CAPITOLO CXLVII. Quistioni giurisdizionali. Diritto cattolico. Il Sarpi e il Pallavicino.

Fra tanta divergenza d’accidenti e di dogmi, unico proposito conforme della Riforma si fu l’abolire la centralità papale, opponendo le nazionalità alla cattolicità, il giudizio personale all’unità della fede, subordinar la potestà ecclesiastica alla civile, cioè la coscienza al decreto, il diritto al fatto, la libertà alla permissione; il fôro interno all’esteriore. La cristianità non fu più una contro un nemico comune, gl’infedeli; ma si trovò scissa in due campi ostili, da cui e in cui si avvicendavano le persecuzioni. La Riforma diede importanza agli studj; le lingue antiche si trovarono necessarie per le controversie religiose, ma nel vortice di queste la bella letteratura naufragò; il sospetto fece reprimere la coltura in paesi dove avea preso tanto incremento, come fra noi; l’antichità non considerossi più in connessione coll’intera storia del mondo; e sul greco e sul romano si concentrò l’attenzione di cui parvero men degni i mezzi tempi, che pur erano la fanciullezza e la gioventù delle società moderne; e il ripudiarne ogni provenienza spense l’originalità. L’immaginazione, che addormentatasi fra i popoli classici col restringersi a imitare e compilare, era stata poi ridesta dalla fede, dovette cedere alla ragione positiva, la quale acclamò il pensiero come forza sterminatrice o conservatrice, e travolse in dispute, che più non furono risolte. Separato il mondo della scienza da quello della fede, provveduto piuttosto a opprimere l’opinione falsa che a diffondere la vera, ne seguirono reazioni violente, la tirannide del pensiero nella proclamata sua emancipazione, e la necessità di nuove rivoluzioni.

Più ch’altri ne deteriorò l’Italia, cessando di essere la metropoli del mondo; sicchè più non v’affluivano le ricchezze e cognizioni, sfogo all’attività, stimolo agli ingegni colle speranze prelatizie. A tanti scritti liberissimi fu imposto silenzio o punizione; e per ovviare gli abusi, impacciata la vera scienza. Il papato, nell’aspetto temporale, fu ancora ambizione di famiglie illustri, e spesso più che il sommo sacerdote vi apparve il principe nazionale, intento a restituire lo splendore alla tiara cogl’intrighi e coll’abile schermirsi in situazioni scabrosissime.

Quando Roma ebbe tratti a sè tutti gli elementi della vita morale e intellettuale, e rifattasi vigorosa col chiarire il dogma ed emendare la pratica, represse ne’ meridionali la propensione alla Riforma, in aspetto di conquistatrice s’accinse a ricondurre alla sua autorità i divaganti, e ripigliò l’offensiva, posando come assolute le sue verità, e negando che fuor di queste si dia salute; avrebbe anche voluto togliere ogni diversità interna di chiese nazionali, di riti distinti, credendo prova di forza l’esigere l’unità assoluta. Dissipate le false Decretali, l’autorità pontifizia si trovò più solida perchè più misurata, e il diritto ecclesiastico venne rigenerato. Come le reliquie d’un esercito scompigliato si rannodano attorno allo statomaggiore, così i Cattolici sentirono la necessità di restringersi al papa; e principalmente i Gesuiti, animati dall’alito del ringiovanito cattolicismo, si diedero a sostenere il solo pastore, attorno a cui dovea farsi un solo ovile; e un nuovo grandioso campo s’aperse alla letteratura teologica e storica nel sostenere la verità e le ragioni di Roma.

Come l’autorità civile proibisce la vendita dei veleni, o provvede ai cani idrofobi, alle esalazioni deleteriche, così l’ecclesiastica si credette in dovere di proibire le cattive stampe. Da qui gl’indici di libri proibiti, de’ quali i primi si fecero a Lovanio e a Parigi: poi Paolo IV, in una costituzione nel 1564, oltre quelli specialmente indicati, proibiva in generale tutti i libri di magia o altre superstizioni e i lascivi ed osceni, eccettuando i classici antichi per riguardo all’eleganza; i libri d’eresiarchi, non quelli di eretici; nè le traduzioni di scrittori sacri fatte da questi, purchè nulla contengano di erroneo. Per la Bibbia vulgare ci vorrà la permissione, e così per le controversie con eretici. Pio V regolò questa materia mediante la Congregazione dell’Indice, alla quale diede norme definitive Benedetto XIV nel 1753, badando men tosto alle opere d’eretici che di cattolici. Quando un di questi sia deferito al tribunale dell’Indice, verrà preso in serio esame dal secretario con due consultori, e se lo trovino condannabile, se ne farà una ragionata informazione, che verrà discussa da sei consultori sotto al maestro del sacro Palazzo; e proferita la condanna o la correzione, sarà sottoposta al papa. Trattasi d’autore illustre e di fama integra? si proibirà finchè sia corretto; se ne comunicheranno all’autore i motivi e le correzioni da farsi; e solo s’e’ ricusi verrà pubblicato il decreto, o se l’opera sia divulgata. Se è d’autore cattolico di bel nome, e la cui opera emendata possa giovare al pubblico, è necessario se ne sentano le difese. A censori poi si assumano persone di pietà e dottrina riconosciuta, la cui integrità non lasci luogo a odio o favore, e credansi destinati non a condannar l’opera, ma ad esaminarla equamente; pesar le opinioni senza affetto di nazione, di famiglia, di scuola, d’istituto, di parte; ricordandosi che molte opinioni pajono indubitabili ad una scuola, a un istituto, a un paese, eppure senza detrimento della fede sono rejette da altri cattolici. Sovrattutto s’abbia a mente che d’un autore non può giudicarsi se non leggendo intera l’opera, comparando i differenti passi, e badando al fine di esso; non proferendo sopra una o due proposizioni staccate; giacchè quel che in un luogo egli dice oscuramente e per transenna, spiega chiaro e abbondantemente altrove.

Quanto ai dogmi, nessun Cattolico poteva impugnare l’autorità inappellabile del concilio: ma v’aveva articoli che toccavano la società secolare; quali sarebbero i privilegi del fôro ecclesiastico, l’esclusione de’ giudici secolari dalle cause di curia; il divieto ai principi di tollerare il duello, di far editti su materie e persone di chiesa, di esigere gabelle e decime, di voler mettere l’exequatur alle bolle pontifizie; e la scomunica minacciata a chi facesse altrimenti, od usurpasse beni e ragioni ecclesiastiche. Anche contro i laici violatori dei precetti divini si comminarono pene; riservato ai vescovi l’approvare i maestri, l’espellere le concubine, l’ispezione sui luoghi pii, i monti, gli spedali; obbligati i parrocchiani a supplire alle prebende inadeguate dei pievani. Da tali decreti parvero lesi molti interessi, ed intaccata quella sovranità indipendente, a cui i principi aspiravano; i quali pertanto reluttarono contro il sinodo. Venezia era stata la prima a dar l’esempio d’adottarlo senza restrizioni; indi Cosmo di Toscana, poi la Polonia e il Portogallo; ma altri potentati fecero riserve per le consuetudini o le leggi de’ loro Stati; la superiorità dei concilj al papa, pretesa in quelli di Costanza e Basilea, fu ritenuta da’ Tedeschi; i Francesi ne fecero il cardine delle libertà gallicane, negando l’infallibilità del papa diviso dal consesso della Chiesa: e ne vennero dissensi che turbarono il seno della Chiesa cattolica; principi che aveano declamato contro gli abusi, non sapeano acconciarsi ai rimedj, e contro le decisioni tridentine accampavano le ragioni del principato.

Che l’autorità deva governare le opere, non già possedere i popoli, di modo che rimangano indipendenti i due poteri nell’ordine della propria competenza, l’avea mal compreso il medioevo, e peggio l’evo moderno: anzi l’atto effettivo della Riforma era consentito nel sovrapporre il temporale allo spirituale, e i papi si rassegnarono a molte concessioni onde salvare la Chiesa. Perocchè di primo achitto i principi s’accorsero qual partito potessero trarre dalla Riforma concentrando in sè i poteri e incamerando i beni; anche quei che restarono cattolici, se ne valsero per isbigottire i papi, e ridurli alle loro voglie colla minaccia di abbandonare la messa per la cena e pel sermone; e alla monarchia cattolica del medioevo parve volessero sostituire la monarchia politica. Le controversie teologiche si risolsero dunque in dispute sull’autorità regia; frangere le barriere opposte dall’immunità e cincischiare la giurisdizione ecclesiastica, divenne l’intento comune; quasi uno Stato, per trovarsi davvero indipendente, non dovesse lasciar veruna ingerenza ad altri, nè autorità che non fosse concentrata nel governo. I Protestanti lo avevano conseguito di colpo coll’aperta ribellione; i Cattolici s’ingegnarono con mezzi termini di accordare la coscienza coll’ambita onnipotenza: a tal uopo fomentavano le ambizioni particolari, e con titolo d’indipendenza tendevano ad isolare i sacerdoti dei loro Stati dagli altri, impedire le comunicazioni dirette col capo spirituale, formando speciali chiese, necessariamente docili al potere che loro permetteva d’esistere; e così passo passo ottennero le attribuzioni ecclesiastiche, che i Protestanti avevano carpite.

