CAPITOLO CXIX. Toscana. Tumulto de’ Ciompi. I Medici sormontano.

Torniamo ora gli sguardi verso l’Italia, dove la prisca infinità di Stati è ormai riunita attorno a quattro principali, Lombardia, Toscana, Stato Pontifizio, Napoli; e diciamo di ciascuno in particolare, dopo esaminatene le vicende comuni.

Di Firenze l’età poetica può ritenersi chiusa colla morìa del 1348, che vi uccise centomila uomini, alterò i costumi per le fortune accumulate, e rincarì i salarj degli operaj. Nel 1352 una banda di ladri, fingendo dar serenate a questa o a quella signora, pregava i viandanti non passassero da quella via per non disturbare i suoni e gli amori, e intanto svaligiava le case. Scoperto l’artifizio, ed esserne capo Bordone Bordoni di famiglia primaria, il Filicaja confaloniere di giustizia volea prenderne severa punizione; ma i parenti interposero uffizj e denaro, tanto che i priori cassarono i collegi del gonfaloniere. Questo, risoluto a voler eseguita la legge, abdicossi della dignità e partì per Siena; ma il popolo cominciò ad esclamare che non rendeasi più giustizia, e tumultuò a segno che fu forza richiamare il Filicaja, il quale fece troncar la testa al Bordoni, esigliò i complici, e al fine del magistero n’ebbe un premio di duemila fiorini.

Firenze procurò riparare a que’ danni istituendo l’Università, e poco poi, ad istanza del Boccaccio, una cattedra di greco, la prima in Occidente; potè assodare il suo dominio su Prato; occupò Volterra, sottraendola alla tirannia di Bocchino Belforti. La sua sommissione a Carlo IV non ha altro valore, se non dei centomila fiorini con cui ne comprò la conferma de’ suoi privilegi; e nelle altre città non valse che a rinfocare le dissensioni interne, le quali al partire di Carlo proruppero, peggiorate dalle bande mercenarie, delle quali vedemmo come trionfasse.

Tardi era sorta a libertà, e solo al chinare degli Svevi e col favore dei papi; onde non soffrì i primi trambusti di quella gran rivoluzione nè la lotta col Barbarossa, e potè far senno dell’altrui esperienza; per forza o per trattati ridusse alle leggi comuni i signori vicini, e si spiegò francamente papale; e con tanti magistrati, tutti elettivi e di brevissima durata, otteneva che molti s’interessassero alle fortune patrie, e negli uffizj acquistassero pratica, franchezza, largo e generoso vedere.

Le proposizioni erano dalla Signoria presentate al consiglio del popolo grasso di cento persone; indi passavano all’assemblea, composta del consiglio delle capitudini delle arti maggiori, e di quello di credenza d’ottanta cittadini; in terza istanza venivasi al consiglio del podestà, di ottanta membri, fra nobili e plebei: dopo di che l’assemblea generale di tutti questi consigli votava, e attribuiva forza di legge all’ordinanza. Tale forma variò nelle particolarità, ma durò nel proposito di togliere la decisione suprema al potere esecutivo, per affidarla a consigli popolari, ne’ quali erano rappresentate tutte le forze vive della nazione, impedendo la preponderanza d’un consiglio col riservare la definitiva risoluzione all’assemblea generale.

Dappertutto le prime risoluzioni comunali furono piuttosto dovute ai nobili, vale a dire della stirpe degli antichi conquistatori e possidenti, che formatisi in comune, si volevano assicurare e governare. Ma ben presto le società degli artigiani e i piccoli possidenti fecero dare alla rivoluzione un secondo passo, eguagliandosi alle antiche famiglie nella giustizia, negli uffizi, nei pesi. In qualche luogo anzi vi si sovrapposero, e questo fu il caso di Firenze, dove i nobili rimanevano esclusi da ogni impiego, le sole arti partecipandovi; sicchè le famiglie che vi aspirassero, dovevano farsi scrivere sulla matricola di qualche maestranza. Dante apparteneva a quella degli speziali, e non rifina di declamare contro i villani d’Aguglione, di Campi, di Certaldo, che erano venuti a Firenze a imbastardire la semenza santa degli originarj, discendenti dai Romani. Però nelle genti nuove non tardò a formarsi un’aristocrazia, le arti maggiori e le minori erano gerarchicamente disposte, e tutt’occhi ad escludere chi non fosse del loro numero.

Giano Della Bella represse viepiù i nobili col sancire non fosse eleggibile se non chi realmente esercitava un arte: poi la potenza collettiva de’ priori fu personificata nel gonfaloniere di giustizia, che doveva presedere alla esecuzione di questa, eletto a due gradi dal popolo, e con una guardia di mille, poi fin quattromila uomini, talchè ben presto divenne il primo magistrato, e dirigeva a suo senno gli affari pubblici.

A tutti i cittadini non nobili erano aperte le cariche; ma era divieto che due dello stesso casato sedessero contemporaneamente nelle primarie. Le antiche famiglie essendo allargate in più rami, e gelose di conservare i nomi tradizionali, cadevano spesso in questa esclusione; quasi mai le nuove, le quali non conosceano tampoco due generazioni di loro parenti: sicchè il governo veniva a persone sempre meno esperte degli affari, e ai Guelfi di vecchio ceppo surrogavansi Ghibellini.

Come contro gli antichi il divieto, così contro i nuovi militava un altro statuto. Fin dal 1266 erasi cominciata l’amministrazione della massa guelfa, con capitani di parte, due plebei e due cavalieri, rinnovati ogni bimestre, e in continuo aumento di potenza e d’arroganza. Nel 1358 Uguccione de’ Ricci, di famiglia emula degli Albizzi, fece stanziare che, se un Ghibellino o non vero Guelfo occupasse un impiego pubblico, incorresse una pena, che poteva essere dalle cinquecento lire fin alla vita, in arbitrio del podestà, e sovra deposizione di sei testimonj, approvati dai capitani di parte e dai consoli delle arti. Questa legge, nuovo testimonio dell’esorbitare delle fazioni, tendeva ad escludere chi possedesse meno di cinquecento lire, e chiunque sgradisse ai capitani della massa guelfa. I priori se ne avvidero e la tagliarono, pure modificata passò; ai capitani ne furono aggiunti due artigiani, e portati a ventiquattro i testimonj richiesti; ai due posti de’ cavalieri potevano aspirare anche i nobili; e qualora uno, eletto ad un seggio della Signoria, fosse sospetto di pensare ghibellino, verrebbe ammonito acciocchè non si esponesse al pericolo della multa.

Era un sindacato terribile pei magistrati, e riduceva le elezioni in mano de’ capitani di parte. Questa specie di terroristi esercitavano con prepotenza l’infausto diritto di molestare i concittadini; cercavano si votasse a palla scoperta per influire più efficacemente; e una volta non riuscendo bastanti i voti, Bettino Ricasoli fece serrare il palagio, e nessuno n’uscirebbe sinchè, al dispetto di Dio e degli uomini, due non fossero dichiarati ghibellini; e da ventidue volte uscito vano il partito, finalmente per istracchezza fu votata l’ammonizione. Non era più l’antico fervore per la Chiesa e per l’Impero, ma libidine di occupare gl’impieghi, di escluderne i concorrenti, di far vendette[98]; e di tal passo viepiù restringevasi l’oligarchia. Questa, comunque ella fosse salita al potere, vi mostrava abilità e vigore; reprimeva i tentativi fatti per abbatterla, snidava gl’incomodi castellani, e cercava il prosperamento della patria.

