CAPITOLO CXII. Gian Galeazzo Visconti, e sue brighe colla Toscana. Il Milanese eretto in ducato.

Famiglia dei Carraresi
Giacomo I, principe del popolo 1318-1324
Nicolò suo fratello 1324-1326
Marsiglio loro nipote 1324-1338
Ubertino nipote di questo 1338-1345
Marsiglietto Pappafava 1345
Giacomo II figlio di Nicolò 1345-1350
Giacomino suo fratello 1350-1372
Francesco I loro nipote 1350-1388 m. 1393
Francesco II Novello, strozzato a Venezia coi figli Francesco e Giacomo 1390-1406
Famiglia degli Scaligeri
Mastino I, signore di Verona 1259-1277
Alberto suo fratello 1277-1301
Bartolomeo figli di Alberto 1301-1304
Alboino 1304-1311
Can Grande 1312-1329
Alberto II figli di Alboino 1329-1352
Mastino II 1329-1351
Cane II figli di Mastino II 1359
Cane III Signorio 1351-1375
Paolo Alboino 1374
Bartolomeo II figli natur. di Can Signorio 1375-1381
Antonio 1375-1387 m. 1388
Guglielmo 1404
Antonio e Brunoro suoi figli proscritti.

Sei capi ambiziosi e capaci aveano, fra le traversie, condotta in grande stato la famiglia Visconti. Morto (1354) l’arcivescovo Giovanni, perfido e astuto ma valoroso e liberale quanto serve a palliare l’ingiustizia, il consiglio generale di Milano e delle altre città fecero omaggio ai nipoti di lui Bernabò e Galeazzo (tom. VII, p. 561), che spartironsi il dominio, serbando indivisa Milano, ove fabbricarono uno la rôcca di porta Zobia, l’altro quella a porta Romana e alla Casa dei Cani.

Già vedemmo come Bernabò resistesse all’Albornoz e alla lega guelfa. Le bande soldate da questa e massime le inglesi, spintesi (1362) fino a Magenta, Corbetta, Nerviano, Vituone, dilapidarono ogni cosa, e rapirono seicento nobili che soleano abitarvi, nè li rilasciarono che a grossi riscatti; ma in fine a Casorate rimasero sanguinosamente sconfitte.

Poco poi, Bernabò venne ancora in rotta con papa Urbano V, il quale bandì contro di lui la crociata, a cui concorsero l’imperatore Carlo IV, il re d’Ungheria, la regina di Napoli, il marchese di Monferrato, i principi d’Este, i Gonzaga, i Carrara, i Malatesti, e Perugini e Sanesi, confederati nella lega di Viterbo (1367). Ma Bernabò sapea che coteste crociate, unite solo dal sentimento, basta tirare in lungo, e si scomporranno da sè. In fatto a denari comprò l’inazione di Carlo IV (1368), allora calato nuovamente in Italia con cinquantamila uomini; a contanti fece passare dai nemici a sè la Compagnia Bianca, sommosse le città papaline (1369 febb.), e potè conchiudere buona pace, avendo però nella guerra consumato tre milioni di zecchini.

L’accorta politica e gli estesi concetti di Bernabò erano deturpati dall’ignobilità del suo carattere, da quel brutale egoismo, su cui nè amicizia nè fedeltà nè riconoscenza valevano, e che nè tampoco degnavasi palliare le beffarde violenze. Cominciò, come devono i tiranni, dall’assicurarsi contro i proprj sudditi con fortalizj, e sempre generoso mostrossi ai soldati. Mal arrivato chi nella trascorsa guerra fosse apparso propenso ai nemici! i processi finivano con supplizj atrocissimi. Proibì d’uscir la notte, qual che ne fosse la cagione, sotto pena di perdere un piede; tagliata la lingua a chi proferisse le parole di guelfo o ghibellino; uno nega pagar due capponi comprati da una trecca, ed egli lo fa impiccare. Passionato della caccia, fin cinquemila cani manteneva, ed allogavali presso i cittadini da nutrire: ogni quindici giorni appositi uffiziali visitavanli, e se li trovassero dimagrati imponeano una multa, una multa se pingui, la confisca dei beni se morti. Chi poi ne tenesse uno, o uccidesse lepre o cinghiale, era mutilato, appiccato, talora costretto a mangiarsi il selvatico bell’e crudo. Bernabò si sognava che un tale gli facesse male? imbattevasi in alcuno ne’ solitarj suoi passeggi? bastava per torgli la vita o un occhio o la mano, od almeno confiscarne gli averi. Due suoi segretarj fece chiudere in gabbia con un cinghiale. Un giovane che avea tirato la barba a un sergente, fu condannato di lieve multa; ma Bernabò gli fece tagliar la destra: e perchè il podestà indugiò finchè i parenti venissero a implorar grazia, Bernabò volle fosser mozze ambe le mani al giovane ed una al podestà. Obbligò un altro podestà a strappar la lingua a un condannato, poi bere il veleno; talora costringeva il primo venuto a far da boja; e pretesto gli era sempre la lesa maestà, suggello d’ogni accusa nelle tirannie.

Agli atti di prepotenza v’ha sempre una ciurma che applaudisce, giudicandoli segno di forza, e alla forza si suol fare di cappello. Alcuni ambasciadori di principi rimandò vestiti di bianco a guisa di mentecatti, coll’obbligo di presentarsi in quell’arnese ai loro padroni, tra le risate de’ paesi che attraversavano. Quando vennero a lui in Melegnano i nunzj pontifizj a recargli la scomunica, Bernabò li condusse sopra il ponte del Lambro, e quivi intimò mangiassero le bolle della scomunica, se non volessero bever quell’acqua; e vi si dovettero rassegnare. Inviperendo viepiù contro gli ecclesiastici, fa accecare, mutilare chi non l’ubbidisce: udito che un piovano esigeva di troppo per le esequie d’un morto, lo fa sotterrare col morto stesso: un altro bandisce la crociata del pontefice contro il capitano di Forlì, e Bernabò il fa mettere in un tamburo di ferro ed arrostire al fuoco. Due frati gli si presentano per rimproverarlo di tali inumanità, ed esso li fa bruciar vivi: anche monache fece ardere, e con esse il vicario generale che ricusò degradarle. Chiamato a sè l’arcivescovo che ricusava ordinare un monaco, se lo fece inginocchiare davanti, e gli abbajò: — Non sai, poltrone, che io sono papa, imperatore e signore in tutte le mie terre? e che Dio stesso non potrebbe farvi cosa ch’io non volessi?»

Eppure mostravasi devoto, digiunava, istituì chiese, monasteri, benefizj. Rifabbricò il castello di Trezzo con ardito ponte sull’Adda a tre anditi a diversa altezza, una rôcca in Brescia, altre a Desio, a Pandino, a Cusago; una villa a Melegnano, a Milano il palazzo a San Giovanni in Conca, mentre Galeazzo rifaceva quello in piazza del duomo, con una spazzata per le giostre. Beatrice Regina della Scala, moglie di Bernabò, affettava una burbanza principesca; i decreti che essa mandava alle valli bresciane e camoniche fan credere che quei paesi fossero a lei assegnati per dote; in Brescia aveva un fondaco di ferrareccia; munì Salò di mura turrite; aprì un canale per irrigare la Calciana allora spopolata, e che erale stata data dal marito per sicurezza dei cencinquantamila fiorini d’oro portatigli in dote, come le diede poi Urago d’Oglio, Gazzólo, Roccafranca, Floriano e altri paesi[1]. A lei principi e signori dirigevano i reclami e le petizioni: ed essa, non che mitigare il marito, com’è uffizio di donna, lo esacerbava: ma non potè reprimerne la lubricità. Trentadue figliuoli ebb’egli tra legittimi e no; e il marchese d’Este, levandone uno al battesimo, gli regalò un vaso d’argento, entrovi una coppa d’oro piena di perle, anelli, pietre preziose, del valore di diecimila zecchini[2]. Le sue figliuole collocò nelle case regnanti di Norimberga, d’Ingolstadt, d’Austria, di Baviera, di Würtemberg, di Turingia, di Sassonia, di Kent, di Mantova, una al re di Cipro con centomila fiorini, un’altra a Giovanni Acuto ed una a Lucio Lando: a ciascuno de’ cinque maschi legittimi aveva già assegnato il governo del distretto di cui gli destinava la sovranità; ma l’uomo tesse, e Dio ordisce.

