NOTE:

[1]. Quante cose restino ancora a rivelarsi sulle arti nostrali appare dall’opera di Runge, che testè si pubblicò a Berlino, Beiträge zur Kenntniss der Backsteinarchitecture Italiens.

[2]. Ha il diametro di quarantatre metri, alta cento metri dal suolo, quarantadue dalla cornice del tamburo all’occhio del lanternino; meno alta di quella del Vaticano sol perchè meno elevati i piloni su cui imposta; ma la supera di quattro braccia di larghezza; non ha rinfianchi o gradinate o speroni, bastando alla solidità sua i costoloni degli otto spicchi; eppure non ebbe bisogno di cerchi di ferro, nè diede quelle tante paure, per cui grossi volumi si scrissero e i principali architetti studiarono intorno a quella di Michelangelo.

[3]. Duplices facito clausuras, secto duobus locis flumine, spacio intermisso quod navis longitudinem capiat, ut, si erit navis conscensura, cum ea applicarit inferior clausura occludatur, aperiatur superior; sin autem erit descensura, contra claudatur superior, aperiatur inferior. Navis eo pacto, cum instar dimissa parte fluenti evehetur fluvio secundo: residuum autem aquæ superior asservabit clausura. — De re ædificatoria, lib. X. c. 12.

Gli Olandesi pretenderebbero il passo sovra gl’Italiani, riportando quest’invenzione fino al 1220: ma chi ponga mente al trattato Della fortificazione per chiuse di Simone Stevin, ingegnere del principe Maurizio di Nassau, stampato nel 1608, sarà chiaro dalle figure, che le chiuse a doppia imposta da lui descritte non servono che a rimontare coll’alta marea ne’ canali che vi sboccano, e non a discenderne dopo il riflusso, come si potrebbe colle nostre. In Francia dovett’essere portata l’invenzione da Leonardo da Vinci al principio del 1500; il quale forse inventò di mettere le porte ad angolo, spediente a farle facilmente servibili.

[4]. L’ultimo descrittore delle arti italiane ch’io conosca, Jacopo Burckhardt, dice che le finestre dell’ospedale di Milano Sind die reichsten und elegantesten gothischen Fenster, die sich in diesem Stoff bilden liessen. — Der Cicerone; eine Anleitung zum Genuss der Kunstwercke Italiens. Basel, 1855.

[5]. Donde l’epigramma del Sannazaro:

Jucundus geminum imposuit tibi, Sequana, pontem;

Hunc in jure potes dicere pontificem.

[6]. Rafaello scriveva a suo zio Simon di Battista Ciarla: — Circa a stare a Roma, non posso star altrove più per tempo alcuno, per amor della fabbrica di Santo Pietro, che sono in loco di Bramante: ma qual loco è più degno al mondo che Roma? qual impresa è più degna di San Pietro? che è il primo tempio del mondo, e che questa è la più gran fabbrica che sia mai vista, che monterà più d’un milione d’oro. E sappiate che ’l papa ha deputato di spendere sessantamila ducati l’anno per questa fabbrica, e non pensa mai altro. Mi ha dato un compagno, frate dottissimo e vecchio di più d’ottant’anni: il papa vede che ’l può vivere poco: ha risoluto sua santità di darmelo per compagno, ch’è uomo di gran riputazione, sapientissimo, acciò che io possa imparare se ha alcun bello secreto in architettura, acciò io diventa perfettissimo in quest’arte. Ha nome frà Giocondo, e ogni dì il papa ci manda a chiamare, e ragiona con noi un pezzo di questa fabbrica».

[7]. Sulle moltissime opere d’oreficeria di Perugia lesse un discorso Angelo Angelucci nell’accademia di quella città il 18 settembre 1853.

[8]. L’Oldrado da Tresseno nel Broletto di Milano è ad alto rilievo. È pur a mentovare la statua di Alberto d’Este sulla cattedrale di Ferrara.

[9]. Si dà per un monumento della riconoscenza de’ Veneziani; ma in fatto il Coicone lasciò di che erigergli questa statua in piazza di San Marco, il che dal senato non fu consentito. Di cavalli ricorderemo quello di Enrico II, per ordine di Caterina de’ Medici fuso da Daniele Ricciarelli da Volterra; e le due statue di Piacenza per Francesco Mocchi di Montevarchi, con svolazzi ed attitudini teatrali. Un gigantesco cavallo stava davanti a Santa Restituta in Napoli, che il vulgo credeva fatto per incanto da Virgilio, e vi si conducevano i cavalli per guarirli o preservarli da malattie. I vescovi credettero bene distruggere cotesta superstizione, e ne fecero le campane del duomo; solo la magnifica testa fu conservata dai Caraffa.

[10]. Sul Civitali e sulle opere d’altri di sua casa a lui attribuite, vedi Memorie lucchesi, vol. VIII. p. 57 e seg., e due lezioni del marchese Mazzarosa.

[11]. Lo stile le fa credere più recenti, quand’anche non vi fosse la data del 1515, cioè di ottant’anni dopo che Luca era morto. Suo nipote Andrea cominciò a corromperne la purezza. Seguirono Giovanni, Girolamo, Luca, e frà Ambrogio seguace del Savonarola, che fecero importanti lavori ma sempre deteriorando.

[12]. Di quel mirabile palazzo è la parte più notevole la cappella, dipinta nel 1407 da Taddeo Bartoli con istorie di Maria e di santi, figure simboliche, eroi, ecc.

[13].

Vos, Antenoridæ, si tuti vultis ab hoste

Esse, foris muros, pax vos liget intus amoris.....

Arboreis frustra petitur sub frondibus umbra

Interius morbus si viscera torret acutus.

Ne pereant igitur labor ac impendia muri,

Cives, consilium vestri servate Johannis.

È del 1240.

[14]. In controversiis causarum corporales inimicitiæ oriuntur, fit amissio expensarum, labor animi exercetur, corpus quotidie fatigatur, multa et inhonesta crimina inde consequuntur, bona et utilia opera postponuntur, et qui sæpe credunt obtinere, frequenter succumbunt, et si obtinent, computatis laboribus et expenses, nihil acquirunt.

[15].

Hos spectate viros, animisque infigite, cives.

Publica concordi nam dum bona mente secuti

Majestas romana duces tremefecit et orbem;

Ambitio sed cæca duos ubi traxit ad arma,

Libertas romana perit, scissoque senatu,

Heu licet et puero caput altæ abscindere Romæ.

[16].

Specchiatevi in costor, voi che reggete,

Se volete regnar mille e mille anni:

Seguite il ben comune, e non v’inganni

Se alcuna passione in voi avete.

Dritti consigli, come quei, rendete,

Che qui di sotto son con lunghi panni,

Giusti coll’arme ne’ comuni affanni

Come quest’altri che quaggiù vedete.

Sempre maggior sarete insieme uniti

E salirete al ciel pien d’ogni gloria

Siccome fece il gran popol di Marte,

Il quale avendo del mondo vittoria,

Poichè in fra lor si fur dentro partiti,

Perdè la libertà in ogni parte.

[17]. L’epitafio in onor di esso composto da Annibal Caro dice:

Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari;

L’atteggiai, l’avvivai, le diedi moto,

Le diedi affetto: insegni il Buonarroto

A tutti gli altri, e da me solo impari.

[18]. Nella storia di san Francesco, il Vasari ammira «un vescovo, parato con gli occhiali al naso, che gli canta la vigilia, che il non sentirlo solamente lo dimostra dipinto». Vita del Ghirlandajo.

[19]. Vasari. Il Cicognara, Storia della scultura, lib. III. c. 2, c il Tambroni nell’edizione del Cennino sostengono averci pitture nostre a olio, anteriori a Giovanni da Brugia. Raspe, A critical essay on oil Painting, cita un manoscritto De artibus Romanorum di un Eraclio romano, che si suppone vissuto nell’XI secolo, ove si parla de omnibus coloribus oleo distemperatis, ma per dipingere muri a somiglianza di marmi.

Nei documenti che Sebastiano Ciampi trasse dalla sagristia pistoiese leggo al 1301 che, per dipingere la maestà (in Lombardia si dà ancora tal nome alle immaginette di foglio) furon date libre XXXIX trementina; e pro pretio centinarum quatuor linseminis ad operam magiestatis et aliarum figurarum quæ fiunt in majori ecclesia. Il padre Marchesi, nel Commentario alla vita di Antonello da Messina, raccolse tutte le ragioni pro e contro, e asserisce a Van-Eyck l’invenzione di stemperare i colori nell’olio vegetale, poi combinarli insieme, e condur francamente il pennello in modo che paja opera d’un sol getto, senza che occorra aspettare che le varie velature si asciughino.

* Il conte Giovanni Secco-Suardo (Sulla scoperta e introduzione in Italia dell’odierno sistema di dipinger ad olio, Milano 1858) tolse a chiarire che lo stemperare i colori nell’olio naturale di linseme non erasi mai fatto prima di Van-Eyck, che lo trovò fra il 1410 e il 1417: che Antonello, nato verso il 1414 da padre pittore, presso re Renato vide un quadro di Van-Eyck a olio, e invaghitosene, andò in Fiandra per apprenderne l’arte, e nel 1445 vi dipinse il Calvario ad Anversa. Tornato in patria, dipingeva ancora nel 1497, cioè avendo ottant’anni.

[20]. Le molte pitture di Fiamminghi e Tedeschi che trovavansi in Italia nel cinquecento son noverate da Burkhardt, Der Cicerone, pag. 845.

[21]. Sotto due quadri nell’accademia di Venezia leggesi: Gentilis Bellinus amore incensus crucis 1496. — Gentilis Bellinus pio sanctissimæ crucis affectu lubens fecit 1500. Giovanni, sotto la madonna della sacristia dei Frari scrisse:

Janua certa poli, duc mentem, dirige vitam

Quæ peragam, commissa tuæ sint omnia curæ.

[22]. È noto che l’intaglio in legno fin al 1795 consistette nell’abbassare col temperino tutte le parti che non fossero disegnate: dopo d’allora vi si adoprò il bulino, e perciò vi si richiede esercizio, come in arte particolare. Nella splendida opera Holzschnitte berühmter Meister, Rodolfo Weigel vuol dimostrare che i grandi pittori d’ogni età amarono e coltivarono l’intaglio in legno.

* Nel Kunstblatt del 1835, nº 58, è riferita un’immagine coll’iscrizione S. Nicola d’Tholentino. Il santo porta un libro ov’è scritto precepta pris mei servavi. 1446. È l’anno appunto in cui quel santo fu canonizzato: e se quella data sogna il tempo di tale incisione, sarebbe un documento antichissimo dell’intaglio in legno, fatto, secondo tutte le probabilità, in Italia.

[23]. Le ragioni dei Tedeschi sono sostenute principalmente da Rumohr, Untersuchung der Gründe für die Annahme, dass Maso di Finiguerra Erfinder des Handgriffs sei, gestochene Metalplatten auf genetztes Papier abzudrucken. Lipsia 1841.

[24]. È forse anteriore alla Crocifissione della galleria Fesch. Anche dopo il Vasari, Duppa, Braun, Rumohr, Nagler, Rehberg, Quatremère de Quincy, Passavant (Rafael von Urbino und sein Vater Giovanni Santi), resta a desiderarsi una compiuta monografia di quel genio della bellezza armonica.

[25]. «Gl’ignudi, che fece nella camera di Torre Borgia, ancorchè siano buoni, non sono in tutto eccellenti. Parimenti non soddisfeciono affatto quelli nella volta del palazzo Chigi». Vasari, Vita di Rafaello.

[26]. Il parallelo fra i pittori antichi e i nostri fu da molti istituito, e ultimamente con più sistematica erudizione da M. H. Fortoul (Etudes d’archéologie et d’histoire, 1854). Alla prima epoca paragona Polignoto con Giotto; alla seconda, Apollodoro con Masaccio; alla terza, dell’imitazione esatta, Aristide e Pamfilo con Leonardo da Vinci, Eupompo e la scuola Sicionia col Mantegna e coi Veneti, Melanto con frà Bartolomeo, Aetione col Correggio, Pausia con Giorgione; nelle scuole dell’imitazione dotta, Asclepiodoro col Ghirlandajo, Eufranore col Michelangelo, Nicia con Andrea del Sarto; nelle scuole dell’imitazione bella, Apelle con Rafaello, Protogene col Francia; nella quarta epoca, Nealco, Timomaco e gli altri imitatori vanno coi Caracci.

[27]. Non s’accordano nel descrivere quel monumento. Doveva esser lungo diciotto braccia, largo dodici, isolato; di fuori girava un ordine di nicchie, tramezzate da termini che sostenevano colla testa la prima cornice; e ciascuno con bizzarra attitudine teneva legato un prigione ignudo, posato co’ piedi sul risalto d’un basamento; i quali prigioni rappresentavano le provincie riunite al dominio pontifizio. Altre statue pur legate figuravano le Virtù e le Arti, soggiogate dalla morte come il papa che le favoriva. Sui canti della prima cornice andavano quattro statue grandi, la Vita attiva, la contemplativa, san Paolo e Mosè. Alzavasi l’opera sopra la cornice, diminuendo con un fregio di storie di bronzo, e con altre figure, puttini e ornati diversi. In cima due statue; una il Cielo sostenente sulle spalle una bara, e ridente che l’anima del papa fosse passata alla gloria; l’altra Cibele dea della terra, reggendo anch’essa la bara, ma dolente per la perdita fatta. Si entrava ed usciva per le teste della quadratura dell’opera, di mezzo alle nicchie; e dentro si trovava un tempio ovale, nel cui mezzo il cadavere del papa.

Si tacciano gli eredi di Giulio II di non averlo fatto compire: però aveano con lui stipulato lo finisse per sedicimila ducati. Vedi le prove in Gaye, Carteggio, tom. II.

[28]. Al Cicognara queste nudità parvero effetto dell’innocente semplicità del cinquecento! Ma che anco allora scandolezzassero, e non solo i pusilli, appare, a tacer altri testimonj, da un manoscritto della Magliabechiana, cl. XXV. 274, ove si legge: «19 di marzo 1549 si scoprì le lorde e sporche figure di marmo in Santa Maria del Fiore di mano di Baccio Bandinello, che furono un Adamo ed un’Eva; della qual cosa ne fu da tutta la città biasimato grandemente, e con seco il duca che comportasse una simil cosa in un duomo dinanzi all’altare, e dove si posa il santissimo Sacramento. — Nel medesimo mese si scoperse in Santo Spirito una Pietà, la quale la mandò un Fiorentino a detta Chiesa, e si diceva che l’origine veniva dallo inventor delle porcherie, salvandogli l’arte ma non la devotione, Michelangelo Bonarruoto. Che tutti i moderni pittori e scultori per imitare simili capricci luterani, altro oggi per le sante chiese non si dipigne o scarpella che figure da sotterrar le fede e la devotione: ma spero che un giorno Iddio manderà i suoi santi a buttare per terra simili idolatrie come queste».

Dell’Aretino una lettera, tra di senno e di baja, è prodotta dal Gaye alquanto diversa dalle edite:

— Signor mio, nel vedere lo schizzo intiero di tutto il vostro dì del giudicio, ho fornito di conoscere la illustre gratia di Rafaello ne la grata bellezza de la inventione. Intanto io, come battezzato, mi vergogno de la licentia sì illecita a lo spirito, che havete preso ne lo esprimere i concetti, u’ si risolve il fine, al quale aspira ogni senso de la veracissima credenza nostra. Adunque quel Michelagnolo stupendo in la fama, quel Michelagnolo notabile in la prudentia, quel Michelagnolo ammirando, ha voluto mostrare alle genti non meno empietà di irreligione che perfettion di pittura? È possibile che voi che, per essere divino, non degnate il consortio degli huomini, haviate ciò fatto nel maggior tempio di Dio, sopra il primo altare di Gesù, ne la più gran cappella del mondo, dove i gran cardini della Chiesa, dove i sacerdoti riverendi, dove il vicario di Cristo con ceremonie cattoliche, con ordini sacri, e con orazioni divine confessano, contemplano et adorano il suo corpo, il suo sangue e la sua carne? Se non fusse cosa nefanda lo introdurre de la similitudine, mi vanterei di bontade nel trattato de la Nanna, preponendo il savio mio avvedimento a la indiscreta vostra conscienza, avvenga che io in materia lasciva ed impudica non pure uso parole avvertite e costumate, ma favello con detti irreprensibili e casti; e voi nel suggetto di sì alta historia mostrate gli angeli e i santi, questi senza veruna terrena honestà, e quegli privi d’ogni celeste ornamento. Ecco i Gentili, ne lo iscolpire non dico Diana vestita, ma nel formare Venere ignuda, le fanno ricoprir con la mano le parti che non si scoprono; e chi pur è cristiano, per più stimare l’arte che la fede, tiene per reale ispettacolo tanto il decoro non osservato nei martiri e nelle vergini, quanto il gesto del rapito per i membri genitali, che anco serrarebbe gli occhi il postribolo per non mirarlo. In un bagno delizioso, non in un coro supremo si conveniva il far vostro; onde saria men vitio che voi non credeste, che in tal modo credendo, iscemare la credenza in altrui. Ma sin a qui la eccellenza di sì temerarie maraviglie non rimane impunita, poichè il miracolo di loro istesse è morte de la vostra laude. Sì che risuscitatele il nome col far de fiamme di fuoco le vergogne de i dannati, e quelle de’ beati di raggi di sole; o imitate la modestia fiorentina, la quale sotto alcune foglie auree sotterra quelle del suo bel colosso, e pure è posto in piazza pubblica e non in luogo sacrato... Ma conciosiachè le nostre anime han più bisogno de lo affetto de la devotione, che de la vivacità del disegno, inspiri Iddio la santità di Paolo, come inspirò la beatitudine di Gregorio, il quale volse in prima disornar Roma de le superbe statue degli idoli, che torre, bontà loro, la riverentia a l’humil imagini de i santi...»

Anche Salvator Rosa tira contro le nudità della Sistina:

Dovevi pur distinguere e pensare

Che dipingevi in chiesa: in quanto a me

Sembra una stufa questo vostro altare...

Dunque là, dove al Ciel porgendo offerte

Il sovrano pastore i voti scioglie,

S’hanno a veder le oscenità scoperte?

[29]. Sono descritti dal Vasari in lettera 14 luglio 1564 al duca Cosmo.

[30].

Grato m’è il sonno, e più l’esser di sasso

Mentre che il danno e la vergogna dura;

Non veder, non sentir m’è gran ventura;

Però non mi destar; deh, parla basso.

[31]. Condivi, Vita di Michelangelo. Celebrandosene il centenario a Firenze nel 1875, si pubblicarono molte cose di Michelangelo e sopra di lui.

[32]. Al Vasari dirigeva questo sonetto:

Giunto è già ’l corso della vita mia

Con tempestoso mar, per fragil barca,

Al comun porto, ov’a render si varca

Conto e ragion d’ogni opra trista e pia.

Onde l’affettuosa fantasia,

Che l’arte mi fece idolo e monarca,

Conosco or ben quant’era d’error carca,

E quel che a mal suo grado ognor desia.

Gli amorosi pensier già vani e lieti

Che fien or, s’a due morti mi avvicino?

D’una so certo, e l’altra mi minaccia.

Nè pinger nè scolpir fia più che queti

L’anima volta a quello amor divino

Ch’aperse a prender noi in croce le braccia.

[33]. Il Vasari, che pur denigra il Perugino, ne racconta questo tratto: — Era il priore (de’ Gesuati a Firenze) molto eccellente in fare gli azzurri oltramarini, e però, avendone copia, volle che Pietro in tutte le sopraddette opere ne mettesse assai; ma era nondimeno sì misero e sfiduciato, che, non si fidando di Pietro, voleva sempre esser presente quando egli azzurro nel lavoro adoperava. Laonde Pietro, il quale era di natura intero e da bene, e non desiderava quel d’altri se non mediante le sue fatiche, aveva per male la diffidenza di quel priore, onde pensò di farnelo vergognare, e così, presa una catinella d’acqua, imposto che aveva o panni o altro che voleva fare di azzurro e bianco, faceva di mano in mano al priore, che con miseria tornava al sacchetto, mettere l’oltramarino nell’alberello dove era acqua stemperata; dopo cominciandolo a mettere in opera, a ogni due pennellate Pietro risciacquava il pennello nella catinella; onde era più quello che nell’acqua rimaneva che quello ch’egli aveva messo in opera; ed il priore che si vedea votar il sacchetto ed il lavoro non comparire, spesso spesso diceva: — Oh quanto oltramarino consuma questa calcina! — Voi vedete», rispondeva Pietro. Dopo partito il priore, Pietro cavava l’oltramarino che era nel fondo della catinella; e quello, quando gli parve tempo, rendendo al priore, gli disse: — Padre, questo è vostro; imparate a fidarvi degli uomini da bene, che non ingannano mai chi si fida, ma sibbene saprebbono, quando volessino, ingannare gli sfiduciati, come voi siete».

Plinio racconta che coll’artifizio stesso i pittori antichi rubavano il minio: Pingentium furto opportunum est; plenos subinde abluentium penicillos; sidit autem in aqua, constatque furantibus. Hist. nat., XXXIII. 40.

[34]. Il Roscoe, fra tante altre inesattezze, scrive che Leonardo non finì il Cenacolo, e che «non indicando se non per un semplice tratto la testa del suo personaggio principale, ha confessato la sua incapacità, e a noi rimane da compiangere o la poca audacia dell’artista, o l’impotenza dell’arte». Vita di Leone X, cap. 2. Anche il Vasari dice che «la testa di Cristo lasciò imperfetta». Invece il cardinal Federico Borromeo, nel Musæum stampato il 1625, loda tanto quella testa: Salvatoris os altum animi mœrorem indicat, qui gravissima moderatione occultatus atque suppressus intelligitur. Vedasi Gallenberg, Lionardo Vinci, Lipsia 1834. L’opera di Giuseppe Bossi sul Cenacolo è di mera accademia. Interessanti pubblicazioni su Lionardo si fecero quando nel 1871 se ne inaugurò il monumento a Milano. Vedi principalmente il Saggio delle opere di L. Da V., con 24 tavole litografiche tratte dal Codice Atlantico. Milano, Ricordi 1872, in gran folio.

[35]. Vasari mette fuor di dubbio questo fatto.

[36]. Dopo i furti fattine all’Ambrosiana di Milano, dove non fu reso che il Codice Atlantico, molti dei suoi manoscritti si conservano alla biblioteca dell’Istituto di Francia, uno a Holkham in Inghilterra dal conte di Leicester.

Francesco Melzo descriveva a minuto la morte di Leonardo in una lettera al fratello: ma non dice spirasse tra le braccia di Francesco I, il quale re sappiam di certo che al 2 maggio 1549 era a San Germano in Laja. Mentisce dunque il Vasari, come probabilmente nelle altre circostanze di sua morte, ove il fa non solo convertito, ma istruito nella fede soltanto in quegli estremi; benchè temperasse quel che avea messo nella prima edizione, che fosse infetto di nozioni eretiche «in modo che non credeva ad alcuna specie di religione, e metteva la filosofia molto sopra il cristianesimo». Abbiamo il testamento, da Leonardo fatto nove giorni prima di morire, tutto pietà; ove «raccomanda l’anima sua a nostro Signore messer Domenedio, alla gloriosa Vergine Maria, a monsignor san Michele»; vuole si dicano trenta messe basse e tre alte per l’anima sua in tre chiese di regolari ad Amboise. Oggi gl’invidiosi, quando non sanno di peggio, tacciano gl’invidiati di illiberalità e servilità: dubito che il Vasari, per lo spirito stesso, tacciasse d’irreligiosi quelli con cui non simpatizzava, come Leonardo e il Perugino.

[37]. Nel manoscritto B, pag. 33 dei codici parigini di Leonardo, stanno varj disegni di lui, postillati al solito, e sotto l’uno si legge: — Inventione d’Archimede. Architronito è una macchina di fino rame, e gitta balotte di ferro con gran strepito e furore. E usasi in questo modo: la terza parte dello strumento sta infra gran quantità di foco di carboni, e quando sarà bene lacqua infocata, serra la vite b, chè sopra al vaso de lacqua bc, e nel serrare la vite, si distoperà di sotto, e tutta la sua acqua discenderà nella parte infocata de lo strumento, e di subito si convertirà in tanto fumo che parerà maraviglia, e massime a vedere la furia e sentire lo strepito. Questa cacciava una balotta che pesava uno talento». Voi vedete che qui Leonardo non lo dà per suo trovato, ma l’assegna ad Archimede; e quel suo nominare il talento fa credere lo desumesse da qualche antico libro del Siracusano, ora perduto, e che attesterebbe conosciuta in antichissimo la potenza del vapore, la quale è caratteristica del nostro secolo.

[38]. Nel 1604 nella Astronomiæ pars optica Kepleri.

[39]. Il suo epitafio sente l’età pagana, che bada solo a forme e colorito:

Apelle nel colore e ’l Buonarroto

Imitai nel disegno; e la natura

Vinsi, dando vigor ’n ogni figura

E carne ed ossa e pelle e spirti e moto.

Invece quella di frate Angelico diceva:

Non mihi sit laudi quod eram velut alter Apelles,

Sed quod lucra tuis omnia, Christe, dabam.

[40]. Lo coadjuvarono Francesco Primaticcio e Giambattista Mantovano, e alcuno vorrebbe anche Rinaldo da Mantova, scolaro di Giulio Romano.

[41]. Genere allora usitato: si tracciavano i contorni sullo smalto, poi si adombravano con argilla, carbone e polvere di travertino, che davano aspetto di bassorilievo.

[42]. Scriveva al granduca Ferdinando:

«I pesi della gioventù mia, gli anni et ogni industria per servigio di cotesta serenissima casa di vostra altezza, e già vicino agli ottant’anni, nè lungi da quella voce colla quale Iddio chiama tutti a sè, sono costretto dalla coscienza a dire a vostra altezza quel che spero di conseguire facilmente. È ito in questo secolo intorno quell’abuso nella scoltura e pittura, che per tutto si vede, di dipingere e scolpire persone ignude, e per questo mezzo, sotto colore e mostra dell’arte, far vivere la memoria di cose sporche, o svegliare una tacita adoratione di quegli idoli, per togliere i quali tenevano per bene impiegata la vita e ’l sangue i martiri et altri santi amici di Dio. Or io, dolentissimo d’essere stato in mia vita instromento di tali statue, nè veggendo come poterle togliere dalla vista de gli occhi molti, scrissi, già alcuni anni, una epistola che si stampò, a gli uomini della profession mia, acciocchè codesto Stato di vostra altezza non ricevesse, fra gli altri vitii a che siamo inclinati, qualche ira da Dio. Et hora che in questa mia vecchiaja debbo sentire l’importanza di questo fatto, e con tanta età mi sento crescere un vivo desiderio della vera grandezza e felicità di vostra altezza, la voglio, prima che muoja, supplicare per l’onore di Dio, che non lasci più scolpire o pingere cose ignude; e quelle, che o da me o da altri sono state fatte, si cuoprano, o del tutto si tolgano, in modo che Dio ne resti servito, nè si pensi che Fiorenza sia il nido degli idoli, o delle cose provocanti a libidine et a cose che a Dio sommamente dispiaciono. E perciocchè ultimamente vostra altezza comandò che quelle statue, che già trent’anni io feci per commissione del serenissimo granduca, vostro padre, in Pratolino, si trasportassero nel giardino de’ Pitti, siccome si è fatto, sento grandissimo rimorso che fatica di mie mani tale debba quivi restare per stimolo di molti disonesti pensieri, che a chi le mira potranno venire. Però anche in questo la supplico con ogni riverenza, per il maggior dono e rimuneratione di ogni mio servigio potessi ricevere, che mi faccia gratia, prima, che io non ci ponga punto di altra cooperatione per assettarle; da poi, che mi conceda ch’io possa vestirle così artificiosamente e decentemente sotto titolo di qualche virtù, che non possano mai dare occasione di brutti pensieri a persona veruna. E questo anco tanto più converrà, quanto a gli occhi della serenissima granduchessa, e della compagnia che menerà con seco, et a tante signore che verranno spesso a visitarla, essa havrà occasione di vedere in ogni parte e luoco di vostra altezza cose, le quali christianamente edifichino una principessa, come è christianissima. Et io in eterno ne resterò obbligatissimo a vostra altezza».

Sono noti i rimorsi che laceravano gli ultimi anni di Agostino Caracci per le sue incisioni lascive. Sel sappiano i giovani.

[43]. Narra egli stesso che Michelangelo si fermò a riguardare il San Marco di Donatello a Or San Michele, e disse non aver mai visto figura che avesse più aria da uom dabbene; e che se san Marco era tale, se gli poteva creder ciò che avea scritto.

[44]. Nel descrivere questa gli scappano molte verità di sentimento, e che «devono coloro che in cose ecclesiastiche s’adoperano, essere ecclesiastici e santi uomini, essendo che si vede, quando cotali cose sono operate da persone che poco credono e poco stimano la religione, che spesso fanno cadere in mente appetiti disonesti e voglie lascive, onde nasce il biasimo delle opere nel disonesto, e la lode nell’artificio e nella virtù».

Poc’anzi il sig. Didron scriveva: Vasari est coutumier de l’erreur, et je connais peu d’historiens qui se trompent plus souvent que lui, ou volontairement, ou par ignorance. — Annales archéologiques, 1856, pag. 23. Molti errori suoi furono raddrizzati nell’edizione fattane dal Le Monnier.

[45]. Trattato dell’arte della pittura, diviso in sette libri, nei quali si contiene tutta la teorica e la pratica di essa pittura; Milano, 1584. Idea del tempio della pittura; 1590. A ciascun pittore appropria un metallo ed un animale; Michelangelo è il dragone, Polidoro il cavallo, Rafaello l’uomo, Tiziano il bue, Mantegna il serpente. Avea raccolti quattromila quadri; riferisce molte particolarità del Bramantino (lib. IV, e 21); possedeva un trattato di prospettiva di Bernardino Zenale, e un altro di Vincenzo Foppa, dove erano prevenuti Alberto Dürer e Daniele Barbaro.

[46]. Su Bernardino Luini riferiamo questa nota, del Cantù stesso, tolta dalla Illustrazione del Lombardo-Veneto.

Fu da Luino, ma le notizie ne sono scarse e favoleggiate. Povero di casa, ricco d’ingegno, robusto di volontà, bizzarro e rissoso, vuolsi avesse a maestro Stefano Scotto pittore di arabeschi, il quale lo innamorò dei vecchi pittori. Infatto il suo primo modo ritrae del Civercio, del Montorsolo, del Borgognone, con fregi d’oro, ombreggiar timido, colorito pacato, che si direbbe anche freddo. Di quel primo modo sarebbero la Addolorata dietro l’altar maggiore della Passione, il Noè in Brera, ed anche la spettacolosa Crocifissione a Lugano, ove gli adoratori della forma appuntano il poco rilievo e la scarsa gradazione di chiaroscuro. Gran progresso appare nella Coronazione di spine all’Ambrosiana, ne’ freschi del Monastero Maggiore, e specialmente in quelli di Saronno, nell’Ecce homo e nella Deposizione dalla Croce a San Giorgio in Palazzo. Abbiamo a credere che profittasse della scuola di Leonardo da Vinci? Sicuramente l’amabile e affettuosa espressione della Madonna con sant’Antonio e santa Barbara in Brera, la Madonna in grembo a sant’Anna nell’Ambrosiana, e quella degli Archinti, altre pitture delle gallerie Melzi, Borromeo... non lasciano invidiare qualsiasi maestro. Io poi non so staccarmi dalla carissima composizione della santa Caterina trasportata dagli angeli, affresco or messo in Brera, come tanti altri che erano sparsi qua e là. Il Monastero Maggiore è una vera galleria di opere luinesche: e le figure dal corno dell’epistola non potrebbero dirsi più care e maestose.

