio savor di forte agrume, poco gliene caleva, purchè da poi ne venisse vital nutrimento. Petrarca mille volte prometteasi fuggire i luoghi funesti alla sua pace, e sempre vi tornava: mentre Dante, mal accordandosi colla moglie Gemma, «partitosi da lei una volta, nè volle mai ov’ella fosse tornare, nè ch’ella andasse là dov’ei fosse» (Boccaccio), e di lei nè de’ suoi figli mai lasciò cadersi menzione.

Il primo, se fastidisse l’età sua, raccoglievasi nella solitudine o nello studio degli antichi, ch’egli preferiva alle attualità, dalle quali affettavasi alieno[339]: l’altro spingeva lo sguardo su tutto il mondo per cogliere dappertutto quel che al suo proposito tornasse[340], nè notte nè sonno gli furava passo che il secolo facesse in sua via. Entrambi (elezione, o forza, o moda) trovaronsi avvicinati ai signorotti d’Italia: ma Petrarca si abbiosciò a chi il carezzava, e i suoi encomj direbbe vili chi non li perdonasse all’indole di lui e all’andazzo retorico; Dante conservò la sua alterezza anche a fronte de’ benefattori[341]: quel che più loda, è nella speranza che ricacci in inferno la lupa per cui Italia si duole.

Ambidue rinfacciano agl’Italiani le ire fraterne: ma Dante sembra attizzarle, cerca togliere alla sua Firenze fin la gloria della lingua, e par si vergogni essere fiorentino d’altro che di nascita; nel Petrarca, Laura ha un solo rincrescimento, quello d’esser nata in troppo umil terreno, e non vicino al fiorito nido di lui. Dante incitava Enrico VII a recidere Firenze, testa dell’idra; Petrarca chetava le liberali declamazioni di frà Bussolari, appoggiò gli Scaligeri quando spedirono in Avignone a chiedere la signoria di Parma, e andava gridando pace, pace, pace, senza ricordare che questa ben si muta anche coll’armi quando non sia dignitosa, e quando al decoro nazionale importi respingere il «bavarico inganno» e il «diluvio raccolto di deserti strani per inondare i nostri dolci campi».

Usciti ambidue di gente guelfa, sparlarono della corte pontifizia; ma Dante pei mali che credea venirne all’Italia e alla Chiesa, Petrarca per le dissolutezze di quella: e sebbene per classiche reminiscenze lo vedremo applaudire a Cola Rienzi che rinnovava il tribunato, ed esortare Carlo di Boemia a fiaccar le corna della Babilonia, pure continuò a viver caro ai prelati, e morì in odore di santità; mentre l’Alighieri errò sospettato di empio, e poco fallì si turbassero le stanche sue ossa.

Secondo quest’indole, Dante, malgrado la disapprovazione e la novità, osò in lingua italiana descriver fondo a tutto l’universo; Petrarca, benchè venuto dopo un tanto esempio, non la credette acconcia che alle inezie vulgari, cui bramava dimenticate dagli altri e da se stesso[342]. Questi con dolcissima armonia cantò la più tenera delle passioni; Dante le robuste, «gittando a tergo eleganza e dignità», come il Tasso gli appone; e rime aspre e chioccie trovò opportune a servir di velame alla dottrina che ascondeva sotto versi strani: se anche tratta d’amore, sì il fa per imparadisare la donna sua. Petrarca verseggia lindo e forbito come parlava e con gioconda abbondanza, sicchè la forma poetica v’è tanto superiore al pensiero; a differenza dell’Alighieri, che ruvido e sprezzante, non lasciasi inceppar dalla rima, per comodo di questa e del ritmo mutando senso alle parole e traendole d’altra favella e dai dialetti.

Quello soffoga talvolta il sentimento sotto un lusso d’ornati e di circostanze minute; questo unifica gli elementi che l’altro decompone, coglie le bellezze segregate, traendole meno dai sensi che dal sentimento, nè mai indugiandosi intorno a particolarità[343]. La costui lingua tiene della rozza e libera risolutezza repubblicana: quella del Petrarca riflette l’affabilità lusinghiera e l’ingegnosa urbanità delle corti. Nel primo prevale la dottrina, nell’altro la leggiadria; nell’uno maggiore profondità di pensieri e potenza creatrice, nell’altro maggior lindura ed artifizio; quello genio, questo artista; uno finisce come l’Albano, l’altro tocca come Salvator Rosa; uno inonda di melanconia pacata[344] come le cavate di notturno liuto, l’altro colpisce come lo schianto della saetta.

