CAPITOLO CVII. I tiranni. I figli di Matteo Visconti. Gli Scaligeri. Casa di Savoja.
Tutte ormai le antiche collegate lombarde sono ridotte a signoria di principe. Il primo esempio fu dato da Ferrara, quando nel 1208, al soccombere de’ Ghibellini e di Salinguerra Torello, conferì pieno arbitrio ai marchesi d’Este (t. VI, p. 310): ma questi andarono in dechino, ed Azzo VIII, effeminato e crudele, ribellatesegli Modena e Reggio, fu ridotto a nulla più che Ferrara e il proprio patrimonio. Morendo, invece del fratello chiamò erede il figlio d’un suo sterpone; di che sorse guerra intestina, e i vicini ne profittarono per cincischiar quella casa. I Veneziani, ausiliarj del bastardo, occuparono Ferrara: Clemente V, sostenendo il fratello di Azzo, spedì il cardinale Pellagrua suo nipote con un esercito, che predicò la crociata come contro i Turchi, e fulminò contro de’ Veneziani la bolla più smoderata, escludendoli sin alla quarta generazione da ogni dignità ecclesiastica e secolare, confiscati i loro beni in qualunque parte del mondo, libero il ridurli schiavi senza divario tra innocenti e rei; e vi fu chi ne profittò. I Veneziani venuti a guerra coi Pontifizj ed appoggiati specialmente da Bolognesi e Fiorentini, toccarono una terribile rotta sul Po (1309), fin seimila uomini perdendo tra di ferro e annegati: il Pellagrua fece impiccare quanti Ferraresi gli aveano favoriti, e destinò vicario della città re Roberto, senza alcun riguardo agli Estensi: i Veneziani dovettero comprare con centomila fiorini l’assoluzione. I Provenzali di Roberto fecero pessimo governo di Ferrara, che ribramando un signor proprio, si levò a rumore, espulse gli stranieri, e rimise gli Estensi (1317), che all’uopo s’erano collegati coi Ghibellini. Qui armi e scomuniche e processi d’eresia, malgrado de’ quali gli Estensi tennero il dominio.
Agli Ezelini in Treviso, Feltre e Belluno era sottentrato Gherardo da Camino, per bontà e beneficenza soprannomato il semplice Lombardo, e come nobilissimo lodato da Dante. Riccardo suo successore fu nel 1312 scannato nelle proprie stanze da un villano.
Dopo finiti i Traversara capi de’ Guelfi, Ravenna era venuta a Guido Novello, signore del castello di Polenta presso Brettinoro: cacciato dai Bagnocavallo, vi rientrò e ne fu fatto signore il 1275; ospitò Dante, e trasmise il reggimento ai figli Bernardino e Ostasio. Il primo generò Guido e Rinaldo arcivescovo di Ravenna: l’altro signoreggiava Cervia, della quale non contento, trucidò l’arcivescovo e s’impadronì anche di Ravenna (1322).
Rimini con buona parte della marca Anconitana era tiranneggiata dai Malatesta da Verucchio. A Pandolfo succedette il nipote Ferrantino; ma Ramberto cugino suo l’invitò con altri parenti a cena, e li fece prigioni, invano Polentesa madre di Ferrantino correndo la città colla spada sguainata per levarla a rumore: se non che un altro figlio di Pandolfo tra pochi giorni recuperò Rimini (1326), liberò i presi e cacciò Ramberto. Questi procurò ogni via d’ottenere perdono; a una caccia solenne buttossi a’ piedi di Ferrantino supplicandolo di misericordia, e Ferrantino lo scannò.
De’ Montefeltro, i quali ebbero Sinigaglia e Forlì, Guido salì in maggior fama; ed essendo mandato (1382) un esercito francese da papa Martino IV ad assediare Forlì, consigliò i cittadini a riceverli entro, distribuirsegli nelle case e avvinazzarli; la notte esso li sorprese, e ne fe macello. Come capitano di ventura s’illustrò Federico, che possedette Urbino e altre città ghibelline: ma avendole gravate per sostenere la guerra contro i Guelfi, Urbino gli si rivoltò, lo fece a pezzi con un figliuolo, e si diede al pontefice.
Mantova erasi fatta libera alla morte della contessa Matilde, coi soliti rettori o consoli, e col podestà, al quale poi nel 1272 la generale assemblea dei Quattrocentonovanta surrogò due vicarj cittadini, che furono Pinamonte de’ Bonacolsi e Federico conte di Marcarìa. Pinamonte affettava il dominio, e prese via dal mandar voce fra il popolo che il marchese di Ferrara volesse adunghiare anche Mantova; onde il popolo, sempre credulo a chi disapprova e accusa, bestemmiando il marchese ed esaltando il Bonacolsi, diede a costui pieno arbitrio di sbandire chi credeva, cioè chiunque gli potesse fare ostacolo, e massime i conti di Casaloldi. Allora chiaritosi ghibellino, s’alleò con quel marchese di cui avea finto paura, fece assassinare Ottonello da Zenecalli che l’assemblea gli avea posto accanto, e gridarsi capitano perpetuo (1276) colla solita ciurmeria del voto universale. I Casaloldi, gli Arlotti, gli Agnelli, i Grossolani ed altri fuorusciti congiurarono per recuperare la città, e vi s’introdussero armati; ma un traditore n’avea dato avviso a Pinamonte, che li disperse.
Gli successe suo figlio Bardellone (1291), brutto d’ogni vizio; Taino fratello di lui cercò l’appoggio degli Estensi per isbalzarlo: intanto però Bottesella loro nipote, avute truppe da Alberto della Scala, cacciò l’uno e l’altro a morire in esiglio (1299), e si fece signore coi fratelli Butirone e Rinaldo Passerino. Quest’ultimo, rimasto solo al comando, sparnazzò il denaro pubblico a favorire la parte imperiale, tanto che ebbe in piedi dodicimila uomini, e da Enrico VII comprò il titolo di vicario imperiale. Ottenne anche Modena, promettendo lasciare in pace i signori della Mirandola che prima vi dominavano, poi li fece prendere e morir di fame: così avuta a patti la Mirandola, la mandò a sacco e fuoco. Tre scomuniche e venti anni di guerra gli facevano avverso il paese; soffiava negli odj Luigi Gonzaga suo cognato, inuzzolito di quella signoria, e anche di vendicare Filippino suo figlio, alla cui moglie avea giurato far onta il figlio di Rinaldo per vendetta d’una rapitagli amante. E poichè que’ tirannetti erano sempre disposti a nuocersi a vicenda, il Gonzaga ebbe soccorsi dallo Scaligero, intelligenze in città, e la mattina 16 agosto 1328 la invase e corse, uccise Rinaldo, strappò dall’altare suo figlio Giovanni abate di Sant’Andrea, e lo lasciò perir di fame nella torre dov’era morto il signore della Mirandola: all’altro figlio Francesco furono strappati i genitali e postigli in bocca. Il saccheggio fu orrendo, e la sola parte toccata a Cane si fa ammontare a centomila fiorini. A proposta di Claudio Agnello, uom ricco e creduto, il popolo elesse capitan generale il Gonzaga. L’imperatore, che dianzi aveva approvato Rinaldo, allora approvò lui come vicario; il Comune con ventimila fiorini ottenne che il papa l’assolvesse dell’assassinio, e con annua festa solennizzò il cominciamento di questi nuovi signori, che poi furono marchesi, poi duchi, poi nulla.
Sole rimanevano governate a repubblica Bologna e Padova, le città degli studenti. Questi a Bologna portavano vita e ricchezze, ma insieme irrequietudine, a leggi nè a tribunali negando sommettere i loro privilegi. Nel 1315 i rettori dell’Università, chiamandosi offesi dal pretore, si ritirarono all’Argenta; e gli scolari davano vista essi pure d’andarsene, se persone autorevoli non si fossero interposte, facendo confermare le antiche franchigie dell’Università, esentarla dal bargello, capo della polizia incaricato di tener quieta ed onesta la città: all’Università e ai rettori non si tenesse porta in palazzo; essi rettori con un compagno e quattro donzelli di loro scelta potessero portare qualunque arma offensiva o difensiva; cancellato ogni decreto o bando contro le persone che aveano dato occasione al disgusto; cacciati quelli che avean fatto ingiuria ai rettori; niuno scolaro potess’essere richiesto davanti al pretore od a’ suoi giudici.
Poco stante, Giacomo di Valenza studente rapisce la nipote del celebre leggista Giovanni d’Andrea; e il podestà a viva forza lo prende e condanna a morte. I condiscepoli fremono, romoreggiano, e nol potendo salvare, migrano a Siena, giurando non tornare se non ricevano soddisfazione. Bologna rimase squallida, finchè Romeo de’ Pepoli indusse a mandare agli studenti le scuse volute, e rinunziare ogni giurisdizione sopra di essi.
Questo Romeo, negoziante, dell’ingente rendita di cenventimila fiorini si valea per primeggiare, e spesso per corrompere o eludere le leggi. Crebbe allora di riputazione; onde i Gozzadini, i Beccadelli ed altri gentiluomini credettero o dissero aspirasse a tirannia, e formato il partito de’ Maltraversi, contro gli Scacchesi, così nominati dallo stemma dei Pepoli, accusarono Romeo (1321), l’assalsero nella propria casa, donde a pena ebbe tempo di fuggire col buttare alla folla sacchi di denaro. La famiglia fu esigliata, abbattuti i palazzi, confiscati i beni, relegati i partigiani: gran tempo durarono le paure e le trame, ma Romeo, esule ad Avignone, non potè più recuperare la patria.
