CAPITOLO CXXII. Scienziati. I libri. La stampa.
Carlo IV mandò al Petrarca un diploma, ove Giulio Cesare e Nerone assolvevano l’Austria dalla dipendenza imperiale; ed esso il dichiarò impostura. Scoperta di minimo merito, se allora non fosse stato straordinario il dubitare di cosa scritta; e al Petrarca va lode d’avere usato la critica, quantunque spesso in fallo, sovra di opere attribuite ad autori falsi, o di cui scambiavansi il tempo e il nome. Egli avea fatto una raccolta di medaglie, e si lagna che i Romani ignorino le cose proprie, e per vile guadagno distruggano i preziosi avanzi campati dai Barbari; e dell’averli restaurati encomia Cola Rienzi, il quale dallo studio di questi aveva attinto l’ammirazione pel buono stato antico[155]. Anche Guglielmo Pastrengo, grand’amico del Petrarca, ustolava ad anticaglie ed iscrizioni; e il suo Lessico storico, biblioteca generale degli scrittori sacri e profani, per quanto imperfettissimo, attesta molta lettura. Nicolò Niccoli possedeva una serie di medaglie, di cui si valse per accertare l’ortografia di alcune voci.
Che le iscrizioni potessero venire in appoggio alla storia, l’aveano già scorto gli antichi. Il Pizzicolli, detto Ciriaco Anconitano, per incarico di papa Nicola V andò a farne una raccolta per Italia, Grecia, Ungheria, e pei paesi di Levante ancora intatti dai Turchi; nè noi col Poggio e col Decembrio teniamo ch’e’ fosse impostore, bensì che spessissimo s’ingannasse nel giudicare il tempo, l’origine, la destinazione de’ monumenti. Anche l’architetto frà Giocondo da Verona ne raccolse di molte; a Reggio serbasi manoscritta la raccolta di Michele Ferravino con disegni; una ne fece Nicolò Perotto, vescovo di Manfredonia; altri altre di particolari provincie. Girolamo Bologni pel primo v’aggiunse spiegazioni e commenti, talchè la storia presentavasi appoggiata all’erudizione. Con testimonj di questa Bernardo Rucellaj, splendido amico dei letterati, trattò della città di Roma; e Biondo Flavio (-1463), segretario di Eugenio IV, ne illustrò gli edifizj, il governo, le leggi, le cerimonie, la disciplina militare (Romæ instauratæ libri III — Romæ triumphantis libri IX); poi nell’Italia illustrata descrisse le quattordici regioni della penisola: ma era possibile non incappasse in molti errori? Nega che esistesse un vulgare parlato, contemporaneo allo scritto dei classici. Preparava anche una storia d’Italia dalla caduta dell’Impero fino a’ suoi giorni.
De’ magistrati romani discorse Domenico Fiocchi (1497) fiorentino Pomponio Leto calabrese, bastardo dei Sanseverino, cercò monumenti fin in riva al Tanai, e pensava vedere le Indie; ma nel distolse la compagnia de’ valentuomini, dei quali era capo nell’accademia romana. Dilapidata la sua casa in una sollevazione ai tempi di Sisto IV, «lui in giuppetto coi borzacchini e con la canna in mano se n’andò a lamentare co’ superiori» (Infessura), e gli amici a gara il rifornirono d’ogni occorrente. Sino alle lacrime il commoveano i monumenti, e per ammirazione all’antichità pareangli selvaggi i costumi e le credenze presenti, a tal segno che fu creduto empio. Di rimpatto Bonino Mombrizio milanese in due eleganti volumi raccolse vite di santi, tolte da biblioteche e archivj, copiando fin gli errori, e non discernendo le apocrife.
Annio da Viterbo domenicano, per gran virtù e franchezza (1502) fu elevato maestro del sacro palazzo, e odiato da Cesare Borgia che forse il fece avvelenare. Nei trattati Dell’impero de’ Turchi e De’ futuri trionfi de’ Cristiani deduceva dall’Apocalissi speranze per la prossima caduta del nemico della cristianità. Era il tempo che comparivano ad ogni ora nuovi documenti dell’antichità, onde furono accolti con entusiasmo i suoi Antiquitatum variarum volumina XVII. Erano autori antichissimi, atti a chiarire l’origine de’ popoli, quali Beroso caldeo, Fabio Pittore, Mirsilo da Lesbo, Sempronio, Archiloco, Catone, Metastene, Marceto, altri ed altri. Ne tripudiarono gli eruditi, levando a cielo il fortunato Annio; a gara ingemmarono le loro scritture coi bei trovati di esso; e tutte le storie uscite in quel torno ne furono infette. Perocchè que’ frammenti non erano che una finzione, e poco tardarono ad olezzare di falso. Ma era egli ingannatore o ingannato? ancora se ne disputa, nè manca chi li crede di fondo vero, comunque alterato; e il moderato quanto erudito Zeno, esaminando la questione riprodottasi fra il domenicano Mazza che pubblicò l’Apologia di Annio, e il Macedo che la sostenne contro il veronese Sparavieri, trova eccesso da un canto e dall’altro, giudicandolo illuso da quelli che allora speculavano sopra la smania delle scoperte antiche.
Intanto non è a dire quanta confusione ne venisse a tutti gli storici nostri, massimamente municipali, che con intrepidezza risalivano a Noè o almeno alla guerra di Troja, e cercavano tra Fenici e Caldei quel che avevano in casa: i Milanesi seppero che Anglo figlio di Ettore fondò Angleria, e fu stipite de’ Visconti, i quali perciò s’intitolavano conti d’Angéra; i Comaschi ebbero in pronto un Comer figlio di Giafet fondatore della loro città; Cremona un Cremone trojano (vedi Cap. II); Gian Grisostomo Zanchi deduceva il nome così tedesco di Bergamo dalle voci ebraiche Beradin gom mon, cioè inundatorum clypeata civitas, che interpreta Dei Galli regia città. Nè va di miglior passo il Platina nella storia di Mantova; ma in quella dei papi ripudia, congettura, e se non sempre imbrocca, già era assai questo dubitare di asserzioni d’antichi. Abbiamo detto a quali ardimenti si spingesse la critica col Valla (pag. 314).
Conosciuti i modelli classici, migliorato il gusto, si volle che la storia fosse anche bella; e tale fu scritta spesso in latino, talvolta in vulgare. Dei vulgari già parlammo (tom. VII, pag. 332): fra i latini è dei migliori Andrea Silvio Piccolomini, che in quella d’Austria raccontò i fatti della Boemia e di Federico III, nella Cosmografia descrisse l’Europa e l’Asia Minore, ed espose gli avvenimenti dell’Italia dall’anno di sua nascita fino all’ultimo del suo pontificato con vigorosa dicitura e studio dei caratteri e dei costumi. Stamparonsi centoventi anni dopo, sotto il nome di Giovanni Gobellino suo segretario, continuati fino al 1469 da Jacopo degli Ammanati fiorentino, cui esso papa diede il cognome della propria famiglia e il vescovado di Pavia e il cappel rosso.