Di rimpatto la Chiesa, sentendosi robusta e rinovellata nella precisa espressione del dogma, parve si lusingasse di far rivivere i tempi della sua prevalenza, e anche per questa parte correggere il paganizzamento della società. Adunque ridestò le pretensioni che in un’età organica aveano accampate Gregorio VII e Innocenzo III, e si asserì di nuovo il predominio illimitato della Chiesa sopra lo Stato, il papa essere superiore a qualunque giudizio, e decadere il re che esca dal grembo cattolico.

Il proprio simbolo espresse Roma nella famosa bolla, detta in Cœna Domini perchè doveasi leggere solennemente ogni giovedì santo; la quale ebbe l’ultima mano da Pio V, e suole citarsi come il massimo dell’arroganza papale. Tralasciando i punti di minor rilievo e spogliandola delle frasi conformi al tempo, essa, in ventiquattro paragrafi, scomunica gli eretici di qualsiano nome e chi li difende, o legge libri loro, o ne tiene, stampa, diffonde; chi appella dal papa al concilio, o dalle ordinanze del papa o de’ commissarj suoi a’ tribunali laici; i pirati e corsari nel Mediterraneo, e chi spoglia navi di Cristiani naufragate; chi impone nuovi o rincarisce gli antichi balzelli a’ suoi popoli; chi dà ai Turchi munizioni da guerra o consigli; chi fa leggi contro la libertà ecclesiastica, o turba i vescovi nell’esercizio di loro giurisdizione, mette la mano sopra le entrate della Chiesa, cita ecclesiastici al fôro laico, impone tasse al clero, occupa o inquieta il territorio della Chiesa, compresevi Sicilia, Corsica, Sardegna.

Dopo Lutero e Grozio[383] chi sarebbesi aspettato così elate pretendenze? ma le riazioni trascendon sempre, e nel diritto come nella buona guerra il miglior difendersi è l’attaccare. Se non che poco erano disposte a condiscendere le Potenze; i principi d’oltremonte ripudiarono quella bolla; altri l’accettarono, col proposito di modificarla nell’applicazione; Venezia la ricusò, per quanto il nunzio insistesse; l’Albuquerque governatore di Milano vi negò l’exequatur; a Lucca non si teneano obbligatorj i decreti dei funzionarj papali senza approvazione del magistrato; in Savoja si conferivano benefizj al papa riservati; a Genova erano proibite le assemblee presso i Gesuiti, pretestando vi si facessero brogli per le elezioni; l’Inquisizione vi fu sempre tenuta in freno, e dopo il 1669 sottoposta alla giunta di giurisdizione ecclesiastica; i vescovi di Toscana lasciavano ammollire nell’applicazione la tremenda bolla, ma i frati la zelavano a rigore; e guaj a parlare di tasse sui beni di ecclesiastici; negavano l’assoluzione, donde vennero tumulti ad Arezzo, a Massa marittima, a Montepulciano, a Cortona.

Il regno di Napoli se ne trovava viepiù compromesso per la sua feudale dipendenza; e il vicerè duca d’Alcala fece risoluta opposizione alla bolla, sino ad arrestare i libraj che la stampassero[384]; fu condannato alle galere uno che avea pubblicato l’opera del Baronio contro il privilegio, chiamato la monarchia siciliana, pel quale al re competevano le divise e i diritti di legato pontifizio. Di rimpatto i vescovi pretendeano giurisdizione sui testamenti, e di chi moriva intestato poter qualche tempo tenere i beni applicandone una parte a suffragio del defunto: alcuni scomunicavano chi mettesse ed esigesse imposizioni: la piazza di Nido a Napoli ricusava un dazio nuovo, perchè non approvato dal papa; nei casi misti, cioè sacrilegio, usura, concubinato, incesto, spergiuro, bestemmia, sortilegio, voleasi potesse procedere il fôro ecclesiastico o il secolare, secondo che all’uno o all’altro fosse prima recata la querela; fonte d’inestricabili alterazioni. Il papa dava rinfianco all’opposizione, e minacciava interdire la città; fu respinto dal confessionale, fu privato del viatico chi, ne’ consigli vicereali, aveva opinato in contrario; e i doveri di suddito erano posti in conflitto con quelli di cristiano, nè vedeasi via di comporre. Vi si aggiungevano le citazioni che faceansi alla corte di Roma, e i visitatori apostolici, che il papa mandava nel regno per esigere le decime, esaminare l’uso fatto de’ beni ecclesiastici e le alienazioni indebite. Onde aver denari per costruire San Pietro, Roma aveva instituito in varj luoghi, e nominatamente nel Napoletano, un tribunale, che durò fino al 1647, per esaminare se fossero adempiti i legati pii; se no, trarli a vantaggio d’essa fabbrica; il che attribuiva ai nunzj una giurisdizione molesta e facilmente abusata.

Perchè mancasse stimolo alla declamata avidità dei prelati, era stabilito che delle ricchezze da loro lasciate non redassero i parenti, ma la Chiesa romana; onde il papa mandava collettori per tutto il mondo, ed ecco derivarne controversie e dispute inestricabili cogli eredi e colle chiese stesse, turbarsi i possessi, e viepiù sotto papi rigorosi come Pio V. Dall’ispezione sull’adempimento dei legati pii, i vescovi traevano ragione di vedere i testamenti, e scoprire così i segreti di famiglia, e fisicare sulle frodi supposte. La proibizione del concubinato portava a ricorrere alla forza per sciogliere temporarie unioni, e le curie voleano all’uopo valersi di birri e carceri proprie; i principi non tolleravano questa diminuzione della loro autorità, e giudizj non solo, ma armi indipendenti dall’unità che si andava introducendo. Adunque una concatenazione di litigi, che neppur oggi perdettero senso e importanza; perocchè in fondo erano le quistioni costituzionali d’allora; la libertà, questo Proteo irrefrenabile, compariva sotto le cappe pretesche, come ora in abito di avvocato e di senatore; e non è strano se di siffatte importanze s’empie la storia interna della Chiesa di questo secolo e del seguente[385]. Stefano Durazzo arcivescovo di Genova, martire della peste del 1556, interminabili dispute sostenne col doge sul posto che gli competesse nel presbitero, e sul titolo d’eminenza che allora cominciavasi dare ai cardinali: non soddisfatto, negò coronare il doge, e la lotta si prolungò anche assai tempo dopo che l’arcivescovo ebbe rinunziato. Carlo Borromeo cozzò assai coi governatori di Milano che alle riforme opponevano i diritti regj, come il senato opponeva i privilegi della Chiesa milanese. Peggio ancora suo cugino Federico, che due volte per ciò viaggiava a Roma, e che minacciò di censure chi trafficasse con Svizzeri e Grigioni eretici, e scomunicò il governatore perchè, col proibire le risaje nelle vicinanze della città, arrogavasi giurisdizione sui possessi ecclesiastici[386].

Della politica romana che la supremazia papale professava più alteramente quant’era più minacciata, e pretendeva insegnar doveri ai re e diritti ai popoli, è rappresentante il gesuita Roberto Bellarmino da Montepulciano (1542-1621). A ventidue anni egli saliva già i più celebri pulpiti: da san Francesco Borgia spedito all’Università di Lovanio perchè si opponesse all’eresia serpeggiante, vi fu consacrato sacerdote da quel Giansenio che doveva poi divenire antesignano di famosissimo partito: combattè Bajo che deviava in un punto alla Grazia, e continuò a predicare e istruire finchè per salute si restituì a Roma. Quivi servì da teologo, e produsse le insigni Dispute delle controversie della fede. In queste espone prima l’eresia, poi la dottrina della Chiesa e i sentimenti de’ teologi, rinfiammandoli non con argomentazioni, ma con testi della Scrittura, dei Padri, de’ concilj e colla pratica; infine confuta gli avversi. Modello d’ordine, di precisione, di chiarezza, scevro dalle aridità scolastiche e dal formalismo di scuola, se erra talvolta sul conto degli scrittori ecclesiastici non ancora passati al vaglio d’una critica severa, non di rado arditamente ripudia scritti apocrifi: non inveisce contro gli avversarj, ma li ribatte con chiara e precisa brevità, appoggiato all’autorità dei teologi: e Mosheim, uno dei più accanniti campioni dell’eresia, pretende che «il candore e la buona fede di lui lo esposero a rimbrotti de’ teologi cattolici, perchè ebbe cura di raccogliere le prove e le objezioni degli avversarj e per lo più esporle fedelmente in tutta la loro forza». Ad attestarne il merito, basterebbe la quantità di quelli che lo confutarono[387]; anzi si eressero cattedre a posta per ciò. Anche il suo catechismo non v’è lingua in cui non fosse tradotto.

Nè gli eretici lasciavano quiete, o mostravano tolleranza. Un inglese entrato in San Pietro di Roma, mentre il sacerdote stava per elevar l’ostia, l’assalì per istrappargliela di mano, e sparse per terra il calice; onde assalito dal popolo, fu battuto, poi consegnato all’Inquisizione; e confesso d’essere venuto con altri in Italia per commettere simili atti, fu condannato al fuoco, che subì «con tanta fermezza che ha dato da ragionare assai»[388]. Un altro pubblicò un «Avviso piacevole dato alla bella Italia da un giovane nobile francese», sozzo di bestemmie contro il papa e il papato, e che ebbe confutazione dal Bellarmino.

La Riforma, mentre seminava l’Europa di sanguinose eppur feconde ruine, turbò gli animi con opinioni variabili quanto le teste: dubbj nell’intelletto e scrupoli nella coscienza nascevano dall’essere rotto l’equilibrio fra il sentimento dei diritti e quello dei doveri. Scassinata l’autorità divina, fu forza cercare nuovi fondamenti alle obbligazioni dei privati e delle nazioni: ma i liberali protestanti non giungevano che alla negazione, resistendo al potere in nome del diritto non del dovere, o zelando un patriotismo inesperto, che vede le piaghe, non la difficoltà del rimedio, e incita alla disobbedienza.