Anche Cremona, sobbissata da Enrico VII, come vedemmo, fu assalita da Can della Scala e da Passerino Bonacolsi signore di Mantova e di Modena; e per quanto Ponzino Ponzoni scaldasse a sostenere il governo popolare, vi fu gridato signore Jacopo Cavalcabò (1315). Ma dopo sei mesi i Ghibellini condotti dal Ponzoni l’assalsero, e costrinsero a rinunziarla a Giberto di Correggio, altro capitano di ventura che condusse le armi guelfe contro molte città, mentre le ghibelline erano guidate da Federico di Montefeltro. Poco tardarono i Visconti di Milano a sottoporre Cremona (1322).
Sarebbe difficile e nojoso il seguire le vicende di ciascuna repubblica; ma il sin qui detto basta a mostrare come colla tirannide non venisse pace. Non essendo quella fondata sopra una legge o un pattuito statuto, non consolidata dall’opinione nè dal tempo, non trasmessa per successione regolare, apriva campo alle ambizioni di qualunque pretendente potesse addurre i titoli medesimi, cioè l’avere osato; la medesima sanzione, cioè l’essere riuscito. Un signor nuovo sbalzava l’antico; e questo, ricoverato a città amiche, al papa, all’imperatore, tramava alla macchia, collegavasi con altri di sua fazione, comprava bande, fomentava dissidj civili, che non poteano decidersi per ragioni, ma solo colla forza, unica misura del diritto: ma di prevalere una famiglia sola impediva il bilanciarsi delle parzialità. Queste, pur conservando gli antichi nomi, aveano cangiato scopo; o piuttosto scopo reale non s’avea che il proprio trionfo momentaneo e la depressione degli avversarj. In generale però i nobili erano ghibellini, il che volea già dire tedeschi, perchè o aveano militato al soldo degli imperatori, o avutone titoli, stipendj, possessi, ragioni d’acque, di pedaggi, di porti, cavalleria, capitananze, e la gloria di portar nello stemma l’aquila imperiale, e l’esenzione dai tribunali comuni.
Di dentro, ogni vincitore trovavasi inadeguato ai desiderj che aveano concepito i suoi fazionieri, alle promesse ch’egli medesimo avea prodigate, allo sbrigliamento che ciascuno erasi ripromesso. Il popolo, che pel minor male avea confidato pieni poteri al tiranno, vedendolo abusarne, ne moveva querele. I tiranni, benchè eletti popolarmente, snervavano le libere consuetudini coll’avvilire i corpi che rappresentavano il paese, invece di farsene una difesa e un appoggio. Ed oltrechè con nessun buono statuto erasi provvisto a moderare il loro potere, troppi mezzi possedeano essi di comprare, illudere, atterrire la moltitudine; tenevansi armati fra gente pacifica; col pretesto delle congiure uccidevano, spogliavano, esigliavano chi resistesse[286]. I migliori cittadini, trovandosi inetti a frenare la prepotenza, s’astenevano dalle assemblee per non legittimarla, e si ritiravano in violenta pace. Perfino qualche chiesa, che dapprima avea pregato Dio a camparci dai tiranni, allora offriva supplicazione per essi, connivendo a colpe che gli antichi pontefici fulminavano senza riguardo[287].
Ogni apparenza di elezione popolare scompariva poi, allorchè i tiranni ottenessero il titolo di vicarj, che compravano dagli imperatori, ben contenti di vendere a denaro un’autorità ch’essi non potevano esercitare. Allora il tiranno gittava a spalle ogni rispetto ai privilegi e consuetudini, nè alle comunità lasciava che di nominare alcuni inferiori magistrati, curar le strade e le rendite proprie, quali ad un bel circa sono oggi ridotte.
Come alla licenza non si era trovato altro rimedio che la servitù, così alla tirannide non restava riparo che la cospirazione, e quei signorotti duravano brevissimo; alzati da una rivoluzione violenta, da una violenta abbattuti; ogni anno ne portava una nuova, sempre fatta colla forza, cioè al despotismo surrogando il despotismo[288]; gridavasi Popolo popolo, e si finiva col dare la libertà in mano d’un signore assoluto.
Guelfi e Ghibellini, nati dal cozzo dell’Impero col papato, nonchè guarire con quello, incancrenirono, più non disegnando due partiti ben distinti, la forza e le idee, l’indipendenza e l’unità, la democrazia e l’aristocrazia, bensì un’eredità di antichi odj, dei quali erano mancate le ragioni: tanto che i pontefici, quando dimenticarono d’esser padre di tutti, stettero alcuna volta coi Ghibellini, e contro di questi gl’imperatori; e mutando parte, a vicenda invocavano d’essere dipendenti o dissoggetti all’Impero per convenienze ed ambizioni particolari e giornaliere. I tirannelli inclinavano al segno ghibellino, ma sciagurato l’imperatore che sul loro appoggio contasse! Veniva di Germania? essi gli prodigavano accoglienze, la cui pompa mortificava l’obbligata parsimonia di lui; porgevangli le chiavi delle città, gli pagavano certe regalie, ma non gli lasciavano potere di sorta, nè consentivano tampoco che troppo s’indugiasse nel loro paese; partito appena, cessavano ogni dipendenza, e ordivano leghe contro di esso.
Tali cambiamenti erano qualche volta prodotti dal rivalere d’una parzialità sull’altra, poichè quella che trionfasse in una città faceva propendere in suo senso le decisioni; spesso ancora venivano da un intento più largo, qual era il cozzo fra le superstiti repubbliche e gl’invadenti principati; intento che costringeva a parteggiare or con questo or con quello, non più a norma di nomi o a simpatia di genti, ma secondo che l’opportunità facea credere che meglio conducessero a libertà i papi o i re, Francia o l’Impero, i Guelfi o i Ghibellini.
Di qui il sistema d’equilibrio, contro del quale si è tanto declamato, e che pure recò all’Italia due secoli d’indipendenza e di civile progresso, quali non ebbe più mai: minacciata d’immediata servitù da questo o quel signorotto, riuscì sempre a reprimerlo. È vero che così si trovò poi inferma a repulsare la servitù straniera; ma, senza discutere se l’unità ne l’avrebbe salvata, chi dirà che fosse possibile prevederla nelle condizioni dell’Europa d’allora? Francia, allora assai più piccola, sudava per tutelare la propria nazionalità contro gl’Inglesi: Spagna riscattava pezzi a pezzi la patria dalla schiavitù araba: l’Impero greco disfacevasi di tabe senile; i Turchi poteano spingere qualche correria sulle nostre coste, ma lo sforzo principale drizzavano contro Bisanzio. Gl’imperatori aveano forze tanto sproporzionate alle pretensioni, che di qua dall’Alpi non poteano avventurarsi senza l’ajuto de’ Ghibellini nostri; così era venuto, così partito Lodovico Bavaro, senza che pel suo venire prosperassero i Ghibellini, o del partir suo vantaggiassero i Guelfi.
Capo nominale di questi come legato pontifizio, il cardinale Del Poggetto, creato conte della Romagna e marchese d’Ancona, continuava la sua tirannia, che spegnava gli spiriti repubblicani; e fingendo allestire a Bologna un palazzo pel papa, il quale andava ripetendo volesse restituirsi in Italia e stanziare in quella città, fece una fortezza, e collocativi i suoi Guasconi, ed altri nelle cariche e fin nell’arcivescovado, sbraveggiava quella repubblica. Tentò pure, coi modi allora in uso, imprigionare i primarj cittadini: ma il popolo tumultuante l’obbligò a rilasciarli.
Voleva anche sottrarre Ferrara al marchese d’Este, ma una segnalata vittoria scompigliò i papalini e diè prigioni i principali signori di Romagna che con essi militavano. Il marchese li rilasciò, ma dopo esserseli guadagnati, onde presto cominciò tutta Romagna a rialzare la testa. I Bolognesi, spinti da Brandaligi Gozzadini e Collazio Beccadelli, uccidono parecchi soldati (1333), assediano il legato stesso, che, salvo solo per l’interposizione de’ Fiorentini, dovette ritornarsene in Avignone, dopo avere in Italia sprecato tanti milioni e tanto sangue, nulla acquistando, molto sperdendo, e facendo aborrite le sante chiavi e men gelosa la libertà. Di fatto i Bolognesi non tardarono a ridursi a signoria di Taddeo Pepoli figlio di Romeo (1337), il quale promise annuo tributo alla Chiesa purchè assolvesse la città dall’interdetto ove era incorsa col cacciare il legato, e si assodò colle solite persecuzioni e coll’appoggio solito delle bande mercenarie.
Papa Giovanni XXII avea continuato a perseguitare Lodovico Bavaro. Il quale vedea Polacchi e Lituani rompergli guerra, la Germania irrequieta del trovarsi priva degli uffizj divini, sollevato come anticesare Carlo di Boemia, figlio di Giovanni di Luxemburg: sicchè, temendo Dio e gli uomini, offriva disfare quanto avea fatto contro della Chiesa e degli alleati di essa, implorare l’assoluzione, e per isconto andare crociato. Ma il re di Francia mandò ad Avignone, minacciando confiscare i beni de’ cardinali e guaj al nuovo papa Benedetto XII, il quale ai vescovi che lo supplicavano di pace rispose con lagrime agli occhi, esserne impedito da re Filippo. Tali erano i papi in terra altrui.