E d’un tanto maestro, pochissimo (lo ripetiamo) si sa. Che fosse compensato a miseria lo prova il sapersi che per la Crocifissione di Lugano ricevette lire 244 e 8 soldi imperiali. Della mirabile Coronazione di spine, dipinta in un oratorio di Santa Corona, ora annesso alla Biblioteca Ambrosiana, una memoria del 1521 dice: «Messer Bernardino da Luino pictore s’è accordato a pingere il Cristo con li dodici compagni in lo oratorio, et comenzò a lavorare il dì 12 octobre, e l’opera fu finita a dì 22 marzo 1522. È vero che lui lavorò solo opere 38, et uno suo giovene opere 11, et oltre le dicte opere 11, li teneva missà la molta (gli rimeschiava la calcina) al bisogno, ed anche sempre aveva uno garzone che li serviva. Li fu dato per sua mercede, computati tutti i colori, lire 115, soldi 9».

Delle sue vicende si favoleggia. Dicono che, partito da Milano per la peste, andasse a dipingere una chiesetta presso la Pelucca. Indi tornato a Milano, lavorò nella chiesa di San Giorgio le belle opere che ancora vi si ammirano. Ma piantatisi i palchi, il parroco volle salirvi, e cadde, e si ruppe la persona. Temendo esserne imputato, il Luino fuggì e i signori della Pelucca lo tennero in protezione, ove dipinse quasi tutto il palazzo a storie e mitologie, delle quali una parte fu recata poi in Brera, fra cui la suddetta santa Caterina. Ivi s’invaghì d’una figlia di que’ signori, e avendo essa per amor di lui rifiutato un illustre cavaliere, fu mandata monaca a Lugano.

Trovò subito occasione il Luino di recarsi colà, ove, messosi ne’ frati, per loro dipinse la grande Crocifissione, la Cena nel refettorio, e la Madonna sopra una porta del chiostro, così sentita e cara, che tu non vorresti veder altro. V’è il millesimo 1528, sicchè è posteriore ai dipinti di Saronno.

Ma la fanciulla soccombette al dolore, e il Luino tornò in patria, ma non dimenticolla mai, e pose spesso il ritratto dell’amata fanciulla, e principalmente nel quadro che dicesi la Monaca di Luino. Occasione di questo dipinto fu il cav. Giambattista Pusterla quando, combattendo per Massimiliano Sforza, cadde prigioniero de’ Francesi, e votatosi alla beata Caterina Brùgora, si trovò trasportato alle proprie tende; onde fece dipinger questo fatto dal Luino, ove la fanciulla della Pelucca compare in sembianza della santa, con un crocifisso nella destra serrato al cuore, la palma nella sinistra, e sulla spalla la colomba.

Danno al Luino due figli, Aurelio ed Evangelista; e un fratello Ambrogio che gli servì d’ajuto, e al quale si attribuiscono alcuni dipinti del santuario di Saronno, e alcuni del Monastero Maggiore, men chiari e di un fare meno spigliato. (Gli editori).

[47]. Il Bordiga (Notizia intorno a Gaudenzio, Milano 1821) reca un concilio novarese, dov’è menzionato Gaudentius noster, opera quidem eximius, sed magis eximie pius. Non crediamo fosse scolaro del Perugino. Nel suo quadro del 1511 per la chiesa d’Arona si sottoscrive Gaudenzio Vinci.

[48]. Egli e Cristoforo detto il Gobbo pare nascessero da Boniforte, che per Francesco Sforza a Milano fabbricò l’Incoronata, la Rosa, la Pace, le Grazie, sempre attenendosi al gotico.

[49]. Gli scultori, che si trovano mentovati nei rendiconti dal principio del cinquecento alla Certosa di Pavia, sono Antonio Amedeo, Gian Giacomo della Porta, Silvestro di Carate, Giuseppe Rosnati, Dionigi Bussola, Carlo Simonetta, Alberto di Carrara, Giambattista De Magistris detto il Volpino, Cristoforo Romano, Bernardino da Novi, il Gobbo Cristoforo Solaro, Agostino Busti detto Bambaja, Battista Gattoni, Antonio Tamagini, Tommaso Orsolino, Andrea Fusina, Angelo Marino, Marco Agrati, i fratelli Mantegazza, Ettore d’Alva, Antonio da Locate, Battista e Stefano da Sesto, Biagio di Vairano, Francesco Piontello, Giacomo Nava.

[50]. Il Lomazzo lo nomina una volta, nessuna il Lattuada.

[51]. Un altro artista trovo menzionato. Giovan Cristoforo Romano, «oltra le altre virtù e massimamente della musica, fu al suo tempo scultore eccellente e famoso, e molto delicato e diligente, e massimamente per la nobile ed ingegnosa sepoltura di Galeazzo Visconti nella Certosa di Pavia. E se non che nell’età sua più verde e più fiorita fu assalito d’incurabile infermità, forse fra Michelangelo e Donatello stato sarebbe il terzo». Saba Castiglioni, Ricordo 409.

[52]. Non me Praxiteles, sed Marcus finxit Agratus.

[53]. Vite ed elogi d’illustri Italiani, in Federico Asinari.

[54]. Lo stesso pensiero effettuò Antonio di Sangallo nel campanile di San Biagio a Montepulciano. Accumula molti errori il Valery, Voyage historique et littéraire en Italie, ove dice: Le clocher de Sainte Claire par Masuccio II, est d’un beau et pur gothique. On remarque au troisième étage l’heureuse innovation du chapitau ionique, opérée par Michelange, avec lequel l’architecte napolitain doit en partager l’honneur.

[55]. In Santa Maria Nuova leggesi: Petrus de Martino mediolanensis, ob triumphalem arcis novæ arcum solerter structum, et multa statuariæ artis suæ munera huic ædi pie oblata, a divo Alphonso rege in equestrem adscribi ordinem et in ecclesia sepulchro pro se ac posteris suis donari meruit MCCCCLXX. A torto il Vasari l’attribuisce a Giulian di Majano, che neanche può aver eseguito le scolture, opere di diversi, e nominatamente di Isaia da Pisa, figlio di Filippo, secondo un manoscritto della Vaticana Nº 1670.

[56]. Un altro milanese sconosciuto ci è rivelato dalla pittura di San Giovanni a Carbonara coll’iscrizione: Leonardos Bisucio de Mediolano hanc capellam et hoc sepulcrum pinxit 1417. Quelle pitture fin oggi furono attribuite a Gennaro di Cola e Stefanone. Un Ambrogio da Milano fece il sepolcro del vescovo di Ferrara in San Giorgio di questa città. Ottavio Scotto da Monza incise nel 1484 un soggetto della Divina Commedia, rarissimo intaglio che venne recentemente al marchese Campana di Roma.

[57]. Due pajono i Colantonio. I primordj dell’arte a Napoli furono ingombrati di favole da Bernardo Dominichi, Vite dei pittori, scultori e architetti napoletani; seguitato dal Lanzi. Volea correggere i troppi errori Enrico Guglielmo Schulz prussiano, che da molti anni lavorava a una storia delle arti nell’Italia meridionale, ma morì precoce. Masuccio secondo forse scomparirà dalle storie successive. Si veda il Discorso sui monumenti patrj, dell’architetto Luigi Catalani. Napoli 1842.

Quasi ogni scuola, anzi ogni paese ha storie artistiche particolari, come

Mariotti, Lettere pittoriche perugine;

Vidoni, La pittura cremonese;

Averoldi, Pitture scelte di Brescia;

Zamboni, Memorie intorno alle fabbriche di Brescia;

Pino, Dialogo della pittura veneziana;

Morona, Pisa illustrata nelle arti del disegno;

Trotti per Bergamo, Milanesi e Porri per Siena, Cricco per le arti trevisane, Maniago per le friulane, Malvasia, Ridolfi ecc. e i recenti editori del Vasari e il Cavalcasella.

[58]. Appartiene agli aneddoti plateali la povertà del Correggio e la tenuità dei prezzi attribuiti alle sue opere. Il Tiraboschi ricavò dalle carte che, per la cupola di San Giovanni cogli ornamenti aggiunti alla nave maggiore, toccò quattrocentosettantadue zecchini; millecento per la cupola della cattedrale, cento per la Madonna e sant’Antonio, ottanta pel san Girolamo, quarantasette e mezzo scudi d’oro pel quadro della Notte, ora a Dresda. I moltissimi errori tradizionali sul conto del Correggio furono confutati da Tiraboschi, Pungileoni, Affò; e parecchi documenti si pubblicarono da poi. Al disegno che nella biblioteca Ambrosiana è indicato come la famiglia del Correggio, e che offre un vecchio, colla moglie ancor giovane, e una figliuola e tre ragazzi a piè nudi, bisognerà cambiar titolo; giacchè il Correggio di ventisei anni sposò Girolama Merlini di sedici, e n’ebbe un maschio e tre ragazze.

[59]. Enrico Mortara, in un’affettata biografia di questo pittore, dubita se alchimiasse, e se intagliasse in legno. Il tipo delle sue Madonne vorrebbesi riconoscere nella famiglia Beduschi. Alla Carossa, un miglio da Casalmaggiore, additano la cascina ove dicono morisse di sifilide sopra un pagliajo.

[60]. Paolo, non molto abile nel frescare, volea sempre seco lo Zelotti in tale uffizio.

[61]. L’Algarotti, Opere, tom. VIII, p. 26, dice che Paolo della sua Cena ebbe soli novanta ducati d’oro, «siccome io ho ricavato dai quaderni della celleraria del monastero di San Giorgio Maggiore». Noi addurremo il contratto qual si legge nell’archivio di esso San Giorgio, donde apparirà quanto l’Algarotti ricavasse male:

«Addì 6 zugno 1562.

Se dichiara per il presente scritto, come in questo giorno il padre don Alessandro da Bergamo procurator, e io don Mauritio da Bergamo cellerario, semo rimansi dacordio con messer Paulo Caliar da Verona pictor di far uno nostro quadro nel refectorio novo, di la larghesa et alteza ch se trova la fazada, facendola tutta piena, facendo la istoria di la cena del miracolo fatto da Cristo in Cana Galilea, facendo quella quantità de figure che le potrà intrar acomodadamente, et che si richiede a tale intentione: metendo il detto messer Paulo la sua opera de pictor et ancor tutte le colori de qual sorte se sia, et così la tela et ogni altra cosa che se possa intrar a tuti soe spesi. Et il monasterio mettira solum la tela simplizamente, et farà far il telaro per ditto quadro; del resto poi inchiudarà la tela a soi spesi et altre manifatura a che le potrà intrar. Et il detto messer Paulo sarà obligado a metter in ditta opera boni et optimi colori, et no mancar in niuna cosa dove abia a intrar oltremarin finissimo, et altre colori perfettissimi che siano aprobati da ogni perito. Et per sua mercede l’abiamo promesso per detta opera ducati trecentovintiquatro da ll. sei ss. quattro per cadauno, dandoli detti danari alla zornada secondo farà bisogno; et per capara le abiamo dato ducati cinquanta, promettendo il detto messer Paulo dar l’opera finita alla festa de la Madona de septembre 1563; et sopra mercado le abiamo promesso una botta di vino condotta in Venezia, da esser data a sua requisition. Et il monasterio le darà le spese di bocca per el tempo che lavorerà a detta opera, et averà quelle spese di bocca che se manzarà in refectorio. Et in fede».

Seguono le sottoscrizioni e la quitanza finale di ducati trecento di esso Paolo, sotto il 6 ottobre 1563.

[62]. Antonio Campi pittore e storico numera molte Cremonesi del suo tempo, celebri nelle belle arti o per virtù. Al 1572, altre pittrici del cinquecento conosciamo; e suor Plautilla Nelli bolognese, non potendo uomini, copiava donne, sicchè diceano che facea non Cristi ma Criste. Altre monache, e principalmente Domenicane, coltivarono le arti belle.

[63]. Di bel gotico sono a Venezia il coro di San Zaccaria, la porta della Carta, il portico del palazzo dogale verso la scala de’ Giganti, la facciata di San Giovanni e Paolo, il monumento del doge Foscari, ecc.

[64]. Ma l’architetto di quel palazzo non fu il Calendario, e piuttosto Pietro Baseggio: nè la facciata e la scala de’ Giganti sono del Bregno, indicato dalla tradizione, se pur questo non era il soprannome del Rizzo. Un’iscrizione infissa nella gran finestra del palazzo ducale, che dà sul molo, porta:

Mille quadrigenti currebant quatuor anni

Hoc opus illustris Michael dux Stellifer auxit.

Dunque già allora parte della facciata era costruita. Forse nel 1424, additato da due cronache contemporanee, si fece la porzione che va dalla tredicesima colonna fin alla porta della Carta. Ma come spiegare la bellezza de’ capitelli, che li mostra posteriori al 1404? Il lavoro continuò fino al settembre 1463, quando «fo saldado la raxon a maistro Pantalon et a maistro Bartolamio tajapiera per el lavor del palazzo a lor deliberado». Questo Bartolomeo Bon, autore dell’ammirata porta della Carta nel 1439, è differente dal Buono, che diresse la fabbrica delle Procuratie vecchie e il campanile di San Marco. Tutto ciò consta da documenti recentemente scoperti. Il Morelli pubblicò Notizia d’opere di disegni nella prima metà del secolo XVI, esistenti in Padova Cremona, Milano, Pavia, Bergamo, Crema e Venezia (Bassano 1800), tratta da manoscritti di Apostolo Zeno, e con copiose annotazioni. Meglio giovano i documenti che pubblicò il Cadorin ne’ Pareri di XV architetti sopra il palazzo ducale. Vedi Zanotto, Il palazzo ducale illustrato, 1854.

[65]. Di costui trovo a Ravenna un altare e un sepolcro in San Francesco, un san Marco in duomo del 1491.

[66]. Il cardinale Zen nel 1501 testò lasciando cinquemila ducati, perchè in San Marco gli si facesse la sepoltura di bronzo, altri milleseicento per ornare la cappella, e duemila da investire in beni stabili, del cui reddito vestir gentiluomini di casa Zen con mantello nero ogni suo anniversario, e cinquecento per un paliotto broccato con velluto e oro, da mettere quel giorno; al Sant’Antonio di Padova ducati cinquemila per una cappella con messa quotidiana; al duomo di Vicenza ducati cinquemila per una messa quotidiana e altre opere pie; al San Marco di Venezia nove grandi vasi d’argento; ai poveri di Venezia diecimila ducati; dodicimila per la fabbrica di San Fantino, oltre minori legati; e dell’avanzo, consistente in oro, argento, gemme, costituiva eredi Alessandro VI e la repubblica di Venezia.

[67]. Alcuni bronzi della loggetta sono di Tiziano Aspetti, che altri lodevolmente ne fuse a Bologna. Nella necessità della guerra turca, la repubblica impose tassa su tutti, eccettuati Tiziano e Sansovino. Francesco, costui figlio, lasciò una descrizione di Venezia. Il Sansovino allevò Tommaso Lombardo da Lugano, buon architetto, mediocre scrittore e cattivo cantore di Marfisa.

[68]. Menzioneremo anche l’Architettura di Antonio Labacco.

[69]. Ha ventotto metri di corda, ventidue di larghezza, e sorge metri sette sopra l’acqua media. Or ora l’abate Magrini, autore delle Memorie del Palladio, raccolse dai documenti che quel ponte fu architettato da Giovanni Aluise Bolchi, patrizio, di cui null’altro si conosce.

[70]. Vedi Bassi, Dispareri in materia d’architettura e di prospettiva. 1572.

[71]. Che i baluardi del Sanmicheli non fossero i primi è dimostrato dal Promis nei Commenti al Martini, ii. 300. Attorno a Firenze già n’erano nel 1526; a Urbino dopo il 1521; a Bari prima del 1524. Nell’assedio di Rodi nel 1522, i baluardi già erano formati alla moderna per opera di Basilio della Scala vicentino, ingegnere di Massimiliano I e Carlo V: nel 1518, Carlo III di Savoja aggiunse baluardi siffatti al castello sul monte di Nizza: nel 1518 Alberto Pio muniva così Carpi: e al modo stesso furono bastionate Padova, Treviso, Ferrara ed altre.

[72]. La manière de fortifier villes, châteaux, et faire autres lieux forts; mis en français par le seigneur de Beroil François de la Treille. Lione 1586. Vedi pure Maffei, Verona illustrata, part. III. cap. 5.

[73]. Ugurgieri, Pompe sanesi.

[74]. Crasso, Elogi d’illustri capitani.

[75]. Nuove invenzioni sopra il modo di navigare. Roma 1595.

[76]. Arte militare terrestre e marittima secondo la ragione e l’uso de’ più valorosi capitani antichi e moderni. 1599.

[77]. Trattato delle acque, Padova 1560.

[78]. Gaye, Carteggio d’artisti, II. 364.

[79]. Matteo Pasti, Giulio della Torre, il Pomedello, il Caroto; inoltre Galeazzo e Girolamo Mondella, Nicolò Avvanzo, Giacomo Caralio, che intagliarono anche pietre dure; Sperandio mantovano, Giovanni Boldù veneziano, Francesco Francia bolognese, Vittorio Camelo veneziano. Domenico di Paolo era valente per imitare le medaglie antiche, come Lodovico Marmitta parmigiano. Cicognara, Storia della scoltura, lib. V. c. 7.

[80]. E dipinti li credeva Carlo V quando fu per la coronazione a Bologna, e tratto lo stocco, ne distaccò alcune scheggie per chiarirsi. Andò poi alla cella ove il frate lavorava; il quale, appena lui entrato, richiuse l’uscio. L’imperatore gli disse che il suo compagno era Alfonso duca di Ferrara; e il frate soggiunge ben conoscerlo, ma nol voler ammettere alla sua officina perchè, traversando gli Stati di lui, era stato costretto pagar dazio pei pochi ferri di suo mestiere. L’imperatore lo chetò, e il duca concesse franchezza d’ogni pedaggio a lui ed a’ suoi allievi.

[81]. Passeri, Storia delle majoliche fatte in Pesaro, 1857.

[82]. Negli Archives de l’art français, per P. De Chennevières, lib. II, leggesi l’état des gages des ouvriers italiens employés par Charles VIII; dove, insieme con pittori e scultori, appajono artigiani d’ogni sorta, falegnami, sartori, un giardiniere, profumieri, ricamatori ecc.

[83]. Klaproth, Tableaux historiques, pag. 274.

[84]. Crispo, Vita del Sannazaro.

[85]. Per un saggio citeremo Matteo, Ars dictatorum; Tommaso da Capua, Summa dictaminis; Maestro Punicio, id.; Bernardo da Napoli, Dictamina; Pier delle Vigne, Flores dictaminum, Summa salutationum; Guidone Fabio, Summa dictaminis, Viridarium dictaminis, Summa purperea; e Buoncompagno, Teodoro da Niem, Ricardo da Pophi, Giovanni retore, Giovanni di Garlando, che ciascuno fecero una Summa dictaminis; Alberto di Morca, che fu poi papa Gregorio VIII, Forma dictandi quam Romæ notarios docuit...

Sin dai primordj le lettere papali adottarono la forma e le formole delle imperiali: ce ne restano fin del 614 che hanno attaccata la bolla di piombo, sulla quale da un lato l’Α Ω, e dall’altro l’agnello, o il buon pastore, o i santi Pietro e Paolo, e ben presto il nome medesimo del papa, spesso in lettere greche. Si conservò l’uso del papiro fin all’XI secolo. Talvolta i papi stessi scrivevano, più spesso i notaj e scriniarj, e furono modelli di calligrafia.

Leone IX è il primo che nelle bolle di piombo adottò le lettere numerali per distinguere i papi del medesimo nome. Vittore II vi fece un personaggio che dal cielo riceveva una chiave, e sul rovescio una città coll’iscrizione Aurea Roma. Alessandro II vi fece scendere dal cielo il motto, Quod nectes nectam, quod solves ipse resolvam. Urbano II pose la croce fra i due Apostoli, il che fu adottato da tutti i successivi fino a Clemente VII.

Il nome de’ consoli è scritto nelle bolle fino al 546: quel degli imperatori greci fin al 772. Adriano I, cessando di porre il nome degl’imperatori d’Oriente, segna coll’anno del proprio pontificato: i successivi v’aggiungono quel degl’imperatori d’Occidente, ma or sì, or no. Fin a Urbano II il computo dell’indizione si riferisce alla costantinopolitana, di poi alla romana che cominciava al 1º gennajo. Non prima di Giovanni III compare l’anno dell’Incarnazione. Sol fino a Urbano II è usata l’êra vulgare: ma Nicola II torna a valersene secondo l’uso fiorentino, cioè cominciando al 25 di marzo, come divien comune dopo Eugenio III. Nelle semplici lettere non mettono che l’anno del pontificato.

[86]. È piuttosto a dire vario; ma parmi bellissimo in questo elogio di esso Giovio a Venezia: Ea tempestate Veneti, et magnitudine opum, et diuturnitate imperii, et rebus terra marique feliciter gestis, summam auctoritatem obtinebant. Urbs eorum ampla atque magnifica, mercaturæ et rei navalis studio a parvis initiis crevit. Sed ea propter incredibilem situs munitionem, ante alias et beata et admirabilis æstimatur, quod interfluentis Hadriæ paludibus cincta, nullisque ob id opportuna hostium injuriis, veteres thesauros domestica in pace cumulatos periculosis etiam temporibus conservavit. Nulli etenim a terra aditus, intercedente quadraginta stadiorum pelago, nulli penitus a mari ingressus propter cœca atque humilia vada, usu tantum indigenis nota, aut ingruentium Barbarorum avaritiæ, aut magnis ab alto classibus patuerunt. Veneti homines in universum consilio sunt graves, severi in judiciis, et in adversa rerum fortuna constantes, in altera nunquam immodici. Omnibus quum idem sit conservandæ libertatis et augendi imperii incredibile studium, in senatu libere et sæpius acerrime sententias dicunt; nec quemquam temere ex optimatibus, qui vel insigni virtute, vel spiritu in gerendis rebus cæteris antecellat, nimio plus crescere, vel collecta gratia potentem et clarum fieri patiuntur. Quibus institutis, dum servitutis metu, aliena virtute quam sua terrestri in bello uti longe utilius et tutius putant, togati omnes per octingentos amplius annos rempublicam nullis fere intestinis seditionibus exagitatam, administrarunt. Cæterum ipsa nobilitas totius maritimi negotii et navalis disciplinæ munera naviter implet, exutisque togis arma desumit.

[87]. La prima opera che siasi stampata a Parigi, furono le epistole del nostro Barziza, il 1469, e vi sono premessi de’ versi, che finiscono:

Primos ecce libros quos hæc industria finxit

Francorum in terris, ædibus atque tuis (della Sorbona).

Michael Udalricus Martinusque magistri

Hos impresserunt, ac facient alios.

[88]. Così il Poliziano nell’orazione su Omero: Primæ nobilitatis pueri ita sincere attico sermone, ita facile expediteque loquuntur, ut non deletæ jam Athenæ atque a Barbaris occupatæ, sed ipsæ sua sponte cum proprio avulsæ solo, cumque omni, ut sic dixerim, sua supellectile in florentinam urbem immigrasse, eique se totas penitus infudisse videantur.

[89]. Molti italiani cultori dell’arabo nel cinquecento sono ricordati dal De Wette, Orientalische Studien, nell’Enciclopedia di Ersch e Gruber. In questi tempi fu famoso il rabino Barbanella (Abarbinel) portoghese, che, dopo esclusi gli Ebrei dalla penisola, venne alla corte di Ferdinando I di Napoli, dal quale e da Alfonso II fu adoprato in affari; all’invasione di Carlo VIII, seguì i reali a Messina, poi si collocò a Monopoli in Puglia, occupandosi in commenti sui libri santi e in combattere Aristotele. A nome del re di Portogallo andò a trattare colla repubblica a Venezia, ove morì di settant’anni, e fu onorato di splendidissime esequie. Accannito contro i Cristiani, da molti di questi fu confutato. Di due suoi figli, uno si fece cristiano, l’altro, Giuda, fu medico e poeta e scrisse dialoghi d’amore.

[90]. Prefazione alla Storia romana. Citerò i lavori più celebri: Manuzio, De legibus Romanorum, 1558, De civitate, 1585; Panvinio, De civitate romana interiore; Sigonio, De jure civium romanorum, 1560, De jure Italiæ, 1562, De judiciis Romanorum, 1574; Patrizi, Della milizia romana, 1583, che è il primo trattato di cose guerresche; Panciroli, Notitia dignitatum ecc. Potremmo aggiungere Gian Pierio Valeriano, Lelio Giraldi, Celio Calcagnini, ecc.

[91]. Alcune cose furono pubblicate dal Maj, vol. IX dello Spicilegium Romanum, 1839; come anche alcune delle Vite scritte dal Vespasiano.

[92]. Il Sigonio avendo trovato frammenti del De consolatione di Cicerone, li supplì di suo, e passarono per opera tulliana, finchè il Tiraboschi non trovò lettere, ove il Sigonio confessava l’inganno.

[93]. Il dottor Maccaferri, che nell’Irnerio studiò il genio d’Alciato, lo riguarda come quello che chiuse le scuole della giurisprudenza del medioevo; intrammezzò ed espresse il trapasso dall’epoca di autorità a quella di libertà: sostituì al credamus ut intelligamus, l’intelligamus ut credamus; eresse l’umana ragione a supremo criterio di verità legale, ma non lo condusse tutte le malefiche conseguenze, e ciò perchè fu genio che iniziò soltanto ma non portò la riforma al suo compimento. Restituendo la primazia della ragione individuale sulla opinione comune, sollevava la forza del genio individuale, e toglieva dallo stato di torpore e di stazione la giurisprudenza. Sostituendo la ragione libera ed intera alla dialettica delle scuole di Bartolo, emancipava la scienza della legge positiva dal formalismo scolastico, e poneva in suo luogo la filosofia, guidata dalla logica naturale. Quindi attingeva il suo movimento scientifico dal concetto supremo della giustizia assoluta, guardando alla quale, si proponeva di migliorare il criterio oggettivo, dimenticato ed oscurato dalla scuola di Bartolo, in causa delle sottigliezze dialettiche; al qual fine si serviva delle notizie molteplici e indefinite, che gli erano offerte dalla enciclopedia umana. Il genio d’Alciato fu precursore dell’erudizione e della filosofia, dell’enciclopedia e del sistema, applicati alla scienza del romano diritto, ed appartiene al novero dei genj progressisti.

I titoli delle opere sue più studiate ne indicano l’importanza: De verborum obligationibus — De verborum significationibus — De jurejurando — De pactis — De sacrosancta Ecclesia etc.

[94]. La prima ch’io sappia è di Francesco Fortunio, Regole grammaticali della vulgar lingua. Ancona 1516; ma vuolsi approfittasse dell’opera d’egual titolo del Bembo, comparsa solo nel 1525, dopo che dal 1521 erano uscite le Vulgari eleganze di Nicolò Liburnio.

[95]. Avvertimenti della lingua, II. 21.

[96]. Proemio agli statuti dell’Accademia.

[97]. Le continuarono anche dopo istituita la Crusca: e in quella datasi il 17 settembre 1599 intervennero coi Cruscanti sei accademici Desiosi e sei Alterati; e dopo un discorso dell’Impastato ch’era Michelangelo Buonarroti il Giovane, si posero a tavola, il cui servizio è ricordato ne’ Diarj; e verso la fine si servirono delle grandissime schiacciate, che pareano di crusca, come quelle chiamate inferigne, ma realmente erano di pistacchi e zucchero, e tutte divise in spicchi che non apparivano. Nel pigliare ciascuno la sua porzione, vi trovava sotto quattro versi in lode o satira sua.

La storia dell’Accademia della Crusca può leggersi in fronte al volume I degli Atti di questa, pubblicato nel 1819.

[98]. È curioso a vedere come i Cruscanti lottino contro questa loro convinzione, sacrificandola al pregiudizio universale e scolastico. Il Magalotti, fiorentino e accademico, riconobbe colpa principale del dizionario il volersi appoggiare all’autorità de’ classici. «Il vocabolario della Crusca ha questo di particolare sopra quelli di Francia, di Spagna, d’Inghilterra, che, laddove essi sono una sicura guida nelle rispettive lingue, il nostro c’inganna addirittura delle dieci volte le otto, e ciò perchè noi non siamo ancora tanto coraggiosi d’approvar per buono, come gli altri popoli fanno, quello che di mano in mano si parla, e NON ALTRO».

[99]. «Io non saprei bene affermare, serenissimo principe (il doge) quali sieno più, coloro che la potenza e la cupidità dell’imperadore non conoscono, o coloro che, conoscendola, e grande e spaventevole riputandola, stordiscono, o, come piccioli fanciulli desti la notte al bujo, temendo forte, per soverchia paura sì taciono, e soccorso non chiamano, quasi l’imperadore, come essi facciano zitto o motto, così gli abbia a tranghiottire e divorare incontinente, e non prima...

«Che voglion dire tante vigilie, tanto dispendio, tanto travaglio, e tante fatiche dell’imperadore? o a qual fine o a qual termine vanno, altro che recare Italia e l’universo in sua forza, e la sua potenza e la sua signoria dilatare, e distendere più là, che già i confini del mondo non sono, come egli nelle sue bandiere scrive di voler fare?...

«E siamo certi che niun pensiero, niun atto, niun passo, niuna parola, niun cenno dell’imperadore ad altro intende, nè altro opera, nè d’altro ha cura di tôrre, o, come altri stimano, di ritôrre gli Stati, le terre e le città de’ vicini e de’ lontani, e all’imperio o darle o renderle; ed in ciò si consumano i suoi diletti e le sue consolazioni tutte. Queste sono le sue caccie; questi gli uccelli, questo il ballare, e gli odori, e il vagheggiare, e gli amori, e i carnali appetiti e delizie sue...

«Ecco adunque, serenissimo principe, i misericordiosi e magnanimi gesti dell’imperadore, i quali, coloro che di sua parte sono, in tanta gloria gli attribuiscono: uccidere i re non nati ancora anzi pure ancora non conceputi o generati, nè da doversi concepire; e alle afflitte città, che nelle braccia sue si gettano, ed a lui per alcun rifugio corrono, mugnere il sangue, e gli spiriti suggere, e la vera libertà, onde essi l’han fatto depositario e guardiano, rivendere, anzi renderla loro falsa, e contraffatta e di mal conio impressa...

«Ricordisi adunque la serenità vostra, che questa medesima lingua e questa medesima penna, che artificiosamente v’alletta e adesca colla sua falsità, Roma arse, e gli altari e le chiese e le santissime reliquie ed il vicario di Cristo; anzi pure il santissimo corpo di sua divina maestà tradì e diede in preda alla barbarica ferita ed all’eretica avarizia: perocchè la santa memoria di Clemente, fu con tre false paci e non con alcuna real guerra vinto...