Altrettanto e peggio operava Galeazzo II a Pavia. Più freddamente spietato, inventò la quaresima, per cui a’ suoi nemici faceva levare oggi un occhio, domani riposo; poi l’altr’occhio, indi riposo; poi una mano e l’altra, un e l’altro piede, e via per quaranta giorni alternando i tormenti col riposo, che preparasse a meglio sentirli. Fabbricava molto, talvolta insignemente, come furono il ponte sul Ticino e il castello di Pavia con una torre a ciascun angolo, e nell’interno un ampio cortile a portici, e un oriuolo che, oltre battere le ore, segnava il moto de’ pianeti. Nè meno suntuoso riuscì il castello di Milano. Poi disfaceva a capriccio: e i fondi, il legname, la calce prendeva dove fossero senza pagare; per ampliare un parco di venticinque miglia di giro usurpò fondi privati, tra cui quelli d’un Bertolino da Sisti, il quale affrontandolo gli chiese: — Di che darò a mangiare a’ miei figliuoli?» e il brutale rispose: — Che? non ti basta il gusto del farli?» Onde quello gli tirò una coltellata, e fallito il colpo, fu preso e fatto strappare da cavalli. Non pagava le cariche, poi guaj se erano male esercitate: sessanta impiegati a un tratto condannò alla forca, poi supplicato li graziò, ma chiuse in prigione il suo cancelliere ch’erasi mostrato sollecito nello spedir quella grazia. Insieme digiunava una terza parte dell’anno, distribuiva duemila cinquecentotrentun zecchini all’anno in limosine, ducentodieci moggia di grano, dodici carra di vino[3], e tenea dieci cappelle. Poi favorì i letterati, fondò l’Università di Pavia chiamandovi professori rinomati; blandì il Petrarca; e gli encomj di questo, ripetuti per classica ammirazione, impedivano ai lontani di udire i gemiti dei popoli[4].

Tanto si osava mentre ancora sussistevano i nomi e le forme repubblicane; anzi direi per queste, giacchè il tiranno trovandosi violatore di esse, operava senza ritegno; l’appoggio che dalla costituzione eragli negato, chiedea dalla forza; forza non di cittadini, ma mercenaria, ed alleandosi con altri principi e coll’imperatore. I papi contrastavano sempre, tratto tratto qualche città si sollevava, un nuovo nemico sorgeva ogni dì: ma i Visconti dal pingue paese smungeano denaro, denaro traevano dagl’immensi possessi confiscati, col denaro compravano bande, e colle bande vincevano e tiranneggiavano.

Gian Galeazzo figliuolo di Galeazzo, altrettanto ambizioso e più dissimulatore, comprò dall’imperatore Venceslao il titolo di vicario imperiale di Lombardia. Pagando a Giovanni II re di Francia trecentomila zecchini, di cui avea bisogno per riscattarsi dal re d’Inghilterra, n’ottenne la mano della figlia Isabella e la contea di Virtù in Sciampagna. In seconde nozze sposò Caterina figlia di Bernabò, il quale così credeva esserselo indissolubilmente legato, e lo canzonava di quel non curarsi di grandezze umane e della sua santocchieria. Fedele a questa, una volta Gian Galeazzo s’avviò in pellegrinaggio solenne al sacro monte di Varese, menando seco la Corte; e poichè passava rasente a Milano, pregò lo zio volesse venire a salutarlo fuor della porta. Lo zio v’andò (1385); ma appena l’ebbe abbracciato, il nipote diè il segno a’ suoi seguaci, che, tirate l’armi di sotto le pie tuniche, presero Bernabò col suo seguito, e buttatolo in castello, e fattogli un ridicolo processo, non per le atrocità sue, ma per stregherie e per avere con incantesimi reso sterile il matrimonio del nipote, lo sepellirono nel castello di Trezzo a morire di rabbia se non fu di veleno. Milano rise della volpe presa al laccio, ed acclamò Gian Galeazzo, che riunì tutto il dominio visconteo, e trovò nel tesoro settecentomila fiorini d’oro contanti e sette carri d’argento in verghe e vasellame.

Gian Galeazzo non avventurava mai nè la persona propria nè l’esercito a battaglia decisiva, ma lo chiudeva entro fortezze, lasciando la campagna esposta; sapeva poi destreggiare di politica, annodare e scompor leghe, essere perfido e bugiardo opportunamente, e scegliere i migliori stromenti alle sue ambizioni. Le finanze, per buona amministrazione fiorenti, davangli mezzo di comperarsi partigiani nelle altre repubbliche, e bande mercenarie, e grosse parentele, e così far dei paesi come gli talentasse; nè dopo Federico II v’era stato principe più temuto dagl’Italiani, e più minaccevole all’altrui indipendenza. Stanco dell’obbrobrio delle bande di ventura, strinse lega coi Gonzaga, i Carraresi e gli Estensi per isbrattarne il paese, e Bartolomeo di Sanseverino fu spedito contro di loro con una bandiera inscritta Pax; lega di effimera durata, che presto fece luogo a rivalità ed ambizioni tra questi signorotti.

Quei della Scala disonorarono la propria decadenza coi delitti. Cansignorio, e Paolo Alboino, figli di Mastino II, aveano assassinato il fratello maggiore, indi azzuffatisi tra sè, il più debole fu cacciato prigione in Peschiera, finchè Cansignorio, sentendosi morire, mandò ammazzarlo (1375) acciocchè non attraversasse la successione a’ suoi figli naturali Bartolomeo e Antonio. Rinnovando simili misfatti, Antonio uccide Bartolomeo (1381), poi ne accagiona un’amica, e costei e tutta la famiglia manda alle forche. Quest’Antonio fu dai Veneziani aizzato contro Francesco Carrara signore di Padova, loro implacabile nemico, il quale si pose a schermo di Gian Galeazzo. Costui, adontato che lo Scaligero per gelosia avesse rinnegato la sua alleanza, s’intese col Carrara; vantandosi erede degli Scaligeri in grazia di Caterina sua moglie, nata da Regina della Scala, fece attaccar Verona (1387 8bre) dalle bande di Ugolotto Biancardo; ed essendo Antonio fuggito a Venezia dopo consegnata la fortezza al legato imperiale, Galeazzo la comprò a contanti.

Ma, infido al proprio alleato, non che cedergli Vicenza come avevano pattuito, si offerse amico a Venezia contro di esso, ricevendone centomila ducati il primo anno, poi ottomila al mese se la guerra si prolungasse. Il Carrara trovavasi addosso nemici troppo poderosi, scontenti i popoli, non denaro per comprar bande o trarre qui stranieri; sicchè per disperato rinunziò la signoria al figlio Francesco II Novello, il quale sentendosi inetto a resistere, ricoverò a Pavia (1388 9bre) fra l’esultanza de’ Padovani. Malgrado il salvocondotto, furono chiusi il padre a Verona, il figlio a Milano: Galeazzo prese Padova, poi Treviso, e si trovò sul margine delle lagune, alla tardi e mal pentita Venezia minacciando, se Dio gli concedesse sol cinque anni di vita, ridurla umile quanto Padova.

Tolte di mezzo quelle due antiche famiglie, assorbite le case dei Correggio, dei Cavalcabò, dei Benzoni, dei Beccaria, dei Langoschi, dei Rusca, dei Brusati, restava padrone di ventuna città, che gli fruttavano ducentomila fiorini, cioè metà quanto la Francia e l’Inghilterra, avendo in corte quasi prigioniero Teodoro II marchese di Monferrato, ricevendo docilissimi omaggi da Francesco Gonzaga signore di Mantova, proteggendo il marchese Alberto d’Este contro l’odio meritato con delitti; aveva una zia maritata in Lionello d’Inghilterra con ducentomila sterline; la figlia sua Valentina sposò a Luigi duca d’Orléans, assegnandole in dote la città e il territorio d’Asti, quattrocentomila fiorini, e un corredo e gemme quali nessun regnante. Fidava recuperar Genova coll’attizzarne le intestine malevolenze; chiedendo sposa Maria, erede presuntiva della Sicilia, aspirò ad acquistare quell’isola sbranata fra due fazioni: se non che il re d’Aragona, subodorato l’accordo, appostò la flotta lombarda e mandolla sgominata. Sempre più ampliando i suoi divisamenti, Gian Galeazzo ambiva la corona d’Italia; ma prima conveniva abbattere la tutrice della costei libertà, Firenze.