Ma potea sperarsi di dar consistenza a un governo, dove ogni impiego era attribuito dalla sorte, e rinnovato a brevi termini? Fuor di esso formavasi un partito che realmente dirigeva la repubblica, e che divenuto robusto, ricorreva al suffragio universale onde farsi attribuire la balìa, cioè potere dittatorio, affidato a parecchi membri, i quali rinnovavano le borse ponendovi nomi della loro parzialità, esigliavano quei della contraria, estorcevano denari con mezzi arbitrarj, e cessando lasciavano la repubblica nella stessa altalena fra l’anarchia e l’arbitrio.

Pertanto nella città, o a dir meglio ne’ varj Comuni che la componeano, distinti per fazione, per quartiere, per arte[99], forma stabile di reggimento non aveasi; e, al contrario di Venezia, tutto parea costituito per fare che gl’individui campeggiassero, mentre illanguidivano i corpi dello Stato. Quindi il cadere dell’uno e succedere dell’altro cangiava i partiti e partoriva violazioni di diritti, ma non ne derivava mutamento alla costituzione, non alla politica esterna.

Le case antiche mettevano ogni opera a mantenere la purezza guelfa coll’applicare severamente l’ammonizione, e così eliminare gli uomini nuovi, inclinando perciò all’aristocratico. Le nuove pretendeano si levasse la nominale distinzione di Guelfi e Ghibellini, spalleggiando l’opinione democratica. Gli antichi plebei guelfi, che allora cominciavano a chiamarsi la nobiltà popolana, si schieravano cogli Albizzi; coi Ricci, intitolati ghibellini, parteggiavano gli Strozzi, gli Alberti e i Medici, famiglia salita in molta ricchezza col commercio, e disertata dai nobili popolani. Gli otto della guerra contro il papa addicevansi tutti a questa fazione come amici di Bernabò, e parvero farla sormontare col resistere a forza spiegata contro ai pontifizj. Gli Albizzi, forti dell’appoggio de’ vecchi nobili e di chiunque era geloso degli otto della guerra, si schermivano ammonendo, e rivalsero quando il popolo disse risolutamente: — Sono stanco dei sacrifizj e della scomunica».

Gran colpo l’interdetto a città così fedele alla Chiesa: ma non che si esacerbassero, gli animi si compunsero; «in ogni chiesa si cantavano alla sera le laude, assistendovi uomini e femmine innumerevoli, e spendendovi senza misura in cera e libri e simili occorrenze; ogni giorno processione con reliquie e canti musici, e sin fanciulli di dieci anni entravano nelle compagnie di Battuti; e più di cinquemila n’andavano talora alle processioni, e fin ventimila nelle processioni generali; e quei che assistevano alle prediche, orazioni, digiuni, erano il cento per uno di quando si dicea la messa; molti giovani nobili si ritirarono in gran penitenze a Fiesole, e convertivano peccatrici, e benchè ricchi andavano ad accattare pei convertiti» (Marchionne). Poi insultavano ai fautori della guerra, e quando scendevane alcuno dal palazzo «e’ gli dicevano: Or va, fa guerra colla Chiesa, picchiavangli le panche dietro, facevangli le corregge colla bocca, e così infino a casa lo rimetteano». A questo universale desiderio e alle parole di santa Caterina bisognò piegarsi, presentare le scuse al papa, e conchiudere pace. Allora i Ricci si trovano a terra, ed esclusi dalla Signoria per la legge appunto che essi aveano provocata; onde diguazzarono fazioni, sinchè una balìa dei dieci della libertà per cinque anni vietò da ogni magistratura tre membri d’ambedue le famiglie.

Così la tirannide degli oligarchi montava sempre più, blanditi da tutti quelli che li temeano; finchè si trovarono alcuni buoni, che opposero coraggiosa resistenza (1378). Silvestro di Alamanno de’ Medici, rettissimo cittadino, intraprendente, e caldo avversario de’ Ricci, essendo tratto gonfaloniere, fece istituire una balìa, la quale ammaccò l’autorità dei capitani di parte, e lenì la severità contro gli ammoniti e sospetti ed esuli ghibellini, lasciando loro speranza della patria e degl’impieghi. Il popolo, che affollato sulla piazza de’ Signori, avea fatto passare queste leggi contro la stabilita oligarchia, e saccomannato le case degli Albizzi, degli Strozzi, dei Buondelmonti e d’altri guelfi[100], temette che allo sbollire cominciassero i castighi; onde, sollecitato dagli ammoniti, combinò leghe di tanta forza, che la Signoria non osò punire i capi faziosi, sebbene li conoscesse.

Ma nella democrazia la classe inferiore tramesta sempre per collocarsi a fianco alla sovrastante, per vedersi poi ella stessa invidiata e battuta da una più bassa. Quando la città si divise in arti, giudicata ciascuna da proprj capi nelle controversie civili, alcuni esercizj inferiori non formarono corpo, ma vennero considerati subalterni ad altri (1378); e per esempio, tintori, tessitori, cardatori di lana furono aggiunti ai drappieri. Ne nasceva che costoro, o quei che andavano a giornata, se si querelavano in giudizio, trovassero talvolta per giudici i proprj padroni od i consorti de’ loro avversarj. Perciò pieni di corruccio, e temendo d’essere puniti de’ passati subugli, i plebei o Ciompi cominciarono a brulicare, poi levandosi in armi (20 luglio), tolsero al bargello quelli che la Signoria avea fatti arrestare, incendiarono le case del gonfaloniere e de’ sospetti, piantarono forche sulle piazze per chi rubasse, conferirono la cavalleria a Silvestro de’ Medici e sessantaquattro altri loro prediletti, i quali per non essere uccisi accettarono l’onore pericoloso, sebbene d’alcuni fosse stata il giorno stesso bruciata la casa.

Preso il gonfalone (luglio), e assediata la Signoria in palazzo, i Ciompi domandarono che i mestieri dipendenti dai fabbricanti di panno formassero corporazione distinta, con consoli proprj, e così i tintori, barbieri, farsettaj, cimatori, cappellaj, fabbricatori di pettini; si sprigionassero tutti i rei, salvo i traditori e i ribelli; nessuno del popolo minuto potesse per due anni chiamarsi in giudizio per debito al dissotto di cinquanta fiorini. Queste ed altre minori domande furono accettate, ma crescevano a misura che soddisfatte, tanto più che i priori non seppero altro partito che abdicare. I ciompi occupano le porte della città; Michele di Lando cardatore, che trovasi fra quella folla scalzo ed in farsetto[101], vien tolto per capo, e affidatogli il gonfalone di giustizia, col quale esso li precede al palazzo pubblico, ed ivi dice alla ciurma: — Questo palazzo è vostro, vostra questa città; esprimete la vostra volontà sovrana»; e la ciurma a piena gorgia — Sii tu gonfaloniere, riforma tu il governo».