«E i suoi parentadi, quali e come fatti? Bruttarsi le mani nel sangue dell’avolo de’ suoi nipoti, e il suocero di sua figliuola ucciso gittare a’ cani, e la sua stessa progenie innocente cacciare di Stato, sono le sue tenere e parentevoli carezze... Oh infelice, oh sfortunata, oh travagliata, oh veramente ebbra e sonnacchiosa Italia!

«L’imperadore vuole abbattere e disertare santa Chiesa, e in ciò è fermissimo e pertinace. Ed oltre a questo, non essendo a sua maestà per tutto il tradimento di Piacenza cessata ancora l’ira nè avendo il suo sdegno col sangue di quel misero duca satollo, la vita e lo spirito di sua beatitudine appetisce, e vuole similmente il re cristianissimo cacciare di Piemonte e di Francia, e distruggerlo ed ucciderlo; nè mai da questo suo proponimento in alcuna maniera, nè per alcuno accidente s’è potuto rimovere...»

Egli stesso, nell’orazione a Venezia per la Lega, descrive la monarchia: — Certo sono, serenissimo principe, che la serenità vostra non vide mai questa pessima e crudelissima fiera, nè di vederla ha desio: ma ella è superba in vista, e negli atti crudele, ed il morso ha ingordo e tenace, e le mani ha rapaci e sanguinose; ed essendo il suo intendimento di comandare, di sforzare, di uccidere, di occupare, di rapire, conviene ch’ella sia amica del ferro e della violenza e del sangue: alla quale sua intenzione recare a fine, ella chiama in ajuto (perocchè invano a sì crudele ufficio altri chiamerebbe) gli eserciti di barbare genti e senza leggi, l’armata de’ corsali, la crudeltà, la bugia, il tradimento e l’eresia, lo scisma, le invidie, le minaccie e lo spavento; ed oltre a ciò le false ed infide amicizie, e le paci simulate, ed i crudeli parentadi, e le pestifere infinite lusinghe. Tale, serenissimo principe, è l’orribile aspetto; tali sono i modi ed i costumi e gli arredi della crudel monarchia, quali divisato e figurato gli ho: nè altra effigie, nè altro animo, nè altra compagnia potrebbe avere sì dispietato e sì rabbioso mostro; poichè ella il sangue e la libertà e la vita di ognuno appetisce e divora».

[100]. «E quantunque assai chiaro indizio possa essere a ciascuno che quest’opera (l’occupazione di Piacenza) è giusta, perchè ella è vostra e da voi operata...»

[101]. Delle orazioni scritte da molti uomini illustri de’ nostri tempi, raccolte da Francesco Sansovino; Venezia 1661: e spesso ristampate con cambiamenti.

[102]. Trajano Boccalini, negli spiritosi suoi Ragguagli del Parnaso, introduce uno Spartano, che, per aver detto in tre parole ciò che poteva in due, è condannato a leggere il Guicciardini: scorsene alcune pagine, va e implora piuttosto le galere che quel supplizio. Vaglia d’esempio questo periodo, che pure è dei discreti, e che riferisco anche per le molte e belle e ben dette sentenze: — Queste cose dette in sostanzia dal cardinale (di san Pietro in vincola), ma secondo la sua natura più con sensi efficaci e con gesti impetuosi ed accesi, che con ornato di parole, commossero tanto l’animo de’ re, che non uditi più se non quegli che lo confortavano alla guerra, partì il medesimo dì da Vienna, accompagnato da tutti i signori capitani del reame di Francia, eccetto il duca di Borbone, al quale commesse in luogo suo l’amministrazione di tutto il regno, e l’ammiraglio, e pochi altri, deputati al governo ed alla guardia delle provincie più importanti; e passando in Italia per la montagna di Monginevra, molto più agevole a passare che quella di Monsanese, e per la quale passò anticamente, ma con incredibile difficoltà, Annibale cartaginese, entrò in Asti il dì nono di settembre dell’anno mille quattrocentonovantaquattro, conducendo seco in Italia i semi d’innumerabili calamità e d’orribilissimi accidenti e variazioni di quasi tutte le cose, perchè dalla passata sua non solo ebbero principio mutazioni di Stati, sovversione di regni, desolazioni di paesi, eccidj di città, crudelissime uccisioni, ma eziandio nuovi abiti, nuovi costumi, nuovi e sanguinosi modi di guerreggiare, infermità in sino a quel dì non conosciute, e si disordinarono di maniera gl’instrumenti della quiete e concordia italiana, che non si essendo mai potuti raccordare, hanno avuto facoltà altre nazioni straniere ed eserciti barbari di conculcarla miserabilmente e devastarla; e per maggiore infelicità, acciocchè per il valore del vincitore non si diminuissero le nostre vergogne, quello, per la venuta del quale si causarono tanti mali, se bene dotato sì ampiamente de’ beni della fortuna, era spogliato quasi di tutte le doti della natura e dell’animo, perchè certo è che Carlo insino da puerizia fu di complessione molto debole e di corpo non sano, di statura piccolo e d’aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità de gli occhi) bruttissimo, e l’altre membra sproporzionate, in modo che pareva quasi più simile a mostro che a uomo, nè solo senza alcuna notizia delle buone arti, ma appena gli furono cogniti i caratteri delle lettere; animo cupido d’imperare, ma abile più ad ogni altra cosa, perchè aggirato sempre da’ suoi, non riteneva con loro nè maestà nè autorità; alieno da tutte le fatiche e faccende, ed in quelle, alle quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudizio; se pure alcuna cosa pareva in lui degna di laude, risguardata intrinsecamente, era più lontana dalla virtù che dal vizio; inclinazione alla gloria, ma più presto con impeto che con consiglio; liberalità, ma inconsiderata e senza misura o distinzione; immutabile talvolta nelle deliberazioni, ma spesso più ostinazione mal fondata che costanza; e quello che molti chiamavano bontà, merita più convenientemente nome di freddezza e di remissione d’animo».

[103]. Lo Scisma d’Inghilterra del Davanzati è traduzione o compendio di Nicolò Saunders, illanguidito dal passare in silenzio la parte politica; pure è savio il giudizio che, sul fine, dà intorno ad Enrico VIII.

[104]. Il Napione, ne’ Piemontesi illustri, ha coraggio di lodare l’armonica brevità de’ costui periodi, la rapidità della narrazione e la nativa semplicità.

[105]. È pur notevole che la prima traduzione dell’Eneide in francese è d’un anonimo del 1483, oggi illeggibile, mentre noi leggiamo i Fatti di Enea, anteriori di due secoli. Lemaire de Belges, che viaggiò in Italia nel 1508 e 9, scrisse la Concorde de deux langages, ove disputa sulla preminenza tra il francese e l’italiano, e concede la superiorità di questo nel tempio d’Amore, ma l’eguaglianza nel tempio di Minerva. Or bene, egli non può opporre a Dante che Jean de Meung, autore del Romanzo della Rosa, e a Boccaccio e Petrarca, Crétin e Meschinot; autori ignoti fino ai più eruditi francesi, mentre noi leggiamo tuttodì que’ nostri.

[106]. Nota al lib. I. c. 9, Politic.

[107]. Fu edito nello Spicilegium del Maj.

[108]. Lettere, nell’edizione de’ Classici, tom. III. c. 218.

[109]. — Di grazia, signor Bernardo, quando vi scrivo da qui innanzi, stracciate le lettere, chè io non ho tempo di scrivere quasi a persona, non che di fare ogni lettera col compasso in mano; e questi furbi libraj stampano ogni scempiezza. Fatelo, se volete ch’io vi scriva alle volte: altramente mi protesto che non vi scriverò mai. Dico questo in collera, perchè adesso ho visto andare in processione alcune mie letteraccie, che me ne sono vergognato fin dentro l’anima».

[110].

Te sola amo e te solo amare, Lisetta, desio,

Che sol tra l’altre degna d’amor mi pari.

Giusto guiderdone deh rendimi dunque, Lisetta,

E come te sol amo, pregoti me sol ama.

[111]. Giammaria Barbieri di Modena stette molti anni in Francia per istudiare i poeti provenzali, dai quali esso induceva l’origine della poesia italiana; ricco di cognizioni e di manoscritti tornò in patria, e chiese la collaborazione del Castelvetro; ma morì, non lasciando compiuto che un trattato sull’origine della poesia rimata.

[112]. Quando gli stranieri irrompevano contro Pavia, fece una canzone, ove dice:

Eran tutta la turba di Guascogna

I vil fanti di Francia anime ladre

Contro l’alma Pavia giurati insieme

Co’ pastor di Lamagna e mille squadre

D’altri Tedeschi: ed oh nostra vergogna!

Con loro Italia preme.

Bastarda Italia, ahi che il cor m’arde, e teme

D’accoglier tutto a un tempo un sì gran fascio;

Questo in disparte or lascio,

Chè ’l primo carco pur troppo mi pesa, ecc.

Tutte accampate son le schiere inique;

Come le rive, il Barco arme risuona,

Già son piantati i fulmini infernali.

[113]. Novantasei opere del Sansovino cataloga il Cicogna, Iscrizioni venete, tom. IV. p. 40.

[114]. Se altro mancasse, citerei l’Oliviero e l’Orlando colla durindana in pugno, scolpiti sulla facciata di San Zeno a Verona.

[115].

Io ti rispondo: era così permesso,

Era nato costui per ingannarlo,

E convenìa che gli credesse Carlo.

Cap. XXVIII. 15.

[116].

Hoc olim ingenio vitales hausimus auras,

Multa cito ut placeant, displicitura brevi.

Non in amore modo mens hæc, sed in omnibus impar

Ipsa sibi, longa non retinenda mora.

Carmina, lib. II.

[117]. Nel III. 25, Melissa predice che da Ruggero nascerà un fanciullo, il quale sarà in ajuto di Carlo contro i Longobardi.

[118]. V’è una fontana bella e ben intesa, fatta come un padiglione ottagono, coperta da un cielo d’oro colorito di smalti, e sostenuto col braccio manco da otto statue, ognuna delle quali nella destra ha un corno d’Amaltea da cui versa acqua; poi pilastri in forma di donne, che fermano ciascuna il piede sugli omeri di due immagini, con la bocca aperta, e con lunghe ed amplissime scritture in mano.

[119]. Un’Allegoria sopra il Furioso fu stampata nel 1584 da Giuseppe Bonanome, dedicandola al cavalier Bonifazio Agliardi bergamasco, «che in sostegno della patria era stato un Sobrino, un Nestore, un saggio senatore, senza mancargli punto di consiglio ne’ turbolentissimi tempi, e adoperandosi sempre con sommo studio e fatica e come privata e pubblica persona».

[120]. L’Ariosto diede il suo poema da correggere ad Annibale Richi senese, capitano: e il Muzio fa le grosse meraviglie che si valesse «d’un soldato senese che di lingua toscana sapeva quanto egli ne aveva appreso dalla mamma». Questa condizione, per chi non sia un pedante, è appunto la meglio opportuna a diligenze di tal genere.

[121]. Non è mio costume domandar perdono della verità. Ma voglio dire come, fa alquanti anni, credetti dover mio avvisare altamente i padri e i maestri del danno a cui esponevano la gioventù col darle in mano questo scrittore, che fra’ nostri è il più pericoloso perchè il più bello. Mi si levò ’ncontro la sfuriata de’ pedanti vecchi e de’ nuovi, e fu chi, a nome dell’Italia, mi sfidava a disdire o a provare l’ingiuria fatta al gran poeta. Miserabili! Inchinatevi agl’idoli del bello; ornate di balocchi i sonni e le orgie della vostra patria. Noi sentiamo nelle lettere una vocazione, un sacerdozio; noi abbiam bisogno, abbiamo dovere di ammonir la gioventù, e di avvezzarla a torcere dal bello, quando nemico del buono.

[122].

Qui tra servi d’amor s’annulla e sprezza

Nobiltà d’alma, lealtade e fede,

Quanto gemme e tesor s’onora e prezza.

Ben vi so dir che qui negletto siede

Parnaso, e i lauri, e che all’argento e all’oro

Febo, Vener, Minerva e Marte cede;

Qui non bisogna ordir sottil lavoro

Per adempir le sue bramose voglie,

Chè ricchezze mostrar basta con loro.

[123]. Gli furono pagate ducento scudi romani.

[124]. A lei scriveva tra le altre belle cose: — Non fate come per avventura fare a Torquato vostro alcune volte avete visto, che sendogli tolto un pomo o alcun altro frutto per forza, tutti gli altri che si ritrovava in mano per dispetto ha in terra gettati; volendo voi per questo fuggire e gettar via ogni specie di consolazione e di piacere».

[125]. Lettera 4 maggio a Girolamo Ruscelli: — Non dubito che lo scrittore di questa leggiadra e vaga invenzione l’ha in parte cavata da qualche istoria di Bretagna, e poi abbellitala e ridottala a quella vaghezza che il mondo così diletta; e nel dare quel nome della patria ad Amadigi, tengo per fermo che abbia errato, non per dare quella reputazione alla Francia, ma per non aver inteso quel vocabolo Gaula, il quale nella lingua inglese vuol dir Gallia. Nè io per altro (se non m’inganno) credo che il primogenito del serenissimo re d’Inghilterra si faccia principe di Gaula nominare, che per le ragioni che detto re pretende d’avere sopra il regno di Francia. E che sia vero che l’autore si sia ingannato nell’interpretazione, o meglio dir traduzione di quella parola Gaula, e che chi prima scrisse questa istoria volesse intender della Francia, vedete nel II libro al cap. 20, dove Gaudanello, invidioso della gloria e grandezza d’Amadigi, dice al re Lisuarto queste parole: — Già sapete, signore, come gran tempo fu discordia fra questo regno della gran Bretagna e quel di Gaula, perchè di ragione quello deve essere a questo soggetto, come tutti gli altri vicini vi sono, e ci conoscono voi per superiore». Dalle quali parole si può agevolmente conghietturare, che costui non volesse intendere d’altro regno che di quello di Francia. Ma perchè potrei facilmente in questa come in molte altre cose ingannarmi per non aver pratica nelle cose d’Inghilterra più che tanto, vi supplico che, avendo comodità, o dall’ambasciadore d’Inghilterra o da altri che più di questo particolare vi possino dar notizie, d’informarvene, me ne scriviate».

[126]. E non il Rucellaj; il quale nella dedica delle Api gli scrive: — Voi foste il primo che questo modo di scrivere in versi materni liberi dalle rime poneste in luce».

[127].

Io son pur giunto al desiato fine

Del faticoso e lungo mio poema,

Che fatto è tal che non avrà più tema

Di tempo e guerre, o d’altre empie ruine;

Anzi di poi che al natural confine

Giungerà l’alma, e dopo l’ora estrema,

Spera aver laudi ancor quasi divine.

[128].

Sia maledetta l’ora e il giorno, quando

Presi la penna, e non cantai d’Orlando.

[129]. Nella dedica delle Lettere facete e piacevoli di diversi grandi uomini et chiari ingegni. Venezia 1565.

[130].

Viveva allegramente

Nè mai troppo pensoso o tristo stava...

Era faceto, e capitoli a mente

D’orinali e d’anguille recitava...

Onde il suo sommo bene era il giacere

Nudo, lungo disteso; e il suo diletto

Era non far mai nulla e starsi a letto.

[131].

O poveri infelici cortigiani,

Usciti dalle man de’ Fiorentini

E dati in preda a Tedeschi e marrani,

Che credete che importin quegli uncini

Che porta per impresa quest’Arlotto,

Figliol d’un cimador di pannilini?

[132].

Empio signor, che della roba altrui

Lieto ti vai godendo e del sudore,

Venir ti possa un canchero nel core

Che ti porti di peso a’ regni bui.

E venir possa un canchero a colui

Che di quella città ti fe signore;

E s’egli è altri che ti dia favore,

Possa venir un canchero anche a lui.

[133].

Come m’insegna la natura e mostra,

Così scrivo senz’arte, e così parlo.

[134]. Ma prima di lui Giovan Giorgio Arione d’Asti avea pubblicato Opera jocunda metro maccheronico materno et gallico composita, con lodi a Carlo VIII e Luigi XII. Nelle sue commedie costui ritrasse troppo al vivo la depravazione de’ nobili e del clero, onde dovette ritrattarsi, e i suoi libri furono arsi dal Sant’Uffizio.

[135].

Di salnitro e di solfo oscura polve

Chiude altri in ferro cavo, e poi la tocca

Dietro col foco, e in foco la risolve,

Onde fragoroso suon subito scocca,

Scocca e lampeggia, ed una palla volve,

Al cui scontro ogni duro arde e trabocca:

Crudel saetta che imitar s’attenta

L’arme che il sommo Dio dal ciel avventa.

[136]. Di se stessa cantava:

Un sol dardo pungente il petto offese

Sì ch’ei riserba la piaga immortale

Per schermo contro ogni amoroso impaccio.

Amor le faci spense ove le accese,

L’arco spezzò nell’avventar d’un strale,

Sciolse ogni nodo all’annodar d’un laccio.

Nel 1558 si stampò un Tempio alla divina signora Giovanna d’Aragona, poetessa, moglie di Ascanio Colonna. Laura Battiferri, figliuola naturale d’un Urbinate e moglie dello scultore Ammanato, fece poesie, la più parte sacre, ed ebbe gran lodi da Bernardo Tasso, da Annibal Caro, da Benedetto Varchi. Isotta Brembati bergamasca fu poetessa lodatissima; sapeva latino e francese; in spagnuolo potè trattare affari proprj nel senato di Milano. Lucia Bertani genovese univa alla bellezza virtuosa il talento del poetare, e molto s’industriò per rappacificare il Castelvetro col Caro. Giulia Rigolini padovana scrisse in lode dell’Aretino, che la ripagò d’encomj; e fra i molti che la encomiarono, lo Scardeoni dice che compose rime e novelle al modo del Boccaccio insigni argumento, artificio mirabili, eventu vario et exitu inexpectato. Ersilia Cortese del Monte, nipote del cardinal Gregorio Cortese e moglie d’un nipote di Giulio III, fu lodata assai pe’ suoi versi, ma più per la virile virtù, con cui nello stato vedovile perseverò contro i tanti che vagheggiavano i meriti di lei o forse le signorie di cui l’avea dotata papa Giulio. Suor Lorenza Strozzi, domenicana di Firenze, scrisse centoquattro canti latini, più volte stampati e messi in musica, e che si cantavano per le chiese. Ponno aggiungersi Isabella d’Este, Argentina Pallavicino, Bianca e Lucrezia Rangone, Francesca Trivulzio, Maria di Cardona, Malvezzi, Angiola Sirena, Claudia della Rovere, Laura Terracina, le lucchesi Silvia Bandinelli e Clara Matriani, ecc. Vedansi Chiesa, Teatro delle donne letterate; Luisa Bergalli, Raccolta delle più illustri rimatrici d’ogni secolo; conte Leopoldo Ferri, Le donne letterate.

[137]. A Parma nel 1414 si diè nella cattedrale una rappresentazione dei tre re Magi: nel 1481 la storia di Abramo ed Isacco, probabilmente quella di Feo Belcari. Pezzana, ad annum.

[138]. Sansovino, Venetia città nobilissima e singolare; colle giunte dello Stringa.

[139]. O nelle lettere di Isabella d’Este al marito Francesco Gonzaga, edite nell’Archivio storico.

[140]. Biografia universale; traduzione veneta, in Plauto.

[141]. Il Campi scrive che Francesco Affaitati, ricchissimo e nobile cremonese, fu della Compagnia della Calza, «la quale è solita di farsi alle volte con tal splendore, che i primi principi d’Europa si recavano a grandissimo onore l’esservi o ricevuti o invitati».

De’ grandiosi apparati che accompagnavano la recita delle commedie è prova una lettera del Vasari a Ottaviano de’ Medici, a proposito delle grandi pitture ch’ei fece quando l’Atalanta dell’Aretino fu recitata dai Sempiterni in Venezia. Ancor più magnifici descrive gl’intermezzi pel matrimonio del granduca Francesco con Giovanna d’Austria.

[142]. Lettere di C. Castiglioni.

[143]. Di una particolare favola scenica di Aurelio Vergerio parla così il Muzio nell’Arte poetica:

Il mio Vergerio già felicemente

Con una sola favola due notti

Tenne lo spettator più volte intento.

Chiudean cinque e cinque atti gli accidenti

Di due giornate; e ’l quinto, ch’era in prima,

Poi ch’avea ’l caso e gli animi sospesi,

Chiudeva la scena ed ammorzava i lumi.

Il popolo, infiammato dal diletto,

Ne stava il giorno che veniva appresso,

Bramando ’l fuoco de’ secondi torchi;

Quindi correa la calca a tutti i seggi,

Vaga del fine, ed a pena soffriva

D’aspettar ch’altri ne levasse i velti.

[144]. Sin dal 1502 era conosciuta una Sinfonisba in ottave di Galeotto Del Carretto da Casal Monferrato, autor di commedie in versi e d’una cronaca del Monferrato. Vedi Monum. Hist. patriæ.

[145]. Ancor manoscritta fu criticata e sostenuta calorosamente, ed egli la difese con cinque lezioni, donde botte e risposte clamorose.

[146]. Non 1508, come in Tiraboschi.

[147]. Vedi principalmente il prologo alla Strega che è recitato dal Prologo e dall’Argomento.

[148]. Sansovino, lib. X. p. 450.

[149]. Fra questi pantomimi merita ricordo la famiglia Grimaldi, che si trapiantò in Inghilterra, e da cui uscì il famoso clown Giuseppe Grimaldi, morto nel 1857, e che scrisse le proprie memorie, all’edizione delle quali assistette lo spiritoso romanziere Dickens.

[150]. Molière copiò molto dal Candellajo di Giovanni Bruno, dall’Assiuolo di Gianmaria Cecchi, dai Suppositi dell’Ariosto, dall’Emilia di Luigi Grotto, dalla Trinuzia del Firenzuola.

Nella Memoria, premiata dall’Accademia francese il 1852 intorno all’Influenza dell’Italia sulle lettere francesi, Rathery scrive: C’est par le côté régulier que le théâtre italien a dû plaire à l’école de Ronsard et de Dubelloy. C’est là que Lazare de Baïf, Thomas Sebilet, Jodelle et Garnier puisèrent leurs imitations de sujets grecs..... Pour compléter la ressemblance, il y eut aussi chez nous, à côté de cette école classique, une autre veine comique plus franche, et qui, bien que représentée par un auteur italien d’origine, peut passer pour la chaîne qui relie à Molière nos vieux gabeurs français. Pierre de Larivey (L’Arrivato) était fils d’un des Giunti, cette famille d’imprimeurs florentins ou vénitiens, venu à Troyes à la suite d’artistes ou de banquiers du même pays. Son théâtre se compose de traductions ou d’imitations d’italien, non pas de pièces régulières, mais des imbroglio, improvisades, commedie dell’arte, parade de la foire: en un mot, de tout ce répertoire anonyme et non imprimè, qui subsista de tout temps en Italie à côtè du théâtre classique. Tel est le fond qui, chez Larivey, s’échauffe de la verve gauloise, et s’assaisonne du sel champenois.

[151]. Milano 1496. È il primo libro ove s’imprimessero note musicali, con caratteri di legno.

[152]. Cristoforo Landino nel commento di Dante.

[153]. Almeno l’opera più antica ch’io conosca è l’Orbecche, tragedia di Cintio Giraldi, rappresentata in Ferrara in casa dell’autore il 1541, dinanzi ad Ercole II d’Este, quarto duca di Ferrara; fece la musica Alfonso della Viola; fu architetto e dipintore Girolamo Carpi ferrarese.

[154]. A quest’ultimo il Grillo scriveva: — Ella è padre di nuova maniera di musica, o piuttosto di un cantar senza canto, di un cantar recitativo, nobile e non popolare, che non tronca, non mangia, non toglie la vita alle parole, non l’affetto: anzi glielo accresce raddoppiando il loro spirito e forza. È dunque invenzione sua questa bellissima maniera di canto, o forse ella è nuovo ritrovatore di quella forma antica, perduta già tanto tempo fa nel vario costume d’infinite genti, e sepolta nell’antica caligine di tanti secoli. Il che mi si va più confermando dopo l’essersi recitata sotto cotal sua maniera la bella pastorale del signor Ottavio Rinuccini, nella quale, coloro che stimano nella poesia drammatica e rappresentativa il coro essere ozioso, possono benissimo chiarirsi a che se ne servivano gli antichi, e di quanto rilievo sia in simili componimenti».

[155]. Tiraboschi, vol. XII. pag. 1560.

[156]. Giraldi, Discorsi di varie considerazioni di poesia, p. 78; Crescimbeni, Storia della poesia, tom. I. p. 361.

[157]. Morì intendente delle finanze di Francia nel 1575 a ottantasei anni, e lasciò la più ricca collezione di libri e di medaglie che fosse colà.

[158]. Aretino, Lettere, tom. I, p. 205. — Sono della più stupenda gonfiezza le lodi che l’Alunno dà a se stesso per l’abilità calligrafica. Della quale ebbe gloria anche il patrizio milanese Gianfrancesco Cresci, che superò il napoletano Giambattista Palatino, inventò la scrittura cancelleresca, stampò opere e modelli, e fu a servizio di Pio V e del cardinale Federico Borromeo.

[159]. Condivi, Vita di Michelangelo, § LVII.

[160]. Da un quadro dell’Università romana nel 1514 si raccoglie che mastro Luca di Borgo avea cenventi fiorini l’anno per insegnare le matematiche; Guarino, trecento pel greco; Angelo di Siena medico, cinquecentotrenta; Scipione Lancelloti pur medico, cinquecento; in ogni rione di Roma v’era un maestro di grammatica a cinquanta fiorini. I corsi cominciavano il 3 novembre; faceasi lezione mattina e sera, ed anche i giorni festivi. V’erano sei professori di retorica, undici di diritto canonico, venti di diritto civile, quindici di medicina, cinque di filosofia morale.

[161]. Gian Bologna ad essi scriveva ora, al dir suo, philosofesco, ora a lo escoultoresco, ma sempre barbaramente; e per es.: — O ricevuto duo suo amorevola alquanto don medesimo tenore, el quale infinitamente ringratia vostra signoria del bona offitio aver fatta apresa a sua Altezza serenissima per conto di quele giovano di Sachognia ecc.».

[162]. Promisit duci... annis singulis una vel iterata vice dare, præsentare, tradere duos libros qui sint jucundæ et delectabilis lectionis pro captu animi ejus excellentiæ, in hoc satis noti ipsi feudatario, sub pœna dupli sólemni stipulatione promissa. Ap. Tiraboschi. Doveano essere libri suoi o d’altri?

[163]. Del duca d’Urbino l’Atanagi scriveva:

Anime belle e di virtude amiche,

Cui fero sdegno di fortuna offende,

Sì che ven gite povere e mendiche

Come a lei piace che pietà contende,

Se di por fine alle miserie antiche

Caldo desio l’afflitto cor v’accende,

Ratte correte alla gran Quercia d’oro,

Onde avrete alimento, ombra, ristoro.

[164]. Ce li conservò l’Aretino, e riduconsi a un bisticcio:

Quel generasti di cui concepisti,

Portasti quel di cui fosti fattura,

E di te nacque quel di cui nascesti.

[165]. Campi, Storia di Cremona, al 1571.

[166].

Finchè me ne rimembre, esser non puote

Che di promesse altrui mai più mi fidi.

La sciocca speme a le contrade ignote

Salì del ciel quel dì che ’l pastor santo

La man mi strinse e mi baciò le gote. (Satire).

Nel Ginguené il bene che Leon X fece alle lettere est si incontestable et si grand, qu’il couvre toutes ses fautes; pt. II, c. 1. Di Clemente VII dice: Cette tête si forte ou du moins si ténace!

[167].

Opra che in esaltarlo abbia composta

Non vuol che ad acquistar mercè sia buona;

Di mercè degno è l’ir correndo in posta...

S’io l’ho con laude ne’ miei versi messo,

Dice ch’io l’ho fatto a piacere e in ozio;

Più grato fora essergli stato appresso. (Satire).

«È una baja che fosse coronato» dice dell’Ariosto Virginio suo figlio. Jacopo Nardi nel prologo della Commedia d’Amicizia chiede compatimento sul poco merito di questa, giacchè non v’è oggi chi pareggi «gli antichi esempj de’ poetici ingegni»:

Ma sia chi a me insegni

In questa nostra etate

Augusto o Mecenate,

Il qual conforti e sproni,

Porga sussidj e doni

Agli animi gentili,

I qual diventan vili

Vedendosi negletti,

Conculcati ed abjetti,

E senza alcuno onore.

Chi a virtù porti onore

Non trovo di mille uno,

Benchè benigno alcuno

E grato esser conosco.

[168]. Il Tiziano scrive a Carlo V: — Restami di supplicare l’Altezza di vostra maestà di concedermi grazia che la provvisione mia sopra la camera di Milano di scudi duecento, di cui non ho mai ricevuto cosa alcuna, e così delle tratte delle trecento carra di grano del regno di Napoli, e della pensione della naturalezza di Spagna di scudi cinquecento per mio figliuolo, abbino ormai quella espedizione che si ricerca alla cortesia di vostra maestà e alli bisogni del servo suo poter soddisfare con la sua liberalità alla dote di mia figlia».

E più tardi a Filippo II, mandandogli la Cena, scrive ancora: — Se è stata giammai grata in qualche parte la mia lunghissima servitù, ella si degni di compiacersi ch’io non sia più tanto lungamente tormentato da’ suoi ministri in riscuotere le mie provvisioni, acciocchè io possa più tranquillamente vivere questi pochi giorni che mi restano... senza spenderne la maggior parte, come mi convien fare al presente, in iscrivere or qua or là a diversi suoi negoziatori, non senza mio gravissimo dispendio, e quasi sempre indarno per avere quel poco denaro che posso appena trarre dopo molto tempo».

[169]. Decreto del senato 29 agosto 1560.

[170]. Sono sei mesi passati ch’io diedi una mia canzone indirizzata all’eccellenza vostra, al suo segretario in Venezia, a fine che gliela facesse capitar nelle mani, come mi promise di fare, e come il dovere vorrebbe che avesse fatto. Non ho avuto fino al dì d’oggi alcuna risposta nè da lei in iscritto, nè dal suo segretario, nè in alcun altro modo; mi pare impossibile, se l’avesse avuta, che non m’avesse almeno renduto canzon per canzone, come pare che da un tempo in qua si sia cominciato ad usare... Nel caso dunque che detta mia canzone non le sia pervenuta, io la prego che faccia che don Silvano gliela presti, e la legga, che non dubito di avere quella cortese risposta che si conviene alla sua grandezza. Che don Silvano n’abbia copia ne sono sicuro, perchè non solo mi rispose d’averla avuta, e me ne ringraziò con parole, ma in ricompenso mi mandò un ricco presente di lavori di tele sottilissime, non da frati, ma da papi, e di tal valore, che se i principi, a’ quali ho scritto, mi avessero presentato a proporzione a quel modo, io mi troverei aver più tele e più lavori nelle casse, che versi in istampa... Torno a dire che vostra eccellenza parli un poco con don Silvano, che mi conosce, e, al modo suo di procedere, mostra aver giudizio e conoscere il buono; e mi perdoni se per risentirmi contro un disprezzo, che mi pare patire a torto, sono uscito alquanto dei termini; che non resta per questo ch’io non le sia quel devotissimo servitore che dicono i miei versi, ai quali riportandomi farò fine, pregando a lei ogni felicità, ed aspettando a me risposta da duca e non da sofista. Di Venezia il dì 22 maggio di 1563». È pubblicata dal Gamba nelle Memorie dell’Ateneo veneto, ed è lunghissima.