Questa continuava ad essere il centro de’ Guelfi, sottometteva i castellani del contorno, e nelle interne riotte migliorava la sua costituzione. A misura del crescer di essa scapitava la ghibellina Pisa, la quale invischiatasi nelle vicende di terra, più non dava i migliori negozianti a Costantinopoli e all’Arcipelago, e vedeva spopolarsi i suoi banchi in Siria. La battaglia della Meloria, altro frutto del suo parteggiare cogl’imperatori, l’avea fatta soccombere a Genova; e per alcun tempo proibita di tenere armi, perdè l’abitudine della guerra, onde la gioventù si drizzò ad altre vie, ad altra ambizione i consigli; i pescatori delle maremme, di Lerici, della Spezia passarono a servizio de’ Genovesi. Alla Corsica avea rinunziato, sicchè fu data agli Aragonesi in cambio della Sicilia: ma poichè v’era sempre chi favoriva a’ Pisani o a’ Genovesi, tutta andava in partiti e scaramuccie, che impedivano agli Aragonesi di profondarvi radici. Molti tirannelli vi sorsero, finchè il popolo stanco (1359) trucidò i baroni o li fugò, e stabilì una costituzione repubblicana, mettendosi in tutela de’ Genovesi, patto di non essere aggravezzati che di venti soldi per fuoco l’anno. Nè per questo le fazioni quetarono; e non potendo la repubblica di Genova tenerla, cinque cittadini ne presero a proprio conto la protezione, e se la divisero. Poco durò, e alle indigene si aggiunsero le scissure di Adorni e Fregosi.

Ai Pisani restava accora la Sardegna, opportuna al commercio coll’Africa che ormai sola le era dischiusa: ma nel 1323 quanti erano in quell’isola furono trucidati per trama di Ugone de’ Visconti giudice d’Arborea, il quale consegnolla a Giacomo II re di Aragona. L’infante don Alfonso, sbarcatovi con poderosa armata, consumò quindicimila uomini nel vincere l’intrepida resistenza di Cagliari e de’ Pisani condotti da Manfredi della Gherardesca (1326), i quali alfine dovettero abbandonargli l’isola, ultimo resto di loro marittima grandezza. Gli Aragonesi v’introdussero le cortes, con tre stamenti o bracci, ecclesiastico, militare, regio, cioè popolano, i quali aveano parte nel far le leggi e nel fissare l’imposta, e rendeano ragione alle querele d’individui e di corpi. Alcuni signori conservaronsi indipendenti, come i marchesi d’Arborea, tra cui fu famosa Eleonora che fece raccor le leggi dell’isola (carta de logu) (1403), fin testè conservate in vigore.

Pisa si trovò intercetta la via dell’Africa, in Sicilia non potè sostenere la concorrenza de’ Catalani, onde si restrinse all’agricoltura, alle manifatture, alle imprese di terra. Sempre avversa alla guelfa bandiera, continuava a rivaleggiare con Firenze. Secondo il trattato del 1342, avea fatto esenti i Fiorentini da ogni gabella in Pisa; ma col pretesto di armare contro i corsari, impose ad essi pure due denari ogni lira di valore. Risoluti di non rassegnarsi ad un esempio che potrebbe condurre a peggio (1357), i Fiorentini chiusero le loro partite e trasportarono gli scanni al porto di Telamone nella maremma senese. I mercanti forestieri dovettero seguirli, sicchè fu colpo mortale a Pisa, la quale, vuote le case, i magazzini, gli alberghi, le strade di vetturali, il porto di navi, riducevasi una solitaria città castellana.

Dentro la squarciavano le sêtte de’ Bergolini, popolani guidati dai Gambacorta, e de’ Raspanti, in mala fama per aver raspato ne’ loro governi, e sempre avversi ai Fiorentini. Gli odj portarono ad alternate tirannie; e i Visconti di Milano, che mai non torceano gli avidi occhi dalla Toscana, per demolirla colle lotte interne favorivano ai Raspanti, i quali incessantemente aizzavano alla guerra contro Firenze, non foss’altro per rincalorire i rancori, che troppo s’erano calmati dacchè si vedeva a che avesse portato l’esclusione de’ Fiorentini, dai Raspanti cagionata.

Volterra mal potea conservarsi indipendente fra le tre repubbliche vicine che v’aspiravano; e però avendola i Fiorentini sciolta dalla tirannide di Bocchino Belforti, si diede a loro protettorato (1360). N’andò al colmo il dispetto de’ Pisani, che ruppero all’armi con varia fortuna; ma l’antica regina dei mari si trovò sull’onde guerreggiata dalla mediterranea rivale. Pisa sentendosi non bastar sola, chiese ajuti a Bernabò Visconti, e questi vi spedì l’Acuto (1362) colla banda inglese di duemila cinquecento cavalli e duemila fanti. Vero è che costoro devastarono la campagna, poterono anche fare una punta sopra Firenze, correre il palio fin sotto le mura di essa, ed appiccarvi alla forca tre asini col nome di tre magistrati fiorentini; ma la voracità di questa masnada, la peste che ripullulò, e la rotta di San Savino (1364) (che ancora si festeggia a Firenze col palio di San Vittorio) ridussero i Pisani a strettissime condizioni[5]. Non potendo poi pagare l’ultima rata alle compagnie di ventura, Giovanni Agnello loro concittadino, la cui ambizione era sollecitata da Bernabò, promise soddisfarli de’ soldi dovuti, e col loro appoggio si fece proclamar doge: premiò, punì, relegò, com’è il solito di cotesti ambiziosi, e giustificava l’usurpazione col titolarsi luogotenente del Visconti. La pace giovava al dittatore; onde fu conchiusa (17 agosto) tra Pisani e Fiorentini, restituendo a questi ultimi le franchigie che godevano a Pisa, i castelli e i prigionieri, oltre centomila scudi d’oro per le spese della guerra.

Firenze era sempre stata braccio destro della Chiesa: pure onesta franchezza mostrava nelle materie ecclesiastiche, sacerdoti e abati puniva dei delitti come gli altri cittadini, e li sottopose alle gravezze comuni. L’inquisitore frà Pietro dell’Aquila, superbo e avido di denaro, avea avuto procura dal cardinale di Barros spagnuolo, per riscuotere dodicimila fiorini dovutigli dalla fallita compagnia degli Acciajuoli; e benchè col consenso della Signoria n’avesse preso adequata cauzione, fece dai birri del Sant’Uffizio (1375) sostenere uno degl’interessati d’essa compagnia. Se ne leva rumore: il prigioniero è tolto ai birri, che con tronche le mani sono banditi dalla Signoria. L’inquisitore sbuffante si ritira a Siena, e lancia l’interdetto sui priori e sul capitano di Firenze: questi appellano al papa, accusando d’altri abusi l’inquisitore, e che settemila fiorini in due anni avesse smunto dai cittadini, coll’appuntare come eresia ogni paroluzza, ogni sentenza men castigata; e il papa, informato del vero, levò le censure. Allora il Comune ordinò, come già erasi fatto a Perugia, che nessun inquisitore prendesse brighe estranee al suo uffizio, nè potesse condannare in denaro, nè tenere carcere distinta; divieto ai magistrati di dargli sgherri, nè di lasciar arrestare chi che fosse senz’assenso dei priori: e poichè Pietro dell’Aquila a più di dugencinquanta cittadini avea dato la licenza delle armi, col titolo di famigli del Sant’Uffizio, ritraendone meglio di mille fiorini l’anno, si ordinò che l’inquisitore non avesse più di sei famigli con arme, nè più di sei altri licenziasse a portarle; quelli del vescovo di Firenze fossero ridotti a dodici, e a metà quelli del fiesolano; l’ecclesiastico che offendeva un laico in fatto criminale, cadesse sotto al magistrato ordinario, senza eccezione di dignità, nè riguardo a privilegi papali.