Onest’uomo, animoso al primo avventarsi e, ch’è più raro, temperante ed, assennato al regolare, il Lando pose termine alle prepotenze degli otto della guerra, e insieme colla fermezza attutì le sêtte, prevenne i saccheggi, rintegrò gli ammoniti, e bruciate le borse da cui doveano sortirsi le magistrature, nominò una nuova Signoria di tre dell’arti maggiori, tre delle minori, tre del popolo minuto, rinforzati con milleducento balestrieri. La plebe, come succede, si gridò tradita, corse al palazzo tumultuando, e stava tutto il dì in piazza armata e schiamazzante, chiedendo ora proscrizioni, ora divieti, ora concessioni, sollecitata da’ suoi piaggiatori che la chiamavano popolo di Dio: e il Lando spiegò una risolutezza che mancò spesso ad altri demagoghi, quella di negar soddisfazione a domande fatte a quel modo; e allorchè s’accinsero a far violenza, spiegò il gonfalone della giustizia, trasse la spada, ferì o disperse i ciompi, cacciò un migliajo de’ più pertinaci, di modo che la moltitudine trovossi imbrigliata dal proprio creato. Finito il suo tempo, egli depose la dignità, e fu per onoranza ricondotto a casa dai donzelli della Signoria con l’arme del popolo, targa, lancia e palafreno magnificamente bardato.

La taglia guelfa si trovò allora soccombente (1379); e i Ghibellini fattisi capipopolo, continuavano i sospetti e le provvigioni contro i ricchi e potenti, e moltissimi giudicarono ad esiglio o a morte. Giovanni Aouto mandò esibire rivelerebbe una trama ordita con Carlo di Durazzo contro la Repubblica, se questa gli desse cinquantamila fiorini e di poter salvare sei persone da morte, o ventimila fiorini se le bastasse saper il trattato, non gli uomini. Di fatto si venne in chiaro della cosa, e il popolo a furia voleva giustizia, o se la farebbe col ferro e col fuoco; e per quanto gli uffiziali ripetessero non trovare titoli bastanti contro gli accusati, fu forza uccidere Piero degli Albizzi, lungamente capo della repubblica, e i primarj suoi fautori; molti popolani furono degradati fra i nobili; e preso al soldo l’Acuto, gli esagerati dominarono, facendo insulse e impertinenti provvigioni, non solo contro i magnati, ma fin contro gli artieri meno infimi; profondeansi adulazioni al popolo di Dio, e v’avea cavalieri che faceansi tagliare gli sproni per ricevere di nuovo il cavalierato dal basso popolo. Intanto altri ciompi fuorusciti rinterzavano congiure, crescevano assassinj; e la plebe insospettita attribuiva poteri smisurati agli uffiziali, chiedea nuovi rigori fin contro tutti i parenti e consorti degli sbanditi, sempre dubitando perdere ciò che male aveva acquistato.

Alle maestranze venne lezzo di tale disonesta tirannia (1382) e degli scorridori o spioni di cui si circondavano i triumviri de’ ciompi; e in occasione che voleano di nuovo violentar la giustizia, i moderati presero il sopravvento, il vulgo applaudì alla morte di quelli, dei quali aveva applaudito le uccisioni, e con bestialità li straziò, gridando Vivano i Guelfi e le arti; e non senza sanguinose baruffe si formò la Signoria (1382 21 genn.), componendola di quattro delle arti maggiori, cinque delle minori, esclusi nuovamente i ciompi, e abolite le tribù del popolo[102]. Maso degli Albizzi, tirata a sè la podestà, ruppe le leggi originate da quel tumulto, confinò i capipopolo, e, ciò che parve indegnissimo, fin il savio Lando, di cui era merito se tutti non erano stati uccisi; e fermò in istato i grandi, che vi durarono per trentacinque anni. I migliori uomini di Stato erano morti od esuli; gli altri, come avviene dopo le paure d’una rivoluzione, si stringeano attorno a Maso, vegliando gli umori opposti che contrariavano senza tregua e non senza tempesta. Il tumulto de’ ciompi aveva disgustato della demagogia, e fatto luogo alla riazione secondo il solito, ove la nobiltà tornava a soperchiare, giovandosi pure del sentito bisogno di riposo.

Firenze, posta nel centro d’Italia e perciò tirata in tutte le vicende di essa, si prefiggeva di tenere la bilancia fra i varj Stati, sempre nell’intento di consolidarne la libertà, e d’impedire una monarchia universale, che temeasi allora per l’Italia quanto di poi per tutta l’Europa. Sopratutto stava in occhi contro l’ingrandire di Gian Galeazzo a settentrione, e di Ladislao di Napoli, a mezzodì, perfido quanto i Visconti, e valoroso come essi non erano: e in realtà la padronanza dell’Italia non rimaneva in mano de’ forti, com’essi presumeano, ma de’ Fiorentini, che coll’accorgimento sopravvegliavano gli andamenti generali, e alla prepotenza d’un robusto opponeano la lega dei deboli.

Ebbe essa modo d’insignorirsi d’Arezzo (1398) per compra; ma a cagione di Montepulciano venuta in dissidio con Siena, questa cercò l’amicizia di Gian Galeazzo, che subillato dai fuorusciti onde la Lombardia formicolava, si obbligò a mantenere in Toscana settecento lancie per servigio de’ Senesi. Firenze ebbe dunque lungamente a temere che Gian Galeazzo s’impadronisse di Pisa e Siena e la togliesse in mezzo, nè dall’insidie or aperte or celate di lui la liberò che la costui morte. Firenze ne mena tripudio cantando col salmista, Il laccio è rotto, e noi siam fatti liberi; e più non temendo per la propria libertà, e gloriosa di essere sfuggita alle insidie del cardinale Albornoz, punisce i feudatarj dell’Appennino che a questo aveano dato favore.

Costoro, da capitani dei marchesi antichi, s’erano mutati in signori indipendenti, avanzo delle istituzioni germaniche; e fin allora si erano sostenuti col dare ricovero ed ajuto a’ fuorusciti: ma più nol poteano dacchè gl’imperatori trascuravano l’Italia, e l’elemento popolare e cittadino prevaleva. Principale tra essi era Pier Saccone de’ Tarlati, signore della rôcca di Pietramala, poggiata nell’Appennino che separa la Toscana dalla Romagna nel val d’Arno aretino, a cavaliere dell’antica strada mulattiera fra Arezzo ed Anghiari. Caldo ghibellino, sottopose i vicini signori, gli Ubertini, i conti di Montedoglio e Montefeltro, e i figli di Uguccione della Faggiuola spossessati di Massa Trabaria (t. VII, p. 428). Suo fratello Guido era stato fatto signore d’Arezzo, di cui era vescovo[103], e nel dominio gli successe Piero, che teneva pure Bibbiena, Castello, Borgo Sansepolcro e tutta la val Tiberina. Dappoi fu costretto cedere per dieci anni Arezzo ai Fiorentini con tutto il contado: ma quando le città si rivoltarono a Firenze dopo la cacciata del duca d’Atene, i Tarlati ne presero occasione di ripigliare i loro castelli. Piero nella guerra de’ Visconti sempre parteggiò contro Firenze, sinchè la pace di Sarzana (1353) lo ridusse in quiete.