Essi tacciavano i Cattolici di legittimare la resistenza agli arbitrj; di voler anche che la Chiesa partecipasse al potere che essi concentravano tutto ne’ principi; di supporre qualcosa di superiore e anteriore ai patti sociali, là dove essi ponevano nelle leggi l’unica fonte dell’obbligazione; d’insegnare con san Tommaso che l’obbedienza ai re è subordinata all’obbedienza dovuta alla giustizia.

I teologi nostri sostenevano che la prerogativa del pontefice sovrasta alla politica, perchè di diritto divino: se rispondeasi dover essere divino anche il diritto dei principi, altrimente qual ne sarebbe il fondamento? essi non esitavano a rispondere, — Il popolo», sancendo così la sovranità di questo. Secondo il Bellarmino, la podestà civile deriva da Dio; e prescindendo dalle forme particolari di monarchia, aristocrazia o democrazia, fondasi sulla natura umana; e non essendo connessa ad alcun uomo in particolare, appartiene all’intera società; questa non può esercitarla da se medesima, onde è tenuta trasferirla in alcuno od alcuni, e dal consenso della moltitudine dipende il costituirsi un re o consoli o altri magistrati, col diritto di cambiarli[389]. Nell’opera De summo pontifice capite totius militantis Ecclesiæ, la supremazia papale vuole indipendente da qualsiasi giudizio; anima della società, di cui non è che corpo la potestà temporale[390]. Però negli affari civili il papa non deve maneggiarsi, salvo ne’ paesi suoi vassalli; anzi è lecito resistergli se turbi lo Stato, e impedire che sia obbedito. Deporre i re non può ad arbitrio, qual che ne sia la cagione, eccetto i suoi vassalli; ben può mutarne il regno ad altri ove lo esiga la salute delle anime[391]. Alla monarchia pura antepone il Bellarmino la temperata dall’aristocrazia; e se pur dice che il papa può dell’ingiustizia far giustizia, convien ricordarsi che Hobbes attribuiva lo stesso diritto ai re[392]. La sua opera spiacque grandemente a Napoli e a Parigi; ma neppure gradì a Roma, anzi Sisto V la pose all’Indice, ma contro il voto della Congregazione, sicchè ben tosto ne fu depennata.

Fra i tanti libelli usciti contro di lui, uno narrava come, straziato dai rimorsi, fossesi condotto alla sacra casa di Loreto a confessare sue colpe; ma uditene alcune, il penitenziere lo cacciò come irreparabilmente dannato, sicchè cadde per terra, e fra orribili scontorcimenti perì. Ciò stampavasi mentr’egli viveva in umiltà laboriosa; ammirato per disinteresse e umiltà, in tutta Europa volava il suo nome; un Tedesco venne apposta a Roma, con un notaro attese presso la casa dove il Bellarmino abitava finchè questo uscisse, fece rogar atto d’averlo veduto, e di ciò glorioso tornò in patria; il papa lo creava cardinale quia ei non habet parem Ecclesia Dei quoad doctrinam; e morendo santamente, professava non solo la fede cattolica, ma quanto alla Grazia pensare come i Gesuiti.

Volemmo badarci sul Bellarmino perchè in lui si personifica ciò che di più avanzato si rinfaccia alla santa Sede, e perchè quelle dottrine ebbero grande efficienza sulle sorti delle nazioni. Anche l’altro gesuita Santarelli insegnava potere il papa infliggere ai re pene temporali, e per giuste cagioni assolvere i sudditi dalla fedeltà. Invano i suoi confratelli ritirarono tosto quell’opera; il parlamento di Parigi e la Sorbona, cui era stata denunziata, la condannarono ed arsero, obbligando i Gesuiti a far adesione a tale condanna, e dichiarare l’indipendenza dei re[393].

Son queste le opinioni, per le quali i Gesuiti furono dichiarati nemici ai re, fautori del tirannicidio, insomma precursori dell’odierno liberalismo; il quale poi alla sua volta dovea sentenziarli dispotici, oppressori del pensiero e della libertà: e allora e adesso senza esame o senza lealtà. Nè dobbiamo tacere come Clemente VIII, in un’istruzione sull’Indice, raccomanda «si abolisca ciò che sente di paganesimo, e che dietro alle sentenze, ai costumi, agli esempj gentileschi, favorisce la polizia tirannica, e ne induce una ragion di Stato avversa alla cristiana legge». Ecco da qual lato stesse il liberalismo.

Eppure corre opinione che la Riforma introducesse la libertà, e che la Chiesa nostra la bandisse. Vero è bene che questa, ridotta impotente alle più elevate attribuzioni sociali, e ristretta ognor più alla vita individuale e al bisogno di conservarsi, si alleò coi re, a scapito del carattere popolare che l’avea controdistinta nel medioevo; e la tirannide uffiziale, introdotta dai principi protestanti, si estese pure ai cattolici, perchè il clero la pensò opportuno freno al popolo; i principi, minacciati dalla libertà del pensiero, fecero sinonimi eretico e ribelle, e insieme li perseguitarono; a vicenda i fautori della Riforma, vedendo la Chiesa cattolica porsi dal lato della resistenza, la denunziavano come sostegno dell’assolutismo, ottenendo quella confusione di cose umane e divine, che il secol nostro si compiace di rinnovare, e che tanto pregiudica alla vera libertà.

La franchigia di commercio, per cui Armeni, Turchi, Ebrei, v’erano egualmente i ben venuti, favoriva a Venezia l’indifferenza; l’autore del Discorso aristocratico sopra il governo dei signori Veneziani assicura che, venendo a morte un Luterano o Calvinista, permetteano fosse sepolto in chiesa, e i parroci non se ne faceano scrupolo: aggiunge però: — Non ho mai conosciuto alcun Veneziano seguace di Calvino o di Lutero od altri, bensì d’Epicuro e del Cremonini, già lettore nella prima cattedra di filosofia nello studio di Padova, il quale assicura che l’anima nostra provenga dalla potenza del seme, come le altre dell’animal bruto, e per conseguenza sia mortale. Seguaci di questa scelleratezza sono i migliori di questa città, ed in particolare molti che hanno mano nel governo».

Fin dal 1520 Burcardo Scenck gentiluomo tedesco scriveva a Spalatino, cappellano dell’elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima a Venezia, e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che il senato penò a permettere vi si pubblicasse la scomunica contro l’eresiarca, e solo dopo uscito il popolo di chiesa[394]; Lutero stesso felicitavasi che tanti di colà avessero accolto la parola di Dio[395], e tenea corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler che caldamente vi s’adoperava; come di là erano dirette esortazioni a Melantone affinchè non tentennasse nella fede, nè tradisse l’aspettazione degl’Italiani[396]. Molto oprò a propagarvi la Riforma Baldo Lupatino, per cui consiglio Matteo Flach di Albona in Istria (Flaccius Illiricus) suo compatriota e parente, fuggì in Germania, e fu principal penna nelle famose Centurie Magdeburgensi[397]. Baldassarre Altieri d’Aquila, stabilito a Venezia e agente di molti principi tedeschi, ebbe comodità di diffondervi libri e idee; e tanto crebbero, che nel 1538 Melantone esortava il senato a permettere vi s’istituisse una chiesa[398].

Sappiamo che il Bruciòli pubblicò a Venezia la sua Bibbia vulgare; le opinioni di sant’Agostino sulla Grazia e il libero arbitrio vi furono stampate il 1545 da Agostino Fregoso Sostegno; ivi predicava l’Ochino; a Padova fece lunga dimora Pietro Martire Vermiglio; a Treviso si formò un’accolta di novatori; e in una a Venezia il 1546 tennero conferenze circa quaranta persone che spingeansi ben oltre i confini dei Protestanti; Giorgio Rorario da Pordenone credesi autore delle note marginali alla Bibbia tedesca di Lutero[399]. Jacopo Brocardo veneziano seguì Calvino, e pretese confermare colla santa Scrittura le visioni che dicea d’avere: nel 1565 ritiratosi nel Friuli, scrisse di fisica, ma fu scoperto e arrestato dai Dieci: rilasciato, andò vagando a Eidelberga, in Inghilterra, in Olanda, in Francia, dove il sinodo nazionale della Roccella proibì la sua Interpretazione sopra la Genesi: in Olanda ritrattò i suoi libri mistici e profetici, pure ne fu sbandito e campò miseramente fin dopo il 1594. Da Candia, dominio di Venezia, era Cirillo Lucar, che in Italia e in Germania avuta cognizione della Riforma, dissimulò, finchè a gradi a gradi divenuto patriarca d’Alessandria, poi di Costantinopoli, cominciò ad insinuare le novità: se n’avvidero i vescovi e preti, e lo fecero relegare a Rodi; ma col sostegno dell’Inghilterra e dell’Olanda fu ristabilito, e pubblicò un catechismo calvinico, col quale eccitò turbolenze, che la Porta sopì col farlo strangolare; diversi sinodi anatemizzarono lui e le sue dottrine.