Tutto ciò indispose il papa contro Firenze: e Guglielmo di Noellet, legato pontifizio a Bologna, parve ne insidiasse la libertà, la carestia peggiorando col proibirvi l’invio del grano, poi scagliando contro della Toscana la Compagnia Bianca dell’Acuto, dacchè la tregua con Bernabò la rendeva inutile: passo sconsigliato e disastrosissimo all’Italia ed alla causa pontifizia. Firenze, indignata di vedersi tolta di mira da quella Corte, cui con lealtà religiosa avea sempre favorito, comprò l’inazione di costui mediante centrentamila fiorini, e tosto gittò l’incendio nella Romagna, promettendo mano a chiunque si rivoltasse alle sante chiavi. Siena, Lucca, Pisa tennero con essa, e così il Visconti, cui Gregorio XI aveva rinnovato le ostilità: gli Otto della guerra, a’ quali erasi affidato il governo di Firenze, ed erano detti gli otto santi patroni, raccolsero l’esercito sotto una bandiera iscritta a oro Libertà, la quale spedirono a Roma e agli altri paesi con lettere mirabilmente dettate dal segretario Coluccio Salutati. Ed ecco in non dieci giorni ottanta città o borgate di Romagna e delle marche d’Ancona e Spoleto, e Bologna stessa si sottrassero ai vicarj pontifizj, e costituendosi libere, o richiamando le antiche famiglie spossessate dall’Albornoz. Giovanni Acuto, a servizio del legato papale, intitolò la sua compagnia santa, e malmenò la Romagna. Il vescovo d’Ostia conte di questa dimorava in Faenza, e scoperto che Astorre Manfredi praticava per farla ribellare, chiamò l’Acuto. Il quale volò, e subito chiese denari (1376); e non avendone il vescovo, cacciò prigione trecento primani, undicimila spinse fuor di città, solo ritenendo alquante donne a oltraggio; poi l’abbandonò al sacco, nè tampoco risparmiando le vite di fanciulli. La città così malmenata vendè per quarantamila fiorini al marchese d’Este, poi gliela ritolse per darla al Manfredi. Questo chiamava egli servire al pontefice: eppure in compenso pretese le terre di Bagnacavallo e Castrocaro.

La sollevazione intanto estendevasi; ben ottanta città aveano tolto l’obbedienza al pontefice, che viepiù indignato contro i Fiorentini, li citò al suo tribunale. Essi, che non voleano esser religiosi a scapito della libertà[6], mandano tre ambasciadori ad Avignone, che sostengono la causa loro con insolita franchezza, e — In quattrocento anni dacchè godiamo della libertà, la ci si è per modo connaturata, che ognun di noi è disposto a sagrificare la vita per conservar quella». Il buon papa era troppo male ispirato, com’è più facile ai lontani; e senza dare ascolto proferì contro di loro la scomunica, eccitando ognuno ad occuparne gli averi e le persone; onde Donato Barbadori, uno dell’ambasciata, si volge a un Cristo, appellandosi a lui dell’ingiusta sentenza, e dicendo col salmista: — Ajutor mio, non mi lasciare; se anche mio padre e mia madre m’abbandonarono».

Quanti erano per traffico in Avignone e altrove sono obbligati partirsene; il re d’Inghilterra coglie l’occasione per occupare gli averi e far serve le persone di quanti ne trovò nel suo regno; sicchè arrivò a Firenze tanta gente, da poter formare un’altra città. I Fiorentini decretano non si badi all’interdetto (1377), e si continuino gli uffizi divini: ma l’Acuto mette a macello le città sollevate; Roberto di Ginevra nuovo legato, cattiva scelta d’ottimo pontefice, trae una banda delle più ribalde che devastassero la Francia, guidata da Giovanni di Malestroit bretone, il quale, avendogli il papa domandato — Ti basta l’animo di penetrare in Firenze?» rispose — Sì perdio, se vi penetra il sole». A’ Bolognesi il legato minacciava voler lavarsi piedi e mani nel sangue loro; e di fatto Monteveglio, Crespellano ed altre terre furono spietatamente invase. Cesena, assalita per una rissa fra’ Bretoni e i cittadini, fu mandata a sacco, e Roberto gridava — Sangue, voglio sangue; scannate tutti, affatto affatto»; orribile grido, più orribile in bocca di legato papale, se pur non è una delle solite invenzioni con cui si vendicano gli oppressi. Tre giorni abbandonata a quel furore, cinquemila cadaveri furono rinvenuti quando si rifabbricò, oltre quelli periti nel fuoco e mangiati dai cani: gli altri errarono mendicando. I soldati cambiavano a some le spoglie dei morti con altrettanto fieno e paglia da stramare i cavalli; le donne, vedove, contaminate, nude, digiune, metteano pietà fin al disumano Acuto. I Fiorentini riuscirono a staccare costui dal papa col pagargli duecencinquantamila fiorini l’anno; vale a dire redimevano i ricolti del proprio territorio dando una metà della pubblica rendita. Solo allorchè lo scisma cominciato nella Chiesa facealo bisognoso di pace, il papa ricomunicò Firenze (1378), accettandone ducentrentamila fiorini.

Firenze vedeva con gelosia gl’incrementi di Gian Galeazzo; e questo, soffiando ne’ rancori degli emuli di essa, riuscì ad allearsi con Siena, Perugia, Urbino, Faenza, Rimini, Forlì e molti principotti, oltrechè si provvedeva dei migliori capitani nostrali, Jacopo del Verme, Giovanni d’Azzo degli Ubaldini, Paolo Savelli, Ugolotto Biancardo, Galeazzo Porro, Facino Cane, ed accampava fin quindicimila cavalli e seimila fanti. Firenze sentendosi minacciata, doppiò di zelo e sagrifizj, e oltre l’Acuto, assoldò il tedesco duca di Baviera, il francese duca di Armagnac, che menava duemila lance e tremila pilardi o saccomanni, diluvj d’ogni nazione, stipendiati per danno della nostra. Associavasi pure colla potenza di Bologna e coll’ira del tradito Francesco Novello de’ Carrara.

Costretto, come narrammo, dal Visconti a far cessione del principato degli avi suoi, e relegato a Cortazzone nell’Astigiano, costui fugge per Francia, dando voce d’andar pellegrino a Sant’Antonio di Vienne, e seguito dall’intrepida moglie Taddea d’Este e dai figliuoli, varca i geli alpini, si prostra all’antipapa Clemente VII in Avignone, a Marsiglia abbraccia Raimondo già vescovo di Padova, poi temendo essere arrestato da quel governatore, s’imbarca per Genova. La procella lo butta su spiaggia nemica, ma ne campa mediante il denaro e le lettere del re di Francia; e giunto a una terra de’ Fieschi, si rimette al mare. Nuova tempesta lo spinge al lido, ove uno Spínola non crede sia mercante nè uom d’arme come diceva, e l’obbliga a manifestargli l’esser suo. Questo, caldo ghibellino, corre a Genova a riferirlo al doge Adorno, creatura dei Visconti; ma il Carrarese, avutone sentore, passa la notte in una chiesa, donde all’alba fugge lungo la riviera. Ivi l’imbatte un mercante, che al nobile portamento di Taddeo insospettito, corre a denunziarlo a Ventimiglia come rapitore di gentildonna. Le milizie il sopragiungono, ma egli, palesatosi, riceve onore; ed è trovato da un messaggiero di Paganino Doria, che gli presenta la metà d’un dado, segnale concertato, onde seco prosegue il viaggio s’un palischermo. Spinto da traversia a Savona, ove dominavano i Del Carretto amici al Visconti, se ne sottrae con pronta fuga, e in abito da pellegrino passa per Genova, si sottrae ai condottieri del duca spediti sulla sua traccia, ed eccolo a Firenze. Nojato dai gabellieri alle porte, ricevuto freddamente e consigliato a cercarsi altro asilo, egli mette banco per guadagnare il vitto alla famiglia, e si fa stimare dai Fiorentini, viepiù dacchè lo vedono temuto dal Visconti: i Veneziani stessi, cessato di averne paura, lo guardano amicamente; dalla prigione suo padre lo esorta a sostenere le fortune e l’onore della casa. Allora Francesco ripiglia personaggio politico, gira le corti di Germania e n’ottiene soccorsi ed incoraggiamenti, coi quali traversato il Friuli, e raccolti amici e partigiani, di sorpresa recupera Padova (1390 19 giugno). Subito l’incendio si diffonde; Verona acclama il fanciullo Can Francesco, figlio del defunto Antonio della Scala; e i Veneziani dan mano ai nemici di Gian Galeazzo.

Però le bande oltramontane non aveano ancora imparato la strategia maestrevole delle italiane; e l’Armagnac, che, giovane di ventott’anni e usato a vincere, con baldanza francese sbraveggiava gl’Italiani, essendosi con pochi avanzato fin sotto Alessandria, da Jacopo del Verme fu battuto e ferito a morte (1391 25 luglio); i suoi, presi e spogliati, dovettero senz’armi tornare in Francia. Ne restava in gravissimo frangente l’altro esercito al soldo de’ Fiorentini, ma Giovanni Acuto con ferma maestria potè ritirarlo attraverso l’Oglio, il Mincio, l’Adige. Rotte le dighe di questo, allagata la valle veronese, l’Acuto si trovò una volta ristretto sopra un argine, e tutto intorno acqua, onde il Del Verme gli mandò per beffa una volpe in gabbia; ma l’inglese rispose: — La volpe troverà modo da sgattajolare»: e in fatto, traversando di sotto di Legnago per entro le acque e la melma un’intera giornata, ridusse l’esercito in salvo. All’Acuto Firenze dava fin duemila fiorini l’anno di paga, e lui e suo figlio faceva esenti da ogni gravezza; pingui doti alle tre figlie, assegno vedovile alla moglie Donnina Visconti; e quando morì (1394) gli rese esequie da principe, e mausoleo in Santa Maria del Fiore, e le sue ceneri furono ridomandate dal re d’Inghilterra: tant’è pertinace la frenesia degli uomini nell’onorare chi gli uccide.

