NOTE:

[1]. Odorici, Storie bresciane, pag. 184.

[2]. Antichità estensi, II. 133.

[3]. Secondo Gianrinaldo Carli, il prezzo medio del frumento allora era L. 5.1 al moggio, del vino L. 12.16 alla brenta. Da ciò si ragguagli il valor del denaro.

[4]. L’Art de vérifier les dates dice: Pétrarque, si avare de louanges même pour les grands hommes de son siècle, ne peut contenir son admiration etc. Noi vedemmo se ne fu avaro.

[5]. Qui finiscono i tre Villani, carissimi storici, la cui mancanza è irreparabile.

Giovanni Cavalcanti racconta che, quando all’Acuto si pagò grandissima quantità di fiorini, esso ne cavò seimila, e li regalò a Spinello (di Luca Alberti) tesoriere, per le fatiche che ebbe. Spinello ringraziò, e «tornando a Firenze, scavalcò alla porta del palagio, e a’ signori raccontò tutto il convenente, e a loro diè la ricca borsa dicendo: Mandateli alla camera con uno bullettino di commissione ch’io li metto ad entrata del Comune. E così seguì. Questo Spinello invecchiò nell’uffizio di tesoriere, ed alla sua morte non gli si trovò tanto lenzuolo che vi si fasciasse il suo corpo». Storie fior., tom. II. app. p. 491-93.

[6]. Religionis timorem ponendum esse censebant, ubi is officeret libertatem. Poggio Bracciolini, lib. III. p. 223.

[7]. Il primo podestà mandatovi da Gian Galeazzo, fu nel 1396: in Valtellina già si mandava nel 1378.

[8]. Qualche esempio anteriore ne troviamo. Così, nel 1241, Guglielmo Visconte, nominato vicario di San Romolo dall’arcivescovo di Genova, promette, oltre il resto: Si forcia vel forfacta ab aliquo ejus loci et districtus facta fuerit, et notorium et manifestum seu publicum aut mihi denunciatum fuerit, quamvis non sit inde querimonia facta mihi, tamen ego ad vindictam faciendam, et veritatem ejusdem forciæ vel forfactæ inquiram, et vindictam faciam ac si querimonia propterea mihi facta esset. Liber jurium, tom. I, p. 994.

[9]. Il concetto di successione ereditaria è nell’investitura del conte di Virtù. Statuimus quod præfatus Jo. Galeaz Vicecomes et post ejus decessum eo modo quilibet alius tunc descendens legitimus masculus de corpore suo, prout ipse ordinaverit et disposuerit, sit et sint perpetuo verus legitimus et naturalis dominus et veri legitimi et naturales domini dictæ civitatis et totius districti. (Sitoni, Vicecomitum genealogica monumenta. Milano, p. 21). Già al 1385, 15 ottobre, i Milanesi fecero Decretum de pœna dicentis contra statum Domini: ove dichiarano quod nulla persona audeat nec præsumat populum nominare. (Antiqua Ducum Med. decreta. Milano 1654, pag. 88).

[10]. Corio. — Quella solennità è spiegata estesamente in una lettera, scritta li 10 settembre dell’anno stesso, da Giorgio Azzanello ad Andreolo Aresi cancelliere ducale. Furono invitati da quasi tutte le parti del mondo principi, signori e comunità per condecorare la coronazione del nuovo duca, onore dell’Italia. Appena spuntato il giorno di domenica, dal castello di porta Giovia accompagnarono il futuro duca fino a Sant’Ambrogio, preceduti da istrioni e musici. Sopra quella piazza verso la cittadella era alzato un palco quadro, difeso da steccato, coperto ne’ ripari e nei gradini di panno scarlatto, e sopra di broccato d’oro su rosso. Quivi il magnifico cavaliere Benesio Cumsinich, luogotenente cesareo, aspettava il futuro duca per intronizzarlo. Gli altri prelati, signori ed ambasciatori sedettero sopra lo stesso palco. Stavano vicino a questo a sinistra Paolo de’ Savelli principe romano ed il cavaliere Ugolotto de’ Biancardi, con schiera di cinquecento cavalli per custodire la piazza affollatissima. Arrivato il futuro duca e gli altri con lui, Benesio benignamente lo accolse, e collocosselo alla mano sinistra al più eminente luogo del soglio. La bandiera imperiale era tenuta a destra da un cavaliere boemo, compagno di Benesio: alla sinistra un’altra bandiera inquartata coll’arme del duca, era tenuta dal cavaliere Ottone da Mandello. Lettosi il privilegio, che costituiva Gian Galeazzo duca di Milano, concesso dall’imperatore Venceslao in Praga al 1º maggio 1395, il duca inginocchiatosi giurò fedeltà a Cesare nelle mani del luogotenente, il quale gli pose su le spalle il manto ducale foderato di vajo da cima a fondo; quindi presolo pel braccio lo intronizzò, ponendogli in capo una corona gemmata, stimata ducentomila fiorini. Stando seduti il duca e il luogotenente, i prelati cantarono inni di ringraziamento a Dio fra ’l concerto degl’istromenti musicali; poi Pietro Filargo recitò una orazione panegirica in lode del duca. Finita questa, si celebrarono gli uffizj divini; poi il luogotenente e il duca montarono a cavallo, e serviti da magnifico baldacchino portato da otto cavalieri e otto scudieri, andarono col seguito di tutti i prelati, signori ed ambasciatori sino all’antico palazzo, alle cui porte furono affisse le due bandiere imperiale e ducale. Erano in corte apparecchiate le tavole, servite con ricchissima argenteria, e di sopra padiglionate da arazzi tessuti a oro. Al capo della mensa sedè il duca avendo ai due lati i cesarei luogotenenti, e dietro per ordine di dignità gli altri signori. Al lunedì passarono mostra nel palazzo ducale i disposti giostratori. Al martedì, trecento di questi, divisi in due schiere, l’una rossa e l’altra bianca, colle loro bandiere entrarono nello steccato, essendo proposto premio della vittoria mille fiorini. Al mercoledì si giostrò di nuovo, e premio era un fermaglio del valore di mille fiorini, e lo vinse il marchese di Monferrato. Al giovedì terminarono le giostre, nelle quali Bartolomeo fratello di Domenico da Bologna acquistò un cavallo del prezzo di cento fiorini; e Giovanni Rubello scudiere del detto marchese, un altro di ducento».

[11]. Valtellina, Valcamonica, Varese, Legnago, Castello, Arquà, Salò, Bassano, Castelnuovo di Tortona, Riviera di Trento, Soresina, Lecco, Vigevano, Pontremoli, Voghera, Borgo Sandonnino, Casal Sant’Evasio, Valenza, Crema, Monza, Grosseto, Massa Lunigiana, Assisi, Bobbio, Feltre, Belluno, Reggio, Tortona, Alessandria, Lodi, Vercelli, Novara, Vicenza, Bergamo, Como, Cremona, Piacenza, Parma, Brescia che nell’epitafio di lui è detta civili nondum enervata duello, Verona, Perugia, Siena, Pisa, Bologna, Pavia, Milano.

[12]. Mémoires, cap. VII.

[13]. Andrea Biglia, allora vivente, racconta che Antonio Bosso, intrinseco di Facino, l’avvertì restargli poche ore di vita, e però provvedesse all’anima sua. Facino rabbujato gli intima: — Va tu a cercarti un confessore, che fra un’ora ti manderò al supplizio». Il Bosso, che lo sapea uomo da mantener la parola, sbigottì tutto, e quasi venne meno; ma Facino rasserenatosi gli soggiunse: — Da quel che provasti tu, argomenta quel che hai fatto soffrire a me col tuo pronostico». Davvero non era momento da burle.

[14]. Una casa comprata dalla Signoria per regalare a Luigi Gonzaga signore di Mantova, costò seimila cinquecento ducati; tremila un’altra donata al vaivoda dell’Albania. Le prove sono in Daru, Storia di Venezia, lib. XIII.

[15]. Alle tante prediche di pace si potrebbe opporre una di guerra, riferita da Franco Sacchetti, come udita da lui allora appunto da un romitano in San Lorenzo di Genova. E’ diceva: — Io sono genovese; e se io non vi dicessi l’animo mio, e’ mi parrebbe forte errare; e non abbiate a male che io vi dirò il vero. Voi siete appropiati agli asini: la natura dell’asino è questa, che quando molti ne sono insieme, dando d’uno bastone a uno, tutti si disserrano, e qual fugge qua, e qual fugge là, tanta è la lor viltà; e questa è proprio la natura vostra. E i Viniziani sono appropiati a’ porci, e sono chiamati Viniziani porci, e veramente eglino hanno la natura del porco; perocchè essendo una moltitudine di porci stretta insieme, ed uno ne sia o percosso o bastonato, tutti si serrano a una, e corrono addosso a chi li percuote; e questa è veramente la natura loro; e se mai queste figure mi parvono proprie, mi pajono al presente. Voi percoteste l’altro dì li Viniziani, e’ si sono serrati verso voi a lor difesa ed a vostra offesa; ed hanno cotante galee in mare, con le quali v’hanno fatto e sì e sì; e voi fuggite chi qua e chi là, e non intendete l’uno l’altro, e non avete se non cotante galee armate; egli n’hanno presso a due tanti. Non dormite, destatevi, armatene voi tante, che possiate, se bisogna, non che correre il mare, ma entrare in Vinegia. — Poi fe fine a queste parole, dicendo — Non l’abbiate a male, che io sarei crepato, s’io non mi fusse sfogato. — Ora questa cotanta predica udii io, e tornàmi a casa; l’avanzo lasciai udire agli altri».

[16]. Andrea Gattaro, pag. 280.

[17]. Ecco l’esempio d’una dichiarazione offerta per parte del Caresini, che continuò la cronaca del Dandolo: — Raffaello Caresini, cancellier grande, offerisce lui con due buoni compagni al suo salario e spese e un famiglio d’andare sull’armata, e di pagare la spesa di tutti gli uomini da remo al mese ducati quattro e a’ balestrieri ducati otto al mese per uno. Item dona tutti i prò de’ suoi imprestiti e imposizioni, ch’egli ha e che farà nella presente guerra; e di prestare ducati cinquecento d’oro a renderseli due mesi dopo finita la guerra». Ap. Sanuto, pag. 736.

... Concernentes anxio mentis intuitu magnificus dux, consilium atque cives januensem patriam, quæ, inter alias catholicas nationes, oris præsertim maritimis, triumphales sui roboris vires expandit comerciorum, negociacionibus etiam quam maxime frequentata, et portus et janua navigationibus et lucrorum agendis, quibus humanum alitur genus abundans magistra, nunc aliquot jam exactis annis, aut justa Dei ira ex ingentibus mortalium noxis, aut acerbæ sortis sinistris auspiciis ferali civilium parcialitatum contagiatam morbo, sic solitis debilitatam viribus, quod januensis reipublicæ corpus suis artubus plurimis peste lesis, nisi salubri succurrerentur remedio, flebilis excidii pernicie damnaretur ipsius equidem remedii medelam ab intimis anhelantes, diurnis cogitationum curis hinc inde versarunt, tandem prudentissimis consiliis advertentes serenissimi ac invictissimi principis domini Francorum regis laudabilem justitiam, qua sua regio felix floret, incomparabilem potentiam qua quicumque terentur iniqui, scelesti domitantur raptores, et barbarica reprimitur feritas, ad suam amplissimam clemenciam suarum deliberationum aciem direxerunt. Ita demum quod miseranda januensis nationis cimba, quæ jamdiu horrendis fluctuationum turbinibus agitata, nimia confusione ambitus et odiorum lacerata dissidiis, seu cautibus non parum allidens formidabile submersionis periculum vix evasit. Ecce tetris observata nubibus longe titubans pelago, clarum pietate cœlesti clementiæ regiæ jubar perspectans etc.

Dopo queste frasi retoriche, vengono i lunghi e chiari patti, che meritano esser letti nel Liber juris: vol. II. p. 1237, per più di 13 colonne.

[18]. Ad Enrico VII, a Roberto di Napoli, all’arcivescovo di Milano, e ora a Carlo.

[19]. Stella, pag. 1176, 1193. Rer. It. Script., XVII.

[20]. Rivoluzioni d’Italia, lib. XIV. c. 8. Egli stesso si contraddice al cap. 4 del lib. XV.

[21]. Spesso egli recitò, o almeno compose sermoni per lauree, per capitoli di frati, per funzioni ecclesiastiche; e si trovano manoscritti.

[22]. Suscipe Robertum regem virtute refertum.

[23]. Rerum memorabilium, lib. I. c. 1.

[24]. Un anello con cinque perle; una trecciuola con ottantasei perle minute; una ghirlanda d’argento, su cui perle novantasei; una cintola con perle minute; una coppa di cristallo con coperchio fornito d’argento, che valse lire cinquantuna; un orcioletto di cristallo fornito d’argento e perle; una coppa di nacchera (madreperla) fornita d’argento e perle, furono dati in pegno per fiorini censettantasei a un mercante fiorentino.

[25]. Fragm. Hist. romanæ, lib. I. c. 10. — Dom. de Gravina, Rer. It. Script., XII. 572.

[26]. Parole di Matteo Villani, lib. II. c. 61, e soggiunge questo fatto: — Un Catalano, il quale teneva una rôcca, fece a’ suoi compagni tenere trattato col conte di Ventimiglia, il quale, avendo voglia d’aver quella rôcca, con troppa baldanzosa fidanza sotto il trattato entrò nel castello con centoquattro compagni, benchè più ve ne credesse mettere; ma come con questi fu dentro, per l’ordine preso pe’ traditori furono chiuse le porte, il conte e i compagni presi; e avendovi uomini, i quali si volevano ricomperare a grande moneta, ed erano da riserbare per i casi fortunevoli della guerra, tanto incrudelì l’animo feroce de’ Catalani, che senza arresto spogliati ignudi i miseri prigioni, e legati colle mani di dietro, l’un dopo l’altro posto a’ merli della maggior torre della rôcca, sopra un dirupinato grandissimo furono dirupinati senza niuna misericordia, lacerando i miseri corpi con l’impeto della loro caduta ai crudeli sassi. Il conte solo fu riserbato, non per movimento d’alcuna umanità, ma per cupidigia di avere per la sua testa alcuno suo castello vicino ai crudi nemici».

[27]. Il Giannone, colle sue frasi grossolane insieme e gonfie, chiama «Giovanna la più savia reina che sedesse mai in sede reale», lib. XXIII. c. 3; e lo ripete nel cap. 5; poco poi scrive che la regina, «ancora che ella fosse in età di anni quarantasei, era sì fresca che dimostrava molta attitudine di far figli».

[28]. Ap. Lünig, tom. I. p. 210. 1215. Alla coronazione di Luigi II d’Angiò si presentarono in Napoli molti baroni, conducendo più di millecento cavalli; poi i Sanseverino ne condussero milleottocento tutti ben in arnese. Al che Angelo di Costanzo, che scriveva ai tempi di Filippo II, riflette: — Io, vedendo in questi tempi nostri, d’ogni altra cosa felicissimi, nella patria nostra, tanto abbondante di cavalieri illustri ed atti all’armi, la difficoltà che saria il porre in ordine una giostra, per la qual difficoltà si vede che ha più di trent’anni che non n’è fatta una, e l’impossibilità di poter fare in tutto il Regno mille uomini d’armi di corsieri grossi, simile a quelli di quei tempi, sto quasi per non creder a me stesso questo ch’io scrivo di tanto numero di cavalli, ancorchè sappia che è verissimo; ed oltre che l’abbia trovato scritto da persone in ogni altra cosa veridiche, l’ho anco visto nei registri di quelli re che gli pagavano. Ma questo è da attribuirsi al variar de’ tempi, che fanno ancor variare i costumi. Allora per le guerre ogni piccolo barone stava in ordine di cavalli e di genti armigere per timore di non esser affatto cacciato di casa d’alcun vicino più potente; ed in Napoli i nobili, vivendo con gran parsimonia, non attendendo ad altro che a star bene a cavallo e bene in arme, si astenevano da ogni altra comodità; non si edificava, non si spendeva in paramenti, nelle tavole dei principi non erano cibi di prezzo, non si vestiva, tutte le entrate andavano a pagar valent’uomini ed a nutrir cavalli. Or per la lunga pace s’è voltato ognuno alla magnificenza nell’edificare ed alla splendidezza e comodità del vivere, e si vede ai tempi nostri la casa che fu del gran siniscalco Caracciolo, che fu assoluto del Regno, a’ tempi di Giovanna II regina, ch’è venuta in mano di persone senza comparazione di stato e di condizione inferiore; vi hanno aggiunte nuove fabbriche, non bastando a loro quell’ospizio, ove con tanta invidia abitava colui che a sua volontà dava e toglieva le signorie e gli stati. Delle tappezzerie e paramenti non parlo, poichè già è noto che molti signori a paramenti di un par di camere hanno speso quel che avria bastato per lo soldo di dugento cavalli per un anno; ed avendo parlato della magnificenza de’ principi, con questo esempio non lascerò di dire dei privati che si vede di cinque case di cavalieri nobilissimi fatta una casa di un cittadino artista. Tal che credo certo, che, se fosse noto agli antichi nostri questo modo di vivere, si maraviglierebbono, non meno di quel che facciamo noi di loro».

[29]. Rymer, Acta, tom. IV. part. II. pag. 45. A tutti questi fatti era presente Teodorico da Niem, che scrisse la vita di Giovanni XXIII.

[30]. Questa vittoria, che il Sismondi chiama la plus importante, la plus glorieuse, qui de tout le siècle eût été remportée sur la Méditerranée, secondo i Giornali napolitani fu dovuta ad uno stratagemma, che sembra pueril cosa quando già si conoscevano le artiglierie. «Fu combattuto con sapone, olio, pignatelli artificiali, pietre di calce, le quali buttando sopra le navi nemiche dalle gabbie loro, le redussero che l’uno non vedeva l’altro, et alcuna volta offendevano li loro medesimi credendoli nemici». E più distesamente Giovanni Cavalcanti: «L’arte dei Genovesi che usarono, fu di maraviglioso scaltrimento: conciossiacosachè portarono infinito numero di vasi di terra, come pignatte e orciuoli, e quelli di calcina viva e di cenere di vagello empierono; e nel cominciare della battaglia, i Genovesi si cercarono che a loro nelle reni ferisse il vento, e a’ nemici nella faccia soffiasse. I Genovesi non meno alle vasa correvano che all’armi, e i nemici erano nella faccia percossi dalle cocenti e ardenti ceneri dal vento soffiate; per il sudore e per l’affaticare della battaglia, i pori erano aperti: la qual calcina dava tanta passione, che l’arme abbandonavano, e a stropicciarsi gli occhi ciascuno attendeva». Rer. It. Script., XXI. 1101.

[31]. Vespasiano Bisticci.

[32]. S. Antonini Chron., part. III. tit. 22. not. b.

[33]. L’arringa del doge è riferita dal Sanuto, che dice averla tratta dal manoscritto proprio d’esso principe: noi la compendiammo; alcune partite, imbarazzate nell’edizione del Muratori, si sono racconcie alla meglio. Si sarà avvertito che il doge mette un eccesso di attivo veneto, giacchè bisogna dedurne un milione per l’importo dei panni e frustagni.

[34]. Andrea Billii, Historia Mediol., pag. 78.

[35]. Secondo un conto prodotto da ser Cambi, i Veneziani teneano in campo ottomila ottocentrenta cavalli, e ottomila fanti, quelli a fiorini quattro il mese ciascuno, questi a fiorini tre; e i Fiorentini seimila cavalli e seimila fanti; sicchè fra essi e i Veneziani spendeano al mese centoduemila fiorini. Il duca di Milano area ottomila cinquecentocinquanta cavalli del costo di venticinquemila fiorini il mese, e ottomila fanti e balestrieri di fiorini ventiquattromila. Nel conto sono divisati tutti i condottieri e gli uomini di ciascuno. Vedi Delizie degli eruditi, XX. 170.

[36]. Da un dialogo manoscritto di Paolo Giovio; dove pure leggo che, pel terrore causato dalle prime armi a fuoco, si troncava la destra a quanti fucilieri si coglievano; e che Bartolomeo Coleone generale dei Veneziani, e Federico d’Urbino, nella zuffa della Riccardina sul Bolognese, essendo tra il combattere discesa la notte, fecero ai donzelli apparecchiar fiaccole, al cui chiarore continuarono la pugna.

[37]. Sanuto, pag. 1029. Frà Paolo Sarpi, lodatore di tutto ciò che è tirannico, scrive «esser antico vanto della circospezione veneziana l’aver tenuta celata scrupolosamente per otto mesi la risoluzione della morte del conte Carmagnola».

[38]. Cristoforo da Soldo.

[39]. Sabellico, Deca III, lib. 5.

[40]. Rossi, Elogi storici, pag. 150; Capriolo, Storie bresciane; Rizzardi, Storia Asolana manoscritta.