Venezia fin dal 1248 (tom. VI, pag. 354) stabilì si punissero quelli che un concilio di prelati sentenziasse d’empietà; quarantun anno prima che, ad istanza di Nicola IV, introducesse la santa Inquisizione, alla quale tenne poi sempre la briglia, volendo ai processi assistessero tre nobili, le ammende si avocassero all’erario, i beni de’ rei andassero agli eredi, non al fisco, nè potesse giudicare Ebrei e Greci, ai quali fu sempre lasciato libero culto. Essendo denunziato un libro favorevole alle opinioni di Giovanni Huss, lo arsero, e l’autore mandarono attorno colla mitera in capo, indi sei mesi di prigione, e nulla più. Del resto Venezia vi suppliva co’ Savj sopra l’eresia e cogli Esecutori sopra la bestemmia, destinati ad approvare le stampe, vigilare sopra gli eretici, castigare chi celebrasse messa non ordinato, punire chi bestemmiasse o violasse cose sacre.

Anche qui si crebbero i rigori dopo che ne apparvero le conseguenze. Al 29 novembre 1548 il doge Francesco Donato scrive: — Avemo inteso con grandissimo dispiacere nostro che in questa città di Bergamo si ritrovano alcuni eretici, i quali non solo non vivono cattolicamente, ma pubblicamente disputano e cercano di persuadere agli altri le opinioni luterane, cosa che non volemo comportare per modo alcuno»; ed essendosi il papa lagnato che il capitano e il podestà di Vicenza lasciassero predicare l’errore, la Signoria emanò ordini severi e cominciò supplizj. Guido Zanetti fu consegnato all’Inquisizione romana; Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco Rovigo condotti a Venezia e strozzati; così Antonio Ricetto vicentino, Francesco Spìnola prete milanese, frà Baldo Lupetino suddetto; i restanti approfittarono del terribile avviso per fuggire, tra cui Alessandro Trissino con altri riparò a Chiavenna, donde a Leonardo Tiene suo concittadino scrisse, eccitandolo ad abbracciare una volta la Riforma, con tutta la città.

Sollecitato da Pio V perchè la Signoria applicasse rigorosamente l’Inquisizione, l’ambasciatore veneto Pietro Tiepolo scrive avergli risposto si farebbe, «ma troverebbe che in quel dominio si vive più religiosamente e cattolicamente che forse in qualsivoglia altra parte; e non sapeva dove più si frequentassero le chiese e i divini ufficj che in quella città. Di che rimase alquanto sopra di sè, forse per l’informazione avuta del contrario». E altra volta: — Venne a trovarmi l’inquisitore di Brescia, e mi disse che il papa l’aveva lungamente esaminato sopra le cose di quella città, e che egli, che conosceva che con sua santità non era bisogno di sperone ma di freno, avea fatto ogni sorta di buon officio, scusando e raddolcendo quelle cose che erano venute alle orecchie della sua santità, affermando che da quei clarissimi rettori gli erano prontamente prestati tutti quegli ajuti e favori che sapea desiderare. Mi soggiunse aver detto a sua santità d’avere sentito che non era ben disposto verso quel serenissimo dominio; ma come devoto della sua santità volea dirle che non sapea Stato che facesse più di quello per la santa Sede; che sebbene in una moltitudine grande si trovasse qualcuno che non avesse mente del tutto netta, non bisognava fare mal concetto di tutta una repubblica così degna e così buona come quella».

Altrove narra come rassicurasse il santo padre che la Signoria veneta stava attentissima contro gli eretici, non solo per zelo religioso, ma per la concordia e unione de’ cittadini, che ne sarebbe turbata; e che «le cose erano in buono stato, e forse migliori che in altra parte della cristianità, non ostante che quel dominio avesse per più di trecento miglia continui confini colla Germania, e per questo rispetto convenisse aver molto commercio con Tedeschi». Aggiunge che il consiglio dei Dieci vi bada attento, «ma che noi usiamo più effetti che dimostrazioni, non fuochi e fiamme, ma far morire segretamente chi merita..., che quelle dimostrazioni palesi, più grandi, severe e terribili, portavano maggior danno che utile; che in Francia e ne’ paesi di Fiandra si erano fatte ammazzare le decine di migliaja di persone, non solo senza frutto, ma con vedere ogni giorno moltiplicar la gente nell’opinione dei morti; che il consiglio dei Dieci aveva ultimamente fatto legge, che chiunque fosse bandito da qualsiasi città per conto di religione, s’intendesse bandito da tutto il dominio, cosa che forse non si avrebbe pututo fare per gli ordinarj termini di giustizia»[400].

È vero che Venezia si tenne sempre sulle guardie nel trattare coi pontefici, nè si lasciava impacciare da ecclesiastiche immunità[401], anzi professandosi «prima veneziani che cristiani», spingevasi l’ombrosità fino a temere che i preti colla virtù acquistassero influenza sulla plebe. «La ragion di Stato non vuole che i suoi sacerdoti siano esemplari, perchè sarebbero troppo riveriti ed amati dalla plebe»; è scritto nel Discorso aristocratico sopra il governo de’ signori Veneziani[402]. Un Gesuita raccoglieva i gondolieri ogni festa per istruirli nelle cattoliche verità; ma la Signoria riflesse che i gondolieri praticano con persone d’ogni grado, e quindi possono servire allo spionaggio, e proibì quella congregazione, e cacciò il Gesuita. Un altro declamava contro il carnevale, asserendo che quel denaro si spenderebbe meglio in ajutare il papa nella guerra contro i Turchi, minacciosi alla repubblica; e la Signoria lo sbandì.

Il clero indistintamente restava sottoposto alla giurisdizione dei Dieci, ed escluso dagli uffizj civili: qualora si recassero sul tappeto affari relativi a Roma, venivano rimossi dal consiglio i papalisti, vale a dire quelli che tenessero aderenza con quella Corte, o soltanto parentela negli Stati pontifizj: il 9 ottobre 1525 i Dieci risolsero, chi avesse figli o nipoti negli Ordini fosse escluso da qualunque affare concernente Roma. Allegando che il custodire Corfù e Candia, antemurali della cristianità, costava più di cinquecentomila scudi l’anno, Venezia chiedeva un decimo delle rendite ecclesiastiche, non escluse quelle de’ cardinali; e lo ottenne dal papa. Alle trentasette sedi vescovili l’investitura era data dal doge stesso, in nome di Dio e di san Marco; ma dopo la lega di Cambrai la curia romana n’avea tratta a sè la collazione, lasciando alla Signoria solo un quarto delle nomine, sebbene anche le altre non potessero cadere che in sudditi veneti. E quando Innocenzo VIII pretese l’incondizionata elezione dei vescovi di Padova e d’Aquileja, la Signoria si oppose, com’anche alle decime ch’e’ volea levare sopra le istituzioni di beneficenza. Nominato da Pio IV vescovo di Verona Marcantonio da Mula allora ambasciatore a Roma, la Signoria ricusa riceverlo: eletto cardinale, fa altrettanto, mandando scuse al papa, ma ai parenti del cardinale vietando d’assumere la veste purpurea in segno di festa; e si rimase saldi al no, scrivendo al papa: — Noi siamo schiavi delle nostre leggi, ed in ciò consiste la nostra libertà».

Mal dunque si rassegnava Venezia alle pretensioni papali; non volle che il Vendramin, da essa eletto patriarca, dovesse subir l’esame a Roma; la bolla In Cœna Domini proibì di ricevere o pubblicare; non che esercitar giurisdizione sovra persone ecclesiastiche, n’era tanto gelosa che gl’Inquisitori di Stato, avuto spia che in casa del nunzio si discorreva «che l’autorità del principe secolare non si estende a giudicare ecclesiastici se questa facoltà non sia concessa da qualche indulto pontifizio», stabilì che i prelati paesani i quali tenessero simili discorsi fossero notati su libro apposito «come poco accetti, e si veda occasione di farne sequestrare le entrate; e se perseverino, si passi agli ultimi rigori, perchè il male incancrenito vuol al fine ferro e fuoco». Quanto ai curiali del nunzio, se tengono tali propositi fuori della Corte, «sia procurato di farne ammazzar uno, lasciando anche che, senza nome di autore, si vociferi per la città che sia stato ammazzato per ordine nostro, per la causa suddetta»[403].

Un frate a Orzi pubblica un libello contro un magistrato veneto, e questo lo fa arrestare, togliendogli di mano il Santissimo ch’egli avea preso per sicurtà. Condannato un prete marchigiano, la Signoria manda al patriarca che lo dissacri; e poichè questo esitava, alcuni in consiglio propongono di dargliene ordine preciso; altri soggiungono che con ciò s’impaccerebbe in futuro il corso della giustizia, e perciò si mandi al supplizio senza degradazione. Egualmente la Signoria fa carcerare Scipione Saraceno canonico di Vicenza e l’abate Brandolino di Narvesa nel Trevisano imputati di enormi colpe, e rinnova l’antico decreto che gli ecclesiastici non possano acquistare beni stabili, e devano vendere quelli che ricevessero per testamento, nè si fondino nuove chiese senza beneplacito del senato.

Se n’adontò Paolo V, papa di rigorosa virtù e infervoratissimo della primazia ecclesiastica, per la quale lottò con Lucca, Malta, Savoja e Genova non solo, ma con Francia e Spagna sempre prosperamente, e ripetea: — Non può darsi vera pietà senza intera sommessione alla podestà spirituale». Egli scrisse minaccie al doge (1606), e non ascoltato spedì monitorj e scomunica severissima[404]: la Signoria ne mostrò dolore, ma non cambiò guise; intimò guaj a chi «lasciasse pubblicare il monitorio», impose che i preti continuassero le uffiziature; Gesuiti, Teatini e Cappuccini, i quali credettero dover obbedire al papa anzichè al principe secolare, furono mandati via, e partirono processionalmente dallo Stato con un crocifisso al collo e una candeletta in mano; al vicario del vescovo di Padova, che rispose farebbe quanto lo Spirito Santo gl’ispirerebbe, il podestà soggiunse: — Lo Spirito Santo ispirò ai Dieci di far impiccare chiunque recalcitra».