Stanchi di quelle interminabili evoluzioni senza mai una battaglia campale, i belligeranti trattarono d’accordo (1392 genn.), rimettendosi all’arbitrio di Antoniotto Adorno doge di Genova, e Riccardo Caracciolo gran maestro dell’ordine di Rodi. Il costoro arbitramento a Francesco Novello manteneva Padova, proibito a Gian Galeazzo d’intrigarsi nelle cose toscane, e ai Fiorentini nelle lombarde. Ma il Visconti, le cui ambizioni rimanevano insoddisfatte, non atteneva i patti; le bande mercenarie congedate, eppur tenute sempre a mezzo soldo, spingeva contro i Fiorentini (8bre); fermava alleanza con Jacopo d’Appiano, che svertando Pietro Gambacorta, s’era insignorito di Pisa.

Francesco Gonzaga in un finto pellegrinaggio combinò una lega guelfa tra Bologna, i signori di Padova, Ferrara, Mantova, Ravenna, Faenza, Imola, e principalmente Firenze, la quale regolata allora dagli Albizzi, destri politici, coi maneggi non men che colle bande mercenarie tenne testa ad Alberico di Barbiano. Non potè però impedire che Gerardo figlio e successore dell’Appiano vendesse Pisa a Gian Galeazzo (1399 febb.), conservando per sè Piombino coll’isola d’Elba, la quale d’allora formò un principato distinto. Anche Siena, agitata dalle fazioni e dalle rivalità con Firenze, si diede al Visconti (1400 genn.); e Perugia l’imitò. Pure l’opposizione di Firenze scompigliò (fu bene o male?) i disegni di Gian Galeazzo, il quale, caduto dalla speranza d’unire tutta Italia, pensò consolidarsi in Milano.

Per quanto la lunghezza e successione delle signorie avesse abituato a considerarli per principi ereditarj, i Visconti, come gli altri tiranni, non dominavano se non perchè il potere politico era affidato loro dall’assemblea del popolo, nella quale risedeva ancora di diritto la sovranità. Vero è che i Visconti la dispensavano dallo incomodo di adunarsi, facendo far tutto dai dodici di provvisione, presieduti da un vicario nominato dal principe, o al più convocavanla per dire di sì. Dal principe emanavano gli statuti, diretti spesso a consolidare la sua autorità col proibire di portare armi, di fare società segrete, o mantenere corrispondenza col papa o coll’imperatore, od a volere severa e compendiosa giustizia dei ladri e dei ribelli, «e per ribelli s’intendono tutti quelli che fanno contro al pacifico stato del signore e del Comune di Milano». Il vicario, mentre era luogotenente del duca, era pur capo della cittadinanza, e intermedio fra questa e quello; doveva essere forestiero, o almeno non possedere beni fondi nel Milanese; veniva assistito da dodici consiglieri bimestrali, tolti in parte dal collegio dei dottori, in parte dai mercanti e dai cittadini. Di questo magistrato erano competenza la polizia interiore, il commercio, la sanità, l’abbondanza, le contestazioni fra i mestieri e per servitù locali e mercedi; amministrava le rendite del Comune, i dazj, le regalie d’acque e strade; nominava agl’impieghi municipali, sceglieva i podestà, i capitani ed altri capi della giustizia nel contado. Esso pure convocava il consiglio generale di cencinquanta cittadini per ciascuna delle sei porte principali, eletti in prima da deputati del popolo, poi dal tribunale stesso di provvisione assistito da alquanti savj, infine dal duca. Ogni porta aveva stemma e bandiera propria e capitani; ogni parrocchia i suoi sindaci, e assemblee elettorali e deliberative: ai cittadini spettava la difesa delle mura e delle porte. Il potere giudiziale civile spettava al podestà; il criminale a un capitano di giustizia: ma costretto com’era ad appoggiarsi ad uno dei partiti per valere sopra l’altro, restava servo del preponderante, cioè del principe.

Queste consuetudini antiche de’ Comuni, e i privilegi feudali, le fazioni, il clero, le maestranze erano limiti alla potenza del principe, e sembra che principalmente ponessero ritegno al soverchiare delle imposte, giacchè questo adopera parole lusinghiere e fin vili allorchè domanda qualche nuova tassa. Al che per lo più davagli titolo il dover levare truppe, e con queste potea soprusare: se poi fosse creato vicario imperiale, esercitava i diritti regj: in caso di guerra non avea più limiti, come generale dell’esercito: se diveniva capo di molte città, non tenendosi queste l’una coll’altra, egli si trovava indipendente da tutte, e le une adoprava a frenare le altre; le quali conquistate non aveano alcun diritto da opporre agli arbitrj di esso.

Per dare a conoscere il governo d’alcuna delle città dipendenti, togliamo ad esempio Como. Vi durava il consiglio generale di cento, fra i quali sortivasi un consiglio di dodici savj od uffizio di provvisione, per amministrare gli affari ordinarj: ne’ casi più rilevanti, come per fare statuti, dare la cittadinanza, vendere o impegnare i beni pubblici, raccoglievasi il consiglio generale. Ma Gian Galeazzo Visconti cercò sempre assottigliare la giurisdizione che questo aveva in materia d’ordinanze, pesi, misure, imposte, statuti, i quali vi erano stati rinnovati da Azzone.

Innanzi a detto consiglio appaltavansi le gabelle, e un giudice dei dazj con sei ragionieri risolveva le quistioni ad essi relative. Un referendario, per l’interesse del principe, sovrintendeva ai dazj, alle gabelle, ai pedaggi, ed interveniva al consiglio generale; e il primo che si trovi, fu del 1387. Quattromila seicento fiorini al mese era la quota che Como pagava a Gian Galeazzo. Privilegio del fisco era il sale, e l’appaltatore nel 1380 dovea comprarne quindicimila cinquecento staja dalla gabella del principe, il quale poi era suddiviso per Comuni e per famiglie, restandone esenti quelli che possedessero meno d’una lira di estimo. Il sale allora valeva quattro lire di terzoli; ed ogni frode era severamente punita.

Il podestà non era più eletto dalla città, ma spedito da Milano[7], con cento fiorini d’oro al mese, coi quali doveva stipendiare un collaterale per la polizia, e il vicario e il giudice de’ malefizj, che sosteneano le veci sue, questo nelle criminali, quello nelle cause civili, nelle quali aveano pari autorità quattro consoli di giustizia e due giudici di palazzo, scelti fra i dottori di collegio. Ogni sei mesi venivano da Milano censori, i quali pure sindacavano i magistrati quando al fine dell’anno scadeano. Il governatore era un mero rappresentante, nè scemava al Comune l’autorità sopra gli uffiziali inferiori e sopra le entrate proprie.

Bisognava dare un numero di soldati proporzionato alla popolazione, e sotto connestabili e con paga; oltre carri e guastatori ed altri servigi da guerra. La cittadella era guardata da un comandante: da un capitano del lago, sedente a Bellagio, dipendevano i soldati e due navi da venti e più remi dette scorrobiesse, per inseguire i contrabbandieri e i pirati. Un capo del bollo rilasciava i passaporti agli stranieri, sui quali e sulle porte, sulle quarantene, sui confini aveva giurisdizione. Dal principe pure venivano il giudice delle vettovaglie che badava alla bontà dei viveri e delle medicine, e i giudici delle strade.

Quel che parrà strano, nemmeno la perdita della indipendenza toglieva le nimistà interne e le divisioni per famiglie. A Como nel 1335 furono eletti cinquanta uomini della fazione Vitana, cinquanta della Ruscona, cinquanta della Lambertenga; e posti i nomi in tre urne separate, se ne estraeva uno per ciascuna, formando il tribunale dei tre buoni uomini, giudice inappellabile delle cause introdotte avanti a qualsifosse magistrato. E fin ai tempi di Francesco Sforza si continuò a cernire il consiglio metà dalla squadra Vitana, metà dalla Ruscona.