L’un e l’altro seppero quanto al loro secolo si poteva, anzi si volle trovarvi divinazioni o presentimenti di scoperte posteriori[345], e Dante in astronomia fece uno sfoggio che, quand’anche non erra, costringe a lunghissimo ragionamento per raggiungere il senso delle frasi con cui designa le ore e i giorni delle sue avventure. Ma egli conoscea appena di nome i classici greci, e poco meglio i latini[346]; l’altro era il maggior erudito de’ tempi suoi, e sceglieva pensieri e frasi da’ forestieri e da’ nostri[347], e massime da Dante, di cui pure affettò disprezzo; sicchè dove credi il linguaggio mover da passione, riconosci la traduzione forbita: benchè coll’arte raffinasse le gemme che scabre traeva dal terreno altrui; laonde que’ Provenzali e Spagnuoli perirono, egli vivrà quanto il nostro idioma. E fu veramente il primo letterato moderno che togliesse a considerare la vita non coll’austerità del medioevo, ma in modo largo e lieto, come i classici antichi.

È naturale che le poesie del Petrarca fossero divulgatissime, per la limpida facilità[348] e perchè esprimenti il sentimento più universale: il poema dell’Alighieri non era cosa del popolo[349], ma appena morto si posero cattedre per ispiegarlo, spiegarlo in chiesa, come voce che predica la dottrina, scuote gl’intelletti, eccita i buoni coll’emulazione, i rei svergogna, ed insinua le idee d’ordine, tanto allora necessarie. Petrarca sapeva che il Po, il Tevere, l’Arno bramavano da lui sospiri generosi, ma continuava ad esalarne di gracili; e poichè il fondo della vera bellezza, come della virtù vera e del genio è la forza, e senza di questa la grazia presto avvizzisce, e l’andar sentimentale inciampa facilmente in difetti di gusto, potè, perfino nella sua castigatezza, dare occasione ai traviamenti de’ Secentisti[350]. Egli ebbe a torme imitatori che palliarono l’imbecillità delle idee e il gelo del sentimento sotto la compassata forma del sonetto, e che, mentre la patria cercava conforti o almeno compianti, empirono gli orecchi con isdulcinate querele in vita e in morte[351]. Lo studiar Dante richiese gravi studj, di filologia per paragonare e ponderare frasi e parole; di storia per trovare le precedenze de’ fatti, di cui egli non porge che le catastrofi; di teologia per conoscere il suo sistema e raffrontarlo co’ santi padri, co’ mistici, cogli scolastici; di filosofia per librarne le argomentazioni, la precisione del concetto, gli elementi della scienza: onde aprì una palestra di critica elevata e educatrice; e Benvenuto da Imola e il Boccaccio allargano le ale quando hanno a viaggiare con esso.

Primo genio delle età moderne, egli scoperse quanti pensieri profondi e quanta elevata poesia stessero latenti sotto la scabra scorza del medioevo, rivelò ai concetti popolari la loro grandezza, e costringe a continuamente pensare, persuadendo che la poesia è qualcosa meglio che forme vuote e combinazioni sonore[352]. Di qui la grande efficacia sull’arti belle, giacchè, pur ammirando l’antichità, credea fermamente ai dogmi cattolici, e tra quella e questi forma una mitologia in parte originale, che poetizzò le tradizioni fin allora conservate fra gli artisti; e il modo ond’egli aveva coordinato i regni invisibili, offrì oggetti nuovi ai pittori, che i santi medesimi improntarono di passioni più profonde, invece di quell’aria di beatitudine soddisfatta o di ascetica compostezza, da cui sin allora non sapeano spogliarsi.