Tutta Europa vi prese parte, in tutta ritrovandosi persone e cause interessate; Enrico IV sosteneva i Veneziani, la corte di Spagna rifiutò il loro ambasciatore come scomunicato; tesi e consulti furono scritti e contro e in favore dai migliori giuristi, e singolarmente dal celebre Menocchio, preside al senato di Milano; i più sosteneano ne’ governi il diritto di esaminar i motivi delle scomuniche e degli ordini pontifizj; e quel che ne sentissero i libertini ci appare da Gregorio Leti, che nella Vita di Sisto V scrive: — I frati veneziani hanno tanto a cuore la riputazione della loro repubblica, che in servizio di questa rinuncierebbero, per maniera di dire, Dio, non che il papa e la religione; ed io trovo che tutti gli altri frati devono far lo stesso in servizio del loro principe, quantunque si veggano molti esempj contrarj e scandolosi».

Il Governo veneto si mostrò allora rigorosissimo, e n’ebbe congratulazioni dai Protestanti, i quali vi sperarono occasione di scattolicizzare l’Italia. Più che in altri essi confidavano in Paolo Sarpi (1552-1623), frate servita, di San Vito al Tagliamento. Fu egli uno de’ maggiori ingegni di quell’età, e settecento suoi pensieri manoscritti mostrano come sentisse addentro in geometria, algebra, meccanica, fisica, astronomia, areometria, architettura. Nell’Arte di ben pensare s’accorge che i sensi non ingannano, riferendo essi all’intelletto ciò che loro si presenta, e che alle scoperte sono inetti gli assiomi. Teologo della Repubblica veneta, nel litigio di questa contro del papa fu condotto ad esaminarne il diritto, e con ragioni ed autorità sminuire l’ingerenza di questo ne’ negozj civili; e sebbene scrivesse per comando e «a norma delle pubbliche mire»[405], venne ad infervorarsene per modo, che personificò l’avversione alla santa Sede. Nella Consolazione della mente nella tranquillità di coscienza, cavata dal buon modo di vivere nella città di Venezia nel preteso interdetto di papa Paolo V, domanda: 1. nel pontefice e nella Chiesa v’è autorità di scomunicare? 2. quali persone sono soggette a scomunica, quali le cause di applicarla? 3. la scomunica è appellabile? 4. è superiore il pontefice o il concilio? 5. per ragion di scomunica il principe legittimo può essere privato de’ proprj Stati? 6. per impedire la libertà ecclesiastica s’incorre giustamente nella scomunica? 7. qual è questa libertà? e si estende solamente alla Chiesa, ovvero anche alle persone di questa? 8. il possesso delle cose temporali spettanti alla Chiesa è di diritto divino? 9. una repubblica come un principe libero può restar privata dello Stato per causa di scomunica? 10. il principe secolare ha legittima azione di riscuotere le decime, e legittima potestà d’ordinare ciò che giovi alla repubblica sopra i beni e le persone ecclesiastiche? 11. ha per se stesso autorità di giudicare gli ecclesiastici? 12. quanto si estende l’infallibilità del pontefice?

A tali quistioni rispondeva in somma, che la podestà del santo padre si limita alla pubblica utilità della Chiesa: il cristiano a quello non dover obbedienza assoluta, e prima esaminare se il comando è conveniente, legittimo obbligatorio; che se obbedisce alla cieca, pecca: quando il pontefice fulmina scomunica o interdetto per comandi ingiusti e nulli, non deve tenersene conto, essendo abuso di podestà: la scomunica è ingiusta e sacrilega quando fulminata contro la moltitudine: non può sussistere se non s’appoggia a peccato anticipatamente minacciato di scomunica: il concilio di Trento, fuoco di sant’Elmo apparso nelle maggiori burrasche della Chiesa, ingiunge estrema circospezione nell’infliggerla, ma erra quando vuole che chi vi persevera un anno, sia dato all’Inquisizione come sospetto d’eresia; e quando vieta al magistrato secolare d’impedire al vescovo di pubblicarla: le immunità ecclesiastiche non sono di diritto divino. La Chiesa greca, sempre povera, patì meno scandali che la latina; ed è patto tra il popolo e i ministri della Chiesa che questi somministrino la parola e i sacramenti, quello il pane corporale. I papi, non che la temporale, neppur sempre ebbero la sopreminenza spirituale, e se la usurparono favorendo principi usurpatori. Mentre le cose umane col tempo svigoriscono, nella monarchia ecclesiastica cresce l’autorità, non già la santità e la riverenza. I principi temporali non dipendono che da Dio: nè Cristo poteva trasmettere al suo vicario la potestà temporale ch’egli non esercitò. Il papa non ne ha veruna sui principi, non può punirli temporalmente, non annullarne le leggi, o spogliarli de’ dominj. A rincontro, gli ecclesiastici non han nulla di esente dalla potestà secolare, e il principe esercita sulle persone e i beni loro altrettanta autorità che sugli altri sudditi.

Del resto l’impugnar Roma non era prova d’eroismo in una repubblica sempre ricalcitrante alle pretensioni curiali; e frà Paolo sbraveggiando il papa umiliavasi a Filippo II, preconizzandogli ridurrebbe schiave Europa ed Africa, e muterebbe Parigi in un villaggio; sommessissimo si mostrava a’ nobiluomini del suo paese, e lusingando ad essi ed alle opinioni interessate, usurpavasi gli onori del coraggio. Come sentisse in fatto di libertà cel dicono certe costituzioni da esso ideate pel suo Ordine, ove non dubita ricorrere fino alla tortura; e l’insinuare alla repubblica provvedimenti tirannici. Che nella Quarentìa si giudicasse per consulti gli spiaceva, e al più li tollererebbe nelle cause civili; le criminali vorrebbe tutte assunte dal consiglio dei Dieci[406], il quale escludeva il dibattimento. Raccomanda di tenere ben depressi i nobili poveri, chè, come la vipera non è buona nel freddo, così i nobili nella bassezza. Suggeriva d’opprimere le colonie levantine; ai Greci, come a belve, limar i denti e gli artigli, umiliarli spesso, togliervi ogni occasione d’agguerrirsi, dar pane e bastonate, serbando l’umanità per altre occasioni; nelle provincie d’Italia industriarsi a spogliar le città dei loro privilegi, fare che gli abitanti impoveriscano, e i loro beni sieno comperati da’ Veneziani; quei che ne’ consigli municipali si mostrano animosi, perderli se non si può guadagnarli a qual sia prezzo; vi si trova qualche capoparte? sterminarlo sotto qualche pretesto, cansando la giustizia ordinaria; e il veleno tenendo come meno odioso e più profittevole che non il carnefice[407].

Altrove denunzia come «da pochi anni in qua escono quotidianamente a stuolo libri, che insegnano non esser da Dio altro governo che l’ecclesiastico; il secolare esser cosa profana e tirannia, e come una persecuzione contro i buoni da Dio permessa: che il popolo non è obbligato in coscienza obbedire le leggi secolari, nè pagar le gabelle e pubbliche gravezze: che, purchè l’uomo sappia far sì che non sia scoperto, tanto basta: che le imposizioni e contribuzioni pubbliche per la maggior parte sono inique ed ingiuste, ed i principi che le impongono scomunicati; insomma i principali magistrati sono rappresentati e posti in concetto dei sudditi per empj, scomunicati ed ingiusti: che sia necessario temerli per forza, ma in coscienza sia lecito fare ogni cosa per sottrarsi dalla loro soggezione». E conchiude suggerendo una rigorosa legge sopra le stampe.

Contro il papa e contro Gesuiti e Cappuccini predicava pure frà Fulgenzio Manfredi minorita, il quale poi andato a Roma con salvocondotto, ottenne l’assoluzione e ricevimento cortesissimo: poi repente fu arrestato dal Sant’Uffizio, e per avergli trovato libri proibiti, scritture ereticali, e carteggi esprimenti intelligenze col re d’Inghilterra, fu appiccato ed arso in Roma. Secondava al Sarpi frà Fulgenzio Micanzio da Passirano presso Brescia, predicando con tale franchezza, che il francese medico Asselineau, caldo di quei maneggi e che spesso scriveva invece di frà Paolo, ebbe a dire: — Pare Dio abbia per l’Italia suscitato un altro Melantone o Lutero»[408]. Egli fece il quaresimale (1609) «con libertà, verità e gran concorso di nobiltà e popolo, a dispetto del nuncio e delle sue rimostranze», come scriveva Duplessis-Mornay; e frà Paolo gradiva che ne pigliassero disgusto i Gesuiti, de’ quali non è male che non dica in ogni occasione, nè lasciò via intentata perchè fossero esclusi prima, non riammessi poi dalla repubblica; procacciavasi sollecitamente i libri contrarj ad essi, e — Non c’è impresa maggiore (scriveva) che levare il credito ai Gesuiti. Vinti questi, Roma è presa; senza questi, la religione si riforma da sè»[409].