Galeazzo e Bernabò Visconti aveano creduto abbreviare e semplificare le liti coll’ordinare che quelle introdotte presso qualunque giudice si dovessero, a petizione anche d’una sola parte, compromettere in tre persone di fiducia, che proferissero senza strepito di fôro e inappellabilmente. Ciò dovette cadere in disuso, giacchè Gian Galeazzo lo richiamò nel 1382: ma presto apparve che questo surrogare l’arbitrio e il buon senso della legge peggiorava la giustizia; onde dapprima si volle che fra i tre fosse un giurisperito, poi la sentenza fosse appellabile, infine si rimisero i giudizj ai magistrati ordinarj.

A questi si andava estendendo la facoltà di procedere d’uffizio contro i delinquenti, e non solo per istanza dell’offeso, come già si praticava: il quale accentramento della giustizia fu un gran passo verso la centralità[8]. E Gian Galeazzo vi servì collo stabilire a Milano un consiglio di giustizia, tribunale supremo, cui portavasi l’appello dagli altri inferiori; e un consiglio segreto che sovrintendeva all’amministrazione, avendo dipendenti i magistrati delle entrate ordinarie e delle straordinarie, i referendarj della curia ducale, i collaterali del banco degli stipendiarj per l’esercito, i capitani del divieto dei grani sopra l’annona. Anche la nomina ai benefizj ecclesiastici fu tratta al principe, salvo al papa il ratificarla: infine esso si arrogò quella del gran consiglio e dei dodici di provvisione. L’estendersi dello studio del diritto romano cresceva al principe l’autorità giuridica, oltre che egli reprimea arbitrariamente i frequenti delitti.

Questo potere dispotico, come nella Roma antica, derivava dalla potenza del capitano; e non distruggeva le forme repubblicane, ma le privava d’ogni efficacia. Al popolo rimaneva ancora il diritto di scegliere il principe; e disgustato dell’uno, protestava che, morto lui, mai più non ne vorrebbe altro; poi, appena morto questo, correva ad eleggerne un altro, anzi il figlio o il fratello di quello, per la ragione che suo padre o fratello era stato cattivo. Il ragionamento sa di strano, ma si fa tutti i dì.

Per tal modo i Milanesi si erano in cent’anni avvezzati a credere necessario il principato, e supporvi quasi un titolo ereditario alla casa Visconti. Se non che poteano sempre dir di no; e questo pericolo, per quanto remoto, turbava i sonni a Gian Galeazzo, il quale, per non tenersi conoscente del titolo all’elezione popolare, preferì riceverlo dall’imperatore.

Federico Barbarossa a Costanza riconosceva liberi i Lombardi: in conseguenza gl’imperatori non aveano potere diretto su di essi, nè mai pretesero considerarli come un feudo, di cui potessero disporre. Quando dunque Galeazzo offrì all’imperatore Venceslao centomila zecchini se lo eleggesse duca di Milano, questo (1395 maggio) non esitò un istante ad esaudirlo[9]. Galeazzo, scaltrito che più dei forni usati da’ suoi predecessori, incatenerebbero il popolo le feste, ne preparò di suntuosissime. Sulla piazza di Sant’Ambrogio ove si coronavano i re d’Italia, il nuovo duca fu messo in trono, poi a ginocchi dal messo imperiale ricevette il manto e una corona che valea ducentomila fiorini; e canti, e messe solenni, cavalcate, giostre, corte bandita, regali da non dire, e «allo spettacolo de tanta solennitate vi concorse quasi de tutte le nazioni de Cristiani ed anche gl’Infedeli, in modo che ciascuno diceva non più potere maggiore cosa vedere»[10].

Questa Lombardia che vedemmo sminuzzata in tante repubblichette quanti erano i Comuni che si governavano e amministravano alla domestica, veniva dunque a fondersi in un ducato, che, oltre la capitale, comprendeva Lodi, Crema, Cremona, Bergamo, Brescia, Como, col lago suo e quel di Lugano e con Bellinzona, Bormio e la Valtellina, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio, Sarzana, Verona, Vicenza, Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano colla riviera di Trento, Parma, Piacenza, Reggio, Arezzo; inoltre una contea in cui Pavia, Valenza, e Casale; e la contea d’Angera, titolare dell’erede. Gian Galeazzo possedeva altresì Perugia, Nocera, Spoleto, Assisi; oltre Asti ed Alba, che diede in dote alle due figlie. E tutto questo paese, divenuto retaggio d’una famiglia, passò dappoi a chi avesse più forza per occuparlo, o più astuzia e fierezza per tenerlo oppresso.

Forte spiacque ai Tedeschi l’alienazione di questo ducato, che essi amavano considerare per feudo imperiale; e fu uno degli aggravj di cui più caricassero Venceslao quando lo scoronarono (1401). Roberto conte palatino sostituitogli dovè promettere di venire in Italia e annichilare la sovranità de’ Visconti; sicchè alleatosi col signore di Padova, e accomodato di ducentomila fiorini da Firenze, spedì ambasciatori a far l’intimata a Galeazzo. Questo per tutta risposta si cinse de’ migliori capitani di ventura; e Roberto entrato sul territorio di Brescia (8bre) che era sorto a rumore, ed assalito da Facino Cane e Jacopo Del Verme, provò come la cavalleria italiana fosse superiore alla tedesca, la quale sarebbe ita in piena rotta se Francesco Novello non la sosteneva con uno squadrone italiano. Roberto, perduti mille cavalli e molti prigionieri, e abbandonato dai vassalli, se ne partì con ignominia (1402).

Così e l’assalto e la difesa dipendeano da capitani di ventura, de’ quali i migliori tenevasi intorno Galeazzo, e per opera loro ricuperò la sempre ribramata Bologna. Questa era tuttora divisa fra gli Scacchesi capitanati da Gozzadini e Zambeccari, e i Maltraversi che coi nobili aveano a capo Giovanni Bentivoglio, il quale (1401) riuscì a farsene dichiarar signore. Con ciò Firenze perdeva la sua più costante alleata: ma Galeazzo mandò contro al Bentivoglio il Del Verme e il Barbiano, e per quanto egli si difendesse valorosamente, fu fatto prigione ed ucciso (1402 giugno); e Galeazzo, gridato signore, fece al solito costruirvi una fortezza.

Insomma costui finiva di sotterrare le repubbliche nostre. Pisa gli era stata venduta da Gerardo Appiano; Siena e Perugia lo chiamarono signore, mentre Genova si metteva sotto al re di Francia; Roma era peggiorata dallo scisma papale; a Napoli la servitù non restituiva la pace; Venezia non s’accorgeva della necessità di farsi propugnatrice della libertà italiana; sola conservava l’alito repubblicano Firenze, ma sentendosi ricingere dalle insidie del Visconti, tremava: quando la peste, più volte ridestatasi in quel secolo, troncò a Gian Galeazzo le ambizioni e la vita di soli quarantanove anni (3 7bre).

Fu dei più splendidi signori d’Italia, ricco di politici accorgimenti quanto povero di valore personale e di lealtà, alla libidine del possedere sagrificando giustizia, fede, utile de’ popoli, e adoprando mirabilmente gli uomini di pace e di guerra. Abile a mascherare la servitù, migliorò l’amministrazione coll’arte de’ registri e de’ protocolli serviti da interminabili scrivani, computisti, notaj: alleviò dai dazj più odiosi, molti scarcerò, fece riformare gli statuti, si tenne attorno dotti e letterati, quali Baldo giurista, il Fulgoso, Signorolo Amadio, Ugo da Siena e Biagio Pelacane matematici, i medici Marsiglio da Santa Sofia, Sillano Negro, Antonio Vacca, il filologo Emanuele Crisolara, il teologo Pietro Filargo; ridestò l’Università di Piacenza, a quella di Pavia unì una biblioteca, fondò un’accademia di belle arti, e raccomandò il suo nome a due dei più insigni monumenti dell’Alta Italia, il duomo di Milano e la Certosa di Pavia, dedicati a Maria nascente e a Maria delle Grazie. Nè avrebbe fallito d’insignorirsi di tutta Italia, se non avesse trovato sulla sua strada i Fiorentini e Francesco de’ Carrara, o quella fatalità che attraversò sempre chi vi si accinse.