Dante è interprete del dogma e della legge morale, come Orfeo e Museo; Petrarca interprete dell’uomo e dell’intima sua natura, come Alceo, Simonide, Anacreonte: quello, come ogni vero epico, rappresenta una razza e un’epoca intera, e il complesso delle cose di cui consta la vita; l’altro dipinge il sentimento individuale. Perciò questo è inteso in ogni tempo; l’ammirazione dell’altro soffre intermittenze e crisi[353]; ma vi si torna ogniqualvolta si aspira a quella bellezza vera, che sulla forza diffonde l’eleganza e la delicatezza.

La prosa italiana vedemmo come a Dante dovesse esempj e precetti; ma se molti la adoperarono, pochi la coltivarono. I vulgarizzamenti hanno sempre un’azione importantissima ne’ primordj delle lingue scritte; e l’abbondanza loro in Italia, ed anche di opere moderne, attesta come fosse secolarizzato il sapere, e come sentisse bisogno di rendersi popolare. Fra i molti che ce ne restano di quel tempo, citiamo a caso il primo dell’Oratore di Cicerone per Brunetto Latini, le carissime Vite dei santi Padri del deserto, il Sallustio male attribuito a frà Bartolomeo da San Concordio, le Pistole di Seneca, le Avversità della fortuna di Arrigo da Settimello, il Guerino detto Meschino, la vita di Barlaam, la leggenda di Tobiolo, i Fatti d’Enea per frà Guido da Pisa, tutti d’incomparabile ingenuità toscana. Albertano, giudice di Brescia, stando prigione di Federico II, dettò tre trattati morali in latino, la cui versione per Soffredi del Grazia notaro, anteriore al 1278, è vetustissimo monumento di nostra favella[354]. Negli Ammaestramenti degli antichi, raccolti e vulgarizzati da frà Bartolomeo da San Concordio, rimbalza continuo il toscano, benchè qua e là avviluppati in frasi latine.

Pier Crescenzi, «uscito di Bologna per le discordie civili, si aggirò per lo spazio di trent’anni per diverse provincie, donando fedele e leal consiglio ai rettori, e le cittadi in loro quieto e pacifico stato a suo poter conservando; e molti libri d’antichi e dei novelli studiò, e diverse e varie operazioni de’ coltivatori delle terre vide e conobbe»; indi rimesso in patria, settagenario scrisse dell’Utilità della villa, dedicandolo a Carlo II di Napoli. Delira cogli aristotelici nel proporre teorie; ma buone pratiche suggerisce, come uomo sperimentato. Pare dettasse in latino, ma di corto fu tradotto da un Fiorentino, fortuna che lo fece vivere e studiare; e Linneo ad onoranza denominò dal Crescenzi una pianta americana.

Jacopo Passavanti domenicano tradusse egli stesso il suo Specchio della penitenza, dove, insieme con ubbie vulgari, mostra intendere il cuore umano; i racconti sono d’altrui, e massime di Elinando e di Beda, onde hanno per teatro le Fiandre, Parigi, il deserto; ma non turba mai per affettazioni la cara limpidezza, che era consueta prima del Boccaccio. Frà Cavalca si ricorda sempre che predica al popolo; molti de’ suoi racconti non la cedono al Villani nè al Boccaccio; e i suoi Atti apostolici son tale tesoro di schiettissime eleganze, ch’io vorrei dirlo il perfezionatore della prosa italiana[355]. Le prediche di frà Giordano da Rivalta bollono di zelo contro il pubblico disordine. Di santa Caterina da Siena abbiamo versi infelici e lettere care alle anime pie, non meno che profittevoli agli studiosi del bello e ricco scrivere[356]. Qual natìo candore di lingua e «semplicità colombina» nei Fioretti di san Francesco! Che se noi siam costretti a cercare la miglior lingua in autori di cui smettemmo le idee, questa non è la più piccola delle sciagure d’Italia.