Lodovico, a cui per prima condizione poneasi che abdicasse, vi si disponeva; ma gli elettori e gli Stati non gliel soffersero, cassarono la condanna papale, tolsero l’interdetto, e proclamarono che l’autorità imperiale emana immediatamente da Dio, nè all’eletto fa mestieri di conferma papale; vacante l’impero, n’è vicario l’elettor palatino; basta essere coronato re dei Romani per valere quanto l’imperatore coronato a Roma; e se il papa ricusi, può qualsivoglia vescovo adempiere la cerimonia della coronazione. Benedetto, cui la decisione fu notificata, dovette obbedire al re di Francia, e una scomunica riboccante[289] d’imprecazioni avventare a Lodovico, che del resto, ispirato da frati apostati, tornava dalla sommessione all’arroganza: ma infine non faceva se non difendere l’indipendenza del regno affidatogli. Cacciando all’orso presso Monaco, Lodovico cascò d’apoplessia (1347), e imperatore incontrastato rimase Carlo di Boemia.
Papa Benedetto, lontano dall’ostinarsi all’abbassamento de’ Ghibellini in Italia, che tanti tesori era costato al suo predecessore, nel primo concistoro dichiarò non dovere nè la romana, nè altra Chiesa sostenere i proprj diritti colle armi[290], e mandò Bertrando di Deux arcivescovo d’Embrun perchè mettesse pace, come in molti luoghi riuscì. Ma la pace è buona quando fondata su forti basi, e qui vedemmo come invece servisse a consolidare tante piccole tirannie. Più non bastando l’invecchiato re Roberto a mantenere la primazia ai Guelfi, rivaleva la parte opposta. Principali n’erano i Visconti; e i Milanesi, grati dell’averli salvi dallo straniero, elessero Azzone signor perpetuo (1328) a voti unanimi, presto imitati da Bergamo, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Pizzighettone, Borgo San Donnino, donde egli snidava le guarnigioni forestiere; gli si diedero Crema, Lecco, Treviglio, Vigevano, Caravaggio, Cantù; Como gli fu offerta da Franchino Rusca, che si riservò il contado di Bellinzona; tolse Lodi ad un Tremacoldo mugnajo, che l’aveva usurpata ai Vestarini. Suo zio Giovanni, vescovo di Novara, fintosi malato, ricevette in palazzo le visite de’ cittadini di primo conto, e di Caccino Tornielli signore della città; ed ivi coltolo e imprigionato, introdusse in Novara il nipote.
Cessati i nemici esterni, i Visconti si molestavano tra di loro. Marco, zio di Azzone, valoroso ma turbolento, dicemmo come fu tolto di mezzo assassinandolo. Lodrisio suo cugino, al quale era toccato il contado del Seprio, e che già due volte avea cospirato contro i parenti, col denaro datogli da Mastin della Scala che volea sbrattare Vicenza dai Tedeschi rimasti alla partenza del Bavaro, sotto un Raimondo di Giver, detto il capitano Malerba, soldò costoro, gli aggomitolò in una compagnia detta di San Giorgio (1339) e menolli sulla campagna lombarda a rapire e taglieggiare; e fattosi forte nel suo contado, minacciava Milano. I cittadini, vedendosi sovrastare il saccheggio e gli altri guai d’una invasione, presero a stormo le armi, e condotti da Azzone e da Luchino suo zio, affrontarono quei ribaldi a Parabiago (21 febb.). Quivi, in sulla neve, si fece la battaglia più sanguinosa che si combattesse prima di Carlo VIII; e già Luchino era stato preso e l’esercito scarmigliato, quando una riserva di Savojardi si buttò sopra i Tedeschi che si sbandavano a saccheggiare, li ruppe affatto, ed assicurò la vittoria.
Tanto terrore aveva incusso quella masnada, che la battaglia di Parabiago restò nelle tradizioni popolari più viva che non quelle di Legnano e d’Alessandria: e consacrandola col meraviglioso, si disse che Sant’Ambrogio era stato veduto in aria a cavallo, staffilando gli stranieri: laonde d’allora in poi egli fu dipinto in quell’atto, così dissonante dalla sua mansueta fermezza[291].
Que’ masnadieri si sparpagliarono per la campagna guastando, finchè furono distrutti con orribili supplizj. «Ed io (dice un contemporaneo) ne ho visti venire a Roma da dugencinquanta, a piedi, quai cogli sproni attaccati alla coreggia, quai con una targhetta, e chi portando un cimiero, chi cavalcando un ronzino secondo sua condizione». Il Malerba prese servizio nel Canavese con trecento barbute, combattendo pei signori di Valperga contro quelli di San Martino.
Di tale vittoria assai ringrandì Azzone: il quale, ricco di tutte le virtù che possono stare coll’ambizione, comprese che il primo dovere, come il primo accorgimento dopo le rivoluzioni, è il perdonare; il secondo, indorar le catene. Tutto pace, alla città circondò buone mura con cento e più torri e porte marmoree: le vie pulì e ammattonò; eresse un palazzo e chiamò a dipingerlo Giotto ed altri minori, e vi sfoggiò una sontuosità principesca; primo di sua famiglia pose il proprio nome e la biscia sulle monete.
Morto (1339) di soli trentasette anni[292], il maggior consiglio pregò gli zii Giovanni e Luchino a succedergli. Il primo continuò a far da prete; Luchino, come il predecessore, ebbe briga cogli Estensi, cogli Scaligeri, i Gonzaga, i Pepoli, dominanti nelle vicine città di Modena, Verona, Mantova, Bologna. Dai Gonzaga comprò Parma: acquistò Asti, distruggendovi la famiglia dei Solari guelfa, signora di ventiquattro castelli; ebbe pure Bobbio, Tortona, Alessandria; a re Roberto tolse Alba, Cherasco ed altre terre in Piemonte; ottenne fin l’alto dominio sulla Lunigiana; e colla forza e l’astuzia crebbe la signoria, e l’assodò a scapito delle giurisdizioni comunali e de’ privilegi delle città. Fu severissimo contro i turbatori della pace; i masnadieri, solito postumo delle guerre, con supplizj atroci sterminò; gli amici di Azzone aborrì, i nepoti tenne relegati, non amò altri che i proprj bastardi, e sì poco fidava degli uomini, che avea sempre a fianco due mastini, pronti ad avventarsi a chi egli accennasse. Tuffò nel sangue le congiure vere o supposte, e se ne valse per fiaccare la nobiltà, della quale incamerando i larghissimi possessi, ingrossava l’erario pubblico e il proprio. È singolarmente ricordato lo eccidio della casa Pusterla, di derivazione longobarda, una delle più antiche e poderose di Milano, e della quale egli mandò al supplizio Franciscolo con due o tre bambini e colla moglie Margherita Visconti, odiata da lui perchè repugnante dagli osceni suoi omaggi[293].
Delle sue scostumatezze fu ripagato. Sua moglie Isabella de’ Fieschi, fingendo andare per voto a Venezia alle famose feste dell’Ascensione, si fece accompagnare giù per il Po da fastoso corteo di dame e cavalieri, di deputati di tutte le città suddite a Luchino, e da interminabile caterva di camerieri e palafrenieri, quasi a far prova e pompa della grandezza di casa Visconti, passando di città in città, ricevuta con emulazione di tripudj. In realtà essa v’andava per isbandarsi a’ suoi amori; nel che imitata dalle compagne, scandolezzò fin quell’età poco scrupolosa. Luchino, informato del proprio scorno dopo tutti gli altri, come è il solito, lasciossi intendere lo laverebbe nel sangue; ma vuolsi che Isabella pigliasse il tratto innanzi, e un giorno, di ritorno dalla caccia, lo ristorasse con una bevanda della quale morì (1349). Riprovevole come uomo, fu principe operosissimo; favorì ai poveri dispensandoli dal servizio militare, e nella terribile carestia del 1340 ne manteneva quarantamila; non punì i Guelfi benchè ghibellino; vietò di atterrar le case de’ ribelli; istituì un podestà unicamente per nettare le vie dai ladri; dava facile udienza a tutti; dalla peste nera salvò lo Stato con rigorosissimi provvedimenti. Fabbricò suntuosamente, verseggiò, e ottenne lodi dal facile Petrarca, che stette lungamente in quella corte e nella suburbana campagna di Linterno.
Giovanni suo fratello, ch’era divenuto arcivescovo di Milano, allora unì al pastorale la spada. Piacevole, liberale a dotti ed artisti, destinò sei professori che commentassero la Divina Commedia; insieme destro e oprante, arrivò a dominare diciotto città, fra cui Genova.
In questa irrequietissima repubblica re Roberto era riuscito a rimpatriare Guelfi e Ghibellini, e fare che gli uffizj si distribuissero in proporzioni eguali; ma ben tosto i Ghibellini rivalsero, e cacciarono i Fieschi e il capitano postovi dal re di Napoli. Allora fu ripristinato l’antico governo con due capitani del popolo e un podestà di parte ghibellina, oltre l’antico abate: ma i Guelfi, fatto nodo in Monaco, poco tardarono a ritornare. I nobili, quasi soli capitani e piloti, vessavano la ciurma, usando prepotenze sulle navi come in terra. Nella flotta mandata a servigio di Filippo VI di Francia (1338) contro l’Inghilterra sotto Antonio Doria, i marinaj, maltrattati perchè lagnavansi dei soldi fraudati, giunti a terra chiedono vendetta, e colla gente di Voltri, Polcevera, Bisagno si attestano a Savona, declamando contro l’oligarchia; gli artigiani fan causa con loro, e nominano due consoli; i popolani di Genova levansi anch’essi per ricuperare la libera elezione dell’abate. Si delibera, e non venendosi a un fine, un battiloro grida: — Sapete che? eleggiamo abate Simon Boccanegra» (1339). Tutti ricordano i servigi di sua casa, e — Sì, sì, andiamo dal Boccanegra».