A’ suoi funerali, dal palazzo in castello s’avviò una processione verso il duomo così lunga, che appena si terminò in quattordici ore. Innanzi alla croce venivano connestabili, scudieri e cavalieri; e quaranta personaggi della famiglia Visconti, ognuno accompagnato da due ambasciatori di estere potenze; indi gran numero d’altri ambasciadori e nobili forestieri, e dieci deputati da ciascuna delle quarantasei città soggette[11], oltre una folla di primati e nobili di queste; poi tutti gli ordini religiosi (e non erano pochi), canonici regolari, clero secolare, gli abati dei monasteri ed i vescovi di tutte le diocesi suddite. Seguivano le insegne della città, portate da ducenquaranta uomini a cavallo, cui tenevano appresso otto altri pure a cavallo, colle insegne ducali, poi due mila persone in gramaglie, con sul petto e sulle spalle le armi della vipera, del ducato di Milano e del contado di Pavia, ciascuno con grosse torchie alla mano. Dietro al clero ed ai canonici della metropolitana appariva l’arcivescovo fra’ suoi suffraganei. La bara portavano principali signori forestieri, sotto a un baldacchino di broccato d’oro foderato d’ermellini, e tutt’intorno cortigiani a bruno, i quali, dodici alla volta, sostenevano gli scudi delle insegne e delle imprese adottate dal duca. Duemila altre persone in corrotto chiudevano la processione. Giunti al tempio e fatta l’oblazione di tutti i ceri, delle insegne ducali, delle armi e dei cavalli che le portavano, si celebrarono gli uffizj di suffragio attorno ad un mausoleo ornato di vessilli e bandiere, sovra il quale posava il feretro: nè mancava una pomposa iscrizione, attestante le virtù che il duca ebbe o doveva avere, e il pianto de’ sudditi orbati del padre; frasi per tutti. Finito ogni cosa, il corteo fece tragitto al palazzo ducale, ove fu recitata una non men pomposa e altrettanto veridica orazione, che faceva risalire la dinastia Visconti fino ad Ettore ed Enea.

Avea disposto si recassero le sue viscere a San Jacopo di Galizia, le ossa alla Certosa di Pavia, alla quale lasciò estesissimi possessi per finirne la fabbrica, e poi farne le limosine, che seguitarono finchè l’istituto durò. In quel tempio, gli fu dunque eretto un mausoleo di marmo bianco, coll’effigie sedente, la storia delle sue imprese, e bassorilievi, e gli stemmi di tutte le città obbedienti al suo comando: uno de’ più insigni monumenti dell’arte italiana. Commines, arguto politico e storico francese, colà vide quelle ossa poste più alte che l’altare, e udì da un frate intitolarlo santo. «Ed io (racconta) gli chiesi all’orecchio perchè mo lo chiamasse santo, mentre potea vedere all’intorno le armi di molte città da lui usurpate senza diritto; ed egli mi rispose sotto voce: Noi in questo paese chiamiamo santi tutti quelli che ci fanno del bene»[12].

Gian Galeazzo lasciava due figliuoli in piccola età: a Gian Maria legò il ducato dal Ticino al Mincio, oltre Bologna, Siena, Perugia; a Filippo Maria il contado pavese, col resto del territorio; Pisa e Crema staccò pel bastardo Gabriele Maria: ma potea dire come Pirro, — Lego il mio scettro a chi ha miglior fendente di spada». La tutela affidò a Caterina Visconti sua vedova e a diciassette personaggi, fra cui i celebri condottieri Del Verme, Barbiano, Pandolfo Malatesta, Antonio d’Urbino, Francesco Gonzaga, Paolo Savelli, sperando sarebbero puntelli alla debolezza de’ bambini, e quasi dovessero stare obbedienti a un fanciullo come erano stati a lui. Valorosi in opere di battaglia quanto inetti al governo e scarsi di fede, i condottieri non più s’accontentavano di paghe, e volevano qualche città o territorio dove svernare: Giovanni da Pietramala occupò Narni; Rinaldo Orsini, Aquila e Spoleto; Boldrino da Panicale, molte terre della Marca; Biordo dominò Perugia, Todi, Orvieto, Nocera; il Broglia Assisi; altri altre terre, che poi non potendo tenere, vendevano ai Comuni o ai principotti vicini. Questi talora se ne sbarazzavano coll’assassinio, come fece il marchese di Macerata uccidendo Boldrino. I suoi mossero a vendicarlo con ferocia, sinchè Firenze s’interpose, facendoli soddisfare con dodicimila fiorini, e col restituire il cadavere del loro condottiero, che in una cassa essi portarono lungamente a capo dello stuolo.

I contutori di Gian Maria sdegnavano sottostare a una donna e a Francesco Barbavara di lei favorito, presidente della reggenza; e la discordia impacciava i consigli, mentre i nemici repressi rialzavano il capo; Guelfi e Ghibellini, di cui fin il nome erasi proscritto, rinvelenivano, e non più per le antiche cause della Chiesa e dell’Impero, ma per isfogo d’odj e di stillate vendette. Il Carrarese aguzza le armi non mai deposte; papa Bonifazio IX e i Fiorentini s’intendono per sottrarre ai Visconti Siena, Perugia, Pisa, Bologna; il Barbiano, accettato il comando dell’esercito fiorentino, ricupera al papa Assisi e Perugia; gli altri condottieri s’avacciano di spartire fra sè un dominio ch’essi medesimi aveano procacciato a quella casa. Era una riazione federale contro l’unità milanese.

Arte e fermezza adoprò Caterina al riparo, e con sanguinose esecuzioni sgomentò i Milanesi, che istigati da altri Visconti, dai Porri, dagli Aliprandi, eransi mossi a tumulto per imporle nuovi consiglieri. Ma tutte ormai le città aveano scossa la dipendenza, e qualche tiranno vi prevaleva sulle famiglie e sulle fazioni. I Guelfi, secondati dai Valcamuni, mandano Brescia a tale strazio, da vendersi fin carne di Ghibellini; ma Pietro Gambara, di cui s’erano macellati due figlioletti, raccolse armi e consorti a Salò, ed entrato in città prese così sanguinose vendette, che la puzza dei cadaveri contaminò lungamente l’agro bresciano e il cremonese. I Guelfi pigliano il sopravvento a Lodi con Giovanni de’ Vignati, a Piacenza e a Bobbio cogli Scotti e coi Landi; i Ghibellini trionfano a Como con Franchino Rusca, a Bergamo coi Suardi, a Cremona con Giovan Ponzone, poi con Ugolino Cavalcabò; infine Gabrino Fondulo convita i Cavalcabò e i principali del paese e li fa scannare, e guadagna così un posto fra i principi. Intanto i baroni di Sax nella Mesolcina occupano Bellinzona; Vicenza si dà ai Veneziani.

Caterina riesce a far pace col papa, che venne a recuperare Bologna e Perugia: i Fiorentini, querelandolo d’averli abbandonati, continuano la guerra e liberano Siena; ma Gabriele Maria Visconti conserva Pisa alleandosi al maresciallo Boucicault, allora vicario di Francia a Genova; poi la vende per ducentoseimila fiorini (1405 giugno), che gli sono frodati da quell’avaro francese, il quale accusatolo a Genova di tradimento, lo manda al patibolo.

A Caterina fu grande appoggio Facino Cane. Costui, dell’antica stirpe dei Cani di Monferrato, avea servito gli Scaligeri di Verona, e rimasto prigione alla battaglia di Castagnaro, accettò stipendio dai Carraresi, pei quali menò inesorabile guerra nel Friuli; assistè al marchese di Monferrato contro i signori di Savoja con tal fortuna, che quello l’infeudò di Borgo San Martino. Devastando il Piemonte fino ad Ivrea, crebbe nella stima di Gian Galeazzo, che gli diede a governo Bologna appena l’ebbe riacquistata. Col feroce diritto di un comandante militare egli vi si mantenne; e quando, morto il duca, ebbe ordine di cederla all’esercito pontifizio, per togliere la voglia d’inseguirlo pose il fuoco a trecento case. Dritte allora le bande sue contro dei rivoltosi, devastò quant’è da Parma a Cremona; Alessandria abbandonò ad orribile saccheggio, poi se ne fece signore, tenendo anche il contado di Biandrate. Pandolfo Malatesta, cognato della reggente, reclamava i soldi maturati; ond’essa l’inviò a depredare Como, dov’egli si pose governatore, come si sottomise Bergamo e Brescia, fondandovi un’altra signoria guelfa.