[41]. Filippo Borromeo di Lazzaro, coll’ajuto de’ Milanesi cacciò da San Miniato sua patria i Fiorentini; ma poi da un capitano tradito a questi, fu ucciso il 1350. La Talda, sorella di Beatrice Tenda, ebbe quattro maschi. Andrea, dottorato in Padova e cavaliere aurato; Borromeo tesoriere di Padova al tempo de’ Carraresi, i quali temendolo ed invidiandolo gli cercarono cagione addosso e lo arrestarono, nè potè uscire di carcere che pagando ventiduemila scudi d’oro: egli per vendicarsene istigò Visconti e Veneziani finchè abbatterono il Carrarese. Borromeo coi fratelli Alessandro e Giovanni si piantò a Milano, e v’ebbero la cittadinanza il 1394, e tennero casa a Santa Maria Podone. Borromeo nel 1400 stette mallevadore per dodicimila scudi del marchese di Monferrato, in un accordo di questi coi Visconti. Giovanni fu consigliere e capitano di Gian Galeazzo; da Gian Maria nel 1403 ebbe in feudo Castell’Arquato e tutta la val di Taro col titolo di conte; e fu principale autore del matrimonio di Filippo Maria con Beatrice Tenda. Esso Filippo diè pure la cittadinanza milanese a Vitaliano Vitelliani, nipote per sorella di Giovanni, e diritto di conseguirne l’eredità e il cognome; lo fe tesoriere generale e consigliere nel 1439; nel 42 l’investì della rôcca d’Arona, come conte di Canobbio e sua valle; nel 46 di Ugogna e Margozzo: ed è lo stipite de’ Borromei di Milano, Galeazzo, Antonio, Giovanni, figlio del Giovanni suddetto, si mutarono a Venezia, dove sono ricordati nella chiesa di Santa Elena, da essi eretta ed arricchita. V. Coronelli, Bibl. universale, tom. VI. p. 790.

[42]. Anche nel 1689 Pietro Ottobon dal prozio Alessandro VIII fu fatto cardinale, e prestò molti servizj alla Serenissima; e ottenne da questa fosse rimesso in grazia il proprio padre Antonio, disgradato perchè era divenuto generale di Santa Chiesa. Ma essendo stato eletto protettore della corona di Francia alla Corte pontifizia, il senato si oppose; e avendo egli non ostante spiegato le insegne di Francia, fu abraso dal libro d’oro, confiscatogli il patrimonio, sospesa ogni rendita de’ suoi beni ecclesiastici nel dominio veneto.

[43]. Mutilasti Imperium Mediolano et provincia Longobardiæ, quæ juris S. B. Imperii fuerant, redeuntibus inde ad imperium amplissimis emolumentis; in qua ditione mediolanensi veluti minister S. B. Imperii partibus fungebatur, cum tu contra, accepta pecunia, Mediolani ducem et comitem papiensem creasti. Così gli elettori nel deporre Venceslao.

[44]. Jus, quod ex dictis concessionibus et citationibus in feudo dictorum ducatuum et comitatum habemus, nobis et nostris successoribus in Imperio salvum maneat et illesum. Lünig, Italia dipl., I. 480.

[45]. Quella Repubblica fu censurata dal Corio per blandire i duchi, e dal Verri per stizzosa allusione alla Cisalpina; ma più che alle ironiche declamazioni di questo, credo ai documenti del Rosmini. Il Leo, tra gli errori onde ribocca la sua Storia d’Italia, dice che il Rosmini, «per biasimare la repubblica, produce molte ordinanze sulla religione, le scienze, la politica». Lo fa pel preciso contrario. Nell’archivio del duomo è un’ordinanza de’ capitani del 14 agosto, nella quale, poichè Altissimi clementia ineffabili.... antiquissimam auream et sanctam libertatem urbs hæc feliciter reassumpsit, stabiliscono un’oblazione annua; e sotto l’11 agosto, in riconoscenza a Dio quod ad dulcissimum reipublicæ et libertatis statum nos reduxit, ordinano una processione a Sant’Ambrogio.

[46]. Nella battaglia di Morat servivano al duca di Borgogna quindicimila Lombardi, il cui capitano Antonio Corradi di Lignana vercellese vi perì.

[47]. Arch. storico, XIII. 311.

[48]. Historia desponsationis et coronationis Friderici III et conjugis ipsius, auctore Nicolao Lankmano de Falkenstein. Ap. Pez, ii. 569-602.

[49]. Spino, Vita di Bartolomeo Coleone, pag. 255. La costui biografia fu scritta in latino da Antonio da Cornazzano, che con altri letterati e artisti vivea nel castello di lui; onde il ritrasse con colori lusinghieri che la storia smentisce.

Del Cornazzano abbiamo pure manoscritta la vita di Francesco Sforza in terzine, e un trattato De la integrità de la militare arte, oltre un poema più volte stampato sul soggetto stesso: Opera nuova de Mr. Ant. Cornazzano, la quale tratta de modo regendi, de motu fortunæ, de integritate, rei militaris, et qui in re militari imperatores excelluerint. D’altri due condottieri, Attendolo Sforza e Braccio di Montone, scrissero le gesta Lodrisio Crivelli e Gianantonio Campano, rozzi ma interessanti.

[50]. Del 1467 fu pubblicata a Milano la seguente grida di guerra: — Si fa poto e manifesto a caduna persona de quale grado e conditione se sia, per parte del nostro M. signor duca di Milano ecc. in tutte le terre del dominio suo, che qualunche soldato, o che sia pratico al soldo, così de cavallo come de pede, tanto terriero quanto forastero, che al presente se trovasse habitare nel dominio ducale, che voglia venire in campo dove el prelibato ill. signor duca nostro se ritrovarà; venga in ordine ed armato, che averà buona e grossa guerra in lo parti de Piemonte, presentandose, subito che sia in campo, ad Petro, Francesco Visconte, conductero et marescallo del campo, et ulterius che porteno la banda bianca, come fanno gli altri».

[51]. Paolo Santini, che, sulla metà del secolo XV, scrisse un trattato di cose militari rimasto manoscritto, e pare fosse al servizio dei Veneziani, dice: Qui in Italiam vincere desiderat, ista instruet: primo, cum summo pontifice semper sit; secundo, dominetur Mediolanum; tertio, quod habeat astronomos bonos; quarto, habeat ingegnerios qui sciant plurima; quinto, quod tot navigia conducantur plena lapidibus in canalibus.... impleantur canalia multitudine navium, navigiorum, barcarumque suffundatarum, etc.

[52]. La sentenza si esprime: Videtur, propter obstinatam mentem suam, non esse possibile extraere ab ipso illam veritatem, quæ clara est per scripturas et per testificationes, quoniam in fune aliquam nec vocem nec gemitum, sed solum intra dentes voces ipse videtur et auditur infra se loqui.... tandem non est standum in istis terminis, propter honorem status nostri...

[53]. Del discorso recitato da Nicola Oremme in concistoro porge l’estratto De Sade, Vie du Pétrarque, tom. II. I. 692. È nota la risposta che il Petrarca vi fece.

[54]. Ella stessa nel Tratt. della Provvidenza. E vedi Bolland, ad 30 apr.; Hagen, Die Wunder der h. Catharina von Siena. Lipsia 1840.

[55]. «Pregovi per l’amore di Cristo crocifisso, che, più tosto che potete, voi n’andiate al luogo vostro dei gloriosi Pietro e Paolo; e sempre dalla parte vostra cercate d’andare sicuramente, e Dio dalla parte sua vi provvederà di tutte quelle cose che saranno necessarie a voi.

«Poniamo che abbiate ricevute grandissime ingiurie, avendovi fatto vituperio e toltovi il vostro; nondimeno, padre, io vi prego che non ragguardiate alle loro malizie, ma alla vostra benignità, e non lasciate però d’oprare la nostra salute. La salute loro sarà questa, che voi torniate a pace con loro, perocchè il figliuolo che è in guerra col padre, mentre che vi sta, egli il priva dell’eredità sua. Oimè, padre, pace per l’amore di Dio, acciocchè tanti figliuoli non perdano l’eredità di vita eterna; che voi sapete che Dio ha posto nelle vostre mani il dare, il togliere questa eredità, secondo che piace alla benignità vostra. Voi tenete le chiavi, ed a cui voi aprite si è aperto, ed a cui voi serrate è serrato; così disse il dolce e buono Gesù a Pietro, il cui loco voi tenete. Adunque imparate dal vero padre e pastore; perocchè vedete che ora è il tempo da dare la vita per le pecorelle che sono escite fuora del gregge. Convienvele dunque cercare e racquistare con la pazienza, e con la guerra andare sopra gl’infedeli, rizzando il gonfalone dell’ardentissima e dolcissima croce: al qual rizzare non si convien più dormire, ma destarsi e rizzarlo virilmente.

«Rizzate, babbo, tosto il gonfalone della santissima croce, e vedrete i lupi diventare agnelli. Pace, pace, pace, acciocchè non abbia la guerra a prolungare questo dolce tempo: ma se volete far vendetta e giustizia, pigliatela sopra di me miserabile, e datemi ogni pena e tormento che piace a voi insino alla morte. Credo che per la puzza delle mie iniquità sieno venuti molti difetti e molti inconvenienti e discordie: dunque sopra me, misera vostra figliuola, prendete ogni vendetta che volete. Ohimè, padre, io muojo di dolore e non posso morire. Venite, venite, e non fate più resistenza alla volontà di Dio che vi chiama; e l’affamate pecorelle v’aspettano, che veniate a tenere e possedere il luogo del vostro antecessore e campione apostolo Pietro; perocchè voi, come vicario di Cristo, dovete riposarvi nel luogo vostro proprio. Venite dunque, venite, e non più indugiate, e confortatevi e non temete di alcuna cosa che avvenire potesse, perocchè Dio sarà con voi».

[56]. Brigida andò poi pellegrina in Terrasanta, e reduce morì a Roma il 1373. Le rivelazioni ch’essa ebbe e scrisse, furono riprovate dall’insigne Gerson, approvate dal cardinale Torquemada, tradotte in tutte le lingue, e le valsero d’essere canonizzata da Bonifazio IX, benchè siasi avventata gagliardissimamente contro la corte pontifizia fino a dire: — Il papa è l’assassino delle anime; disperde e strazia il gregge di Cristo; più crudele che Giuda, più ingiusto che Pilato, più abbominevole che gli Ebrei, peggiore dello stesso Lucifero. Convertì i dieci comandamenti in un solo, Portate denaro. Roma è un baratro d’inferno, e il diavolo presiede, e vende il bene che Cristo acquistò colla sua passione, onde passa il proverbio

Curia romana non petit ovem sine lana;

Dantes exaudit, non dantibus ostia claudit;

invece di convocar tutti, dicendo, Venite e troverete il riposo delle anime, il papa esclama: Venite alla mia corte, vedetemi nella mia magnificenza maggior di Salomone; venite, vuotate le vostre borse, o troverete la perdita delle vostre anime».

[57]. — Pregovi da parte di Cristo crocifisso, che piaccia alla santità vostra di spacciarvi tosto. Usate un santo inganno, cioè parendo di prolungare più dì, e farlo poi subito e tosto; che quanto più presto, meno starete in queste angustie e travagli. Anco mi pare che essi v’insegnino, dandovi l’esempio delle fiere, che quando campano dal lacciuolo, non vi ritornano più. Per infino a qui siete campato dal lacciuolo de’ consigli loro, nel quale una volta vi fecero cadere quando tardaste la venuta vostra; il quale lacciuolo fece tendere il demonio perchè ne seguitasse il danno e il male che ne seguitò: voi come savio, spirato dallo Spirito Santo, non vi cadrete più. Andianci tosto, babbo mio dolce, senza verun timore; se Dio è con voi, veruno sarà contra voi. Dio è quello che vi move, sicchè egli è con voi; andate tosto alla sposa vostra, che vi aspetta tutta impallidita, perchè li poniate il colore.

«Sia in voi un ardore di carità per sì fatto modo, che non vi lasci udir le voci dei demonj incarnati e non vi faccia temere il consiglio de’ perversi consiglieri fondati in amore proprio, che intendo vi vogliono metter paura per impedire l’avvenimento vostro dicendo, Voi sarete morto. E io vi dico da parte di Cristo crocifisso, dolcissimo e santissimo padre, che voi non temiate per veruna cosa che sia. Venite sicuramente, confidatevi in Cristo dolce Gesù; chè, facendo quello che voi dovete, Dio sarà sopra di voi, e non sarà veruno che sia contra voi. Su virilmente, padre, ch’io vi dico che non vi bisogna temere: se non faceste quello che doveste fare, avreste bisogno di temere. Voi dovete venire; venite dunque, venite dolcemente senza verun timore.

«Su dunque, padre, e non più negligenza; drizzate il gonfalone della santissima eroce, perocchè coll’odore della croce acquisterete la pace. Pregovi che coloro che vi sono ribelli voi gl’invitiate ad una santa pace, sicchè tutta la guerra caggia sopra gl’infedeli. Spero per l’infinita bontà di Dio, che tosto manderà l’ajutorio suo. Confortatevi, confortatevi, e venite, venite a consolare i poveri e servi di Dio e figliuoli vostri; aspettiamovi con affettuoso e amoroso desiderio...»

Di santa Caterina abbiamo tre lettere a Gregorio XI, nove a Urbano VI, otto a varj cardinali, due a Carlo V di Francia, quattro alla regina Giovanna, le altre a prelati, a religiosi, a laici.

[58]. Vedi principalmente la parte II. cc. 16, 17, 21, 25 del Defensor pacis, stampato poi nel 1523. Al c. 28 è chiamata esecrabile la pienezza del potere invocato dai papi.

[59]. Colla costituzione Exiit qui seminat, nel VI delle Decretali, tit. De verb. signif. — Vedi tom. VI, pag. 353.

[60]. Quorum exigit, nelle Estravaganti, tit. De verb. signif.

[61]. Ap. Cibrario, Economia, 163.

[62]. Feo Belcari, Vita del b. Colombino.

[63]. Possono aggiungersi Corrado d’Offida e Francesco Veninbene di Fabriano francescani; Gentile da Matelica che, dopo tante conversioni in patria, cercò più largo campo in Oriente, ove cadde assassinato; il beato Rigo di Treviso secolare; il beato Ugolino Zefirini di Cortona (-1370); il beato Giovanni da Rieti (-1347); Gregorio Celli da Verruchio; il beato Oddino Barotto curato di Fossano in Piemonte, tutto carità nella peste del 400. Angela da Foligno i disordini di gioventù pianse in severa penitenza e indefessa meditazione. Chiara da Rimini le dissipazioni di sua vedovanza espiò nell’austerità, nell’umiliazione, e nel soccorrere gli altrui bisogni spirituali e temporali per trent’anni (-1306). Chiara Gambacorti di Pisa volle mangiar il pane dell’assassino di sua famiglia. Angelina, figlia del conte di Corbara, malgrado il voto di castità, sposato per obbedienza il conte di Civitella, seppe indurre anche lui ad egual voto; poi vedova, si professò francescana e molt’altre indusse, e stabilì il terz’ordine di san Francesco a Foligno. Rita di Cascia ebbe ad esercitar la pazienza in diciott’anni d’infelice matrimonio, poi mortificando la carne e lo spirito. Nomineremo ancora la beata Michelina da Pesaro, vedova d’un Malatesta; e la beata Imelda de’ Lambertini di Bologna.

[64]. Bartolomeo Fazio. Il quaresimale di san Bernardino da Siena fu raccolto da Benedetto di mastro Bartolomeo, cimatore di panni senese, che sarebbe uno de’ più antichi stenografi ricordati. Vedi Sopra un codice cartaceo del secolo XV... osservazioni critiche dell’abate Luigi Deangelis. Colle 1820.

[65]. Ed. Moreni, 1831, I. 187, 252. Declamò novamente contro l’andare al perdono di Roma e altri santi luoghi, predicando sotto la loggia d’Or San Michele nel 21 settembre 1309, cioè parecchi anni appresso (II. 50). Forse questi luoghi delle prediche di frà Giordano furono presenti al beato Giovanni Delle Celle quando dissuase Domitilla dal pellegrinaggio di Terrasanta, nella IXª delle sue lettere.

[66]. «Dicetemi, dicetemi un poco o signori; donde nascono tante e diverse infermitade in gli corpi umani, gotte, doglie di fianchi, febre, catarri? non d’altro se non da troppo cibo et esser molto delicato. Tu hai pane, vino, carne, pesce, e non te basta; ma cerchi a’ toi conviti vino bianco, vino negro, malvagie, vino de tiro, rosto, lesso, zeladia, fritto, frittole, capari, mandole, fichi, uva passa, confetione, et empi questo tuo sacco di fecce. Émpite, sgònfiate, allàrgate la bottinatura, et dopo el mangiare va et bottati a dormire come un porco». Predica I. Venezia 1530.

[67]. Burlamachi, Vita di frà Savonarola.

[68]. È a vedere anche il Barberino, Documenti d’amore, part. VIII. d. 2.

[69]. Nel 1379 Urbano VI sollecitava Rainero de’ Grimaldi, consignore di Mentone, per mezzo di Giovanni Serra giureconsulto genovese, a tenersi fedele a lui, e correr sopra i seguaci del suo competitore, facendogli dono di quanto avesse sorpreso, eccetto reliquie, libri, vasi, gioje o altro appartenenti alla camera apostolica. Dicesi ch’ei v’ascoltasse, e molta preda facesse sovra prelati aderenti a Clemente VII; e che fra il resto trovasse la verga di Mosè e altre sacre reliquie, ch’ei restituì a Urbano. Gioffredo, St. delle Alpi Marittime, II. 869.

[70]. Sant’Antonino di Firenze dice: — Benchè siam tenuti a credere che, come una sola Chiesa, così v’ha un solo pastore, però, qualora accada scisma, non pare necessario il credere che l’eletto canonicamente sia piuttosto l’uno che l’altro: basta sapere che un solo potè esserlo, senza arrogarsene la decisione».

[71]. Gian Galeazzo domandò che il giubileo potesse acquistarsi da’ suoi sudditi senza andare a Roma, ma visitando quattro basiliche di Milano. Con ciò voleva ed evitare i pericoli causati dalla guerra coi Fiorentini, e tener in paese il denaro, e fare che le obbligazioni fruttassero per la fabbrica del duomo. Bonifazio IX gli assentì la supplica, e il Corio dice che «se anche non fosse contrito nè confesso, fosse assoluto da ogni peccato in questa città dimorando dieci giorni continui». Menzogna, poichè la bolla data il 12 febbrajo 1391 vuole che sieno vere pœnitentes et confessi.

[72]. Così il dipinge l’anonimo romano. Antonio Flaminio forocorneliense dice che aveano veste bianca, sopra cui una cerulea tirante al nero, una croce bianca, e una rossa di panno; a sinistra la colomba coll’ulivo, in fronte il tau, in mano bastone senza puntale a modo dei pellegrini; e funi con sette nodi.

[73]. Su quelli di Firenze abbiamo un capitolo di Franco Sacchetti. Nei Ricordi storici del Rinuccini, al luglio e agosto 1399 leggo: «Di verso Piemonte venendo, per tutta Lombardia e per Toscana e quasi per tutta Italia uomini e donne in grandissima quantità, grandi e piccoli e fanciulli, si vestirono di pannilini bianchi sopra gli altri vestimenti, con croce rossa in capo e nel petto, e andavano scalzi con grande divozione e grandissime discipline e digiuni senza mangiare carne, col crocifisso innanzi della loro parrocchia a grandissime brigate. Tutti i popoli andavano gridando in voci di laudi in versi, così in grammatica come in vulgare, Misericordia e pace al nostro Signore e a nostra Donna, per lo spazio di nove giorni continovi, senza mai dormire in letto, andando quegli da Firenze a Arezzo e a Cortona e per molte altre terre; e così le altre terre veniano a Firenze, e così intervenne per tutta Italia. È mirabil cosa che per detto viaggio non facevano danno a nessuno di frutti nè di niuna altra cosa, che tutti comperavano, e molte paci e accordi tra molte signorie, ed eziandio paci di morte d’uomini tra private persone si feciono: cosa mirabile fu per certo e degna di perpetua memoria, e fu annunziazione della moria che venne, e fu detto quell’anno l’anno dei Bianchi».

[74]. Chron. patav. ad an. 1399; ap. Muratori, Antiq. M. Æ. IV.

[75]. Gregorio XI nel 1372 ordina inquisitoribus, ut faciant comburi quosdam libros sermonum haereticorum, pro majori parte in vulgari scriptos.

[76]. Raynaldi al 1375, II. 26.

[77]. Enea Silvio descrive a lungo quella di Giovanni de Merlo spagnuolo con Erminio di Ramstein tedesco, per un colpo di lancia, tre di scure, quaranta di spada.

[78]. Articulos omnia peccata mortalia, nec non infinita, abominabilia continentes. Teodorico da Niem.

[79]. Alquanti anni di poi si riscattò, e fu posto cardinale di Frascati. Il suo sepolcro nel battistero di Firenze è opera di Donatello.

[80]. Nel concilio di Costanza seguì un rumore fra l’arcivescovo di Milano e quello di Pisa, e dalle parole ne vennero alle mani, volendosi strangolare l’un l’altro perchè non avevano armi. Onde molti si gittarono giù per le finestre del concilio. Sanuto in T. Mocenigo. A quel concilio figurò grandemente il b. Enrico Scarampo de’ signori di Cortemiglia, vescovo di Acqui, poi di Feltre e Belluno 1404-1440, deputato anche al processo di Huss.

[81]. Così è generalmente asserito; pure si ha una lettera di Huss che dice: Exeo (da Praga) sine salvoconductu; Ap. Rohrbacher, Hist. eccles., tom. XXI. p. 191.

[82]. Enea Silvio, Oratio de morte Eugenii papæ.

[83]. Sono parole di Enea Silvio, Comment., lib. I princ. — Il Poggio ne sparla sbrigliatamente.

[84]. K. Walchner, Politische Geschichte der grossen Kirchensynode zu Florenz. 1825.