[171]. Lettere, pag. 19. E a messer Girolamo Anglerio a Pisa, la vigilia di carnevale 1522, scrive: — Vorrei bene che (il cardinale di Tornone) mi raccomandasse al signor cardinale di Guisa, che facesse che il vescovo di Tul fosse uomo da bene, con pagarmi la pensione per l’anima del magnanimo re Francesco e per la felicità del generosissimo re Enrico, li quali sono stati finquì onoratamente celebrati da me... Se vi venisse fatto di parlare al signor cardinale Montepulciano, vogliate pregarlo si degni nelle sue lettere al signor cardinale Poggio di ricordargli la promessa opera circa il farmi pagare la pensione di Pamplona. E perchè il denaro est hodie sanguis secundus, pregate un poco il signor cardinale Maffeo che mi renda agevole il signor Bozzuto con esortare ancora lippomaniter il signor Francesco Corona a voler essere galantuomo, e non troppo riservato erga veteres servitores lippomanæ domus».

[172]. Archivio storico, appendice, vol. II. 322.

[173]. Historia, lib. XII e XXI.

[174]. Dedica delle Epigrafie.

[175]. «Dammi la cetra omai, musa gentile»; così comincia egli, e ab uno disce omnes.

[176]. Niceron, Memorie, tom. XXI, p. 115.

[177]. — Io certamente per essere di me sparsa opinione che alquanto ne partecipassi (della pazzia), so bene quanta comodità e quanti vantaggi n’ho riportato: altri di me si rideva, ed io lor tacitamente uccellava; e godendo de’ privilegi pazzeschi, sedeva quando altrui, che ben forbito si teneva, stavasi ritto; coprivami quando altri stava a capo ignudo; e saporitamente dormiva quando altri non senza gran molestia vegliava». Landi, Parad. 5 del lib. I.

[178]. Prologo dell’Orazia.

[179]. Scriveva a madonna Lucietta Saracina: — Per non sapere con qual sorta di gratitudine ricompensare i saluti che mi mandate per bocca del di voi signor Gasparo senza menda e senza inganno consorte, mi è parso di mio uffizio e di mio debito il commettere con i prieghi ad Alessandro Vittoria che, subito costì giunto in Vicenza, l’idea del volto vostro rassempli».

[180]. Al cardinale di Mantova scrive: — Io mi credo che oggi mai si sappia con che sorte siano in grado le mie composizioni, massimamente quelle che si fanno temere; e chi mancasse di tal notizia, può domandare il caso del Brocardo, la brava memoria del quale fulminata fra loro, se ne morì col testimonio di tutta Padova». E a Bernardo Tasso: — Io che vi sono più fratello in la benevolenza che voi non mostrate d’essermi amico in l’onore, non mi credevo che il sereno del mio animo dovesse mai più comprendersi dalla sorte di que’ nuvoli, che dopo i tuoni e i baleni scoppiarono nel folgore che mandò Antonio Brocardo sotterra».

[181].

Sotto Milan dieci volte, non ch’una,

Mi disse: Piero, se di questa guerra

Mi campa Dio e la buona fortuna,

Ti voglio insignorir della tua terra.

[182]. Lib. II. p. 148.

[183]. Lib. I. p. 102.

[184]. Ad Ersilia del Monte, nipote di Giulio III.

[185]. Vedi la sua vita nel Mazzuchelli, pag. 57.

[186]. E altrove: — Vi giuro, per quanta riverenza porto alla molta virtù vostra, che, ogni volta che da voi ricevo lettere, divengo cara a me stessa, e mi persuado esser qualche cosa, dove che, senza esse, mi tengo niente..... Amatemi quanto vi onoro».

[187]. Lettera XXXVI. È notevole che tutti quelli che scrivono all’Aretino, adoprano gonfiezze e metafore e bisticci. Qui il Vasari gli dice: — Non posso fare che non lo ricordi, e ricordandomi che di me non era ricordo se lui di me ricordato non si fosse». E in un’altra lettera: — Sì come Febo con i suoi lucentissimi raggi, scoprendosi dopo la venuta dell’aurora, lumeggia col suo lampeggiar chiarissimo i colli, ed universalmente la gran madre nostra antica, dando quel nutrimento che dà il vitto alle figure create da lei; così mi hanno inluminato l’animo, così mi ha ingagliardito le forze la virtù del romore della voce di voi, tinta da sì avventurati inchiostri; di maniera che ne ringrazio Dio, avendovi messi i candidi fogli dinanzi alle luci, e con la destra presa la penna e scrittomi ecc.». E su questo tono van anche le altre di quello scrittore così piano e ingenuo.

[188]. Per quanto amico del Tiziano, ecco come l’Aretino parlava d’un suo mirabilissimo ritratto:

«A Cosimo I, da Venezia 17 ottobre 1545.

Padron mio. La non poca quantità de’ denari che messer Tiziano si ritrova, e la pur assai avidità che tiene di accrescerla, causa che egli, non dando cura a obbligo che si abbia con amico, nè a dovere che si convenga a parente, solo a quello con istrana ansia attende che gli promette gran cose; onde non è maraviglia se, dopo avermi intertenuto sei mesi con la speranza, tirato dalla prodigalità di papa Paolo, essere andato a Roma senz’altrimenti farmi il ritratto dell’immortalissimo padre vostro, la cui effigie placida e tremenda vi manderò io e tosto, e forse conforme a la vera, come di mano dal prefato pittore uscisse: intanto eccovi lo stesso esempio della medesima sembianza mia, del di lui proprio pennello impressa. Certo ella respira, batte polsi e move lo spirito nel modo ch’io mi faccio in la vita; e se più fossero stati gli scudi, che gliene ho dati invero, i drappi sarieno lucidi, morbidi e rigidi, come il da senno raso velluto e broccato. Della catena non parlo, però che ella è solo dipinta che sic transit gloria mundi».

[189]. — Sempre dovrebbono essere uniti tutti i membri con il buon capo; però se ne fu mai alcuno bonissimo, la maestà di Carlo V è uno di quelli; al quale io son devotissimo servitore, e per esaltazion sua vo giorno e notte investigando, come io possi mostrarmi grato et a sua maestà et a chi fa per l’onor di quella onorate imprese. Vostra eccellenza debbe dunque sapere come Lodovico Domenichi piacentino è uno dei grandissimi traditori che vadi per il mondo, e per quel ch’io possa comprendere, teneva già con un fuoruscito o rubelle del duca di Piacenza trattato contro sua maestà, come per questa inclusa vostra signoria potrà immaginarsi: il qual rubelle doveva aver ottenuto grazia, se faceva qualche tradimento, come si può congetturare per questa lettera, la quale è scritta di mano del segretario, detto Anton Francesco Riniero. Che questo Lodovico Domenichi sia nemico di sua maestà cesarea, n’apparisce da un sonetto (perchè è poeta) stampato, del quale io ne mando la copia; e che sia nemico di vostra signoria illustrissima è chiarissimo (ancor ch’una candela non può far ombra al sole), perchè ha fatto un altro sonetto contro a Mantova, dove già dovette esserne cacciato per qualche sua bontà: ma piuttosto credo ch’egli tenga odio particolare a vostra signoria perchè i suoi ministri di giustizia appiccarono ai merli di Pavia, dico del castello, un fratello di questo Lodovico; però il mal uomo, cattiva lingua e peggior fatti, tratta di tornare a Piacenza, dove io penso che non ci sia bontà nessuna in lui, perchè la vigilia del carnevale andò a Roma, e subito tornò. Vostra signoria illustrissima veggia queste cose, e le tacci seguendo l’orme e i vestigi di questo tristo, acciò che non venisse in danno qualche cosa o in vitupero di sua maestà o del suo Stato. La prego bene a non li far dispiacere e perdonargli, piuttosto scusandolo appassionato che maligno. Vostra signoria illustrissima mi perdoni s’io avessi favellato con poca riverenza, et incolparne l’amore ch’io porto alla cesarea maestà, e alla servitù ch’io tengo con tutti i personaggi pari a vostra signoria illustrissima, alla quale umilmente m’inchino, e le bacio la mano.

Di Firenze, alli 3 di marzo 1548.

Umil. servitore Anton Francesco Doni».

[190]. D’alloro fu dal duca Sforza coronato l’Albicante, cattivo poeta milanese, che punto nel Combattimento poetico del divino Aretino e del bestiale Albicante, rispose così furiosamente, che l’Aretino sentendolo capace di tenergli testa e di rinfacciargli i denari regalatigli, cercò riconciliarselo. Reso famoso da quell’inimicizia, altre ne agitò; e massime col Doni, contro il quale «usava bravure che avrebbero fatto smascellare gli elefanti». (Luca Contile), e volle che ogni amico suo scrivesse contra di quello.

[191]. Il famoso cancelliere L’Hôpital, ch’era stato in Italia, nel discorso al parlamento di Parigi 7 settembre 1560 dice: Peult dire qu’il a plus de procès au Chastelet de Paris, qu’en toute l’Italie.

[192]. Migliori dell’Artaud (Machiavelli, son génie et ses erreurs. Parigi 1825) sono i recenti studj di Gervinus sopra tutti i cronisti fiorentini, e di Teodoro Mundt su Machiavelli e l’andamento della politica europea, di Norrisson, e di molti altri.

[193]. — La cagione dell’odio, il quale gli era universalmente portato grandissimo, fu, oltra l’esser licenzioso della lingua, e di vita non molto onesta e al grado suo disdicevole, quell’opera, ch’egli compose e intitolò il Principe, ed a Lorenzo di Piero di Lorenzo, acciocchè egli signore assoluto di Firenze si facesse, indirizzò, nella quale opera (empia veramente, e da dover essere non solo biasimata ma spenta, come cercò di fare egli stesso dopo il rivolgimento dello Stato, non essendo ancora stampata) pareva ai ricchi, che egli di tor la roba insegnasse, e a’ poveri l’onore, e agli uni e agli altri la libertà. Onde avvenne nella morte di lui quello che pare ad avvenire impossibile, cioè che così se ne rallegrarono i buoni come i tristi; la qual cosa facevano i buoni per giudicarlo tristo, ed i tristi per conoscerlo non solamente più tristo, ma eziandio più valente di loro». Varchi, Storie, lib. III. p. 210.

— L’universale per conto del suo Principe l’odiava; ai ricchi pareva che quel Principe fosse stato un documento da insegnare al duca Lorenzo de’ Medici a tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la libertà; ai Piagnoni pareva che ei fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o valente di loro; talchè ognuno l’odiava. Fu disonestissimo nella vecchiaja, ma oltre alle altre cose goloso; onde usava certe pillole, avutane la ricetta da Zanobi Bracci, col quale spesso mangiava. Ammalò, parte per il dolore, parte per l’ordinario: il dolore era l’ambizione, vedendosi tolto il luogo dal Giannotto assai inferiore a lui... Ammalato cominciò a pigliare di queste pillole, e ad indebolire ed aggravare nel male; onde raccontò quel tanto celebrato sogno a Filippo, a Francesco del Nero ed a Jacopo Nardi, e così morì malissimo contento, burlando. Dice Pietro Carnesecchi (che venne seco da Roma con una sua sorella) che l’udì molte volte sospirare, avendo inteso come la città era libera. Credo che si dolesse de’ modi suoi, perchè infatti amava la libertà e straordinarissimamente, ma si doleva d’essersi impacciato con papa Clemente». Busini, Lettera XI.

[194]. Guicciardini gli scrive: — Tanto più che essendo voi sempre stato, ut plurimum, e stravagante di opinione dalla comune, e inventore di cose nuove ed insolite, penso ecc.». 18 maggio 1521.

[195]. In una lettera all’Aretino chiama esso duca «veramente degno d’esser principe, non solo di questa città, ma di tutta l’affannata, misera e tribolata Italia; perchè solo questo gran medico sanerìa le gravi infermità sue». E racconta come, allorchè doveva entrar Carlo V, esso duca sur un ronzino correva visitando i grandi apparecchi che si faceano: e «giungendo a San Felice in Piazza, dove io avevo fatto una facciata alta quaranta braccia di legname, con colonne, storie ed altri varj ornamenti, e vedendola del tutto finita, maravigliatosi per la grandezza e celerità, oltre alla bontà di quell’opera, dimandando di me, gli fu detto ch’io ero mezzo morto dalle fatiche, e che ero in chiesa addormentato sur un fascio di frasche per la lassezza: ridendo mi fece chiamare subito, e così sonnacchioso, balordo, stracco e sbigottito venendogli innanzi, presente tutta la corte, disse queste parole: — La tua opera, Giorgio mio, è per fin qui la maggiore, la più bella e meglio intesa e condotta più presto al fine, che quelle di questi altri maestri; cognoscendo a questo l’amore che tu mi porti, e per questa obbligazione non passerà molto che ’l duca Alessandro ti riconoscerà e di queste e dell’altre tue fatiche; ed ora, che è tempo che tu stia desto, e tu dormi?»; e presomi con una mano nella testa, accostatala a sè, mi diede un bacio nella fronte, e partì; mi sentii tutto commovere gli spiriti, che per il sonno erano abbandonati: così la lassezza si fuggì dalle membra affaticate, come se io avessi avuto un mese di riposo. Questo atto di Alessandro non fu minore di liberalità, che si fosse quello di Alessandro, quando donò ad Apelle le città ed i talenti e l’amata sua Campaspe».

[196]. Relazione dell’ambasciadore veneto Marco Foscari del 1527.

[197]. Mutinelli, Del costume veneziano.

[198]. Quod causatur quod in ipsa nostra civitate ipsæ mulieres in ea stare possunt libere, prout dicens et conveniens est in civitate libera prout est nostra, ex quo procedit quod vitium sodomiticum in ea radicatur et nimis incrementi suscipit, ac etiam ex defectu ipsarum mulierum multæ rixæ fiunt et scandala committuntur...

[199]. Filiasi, Memorie storiche, tom. III p. 263.

[200]. Galliciolli, Memorie venete, tom. I. p. 254, 262, 336; tom. III. p. 269, 272, ecc.

[201]. Bandello, part. III. nov. 42.

[202]. Lettere famigliari, cap. 41.

[203]. Archivio storico, app. VI. 18.

[204]. Il Cortigiano, lib. I.

[205]. De viro aulico et de muliere aulica.

[206]. Infessura, ad 1490.

[207]. Stato della Basilica di Santa Maria in Cosmedin, presso il Crescimbeni e negli Archiatri pontificj del Marini, Il vero progresso della festa d’Agone e di Testaccio ecc.

Nella Notizia della famiglia Boccapaduli, Marco Ubaldo Bicci riferisce molte curiosità intorno alle famiglie romane, e specialmente agli usi maritali avanti il Concilio di Trento. Nel 1525 davansi di dote ducati 3000; e 500 per l’acconcio, oltre le gioje e la cassapanca, detta sposareccia, che non mancava mai, spesso dipinta, talvolta intagliata. Nell’atto degli sponsali il padre donava allo sposo un boccale e bacile d’argento di 70 ducati. I due fidanzati congiungevano le mani e le bocche in segno di parentela, poi lo sposo metteva alla sposa l’anello. Nel 1521 s’ha uno stromento di dote di 2000 scudi, e 500 d’acconcio; in uno del 1536, di scudi 1700 e 300 d’acconcio; in uno del 1577, di 5000 ducati, oltre l’acconcio e le gioje. In essi stromenti sono descritti i doni, gli abiti, ecc. I donativi che facevano i nobili romani erano di 2, o 3, o 6 ducati; di 6, 8, o 12 fazzoletti e camicie; o abiti di raso, o drappi di damasco, di velluto cremisi, o tela d’oro. Lo sposo donava anelli e gioje.

[208]. Vedi Domenico Melini, Descrizione dell’entrata della reina Giovanna d’Austria in Firenze. Firenze 1566. Cicognara, Storia della scoltura, II. 249, ne fece una lunga nota col nome degli artisti che vi lavorarono.

[209]. Sansovino. Quarant’anni più tardi sono descritte le nozze della Morosini col doge Marin Grimani. Continuavansi le battaglie fra Nicolotti e Castellani, e su quella del 1521 abbiamo un poemetto che dice:

Per certe risse antighe de mil’ani

Ogn’ano se sol far una gran guera

De Nicoloti contra Castelani

Su ponti ora de legno, ora de piera.

A dar se vede bastonae da cani,

E chi cazzar in aqua e chi per tera

Con gambe rote e visi mastruzzai,

E qualcun de sta vita anche cavai.

[210]. L’iscrizione, che ancor si vede di fronte alla scala de’ Giganti, con bei fregi del Vittoria, dice: Magnificentissimo post hominum memoriam apparatu, atque alacri Italiæ prope universæ, suorum principum præsertim concursu. Possono quelle feste leggersi descritte dal Mutinelli, Annali urbani, pag. 148.

[211]. Morigi, Nobiltà di Milano, 353.

[212]. Archivio storico, pag. 325.

[213]. Nelle Memorie dell’illustre casa Russell, pubblicate di fresco.

[214]. Lettere di Principi a Principi, vol. I. p. 15.

[215]. Seme di tabacco fu spedito in Toscana il 1570 da Nicolò Tornabuoni ministro di Cosimo I alla corte di Francia, che l’ebbe dall’Hernandez, il quale l’avea trasportato d’America il 1520. Nel 1645 fu in Toscana ridotta privativa la coltura del tabacco.

[216]. Novelle, part. II. p. 47.

[217]. Nella Scaligeriana, stampata il 1669, si fa dire a Giuseppe Scaligero che «il Balbani, ministro italiano a Ginevra, portava in seno una berretta, che metteva entrando in chiesa, e predicando deponeva il cappello: gli altri pastori di Ginevra portavano tutti de’ berrettini piatti. Mio padre (Giulio Cesare) lo portava di velluto, piano a guisa d’un piatto, e gli cascava se si movesse. A Roma lo portavano tutti così quando io c’era. Io portai sempre berretto di velluto».

[218]. Lettere di Principi a Principi, III. 49.

[219]. Sanuto, Diarj all’anno.

[220]. Galliciolli, Memorie venete, tom. I. p. 262; Nani, Storia veneta, lib. VI della part. II. Il Cappelletti riferisce molti statuti suntuarj, e importa singolarmente quello del 4 gennajo 1644 che concerne i rettori delle città e fortezze, prescrivendo anche tutti i mobili. Un ordinamento intorno agli sponsali in Firenze, tra moltissime minuzie comanda: — Item che a le nozze non possa avere nè essere più di ventiquattro donne, de le quali ne sieno diece da parte della donna novella, e quattordice da parte de lo marito; e non s’intenda nel detto numero madre, sirocchia o altre donne, femmine o fancigli che siano residenti ne la casa de lo marito a uno pane e uno vino; nè più di diece uomini, nè più d’otto servidori, i quali non si possano vestire de niuno d’un assiso overo a intaglio; nè più di dui trombatori, uno naccarino, e dui altri jocolari, se si vorranno, e non più, a la pena di lire cento per ciascuna volta e cosa al marito che contra facesse. E che dal dì delle nozze e lo dì seguente innanzi nona, se no nei detti dui die non si possa avere tromba, trombetta o naccara, nè più di due servidori, non intendendovi i servidori residenti in de la famiglia de la detta casa, a la pena di lire venticinque a lo marito detto, e a pena lire diece a ciascuna altra persona che oltra a ciò facesse o v’andasse. E che niuno modo o verso ne lo tale luogo si possa carolare, danzare overo ballare, fuor de la casa ove sono tali nozze, de dì overo de notte, con lume overo senza lume, a la pena di lire venticinque per ciascuna persona e a volta che fosse fatto contra, così a chi ballasse come a chi facesse fare. E che lo dì de le nozze solamente si possa dare confetti, e non si possa dare alcuno confetto prima overo poscia a cinque diei a la pena di lire venticinque; ed intendasi due maniere confetti, contandosi la traggea tutta per una maniera. E che a le dette nozze non possa avere più di tre vivande, tra le quali possa essere un rosto con torta chi vuole. E quello arrosto e torta s’intenda sola una vivanda, non intendendosi per vivanda frutti e confetti. E che non possa apparecchiare nè avere per tutto el corredo de le nozze più che venticinque taglieri de ciascuna vivanda, intendendosi per vivanda raviccioli o bragiere e tortelletti: salvo che a le nozze di cavalieri possano avere quelle donne e uomini che a loro piacerà, e dare di quattro vivande, e confetti e jocolari quanti e quanto tempo a loro piacerà, pena di lire cinquanta al marito che contra facesse, e per quante volte; e pena di lire venticinque de ciascuna donna e ciascuno trombatore, naccarino o altro qualunque jocolare che facesse contra. E che lo coco che farà le tali nozze, sia tenuto e debbia denunziare a lo officiale, almeno uno dì dinanzi, quelle cotali nozze, e quante e quali vivande dee fare, e chi è lo marito, a la pena di lire venticinque; e se più vivande facesse ch’è ordinato, caggia nella detta pena. E se darà vitella, non possa dare alcun’altra carne con essa, e non passi più di lire sette; nè più d’una possa dare per tagliere, a la pena di lire venticinque per ciascuna cosa e volta; dichiarando che in su lo tagliere de lo arrosto non possa dare nè avere altro che uno cappone colla torta, e uno pajo di pollastri con uno pippione o due pippioni con uno pollastro, overo uno anitrottolo e non più, a la detta pena per qualunque cosa fosse contra fatta. E che i detti trombatori, naccarini, sonatori o altri qualunque jocolari non possano torre o avere a tali nozze più, per uno, di soldi quindici el dì, a la pena di lire diece chi dà o riceve». Ap. Giudici.

[221].

Ce pays plantureux

Fertile en biens, en dames bienheureux...

Depuis un peu, je parle sobrement;

Car ces Lombards avec qui je chemine

M’ont fort appris à faire bonne mine,

A un mot seul de Dieu ne deviser,

A parler peu et à poltroniser.

Dessus un mot une heure je m’arrête,

Si on parle à moi, je réponds de la tête.

Ep. XLIV.

[222]. Relazioni d’ambasciadori veneti, serie I. vol. II, p. 379.

[223]. Per iscoprir un ladro piglia un vaso, empilo d’acquasanta, accostavi una candela benedetta, e proferisci: — Angelo bianco, angelo santo, per la tua santità, per la mia verginità, mostrami chi ha tolto tal cosa», e l’effigie apparirà al fondo del vaso. Consilia in causis gravissimis, pag. 414, citato da Alfredo Maury, Revue archéologique, 1846, pag. 161.

[224]. Mazzuchelli, in Armellini.

[225]. Anche Clemente VII era ito abitare lungi dal Tevere, benchè il fisico Riccardo Cervini mandasse più volte suo figlio, che fu poi Marcello II, a rassicurarlo.

[226]. Keplero nel 1618 mise fuori la profezia di sette M. Essendo morto l’imperatore Mattia, al 20 marzo seguente, si spiegò: Magnus monarca mundi medio mense martii morietur.

Nella XXIX lettera al signore Dell’Isola fra Paolo Sarpi scrive: — Non posso penetrare in modo alcuno il senso di quelli che dicono, Dio ha predetto e voluto questo, e tuttavia si affaticano acciò non sii. Ma dell’astrologia giudiziaria bisognerebbe parlarne con qualche Romano, essendo quella più in voga nella loro corte, che in questa città. Con tutto che vi concorra ogni abuso, questo mai ha potuto aver luogo: la vera causa è perchè qui le persone non aggrandiscono se non per gradi ordinarj, e nessun può sperare oltre lo stato suo, nè fuori dell’età conveniente. In Roma, dove oggi si vede nel supremo grado chi jeri era ancora nell’infimo, la divinatoria è di gran credito.

«Che miseria è questa umana di voler sapere il futuro! a che fine? per schifarlo? Non è questa la più espressa contraddizione che possa esser al mondo? Se si schifarà, non era futuro, e fu vana la fatica. Io nell’età di anni venti attesi con gran diligenza a questa vanità, la quale se fosse vera meriterebbe che mai si attendesse ad altro. Ella è piena di principj falsi e vani, onde non è maraviglia che seguano pari conclusioni; e chi ne vuol parlare in termini di teologia, credo che la troverà dannata dalla Scrittura divina, Isaia, c. 7. Sono anche assai buone le ragioni di Agostino contro questa vanità, De civitate Dei, lib. V. cap. 1 e 6; III. c. 4; Confess., cap. 3 e 5; super Genes., cap. 16 e 17. Se costì fosse un re mutabile, che ricevesse in grazia oggi questo, domani un altro, l’astrologia piglierebbe molta fede, e chi fosse giovane perderebbe anco quella che ha.

«Io tengo poche cose per ferme, sì che non sii parato a mutar opinione; ma se cosa alcuna ho per certa, questa n’è una, che l’astrologia giudiziaria è pura vanità».

[227]. Sabellico, lib. I. c. 4.

[228]. Cambi, al 1517.

[229]. Il suo De secretissimo philosophorum opere chimico per naturam et artem elaborando, più volte ristampato nel XVI e XVII secolo, conchiude: Finit hic liber et tractatus compositus per M. Bernardum comitem trevisanum, qui aquisivit comitatum et ditionem de Neige in Germania per hanc artem pretiosam et nobilem. Anche frà Bonaventura d’Iseo fece molte ricerche alchimiche.

[230]. Il più importante trattato che il medioevo ci abbia trasmesso intorno alle belle arti, la Diversarum artium schedula del monaco Teofilo del XIII e XIV secolo, piena di preziosi metodi, non scevera di arcani, al cap; 47 del lib. I tratta del far l’oro ispanico a questo modo: — È composto di rame rosso, polvere di basilisco, sangue umano e aceto. I Gentili, la cui abilità è nota, si procurano dei basilischi a questo modo. Hanno sotterra una camera tutta di pietre con due finestruoli che appena ci si vede attraverso. Vi mettono due galli vecchi di dodici o quindici anni, dandovi ben a mangiare. Ingrassati che sieno, prendono caldo, s’accoppiano e fanno ova. Allora si levano i galli, e si mettono dei rospi a covar le ova, nutrendoli di pane. Da quelle ova escono pulcini maschi, come quei delle chiocchie, ai quali in capo a sette giorni crescono code da serpente; e se la camera non fosse pavimentata, tosto entrerebbero sotterra. Onde impedirlo, quei che gli educano hanno dei vasi di bronzo rotondi molto capaci, perforati d’ogni parte e cogli orifizj chiusi; vi pongono questi pulcini, chiudono le aperture con coperchi di rame, li sepelliscono, lasciandoli nutrirsi sei mesi colla terra fina che penetra pei buchi. Dopo ciò li scoprono, e v’accendono vicino un gran fuoco sin a che gli animali sieno dentro bruciati affatto. Raffreddito che sia, li levano, li macinano, v’aggiungono un terzo di sangue umano rosso... Poi si prendono lame sottili di rame rosso purissimo, e da ciascuna parte vi si pone uno strato di quella preparazione, e si mette al fuoco... Così si seguita finchè la preparazione consuma il rame, e prende il peso e il color dell’oro. Quest’oro è adattato a qualunque uso».

Le indagini chimiche di Newton ebbero a scopo per lungo tempo la tramutazione dei metalli; e nel 1669, a ventisette anni, quando avea fatto già le più insigni scoperte, scriveva ad un amico partente per un viaggio: — Procurate sapere se a Schemnitz in Ungheria cambiano davvero il ferro in acciajo sciogliendolo in un’acqua vitriolata che si raccoglie nelle cavità del masso in fondo alla miniera, poi scaldando la soluzione fin allo stato di pasta in un fuoco violento, e quando raffredda trovasi di rame. Dicono che ciò si usi pure in Italia. Venti o trent’anni fa traevasi da questo paese un vitriolo detto Romano; ma non può più aversene, forse perchè trovano più profittevole adoprarlo a tramutar il ferro in rame». David Brewster, Mem. of the life, writings and discoveries of J. Newton. Edimburgo 1855.

[231]. Il Cardano ancor fanciullo vide una meravigliosa pioggia di sassi (Opera, tom. iii. p. 279), ch’egli dice furono mille ducento, di cui uno pesava centoventi libbre. Più circostanziato ci si dà quest’avvenimento da Pietro d’Anghiera (Epistolarum, pag. 245), facendolo proprio del Cremasco, e accompagnato da una notte fosca, da lunghissimi lampi e tuoni: e che nella pianura di Crema, dove non si troverebbe un sasso grosso come un ovo, ne caddero di così grossi che dieci passavano le cento libbre, uccidendo uccelli, montoni, pesci. E’ parla delle infinite ciancie che ne fecero i fisici, i teologi, i fanatici. Ciò fu il 4 settembre 1511.

[232]. Altra opinione comune al suo tempo. Marsilio Ficino, De Vita, dice: — È assioma fra i Platonici, e che sembra appartenere a tutta l’antichità, vi sia un demone a tutela di ciascun uomo al mondo, e ajuti coloro, alla cui custodia è proposto. Famigliare di casa Torelli di Parma era la figura d’una brutta vecchia, la quale appariva sotto un camino quando dovesse morir uno della famiglia». Cardano, De rerum varietate, XVI. 93.

[233]. H. Cardani, mediolanensis philosophi ac medici celeberrimi opera omnia... cura Caroli Sponii. Lione 1663, tom. X in-fol. L’editore dice: Inter innumeros elapsi sæculi scriptores vix ullus occurit, cujus monumenta majore omnium eruditorum applausu, admirationis assecla, fuerint hactenus excepta ac concelebrata, quam H. Cardani ... idque merito quidem ... Quo factum, ut auctor ipse maximus literarum dictator a quibusdam magni nominis viris, ab aliis vir incomparabilis, ab aliis portentum ingenii audire meruerit etc. E vi soggiunge una serie di testimonj.

[234]. Pag. 218, 214, 302 del Palagio degli incanti e delle gran meraviglie degli spiriti e di tutta la natura, diviso in libri quarantacinque e in tre prospettive, spirituale, celeste ed elementare, di Strozzi Cicogna. Vicenza 1605.

[235]. Il penitenziale del vescovo Burcardo, anteriore al Mille, assegna le penitenze per chi crede che altri possa per incantagione eccitar procelle, odio o amore, affascinare o venir alle tregende. Di tutto ciò parliamo più a disteso nella nostra Storia universale, lib. XV, c. 15. Però il Muratori, Dissertaz. LXVIII, pubblicò una penitenziale del monastero di Bobbio: Qui cum vidua aut virgine peccavit, qui falsa testimonia super alios apponunt et ad sorcerias recurrunt, aut divinationes credunt... isti pæniteant V annis, vel III ex his in pane et aqua.

[236]. Frà Bernardo da Como, 1584, dice che le streghe non sussistevano tempore quo compilatum fuit decretum per dominum Gratianum... Strigiarum secta pullulare cœpit tantummodo a centum quinquaginta annis citra, ut apparet ex processibus Inquisitorum.

[237]. Xiletti, Consilia criminalia. Venezia 1563, tom. I. cons. 6.