Questo, forse non a caso, si trovava là in mezzo alla folla; onde i vicini lo alzano sulle braccia fra i viva e riviva. Egli, ottenuto silenzio, rammenta: — Io son nobile ed i miei hanno sostenuto dignità più elevate; onde, diventando abate, verrei a degradarmi». E il popolo: — Ebbene, sii signor nostro». Ma egli: — Nol posso, perchè avete de’ capitani. — Sii dunque doge», e in trionfo lo portarono a San Siro esclamando: — Viva il popolo, viva i mercanti, viva il doge», e tra quel brio si sveleniscono contro le case dei Doria e dei Salvagi[294].
Da questa tumultuaria risoluzione, che volemmo addurre per esempio delle altre, restò ferita di grave colpo la nobiltà, poichè il popolo avea nominato, non più magistrati subalterni, ma il sommo. Era esso però capace di soffrire un governo? I più dei nobili si ritirarono ne’ loro castelli, ma non sempre vi furono sicuri. Avendo il marchese Del Carretto guasti i piani d’Albenga, il doge spedì gente contro di lui, e specialmente nove vascelli che tornavano dalla guerra di Spagna, non lasciando smontarne alcuno. Il marchese mandò scusarsi, ma il doge rispose voleva vederlo in Genova. Ed egli, assicurato della vita, vi venne; ma il popolo cominciò a gridargli Mora, mora, e il doge lo fece buttare in prigione, donde rinunziò Varigotti, il Finale, il Cervo e l’altre sue terre e feudi.
Per quanto il Boccanegra, attivo e sperimentato, in cinque anni d’amministrazione rinvigorisse la giustizia, ed assoggettasse ai magistrati il circostante territorio, non potè assodar la pace, onde depose il comando (1345), che fu dato a Giovanni da Murta. Alle scosse interne si mescolavano guerre esteriori, e il mare d’Azof e la Propontide erano bagnate di sangue genovese; poi davanti Alghero di Sardegna la loro flotta fu sbarattata dai Veneziani uniti co’ Catalani, lasciando tremilacinquecento prigioni. Al tempo stesso Giovanni Visconti affamava la città, proibendo di recarvi grani; del che scoraggiati i Genovesi, presero il miserabile spediente di sagrificare la libertà (1353) e si esibirono ad esso Visconti.
Gli ambasciadori dicevano al Petrarca: — Non paura de’ nemici, non diffidenza delle forze nostre ci costringe, ma ribrezzo dell’intestina sconcordia, perchè i principali nobili vogliono profittare dell’occasione onde ridurre la patria al servaggio; sicchè il popolo, perseguitato dai vincitori e da cittadini peggiori de’ nemici, ci invia ad implorare la protezione d’un principe giusto e potente». Introdotti nel consiglio, dissero al Visconti: — Veniamo per ordine del popolo genovese offrirvi la città di Genova e i suoi abitanti, il mare, la terra, gli averi, le speranze loro, le cose divine e le umane, quanto insomma è da Corvo a Monaco, coi patti convenuti». Il Visconti rispose, accettava non per estendere i suoi confini, ma per compassione a un popolo oppresso; si obbligava proteggerli, rendere giustizia, soccorrere la repubblica contro chi che fosse, e pregava per ciò Iddio e tutti i santi, dei quali recitò una litania[295]. E subito mandò vettovaglie, fece aprir comunicazioni fra il suo paese e questo, rappattumò le fazioni, diede quanto bastasse per raddobbare la flotta, colla quale, avendo invano intromesso la mediazione del Petrarca, entrati nell’Adriatico sotto il comando di Paganino Doria (1353), i Genovesi sconfissero e presero l’ammiraglio veneto Niccolò Pisani con cinquemila ottocensettanta uomini, e obbligarono i Veneziani a chieder pace, pagare ducentomila fiorini d’oro, e rinunziare per tre anni al commercio sul mar Nero, eccetto Caffa.
Adunque i Visconti possedevano tutta Lombardia, la Liguria, parte del Piemonte e della Romagna, e minacciavano la Toscana. Tanta potenza era bilanciata dai signori della Scala di Verona, i primi che, senza possedere antichi feudi ereditarj, aspirassero ad estesa signoria. Succeduti in una parte de’ dominj di Ezelino, stettero capitani de’ Ghibellini contro Roberto re e Giovanni XXII, e favoriti dagl’imperatori (1312). Cane, che da’ suoi partigiani ottenne il nome di Grande, seppe sostenerlo nella non lunga vita; abbellì Verona; letterati ed artisti accoglieva; savio in consigli, e, cosa rara fra que’ signorotti, fedele alle promesse; prode e fortunato in armi, sicchè, oltre Verona sua sede, recossi in mano Feltre, Belluno, Treviso. Ma non teneva assodata la propria grandezza finchè non acquistasse anche Padova.
Questa città, rifattasi dalla tirannia di Ezelino al favore della libertà, avea sottomesso Vicenza e Bassano, e fioriva di studj per la sua Università; ma trasmodando nella democrazia, escludeva dal governo tutti i nobili: eppure affidava larghi poteri alla famiglia de’ Carrara, sopravissuta alle altre della Marca. Come guelfa, era incorsa nell’ira di Enrico VII, che incitò Vicenza a sottrarsele, e che diede questa a governare a Can della Scala, suo braccio destro. Cane vi introdusse soldati mercenarj, soprusò militarmente e aprì guerra ai Padovani. Il territorio n’andò guasto; file di contadini vedeva lo storico Ferreto condotti tratto tratto in Vicenza colle mani legate alle reni, e trattati alla peggio finchè si riscattassero; nè maggiore umanità mostravano i mercenarj di Padova. Frequenti tornavano a battaglie, ciascuno coi proprj alleati; e Padova riuscì a mettere in piedi quarantamila fanti e diecimila cavalli[296]; tant’era in fiore sinchè non la guastò una terribile epidemia.
Dentro v’erano perseguitati i Ghibellini; e i Carrara, blandendo alle invidie del vulgo e gridando — Viva il popolo, morte ai traditori», assalsero chi ostava alle loro ambizioni (1314), e massime Pietro Alticlinio, ricco e creduto avvocato, nella cui casa, allora data al saccheggio, si pretese trovar le prove dei più atroci delitti[297]. Esso e i parenti e gli amici furono mandati a strazio; lo storico Albertino Mussato, reo d’aver proposta una tassa e di starne formando il catasto, a fatica si salvò.
Intanto continuava la guerra collo Scaligero, sebbene più di oltraggi e latrocinj che d’uccisioni; e nell’assalto di Vicenza, Giacomo Carrara, caduto prigioniero di Cane, s’intese con esso per darsi di spalla nelle mutue ambizioni. Di fatto, valendosi della stanchezza prodotta dalle lunghe ostilità, Rolando di Piazzola giureconsulto[298] con una brava arringa persuase i Padovani a scegliersi un principe, e Giacomo Carrara fu proclamato. Marsiglio suo nipote non tardò a guastarsi con Cane, e a’ danni di lui invitò il duca di Carintia e Ottone d’Austria. Con Tedeschi e Ungheresi, che i cronisti fanno ascendere a quindicimila cavalli, vennero quelli saccheggiando il Friuli come Dio vel dica; e il Padovano e tutta Lombardia spedivano soldati per arrestare quel flagello: ma Cane riuscì meglio col denaro, facendoli dar volta senza che avessero danneggiato altro che gli amici. Poi si vendicò dei Padovani guastando se alcun che vi era rimasto non guasto; e seguitò le nimicizie tanto, che indusse Marsiglio a cedergli Padova (1328), e così si trovò contentato del lungo desiderio.
Mastino II, succeduto a lui con coraggio eguale e ambizione maggiore, ebbe Parma a patti, occupò Brescia cacciandone il vicario di Giovanni di Luxenburg, e abbandonando i Ghibellini alla vendetta de’ Guelfi. Tenea corte splendidissima; lo storico Cortusio lo trovò circondato da ventitre principi, spossessati dalle catastrofi consuete; durante il pranzo, musici, buffoni, giocolieri; le sale erano coperte di quadri rappresentanti le vicende della fortuna; appartamenti aveva allestiti con simboli e insegne convenienti alla varia condizione di chi gli cercava ricovero, il trionfo pe’ guerrieri, la speranza per gli esuli, le muse pei poeti, Mercurio per gli artisti, il paradiso pei predicatori[299].
Lucca era stata da re Giovanni venduta ai Rossi, e Firenze diè commissione a Mastino (1335) di trattarne per essa la compra: egli strinse la pratica, poi per le spese e l’incomodo pretese trentaseimila zecchini. Sperava sgomentarli coll’enorme domanda, ma i Fiorentini senza dibattere un soldo accettarono: se non che egli allora soggiunse non aver bisogno di siffatte miserie, e tenne per sè la lieta città. Così sopra nove ebbe balìa, le quali gli rendeano l’anno settecentomila fiorini, quanti neppur la Francia al suo re. E meditava nulla meno che farsi signore di tutta Italia; intanto Lucca gli sarebbe scala a sommettere la Toscana, mediante l’alleanza co’ signorotti degli Appennini.