Esultavano i Protestanti alle scritture che, in occasione dell’interdetto, pubblicavansi contro Roma; Melchiorre Goldast, Gaspare Waser, Michele Lingeslemio, Piero Pappo ne esprimevano congratulazioni, faceanle tradurre e divulgare; lo Scaligero viepiù, il quale scriveva: — Il signor Carlo Harlay di Dolot m’ha detto di aver portato libri di Calvino a diversi signori di Venezia, dove già molti hanno la cognizione degli scritti nostri»; e divulgavasi la profezia di Lutero nell’esposizione del Salmo XI: — A Venezia riceverassi il vangelo: e i poveri e gli oppressi cristiani liberalmente si sostenteranno e nutriranno, sicchè la Chiesa si moltiplichi».

Del resto chi abbia vissuto appena questi ultimi anni, sa come le controversie con Roma o l’avversione ad un papa infondano ardire e lusinghino speranze di rompere colla Chiesa. E di siffatti non difettava Venezia, quali Ottavio Menino di San Vito, legale lodato e poeta latino, che molto scrisse in proposito dell’interdetto, ed eccitava il Casaubono a fare altrettanto; un Querini, autore dell’Avviso pernicioso; don Giovanni Marsilio, gesuita napoletano apostato, colà fuggito, ove continuava a celebrar messa benchè sospeso dal pontefice[410]; l’erudito Domenico Molino; un Malipiero, «uomo d’una pietà senza fuco e senza superstizioni, che era solito ogni sera accompagnare il Sarpi, a cui portava un amore e venerazione singolare, che era tra loro vicendevole»[411].

Faceano capo all’ambasciatore d’Inghilterra ed al famoso Bedell suo cappellano, il quale tradusse la Storia dell’Interdetto e quella dell’Inquisizione di frà Paolo; e la pratica continuò anche dopo che Venezia si fu rassettata col papa. Giovan Diodati, discendente da profughi lucchesi, dalla Chiesa di Ginevra deputato al sinodo di Dordrecht nel 1618, ed eletto, benchè straniero, a redigerne le deliberazioni, avea tradotto la Storia di frà Paolo; e a lui di queste intelligenze scriveva il Bedell, Ecclesiæ venetæ reformationem speramus, e lo esortava a recarsi colà, dove lo sospiravano l’ambasciator suo e frà Paolo.

Il nunzio Ubaldini nel novembre 1608 avvisava il cardinal Borghese come fossero partiti per Venezia due predicanti ginevrini, sicuri di liete accoglienze da alcuni nobili, poi aveano ricevuto ordine di tornar indietro. Fu per tal occasione che il Diodati pubblicò la sua traduzione italiana della Bibbia e scriveva: — Non sono senza speranza di farne entrare e volare degli esemplari in Venezia, dove la superstizione ha già ricevuto gran breccia, per dove è entrata la libertà, cui Dio santificherà per la sua verità quando ne sia il tempo». E pochi mesi dopo: — A Venezia ne ho già spedito qualche numero di esemplari, e spero ben tosto maggior commissione. Per avviso dell’ambasciator d’Inghilterra in Venezia, io fo attualmente stampare il Nuovo Testamento a parte in piccola gentilissima forma, perchè serva agli avventurosi principj che Dio vi ha fatti apparire. E può essere che questo sarà il meno, di servirli con la penna solamente; poichè bisognerà intraprendere altra cosa più forte ed espressa, e i progetti sono tutti formati, i quali il tempo è vicino molto a dar fuori, siccome io spero in nostro Signore».

Al Duplessis-Mornay, detto il papa de’ calvinisti francesi, e autore del Mistero d’iniquità, esso Diodati porgeva contezza come già da due anni stesse in pratica di riformar Venezia; da lettere di colà venir assicurato che il paese è rinnovato; liberissimi discorsi tenervisi, massime da frà Paolo, da frà Fulgenzio, dal Bedell, in modo che si crederebbe essere a Ginevra; il mal umore contro il papa non acchetarsi; e tre quarti de’ nobili aver già raggiunta la verità. De Liquez, compagno del Diodati soggiungeva: — Frà Paolo mi assicura che nel popolo conosce più di dodici o quindicimila persone, le quali alla prima occasione si volterebbero contro la Chiesa romana. Son quelli che da padre in figlio ereditarono la vera cognizione di Dio, o resti degli antichi Valdesi. Nella nobiltà moltissimi hanno conosciuto la novità, ma non amano esser nominati finchè non venga il destro di chiarirsi. E una prova si è che frà Paolo, quantunque scomunicato, ebbe ordine dal senato di continuare a celebrar messa». Aggiunge che avendo i preti esatto, prima di assolverli, che i loro penitenti promettessero obbedire al papa nel caso d’un nuovo interdetto, il Governo gli ha arrestati, et mis en lieu où depuis ne s’en est ouï nouvelles; tellement que, depuis l’accord, ils ont plus fait mourir de prêtres et autres ecclésiastiques, qu’ils n’avoient fait en cent ans auparavant. Anzi Link, emissario dell’Elettor palatino, del quale si legge la relazione negli Archivj storici del professore Lebret, parla di oltre mille persone aspiranti alla Riforma, fra cui trecento distinti patrizj; avrebbero dunque trecento voti nel gran consiglio, che di rado eccedeva i seicento; e se si aggiungano quelli su cui poteano aver influenza, facilmente potevano conseguire la maggiorità, e quindi l’effetto dei loro desiderj.

Eppure, non che risoluzione, neppur mai proposta ne fu fatta. E come? In Venezia tutto era cattolico, l’origine, il patrono, le feste nazionali, le belle arti; ivi sfoggiatissime le solennità; ivi antica l’inquisizione contro l’eresia; ivi sulla religione innestata la politica, per la crociata perenne contro gl’Infedeli; ivi aggregati quasi tutti alle confraternite, dove anche il plebeo trovavasi non solo pari, ma superiore al nobiluomo e al senatore. Dove lo spirito pubblico era così identificato al cattolicismo, un governo eminentemente conservatore poteva mai pensare alla rivoluzione più radicale? Moltissimi atti noi scorremmo a proposito dell’interdetto, e in tutti gran franchezza ci apparve, ma soggezione cristiana e desiderio di ricomporsi; e chi ha occhio dica se è culto che perisce quello che fabbricava allora tante splendide chiese.

Il Diodati stesso nel 1608 venuto a Venezia, trovò assai meno che non si fosse ripromesso, nè però deponeva le speranze; quei due frati adoprarsi a tutt’uomo, ma ancor troppo radicata esservi la riverenza[412] pei monaci. Alfine egli confessa avere «a fondo scoperto il sentimento di frà Paolo, e ch’e’ non crede sia necessaria una precisa professione, giacchè Dio vede il cuore e la buona inclinazione». Anche l’apostato De Dominis a Giacomo I d’Inghilterra scriveva che il Sarpi «non udiva volentieri le soverchie depressioni della Chiesa romana, sebbene aborriva quelli che gli abusi di essa come sante istituzioni difendessero».

Del quale Sarpi, oltre le Storie, abbiamo e fatti e lettere, che della fede sua fan molto dubitare. Avendo Nicola Vignerio stampato una dissertazione contro il Baronio, Filippo Canaye ambasciatore di Francia in Venezia e amico di frà Paolo scriveva al signore di Commartin, da quell’opera tenersi offesa la Signoria veneta perchè vedeasi noverata fra quelli che si smembrarono dalla Chiesa. Eppure a quell’opera del Vignerio e all’esposizione sua dell’Apocalisse, ove riscontra l’anticristo nel papa, diede applausi e forse ajuti frà Paolo. E da questo crederonsi esibiti i materiali al libello inglese di Edvino Sandis, sullo stato della religione in Occidente, ove riduce a superstizione e inezia la pietà dei Cattolici, e massime degli Italiani[413].

Quando il Priuli ambasciator veneto tornava di Francia, Francesco Biondi suo segretario imballò moltissimi libri ereticali; il qual Biondi poi passò col De Dominis in Inghilterra, e apostatò. Successe ambasciatore in Francia quell’Antonio Foscarini, che finì decapitato per isbaglio, e ch’era molto legato cogli Ugonotti. Poi diè luogo al cavaliere Giustiniani, che frà Paolo indica come papista, soggiungendo che perciò «conviene servirsi di quello di Torino per far qualche cosa di bene per la religione»[414].

Era costui Gregorio Barbarigo, tutta cosa di frà Paolo, che lo giudicava «una delle più tranquille anime che abbia non solo Venezia ma forse l’Italia»; ma presto fu spedito in Inghilterra, ove morì, surrogandogli il Gussoni, col quale frà Paolo avvertiva il Groslot di non comunicare «le cose di evangelio, se non in quanto fossero congiunte con quelle di Stato e di governo». Coll’eguale bilancia pesa egli i differenti ambasciatori.