Antonio Bonfini d’Ascoli, vissuto in Ungheria alla corte di Mattia Corvino e di Vladislao II fino al 1502, lasciò tre decadi della storia di quel paese al modo di Tito Livio, cioè elegante e falsa, pure preziosa dove ogn’altra ne manca. Filippo Bonaccorsi o Callimaco Esperiente toscano, fuggito da Roma al disperdersi dell’accademia, dopo lungo errare fu in Polonia accolto da re Casimiro, che collo storico Giovanni Dlugos l’adoprò per educatore di suo figlio, segretario proprio, e spesso ambasciadore. Scrisse i fasti di re Ladislao V e la battaglia di Varna ove questi era perito; e un opuscolo sulle mosse de’ Veneziani per eccitare Tartari e Persi contro i Turchi.
Aurelio Brandolini, detto Lippo perchè cieco, poeta latino di Firenze, in Ungheria caro a Mattia Corvino, morì a Parma il 1497, lasciando moltissime opere.
Da Tommaso da Pizzano, astrologo bolognese a’ servigi di Carlo V di Francia, nacque Cristina, che bella ed educata alla corte e alle lettere, vide applaudite le prime sue poesie; poi per provvedere alla sua povera vedovanza scrisse d’arte militare, la Mutazione di fortuna, e la vita o piuttosto panegirico di quel re. A fatica oggi può leggersi quel che allora tanto ammirossi: pure associa vivacità poetica con fina ragionevolezza, delicato sentimento con forza.
Le scienze dunque erano uscite affatto dal santuario, e secolarizzate; se la teologia rimaneva sempre la prima, non era più l’unica; e sebbene in essa, fra tanti dissensi ecclesiastici, si moltiplicassero dissertazioni e commenti, nessuno s’accostò alla potenza di Tommaso d’Aquino e di Bonaventura. Quanti ragionamenti e sofisterie nella quistione de’ Minoriti! In più serie e vitali quistioni ai concilj di Basilea, di Costanza, di Firenze figurarono e nostrali e stranieri, e principali Enea Silvio e il cancelliere Gerson.
A quest’ultimo i Francesi, a Tommaso da Kempis i Tedeschi, i nostri a Giovanni Gersen abate di Vercelli[156], attribuiscono l’Imitazione di Cristo, il libro più famoso del medioevo, e il più letto dopo la Bibbia, e che si disse sarebbe il primo del mondo se questa non esistesse: riprodotto in almeno mille ottocento edizioni, tradotto in ogni lingua, senza che alcuna raggiunga la concisa energia di quel latino, comunque scorretto, e simile alle figure di santi che allora posavansi sui sepolcri, non mosse, eppur belle, e sopratutto soavi. Non prende esso per intermediarj i profeti, i dottori, la Chiesa, ma è un colloquio dell’anima col suo Creatore. Quest’intimità ne forma l’attrattiva; e poichè non v’ha dispute, non sistemi e speculazione, non decisioni particolari, ma impeti dell’anima, nulla d’intrinseco ajuta a riconoscerne l’autore. Tale incertezza non mal gli si addice, scomparendo affatto la personalità perchè rimangano soli il cuore e il sentimento. In tempo di tanto litigare, ivi nessun alito di polemica; al più qualche gemito sull’infelicità de’ tempi, e il consiglio di ripararsene col formarsi una solitudine profonda, dove ascoltare Iddio che parla. E sull’anime invelenite dall’amor della contesa come dovea piovere ristorante quella parola: — Nella croce è salute, è vita, è schermo dai nemici, è infondimento di superna dolcezza; nella croce è vigore alla mente, gaudio allo spirito. Nella croce sta tutto, tutto è riposto nel morire; nè alla vita e all’interna pace v’è altra via che della croce e della cotidiana mortificazione. Cammina per dove vuoi, cerca checchè tu vuoi; non troverai più alta strada di sopra, nè più sicura di sotto, che quella della croce. Disponi le cose come ti pare e piace, non però troverai altro che da patir qualche cosa. La croce è sempre apparecchiata, e in ogni luogo ti aspetta: non la puoi cansare dovunque tu corra. Se la porti di buon grado, ella porterà te, e ti scorgerà al termine desiderato, dove sia fine al patire: se forzatamente la porti, ti fai un peso, e viepiù gravi te stesso, e nondimeno ti sarà forza portarla. Se una croce tu getti via, un’altra ne troverai, forse più grave. Non è secondo l’uomo portar la croce ed amarla, castigare il suo corpo e costringerlo in servitù, fuggire gli onori, sostenere di buon grado gli scherni, disprezzare se medesimo e bramare d’essere disprezzato, patire qualsivoglia danno, e nessuna prosperità desiderare. Ma se ti fidi nel Signore, dal cielo ti verrà fortezza, e alla tua signoria saranno soggettati il mondo e la carne»[157]. E l’imitar Cristo è una iniziazione progressiva, per mezzo dell’astinenza, poi dell’ascetismo, della comunicazione, infine dell’unione. Questi successivi passaggi espose l’innominato al popolo, colla lingua del chiostro; e divenne libro popolare quel ch’era ascetico lavoro di monaco.
Nelle scuole aveano per tutto il medioevo contrastato i Realisti, che propendendo all’unità di sostanza, giudicavano mere astrazioni i nomi di genere, specie, individui; contro i Nominalisti, che proclamavano la pluralità della sostanza, ripristinando l’individuazione, il genere, la specie, all’universale non attribuendo altro valore che d’un segno. Dappoi la battaglia erasi ingaggiata e continuava sotto le antiche bandiere d’Aristotele e Platone, del ragionamento e dell’entusiasmo, del sillogismo e dell’ispirazione. Dal 1313 al 16 un frà Paolino minorita diresse a Marin Badoaro duca di Candia un trattato italiano col titolo De recto regimine, dove analizza con semplicità e chiarezza i doveri d’un magistrato; tiene pel governo d’un solo, ma che si circondi di una consulta di savj. Parteggia invece per la repubblica, almeno nei piccoli Stati, Egidio da Roma, educatore di Filippo il Bello e arcivescovo di Bourges; di cui i due primi libri De regimine principum sono una direzione di coscienza pei re, il terzo un trattato di diritto politico, esaminando le varie forme di governo e le leggi civili che vi si riferiscono: nemicissimo della servitù personale, non riconosce regno se non si conformi agli eterni canoni della giustizia.