I. Lenfant, Histoire du concile de Constance. 1727.

[85]. «Vennero il pontefice con tutta la corte di Roma, e collo imperatore de’ Greci e tutti i vescovi e prelati latini, in Santa Maria del Fiore, dove era fatto un degno apparato, ed ordinato il modo ch’avevano a istare a sedere i prelati dell’una chiesa e dell’altra. Istava il papa dal luogo dove si diceva il Vangelo, e’ cardinali e prelati della chiesa romana; dall’altro lato istava lo ’mperatore di Costantinopoli con tutti i vescovi e arcivescovi greci: il papa era parato in pontificale, e tutti i cardinali co’ piviali, e i vescovi cardinali colle mitere di damaschino bianco, e tutti i vescovi così greci come latini co’ piviali, i greci con abiti di seta al modo greco molto ricchi; e la maniera degli abiti greci pareva assai più grave e più degna che quella de’ prelati latini... Il luogo dello ’mperadore era in questa solennità dove si canta la Epistola all’altare maggiore; ed in quello medesimo luogo, com’è detto, erano tutti i prelati greci. Era concorso tutto il mondo in Firenze per vedere quell’atto sì degno. Era una sedia al dirimpetto a quella del papa dall’altro lato, ornata di drappo di seta, e lo ’mperadore con una veste alla greca di broccato damaschino molto ricca con uno cappelletto alla greca, che v’era in sulla punta una bellissima gioja: era uno bellissimo uomo, colla barba al modo greco. E d’intorno alla sedia sua erano molti gentili uomini che aveva in sua compagnia, vestiti pure alla greca molto riccamente, sendo gli abiti loro pieni di gravità, così quegli de’ prelati, come de’ seculari. Mirabile cosa era a vedere ben molte degne cerimonie, e i vangeli che si dicevano in tutte e due le lingue greca e latina, come si usa la notte di Pasqua di Natale in corte di Roma. Non passerò che io non dica qui una singulare loda de’ Greci. I Greci, in anni millecinquecento o più, non hanno mai mutato abito: quello medesimo abito avevano in quello tempo, ch’eglino avevano avuto nel tempo detto; come si vede ancora in Grecia nel luogo che si chiama i campi Filippi, dove sono molte storie di marmo, dentrovi uomini vestiti alla greca nel modo che erano allora». Vespasiano Fiorentino, Vita di Eugenio IV.

Il decreto d’unione incomincia: Eugenio ecc. Consentiente carissimo filio nostro Johanne Paleologo Romanorum imperatore illustri et... orientalem ecclesiam representantibus. Letentur celi et exultet terra: sublatus est enim de medio paries qui occidentalem orientalemque dividebat Ecclesiam, et pax atque concordia rediit; illo angulari lapide Christo, qui fuit utraque unum vinculo fortissimo caritatis et pacis utrumque jungente parietem; et perpetue unitatis federe copulante ac continente; postque longam meroris nebulam, et dissidii diuturni atram ingratamque caliginem, serenum omnibus unionis optate jubar illuxit. Gaudeat et mater Ecclesia, qui filios suos hactenus invicem dissidentes jam videt in unitatem pacemque rediisse: et que antea in eorum separatione amarissime flebat, ex ipsorum modo mira concordia cum ineffabili gaudio omnipotenti Deo gratias referat. Cuncti gratulentur fideles ubique per orbem, et qui christiano censentur nomine, matri catholice Ecclesie colletentur. Ecce enim occidentales orientalesque Patres, post longissimum dissensionis atque discordie tempus, se maris ac terre periculis exponentes, omnibusque superatis laboribus, ad hoc sacrum ycumenicum concilium desiderio sacratissime unionis, et antique caritatis reintegrande gratia, leti alacresque convenerunt, et intentione sua nequaquam frustrati sunt. Post longam enim laboriosamque indaginem, tandem Spiritus Sancti clementia ipsam optatissimam sanctissimamque unionem consecuti sunt. Quis igitur dignas omnipotentis Dei benificiis gratias referre sufficiat? quis tante divine miserationis divitias non obstupescat? cujus vel ferreum pectus tanta superne pietatis magnitudo non molliat? sunt ista prorsus divina opera, non humane fragilitatis inventa; atque ideo eximia cum veneratione suscipienda, et divinis laudibus prosequenda. Tibi laus, tibi gloria, tibi gratiarum actio, Christe, fons misericordiarum, qui tantum boni sponse tue catholice Ecclesie contulisti, atque in generatione nostra tue pietatis miracula demonstrasti, ut enarrent omnes mirabilia tua. Magnum siquidem divinumque munus nobis Deus largitus est: oculisque vidimus quod ante nos multi, cum valde cupierint, adspicere nequiverunt. Convenientes enim Latini ac Greci in hac sacrosancta Synodo ycumenica, magno studio invicem usi sunt, ut inter alia etiam articulus ille de divina Spiritus Sancti processione summa cum diligentia et assidua inquisitione discuteretur...

Item diffinimus sanctam apostolicam sedem, et romanum pontificem in universum orbem tenere primatum, et ipsum pontificem romanum successorem esse beati Petri principis Apostolorum et verum Christi vicarium totiusque Ecclesie caput, et omnium christianorum patrem et doctorem existere; et ipsi in beato Petro pascendi, regendi, ac gubernandi universalem Ecclesiam a Domino nostro Jesu Christo plenam potestatem traditam esse; quemadmodum etiam in gestis ycumenicorum conciliorum, et in sacris canonibus continetur. Renovantes insuper ordinem traditum in canonibus ceterorum venerabilium Patriarcharum: ut Patriarcha constantinopotitanus secundus sit post sanctissimum romanum pontificem, tertius vero alexandrinus, quartus autem antiochenus, et quintus hierosolymitanus, salvis videlicet privilegiis omnibus et juribus eorum.

Vedasi Cecconi Eugenio, Studj storici sul concilio di Firenze con documenti inediti. Firenze 1869.

[86]. Neque unquam Januenses dimittent hanc conventionem, vel facient contra eam, neque pro ecclesiastica excommunicatione, neque pro præcepto alicujus hominis coronati vel non coronati. Vedi Codinus, De officiis, cap. XIV; Cantacuzeno, Hist., lib. I. c. 12.

[87]. Dice il Sauli (Della colonia di Galata, I. 229) dietro Francesco Testa.

[88]. Foglietta, Hist. januensis, lib. VIII.

[89]. Dei capitani latini sette erano genovesi, Maurizio Cattaneo, Giovanni del Carretto, Paolo Bocchiardi, Giovanni de Fornari, Francesco de Salvatichi, Leonardo da Langosco, Lodisio Gattilussi. Leon. Chiensis, pag. 95. Però il giornale dell’assedio di Costantinopoli di Nicolò Barbaro accagiona di tutti i tradimenti i Genovesi.

[90]. La primitiva colonia di Greci Albanesi in Puglia si divise in tre. Una si stabilì presso il Gargàno, e v’ebbe i villaggi di Cannone, Greci, Ururi ed altri. Una si stanziò nella provincia d’Otranto, fondandovi Faggiano, Colonia imperiale; San Crispiero, Monteparano, San Marzano. Una in Melfi, formando il comune di Ciuciari. Mal visti dagli indigeni, si sparsero alle falde del Vulture, fondandovi Maschito e Barile, che contenevano cinquemila abitanti prima de’ tremuoti del 1851 e nella Basilicata, fondandovi popolazioni a Brindisi e San Ciriaco nuovo.

In Sicilia ebbero quattro tribù, di cui le principali sono la Piana de’ Greci e Adriano Palazzo, simili a città.

Nella Calabria meridionale posero i villaggi di Zangarona, Vena, Carafa, Andali, Marcedusa, San Nicolò dell’Alto, Carfito. Nella Calabria occidentale ebbero fin venticinque villaggi, tra cui Longro con cinquemila abitanti, Spezzano con tremila, San Donato, San Benedetto con duemila. Quivi allettavagli Irene Castriota pronipote dello Scanderbeg, che portò que’ vasti dominj a Pietrantonio Sanseverino principe di Bisignano. Alcuni piantaronsi nelle sterile falde dell’Appennino verso la Basilicata; e una sola colonia negli Abruzzi, fondando Abbadessa. Pagavano un canone ai feudatarj o al Governo, col che restavano immuni d’ogni altra gravezza, fin alla conquista napoleonica. Cessato dall’armi e datisi all’agricoltura, preferivano i luoghi alti e vistosi e abbondanti d’acque: e poichè impedivasi di ingrossare in città, teneano i villaggi vicini, per soccorrersi facilmente fra popolazioni che li disamavano. Le varie famiglie conservansi in casali distinti; come i Bafa a Santa Sofia, gli Scura e Toci in Vacarizzo, i Busa in San Giorgio, i Toci e gli Strigarò in San Cosma, gli Stratigò, i Demarco, i Samangò in Lungro. E Lungro, paese sì grosso, conserva puro il dialetto antico, mentre occorrono interpreti per farsi intendere dalle terre confinanti: locchè avviene dappertutto. Molti si educano, e acquistarono nome principalmente come legali, professori e vescovi: e il collegio italo-greco è dovuto a Samuele Rodotà di San Benedetto, primo vescovo della Chiesa greca in Calabria.

Oggi si hanno 89,000 Albanesi e 1800 Greci nel regno, con una colonia nella Corsica; oltre i molti che servono nei porti di Venezia, Trieste e Livorno.

[91]. Anna Paleologo, vedova dell’ultimo imperatore di Costantinopoli, sfuggita allo sterminio della patria, approdò con molti signori greci nella maremma toscana, e chiese a Siena il diroccato castello di Montacuto col suo distretto, promettendo rifabbricarlo fra cinque anni e starvi con almeno cento famiglie. Si pattuì dunque che il nuovo castello e ’l distretto s’intendessero del comune di Siena, il quale custodisce la rôcca, eccetto una porta, per la quale l’imperatrice potesse ad un bisogno rifuggirvi; questa e i suoi giurerebbero fedeltà alla Repubblica senese, e alla cattedrale offrirebbero ogn’anno un cero di otto libbre, e per dieci anni un tributo di cinque lire alla camera di Bicherna; il seguito di lei potesse levare in Orbitello il sale per proprio uso, a soldi dieci lo stajo: le si concedevano due bandite, una da ridurre a vigneti, l’altra per pascoli, bastante almeno a cento paja di bovi. Ella nominerebbe due uffiziali greci che per trent’anni renderebbero ragione a quella colonia nel civile e nel criminale secondo le leggi degli imperatori greci, solo nelle pene uniformandosi agli statuti di Siena, come pure nei pesi e nelle misure. Avrebbero per tutto il contado esenzione di gabelle; e se alcuno abbandonasse il suo domicilio dì Montacuto, la Repubblica li rifarebbe delle spese di fabbrica e degli utensili che vi lasciasse. La cosa fu approvata il 28 aprile 1474; ma la carta che riferisce questo fatto, taciuto dagli storici e inquinato da altri dubbj, non dice per quali cagioni non ebbe seguito una combinazione che avrebbe risanato que’ deserti paludigni.

[92]. La prima, di Menze, stampata a Venezia il 1500; il secondo, dal ragioniere Gottugli, pure pubblicato in Venezia.

[93]. Nelle missioni in Germania, in Baviera, in Ungheria gli era stato compagno, per destinazione dei papi, san Giacomo di Montebrandone nella Marca, acclamatissimo per miracoli, austera vita e conversioni. All’impresa di Belgrado andò pure Luigi Scarampa, patriarca di Aquileja e commendatario di Montecassino.

[94]. All’invito del papa, il doge parlò nel gran consiglio: — Signori. No se move foglia d’albero senza ’l voler de Dio. Considerè che, se questo Stato è vegnudo a tanta grandezza, questo è processo per volontà de Dio, più che per nostro senno e per le nostre forze. Chi crede che le cose contra ’l Turco fosse passade sì ben, se non fosse concorso la volontà de Dio? Voltemo la mente a Dio e alla so Madre, e ringraziamola dei benefizj che la ne fa ogni zorno; e sforzemose de far quello che la ne comanda, e posponemo li odj e la invidia. Se faremo così, Dio prospererà questo Stato da ben in meglio. Sora ’l tutto, no se partimo dalle elemosine, dalle orazion e dal far giustizia. El Cardinal Niceno ne ha presentà ona bolla del papa, che è stà letta a l’eccellenze vostre; la Signoria e i savj de colegio ne ha domandà l’anemo nostro su quello che ’l papa ne scrive. Avemo resposto, che dependemo dal voler della signoria vostra. Ve preghemo che considerè qual è ’l meglio della terra. Fè orazion, elemosine, lassè da banda le passion, e deliberè ’l vostro ben. Priego la bontà de Die umelment, perchè humilitas vincit omnia, che ne inspira a deliberar quel che è onor so e servizio vostro».

[95]. Enea Silvio era stato per alcun tempo vescovo di Trieste; onde il dottor Rossetti di questa città raccolse quanto potè di scritti e memorie di quel pontefice, e ne fece dono alla pubblica biblioteca.

[96]. Ap. Raynaldi, al 1471, § 9.

[97]. Sabellico, Dec. III. l. IX.

[98]. «Tutto ciò che di male è stato nella benedetta Firenze, da nulla cosa è proceduto se non dal volere gli ufficj, e poi avuti, ciascuno volerli per sè tutti e cacciarne il compagno..... Sotto colori di guelfi e ghibellini, si sono ammoniti gli uomini non ad altro fine che per avere per sè gli ufficj: e per questo fu trovato l’ammonire ed il confinare e il porre a sedere e il divieto degli ufficj: e per ogni uomo che ha guadagnato d’ufficj, mille n’hanno perduto, senza l’anima e le inimicizie che per l’ufficio e nell’ufficio sono acquistate... E quand’uno s’è trovato ne’ luoghi, non ha pensato se non come disfare chi a diritto o a torto sentenza contro lui ha renduta... Tutti i discendenti s’accozzavano di voler essere capitano di parte per ammonire; e quando erano in ufficio, i capitani si ristringeano insieme, e diceano uno all’altro: Non ha’ tu alcuno nemico, a cui tu vogli far noja? e così raccozzati, ciascuno mettea il suo o i suoi, e poi a una fava faceano il partito, e il guelfo come il ghibellino era ammonito». Questi lamenti del buon Coppo Stefani (Rubrica 923) s’attagliano ad altri tirannelli del tempo nostro.

[99]. Simbolo di questa varietà è il Palazzo vecchio, sotto i cui sporti merlati sono gli stemmi della repubblica e de’ sestieri; cioè, pe’ Ghibellini il giglio bianco in campo rosso, o piuttosto il giaggiòlo o ireos, il quale co’ suoi fiori incorona le mura di Firenze; pe’ Guelfi il giglio rosso in campo bianco; la croce rossa in campo bianco, adottata per la riforma di Giano della Bella; le chiavi d’oro incrociate su campo turchino, con cui la parte guelfa attestò la sua devozione a santa Chiesa. I sestieri ebbero per insegna, quello d’Oltrarno il ponte, San Pier Scheraggio il carroccio, Borgo Santi Apostoli l’ariete, San Pancrazio una branca di leone, porta del Duomo il duomo, San Piero le chiavi. Nei vani degli sporti della torre del Palazzo vecchio sono dipinti gli stemmi de’ quartieri; cioè, Oltrarno, colomba bianca con raggi d’oro; Santa Croce, croce d’oro; Santo Maria Novella, sole a raggi d’oro; San Giovanni, tempio ottagono; tutti in campo azzurro.

[100]. Il famoso canonista ed erudito Lapo da Castiglionchio ebbe saccheggiata la casa in Firenze, donde riuscì a fuggire travestito da frate. Allora «fu mandato a confine a Barzellona; e chi l’uccidesse fuori di Barzellona, avesse dal Comune di Firenze fiorini mille d’oro; e chi ’l menasse preso, possa trarre di bando uno sbandito cui e’ vorrà, o rubello ch’egli vorrà nominare». (ap. Mehus). Egli si fermò a Padova, dov’ebbe una cattedra di diritto ecclesiastico. Di lui si hanno a stampa le Allegazioni (Firenze 1568), e un’epistola sulla nobiltà, e se sia più utile nascer nobile o plebeo (Bologna 1753). Continuò a mestare nelle cose della patria, ed anche i suoi figli; mal per loro, che n’ebbero punizioni severissime. Vedi Ammirato, Storie fiorentine, al 1391.

[101]. Sono parole degli storici; pure consta dai registri che nel 1366 egli era podestà a Mantigno nel podere degli Ubaldini, e nel 77 a Firenzuola.

[102]. «Quest’operazione (dell’escludere le due arti nuove) fu giustissima, giacchè in quell’ordine di persone non si poteano trovare, se non per un caso singolare, persone atte al governo: mancanti di educazione e di lumi, non si conciliavano con alcun mezzo la stima del pubblico, ond’era stato un grand’errore creare due nuove arti della più vile canaglia, e parificarle alle altre negli onori». Ammirato, lib. XIV. Eccede, poichè le due arti erano state create appunto per cernire dalla canaglia quelli che per virtù e senno meritavano di non restar esclusi dalle magistrature.

[103]. È narrato che il vescovo Tarlati d’Arezzo incaricò Buonamico Buffalmacco di dipingere un’aquila viva addosso a un leon morto, volendo inferire la superiorità de’ Ghibellini sopra Firenze. Buffalmacco fecesi fare un chiuso d’assi e tende, e dipinse tutto il contrario, il leone soprastante all’aquila; poi fingendo andare per colori, non tornò più. Apertosi e trovata la burla, il vescovo a smaniarne e bandirlo.

[104]. Quando i Fiorentini tolsero i castelli degli Ubaldini, Franco Sacchetti applaudì con una canzone rimasta inedita fin al 1853:

Fiorenza mia, poi che disfatti hai

Le cerbïatte corna (loro stemma)

Della superba e crudele famiglia,

Festa dèi far più che facessi mai...

Però che molti fur, tardi o per tempo,

Rubati a questi passi,

Ed ancor morti antichi di ciascuno,

Chè non si taglia bosco, selva o pruno

Che non v’abbia cataste

Di teste e membra guaste...

Ed Alemagna sola

Più ch’altri dee goder di lor ruina,

Perchè gli suo’ romei sentian rapina...

Così Inghilesi, Fiamminghi e Franceschi...

Meglio è che vinto aver la Santa Terra

Aver vinto costoro

Tra cui viandanti convenian passare...

Dello stesso è pure una canzone contra il duca di Milano, ove dettogliene a gola, conchiude:

A tutti quei che voglion giusta fama

E tengon libertà, ch’è tanto cara

Come sa chi per lei vita rifiuta,

Canzon, non istar muta,

Che se tal biscia ora non si disface,

Non pensi Italia mai posar in pace.

[105]. Alla qual peste si riferisce il caso di Ginevra degli Almieri. Sposa da pochi mesi, ella morì e fu sepolta, ma rinvenne e uscì dalla tomba: andò dal marito, andò dai parenti, e nessuno la volle ricevere, credendola l’ombra di lei che domandasse suffragi; ond’ella ricoverò da Antonio Rondinelli che l’aveva amata, e che la ricevè e risanata sposò. Scopertosi il caso, la curia vescovile dichiarò che, essendo ella stata abbandonata per morta, il primo matrimonio era sciolto, teneva il secondo.

[106]. L’Ammirato, il quale condanna i Pisani, deplora che «Pisa s’andava tuttodì vuotando dei proprj cittadini, non soffrendo il loro altiero animo, non ostanti tanti benefizj, di star sudditi a’ Fiorentini». Ci sono descritti dallo stesso Gino Capponi il tumulto de’ Ciompi, e l’acquisto di Lucca, che pajonmi delle più belle e nobili storie di nostra favella. Nell’archivio secreto Mediceo sta una lettera 14 gennajo 1431 dei dieci di balìa al commissario di Pisa, ove conchiusero: «Qui si tiene per tutti, che ’l principale e più vivo modo che dare si possa alla sicurtà di cotesta città, sia di vuotarla di cittadini pisani; e noi n’abbiamo tante volte scritto costì al capitano del popolo, che ne siamo stanchi; e rispondeci ora l’ultimo, essere impedito dalla gente dell’arme, e non avere il favore del capitano (Cotignola). Vogliamo che tu ne sia con lui, ed intenda bene ogni cosa, e diate modo con usare ogni crudeltà ed asprezza. Abbiamo fede in te, e confortiamti a darvi esecuzione prestissima, che cosa più grata a tutto questo popolo non si potrebbe fare»

Negli scrittori pisani recenti sono a vedere le incolpazioni atroci date al governo di Firenze, sin d’avere per decreto peggiorato l’aria di Pisa onde disabitarla.

[107]. Targioni, Viaggi, II. 221.

[108]. Non è superfluo mostrare i patti con cui il Comune di Lucca si diede a Carlo di Boemia nel 1333. Esso manderebbe un buon vicario, assegnandogli un salario fisso, di là del quale non possa nulla pretendere per sè o sua famiglia, cavalli ed uffiziali suoi; de’ quali pure sia prefisso il numero. Il salario è fissato in quattromila fiorini d’oro, dei quali deve stipendiare due giudici rinomati, tre buoni compagni, dodici donzelli, sedici ragazzi, un cuoco e due guatteri, venti cavalli. Esso vicario osservi le leggi e gli statuti di Lucca, e solo per furto, omicidio, falso incendio, tradimento possa far mettere alla tortura; non introduca prestiti o imposte o mutui o dazj, nè gli accresca; non possa fare spesa alcuna se non col consenso degli anziani, nè cominciar guerra; le cause civili e criminali si giudichino dalle solite curie, senza ch’egli vi s’intrometta. Gl’impieghi si diano al modo antico e a soli cittadini. Egli prepari pedoni e cavalli stipendiarj, ma che contrattino col Comune: le rendite di questo vadano nella cassa civica. Possa il vicario assistere al consiglio degli anziani; ma ciò che ottiene sette voti, si ritenga stabilito. Il re non voglia dare la città a chi altri si sia. Docum. per servire afta storia di Lucca, I. 278.