Quelli che si lusingavano di veder Venezia protestante, ebbero per buon segno il suo legare intelligenze coi sollevati dei Paesi Bassi e riceverne un ambasciatore[415], così dando credito agl’insorgenti: ma era un provvedimento politico. Confidavano che Enrico IV, per la nimicizia con Casa d’Austria, vi favorirebbe le novità; ma inaspettatamente egli trasmise alla Signoria veneta una lettera del Diodati, il quale al Durand, pastore in Parigi, esponeva per filo e per segno quant’erasi tramato in Venezia; nominava come consenzienti i principali; che fra poco le fatiche sue e di frà Fulgenzio conseguirebbero l’intento; e se il papa si ostinasse, Venezia la romperebbe definitivamente colla Chiesa cattolica, di che già il doge e alquanti senatori erano in desiderio[416]. Questa diretta denunzia costringe il Governo a provvedere; i papalini prevalgono; il Sarpi se ne scoraggia, e geme, ed — È incredibile quanto grande sia stato il male fatto con questa lettera. Se sarà guerra in Italia, va bene per la religione, e questo Roma teme; l’Inquisizione cesserà, e Evangelio avrà corso»[417]; e si duole che «le occasioni sono smarrite, dirò morte e sepolte, e solo Dio può eccitarle, al quale se piacerà così, ho materia accumulata e formata secondo le occasioni»[418]. Nelle lettere di quel torno compiange che il papa proceda lenemente, sicchè i politici s’accomodano alla pace, tanto più che i Turchi minacciavano; e — Non vedo altro rimedio per conservare e nutrire quel poco che resta, se non venendo molti agenti dei principi riformati e massime de’ Grisoni, perchè questi farebbero l’esercizio in italiano[419]. Spagna non si può vincere se non levato il pretesto di religione; nè questo si leverà se non introducendo Riformati in Italia. E se il re di Francia sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui. La repubblica negozia lega coi Grisoni; per questa strada si potrebbe far qualche cosa, se dimandassero esercizj di religione in Venezia»[420]. Del suo scoraggiarsi lo rimbrottava Mornay, soggiungendogli che, di tal passo, morrà prima di veder compiuta la sua opera[421].

Fatto è dunque che il litigio col papa poteva incancrenirsi; ne esultavano i Protestanti, e il Casaubono invitava Giuseppe Scaligero e Scipione Gentili a rallegrarsi che, in mezzo a Venezia, fosse sorto un sì magnanimo oppugnatore dei sofisti per manifestare i paralogismi con che illudono il mondo[422]: ma il famoso Sully, benchè ugonotto, compiangeva che si svertasse l’autorità del pontefice fra i Veneziani, i quali se avessero dato segno d’apostatare, subito avrebbero avuto in soccorso Turchi, Greci, Evangelici, Protestanti d’ogni paese, di che si risusciterebbe un incendio, quale al tempo di Leone X e Clemente VII. Laonde egli si concertava coi cardinali di Giojosa e di Perrona per impedire che tali semi si sviluppassero in Italia, e per riconciliare Venezia col papa[423].

Un tale pericolo affliggeva le anime pie, e forse ne morirono di dolore Agostino Valier cardinale di Verona, Matteo Zane patriarca di Venezia; e il Bellarmino lasciò da banda le controversie cogli eretici per ribattere i libelli de’ sette teologi veneziani. Da lui francheggiata e dal Baronio, Roma raccolse anche armi, finchè l’imperatore e i re di Spagna e Francia e i duchi di Savoja e di Firenze interpostisi ripristinarono la pace, consegnando i carcerati al nunzio pontifizio (1607 aprile), che fu mandato con istruzioni moderatissime[424], derogando gli atti lesivi, rimettendo alla quieta i frati, eccetto i Gesuiti; e Venezia non fece verun atto d’umiliazione o ritrattazione, solo usò temperamenti; il doge ritirò la protesta che avea fatta contro l’interdetto; il papa ricevette cortesemente l’ambasciadore Contarini, dicendogli che «dalla buona intelligenza fra la santa Sede e la Repubblica dipende la conservazione della libertà d’Italia; che non voleva ricordarsi delle cose passate, ma nova sint omnia et vetera recedant». Giacomo I d’Inghilterra re teologastro, pubblicata allora l’Apologia pro juramento fidelitatis in senso ereticale, la mandò a tutte le Corti; il re di Spagna e il duca di Savoja non vollero riceverla; il granduca di Toscana la fe bruciare: i Veneziani combinarono fosse presentata dall’ambasciadore in collegio, e dal doge ricevuta come segno della benevolenza reale, poi trasmessa al gran cancelliere, che la chiudesse sotto chiave. Il nunzio apostolico Gessi presentò al collegio la censura che Roma avea proferito contro quel libro, e domandò venisse proibito; onde il collegio gli espose l’operato, e al capo degli stampatori comunicò verbalmente di non venderlo. Se ne indispettì l’ambasciadore, tanto che fu duopo spedir apposta in Inghilterra Francesco Contarini, il quale sì bene discorse, che il re lodò il procedere de’ Veneziani[425].

Dileguarono dunque le speranze di riforma, e frà Paolo si moderò, benchè non cambiasse sentimenti. Invero egli fu nimicissimo ai Gesuiti; dice che «è sicuro assolverebbero d’ogni colpa anche il diavolo, quando con loro volesse accordarsi»; e «che essi si vantano di dovere fra poco poter tanto a Costantinopoli quanto in Fiandra»[426]; e al signor Dell’Isola scriveva: — De li Gesuiti ho sempre ammirato la politica e le massime nel servar li secreti. Gran cosa è che hanno le loro costituzioni stampate, nè però è possibile vederne un esemplare. Non dico le regole che sono stampate in Lione; quelle sono puerilità; ma le leggi del loro governo, che tengono tanto arcane. Sono mandati fuori, ed escono dalla loro compagnia ogni giorno molti e mal soddisfatti ancora, nè per questo sono scoperti li loro artifizj. Non vi sono altrettante persone nel mondo che cospirino tutte in un fine, che siano maneggiate con tanta accuratezza, e usino tanto ardire e zelo nell’operare».

Si trovò infatti chi finse i Secreta monita, ma l’accannimento non toglieva al Sarpi il lume della ragione sicchè non ne avvertisse l’assurdità: — L’ho scorso, e m’è parso contenere cose sì esorbitanti che resto con dubitazione della verità: gli uomini sono scellerati certo, ma non posso restare senza meraviglia che tante ribalderie sarebbero tollerate nel mondo. Al sicuro, di tali non abbiam sentito odore in Italia: forse altrove sono peggiori; ma ciò sarebbe con molta vergogna della nazione italiana, che non cede a qual altra si voglia».

Chi dunque fa tutt’uno i Gesuiti e santa Chiesa, dovrà sentenziare al rogo frà Paolo: ma vogliasi in lui vedere un patrioto infervorato, perciò nimicissimo alla Spagna, e in conseguenza a’ Gesuiti, che credeva incarnati con questa; mentre ben sentiva de’ Protestanti perchè, nelle guerre d’allora, contrabilanciavano Casa d’Austria. Pur jeri (1856) il mondo non parteggiava pei Turchi, sol perchè nemici alla Russia? inferiremmo da questo che l’Europa propendeva all’islam? Alla curia romana, che bisogna ben distinguere dalla Chiesa, frà Paolo professava un’ostilità, accannita da puntiglio; repugna dal Baronio e dal Bellarmino, campioni di quella, quanto è morbido al Tuano, al Perkinson; celia sui miracoli, mentre applaudisce agli Ugonotti: ma resta ancora un gran passo al rinnegare. La riforma che egli bramava consisteva nella disciplina più che nei dogmi, intorno ai quali, com’è probabile credesse di poter impegnare l’attenzione d’una Signoria tanto positiva, tanto nemica dei cambiamenti? Più che luterano o calvinista, il Sarpi può dirsi razionalista, tendendo a venerare la propria ragione più di qualsiasi autorità, e quindi a cercare continuo la verità, senza trovar mai dove riposarsi.

Bensì a quella ch’e’ chiamava meretrix, bestia babylonica, diede uno de’ colpi più micidiali colla Storia del Concilio di Trento. Da fanciullo dovea sentire discorrere di quel fatto come capitalissimo nella Chiesa; poi a Mantova usò famigliarmente con Camillo Olivo, segretario al cardinale Gonzaga uno dei presidi al sinodo; in Venezia con ambasciadori di principi: e parendogli le storie già stampate, fin quella che a tutte antepone di Giovanni Sleidan, fossero insufficienti per dar a conoscere l’Iliade del secol nostro, si propose di raccontare «le cause e i maneggi d’una convocazione ecclesiastica, nel corso di ventidue anni per diversi fini e con varj mezzi da chi procacciata o sollecitata, da chi impedita e differita, e per altri anni diciotto ora adunata, ora disciolta, sempre celebrata con varj fini, e che ha sortito forma e compimento tutto contrario al disegno di chi l’ha procurata, e al timore di chi con ogni studio l’ha disturbata: chiaro documento di rassegnare li pensieri in Dio, e non fidarsi della prudenza umana. Imperocchè questo concilio, desiderato e procurato dagli uomini pii per riunire la Chiesa che incominciava a dividersi, ha così stabilito lo scisma ed ostinate le parti, che le ha fatte discordi ed irreconciliabili; e maneggiato dai principi per riforma dell’ordine ecclesiastico, ha causato la maggior diformazione che sia mai stata da che vive il nome cristiano. Dalli vescovi sperato per riacquistar l’autorità episcopale passata in gran parte nel solo pontefice romano, l’ha fatta loro perdere tutta intieramente, riducendoli a maggior servitù. Nel contrario, temuto e sfuggito dalla corte di Roma, come efficace mezzo per moderarne l’esorbitante potenza, da piccioli principj pervenuta con varj progressi ad un eccesso illimitato, gliel’ha talmente stabilita e confermata sopra la parte restatale soggetta, che non fu mai tanta nè così ben radicata».