Lo studio de’ Trecentisti, racconcie solo e riformate poche parole, e tolte via quelle desinenze in aggio, in anza derivate soverchiamente dal provenzale, sarà sempre opportunissimo a riparare al neologismo moderno e all’erudito arcaismo, e porgere la primitiva accettazione e il logico collocamento delle parole, il senso ingenuo e vero, la grazia ornata solo di se stessa, affine di dare al nostro idioma quella franca naturalezza che è la voce del genio. E tali scrivevano quei buoni, e tali principalmente gli storici, ignorando però l’arte degli incidenti, delle sospensioni, di ciò che alla frase reca forza e varietà. L’arte che le mancava, fu data alla prosa del Boccaccio, non già per meditazione sull’indole del parlar nostro, bensì per erudizione, della quale fu vago quanto il Petrarca. Nasceva egli (1313-75) a Parigi dall’amore d’un mercante di Certaldo, il quale seco l’avviò alla mercatura e al viaggiare, poi per le liete speranze di sua giovinezza l’applicò alle lettere sotto valente professore. La vista della tomba di Virgilio lo invaghì degli studj; del sulmontino Ovidio si professa devoto[357]; profitto maggiore trasse dall’amicizia de’ migliori contemporanei e dalla lettura di Dante, «mio duce, face mia, e da cui tengo ogni ben, se nulla in me sen posa».

Di greco fece stabilire una cattedra in Firenze per Leonzio Pilato, calabrese vissuto lungamente in Levante, e venire una copia d’Omero e d’altri autori non prima conosciuti sull’Arno. Pilato era di schifosa apparenza, «orrido e per lunga meditazione inselvatichito, ma un archivio ambulante inesausto delle storie e favole greche», e da’ costui colloquj il Boccaccio trasse notizie per esporre in latino la Genealogia degli Dei, opera per la quale intimava ai posteri d’avergli pubblica benemerenza. Scrisse pure in latino casi d’illustri infelici, virtù e vizj di donne; e un’opera sui monti, le selve, i fonti, i laghi e i fiumi, che, qual essa sia, fu il primo dizionario geografico. In queste, come nelle sedici egloghe, sta ben di sotto al Petrarca in latina eleganza. Le molte liriche in vulgare composte da giovane, bruciò come vide le stupende di questo. Maturo, condusse la Teseide, epopea in dodici cantari e in ottave sugli amori d’Arcita e di Palemone per l’amazzone Emilia ai tempi di Teseo; il Filostrato su quelli di Troilo con Briseide alla guerra di Troja, con istile stentato, rotto e non di vena. Nell’Amorosa visione finge che nel tempio della felicità gli appaja il trionfo della Sapienza, della Gloria, della Ricchezza, dell’Amore e della Fortuna; cinquanta canti, cadauno di ventinove terzine, le iniziali di ciascuna delle quali vengono a formare un sonetto e una canzone. Il Ninfale fiesolano versa sui lacrimevoli amori d’Africo e Mensola; ma neppur le lascivie seducono a rileggerlo.

La gloria al Boccaccio dovea venire dalla prosa; e come Petrarca volle nel verso introdurre l’armonia di Virgilio, così egli nella prosa il periodo di Marco Tullio; e le descrizioni, che prima di lui non si conosceano. Nel Filocopo narrò le avventure di Fiorio e Biancafiore, invenzione cavalleresca, sorretta da macchina mitologica, prolisso senza ingenuità, tutto enfasi ed assurda mescolanza di antico e moderno, o di cose moderne dette all’antica: eppure ebbe prestamente sedici edizioni, e fu tradotto in ispagnuolo e in francese; grande avviso a non giudicare i romanzi dalla subitanea divulgazione. Meno ampolle gittò nell’Amorosa Fiammetta, sotto il qual nome designava Maria figlia naturale di re Roberto, colla quale egli intendevasi d’amore. Burlato da una vedova, si svelenì contro le donne nel Corbaccio o Labirinto d’Amore. Pretta retorica è la consolatoria a Pino de’ Rossi, dalle miserie dell’esiglio confortandolo coll’esempio d’altre miserie. Nell’Ameto, sette ninfe dell’antica Etruria narrano i proprj amori, finendo con un’egloga ciascuna, mescolanza di prosa e versi, che poi in altri idillj fu adottata dal Bembo, dal Sannazaro, dal Menzini: come agli epici egli avea dato il primo esempio dell’ottava; come della prosa didattica fece la più antica prova nel commento a Dante. La vita che scrisse di questo, fra declamazioni e digressioni serbò preziosi aneddoti sul gran poeta. Nei commenti, che accompagnano solo i primi diciassette canti della Divina Commedia, spiega passo a passo il sentimento letterale, poi l’allegorico; e sebbene alcune chiose siano trivialissime, fino a indicare chi fossero i primi parenti, e chi Abele e Caino, palesa però buon intendimento della grammatica, della storia e delle dottrine. Ma se a Parigi Dante avea studiato i teologi e gli scolastici, Boccaccio vi cercava i fabliaux, udiva Rutebeuf, Gianni de Boves, Gaurin; leggeva i Dolopathos, romanzo indiano, di fresco tradotto da un monaco d’Altacomba in latino, e in francese dal trovero Herbers[358]; e da queste letture e dall’umor suo dedusse un’arte affatto pagana, volta ai gaudj della vita presente, non ai presentimenti della avvenire.