[109]. Morto Lionello duca di Modena nel 1440, Lucca occupò alcune terre della Garfagnana: Borso la respinse, anzi le tolse alcuni paesi: poi per interposizione di Firenze e ad arbitramento di Nicola V nel 1451 quelle rimasero al ducato, che ne formò la vicarìa di Frassalico, levando l’intralciatissima spartizione della Garfagnana bassa.

[110]. Il discorso è riferito da Giovan Cavalcanti, di poco posteriore. Rousseau ebbe l’idea di scrivere la storia di Cosmo de’ Medici. «Era (diceva a Bernardino Saint-Pierre) un semplice privato, che divenne sovrano de’ suoi concittadini col renderli più felici; non si elevò e non si mantenne che per mezzo dei benefizj».

Esiste il catalogo delle preziosità appartenenti a Pietro de’ Medici nel 1464, che in medaglie, anelli, cammei, suggelli, tavole antiche di pietra o di metalli, sono stimati fiorini d’oro duemila seicentoventiquattro; i vasi preziosi e altre cose di valuta, ottomila centodieci; varie gioje, diciassettemila seicentottantanove; oltre gli argenti. Appendice alla vita di Lorenzo il Magnifico del Roscoe. Esso Lorenzo nei Ricordi scrive: — Gran somma di denari trovo abbiamo speso dall’anno 1434 in qua, come appare per un quadernuccio in-quarto da detto anno fin a tutto il 1471: si vede somma incredibile, perchè ascende a fiorini seicentosessantatremila settecencinquantacinque, tra muraglie, limosine e gravezze, senza l’altre spese; di che non voglio dolermi, perchè, quantunque molti giudicassero averne una parte in borsa, io giudico essere gran lume allo Stato nostro, e pajonmi ben collocati, e ne sono molto ben contento».

[111]. Giovanni di ser Cambi reca la lista delle case grandi fiorentine al 1494 e assegna agli Altoviti sessantasei uomini, sessanta ai Rucellaj, cinquantatrè agli Strozzi, sessantacinque agli Albizzi, trentacinque ai Ridolfi, e così ai Capponi, ventisei ai Cavalcanti, e via là. Tra le antiche famiglie vanno ricordati i Bardi, che spesso ebbero nimistà coi Frescobaldi, massime nel 1340, allorchè li calmò il venerabile vecchione Matteo dei Marradi podestà. Cacciato il duca d’Atene, anche i Bardi furono espulsi a furor di popolo e bruciate ventidue loro case. Dianora de’ Bardi fu amata da Ippolito de’ Buondelmonti; ma, attesa l’inimicizia delle due famiglie, non potè che sposarla in segreto. Andava da lei la notte per una scala a corda; nel qual atto sorpreso dal bargello, fu arrestato per ladro, ed egli, anzichè mettere a repentaglio l’onore della fanciulla, lasciasi condannare a morte. Sol chiese che, nel condurlo al supplizio, si passasse davanti la casa de’ Bardi, volendo, diceva, in quell’estremo punto riconciliarsi colla famiglia sempre odiata. Ma ecco Dianora sbucarne scarmigliata, confessando: — Egli è mio sposo, e unica colpa di lui l’esser venuto a trovarmi». Si sospende il supplizio, si ripiglia la causa davanti al podestà, ove perorando Dianora stessa, facilmente si convinsero giudici e popolo, e si finì colle nozze pubbliche de’ due amanti e la pace fra le loro famiglie.

[112].

Cerchi chi vuol le pompe e gli alti onori,

Le piazze, i templi e gli edifizj magni,

Le delizie, i tesor, qual accompagni

Mille duri pensier, mille dolori.

Un verde praticel pien di bei fiori,

Un rivolo che l’erba intorno bagni,

Un augelletto che d’amor si lagni,

Acqueta molto meglio i nostri ardori;

L’ombrose selve, i sassi e gli alti monti,

Gli antri oscuri e le belve fuggitive,

Qualche leggiadra ninfa paurosa.

Quivi vegg’io con pensier vaghi e pronti

Le belle luci come fosser vive;

Là me le toglie or questa or quella cosa.

[113]. Schroeck, Allgem. Geschichte, vol. XXXII, p. 90.

[114]. «Nel 1424 fu ucciso Braccio de Montone;... e per questa cagione ne fu fatto gran festa e letitia in Roma de fuochi e de ballare; et ogni Romano giva con la torcia a cavallo ad accompagnare M. Jordano Colonna fratello di papa Martino, perchè era morto l’inimico del papa; e morti che furono questi, rimase papa Martino senz’alcun altro impaccio, e mantenea nel suo tempo pace e divitia, e venne lo grano a soldi quaranta lo rubbio». Infessura, Diario.

[115]. Vespasiano, Comment., p. 279.

[116]. Et a dì 19 de jennaro de martedì, fu impiccato uno Stefano Porcaro in castello, in quello torrione che sta quando vai in là a mano destra; e viddelo io vestito di nero, in gipetto e calze nere. Se perdette quell’huomo da bene et amatore dello bene e libertà di Roma, lo quale, perchè si vide senza cascione esser stato sbannito da Roma, volse, per liberar la patria soa da servitute, metter la vita sua, come fece lo corpo suo... Et in quel dì furono impiccati nelle forche di Campitolio senza confessione e comunione gl’infrascritti... Item con essi fu impiccato Sao e molti altri... Et in quel tempo furono ancora pigliati Mr Joanni... Adì 28 gennajo fu impiccato Francesco Gabadio et uno dottore, perchè accompagnarono Mr Stefano Porcari, e dissesi che avevano notitia dello detto trattato. E dopo andò uno bando, che chi sapesse dove sta... lo dovessino rivelare, e guadagnavano mille ducati, e chi li dava morti cinquecento. E lo papa fece cercare per tutta Italia per questi delinquenti... furon pigliati chi a Padua, chi in Venetia... et a molti fu tagliata la testa alla città di Castello. A dì 30 di jennaro fu impiccato Battista de Persona ». Infessura.

[117]. Delle lettere tengo l’edizione preziosa, fatta in Milano per maestro Ulderico Scinzenzeler il 1496. In queste è la troppo famosa storia degli amori della Lucrezia senese con Eurialo tedesco al seguito dell’imperatore Sigismondo, dipinti coi colori del Boccaccio. Delle altre lettere, molte illustrano assai i tempi. Æneæ Silvii Piccolominei senensis, qui post adeptum pontificatum Pius, ejus nominis secundus, appellatus est, opera quæ extant omnia. Basilea 1551. Opere capitali sono: De gestis concilii Basiliensis commentarium; De ortu et historia Bohemorum; Europa, in qua sui temporis varias historias cumplectitur. Scrive bene, quantunque con troppa frequenza di frasi o d’emistichi. Nella prefazione al Concilio di Basilea dice: — Non so quale sciagura o qual destino mi spinga così, che non valgo a distrarmi dalla storia, nè il tempo più utilmente consumare. Soventi mi proposi togliermi a questi allettamenti de’ poeti ed oratori, ed altro esercizio seguire, donde cavar alcuna cosa che mi renda men grave la vecchiezza, per non dover vivere alla giornata come gli uccelli e le fiere. Nè studj mancavano, nei quali se avessi voluto concentrar le forze, avrei potuto e danari e amici procacciare. Nè a ciò mi persuadeva da me solo, ma m’erano intorno gli amici, dicendomi di continuo: Orsù, che fai Enea? Ti occuperà la letteratura finchè campi? A quest’età non ti vergogni di non aver poderi, non danaro? Non sai che a vent’anni bisogna esser grande, a trenta prudente, a quaranta ricco, e chi passa questi confini indarno poi s’affatica? Mi consigliavano dunque che, instando già il quarantesimo anno, cercassi posseder qualche cosa, prima che quello entrasse. Spesso vi posi mano, e promisi fare secondo il consiglio; buttai via i libri oratorj, buttai le storie e tutte siffatte letture, nemiche alla mia salute. Ma come certi volanti non sanno fuggire il fuoco della candela finchè non v’abbrucino l’ali, così io torno al mio male, dov’è forza ch’io pera; nè, a quanto vedo, altri che la morte non mi torrà questo studio. Ma giacchè il destino mi trascina, nè quel che voglio posso, bisogna congiungere la volontà al potere. Mi si rinfaccia la povertà; ma e povero e ricco devono vivere fin alla morte. Se è misera la povertà ai vecchi, è miserrima agli illetterati. Aver corpo sano e integra mente è dato al povero non men che al ricco; se questo ottengo, null’altro chiedo. Goder quello che ho in buona salute mi conceda Dio, e prego di poter condurre una vecchiaja con mente sana e non indecorosa nè senza cetra. E giacchè così sta fitto nell’animo, torniamo ai commentarj nostri».

[118]. La distinzione stessa faceva in quel suo motto famoso: Quand’ero Enea, nessun mi conoscea; or che son Pio, ciascun mi chiama zio.

[119].

Il nome che d’apostolo ti denno

O d’alcun minor santo i padri, quando

Cristiano d’acqua, non d’altro ti fenno,

In Cosmico, in Pomponio vai mutando;

Altri Pietro in Pierio, altri Giovanni

In Jano e in Giovian van racconciando

Ariosto, Satira VI.

[120]. È caratteristico l’elogio che gli fa Gaspare Veronese: Novi ego quod suorum codicum largissimus semper fuit, alienorum vero verecundissimus postulator, nec non suorum aliis commodatorum lentissimus repetitor. Ap. Marini, Degli archiatri pontifizj, tom. II. p. 179.

[121]. Cronaca di Gubbio, Rer. It. Script., XXI. f. 994.

[122]. Che ciò fosse con intelligenza di Francesco Sforza suo suocero è asserito da Machiavelli e da quasi tutti i contemporanei, i quali diceano averlo lo Sforza menato alla beccheria, e Ferdinando esserne stato il boja: ma vittoriosamente li confutano i documenti che pubblicò il Rosmini nella Storia di Milano.

[123]. Racconta Gioviano Pontano, Belli neapolitani, lib. V, che, mentre Ferdinando di Napoli assediava una rôcca sotto Mondragone aderente agli Angioini, e per difetto d’acqua l’avea ridotta all’estremo, alcuni empj sacerdoti procurarono le pioggie con arti magiche. Trovarono alquanti giovani arditissimi, che di notte per difficilissime vie uscirono fin al lido, e quivi bestemmiarono un crocifisso con ogni peggior maledizione, quivi gettaronlo in mare, imprecando tempesta al cielo, al mare, alle terre. Al tempo stesso i sacerdoti presero un asino, e come a moribondo gli dissero le preghiere degli agonizzanti, lo comunicarono, e fattegli le esequie, il sepellirono vivo davanti alla porta della chiesa. Ed ecco subito annuvolarsi, tempestar il mare, farsi bujo il cielo, e tuoni e folgori e nembi e diluvio di pioggie, sicchè abbondantemente provvista la rôcca, Ferdinando se ne dovette levare.

In tali estremi, la sapiente Roma antica sepelliva un uomo e una donna.

[124]. Di quelli della sua patria fa l’enumerazione il Malipiero negli Annali veneti sotto il 1483: — È stà tolto cenventottomila ducati all’una per cento, deputati a pagar el pro del Monte Nuovo: è stà cresciuto un terzo tutti i dazj; è stà impegnato tutte le volte de Rialto a rason de ventotto per cento all’anno; e stà pagato in zeca i argenti de particulari, sie ducati la marca; è stà tolto le cadenelle d’oro che le donne portava al collo, e messe in comun. Se fa li officj e regimenti con la metà e un terzo manco de salario. Oltre tante decime, è stà messo tanse a la terra; le entrate de la terra e quelle de la terraferma è calade; se ha perso molte nave e galìe; se ha tolti homeni de la guerra nudi e rotti, perchè no se ha possuto far altro; se ha evacuato l’arsenal che altre volte ha fatto tremar el mondo; avemo fame e peste; mendicheremo la pace e ghe restituiremo el tolto; se ha speso un milion e dusentomila ducati; ed è morti tanti homeni da ben».

[125]. Infessura, Diario, pag. 1226.

[126]. Pietro Aretino scriveva al Franciotto nell’aprile 1548, cioè mezzo secolo prima di quell’Enrico IV di Francia, a cui il fatto viene attribuito: — Se bene jeri l’altro, per esserci il numero delle persone che si stavano a casa mia, meco ragionando, non feci motto alcuno circa il vostro ridere nel vedermi in mezzo di Adria e di Austria le figlie mie; nel vedermi, dico, dalle braccia dell’una d’anni undici stretto nel collo, e dalle mani dell’altra di otto mesi preso nella barba; non è che io non me ne accorgessi, e me lo tacqui allora per dirvi adesso una bella cosa in comparazione di quella mia tenera sofferenza. Lorenzo e Giuliano, quello padre di Leone, questo di Clemente, standosi trapassando il tempo del caldo al Poggio, accadde un giorno, poco dopo il desinare, ch’eglino per fuggire il sonno essendosi ritirati in camera, venutegli alle mani due canne, se ne fecero cavalli, e salendo l’uno sopra l’una, e l’altro sopra l’altra, volse Giuliano che gli montasse in groppa Giulio, e Lorenzo che il simile facesse Giovanni; e così spronando ciascuno senza i sproni pareano proprio ispronargli daddovero; talchè i bambini tutti ridenti, quel piacere nella loro innocenzia provavano, che prova in la sua tenerezza ogni genitore che la di lui prole trastulla. Videgli in cotal atto quel Mariando, che poi ebbe il titolo di Frate dal piombo; e ridendosene da senno, fu chiamato dentro dai personaggi sì grandi; i quai pregarono il faceto e leale uomo, che non prima facesse motto dello avere i due fratelli (i quali poi furon padre di cotale coppia di pontefici) trovati in tal materia di scherzo, non prima, dico, ch’egli avesse figliuoli; inferendo in sì prudente voce di parole, che la minore dimostrazione di semplicità che si faccin coloro che ne hanno, è lo impazzirgli drieto».

Il fatto però non è esatto, poichè Giulio nacque postumo.

[127].

Atque aliud nigris missum, quis credat? ab Indis,

Ruminat insuetas armentum discolor herbas.

Poliziano, Rusticus.

[128]. Angelo Poliziano a Lorenzo de’ Medici: — Magnifice Patrone. Da Ferrara vi scripsi l’ultima. A Padova poi trovai alcuni buoni libri, cioè Simplicio sopra al Cielo. Alexandro sopra la Topica, Giovan Grammatico sopra le Posteriora et li Elenchi, uno David sopra alcune cose de Aristotele, li quali non habbiamo in Firenze. Ho trovato anchora uno scriptore greco in Padova, et facto el patto a tre quinterni di foglio per ducato. Maestro Pier Leone mi mostrò i libri suoi, tra i quali trovai un M. Manilio astronomo et poeta antiquo, el quale ho recato meco a Vinegia, et riscontrolo con uno in forma che io ho comprato. È libro, che io per me non ne viddi mai più antiqui. Similiter ha certi quinterni di Galieno De dogmate Aristotelis et Hippocratis in greco, del quale ci darà la copia a Padova, che si è facto pur frutto. In Vinegia ho trovato alcuni libri di Archimede et di Herone mathematici che ad noi mancano, et uno Phornuto De deis, e altre cose buone. Tanto che papa Yanni ha che scrivere per un pezzo.

«La libreria del Niceno non abbiamo potuto vedere. Andò al principe messer Aldobrandino oratore del duca di Ferrara, in cujus domo habitamus. Fugli negato a lettere di scatole; chiese però questa cosa per il conte Giovanni et non per me, che mi parve bene di non tentare questo guado col nome vostro. Pure messer Antonio Vinciguerra, et messer Antonio Pizammano, uno di quelli due gentilhuomini philosophi che vennono sconosciuti a Firenze a vedere el conte, et un fratello di messere Zaccheria Barbero sono drieto alla traccia di spuntare questa obstinatione. Farassi el possibile; questo è quanto a’ libri.

«M. Piero Lioni è stato in Padova molto perseguitato, et non è chiamato nè quivi nè in Vinegia a cura nissuna. Pure ha buona scuola, et ha sua parte favorevole; hollo fatto tentare dal conte di ridursi in Toscana. Credo sarà in ogni modo difficil cosa. In Padova sta mal volentieri, et la conversatione non li può dispiacere, ut ipse ait. Negat tamen se velle in Thusciam agere. Nicoletto verrebbe a starsi a Pisa, non vorrebbe un beneficio, hoc est, un di quelli canonicati; ha buon nome in Padova, et buona scuola. Pure, nisi fallor, è di questi strani fantastichi; lui mi ha mosso questa cosa di beneficj: siavi adviso.

«Visitai stamattina messer Zaccheria Barbero, et mostrandoli io l’affectione vostra, mi rispose sempre lagrimando, et ut visum est, d’amore; risolvendosi in questo, in te uno spem esse; ostendit se nosse quantum tibi debeat. Sicchè fate quello ragionaste, ut favens ad majora. Quello legato che torna da Roma, et qui tecum locutus est Florentiæ, non è punto a loro proposito, ut ajunt. Un bellissimo vaso di terra antiquissimo mi mostrò stamattina detto messer Zaccheria, el quale nuovamente di Grecia gli è stato mandato; e mi disse, che sel credessi vi piacessi, volentieri ve lo manderebbe con due altri vasetti pur di terra. Io dissi che mi pareva proprio cosa da V. M., et tandem sarà vostro. Domattina farò fare la cassetta, et manderollo con diligentia. Credo non ne abbiate uno sì bello in eo genere. È presso che tre spanne, et quattro largo. El conte ha male negli occhi, et non esce di casa, nè è uscito poichè venne a Vinegia.

«Item visitai hiersera quella Cassandra Fidele letterata, et salutai per vostra parte. È cosa mirabile, discretissima, et meis oculis etiam bella. Partimmi stupito. Molto è vostra partigiana, et di voi parla con tutta practica, quasi te intus et in cute norit. Verrà un dì in ogni modo a Firenze a vedervi, sicchè apparecchiatevi a farle honore.

«A me non occorre altro per hora, se non solo dirvi che questa impresa di scrivere libri greci, et questo favorire i docti vi dà tanto honore et gratia universale, quanto mai molti e molti anni non ebbe uomo alcuno. I particolari vi riserbo a bocca. A. V. M. mi raccomando sempre. Non ho ancora adoperata la lettera del cambio per non essere bisognato. Venetiis 20 junii 1491».

[129]. Lettera di Pietro da Bibiena a Clarice de’ Medici, ap. Roscoe, Vita di Lorenzo, app. 7ª del vol. III.

Ad esso Lorenzo scriveva Ferdinando re di Sicilia, il 23 agosto 1488: — Magnifice vir, compater et amice noster carissime. Non era necessario che da voi fossemo rengratiati per lettera de vostra mano di quello che ho offerto in beneficio di mess. Joanni vostro figlio, perchè sape Dio lo animo et la voluntà nostra, quanto desidereressimo fare tutte le cose del mondo per usarvi gratitudine per quello havete continuamente operato in beneficio nostro et de questo Stato, del quale sempre potete fare quella stima che fareste delle cose vostre medesime, perchè li obblighi che ne havimo così recercano, et mai ve porìamo offerire tanto in beneficio vostro et della casa vostra, che ne para havere satisfacta una millesima parte de quello è lo animo et desiderio nostro di fare: secundo speramo per experientia, omni dì porite conoscere più manifestamente».

[130]. Watson (Massonic essayist. Londra 1797, pag. 238) sostiene che l’accademia platonica era una loggia muratoria, e che vi sono ancora scolpiti dei simboli massonici.

[131]. Phœnix, sive ad artificialem memoriam comparandam brevis quidem et facilis, sed re ipsa et studio comprobata introductio. Venezia 1491.

[132]. E non dal Crisolara, come fa ragionevolmente avvertire il Tonelli nella traduzione della vita di esso scritta da Shepherd; Firenze 1835. Erasmo giudica molto severamente il Poggio, definendolo rabula adeo indoctus, ut, etiamsi vacaret obscænitate, tamen indignus esset qui legeretur: adeo autem obscænus, ut, etiamsi doctissimus esset, tamen esset a viris bonis rejiciendus. Ep. CIII.

[133]. Si quando visendi desiderio in longinquum proficiscerer, visis forte eminus monasteriis veteribus, divertebam illico, et — Quid scimus (inquam) an hic aliquid eorum sit quæ cupio? Senil., VI. 2.

[134]. Commento al canto XXII del Paradiso. Il fatto è dimostrato falso dal Tosti nella storia di Montecassino, dove la libreria fu sempre uno de’ più cercati ornamenti.

[135]. O romani pontifices, exemplum facinorum omnium cæteris pontificibus, et improbissimi scribæ et pharisæi, qui sedetis super cathedram Moysis et opera Datan et Abyron facitis, itane vestimenta, apparatus, pompa, equitatus, omnis denique vita Cæsaris vicarium Christi docebit?... Nec amplius horrenda vox audiatur, partes contra Ecclesiam, Ecclesia contra Perusinos pugnat, contra Bononienses. Non contra Christianos pugnat Ecclesia, sed papa.

[136]. Universa in me civitas conversa est, omnes me diligunt, honorant omnes, ac summis laudibus in cœlum efferunt. Meum nomen in ore est omnibus. Nec primarii cives modo, cum per urbem incedo, sed nobilissimæ fœminæ honorandi mei gratia locum cedunt; tantumque mihi deferunt, ut me pudeat tanti cultus. Auditores sunt quotidie ad quadringentos, vel fortassis et amplius; et hi quidem magna in parte viri grandiores, et ex ordine senatorio. Epist. del 1428. Vedi la costui vita scritta da Carlo Rosmini, Milano 1808, con moltissimi documenti inediti.

[137]. Nella Laurenziana v’è una sua Oratio habita in principio publicæ lectionis, quam domi legere aggressus est, quum per invidos publice nequiret.