[238]. Sunt qui credunt mulieres quasdam maleficas, sive potius veneficas, medicamentis delibutas, noctu in varias animalium formas verti et vagari, seu potius volare per longinquas regiones, ac nuntiare quæ ibi aguntur, choreas per paludes ducere, et demonibus congredi, ingredi et egredi per clausa ostia et foramina, pueros necare, et nescio quæ alia deliramenta. De situ Japigiæ, pag. 126.

[239]. Forma seguito alla Lucerna Inquisitorum hæreticæ pravitatis reverendi patris fratris Bernardi comensis ordinis Prædicatorum ac inquisitoris egregii, in qua summatim continetur quidquid desideratur ad hujusce Inquisitionis sanctum munus exequendum. Milano 1566. Fu stampato per opera del reverendo padre Inquisitore di Milano ad laudem Dei, ristampato delle volte assai, e commentato da Francesco Pegna.

[240]. Citano questo fatto anche il Bodino nella prefazione della Demonomania, e frà Silvestro Priero, il primo contraddittore di Lutero, nelle Mirabili operazioni delle streghe e degli demonj.

[241]. Il famoso Peiresc al 28 giugno 1615 da Aix scriveva a Paolo Gualdo a Padova: — Il medico che mi cura, desidera con passione d’avere un libro Baptistæ Codrunqui medici imolensis de morbis ex maleficio, per causa di certe monache di questa città in assai numero, che si trovano inferme di malattie incognite e soprannaturali».

[242]. Francesco Vittoria, Prælectiones theologicæ, lib. II.

[243]. De strigibus, 1523; e quattro apologie, 1525.

[244]. De sortilegiis.

[245]. Strix, sive de ludificatione dæmonum, 1523; e la versione italiana stampata a Venezia il 1556 col titolo: Il libro detto Strega, ovvero delle illusioni del demonio.

[246]. Compendio dell’arte esorcistica, e possibilità delle mirabili e stupende operationi delli demonj e de’ maleficj, con li rimedj opportuni alle infermità maleficiali... opera non meno giovevole agli esorcisti che dilettevole ai lettori, ed a comune utilità posta in luce. Venezia 1605.

[247]. De sortilegiis, lib. II. q. 7.

[248]. De strigibus, c. 17 e s.

[249]. Fortalitium fidei.

[250]. De hæresi.

[251]. De lamiis, et excellentia utriusque juris.

[252]. Parergon juris, VII. c. 23; VIII. c. 21. Contro di lui principalmente sono dirette le confutazioni di Martin Delrio, Disquisitionum magicarum, lib. III. q. 16.

[253]. Dæmonum investigatio peripatetica, in qua explicatur locus Hippocratis, si quid divinum in morbis habeatur. Firenze 1580.

[254]. Cum in brixiensi et bergomensi civitatibus et diœcesibus quoddam hominum genus perniciosissimum ac damnatissimum labe hæretica, per quam suscepto renuntiabatur baptismatis sacramento, Dominum abnegabant, et Satanæ, cujus consilio seducebantur, corpora et animas conferebant, et ad illi rem gratam faciendam in necandis infantibus passim studebant, et alia maleficia et sortilegia exercere non verebantur... Bolla del 15 febbrajo.

[255]. Repertæ fuerunt quamplures utriusque sexus personæ... diabolum in suum dominum et patronum assumentes, eique obedientiam et reverentiam exhibentes, et suis incantationibus, carminibus, sortilegiis aliisque nefandis superstitionibus jumenta et fructus terræ multipliciter lædentes, aliaque quamplurima nefanda, excessus et crimina, codem diabolo instigante, committentes et perpetrantes etc.

[256]. Il serio storico De Thou racconta: — Diceasi che Sisto V avesse pratica col demonio, e patto di darsegli purchè fosse papa e pontificasse sei anni. Di fatto ebbe la tiara, e per cinque anni segnalossi con azioni che sorpassano l’elevazione dello spirito umano. Al fine cadde malato, e il demonio venne a intimargli il patto. Sisto incollerito lo rimbrottò di mala fede, giacchè soli cinque anni erano corsi; ma il demonio gli disse: Ti ricorda che, trattandosi di condannar uno che non avea l’età legale, dicesti Gli do uno de’ miei anni? Sisto non seppe cosa rispondere, e si preparò a morire fra i rimorsi». Vero è che De Thou non sta garante del fatto, potendo essere invenzione de’ malevoli Spagnuoli. Histoire universelle, tom. XI.

[257]. Magos et maleficos, qui se ligaturis, nodis, characteribus, verbis occultis mentes hominum perturbare, morbos inducere, ventis, tempestati, aeri ac mari incantationibus imperare posse sibi persuadent aut aliis pollicentur, ceterosque omnes, qui quovis artis magicæ et veneficii genere pactiones et fœdera expresse vel tacite cum dæmonibus faciant, episcopi acriter puniant, et e societate fidelium exterminent. Act., p. 5. pag. 5.

[258]. Così frà Girolamo Menghi nel precitato Compendio dell’arte esorcistica, pag. 480. Però egli stesso, pag. 416, dice che le streghe non aveano potenza sugli Inquisitori in uffizio, e «più volte essendo interrogate queste maghe et malefiche per che cause non offendevano gli giudici et inquisitori, respondevano, questo più volte aver tentato et non l’aver potuto fare».

[259]. De’ moltissimi io allego quei soli ch’ebbi alla mano:

Eimerico, Direttorio degli Inquisitori.

Carena, De officio Sanctæ Inquisitionis.

Pegna, Praxis Inquisitorum.

Bodino, Demonomania degli stregoni, cioè furori e malìe de’ demonj col mezzo degli uomini. Venezia 1592.

Menghi, Compendio dell’arte esorcistica. Ivi 1605.

Cardi, Ritualis romani documenta de exorcizandis obsessis. Ivi 1733.

Flores commentariorum in Directorium Inquisitorum, collecti per Franciscum Aloysium Bariolam mediolanensem. Milano 1610.

Aphorismi Inquisitorum. Bergamo 1639.

Quando Morellet nel 1762 ebbe tradotto il Directorium Inquisitorum, Malesherbes gli disse: — Voi credete aver raccolto de’ fatti straordinarj, delle processure inaudite. Or bene sappiate che questa giurisprudenza di Eymeric e della Santa Inquisizione è ad un bel presso la nostra giurisprudenza criminale tutt’intera. — Io restai confuso di tale asserzione (soggiunge Morellet, Mémoires, I. 59); ma di poi ho riconosciuto ch’egli avea ragione».

[260]. Sacro arsenale, ovvero Pratica dell’ufficio della Santa Inquisizione, di nuovo corretto ed ampliato. Bologna 1665. Lo stesso trovo nella Breve informatione del modo di trattare le cause del Santo Officio per li molto reverendi vicarj della Santa Inquisitione di Modana. 1659.

[261]. Flores commentariorum, pag. 3.

[262]. Millenarium sæpe excedit multitudo talium, qui unius anni decursu in sola comensi diœcesi ab inquisitore qui pro tempore est, ejusque vicariis, qui octo vel decem semper sunt, inquiruntur et examinantur, et annis pene singulis plusquam centum incinerantur. Spina, De strigibus, cap. 13.

[263]. Ripamonti, Historia mediolanensis, dec. IV. lib. V. p. 300; — Oltrocchi, Notæ ad vitam sancti Caroli, pag. 684-94.

Nell’archivio della curia di Milano esistono diversi processi contro maliardi ed eretici, e principalmente son notevoli la «Relazione di quanto fece san Carlo nella visita dei Grigioni (Instructiones pro iis qui in missionibus contra hæreticos versantur)»; i «Dubbj dati dal prevosto di Biasca», un de’ quali è: — Sono processati i sospetti d’arte diabolica, et il notar dice d’aver mandato i processi a Milano, nè altra provvision s’è visto: perciò vanno peggiorando con scandalo d’altri»; e un altro: — Sono alcuni mercanti i quali non osservano il decreto di non andare ne’ paesi d’heretici senza licenza, et sono difesi dalli signori temporali (svizzeri) perchè così fanno loro, però con precetto di non andar alla predica d’heretici, nè trattar con loro della religione».

Anche nella vita del cardinale Federico Borromeo nel 1608 si legge: — Ancora alcuni perseverano con i segni superstiziosi in guarir malìe, nè si può aver testimonj per formar processo. Si admettono chirurgi, medici et maestri di scuola senza far la professione della fede; et volendo noi che la faccino, il fôro secolare dice di voler loro far giurare di non far cosa illecita, nè usar cose diaboliche, e con questo si admettono persone vagabonde». Tutto ciò si riferisce alle tre valli di diocesi milanese, appartenenti agli Svizzeri.

[264]. Nell’epistolario di san Carlo stampato a Milano il 1857, leggesi a pag. 419 in una lettera a Giovanni Fontana: — M’è dispiaciuto d’intendere quello che passa nelle Tre Valli per conto di quel negromante, il quale, facendo professione di scoprire le streghe e stregoni di quel paese fuor delle vie giuridiche, mi par non men degno di castigo lui medesimo che li stregoni stessi, camminando per via di negromantia o altra proibita a’ cristiani. Però ne scrivo ai signori e do ordine al visitator Bedra che vadi in dentro a posta per riportar provvisione, perchè costui sia rivocato et anche castigato». Segue l’ordine al visitatore.

Il 18 aprile 1567 san Carlo scriveva aver saputo che in val di Blenio, quando si fanno esequie, molti preti, dopo detta messa nella loro chiesa, vanno a dirla anche al luogo del funerale; e mancando le particole, le spezzano e consacrano solo un frammento. Egli vuole che a ciò si provveda. Lettera nell’arch. arcivesc., dove vi son moltissime lettere sopra essa valle.

[265]. Il processo esiste nell’Ambrosiana di Milano, segnato R. 109 in fol.

[266]. Crepet, De odio Satanæ, lib. I. disc. 3.

[267]. Stuttgard, 1843.

[268]. Sotto il 19 luglio 1675 il Torriano vescovo di Como scriveva a un parroco del territorio bormiese aver trovato colà quamplures tam viros quam fœminas variis sortilegiis infestos, fascinationibus incumbere et vere strigas esse, arte in tenera ætate prehensa. Perciò ne’ quattro anni seguenti furono giustiziate trentacinque persone, e molte sbandite.

[269]. Del congresso notturno delle lamie, libri III. Rovereto 1749.

[270]. Lettere del Pr. G. B. Carli al signor G. Tartarotti intorno all’origine e falsità della dottrina dei maghi e delle streghe; — Maffei, Arte magica dileguata. Verona 1750. — A queste uscì una risposta in Venezia l’anno stesso, Osservazione sopra l’opuscolo Arte magica dileguata di un prete dell’Oratorio, per dimostrare che, avanti e dopo Cristo, sempre vi furono maghi e streghe; e raccolgonsi passi de’ santi Padri che sembrano credere alle stregherie. Il padre Zacaria, annunziando l’opera del Tartarotti, disapprova il negar le magìe: — In una città m’accadde d’udir un medico spiritoso, il quale negava che si dessero indemoniati, tutto attribuendo alla fantasia di chi si crede offeso..... Ma perchè mai tanto impegno di relegare dentro l’inferno i demonj?» Storia letteraria d’Italia, 1750.

A disteso ho ragionato io di tal materia nella Storia universale e in quella degli Eretici d’Italia, e prima nella Storia della diocesi di Como, lib. VII. pag. 97 e seguenti, adducendo anche una sentenza motivata. Altre possono vedersi nel Mazzoni Toselli, Origini della lingua italiana, tom. III. p. 880, 1043, 1076, 1360.

[271]. Communis Catholicorum sententia docet re ipsa hanc commixtionem dæmonum mulierumque accidere. — Theol. Christ., tom. III. Il milanese frà Francesco Maria Guacci, nel Compendium maleficorum, stampato a Milano nel 1608 e nel 1626, ove le dottrine sono illustrate con molte figure, al cap. 12 del lib. I scrive: Solent malefici et lamiæ cum dæmonibus, illi quidem succubis, hæ vero incubis, actum venereum exercere; communis est hæc sententia patrum, theologorum, philosophorum, doctorum, et omnium fere sæculorum atque nationum experientia comprobata.

[272]. Alle materie religiose io attribuii sempre importanza ed estensione primaria nella storia, e sempre mi proposi di maneggiarle da sincero indagatore, ma docile e riverente cattolico. Qui entrando a dirne più di proposito, e in questioni dove l’esattezza dogmatica può restar offesa da una parola meno precisa, sento il bisogno di riprofessare la mia piena sommessione all’indefettibile autorità della Chiesa, e l’incondizionata accettazione d’ogni suo decreto. Il che fo nè obbligato nè consigliato, ma per vero convincimento; e tanto più spontaneo quanto che mi sento e mi mostrai sempre cittadino indipendente, e scrivo in paese dove nessun vincolo ha la stampa, in tempi ove l’opinione careggia tutt’altri sentimenti.

(L’autore trattò più ampiamente questa materia in un lavoro speciale, Gli Eretici d’Italia, volumi 3 in-8º, da questa medesima Unione editrice. Gli Editori).

[273]. Ho alla mano Replica fratris Silvestri Prieratis ad fratrem Martinum Lutherum, senza data, di dieci carte, ove difende sè dalle incolpazioni dategli.

[274]. Fra altri compose il Compendio d’errori ed inganni luterani; Rimedio alla pestilente dottrina di frate Ochino; Discorso contro la dottrina e le profezie di frà Girolamo Savonarola.

[275]. Era egli a Siviglia nel 1522 quando fece ritorno la nave Vittoria, che per la prima avea fatto il giro del globo; e trovavano d’aver perduto un giorno, benchè esatto giornale avessero tenuto. Nessuno sapeva darne ragione, ma il Contarini la spiegò.

[276]. Non tam exemplis rationibusque actum est, quam conviciis ac maledictis; nec christiana pietate sed canina facundia... Nec jurgiis modo, sed, quod dictu nefas est, jocis et scommatis libros referserunt. Quin vero qui veritatis indagandæ studio scribunt, mites modestosque se ipsos exhibeant, Christi exemplo, qui cum esset veritas, in se ipso quoque mansuetudinem prædicavit, tantumque abfuit ut ultro maledixerit, ut etiam, quod Petrus ait, maledicenti non minaretur. Il Bembo lodava grandemente le lettere del Cortese, «nella qual cosa egli merita tanto maggior laude, che delet maculam jam per tot sæcula inustam illi hominum generi, di non saper scrivere elegantemente».

[277]. Pallavicino, Storia del Concilio di Trento, lib. XI. c. 30.

[278]. 1º Quod eliminet omnes dolores præteritorum temporum, simoniam videlicet, ignorantiam e tirannidem, ac vitia omnia quæ alias Ecclesiam affligebant; et bonis consultoribus adhæreat, et libertatem in votis, in consiliis ac executione gubernatorum cohibeat.

2º Ecclesiam juxta sancta concilia et sacras leges canonicas religiose, quantum tempora patientur, reformet, ut faciem sanctæ Ecclesiæ, non peccatricis congregationis referat.

3º Fratres suos et filios carissimos sanctæ romanæ Ecclesiæ cardinales, aliosque prælatos et membra Ecclesiæ integro amore non verbis tantum sed rebus et operibus complectetur, bonos honorando et exaltando, illisque et maxime pauperibus providendo, ne apex apostolicus paupertate sordescat.

4º Omnibus indifferenter justitiam administrabit, et in hoc optimos officiarios constituet, qui nullis compositionibus aut altercationibus jurium justiciam pessundabunt.

5º Fideles, signanter nobiles, et monasteria consueta adjuvari, in suis necessitatibus juxta tempora bonorum pontificum sustentabit.

6º Infideles, maxime Turchas, pessimos crucis hostes, nunc apud Rhodum et Hungariam multis victoriis superbientes, qui maximo dolori et terrori Ecclesiæ sanctæ sunt, excludet et expugnabit, et ad hanc expeditionem pecunias congruentes, inducias inter Christianos procurabit, et justam expeditionem magna auctoritate ordinabit, et nunc aliquo pecuniario præsidio obsidioni Rhodianæ succurret.

7º Ecclesiam Principis Apostolorum magno nostro dolore diruptam et conquassatam, partim sua impensa, partim principum et popolorum piis suffrages, sicut prædecessores sui fecerunt, eriget, consolidabit.

[279]. Epistolæ famil., tom. I. p. 18.

[280]. Tratto dalla Biblioteca di Monaco, noi l’abbiamo inserito negli schiarimenti al libro XV della Storia Universale. Nello Schelhorn, Amœnitates historiæ ecclesiasticæ, nº VIII, trovasi un lungo consulto di riforme, proposte da una commissione eletta da Ferdinando I imperatore, colle risposte fattevi dalla curia romana.

[281]. Sanuto, Diarj al 1523; presso il quale è un’epistola, che dice: Vir est sui tenax, in concedendo parcissimus, in recipiendo nullus aut rarissimus; in sacrificio quotidianus et matutinus est: quem amet aut si quem amet, nulli exploratum. Ira non agitur, jocis non ducitur. Neque ob pontificatum visus est exultasse; quinimo constat graviter illum ad ejus famam nuntii ingemuisse.

[282]. Giovanni Cambi, al 1522.

[283]. Erasmo, Ep. 1176, dice: — Vix nostra phalanx sustinuisset hostium conjurationem, ni Adrianus tum cardinalis, postea romanus pontifex, hoc edidisset oraculum: Bonas literas non damno, hæreses et schismata damno». Anche Girolamo Negri, nelle lettere, ove dipinge sì bene quel pontificato, dice: — Dilettasi soprattutto di lettere, massimamente ecclesiastiche, nè può patire un prete indotto».

[284].

Sextus Tarquinius, Sextus Nero, Sextus et iste:

Semper et a Sextis diruta Roma fuit.

Sono di gran verità i due epitafi destinatigli:

Hadrianus VI hic situs est, qui nihil sibi infelicius in vita quam quod imperaret duxit.

Pro dolor! quantum refert in quæ tempora vel optimi cujusque vita incidat.

[285]. Lettera del 19 aprile 1532, nelle Cartas al emperador Carlos V escritas por su confesor. Berlino 1848.

[286]. Vedi Consilium delectorum cardinalium et aliorum prælatorum de emendanda Ecclesia, S. D. N. D. Paulo III ipso jubente conscriptum et exhibitum. 1538.

[287]. Vedi Bartoli, L’Italia.

[288]. On n’a qu’à publier hardiment tout ce qu’on voudra contre les Jésuites, on peut assurer qu’on persuadera une infinité de gens. Bayle, in Lojola.

[289]. Marco Mantova Benavides, dotto giureconsulto e professore a Padova, scrisse un libro del concilio, dove esamina quali persone abbiano diritto d’intervenirvi, e che qualità ad esse convengano; ove deplora che molti cardinali e prelati sì poco intendano di studj, o soltanto di filosofia e lettere anzichè di canoni e scritture; esamina poi i varj concilj precedenti, e quistiona se il concilio sia superiore al papa. E benchè non risparmiasse i disordini degli ecclesiastici, ebbe lodi da Paolo III e applausi da Roma.

[290]. Sulla riforma in Italia possono vedersi: Schelhorn, Amœnitates historiæ ecclesiasticæ et literariæ. Lipsia 1737-46; Gerdes, Specimen Italiæ reformatæ, 1763; Tiraboschi, Storia della letteratura, tom. X. p. 560; Mac Crie, Storia dei progressi e dell’estinzione della Riforma in Italia nel XVI secolo, con un compendio della storia della Riforma tra i Grigioni (ingl.) 1830; Cantù, Storia della città e diocesi di Como, lib. VIII, il Sacro Macello in Valtellina, Firenze 1853, e Gli Eretici d’Italia. Sui protestanti napoletani vedi Giannone, Storia civile, VIII, p. 12; e nella Zeitschrift für Geschichtswissenschaft, 1847, vol. VIII, p. 545, un articolo di G. Heine, Ueber die Verbreitung der Reformation in Neapel, con notizie tratte dall’archivio di Simancas.

[291]. Il famoso Andrea Alciato diresse al Mallio una lettera per dissuaderlo di farsi francescano; ove a tal uopo gli espone gli abusi e i disordini della vita monastica, con grandissima libertà. Il Calvi n’ebbe copia, la mandò ad Erasmo, e pensava pubblicarla. Grand’apprensione ne prese l’Alciato, e in bel latino ironicamente gli scriveva: — Oh tristo di Calvi! e più che capital nemico dell’Alciato se ciò farai! Che mi varranno le mie veglie, che i tanti studj? Se tu mi spargi di questo veleno, vorrei piuttosto esser morto. Lutero, i Picardi, gli Ussiti e gli altri nomi d’eretici non saran tanto infami quanto il mio se ciò avvenga. Non sai o dissimuli di sapere le faccende di questi cucullati, la forza, la potenza, le esclamazioni sui pulpiti, le esecrazioni fra il popolo, le detestazioni, e gl’infiniti mali che (gli Dei me ne campino) ricadran sul mio capo? Intenterò processo d’ingiuria, prima a te come campione, poi a Erasmo, poi a Frobenio; invocherò uomini e Dei, moverò ogni pietra per iscagionar me, e voi soli imputare ecc.». Marquardi Gudii et doctorum virorum ad eum epistolæ. Utrecht, 1697.

[292]. Ap. Hottinger, Ecclesia sæculi XVI, tom. II. p. 61.

[293]. Lettera del 27 marzo 1554, esistente nella biblioteca nazionale di Parigi, cod. 8645, carta 56. — Calvino conservò sempre l’amore della duchessa. Quando il duca di Guisa, campione de’ Cattolici di Francia, genero di lei, fu assassinato davanti Orléans dal fanatico Poltrot, e i predicanti dalla cattedra inveivano contro di lui, la duchessa ne mosse lamento con Calvino, il quale rispondendo non riprova l’assassinio: Si le mal fâchait à tous les gens de bien, monsieur de Guise, qui avait allumé le flambeau, ne pouvait pas être épargné. Et de moi, combien j’ai toujours prié Dieu de lui faire merci, si est-ce que j’ai souvent désiré que Dieu mit la main sur lui pour en délivrer son Eglise, s’il ne le voulait convertir... Cependant de le damner c’est aller trop avant, si non qu’on eût certaine marque et infaillible de sa réprobation. Lettere di G. Calvino, raccolte da G. Bonnet, tom. II. p. 553. Parigi 1855.

[294]. Angelica Negri di Gallarate, piissima monaca, le cui lettere spirituali si leggevano nei refettorj, e che il marchese Del Vasto governator di Milano volea consigliera e al letto di sua morte, udendo l’Ochino predicare a Verona nel 1542, predisse cadrebbe nell’eresia.

[295]. Predica III e IV.

[296].

T. Quid vero mihi das consilii?

O. Ut plures uxores non ducas, sed Deum ores ut tibi continentem esse det.

T. Quid si nec donum mihi, nec ad id petendum fidem dabit?

O. Tum si id feceris ad quod te Deus impellet, dummodo divinum esse instinctum exploratum habeas, non peccabis. Si quidem in obediendo Deo erravi non potest.

[297]. Seckendorf, Historia Luteranismi, tom. III. pag. 68, 69, 579.

[298]. Simleri, Oratio de vita P. M. Vermilii.

[299]. Dizionario storico di Bassano.

[300]. Raynaldi, ad 1539.

[301]. Eusebius captivus, sive modus procedendi in curia romana contra Lutheranos. Basilea 1533. Non è del Curione, come può vedersi dalla lettera dello Zanchi al Muscolo, sibbene del Massari, che nel 1554 stampò a Basilea De fide ac operibus veri christiani hominis ad mentem Apostolorum, contra Evangelii inimicos, nella cui prefazione è cenno di molti italiani dimoranti in quella città.

[302]. Ottenne dal carceriere che gli legasse una gamba sola; poi che alternasse la catena fra le due gambe; nel qual mutamento riuscì a far mettere la catena a una gamba finta. Vita Cælii Secundi Curionis; de mirabili sua e vinculis, ac ipsis diræ necis faucibus liberatione dialogus. — Abbiamo l’orazione funebre recitatagli da Giannicolò Stuppani, Oratio de Cælii Secundi Curionis vita. Vedi pure Schelhorn, pag. 258.

[303]. Il Gerdesio, pag. 280, crede sia tutt’uno con Giulio da Milano, agostiniano apostato che in Isvizzera pubblicò la I e II parte delle prediche da lui recitate in San Cassiano a Venezia nel 1541.

* Nei registri de’ giustiziati, tenuti dalla compagnia di San Giovanni alle Caserotte di Milano, al 23 luglio 1569 trovo abbruciati «un frate di Brera e Giorgio Filatore, quali erano luterani». Al 1587, 1º ottobre, abbruciato un Giulio Pallavicino della pieve d’Incino per eretico; «fu messo sul palco in duomo l’anno 1555 e 1573, e l’anno 1587 fu morto dopo essersi confessato e comunicato».

[304]. Lo stesso Burigozzo sotto il 1534 parla d’uno spacciatore d’indulgenze: — In questo tempo venne a predicare in domo un frate de Santo Augustino Remitano; e questo fu una dominica a dì 25 januario, e predicò tutta la settimana seguente. E la dominica seguente, che fu a dì primo febraro, anunziò uno perdon, con certe bolle da absolvere dei casi; e fu messo per la cittade le cedole in stampa, qual se contenevano in ditta bolla; et el ditto perdono fu messo fora el dì de santa Maria delle Candele; e fu fatto procession dal clero. Circondorno la ecclesia del domo de dentro, e riportorno ditto perdono a loco suo, zoè a presso el barco dove se predica; e sempre con el ditto frate, e ancora el commissario de ditta indulgenzia (dandoli li danari ch’erano d’accordo), li davano la ditta carta, e li metteva suso el nome de colui che pagava, overo de soi morti: donde che durò questo circa a otto giorni. Et in questo termino assai homeni mormoravano, vedendo questa indulgenzia così larga; dondechè fu trovato questa cosa essere una ribalderia, et essere false le bolle; et a questo fu preso el dicto frate, et ancora il commissario; e furno messi in preson in casa del capitanio de justizia; e lì ghe fu data la corda e tormenti. Al fine disseno di sì, che l’era vero; e lì furno reponuti fin a che da Roma venisse la risposta de quello che de lor far se dovesse; et a questo passò qualche giorni: al fine fu concluso, che ditto frate e ditto commissario fusseno mandati in galea...».

[305]. Raynaldi, ad annum.

[306]. Niceron, Memorie, tom. XXI. p. 115.

[307]. Spondani, Annales ad 1543.

[308]. Lettera XXI, lib. IV del Minturno al Gesualdo del 1534.

[309]. Quirini, Diatriba ad vol. III epistolarum Poli, pag. 286; e vedi Tiraboschi, Biblioteca degli scrittori modenesi, tom. III.

[310]. Il formulario fu pubblicato nel vol. I delle opere del cardinal Cortese colle firme de’ suddetti, e del vicario vescovile, l’arciprete, il prevosto, tre canonici, il conte Giovanni Castelvetro, il cavaliere Lodovico Dal Forno, Giambattista Tassone, Girolamo Manzuoli, Angelino Zocchi, Bartolomeo Fontana, Antonio Grillenzone, Pietro Baranzone, Bernardo Marescotti accademici; Giannicolò Fiordibello, Gaspare Rangone, tre Bellincini, Alfonso Sadoleto, Giovanni Poliziano, Elia Carandino, Filippo Valentino, Bartolomeo Grillenzoni, Pellegrino Erri, ed il celebre Falloppio.

[311]. Si hanno tre medaglie coniate al Negri, e queste opere:

Rhætia, sive de situ et moribus Rhætorum.

De Fanini faventini ac Dominici bassanensis morte, qui nuper ob Christum in Italia romani pontificis jussu impie occisi sunt, brevis historia. Chiavenna 1550.

Historia Francisci Spieræ civitatulani qui, quod susceptam semel evangelicæ veritatis professionem abnegasset, in horrendam incidit desperationem. Tubinga 1555 (probabilmente tradotte dall’italiano da Vergerio).

Del Negri parlarono il Verci nelle Notizie degli scrittori bassanesi, e il Carrara nel Dizionario storico di Bassano; e li contraddisse il grigione Domenico Rosio de Porta, ministro riformato a Soglio nel 1794, dirigendosi al delegato don Fedele di Vertemate Franchi; poi più diligentemente Giambattista Roberti, Notizie storico-critiche della vita e delle opere di Francesco Negri, Bassano 1839. È errore del Quadrio il farlo di Lovere: nacque a Bassano, per un amore sfortunato si vestì benedettino in Santa Giustina di Padova, poi la gelosia lo trasse a un assassinio, pel quale fuggì in Germania nel 1525, ove alquanto più tardi abbracciò le dottrine zuingliane. Che intervenisse alla conferenza di Marburgo nel 1529, nessuna prova è. Tenne scuola a Chiavenna, ma sembra non vi fosse pastore, come in niun’altra chiesa di Svizzera. Infatto, primo ministro della chiesa riformata a Chiavenna fu Agostino Mainardi, che vi rimase fin alla morte, avvenuta nel 1563; e allora gli successe Girolamo Zanchi.

Quando Lelio Socino da Vicenza fuggì a Zurigo, il Mainardi dubitò che Camillo Renato rifuggito a Chiavenna, e in corrispondenza con quello, ne avesse adottato le dottrine antitrinitarie; laonde obbligò tutta quella chiesa a far una professione di fede. Questa spiacque e al Renato e al Negri, parendo deviasse alquanto dalla zuingliana; la chiesa chiavennasca si trovò scissa, e il Mainardi scomunicò quei due come Sociniani. Il Negri se ne scolpò a Zurigo, poi pubblicò la propria professione di fede, confessando la divinità e incarnazione di Cristo, l’efficacia del battesimo e dell’Eucaristia.

Le molte opere sue lo attestano dotto di greco e d’ebraico, e versato nelle quistioni teologiche, benchè privo di gusto e d’eleganza. Parecchie sono pubblicate a Poschiavo, dov’era stamperia che dava giusta ombra ai nostri, e Pio IV spedì ai Grigioni il prevosto della Scala di Milano nel 1550 per domandarne la soppressione. È notevole quella sulla morte del Fanino di Faenza (non Fanno, come dice il Tiraboschi) e di Domenico Cabianca di Bassano. Quest’ultimo avea militato con Carlo V, e, bevute le dottrine nuove, se ne fece apostolo: a Piacenza le predicò apertamente, ma arrestato e non volendo ritrattarsi, fu appiccato nel settembre 1550. Un’altr’opera è la traduzione latina del caso di Francesco Spiera da Cittadella, giureconsulto (non medico), padre di undici figli, il quale apostatò; poi citato da monsignor Della Casa, fece pubblica ritrattazione in patria. Dissero i religionarj che per castigo impazzisse, e urlando e maledicendo cercava uccidersi, finchè terminò miseramente.

Ma l’opera più famosa del Negri è la tragedia intitolata Libero arbitrio, 1546, poi 1550, poi in latino 1559. È un’azione drammatica, alla quale sono intessute le controversie religiose. Ne diamo l’analisi negli Eretici d’Italia.