Comincia la Teseide dall’invocare le sorelle Castalie che nel monte Elicona contente dimorano; nella caccia di Diana, sotto questo nome divinizza Giovanna regina di Napoli, e sotto quel delle seguaci di lei la Cecca Bazzuta, la Marietta Melia ed altre di quella corte; fa che Pamfilo, vedendo a messa la Fiammetta, sia spinto da Giunone ad amarla; nel Filocopo, chiama il papa gran sacerdote di Giunone, e parla dell’incarnazione del figliuolo di Giove e dei pellegrinaggi in Galizia a visitare il Dio che vi si adora.

Ad eguali sentimenti s’ispira il Decamerone, suo capolavoro, di cui abbiamo già fatto cenno. Le novelle che vi fa raccontare, sono le più d’invenzione altrui, lascive e inumane, talchè i contemporanei lo intitolarono il principe Galeotto. La donna, da Dante era stata scelta ispiratrice e guida nella selva selvaggia della vita e nel viaggio alla verità; Petrarca l’avea velata di pudore e di melanconia, e posta esempio di pacata resistenza, che pur sentendo la passione non la lascia prevalere alla ragione, e provvede soavemente a salvar la vita dell’amante e il proprio onore; la sua Laura «inclina e adora come cosa santa», e trova che «non vi sente basso desire, ma d’onore e di virtù», e attesta che «ogni basso pensier dal cor gli avulse»[359]. Ed ecco il Boccaccio converte la donna in sollazzevole cortigiana, ebbra ne’ piaceri sensuali, insiememente credula e superstiziosa, che va a messa ma per far all’amore[360]; che quando si muor d’ogni parte, non conosce migliore spediente che novellare e godere. La fedeltà maritale e la castimonia monastica bersaglia esso continuamente: irreligioso nel ser Ciappelletto e nel frà Cipolla, deista nel Melchisedec giudeo, sempre lusinga l’egoismo: fa i personaggi cedere alla passione senza quel contrasto da cui viene nell’arte il drammatico, nella vita il sagrifizio, che è fonte dell’ordine.

Chi lo scusa col supporre che il novellar di que’ tempi si nutrisse di lubricità, ha dimenticato il Novellino, che sono cento novelle antiche, di cui alcuna scritta poco dopo la morte d’Ezelino, dove in semplice dettatura è ritratta la vita d’allora, facendo «memoria d’alquanti fiori di parlare, di belle cortesie, e di belli risponsi, e di belle valentìe, di belli donari e di belli amori, secondo che per lo tempo passato hanno fatto già molti». Neppure si può scagionarlo per giovane, trovandosi egli nella maturità dei quarant’anni, e forbì quel libro colla diligenza che ognun vi sente, tal fatica sostenendo per ordine d’una principessa. Alcuno volle purgare il Decamerone per uso dei giovani[361]: ma si prese, come spesso, immoralità per lascivia; e tolte frasi e racconti sconci, se ne lasciarono altri non meno pericolosi. S’è detto non bisognerebbe darlo a leggere se non a chi avesse fatto qualche bell’azione per la patria; vuol dire non sarebbe più letto. Vedemmo come se ne rimordesse; e fatto prete, visse esemplarissimo, e in testamento lasciava i suoi libri a un frate eremitano «sì veramente che sia tenuto e debba pregare Iddio per l’anima mia»; molte reliquie ai frati di Santa Maria di San Sepolcro fuor di Firenze «acciocchè quante volte reverentemente le vedranno, preghino Iddio per me»; un’immaginetta di Nostra Donna d’alabastro e molti arredi da chiesa a San Jacopo di Certaldo, coll’obbligo «di far pregar Iddio per me»; a madonna Sandra «una tavoletta, nella quale è dall’una parte dipinta Nostra Donna col Figliuolo in braccio, e dall’altra un teschio di un morto».