Accursio rimase tipo de’ glossatori, talchè sopra di lui si concentrarono i biasimi e le lodi. Ma la sua grande compilazione avea posto termine alle spiegazioni orali de’ professori, fin allora usitate; le interpretazioni furono ristrette; i glossatori divennero autorità unica, fino a dirsi che una glossa val più di cento testi. In conseguenza la scienza decadde, e sottentrarono i giuristi scolastici, che alla giurisprudenza applicarono i metodi dialettici; nel che vedemmo illustri Baldo e Bártolo, il quale colla gran pratica del fôro suppliva alla mancanza di storia e di filologia. Tutti i loro seguaci sono prolissi e barbari; onde dagli umanisti erano tenuti per dappoco, perchè conservavano ancora lo stile ispido, l’argomentare scolastico, le affollate citazioni al par de’ teologi: pure alcuni cominciarono a disselvatichire quegli studj, meditar Giustiniano con filologia e storia, e Andrea Alciato fu de’ primi, poi i francesi Budeo e Mulineo, e superiore a tutti il Cujaccio.
Molti ottennero celebrità per consulti legali e per opere o per magistrature sostenute; ma col rinnovarsi della scienza i loro libri non serbarono alcuna importanza, neppur d’erudizione. Chi non lodava allora Paris de Puteo, alessandrino o napoletano, Giovan Antonio Carafa, principe de’ giureconsulti, Matteo degli Afflitti, il più dotto leggista di quanti furono prima o poi, i cui Commenti sopra i feudi non hanno pari, e che raccogliendo le decisioni della curia napoletana, diede origine alla nuova genìa dei Decisionanti? Giovanni d’Andrea bolognese o fiorentino fu in voce del maggior canonista; e le sue figlie Novella e Bettina dettarono anch’esse. Paolo da Liazari, costui scolaro, allevò Giovanni da Legnano, così celebre che alla sua morte si chiusero le botteghe. Andrea d’Isernia fu nominato l’evangelista del diritto feudale, e re Roberto il menò seco onde perorare alla corte d’Avignone i diritti che vantava al trono di Napoli[158]. Gran lume al diritto civile recò pure Francesco Accolti d’Arezzo. Guadagnò moltissimo di sua professione, e sperava anche il cappello cardinalizio, ma Sisto IV gliel ricusò dicendo temeva di sottrarre alle scienze un troppo illustre cultore. Volendo dimostrare ai suoi scolari in Ferrara quanto importi conservare il buon nome, rubò della carne da un macello: subito ne vennero imputati gli studenti, e due in cattiva reputazione furono arrestati e correvano pericolo, quando l’Accolti andò ad accusare se stesso: non si volle credergli, finchè non addusse i testimonj e il motivo.
I canali, le macchine da guerra, i molini ad acqua e a vento, una filatura in Bologna nel 1341 mossa per forza d’acqua ed equivalente all’opera di quattromila filatrici, e i grandi lavori architettonici e idraulici attestano coltivate la geometria e la meccanica. Nel 1455 Gaspare Nadi e Aristotele di Feravante trasportarono la torre della Magione di Bologna colle sue fondamenta, alte ottanta piedi, colla spesa di sole cencinquanta lire; e raddrizzarono il campanile di Cento, che strapiombava più di cinque piedi[159].
Per servizio ora della magia, ora del commercio, le matematiche venivano coltivate dai nostri. Paolo Dagomari, detto Dall’Abaco, pel primo usò la virgola a distinguere in gruppi di tre cifre i numeri troppo lunghi, e introdusse i taccuini. Molti trattati d’algebra o, come dicevano, almacabala, si trovano nelle biblioteche; e il primo messo a stampa fu l’italiano di Luca Pacioli da Borgo Sansepolcro francescano, professore a Milano, che servì di base a tutti i matematici del secolo seguente. «In quest’arte maggiore, detta dal vulgo regola della cosa», arriva all’equazione di secondo grado, non più in là del Fibonacci; se non che la sua osservazione che le regole relative alle radici sorde possono riferirsi alle grandezze incommensurabili pressente l’applicazione dell’algebra alla geometria. Aveva visitato le città commerciali d’Italia, e porge le diverse pratiche dei negozianti, esempj numerosissimi di conti, cambj, arbitramenti, società, e principalmente la tenuta de’ libri in scrittura doppia all’italiana, che tanto tardò ad essere adottata[160].
Giorgio Valla piacentino (-1500) scrisse una specie di enciclopedia de expetendis et fugiendis rebus, desumendola da Greci e Latini, a preferenza degli Arabi, e nel III cap. dà un trattato delle sezioni coniche, forse primo dopo il risorgimento. Non abbiamo però matematici nostri che equivalgano ai tedeschi Purbach e Regiomontano. Questo pel primo costruì un almanacco colla posizione degli astri, gli eclissi, e calcoli della situazione del sole e della luna per trent’anni; chiamato a Roma per l’emendazione del calendario, vi morì in fresca età.
Gli astronomi erano tutti ubbie astrologiche, e ne formicola il famoso Libro del perchè del Manfredi: pure la scienza avanzò. Nelle tavole di Giovanni Bianchini bolognese sono combinati tutti i moti dei pianeti. Domenico Maria Novaro ferrarese determinò la posizione delle stelle indicate nell’Almagesto, sospettò si fosse cambiato l’asse di rotazione della terra, ed ebbe scolaro Copernico, cui suggerì il concetto del sistema pitagorico. Paolo Toscanelli da Firenze confortò le speranze di Cristoforo Colombo sulla possibilità di giungere alle Indie dalla parte d’Occidente.
Le scienze naturali proseguivano in caccia di testi più che di fatti, e solo nel secolo seguente appoggiaronsi alla sperienza e alle matematiche, surrogando la realtà alle chimere, l’evidenza alle ipotesi e all’autorità. Nè in medicina si paragonava lo stato sano col morboso; e il libro del Ficino Della vita umana è tutto formole per conservare la salute e prolungare la vita con astrologiche osservanze; dalle stelle deduce le malattie e l’efficacia dei rimedj; insegna ai vecchi a ringiovanire bevendo sangue di giovani: delirj, comuni ad Arnaldo Bacone, ad Arnaldo di Villanova ed ai migliori, ma combattuti da Pico e dal Guainero pavese. Dino del Garbo, gloria dell’età sua, aggiunse altre sottigliezze alle arabiche. Marsilio da Santa Sofia, Gentile da Fuligno, Pietro da Tossignana, Guglielmo da Varignana, Cristoforo Barziza, Giovanni da Concorezzo ed altri esercitarono con lode e scrissero di medicina. Michele Savonarola padovano, buon osservatore, francamente si emancipa da Averroe; eppure crede che Niccolò Piccinino generasse di cento anni, che dopo la peste del 1348 invece di trentadue denti se n’avessero ventidue o ventiquattro, e che col feto possa uscire talvolta un animale.