Vuolsi che il suo carteggio fosse, or fa alquanti lustri, trovato in Isvizzera e portato a Bassano; ma per quante ricerche ne facessimo, non poterono esserci additate che due lettere, tra quelle onde il Baseggio arricchì quella biblioteca; una di nessun interesse, l’altra da Strasburgo il 5 agosto 1530 al M. R. maestro Paolo Rossello di Padova, ove gli parla del molto che, dopo spatriato, ebbe a soffrire per Cristo; e come la quaresima precedente si fosse recato incognito a Venezia e in altri luoghi d’Italia, ove trovò «diversi fratelli, alli quali narrai (dic’egli) diffusamente tutte le cose sì mie quanto dell’Evangelio. Li nomi di essi fratelli sono questi. In Venezia parlai con prè Alovise dei Fornasieri de Padoa, olim in monachata chiamato d. Bartolommeo. In Padoa parlai con pré Bartolommeo Testa, al quale lassai el benefizio mio, che al presente è maestro de casa de monsignor Stampa. Deinde in una villa sul Veronese, appresso Lignago tre ovver quattro miglia, il nome della quale al presente non mi soccorre, parlai per dui giorni copiosamente cum pré Marino Gujoto, qui quondam monachus, dicebatur d. Pietro de Padoa. Ultimo loco, a Brescia ragionai cum d. Vincenzo di Mazi per un giorno continuo. Da questi adunque potrete intender tutto». Dategli poi le nuove di Germania, conchiude: «Non potiamo se non aspettar qualche gravissima croce. Orandum sine intermissione nobis ac vobis est, ut Dominus ipse negotium suum defendat. In Venezia non potei parlar con frate Alovise, come desiderava, imperciocchè l’era andato a star a Treviso, prout mi disse sua madre. Altro non mi occorre se non instantissimamente pregarvi che vui et gli altri fratelli cristiani preghino enixissime Dio per nui».

Era agostiniano, non benedettino come dicemmo noi sulla fede del Nuovo Dizionario istorico, pubblicato in Bassano il 1796, dov’è un esteso articolo su questo apostato. Abbiam cercato notizie delle persone nominate in questa lettera; ma solo potemmo raccogliere dal sullodato signor Baseggio che il Fornasiero era agostiniano e bassanese, come anche il Testa; fuggirono di patria nè più se ne seppe; nè si potè raccapezzare la corrispondenza ch’essi tenevano collo Spiera di Cittadella; la cui storia fu tradotta in latino, non dal Vergerio, ma dal Negri.

[312]. Vuolsi ricordare con lode la sua opera De methodo, sive recta investigandarum tradendarumque scientiarum ratione (Basilea 1558), ove, lasciando la dialettica ordinaria, propone un nuovo metodo di giungere al vero collo scomporre e ricomporre più volte la cosa, e sotto aspetti diversi esaminarla, salendo dal noto all’ignoto.

[313]. Vedi Lettere d’uomini illustri conservate nel regio archivio di Parma, 1853. In questo vi ha di molte lettere concernenti il Vergerio.

[314]. Ivi, 4 aprile 1545. Tutti capiscono che allude alla violenza di Pierluigi contro il vescovo di Fano, riferita dal Varchi al 1537. Ora, ben otto anni dopo, il Casa dubita che il papa possa averne avuto sentore: il che per lo meno smentisce la bolla che si vorrebbe avesse egli stesa per assolverlo. Del resto il fatto medesimo vien impugnato con buone ragioni dall’Amiani, Memorie di Fano, vol. II, p. 149.

* Nel 1856 a Brunswick fu pubblicata una monografia di Pier Paolo Vergerio da C. H. Sixt (P. P. Vergerius papstlicher Nunzius, katholischer Bischof, und Vorkämpfer des Evangeliums: eine reformationsgeschichtliche Monografie) col ritratto e quarantaquattro lettere originali; e Findel ne fece un compendio popolare.

Si ha un Catalogus hæreticorum dell’Arcimboldo, con note del Vergerio che il rendono curioso.

[315]. Così Celio Curione nel proemio alle Cento considerazioni divine del Valdes napoletano. Credonsi del Vergerio le «Due lettere d’un cortigiano, nelle quali si dimostra che la fede e la opinione di Roma è molto più bella e più comoda che non è quella dei Luterani. Terza lettera d’un cortigiano, il quale afferma che a suo parere la messa del papa è più bella che la comunione che si fa in alcun loco della Germania. Quarta lettera d’un cortigiano, nella quale gli si dice che si comincia ad accorgere che la dottrina ch’ei chiama la luterana sia la buona e la vera, e che quella del papa sia la corrotta e la falsa». Tutte ironie, che giravano per Italia; e a Pavia si riprodusse nel 1550 dalla stamperia Moscheno il Latte spirituale, col quale si debbono nutrire ed allevare i figliuoli de’ Cristiani a gloria di Dio, opera forse del Vergerio, comparsa l’anno avanti a Basilea. Vedi Apologia pro P. P. Vergerio adversus J. Casam. Ulma 1754.

[316]. Bayle, ad Theod. Simon.

[317]. Lo fecero principalmente lo Schelhorn e il Gerdes. Di Vittoria Colonna adduceano il Pianto della marchesa di Pescara sopra la passione di Cristo, e l’Orazione sopra l’Ave Maria. Aldo 1561. Vedasi Lefevre Deumier, Vittoria Colonna, Parigi 1856, libro di poco merito.

* Un nuovo eretico pretese regalarci ultimamente Sigwart, dimostrando la relazione fra le dottrine di Zuinglio e quelle di Pico della Mirandola (Ulrich Zwingli; der Karakter seiner Theologie mit besonderer Rücksicht auf Picus von Mirandula dargestellt. Stuttgard 1855).

[318].

Cum casum miseratus ille magnus

Carapha, Italiæ decus Carapha

Ad cœlum geminas manus tetendit

Multis cum lacrymis Deum salute

Orans de mea: et ecce acerba fugit

Febris, et lateris dolor, refectæ

Vires, etc.

Nello Schelhorn, vol. II, è una dissertazione De religione M. Antonii Flaminii. Nel Giudicio sopra le lettere di tredici uomini illustri pubblicate da M. Dionigi Atanagi (Venezia 1554), opera forse del Vergerio, si legge che il Flaminio «solo tra questi ebbe qualche gusto e cognizione di Cristo e della verità, ma non in tutti gli articoli, perocchè Dio non scopre e non rivela tutti i suoi tesori ad un tratto, ma a parte a parte. Certa cosa è che, se il Flaminio intese la giustificazione per la sola fede in Cristo e la certezza della salute nostra, egli o non intese la materia dell’eucaristia, o non ebbe ardimento di dirla come sta». E riferite le discrepanze, soggiunge: — Questo guadagno almeno facciam noi di quella lettera flaminiana, che, avendo esso dimostrato dissentire da noi in questi punti, e non detto di dissentire ove noi neghiamo esservi la transustanziazione, e quella oblazione doversi applicare per vivi e per morti, e dove anche neghiamo la Cena doversi dividere, il che fanno i papisti, quando ai laici non danno la spezie del vino, in questi tre punti almeno esso Flaminio ha dimostrato di tenere che noi abbiamo ragione; e credo io che, se egli fosse vivuto, sarebbe eziandio in tutti gli altri corso più avanti ed entrato nelle opinioni nostre; e credo di più che, chi avesse potuto veder il secreto del suo cuore, avrebbe veduto che già v’era entrato». Induzione assurda, eppure abituale.

[319]. Vedi Bayle, Dictionnaire critique.

[320]. Bayle, in Gribaldi; Gerdes, pag. 276; Niceron, Mémoires des hommes illustres, tom. XLI. p. 235.

[321]. De hæreticis quo jure quove fructu coërcendi sunt gladio vel igne, dialogus inter Calvinum et Vaticanum: e senza nome d’autore nè di stampatore, ma credesi di Lelio Socino.

[322]. Andrea Wissovatius, suo nipote, pubblicò le opere di lui nella Bibliotheca fratrum polonorum 1636, 6 vol. in-fol.

[323]. Bayle corregge moltissimi errori del Varillas e del Mainbourg in proposito di esso, ma cade in molti altri. Vedi Malacarne, Comm. delle opere e delle vicende di Giorgio Biandrata. Padova 1814.

Dalle corrispondenze di Biandrata conosciamo un Giambattista Puccini lucchese, dalla regina Bona spedito a Isabella d’Ungaria come cancelliere, in surrogazione del Savorgnano; Lodovico Biandrata fratello di Giorgio, protonotaro apostolico, e segretario di Enrico di Valois re di Polonia; Giambattista Castiglioni milanese, marchese di Cassano, che secondò Ferdinando d’Austria nelle guerre contro i Turchi, ebbe alte cariche alla corte imperiale, e da Filippo II di Spagna era destinato vicerè in Francia contro gli Ugonotti, quando morì a Milano, e volle esser sepolto senza pompe. Di che vedi Natale Conti, Historiæ sui temporis, al 1551.

[324]. Calvino lo taccia di barbaro stile, senza troppa ragione.

[325]. Giambattista Gaspari, De vita... Francisci Pucci Filidini, nella raccolta Calogeriana, tom. XXX. Venezia 1776.

[326]. Contentiosi sunt, et inquieti; ex quacumque re lievissima rixam movent, ne doceri a quoquo sustinent, nec a sua pervicacia remittunt; unde nobis sunt oneri. Comander.

[327]. Questi fatti risultano dalla storia affatto ostile del Llorente. Hefele di Tubinga, nella bella monografia del Ximenes, li svolge largamente e conchiude che «nella storia dell’Inquisizione di Spagna, la santa Sede compare protettrice de’ perseguitati, come fu in ogni tempo». Il protestante Schroeckh, nella Storia ecclesiastica, si meraviglia che il papa abbia consentito questa trasformazione d’un tribunale ecclesiastico in secolare, da lui indipendente. E Ranke, protestante anch’egli, disapprovando la storia del Llorente, scritta per favorire re Giuseppe Buonaparte contro le libertà basche e le immunità ecclesiastiche, dice che da quella appare come il Sant’Uffizio fosse una giustizia regia sotto divise ecclesiastiche; tantochè il cardinale Ximenes nicchiando a ricevere nel consiglio un laico nominato da Ferdinando, questo gli rispose: — Non sapete che quest’Uffizio non tiene la giurisdizione se non dal re?»

Il gagliardissimo pensatore Giuseppe De Maistre fece l’apologia dell’Inquisizione spagnuola, non tanto dal punto di diritto, come dall’essere stata un minor male, risparmiando alla Spagna que’ torrenti di sangue che la Riforma e le discordie civili conseguenti costarono al resto d’Europa. Dicendo apologia ho usurpato un luogo comune de’ retori; ma del resto egli medesimo, per quant’ardito, non osando quasi pronunziarlo in testa propria, fa dire da taluno che «il Sant’Uffizio con una sessantina di processi in un secolo ci avrebbe risparmiato lo spettacolo d’un monte di cadaveri che sorpasserebbe l’altezza delle Alpi, e arresterebbe il Reno e il Po.

Sant’Agostino disapprovò affatto le persecuzioni contro i dissidenti; ma poi nelle Ritrattazioni, lib. II. c. 5: — Ho fatto due libri contro i Donatisti, ove dissi non piacermi che, per forza secolare, i scismatici siano violentati alla comunione. Per verità allora mi spiaceva, perchè non ancora avevo provato a quanto male ardisca l’impunità, nè quanto a mutare in meglio valga la diligenza del castigo». E nel trattato 11 in Joann. nº 14: — Vedete che cosa fanno e che cosa soffrono: uccidono le anime, e son afflitti nei corpi; producono morti sempiterne, e lagnansi di soffrirne di temporali».

Il Forti nelle Istituzioni civili, lib. II. c. dice che «l’Inquisizione puniva non l’azione esterna, non la manifestazione pubblica delle opinioni, ma il pensiero dell’animo; ed in questo veramente eccedeva al di là dei confini d’ogni giurisprudenza». Sarebbe stato opportuno ci avesse detto come conosceva essa il pensiero dell’animo.

[328]. Chiamavansi così le esecuzioni contro i condannati dall’Inquisizione, perchè la maggior parte ne passava in assolvere gl’imputandi, facendoli ricredere e recitare l’atto di fede; e spesso non bruciavasi se non la candela che tenevano in mano. Llorente cita un auto da fe del 1486 a Toledo, con settecentocinquanta condannati, ma nessuno a morte; e un altro di novecento, pur senza morti; in uno, tremila trecento furono condannati, di cui ventisette a morte; ma si avverta che, oltre l’eresia, erano di competenza del Sant’Uffizio i peccati contro natura, la seduzione in confessione, la bestemmia, i ladri di chiesa, gli usuraj, perfino il contrabbando di cavalli e munizioni al nemico in tempo di guerra.

Dalla tolleranza dei nostri fratelli aspettiamo d’essere anche noi tacciati di difensori del cavalletto e del rogo: noi.

[329]. Verso il 1574 Mureto scriveva d’Italia all’illustre storico De Thou, Qu’il était esbahi qu’il se levât qu’on ne lui vint dire qu’un tel ne se trouve plus; et si l’on n’en oserait parler.

[330]. Il Compendio della Santa Inquisizione.

[331]. Vedi Breve informatione del modo di trattar le cause del Sant’Uffizio per li molto reverendi vicarj della Santa Inquisizione di Modana; e altri da noi citati a pag. 348.

[332]. Di là, l’8 agosto 1555, scriveva una lettera a una madonna Cherubina, dipingendo i guaj che dovè patire nell’assedio di quella città, ed esortandola alla fede in Dio e nel Vangelo; sempre abbondando di citazioni scritturali e di pietà: — Pregate ancora per noi, com’io faccio per tutti i Cristiani che sono in Italia, che il Signore ci faccia costanti acciocchè possiamo confessarlo in mezzo della generazione diversa... Qui il padrone è sempre il primo andare alla predica: di poi ogni mattina chiama tutta la sua famiglia, ed in sua presenza si legge un evangelio ed un’epistola di san Paolo, ed esso, postosi in ginocchioni con tutta la sua corte, pregano il Signore. Bisogna poi che, casa per casa, ciascheduno de’ suoi sudditi gli renda ragione della sua fede, eziandio le massare, acciocchè ei veda come fanno profitto nella religione, perchè dice che sa bene che, se non facesse così, esso sarebbe obbligato a render ragione di tutte le anime de’ suoi sudditi. Io vorrei che tutti i signori e principi fossero tali. Il Signore vi dia fede e vi accresca nella sua cognizione, perchè di continuo noi dobbiamo pregare di crescere in fede». O. Moratæ Opera, Basilea 1580, pag. 212.

Altre donne favoreggiarono la Riforma: Manrica de Bresegna napoletana, Lavinia Orsini della Rovere, Maddalena e Cherubina della casa stessa, Elena Rangone Bentivoglio, Giulia Gonzaga contessa di Fondi, a cui Valdes dedicò i suoi Commenti sui salmi...

[333]. Nel 1553 Paolo Palazzo cantore, propenso ai Luterani, fu tratto in carcere a San Domenico, e dopo alquanti giorni liberato per favore di molti. Nel 1557 l’inquisitore carcerò Matteo Dordono e Innocente Nibbio notaj, che pentiti, fecero pubblica ammenda e penitenza, e tornarono con gran disonore a casa. Taddeo Cavalzugo citato per luterano, fuggì a Ginevra, sicchè fu bandito. Prete Simone, vissuto seco lungamente e arrestato, cercando fuggire di carcere si ruppe una coscia, e dovette far penitenza de’ suoi errori. Alessandro Cavalgio fu preso per aver tratto di convento una sorella e maritatala. Altri assai nobili si scopersero fautori dell’eresia, e ne pagarono il fio; molti esularono, e i loro beni furono dati al principe. Nel 1558, prete Riccio, che avea conversato, mangiato, bevuto con Luterani e ajutatili a fuggire, s’un palco fu sferzato dall’inquisitore frà Valerio Malvicino e dovette palesare quanto avea operato contro i decreti del sommo pontefice: seco due altri cittadini: Giuseppe de’ Medici pure sferzato, confessò quanto avea creduto e fatto contro la cattolica fede: e un notajo Giuseppe di avere scompisciato la pila dell’acquasanta, ferito di spada le immagini e le braccia e coscie di San Rocco.

Memorie di Piacenza, vol. IX, pag. 277 e 344, ove però non sono date che le iniziali, avendo temuto il Poggiali far torto a’ loro discendenti. Il Corvi parla di altri processati per luterani e che abjurarono o furono puniti.

[334]. Scriveva al Gonzaga signor di Guastalla: — Jeri sera, per commissione del cardinale Alessandrino (Ghislieri), furono pigliati tutti i miei libri e notata ogni minima mia polizza. Questo non m’è grave, venendo la commissione da quel dabbene e religiosissimo signore, e dal santissimo tribunale dell’Inquisizione; ma ben mi doglio che gli ne sia data occasione da alcuni maligni ed invidiosi miei emuli». Tiraboschi, vol. XII, p. 1712. Io ho pubblicato il processo del Morone.

[335]. Vita di Sisto V, part. I. l. III.

[336]. Giannone, lib. XXXII, c. 5.

[337]. Manoscritto all’anno 1571.

[338]. Mazzuchelli, Scrittori d’Italia.

[339]. Nello Schelhorn è una lettera di Aonio Paleario a Lutero, Melancton, Calvino, Butzer, dissuadendoli dall’accettare la convocazione del concilio, e mostrando quanta premura v’abbia il papa: Pontifex qui id ætatis non satis firma est valetudine, ne nocturnum quidem tempus sibi ad quietem relinquit; magnam copiam consultorum habet, quibuscum ad multam noctem sermonem producit; interdum autem jurisperitos, aut usu rerum probatos, aut astutos homines, addite autem si vultis improbos, consulit... advocat, orat atque obsecrat ut in communem curam incumbant.

Del libro attribuito al Paleario, Del beneficio di Cristo crocifisso, dapprima diffuso come di retto sentire, poi severamente proibito, si moltiplicarono le edizioni e le traduzioni in tutte le lingue: eppure asserivansi distrutte tutte le copie, quando ne fu trovata una nella biblioteca di Cambridge, e ristampata il 1856 a Londra per cura di Churchill Babington con una traduzione francese e una inglese del secolo XVI: e gran rumore ne fan oggi principalmente i Tedeschi.

Il Paleario stando professore a Milano, propose a due suoi allievi di combattere e di difendere la legge Agraria. Abbiamo a stampa la tesi colla traccia data da lui, e le due declamazioni di Lodovico Raudense e di Carlo Sauli; uno che fa da Tiberio Gracco, l’altro da Marco Ottavio. Milano 1567.

[340]. Alla stamperia dei Giunti lavorò Francesco Giuntini fiorentino (1522-90) carmelitano, che scrisse d’astrologia, poi apostatò in Francia, poi ravvedutosi fece pubblica abjura in Santa Croce di Lione. Quivi stette correttore di stampe, ma guadagnò con una banca sessantamila scudi, di cui tremila lasciò ai Giunti; ma sepolto sotto le ruine della propria biblioteca, di tal somma non si rinvenne traccia. Fu balzano e libertino, e il Possevino non crede guari alla sua ritrattazione; pure allo Speculum astrologiæ antepose una lettera diretta ai vescovi e agl’inquisitori protestando Ego revoco et tamquam a me nunquam dictum volo ciò che avea scritto contro la Chiesa.

Da un Giunti fiorentino, stabilitosi a Troyes in Sciampagna, nacque nel 1540 Pietro De Larivey, il primo che scrivesse commedie in Francia, e nella ristampa fatta il 1855 si attesta l’efficacia di lui sopra il teatro francese, specialmente sopra Molière, e si mostra quanto abbia tratto da’ nostri. Tradusse pure le Notti facete dello Straparola.

[341]. È poc’altro che una revisione di quella del Brucioli la Bibbia novamente tradotta da la hebraica verità in lingua toscana, per maestro Santi Marmochino fiorentino dell’ordine dei Predicatori (Venezia, Giunti 1538 e 46). Anche Filippo Rustici lucchese apostato, a Ginevra fece o rivide una versione della Bibbia sopra i vulgarizzamenti del Vatable, del Pagnini, del Brucioli.

[342]. Il residente veneto ai 27 settembre 1567 scriveva alla Signoria: — Fu fatto domenica l’atto solenne della Inquisition nella Minerva, con intervento di tutti i cardinali che qui si trovano, segondo che sua santità nel concistoro precedente li haveva esortati, eccetto che il cardinale Boncompagno, che non vi volse andar per rispetto d’un suo nepote che doveva abjurar. Ed un altro cardinale anchora prese licentia dal papa per andar fuori della terra, per non si ritrovare, dubitando di poter essere da tutti riguardato, per rispetto della stretta amicitia e conversation che havea avuta col Carnesechi, che dovea comparer tra condannati. Forono i rei diecisette, de’ quali quindici si sono abjurati, restando condannati, chi serrati in perpetuo fra dui muri, chi in prigion perpetua, chi in galea perpetua, o per tempo, et alcuni appresso in certa somma di danari per la fabrica, che s’ha da far d’un hospital per li heretici, et tra questi vi sono stati sei gentil’homeni bolognesi; ma li altri dui sono stati remessi al fôro secular, e conseguentemente destinati alla morte et al foco: l’uno di loro è da Cividal di Bellon, frate di san Francesco conventuale, maestro di theologia, condannato come relasso, e l’altro il Carnesechi, incolpato di aver tenuta già lungo tempo continuamente la heresia di Lutero e de Calvino, e d’aver più volte ingannato l’officio della Inquisitione, fingendo di pentirsi, ma in fatto essere stato sempre impenitente e pertinace, et in fine d’haver havuto stretta conversatione et intelligentia con heretici e sospetti d’heresia, scrivendo loro spesse volte, ed agiutandoli con denari. E tra sospetti di heresia si è nominato qualcuno, che è morto, del quale universalmente si ha già avuta ottima opinion di bontà e santità, ma pare che si abbia premuto assai in tassar la corte del cardinal Polo, non havendo rispetto di nominar alcuno, con intention principalmente di far parer che con qualche causa Paulo IV havesse cercato di procedere contro di lui e contra i suoi dipendenti, e per tassar anco con questo forse qualche cardinale. Così è passato questo atto di inquisitione, sopra ogn’altro che s’abbia fatto notabile. E il Carnesechi, al qual per maggior infelicità è occorso di essere stato condannato dinanzi la sepoltura di papa Clemente VII che sopra ogn’altro lo haveva caro e favoriva, fò vestito di fiamme, come si usa, insieme col frate, e condotto alla sagrestia a desgradar, e poi menato in torre di Nona pregione, dove anchora si ritrova per esser quest’altra settimana giustiziato. Hanno i cardinali dell’Inquisitione fatta ogn’opera per salvarli la vita, ma, come dicono, egli in pregione anchora dimostrandosi impenitente, ha scritto fuori lettere per avertir altri sui complici, et ha negata ogni verità, anchor che chiarissima, lasciandosi convincere sempre colle proprie lettere sue, onde sono stati astretti far questa sentenza. Si desiderava ch’egli non morisse, per rispetto di dar qualche satisfattion al duca di Fiorenza, che lo diede a sua santità, e si saverìa che la regina di Franza, ricognoscendo in parte da lui la sua grandezza, desiderava la sua salute, se ben ha avuto rispetto di domandarla; ma egli ne’ suoi costituti ha avuto a dire, che la regina dovea ricercar la serenità vostra che intercedesse per lui. Delle entrate de’ sui benefizj già riscosse, o che si devono riscuoder fin questo dì, le quali dicono che importano circa cinquemila scuti all’anno, sua santità in gratification del duca di Fiorenza ha fatto grazia alli sui parenti. Ma li beneficj che vacano, che sono principalmente due buone abbadie, l’una nel reame di Napoli, e l’altra nel Polesine, sua santità non ha voluto in modo alcuno conferir.....

«Mercor fò qui giornata per diversi accidenti assai notabile. Perciò che la mattina per tempo fò tagliata in ponte la testa al frate di Cividal et a Carnesechi, e l’uno e l’altro poi abbrusciato. Morite il frate di Cividal assai disposto; ma se ’l Carnesechi havesse dimostrato perfetto pentimento, haverìa salvata la vita, che tale era la inclination del pontefice e dei cardinali della Inquisitione. È stato egli tanto vario nel suo dir e forse nel suo creder, che egli medesimo in ultimo confessò non aver satisfatto nè alli heretici, nè alli cattolici... Fu fatto domenica passata l’atto della inquisitione nella Minerva con la presentia di ventidue cardinali. Sono stati quattro impenitenti condannati al fuoco, uno dei quali pentitosi quando era per esser giustiziato, hebbe gratia della vita, altri dieci sono abjurati e condannati a diverse pene, e fra questi Guido Ginetti (Zanetti) da Fano, che fu già mandato qua da Venetia, il quale è stato forse venti anni immerso nelle heresie, et ha avuto parte in tutte le sêtte, è stato condannato in prigion perpetua, e li è stata salvata la vita, parte perchè dicono che per lui si ha havuto notizia di molte cose importanti, parte perchè non è mai stato abjurato, e però non si può haver per relapso, se ben ha continuato nell’errore tanti anni, e li canoni non levano la vita a chi è incorso in errore per la prima volta».

[343]. Quali Giovanni, Carlo e Alessandro Diodati; Burlamachi Federico e il famoso Gian Giacomo; Gian Lodovico Calandrini; Benedetto, Francesco, Michele, Gian Alfonso, Samuele Turrettini, Vincenzo Minutoli; Giacomo, Bartolomeo e Francesco Graziano Micheli; Gian Lodovico Saladini. Dai Turrettini scesero molti uomini rinomati, e principalmente Giovanni Alfonso, che si fece ammirare viaggiando per Europa, come uno de’ luminari della Chiesa riformata, e procurò conciliare le dissidenti.

[344]. Raynaldi, ad annum 1562. Una riformagione del 1270 contiene i nomi di essi banditi, che sono Giofredo di Bartolomeo Cenami, Nicola Franciotti, Giuseppe Cardoni, Salvatore dell’Orafo, Antonio fratello di Michelangelo Liena, Gaspare e Flaminia Cattani, Cesare di Vincenzo Mei, Benedetto di Filippo Calandrini, Michele di Francesco Burlamachi, Giuseppe Jova, Lorenzo Alò Venturini, Marco di Clemente di Rimino.

Fra gli apostati indicheremo qui Nicola Balbani di Lucca, che nel 1581 stampò a Ginevra la vita di Antonio Caracciolo (p. 477), la quale da Vincenzo Minutoli fu tradotta il 1587 in latino e in inglese, e molto si diffuse.

[345]. Su di ciò vedi il tom. XII dell’Archivio storico italiano.

[346]. La scritta dice: Alexander papa III, Federici I imperatoris iram et impetum fugiens, abdit se Venetiis. Cognitum et a senatu perhonorifice susceptum, Othone imperatoris filio navali prœlio a Venetiis victo captoque, Federicus pace facta supplex adorat, fidem et obedientiam pollicitus. Ita pontifici sua dignitas venetæ reipublicæ beneficio restituta MCLXXVII. Quest’ultima frase fu tolta quando nacquero dissidj colla repubblica veneta.

[347]. Una bella vita del cardinale Comendone fu scritta in latino da A. M. Graziani (Parigi 1669) e subito tradotta in francese da Spirito Fléchier, il quale dice che «la corte romana non ebbe mai ministro più illuminato, più attivo, più disinteressato e fedele: condusse a termine con rara perizia negoziati rilevantissimi in tempi difficili; procacciossi l’amicizia de’ principi senza condiscendere alle passioni e agli errori di essi; infaticabilmente adoprò ad assodar la fede e la disciplina della Chiesa, e con senno e fermezza si oppose al torrente delle nascenti eresie».

[348]. Molte volte non potendo i padri accordarsi sull’espressione di qualche articolo, gli davano solo la forma negativa, condannando cioè una proposizione: nel qual caso non si possono voltar in positive, giacchè il riprovare un’asserzione non implica che si tenga vera la positiva opposta.

[349]. Per esempio, trovava:

Ad cœnam agni providi

Et stolis albis candidi

Post transitum maris Rubri

Christo canamus principi.

Cujus corpus sanctissimum

In ara crucis torridum

Cruore ejus roseo

Gustando vivimus Deo.

Esso toglie le oscurità e le assonanze, e fa:

Ad regias agni dapes

Stolis amicti candidis

Post transitum maris Rubri

Christo canamus principi:

Divina cujus charitas

Sacrum propinat sanguinem,

Almique membra corporis

Amor sacerdos propinat.

[350]. Tito Prospero Martinengo di Brescia (-1595) collaborò alla Bibbia Sistina, oltre rivedere le edizioni di san Girolamo, del Grisostomo e d’altri. Marco Marini suo compatrioto (-1584) lasciò una Grammatica linguæ sanctæ.

[351]. Fu posta all’Indice da Gregorio XIV, ed è una rarità bibliografica.

[352]. Che Paolo Manuzio ne rivedesse lo stile è negato dal Lagomarsino, il quale vuol redattori pel latino Muzio Calino, e i milanesi Pietro Galesino e Giulio Pogiano. Vuolsi pur memorare la Summa doctrinæ Christianæ del gesuita Canisio, molto adoprata ancora in Germania.

[353]. L’assemblea del clero di Francia nel 1657 fece ristampare e diffondere a sue spese le Istruzioni di san Carlo.

[354]. Questa è la regola per la compagnia dei servi dei puttini di charità, che insegna le feste ai puttini et puttine a leggere et scrivere et li boni costumi, gratis et amore Dei, 1565. Chi ama la storia del retto insegnamento, ponderi questo libriccino.

[355]. Editti del 7 marzo 1579, e del 13 novembre 1574.

[356]. Egli avea vietato che nessuno, predicando, dicesse il giorno del fine del mondo: ne certum tempus antichristi adventus et extremi judicii diem prædicent; cum illud Christi Domini ore testatum sit, non est vestrum nosse tempora vel momenta; Act. pag. 3. Pure nel V concilio provinciale dice: Ad nuptias matrimoniaque impedienda vel dirimenda eo cum ventum sit, ut veneficia fascinationesve homines adhibeant, atque usque adeo frequenter id sceleris committant, ut res plena impietatis ac propterea gravius detestanda; itaque, ut a tanto tamque nefario crimine pœnæ gravitate deterreantur, excommunicationis latæ sententiæ vinculo fascinantes et venefici id generis irretiti sint. De’ processi suoi per stregherie parlammo a pag. 352: fatti speciali, la cui colpabilità non può asserirsi se non dopo esaminato ciascuno, e veduto quanto si peccasse contro la carità e abusando di oggetti sacri. D’altra parte, anche posto impossibile il delitto, il tentarlo palesa malvagità, e può punirsi come l’attentato fallito. Una difesa dell’Inquisizione, quale oggi può farsi, vedi in Tapparelli, Saggio teoretico, XCIII.

* Le penitenze non le pose soltanto nel rituale, ma le voleva eseguite. È nell’archivio arcivescovile una sua lettera del 6 maggio 1569, dove ordina che Giacomo Riva di Calenico e Margherita de Filippi di Tonza in val di Blenio, che avean avuto ardire di coabitare prima d’essere benedetti dal curato «tutte le domeniche d’un anno continuo stiano ambedue su la porta della chiesa con una corda al collo e con una candela accesa in mano mentre si dirà la messa, e il sacerdote che dirà la messa avvisi il popolo della causa perchè si fa far loro questa penitenza, che è per l’inobedienza predetta».