Firenze legossi al dito l’affronto ricevuto da Mastino, e gli ruppe guerra; dove, se sottostava di valor militare e d’alleanze, avea denaro e volontà di spenderlo per l’onor nazionale. Avrebbe dovuto sostenerla la lega guelfa; ma re Roberto era invecchiato; Bologna non pareva aver recuperato la libertà che per tempestare sanguinosamente fra Scacchesi e Maltraversi; Siena e Perugia erano minacciate da Pier Saccone de’ Tarlati signore di Pietramala, che, avendo spossessato la famiglia d’Uguccione della Faggiuola, gli Ubertini, i conti di Montefeltro e Montedoglio, dominava su tutte le montagne della Toscana e della Romagnola, oltre Arezzo possedeva Castello e Borgo Sansepolcro, ed essendosi alleato con Mastino, di molto pregiudizio poteva essere ai Fiorentini. Essi dunque cercarono un amico lontano.
I Veneziani, che fin allora non s’erano mescolati alle vicende del continente italiano se non come stranieri, e che nessun’ombra prendeano dalla vicinanza de’ vescovi di Padova, di Vicenza, d’Aquileja, vennero sospettosi dell’incremento degli Scaligeri. In fatti Mastino pensò sottrarre i suoi paesi alla privativa che i Veneziani s’arrogavano di somministrare il sale; onde eresse fortezze sul Po per esigere gabelle da chi lo navigasse, e proteggere le saline colà stabilite. Ne venne rottura, e Venezia pigliò concerto con Firenze, la quale pagando metà delle spese, si obbligava a lasciarle tutti gli acquisti. Capitanò la loro lega Pietro de’ Rossi, famiglia già signora di Lucca e Parma, la qual ultima pure era stata obbligata a cedere a Mastino dopo che si vide tolti anche i castelli aviti attorno a Pontremoli. Pietro, che aveva rinomanza del cavaliere più perfetto d’Italia, appoggiato a molte bande tedesche, condusse prosperamente i collegati contro lo Scaligero. Intanto i Fiorentini indussero il Saccone a vender loro la signoria d’Arezzo, dove costituirono una magistratura propria. In Lombardia poi sollecitavano quanti erano nemici allo Scaligero; e Azzone Visconti, i Gonzaga, i Carrara, gli altri da lui spodestati collegaronsi ad desolationem et ruinam, dominorum Alberti et Mastini fratrum de la Scala, spartendosene in fantasia i possessi e ribellandogli le città. Padova fu presa (1338), arrestandovi Alberto: ma l’essere morto in battaglia Pietro de’ Rossi troncò il corso alle vittorie. Mastino, ridotto alle strette, maneggiò la pace, cedendo molti acquisti; Padova tornava ai guelfi Carraresi, Brescia al Visconti; i Veneziani occupavano Treviso, Castelfranco e Céneda, primi loro possessi di Terraferma, e otteneano libera la navigazione del Po.
Mastino, amareggiato dai disinganni, infellonì; sospettando del vescovo Bartolomeo della Scala, per istrada lo ammazzò, donde fu scomunicato dal papa; poi, fatta onorevole ammenda, ricevè il titolo di vicario pontifizio.
Anche Parma gli fu tolta (1341) dai Correggio suoi zii a cui l’avea fidata; sicchè, interrottagli la comunicazione con Lucca, esibì questa a Firenze, che con ciò avrebbe potuto rifarsi dei seicentomila fiorini che le era costata la guerra di Lombardia. Ma mentre essa stitica sul prezzo, i Pisani, che se ne sentivano minacciati, la prevengono e la occupano coll’ajuto dei Visconti e d’altri Ghibellini e massime di fuorusciti, lieti di sottrarsi dalla incomoda vicinanza. I Fiorentini, tardi riconsigliati, vollero ricuperarla facendo sforzi ingenti; ma alfine le bande da essi assoldate furono sconfitte alla Ghiaja.
Gli Scaligeri più non fecero che decadere (1387) e disonorarsi, finchè ai tempi di Gian Galeazzo perdettero le restanti giurisdizioni, e cessarono d’essere dominanti. Verona ne attesta ancora co’ monumenti la grandezza, e le loro tombe sono chiari testimonj delle arti risorte e non ancora svigorite colla servile imitazione[300].
Al contrario, gli Estensi (1317), gridati nuovamente signori di Ferrara, come dicemmo, vi aggiunsero Modena per cessione di casa Pio, e da Carlo IV ottennero la conferma de’ feudi imperiali di Rovigo, Adria, Aviano, Lendinara, Argenta, Sant’Alberto, Comacchio importante per le saline. Barcheggiando fra i papi, Venezia e Milano, Obizzo III s’acconciò col papa, retribuendo un annuo canone per Ferrara (1344). Comprò Parma da Azzone Correggio per settantamila fiorini; ma mentre andava a prenderne possesso, Filippino Gonzaga di Mantova, ajutato da Luchino Visconti, l’appostò, molti della sua scorta uccise, settecentoventidue condusse prigioni. I più liberò a prezzo; ma Giberto da Fogliano e suo figlio Lodovico tenne in una gabbia di ferro, ove morto questo dalle ferite, il padre dovette rimanere col suo cadavere. Filippino mosse guerra ad Obizzo e a Mastin della Scala, e dopo gran viluppo di leghe e di guerre, Parma fu comprata da Luchino (1340).
Oltre questi tiranni creati dal popolo, altri provenivano dall’antica feudalità, e principale tra questi fu la casa di Savoja. Da un cumulo di favole inventate o raccolte da frà Jacopo d’Acqui (1003?), par di dedurre che capostipite di quella fosse un Umberto Biancamano, forse discendente da Vitichindo emulo di Carlo Magno, o da un sassone Beroldo nipote di Ottone III, che fu vicerè d’Arles e conte di Moriana e del Ciablese. Quest’origine argomentò il Guichenon per ordine di Cristina di Francia vedova di Vittorio Amedeo I, quando ella, aspirando a far salire quella casa al trono di Germania, trovava opportuno il mostrarla oriunda da una germanica.
L’altro concetto di Enrico IV d’unire sotto ai principi savojardi tutta l’alta Italia, fece trarli da famiglia italiana, cioè dai conti d’Ivrea: asserto portato dal giudizioso Lodovico Della Chiesa, ed appoggiato nel secolo scorso dal Napione, quando il perire di tutte le dinastie italiche concentrava gli sguardi su quest’unica superstite; poi nel secolo nostro colle nuove speranze di fare di quel principato il piedistallo della futura Italia. Supposero dunque che il Beroldo o Geroldo, favoleggiato padre di Umberto, sia Ottone Guglielmo duca di Borgogna[301], figlio di re Adalberto e nipote di Berengario II, re che furono d’Italia; pronipote di Gisla, figlia di Berengario I imperatore; abnepote d’Anscario marchese d’Ivrea, figlio di Guido di Spoleto, fratello di Guido re d’Italia. Il Cibrario, che con viaggi e documenti appoggiò quest’assunto, conchiude che «s’aspettano documenti che forniscano la prova diretta di ciò»: e di fatto, come in tutte coteste genealogie, non manca se non l’anello che congiunga il ramo discendente coll’ascendente. Del resto, che la famiglia regnante in Piemonte indagasse avi incerti per ricordarsi e ricordare ch’è d’origine italiana, è la più perdonabile delle vanità.
Che che sia de’ primi, ornati col titolo di conti di Moriana, i successivi vi aggiunsero nuovi dominj anche di qua dall’Alpi e nominalmente Aosta. La posizione fra queste rendeva importante il marchesato di Susa, il quale per le nozze della contessa Adelaide, celebre nelle lotte de’ concubinarj e dell’imperatore Enrico IV, fu unito al contado di Moriana (1045) nel figlio di lei Amedeo II; pel quale innesto la casa di Savoja metteva un piede in Italia. Quando Enrico IV veniva a invocar l’assoluzione da Gregorio VII, Amedeo per concedergli libero passo ne pretese cinque vescovadi in Italia e un’ubertosa provincia della Borgogna, che forse fu il Bugey. Molti sorsero pretendenti all’eredità di Adelaide, donde si formarono parecchi contadi rurali e principati, e segnatamente quelli di Monferrato e Saluzzo; e varj paesi si stabilirono a Comune, fra cui Asti, riconosciuta libera (1098) da Umberto II il Rinforzato[302], il quale, a detta di sant’Anselmo di Aosta, «usava del principato a mantenere la pace e la giustizia», e fu forse il primo che s’intitolasse conte di Moriana e marchese d’Italia.
Amedeo III, figlio di questo (1103), diede carta di Comune a Susa, e ad onore di san Bernardo fondò in riva al lago del Borghetto l’abbazia di Altacomba, celebre pei sepolcri de’ principi di Savoja, sperperata al fine del secolo scorso, restaurata ai dì nostri; come il padre, fu alla crociata, e morì a Cipro. Umberto III, detto il Santo pel tenore di sua vita (1148), vedendo il Barbarossa voler attenuare le giurisdizioni di lui colle ampie concessioni fatte al vescovo di Torino, avversò quell’imperatore, poi mediò la pace fra esso e i Lombardi. Tommaso I ampliò le franchigie a Susa, le diede ad Aosta (1188), acquistò Testona, Pinerolo, Carignano, e fu vicario di Federico II in Italia, valendosi di tali dignità per reprimere i prelati e i baroni. Ad Amedeo IV esso Federico conferì il titolo di duca del Ciablese e conte d’Aosta, e una costui figlia sposò al suo Manfredi che fu re di Sicilia (1233): legati così agli Svevi, que’ duchi ebbero a patire dalla venuta di Carlo d’Angiò, talchè si restrinsero di nuovo fra le Alpi. Pietro, già ministro d’Enrico III d’Inghilterra, tornò alla propria devozione i paesi di qua dell’Alpi (1263) fino a Torino; conoscendo la necessità d’essere forte, munì il paese, condusse truppe, regolò le finanze e la giustizia, e fu detto il Piccolo Carlo Magno.