I medici non rifuggivano dalla chirurgia, mentre questa fuor d’Italia era abbandonata a barbieri ignoranti. Il salasso tenevasi operazione d’importanza; contendevasi seriamente sul dove e quando praticarlo; allorchè ne facesse bisogno, nelle case principesche adunavansi parenti e amici, e se riescisse bene, ringraziavasi il Signore festeggiando. Vincenzo Vianeo di Maida, Branca e Bojani di Tropea introdussero l’innesto animale, rifacendo nasi. Il Governo veneto, come in molti provvedimenti, così prevenne gli altri coll’ordinare, ai 7 maggio 1308, che ogni anno si sezionasse qualche cadavere. Nel 1315 Mondini de’ Luzzi, professore a Bologna, ne dissecò pubblicamente, e diede una descrizione del corpo umano fatta sul vero, e tavole anatomiche: e sebbene non sappia francarsi dalla venerazione agli antichi, e alle asserzioni di Galeno sagrifichi perfino l’evidenza, pure rimosse molte asserzioni fantastiche, disse ciò che propriamente avea veduto, e spiegò semplice e preciso; onde il suo libro per tre secoli rimase testo; aggiungendovi le scoperte che man mano si facevano. Dopo lui s’introdusse d’aprire ogni anno uno o due cadaveri nelle università: Bartolomeo da Montagnana, professore a Padova, si vanta d’aver fatto quattordici autopsie[161].
I farmacisti per lo più erano anche droghieri, laonde speziale significò farmacista e confetturiere; e le città, nell’accordare le licenze, v’aggiungevano l’obbligo di mandare alcuni dolci alla camera del Comune. Saladino d’Ascoli diede un Compendium aromatariorum per norma dei farmacisti, dai quali pretende tante qualità, che pur beato se la metà ne possedessero. Santo-Arduino fece altrettanto per Venezia, Ciriaco degli Agosti di Tortona per l’Italia occidentale, Paolo Suardo pel Milanese. Ermolao Barbaro e Nicolò Leoniceno, commentando Plinio, giovarono assai alla botanica officinale. Nel 1415 Benedetto Rinio medico e filosofo veneto, con lunga diligenza e peregrinazioni faceva il Liber de simplicibus in quattrocentrentadue faccie benissimo dipinte da Andrea Amadio, e coi nomi latini, greci, arabi, slavi, tedeschi. È la maggior raccolta che ancor si fosse fatta di piante e fiori, col tempo opportuno a raccoglierli e l’applicazione medicinale; e sta nella Marciana, coll’Erbario o storia generale delle piante, lavorato nel secolo seguente da Pier Antonio Michiel.
Papa Benedetto XIII riprovò la magia come ereticale; e poichè moltiplicavansi le guarigioni presunte miracolose alle tombe di san Rocco, di santa Caterina da Siena, di sant’Andrea Corsini ed altri, la Chiesa provvide non avesse a gridarsi al miracolo se non quando il morbo fosse incurabile, e istantaneo il risanamento. La ricorrenza delle pesti[162] crebbe la devozione per san Sebastiano, pel santo Giobbe, per san Rocco principalmente, che di quell’età appunto dal patrio Montpellier era pellegrinato in Italia onde assistere a’ contagiosi. Spesso ancora sulle facciate delle chiese e su tabernacoli lungo le vie si dipingevano gigantesche figure di san Cristoforo, la cui vista diceasi preservare dai cattivi incontri e dalle morti improvvise, le quali sembra divenissero allora più frequenti; onde spesseggiarono pure le invocazioni a sant’Andrea Avellino ed altre devozioni preservative.
A richiamare dalla erudizione all’osservazione, dai testi ai fatti, valsero alcune malattie nuove, come la morte nera; la tosse ferina, comparsa nel 1414 sotto forma epidemica; la tarantola, epidemia psichica che s’attribuiva al morso d’un ragno, e portava a ballare e far attucci stravaganti. La lebbra vuolsi venuta in Italia co’ soldati di Pompeo reduci dall’Egitto, ma presto si spense. Ricomparve al tempo de’ Longobardi, poi di nuovo alle crociate: e forse non era cessata mai del tutto, poichè ne cade menzione in miracolose guarigioni, e negli ospedali istituiti; certamente Costantino, medico della scuola salernitana, la decriveva precisa nel 1087, cioè avanti le crociate che la diffusero. Al tempo che discorriamo pare scomparsa, giacchè il Cardano non la conosceva, il Fracastoro la dice morbo raro[163], e gli spedali de’ Lazzari diminuivano, per far luogo a quelli destinati a un altro morbo, conseguenza e castigo della dissolutezza, che diffuso poi al tempo della calata di Carlo VIII, fra noi ebbe il nome di francese, di campano tra i Francesi. Dopo molto ragionarne resta dubbio se venisse dall’America o fosse già conosciuto.
In complesso questa è un’età di reminiscenza, più che di fantasia e di ragione; si fa tesoro delle cognizioni prische, anzichè conquistarne di nuove; nè si mettono al vaglio dell’esperienza. Mancando la stampa, i giornali, la posta, noi ci figuriamo che le opere di letteratura o di scienza dovessero rimanere in angusto circolo, nè conoscersi lontano le scoperte d’un paese. Però nelle università concorreva gente da regioni remotissime, vi si comunicavano le cognizioni, i professori vi portavano le opere proprie, i giovani voleano tornare in patria arricchiti di qualche manoscritto, sicchè diffondeansi più prontamente che non si possa credere. Gli autori stessi più volte, dopo pubblicato un lavoro, lo correggevano, e ne facevano una seconda edizione, come si pratica dopo la stampa: così Leonardo Fibonacci nel 1202 pubblicò il suo Abacus, primo trattato d’algebra fra’ Cristiani; poi nel 28 ne diede una nuova edizione con aggiunte.
Però i libri erano più venerati perchè rari; la quale venerazione faceva che una notizia si tenesse per vera sol perchè scritta, si ripetesse dai successivi perchè detta dai precedenti; che se la sperienza la contraddicesse, non si smentiva l’autore, ma cercavasi conciliarla, come si fa colla Bibbia, a costo di storpiare la verità. Spesso s’ignoravano le scoperte e le lucubrazioni anteriori; e mentre oggi non si perdona d’accingersi a un lavoro senza conoscere tutti i precedenti, allora si trovano o accettati errori o ignorate verità, su cui già da un pezzo altri aveva esercitato il giudizio.
Ad accelerare ed assicurare i progressi dello spirito umano valse un’invenzione suprema di questo tempo, la stampa.
Gli antichi scrivevano sopra cuojo o foglie di palma, o sul libro, cioè sulla seconda corteccia delle piante: dipoi si preparò carta o colle fibre del papiro, canna propria dell’Egitto, ovvero con pelle di pecora, la quale chiamossi pergamena perchè a Pergamo inventata o perfezionata. Tracciavano i caratteri con bocciuoli di canna, aguzzati e intinti nell’inchiostro: le scritture di maggior conto incidevansi su pietra, legno, metalli: per gli usi giornalieri sovra tavolette cerate notavasi con uno stilo acuto, e si cancellava colla sua estremità ottusa. Que’ papiri e quelle pergamene coprivansi da un lato solo, appiccicando un foglio a piè dell’altro sinchè fosse compiuto un libro, poi rololavansi (volume), e si fissavano con un bottone. Giulio Cesare fu il primo che scrivesse sulle due faccie della pergamena le lettere al senato, e divulgò l’uso di piegarla al modo de’ nostri libri. Lisciare i fogli coll’avorio, profumarli coll’olio di cedro, miniare e dorare le iniziali, le costole, il taglio, gli attaccagnoli, era servigio degli schiavi libraj e grammatici, de’ quali ogni ricco teneva uno o più: altri il facevano liberamente per venderli.