[138]. Se quel verso

Βούλομ’ ἐγὼ σάον λαὸν ἔμμεναι, ἢ ἀπολέσθαι

significhi Voglio che il popolo sia salvo o perisca, oppure Voglio che il popolo sia salvo o perire. Il Filelfo s’accorse che aveano torto entrambi.

[139]. Vedasi l’epistola 52 del lib. X. Di Gio. Maria Filelfo suo figlio, retore anch’esso inquietissimo e premorto al padre, scrisse la vita Guglielmo Favre. Ginevra 1856.

[140]. Naldo Naldi, Vita di G. Manetti, Rer. It. Script., XX.

[141]. Operis quippe ac studii mei est et fuit multos libros legere, et ex plurimis diversos carpere flores. Al fine: Mihi non bene scienti linguam græcam non vuol dire che la ignorasse, come pretende Eichhorn.

[142]. Giulini, Continuazione delle Memorie di Milano, II, 594.

[143]. Liber consiliorum, vol. III. IV. XIII, nell’archivio civico di Torino.

[144]. Tommasi al 1430.

[145]. È l’espressione del Bonfinio, Rerum Hungaric., dec. IV: Pannoniam Italiam alteram reddere conabatur.... Varias quibus olim carebat artes, eximiosque artifices ex Italia magno sumptu evocavit... olitores, cultores hortorum, agriculturæque magistros, qui caseos etiam latino, siculo, græco more conficerent.

[146]. Vespasiano, Ap. Mehus, Præf. ad vitam Ambrosii camaldolensis.

[147]. Vita di B. Valori, nell’Archivio storico, tom. IV. p. 241.

[148]. Pio II, Descrizione dell’Europa, cap. 52.

[149]. Lami, Catalogo della biblioteca Riccardiana, pag. 11.

[150]. De educatione liberorum. Milano 1491.

[151]. Sprezzando di tutto cuore i Barbari, il Poliziano gl’invita ad ammirare le bellezze e i pregi degl’Italiani, ove mostra di conoscere in che consiste il merito, anzichè qual fosse il merito vero degli Italiani: Admirentur nos, sagaces in inquirendo, circumspectos in explorando, subtiles in contemplando, in judicando graves, implicitos in vinciendo, faciles in enodando. Admirentur in nobis brevitatem styli fœtam rerum multarum atque magnarum, sub expositis verbis remontissimas sententias, plenas questionum, plenas solutionum; quam apti sumus, quam bene instructi ambiguitates tollere, scrupulos diluere, involuta evolvere flexanimis syllogismis, et infirmare falsa, et vera confirmare. Viximus celebres, et posthac vivemus, non in scholis grammaticorum et pædagogiis, sed in philosophorum coronis, in conventibus sapientum, ubi non de matre Andromaches, non de Niobes filiis, atque id genus levibus nugis, sed de humanarum divinarumque rerum rationibus agitur et disputatur. In quibus meditandis, inquirendis et enodandis ita subtiles, acuti acresque fuimus, ut anxii quandoque nimium et morosi fuisse forte videamur, si modo esse morosus quispiam aut curiosus nimio plus in indaganda veritate potest. Epist. lib. IX.

[152]. Ap. Rosmini, Storia di Milano, IV. 224.

[153]. Leonardo Giustinian veneto, amico del Filelfo e degli altri celebri, oltre i lavori filologici fece molti canti d’occasione e di gioja, che poi furono pubblicati col titolo di Fiori delle elegantissime cancionete (Venezia 1482); e le accompagnava anche di graziose note. Voltosi poi alla pietà, pubblicò le Devotissime et sanctissime laude (Cremona 1474), più volte ristampate. Per la prima volta nel 1851 si pubblicarono a Lucca le Laude spirituali di Bianco da Siena povero gesuato.

[154]. Si volle supporre non sia che un capitolo dell’opera di Leon Battista Alberti: ma altri crede che questi possa nella sua avere inserito il trattato del Pandolfini.

[155]. Senilium, XV. 5; Familiarium, II. 4. IV. 9. VI. 6; Hort. ad Nicolam Laurentii.

[156]. Il manoscritto d’Arona, che sta nella biblioteca di Torino, e che da un’assemblea di dotti erasi giudicato antico di cinque secoli, Daunou e Hase, valentissimi paleografi, nol fanno anteriore al secolo XV. Galeani Napione, poi De Gregory (Mém. sur le véritable auteur de l’Imitation de Jésus-Christ, 1827; e Histoire du livre de l’Imitation de Jésus-Christ et de son véritable auteur, Parigi 1843) sostennero i diritti del Gersenio di Vercelli. A provarlo d’un Tedesco si addusse testè quel passo del lib. IV. c. 5, ove dice che il sacerdote, vestito dei sacri arredi, ha davanti e di dietro la croce del Signore. Ora la pianeta degli Italiani e de’ Francesi non ha la croce che di dietro.

Celebrandosi il suo centenario nel 1874 ed ergendosegli un monumento, si pubblicarono molti opuscoli in favore dell’abate Gersenio.

[157]. Lib. II. c. 12.

[158]. Narrando che Federico II aveva imposto alcun dazj nuovi senza attribuirne un terzo alla Chiesa, soggiunge che l’anima di lui requiescit in pice et non in pace.

[159]. Alidosi, Instructione ecc. Forse questi tentativi avevano dato coraggio a Leonardo da Vinci di fare un modello col quale «mostrava voler alzare il tempio di San Giovanni di Firenze e sottomettervi le scalee senza rovinarlo». Vasari, Vita.

[160]. La sua opera è stampata «sulle rive del Benáco, nel quale si pescano i migliori carpioni, e le cui rive sono sparse di belle antichità». Uno de’ trattatelli suoi è intitolato: Modus solvendi varios casus figurarum quadrilaterarum rectangularum per viam algebræ. Nº cioè numero, indica il noto; Co cioè cosa, l’incognito; il quadrato Ce (censo); il cubo, Cu; p ed m vagliono + e -. Dove oggi scriviamo 3x + 4x2 - 5x3 + 2x4 - 6, allora facevasi 3 co. p. 4 ce. m. 5 cu. p. 2 ce. m. 6 .

Guglielmo Libri farebbe il + e il - inventati da Leonardo da Vinci; mentre Chasles (Aperçu historique sur l’origine et le développement des méthodes en géométrie, Bruxelles 1837), gli attribuisce a Stiffels.

«E perchè noi seguitiamo per la maggior parte Lionardo Pisano (Fibonacci), io intendo di chiarire che quando si porrà alcuna proposta senza autore, quella sia di detto Lionardo». Queste parole della Summa de arithmetica geometria purghino il Pacioli dalla taccia datagli di plagiario.

[161]. In Francia si cominciò nel 1376; solo nel 1556 Carlo V otteneva dai dottori di Salamanca la decisione che ai Cattolici non fosse illecito aprire umani cadaveri.

[162]. Nel XV secolo v’è menzione di pesti, in Dalmazia il 1416, 20, 22, 30, 37, 54, 64, 66, 80; nella Lombardia e Genovesato, il 1405 e 6; in Napoli, Milano ed altre parti d’Italia, il 1421 e 22; nel 21 a Bologna e Brescia; nel 28 a Roma; nel 29 e 30 a Perugia e altrove; nel 38 a Venezia e altrove; nel 48 nell’alta Italia; poi nel 50, 56, 60, 65, 68, 73, 75, 76, 78, 85: dal 92 al 95 la peste marrana, tifo navale, sviluppatosi fra gli Ebrei cacciati di Spagna contaminò tutta Europa. Scaligero contro Cardano dice che a Parigi, Colonia, Famagosta, Venezia, Ancona la peste ripullula così frequente, che può dirsi perpetua.

[163]. Quamquam per civitates, domus qua hospitalia vocantur, et supellectiles sumptibus publicis paratæ structæque videantur elephantiacis suscipiendis. — De elephantia. Ne’ secoli seguenti se ne parla pochissimo, ma non dovette scomparire del tutto: poi questi ultimi anni rivoltavi l’attenzione, fu riscontrata in molte parti, e più miserabilmente nella popolazione pescatrice di Comacchio, col nome di mal di fegato. Vedi Sulla lebbra, Commentario del D. A. Verga. Milano 1846.

Fallopio nel 1550 trovava che in Francia ancora molti erano affetti di lebbra; ma in Italia rimanevano rarissimi, e gli ospedali di San Lazzaro erano vuoti, mentre crescevano quelli di San Giobbe per gl’infraciosati. De morbo gallico, c. I. III.

[164]. Diconsi palimsesti (πάλιν φηστὸς, di nuovo raschiato). Ciò si costumava già dagli antichi, e Cicerone (Famil., VII, 18) scrive: Quod in palimsesto, laudo equidem parsimoniam; sed miror quod in illa chartula fuerit quod delere malueris, quam exscribere, nisi forte tuas formulas. Non enim puto te meas epistolas delere ut deponas tuas. An hoc significas nil fieri? frigere te? ne chartam quidem tibi suppeditare? Il primo palimsesto cui si facesse mente, fu alla biblioteca del re di Francia nel 1692, ed era un manoscritto delle opere di sant’Efrem.

Finchè s’ebbe carta papiracea, su quella si stesero gli atti pubblici. I più antichi d’Italia su carta pecora sono una concessione di re Liutprando del 712 nell’archivio di Milano, e uno del 784, ove Felice vescovo di Lucca conferma la donazione di Faulone al monastero di san Fridiano. Il più antico atto sopra carta bambagina è del 1145 in Sicilia, ove re Ruggero II fa concessioni all’abate di San Filippo di Fragola. Nell’archivio delle Riformagioni di Firenze trovasi un diploma in greco del 1192, in cui Isacco Langelo imperatore ammette i Pisani alla pace colle terre di Romania.

[165]. Plutarco (in Catil.) le fa inventare da Cicerone all’occasione della congiura di Catilina. Cicerone scrivendo ad Attico (lib. XIII) gli dice: — Tu non avrai forse intesa quella cosa perchè scritta διὰ σεμνῶν, per segni». Altri ne dicono autore Tirone suo liberto, da cui si chiamarono tironiane; e Dione Cassio (lib. LV) asserisce che Mecenate fece pubblicare queste note per Aquila suo liberto. Celebri tachigrafi antichi furono Perunnio, Pilargio, Pannio, e infine Seneca. San Cipriano aggiunse altre note alle già inventate, e tutte le adattò all’uso della religione. Prudenzio nell’inno di san Cassiano canta:

Verta notis brevibus comprendere cuncta peritus

Raptimque punctis dicta præpetibus sequi.

Origene, sant’Agostino, san Girolamo parlano dei tachigrafi.

[166]. Nel catalogo dei libri lasciati dal cardinale Guala al monastero di Sant’Andrea a Vercelli troviamo una biblioteca (cioè l’intera Bibbia) di lettera parigina, coperta di porpora e ornata di fiori d’oro ed iniziali simili; un’altra di lettera bolognese, con cuojo rosso; una di lettera inglese; una piccola preziosa di lettera parigina, con majuscole d’oro e ornamenti purpurei; l’Esodo e il Levitico di lettera antica; i dodici Profeti in un volume di lettera lombarda; i Morali del beato Gregorio, di buona lettera antica aretina ecc. Fava, Gualæ Bichierii card. vita, pag. 175.

[167]. Il padre Sarti (De prof. bonon., part. II, p. 214) pubblicò un catalogo di libri in vendita a Bologna; per esempio, Lectura domini Ostiensis CLVI quinterni, taxati lib. II. sol. X. etc. Un messale ornato a lettere d’oro e pitture, nel 1240, valse più di duecento fiorini (Ann. Camald., vol. IV. p. 349). Un Digestum vetus a Pisa si vendette lire sedici (L. 127). Forse dunque non costavano cari se non quando miniati.

[168]. Tiraboschi, tom. VI. l. 1. c. IV. § 19.

[169]. Nell’inventario de’ possessi del vescovado di San Martino di Lucca dell’VIII o IX secolo la biblioteca è così composta: Eptaticum, vol. 1. Salomon, vol. 1. Machabeorum, vol. 1. Actus apostolorum, vol. 1. Prophetarum, vol. 1. Librum officiorum, vol. 1. Dialogorum, vol. 1, Vita... Ezechiel, vol. 1. Omeliarum, vol. 1. Commentarium super Mattheum, vol. 1. Commentarium aliud... vol. 2. Ordo ecclesiasticus, vol. 1. Rationes Pauli, vol. 1. Antiphonarium, vol. 2. Psalterium, vol. 1. Vita sancti Martini, vol. 1. Vita sancti Laurentii cum memoria sancti Fridiani, vol. 1.

Nel 1212 Ugo, tesoriere della cattedrale di Novara, divenendo arciprete, facea la riconsegna degli oggetti che trovavansi nel tesoro del capitolo: fra cui notiamo un collettario gemmato con figura d’avorio, un cristallo rotondo donde si trae il fuoco, e venticinque volumi di libri da altare, cioè due messali, quattro antifonarj, tre testi del vangelo, quattro omeliarj, un sermonale, due epistolarj, un passionario estivo ed uno iemale, due collettarj, l’ordine, due salterj, la Bibbia, il Vecchio Testamento; e nell’armadio quarantotto libri, fra cui i morali di Giob, Agostino sopra Giovanni, le Etimologie di Isidoro, la storia ecclesiastica, un volume della prescienza e predestinazione, le Decretali, il Codice e le Novelle di Giustiniano, i pronostici del futuro giudizio, Prisciano, Cresconio Della concordia de’ canoni, un martirologio, Boezio Della consolazione, Marciano Capella, le vite dei Padri.

[170]. Marini, Degli archiatri pontifizj, tom. II. p. 130.

[171]. «Milatrecenquaranta fur fatti la folla di tutti i Santi, e il lavorerio di panno, lane e carta di papiro. Del qual lavoro di carta di papiro primo inventor presso Padova e Treviso fu Pace da Fabriano, che per l’amenità dell’acque stette la più vita in Treviso». Nel 1318 un notajo promette non fare istromento in carta di bambage, nè da cui siasi abrasa altra scrittura; un altro, nel 31, di non iscrivere in carta bambagina; poi nel 67 di non iscrivere su carta siffatta nè papiro. Il senato veneto del 1366 stabilì che «pel bene dell’arte della carta che si fa a Treviso, e reca grand’utile al nostro Comune, in nessun modo possano levarsi stracci di carta (stratie a cartis) dalla Venezia per portarli altrove che a Treviso».

[172]. Nell’Archivio diplomatico fiorentino, carte del Comune di Colle; ap. Repetti.

[173]. Reputavasi la più antica incisione in legno il san Cristoforo, sotto cui è scritto:

Xtofori faciem die quacumque tueris

Illa nempe die morte mala non morieris

millesimo CCCXX tertio.

Ma il signor di Reiffenberg, direttore della biblioteca reale di Bruxelles, acquistò una Madonna con varj santi, intaglio colla data 1318. Vedi pure W. A. Chatto, Treatise on vood engraving historical and practical. Londra 1839, con ducento belle vignette.

[174]. I Feltrini pretendono che Pamfilo Castaldi, loro concittadino e buon umanista, conosciuti gli studj del Guttenberg per istampare, a Faust suo discepolo additasse che si potrebbe far meglio che con tavolette stereotipe, cioè formar le lettere distinte, come quelle che già si usavano dai mercanti per far le iniziali e intestazioni sui loro libri. Si parlò molto questi ultimi anni di tale gloria; ma l’asserzione del cronista frate Cambiuzzi non è appoggiata a nessun documento. I meriti del Guttenberg sono chiariti da Ambrogio Firmin Didot nella Nouvelle Biographie générale.

[175]. Annali della stampa in Italia.

[176]. Serra, Discorso IV, pag. 215.

[177]. Impressa per magistrum Dionysium Paravisinum con caratteri, dicesi, fusi da Demetrio Cretese. A Milano si stampò nell’80 Esopo e Teocrito; nell’81 il Psalterio greco. Vedasi Humphreys, A history of the art of printing.

[178]. Renouard scrisse, negli Annales des Aldes, che Manuce occupa et occupera longtemps et sans aucune exception le premier rang parmi les imprimeurs anciens et modernes. La lode parve esagerata a Firmin Didot, che dice doverglisi eterna riconoscenza per l’attività adoprata a pubblicare tanti classici, e per la bella esecuzione tipografica; ma lo appunta di scarsa correzione, e allega un passo di lettera, ove Aldo dice d’essere così occupato, che appena ha tempo, non che di correggere, di scorrere i libri che stampa: Vix credas quam sim occupatus. Non habeo certe tempus, non modo corrigendi, ut cuperem, diligentius qui excusi emittuntur libri cura nostra, sed ne perlegendi quidem cursim. Di lui discorse pienamente esso Ambrogio Firmin Didot nell’Alde Manuce et l’Hellenisme à Venise. Parigi 1875.

[179]. Il primo libro in Italia ove il disegno figurasse bene negli intagli stampati insieme coi caratteri, o, come diciamo oggi, illustrato, è l’Ypnerotomachia, per Aldo, nel 1499, con belle figure che sono del Mantegna o almeno della sua maniera. Sono a tratti, e l’ombra è indicata da linee più o men lunghe. Ma già le favole d’Esopo, stampate a Verona il 1481 e a Venezia il 1490 con intagli, e quelle di Napoli del 1485 in 4º grande, ne hanno 87, però grossolani. Nel 1497 maestro Lorenzo de’ Rossi di Ferrara stampò molti libri, con figure a tratti, quali la Vita et epistole di sancto Jeronimo; il Boccaccio De claris mulieribus, ecc.

[180]. Esiste il contratto tra il celebre frà Jacopo Filippo Foresti e lo stampatore Bernardino Benaglio di Bergamo per l’edizione del supplemento alle Cronache d’esso frate, il 7 gennajo 1483. Dovevano stamparsi in Venezia a non più di seicentocinquanta copie; l’autore promette rilevarne ducento a novanta marchetti per copia. Egli intendeva dedicar l’opera al magnifico Marcantonio Morosini nobile veneto «se lui vole exborsare sedici ducati per lo correctore; et casu quo non pagasse ditti sedici ducati, non ge la debba intitulare, sed a chi parerà a ditto frate Jacopo Filippo». Realmente la intitolò alla città di Bergamo, che gli regalò cinquanta ducati d’oro, da lui adoperati a vantaggio del proprio convento. Tiraboschi, tom. VI. l. c. IV. §32.

[181]. I privilegi concessi ad Aldo furono pubblicati da Armand Baschet. Venezia 1867.

[182]. Nell’archivio di Siena, Denunzie del 1491, Bernardino di Michelangelo Cignoni scrive: — Pell’arte mia non si fa niente; pell’arte mia è finita, per l’amore dei libri, che li fanno in forma che non si miniano più».

[183]. Tachygraphia veterum exposita et illustrata ab Ulrico Fred. Knopp. Manheim 1817, vol. II. Sì poco sperava nella riconoscenza de’ contemporanei, che vi antepose questa scoraggiata dedica: Posteris hoc opusculum, æqualium meorum studiis forte alienum, do, dico atque dedico.

[184]. Tripudiamo anche noi col bibliotecario Maj, allorchè, di sotto ai versi di Sedulio, gli apparve Cicerone: O Deus immortalis! repente clamorem sustuli. Quid demum video? En Ciceronem, en lumen romanæ facundiæ, indignissimis tenebris circumscriptum! Agnosco deperditas Tullii orationes; sentio ejus eloquentiam ex his latebris divina quadam vi fluere, abundantem sonantibus verbis, uberibusque sententiis.

[185]. Vedi Sacchetti, Nov. 178; e le canzoni di esso pubblicate nel Giornale arcadico, febbrajo 1819. Della mania d’imitar le foggie e i parlari stranieri move lamenti anche il Petrarca. Vedi Muratori, Antiq. M. Æ., diss. XXV.

[186]. Storia fiorentina, IX.

[187]. Historia di Conforto Pulice. Rer. It. Script., tom. XIII.

[188]. Il gallo era lo stemma di Murano.

[189]. Cronaca veneziana, § 266. A Venezia era un magistrato suntuario, i provveditori sopra le pompe.

[190]. Delizie degli eruditi, XI. 162.

[191]. V. Du Cange ad vocem. Egli cavò questo cerimoniale da un manoscritto di Cambrai.

[192]. Paradiso, canto XIV. 104.

[193]. Lib. II. c. 36.

[194]. Vedi Pezzana, Storia di Parma, vol. III. doc. X. XV.

[195]. Nelle Antichità estensi, vol. II, p, 376, può leggersi la distinta del ricchissimo corredo che Giulia della Rovere figlia del duca d’Urbino portò con ventimila scadi d’oro di dote sposando Alfonso II d’Este nel 1549.

[196]. Del 1192, nel Codice Eceliniano del Verci.

[197]. Conto de’ tesorieri generali di Savoja.

[198]. Dummodo prædicta Lucia marito suo per carnalem copulam se non commisceat, sine speciali licentia in scriptis; nec cum alio viro rem habeat, nobis exceptis, si forte cum ea coire libuerit aliquando. Manoscritto dell’archivio Trivulzio.

[199]. Ghirardacci, St. di Bologna al 1313.

[200]. Di Costanzo, St. di Napoli, lib. IX.

[201]. Anche quando Carlo V volle nel 1536 salire all’apertura della cupola del Panteon a Roma, un tal Crescenzi, che ve l’accompagnò, disse a suo padre essergli venuto il pensiero di buttarlo giù, per vendetta del sacco di Roma. E il padre: — Figliuol mio, queste cose si fanno e non si dicono». Relazione del sacco di Roma, manoscritto nella Vaticana.

[202]. Blanqui, Hist. de l’économie politique, introd. — Vedi l’Appendice IX.