Salda alla monarchia, quella casa compresse i germi di libertà comunale, che l’esempio delle lombarde confinanti sviluppava nelle città subalpine; e nè guelfa nè ghibellina, dalle altrui gare traea profitto per consolidarsi di governo, di possessi, di forze. Nè poeti, nè storici ne tramandarono i fasti, ma incerte tradizioni e contraddicentisi, e soprannomi capricciosi.
Lungo sarebbe a seguire il dividersi e ricomporsi di essa. Nel ramo di Piemonte Tommaso II era detto anche conte di Fiandra e di Hainault perchè sposo a Giovanna erede di que’ paesi e figlia di Baldovino IX imperatore di Costantinopoli. In sette anni ch’egli regnò colà, estese molto i Comuni (keure) al modo d’Italia: perduta poi la moglie, tornò in patria, ed ampliò i possessi (1244), e non solo ebbe dal fratello Amedeo IV il Piemonte proprio, cioè il paese fra l’Alpi, il Sangone e il Po, di cui era principal terra Pinerolo, ma Federico II imperatore se l’amicò concedendogli Torino col ponte e col castelletto, Cavoretto, Castelvecchio, Moncalieri, stato sostituito a Testona distrutta da Astigiani e Chieresi; onde con questa linea sulla destra del Po dominava le strade commerciali di Asti e di Genova con oltremonte (1248): aggiunse il Canavese, Ivrea ed altre terre, e fu nominato vicario imperiale dal Lambro in su.
Caduto Federico, egli corteggia il papa Innocenzo IV, che dall’imperatore Guglielmo d’Olanda gli ottiene concessioni nuove, e feudi, e diritto di moneta, di mettere pedaggi, d’aprire mercati. Molto ebbe a cozzare con Asti, e seppe interessare nel litigio Luigi IX di Francia, il quale fece arrestare quanti Astigiani trovavansi colà. A vendetta questi occuparono fin Moncalieri, a Montebruno sconfissero Tommaso (1257), contro del quale essendosi rivoltati i Torinesi, lo presero e consegnarono agli Astigiani. Di Francia, d’Inghilterra, di Fiandra, dal papa vennero preghiere a favor di lui; ma non fu voluto rilasciare finchè non ebbe rinunziato a tutti i diritti sopra Torino ed altri luoghi, dando statichi agli Astigiani i proprj figliuoli.
Due nobili sposi tedeschi pellegrinavano a Roma, quando, giunti nel Monferrato, la donna partorisce un bambino, e quivi il lascia a nutrire. Essi muojono in viaggio, e il fanciullo Aleramo acquista nome di valore; e ito a soccorrere l’imperatore Ottone il Grande contro Brescia, invaghisce di sè Adelaide figlia d’esso imperatore, e con lei fugge tra i carbonaj de’ liguri monti; finchè Ottone gli perdona, e gli assegna le terre fra l’Orba, il Po e il mare, facendone i sette marchesati di Monferrato, Garessio, Ponzone, Ceva, Savona, Finale, Bosco. A un nuovo assedio di Brescia, Aleramo uccide senza conoscerlo il proprio figlio Ottone; dagli altri fratelli Bonifazio e Teodorico derivano le famiglie di Bosco, Ponzone, Occimiano, Carretto, Saluzzo, Lanza, Clavesana, Ceva, Incisa, e da Guglielmo i marchesi di Monferrato. Questi furono cantati spesso dai poeti, dei quali è fantasia una tale origine, viemeno probabile perchè nessuna figlia d’Ottone il Grande ebbe uno sposo di quel nome. Qualunque però si fosse e di qualunque tempo questo Aleramo, la sua discendenza dominò il pendìo dell’Appennino ligure dalla riva destra del Po fino a Savona; e ne vennero le famiglie che dominarono il Monferrato, Saluzzo verso le sorgenti del Po, e le città occidentali di Torino, Chieri, Asti, Vercelli, Novara, disputandole ai Visconti e alla libertà comunale.
I marchesi di Monferrato vedemmo mescolarsi alle vicende dell’Italia superiore e nelle crociate, tanto che vennero i più illustri di quei dintorni, cercata l’alleanza loro, temuta la nimicizia. Ma ristretti fra le ambizioni de’ duchi di Savoja e de’ signori di Milano, non poterono ampliarsi; intanto che una nobiltà potente, la quale si vantava d’origine pari ai dominanti, li contrastava dentro, non lasciando che il paese prendesse ordinamento nè monarchico nè a popolo.
Bonifazio IV, essendogli tolto dai Musulmani (1222) il suo principato di Tessalonica, per ricuperarlo cercò novemila marchi a Federico II, dandogli in pegno i proprj Stati; col che non solo dimezzò la propria potenza, ma pose a repentaglio l’indipendenza del Piemonte, se la casa Sveva non fosse perita. Anche a signori e Comuni cedette le ragioni sopra molte città.
Guglielmo VI, detto il gran marchese, figlio a Margherita di Savoja (1254), sposo ad Isabella di Glocester, poi a Beatrice di Castiglia, maritò la figlia Jolanda al greco imperatore Andronico II Paleologo, dandole in dote l’infruttuoso regno di Tessalonica, e ricevendone grosse somme e la promessa di cinquecento cavalieri, mantenuti a suo servizio in Lombardia. Con questi egli facea pendere la bilancia a favore de’ Guelfi o de’ Ghibellini, secondo che vi si accostava. Per tradimento entrato in Torino, molti uccise, molti imprigionò, fra cui il vescovo Melchiorre, che sempre avea contrariato i disegni del marchese sulla sua patria, e che, non volendo far rilasciare i suoi castelli al vincitore, fu ucciso. Mentre egli andava in Spagna a trovare il suocero, Tommaso III di Savoja lo arrestò a tradimento, e costrinse rinunziare i diritti sopra Torino. Tornati con alquanti uomini e denari, prometteva conquistar tutta Italia, ma vide ribellarsegli le città, e fu preso dagli Alessandrini (1292), che quanto visse lo tennero in una gabbia di ferro; morto, vollero accertarsene col fargli sgocciolare sul corpo del lardo bollente e del piombo fuso.
Allora le città di sua dipendenza consolidarono le loro franchigie; molto paese fu occupato da Matteo Visconti, che si vendicava del suo nemico, e che fu dai popoli dichiarato capitano del Monferrato; sicchè il figlio Giovanni II, succedutogli a quindici anni, si trovò ristretto nel primitivo dominio. Questi fu l’ultimo di quella linea; e morto improle (1305), doveva ereditarne la sorella Jolanda. Se non che Manfredi di Saluzzo, del sangue stesso, aspirava a quel dominio, e l’occupò armatamano; e perchè prese anche molte delle terre ch’erano state di Carlo d’Angiò, chetò i reali di Napoli coll’accettare da loro come feudo il Monferrato, sebbene non v’avessero titolo di sorta. L’imperatore greco spedì Teodoro suo secondogenito, che sposata una figlia d’Obizzino Spinola genovese per averne appoggio, coll’armi recuperò l’eredità, e per combattere a vantaggio i Visconti, dai vassalli esigette uomini e denaro di là dal convenuto.
La casa di Savoja, che distesasi oltr’Alpi verso l’Elvezia e la Francia, voltava le sue ambizioni all’Italia, presto si trovò in gara coi marchesi di Monferrato; e il possesso d’Ivrea fu seme di guerra, in cui arrivarono ad acquistare sovranità sopra i conti di Piemonte e i marchesi di Saluzzo. Nel 1285, morto Tommaso III, che dai marchesi di Monferrato avea ricuperato il Piemonte, dovea succedergli il nipote Filippo; ma Amedeo V di Savoja suo zio governò il paese come suo, mentre a Filippo non restò che il titolo di principe d’Acaja, col quale i suoi successori s’ingegnarono di dominare qualche parte del Piemonte.
Esso Amedeo (1287), che assistette a trentacinque assedj, e battagliò continuo col Delfino, col conte di Ginevra, col sire di Faucigny e con altri, fu creato principe dell’impero da Enrico VII suo cognato, che gli assegnò pure la contea d’Asti, gloriosa repubblica scaduta dalla sua grandezza: ma questa fu tenuta da Roberto di Napoli finchè il marchese di Monferrato gliela tolse per sorpresa, e se ne chiamò signore. Amedeo stabilì l’indivisibilità della monarchia di Savoja e l’esclusione delle femmine, e cominciò a pigliare il titolo di principe: ebbe da Enrico anche Ivrea e il Canavese, e Fossano dal marchese di Saluzzo. Allora detta monarchia comprendeva otto baliaggi; Savoja, con cui la Moriana, la Tarantasia e diciotto castellanie; la Novalesa con nove castellanie; il Viennese con altrettante; la Bressa con dieci; il Bugey con sette; il Ciablese con sedici; val d’Aosta con cinque; val di Susa con tre.
Amedeo VI, detto il Conte Verde (1343) dal colore onde comparve divisato egli e il cavallo in un torneo a Chambéry, tolse alla contessa di Provenza Chieri, Cherasco, Mondovì, Savigliano, Cuneo; bene amministrando le finanze per l’abilità del ministro Guglielmo De la Beaume, potè ottenere il Faucigny, comprare la baronia di Vaud, e le signorie di Bugey e Valromey. Vedendo agli antichi Delfini surrogata la Francia, potenza più robusta, non sperò ingrandire ulteriormente da quel lato, e si volse più specialmente all’Italia.