Tutto ciò operavasi a mano; e poichè alle mende inevitabili s’univano quelle varietà capricciose e quasi istintive che ognuno insinua trascrivendo, differenti e scorrettissimi riuscivano i codici: chi volesse qualche testo emendato, l’esemplava di proprio pugno, come fecero pochi diligentissimi grammatici, o qualche dottore della Chiesa, rendendo famose certe edizioni d’Omero e della Bibbia.
Col cristianesimo l’arte dello scrivere passò dagli schiavi ai monaci, per la necessità di diffondere dottrine, polemiche, orazioni; san Benedetto pose obbligo a’ suoi il copiarne; monache vi si esercitavano pure. Quanto dell’antichità possediamo, ci arrivò quasi solo per man di essi; onde è ingratitudine e illiberalità il querelarli se, meglio degli autori classici, si piacquero trascrivere i santi Padri ed opere di teologia. Intanto è vero che degli autori lodatici dagli antichi per sommi, nessuno forse ci manca, e di questi possediamo il meglio; com’è vero che, già prima della caduta dell’Impero occidentale, rarissimi erano fatti alcuni, a cagion d’esempio Aristotele, di cui a’ migliori giorni di Roma non era avanzato che un solo esemplare; talchè gran merito reputavasi il farne estratti o compendj, come usarono Floro, Giustino, Plinio, Costantino ed altri. L’agevolezza procacciata da questi compilatori recava a prendere minor cura delle opere originali dopo che se n’era stillato il buono e il meglio, laonde lasciaronsi andar perdute.
Il guasto degli autori classici cominciò dunque assai prima de’ Barbari; le guerre e gl’incendj di questi ne mandarono a male altri assai; zelo de’ buoni costumi, che lascio ad altri il condannare, fece da ecclesiastici distruggere alcuni scandalosi ed immorali. Era difficile il trarre d’Egitto il papiro; poi divenne impossibile dacchè gli Arabi l’ebbero occupato. La pergamena, già costosa, crebbe allora smodatamente di prezzo; onde si ricorse ad uno spediente già noto agli antichi: ciò fu di raschiare le scritture antecedenti, onde sovrapporvene di nuove[164]. Buon frate, per te aveano suprema importanza un antifonario, una raccolta di preghiere, un trattato della confessione; e quando per essi coprivi o la Repubblica di Cicerone o il codice Teodosiano, vi avevi tanto diritto quanto oggi n’abbiamo noi d’usare l’opposto.
Gli antichi valeansi di lettere majuscole e senza interpunzione; più tardi per espeditezza si raccorciarono, in modo da venirne il carattere minuscolo. Per la ragione medesima s’introdussero certe abbreviature o note, le quali furono portate fino a cinquemila, e col loro mezzo poteano i notari tener dietro a qualunque discorso per accelerato[165]. Raccoglievano questi dapprima le decisioni del senato e delle pubbliche adunanze, o le ultime volontà; onde passò il titolo di notaro a indicare chi è rogato a mettere in iscritto un atto spettante a fede pubblica. I veri caratteri tachigrafi caddero in dimenticanza tale nei secoli venturi, che un salterio trovato a Strasburgo dal Tritemio era registrato nel catalogo come di lingua armena.
Le iscrizioni già al tempo dell’Impero aveano preso caratteri d’inelegante magrezza, com’è a vedere su pei muri di Pompei e d’altrove, e peggio nelle catacombe cristiane e ne’ tempi oscuri; pure continuarono le lettere tonde. Ma nel XII secolo, mentre s’introduceva il gusto gotico nell’architettura, anche i caratteri si fecero angolosi, poi s’ingombrarono di ghirigori; usanza durata fin nel secolo XV, quando ripigliò la buona calligrafia con gran varietà di caratteri[166]. Jacopo fiorentino, frate camaldolese, dopo il 1300 è ricordato come il migliore scrittore di lettere romane che fosse prima o poi, sicchè la sua mano fu conservata in un tabernacolo. Angelo Pezzana negli Scrittori parmensi noverò sedici calligrafi valenti, ai quali poi ne aggiunse altri otto nella Storia di Parma, tutti del secolo XV o circa.
Vi si associò il lusso delle pitture, quasi ogni pagina portando profili, cornici, figure, stemmi, lettere bizzarre (Cap. XCIX), talchè un libro divenne il complesso di tutte le arti belle; poesia e retorica nel comporlo, calligrafia nel trascriverlo, miniatura nell’ornarlo in oro, carmino, oltremare, pellicceria nel prepararne la coperta, cesellatura nell’abbellirlo di borchie, oreficeria ad incastonarvi gemme, doratura a lisciarne i margini.
Qual meraviglia se i libri salirono a prezzi ingenti? Da’ cataloghi che i libraj esponevano, e dalle tasse determinate dalle università siamo informati d’alcuni di questi; ma non vuolsi dimenticare che spesso li rincarivano le miniature. Nel 1279 a Bologna si diedero ottanta lire (L. 435) per copiare una Bibbia; ventidue per l’Inforziato[167]. Melchiorre, librajo di Milano, chiedeva dieci ducati d’oro per una copia delle epistole famigliari di Cicerone. Alfonso d’Aragona scrisse da Firenze al Panormita, che il Poggio aveva a vendere un Tito Livio per cenventi scudi d’oro; il Panormita alienò una masseria per acquistarlo; e il Poggio ne comperò una col prezzo ritrattone. Borso d’Este nel 1464 pagava otto ducati d’oro a Gherardo Ghislieri di Bologna per avere alluminato un libro intitolato Lancellotto; nel 69, quaranta ducati per un Giuseppe Ebreo e un Quinto Curzio; la famosa sua Bibbia, due grandi volumi in pergamena, dove ogni pagina porta miniature diverse, per opera di Franco de’ Rossi e Taddeo Crivelli, gli costò milletrecento settantacinque zecchini[168]. Piccola cosa doveano dunque essere le biblioteche d’allora, e re e papi erano scarsi di libri quant’oggi un cherichetto[169].