Stando Carlo IV a Pisa, egli di novantacinque anni andò a riverirlo col vescovo d’Arezzo, Neri della Faggiuola, i Pazzi di Valdarno, e chiedeva esser ripristinato nell’antica signoria; ma non l’ottenne. Sino ai novantasei però stette capo de’ Ghibellini e formidabile a Firenze; poi venuto all’agonia, e persuaso che i suoi nemici non prenderebbero guardia contro di un moribondo, mandò per sorprendere il castello degli Ubertini; ma i suoi furono respinti, e con tal dispiacere egli morì (1356), e colla certezza che nessuno sosterrebbe la grandigia del suo casato. In fatti suo figlio fu ben presto assediato nella paterna rôcca, e costretto rassegnarla ai Fiorentini, che la demolirono. Anche i conti della Gherardesca si sommisero a Firenze, che li costituì vicarj di Bibbona e di quattordici castelli della Maremma: i Gambacorti le soggettarono Bièntina, Cerbaja i conti Alberti di Mangona, gli Spinetta Fivizzano: i Ricàsoli raccomandarono il castello di Brolio; i conti di Battifolle vendettero quei di Belforte e di Gattaja; altrettanto fecero i conti di Dovadola; il conte Jano degli Alberti dovè cedere i suoi in Mugello.

Gli Ubaldini erano poderosi di terre e rôcche nella val del Senio e nel vicariato di Firenzuola, talchè questo chiamavasi l’alpe degli Ubaldini, donde più volte erano discesi a danno di Firenze. Nel 1362 Giovachino, signore di castel Pagano in val del Senio, morendo per ferita avuta dal fratello Ottaviano, a costui danno chiamava erede il comune di Firenze, il quale di quei dominj, contenenti dodici castelli, costituì il podere fiorentino (1372), estendendolo nelle vicinanze, sinchè la schiatta degli Ubaldini, tante volte rivoltatasi contro il comune di Firenze, restò annichilita. Sopra undici di loro fu messa la taglia di mille fiorini d’oro, chi li desse vivi o morti; e nominati alcuni uffiziali delle alpi di Firenze, che munissero da quel lato i luoghi della Repubblica: sicchè gli Ubaldini rinunziarono per mille fiorini quattordici castelli che tuttora occupavano; Tommaso da Treviso capitano del popolo ne menò trionfo, e gli Ubaldini furono sciolti dal bando, restituiti in possesso de’ beni allodiali nel Mugello, e dichiarati cittadini popolani[104]. I Santafiora furono sottomessi da Siena, il castel della Sambuca dai Pistojesi, concentrandosi così più sempre i poteri nelle città, mentre sopra queste vigoreggiava Firenze, che ebbe sottoposto (1390) anche Montepulciano. Vero è che la tributò la peste rinnovatasi nel 1400[105]; ma rifattasene, comprò Cortona per sessantamila fiorini, e tolse i possessi ai conti Guido di Dovadola e al conte di Poppi.

I Genovesi, dolenti che Venezia acquistando Padova si fosse tanto rinforzata in terraferma, pensavano ad elevarle qualche avversario, e non videro miglior modo che ingrandire Firenze col farle acquistar Pisa, a patto che guerreggiasse i Veneziani. Indussero dunque Gabriele Maria Visconti a vendere loro quella città e Ripafratta per ducentoseimila fiorini: ma i Pisani, indignati di vedersi mercatare come armento, si ricordano dell’antica nobiltà, afferrano le armi (1405) e resistono, diretti da Giovanni Gambacorti. I Fiorentini «scandolezzati dell’alterigia pisana» non vogliono sentire nè messi nè patti; e risoluti ad ogni estremo per domarli, destinano dieci sopra quella guerra fratricida. I Pisani li respinsero intrepidi; ricomposero le inestinguibili nimicizie de’ Raspanti e Bergolini, prendendo insieme l’eucaristia e stringendo parentadi; e benchè, dispersa da una burrasca la flotta che recava grani di Sicilia, fossero ridotti i priori a mangiare pan di linseme, e il popolo fin la gramigna delle strade, pur resistono allo Sforza, a Tartaglia, a’ soldati, cui i Fiorentini prometteano, se scalassero le mura, paga doppia, mese compito, il saccheggio della città, centomila fiorini di mancia, ed armi e vesti a piacere. E quando, dopo lungo assedio e consumate innumere vite, il Gambacorti capitolò ricevendo denari, essi dovettero accettare la servitù, ma molti abbandonarono la patria per sempre.

Gino Capponi, integerrimo petto, che in quella guerra si era segnalato come commissario de’ Fiorentini, e a gran fatica salvò Pisa dal saccheggio promesso ai venturieri, nominatone governatore, cercò mitigare gli ordini del Comune vincitore e i fremiti del vinto; ma non potè risparmiare il rigore. Quanto dovettero indispettirsi i Pisani vedendo togliersi fin la testa di san Rossore, «come quella città, priva della libertà e degli antichi onori, fosse ancora da’ suoi santi abbandonata, e all’incontro Firenze di pompa, di gloria, di ricchezze e di benedizione si riempisse»[106]. Alla prima occasione, tentarono darsi ai nemici di Firenze, la quale allora meditò repressioni atroci, chiamare a sè i nobili e megliostanti, cacciare tutti i cittadini dai quindici ai sessant’anni, e altri spietati ordini, i quali abbiamo ragione a credere non fossero messi ad effetto. Anzi troviamo che la vincitrice mandò viveri in copia, poi si industriò, per ravvivar quella che tanto avea faticato a spegnere; scrisse lettere, istruì ambasciadori, trattò con principi, affinchè i tanti fuorusciti ripatriassero; per venti anni francò d’ogni gravezza i forestieri che andassero abitarvi famigliarmente; privilegiò di esenzioni e consoli proprj i negozianti tedeschi di quattordici città perchè con quella mercanteggiassero[107]; vi stabilì l’Università con lauta provvisione e risedio magnifico. V’è però un bene che nessuna concessione pareggia nè supplisce; ed è pena d’ogni conquistatore il vedersi obbligato a spendere nel ribadire le catene e nel fare cittadelle e fortini, il denaro che sarebbe richiesto al pubblico vantaggio.

Il Capponi fu lieto di vedere assicurato quell’acquisto col comprare per centomila fiorini dai Genovesi il porto di Livorno, destinato all’importanza che Pisa perdeva, e ad aprire ai Fiorentini traffici lontani senza dipendere da Genova o da Venezia, e così colle private crescere la fortuna pubblica. Subito fu provvisto alla sicurezza di quel porto; vi si creò il magistrato de’ consoli di mare, che erano sei cittadini fiorentini, di cui quattro estraevansi dalle cinque arti maggiori, esclusa quella de’ giudici e notari, e due dalle minori, principalmente occupati a prosperare la mercatura e la marina, risolvere le cause marittime, e fabbricare una galea ogni sei mesi, col legname delle foreste delle Cerbaje, facendo franche d’ogni rappresaglia, anche in caso di guerra, le merci trasportate su quelle galee. Ad esempio di Venezia, si stabilì edificare due galee grosse e cinque sottili, da spedire ad Alessandria per spezierie ed altre merci, e per esercitare la gioventù in cotali esercizj: vi s’imbarcarono dodici giovani di buone famiglie, e dal soldano d’Egitto s’ottenne d’avervi console, chiesa, fondaco, bagno, statera, bastagi, scrivano proprio, per sicurezza dei mercanti e onorevolezza della nazione. Furono posti consoli in tutte le parti di fedeli ed infedeli; e ben tosto Firenze possedette navi per affrontar Genova e sconfiggerla.