Fu dunque egli il primo, non che scrivesse bene in prosa, ma che scrivesse bene di proposito, sapendo quel che faceva e conservando l’arte dal principio al fine, senza quelle mescolanze di rusticità che offendono in tutti gli altri. Nè verun prosatore fin allora avea posto industria allo stile, bastando esprimere i proprj sentimenti, non ornati che della loro semplicità, a guisa d’amici schiettamente parlanti; forma tanto più conveniente, in quanto i libri allora erano men cosa pel pubblico, che confidenze domestiche e cittadine. Il Boccaccio volle attribuire allo stile la magnificenza che prima non conosceva, configurarlo ai diversi soggetti, e spurgatolo di quanto tenea di vieto e sgraziato, maestare il periodo e darvi numero e movenza variata, e pastosità e contorno e leggiadria al possibile. Lodevole divisamento: se non che mal distinse la natura degli idiomi, e appigliatosi al latino, tondeggiò la frase con arte troppo apparente ed ambiziosa. Ricchezza, abbondanza gioconda, variata armonia, chi n’ebbe altrettanta? ma la nuova prosa, logica e perspicua, quale innamora nel Compagni, nel Villani, nel Passavanti, intralciò cogli incisi, con raggirate trasposizioni, coll’anelante periodare, repugnanti alle moderne favelle, che, sprovviste di desinenze, amano la sintassi diretta; e fece parer vile la sapiente parsimonia, la famigliarità franca e dignitosa, la nobile sprezzatura. Stile ricercato è sempre cattivo; e quel fare pompeggiante s’accomoda ancor meno alla leggerezza delle materie assunte dal Boccaccio, onde ti par dall’acconcia toga romana vedere sporgere il tôcco del trovadore o il battocchio del giullare. Ed anche quel suo intarsiare frasi e sin versi interi di Dante e d’altri, introdusse o scusò un vezzo malaugurato nella prosa nostra sia di mescolarvi locuzioni poetiche, sia di vestire i proprj pensieri colle forme altrui.

Ammirano la varietà di caratteri; direi piuttosto di condizioni: ma fra tante frondi invano cercheremmo il ritratto della vita e dell’indole italiana, nè la curiosità v’è sostenuta. Ha stupenda novità di prologhi, canzoni, descrizioni del mattino, divertimenti varj ad ogni giornata; ha inesauribile dovizia di modi: ma gli manca fantasia pittrice, comunque nettissima sia la sua tavolozza, ed eccellenti i dettagli[362]; colla perifrasi nuoce all’evidenza che otterrebbe colla voce propria; quello scialacquo di parole, elettissime ma non necessarie, quell’inzeppamento di eleganze, quella sinonimia viziosa, impastoiano il racconto; quell’incessante splendore abbaglia più che non riscaldi, colorisce più che non delinei, titilla più che non iscuota. Chi mai versò una lacrima a que’ racconti, che pur sono talvolta mestissimi? Quando gli domandi l’affetto, t’avvedi ch’egli studia solo la parola, il periodo, la cadenza; vero caposcuola di coloro che s’ascoltano da sè.

E perchè questi furono molti, massime nel Cinquecento, non v’ha encomio iperbolico che non siasegli profuso. I suoi imitatori rifuggirono dalla naturalezza de’ pensieri o dell’espressione; una delle cause per cui ci mancarono la commedia ed il romanzo, e per cui tanta fatica occorre ai moderni onde richiamare sul semplice. E fosse solo grammaticale il guasto!