Nondimeno certuni aveano potuto raccorne di molti, in Italia specialmente, e di qui li cercavano gli studiosi, massime da Roma e da’ conventi rinomati della Novalesa, della Cava, di Montecassino. La biblioteca del cardinale Giordano Orsini nel 1438, composta di ducencinquantaquattro codici, stimavasi duemila cinquecento ducati d’oro[170]. Tommaso da Sarzana ne comperava a credenza, ed accattava per pagare copisti e miniatori. Il Petrarca lagnavasi che in tutto Avignone non si trovasse un Plinio; ma una scelta biblioteca erasi egli formata, che poi cedette per tenue compenso alla Repubblica veneta: fra quei libri sono un Omero, donatogli da Sigeros ambasciatore dell’Impero d’Oriente; un Sofocle, avuto da Leonzio Pilato, colla traduzione dell’Iliade e dell’Odissea fatta da questo, ed esemplata dal Boccaccio; un Quintiliano; tutte le opere di Cicerone, ricopiate dal Petrarca stesso: forse è di suo pugno il Virgilio che si conserva alla biblioteca Ambrosiana. Alla Marciana di Venezia servirono di fondo i libri che il cardinale Bessarione avea compri per trentamila zecchini, e che lasciò a quella «città retta dalla giustizia, dove le leggi regnano, la saviezza e la probità governano, abitano la virtù, la gravità, la buona fede». Cosmo de’ Medici, esulando colà, donò la sua al convento di San Giorgio; poi in Firenze colla libreria privata diede origine alla Laurenziana. Nicolò Niccoli gareggiava, secondo sua fortuna, con esso nell’adunar libri, e ottocento volumi possedeva fra greci, latini e orientali, esemplandoli egli stesso, riordinando e correggendo testi malmenati dagli amanuensi, onde il chiamarono padre dell’arte critica: lasciò quei libri ad uso pubblico, e furono messi ne’ Domenicani di San Marco con una disposizione che servì di modello alle future. Coluccio Salutato, lagnandosi del guasto de’ codici, proponeva biblioteche pubbliche, dirette da dotti che discernessero le lezioni migliori; e fece acquistarne una a Roberto di Napoli. Altri signori l’imitarono; e rammentano un Andreolo de Ochis bresciano, che venduto avrebbe beni, casa, donna, se stesso per aggiungere libri ai molti che possedeva.
I lamenti per le scorrezioni delle copie cresceano quanto più cresceva il desiderio di leggere; e Petrarca esclamava: — Chi recherà efficace rimedio all’ignoranza e viltà dei copisti, che tutto guasta e sconvolge?.... Nè fo querela dell’ortografia, già da lungo tempo smarrita.... Costoro confondendo insieme originali e copie, dopo aver promesso una, scrivono un’altra cosa affatto diversa, sì che tu stesso più non riconosci quanto hai dettato. Se Cicerone, Livio, altri egregi antichi, singolarmente Plinio Secondo, risuscitassero, credi tu che intenderebbero i proprj libri? o che non piuttosto ad ogni piè sospinto esitando, or opera altrui, or dettatura dei Barbari li crederebbero?.... Non v’ha freno nè legge alcuna per tali copisti, senza esame, senza prova alcuna trascelti: pari libertà non si dà pei fabbri, per gli agricoltori, pei tesserandoli, per gli altri artigiani».
Se la scorrezione sgarbava ne’ libri di letteratura, diveniva importantissima in quelli che concernono la coscienza e la fede. Pertanto fra gli Ebrei ogni esemplare della Bibbia doveva esser riveduto dai rabbini; i quali dalla Massora sapevano quanti versetti, quante parole, quante lettere contenesse il sacro libro, e quante volte ciascuna fosse ripetuta; e se trovassero qualche lettera di meno, o scritta con inchiostro impuro, o su membrana preparata da incirconcisi, bastava per dichiarar guasto quel testo e distruggerlo.
Rinfervorato l’amore degli studj, più vivo fu sentito il bisogno di qualche succedaneo alla carta di membrana e di papiro, e dai Cinesi i Tartari e gli Arabi, da questi gli Spagnuoli impararono a farla di cotone, cui dopo il Mille si surrogarono i cenci di lino. Se fosse vero che quella non si discerna da questa, come pretende il Tiraboschi, n’avremmo una prova della sua perfezione, e poco monterebbe il disputarne. Ad ogni modo erra il Cortusio differendo al 1340 l’invenzione della carta di lino, la quale chiamossi papiro, a differenza della bambagina[171]; e Pace da Fabriano, cui egli ne ascrive il merito, forse non fece che trapiantare nel Trevisano questa manifattura, già fiorente a Fabriano nella marca d’Ancona. Nè ha fondamento l’asserire che la Repubblica fiorentina invitasse con larghissimi privilegi quei di Fabriano a stabilire cartiere a Colle di val d’Elsa, poichè in una carta del 6 marzo 1377 trovasi allogata per venti anni una caduta d’acqua a favore di Michele di Colo da Colle, con gora, casalino et gualcheriam ad faciendas cartas, la quale già prima era affidata a Bartolomeo di Angelo della Villa[172].
Dapprima adoperata solo per lettere ed istromenti, alla diffusione delle dottrine non contribuì che nel secolo XIV, quando vi si trascrissero libri. Dovettero questi allora rendersi men rari, e qualche mercante ne troviamo alle Università di Germania e di Parigi; a Firenze il Vespasiano nel 1446, un Melchior a Milano, Giovanni Aurispa a Venezia poco dopo negoziavano di libri.
Pare condizione vitale della società che le scoperte vengano appunto quand’essa ne ha bisogno per ispingersi con nuovo slancio. Allora dunque che l’amore per la letteratura classica volgeva a cercar con passione e riprodurre gli esemplari, e che le grandi controversie dei re e della Chiesa faceano moltiplicare scritture, comparve l’arte più mirabile fra le moderne, la stampa.
Dello scopritore si disputa. Pare i Cinesi la conoscessero da antichissimo; stampe stereotipe faceansi in Europa, non per uso letterario, bensì per figure di santi e carte da giuoco[173]; e Venezia nel 1441 dava un privilegio, atteso che l’arte di far le carte da zugar e figure dipinte stampade era venuda a total defection, in grazia della gran quantità che n’entrava di forestiere. A quel modo Lorenzo Coster di Harlem impresse facciate intere. Le prime stampe furono dunque xilografiche, e la maggior parte veniva occupata da figure; del che l’esempio più conosciuto è la Bibbia de’ poveri, di quaranta fogli stampati da un lato solo: tutti poi son poco voluminosi, eccetto i Mirabilia Romæ, specie d’itinerario a comodo degli oltramontani che pellegrinavano alla gran città, e che consta di centottanta facciate. Presto si avvisò potersi alle tavolette sostituire caratteri mobili: e così se ne intagliarono di legno, poi di piombo per arte di Giovanni Guttenberg da Magonza[174], cui l’orefice Giovanni Faust somministrò capitali. Pietro Schöffer di Gernsheim al piombo sostituì un metallo duro, e trovò l’inchiostro untuoso da ciò: ancor più fece inventando i punzoni, sicchè, invece d’intagliarli uno ad uno, si fusero i caratteri per mezzo di matrici. Il primo libro stampato con caratteri mobili pare la Bibbia detta Mazarina, dalla biblioteca in cui fu trovata, ed è del 1450 o 52 o più veramente 55: alcuni esemplari sono sovra pergamena; bell’inchiostro, bei caratteri, sebbene non sempre uniformi. Del 1454 si ha un opuscoletto di quattro carte per esortare i Turchi con indulti di Nicola V; poi un almanacco del 57.