Internamente essa prosperava con ordinamenti buoni, cooperando ciascuno per l’accrescimento della città. Chiunque era ammesso cittadino, dovea fabbricare in Firenze una casa di almeno cento fiorini; le scritture pubbliche si ridussero ne’ libri delle Riformagioni; si convertì in legge la compilazione degli statuti; si migliorò la moneta; si creò un nuovo Monte o vogliam dire debito pubblico; si formò il catasto col nome di ciascun cittadino, l’età, la professione, l’importare della sua fortuna in beni immobili e mobili d’ogni specie, tassando di mezzo fiorino ogni cento di capitale. Valutavasi che nelle vie attorno al Mercato nuovo fossero settantadue banchi, e girassero in contante due milioni di fiorini d’oro. Allora si cominciò l’artifizio dell’oro filato, si moltiplicò quello de’ drappi di seta, fu permesso a ciascuno d’introdurre foglia di gelsi e allevare filugelli senza gabella.

Copiosissime ricchezze aveano accumulalo que’ magistrati mercanti, e l’eguaglianza repubblicana non lasciava sfoggiarle in inutile suntuosità, non grandi comitive di servi, non insultante sfarzo di carrozze; a piedi andavano anche le mogli de’ primaj; leggi suntuarie reprimevano il lusso, permettendo la magnificenza, sicchè spendeasi in palazzi, chiese, quadri e statue, o in trarre rarità e libri dal Levante. Si abbellì la città coll’opera dei primi artisti: fu provvisto che ciascun’arte collocasse lo stemma proprio e la statua del santo patrono in una delle nicchie esterne di Or San Michele, ove lavoravano di marmo e di bronzo Donatello, Andrea del Verrocchio, Baccio da Montelupo, Nanni del Bianco, Simone da Fiesole, Lorenzo Ghiberti: a questo l’arte di Calimala allogò le porte di bronzo di San Giovanni, dove riuscì sì famosamente, che fu dichiarato gonfaloniere, e infisso il gonfalone alla sua porta in Borgallegri; mentre chiamavasi Filippo Brunelleschi a voltare la cupola di Santa Reparata.

Per rimovere il pericolo di correre strabocchevolmente a guerre, si prese che ad un consiglio di ducento, da rinnovarsi ogni sei mesi, fossero fatte le proposte della Signoria, poi passate al consiglio dei centrentuno, nel quale entravano la Signoria, i collegi, i capitani guelfi, i dieci della libertà, i sei consiglieri della mercatanzia, i 21 consoli delle arti, e quarantotto altri cittadini; e se passassero, doveano ancora sottoporsi al consiglio del popolo, indi a quello del Comune; nè senza l’approvazione di questi quattro consigli veruna provvisione avea forza. Speravasi che il dover consultare tanti consigli indurrebbe alcuno a opporre il suo no; ma è sintomo di debolezza il non saper rimediare che col moltiplicare i conflitti.

Insomma il governo rimaneva democratico, ingerendosi il popolo direttamente dell’amministrazione; gran numero di cittadini v’erano a vicenda chiamati, e i numerosi consigli pubblici erano scuola di scienza civile: che se talvolta le passioni popolari e le fazioni spingevano ad eccessi, in fondo la politica n’era generosa e insieme arguta a scorgere i sottofini de’ papi e degl’imperatori, savio ed abile il governo, civile la nazione, fida alla libertà anche a gravissimo costo, devota alla santa Sede, non però ciecamente. Poco valeva nelle armi, pure seppe opporre meglio che denaro alle bande di ventura, e le avrebbe distrutte se i principotti non avessero avuto troppo interesse a conservarle. Ella medesima se ne valse per fiaccare i Visconti, e qualvolta cadde sotto la tirannia d’un soldato o della plebaglia, non tardò a riscattarsene. Molti signori s’accomandavano a Firenze, come i nobili di Guggio pe’ loro castelli nell’Imolese, i marchesi di Lusuolo in Lunigiana, i Grimaldi di Monaco obbligandosi a servire in persona con una galea, Gian Luigi dal Fiesco conte di Lavagna promettendo condurre trenta lancie e ducento fanti, e ricevendo stipendj.

Invece dei bassi o atroci delitti che insozzano le storie de’ principotti, Firenze ci tramandò i capolavori dell’arte e della parola, i quali ne eternano la lode; le abbondarono cronisti e storici, quali, dopo Dino e i Villani, furono Matteo Palmieri, Paolo e Giovanni Morelli, Jacopo Salviati, Giannozzo Manetti, Amaretto Manelli, Domenico Buoninsegna, Buonaccorso Pitti, Gino e Neri Capponi, Simone della Tosa, Bernardo Rucellaj, Giovanni Cavalcanti, Lorenzo Buondelmonte, Filippo Rinuccini; e la superiorità di costoro, che non soltanto raccontano più colti e limpidi, ma giudicano ancora con grave assennatezza e spesso con elevazione, è argomento del quanto la nazione fosse superiore alle altre italiane nell’esaminare la politica, regolarla, sceverarla da passioni; e come allo spirito di parte sovrastasse sempre l’amore della patria.

Nei trentacinque anni ch’e’ presedette allo Stato, Maso degli Albizzi mostrò abilità e coraggio; istrutto dall’avversa fortuna, non imbaldanzito dalla benigna, strettamente alleato coi Veneziani, tenne testa a Gian Galeazzo e a Ladislao, eppure non uscì mai dalla condizione di privato: ma poichè la parte trionfante non seppe astenersi nè dall’insolenza verso altrui, nè dalla sconcordia tra sè, al morir suo le case degli Alberti, Medici, Ricci, Strozzi, Cavicciuli, spesse volte d’uomini e di roba spogliate dai nobili popolani, e rimosse dai pubblici uffizj, rifecero testa, e colle ricchezze e coll’educazione mostravansi degne di amministrare lo Stato.

Giovanni di Bicci de’ Medici avea guadagnato largamente in traffici di banco, massime durante il concilio di Costanza servendone al papa, talchè avea credito illimitato e affari per tutto il mondo; pure sembrò tanto benigno e scarco d’ambizioni, che si cessò d’escluderlo dagl’impieghi. Coll’accomodare di denaro chi n’avesse bisogno, col blandire al popolo, col mostrarsi moderato fra le esuberanze de’ parteggianti, si procacciò stima nell’universale, e più quando, tumultuando il popolo per soverchie gravezze imposte a cagione della guerra con Filippo Visconti, e volendo i nobili popolani fiaccarlo collo sminuire il numero delle arti minori, egli si oppose alla proposta, e sostenne l’alleggiamento e che si istituisse il catasto, benchè su lui più che su altri, come maggior possidente, dovesse gravare. Ricchi dunque e popolani studiavano trarlo dalla loro; e malgrado l’opposizione di Nicolò da Uzzano, amico di Maso e suo successore nel primato civile, il portarono (1421) al posto di gonfaloniere, che con gran decoro sostenne fino a morte.

Cosmo suo primogenito ne ereditò (1429) il credito e l’importanza, e a capo della fazione recò l’abilità e le virtù paterne, e maggior animo nelle cose pubbliche; grave e cortese ne’ modi, liberale a proporzione delle ingenti ricchezze; entrante, conoscitore profondo degli uomini, longanime nello aspettar l’esito de’ disegni fermamente concetti; franco nel manifestare i suoi pareri, eppur tenuto come prudentissimo: inclinato alle vie dolci, ma sapendo all’uopo dar passi robusti; francheggiato da molti amici e clienti, ai quali era sempre disposto a fare servigio dell’aver suo. Di squisito gusto nelle arti, di molta erudizione, di retto giudizio, favorendo le lettere e le arti apriva nuove strade alla crescente operosità: il giro de’ banchi, per cui non trovavansi più ridotti a miseria, legava gli sbanditi per interesse e per gratitudine alla famiglia che più lavorava di cambio; i condottieri deponevano presso di quella i loro avanzi, o le domandavano anticipazioni. Più dovizioso riusciva Cosmo perchè non abbandonò mai il vivere privato; senza sfarzo di casa che abbagliasse i cittadini, senza comprare stranieri ministri, o scialacquare in pranzi e comparse, o assoldar truppe, mai non dispose per sè più di quarantasei in cinquantamila fiorini l’anno, mentre lo Sforza ne spendea trecentomila prima di salire duca. E appunto le virtù private, i temperati consigli, il sentimento popolare, la calma fra le burrasche fazioniere, la lauta beneficenza furono stromenti alla potenza de’ Medici.