[357]. I signori Svizzeri, saputolo, spedirono un ambasciadore a Milano perchè quel governatore richiamasse il cardinale. L’ambasciadore scavalcò in casa d’un mercante compatrioto; ma prima che presentasse le credenziali, l’Inquisizione l’arrestò. Il mercante informò del successo il governatore, che fece rilasciar l’ambasciadore e onorollo: ma gli Svizzeri, appena udito il fatto, mandarono intimare avrebbero arrestato il cardinale, che per lo meglio si ritirò.

[358]. Del De Vio, di cui parlammo nel tom. IX, p. 329, conosciamo un opuscolo De Monte Pietatis, Roma 1515, diretto a Leone X, contro i monti di pietà quando se ne trattava nel concilio Lateranese; e mostra che nullo modo injustitiæ macula abest a capitulis montis hujus; et etiam quocumque alio modo casos formetur, justitia et æqualitas non servatur. In quell’età molto disputossi sulla moralità di siffatta istituzione, in grazia della dottrina che condannava il ricavar interesse dal danaro.

[359]. Decreta generalia in visitatione Comensi edita. Vercelli 1579, e Como 1618.

[360]. Vedi Mutinelli, Storia arcana. Nelle visite alla parrocchia di San Cassiano a Venezia attorno al 1570, riportate dal Galliccioli, appare molto comune la scostumatezza de’ preti, ordinandosi ogni tratto agli uni di far penitenze per peccati commessi, ad altri d’abbandonar pratiche, di non bazzicare meretrici; chi non sapeva il latino, chi dava pubblici scandali, chi giocava. Nel carteggio dell’ambasciadore veneto a Roma sotto il 30 novembre 1585 leggiamo: — Il pontefice è stato informato da diversi che molti delli monasteri di Venezia e della diocesi di Torcello sono in uno malo stato, e ridotti alcuni di loro a pubblici postriboli; e ha detto di volervi provvedere».

[361]. Vedi pag. 421. Nel 1563 viaggiò in Italia Filippo Camerario, illustre dotto tedesco, il quale descrisse quel viaggio giorno per giorno, più fermandosi sulla parte materiale. Sparla del Regno, allegando il proverbio «il Napolitano è un delizioso paradiso, ma abitato da diavoli», e si meraviglia come il re di Spagna da paesi tanto feraci tragga o nulla o pochissimo, dovendo spender tutto nel frenare i sudditi e respingere i Turchi. Descrive i fenomeni del tarantismo: e che spesso all’entrare in una città eran obbligati deporre le armi e le pistole, ricuperandole poi all’uscita; del che non sa trovar la ragione, massime che v’ha osterie dove si è più in pericolo che sopra alcune strade di Lombardia e di Toscana. A Roma fa il solito piagnisteo sulla diversità dall’antica; ma soprattutto decaduti gli sembrano gli uomini, la più parte ignari fin delle lettere. «Poeti, filosofi, oratori v’ha per certo, ma tali che non vorresti udirli: chiaman poeti certi ciarlatani che cantano per le strade versi lascivi; filosofi che tutto attribuiscono alla natura, o secondano le voluttà; oratori che mai non lessero Cicerone nè Demostene, ma arringarono una o due cause». Quivi di peggio gli toccò, poichè sul partire l’Inquisizione lo colse, e gittò in orrenda carcere, ove stava da un anno Pompeo De Monti barone napoletano, reo d’uccisioni e d’incendj, ma allora imputato d’eresia. Il Camerario si confessò luterano, onde cercarono trarlo alla nostra Chiesa: il gesuita Canisio gli procurò agevolezze, e gli dava libri per convertirlo: e se il domenicano frate Angelo il vessava, usavagli ogni cortesia il dottor Donato Stampa milanese: un Cencio carceriere lo salvò da insidie e veleni, un medico umanissimo l’assisteva, un ignoto gli offerse denaro pel ritorno. Egli medesimo ne stese una relatio vera et solida per dimostrare come Dio, per mezzi insperati, campi i suoi dalle mani de’ nemici, e liberi dalle calunnie. Suo inquisitore era stato il Ghislieri, e perciò gli si avventa accannito.

[362]. L’ambasciadore veneto, in agosto 1566, assistette a una cena di Pio V: «Mangiò quattro susini cotti con zuccaro: quattro bocconi di fiori di boracina acconci in salata da lui medesimo; una minestra d’erbe; dui soli bocconi d’una fortaja fatta con erbe, e cotta in acqua solamente senza olio e senza onto sottile; cinque gamberetti cotti in vino; e dopo pasto tre bocconi di pero o persico cotto, con che finì la cena; nè altra vivanda fa portata in tavola. Bevve due volte, ma tanto quanto comunemente un altro beve in una sola».

Lo spaccio 15 aprile 1570 d’esso ambasciadore dice: — Il Pistoggia, ch’è un predicatore molto famoso dell’ordine delli Cappuccini, e grato al papa, perchè lo ha per homo molto dabbene e catholico, ritornato ultimamente in Roma, è stato introdotto a sua santità, alla quale da poi che hebbe basciato il piede e dato conto dove havea predicato, disse ch’era sforzato inanti sua santità gridar sempre misericordia, misericordia, perchè vedeva tante anime andar in perditione in poter d’infedeli et in mano di cani, e ch’essendo lei vicario di Jesu-Christo in terra, toccava a lei la cura di queste anime, e che le saria dimandato ragione d’esse da Dio perchè non li usava misericordia. E che vedeva bene ch’ella era pronta alla giustitia, e che ogni giorno faceva impiccare e squartare hora uno, hora un altro; ma che doveva ricordarsi che, per un luogo della Scrittura che nomina Dio giusto, ne sono dieci che lo nominano misericordioso; onde volendo imitar Dio, come è debito suo, doverà più esser sollecita in ajutare e sostentare, e defendere le anime che vanno in perditione per la potenza dei Turchi, che in castigare per giustizia li scelerati. E le considerò molti vescovi antiqui che havevano messi se stessi in potere delli nemici per liberare altri, e fra li papi moderni Calisto, Pio, Innocentio, che venderono li beni delle chiese per far guerra contro li Turchi. Disse molte cose in questo proposito con gran libertà per un gran spacio: et il pontefice, benchè si sentisse trafitto, però non mostrò d’haver niente a male di quello che diceva. Ma poi ch’ebbe finito, disse con un gran sospiro che egli diceva il vero in ogni cosa, ma che non sapeva li travagli in che si trovava; ch’era in un papato poverissimo e debolissimo, et oppresso da ogni parte, et che se voleva far un bene, haveva mille impedimenti, e non solamente da heretici e da inimici della fede, ma da quelli che fanno professione d’amici, che con mille modi fanno offese a Dio, e pensano d’opprimere l’autorità di sua maestà in terra: il che le travagliava l’animo grandemente; ma che con tutto questo sua santità gli ha pietà, e vorria ajutar tutti, se bene doverìa castigarli; e si mostrò piena di ramarico per occasione di questa guerra, e per il poco modo che haveva d’ajutarla.

[363]. Dispaccio di Paolo Tiepolo da Roma, 16 febbrajo 1566. E vedi il capo seguente.

[364]. Tiraboschi, Storia letteraria, tom. VII. lib. I. c. 3.

[365]. Quelle false decretali, che per lungo tempo si dissero inventate a Roma, diffuse in Ispagna e di là nel mondo, introducendo nuovi canoni e diritto nuovo per consolidare l’autorità dei papi a scapito di quella dei vescovi, apparvero tutt’altro avanti a leali cercatori, protestanti e cattolici. La prima indagine avrebbe dovuto cadere sul corpo del delitto, e si provò che tutti ne aveano discorso senza conoscerle sia nei testi, sia nell’unica informe edizione fattane da Merlin nel 1530. Una esatta descrizione ne porse il dottore Phillipps; poi l’abate Migne le stampò nel vol. CXXX della sua Patrologia, con una dissertazione del dottore Denzinger professore a Wurzburg.

Risulta di là che la Spagna non le conobbe mai; che sino al secolo XI uscente non ebbero mai autorità in Italia; a tal segno che nel 1085 il cardinale Otto, il quale fu poi Urbano II, incontrandone primamente alcune in un concilio tedesco, le ripudia con disprezzo; che l’opera fu compilata in Germania, probabilmente da Benedetto Levita, cherico dell’arcivescovo di Magonza Autcario.

Quanto al fondo, le decretali non toccarono pur un punto che già non fosse stabilito; e scopo loro è di sorreggere i diritti de’ primati a fronte de’ metropoliti, cioè sostenere l’indipendenza de’ vescovi, anzichè rialzare il poter pontifizio. L’autore, tutt’altro che ignorante e inetto, non inventò nulla, ma tolse brani e brandelli da lettere di papi, dai codici di Teodosio ed Alarico, dalla regola di san Benedetto, dal Liber pontificalis, e da altre autorità, rispettate anche prima dell’834 in cui egli cominciò.

[366]. Nella chiesa di San Gaudioso a Napoli si conserva una caraffina del sangue di santo Stefano, che soleva liquefarsi il 3 agosto; e riformato il calendario, non bollì più che al 13. Così fu di quel di san Gennaro al 19 settembre: prova che quella riforma era stata aggradita in cielo, benchè non dappertutto in terra. Il Pancirolo, al cap. 177, De Claris legum interpretibus, racconta che alcuni noci, i quali stanno secchi fin alla mattina del San Giovanni, e allora compajono coperti di frutti e foglie, anticiparono questa meraviglia secondo il calendario nuovo.

[367]. Baronio ad annos; Theiner, La Chiesa russa.

[368]. Vedi A. Possevini Moscovia. Vilna 1586. Marco Velser, da Augusta il 18 aprile 1608, scrive al Gualdo a Roma: — Conta il Possevino che in Moscovia, al suo primo arrivo in corte, gli misero innanzi certa minestra, fatta ad uso del paese, troppo insipida; ed avendo domandato come gli gustava, parve che per creanza non potesse rispondere salvo che Bene; a che appigliandosi que’ bojari, soggiunsero subito: Antoni, habebis quotidie. Nè mancarono di attenergli la promessa fedelissimi».

È descritta l’ambasciata che nel 1656 venne da Moscovia a Venezia, dove i Russi stupivano che la marea, abbassandosi, non menasse vie le case, che credeano galleggianti; e supponevano che le macchine teatrali fossero semoventi. Di quella arrivata a Venezia il 1582, vedi Mutinelli, Storia arcana.

Della parte che il Possevino ebbe nella spedizione contro i Valdesi, rende conto in una memoria edita dallo Zaccaria nell’Iter literarium per Italiam, part. II. op. VIII. Vedi la Vita del Possevino scritta da Nicolò Ghezzi.

[369]. Vedine la vita, scritta dal suo segretario Agostino Bruni, Veterum scriptorum amplissima collectio tom. VI. p. 1387.

[370]. Gerdes, Specimen Italiæ reformatæ, pag. 262.

[371]. De modernis Jesuitarum moribus, col finto nome di Filadelfo, e la falsa data d’Ignatianopoli 1672. Il residente veneto a Roma, sotto il 12 aprile 1567, cioè ventisette anni dopo approvata la Società, scriveva alla Signoria: — Ha concesso sua santità a’ Gesuiti di poter tenere fin centomila scuti di monti, appresso le altre cose che possedono in questa città. Sono essi qui in gran numero, dipendendo da loro principalmente il culto divino e la educazione buona della gioventù, perciocchè tengono quattro case o palazzi principali, due de’ quali servono per abitazione loro, dove hanno le lor chiese mirabilmente frequentate, dove ogni giorno concorrono molte persone a confessarsi e comunicarsi, e nelle due altre maggiori si nutriscono, e disciplinano nella religione e nelle buone lettere più di quattrocento giovanetti con ordine singolare sotto nome di seminario e collegio germanico; oltre che per loro medesimi si tengono pubblicamente lezioni in ogni sorte di professioni, da leggi in fuori, e sono da sua santità adoperati in molte cose spettanti alla fede, da che si hanno acquistato appresso ognuno gran nome di bontà e di dottrina».

[372]. L’abbiam pubblicato noi nella Storia universale, ed. VIIª, Schiarimento Q al Libro XV. Ma il Pezzana crede (V. dell’Affò, pag. 63) non sia de’ Gesuiti, bensì della Compagnia del santissimo nome di Gesù, istituita a Parma il 1542, che, oltre insegnar la dottrina cristiana e confortare i giustiziati, avea l’obbligo «de advisare il principe et soi gobernatori de tutti l’inconvenienti». Può farvi riscontro la nota degli abusi che correano in Milano, sporta al re di Spagna per parte di san Carlo, e che leggesi a p. 76 vol. II dei Documenti circa la vita e le gesta di san Carlo. Milano 1857.

[373]. Il padre Spotorno lo dichiara il primo che assennatamente riordinasse gli studj filosofici.

[374]. Se ci piacquero tanto le epistole di Cicerone, non torceremo il labbro a questa che san Filippo Neri dirigeva a Clemente VII: — Santo Padre, cosa son io che i cardinali vengano a trovarmi? Jer da sera ci furono il cardinale di Cusa e Medici. E avendo io bisogno d’un po’ di manna, quest’ultimo me ne fece dare due once dall’ospedal di Santo Spirito, a cui n’ha procurato molta. Restò da me fin alle due di notte, dicendo di vostra santità tanto bene che parvemi troppo; giacchè, a parer mio, un papa dev’essere trasformato nell’umiltà stessa. Alle sette Cristo è venuto da me, e mi ha riconfortato col sacratissimo suo corpo. Vostra santità invece neppur una volta s’è degnato venire alla nostra chiesa. Cristo è Dio e uomo, eppure ogni qualvolta lo chiedo viene da me... Ordino a vostra santità di permettermi d’ascriver alle monache la figlia di Claudio Neri, alla quale da un pezzo avete promesso di prendervi cura de’ suoi figliuoli. E un papa deve mantener la parola; sicchè affidate a me questo affare ecc.».

Clemente sul foglio stesso gli rispondeva: — Il papa dice che la prima parte del viglietto sente d’ambizione, ostentando le frequenti visite dei cardinali; se pur non fosse per mostrare che queste sono persone pie, del che nessuno dubita. Che se non è venuto in persona, è colpa vostra, che non voleste mai esser cardinale. A quel che comandate consente, e che voi sgridiate quelle buone madri, come solete, con forza e autorità se non obbediscono alla bella prima. Di rimpatto vi comanda di curare la vostra salute, e non tornar a confessare senza ch’egli lo sappia; e che quando riceverete nostro Signore, preghiate per lui e per le permanenti necessità della repubblica cristiana». Negli Acta Sanctorum al 26 maggio.

[375]. Annales antiquitatum ab orbe condito usque ad annum 2024. — Imperium pendere a veris et non simulatis virtutibus. — De antiquo et novo Italiæ statu. — De jure status — De ruinis gentium et regnorum etc.

[376]. Ottavio Maria Paltrinieri, Memorie intorno alla vita di Primo del Conte. Roma 1805.

[377]. Enrico III andò a visitarla in quell’incognito che lasciasi indovinare, e le chiese il ritratto in ricambio dell’immagine sua che le lasciò nel cuore:

Così venne al mio povero ricetto

Senza pompa real che abbaglia e splende:

Benchè sì sconosciuto, anch’al mio core

Tal raggio impresse del divin suo merto,

Che a me s’estinse il natural vigore.

Gamba, Lettere di donne italiane del secolo XVI, Venezia 1832.

[378]. La carità a domicilio e i visitatori del povero, istituzioni tanto lodevoli dell’età nostra, appartengono anch’esse a quel medioevo, che tanti esempj ci potrebbe offrire studiato con benevolenza. Nel 1402, Pileo de Marini vescovo di Genova aveva istituito un uffizio per raccorre e distribuire limosine ai poveri della città. Questo magistrato della Misericordia fu poi amplificato, e aggiuntovi l’uffizio dei Poveri, i cui statuti furono fatti nel 1593. Sant’Antonino, non ancora arcivescovo di Firenze, il 1441 ordinò i Provveditori de’ poveri bisognosi, che dal popolo furono detti Buonomini di san Martino, i quali, divisi pei sestieri della città, soccorrevano a tutte le necessità dei poverelli, a maritar fanciulle, a dar letti, coperte, panni, medicine, a riscattare i pegni, a ritrarre dal vizio; con divieto alla pubblica autorità civile nè ecclesiastica d’intromettersene, o di mutarne gli ordini, o di esplorarne gli averi; tutto volendo affidato all’onestà de’ provveditori e alla Provvidenza. In tal modo si distribuivano l’anno quattordicimila zecchini, e diecimila nel secolo seguente. Passerini, Storia degli istituti di beneficenza di Firenze.

[379]. Nel 1589; e fu primamente pubblicato dal Cavedoni nelle Memorie di Modena del 1829.

[380]. Lettere miscellanee, tom. I. p. 580.

[381]. Giuseppe Baini, Memorie storico-critiche della vita e delle opere di Pierluigi da Palestrina. Roma 1828. — Winterfeld, Giovanni Gabrieli ed i suoi contemporanei, o Storia del fiore del canto sacro nel secolo XVI, spezialmente nella scuola di musica di Venezia. Berlino 1834.

[382]. Epist. 1312.

[383]. Grozio assegna come primario diritto maestatico l’imporre la religione dello Stato; In arbitrio est summi imperii quænam religio publice exerceatur; idque præcipuum inter majestatis jura ponunt omnes qui politica scripserunt.

[384]. Il Giannone, sempre furioso contro le libertà, enumera a lungo questi pregiudizj recati dalle esenzioni ecclesiastiche, espone le opposizioni del governo, e declama contro i papi che «cercavano togliere ai re di Napoli una prerogativa cotanto loro cara, ch’è reputata la pupilla de’ loro occhi e il fondamento principale della loro giurisdizione, l’exequatur regium, che si ricerca nel regno alle bolle e rescritti del papa, e ad ogni altra provvisione che viene da Roma». Storia civile del regno di Napoli, lib. XXXIII. c. 3.

[385]. Perfino il Daru, enciclopedista professo, dichiara che nella nostra età si guardano con dispregio le dispute ecclesiastiche che allora travagliavano gli uomini, senza considerare di qual importanza fossero a quei tempi, nè gli effetti troppo veri che produceva un’opinione oggi sprezzata. Storia di Venezia, lib. XIX.

[386]. Alcuni ecclesiastici impedivano di far passare le acque sulle loro terre: libertà d’acquedotto ch’è uno de’ più utili statuti antichi del Milanese, e causa di tanta prosperità agricola. San Carlo considerando hac in re non de ecclesiæ ejusve ministrorum damno, sed de utilitate evidente agi, comanda di non opporvisi. Editto 21 agosto 1572.

[387]. Contano fin ventidue confutazioni, tra cui l’Antibellarmino di Adamo Scherzer; un altro di Samuele Ueber; l’Antibellarmino contratto di Corrado Vorstio; l’Antibellarmino biblico di Giorgio Albrecht; il Collegio antibellarminiano di Amando Polano; le Disputazioni antibellarminiane di Lodovico Crell; il Bellarmino enervato di Guglielmo Amesio: e taciamo altri, fra cui le confutazioni di re Giacomo Stuart. Anche Duplessis-Mornay scrisse: «il Mistero d’iniquità o storia del papato; per quali progressi salì al colmo; che opposizione gli fece la gente dabbene di tempo in tempo; dove si difendono i diritti degl’imperatori, re e principi cristiani, contro le asserzioni de’ cardinali Bellarmino e Baronio». Saumur, 1611.

Un librajo forestiero da una ristampa delle Controversie avendo lucrato tredicimila scudi, volle regalarne quattromila al Bellarmino, che ricusò. Giambattista Lauro Orchestra, pag. 69. Fu asserito che quell’opera non fosse sua, ma compilata dai Gesuiti d’accordo. Il padre Bartoli, oltre l’Istoria della Compagnia di Gesù in Italia (Roma 1673), dettò pure la vita del Bellarmino col solito stile.

[388]. Carteggio dell’ambasciador veneto, 29 luglio 1581.

[389]. De laicis, lib. III. c. 6: Certum est politicam potestatem a Deo esse.... jus divinum nulli homini particulari dedit hanc potestatem; ergo dedit multitudini... Respublica non potest per se ipsam exercere hanc potestatem; ergo tenetur eam transferre in aliquem unum vel aliquos paucos... Pendet a consensu multitudinis constituere super se regem vel consules vel alios magistratus.

[390]. Summus pontifex simpliciter et absolute est supra Ecclesiam universam et supra concilium generale, ita ut nullum in terris supra se judicem agnoscat. De concilii auctoritate, cap. 17.

[391]. De romano pontifice, II. 29.

[392]. Reges quæ imperent justa facere imperando quæ volent injusta. — De cive, 112. L’opinione attribuita al Bellarmino si fonda principalmente sul De romano pontifice, lib. IV. c. 5; ma l’ultimo punto suole travisarsi.

[393]. Suarez dimostra che sentimento comune de’ giureconsulti e teologi era che il potere dei re vien loro da Dio per mezzo del popolo, e ne sono responsali non solo a Dio, ma anche al popolo. Un predicatore davanti a Filippo II a Madrid, avendo pronunziato che «i sovrani hanno potere assoluto sulla persona e i beni de’ sudditi», l’Inquisizione lo processò, condannollo a penitenze e a ritrattarsi, dicendo dal pulpito che «i re non hanno sui loro sudditi altri poteri se non quello accordato loro dal diritto divino e dall’umano, e nessuno che proceda dalla loro volontà libera ed assoluta». Vedi Balmès, Il Protestantismo paragonato al Cristianesimo.

[394]. Seckendorf, Historia luteranismi, tom. I. p. 115 e 116.

[395]. Luthers, Sämmtliche Schriften, tom. XXI. p. 1092 (edizione Walch.); Melancton, Op., col. 598, 835, ecc.

[396]. Celestini, Act. Comit. Aug., tom. II. p. 274; tom. III. pag. 18.

[397]. Al 20 febbraio 1582 il residente veneto a Roma informava d’una pubblicazione di diciassette inquisiti dal Sant’Uffizio, tre dei quali furono mandati al fuoco come relapsi, altri come fatucchieri e stregoni a pene diverse. Fra i bruciati era Jacopo Paleologo di Scio, famoso eresiarca unitario, riprovato per eccessivo sin da Fausto Socino; e dopo girato assai per Germania, fu tradotto a Roma e condannato.

[398]. Epistolæ, col. 150.

[399]. Vedi Monografie friulane, 1847, pag. 18.

* Nel 1558 il senato veneto deputò alcuni commissarj, che uniti a quelli del patriarca d’Aquileja, inquisissero alcuni eretici in Cividale (Liruti, Notizie del Friuli, vol. V fine); al tempo stesso che il luogotenente del territorio di Gradisca avvertiva il capitolo d’Aquileja a procedere contro il suo vicario di Farra, il quale ricusava levare e accompagnare i morti secondo l’antico rito, toglieva le sacre immagini e ne vietava il culto a’ suoi (Morelli, Storia di Gorizia, vol. I, pag. 295). Nella contea di Gorizia penetrarono alcuni luterani dalla Carniola e dalla Carintia, ma erano poco favoriti. Lo zelo di Giovanni Tauscher parroco vigilò su quei che sorgessero, ed erano esigliati dal principe.

[400]. Il medesimo descrive un atto-di-fede eseguito in Roma, ove sette furono condannati alle galere come testimonj falsi; sette abjurarono; un relapso fu rimesso al fôro secolare, ed era «don Pompeo de’ Monti, di sangue assai nobile, fratello del marchese di Cortigliano, e stretto parente del cardinale Colonna; ma finora non è stato fatto morire». Dispacci 2 e 9 marzo, 27 aprile e 29 giugno 1566. Ap. Mutinelli, Storia arcana.

[401]. Appare da Paolo Sarpi, e massime dalle sue lettere al Priuli, ambasciadore al Cesare. Egli ha un consulto se l’eccelso consiglio de’ Dieci deva esaminare i rei ecclesiastici coll’intervento del vicario patriarcale, e sostiene il no. Nelle sue lettere informa ogni tratto de’ ripullulanti litigi di giurisdizione colle varie potenze. Per es. nella LXV: — In Sicilia è occorso, che volendo il vicerè punire un prete non so per che delitto, egli si salvò in chiesa, e l’arcivescovo lo difendeva e per esser prete e per esser in chiesa. Le quali cose non ostanti, il vicerè lo fece levar di chiesa e impiccare immediato. L’arcivescovo pronunciò il vicerè scomunicato, e il vicerè fece piantar una forca innanzi la porta del vescovato con un editto di pena del laccio a quelli ch’erano di fuora se entravano, e a quelli di dentro se uscivano fuora. Di questo è stato mandato corriere espresso a Roma, dove non hanno molto piacere che si parli di successi di questo genere; atteso che per queste cause di giurisdizione ecclesiastica pare che in tutti i luoghi nascano controversie, e che essi per tutto le perdono».

Nella LXIX: — Alcuni monaci di Padova, avendo molte baronìe tutte possedute da loro, avevano formato una giurisdizione sopra li contadini, la quale gli è stata levata con disgusto del papa. Roma sopporta ogni cosa, ma finalmente converrà overo rompersi, overo perder tutto. Il papa ha creduto far dispiacere, non facendo cardinale alcun veneto; ma li buoni l’hanno per cosa di pubblico servizio».

Nella LXXIV: — Trattano gli Spagnuoli di fortificar Cisterna, ch’è un luogo confine tra il ducato di Milano e il Piemonte, e quello che importa, è feudo del vescovato di Pavia, onde dispiacerà e al duca e al papa. Questo lo sopporterà, e quello non può resistere».

Nella LXXV: — Si è abboccato il duca di Savoja in Susa con monsignor Lesdiguières, e quel principe tratta continuamente con capitani di guerra. Che disegni egli possa avere, qua non è ancora penetrato, nè io posso pensar altro, salvo che voglia dare qualche gelosia a Spagna. È andata attorno una certa voce, che il suo primogenito voglia vestirsi cappuccino. Io non posso assicurare questo per vero; ma questo son ben certo, che sua altezza ha comandato alli Cappuccini, che nelli luoghi del suo dominio non tengano frati, se non sudditi suoi naturali. Ha ancora quel duca fatto spianare una rôcca nella terra di Vezza, feudo della chiesa d’Asti; nè per questo il pontefice fa quel tanto rumore, che s’averebbe potuto credere. Li Spagnuoli hanno fatto quattro richieste al papa: una, che non si metta pensione in capo di Spagnuoli per Italiani; la seconda, che le cause anco in seconda instanza siano giudicate in Spagna; la terza, che il re abbia la nominazione di tutti li vescovati delli Stati suoi d’Italia; e la quarta, che, in luogo delle spoglie di Spagna, si statuisca un’intrata annuale ordinaria, e non si faccia più spoglie. Pareva che sopra le tre prime si fosse posto silenzio; nondimeno tornano in trattazione, e di Spagna si aspetta persona espressa, che viene per sollecitare l’espedizione, e di Roma mandarono in Spagna il padre Alagona gesuita, per mostrare che le dimande sono contra conscienza.

«L’altro giorno è stato carcerato per il Santo Officio l’abate di Bois francese dell’ordine de’ Celestini per ordine della regina, per esser quest’uomo sedizioso, e che dopo la morte del re abbia predicato pubblicamente cose in pregiudizio della religione: e quello che gli ha cagionata questa risoluzione, è stato per avere sparlato alla gagliarda de’ Gesuiti, e detto pubblicamente ogni male. E volendo il consiglio e la regina farlo carcerare, fu deliberato a non venir a simile risoluzione, dubitando di qualche sollevamento, avendo quest’uomo gran seguito, ma con intenzione di mandarlo a trattar certo negozio per servizio della regina a Fiorenza: ed in questa corte l’hanno benissimo trappolato, e sì bene che la passerà male, non avendo alcun appoggio e malissimo veduto dall’ambasciatore di Francia; e li Gesuiti faranno ancor loro quanto potranno acciocchè non abbia più modo di sparlar di loro: perchè fra le altre cose si affatica a più potere a dare da intender alli Francesi in Parigi, che detti Gesuiti avevano cagionata la morte del re; del che persuasi quelli popoli, un giorno avrebbono potuto fare qualche segnalato risentimento contra di loro. Io pronostico che questo pover’uomo debba correre la fortuna di frà Fulgentio Cordeliere, e prego Dio che gli abbia misericordia».

Nella LXXVI: — Già diedi conto a vostra signoria della cattura dell’abate di Bois successa in Roma. Debbo dirli di più cosa che allora non sapeva, che il pover’uomo, forse dubitando di quello che gli è avvenuto, non volse partir da Siena se non avesse prima un salvocondotto del pontefice; con quello se ne andò, e si credette esser sicuro; ma nè è il primo, nè sarà l’ultimo, che si fiderà di chi si professa non esser obbligato a servar fede. La cattura si scusa dalla Corte con dire, che il salvocondotto pontificio non si cura dell’Inquisizione. Fu preso il dì 10 e il 24 fu impiccato pubblicamente in campo di Fiore; ma la mattina per tempo fu immediate levato dalla forca, e portato a sepellire, senza che si possa penetrare che cosa significhi questa mistura di pubblico e d’occulto. Certo è che l’ambasciadore del re ha parte in quella morte.

«Altro non abbiamo in Italia di nuovo se non che il Piemonte è pieno di soldati, ma però con certezza che in Italia non debba esser nissuna novità, e che tra tanto quel paese si rovina. In Torino è avvenuto un accidente considerabile. Il vescovato d’Asti ha alcune terre, delle quali più volte è stata controversia tra il duca e gli ecclesiastici, pretendendo questi che la sopranità sia del papa, e il duca come conte pretendendo che debbano esser riconosciute da lui. Finalmente in questi tempi essendosi fatta una fortificazione e reparazione, il nuncio del pontefice ha fulminato una scomunica contra il presidente Galleani; però l’ha pubblicata solamente in scritto. Li ministri del duca, veduto questo, hanno fatto una dichiarazione di avere il decreto del nuncio come nullo ed ingiusto, comandando che senza averli risposto si proceda all’esazione; e sono passati anco a usar queste parole, che non solamente il tentativo intrapreso dal nuncio è nullo, ma ancora quando venisse dal papa medesimo. Si aspetterà di vedere dove terminerà questo principio assai considerabile, e che un giorno sarà fatto dalla repubblica per Ceneda, massime che molte turbolenze sono per confini».

[402]. Venezia 1670, cap. 116.

[403]. Statuti dell’Inquisizione di Stato, supplem. I, art. 3.

[404]. — E se gli detti doge e senato, per tre giorni dopo il fine dei ventiquattro giorni, sosterranno con animo indurato (il che Dio non voglia!) la detta scomunica, noi, aggravando la detta sentenza, da adesso parimenti siccome da allora sottoponiamo all’interdetto ecclesiastico la città di Venezia e le altre città, pronunciandole e dichiarandole tutte poste a detto ecclesiastico interdetto; il quale durante, in detta città di Venezia e in qualsivoglia altra città, terre, castella e luoghi di detto dominio, e nelle loro chiese e luoghi pii e oratorj, ancorchè privati e cappelle domestiche, non possono celebrarsi messe solenni e non solenni e altri divini officj, eccetto che nei casi dalla legge canonica permessi, e allora solamente nella chiesa e non altrove, e in quelle con tener ancora le porte chiuse e senza sonar campane, ed escludendo affatto gli scomunicati e gli interdetti; nè in quanto a questo possano di altra maniera suffragare qualunque indulti o privilegi apostolici concessi o che si concedessero per l’avvenire in particolare o in generale a qualsivoglia chiese tanto secolari, quanto regolari, ancorchè sieno esenti ed immediatamente alla sede apostolica soggetti, e se bene sono di jus patronato eziandio per fondazione e dotazione o per privilegio apostolico dell’istesso doge e senato...