Passando l’imperatore Carlo IV dalla Savoja, Amedeo l’accolse con sommi onori, gli mosse incontro con sei cavalieri banderesi riccamente in addobbo, lo convitò suntuosamente, egli stesso e i suoi a cavallo servendolo di vivande quasi tutte dorate, mentre due fontane giorno e notte sprizzavano vin bianco e chiaretto, che ognuno poteva prendere a piacere[303]. In ricompensa fu costituito vicario imperiale, e fe pace con Giovanni Paleologo di Monferrato, spartendosene il possesso. Ito a Costantinopoli (1366) a soccorrere questo suo cugino, conquistò Gallipoli, Mesembria, Lemona sopra i Turchi, assediò Varna, e costrinse i Bulgari a far pace con esso imperatore. Il papa abilitò i vescovi ad assolvere da usure e mali acquisti chi contribuisse per essa impresa, concesse al conte le decime ecclesiastiche, mentre ciascun feudo dava armi ed oro. Il conte se ne valse per continuare anche poi le esazioni; col papa entrò in lega a danno de’ Visconti qual capitano generale; e neppure alla pace volle restituire alcuni castelli ad essi occupati, avido sempre di gloria e denaro; ma per ottenere la prima rovinò le finanze, ed oltre impegnare a lombardi ed ebrei le gemme e gli argenti, vendette gli uffizj. Aspirava a formare uno Stato solo, riunendo a Savoja il Piemonte tolto ai principi d’Acaja, e mozzando le giurisdizioni feudali: ma in quanto acquistava verso l’Italia introduceva forme d’amministrazione alla francese, restringeva in senso principesco i liberi statuti; moltiplicò le imposizioni, fallì alla fede quando gli giovò, servì agli stranieri nel conquisto di Napoli (1383), dove morì miseramente (Cap. CXIV). Dell’ordine dell’Annunziata, da esso istituito, abbiamo già parlato[304].
Amedeo VII, soprannomato il Conte Rosso, più valente in armi che in consigli, si tenne all’amicizia di Francia come il padre. Ai tempi di Carlo Magno, la Provenza già era divisa in contadi, due dei quali formavano quel che ora dicesi di Nizza. I popolani di questa, mentre Raimbaldo loro conte stava oltremare crociato, si vendicarono in libertà; e quegli, reduce, si accontentò d’esservi console. Non era spenta però la soggezione, e Nizza nel XII secolo obbediva ai conti di Arles, il restante paese a quelli di Tolosa, di Forcalchieri, d’Orange, del Balzo, finchè i conti di Barcellona si fecero marchesi di Provenza. I Nizzardi spesso tentarono, alfine riuscirono a sottrarsene nel 1215 giurando la compagnia di Genova, e i marchesi di Provenza giuravano rispettare i loro statuti. Con Beatrice, figlia di Raimondo Berengario, passò quel dominio a Carlo d’Angiò, che ne fece fondamento alla futura sua grandezza in Italia. Frattanto le fazioni non risparmiavano Nizza, e la città era divisa fra nobili che abitavano la villa di sopra, e cittadini della villa di sotto. I mali cui andò soggetta la stirpe di re Roberto di Napoli, furono risentiti dai Nizzardi, finchè regnando il fanciullo Ladislao, essi per opera dei Grimaldi chiesero ad Amedeo VII di venire aggregati al suo dominio. Amedeo vi riunì i contadi di Ventimiglia e Villafranca (1388) e la valle di Barcellonetta, allegando o crediti verso le due case d’Angiò, o dedizione de’ baroni, o il titolo di vicario imperiale.
Amedeo da un ciarlatano lasciossi dare un beveraggio che rifiorisse la sua debolezza, e gliene costò la vita (1391). Bona di Berry sua vedova e sospetta autrice della morte di lui, fatta reggente, tempestò in contese di potere colla suocera e coi grandi, in guerre coi conti di Ginevra, coi vescovi di Sion, con Berna, con Friburgo, coi parenti; e menò pace. Amedeo VIII, loro figlio, detto il Pacifico perchè all’armi preferì la politica, con questa vantaggiò assai, attento a tor via i feudi, trarre a sè il Monferrato e Saluzzo, rodere il Milanese. Ebbe in fatti omaggio dagli Avogadri di Quinto, di Quaregna, di Valdengo, di Casanova, di Collobiano, di Pezzana, dagli Alciati, dagli Arborj, dai Dionisj, dai Pettinati, da molti monasteri e Comuni, tra cui val d’Ossola, e infine anche da Vercelli. Questa città, che vedemmo (vol. VI, p. 201) una delle prime ad acquistar le franchigie municipali, e delle più gloriose nel sostenerle, straziò le proprie viscere nelle fazioni degli Avogadri coi Tizzoni, della società nobile di Sant’Eusebio colla popolana di Santo Stefano, e infine cadde in signoria de’ Visconti di Milano. Amedeo VIII, il cui avo già aveva acquistato Santhià, San Germano e Biella, e che riceveva omaggio dai tanti Avogadri di quel paese, soggettava or per forza or a persuasione alcuni Comuni, profittando delle discordie scoppiate nel Milanese alla morte di Gianmaria Visconti; poi dal costui successore ottenne Vercelli, col patto di spiccarsi dalla lega con Venezia e Firenze.
Acquistò inoltre il Genevese (1414), disputato fra molti dopo finita la stirpe dei prischi conti; e il Piemonte quando si estinsero i principi d’Acaja. A questo titolo erasi dovuto accontentare Filippo di Savoja (1294); ma sebbene del Piemonte giurasse vassallaggio alla Savoja, lo tenne come indipendente, e così suo figlio Jacopo; onde i signori di Savoja miravano sempre a tarparli, intanto che il paese era mal condotto dal dover obbedire a due padroni, e soddisfarne i bisogni o l’avidità. Lodovico, il quale di buoni ordini confortò il Piemonte e di studj Torino, fu l’ultimo principe d’Acaja (1418); Amedeo VIII occupò il paese di lui, e da quell’ora principe di Piemonte fu il titolo del primogenito di Savoja.
I signori d’Acaja e quelli di Savoja aveano sempre avuto l’occhio a sottomettere i marchesi di Saluzzo e di Monferrato. I primi, dopo lunghe persecuzioni, prestarono omaggio al conte di Savoja, ricevendo il paese come feudo (1413). Nel Canavese fra le due Dore dominavano i conti di Biandrate, di cui già parlammo, e i marchesi del Canavese, forse discendenti da Arduino re d’Italia, divisi ne’ due rami di Valperga e di San Martino, suddivisi in moltissimi altri col titolo di conti, quali erano i Valperga di Masino, di Cuorgnè, di Salassa, di Rivara, di Mazzè, e i San Martino d’Agliè, di Brosso, di Strambino, di Sparone, di Castellamonte. Le due famiglie divennero nemiche, e colla bandiera ghibellina i Valperga, colla guelfa gli altri si recarono guerre micidiali, cui presero parte i vicini. Anche i popolani del Canavese, stanchi di queste baruffe, insorsero col nome di Tuchini, e trascorrendo agli eccessi consueti della plebe attizzata, uccisero, violarono, rubarono, arsero castelli, posero al tormento feudatarj, sinchè furono domati colle armi dal duca di Savoja, che raccomandò ai signori di trattar meglio i villani, e meglio stabilì i doveri de’ vassalli. Eguali moti popolari erano scoppiati nella Tarantasia, nel Vercellese, nella Moriana.
Di tali scompigli volle fare suo pro Giovanni marchese di Monferrato, e appoggiandosi a bande mercenarie, acquistò Alba, Asti, il Vercellese, il Novarese, e fin Pavia e Valenza, chiavi della Lombardia; ma gli accordi suoi co’ signori di Savoja tornarono a danno di lui e dei suoi successori. Fra questi vogliam nominare il marchese Secondotto, che abbandonavasi agli eccessi comuni ai principotti d’allora, emulando il tristo Gian Galeazzo Visconti. Il quale invitato da lui ad ajutarlo nel domare la città di Asti ribellatagli, si fece da questa riconoscer signore. Poco poi Secondotto, che a volte piacevasi di far da boja, volle strozzare di propria mano un ragazzo del suo seguito; ma un costui compagno trafisse a morte il marchese. Accorre allora da Napoli Ottone di Brunswick, ch’era stato tutore di lui, e che assume la tutela di Giovanni suo successore; e per impedire il ritorno di somiglianti tirannie si raccoglie il parlamento generale in Moncalvo, dove, a tacere gli affari particolari su cui si deliberò, venne presa risoluzione che al giovane marchese si giurasse fedeltà sol fino ai venticinque anni, quando si potrebbe già prevederne la riuscita; inoltre che, se mai il marchese uccidesse o ferisse alcun suddito, o gli facesse violenza nella roba o nella persona o nelle donne, subito cessasse ogni obbligo di fedeltà; essendo ben giusto che, se i sudditi rendono fedeltà, n’abbiano in compenso protezione, custodia, difesa delle persone, delle cose, dei diritti loro.
Aveano dunque rappresentanza e privilegi que’ paesi. I signori di Savoja, che di questi conosceano l’importanza, or s’allearono a danno loro coi Visconti, or li vollero in protezione per difenderli da essi Visconti; intanto ne cincischiavano i dominj e li riducevano a vassalli.