Presto quell’arte giunse in Italia[175], e del 1465 abbiamo l’edizione di Lattanzio e del Cicero de oratore a Subiaco per Corrado Schweinheim e Arnoldo Pannartz, coll’assistenza di Giovanni Andrea Bussi di Vigevano, poi vescovo di Aleria; ma dicesi preceduta da un Donatus pro puerulis. In Roma al 70 erano uscite almeno ventitre edizioni di antichi. Giovanni da Spira, collocatosi a Venezia nel 69, vi lavora quanto a Roma; e così Vindelino suo fratello, poi il francese Nicolò Jenson. Fino al 1500 s’erano stampate a Parigi settecencinquantun’opere; in Italia quattromila novecentottantasette, di cui a Firenze trecento, a Bologna ducennovantotto, a Milano seicenventinove, a Roma novecenventicinque, a Venezia duemila ottocentrentacinque; altre cinquanta città aveano stamperie. Anche borgate vollero averne, come Sant’Orso presso Schio, Polliano nel Veronese, Pieve di Sacco nel Padovano, Nonantola e Scandiano nel Modenese, Ripoli presso Firenze. Le opere di Cicerone furono delle prime; edite dallo Schweinheim a Roma e dal Jenson a Venezia; ma in un corpo non comparvero che nel 98 a Milano pel Minuciano. Un Livio imperfetto era appartenuto al Petrarca, poi l’ebbe Cristoforo Landino, e su quella forma andò la prima stampa fattane a Roma forse fin dal 69, poi nel 72; indi a Milano nel 78 dal Lavagna, e nell’80 dallo Zarotto; e già a Venezia da Vindelino nel 70, a Roma ancora nel 71 e 72 da Udalrico Gallo, a Treviso nell’80 e 83 da Michele Mazolino co’ tipi di Giovan Vercelli, a Milano di nuovo nel 95: ma completo, almeno quale ci resta, si vide solo a Magonza nel 1518. Di Vitruvio un esemplare si aveva a Montecassino, e fu stampato a Roma nell’86, e commentato nel 95 da Silvano Morosini veneziano.
I copisti a mano erano di molta valentia e credito in Genova; e temendo lo scapito che all’arte loro verrebbe dai torchi, ottennero che quella Signoria li proibisse. Pertanto Mattia il Moravo, che vi si era stabilito, passò a Napoli; e Giovan Bono tedesco, che a Savona avea stampato Boezio, si trasferì a Milano. In conseguenza maestro Filippo da Lavagna, ricco mercante innamorato di quest’arte, non potè fondarla in patria, e la pose a Milano, primo stampatore nostrale che si ricordi[176]. Gli disputa tale primato Antonio Zarotto di Parma, che a Milano nel 1471 pubblicava Festo De verborum significatione, e la Cosmografia di Mela; l’anno dopo formava società con prete Gabriele degli Orsoni, Pier Antonio da Borgo di Castiglione, Cola Montano e Gabriele Paveri Fontana professori d’eloquenza, obbligandosi egli a fondere caratteri, tenere in ordine i torchj, far l’inchiostro, dirigere la tipografia. Fu il primo che stampasse libri liturgici col celebre messale del 1475, e intagliasse punzoni di greco per la grammatica del Lascari[177], mentre prima s’inscrivevano a mano. Vi tennero dietro la Batracomiomachia nell’85, l’Omero di Firenze nell’88 a spese di Lorenzo Medici, l’Esiodo e Teocrito nel 93, l’Antologia nell’84, Luciano, Apollonio, il Lessico di Suida: ma al 1495 non passavano la dozzina i libri greci stampati in Italia.
Il primo stampato italiano fu l’opera del Cennino orafo. A Reggio di Calabria stamparonsi in ebraico i commenti di Jarchi sul Pentateuco nel 75; a Soncino nel Cremonese, per cura di Nathan Ismaele, il Pentateuco nell’82; nell’86 i commenti del famoso Kimcki sui Profeti; nell’88 l’intera Bibbia con bellissimi caratteri, della quale non più che cinque o sei esemplari si conoscono. A Cremona poi nel 1556 Vincenzo Conti stampava i Toledot e il salterio ebraico commentato dal Kimcki; e in quella città, d’ordine dell’Inquisizione romana, si dice siano stati abbruciati dodicimila esemplari di libri talmudici. Tipografie ebraiche v’ebbe pure a Casalmaggiore e Sabbioneta. I primi caratteri arabici si adoperarono a Fano da Gregorio Giorgi nel 1514 nelle sette ore canoniche, poi da Pier Paolo Porro milanese.
A ristorare la deteriorata calligrafia sorse Aldo Manuzio di Sermoneta. Dopo il Museo, prima opera da lui edita in Venezia nel 1495, il dotto tipografo continuò venti anni attorno a classici latini e greci[178]; e si stupisce pensando che stampò per la prima volta Aristotele, Aristofane, Tucidide, Sofocle, Erodoto, Senofonte, Erodiano, Demostene, i Retori, gli Oratori, Platone, Ateneo, Dioscoride..... Adoprò il carattere corsivo, detto italico dai Francesi, ed inciso da Francesco di Bologna, che tolse a modello la scrittura del Petrarca. Aldo stesso le più comode e men dispendiose forme del dodicesimo, ossia piccolo ottavo, sostituì alle solite in-folio: forse soltanto in Italia usavasi l’in-quarto. Via via s’introdussero i registri dei fogli, prima che si numerassero le pagine o le facciate; s’imparò a compartire gli spazj in modo che le linee riuscissero eguali, senza code alla lettera finale; poi vennero le virgole, poi le chiamate, e passo a passo la perfezione presente.
La carta doveva emulare la pecora e il vitello (vélin), onde si facea con cenci scelti di lino e di canapa, non imbianchita col liscivio che oggi snerva la fibra vegetale: la pasta trituravasi lentamente colle pile: ed il foglio, fatto a mano colla trecciuola, veniva incollato fortemente colla gelatina, la quale lo induriva in modo che fin ad oggi ne troviamo inalterate le qualità.
La carezza della carta e dell’inchiostro (il migliore traevasi da Parigi), la tiratura diligentissima, i lavoranti ancora scarsi, e il piccolo spaccio rendeano rischiose le imprese. Schweinheim e Pannartz nel 1472 esposero a papa Sisto IV di trovarsi ridotti a povertà per avere impresse tante opere senza esitarle; e dalla loro querela appare che di consueto si tiravano copie ducensessantacinque, il doppio per Virgilio, pe’ filosofici di Cicerone, e pei libri di teologia; in tutto essi aveano prodotto dodicimila quattrocensettantacinque esemplari. Anzichè arrischiare copiose edizioni, rinnovavansi; e quasi ogni anno furono da Paolo Manuzio riprodotte le epistole famigliari di Marco Tullio.