Eppure il Boccaccio sapeva gustare le dolcezze campestri, e a Pino de’ Rossi descrive come tornò a Certaldo, e «qui ho cominciato con troppo men difficoltà che non mi pensava a confortar la mia vita, e già principianmi li grossi panni a piacere e le contadine vivande; e il non veder le spiacevolezze, le finzioni, li fastidj de’ nostri cittadini mi è di tanta consolazione nell’animo, che se io potessi far senza udirne alcuna cosa, credo che il mio riposo crescerebbe d’assai. In iscambio de’ solleciti continui avvolgimenti de’ cittadini, veggio campi, colli, arbori di verdi fronde e di fiori varj vestiti, cose semplicemente da natura prodotte; dove ne’ cittadini son tutti atti fittizj: odo cantar usignuoli ed altri uccelli con non minor diletto, che fosse più la noja di udire gl’inganni e le difficultà de’ cittadini nostri. Co’ miei libricciuoli, quante volte mi piace, senza alcun impaccio posso liberamente ragionare: e in poche parole vi dico che mi crederei qui, mortale come sono, gustare e sentire della eterna felicità se Dio mi avesse dato un fratello».

Già di sette lingue s’era a quell’ora impadronita la letteratura nuova; la castigliana, la portoghese, la valenziana o provenzale, la francese, la tedesca, l’inglese e l’italiana: le altre si abbandonavano all’istinto, anzichè studiassero l’arte; nessuna può offrire capolavori; le opere di quelle son rivangate solo per istudio filologico, le nostre rimasero classiche, non soltanto per noi, ma e per gli altri popoli. Ed è gran prova d’incivilimento questo apparire quasi contemporaneo di tre genj, così differenti l’uno dall’altro, e ciascuno inventore o tipo di generi, di cui doveano restare modelli insuperati. Ma Dante si proponeva una poesia nazionale e religiosa; come i veri ingegni, ha più franchezza che arte; tormentato da grandi pensieri, fatica ad esprimerli in una lingua già formatasi, ma non educata ad esporre poeticamente tanta dottrina; e col suo cantare eccita, anzi obbliga il lettore a pensare da sè. Petrarca forbì poi quella lingua, dandole una rigogliosa gioventù, che nulla perdè fin ad oggi della natìa freschezza. L’uno e l’altro fissarono il linguaggio poetico, bellissima veste, che bastò al lepore dell’Ariosto come alla gravità del Tasso, alle dolcezze di Metastasio come ai fremiti dell’Alfieri. Quanto alla prosa, forse è colpa di Boccaccio o de’ suoi idolatri se ancora non n’abbiamo una nazionale, colta insieme e popolare, corretta e sicura, ferma ed ingenua, più candida che azzimata, più viva che compassata, acconsentita dai dotti, e insieme affabile al popolo, il quale vi incontri le sue forme ma ingentilite, i suoi vocaboli ma artisticamente disposti; atta ad esprimere tanto la famigliare ingenuità, quanto i grandi bisogni e i grandi sentimenti.

Da principio tutti corsero dietro a Dante; Petrarca gli porta invidia pur negandola, e lo imita; Boccaccio ne tessella la sua prosa, ne farcisce la sua poesia[363]. Cecco Stabili d’Ascoli nell’Acerba[364], poema filosofico nè bello di poesia nè dotto di scienza, denticchia l’Alighieri colla stizza dell’impotente, e fu poi per mago bruciato a Firenze. Fazio degli Uberti nel Dittamondo espone un viaggio che fa dietro al geografo Solino, tela mal ordita e peggio tessuta. Federico Frezzi da Foligno nel Quadriregio descrive in terza rima i quattro regni dell’amore, del demonio, dei vizj, delle virtù, dove Minerva viene a diverbio con Enoc ed Elia profeti. Francesco da Barberino leggista nei Documenti d’amore tratta di filosofia morale, politica, civiltà, perfino tattica, in metro vario e stile nè facile nè elegante, non ajutando tampoco la cognizione de’ costumi quanto il titolo prometterebbe. Scrisse anche Del reggimento e dei costumi delle donne, ove in versi stiracchiati misti a prosa, se pur tutta prosa non sono, ammanisce precetti alle donne delle diverse condizioni ed età: prolisso, stucchevole, ma con buon intento e bella lingua[365]. Giusto de’ Conti canta la bella mano della donna sua[366], sbiadito imitatore del Petrarca. Nè gloria nè compiacenza alla patria; sol ricordati perchè vecchi.