Vi lavorò con attentissima pazienza; come costumavasi allora, si valse a man salva degli storici precedenti, Giovio, Guicciardini, Tuano, Adriani, principalmente dello Sleidan perchè ostilissimo a Roma, e che sovente traduce; ma li completò con documenti preziosi e colle relazioni de’ legati veneti; rialzò i fatti con osservazioni proprie; in tempo d’impetuose diatribe conservò un’apparente calma, quasi non ragionasse che su fatti e su documenti, col che irretisce gl’inesperti; e più con quella sua dettatura limpida e facile, e coi frizzi onde rianima l’argomento; colle mordaci capresterie e colla vivacità continua sbandì la noja che annebbia gli altri, ed abbagliò in modo che non apparissero le ignoranze e le contraddizioni sue; tutto poi dispose non a chiarire la verità, ma ad ottenere effetto, sin alterando i documenti per trarli alla sistematica sua opposizione e ai politici interessi del suo paese. Se in quell’opera non abbraccia risolutamente un simbolo protestante, staccasi dal dogma cattolico, e conduce all’eresia ed al razionalismo volendo la personale interpretazione delle sacre Scritture senza badare alla tradizione; ripudia i libri deuterocanonici; disprezza la vulgata; separa l’esegesi dalla dottrina patristica, come i Riformati; riguardo al peccato originale, alla Grazia, alla Giustificazione, ad altri dogmi, copia alla lettera Martino Chemnitz, uno dei teologi più arrabbiati contro il concilio. Alla Chiesa primitiva, nella quale solo vuol egli trovare il vero cristianesimo, revoca sempre la credenza e la disciplina, condannando come intrusioni umane tutte le istituzioni che essa trae dalla sempre fresca sua vitalità. Vuol la Chiesa sottomessa alla territoriale direzione, come nei primi tempi, nei quali le relazioni fra la Chiesa e lo Stato, o pagano o giudaico, doveano certo essere ben altre da quando acquistò compiuto sviluppo. Perciò nè storica, nè ecclesiastica è la sua intuizione della gerarchia, della giurisdizione spirituale, del primato, della scolastica, del monachismo, e via discorrendo. La gerarchia non si consolidò che per ambizione de’ papi, e debolezza ed ignoranza dei principi; nè portò giovamento ai popoli, bensì oppressione e tirannia; non che il clero favorisse il sapere, l’arte, l’umanità nel medioevo, usufruttava a puro suo vantaggio i collegi e le scuole. Sverta ad ogni proposito la Corte romana e le rinnovate pretensioni di essa, nè tampoco avvedendosi ch’erano l’espressione del restauramento religioso allora iniziato. Prevenne insomma que’ concetti che nel secolo passato ingrandirono, dell’indipendenza de’ principi da ogni autorità ecclesiastica, e che furono dottrinalmente esposti da Febronio e attuati da Giuseppe II: laonde disse il Ranke, che i principi devono aver somma grazia al Sarpi, il quale ne consolidò l’assolutezza; altrettanta i nemici del cattolicismo, cui affilò le armi, più micidiali quanto che somministrate da un Cattolico.

Rappresentante e tipo del partito antiecclesiastico, il sorpassò se non per accannimento, almen per ingegno e per l’originalità di vestire apparenza cattolica a un’opera, dove ogni periodo fosse un dardo contro la cattolica Chiesa: anzi la sua è la prima storia diretta di proposito alla denigrazione, applicata a tutti i fatti, che il narratore non pondera, ma accumula[427]. Onde dal suo esempio può chiarirsi quanto vadano collegati il dogma e la Chiesa, e come s’illudano coloro che questa combattono a fidanza, dichiarando rispetto a quello.

Marcantonio De Dominis dalmato (1556-1624), a vent’anni gesuita, professore a Padova d’eloquenza, filosofia, matematica, da Rodolfo II fu destinato vescovo di Segna in Dalmazia, poi arcivescovo di Spalatro. Le sue vivezze gli procacciavano brighe dappertutto; scrisse a difesa de’ Veneziani contro Paolo V; e vedendo le proprie opere riprovate dall’Inquisizione romana, passò ne’ Grigioni, poi ad Eidelberga, infine a Londra, dicendo voler faticarsi a rannodare le divergenti sêtte cristiane: ma nel fatto vi cercava libertà di studj e di professione. Fu lui che pubblicò la storia del Sarpi col nome anagrammatico di Pietro Soave Polano, e con prefazione e note che l’invelenivano, ed ebbe favorevole accoglienza da re Giacomo I. Ma per rimorsi o per naturale leggerezza, montò un giorno in pulpito disdicendosi; col che scadde d’ogni credito. Gregorio XV, già suo scolaro, l’invitò al ritorno, ed egli venne, ed abjurò in concistoro di cardinali per ricuperare il vescovado. Succeduto però il rigoroso Urbano VIII, come incostante e recidivo il fe chiudere in Castel Sant’Angelo, ove morì durante il processo, e il cadavere ne fu arso col trattato suo Della repubblica ecclesiastica, nel quale impugna la primazia del papa e l’autorità de’ concilj in materia di fede: opera che da molti fu confutata.

Il Sarpi ci è dipinto come uomo integerrimo, continuo allo studio ed a raccogliere da ogni parte, ma per poi pensare a modo proprio. Cinque volte tentato ed una volta colpito da assassini, esclamò, — Conosco lo stile della romana curia»; motto che fece fortuna, onde, non osandosi imputare il papa che n’attestò vivo rammarico, restò vulgare opinione che il colpo venisse dal cardinal Borghese o dai Gesuiti, capri emissarj[428].

Roma però pensava altro modo di ribattere i colpi di lui, e commise un’altra storia d’esso concilio a Terenzio Alciato gesuita romano. Raccolse egli una congerie di materiali; che, essendo egli morto, furono affidati all’altro gesuita Pallavicino Sforza (1607-67) pur di Roma, uno dei migliori in quello stile leccato che per alcuni è il solo bello. Ebb’egli aperti gli archivj più ricchi, cioè i romani, e, a differenza del Sarpi, indica continuamente la natura dei documenti e i titoli; dà un catalogo degli errori di fatto del Sarpi fin alla somma di trecensessantuno, oltre infiniti altri (dic’egli) confutati di transenna. Il più vantato storico della odierna Germania, il protestante Ranke, confrontò le asserzioni di lui coi documenti a’ quali s’appoggia, e lo trovò di scrupolosa esattezza; bensì alcune volte s’appose in fallo, e come avviene nella polemica, eccedette; vuole scagionar tutto, perchè tutto accagionava frà Paolo; affievolisce dove non può negare; dissimula qualche objezione, qualche documento; sta poi a gran pezza dal brio del Sarpi, oltre il disavvantaggio di chi è ridotto a schermirsi, e ribattere ogni tratto l’opinione altrui. Dove il Sarpi è sottile, maligno e di felice talento nell’esposizione, quantunque scorretto nella lingua, il Pallavicino è ingegnoso, ma fa sentire sempre l’arte, paniccia i pensieri nelle frasi, e per istudio d’armonia casca talvolta nell’oscuro, spesso nell’indeterminato, e convince del quanto l’eleganza resti inferiore alla naturalezza. Frà Paolo suppone sempre distinta la verità dalla probità, donde bassezze e ipocrisie; mentre il Pallavicino rivela caratteri nobili, salde persuasioni, generose resistenze; istruisce meglio, ma il Sarpi è letto più volentieri, come avviene di chi attacca; nè l’uno nè l’altro hanno l’imparzialità di storici, volendo questo denigrare ogni atto, quello difenderli tutti; e ai cercatori della verità riesce doloroso il trovarsi costretti a ricorrere a due fonti, entrambe sospette per opposto eccesso.

La storia era stata chiamata dai Protestanti a coadjuvarli, e nelle Centurie di Magdeburgo pretendevasi osteggiare il cattolicismo, raffacciando le antiche alle credenze e alle pratiche odierne. Vi si oppose dunque una storia ecclesiastica tutta in senso cattolico e propugnatrice della primazia papale, per opera di Cesare Baronio (1538-1607) da Sora nel Napoletano. Dagli archivj pontifizj trasse egli documenti importanti alla storia di tutta la civiltà, della quale Roma era fin allora stata il centro; e noi già l’indicammo come la fonte migliore per la conoscenza del medioevo (tom. VII, pag. 351). Arrivò solo al fine del XII secolo, donde lo continuarono poi il Rainaldi e il Laderchi. Piissimo uomo, lavorava l’intera giornata all’opera sua, e mangiava colla servitù; nè cambiò tenore dopo ornato cardinale. Non iscusa mai il delitto, e ne’ successi vede sempre il castigo o il premio di Dio: tema eccellente per prediche, ma fallace perchè suppone che la retribuzione tocchi quaggiù. Ignorava il greco, e facea tradurre dal Muzio. Frà Paolo esortava il dottissimo Casaubono a scrivere contro del Baronio, del quale non è mal che non dica; lo scaltrisce però di nol tacciare di fraude o malafede, chè nessuno gli crederebbe di quanti il conobbero, essendo uomo integerrimo; se non che bevea le opinioni di chi stavagli attorno[429]. Neppur la venerazione alla santa Sede nol fa dissimulare i vizj di qualche pontefice, e «ben ponderate (dice) le sconvenienze del metterne a nudo le colpe, stimo meglio esporle francamente, anzichè lasciar credere agli avversarj che i Cattolici siano conniventi alle debolezze de’ papi». Anche il cardinale Pallavicino, a chi l’appuntava d’aver rivelato le loro azioni biasimevoli rispondeva: — Lo storico non è panegirista; e lodando meno, loda assai più di qualunque panegirista»[430]. E ai dì nostri il più avventato lodatore dei papi diceva, che a questi non si deve se non la verità.