Presto ai libri si aggiunsero figure[179]; e già nel 1467 a Roma uscivano le Meditazioni del cardinale de Turrecremata con intagli in legno, dipoi coloriti; nel 72 il Roberti Valturii opus de re militari con macchine, fortificazioni, assalti. Il Monte santo di Dio e la Divina Commedia di Firenze nel 1481 portano disegni di Sandro Botticelli, incisi in rame da Baccio Baldini: un Tolomeo a Roma per lo Schweinheim, ha le carte in acciajo di Arnoldo Buchink, così uno a Bologna, e uno pel Berlinghieri a Firenze.
Gli stampatori in principio furono tenuti da molto, e Sisto IV conferì a Jenson il titolo di conte palatino. Facevano anche da libraj, e primamente in un libro stampato a Ferrara il 1474 si trova il nome di bibliopola. I Giunti, che stamparono a Firenze e Venezia, fin dal 1514 aveano estese relazioni colla Germania[180]. Proteggeasi l’interesse degli stampatori con privilegi; e il senato veneto ne concedeva uno di cinque anni a Giovan da Spira nel 1469 per le epistole di Cicerone, uno ad Ermanno di Lichtenstein nel 94 per lo Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais: l’anno seguente Lodovico Sforza lo conferiva per le opere del Campano a Michele Ferner ed Eustachio Silber: Aldo il vecchio l’ottenne pel carattere corsivo[181]. Avendo Angelo Arcimboldo trovato a Corbia cinque libri degli Annali di Tacito, Leone X ne privilegiò il Beroaldo, che gl’impresse a Roma nel 1515; nè per dieci anni nessuno potea riprodurli, pena la confisca dell’edizione, ducento ducati e la scomunica.
Decreto di deporre alla pubblica biblioteca una copia d’ogni stampato non conosco prima di quello del senato veneto nel 1603. In quello Stato soprantendevano alla stampa i riformatori dello studio di Padova; e gli editori, facendo registrare le opere che metteano ai torchi, ne ottenevano privilegio per un decennio, purchè l’edizione uscisse al tempo prefisso, e commendevole. I libraj di Bologna e così quelli di Parigi e d’altri luoghi ove fosse università, dipendevano da questa, che li nominava, e che ne esigeva giuramento e cauzione, e determinava i prezzi.
I molti scrivani, rimasti scioperi, strillarono contro un’arte che li riduceva alla mendicità, e che surrogava operaj meccanici agli eruditi che dapprima collazionavano i codici onde sminuire gli errori de’ sonnacchiosi copisti; i miniatori si trovarono tolte le occasioni[182]; i possessori di biblioteche comprate a tesori, ne vedeano di colpo decimato il valore; i dotti gelosi prevedevano reso comune il sapere, che prima, costando denari e fatiche, assicurava onori e privilegi: erano altrettanti nemici della nuova invenzione, e spargeano sinistre voci, sino a tacciarla di magia, pericolosa essere cotesta divulgazione del sapere, agevolare la corruzione degl’ingegni. Anche persone di rette intenzioni se ne sgomentavano; ed Ermolao Barbaro suggeriva che, attesa la frivolezza di molti, non si lasciasse pubblicare veruno scritto se non approvato da giudici competenti. I Governi videro altri pericoli che della frivolezza, e massime in Germania, ove si parlava alto contro la Chiesa: onde ad alcuni libri troviamo apposta l’approvazione superiore, forse per istanza dell’autore o dell’editore; poi una bolla di Leone X, del 4 maggio 1515, portò che nessun libro si stampasse senza previa autorizzazione.
Frattanto i manoscritti cessarono d’aver pregio altro che di curiosità, e le opere divennero ricchezza comune. Ma per quanto si mettesse cura a cercarne, molte dovettero sfuggire all’attenzione, per colpa de’ manoscritti stessi. In questi talvolta si trovavano cucite insieme opere disparatissime, sicchè l’erudito, ingannato dal titolo del primo, i minori lasciava inosservati. Altri erano copiati colle abbreviature e note che dicemmo, talchè riusciva difficile il dicifrarle: e davvero al vederle si direbbero caratteri cinesi, a tratti verticali più o meno inclinati, connessi, traversati con altri di forma e posizione varia. Benchè Giulio II, a insinuazione del Bembo, avesse proposto un premio a chi vi riuscisse, i Benedettini nella Scienza diplomatica lamentavano che sì poco si adoperasse a ottenere la chiave delle note tironiane. Quando Tritemio scoprì un Lexicon di queste e un salterio stenografato, si sperava rivelato l’arcano; ma l’effetto non rispose all’aspettazione; finchè nel 1817 Knopp pubblicò la storia della stenografia antica, l’analisi e la sintesi delle note, e un dizionario di circa dodicimila segni, disposti per alfabeto[183].
Son dunque appena cominciati i lavori sui manoscritti di tal natura, e può sperarsene frutto: ma qui non consistono tutte le difficoltà presentate dagli originali. Apprendiamo da Dioscoride che l’inchiostro degli antichi faceasi con gomma e nerofumo stemprati nell’acqua, sicchè bagnando la pergamena, facilmente si cancellava. Al tempo di Plinio, per mordente vi si aggiungeva aceto, indi vitriolo; ma nessuno di questi neri resiste al tempo, sicchè le scritture ci arrivarono sbiadite e illeggibili. Un’infusione di noce di galla ripristina il colore, e meglio nella scrittura di tempi più remoti, quando l’inchiostro teneasi denso di gomma, e grossi erano i tratti, scritti con una canna.
Difficoltà maggiori presentano i palimsesti, dove, per tornare ad altro uso il foglio, venne raschiata la scrittura anteriore. Molteplici sperimenti si fecero per ristaurare i caratteri di prima, e alfine la chimica ne trionfò. Ma qui nuovo incidente. Scomponendo i fogli del manoscritto antico onde prepararli a un nuovo, talvolta si erano allontanati due brani contigui, talaltra un foglio si adoprò ad un lavoro, e il seguente ad un tutt’altro; poi si tagliarono in due o più pezzi, o si tosarono per adattarli al sesto del nuovo libro. Dopo dunque che l’esercitato occhio con buona lente rilevò l’antico sotto al nuovo carattere, comincia la fatica del riordinare il lavoro, ravvicinare le parti scostate, supplire alle lacune, far che le sparse ossa rivivano. Son queste le pazienze intelligenti, alle quali andiamo obbligati delle recenti scoperte di molti classici[184].
Un altro meraviglioso congegno fu quello di svolgere e leggere i rotoli di papiro sepolti in Ercolano. Quando quella città venne scoperta, trovaronsi in una stanza molti cilindri, che si gettarono come carbone, finchè si avvertì essere papiri avvoltolati. Arrise dunque la speranza di recuperare altre parti della eredità intellettuale degli antichi; ma la lava gli avea carbonizzati, e solo i perseveranti studj del padre scolopio Antonio Piaggio insegnarono a svolgerli e copiarli, e con lunghissima attenzione cavarne nuove ricchezze letterarie e archeologiche. E quante ne rimangono ancora sepolte, cura e compiacenza de’ nostri nepoti!