Lucca era stata lungamente alleata di Firenze, poi al 1314 disertò da’ Guelfi; e dopo lo sfavillante dominio di Castruccio e d’Uguccione, andò soggetta a vicenda a Gherardino Spinola, a Giovanni di Luxemburg, a Mastino della Scala, a’ Fiorentini, a’ Pisani, a Carlo IV[108], dal quale poi nel 1369 riebbe la libertà, cioè di non esser sottomessa a verun’altra città, ma soltanto all’impero. E quel fatto di cui fecero tanta festa i contemporanei, e tanto scalpore gli storici posteriori; concordi nel proclamare come liberatore quel Carlo, che realmente sottoponeva, almeno in carta, quella repubblica al dominio imperiale.

Immune da dipendenza di vicini, Lucca esercitò alla cheta le interne emulazioni fra i discendenti di Castruccio, i Fortiguerra, gli Spinetta e i Guinigi. Quest’ultima famiglia vi primeggiava; ma essendo perita quasi tutta nella peste del 1400, il giovinetto Paolo sopravissuto fu da ser Giovanni Cambi (il cronista) indotto a farsi signore a bacchetta, e perciò, scostandosi da Firenze, unirsi a Galeazzo Visconti, col cui appoggio si assicurò il dominio. Senza tampoco rispettare le forme, come faceano i precedenti, e togliendo ogni autorità al Comune, trent’anni egli serbò quieta la repubblica, ma dappoco e sempre in paura di cadere, nè seppe introdur buone istituzioni, nè farsi amici, benchè circondato di favoriti, di parentele, d’alleanze co’ principi, e fidente nella cittadella che fabbricò; mancava di quel valore che le plebi stimano più che le qualità utili, e alle bande mercenarie, massime di Braccio, non oppugnava che con grossissimi donativi. Firenze, da cui improvvidamente egli avea alienato la repubblica (1429), trovò pretesto a romper seco, e vi spedì i venturieri Nicolò Fortebraccio e Bernardino della Carda, che squarciarono il paese. Il celebre architetto Brunelleschi suggerì di sommerger Lucca, chiudendo l’alveo del Serchio, sicchè l’acqua scalzasse le mura e le abbattesse. A grande spesa si alzò di fatto l’acqua attorno alle mura, che per tre giorni furono inondate, ma poi i contadini riuscirono a sdrucire l’argine, sicchè la piena si rovesciò addosso al campo fiorentino (1430) con immensa jattura. Poi Francesco Sforza, spedito dal duca di Milano, mise in isbaratto i Fiorentini, e ne invase il territorio.

Il Guinigi col senno, e i suoi figli col braccio, aveano difeso Lucca; eppure caddero in sospetto di volerla tradire ai Fiorentini, e furono mandati prigioni a Milano, ripristinando il governo all’antica con un gonfaloniere e col consiglio degli anziani. I Fiorentini, che aveano mostrato assumer la guerra soltanto per assicurarsi dal Guinigi, la proseguirono per sottoporre Lucca come le altre città toscane; ma Nicolò Piccinino, stipendiato da Genova, ligio al Visconti, li sconfisse del tutto sul Serchio, invase lo Stato, avvicinossi a Pisa, che facea sonare le sue catene, bramosa di romperle.

Tale impresa era stata da Cosmo francamente disapprovata, sicchè l’infelice riuscita crebbe ad esso tanta reputazione quanta ne toglieva agli Albizzi e a Nicolò da Uzzano. Questo però repugnava dai partiti violenti, conoscendo che una rottura aperta darebbe trionfo ai Medici. Ma morto lui e conchiusa pace con Lucca[109], inciprignirono i malvagi umori, e Rinaldo, figlio di Maso degli Albizzi, capoparte più avventato, entrò in grandi pratiche di abbassare e anche cacciar Cosmo, e ripigliarsi lo Stato. Disposte sue fila, sonò a balìa, e convocò una di quelle assemblee in piazza, dove tutti accorrevano a onde e deliberavano a schiamazzo, per l’urgenza del caso trascendendo le barriere costituzionali, e pochi arruffapopolo trascinavano a decidere secondo la fazione. Quivi si diede la balìa a ducento cittadini indicati da Rinaldo; e Cosmo, per accusa di denaro disperso nella guerra di Lucca, fu condannato a morte: se non che egli, comprando alla sua volta Bernardo Guadagni gonfaloniere e gli altri che a Rinaldo già s’erano venduti, ottenne d’essere soltanto sbandito (1433), e la famiglia sua relegata tra le nobili.

Andossene a Padova; e allora comparve quanto egli fosse grande, caro dov’era, desiderato ove non era. La Signoria veneta mandò onorandolo, e il richiedeva di pareri; chiunque avesse alcun bisogno, ricorreva ad esso, e una sua raccomandazione bastava: a lui facevano capo i negozianti, sicchè l’avresti detto un piccolo sovrano; mentre a Firenze artisti, poveri, trafficanti lamentavano mancato il loro sostegno. Rinaldo, incapace a lottare coll’avversario lontano che vicino aveva oppresso, cercava inutilmente afforzarsi col riabilitare i nobili alle cariche, da cui già da gran tempo erano esclusi, e fin colle armi tentò far prevalere la sua parte: non girò intero un anno, che interponendosi papa Eugenio IV, allora quivi dimorante pel concilio, fu senza scandali tratta una Signoria (1434 7bre) propensa a Cosmo, questi rintegrato in patria con accoglienze meravigliose, e sbanditi o confinati da settanta de’ suoi avversarj. Rinaldo, non essendosi lasciato persuadere dal papa, e ignaro della virtù dell’aspettare e far a queto, andò a sollecitare Filippo Visconti contro Firenze; e mandò dire a Cosmo — La gallina cova»; al che questo rispose: — Mal cova la gallina fuori del nido». Rinaldo colle bande del Piccinino (1440) penetrò fin alla montagna di Fiesole e nel Casentino: i Fiorentini gli opposero Francesco Sforza, rotto dal quale intieramente ad Anghiari, e invano travagliatosi da capo per ricuperare la patria, andò a finire in Terrasanta.

Cosmo, tornato in trionfo, salutato benefattore del popolo e padre della patria, pigliò vendetta proscrivendo molti avversarj, molti condannando al supplizio e fin senza confessione, altri assassinati, come Balduccio, condottiere valente di fanteria toscana, che il gonfaloniere di giustizia fece pugnalare e buttar giù dal palazzo senza processi. Con tali colpi otteneasi docilità e svogliava dall’opposizione, e a chi l’avvertiva come la città per tanti banditi venisse in calo, rispondeva: — Meglio città guasta che perduta; del resto, non vi affannate, che con due canne di panno rasato posso fare un uom dabbene», cioè riparare con gente nuova.