Francesco Sacchetti fiorentino, uom di toga e di mercatanzia, pel leone coronato al pulpitino di Palazzo vecchio fece questa divisa:

Corona porto per la patria degna

Acciocchè libertà ciascun mantegna;

ed era sì reputato, che essendosi esclusi dalle magistrature i padri, figli, fratelli di coloro ch’erano stati sbanditi, si eccettuò lui solo per esser tenuto uomo buono[367]. Mal calcate le orme del Petrarca, dietro a quelle del Boccaccio avviò ducentoquarantotto novelle, di stile dimentico e scorrevole, slegate fra loro, nè per intreccio, vivacità e pompa simili a quelle del Certaldese, ma piuttosto ad aneddoti senza idealità, burlevoli e pittoreschi. Lasciam via le sconcezze e le scempie riflessioni, ma fanno ritratto della vita d’allora que’ piacevoli motti scoppiati alla sprovvista; quegli uomini di corte, che coll’improntitudine subbiellano doni; que’ lepidi ostieri, che fanno cronache di chi non usa la parola propria; quelle burle e risa sopra magistrati ignoranti o tirchi; quelle braverie di soldati tedeschi con nomi bisbetici; quella meschinità degl’imperatori, che senza denaro scendevano in Italia; que’ leggisti smaniosi d’azzeccar liti, onde uno di Metz si meraviglia che Firenze non sia disfatta con tanti giudici, mentre un solo era bastato a rovinare la sua patria; insomma quella vita piena, pubblica, vivace, procacciante, di gente che non subì ancora i miasmi della pacifica oppressione.

Purezza di lingua, proprietà di parole e vezzi di stile accostano al Boccaccio ser Giovanni fiorentino (-1375), il quale nel Pecorone finge che Auretto, innamorato di suor Saturnina, vada frate, e divenuto cappellano, s’accordi con lei di passare ogni giorno alcun tempo raccontandosi in parlatorio una novella a vicenda. Con sì misero appicco e senza varietà d’incidenti vanno alle cinquanta, storiche le più, esposte con istile semplice, e velando le sconcezze. E in generale ai narratori di quel secolo mancano la rapidità e la precisione, e lo spirito arguto che s’acquista col lungo frequentare gli uomini e la scelta società.

Così la letteratura accampavasi sotto due bandiere, dietro quei campioni. Petrarca e Boccaccio dovettero l’immortalità a lavori fatti quasi per trastullo o distrazione, di mezzo a studj più gravi; questo obbediva ai comandi d’una principessa, quello non avrebbe mai creduto che sì care fossero le voci dei sospir suoi in rima. Dante applicò tutto sè al poema che per molti anni lo fece magro; e quando a lui esulante furono riportati i primi canti del divino poema, — Emmi (disse) restituito lavoro massimo con perpetuo onore»[368], e confidava mercè di quello poter coronarsi poeta sul battistero del suo San Giovanni. Boccaccio e Petrarca nell’età grave si doleano delle inezie e delle lubricità scritte, e quasi si vergognavano della gloria conseguita; Dante confida di aver fama appo coloro che il suo tempo chiameranno antico, e che vital nutrimento deriverà dall’agro de’ versi suoi. Egli aveva dischiuso i tempi nuovi, gli altri due respinsero verso gli antichi; egli inventivo, essi imitatori; egli biblico, essi classici; egli scotendo, essi addormentando la patria. Ed è non ultima colpa del Boccaccio l’avere o incitato o scusato i nostri a moltiplicare in un genere di letteratura affatto immorale come sono i novellieri. Ma egli fu addobbo di corte, corifeo di coloro che appigionano l’ingegno a chi paga, sia principe o plebe: Dante si considerava educatore delle nazioni, e i suoi seguaci credettero tale l’uffizio della letteratura. Anche i Petrarchisti empirono di belati questa povera Italia, la quale ogni qualvolta pensasse a scuotere il letargo, e sviarsi dai torbidi rivi, tornò ai vigorosi difetti e alle incomparabili bellezze dell’Alighieri.