[203]. Landino, Apologia de’ Fiorentini; Varchi, Storia, lib. IX. Secondo il Dati, Cronaca, p. 128, i Fiorentini nella guerra

col papa dal 1395 al 68 speserofiorini d’oro2,500,000
nella seconda contro il conte di Virtù dal 1375 al 98»1,800,000
nella terza dal 1401 al 4»2,500,000
nella guerra di Pisa del 1405»1,500,000

laonde in dieci anni di guerra avrebbero speso centrentotto milioni de’ nostri.

[204]. Elogio storico, nella Serie di uomini illustri toscani.

[205]. Presso Manni, Illustrazione del Decamerone, pag. 431.

[206]. Archivio storico, IV.

[207]. Vedi i Ricordi storici di F. Rinuccini. Firenze 1841. — Perchè queste cifre avessero significato positivo, bisognerebbe paragonarle con quelle d’altri paesi: ora nulla è più incerto nelle storie che le cifre, nè più difficile che il depurarle. In un’altra opera noi offrimmo de’ paragoni; qui diremo come un atto del parlamento inglese del 1496 regolasse il salario del contadino in scellini sedici, soldi otto all’anno, oltre quattro pel vestito. In quell’anno a lady Anna, sorella del re Edoardo IV, sposata al figlio del conte di Surrey, fu assegnato per suo «mantenimento, decoro e tavola conveniente; e per un gentiluomo, una dama, una donzella, una gentildonna, una guardia, tre mozzi, ottanta lire sterline l’anno, e ventisei pel mantenimento di sei cavalli»; sicchè a una famiglia così ben montata bastavano circa duemilaseicento franchi d’oggi.

Secondo Fortescue, a metà del 1400 i Francesi «non bevono che acqua; mangiano pomi e pane di riso, non carne, o al più un po’ di lardo o le interiora e la testa degli animali macellati pei nobili e pei mercanti; non vestono lana, o al più una ruvida giubba, e così i calzoni che arrivano appena alle ginocchia, lasciando nude le gambe. Donne e fanciulli vanno scalzi». Vedi F. M. Eden, Storia dei poveri, vol. I. p. 70 e seg.

[208]. Giovanni Villani, cap. X. p. 164.

[209]. Cronaca del Graziani al 1448.

[210]. Antonii Astesani carmen, cap. VIII. IX.

[211]. Archivio storico, XIII. 316.

[212]. Archivio storico, XIII. 53, Appendice IX. 234.

[213]. Cronaca del Graziani.

[214]. Circulus Pisanus, 25.

[215]. La sentenza motivata, del 1327, porta ch’egli confessò che un uomo poteva nascere sotto una costellazione che necessariamente lo costringeva a peccare, ed altre eresie che toglievano a Dio la potenza e all’uomo il libero arbitrio. «E ciò reiterando ed affermando e credendo, disse di più che Firenze era fondata sotto il regno dell’ariete, e Lucca sotto quello del granchio; e che per ciò, se i Fiorentini andassero contro, sarebbe avverata la sua profezia ecc.».

[216].

Quis tecum consulet astra

Fatorum secreta movens, aut ante notabit

Successus belli dubios, mundique tumultus,

Fortunasque ducum varias?

[217]. Storie fiorentine, X. 83.

[218]. Vedi le sue prediche, edite dal Manni, pag. 99-105, e specialmente quella del 7 gennajo 1303. Sta nella biblioteca Estense un breviario manoscritto del 1480, d’elegantissima lettera e miniatura, cui precede un calendario dove sono notati i giorni infausti (ægyptiaci) e le ore, con versi a ciascun mese. Per esempio, al gennajo:

Prima dies Jani timor est, et septima vanis,

Nona parit bellum, sed quinta dat hora flagellum.

[219]. Ex conjunctione saturni et jovis in principio arietis, quod quidem circa finem novemcentum et sexaginta contingit annorum,... totus mundus inferior commutatur, ita quod non solum regna, sed et leges et prophetæ consurgunt in mundo... sicut apparuit in adventu Nabuchodonosor, Moysis, Alexandri Magni, Nazarei, Machometi. Conciliator controv., fasc. XV.

[220]. Nell’Istoria miscella di Bologna. Rer. It. Script., XVIII, al 1422.

[221]. Facio, lib. IX; Panormita, lib. IV.

[222]. Targioni Tozzetti, Relazione di viaggi, XI. 266.

[223]. Vespasiano, Vita di Pietro Pazzi.

[224]. Tristani Calchi, Nuptiæ Mediol. Ducum, VI.

[225]. Diario dell’Infessura. Rer. It. Script., part. II. p. 1143.

[226].

Heu nequam gens judaica,

Quam dira præsens vesania.

Plebs execranda!

[227]. Per esempio, un Giudizio di Vulcano, Clitennestra, ecc. Vedi principalmente Magnin, Origini del teatro, 1839.

[228]. Antiq. M. Æ., diss. XXIX.

[229]. Nostradamus, Vite de’ poeti provenzali; Crescimbeni, Storia della vulgare poesia, tom. II. part. I. p. 44.

[230]. Quali il don Pasquale e il Cassandrino de’ Romani, la Bonissima e il Sandrone di Modena, la Mariola di Ravenna, lo Stenterello e le Pasquelle de’ Fiorentini, i Travaglini de’ Siciliani, i Giovannelli de’ Messinesi, il Gianguigiolo de’ Calabresi, il Beltrame de’ Milanesi, cambiato poi nel Meneghino, il Girolamo e il Gianduja dei Piemontesi, ecc.

[231]. Dai Diarj mss. di Marin Sanuto, vol. XXXII, fol. 341, si vede il lotto usato a Venezia, e disapprovato. Sotto il 22 febbrajo 1522 egli scrive: — La mattina non fu nulla da conto nè lettera alcuna, solum si attende a serar un altro lotto di ducati seimila, posti per Zuane Manenti sanser con ducati dieci per uno, e a lui tre per cento di utile. Li mazor precj sono ducati cinquecento l’uno, et sono precj... et fo serato; posto uno di cinquemila, et do di quattromila l’uno: et domenica poi disnar si caverà nel monastero di san Zuan e Polo... Et nota, il predicator di san Zuan e Polo, ozi a la predica, qual è di grandissimo onor e nome, fece assai parole su questi lotti, parlando non è lecito, et si dovria proveder che non vadi drio. Ed io Marin Sanuto palam locutus sum omnibus, che se fossi in loco che potesse, provederia a questi lotti, e fin al serenissimo principe mandai dir ecc. ecc.».

Tonti, banchiere italiano stabilitosi in Francia il 1650, immaginò una lotteria, alimentata dal ricavo del pedaggio che pagavasi sul ponte reale di Parigi, costruito da azionisti, e il cui ricavo distribuivasi fra i sopravviventi di essi, fino alla morte dell’ultimo. Erano cinquantamila viglietti da quarantotto lire ciascuno, e da ciò cominciarono quelle assicurazioni fortuite sulla vita, che si dissero tontine. Con combinazioni del modo stesso si fabbricarono San Luigi, San Rocco, San Nicola, la cupola del Panteon ed altre chiese.

[232]. San Pier Damiani, lib. I. ep. 10, rimprovera agli ecclesiastici la caccia, la furia di fare a dadi e a scacchi, che mutano un sacerdote in mimo. Il Cortusio (Rer. It. Script., XII. 73) dice che il nobil uomo signor Rizardo di Camino, alla foggia de’ nobili, giocava per sollazzo agli scacchi. Galvano Fiamma scrive che i nobili si tratteneano giocando a dadi e scacchi. Nello Statuto dell’arte di Calimala, al lib. II. § 6: — Niuno tintore, affettatore o riveditore lasci giucare di dì nè di notte ad alcuno giuoco di dado o d’altro, dove alcuna cosa si possa perdere, in sua bottega; salvo che di dì si possa giucare a tavole o a scacchi palesemente; o a pena di lire dieci per ogni volta». Anche lo statuto di Pisa del 1284 proibisce ogni giuoco, eccetto che in pubblico le tavole, gli scacchi e il trucciare (ad pistellandum ova) in quaresima. Pascasio Giudico, medico viaggiatore del XVI secolo, passando da Pavia vi scrisse un trattato De’ giuochi di rischio e della malattia di giocar danaro; opera ove tentava guarir se stesso, ma invano. Riferisce molti aneddoti, fra cui d’un Veneziano che giocò la propria moglie; d’un altro che, giocato tutta la sua vita, volle continuare anche dopo morto, ordinando che della sua pelle si rivestisse un tavolino da giuoco, e delle sue ossa si facessero dadi.

[233]. Fabulas scriptas in libris, qui Romanzi vocantur, vitare debeant, quos semper odio habui. Rer. It. Script., XI.

[234]. Lib. VIII. ep. 2, 3, 5 ecc.

[235]. Leonardo Bruno scrive che Nicolò Niccoli nunquam verba duo latina, ob inscitiam linguæ stuporemque cordis ac enervatam adulteriis mentem, conjungere potuit. La prima e più solita ingiuria che usavano tra loro, era il chiamarsi bastardi e figli di preti.

[236]. Vedasi Du Cange alle voci Avaria, Anchoragium, Carratura, Exclusaticum, Foraticum, Gabella, Teranium, Hansa, Haulla, Mensuraticum, Modiaticum, Nautaticum, Passagium, Pedagium, Plateaticum, Palifictura, Ponderagium, Pontaticum, Portaticum, Portulaticum, Pulveraticum, Ripaticum, Rotaticum, Teloneum, Transitura, Viaticum. — Muratori, Antiq. M.Æ., tom. II. col. 4. e seg. e 866. — Werdenhagen, De rebus publicis Hanseaticis, part. III. c. 20. — Marquard, De jure mercatorum, lib. II. c. 6. — Fischer, Geschichte des deutschen Handels, tom. I. p. 526 e seg. — Pegolotti ap. Pagnini, Della decima, tom. III. p. 301.

[237]. Nel 1233 i frati Minori di Spagna aveano scomunicato i mercanti genovesi perchè portavano merci agli infedeli. Gregorio IX ne li rimprovera, cum non sit precipitanda excommunicationis sententia, sed preambula discretione ferenda; e vuole non s’abbiano a considerare scomunicati se non quelli che portano ai Saracini ferro, legnami ed altre munizioni contro i Cristiani; solo in tempo di guerra s’ha a negar ad essi ogni cosa. Liber jurium, I. 930.

[238]. Storia fiorentina, lib. III. c. 80.

[239]. Cibrario, Economia politica del medioevo, pag. 82. — Fin ai tempi di Giovanni da Uzzano, cioè del 1440, un corriere di commercio impiegava

da Genovaad Avignone7in8giornate
»a Parigi18in22»
da Firenzea Milano10in12»
»a Roma5in6»
»a Napoli11in12»
»a Parigi20in23»
»a Genova5in6»
»a Londra25in30»

[240]. L’albinaggio durò fin a jeri, e in qualche paese non è tolto interamente. Al 2 agosto 1817 l’abolirono fra loro la Toscana e Parma; al 5 gennajo 1818 e 12 gennajo 1836 essa Toscana colla Sardegna; al 3 maggio 1816 colle Due Sicilie, colla Svezia e Norvegia; poi nel luglio 1821 con Lucca, nell’aprile 1829 colla Prussia, nell’aprile 1848 col Belgio; ecc.; al 10 luglio e 5 agosto 1854 la Sardegna col granducato di Baden.

[241]. Nova consuetudo de statutis et consuetudinibus contra Ecclesiæ libertatem editis, tollendis.

Le costituzioni di Sicilia del 1231 comminavano pene contro chi togliesse le robe dei naufraghi, e condannavano a restituire: pure Carlo d’Angiò confiscò le navi de’ Crociati naufragate nel 1270. Corradino suo competitore, in un trattato del 1268 con Siena, rinunziava al diritto di naufragio. Uno statuto a Venezia del 1232 proibiva di porre le mani sui naufraghi di qualunque nazione fossero, e puniva chi non restituisse entro tre giorni: ciò non pertanto questa medesima repubblica fece un trattato con san Luigi nel 1268 per abolire il diritto di naufragio nei due Stati; e nel 1454 i magistrati di Barcellona erano ancora costretti a negoziare con quei di Venezia per ottenere lo stesso favore.

D’ugual passo andavano le cose in Oriente: la stessa inutile protezione delle leggi, la stessa usanza degli abitanti delle rive, la stessa necessità di esenzioni imperiali. Il capo 46 dell’Assisa dei cittadini del regno di Gerusalemme, attribuita al re Amalrico II montato in trono nel 1197, non apportò che incompiuto rimedio all’abuso, circoscrivendo la confisca ad una parte della nave naufragata. Se i Musulmani lo praticavano contro i Cristiani, e questi contro loro, era una conseguenza delle reciproche ostilità. Trattati del 1265, 82, 83, 85, 90... contengono scambievoli rinunzie.

[242]. Rodoano Papanticola di Genova riceve da Otton Bono fiorini quindici, pei quali dà in ipoteca una casa in Garignano: Locum de Galignano pignori; intrare, estimare facias, et nomine vendicionis possidere sine decreto et cetera; et si ibi defuerit, in aliis bonis meis adimpleatur. 16 giugno 1158, cartulario del notajo Giovanni Scriba, dov’è accennato un altro modo sommario, qual è l’andare in possesso senza formole giuridiche e sentenza: che trovasi pure altre volte. Ciò è più chiaro in un atto del 1º agosto anno stesso, ove Baldo Pulpo e sua moglie danno a Guglielmo Vento locum Vulturis (Voltri) pignori; et si ibi defuerit, alia bona nostra; et nisi sic observaverimus, tua auctoritate et sine decreto consulum et nostra contradictione in eis pro duplo intrare posse...; e la moglie rinunzia al senato-consulto Vellejano, al diritto d’ipoteca, alla legge Giulia dei poderi inestimati. Altrettanto si stipula il 7 novembre 1158. Vedi esso cartulario nei Monum. Hist. patriæ.

[243]. Buonaccorso Pitti fiorentino, dovendo avere mille fiorini dal conte di Savoja nel 1409, fece arrestare in Firenze Giovanni Marchiandi figlio del cancelliere di Savoja, nè lo rilasciò se non dopo ch’ebbe dato mallevadori. Nel 1393 Amedeo VIII di Savoja pagava milleottocento fiorini di un debito, pel quale si erano offerti di star prigionieri i tre più grandi baroni di Savoja; nel 1409 pagava un’indennità a Pietro Colombet, ch’era stato prigione per lui. Ap. Cibrario, pag. 403. Perciò gli uomini di Racconigi stipulavano con Manfredo marchese di Saluzzo al 12 dicembre 1198: Si ipse marchio aliquem hominem Racunisii in fidejussione ponere voluerit, et ipse intrare noluerit, non inde eum causare debeat. Monum. Hist. patriæ. Chart. II.

[244]. Et si civitas, communitas, castrum vel villa, post dictam requisitionem non fecerint satisfieri... dummodo de valore rerum habitatorum faciat plenam fidem, vel saltem per unum testem de visu et scientia, et duos de publica fama, senator vel ejus judices debeant dare et concedere eis represaliam et licentiam et potestatem liberam capiendi de bonis et rebus civitatis et hominum illius terræ. Et teneatur senator ad petitionem illius qui privilegium represaliarum habere meruit, facere stagiri et sequestrari personas et bona illorum qui sunt de terris et locis. Senatus populique romani statuta, lib. I. c. 143.

[245]. Calvi, Efemer., tom. II. p. 613.

[246]. Monum. Hist. patriæ, Leges municipales, pag. 206.

[247]. Una cum hospitibus, qui per colles Alpium siti sunt pro peregrinorum susceptione. Ep. 39ª di papa Adriano a Carlo Magno ap. Bouquet.

[248]. Antiq. M. Æ., dias XXX. — Qui i mercanti sono considerati come un corpo, e di fatto a Lucca fondavano nel 1262 l’ospedale della Misericordia.

[249]. Apud Carli, Zecche d’Italia, tom. II, p. 173. — Nel 1308, i Fiorentini al Comune di Lucca scriveano: Quia desideramus quod comune nostrum desiderium, quod inest nobis et vobis, felicem sortiatur effectum, tractatum est sæpe sæpius de concordia cum nostris mercatoribus per vos faciendo, circa spectantia ad passagia et gabellas etc. Archivio storico, tom. VI, p. 16. Di là (p. 20) appare che in quell’anno gli Ugolotti e i Nerli fiorentini aveano fatto una società a Ala di Svevia per batter la moneta di quel paese.

L’anno stesso, venendo da Venezia a Reggio cinque balle di panni dorati, e una di perle, anelli, panni, libri ed altre preziosità, spettanti a mercanti fiorentini, furono prese da Ilo di Cannela e Nicolò da Luni e complici. Laonde il Comune di Firenze interessava il Comune di Reggio a procurarne la restituzione, riflettendo quanto onore e vantaggio traesse dal passaggio delle merci fiorentine (p. 24) Altre querele simili sono a leggervi.

[250]. Monum. Hist. patriæ, Chart. I.

[251]. Ivi, 1501.

[252]. Monum. Hist. patriæ, Chart. II. 1378. Vi sono pure le promesse che altri feudatarj fanno al marchese, di tener essa strada in buon essere.

I Tortonesi e Genovesi nel 1233 stipulano di conservar la strada da Gavi a Serravalle, ita quod non rumpetur, nec in ea offendetur per homines jurisdictionis Terdone... et si contrafieret, comune Terdone faciet damnum emendari, vel illud emendabit, et hoc donec contraria voluntas comunis Terdone appareret per denuntiationem factam comuni Janue per dies xv antea. Quod si strata rumpetur infra dicta loca Gavii et Serravallis per extraneos homines, qui non essent in jurisdictione Terdone, nec de habitantibus vel reductum habentibus in terra Janue, comune Terdone damnum illud pro dimidia emendabit. Et comune Terdone salvabit et assecurabit dictam stractam a Serravalle usque Terdonam, et a Terdona usque in districtum Papiæ etc. Liber juris, tom. I. 955.

Manfredo, marchese di Saluzzo, aveva preso le merci dei mercanti di Alba, col pretesto di salvarla dalle insidie degli Astigiani: onde quelli il supplicarono a restituirle, ed esauditi pagarono trecento lire e trecento soldi d’Asti, promettendo far che l’arcivescovo ritirasse la scomunica lanciata per questo eccesso, e ajutarlo nelle guerre contro gli Astigiani. 1181.

[253]. Scipione Ammirato, St. fiorentina. I.

[254]. Valuto il tarì a franchi 2.20; la salma, a ettolitri 2.76. Vedasi il Regestum Friderici nell’archivio di Napoli, pag. 309-356; Cibrario, Economia; Bianchini, Storia delle finanze del regno di Napoli.

[255]. L’importanza di questo vegetale è attestata dai regolamenti di tutti i paesi mercantili. Lo Statuto di Lucca, rub. CXXI (ap. Tommasi, Sommario), proibisce di venderne, se non sia stato riconosciuto dai deputati sopra ciò. In Genova al falsatore di zafferano la prima volta si taglia la sinistra, la seconda è bruciato vivo con esso zafferano.

[256]. Il riso proviene dall’India e dalla Cina, ma è incertissimo il quando fu introdotto in Italia. Da un documento del Codice diplomatico arabo-siculo di monsignor Airoldi, tom. II. part. II. p. 94, risulta che nell’880 in Sicilia si fece tal raccolto di riso, che bisognò stabilire un magazzino apposito. Il trattato di agricoltura di Pier Crescenzi non ne fa cenno; bensì ve lo introdusse il traduttore, che però fu di poco posteriore, cioè del 1300 cominciante. Le tariffe di Giovanni e Luchino Visconti mettono ancora il riso fra le spezierie; e lo importavano dall’Egitto e dalla Spagna i Veneziani nel secolo XV. Nel reame di Napoli pare introdotto dagli Aragonesi; e singolarmente abbiamo notizia che i duchi d’Atri ne fecero coltivare nel piano tra gli sbocchi del Tronto e del Pescara. Vogliono che Lodovico II di Saluzzo recasse da Napoli il riso nel Saluzzese, dove molto produceva nel 1525. Nel Novarese vuolsi introdotto nel 1521 dai soldati di Carlo V. Nel Vercellese accennano la sua coltivazione al 1552: quando anche nel basso Veronese Teodoro Trivulzio l’introdusse nelle terre di Zevio e Palu. Nella seconda metà del xvi secolo Lobelio vedeva vegetare il riso nella campagna milanese mediante le acque del lago Maggiore; ma già prima il Mattioli lo diceva «famigliarissimo nelle mense di tutta Italia». Vedi Capsoni, Della influenza delle risaje sulla salute umana, Milano 1851.

[257]. Pazientissimi computi fece il Pagnini, poi dietro ad esso il Cibrario nell’opera citata; pure vacilla anch’esso, nè sempre si appone, massime ne’ ragguagli; basti vedere la pag. 528. E tutti gli economisti versano in somma incertezza sul valore delle merci, perchè non si conosce bene la moneta di conto su cui valutavano i prezzi.

Nel Liber jurium di Genova, vol. I. p. 1170, è un inventario delle rendite di Andora, venduta dai marchesi di Clavesana al comune di Genova nel 1252; e vi sono specificati i frutti che i differenti villani devono in natura; i servizj di corpo, col valore approssimativo. Meriterebbe un commento, donde sarebbe illustrata la condizione de’ campagnuoli, al tempo stesso che il valore delle derrate.

[258]. Cioè Santhià. Monum. Hist. patriæ. Chart. I. 341.