Non si alterò il modo del governo e de’ magistrati di Firenze, ma tutto dipendeva da Cosmo. Vedendo omai in ciascuna città italica dominare una famiglia, pensò innalzar la sua in Firenze, non per armi, sibbene coll’offrire agli ingegni attrattive e distrazioni nuove nelle arti e nel sapere, avvivare il commercio, estendere la tela politica, aumentare la propria importanza col darne alla patria su tutt’Italia, e quiete a questa coll’equilibrarne gli Stati; a tal fine associò al suo denaro la spada di Francesco Sforza, le due potenze di quell’età, il banchiere e il condottiere. Potendo avere a disposizione tutti i capitani di ventura, mantenne in bilancia le potenze d’Italia: alla sua repubblica aggiunse Borgo Sansepolcro, Montedoglio, il Casentino e val di Bagno.

Senza dunque sovvertire la costituzione e le leggi, fondava a cheto la signoria delle ricchezze, le quali, mercè del commercio, aveano indotto immensa disparità fra i cittadini, e procacciando ammiratori e clienti, in pochi restringevano l’autorità, benchè durasse stato di popolo; anzi in cinque soli fece Cosmo (1452) ridurre il diritto d’eleggere la Signoria.

A fianco di lui figurava Neri Capponi, in consigli più sottile di Cosmo e, ciò che questi non era, valente in armi e creduto dai soldati; il quale, non cessando d’essergli amico, si tenne indipendente, e menò gli affari più scabrosi. Loro mercè fu riordinata la tranquillità in Firenze, ma insieme tolta la libertà, giacchè dal popolo, quante volte volessero, faceano decretare una balìa dispotica, e riformare le borse, e confinare chi li contrariava; mentre teneansi buoni gli amici col secondarne le passioni, collocarli negli uffizj e ai governi, chiuder gli occhi sulle arti onde s’ajutano i bassi, ligi ai potenti.

Alla morte di Neri (1455) parea dovesse ingrandire Cosmo, sciolto da quest’ultimo contrappeso; ma il contrario gli accadde per averne perduto l’appoggio. Gli avversarj pensano umiliarlo coll’abolire le balìe, e tornare alla sorte l’elezione del gonfaloniere e della Signoria; e il popolo va in gavazze, come di ricuperata libertà. Cosmo però non discende pur d’un grado dalla ottenuta grandezza, perchè temperatamente usata, e perchè gli uomini nuovi imborsati erano avvinti a lui per interesse e mercatura, o ligi per gratitudine e speranze; laddove non essendo più gl’impieghi concentrati in mano di pochi, gl’inimici suoi si sottigliavano; i quali, avvedutisi dello sbaglio, cercavano si ripristinasse la balìa. Cosmo, prima d’assentirvi, lasciò che gustassero i frutti della loro inesperienza; ma quando (1458) sortì gonfaloniere Luca Pitti, e’ lasciò tastassero la riforma. Il Pitti, animoso e temerario, teneva col terrore un governo pigliato colla forza: chiunque avesse bisogni o reclami, a lui ricorreva, alla sua casa tutti i malviventi; e coi regali ricevuti, che vorrebbonsi far ammontare a ventimila fiorini, e col dare sicurezza ai malfattori che vi lavorassero, fabbricò il palazzo a Rusciano, e un altro in città che maestoso grandeggiava sul poggio, mentre al piano i Medici conservavano la ricca e pur semplice magione in via Larga.

Ritirato in questa, Cosmo appariva più grande dacchè non ritraeva lustro che dal merito personale. Gliela abbellivano con dipinti frate Angelico, Pippo, Masaccio; Donatello il consigliò a radunarvi capi d’arte antichi; nelle corrispondenze sue non chiedeva solo merci e denaro, ma codici, e mandava a trascriverne; accoglieva letterati, massime quelli fuggiti di Costantinopoli; la biblioteca Laurenziana ebbe origine dai libri di esso; un’altra ne collocò nella badia da lui finita a piè del monte di Fiesole; una ne lasciò al convento di San Giorgio in Venezia, dov’era stato ricoverato; comprò quella ove Nicolò Niccoli avea radunato ottocento manoscritti, e la fece pubblica in San Marco de’ Domenicani, fondazione sua non meno che San Girolamo a Fiesole, San Francesco del Bosco in Mugello, e San Lorenzo in città, ove pure cappelle a Santa Croce, all’Annunziata, a San Miniato, negli Angeli, architettate dal Brunelleschi, da Michelozzo e da altri eccellenti. Pie istituzioni avea lasciato a Venezia, un ospedale a Gerusalemme, un acquedotto ad Assisi; onde non è meraviglia se fuori veniva considerato come un gran principe, in patria vivendo tuttavia da privato. Di sue ricchezze chi potrebbe levare il conto? I suoi poderi di Careggi e Caffagiuolo poteano servire di modelli; aveva in proprio o a fitto tutte le cave d’allume d’Italia, e per una sola in Romagna pagava centomila fiorini annui; per Alessandria mercatava coll’India, nè era città ove non tenesse banchi; prestò somme al re d’Inghilterra, ne anticipò al duca di Borgogna. In questo riposo le gelosie della libertà cadevano; i Fiorentini, come gli altri Italiani, si abituavano a vedere grandezza altrove che nella politica; e l’artista, il letterato, il grosso negoziante onoravansi d’andar esenti dalle cariche, quanto un tempo d’esservi assunti.

Ma di due figliuoli rimastigli, il prediletto Giovanni morì a quarantadue anni (1403); Pietro era rattratto di corpo e debole di spirito; fanciulli i due costui figli, onde Cosmo cadente faceasi portare pel vasto palazzo esclamando: — Troppo grande per sì piccola famiglia». Di settantacinque anni morì (1464 1 agosto) nella sua villa di Careggi, dopo stato trent’anni capo della repubblica e non tiranno. E diceva a’ figliuoli: — Vi lascio infinite ricchezze che la mia fortuna mi ha concedute, e vostra madre mi ajutò a conservare; mantenetevi la grazia di ogni buon cittadino e della moltitudine; e se non isviate dai costumi de’ maggiori, sempre il popolo vi sarà larghissimo donatore di dignità. Perchè ciò avvenga, siate misericordiosi ai poveri, graziosi e benigni agli abbienti, e solleciti ad ajutarli nelle avversità: non consigliate mai contro la volontà del popolo: non parlate a modo di dar parere, ma di amorevole ragionamento: del palazzo non fate bottega, anzi aspettate d’esservi chiamati: procurate di tener in pace il popolo e doviziosa la piazza: schivate d’andare ai tribunali, per non impacciar la giustizia. Vi lascio netti di macchie, eredi di gloria, e me ne parto lieto, e più lieto partirei se vi vedessi in sajo anzichè in seta. Fatevi segno al popolo il men che potete. Siavi raccomandata la Nanina madre vostra, e fate, dopo la mia morte, di non mutarle stanza e trattamento. Pregate Dio per me, e abbiatevi la mia benedizione»[110]. Fu compianto dagli amici pel bene ricevuto, dai nemici pei mali che prevedevano quand’egli cessasse di tenere in rispetto i potenti.