«Ed oltra di questo, priviamo e decretiamo che restino privati gli suddetti doge e senato di tutti i feudi e beni ecclesiastici se alcuno ne possede in qualunque modo, dalla romana e dalle nostre o altre chiese; e ancora di tutti e qualsivoglia privilegi e indulti, i quali in generale o in particolare sono stati forse loro concessi in qualsivoglia modo da’ sommi pontefici nostri predecessori, di procedere in certi casi per delitti contro i cherici, e di conoscere con certa forma prescritta le cause loro. E niente di meno, se detti doge e senato persisteranno più lungamente pertinaci nella contumacia loro, riserviamo a noi e successori nostri pontefici romani nominatamente e specialmente la facoltà di aggravare e riaggravare più volte le censure e pene ecclesiastiche contro di essi e contro gli aderenti loro, e contro a quelli che nelle cose suddette in qualsivoglia modo gli favoriranno o daranno ajuto, consiglio o favore, e di dichiarare altre pene contro gli stessi doge e senato, e di procedere secondo la disposizione dei sacri canoni ed altri rimedj opportuni; non ostante qualsivoglia costituzioni e ordinazioni apostoliche e privilegi, indulti e lettere apostoliche agli detti doge e senato, o qualsiasi loro persone concessi, in generale o in particolare, ed in ispecie disponenti che non possano essere interdetti, sospesi e scomunicati in virtù di lettere apostoliche, nelle quali non si faccia piena ed espressa menzione di parola in parola di tale indulto, ed altrimente sotto qualunque tenore e forme, e con qualsivoglia clausola eziandio deroganti alle derogatorie, ed altre più efficaci ed insolite e con irritanti ed altri decreti, ed in ispecie con facoltà di assolvere nei casi a noi ed alla sede apostolica riservati, a quelli in qualsivoglia modo, da qualunque sommi pontefici nostri predecessori, e da noi e dalla Sede apostolica, in contrario delle cose sopradette, concesse, confermate ed approvate».

* Inoltre, nel processo contro Antonio Foscarini (sospettato anch’egli di opinioni ereticali) è un carteggio di Pietro Contarini ambasciadore di Venezia in Francia, del 1515, ove scrive d’aver inteso dal nunzio pontifizio che «vivendo il fu re, per le pratiche che teneva del continuo a Ginevra, aveva avuto avviso ed alcune lettere, che non mi espresse se fossero scritte da Venezia o dal signor Foscarini, con le quali si aveva fatto venir costà (a Venezia) un ministro ugonotto; del che il re fin d’allora ne facesse avvertire la repubblica per l’ambasciatore M. di Champigny, considerandole il pregiudizio che poteva ricevere la religione cattolica dalle pratiche di simil gente in quella città; e che saputosi ciò da esso signor Foscarini, ne era grandemente conturbato». Vedi Relazioni degli Stati Europei lette al senato di Francia, pag. 405.

Il Foscarini, condannato poi pel noto accidente, in testamento lasciava «ducati cento al padre maestro Paolo (Sarpi) servita, perchè preghi il signor Dio». Il Sarpi saputolo, scrisse ai Dieci, che «conoscendo esser in obbligo per conscientia et per fedeltà di non haver a fare con chi s’è reso indegno della gratia del prencipe, nè mentre vive nè dopo la morte, ha stimato dover rifiutar il legato assolutamente». Rifiutare un legato per pregare! e da uno che poco dopo fu dichiarato innocente!

[405]. Il Grisellini, nella vita o piuttosto apologia di frà Paolo, dice che questo, «dopo che fu eletto consultore, ad alcuna opera non diede mano giammai senza il motivo del pubblico interesse, cioè o per difendere il sovrano diritto del principato, o per autorizzare la santità delle sue ordinazioni», pag. 78. E anche d’altre opere dice sempre: — A norma delle pubbliche mire venne dal nostro autore intrapresa»; pag. 101, e passim.

[406]. Opinione di frà Paolo come debba governarsi la repubblica per avere il perpetuo dominio ecc.

[407]. Filippo II avendo fatto ammazzare dal famoso suo secretario Perez l’altro secretario Escovedo, il confessore di lui ne scolpava l’esecutore scrivendogli: — Secondo la mia opinione sopra le leggi, il principe secolare che ha potestà sopra la vita dei sudditi, come può torla loro per giusta causa e per giudizio in forma, può anche farlo senza tutto ciò, giacchè le forme e la sequela d’un processo sono nulla per lui, che può dispensarsene. Non v’è dunque colpa in un suddito che, per ordine sovrano, dà morte a un altro suddito: si dee credere che il principe diede quest’ordine per giusto motivo; come in diritto lo si presume sempre in tutte le azioni del sovrano». Lettera del settembre 1589 presso Mignet, A. Perez et Philippe II.

Il Sarpi dunque non era peggiore degli altri politici contemporanei.

[408]. Mémoires de Duplessis-Mornay, X. 292. Parigi 1825. — È capo d’opera di giochetti l’iscrizione posta al Micanzio nei Serviti a Venezia, scherzando sul nome, sul cognome, sull’età. Siste pedem hospes! — non ad tumulum sed ad gloriæ thalamum acquiesce — terreni quod superest reverendissimi patris magistri Fulgentii Micantii — exiguo hoc clauditur lapide — cælesti quod animæ — superno conditur cælo — hic tamen — magnum serenissimæ reipublicæ theologum — quadraginta et octo annis — intuere — cujus virtus — servitanæ religionis nescio an melius — micans sidus aut sol fulgens dixeris — octuagenarius et tertius obiit scilicet ut — octavum virtutis gradum et in tertio — omnis perfectionis numerum explevisse — scias — patruo syderi vere micanti — P. dom. Micantius nepos pp. 1667.

[409]. Lettera LXV, 5 luglio 1611. Tutte le lettere dei residenti di quel tempo riferiscono o di satire o di prediche o di discorsi tenuti da Gesuiti contro la repubblica; de’ loro sforzi per mettere un’Università a Gorizia, o a Ragusi, o a Castiglione delle Stiviere; finchè uscirono le ducali del 14 giugno 1606 che sbandivali dallo Stato, del 18 agosto che proibiva a’ sudditi di mandar figliuoli ai collegi de’ Gesuiti, del 16 marzo 1612 che vietava ogni corrispondenza con essi.

[410]. — Jeri morì don Giovanni Marsilio. Li medici dicono che sia morto di veleno; di che io non sapendo innanzi, altro non dico per ora. Hanno bene alcuni preti fatto ufficio con esso lui che ritrattasse le cose scritte; ed egli è sempre restato costante, dicendo avere scritto per la verità, e voler morire con quella fede. Monsieur Asselineau l’ha molte volte visitato, e potrà scrivere più particolari della sua infirmità, perchè io non ho possuto nè ho voluto per varj rispetti ricercarne il fondo. Credo che, se non fosse per ragion di Stato, si troverebbono diversi che salterebbono da questo fosso di Roma nella cima della Riforma: ma chi teme una cosa, chi un’altra. Dio però par che goda la più minima parte de’ pensieri umani. So ch’ella mi intende senza passar più oltre. Lettera di frà Paolo, di Venezia il 18 febbraio 1612.

[411]. Frà Fulgenzio. — Nel lib. IV della Letteratura veneziana del Foscarini è a vedere quanti nobili veneziani in quel tempo coltivassero le scienze sacre e la storia ecclesiastica e ne scrivessero, oltre i prelati e i monaci.

[412]. Ricavansi tali particolarità dalle Memorie citate. Vedi pure Blicke in die Zustände Venedigs zu Anfang des XVII Jahrhunderts, negli Historische politische Blätter für das Katholische Deutschland. Monaco 1843.

* Questo punto fu trattato nelle Memorie storiche e letterarie della società tedesca di Königsberg da G. Mohnicke, Versuche zu Anfang des XVII Jahrhunderts etc.Tentativi fatti al principio del secolo XVII per introdur la riforma a Venezia, con due lettere finora inedite di Giovanni Diodati, per illustrare la storia di frà Paolo. Le quali lettere, che parlano del viaggio del Diodati a Venezia nel settembre 1608, furon date da un suo discendente, professore a Ginevra. Egli dice che frà Paolo non vuol proferirsi, allegando che così potrebbe meglio saper secrètement la doctrine et autorité papale, en quoi il a extrêmement profité: quanto a frà Micanzio, sans doute il aurait effectué quelque notable exploit, s’il n’était continuellement contropesé par la lenteur du p. Paul.

[413]. Ugo Grozio lodava molto quel libro e scriveva: Sandis quæ habuit scripsit ipse, sed ea ex colloquiis viri maximi fratris Pauli didicerat. Item ad quædam capita notas addivit, jam egregias in defæcando lectorum judicio. Ep. 388, p. 865. Esso Grozio, stando ambasciadore in Isvezia, ebbe in mano, e trascrisse a varj amici un passo di lettera del Sarpi al Gillot, 12 maggio 1609, siffatto: Si quam libertatem in Italia aut retinemus aut usurpamus, totam Franciæ debemus. Vos et dominationi resistere docuistis, et illius arcana patefecistis. Majores nostri pro filiis habebantur olim, cum Germania, Anglia et nobilissima alia regna servirent; ipsique servitutis instrumenta fuere. Postquam excusso jugo, illa ad libertatem aspirarunt, tota vis dominationis in nos conversa est. Nos quid hiscere ausi fuissemus contra ea quæ majoris nostri probaverant, nisi vos subvenissetis? sed utinam omnino subsidiis vestri uti possemus! Ep. 574.

Le lettere del Sarpi pubblicaronsi a Ginevra colla data di Verona 1673, poi in calce alla Storia arcana di frà Paolo. Sono dirette a Girolamo Groslot signor Dell’Isola, amico del Casaubono, al medico Pietro Asselineau, a Francesco Castrino ugonotto, a Giacomo Gillot, consigliere al parlamento di Parigi. Il Leti, nella vita di Cromwell, si attribuisce la pubblicazione di queste lettere. Alcuni ne hanno impugnato l’autenticità; altri le supposero interpolate. Questa seconda asserzione non potrebbe che provarsi coi particolari: esaminate le ragioni contrarie, io le credo autentiche; e gran peso mi fa questo passo del famoso Pietro Bayle, nella lettera al signor Sondré, 21 settembre 1671: Frà Paolo a été un des plus grands hommes de son temps. On a imprimé ici ses lettres; mais on croit qu’ont arrêtera l’impression, à cause que messieurs de Rome y verroient qu’il entretenait commerce avec ceux de notre religion...... et qu’ainsi ils recuseraient son témoignage touchant l’histoire du Concile, que nous leurs opposons. Ce fut une des raisons qui obligea monsieur Dallez à s’opposer à l’impression de ces mêmes lettres; quoique au reste il eût beaucoup de passion pour la gioire à frà Paul, qu’il avoit autrefois connu très-particulièrement à Venise lorsqu’il conduisit les petits neveux de monsieur Duplessis-Mornay.

Non così credo autentiche le Scelte lettere inedite, stampate a Capolago il 1847, essendo di stile pieno di tropi, e girato in tutt’altro modo che quel di frà Paolo: o piuttosto sono di mani diverse. V’è premessa una vita, d’un anonimo che rinnega il buon senso più triviale per dire le più sbardellate ingiurie a Roma e ai preti. Egli crede vere le lettere del 1673, ed esaltando frà Paolo per la sua avversione a Roma, nega però ch’e’ pensasse far protestante Venezia, nè che convenisse abbattere la dominazione della Chiesa: — È vero che la politica romana si mostrava oscillante e mal ferma; pure era necessaria al contrappeso politico della penisola, contribuiva a conservare l’agonizzante indipendenza dei governi nazionali d’Italia. Lo Stato pontifizio era un governo nazionale, buono o cattivo che fosse, ma per quei tempi più buono che cattivo, e sotto cui i popoli viveano men peggio che altrove, massime che sotto il dominio de’ forestieri; nè si sarebbe potuto abbatterlo senza far sorgere gravi disordini».

[414]. Lettera LXX, 13 settembre 1611.

[415]. Chiesto dall’ambasciatore olandese di commendatizie, Mornay gli scriveva il 3 ottobre 1609: Pour adresse, je ne la vous puis donner meilleure qu’au vénérable père Paulo, directeur des meilleurs affaires... auquel, avec le zèle de Dieu, vous trouverez une grande prudence conjoincte: mais il faut l’exciter à ce que l’une enfin emporte l’autre. Vous avez aussi le père Fulgenzio qui n’est que feu, prêcheur admirable. Mémoires, 393.

Il Pallavino, nella prima edizione della Storia del concilio Tridentino, avea detto che frà Paolo, imbattuto l’ambasciadore d’Olanda, gli disse che avea gran piacere di vedere il rappresentante di una repubblica, la quale teneva il papa per anticristo: ma convien dire riconoscesse falso l’aneddoto, giacchè nelle ristampe lo eliminò. Bayle lo riferisce sotto Aarsens. Vittorio Siri dice aver trovato negli archivj di Francia moltissime traccie del favore dato dal Sarpi agli Ugonotti, e massime ne’ registri del nunzio Ubaldini, attentissimo a svertarne la trama, e che cercò averne lettere originali per imputarlo d’eretico avanti al senato veneto.

[416]. Questo fatto, arditamente impugnato e da Voltaire e da Daru come viltà indegna di Enrico IV, è messo fuor di dubbio dalle Memorie di Mornay.

* In una cronaca citata dal Cicogna, Iscrizioni, tom. V. p. 556, leggesi al 1606: «Occorse in questi giorni che le R. monache di S. Bernardo di Murano, persuase dal suo cappellano, furono scoperte che osservavano l’interdetto del papa, e che non ascoltavano messa nè si confessavano e comunicavano, havendoli detto reverendo mostrato un giubileo che ha concesso il papa a chi osserverà l’interdetto, nè ascolterà messa, promettendogli un paradiso di delitie fatte a lor modo... Havendole prima persuase li suoi procuratori del monasterio et senatori loro parenti, et anco il vicario del suo vescovo, nè per questo havendole potute rimover da questa loro opinione, furono immediate mandati li capitani del Consiglio di X d’ordine del senato a serrarle nel Convento, ficando le finestre et porte de fuori con buoni cadenazzi con pena della vita a chi s’accostasse a detto monasterio, nè meno le soccorresse di cosa alcuna, tenendole del continuo guardie».

[417]. Lettera XLIV al signor Dell’Isola.

[418]. Lettera LX allo stesso. Vedi pure le Memorie di Mornay, X. 386, 390, 443, 456, 546; e Courrayer, nella vita di frà Paolo premessa alla sua traduzione della Storia del Concilio di Trento, pag. 66. Anche pochi giorni prima dell’uccisione di Enrico IV, il Sarpi scriveva: Nulli dubium quin, sicut Ecclesia verbo formata est, ita verbo rite reformetur. Attamen, sicuti magni morbi per contrarios curantur, sic in bello spes; nam extremorum morborum extrema remedia. Hoc mihi crede e propinquo res videnti. Non aliunde nostra salus provenire potest. Opp. di frà Paolo, VI, 79. Nella LIII lettera, compiangendo la morte di Sully, dice che l’amava «per la fermezza della sua religione». Di Giacomo I scrive: — Se il re d’Inghilterra non fosse dottore, si potrebbe sperare qualche bene, e sarebbe un gran principio, perchè Spagna non si può vincere se non levato il pretesto della religione; nè questo si leverà, se non introducendo i Riformati nell’Italia. E se il re sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui». Lettera LXXXVIII.

[419]. Lettera LI, 12 ottobre 1610.

[420]. Lettera LXXXVIII, 29 marzo 1612 al Groslot. E di tutto ciò più distesamente vedasi nella Storia arcana della vita di frà Paolo Sarpi, scritta da M. G. Fontanini, e documenti relativi. Venezia 1803. È opera postuma, e l’editore arciprete Ferrario l’annunzia così: — Chiunque tu sia, che pigli a leggere questo libro, a me basta che abbi amore e zelo di religione; che abbi fedeltà ed attaccamento ai governi. Buon cattolico e buon cittadino, questo libro ti piacerà. Esso leva una gran maschera, scopre un grand’impostore, palesa un grand’empio ecc.».

Esso Fontanini dà frà Paolo come un tipo dell’ipocrito, perchè del carattere sacerdotale e dell’esemplarità «non volle servirsi ad altro fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine, senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza ecc.

[421]. Lettera 6 marzo 1611. Memorie, X. 169. Nelle Lettere diplomatiche del Bentivoglio, al 27 febbrajo 1619 leggesi: — Per via di un ministro già ugonotto, che si è convertito poi alla religione, ho saputo ultimamente che, nel tempo dell’interdetto dei Veneziani, alcuni ministri eretici di Ginevra, di Berna e d’altre parti convicine pensarono di valersi di quell’occasione per ispargere in Venezia il veleno dell’eresia. Onde fra loro fu risoluto in particolare che si mandasse colà sotto nome di mercante un certo tale dei Diodati, italiano lucchese, che è ministro in Ginevra. Egli dunque v’andò in compagnia d’altri mercanti eretici, i quali, anch’essi consapevoli del disegno, avevano carico di doverlo ajutare. Giunto che fu in Venezia, esso Diodati trattò segretamente con diversi ed in particolare con frà Paolo, nel quale scoperse una grande alienazione dalla corte di Roma, e sensi del tutto contrarj all’autorità della santa Sede; ma nel resto non poteva comprendere ch’egli avesse alcuna inclinazione di voler abbracciare assolutamente l’eresia. Il detto Diodati insieme con que’ mercanti, oltre al parlare che fece, vi disseminò con molta segretezza un buon numero di libri eretici, particolarmente della Bibbia tradotta in lingua italiana. Ciò fatto, egli se ne tornò poi a Ginevra con isperanza che il veleno ch’egli aveva sparso fosse per fare non piccolo progresso. Io, dopo aver inteso questo, dubitando che di quel veleno non vi resti ancora qualche corruzione, stimai di doverne parlare, come feci al signor cardinale di Retz ed al signor di Pisins, e trovai che anch’essi avevano avuto l’istessa informazione per la medesima strada, e Pisins mi disse che si erano ricevute appunto lettere pochi dì sono dall’ambasciadore di questa maestà in Venezia, che avvisava che colà le cose passavano a qualche libertà pericolosa in questa materia di religione, per rispetto della licenza che si pigliavano quelle genti forestiere che sono state assoldate dalla repubblica, ed in particolare il loro capo. Dopo mi ha detto il medesimo Pisins che con altre lettere più fresche dello stesso ambasciatore era inteso che questo disordine non fosse di quel pericolo che si era dubitato».

[422]. Magna Deo gratia, quod mediis Venetiis virum magnanimum, magnum illum Paulum excitavit, qui teterrimas sophistarum fraudes, et paralogismos quibus orbi christiano illuditur, palam faceret. Puto vidisse te opuscula hujus Pauli, meo judicio præstantissima, et dignissima quæ legantur a te. Lætaberis scio, et magno heroi votis favebis tuis. Ep. 474 del 7 novembre 1606. Pochi giorni prima egli stesso scriveva d’essere stato dall’ambasciadore Pietro Priuli invitato a Venezia, dove rallegravasi di poter incontrare magnum Paulum, quem Deus necessario tempore ad magnum opus fortissimum athletam excitasset, e prosegue in lodarlo. Allo Scaligero (ep. 480, 11 marzo 1607): Vidisti ne quæ Venetiis prodiere scripta a paucis mensibus? Ego cum illa lego, spe nescio qua ducor futurum fortasse illic aliquando et literis sacris et meliori literaturæ locum. Mirum dictu quam multi tam brevi tempore animum ad scribendum applicuerint. Atqui nemo erat qui existimaret ex ea urbe unum aut alterum posse reperiri earum rerum intelligentem, quæ a doctrina lojolitica abhorrent tantopere. Exitum ejus controversiae cum hæc scribebam, omnes μετέωροι in hac urbe expectabant. Deus ad gratum sibi finem omnia perducat. Nell’ep. 484 del 18 marzo a Scipione Gentili: O viros! o exactam earum rerum cognitionem, quas in illis oris nemini putabant plerique esse notas! multa legi... omnia probavi et laudavi, sed inter omnes mirum dictu quantum judicio Paulus excellat, quem scimus virum esse doctissimum, vitæ innocentissimæ, juditii tenacissimi. Hujus si scripta legisti, ecquid de vestra Italia sperare incipis? E lo Scaligero rispondendogli d’aver tutto letto, soggiunge: In illis auctoribus tres palmam obtinent: Paulus servita, Marsilius neapolitanus, Antonius Querinus patricius. Certe quomodocumque in amicitiam coeant illæ duæ partes, nunquam coire poterunt in cicatricem illa vulnera, nunquam stigmata deleri, quæ pontifex accepit. Ep. 131 del 22 marzo 1607.

[423]. Mémoires de Sully, tom. III. p. 27.

[424]. In esse è detto: — A me pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale doverìa non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al Sant’Officio, non che abbandonati dalla repubblica, e privati dello stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».

[425]. Morosini, Storia, lib. 18. p. 699.

* L’anno dopo che la storia del concilio era stata pubblicata, mandavasi alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni (1 giugno 1621) leggesi:

«Sotto il capo della santa Inquisizione pare che si possa ridurre la persona di frà Paolo servita, della quale vostra signoria ha piena cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia, nè delle pessime dottrine ed opinioni che sparge, e de’ perniciosissimi consigli che apporta, tanto più rei e malvagi, quanto più sono coperti dal manto della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta sua bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente che nostro Signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a’ signori ambasciatori, li quali, così in questo come nella materia del Sant’Officio, hanno sfuggito gl’incontri delle paterne esortazioni di sua santità, non coll’opporsi, ma col negare il male; e però, quanto a frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro nè tenuto in credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato, nè doversene però avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare di fresco i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che potrà averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj ed altro opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno per levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente, reconciliandosi ad un’ora colla Chiesa: ma finalmente non è da sperarne molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi negli anni, che non può esser grandemente lontano dalle sue pene; e solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli scritti, e che ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica pernicioso».

[426]. Lettere LV e XI, XII al signor Dell’Isola.

[427]. Il Botta, che pur la copia a tutto pasto, com’è il suo solito, e che s’ispira di tutti i suoi rancori, è costretto confessare che «l’odio acerbo che frà Paolo portava alla corte di Roma, il faceva dare alcuna volta in opinioni erronee ed in soverchia mordacità»; lib. XVI. Appena uscì la traduzione francese pel Courayer, il cardinale di Tencin emanò una pastorale fortissima contro quell’opera, intitolando frà Paolo vero protestante. L’autografo d’essa storia si conserva nella Marciana, e non differisce punto dallo stampato. Si conoscono varie confutazioni di frà Paolo, tra cui le osservazioni di Bernardino Florio arcivescovo di Zara, rimaste manoscritte. Abbiamo Frà Paolo Sarpi giustificato, dissertazioni epistolari di Giusto Nave, Colonia 1752, che credonsi del veneziano Giuseppe Bergantini, ovvero del Grisellini, e stampate a Lucca; come pure Justification de frà Paolo Sarpi, ou lettres d’un prêtre italien à un magistrat français etc., Parigi 1811, che sono del genovese Eustachio Degola. Alberto Mazzoleni, monaco nel bergamasco convento di Pontida, avea raccolto ben cinquanta volumi di documenti intorno al concilio, del quale volea scrivere la storia: morì senza farne nulla, e la sua collezione fu venduta al tirolese Antonio Mazzetti, che poi la lasciò alla città di Trento.

[428]. Quanto si è detto su quegli assassini! Il principale era un Poma mercante fallito, fanatico come tanti cattolici e protestanti, che credevano legittimar anche il pugnale colla religione; ad un amico scriveva: — Non è uomo del mondo cristiano che non avesse fatto quel ch’io, e Dio con il tempo lo farà conoscere»; e volea stampare che, non ad istanza di chicchessia, ma per servigio di Dio aveva operato. Frà Fulgenzio dice che gli assassini ricoverarono in casa del nunzio. Potrebbe anch’essere, e le immunità, di cui si era allora tanto gelosi, avrebbero indotto il nunzio a proteggerli: ma il preciso contrario consta dalle deposizioni de’ gondolieri; ne conviene perfino l’autore della ostilissima vita del Sarpi, anteposta alle lettere inedite. La storia di que’ miserabili è conosciuta; vantavano aver denari a josa, poi trovavansi tutti sul lastrico, e precisamente in Romagna vennero arrestati, e il Poma terminò nelle carceri di Civitavecchia; così prete Michele Viti, e il Parrasio; uno fu decapitato a Perugia. L’autore della vita suddetta va almanaccando i motivi di tal condotta di Roma; frà Paolo stesso se ne meraviglia; conseguenza d’un dato arbitrario e falso.

[429]. Lettera dell’8 giugno 1612. Il cardinale Baronio aveva anche il giusto sentimento dell’arte, e del rispetto che le si deve; onde nella chiesa sua titolare de’ Santi Nereo ed Achilleo, ridotta all’antica forma, fece porre quest’iscrizione:

PRESBYTER. CARD. SVCCESSOR QVISQVIS FVERIS — ROGO TE PER GLORIAM DEI ET — PER MERITA HORVM MARTIRVM — NIHIL DEMITO NIHIL MINVITO NIHIL MVTATO — RESTITVTAM ANTIQUITATEM PIE SERVATO — SIC TE DEVS MARTYRVM SVORVM PRECIBVS — SEMPER ADJVVET.

Ora la storia ecclesiastica si vien rinnovando mercè la cognizione d’un’infinità di lettere pontifizie, pubblicate nei Regesta pontificum romanorum ab condita ecclesia ad annum 1098, di Filippo Jaffe, Berlino 1852. Soltanto dall’882 al 1073 aggiunge al Mansi 1557 documenti, e 1881 al gran Bollario: del XII secolo ha 6791 bolle, mentre il Bollario ne ha 600, 1176 il Labbe, 1389 il Manso.

[430]. Lettera 2 marzo 1658 a Gian Luca Durazzo. «Chi legge la storia esattissima del Pallavicino, attonito della libertà dei Padri, sarìa talor tentato di appellarla licenza; ma è tale la saldezza di forza organica, che la Chiesa mai non teme rimostranze». Tapparelli, Saggio teoretico di diritto naturale, nota CXXVII.

[431]. Ein grosser Liebhaber der wahren Religion und Gottseligkeit. Lutero, Ep. 401.

[432]. Di tali avvenimenti non fa motto il Guichenon; ma vedi Muratori al 1531.

[433]. Lettera data da Ginevra il 17 dicembre 1403; e prosegue narrando alcune superstizioni di Ginevra, ove festeggiavasi sant’Oriente; e di Losanna, ove i campagnuoli veneravano (dic’egli) il sole, ogni mattina dirigendogli voti e preghiere.

[434]. J. J. Herzog (De origine et pristino statu Waldensium secundum antiquissima eorum scripta cum libris catholicorum ejusdem ævi collata, Hala, 1849) vuol provare che la Confessio fidei non è già del 1120, ma posteriore al colloquio de’ Valdesi con Ecolampadio nel 1530.

Egli stesso pubblicò a Hala nel 1853 Die romanischen Waldenser ihre vorreformatorichen Zustände und Lehren, ihre Reformation in sechzehenten Jahrhundert, und die Rückwirkungen Derselben nach ihren eignen Schriften dargestellt. Tuttoché protestante, vuol provare che le credenze dei Valdesi modificaronsi assai, sempre più allontanandosi dalla Chiesa cattolica, e accogliendo le opinioni degli Ussiti.

Anche A. W. Dieckhoff (Die Waldenser in Mittelalter, Gottinga 1851) tende a provare che i varj scritti, i quali si sogliono riferire ai cominciamenti dei Valdesi, son mera imitazione degli Ussiti.

[435]. Gilles, Histoire générale des Eglises vaudoises, cap. I.

[436]. Hamon, Vie de saint François de Sales, 1854.

[437]. Cavo queste parole da lettere che si trovano nell’archivio Mediceo (Corrispondenza di Napoli), forse non autentiche, certamente esagerate, come ciò che si scrive in tempo di partito e sotto l’impressione del momento. Vorrebbero attribuirsi ad uno che accompagnò Ascanio Caracciolo in quella spedizione, e datano dal giugno 1562, da Montalto. Dicono:

— S’intende come il signor Ascanio per ordine del signor vicerè era sforzato a partire in posta alli 29 del passato per Calabria, per conto di quelle due terre de’ Luterani che si erano date fuori alla campagna, cioè San Sisto e Guardia. Sua signoria a Cosenza al 1º del presente ritrovò il signor marchese di Buccianico suo cognato, che era all’ordine con più di seicento fanti e cento cavalli, per ritornare a uscir di nuovo in campagna, e quella fare scorrere, e pigliare queste maledette genti: e così partì alli 5 alla volta della Guardia, e giunto quivi, fecero commissarj, ed inviò auditori con gente per le terre circonvicine a prender questi Luterani. Dalli quali è stata usata tal diligenza, che una parte presero alla campagna; e molti altri tra uomini e donne, che si sono venuti a presentare, passano il numero di mille quattrocento: ed oggi, che è il dì del corpo di Cristo, ha fatte quelle giuntar tutte insieme, e le ha fatte condur prigioni qui in Mont’Alto, dove al presente si ritrovano; e certo che è una compassione a sentirli esclamare, pianger e domandar misericordia, dicendo che sono stati ingannati dal diavolo; e dicono molte altre parole degne di compassione. Con tutto ciò il signor marchese e il signor Ascanio hanno questa mattina, avanti che partissero della Guardia, fatto dar fuoco a tutte le case; e avanti avevano fatto smantellare quella, e tagliar le vigne. Ora resta a fare la giustizia, la quale, per quanto hanno appuntato questi signori con gli auditori e frà Valerio qua inquisitore, sarà tremenda; atteso voglion far condurre di questi uomini, ed anco delle donne, fin al principio di Calabria, e fin alli confini, e di passo in passo farli impiccare. Certo che se Dio per sua misericordia non move sua santità a compassione, il signor marchese ed il signor Ascanio faranno di loro gran giustizia, se non verrà ad ambidue comandato altro da chi può lor comandare...

«La prima volta che uscì il signor marchese, fece abbruciare San Sisto, e prese certi uomini della Guardia del suddetto luogo, che si ritrovarono alla morte di Castegneta, e quelli fece impiccare e buttar per le torri al numero di sessanta: sicchè ho speranza che avanti che passino otto giorni, si sarà dato ordine e fine a questo negozio, e se ne verranno a Napoli...

«Questi eretici portano origine dalle montagne d’Angrogna nel principato di Savoja, e qui si chiamano gli oltramontani; e regnava fra questi il crescite, come hanno confessato molti. Ed in questo regno ve ne restano quattro altri luoghi in diverse provincie: però non si sa che vivono male. Sono genti semplici ed ignoranti, e uomini di fuori, boari, zappatori; ed al morir si sono ridotti assai bene alla religione e alla obbedienza della Chiesa romana».

[438]. Leti, Italia regnante, tom. I. 37.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.