Ma questa fazione perdeva allora un gran capo. Francesco Novello de’ Carrara sodatosi in Padova, e conciliatosi con Guglielmo bastardo di casa della Scala, gli avea dato mano nel recuperare Verona; poi come questo morì (1404 7 aprile) (dissero di veleno), Francesco Novello se la prese (maggio), a scapito de’ figli di esso, Antonio e Brunoro, e della Visconti. Ma già i Veneziani, istigati dalla duchessa, aveano rotta guerra al Carrarese assoldando il Malatesta, il Savelli ed altri condottieri; e per quanto egli raddoppiasse d’attività, il numero superiore de’ nemici e la peste lo costrinsero a cedere (1406). Recatosi a Venezia, ivi fu sostenuto, e dai Dieci condannato al patibolo coi suoi figliuoli, e bandita una taglia sul capo dei due che eransi salvati in Firenze, e Carlo Zeno, il più grande uomo di Venezia, accusato d’aver ricevuto quattrocento ducati dal Carrarese, benchè adducesse non esser quelli che la restituzione d’un prestito, nè stesse altra prova contro della sua illibatezza, fu escluso d’ogni impiego e condannato a due anni di prigionia. I figli di Guglielmo della Scala, sottrattisi dal carcere in cui gli avea chiusi il Carrarese, chiesero venir restituiti nel possesso di Verona; e la Signoria veneta rispose col mettere a prezzo la loro testa. San Marco trovossi possedere Treviso, Feltre, Belluno, Padova, Vicenza, Verona: funesti acquisti, che lo mescolarono alle vicende italiane; e subito fu costretto difenderli contro dell’imperatore Sigismondo, che avea mandato a invadere il Friuli Filippo Scolari fiorentino, da lui creato span e perciò detto Pippo Span.

Fra tanti nemici esterni ed interni la duchessa di Milano non credea poter sostenersi che collo sgomento; e un giorno fece trovare davanti a Sant’Ambrogio (1404 8bre) cinque cadaveri, vestiti di nero e senza testa. Il popolo, invece d’atterrirsi, s’indigna, caccia lei col Barbavara suo favorito: Gian Maria dichiarato maggiore, la fa imprigionare, e forse uccidere; poi, per iscagionarsi del parricidio, ne imputa Giovanni Pusterla castellano di Monza, lo fa sbranare con tutta la famiglia da’ suoi cani, e perchè questi parvero intenerirsi all’aspetto d’un costui figlio dodicenne, ordinò di scannarlo.

Imperocchè Gian Maria non pareva aspirare all’autorità che per ordinare supplizj; e resisi amici i soldati e i cortigiani col tollerarne le trascendenze, la diede per mezzo a tutte le sevizie e lubricità; teneva cani addestrati a saltare alla vita di chi esso accennava, e collo Squarciagiramo suo canattiere andava la notte per città aizzandoli or su questo or su quello. Feroce coi sottomessi, codardo coi forti, dalla tirannia de’ condottieri non sapeva schermirsi col congiurare. Per soldare le costoro bande voleansi denari, ed egli ne estorceva senza badare a qual modo, sino a proibire di rendere giustizia a chi non avesse pagato le taglie; appaltò non solo le regalie, ma i beni suoi allodiali alla città, patto che questa gli desse sedicimila fiorini il mese, di cui duemila per sè e la corte, il resto ai soldati: eppure que’ mercenarj derubavano le case signorili, i mercanti, le barche sul Po. Si volle darne colpa ai consiglieri, e per costringere il duca a mutarli, Facino Cane e Pandolfo Malatesta batterono le sue guardie e lui assediarono in città, dal castello scaricandogli bombe e cannoni, invenzione nuova e perciò meno micidiale, ma più spaventosa. Se n’indignò il Del Verme, capitano di morali sentimenti, e risoluto di risarcire l’autorità del duca, sconfisse Facino (1407); ma avea dovuto valersi delle bande del feroce Ottobon Terzo signore di Parma e Reggio, il quale in compenso della vittoria domandò di saccheggiare Milano; e perchè il Del Verme si oppose, uscì ad osteggiare Guelfi e Ghibellini.

A Milano tutto era sgomento, disordine, sangue. Una affollata di poveri gridando Pace pace si strinse attorno al duca che cavalcava, ed esso li fece assalire da’ suoi seguaci, talchè duecento ne perirono; e proibì di proferir la parola pace, nemmanco nella messa. Eppure fu costretto cercarla, rimovere i suoi istigatori, perdonare a’ Ghibellini, e ricevere un governatore di questi e uno de’ Guelfi.

Il Del Verme, disperando del paese natìo, passò al soldo de’ Veneziani, e perì combattendo i Turchi. Facino Cane, conte di Biandrate, signore di Tortona, Novara, Vercelli, Alessandria e delle rive del lago Maggiore, rapì a Filippo Maria la reggenza di Pavia dopo che l’ebbe mandata a sacco, costrinse Gian Maria a cedergli anche quella di Milano, e teneva entrambi non solo in soggezione ma in istrettezza fin del necessario. Accingevasi a togliere Bergamo e Brescia al Malatesta, quando si malò a morte. A quest’avviso i Milanesi ghibellini, come Mantegazza, del Majno, Pusterla, Trivulzj, Baggio, Concorezzo, Aliprandi, si sbigottirono di dover trovarsi nuovamente in arbitrio del tiranno, che a tutti aveva ucciso o il padre o i fratelli, sicchè strettisi insieme a congiura, nella chiesa di San Gotardo (1412 16 maggio), trucidarono Gian Maria. Avea ventiquattr’anni; e solo una meretrice gittò qualche fiore sul colui cadavere; lo Squarciagiramo fu trascinato a strapazzo, poi alla forca.

Quel giorno stesso Facino spirava[13]; e tosto i costui soldati occupano Pavia per sicurtà delle loro paghe; Astorre Visconti, bastardo di Bernabò, detto il soldato senza paura, si rende padrone di Milano; signori d’ogni parte si riaffacciano per recuperare gli antichi dominj; ma Filippo, che sin allora era parso neghittoso e dappoco, allora con meravigliosa operosità s’accinge a recuperare le avite appartenenze. Dove consisteva il punto capitale? nell’assicurarsi i venturieri. Beatrice Tenda, vedova di Facino, aveva ereditati dal marito estesissimi possessi, il dominio di Tortona, Novara, Vercelli, Alessandria; toccava i quarant’anni, Filippo venti: che importa? e’ la chiede sposa, e con essa acquista quattrocentomila zecchini e gli antichi partigiani del marito. Con questi ritoglie di viva forza Pavia e Milano agli usurpatori, manda al supplizio gli uccisori del fratello, combatte Astorre Visconti che rimane ucciso in Monza, e riceve il giuramento di fedeltà.

Francesco Bussone, illustre sotto il patrio nome di Carmagnola, con null’altro che colla spada salito, da contadino che era, fino ai primi onori, fu principale stromento di vittorie a Gian Maria prima, poi a Filippo, al quale sottopose in breve Lodi (1416), i cui signori Vignati, chiamati a Milano a titolo di conferenza, furono messi al supplizio; Pavia, dove uccise in carcere Castellino Beccaria e fece appiccare suo fratello Lancillotto; Como, che il Rusca cedeva riservandosi la contea di Lugano; indusse il Malatesta a vendere al duca Brescia e Bergamo; così Cremona il Fondulo per quarantamila ducati, e il fondo di Castelleone; Crema, Giorgio Benzone; Rinaldo Pallavicini, San Donnino. Ottobon Terzo, che brutalmente tiranneggiando Parma e Reggio, erasi fatto terribile dovunque menasse le assassine sue bande, fu chiesto a parlamento dal marchese d’Este, e quivi trucidato dallo Sforza; e il suo cadavere andò a brani, e v’ebbe persino chi ne mangiò. Nicolò d’Este, per tener Reggio, cedette Parma al duca (1418). Piacenza fu sostenuta da Filippo Arcelli, gentiluomo di valor eccellente, che raccolti quanti Filippo avea spossessati acciò facessero causa comune, recò accannita guerra al Carmagnola. Questi, col supplizio della moglie e del figlio dell’Arcelli prigionieri, prese Piacenza; ma vedendo non poterla conservare, obbligò gli abitanti a uscir tutti colle robe, sicchè il nemico non trovò che deserto, e per un anno tre soli abitanti s’annidarono in quella solitudine, finchè il duca di Milano l’ebbe e la ripopolò. Per tal modo Filippo, non provveduto di valore, ma di destrezza molta e di eccellenti capitani, reintegra non solo ma amplia il ducato, e domina dai confini del Piemonte a quelli del papa, dal San Gotardo al mar Ligure, dove presto allargò la sua signoria.