Di fatto Luca Pitti, d’ambizione e di talenti superiore, che già nella vecchiezza di Cosmo avea fatta rivalere l’oligarchia, tiranneggiò allora a baldanza, disponendo dell’erario e degli uffizj, mal contrastato da Pietro Medici. Le famiglie di Firenze erano state interessate a sostenere Cosmo, in grazia dei prestiti coi quali egli soccorreva ai loro bisogni, persin talora prevedendone la domanda: ma Pietro, volendo rimediare alle scosse date a’ suoi negozj dalle ingenti spese e da fallimenti, e accorgendosi che andavano sempre in peggio da che non v’attendeva in persona, ridomandò improvvisamente i capitali per investirli in terreni: Pensate quanti dissesti! i fallimenti susseguiti furono imputati a sua colpa, e tristo paragone faceasi colla liberalità paterna. Si tramò dunque di togliergli la riputazione e lo stato, e rintegrare la libertà; e pei maneggi del Pitti cassata la balìa, si rimisero alla sorte le elezioni, e fu salutato gonfaloniere Nicolò Soderini, a gran gioja del popolo. Lealissimo repubblicano ma debole, domandava d’essere condotto, invece di saper condurre; quando mise mano a riformare lo Stato per vie legali, si trovò attraversato dalla fazione dei Pitti, speranti nello scompiglio; ond’egli uscì di carica senz’essere a nulla approdato.

Moriva in quello stante (1466 8 marzo) il migliore amico de’ Medici, Francesco Sforza; e Galeazzo Maria, figlio di quello, mandò chiedendo fosse a lui continuato il soldo che retribuivasi a suo padre come a condottiero della Repubblica. Quelli del Poggio, cioè i Pitti, fissaronsi al no, e ordinarono cogli Acciajuoli, i Neroni, i Soderini, facendo sottoscrivere tutti coloro che volessero salvar lo Stato e ricuperare la libertà, e chiedendo ajuti a Buoso duca di Modena; e pensavano forse assassinare Pietro e i suoi figliuoli Lorenzo e Giuliano. Pietro, informatone a tempo, li prevenne colle armi e coi trattati, e rimasto superiore, mandò in bando gli avversarj, di che si rincalorirono le nimicizie. Luca Pitti, lasciatosi lusingare da Pietro colla speranza d’un parentado, gli diede la lista de’ congiurati, onde ne fu obbrobriato, e i suoi palazzi rimasti incompiuti attestarono l’altezza della sua ambizione e i danni della sua imprudenza.

Gli espulsi, sotto Angelo Acciajuoli attestatisi cogli esuli del 1434, e preso a capo Gian Francesco Strozzi, preparavano guerra aperta; e Venezia, non volendo favorirli alla scoperta, lasciò entrasse al loro soldo Bartolomeo Coleone suo capitano (1467), al quale s’accollarono molti signorotti di Romagna, i Pio, i Pico, gli Ordelaffi, Ercole d’Este, Astorre Manfredi di Faenza, Alessandro Sforza di Pesaro. I Fiorentini si opposero, collegati con Galeazzo Maria e col re di Napoli; e comandati dal prode Federico di Montefeltro signore d’Urbino, alunno di Francesco Sforza, affrontaronsi (25 luglio) alla Molinella nel territorio d’Imola, dove primamente il Coleone adoperò artiglierie volanti, e dove, mancato il giorno, a lume di fiaccole si continuò la mischia. La giornata fu sanguinosa oltre l’usato, ma non risolutiva; la Repubblica fiorentina ebbe a logorare fin un milione trecentomila fiorini d’oro; i fuorusciti, per diffalta di denaro, dovettero desistere e compromettersi in Paolo II, il quale non riuscendo ad accordarli, pubblicò articoli di pace, intimando scomunicato chi non gli accettasse; e dove la conclusione era di restituire ciascuno ne’ pristini possessi; il Coleone con centomila ducati d’oro l’anno sarebbe capo dell’esercito che dai signori tutti d’Italia volevasi mandare contro i Turchi. Nulla stipulò a favore degli sbanditi, dei quali anzi furono staggiti i beni; poi colla ragione o col pretesto di congiure e attentati furono respinte le famiglie de’ Capponi, Strozzi, Pitti, Alessandri, Soderini, ed alcuni mandati al supplizio[111]. Restarono dunque peggiorati dell’avere e della persona, mentre Pietro, gottoso e impotente di tutti i suoi membri, ignorava le sevizie de’ suoi, e predicava moderazione e civiltà; e veramente trattava di ripatriare i fuorusciti, quando morì (1469 2 xbre), soli cinque anni dopo il padre.

Tommaso Soderini seppe persuadere a conservar principi dello Stato i giovani figli di lui Lorenzo e Giuliano: i quali a cinque accoppiatori diedero diritto di nominare il consiglio de’ duecento; balìa non più a tempo per casi urgenti, ma permanente e che poteva ogni cosa, punire, esigliare, levar denaro. I Medici trovavansi dunque in mano lo Stato, e potevano convertire a comodo proprio le somme pubbliche, oltre quelle che per avventura riceveano da chi volesse conservarsi in grado o soprusare impunemente; e la tirannia palliavano con feste, colle largizioni, col proteggere artisti e letterati.

Lorenzo particolarmente è una delle fisonomie più simpatiche della nostra storia, e ci restano alcuni suoi ricordi giovanili, di cara semplicità: — Il secondo dì dopo la morte del padre mio, quantunque io Lorenzo fossi molto giovane, cioè di anni ventuno, vennono a noi a casa i principali della città e dello Stato a dolersi del caso, e confortarne che pigliassi la cura della città e dello Stato, come avevano fatto l’avolo e il padre mio; le quali cose, per essere contro alla mia età e di gran carico e pericolo, malvolentieri accettai, e solo per conservazione degli amici e sostanze nostre, perchè a Firenze si può mal vivere senza lo Stato, delle quali insino a qui siamo riusciti con onore e grazia, reputando tutto non da prudenza, ma per grazia di Dio e per i buoni portamenti de’ miei passati. Di settembre 1471 fui eletto ambasciatore a Roma per l’incoronazione di papa Sisto IV, dove fui molto onorato; e di quindi portai le due teste di marmo antiche dell’immagine d’Augusto e di Agrippa, le quali mi donò detto papa; e più portai la scodella nostra di calcidonio intagliata, con molti altri cammei e medaglie, che si comprarono allora fra le altre in calcidonio».

Morta una Simonetta gentildonna, fior di bellezza e di virtù, era universalmente compianta; e quando col viso scoperto era portata a sepellire, tutta Firenze fu in cordoglio. Lorenzo giovinetto deplorò in versi quella morte, e per ispirarli di maggior verità, cercò persuadersi d’essere invaghito dell’estinta; dal che passò a voler ricercare se altra donna raggiungesse quel modello. E parvegli tale una che egli celò, ma i biografi rivelarono essere Lucrezia Donati, ch’e’ vide in una solennità, così bella che esclamò: — Deh fosse pari alla Simonetta anche in virtù!» E chiestone, poi conosciutala, la trovò migliore ancora della speranza, e d’ingegno meraviglioso senza la presunzione che fa ridicole le saccenti. Questo amore lo fece schivo dei diletti vulgari e delle affollate radunanze, dilettandosi piuttosto nella solitudine, dove tutto rammemoravagli colei, da cui invece lo distraevano i pensieri del mondo[112].

Quest’è il mostro della tragedia d’Alfieri, in cui è verseggiato un nuovo tentativo che i nemici dei Medici fecero per abbattere i due giovinetti.