Amedeo V di Savoja, cadente il secolo xiii, affidava a cavatori fiorentini o lucchesi la ricerca de’ minerali del suo Stato; ed oro traevasi, nel 1279, da Champorcher in val d’Aosta; nel secolo seguente lavavansi le sabbie aurifere dell’Orco e dell’Amalone; argento si cavava a Groscavallo e ad Ala in val di Lanzo; argento e rame a Usseglio e Lemie. Nel 1496 Giovanni Swerstab di Norimberga pagava al duca Filippo III trecento fiorini d’oro l’anno per usar le miniere di val di Lanzo, e quelle di Montjouet in val d’Aosta, e di Macot e Aime in Tarantasia per un quinto dell’oro, un decimo degli altri metalli. Nel 1508 Carlo III consentiva ai signori d’Aviso le miniere di Beaufort e Montjoye nel Fossignì per un quinto dell’oro e dell’azzurro, cioè il cobalto; un decimo dell’argento, un quindicesimo dell’acciajo e dello stagno, un ventesimo del piombo, ferro, rame. Nel 1530 deputava gran mastro delle miniere il tedesco Lodovico Jung, perchè le facesse lavorare a conto dello Stato. Dappoi si trovarono altre miniere a Vinadio, Pesey, Alagna, Olomont, Usseglio e altrove, ma il ricavo ne fu sempre scarso. Cibrario, Monumenti di Savoja, pag. 283.

[259]. La più antica menzione delle Arti fiorentine è in un trattato del 1204 tra i Fiorentini e quelli della Capraja. Hæc sunt sacramenta, quæ potestas et consules communis, consules militum, priores artium etc. fecerunt. Ap. Targioni, tom. I. p. 66. Viaggi.

[260]. Statuto dell’arte di Calimala. Merita d’esser visto pei molti savj regolamenti, frapposti ad altri superflui, e attestanti una civiltà molto sviluppata. Vi sono sempre determinate le elemosine da dare alle famiglie e alle vedove degli associati.

[261]. Nel 1280 il conte Bertoldo, per indur pace fra’ Lambertazzi e Geremei, convocava i signori e il popolo, tra il quale i consoli delle compagnie del Leone, de’ Beccaj, de’ Lombardi, de’ Toscani, delle Stelle, della Branca, del Griffone, dell’Aquila, delle Spade, delle Sbarre, de’ Leopardi, delle Schife, delle Traverse, delle Ballerie, de’ Castelli, de’ Quartieri, delle Chiavi, dei Balzani, della Branchetta, de’ Vari, degli Stracciajuoli, comminando a ciascuna compagnia duemila marche se non comparissero. Quest’erano compagnie d’armi. Di arti erano quelle dei Cordovanieri, delle Stelle, de’ Cambiatori, de’ Mercanti, de’ Notari, de’ Caligari, de’ Calzolaj, de’ Pescatori, de’ Pellicciaj, vecchi e nuovi, de’ Linaruoli, de’ Conciatori e Cuojaj, de’ Drappieri, de’ Falegnami, de’ Muratori, de’ Fabbri, de’ Sarti, dei Bacilieri.

Le arti in Genova verso il 1250 erano albergatori e osti, arcadori, balestraj, bambagiaj, barbieri, barilaj, sellaj, calzajuoli, calzolaj, cappellieri, cambiatori, correggiaj, coltellinaj, drappieri, funajuoli e fabbricatori di vele, fornaj, giojellieri, minutieri, orefici, macellaj, maestri di ascia, calafati, muratori, legnajuoli, conciapelli, pescatori, remolaj, sartori, canovaj, incettatori di grasce, scudaj, spadaj, speziali, tavernaj, tintori, tornitorj, facitori di travi e puntelli, ciotolaj; in tutto trentatre maestranze, e non v’appare distinzione di maggiori e minori. V. Serra, Annot. al lib. IV; ma discordiamo da lui sul senso di callegarii e zotolarii.

Delle arti di Firenze si vedono gli stemmi scolpiti sul Magistrato della Mercatanzia, ora uffizio del Bollo; e sono per l’arte di Calimala aquila d’oro su balla bianca in campo rosso; pei cambiatori, fiori d’oro in campo vermiglio: pe’ giudici o notaj, stella d’oro in azzurro; pe’ medici e speziali, la Madonna col bambino in fondo rosso; pe’ lanajuoli, agnello bianco con bandiera vermiglia; setajuoli, porta rossa in campo bianco; per i pellicciaj e vajaj, vaj bianchi e celesti, e agnello con bandiera e croce. Delle arti minori portarono, i beccaj, montone nero in campo bianco; i calzolaj, tre traverse nere in campo bianco; cuojaj, scudo metà bianco e vermiglio; muratori e scarpellini, scure in campo rosso; oliandoli, leone rosso rampante con olivo; linajuoli, bandiera a metà bianca e nera; magnani, due chiavi legate in campo rosso; spadaj e corazzaj, corazza e stocco in fondo bianco; coreggiaj, un legno dimezzato per traverso; legnajuoli, palma verde con cassetta rossa al tronco; albergatori, stella rossa in bianco.

Mantova nel 1208 aveva le corporazioni de’ giudici, notaj, fabbricatori di pannilani, calzolaj e conciatori, beccaj, ferraj, rioberj, pellicciaj, speziali, tessitori di lana, sartori, pescatori, merciaj, barbieri, venditori di panni a ritaglio, tintori di lana, fabbricatori di pignolati, tintori e cimatori di pignolati, corregatores, linajuoli; e caduna aveva quattro capi e altrettanti consiglieri; tutti i membri erano notati; restava escluso chi non avesse dieci anni, e i garzoni; ogni socio doveva una tassa annuale, col che e con altri proventi formavasi una cassa per soccorrere gl’infermi e per altre beneficenze; ciascun corpo decideva sulle cose risguardanti il proprio traffico, sino a certe somme. Statuti, lib. IV, rub. 1.

[262]. Non qui solo i monaci adopravano il loro ozio alle manifatture, ma stavano in mano loro, a tacere altrove, quasi tutte quelle d’Inghilterra e di Scozia. Balducci Pegolotti ricorda tutte le magioni de’ Premontresi, dell’ordine di Promuxione ecc., che faceano traffico.

[263]. G. Villani, Storie, XI, 93; Della mercatura de’ Fiorentini, II. 102. I prezzi del Villani sono da ragguagliare oggi al quintuplo.

[264]. Pag. 295. Nella Tariffa milanese del 1216 son notati come capi d’importanza i panni comaschi; e il loro transito è pure indicato in una di Modena del 1306.

[265]. Targioni Tozzetti. Viaggi. Nello statuto di Pescia 1340 è ordinato di piantar mori gelsi e otto pedali di fico ogni coltra di terra. Un bando del 3 aprile 1435 ordina in ciascun podere per lo meno cinque pedali di mori gelsi bianchi; e sotto l’effigie del pesciatino Francesco Buonvicini nel palazzo del Comune in quell’anno gli è dato lode d’aver portato

alla sua patria questa pianta,

Dalla qual nacque poi ricchezza tanta

Che in ogni luogo si noma il Delfino.

Negli statuti dell’arte di Por Santa Maria a Firenze è registrato che «nel 1423 per l’arte si cominciò a fare i filugelli in Firenze, e furono eletti sei cittadini a farci fare l’esercizio dei filugelli bigatti, e trarne la seta». Vincenzo Chiarugi nel Saggio delle malattie cutanee sordide, 1798, all’art. Lebbra, pag. 174, dice che fin dal 1186 in Toscana era istituito uno spedale per la cura de’ lebbrosi lavoranti di lana e seta.

[266]. Morbio, Codice Visconteo Sforzesco.

[267]. Antiq. M. Æ., II. 332.

[268]. Giannone, Storia civile, XXVII. 3.

[269]. Documenti al Tommasi, Sommario della storia di Lucca, pag. 63.

[270]. Manni, De Florentinis inventis commentarius; e Pagnini, tom. II. p. 100. I tintori da antico ebbero uno spedale proprio, fondato con spontanee elargizioni. Le tintorie fiorentine conservano ancora l’antico credito, co’ perfezionamenti che vi recò il raffinarsi de’ preparati minerali. Il gallato di ferro dà il famoso nero; l’azzurro di Raymond, introdotto da questo nel 1811, fu perfezionato dal professore Andrea Cozzi, avvivando la seta tinta dell’azzurro di Prussia con un bagno di campeggio sostenuto da idroclorato di deutossido di stagno. L’arsenico solforato e il cromato di piombo furono applicati dal dottore Calamandrei alla tintura; oltre che vi si adoprarono vegetali comuni, come le bacche di ginepro ancora acerbe per far giallastra la lana, la pula di castagne pel color ceciato delle tele cotone, ecc.

[271]. Dal 1812 al 25 fu il maggior fiore di questa manifattura, che introduceva fin dodici in quattordici milioni all’anno; e v’ebbe qualche cappello che fu pagato sin mille lire.

[272]. Anderson, Hist. commerc., pag. 371.

[273]. Manni, Veglie piacevoli in Dino di Tura. In Francia i falliti portavano berretto verde, messo loro dal boja dopo espostili alla gogna. Gli statuti di Casale Sant’Evasio pongono: Quicumque captus et detentus, volens cedere bonis suis, admittatur ad bonorum cessionem... probet coram judice Casalis se stetisse in carcere comunis per dies sexaginta die noctuque, et ista probacione facta, voce preconis premissa, per servitores comunis in publica concione publice et alta voce super lapidem comunis cridet et protestetur, quod ipse talis captus cedit bonis, et omnia bona sua et presentia et futura, exceptis vestibus de dosso ipsius cedentis, libere dimittit, et relaxat creditoribus suis liberam licentiam accipiendi et auferendi ejus bona quocumque et ubicumque ea invenerint, eorum propria auctoritate, usque ad solutionem integram ejus quod habere debent... Et ille qui amodo cedet bonis, non possit habere aliquem honorem vel aliquod officium, qui vel quod descendat a comune Casalis. — Monum. Hist. patriæ, Leges 987.

Nello statuto antico di Civitavecchia, tradotto nel 1451 e stampato nel 1853. il c. XXXVI del lib. I. porta: Come se renunzia a li beni suoi dando le natiche al pietrone.

«Statuimo che qualunque renunzierà o vorrà renunziare li suoi beni, questi non usi quello beneficio nè lo possa usare salvo non renunziasse con le solennità et modo infrascritto. Cioè, tale volente renunziare a li beni deve uscire de la sala del palazzo del Comune et ire sino a la piaza del peso, e debanli andare nante li tubatori sonando colle trombe, intanto che, con nude le natiche, dica tre fiate Cedo bonis, che vuol dire renunzio et do luogo a li miei beni, percotendo le decte natiche così nude fortemente ne la pietra. Et poi questo deve stare un mese fora de Civitavecchia et suo distretto. Et questo non abbia luogo nelle femine, le quali possano renuntiare a li beni secundo la ragione comune, senza le predecte solennità».

[274]. Liber jurium, vol. I. p. 1180.

[275]. Monum. Hist. patriæ, Chart. II.

[276]. Lo statuto di Pisa del 1161, rubr. V. De modo cognoscendi et judicandi, già stabilisce la procedura mercantile sommaria: Statuimus ut quæstio de marinaratici, et nauli, et mercibus amissis seu deterioratis in navi vel ligno, a consulibus maris summatim et extra ordinem dirimatur.

[277]. Possediamo siffatti statuti di molte città italiane, e nominatamente di Trani e Amalfi, la cui Tavola fu edita a Napoli nel 1844 dal principe d’Ardore, copiandola dai manoscritti del Foscarini: Capitula et ordinationes curiæ maritimæ nobilis civitatis Amalphæ, quæ in vulgari sermone dicuntur la Tabula de Amalphu, nec non consuetudines civitatis Amalphæ.

Al testo del Consolato de’ fatti marittimi suol precedere una nota, che indica i paesi dove quello fu accettato; per esempio, Roma nel 1075, Genova nel 1186; ma non ha aspetto d’autenticità. Carlo Targa e Giuseppe Maria Casaregi, giureconsulti genovesi, illustrarono il Consolato in modo che i loro commenti divennero regola della navigazione del Mediterraneo.

Il Consolato sanciva che, in tempo di guerra, le merci neutre caricate dal nemico sono libere, e non possono sequestrarsi, mentre invece la bandiera neutra non protegge merce nemica. Al contrario, le città del Baltico sosteneano il mare libero, non per generosità e giustizia, ma perchè soli navigando quel mare, vi trovavano il proprio conto, senza concedere reciprocanza alle potenze belligeranti. Sono divergenze che furono dibattute nei libri, nei congressi e colle armi.

[278]. Excipimus præstantias de mari, quas marinarii inter se facere consueverunt, et credentias quas socii tractores facere consueverunt: verbigratia quas faciunt in Sicilia ad moccobellum vocatus, vel alias similes. Rubr. XLII.

[279]. Il marco d’oro che oggi vale lire 848, nel 1300 valeva lire 55.10; e quello d’argento lire 2.10: sicchè la proporzione fra i due metalli era: 22 : 1.

[280]. De usurariis puniendis, lib. I. tit. 6. «Questo iniquo e scandaloso traffico (del prestare) era il più favorito mestiere dei Lombardi... Di così pestilente costume ho io trattato altrove». Sono parole del buon Muratori, Annali al 1226.

[281]. Delizie degli eruditi toscani, XIX. 97. L’aggiotaggio all’alto e basso è perfettamente descritto da Marchione di Coppo: «Molti incantavano del Monte (del debito), e diceano: Lo Monte vale trenta per centinajo; io voglio poterti dare da oggi a un anno, ovvero tu dare a me a trentuno per cento; che vuoi ti doni a far questo? e cadeano in patto, poi stava in sè. Se rinvigliavano, li comprava; se rincaravano, li vendeva, e ne permutava qua e là il patto, venti volte l’anno. Si pose su gabella fiorini due per cento a ogni permutatore». Rubr. 727.

[282]. Quella bolla, riferita dal Pezzana, St. di Parma, vol. III. dec. VII. 9, merita esser vista nella sua integrità pel patronato ivi estesissimamente professato.

Quando Napoleone nel 1807 raccolse l’assemblea israelitica a Parigi, fu proposta e votata a grandi applausi questa deliberazione: — I deputati israeliti dell’impero francese e del regno d’Italia, penetrati di riconoscenza pe’ continui benefizj resi dal clero cristiano agli Israeliti ne’ passati secoli, e per l’accoglienza che i pontefici e molti altri ecclesiastici hanno usata agli Israeliti quando la barbarie, i pregiudizj e l’ignoranza li perseguitavano ed espellevano dalla società, stabiliscono che l’espressione di questi sentimenti sarà consegnata nel processo verbale affinchè rimanga eterna testimonianza autentica della gratitudine degli Israeliti di quest’assemblea pei benefizj che le generazioni precedenti hanno ricevuto dagli ecclesiastici».

Nel 1436 il duca di Milano permetteva a una famiglia d’Ebrei di Mantova di stabilirsi in Como per dieci anni, co’ suoi fattori, socj ecc. L’uffizio di provvisione, cioè la municipalità di Como vi si oppose; ma il duca sostenne la concessione, dando la facoltà di tener banco, prestare a sei denari per lira al mese, aver esenzione da tutti i carichi reali e personali, coll’obbligo di pagare fiorini venticinque ogni anno al Comune. I Comaschi non potendo impedire, stanziarono però che gli Ebrei portassero un distintivo.

[283]. G. Villani, VII. 53.

[284]. Pagnini, II. 54.

[285]. Mémoires des Antiquaires de France; nouvelle série, XVIII. 467.

[286]. Montfalcon, Hist. de Lyon, pag. 735.

[287]. Antichità estensi, II. 48.

[288]. L’esempio di Cicerone, che incarica Attico di pagare in Grecia una somma, di cui esso gli farà i fondi a Roma, è l’unico di cambio fra gli antichi: ma trattavasi di un migrato da Roma, che quivi avea lasciato e beni e congiunti; sicchè era piuttosto un cambio d’amicizia che bancario.

[289]. Il Targioni (Viaggi, vol. II. p. 62) tolse da un copialettere del 1372 di un mercante di lana fiorentino questo: — Mandovi una lettera com quele di cambio di fiorini ducencinquanta avete a ricevere costà... Con questa vi mando una lettera di cambio di fiorini cencinquanta, avete a ricevere costà da Vieri di cambio per fiorini cencinquanta, n’avei qua a capo da me; quando gli avete, ponete a nostra ragione ecc.».

Emiliani Giudici pubblicò due lettere di negozio del 1290 e 91, della ditta Consiglio de’ Cerchi e Compagni in Firenze, ove, tra altre belle cose, si legge: — Avemmo una lettera che ne mandaste per lo procuratore dell’abbate di Nostra Dama de’ Verucchi; ove ne scriveste che gli facessimo pagare a la corte del papa f. cento di sterlini per altrettanti che ne riceveste costà; onde avemgliele fatti ben pagare, e ancora avemo mandato che gli siano prestate altre f. cento se n’abbisognasse, sì come ne mandaste a dire; onde le procuragioni ch’avete, guardate; e noi per altra lettera vi scriveremo quello che gli prestassimo, e lettere che n’avremo vi manderemo».

[290]. Lodovico Luzi con documenti provò (Orvieto 1868) che in Orvieto fu eretto un Monte di pietà nel 1463; e Ariodante Fabretti che in Perugia nel 1462.

[291]. Nel 1483, 29 dicembre, Lodovico Gonzaga scriveva a frate Angelo Clavasio: — Questo devotissimo populo mantuano, mosso ed inducto de la predicatione, persuasione et efficacissime ragioni del venerabile padre frate Bernardino de Feltro, ha divisato lo laudabilissimo Monte de pietà; e a tanto bene è concorso lo signor marchese principalmente, e successive cittadini, plebei ed io». D’Arco, Nuovi studj sul Comune di Mantova. In Russia devono essere stati introdotti dai nostri quei monti che chiamavano i Lombardi, e sono una delle istituzioni più importanti dell’impero, prestando al sei per cento, mentre l’ordinario canone è dell’otto, dieci e fin dodici.

[292]. Un diploma di Corrado di Monferrato, dato da Tiro nel 1188, dice: Donavi et concessi pisanis viris de societate Umiliorum quia mecum in Tyri defensionem pro honore nominis unigeniti filii Dei, totiusque christianitatis fideliter atque constanter permansere, furnum unum etc.

[293]. Du Cange, Glossarium, tom. II. p. 43. A Fulcone Cacio, cive placentino, capitaneo universitatis mercatorum lombardorum et tuscanorum, habente etiam potestatem et speciale mandatum a consulibus mercatorum romanorum, Januæ, Venetiarum, Placentiæ, Lucæ, Bononiæ, Pistorii, Astensium, Albæ, Florentiæ, Senarum et Mediolanensium.

[294]. Se ne trovano stipulate alcune nel repertorio di Giovanni Scriba, ove anche il nome incontriamo in un documento del 24 aprile 1156: Ego Bonusvassallus accepi in comendacionem a te Wilielmo Filardo libras quinquaginta in panis etc.; e in un altro del 3 maggio seguente.

[295]. Ughelli, Italia sacra, tom. IV. col. 871, che erra attribuendolo a Boemondo II.

[296]. Chi amasse minutissime particolarità di trattati di commercio, fondati sempre sulla gelosia e l’esclusiva, cerchi nel Liber jurium, tom. I. p. 851, quello del 1229 de’ Genovesi coi Marsiglioti; e l’altro degli stessi del 9 novembre 1251, che riempie sedici colonne dei Monumenta Historiæ patriæ.

[297]. Impositio officii Gazariæ, pag. 326; Capitulare nauticum, cap. XXXV.

[298]. Poggiali, St. di Piacenza, tom. VI. 31; Tigrimi, Vita di Castruccio. Buonaccorso Pitti trafficava in Picardia, quando, essendovi sbarcati gl’Inglesi nel 1388, «feci compagnia con un Lucchese e con un Senese, e a nostre spese, con trentasei cavalli e bene armati andammo nel detto esercito, sotto il segno e condotta del duca di Borgogna». Cronaca, pag. 34.

[299]. Marsigli, Ricerche sul commercio veneto; Fanucci, Storia de’ tre celebri popoli marittimi dell’Italia, vol. IV; Pagnini, Della decima della moneta e della mercatura de’ Fiorentini fino al secolo XVI. Lucca 1765; Serra. Discorso sopra il commercio, la navigazione e le arti dei Genovesi; Carlo Pagano, Delle imprese e del dominio de’ Genovesi nella Grecia. Genova 1852.

[300]. Sulla destra del ramo settentrionale del Don, a quattro miglia dal suo sbocco, fra i due villaggi che oggi si dicono Simarka e Nedvigovka.

[301]. Federico I nel 1162 concedeva un amplissimo privilegio a’ Genovesi, dove fra altre cose gli abilita a cacciare i Provenzali e i Francesi che vanno o tornano per mare da negoziare colla Sicilia, la Calabria, la Puglia e il Veneto; nelle terre dove vanno a mercatare, abbiano due o più Genovesi che rendano la giustizia fra loro; i loro mercanti possano valersi de’ pesi e delle misure proprie. Liber jurium.

[302]. E non vino, e così nella Borgogna; mentre a Parigi si spacciava vino di Napoli. Pratica della mercatura, cap. XLII. LIV.

[303]. Il vulgo genovese conserva ancora molte voci arabe: Ramadan, camallo, tara, lalla, mandillo, marabotto, roboien, corba...

[304]. Abbiamo l’inventario d’una nave, che andando all’Ecluse, fu spinta alla cala di Dunster. Portava due grosse botti di gengiovo verde, un barile di gengiovo in acqua di limone, una balla di arquinetta, tredici barili d’uve passe, nove di solfo, censettantadue balle di guado, ventidue di carta da scrivere, una cassa di zuccaro candito, sei balle di scatole vuote, un barile di prugne secche, trentotto balle di riso, cinque botti di cannella, un barile di polvere salmistra, e cinque balle di legno di bosso».