Allora unito l’intero Piemonte, Amedeo VIII dominava dal lago di Ginevra al Mediterraneo, e da Sigismondo imperatore (1416) acquistò il titolo di duca di Savoja mediante il dono di vasi d’argento pesanti ducento marchi; quattromila scudi d’oro, e sei cani mastini, e nella solennità sventolavano dieci stendardi, cinquecento pennoni, millecinquecento bandiere collo stemma di Savoja in argento; ma Sigismondo stesso salvò dall’avidità di lui Ginevra, dichiarandola membro dell’Impero. Dopo esercitato personaggio importante nelle vicende italiche, pubblicato lo Statuto generale, assodata l’autorità sovrana sopra l’anarchia feudale e lo sminuzzamento comunale, e istituito l’ordine di San Maurizio (1434), si pose a Ripaglia, delizioso paesetto sul lago di Ginevra presso Thonon, in devoto e voluttuoso ritiro. Quando i venturieri diventavano signori, egli ambì diventare pontefice, e lo vedremo sostenere l’infelice parte d’antipapa; deposta la quale, morì (1451) decano dei cardinali[305].
Egli avrebbe voluto l’unità monarchica rappresentata con unica capitale, scegliendo Ginevra, collocata fra la Savoja, la Bressa, il paese di Vaud, il basso Vallese, ma non potè ottenere che il vescovo di quella cedesse i diritti sovrani che vi aveva. Creato papa, conferì quel vescovado a uno di sua casa, il che continuò a praticarsi fino al tempo della Riforma.
Neppur qui la dominazione d’un principe spegneva i privilegi de’ Comuni, i quali continuavano ad avere vita propria, in alcuni degna di storia, in altri d’imitazione[306]. Ai Comuni era riservato il diritto di votare le imposte, e in casi straordinarj bisognava domandarle come grazia speciale. Ma i signori d’Acaja o di Savoja, come si sentirono forti, gli obbligavano a queste prestanze volontarie; e Amedeo, fratello dell’ultimo Lodovico, il marzo 1396 scriveva al vicario di Torino: — Col piacer di Dio, saremo domattina a Torino; e ti comandiamo di far che quelli della città deliberino nel loro consiglio, e deputino due o più persone con facoltà di concederci sussidio e alloggio pe’ nostri soldati e guerra, come gli altri delle città nostre han fatto e faranno a ragione di tre grossi per fuoco. Sappiate che quelli di questa città ce l’hanno concesso»[307].
Chieri, potente per commercio non meno che per armi, ebbe sottoposti fin quaranta castelli. I Balbo, fondatori o principali di quella repubblica, rincorarono a difendersi contro i marchesi di Monferrato e il Barbarossa, cooperarono alle vittorie de’ Lombardi su questo, e vi piantarono un governo conforme alle altre repubbliche. Esservi podestà non poteano i Balbo, carica da forestiere, ma per compenso sceglievano nella propria famiglia il capo del consiglio. Tale superiorità fu invidiata dalle sei case o alberghi primarj della città, i quali si collegarono (1220) a danno di essa, unendosi anche nobili minori, onde venne a formarsi la società di San Giorgio, che lungo tempo regolò gli affari di quella repubblica (vol. VI, p. 204). I Balbo si restrinsero in un albergo, convenendo di fabbricare un palazzo e una torre per ricovero comune, e con facoltà a ciascuno di essi di farvi portare il letto in tempo di turbolenze. Altri alberghi vi opposero il Gribaldenghi, gli Albuzzani, i Merli, i De Castello, i Mercadilli ed altri, unendosi contro la plebe, e insieme contro chi volesse sormontare; onde ne vennero guerre intestine, e sol dopo cinquant’anni di conflitto si conchiuse la pace (1271), nella quale appajono centotto Balbo, divisi in trenta rami.
Mezzo secolo più tardi ripigliarono le ostilità, e poichè allora l’andazzo era a tirannia, pensarono porre un termine a’ guai col sottoporsi a casa di Savoja (1347). Con questa stipularono che Chieri conserverebbe le proprie consuetudini, diritto di batter moneta e dare l’investitura dei feudi; al rappresentante del principe nell’esercizio di sua autorità si unirebbero quattro savj di guerra, eletti nelle case d’albergo, e il primo sarebbe sempre un Balbo, scelto con voti della sola sua famiglia; verun atto legale avrebbe forza se non improntato con cinque suggelli, del principe, del popolo, dei Balbo, delle sei case d’albergo unite, della città.
Parve ancora soverchia l’autorità di casa Balbo, e si pretese torle il diritto di apporre il suggello. Il principe d’Acaja venne in persona per metter pace, e confermò ai Balbi tal privilegio che ab immemorabili possedeano, con che però riconoscessero averlo ricevuto dal Comune di Chieri. Siffatto lodo segnò la decadenza di quella casa, che veniva a considerarsi non più come indipendente, ma come autorizzata dal Comune. Quando, sessant’anni dopo, Valentina figlia, ed Aimonetta nipote di Galeazzo Visconti, sposarono una Luigi d’Orléans fratello del re di Francia, l’altra Luigi di Bertone capo del secondo ramo dei Balbo, le gelosie de’ costoro nemici rincalorirono, e vie più per l’alleanza di quelli con Venezia; i duchi di Savoja n’ebbero sospetto; si tornò a contender loro il diritto di suggello, e sebbene Luigi nel 1455 li parificasse agli altri nobili d’albergo, perdettero quel segno di primazia.
Uscente il XII secolo, Tommaso di Savoja con atto pubblico consegnava alla libertà la città d’Aosta e i sobborghi, promettendo nè egli nè i successori levarne taglie non consentite; e ci sono testimonj del diritto antico le franchigie che quella valle conservò anche sotto il dominio della casa di Savoja. Negli stati, o come oggi diremmo, nel parlamento, presiedeva alla nobiltà uno delle famiglie di Vallesa e di Challant, prendendo il seggio quel che primo arrivasse: il secondo avea diritto di sedersegli sulle ginocchia. Vi si tenevano assise per risolvere le liti di maggior momento e promulgare le ordinanze per esecuzione della legge, assistendovi il sovrano, il cancelliere savojardo, i pari, gl’impari, i consuetudinarj. Pari dicevansi i nobili di case primarie: impari i vassalli banderesi o semplici gentiluomini e dottori in diritto; gli altri erano castellani, causidici, pratici di legge. Il duca dovea convocarli ogni sette anni, ed egli entrava nella valle pel piccolo Sanbernardo, e toccato il confine, spediva due baroni ordinando ai vassalli di consegnare tutte le rôcche, le quali rimanevano occupate da gente di lui per tutto il mese che duravano le assise. Entrato in città dalla porta San Genesio, sull’altare della cattedrale giurava proteggere la chiesa, il clero, gli orfani, i privilegi e le consuetudini del ducato. L’udienza tenevasi nel vescovado, in una sala dov’erano undici sedili di legno, tutti senza ornamenti, anche quello del duca; in man di questo rinnovavano l’omaggio vassalli e feudatarj, si confermavano gli statuti, poi si procedeva a rendere giustizia.
Rompendosi guerra, la valle soleva stipulare neutralità, massime colla Francia, per mediazione dei Vallesani e degli Svizzeri, ai quali giovava tener da sè lontana l’invasione; onde fino al 1691 nessuno straniero violò quella valle, che era detta perciò la pulzella[308].
Il 13 aprile 1360 ad Amedeo VI di Savoja si presentarono alcuni nobili, a nome degli altri tutti del Piemonte, chiedendo rinnovasse le concessioni ch’essi già teneano dai principi precedenti. Assentì egli, e giurò osservar loro privilegi siffatti: potessero dare asilo nelle loro terre ai banditi dal territorio del conte, salvo se fossero felloni o ladri; sostenersi l’un l’altro contro ai proprj nemici, e collegarsi all’usanza de’ nobili savojardi, purchè non fosse a danno del conte o di casa sua; esercizio amplissimo d’ogni maniera di giurisdizione civile e criminale, quale l’aveano nelle lor terre, proibendo agli ufficiali del conte di penetrarvi, fuori del caso di negata giustizia; dei castelli e delle fortezze di loro dominio non potessero venire spogliati se non nel caso di confisca, nel quale, non altrimenti che in ogni altra inquisizione criminale, si doveva procedere a termini di ragione; qual si fosse lite civile o criminale insorta fra nobili, oppure fra nobili ed altri sudditi del conte, fosse giudicata da tribunali costituiti in terra del conte al di qua dell’Alpi; se occorresse la confisca per misfatto dell’investito, il conte rilascerebbe il feudo ai consorti, mediante un equo correspettivo, per verun titolo potendo ritenerlo se non con assenso dei consorti, senza il quale non poteva egli comprar feudi; il conte dovesse conoscere in via sommaria sopra i vassalli ingiustamente spogliati dei feudi; tolto ed abolito in perpetuo il malaugurato dazio di transito, origine di recente guerra; il conte non riceverebbe tra i borghesi delle sue terre gli uomini de’ feudi nobili se non trascorso un anno e un giorno dacchè n’erano usciti, e il vassallo non avesseli richiamati; i nobili sariano obbligati a far oste col signore soltanto in occorrenza di guerra, secondo le vecchie consuetudini, ricevendone soldo e risarcimento dei danni.
Da queste limitazioni ai governanti, da questo sentimento d’una libertà necessaria e connaturale al popolo, il savio editore dedusse novelle prove di quell’asserto, che ogni giorno vien confermando, cioè che negli ordini politici d’Europa la libertà si può chiamare antica, mentre il despotismo non è che de’ governi ammodernati, siano assoluti o costituzionali.