[305]. Giustiniani, Annali, VI.

[306]. Se ne conoscono del 1302, 10, 19, 24, 32, 35, 42, 50, 62, 82.

[307]. Negli anni 1306, 17 e 20 Venezia fece trattati con Tunisi, nel 56 con Tripoli. Quattro trattati conchiusi fra la repubblica e i re di Tunisi della stirpe degli Afidi, ignoti agli storici di Venezia, sono dati dal barone de Hammer, St. degli Osmanli, tom. IV. p. 691.

[308]. Mille sono detti nei Rer. It. Script., XXII. 959. Il libro Venezia e sue lagune, al tom. I. p. 176, li farebbe diciannovemila; al tom. II. p. 151 dice che talvolta arrivarono sino a quattromila; a p. 253 accenna come il sommo tremila cinquecento. Tali discrepanze sono meno scusabili nelle monografie.

[309]. La galea grande, lunga di alto passi ventitre, piedi tre e mezzo, di piano piedi dieci, di bocca diciassette e mezzo, alta in coperta piedi otto, non ha opere morte; il timone a poggio movesi con una zanca per fianco. La galea di Levante era lunga di alto passi ventitre, piedi tre, di piano passi dieci con quattro vele. La sottile, passi sette e mezzo con tre vele, cioè come le nostre. La latina era lunga in colomba passi dodici, di piano piedi nove, piedi sedici in trepiè, ventiquattro in bocca, nove e mezzo in coverta, sedici in coverta lunga, il timone passi quattro, due battelli da piedi trentaquattro, una gondola da ventiquattro. La nave quadra era tredici passi in colomba, di piano piedi nove e un quarto, diciassette e mezzo in trepiè, ventisei e mezzo in bocca, e caricava trecento botti. Le descrive uno che vi serviva nel secolo XV; manoscritto della Magliabechiana, classe XIX. cod. 7. Le carrache erano i legni più grossi dopo i vascelli propriamente detti, e portavano fin millequattrocento barili, aveano tre ponti, e più tardi n’ebbero fin sette. Le galeazze aveano anch’esse un castello di prua e uno di poppa, tre alberi, vele latine e trentadue banchi di rematori.

È quasi inesplicabile la rapidità delle costruzioni navali. Jacopo da Varagine (Rer. It. Script., IX. 17) attesta che dal 15 luglio al 15 agosto 1297 la Repubblica genovese allestì ducento galee da ducenventi uomini almeno ciascuna: nel 1284 ne allestirono settanta in tre giorni. Venezia in men di cento giorni preparò una flotta: presente Enrico III, in due ore fu posta insieme una galea e varata: nel 1569 distrutto l’arsenale dall’incendio, nel seguente uscivane la flotta che disfece la turca a Lépanto.

[310]. Ep. seniles, lib. II. ep. 3.

[310a]. Nell’Appendice XXIX dell’Archivio storico italiano si pubblicarono documenti che rischiarano il commercio de’ Veneziani coll’Armenia e con Trebisonda. In questa città i Veneziani ebbero privilegi amplissimi fin dal 1201, più volte confermati, e quartiere fortificato, al par de’ Genovesi; colle conquiste russe perì la prosperità di Trebisonda, ma in questi ultimi anni tornò importantissimo scalo per l’estremo Oriente.

[311]. Tali sono, fra gli altri, due trattati del 1327 con Como e Brescia.

[312]. Malipiero, Annali, 666, 715, 717.

[313]. Ragusa anticamente area trattati di commercio con Fermo, Recanati, Rimini, Ravenna, Ferrara (Appendini, Notizie storiche della città di Ragusa); e prima ancora con Napoli, Siracusa, Messina, Barletta ecc.; dappoi si ridusse in dipendenza di Venezia, che vi teneva un conte a governarla con patti stabiliti.

[314]. Rer. It. Script., XI. 142.

[315]. Libri di divisamenti di paesi, di misure di mercatanzie, ed altre cose bisognevoli di sapere a mercatanti di diverse parti del mondo; edito dal Pagnini.

[316]. Fin dal 1422 entrò in trattative col soldano d’Egitto pel commercio d’Alessandria e della Siria, e col signore di Corinto in Romania, e conchiuse con loro vantaggiosi trattati; uno del pari nel 1425 coll’Inghilterra, che rinnovò nel 1490; coll’imperatore greco nel 1438; col re d’Aragona nel 1450. Nel 1487 e 88 rinnovò le trattative coll’Egitto per favorire la propria navigazione ad esclusione degli stranieri.

Fra i canti per mascherate n’è uno di mercanti fiorentini, che tornati arricchiti, esaltano il girare il mondo e guadagnare, poi rimpatriati ajutare chi n’ha bisognò; ed esortano ad avviare a ciò i figli, anzichè lasciarli perdersi nell’ozio e ne’ vizj.

[317]. «Il sintraco (come a dire sindaco) deve aver tre mine di sale da ogni legno che vien di Sardegna con sale; se venisse di Corsica e avesse fatto cambio, n’avrà tre mine di grano; una mina da ogni legno che venga dalla Marittima e da Romania. Da ogni legno che va in Corsica, abbia una mina di grano; da ogni legno di sale di Provenza, tre quartini di sale; da ogni galea che va in corso oltre Sardegna o in Ispagna, un marabotico; da ogni legno che vien di Sicilia, due mine. Nelle principali feste pranzerà coll’arcivescovo. Tocca a lui ordinare le guardie delle città, e riconoscere se furono fatte; convocare il popolo, battere i ladri e malfattori secondo l’ordine de’ consoli, e fare i bandi per la città e per tutto il vescovado; entrar nelle case a ricevere i pegni, e quando spira vento d’aquilone andare per la città, pel castello e pel borgo ad avvertire che badino bene al fuoco. Il sabato santo custodirà le porte di San Giovanni finchè l’arcivescovo e i canonici vengano a benedir le fonti». Liber jurium, pag. 79.

[318]. Lettera di Benedetto Dei per difesa della mercatura dei Fiorentini contro le ingiurie sparse da alcuni mercadanti veneziani. Vedi nel vol. II del Pagnini.

[319]. Nel 1505 per la prima volta Firenze tirò grano dall’Inghilterra per cinquantamila scudi d’oro, e duemila moggia da Linguadoca. Nardi, Storie fiorentine, lib. IV.

[320]. Nel 1499 i Salviati riceveano da Filippo d’Austria, duca di Borgogna, in pegno per quattromila fiorini grossi, trecentoventi centinaja di lana d’Inghilterra, e un famoso fiordaliso, vale a dire un reliquiario di oncie diciannove fiorentine, con crocifisso nero, quarantuno balasci, trentasei zaffiri, nove smeraldi, cinquantacinque rosette d’oro con quattro perle in ciascuna e un diamante acuto, e la corona con quattro perle a pera, un diamante grosso e trentotto perle.

[321]. Klaproth preparava l’edizione del Milione di Marco Polo con commenti e colla carta analizzata dei paesi da lui visitati; e doveasi stampare a spese della Società geografica di Parigi: ma non potè compirla. Parrebbe a credere fosse scritto originalmente in veneziano, dialetto dello scrittore. Il padre Spotorno sostiene che, nella lunga lontananza, esso doveva aver dimentico l’idioma patrio, e che Andalon del Negro genovese lo scrisse in latino, sopra relazione del Polo stesso. I migliori ora tengono che Rusticiano da Pisa lo stendesse in francese, man mano che lo raccoglieva dalla bocca di Marco suo compagno di carcere. Il testo più genuino pare quello che pubblicò la Società geografica di Parigi nel 1824. Di buon’ora il Milione fu mutato in toscano e in altre lingue, ma interpolandovi novità; nel che maggior licenza si prese il Ramusio nella sua Collezione di navigazioni. Nel 1844 fu stampato a Edimburgo da Murray con copiose note illustrative; in tedesco da A. Bürck (Die Reisen des Venezianers M. Polo. Lipsia 1845) sopra le migliori edizioni, e con aggiunte di C. F. Neumann, che viaggiò i luoghi stessi, e che trova esattissimo il nostro Veneziano. Un’edizione italiana fu procacciata a Venezia il 1847 da Vincenzo Lazari, traducendo l’edizione del 1824, liberando il testo dalle aggiunte Ramusiane, e arricchendola di note. Il tenente Wood della marina britannica dell’India, il quale scoperse le vere sorgenti dell’Oxo nel 1829, dice esattissima la descrizione che di que’ paesi fa Marco Polo.

* Il colonnello Enrico Yule, del corpo degl’ingegneri nel Bengala, stampò a Londra nel 1871 The book of sir Marco Polo the venetian, newly translated and edited with notes, 2 volumi con mappe e figure e dissertazioni sulla vita, la famiglia, il carattere di M. Polo, e con abbondanti notizie geografiche, etnografiche e filologiche.

[322]. Vedi Bizzarro, Hist. rerum persicarum.

[323]. Graberg de Hemsö, Annali di geografia; gennajo 1803.

[324]. Idem videtur sentire noster Georgius, vir in peragrando orbe atque indagando terrarum situ diligentissimus, dice Antonio Galateo, che tratta la stessa quistione nel libretto De situ elementorum.

[325]. Genealogia degli Dei, lib. XV.

[326]. Ep. famil., lib. VI. 3.

[327]. Tiraboschi, tom. VI. l. 1, c. V. § 2.

[328]. Zanetti, Origine di alcune arti presso i Veneziani, p. 46.

[329]. Zurla, Il mappamondo di frà Mauro descritto ed illustrato. Venezia 1806; opera debole. Nel trasportare questo prezioso monumento da San Michele di Murano al palazzo ducale, si potè meglio esaminarlo; e a spalla vi si trovò scritto: MCCCLX adi XVI avosto fo chomplido questo lavor. È singolare vedervi in Africa accennato il Dafur, che è il Darfur, ignoto fin quando Bruce lo visitò ai giorni nostri: prova che frà Mauro si valeva di relazioni o perdute o mai non scritte.

Nel congresso geografico del 1875 si trattò di tutte queste e di altre mappe.

[330]. Folietta, Hist. gen., lib. V.

[331]. Il Petrarca (De vita solit., XII. sect. 6. c. 3) dice che all’età de’ suoi padri colà penetrò un’armata di Genovesi.

[332]. Relazione della scoperta delle Canarie e d’altre isole dell’Oceano nuovamente ritrovate nel 1341; stampata da Sebastiano Ciampi a Firenze nel 1827.

[333]. Il Sadoleto, nel 1514, ne lo ringraziava a nome di Leon X per elephantum unum indicum, incredibili corporis magnitudine, et pardum unum, et vestem destinatam rebus divinis. Erat ea species, ea pulchritudo nobilissimi operis, qualem nec vidissemus ante unquam, nec videre expectavissemus; is splendor, qui ex candore et copia tot gemmarum esse debebat; artem autem in eo et varietatem operum omnes plane confitebantur etiam pretiosiorem esse materia, cum diuturnus labor nobilitatem summi artificii, ordine et contextu mirabili margaritarum, antecellere omnibus indicis atque arabicis opibus coëgisset... Lectæ sunt literæ tuæ, scripta incertum elegantius an religiosius; te, quod primitiæ omnium rerum Deo dicandæ sunt, primitias Lybiæ, Mauritaniæ, Æthiopiæ, Arabiæ, Persidis atque Indiæ... nobis... dare ac dedicare.

[334]. Quando naque Colombo? Nel 1430, o 36, o 41, o 45, 46, 47, 49, 55. — Dove? A Genova, a Cogoleto, a Bugiasco, a Finale, a Quinto, a Nervi sulla Riviera; a Savona o a Palestrella, o ad Arbizoli là vicino; o a Cosseria fra Millesimo e Carcare; in val di Oneglia, a Castel di Cuccaro fra Alessandria e Casale, a Piacenza, o a Pradello in val di Nura. Ciascuna di queste opinioni fu sostenuta con gran corredo di ragioni e di petulanze. Vedasi l’ultimo lavoro del marchese D’Avezac, L’année véritable de la naissance de Colomb (Parigi 1873), che lo pone al fine del 1446, e le contraddizioni dell’americano Harris.

[335]. Dante indica le costellazioni del piede del centauro e della crociera del sud, invisibili al nostro emisfero.

Io mi volsi a man destra, e posi mente

All’altro polo, e vidi quattro stelle

Non viste mai fuorchè alla prima gente...

O settentrïonal vedovo sito

Poichè privato se’ di veder quelle.

Purg. I.

I planisferi arabi e i nostri viaggiatori che arrivavano fino a Bab el-Mandeb, ne lo poterono istruire. La sua cosmogonia è siffatta: che l’emisfero boreale stava sott’acqua, e un gran continente era nell’australe opposto al nostro; Lucifero, piovendo dal cielo per essere incarcerato nel centro della terra, spinse in su un cono di sollevamento, che forma la montagna del Purgatorio, sulla cui vetta ride il Paradiso: la massa arida agli antipodi si fece del mal velo per paura di Lucifero, e nel nostro emisfero restò una gran secca, cioè un continente di cui è centro Gerusalemme. Questi sono concetti sistematici e poetici; e più importa il vedere precisamente designato da Dante il centro di gravità della terra, il punto a cui son tratti d’ogni parte i pesi. Vero è che Aristotele lo accenna e che il cronista Rolandino mezzo secolo prima di Dante scriveva, Non aliter quam ad punctum terræ medium, quod philosophi centrum dicunt, ponderosa cuncta tendere naturaliter elaborant (Hist. Patavina, lib. XII. c. 9). Ammesso questo centro di gravità, non è più meraviglia che abitino uomini tutto in giro al globo. Il Petrarca nomina gli antipodi in un passo da noi citato nel volume vii a pag. 500; e nella canzone v scrive:

Nella stagion che il Sol rapido inchina

Verso occidente e che il dì nostro vola

A gente che di là forse l’aspetta;

e nella sestina I:

Quando la sera scaccia il chiaro giorno,

E le tenebre nostre altrui fan alba.

I quali passi intarsiando il Pulci nel XXV del Morgante, fa dire dal demonio Astarotte che dappertutto «navigar si puote, Però che l’acqua in ogni parte è piana» benchè la terra sia rotonda;

E puossi andar giù nell’altro emisperio

Però che al centro ogni cosa reprime,

Sì che la terra, per via di misterio,

Sospesa sta tra le stelle, sublime;

E laggiù son città, castella, imperio,

Ma nol cognobbon quelle genti prime;

Vedi che il Sol di camminar s’affretta

Dov’io ti dico che laggiù s’aspetta.

[336]. Già Strabone comprendea la possibilità della circumnavigazione, «e se l’estensione del mare Atlantico non ci facesse ostacolo, noi potremmo, persistendo sotto il medesimo parallelo, navigare dalla Spagna fino all’India». Geografia, lib. II. E Seneca (Quæstiones nat.), interrogandosi quanto vi sia dagli ultimi confini della Spagna fin all’India, risponde: — Lo spazio di pochissimi giorni, se il vento spiri in favore».

[337]. Nel 1488 Bartolomeo Colombo, fratello di Cristoforo, disegnatore di carte nautiche a Lisbona poi a Londra, donava a Enrico VII d’Inghilterra un mappamondo, che non ci è descritto particolarmente, ma dov’è questa rozza epigrafe:

Janua cui patria est, nomen cui Bartholomæus

Columbus de terra rubra, opus edidit istud

Londiniis A. D. MCCCCLXXX atque insuper anno

Octavo, decimaque die cum tertia mensis

Februarii, Laudes Christo canentur abunde.

[338]. Quell’uffizietto sta nella libreria Corsini di Roma. — Di Colombo parlammo estesissimamente nella Storia universale e negli Italiani illustri, e forse non senza novità. È notevole che egli non accenna mai Marco Polo, sebbene si fondi continuamente sulle tradizioni di quello.

Nel 1670 Filippo re di Spagna donava alla repubblica genovese un codice in pergamena, foglio piccolo, legato in cordovano con mazzetto d’argento, e chiuso in una busta di cordovano con serratura d’argento. Era una raccolta fatta da Colombo stesso de’ proprj titoli a quella scoperta, e de’ privilegi venutigli; di cui fece fare due copie, spedendole a Nicolò Oderigo confidente suo, acciocchè le ponesse in luogo sicuro. Nelle ultime vicende di Genova andarono disperse. Una, portata a Parigi, fu ricuperata; l’altra si ritrovò nella biblioteca del conte Michelangelo Cambiaso, e il corpo dei Decurioni la comprò, e ne fece eseguire la traduzione dal padre Spotorno e la stampa, col titolo di Codice diplomatico Colombo-Americano, ossia raccolta di documenti originali e inediti, spettanti a Cristoforo Colombo, alla scoperta e al governo dell’America. 1822.

[339]. Ma Colombo dice precisamente che, al passare di un certo punto, cioè del meridiano magnetico, «come al passar d’una collina», l’ago, vôlto fin là a nord-est, piegava a nord-ovest.

[340]. Angelo M. Bandini, Vita di Amerigo Vespucci. Solo nel 1830, pei documenti pubblicati da Nugnes e Navarrete, si ebbe qualche certezza de’ costui fatti.

[341]. — Non erano passati molti anni che venne in Moscovia alla corte del suo principe un ambasciatore di papa Leone, nominato messer Paulo Centurioni genovese, sotto diversi pretesti; ma la principal ragione... era perchè il detto messer Paulo, avendo conceputo sdegno e odio grande contro Portoghesi, voleva vedere se poteva far aprire un viaggio per terra, che le spezierie venissero d’India per via dei Tartari e dal mar Caspio nella Moscovia». Ramusio, Disc. sopra li viaggi delle spezierie, vol. I. p. 374.

[342]. Epist. 152.

[343]. Il Roberston le adopera come tali, ma evidenti anacronismi le convincono scritte assai dopo il caso. Disopra della porta della chiesa di Siviglia dell’Oro alla Giamaica si leggeva: Petrus Martyr ab Angleria italicus, civis mediolanensis, protonotarius apostolicus hujus insulæ, abbas, senatus indici consiliarius, ligneam prius ædem hanc bis igne consumptam latericio et quadrato lapide primus a fundamentis extruxit.

[344]. Isole trovate novamente per el re di Spagna. L’ultima ottava dice:

Questa ha composto de Dati Giuliano

A preghiera del magno cavaliere

Messer Giovan Filippo ciciliano,

Che fu di Sixto quarto suo scudiere.

Et capitano suo et capitano

A quelle cose che fur di mestiere

A laude del Signor si canta e dice

Che ci conduca al suo regno felice.

E il libro chiudesi con queste parole: — Finita la storia de la inventione delle nuove isole di Canaria indiane, tracta da una pistola di Christofano Colombo, et per messer Giuliano Dati tradocta di latino in versi vulgari a laude della celestiale Corte et a consolatione della christiana religione, et a preghiera del magnifico cavaliere messer Giovan Filippo di Lignamine, familiare dello illustrissimo re di Spagna christianissimo. A dì XXVI d’ottobre 1495, Florentiæ». Quali sono peggiori, i versi o la prosa? Certo nè gli uni nè l’altra invogliano a dissotterrare quel libro.

Vedansi gli Studj bibliografici e biografici sulla Storia della geografia in Italia, pubblicati in occasione del Congresso Geografico di Parigi. Roma 1875.

[345]. Melchiorre Gioja vede nelle imposte «una forza di crescente proporzione, la quale non trova limite se non nella resistenza de’ popoli, e nel cuor de’ principi saggi». Nuovo prospetto delle scienze economiche, pag. 230.

[346]. Nel concilio Lateranese iv, sotto Innocenzo III, è sancito che l’indagine si faccia per trovar la verità, coram ecclesiæ senioribus; e si soggiunge: Debet esse præsens is, contra quem facienda est inquisitio, nisi se per contumaciam absentaverit; et exponenda sunt ei illa capitula, de quibus fuerit inquirendum, ut facultatem habeat defendendi seipsum; et non solum dicta, sed etiam nomina ipsa testium sunt ei publicanda, ut quid et a quo sit dictum appareat; nec non exceptiones et replicationes legitime admittendæ, ne per suppressionem nominum infamandi, per exceptionum vero exclusionem deponendi falsum audacia præbeatur.

[347]. Credesi che Pier Lombardo, per sollecitazione dei vescovi, sostenesse in Francia le ragioni de’ villani a segno da ottenere che anch’essi potessero portare lunghi i capelli, distintivo sin allora dei nobili, cioè della razza conquistatrice. Perciò la memoria di lui era celebrata annualmente dall’Università di Parigi.

[348]. Giovanni XXII avea pubblicato una bolla, ove diceva: — Per l’autorità conferitaci dall’eterno Padre e dai santi apostoli Pietro e Paolo, dopo matura riflessione, e udito il consiglio dei nostri venerabili fratelli, di piena nostra podestà separiamo l’Italia dall’Impero: riserbando a noi stessi di provvedere pel governo di essa; e facciamo ampio divieto d’entrarvi». Provinciam Italiæ ab eodem imperio et regno Alemanniæ totaliter eximentes; ipsam a subjectione communitatum et jurisdictionum eorumdem regni et imperii separamus. Il Baluzio, Vitæ Pap. Avenion., i col. 704, la dà come falsa, ma come genuina la considera Olenschlaeger, Staatsgeschichte des römischen Kaiserthumes, p. 249.

[349]. Allude al principato di Monaco. Tutto ciò fu scritto avanti le annessioni del 1860.

[350]. Touqueville (De la démocratie, II. 117) dice che la parola patrie non si trova in nessun Francese prima del secolo XVI.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. In particolare il testo in greco è stato trascritto tal quale, senza alcuna correzione.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.